Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Questa tariffa, no, non è un’improvvisazione di pochi mesi, non rappresenta inacerbimenti di dazi stabiliti

più per amore di sistema che per necessità di cose: essa è la risultante naturale di studi e ricerche iniziate fin

dal 1883, e dirette con un fine ben determinato che può così riassumersi: stabilire il grado di protezione

85

necessario ad assicurare la vitalità delle forze industriali del Paese .

A dire il vero, non mancavano argomenti per mettere in discussione il grado di razionalità

economica della tariffa. Il dazio sul grano comportava un più alto prezzo delle sussistenze e un

discutibilissimo trasferimento di potere d’acquisto dai consumatori ad una categoria ristretta, e ben

poco meritoria di riconoscimenti, com’era quella dei proprietari fondiari delle colture estensive. I

dazi sulla ghisa e sul ferro, mentre da un lato non fornivano alcuna fondata garanzia di poter dar

luogo nel breve-medio periodo ad un’industria siderurgica competitiva, dall’altro annullavano il

tasso nominale di protezione concesso all’industria meccanica.

Occorre tuttavia riconoscere che anche “L’Industria” fu pienamente consapevole di queste

contraddizioni, com’è dimostrato dal fatto che prima ancora che la tariffa fosse approvata in

86

Parlamento, essa consigliò che fossero depennati i previsti dazi sul ferro e sulla ghisa , ed espresse

anche seri dubbi in merito al dazio sul grano tramite due articoli decisamente contrari a quella

87

misura protezionistica . In breve, il sostegno concesso da “L’Industria” alla tariffa nella sua

globalità va interpretato alla luce di motivazioni di carattere più generale – sostanzialmente, di

compromesso politico – rispetto a quelle che essa pose effettivamente a base del suo modello di

protezionismo. Così, ad esempio, si puntualizzava: “La riforma dei dazi sui prodotti siderurgici

costa assai cara ai fabbricanti del nostro paese, grandi consumatori di ferro e di macchine, ed essi vi

si sottoposero senza riluttanza soltanto perchè sono usi a tollerare sacrifici, domandati in nome

88

dell’erario e degli apprestamenti militari” .

Sulla questione del dazio sul grano furono pubblicati all’inizio del 1889 sei articoli per

dimostrarne la minore “necessarietà e ragionevolezza” rispetto a quelli applicati alle manifatture.

Non accade quasi mai che l’attuazione di una politica economica rifletta specularmente la matrice

teorico-dottrinaria da cui deriva. Evidentemente, a giudicare dalle riserve espresse, neppure

“L’Industria” sfuggì a questa regola. La tariffa del 1887 non rappresentò per essa un modello di

coerenza, ma era pur sempre quanto di meglio si era riusciti a fare per concretezzare i principi

propugnati da questo periodico.

Fra i molteplici argomenti idonei a sostenere la fondatezza della Tariffa, il più ampiamente

utilizzato fu quello della dottrina dell’ “industria nascente”, associando immancabilmente ad essa,

85 A proposito delle trattative commerciali colla Francia, in “L’Industria”, 8 gennaio 1888.

86 Cfr. I nuovi ordinamenti doganali: industrie meccaniche e metallurgiche, in “L’Industria”, 17 aprile 1887.

87 Cfr. C. F. (probabilmente Carlo Ferraris) Dazi protettori. Esportazione di cereali e farine, in “L’Industria”, 30

gennaio 1887, e Id., Dazi protettori, esportazione di cereali, in “L’Industria”, 13 marzo 1887.

88 L’ortodossia economica, in “L’Industria”, 16 novembre 1890. Secondo R. Prodi, Il protezionismo nella politica e

nell’industria italiana dall’unificazione al 1887, in “Nuova Rivista Storica”, 1966, gennaio-aprile, p. 53, la tariffa

siderurgica fu in realtà elaborata nelle stanze dei Ministeri piuttosto che nella sala-riunioni della Camera di Commercio

di Milano. 35

con funzione puramente cautelativa , il nome di J. S. Mill. Attraverso il concetto di infant industry,

si intendeva di fatto riqualificare la prerogativa di “naturalità” che le attività produttive devono

possedere per poter essere svolte in modo efficiente, per giungere così a sostenere che l’inferiorità

dimostrata da un paese rispetto ad altri nella produzione di certi beni, poteva essere conseguenza di

ostacoli storici-concreti facilmente superabili: “Sono forse tanto diverse le nostre condizioni

naturali da quelle della Svizzera, che esporta tanta copia di macchine, di filati, di tele? A questi

ordini di opifici è perfettamente applicabile la teorica di Stuart Mill. Non si tratta di sviluppo

forzato; ma di aiuto temporaneo ad alcuni rami della produzione che, col tempo, potranno

89

camminare da sé” .

Considerata l’applicazione che se ne sarebbe fatta, si può dire che la dottrina dell’industria

nascente costituì una sorta di cavallo di Troia che gli economisti classici avevano

inconsapevolmente collocato all’interno della fortezza della divisione internazionale del lavoro.

Niente di meglio che usufruire di questo argomento come paravento contro le bordate

antiprotezionistiche che venivano dai teorici del libero scambio.

“L’Industria” dunque citò moltissimo J. S. Mill, ma il cuore, per così dire, batteva per

Friedrich List. L’economista tedesco dell’indipendenza nazionale aveva infatti stabilito che ogni

paese, per “emanciparsi”, avrebbe dovuto perseguire la pienezza delle funzioni economiche

(agricola-industriale-commerciale), con quella industriale a garantire tanto lo sviluppo delle “forze

produttive”, quanto l’innescarsi del circolo virtuoso della civiltà.

Con queste convinzioni, si può ben capire come i redattori de “L’Industria” considerassero

una prova a sostegno della loro tesi il fatto che anche l’Inghilterra avesse dovuto procedere per

questo viatico: “La conversione dell’Inghilterra ai principi del libero scambio non fu merito degli

economisti ma del sistema protettivo che l’aveva condotta a tanta altezza economica da trovar

90

conveniente un regime di libera concorrenza” . Questa esemplificazione portava con sé anche

l’adesione al principio della temporaneità del protezionismo doganale, concetto più volte ribadito

sulla scorta dello stesso modello listiano. Da tale modello furono enucleati due ulteriori elementi:

91

quello della maggiore importanza del mercato interno rispetto a quello estero , e quello della

92

crescita del settore agricolo a rimorchio della crescita industriale .

Se la fonte di tali posizioni è sicuramente rintracciabile nell’opera di F. List, il suo nome,

però, quasi per un tacito accordo, è come se fosse stato bandito dal periodico. Probabilmente, si

trattò di un espediente per non porgere il fianco alle affilate armi critiche degli avversari. Non ci

dobbiamo infatti dimenticare che, nonostante il protezionismo fosse diventato col 1887 indirizzo di

89 Un’altra risposta all’Economista di Firenze, in “L’Industria”, 11 ottobre 1891.

90 Note economiche. I successi del libero scambio, in “L’Industria”, 16 gennaio 1898.

91 Cfr., in particolare, Protezione agraria e protezione industriale. V, in “L’Industria”, 10 febbraio 1889

92 Cfr. Il Congresso di Napoli, in “L’Industria”, 19 luglio 1891 36

politica ufficiale, erano ancora le concezioni basate sul libero scambio a tenere banco nell’economia

ufficiale. Si ritenne che, di fronte ad esse, l’intuizionismo, sia pure convincente ed originale di un

93

List, non potesse più di tanto .

In effetti, la critica proveniente da coloro che aderivano al free trade, oltre che dura e

impietosa, si caratterizzò, non raramente, per i toni ironici e sprezzanti, tanto che, come è stato

detto, non è possibile tradurre completamente “in categoria storiografica il terrorismo ideologico

esercitato dai professori liberisti, la cui arroganza accademica costrinse pure i fautori delle tariffe

94

(...) ad autocensure e a furberie non di rado umilianti” .

Passiamo dunque al campo avverso del “Giornale degli economisti” e dei “professori

liberisti” che vi pubblicavano. Tra di essi, in realtà, militavano gli studiosi teoricamente più

avanzati che allora avesse l’Italia. I nomi sono noti: Antonio De Viti de Marco, Maffeo Pantaleoni,

Vilfredo Pareto, Ugo Mazzola. In breve, i loro veti antiprotezionistici si nutrirono di un assioma e di

una elaborazione teorica difficilmente attaccabili. L’assioma, di una semplicità disarmante, recita

che, dal momento che i cittadini di un paese intendono commerciare con l’estero, ciò significa che

gli conviene. Ovviamente, tale assioma riposa sulla presunzione, già autorevolmente adottata da

Adam Smith, che ciò che è virtù per il singolo non possa non esserlo anche per collettività di

appartenenza. Questa linea di individualismo metodologico pervade gli articoli che il “Giornale

degli economisti” dedicò ad illustrare i vantaggi del libero scambio, concretizzandosi nell’impiego

diffuso di analisi e di strumenti microeconomici per fondare conclusioni di rilevanza

macroeconomica. Le argomentazioni di Pareto sulla competitività dell’industria meccanica

95

italiana , ancora di Pareto sulle virtù della teoria dei costi comparati spiegata alla buona da un

96 97

“vignaiuolo all’Antella” , di Pantaleoni sul dazio tedesco sui vini confezionati , di Mazzola sul

differenziale negativo del costo del lavoro per unità di prodotto sostenuto in Italia rispetto ad altri

98

paesi , costituiscono tutte esemplificazioni sia di precisi orientamenti scientifici e metodologici,

che di pedagogia e propaganda applicativa di teoria pura.

93 Vedi, in proposito, quanto scrive G. Mori, nella sua Introduzione a F. List, Il sistema nazionale di economia politica,

cit.. Andrà anche ricordato come il processo di diffusione del pensiero listiano in Italia fosse stato irrimediabilmente

compromesso dalla lunga recensione-stroncatura effettuata nel 1843 da Carlo Cattaneo. Non è certo senza significato

che per avere una prima, ma parziale, traduzione in italiano dell’opera listiana si sia dovuto aspettare quasi un secolo:

cfr. il 3° volume della “Nuova Collana di Economisti Stranieri e Italiani” pubblicato nel 1936 dalla UTET di Torino. Lo

scritto di Carlo Cattaneo si può leggere in C. Cattaneo, Dell’”Economia Nazionale” di Federico List, in Id., Scritti

economici, a cura di A. Bertolino, Le Monnier, Firenze, vol. 2°, 1956.

94 S. Lanaro, Nazione e Lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia 1870-1925, cit., p. 164.

95 Cfr. V. Pareto, Le industrie meccaniche e la protezione, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I sem., pp. 308-312.

96 Cfr. Nando detto Marzocco (in realtà V. Pareto), Lettera d’un vignaiuolo, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I

sem., pp. 492-496.

97 Cfr. M. Pantaleoni, L’interesse dell’Italia meridionale nelle trattative doganali austro-tedesche, in “Giornale degli

economisti”, 1891 - I sem., pp. 313-315.

98 Cfr. U. Mazzola, Lo stato e l’industria nazionale, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I sem., pp. 199-203. 37

Per quanto concerne l’elaborazione teorica che emerge dagli scritti pubblicati, dobbiamo

tener conto che furono impiegati tanto principi e teoremi dell’economia classica, quanto la più

aggiornata teoria dell’equilibrio di matrice marginalista. De Viti fu l’autore che maggiormente si

prestò a chiarire i termini, teorici o meno, della questione, sostenendo che: “se produzione a costo

elevato significa industria poco produttiva, bisogna convenire che il regime delle attuali tariffe

doganali, deviando il capitale e il lavoro dagl’investimenti più fruttiferi a quelli che naturalmente lo

99

sono meno, ha diminuito nel complesso la produzione nazionale” .

L’efficienza produttiva (e un massimo di produzione) sono perciò conseguibili a condizione

che il paese si specializzi in quei rami di attività in relazione ai quali presenta un vantaggio

comparato nei confronti dell’estero. Con la teoria di D. Ricardo, De Viti coniugava poi il principio

milliano secondo cui “il capitale limita l’industria”. Disputando sulla questione se lo stato avesse

facoltà di aumentare l’occupazione con un programma di lavori pubblici, egli, sull’assunto implicito

100

di una data dotazione di capitale, poteva rispondere impietosamente di no .

Torno a “L’Industria” per segnalare che ai suddetti argomenti – “quasi invulnerabili contro

101

gli attacchi” se giudicati nell’ottica dell’analisi statica e di lungo periodo – essa seppe replicare

con accortezza, opponendo considerazioni dinamiche e di breve-medio periodo.

Si insistette molto sulla imperfetta mobilità dei fattori produttivi tipica di un paese ancora

non sviluppato come l’Italia. Secondo questo modo di considerare il problema, il capitale non è un

fondo di valore pronto ad ogni uso, purché sia il più remunerativo. Possono esistere remore

psicologiche, oggettive difficoltà di trasferimento, perdite conseguenti a smobilizzi di capitali

tecnici che converrebbe evitare o comunque contabilizzare: un insieme di motivi, insomma,

secondo i quali il capitale disponibile ad impiegarsi in attività produttive non costituisce un dato

della situazione, ma un’entità almeno parzialmente modificabile. Si disse: “In effetti vi sono

capitalisti che, se non potessero destinare la loro pecunia alle manifatture, non la consacrerebbero

all’agricoltura e viceversa. Inoltre vi hanno non pochi forestieri che vengono a fondare opifici da

noi (e ne potremmo citare di molti e di importantissimi), i quali non si dedicherebbero certo alle

102

imprese agrarie” . Si rappresentava in tal modo un fenomeno proprio di economie ancora

prevalentemente agricole che si trovano sulla soglia del decollo industriale o all’inizio di una fase

espansionistica di non breve periodo, e cioè il verificarsi di una elevata elasticità di offerta del

capitale come effetto di aspettative di profitto prima non percepite.

99 ? (articolo attribuito dall’Indice cinquantennale del Giornale degli economisti a De Viti de Marco), Finanza e

politica doganale, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I sem., p. 45.

100 Cfr. A. De Viti de Marco, Le recenti sommosse in Italia. Cause e riforme, art. cit.

101 E’ questo l’autorevole giudizio espresso da J. Viner, Commercio internazionale e sviluppo economico. Saggi di

economia internazionale, traduzione e cura di O. D’Alauro, UTET, Torino, 1968, p. 520.

102 Una risposta all’Economista di Firenze, in “L’Industria”, 27 settembre 1891. 38

Un ulteriore argomento utilizzato da “L’Industria” a favore della scelta protezionistica fu

quello che si potrebbe chiamare delle “esternalità positive”, secondo cui i maggiori costi indotti dal

protezionismo doganale (in termini di allocazione non efficiente delle risorse), possono essere più

che compensati dalle economie conseguite in un sistema produttivo reso più ampio e articolato a

seguito del protezionismo medesimo. L’esempio che questo periodico propose al riguardo è di

scuola e non richiede ulteriori commenti: “Se le strade ferrate dovessero alimentarsi soltanto coi

noli delle derrate del suolo, sarebbe vano sperare che si moltiplicassero e che potessero adottare miti

tariffe. Ma, se oltre a codeste derrate trasporteranno altresì materie prime e i prodotti manufatturati

103

e gli strumenti di lavoro e soprattutto il carbone, il problema sarà felicemente risoluto” . Frase che

richiama la necessità di una contabilizzazione della produttività a scala di sistema, non solo

d’impresa, prefigurando una posizione ante litteram da economia del benessere di matrice

pigouviana.

In sintesi, “L’Industria”, grazie a List e alla cultura industrialista che ne caratterizzò la linea

editoriale, dette prova di una qualche originalità nel tentativo di far assumere alla proposta

protezionistica una valenza scientifica, anche se tale obiettivo non poteva essere compiutamente

perseguito da una rivista che era nata e voleva rimanere sul terreno delle conoscenze pratiche. Non

era infatti nelle intenzioni della testata elaborare una struttura teorica, ma convincere della bontà di

una politica economica che consentisse il sostegno dei prezzi dei prodotti industriali e, tramite essi,

dei profitti e degli investimenti.

In un certo senso, quest’ultime considerazioni dovrebbero aiutare a porre in una prospettiva

corretta la dialettica che allora si istituì tra i due periodici. Se a “L’Industria” non si poteva chiedere

di più di qualche spunto teorico, così non poteva essere per il “Giornale degli economisti”, rivista di

professionisti ben attrezzati analiticamente. Ho già avuto occasione di accennare ai punti “forti”

attorno ai quali questo secondo periodico organizzò le proprie argomentazioni anti-protezionistiche.

Si trattò, in realtà, di una miscela di elementi metodologici, teorici, politici: l’individualismo

metodologico, l’analisi dell’equilibrio, la teoria dei costi comparati, il principio milliano del

“capitale che limita l’industria”, lo spiazzamento determinato dall’intervento pubblico, il

liberalismo politico ed economico. Ma questa miscela, per quanto composta di qualità nobili, finì

per essere giudicata nel suo insieme e, risultando fuori sintonia con le esigenze della politica e degli

interessi ad essa sottesi, non riuscì a ribaltare la situazione.

4. Posizioni “terze” nel dibattito sul protezionismo L. Fontana Russo e R. Benini

103 Protezione agraria e protezione industriale. VI, in “L’Industria”, 17 febbraio 1889. 39

A questo punto della ricostruzione si sarà notato che, nell’istituire il confronto tra le tesi

liberoscambiste e protezioniste, non ho mai riferito delle posizioni assunte in proposito dalla

“Riforma Sociale”. Posso motivare la mia scelta con le seguenti ragioni. La prima è di natura

oggettiva dato che quando questo periodico iniziò le sue pubblicazioni nel 1894, la prima e più

intensa fase del dibattito sul protezionismo poteva dirsi in via di esaurimento. La seconda ragione

consiste nel fatto che la linea tendenzialmente antiprotezionista di cui comunque la “Riforma

104

Sociale” si fece portavoce non fu esente da significative eccezioni .

Pertanto, invece di ripercorrere le argomentazioni pro e contro il protezionismo che

emersero in questa rivista, mi sembra più significativo ricordare due articoli che testimoniano un

approccio alla questione doganale che è sostanzialmente diverso dai modelli proposti dalle altre due

riviste. Il primo saggio è quello di Luigi Fontana Russo che propose una ricostruzione storica delle

105

vicende europee del commercio internazionale dal 1850 al 1880 . La tesi di fondo sostenuta

dall’autore è che queste vicende – prima, fino al 1870 circa, orientate al libero scambio, poi al

protezionismo – siano intelligibili solo alla luce degli equilibri politici interni alle singole nazioni e

degli interessi che essi riflettevano. In Italia, in particolare, quando gli interessi dei proprietari

fondiari – che costituivano il nucleo della classe dirigente del paese – furono minacciati dal forte

abbassamento del prezzo internazionale del grano americano (consentito dall’adozione di mezzi di

trasporto più economici), risultò per c. d. conseguenziale l’adozione di politiche protezionistiche.

A dire il vero, il collegamento istituito Fontana Russo tra interessi di categoria e il

protezionismo, non poteva certo dirsi originale dato che tutta la polemica antiprotezionista

alimentata sul “Giornale degli economisti” si basava, appunto, sulla denuncia di quella collusione. Il

pregio di quella posizione sta altrove, e precisamente nel modo disincantato – storicizzante, direi –

con il quale questo autore aveva impostato il problema. Cosicché il protezionismo e il libero

scambio non vengono presentati come due teorie economiche, una delle quali necessariamente vera

e l’altra falsa, ma come due modi alternativi di approccio alla politica economica, di cui occorre

vagliare la legittimità con l’ausilio di concreti riferimenti storici, piuttosto che all’interno di schemi

economici astratti.

Seguendo questo metodo, Fontana Russo analizza il formarsi, nei singoli paesi, di specifiche

aggregazioni di convenienze e di sistemi di associazioni rappresentative; riflette sulle caratteristiche

delle varie strutture istituzionali, e registra, infine, l’accaduto nei termini di un’analisi comparata

104 Esemplificativi della critica al protezionismo doganale sono F. S. Nitti, Il partito degli agrari e il suo significato

sociale, in “Riforma Sociale”, 1894, vol. I, pp. 262-265 e A. Contento, Il nuovo catenaccio, in “Riforma Sociale”, 1896,

vol.VI, pp. 51-57. A proposito della posizione di Nitti, occorre ricordare tuttavia che essa subì, sul finire degli anni

novanta, un’evoluzione in senso protezionistico e meridionalistico.

105 Cfr. L. Fontana Russo, La funzione delle dogane negli Stati d’Europa, in “La Riforma Sociale”, 1898, vol. VIII, pp.

997-1028. 40

delle risposte politiche date dalle classi dirigenti dei paesi europei di fronte ai cambiamenti

intervenuti nella seconda metà dell’Ottocento. E’ sostanzialmente per questa sua particolare

106

attitudine di ricerca che è possibile giudicare questo studio originale e, per quei tempi, insolito .

Passo a Rodolfo Benini, la cui posizione si distingue, all’interno del dibattito sulla tariffa

107

doganale, per aver tentato di spiegare il protezionismo su una base di razionalità economica . Egli

utilizzò due argomenti, di cui il primo può essere così esposto.

Durante gli anni ottanta dell’Ottocento, il governo italiano, sia per conseguire l’abolizione

del corso forzoso che per finanziare i deficit di bilancio dello stato, aveva adottato una politica di

indebitamento pubblico tramite emissioni di prestiti sottoscritti, per una quota rilevante, da residenti

108

all’estero . L’afflusso di questi capitali produceva un effetto di sostegno del cambio della lira e,

pro-tanto, agiva come elemento penalizzante delle nostre esportazioni e come premio alle

importazioni. Cosicché – questa è la prima conclusione di Benini – la tariffa dell’87, producendo

effetti contrari a quelli indotti da quella (per lui) errata politica finanziaria, era da valutarsi, piuttosto

che espressione della volontà di affaristi al potere, come un opportuno provvedimento

compensativo, a salvaguardia degli interessi nazionali.

Il secondo argomento è invece squisitamente teorico e consiste nello studiare gli effetti,

all’interno del classico schema di due paesi e due beni, dell’introduzione di un dazio d’importazione

da parte di uno soltanto dei due paesi. In ipotesi, ciò induce il secondo paese ad abbassare il prezzo

del bene da esso prodotto al fine di continuare a vendere al primo paese la stessa quantità di prima

che il dazio fosse introdotto. In tale eventualità, il dazio perde la sua natura protettiva e