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Questa tariffa, no, non è un’improvvisazione di pochi mesi, non rappresenta inacerbimenti di dazi stabiliti

più per amore di sistema che per necessità di cose: essa è la risultante naturale di studi e ricerche iniziate fin

dal 1883, e dirette con un fine ben determinato che può così riassumersi: stabilire il grado di protezione

85

necessario ad assicurare la vitalità delle forze industriali del Paese .

A dire il vero, non mancavano argomenti per mettere in discussione il grado di razionalità

economica della tariffa. Il dazio sul grano comportava un più alto prezzo delle sussistenze e un

discutibilissimo trasferimento di potere d’acquisto dai consumatori ad una categoria ristretta, e ben

poco meritoria di riconoscimenti, com’era quella dei proprietari fondiari delle colture estensive. I

dazi sulla ghisa e sul ferro, mentre da un lato non fornivano alcuna fondata garanzia di poter dar

luogo nel breve-medio periodo ad un’industria siderurgica competitiva, dall’altro annullavano il

tasso nominale di protezione concesso all’industria meccanica.

Occorre tuttavia riconoscere che anche “L’Industria” fu pienamente consapevole di queste

contraddizioni, com’è dimostrato dal fatto che prima ancora che la tariffa fosse approvata in

86

Parlamento, essa consigliò che fossero depennati i previsti dazi sul ferro e sulla ghisa , ed espresse

anche seri dubbi in merito al dazio sul grano tramite due articoli decisamente contrari a quella

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misura protezionistica . In breve, il sostegno concesso da “L’Industria” alla tariffa nella sua

globalità va interpretato alla luce di motivazioni di carattere più generale – sostanzialmente, di

compromesso politico – rispetto a quelle che essa pose effettivamente a base del suo modello di

protezionismo. Così, ad esempio, si puntualizzava: “La riforma dei dazi sui prodotti siderurgici

costa assai cara ai fabbricanti del nostro paese, grandi consumatori di ferro e di macchine, ed essi vi

si sottoposero senza riluttanza soltanto perchè sono usi a tollerare sacrifici, domandati in nome

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dell’erario e degli apprestamenti militari” .

Sulla questione del dazio sul grano furono pubblicati all’inizio del 1889 sei articoli per

dimostrarne la minore “necessarietà e ragionevolezza” rispetto a quelli applicati alle manifatture.

Non accade quasi mai che l’attuazione di una politica economica rifletta specularmente la matrice

teorico-dottrinaria da cui deriva. Evidentemente, a giudicare dalle riserve espresse, neppure

“L’Industria” sfuggì a questa regola. La tariffa del 1887 non rappresentò per essa un modello di

coerenza, ma era pur sempre quanto di meglio si era riusciti a fare per concretezzare i principi

propugnati da questo periodico.

Fra i molteplici argomenti idonei a sostenere la fondatezza della Tariffa, il più ampiamente

utilizzato fu quello della dottrina dell’ “industria nascente”, associando immancabilmente ad essa,

85 A proposito delle trattative commerciali colla Francia, in “L’Industria”, 8 gennaio 1888.

86 Cfr. I nuovi ordinamenti doganali: industrie meccaniche e metallurgiche, in “L’Industria”, 17 aprile 1887.

87 Cfr. C. F. (probabilmente Carlo Ferraris) Dazi protettori. Esportazione di cereali e farine, in “L’Industria”, 30

gennaio 1887, e Id., Dazi protettori, esportazione di cereali, in “L’Industria”, 13 marzo 1887.

88 L’ortodossia economica, in “L’Industria”, 16 novembre 1890. Secondo R. Prodi, Il protezionismo nella politica e

nell’industria italiana dall’unificazione al 1887, in “Nuova Rivista Storica”, 1966, gennaio-aprile, p. 53, la tariffa

siderurgica fu in realtà elaborata nelle stanze dei Ministeri piuttosto che nella sala-riunioni della Camera di Commercio

di Milano. 35

con funzione puramente cautelativa , il nome di J. S. Mill. Attraverso il concetto di infant industry,

si intendeva di fatto riqualificare la prerogativa di “naturalità” che le attività produttive devono

possedere per poter essere svolte in modo efficiente, per giungere così a sostenere che l’inferiorità

dimostrata da un paese rispetto ad altri nella produzione di certi beni, poteva essere conseguenza di

ostacoli storici-concreti facilmente superabili: “Sono forse tanto diverse le nostre condizioni

naturali da quelle della Svizzera, che esporta tanta copia di macchine, di filati, di tele? A questi

ordini di opifici è perfettamente applicabile la teorica di Stuart Mill. Non si tratta di sviluppo

forzato; ma di aiuto temporaneo ad alcuni rami della produzione che, col tempo, potranno

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camminare da sé” .

Considerata l’applicazione che se ne sarebbe fatta, si può dire che la dottrina dell’industria

nascente costituì una sorta di cavallo di Troia che gli economisti classici avevano

inconsapevolmente collocato all’interno della fortezza della divisione internazionale del lavoro.

Niente di meglio che usufruire di questo argomento come paravento contro le bordate

antiprotezionistiche che venivano dai teorici del libero scambio.

“L’Industria” dunque citò moltissimo J. S. Mill, ma il cuore, per così dire, batteva per

Friedrich List. L’economista tedesco dell’indipendenza nazionale aveva infatti stabilito che ogni

paese, per “emanciparsi”, avrebbe dovuto perseguire la pienezza delle funzioni economiche

(agricola-industriale-commerciale), con quella industriale a garantire tanto lo sviluppo delle “forze

produttive”, quanto l’innescarsi del circolo virtuoso della civiltà.

Con queste convinzioni, si può ben capire come i redattori de “L’Industria” considerassero

una prova a sostegno della loro tesi il fatto che anche l’Inghilterra avesse dovuto procedere per

questo viatico: “La conversione dell’Inghilterra ai principi del libero scambio non fu merito degli

economisti ma del sistema protettivo che l’aveva condotta a tanta altezza economica da trovar

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conveniente un regime di libera concorrenza” . Questa esemplificazione portava con sé anche

l’adesione al principio della temporaneità del protezionismo doganale, concetto più volte ribadito

sulla scorta dello stesso modello listiano. Da tale modello furono enucleati due ulteriori elementi:

91

quello della maggiore importanza del mercato interno rispetto a quello estero , e quello della

92

crescita del settore agricolo a rimorchio della crescita industriale .

Se la fonte di tali posizioni è sicuramente rintracciabile nell’opera di F. List, il suo nome,

però, quasi per un tacito accordo, è come se fosse stato bandito dal periodico. Probabilmente, si

trattò di un espediente per non porgere il fianco alle affilate armi critiche degli avversari. Non ci

dobbiamo infatti dimenticare che, nonostante il protezionismo fosse diventato col 1887 indirizzo di

89 Un’altra risposta all’Economista di Firenze, in “L’Industria”, 11 ottobre 1891.

90 Note economiche. I successi del libero scambio, in “L’Industria”, 16 gennaio 1898.

91 Cfr., in particolare, Protezione agraria e protezione industriale. V, in “L’Industria”, 10 febbraio 1889

92 Cfr. Il Congresso di Napoli, in “L’Industria”, 19 luglio 1891 36

politica ufficiale, erano ancora le concezioni basate sul libero scambio a tenere banco nell’economia

ufficiale. Si ritenne che, di fronte ad esse, l’intuizionismo, sia pure convincente ed originale di un

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List, non potesse più di tanto .

In effetti, la critica proveniente da coloro che aderivano al free trade, oltre che dura e

impietosa, si caratterizzò, non raramente, per i toni ironici e sprezzanti, tanto che, come è stato

detto, non è possibile tradurre completamente “in categoria storiografica il terrorismo ideologico

esercitato dai professori liberisti, la cui arroganza accademica costrinse pure i fautori delle tariffe

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(...) ad autocensure e a furberie non di rado umilianti” .

Passiamo dunque al campo avverso del “Giornale degli economisti” e dei “professori

liberisti” che vi pubblicavano. Tra di essi, in realtà, militavano gli studiosi teoricamente più

avanzati che allora avesse l’Italia. I nomi sono noti: Antonio De Viti de Marco, Maffeo Pantaleoni,

Vilfredo Pareto, Ugo Mazzola. In breve, i loro veti antiprotezionistici si nutrirono di un assioma e di

una elaborazione teorica difficilmente attaccabili. L’assioma, di una semplicità disarmante, recita

che, dal momento che i cittadini di un paese intendono commerciare con l’estero, ciò significa che

gli conviene. Ovviamente, tale assioma riposa sulla presunzione, già autorevolmente adottata da

Adam Smith, che ciò che è virtù per il singolo non possa non esserlo anche per collettività di

appartenenza. Questa linea di individualismo metodologico pervade gli articoli che il “Giornale

degli economisti” dedicò ad illustrare i vantaggi del libero scambio, concretizzandosi nell’impiego

diffuso di analisi e di strumenti microeconomici per fondare conclusioni di rilevanza

macroeconomica. Le argomentazioni di Pareto sulla competitività dell’industria meccanica

95

italiana , ancora di Pareto sulle virtù della teoria dei costi comparati spiegata alla buona da un

96 97

“vignaiuolo all’Antella” , di Pantaleoni sul dazio tedesco sui vini confezionati , di Mazzola sul

differenziale negativo del costo del lavoro per unità di prodotto sostenuto in Italia rispetto ad altri

98

paesi , costituiscono tutte esemplificazioni sia di precisi orientamenti scientifici e metodologici,

che di pedagogia e propaganda applicativa di teoria pura.

93 Vedi, in proposito, quanto scrive G. Mori, nella sua Introduzione a F. List, Il sistema nazionale di economia politica,

cit.. Andrà anche ricordato come il processo di diffusione del pensiero listiano in Italia fosse stato irrimediabilmente

compromesso dalla lunga recensione-stroncatura effettuata nel 1843 da Carlo Cattaneo. Non è certo senza significato

che per avere una prima, ma parziale, traduzione in italiano dell’opera listiana si sia dovuto aspettare quasi un secolo:

cfr. il 3° volume della “Nuova Collana di Economisti Stranieri e Italiani” pubblicato nel 1936 dalla UTET di Torino. Lo

scritto di Carlo Cattaneo si può leggere in C. Cattaneo, Dell’”Economia Nazionale” di Federico List, in Id., Scritti

economici, a cura di A. Bertolino, Le Monnier, Firenze, vol. 2°, 1956.

94 S. Lanaro, Nazione e Lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia 1870-1925, cit., p. 164.

95 Cfr. V. Pareto, Le industrie meccaniche e la protezione, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I sem., pp. 308-312.

96 Cfr. Nando detto Marzocco (in realtà V. Pareto), Lettera d’un vignaiuolo, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I

sem., pp. 492-496.

97 Cfr. M. Pantaleoni, L’interesse dell’Italia meridionale nelle trattative doganali austro-tedesche, in “Giornale degli

economisti”, 1891 - I sem., pp. 313-315.

98 Cfr. U. Mazzola, Lo stato e l’industria nazionale, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I sem., pp. 199-203. 37

Per quanto concerne l’elaborazione teorica che emerge dagli scritti pubblicati, dobbiamo

tener conto che furono impiegati tanto principi e teoremi dell’economia classica, quanto la più

aggiornata teoria dell’equilibrio di matrice marginalista. De Viti fu l’autore che maggiormente si

prestò a chiarire i termini, teorici o meno, della questione, sostenendo che: “se produzione a costo

elevato significa industria poco produttiva, bisogna convenire che il regime delle attuali tariffe

doganali, deviando il capitale e il lavoro dagl’investimenti più fruttiferi a quelli che naturalmente lo

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sono meno, ha diminuito nel complesso la produzione nazionale” .

L’efficienza produttiva (e un massimo di produzione) sono perciò conseguibili a condizione

che il paese si specializzi in quei rami di attività in relazione ai quali presenta un vantaggio

comparato nei confronti dell’estero. Con la teoria di D. Ricardo, De Viti coniugava poi il principio

milliano secondo cui “il capitale limita l’industria”. Disputando sulla questione se lo stato avesse

facoltà di aumentare l’occupazione con un programma di lavori pubblici, egli, sull’assunto implicito

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di una data dotazione di capitale, poteva rispondere impietosamente di no .

Torno a “L’Industria” per segnalare che ai suddetti argomenti – “quasi invulnerabili contro

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gli attacchi” se giudicati nell’ottica dell’analisi statica e di lungo periodo – essa seppe replicare

con accortezza, opponendo considerazioni dinamiche e di breve-medio periodo.

Si insistette molto sulla imperfetta mobilità dei fattori produttivi tipica di un paese ancora

non sviluppato come l’Italia. Secondo questo modo di considerare il problema, il capitale non è un

fondo di valore pronto ad ogni uso, purché sia il più remunerativo. Possono esistere remore

psicologiche, oggettive difficoltà di trasferimento, perdite conseguenti a smobilizzi di capitali

tecnici che converrebbe evitare o comunque contabilizzare: un insieme di motivi, insomma,

secondo i quali il capitale disponibile ad impiegarsi in attività produttive non costituisce un dato

della situazione, ma un’entità almeno parzialmente modificabile. Si disse: “In effetti vi sono

capitalisti che, se non potessero destinare la loro pecunia alle manifatture, non la consacrerebbero

all’agricoltura e viceversa. Inoltre vi hanno non pochi forestieri che vengono a fondare opifici da

noi (e ne potremmo citare di molti e di importantissimi), i quali non si dedicherebbero certo alle

102

imprese agrarie” . Si rappresentava in tal modo un fenomeno proprio di economie ancora

prevalentemente agricole che si trovano sulla soglia del decollo industriale o all’inizio di una fase

espansionistica di non breve periodo, e cioè il verificarsi di una elevata elasticità di offerta del

capitale come effetto di aspettative di profitto prima non percepite.

99 ? (articolo attribuito dall’Indice cinquantennale del Giornale degli economisti a De Viti de Marco), Finanza e

politica doganale, in “Giornale degli economisti”, 1891 - I sem., p. 45.

100 Cfr. A. De Viti de Marco, Le recenti sommosse in Italia. Cause e riforme, art. cit.

101 E’ questo l’autorevole giudizio espresso da J. Viner, Commercio internazionale e sviluppo economico. Saggi di

economia internazionale, traduzione e cura di O. D’Alauro, UTET, Torino, 1968, p. 520.

102 Una risposta all’Economista di Firenze, in “L’Industria”, 27 settembre 1891. 38

Un ulteriore argomento utilizzato da “L’Industria” a favore della scelta protezionistica fu

quello che si potrebbe chiamare delle “esternalità positive”, secondo cui i maggiori costi indotti dal

protezionismo doganale (in termini di allocazione non efficiente delle risorse), possono essere più

che compensati dalle economie conseguite in un sistema produttivo reso più ampio e articolato a

seguito del protezionismo medesimo. L’esempio che questo periodico propose al riguardo è di

scuola e non richiede ulteriori commenti: “Se le strade ferrate dovessero alimentarsi soltanto coi

noli delle derrate del suolo, sarebbe vano sperare che si moltiplicassero e che potessero adottare miti

tariffe. Ma, se oltre a codeste derrate trasporteranno altresì materie prime e i prodotti manufatturati

103

e gli strumenti di lavoro e soprattutto il carbone, il problema sarà felicemente risoluto” . Frase che

richiama la necessità di una contabilizzazione della produttività a scala di sistema, non solo

d’impresa, prefigurando una posizione ante litteram da economia del benessere di matrice

pigouviana.

In sintesi, “L’Industria”, grazie a List e alla cultura industrialista che ne caratterizzò la linea

editoriale, dette prova di una qualche originalità nel tentativo di far assumere alla proposta

protezionistica una valenza scientifica, anche se tale obiettivo non poteva essere compiutamente

perseguito da una rivista che era nata e voleva rimanere sul terreno delle conoscenze pratiche. Non

era infatti nelle intenzioni della testata elaborare una struttura teorica, ma convincere della bontà di

una politica economica che consentisse il sostegno dei prezzi dei prodotti industriali e, tramite essi,

dei profitti e degli investimenti.

In un certo senso, quest’ultime considerazioni dovrebbero aiutare a porre in una prospettiva

corretta la dialettica che allora si istituì tra i due periodici. Se a “L’Industria” non si poteva chiedere

di più di qualche spunto teorico, così non poteva essere per il “Giornale degli economisti”, rivista di

professionisti ben attrezzati analiticamente. Ho già avuto occasione di accennare ai punti “forti”

attorno ai quali questo secondo periodico organizzò le proprie argomentazioni anti-protezionistiche.

Si trattò, in realtà, di una miscela di elementi metodologici, teorici, politici: l’individualismo

metodologico, l’analisi dell’equilibrio, la teoria dei costi comparati, il principio milliano del

“capitale che limita l’industria”, lo spiazzamento determinato dall’intervento pubblico, il

liberalismo politico ed economico. Ma questa miscela, per quanto composta di qualità nobili, finì

per essere giudicata nel suo insieme e, risultando fuori sintonia con le esigenze della politica e degli

interessi ad essa sottesi, non riuscì a ribaltare la situazione.

4. Posizioni “terze” nel dibattito sul protezionismo L. Fontana Russo e R. Benini

103 Protezione agraria e protezione industriale. VI, in “L’Industria”, 17 febbraio 1889. 39

A questo punto della ricostruzione si sarà notato che, nell’istituire il confronto tra le tesi

liberoscambiste e protezioniste, non ho mai riferito delle posizioni assunte in proposito dalla

“Riforma Sociale”. Posso motivare la mia scelta con le seguenti ragioni. La prima è di natura

oggettiva dato che quando questo periodico iniziò le sue pubblicazioni nel 1894, la prima e più

intensa fase del dibattito sul protezionismo poteva dirsi in via di esaurimento. La seconda ragione

consiste nel fatto che la linea tendenzialmente antiprotezionista di cui comunque la “Riforma

104

Sociale” si fece portavoce non fu esente da significative eccezioni .

Pertanto, invece di ripercorrere le argomentazioni pro e contro il protezionismo che

emersero in questa rivista, mi sembra più significativo ricordare due articoli che testimoniano un

approccio alla questione doganale che è sostanzialmente diverso dai modelli proposti dalle altre due

riviste. Il primo saggio è quello di Luigi Fontana Russo che propose una ricostruzione storica delle

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vicende europee del commercio internazionale dal 1850 al 1880 . La tesi di fondo sostenuta

dall’autore è che queste vicende – prima, fino al 1870 circa, orientate al libero scambio, poi al

protezionismo – siano intelligibili solo alla luce degli equilibri politici interni alle singole nazioni e

degli interessi che essi riflettevano. In Italia, in particolare, quando gli interessi dei proprietari

fondiari – che costituivano il nucleo della classe dirigente del paese – furono minacciati dal forte

abbassamento del prezzo internazionale del grano americano (consentito dall’adozione di mezzi di

trasporto più economici), risultò per c. d. conseguenziale l’adozione di politiche protezionistiche.

A dire il vero, il collegamento istituito Fontana Russo tra interessi di categoria e il

protezionismo, non poteva certo dirsi originale dato che tutta la polemica antiprotezionista

alimentata sul “Giornale degli economisti” si basava, appunto, sulla denuncia di quella collusione. Il

pregio di quella posizione sta altrove, e precisamente nel modo disincantato – storicizzante, direi –

con il quale questo autore aveva impostato il problema. Cosicché il protezionismo e il libero

scambio non vengono presentati come due teorie economiche, una delle quali necessariamente vera

e l’altra falsa, ma come due modi alternativi di approccio alla politica economica, di cui occorre

vagliare la legittimità con l’ausilio di concreti riferimenti storici, piuttosto che all’interno di schemi

economici astratti.

Seguendo questo metodo, Fontana Russo analizza il formarsi, nei singoli paesi, di specifiche

aggregazioni di convenienze e di sistemi di associazioni rappresentative; riflette sulle caratteristiche

delle varie strutture istituzionali, e registra, infine, l’accaduto nei termini di un’analisi comparata

104 Esemplificativi della critica al protezionismo doganale sono F. S. Nitti, Il partito degli agrari e il suo significato

sociale, in “Riforma Sociale”, 1894, vol. I, pp. 262-265 e A. Contento, Il nuovo catenaccio, in “Riforma Sociale”, 1896,

vol.VI, pp. 51-57. A proposito della posizione di Nitti, occorre ricordare tuttavia che essa subì, sul finire degli anni

novanta, un’evoluzione in senso protezionistico e meridionalistico.

105 Cfr. L. Fontana Russo, La funzione delle dogane negli Stati d’Europa, in “La Riforma Sociale”, 1898, vol. VIII, pp.

997-1028. 40

delle risposte politiche date dalle classi dirigenti dei paesi europei di fronte ai cambiamenti

intervenuti nella seconda metà dell’Ottocento. E’ sostanzialmente per questa sua particolare

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attitudine di ricerca che è possibile giudicare questo studio originale e, per quei tempi, insolito .

Passo a Rodolfo Benini, la cui posizione si distingue, all’interno del dibattito sulla tariffa

107

doganale, per aver tentato di spiegare il protezionismo su una base di razionalità economica . Egli

utilizzò due argomenti, di cui il primo può essere così esposto.

Durante gli anni ottanta dell’Ottocento, il governo italiano, sia per conseguire l’abolizione

del corso forzoso che per finanziare i deficit di bilancio dello stato, aveva adottato una politica di

indebitamento pubblico tramite emissioni di prestiti sottoscritti, per una quota rilevante, da residenti

108

all’estero . L’afflusso di questi capitali produceva un effetto di sostegno del cambio della lira e,

pro-tanto, agiva come elemento penalizzante delle nostre esportazioni e come premio alle

importazioni. Cosicché – questa è la prima conclusione di Benini – la tariffa dell’87, producendo

effetti contrari a quelli indotti da quella (per lui) errata politica finanziaria, era da valutarsi, piuttosto

che espressione della volontà di affaristi al potere, come un opportuno provvedimento

compensativo, a salvaguardia degli interessi nazionali.

Il secondo argomento è invece squisitamente teorico e consiste nello studiare gli effetti,

all’interno del classico schema di due paesi e due beni, dell’introduzione di un dazio d’importazione

da parte di uno soltanto dei due paesi. In ipotesi, ciò induce il secondo paese ad abbassare il prezzo

del bene da esso prodotto al fine di continuare a vendere al primo paese la stessa quantità di prima

che il dazio fosse introdotto. In tale eventualità, il dazio perde la sua natura protettiva e assume

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invece interamente carattere fiscale: un’imposta che di fatto si ripercuote sugli stranieri .

L’ipotesi, ineccepibile in sé, risultava però quanto meno ardita per un paese come l’Italia

che presentava una asimmetria non favorevole in fatto di elasticità della domanda internazionale.

Sennonché, l’argomento basato sulla variazione (indotta dalla dogana) delle ragioni di scambio,

106 Fontana Russo dedicò anche altri studi alla questione doganale. Tra questi, risulta particolarmente rilevante L.

Fontana-Russo, I trattati di commercio e l’economia nazionale, con Prefazione di L. Luzzatti, Società Editrice Dante

Alighieri, Roma, 1902, dove l’A. nuovamente ribadisce la propria posizione contraria agli “estremismi” dottrinari. Ciò

che il lettore di allora forse non apprezzò, può farlo invece quello di oggi, che, a seguito della sedimentazione delle

politiche commerciali varate nel corso del Ventesimo secolo, può trovare non pochi riscontri della fondatezza di quella

modalità interpretativa. Un importante studio che , in certo qual modo, riprende, aggiornandola, la metodologia di

Fontana Russo è quello di P. Gourevitch, La politica dei tempi difficili. Il governo delle crisi economiche 1870-1980,

Marsilio Editore, Venezia, 1991.

107 Cfr. R. Benini, La politica doganale dell’Italia al Congresso Economico di Milano, (in due puntate), in “La Riforma

Sociale”, 1894, vol. ii, pp. 630-637 e pp. 732-738.

108 Come è noto, il collocamento della Rendita Italiana (e dei titoli ferroviari) avveniva principalmente sulla piazza di

Parigi e tramite, comunque, importanti Case finanziarie straniere. Per una esauriente ricostruzione di tali modalità di

emissione e dei molteplici effetti conseguenti, rinvio il lettore al saggio introduttivo di M. De Cecco (a cura di), L’Italia

e il sistema finanziario internazionale 1861-1914, Editori Laterza, Bari, 1990, pp. 1-54.

109 Cfr. in particolare R. Benini, La politica doganale dell’Italia al Congresso Economico di Milano, art. cit., p. 735. 41

poté essere più convenientemente assunto come base per sostenere che, di fronte al protezionismo

110

degli altri paesi, risultava razionale replicare con analoghi provvedimenti di guerra commerciale .

Tutte e tre le testate dovettero confrontarsi con la teoria del dazio “ottimo” di Benini.

“L’Industria” l’acquisì integralmente, sia per rafforzare la propria caratterizzazione pro-tariffa, che

per stigmatizzare i criteri di condotta della finanza pubblica seguiti dal governo italiano. “La

Riforma Sociale” – che tale articolo, in due puntate, ospitò – fu scossa nelle sue certezze

antiprotezioniste al punto che “La Direzione” (ovvero F. S. Nitti), nel postillare la seconda puntata

dell’articolo, dichiarò di apprezzarne i contenuti, così ritirando le forti riserve che invece aveva

111

espresso nel presentare la prima puntata . “Il Giornale degli economisti” si impegnò, invece, a

mostrarne la sostanziale irrilevanza. Al fondo delle posizioni nuovamente ribadite (in particolare, ad

opera di E. Giretti), vi era la convinzione che i sottili distinguo beniniani non avevano ragion

d’essere in un contesto internazionale di rincorsa generalizzata al protezionismo, dove nessun paese,

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in definitiva, avrebbe guadagnato e tutti avrebbero perso .

Per concludere, la teoria del dazio “ottimo” di Benini impose ai partecipanti al dibattito di

riconsiderare le proprie posizioni. A ben vedere, però, si trattò di un sommovimento di breve durata,

dato che esso fu presto metabolizzato all’interno di un confronto-scontro tra chi era meno disposto a

comprendere le ragioni altrui.

5. Cicli economici e cicli politici in Antonio De Viti de Marco

Il quadro delle vicende economiche del tempo, nei suoi collegamenti con la tariffa del 1887,

può essere sinteticamente così delineato. Durante gli anni ottanta si ha una crescita del reddito e dei

consumi, anche se la penuria dei dati disponibili non consentirono una registrazione accurata del

fenomeno. A partire dal 1888, anno di entrata in vigore della tariffa, e per almeno il primo

quinquennio degli anni novanta, la crescita produttiva e dei consumi rallenta o perfino, per taluni

beni, si interrompe.

110 Colgo qui l’occasione per ricordare che uno scritto che tratta, sotto altro profilo teorico, delle posizioni di Benini in

merito al protezionismo, è A. Aiello, Economie esterne e protezionismo per fini di sviluppo in alcune lettere di R.

Benini a M. Pantaleoni, in “Economia e Storia”, 1973, n. 4, pp. 538-546.

111 Cfr. R. Benini, La politica doganale dell’Italia al Congresso Economico di Milano, art. cit., p. 630 e p. 732.

112 Gli articoli di Giretti a cui mi riferisco costituirono altrettante repliche a scritti di R. Benini pubblicati sul “Giornale

degli economisti”. Fornisco qui di seguito, in ordine cronologico, i riferimenti bibliografici di quel dibattito: R. Benini,

L’azione dello stato sul corso dei cambi ed i criteri dell’amministrazione italiana, in “Giornale degli economisti”, 1894

- I sem., pp. 299-322; E. Giretti, Sei anni di protezionismo in Italia. A proposito del Congresso economico di Milano, in

“Giornale degli economisti”, 1894 - II sem., pp. 541-565; R. Benini, Sei anni di protezionismo o dodici di sgoverno?

Risposta ai signori. Prof. Masè-Dari, Coletti e Giretti, in “Giornale degli economisti”, 1895- I sem., pp. 283-326; E.

Giretti, Protezionismo e sgoverno. Replica a R. Benini, in “Giornale degli economisti”, 1895 - II sem., pp. 1-43. 42

Istituire una relazione di causa-effetto tra la restrizione del commercio internazionale e la

113

stagnazione delle attività economiche fu fin troppo agevole per i sostenitori del libero scambio .

La loro spiegazione filava liscia come l’olio: dal protezionismo all’inefficienza allocativa, da questa

ad un livello di produzione e di reddito non ottimale da cui, per finire, consumi e risparmi più bassi

di quanto altrimenti sarebbero potuti essere. Si descriveva così, attraverso una successione di

equilibri comparati, un processo di involuzione economica.

Le cose, in realtà, erano molto più complesse, con settori che progredivano mentre altri

rivelavano i caratteri di una crisi di non breve periodo. Per gli stessi autori del “Giornale degli

economisti” il segno più evidente dell’esistenza di un “profondo malessere” era fornito, da una

parte, dalla difficoltà di smercio dei beni prodotti, e, dall’altra, dai livelli di miseria che

caratterizzavano i consumi di gran parte della popolazione. Il fenomeno richiamava dunque la

necessità di una spiegazione più articolata. Al riguardo, non è di poco conto che, per conseguire un

livello conoscitivo più soddisfacente della crisi in atto, anche all’interno del “Giornale degli

economisti” si sia infine fatto ricorso ad analisi dinamiche aventi la natura di teorie del ciclo. Di

fatto, è stato possibile rintracciarne almeno due, la prima attribuibile a De Viti De Marco, la

seconda a Pantaleoni.

Secondo De Viti, la tariffa dell’87 e la contemporanea rottura dei rapporti commerciali con

la Francia (principale acquirente delle nostre produzioni), aveva determinato la restrizione dei

mercati di esportazione di alcuni tipici prodotti dell’economia meridionale, primi fra tutti il vino,

l’olio e gli agrumi, e, di conseguenza, la diminuzione del loro prezzo. Non così per i prezzi dei beni

manifatturieri assistiti da protezione (in gran parte prodotti al Nord). Perciò, l’allargamento della

forbice dei prezzi relativi era andato a danno dell’Italia meridionale. De Viti ne traeva questa

sintesi:

la stessa causa – proibizione o limitazione del commercio esterno – crea la offerta nazionale di manufatti e

sopprime la domanda nazionale degli stessi manufatti. E’ un circolo fatale di forze economiche, che produce

come effetto immediato la crescente miseria delle classi agricole, e come effetto mediato l’anemia e la rovina

114

delle industrie manufattrici .

Il modello così richiamato è a due settori: quello agricolo, il cui potere d’acquisto, per le

ragioni prima dette, diminuisce, e quello industriale che invece è potenziato nella aspettativa

(indotta dal protezionismo) di profitti crescenti. L’ulteriore semplificazione adottata dal De Viti è

che il settore agricolo è localizzato al Sud, quello industriale al Nord.

A seguito del processo di ri-allocazione delle risorse indotto dalle nuove convenienze create

dal protezionismo, tanto la struttura della domanda quanto il sistema dei prezzi dei beni subiscono

113 Più di altri, si dedicò a svolgere questa funzione di chiarimento, tuttavia non sempre in modo convicente, E. Giretti.

Cfr. Id., Sei anni di protezionismo in Italia. A proposito del Congresso Economico di Milano, art. cit.; e Id.,

Protezionismo e sgoverno. Replica a R. Benini, art.cit.

114 A. De Viti de Marco, La nuova tariffa doganale italiana, in “Giornale degli economisti”, 1892 - I sem., p. 129. 43

significative e repentine variazioni.. La composizione merceologica ante-tariffa della produzione

risulta incoerente con il sistema dei prezzi post-tariffa, da cui la manifestazione di una crisi

derivante da sproporzioni produttive intersettoriali. Il dualismo Nord industriale – Sud agricolo (e

povero) descritto da De Viti impedisce peraltro che il meccanismo di adeguamento del mercato

possa risolvere a breve termine questo squilibrio. Egli ha chiaramente in mente una dinamica che

obbedisce alla Legge di Engel, che associa a ciascun livello di reddito una data struttura dei

consumi: più basso è il reddito, più elevata è la proporzione di esso utilizzato per acquistare beni di

sussistenza, in primo luogo generi alimentari e, di converso, più accentuata la diminuzione della

domanda di beni dell’industria. Di qui l’impossibilità delle regioni meridionali – impoverite dal

mutamento dei prezzi relativi indotto dal protezionismo – ad acquistare i prodotti delle regioni

settentrionali, e, nel contempo, il venir meno in queste stesse regioni di un livello della domanda

sufficiente a sostenere quella elevata propensione agli investimenti verso cui la tariffa era stata

preordinata.

Ecco perché, secondo De Viti, l’artificioso potenziamento industriale del Nord non si

sarebbe tradotto in aumento del reddito, ma avrebbe rivelato i caratteri speciali di una crisi da

sottoconsumo.

Al fine di non ingenerare affrettate interpretazioni in merito a questa rappresentazione

dell’economista pugliese, un punto va precisato. Laddove la sua spiegazione mette in luce un

crescente divario tra capacità produttiva e capacità di consumo, potrebbe richiamare, ma solo

superficialmente, alcune tipiche analisi sottoconsumistiche di economisti come Malthus o

115

Sismondi . In realtà, se ne discosta profondamente, una volta che sia chiarito che in questo autore

il sottoconsumo non costituisce affatto una tendenza immanente al capitalismo di mercato, bensì la

conseguenza di una politica economica del tutto errata.

L’angolazione dalla quale De Viti valuta l’efficacia della politica protezionistica del tempo

tende soprattutto a focalizzare gli interessi del Sud. Si tratta di un approccio del tutto

consequenziale al fatto che proprio questi interessi erano stati maggiormente penalizzati dalla

tariffa. Ma appare anche corretto in un’ottica generale solo che si consideri che ben difficilmente un

paese, che si trovi in una fase di incipiente sviluppo e che intenda attivare un processo di lungo

periodo di crescita del reddito, potrebbe contare sul solo mercato interno per autoalimentare una

116

simile dinamica .

115 Per uno studio d’insieme sulla teoria del sottoconsumo al tempo degli economisti classici, rinvio a P. Barucci, Prime

teorie sul sottoconsumo, Editrice Cooperativa Libraria, Firenze, 1971.

116 Tra quanti hanno cercato di interpretare la storia economica italiana di quel periodo, ha insistito molto su questo

argomento S. Fenoaltea, Riflessioni sull’esperienza industriale italiana dal risorgimento alla prima guerra mondiale, in

G. Toniolo (a cura di), L’economia italiana 1861-1940, prefazione di Alberto Caracciolo, Laterza, Bari, 1978, pp. 69-

104. Sul piano teorico, come è noto, il testo classico di riferimento in merito al concetto di take-off, e quindi ad un

processo di crescita del reddito che si autosostiene, è quello di W. W. Rostow del 1953 intitolato The Process of

Economic Growth. 44

Merita una considerazione a parte l’afflato sociale che permea il discorso devitiano sulla

priorità del consumo, e che aiuta a spiegare non solo il meccanismo interno della crisi, ma anche

significato politico che egli vi annetteva. In breve, il protezionismo, ridisegnando sulla carta

geografica e sulla struttura sociale dell’Italia una nuova e più estesa mappa dei consumi di

sussistenza e di povertà, stava svelando in negativo i lineamenti del blocco di interessi che lo

sosteneva. Si trattava di una alleanza formata da alcuni settori industriali del nord, dai proprietari

fondiari del sud e da una classe politica affaristica. Un blocco di convenienze che, secondo la sua

interpretazione, godeva anche dell’appoggio della corona, assecondando sia le richieste del

militarismo, che il perseguimento di un’italica grandeur nel campo della politica estera. A parere

dell’economista pugliese, bisognava dunque elaborare un progetto politico alternativo e organizzare

una diversa coalizione di interessi. Vale la pena di riportare, nelle sue parole, il senso di questa

prospettiva:

(Nel 1893) Noi siamo convinti di fare esatta previsione, che un mutamento della opinione pubblica sia

117

inevitabile .

(Nel 1898) Come il movimento di Cobden fu la forza esterna, che urtò felicemente il protezionismo inglese,

non escludo che le periodiche agitazioni dei contadini e dei lavoratori in Italia, ad onta della forma

118

spasmodica saltuaria e violenta, facciano lo stesso col protezionismo italiano .

E’ in frasi come queste che egli condensava l’esigenza di istituire una relazione tra una

teoria in grado di rivelare il carattere pseudoscientifico e la natura antidemocratica del

protezionismo, e una prassi di governo che fosse finalmente idonea a perseguire – sulla base del

libero scambio, di una finanza pubblica non deficitaria e di una politica monetaria rigorosa – il

progresso economico e civile del paese.

E’ stato detto che per De Viti la democrazia costituiva “un passaggio obbligato nel processo

119

di industrializzazione” . Sulla base dei suoi scritti, si può senz’altro condividere questo giudizio e

quindi valutare la sua proposta economica come potenzialmente suscitatrice di adesioni e di

un’effettiva svolta politica. Ma da altri, non meno opportunamente, si è pure ricordato che il suo

120

impegno in tal senso non fu privo di contraddizioni . E’, ad esempio, significativo che nei suoi

scritti sul “Giornale degli economisti” degli anni novanta dell’Ottocento troviamo numerosi

riferimenti a un popolo incolto, indolente, facilmente preda della propaganda, e mai appelli a gruppi

sociali caratterizzati dalla propria capacità di compiere scelte collettive sul terreno politico ed

organizzativo. Peraltro è vero che, nel prosieguo della sua militanza per l’abolizione del

protezionismo, all’inizio del Novecento, l’economista pugliese giunse a maturare una proposta di

117 La Direzione (articolo attribuito a De Viti), La crisi e il programma liberale, art. cit., p. 483.

118 A. De Viti de Marco, Le recenti sommose in Italia, art. cit., p. 544.

119 A. Cardini, Antonio De Viti de Marco. La democrazia incompiuta 1858-1943, Laterza, Bari, 1985, p. 62.

120 Rinvio in proposito a quanto argomentato da A. M. Fusco nella sua Nota introduttiva a A. De Viti de Marco, Un

trentennio di lotte politiche (1894-1922), a cura di Antonio Maria Fusco, Giannini Editore, Napoli, 1994, in particolare

p. XXXV-XXXVII. 45

alleanza tra contadini meridionali e operai del Nord rivolta a godere anche del sostegno degli stessi

121

socialisti . Ciò si concretizzò nella costituzione della “Lega antiprotezionista” il cui scopo era in

sostanza quello di far acquisire alla riforma liberoscambista il consenso popolare e una valenza

squisitamente democratica. Ma il tentativo devitiano di saldare in un unico programma le istanze

dei radico-liberisti con quelle socialiste non ebbe, come è noto, il successo da lui sperato. A mo’ di

conclusione, basterà dunque riportare il suo stesso giudizio retrospettivo che, formulato nel 1929 in

pieno regime fascista, assunse pure il significato di un epitaffio:

Gli scritti che si ristampano in questo volume non esprimono il pensiero di un partito politico, ma neppure

quello di un solitario; essi ricordano lo sforzo continuativo e crescente compiuto per oltre un trentennio da un

gruppo di persone le quali hanno mirato alla formazione di un partito liberale-democratico – ossia radicale –

che non è mai esistito nel parlamento italiano, o vi è esistito soltanto di nome (...) Così il nostro gruppo fu

122

travolto .

6. La proposta di Maffeo Pantaleoni: competizione imprenditoriale e processo di mercato

Se la spiegazione della crisi di fine secolo in Italia formulata dal De Viti aveva il pregio di

inserirsi bene nelle pieghe del suo progetto politico, quella tratteggiata da M. Pantaleoni rivela

soprattutto la sua visione del processo capitalistico ed è utile per ricavare alcuni elementi della sua

concezione dello sviluppo.

In proposito, Pantaleoni dà credito all’esistenza di cicli lunghi di espansione economica

dovuti all’esplicarsi di “conseguenze economiche di una serie di grandiose scoperte e di

123

rivolgimenti politici altrettanto notevoli” .

Il ciclo lungo di cui egli vede declinare gli effetti nel corso degli anni ottanta è quello che ha

avuto luogo a seguito della modernizzazione edilizia delle grandi città, della trasformazione e del

rinnovamento dei sistemi di trasporto e di comunicazione, dell’ampliamento e della ristrutturazione

di alcuni settori industriali e dei servizi (il tessile, il siderurgico, l’assicurativo), delle riforme degli

ordinamenti politici e amministrativi attuate dai paesi europei nel corso dell’Ottocento. In breve, per

Pantaleoni lo sviluppo economico è fenomeno che deriva dall’introduzione di innovazioni

produttive e organizzative (e anche istituzionali) che innalzano la produttività del sistema

economico e, al tempo stesso, ampliano il campo delle funzioni imprenditoriali. Un processo di

121 E’ da vedere, in proposito, A. De Viti de Marco, La politica commerciale e l’interesse dei lavoratori, in Id., Un

trentennio di lotte politiche (1894-1922), cit., pp. 79-133. Questo scritto è il testo rielaborato di tre conferenze tenute dal

De Viti nel marzo e nel maggio del 1904 a Milano, Torino e Bologna.

122 A. De Viti de Marco, Un trentennio di lotte politiche (1894-1922), cit., p. XLVII e p. LI. Colgo l’occasione per

segnalare al lettore un recente arricchimento della storiografia su De Viti: A. Pedone (a cura di), Antonio De Viti de

Marco, Laterza Editore, Bari, 1995, che contiene gli Atti del convegno svoltosi presso la Facoltà di Economia

dell’Università di Lecce nei giorni 25-26 febbraio 1994.

123 Cfr. M. Pantaleoni, La caduta della Società Generale di Credito Mobiliare Italiano, in “Giornale degli economisti”,

1895 - I, pp. 357-429 e pp. 517-589; 1895 - II, pp. 437-503, poi riprodotto in Id., Scritti Varii di Economia, Libreria

Castellani Editrice, Roma, 1910, p. 378. Anche le citazioni successive saranno tratte dalla edizione del 1910. 46

sviluppo così delineato ha però nella diminuzione della produttività marginale degli input il proprio

fattore frenante: “Il capitale e lo spirito di intrapresa ha (sic!) trovato un campo sterminato di

investimento per 40 o 50 anni, e si è verificato in questo campo, come si verifica in ogni altro, la

legge della produttività decrescente. Il primo sistema di reti ferroviarie diede profitti lauti; il

124

secondo diede profitti meno lauti; il terzo fu passivo” .

In queste parole echeggia, indubbiamente, l’idea classica della caduta del saggio di profitto a

seguito della saturazione degli investimenti, sia pure espressa con le parole del marginalismo.

Essendo tale dinamica frutto di tecniche e relazioni produttive che sostanziano la stessa struttura

dell’economia, essa non può essere evitata o procrastinata artificiosamente con politiche monetarie

o di intervento pubblico ad hoc.

Vediamo in dettaglio. Gli investimenti innovativi – rileva Pantaleoni – si attuano nella

maggior parte dei casi con la produzione e l’utilizzazione di beni strumentali, ovvero capitale fisso.

Mutuando dalla scuola austriaca la teoria del capitale e implicitamente assumendo un equilibrio

stazionario, egli argomenta che la produzione di nuovi beni-capitale, richiedendo l’impiego di “beni

di primo ordine” (beni di consumo finale), determina pro-tempore una situazione di scarsità di

125

questi beni, cioè “un impoverimento, e, se è eccessiv[o], può generare un profondo malessere” . In

questa rappresentazione, c’è in sostanza un periodo di produzione del capitale fisso durante il quale

esso assorbe input, ma non produce alcun output.

Secondo Pantaleoni l’attuazione di tali investimenti è favorita dall’offerta di credito, ma è

consentita in ultima istanza dalla disponibilità di risparmio. A sua volta, questo è determinato dalle

decisioni individuali riguardo all’impiego del reddito, decisioni che tendono a realizzare le

condizioni dell’equilibrio neo-classico sul mercato del risparmio, così come lui le rappresenta:

“L’interesse è uguale alla produttività marginale del capitale ed è uguale altresì al suo costo

marginale, misurato in astinenza; e questo è a sua volta uguale al grado finale di utilità del fondo di

126

consumo” Per Pantaleoni, il rispetto di questa triplice uguaglianza è la garanzia che il processo di

.

crescita, consentendo alle decisioni individuali di realizzarsi in un quadro di mutue compatibilità,

può effettivamente concretizzarsi. Se invece il tasso d’interesse di mercato è tenuto ad un livello

inferiore a quello di equilibrio e il processo di accumulazione è protratto oltre quanto è consentito

dalle libere decisioni degli individuai di risparmiare, allora interviene la crisi che si manifesta, da

una parte, con un eccesso di domanda di beni di consumo, e, dall’altra, con eccesso di offerta di

124 Ibidem, p. 379.

125 Ibidem, p. 494.

126 Ibidem, p. 498. 47

127

beni-capitale . Cosicché non si può parlare, come in De Viti, di una crisi da sottoconsumo, ma da

sovrainvestimenti.

Torniamo al tema della presente ricerca. Pantaleoni, in modo sostanzialmente corretto,

raffigurò gli anni ottanta come un periodo di significativa crescita degli investimenti e del prodotto

lordo. Ma questa dinamica gli parve anche viziata dalla politica economica e monetaria del tempo

che si era concretizzata in sovvenzioni dirette alle attività produttive, in spesa pubblica crescente, in

eccessiva offerta monetaria e, infine, nel protezionismo. Per lui, queste modalità di intervento,

sostenendo artificiosamente il tasso di rendimento dei nuovi investimenti o deprimendo il saggio di

mercato dell’interesse, erano andate nel senso del sovrainvestimento, allontanando dall’equilibrio e,

perciò, accentuando la crisi.

Se ci fermiamo a riflettere su quanto fin qui detto, due sono i punti chiave dell’analisi

pantaleoniana. In primo luogo, Pantaleoni assume che il nostro paese si trovava in una fase di

crescita economica già prima che fosse istituita la tariffa protezionistica e che quest’ultima, invece

128

di favorirla, abbia contribuito, insieme ad altri elementi, ad interromperla in modo traumatico .

Il secondo elemento di riflessione riguarda le modalità interpretative utilizzate

dall’economista maceratese per la comprensione degli avvenimenti in corso, visto che egli delinea

una teoria del ciclo da sovrainvestimento in un periodo in cui risultava abbastanza raro imbattersi in

129

analisi del genere . Ma ciò che tale teoria soprattutto rivela, al di là dei suoi aspetti tecnici, è la

rilevanza che Pantaleoni attribuisce, ai fini dello sviluppo, alla finalizzazione produttiva delle

innovazioni e, in generale, delle conoscenze.

Però egli individuò anche un aspetto problematico connesso ai processi di produzione che si

svolgono con crescente proporzione (sul capitale totale) di “immobilizzazioni”. Egli adopra questo

termine per indicare tutte quelle attività patrimoniali (a cominciare dai beni-capitale, ma non solo)

che a seguito del loro impiego specialistico hanno un grado di liquidità molto basso, cioè tale da

determinare elevate perdite di valore nel caso in cui si dovesse attribuire loro una diversa finalità

d’uso. Il crescere, assoluto e relativo, delle immobilizzazioni è peraltro una tendenza che Pantaleoni

inscrive nella sua visione del progresso economico, a sua volta caratterizzato dall’accentuarsi della

127 Questo è il significato da attribuire a quanto, in contraddittorio con V. Ellena, scrive M. Pantaleoni, La crisi in Italia

e i suoi medici, in “Giornale degli economisti”, 1890 - II, pp. 227-228.

128 In proposito, mi limito a ricordare che questo punto di vista, che sposta indietro l’inizio del decollo industriale del

nostro paese ed esprime dubbi sulla efficacia del protezionismo agli effetti della industrializzazione, è stato di recente

ripreso in varie indagini di storia economica sull’argomento. Mi riferisco, ad esempio, a G. Gualerni, Storia dell’Italia

industriale. Dall’Unità alla Seconda Repubblica, Etas, Milano, 1994; oppure a M. De Cecco, A. Pedone, Le istituzioni

dell’economia, in R.Romanelli (a cura di), Storia dello stato italiano dall’Unità ad oggi, Donzelli editore, Roma, 1995,

pp. 253-300.

129 Non si può non cogliere l’occasione per segnalare come molti economisti italiani della generazione successiva,

adottando appunto una teoria delle fluttuazioni di analogo impianto, abbiano con ciò dato prova di risentire fortemente

dell’influenza pantaleoniana. 48

130

divisione del lavoro e dalla differenziazione delle funzioni . La presenza delle immobilizzazioni

innalza tuttavia il rischio di perdite quando il variare della congiuntura, errori previsionali di

imprenditori o politiche controproducenti divengono causa della loro sottoutilizzazione o

inutilizzazione. Cosicché le crescenti immobilizzazioni, di per sé manifestazione del progresso,

131

possono paradossalmente bloccarlo .

Pantaleoni esclude però che la ricetta contro il progressivo aumento del potenziale di

instabilità delle economie moderne indotto dalla presenza delle immobilizzazioni, consista

nell’adozione di politiche ad hoc per la stabilizzazione del ciclo, a parte quella costituita

dall’opportuno adeguamento del tasso monetario dell’interesse per impedire che la fase espansiva si

surriscaldi in boom speculativi o aspettative ottimistiche non giustificate. Il ciclo economico, in

questa rappresentazione, è la modalità attraverso cui lo sviluppo si realizza. Impedire o attenuare le

sue caratteristiche avrebbe voluto dire anche depotenziare gli elementi da cui lo sviluppo

economico origina, in primo luogo la propensione imprenditoriale per l’investimento innovativo.

Meno che mai idoneo sarebbe stato introdurre forme di socialismo o di controllo pubblico

dell’economia, perché ciò, nel suo pensiero, avrebbe significato la negazione stessa di qualsiasi

132

forma efficiente di economia .

La riconciliazione tra gli elementi contraddittori che il processo di sviluppo economico

genera, avviene, invece, all’interno della sua concezione evoluzionistica e selettiva della società. In

questa visione, l’atto imprenditoriale è una sorta di sfida a cui la società è chiamata a rispondere; il

mercato, a sua volta, è visto come l’esito del riassetto organizzativo degli scambi che la dialettica

“sfida imprenditoriale-risposta sociale” suscita. Per Pantaleoni, se il percorso della selezione sociale

non viene ostacolato da istituzioni o da politiche inadeguate, l’imprenditorialità sarà in grado di

strutturare aree sempre più grandi del comportamento sociale, e quindi di ampliare ed aumentare il

130 Ecco un passo emblematico al riguardo: “E sarà altresì ovvio che a misura che progredisce la civiltà, mentre per

talune merci si allargano i mercati, si accresce il numero delle merci aventi mercati ristrettissimi, in quanto che si

specificano le attitudini che gli individui ritengono conveniente di appropriarsi e si specificano gli usi ai quali le merci

possono soddisfare. E’ tutt’uno dire: «divisione del lavoro», e dire …che ogni merce tenda a essere resa adattissima per

un solo e speciale uso, e quindi inutile per ogni altro. Questo aspetto del progresso sociale può anche rendersi manifesto

avvertendo che cresce il numero dei così detti beni complementari, siano servizi personali, siano merci nel significato

comune. Ora, il mercato di un bene complementare, se non è già di per sé ristretto, può diventare ristrettissimo al

menomo accenno di variazione nella quantità, nell’epoca, o nel luogo in cui viene prodotto, non soltanto esso

medesimo, ma bensì pure qualunque altro bene col quale stia in rapporti di complementarietà. Quindi, la crescente

confezione di beni complementari, ossia la crescente specificazione del lavoro e delle merci, porta ad una crescente

immobilizzazione” p. 491 di M. Pantaleoni, La caduta della Società Generale di Credito Mobiliare Italiano, cit.

131 Cfr. M. Pantaleoni, La caduta della Società Generale di Credito Mobiliare, cit., p. 498 e segg: “Codesti calcoli e

codeste previsioni industriali [relativi all’impiego crescente di immobilizzazioni, NdR] sono enormemente aleatorie, e

le frequenti crisi sono forse indizio, che il premio chiesto da chi immobilizza, in moltissimi casi, non è conforme al

rischio. … Va notato che chi ha immobilizzato un capitale, si trova facilmente messo a discrezione di coloro che non

hanno immobilizzato il loro”.

132 Per un approfondimento di tale aspetto del pensiero pantaleoniano, mi sia consentito di rinviare a P. Bini, Quando

l’economia parlava alla società. La vita, il pensiero e le opere di Maffeo Pantaleoni , in “Rivista di politica

economica”, marzo 1995, pp. 11-47 e a Id., Le “Lezioni di economia politica” di Maffeo Pantaleoni. Una prima

ricognizione, in “Il pensiero economico italiano”, 1994, n. 2, pp. 51-91. 49

numero degli stessi mercati, innalzando in definitiva la capacità di attribuire forma mercantile, cioè

“mobilizzabile”, a qualsivoglia risultato delle attività umane, ivi comprese le “immobilizzazioni”.

La sua contrarietà al protezionismo si fonda pertanto sulla considerazione che esso limita i

mercati e quindi, dato quanto sopra, l’area delle relazioni interpersonali aventi contenuto

imprenditoriale. Di qui, anche, la sua critica al crescente intervento dello stato nell’economia visto

133

come fattore di erosione dei rapporti contrattuali a favore di quelli politici . La sua avversione per

una politica monetaria non neutrale o inflazionistica, deriva infine dalla considerazione della

moneta come potere generale d’acquisto universalmente riconosciuto, e dunque come un mezzo di

pagamento che, accettato su tutti i mercati, è pure in grado di unificarli.

134

Se, come dice Gerschenkron , uno degli elementi originari di una fase di decollo è

costituito da uno stato d’animo collettivo caratterizzato da una “fede” volta al superamento della

situazione di arretratezza, allora non vi è dubbio che anche Pantaleoni fu in grado di offrire al nostro

paese uno strumento di immaginazione utile allo scopo, fondato su un’idea di mercato come

“villaggio globale” e sull’imprenditorialità quale funzione promotrice di civiltà.

Tuttavia, egli fu pure “vittima” di uno dei quei paradossi di cui la storia non si mostra mai

avara. A quel tempo, come si è visto parlando delle posizioni assunte da “L’Industria”, una parte

influente e dinamica degli imprenditori optò per una strategia di sviluppo industriale che contava

anche sulla tutela dello Stato. In altri termini, l’ideale pantaleoniano non trovò, proprio in coloro

che più di altri avrebbero potuto comprenderne il significato, una positiva accoglienza. Una

dimostrazione, quest’ultima, che non sempre proposte che si caratterizzano nel segno della

promozione del capitalismo riescono davvero a rappresentarne gli interessi prevalenti.

Una considerazione finale sul significato ultimo che è possibile attribuire alle riflessioni di

Pantaleoni – ma anche di De Viti più sopra considerato – in merito alla caratterizzazione ciclica

dell’economia e alla crisi. Entrambi riconoscono che il sistema delle decisioni individuali può

generare squilibri di mercato. I loro commenti sulla realtà italiana significano tuttavia che non sono

tali squilibri in sé ad avere determinato lo stato di crisi registrato nel nostro paese a cavallo tra gli

anni 80 e 90 dell’Ottocento, bensì decisioni di autorità pubbliche che quegli squilibri, invece di

attenuare, hanno approfondito e perpetuato nel tempo. In breve, la loro spiegazione della crisi in

termini, rispettivamente, di sovrainvestimento e di sottoconsumo, non intende essere la

dimostrazione di un fallimento del mercato, ma della politica.

133 Cfr. M. Pantaleoni, Del carattere delle divergenze d’opinione esistenti tra economisti, in “Giornale degli

economisti”, 1897 - II, pp. 501-530. A mio parere, sta proprio in questo tratto della sua analisi dell’imprenditorialità il

punto vero di differenziazione con quella che J. A. Schumpeter formulerà qualche anno più tardi. Per una

interpretazione coerente con questo giudizio, si veda quanto sostiene N. De Vecchi, Schumpeter viennese. Imprenditori,

istituzioni e riproduzione del capitale, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, p. 37 e segg.

134 Cfr. A. Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, cit., p. 23 e segg. 50

7. La dottrina degli “alti salari” nella visione di progresso di Francesco Saverio Nitti.

In tema di sviluppo economico e di crescita industriale, “La Riforma Sociale” di fine secolo

si caratterizzò per la forte impronta personale del suo direttore, F. S. Nitti. E’ un Nitti, questo, su cui

la storiografia ha già avuto occasione di soffermarsi, in generale sottolineando “la prospettiva (...)

135

innovativa e avanzata” che, sotto il profilo della politica economica e sociale, era sottesa alle sue

posizioni.

Condividendo in buona sostanza questa interpretazione, da parte mia cercherò di mettere a

fuoco un aspetto specifico, ma rilevante della sua produzione scientifica di fine Ottocento, quello

136

attinente alla possibilità di dar luogo anche in Italia ad una economia di “alti salari” .

Inizio col dire che il favore di Nitti per le rivendicazioni operaie volte al conseguimento di

salari più elevati è argomentato all’interno di un modello (non formalizzato) di natura squisitamente

dinamica. Il primo rilevante effetto di un aumento del saggio di salario è che muta il rapporto tra

questo e gli altri prezzi (ivi compreso quello dei beni-capitale). Ciò induce gli imprenditori ad

adottare metodi di produzione a maggiore intensità di capitale, oppure a riorganizzare le proprie

imprese con criteri di maggiore razionalità produttiva.

Occorre osservare che per Nitti maggiore intensità capitalistica significa non solo una

diversa proporzione tra capitale e lavoro, ma anche la possibilità che gli imprenditori colgano

l’occasione del mutamento dei coefficienti tecnici per introdurre innovazioni tecnologiche, senza

trascurare che, a suo avviso, la maggiore razionalità produttiva è conseguibile anche grazie ad un

aumento delle dimensioni d’impresa.

Tale era la fiducia nell’instaurarsi di questa relazione di causa-effetto, da attribuire ad essa il

carattere di legge di natura: “Schoenhof non ha punto esagerato, quando ha ritenuto la legge che fa

dipendere i progressi tecnici dalla rimunerazione del lavoro più fatale e più universale della stessa

137

legge di gravità” .

Fin qui, questa dinamica nittiana è utile a comprendere l’inversione che egli effettua di

alcuni tipici nessi di causalità posti dalla ortodossia economica: non è la produttività del lavoro che

determina il salario, ma il contrario; un più elevato saggio di salario non significa maggiore costo

135 F. Barbagallo, Francesco S. Nitti, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1984, p. 69.

136 Cfr. F. S. Nitti, L’economia degli alti salari. I, in “La Riforma Sociale”, 1895, vol. IV, pp. 481-497; Id., L’economia

degli alti salari. II. Il costo del lavoro nei paesi ad alti e nei paesi a bassi salari, in “La Riforma Sociale”, 1895, vol.

IV, pp. 557-581; Id., L’economia degli alti salari. III. La concorrenza industriale nei paesi ad alti e nei paesi a bassi

salari, in “La Riforma Sociale”, 1895, vol.IV, pp. 740-763; Id., L’economia degli alti salari. IV. Il progresso

industriale nei paesi ad alti e nei paesi a bassi salari, in “La Riforma Sociale”, 1895, vol. IV, pp. 824-837.

137 Id., L’economia degli alti salari. III., art. cit., p. 753. Nitti si riferisce a J. Schoenhof, industriale americano, autore di

un’opera intitolata The Economy of High-Wages, New York, 1892. 51

del lavoro per unità di prodotto, semmai ne determina la diminuzione. E chiarisce inoltre che, tanto

il progresso tecnico quanto l’ingrandimento delle dimensioni d’impresa, costituiscono fenomeni

derivanti da un preciso impulso economico endogeno, gli “alti salari” appunto. Cosicché, una volta

che venga assicurato un meccanismo sociale di permanente spinta rivendicativa da parte dei

lavoratori, è estrapolabile dal discorso nittiano un processo cumulativo di aumento della produttività

e quindi del benessere economico.

Accettato dunque che un’economia di alti salari possa autosostenersi indefinitamente, resta

il problema di capire se i lavoratori sono davvero in grado di esprimere la forza rivendicativa

necessaria a superare la determinazione in senso contrario (cioè per la preservazione di bassi salari)

attribuita da Nitti al fronte imprenditoriale. In proposito, egli spesso si riferisce ad una

“incontentabilità” che sarebbe connaturata nel lavoratore moderno dei paesi di civiltà anglosassone,

che egli usa come modello di riferimento. Sarebbe questo impulso a far percepire ai lavoratori,

secondo forme via via più acute, l’esistenza di “nuovi bisogni”, di conseguenza a motivarli nella

lotta per ottenere compensi in grado di soddisfarli. Un elemento, quello della “incontentabilità”, che

è dunque esogeno all’economia e come tale espone il modello economico di Nitti alla critica di stare

in piedi solo in virtù di una base che non gli appartiene.

Sennonché, alcuni suoi riferimenti al modo in cui i nuovi bisogni vengono percepiti dai

lavoratori, consentono di ricondurre questa presunta indole umana in un àmbito più circoscritto. In

particolare, due sono le modalità dell’emergere dei nuovi bisogni. La prima è indotta dalla

diminuzione della giornata di lavoro che è sperimentabile a seguito dell’aumento del saggio di

salario: “allontanare l’operaio dall’officina significa metterlo in contatto con la civiltà, fargli

apprezzare l’utilità dell’istruzione, dell’educazione, della lettura, della passeggiata stessa (…) tutto

138

ciò crea bisogni e ogni bisogno vuol essere soddisfatto” . La seconda modalità è suscitata

dall’adozione di opportune strategie produttive e di vendita che solo le grandi imprese possono

mettere in pratica:

Non vi sono già, come l’economia astratta suppone, un consumatore che chiede e un produttore che offre.

Nella società moderna è il produttore, il quale cerca di creare il consumatore dove non esiste nulla. Non vi

era, fino a pochi anni or sono, un consumatore di alluminio, poichè l’alluminio non era in commercio. La

139

richiesta è venuta svolgendosi, come l’offerta è cresciuta .

Con queste esemplificazioni, che fanno della “incontentabilità” non un generico sentimento

umano, bensì un elemento distintivo di una determinata civiltà economica, cause ed effetti degli

“alti salari” si autodefiniscono in una logica di mutua dipendenza, permettendo a Nitti di

138 Id., L’economia degli alti salari. II, art. cit., p. 558.

139 Id., L’economia degli alti salari. IV, art. cit., p. 831. 52

convalidare che nei paesi anglosassoni, dove tale civiltà è più sviluppata, “la causa dell’alto salario

140

(...) è generalmente in essa” .

Giunti a questo punto, il processo virtuoso dell’economia nittiana è schematizzabile in ogni

sua parte. Salari elevati inducono gli imprenditori a introdurre innovazioni organizzative o

tecnologiche. Mentre, da un lato, ciò determina un innalzamento della produttività che, quindi,

consente di pagare gli alti salari, dall’altro lato si realizza quell’ampliamento delle dimensioni

d’impresa che l’introduzione delle nuove funzioni della produzione rende necessario. Disponendo

di più elevati compensi, i lavoratori rivendicano una parte maggiore della loro giornata da dedicare

al tempo libero: è proprio da questa circostanza che nasce la percezione di nuovi bisogni. Al tempo

stesso, man mano che le imprese, ingrandendosi, si dotano di organizzazioni più complesse, esse

risultano anche meglio in grado di progettare e produrre nuovi beni o di commercializzarli più

efficacemente. Cosicché, o per affinamento di sensibilità dei lavoratori-consumatori, o per

sollecitazioni del mercato, nuovi bisogni entrano nell’orizzonte delle aspirazioni dei lavoratori,

acuendo il desiderio di soddisfarli. Di qui, l’originarsi di una nuova spinta rivendicativa per ottenere

salari ancor più elevati. Il processo di sviluppo riprende così la sua corsa.

Come si potrà constatare riflettendo sulle sequenze causali messe in evidenza dalla Figura 1,

non sono poche le condizioni necessarie alla concreta realizzazione di tale schema. Di fatto, non

sono altro che ipotesi, a cui Nitti, però, attribuisce il significato di enunciati dalla indubbia rilevanza

140 Id., L’economia degli alti salari. II, art. cit., p. 559. 53

fattuale. Si potrebbe meglio dire “ipotesi-obiettivi” che, o per necessità di processi storici, o per

virtù di azione sociale o di governo, era essenziale, per lui, che fossero conseguiti.

Prima di commentare alcuni punti specifici di questo schema, occorre tener presente che egli

individua nel processo appena descritto un ulteriore e non secondario elemento virtuoso. Si tratta

dell’effetto indotto dagli alti salari “di rendere la produzione più stabile, più ordinata, più

141

abbondante” . Egli vuole cioè sottolineare la funzione anticiclica e stabilizzatrice degli alti salari.

La citazione seguente rivela quale fosse il suo modo di interpretare la crisi allora in atto: “Le crisi di

iperproduzione, che sono uno dei fenomeni più dolorosi e più caratteristici della società

capitalistica, sono in gran parte la conseguenza del fatto singolare che, mentre alcuni prodotti

142

abbondano, le masse non hanno la capacità di acquistarli” .

Da questa posizione sottoconsumistica e dall’ulteriore e un po’ affrettata osservazione che

143

“la massa enorme dei consumatori non è composta che di operai salariati” (ciò che gli consente di

assumere il monte-salari come proxi della domanda aggregata), egli giunge a imporre alla sua

rappresentazione una nuova ed essenziale relazione dinamica di equilibrio. Gli alti salari, oltre a

creare le condizioni per conseguire livelli produttivi sempre più elevati, consentono anche che il

processo di accumulazione capitalistica possa svolgersi senza incontrare ostacoli dal lato della

domanda.

Così delineata, questa raffigurazione dello sviluppo sembra partecipare tanto del carattere

della scientificità, quanto di una notevole dose di provvidenzialità. E’ certo, comunque, che quello

di Nitti è un prodotto intellettuale molto composito, dove convergono vari tipi teorici e che

soprattutto rivela l’aspirazione a tradurre nel linguaggio dell’economia quegli elementi, di natura

sociale, tecnologica, morale, istituzionale, che, secondo lui, avrebbero caratterizzato lo spirito dei

tempi moderni.

La sua percezione è insomma quella di vivere in un passaggio di epoca. Significativo è, a

questo proposito, il concetto di grande impresa che scaturisce dai pur non molti cenni che vi dedica

nello scritto sugli “alti salari”. Egli comprende correttamente che le innovazioni di processo allora

in corso di applicazione (nel settore elettrico, chimico, delle comunicazioni, ecc.) avrebbero

comportato il costituirsi di grandi unità produttive e che proprio in tale caratteristica (risvolto di

meccanizzazione e di organizzazione), si sarebbero condensati aspetti peculiari della nuova società

industriale. Il dato rappresentato dal gigantismo produttivo non rimane tuttavia circoscritto alla

sfera della produzione, ma secondo lui è destinato a generare effetti positivi collaterali sulla

psicologia collettiva, suscitando nuove convenzioni sociali ed economiche, nuove rappresentazioni

141 Id., L’economia degli alti salari. IV, art. cit., p. 829.

142 Ibidem, p. 830.

143 Ibidem, p. 829. 54

morali, nuovi modi di pensare. Non altrimenti egli avrebbe potuto ottimisticamente sorvolare sul

problema della potenziale conflittualità tra macchine e lavoro, oppure su quello delle strategie di

vendita che le grandi imprese possono attuare a danno dei consumatori; e spiega inoltre quella sua

fiduciosa rappresentazione in merito al realizzarsi - grazie all’equazione alti salari = elevata

domanda aggregata - di una virtuosa successione di equilibri di crescita.

A ben vedere, tutte le perplessità che il discorso nittiano suscita, sono riconducibili ad una

questione di fondo, vale a dire all’implicita assunzione che di già la società italiana fosse più o

meno consapevolmente predisposta a conseguire lo sviluppo e dunque ad assumere decisioni e

modalità di comportamento coerenti con tale obiettivo. La conseguenza di tale atteggiamento

mentale è che talune precise evidenze della società italiana di fine Ottocento rimangono inespresse:

l’elevato tasso di analfabetismo, la bassa disponibilità di capitale, lo sproporzionato peso relativo

dell’agricoltura rispetto al settore dell’industria e a quello dei servizi, il dato relativo alla povertà e a

fenomeni come quello dell’emigrazione, e così via.

Si ha l’impressione, in breve, che Nitti si sia fatto prendere la mano dalla meccanica

trasposizione tra quanto la società inglese stava testimoniando e prospettando, in termini di

dinamica economica e sociale, e gli analoghi obiettivi di benessere che anche per l’Italia sarebbe

stato possibile conseguire a non lungo termine se infine avesse accettato, come norma di politica

economica e sociale, la dottrina degli alti salari.

Tuttavia, se quello appena espresso è un giudizio che riguarda la fattibilità di punti specifici

del suo programma, ben altra valutazione è da dare sulla sua portata culturale e latamente politica.

In sostanza, tale programma indicava che lo sviluppo produttivo, la democrazia economica e la

144

riforma sociale non solo potessero tra loro coniugarsi in modo non contraddittorio , ma anzi

dovessero saldarsi, pena l’impossibilità di conseguire gli obiettivi auspicati. In questa simbiosi di

fattori economici, politici e sociali si condensò il significato ideologico della proposta nittiana e, se

giudicata in questa prospettiva, essa appare non poco persuasiva: un nuovo strumento di

immaginazione per innalzare il desiderio dello sviluppo.

8. Dinamica del capitalismo e superamento dei mercati concorrenziali

Anche se è indiscutibile che la “Riforma Sociale” degli anni novanta sia stata improntata

dalla direzione di Nitti, ciò non vuol dire che la rivista ne abbia accolto la posizione scientifica in

forma esclusiva e, per così dire, egemonica. Al contrario, dobbiamo rendere merito all’economista

144 Cfr., in proposito, quanto dice F. Barbagallo, Francesco S. Nitti, cit., p. 68. 55

lucano se la rivista ospitò anche altri orientamenti scientifici e metodologici, specie per quanto

concerne le esperienze e gli studi maturati all’estero.

In questo paragrafo che precede le conclusioni, intendo soffermarmi su alcune posizioni

apparse sulle pagine de ”La Riforma Sociale” che, pur non risultando omogenee tra di loro, sono

accomunate dal fatto di presentare aspetti critici o contraddittori del sistema capitalista.

La prima linea di riflessione di cui intendo brevemente rendere conto è quella che valutava

come oramai ineluttabile il superamento del mercato concorrenziale, e ciò come conseguenza o del

formarsi di grandi imprese o di gruppi industriali; oppure dell’emergere di forme di produzione che,

caratterizzandosi ora per lo sfruttamento di una risorsa naturale, ora per indivisibilità tecniche di

particolare natura (basti pensare alle ferrovie), potevano essere efficientemente gestite solo in forma

di monopolio.

Sulla “Riforma Sociale” è Augusto Graziani a rilevare per primo come la formazione di un

monopolio o di accordi tra imprese avrebbe potuto offrire l’opportunità di conseguire economie

interne di scala e un andamento dei costi tale da determinare un prezzo di mercato inferiore e una

145

produzione maggiore di quanto ottenibile in regime di concorrenza . A questa posizione fece eco

quella di Camillo Supino il quale sottolineò come la concorrenza tendesse ad accentuare l’instabilità

146

dei processi di mercato per superare la quale valutava opportuno ricorrere, in talune circostanze,

ad una gestione monopolistica pubblica delle attività economiche. A questa tendenza, tutta interna

al meccanismo economico, egli associava anche esiti di natura politica: “I monopoli, in quanto

regolano la produzione e fissano i prezzi, se anche temporaneamente sono assunti da capitalisti,

147

costituiscono un primo passo verso il sistema propugnato dai socialisti” .

Un’applicazione di questa tendenza al monopolio, è quella che Carlo Angelo Conigliani

148

ravvisa in merito al regime della distribuzione del gas . A seguito di un dibattito avuto in proposito

149

con F. Flora , Conigliani accoglie il concetto di monopolio naturale come motivo per la

costituzione di imprese pubbliche, i cui criteri di gestione sono ritenuti idonei a contemperare

obiettivi di efficienza con finalità di utilità collettiva. Peraltro, al fine di sostenere questa posizione

riformista, egli utilizzò teorie e metodi del neo-classicismo: il favore dimostrato per l’impresa

pubblica non discende esclusivamente da un’opzione politica, ma anche dal fatto che proprio grazie

ad essa sarebbe stato possibile conseguire la massima efficienza produttiva delle risorse date.

Inoltre, come soprattutto gli articoli di Graziani e di Supino mettono in luce, l’impresa pubblica

risulta, in certe circostanze, più idonea di quella privata alla realizzazione di obiettivi da economia

145 Cfr. A. Graziani, I valori di monopolio, in “La Riforma Sociale”, 1894, vol. I, pp. 555-564.

146 Cfr. C. Supino, A proposito di monopoli fiscali, in “La Riforma Sociale”, 1894, vol. I, p. 572.

147 Ibidem, p. 573.

148 Cfr. C. A. Conigliani, A proposito dell’imposta sul gaz, in “La Riforma Sociale”, 1895, vol. III, pp. 975-983.

149 Cfr. F. Flora, L’imposta sul gaz e la luce elettrica, in “La Riforma Sociale”, 1895, vol. III, pp. 738-745. 56

del benessere, secondo quanto, ad esempio, un’opportuna applicazione della marshalliana “rendita

del consumatore” già, per Graziani, suggeriva.

Andrà ricordato anche Luigi Einaudi. Egli partecipò a quella incipiente discussione sui

monopoli naturali, delineando una strategia per un efficiente sfruttamento delle “risorse idrauliche”,

fondandola su una legislazione ad hoc (in pratica, la loro nazionalizzazione, sul modello della

150

provincia canadese dell’Ontario) che interdisse la “speculazione accaparratrice” dei privati .

Le accentuazioni di questo economista non andavano tuttavia nel senso di una

trasformazione radicale del nostro ordinamento economico. Egli intendeva impedire che una

situazione di “rendita di monopolio e differenziale” acquisita da taluni imprenditori in assenza di

qualsiasi forma di regolamentazione, andasse a danno “dei veri imprenditori e lavoratori desiderosi

151

di applicare capitale e lavoro alle forze gratuitamente donate dalla natura all’uomo” .

152

Come è stato detto, la sua è una “riflessione sulla modernizzazione” che per realizzarsi

richiedeva, in casi come quello in esame, anche una evoluzione giuridica delle forme di possesso

delle risorse. La sua adesione a provvedimenti di riforma che fossero in grado di promuovere i “veri

imprenditori” fa capire che il suo ideale di società economica non richiedeva il superamento del

capitalismo, bensì una sua graduale riforma al fine di consentire che l’uomo – non un uomo

generico, ma l’uomo che con il lavoro, la ragione, l’intraprendenza e saldi principi morali dà prova

di attitudini realizzative – potesse rimanere arbitro del proprio destino.

In breve, la visione einaudiana di sviluppo economico poggiava sulla centralità attribuita alla

153

personalità umana, e si sostanziava di valori etici e morali .

Sul piano dei riferimenti concreti, Einaudi guarda alla Gran Bretagna e, per ciò che concerne

le relazioni industriali, all’esperienza delle Trade Unions, grazie alle quali la maturità industriale è

vista anche come il frutto di un processo di emancipazione culturale e sociale dei lavoratori, poi da

concretizzare in precise istituzioni previdenziali e assistenziali. Appare anche chiaro che taluni

elementi del suo approccio moderato sono derivati dall’economista inglese Alfred Marshall, come

quando raccomanda che la diminuzione delle ore della giornata di lavoro avvenga per gradi: oppure

quando istituisce un significativo collegamento tra i ritmi del progresso economico e civile e i livelli

e la diffusione dell’istruzione scolastica.

150 L. Einaudi, Un esempio di legislazione nazionalizzatrice sulle forze idrauliche, in “La Riforma Sociale”, 1898, vol.

VIII, pp. 967-973.

151 Ibidem, p. 968.

152 R. Faucci, Luigi Einaudi, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1986, p. 418.

153 Come era già apparso chiaro da un suo precedente articolo pubblicato sulla “Riforma Sociale”, in cui aveva

effettuato uno dei suoi più riusciti resoconti di “lotte del lavoro” ; cfr. in proposito L. Einaudi, La psicologia di uno

sciopero, in “La Riforma Sociale”, 1897, vol. VII, pp. 938-961, poi ripubblicato in Id., Le lotte del lavoro, Introduzione

di Paolo Spriano, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1972, pp. 17-50. 57

Tra gli economisti considerati in questo paragrafo, fu C. Angelo Conigliani a porsi invece in

una prospettiva di superamento del capitalismo. Secondo questo economista, la dottrina nittiana

degli alti salari, prefigurando nel modo che si è visto una dinamica virtuosa e armonica delle

categorie del salario, della produttività e del profitto, si rivelava analisi superficiale perchè legata ai

movimenti di mercato e non a quelli tendenziali di lungo periodo indotti dalla legge marxiana dello

sfruttamento del lavoro e dall’aumento della composizione organica del capitale. La manifestazione

di alti salari, quando si verifica, è perciò l’effetto di un eccesso pro-tempore della domanda di forza-

lavoro qualificata. Cosicchè l’alto salario è fenomeno tanto transitorio quanto settoriale.

Come tendenza, invece, secondo Conigliani, se da una parte è vero che il progresso tecnico,

innalzando la produttività della forza-lavoro, fa aumentare il plusvalore sia in assoluto che in

relazione al capitale variabile, dall’altra parte determina però un aumento più che proporzionale del

capitale totale impiegato:

così se aumenta il dividendo (profitto), si accresce ancor di più il divisore (capitale impiegato in ragione del

tempo impiegato), ed ecco come il quoziente, cioè il saggio, scemi malgrado l’aumento assoluto del profitto

stesso. E non basta: crescono le imposte e le altre forme con cui si alimenta il consumo e il capitale

improduttivo, e poichè questo vive da parassita sui redditi del capitale produttivo, il saggio di profitto scende

154

via via .

La nota legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è dunque pienamente accettata

da Conigliani, il quale aggiunge una particolare accentuazione del ruolo pro-tendenza del “capitale

improduttivo”.

E’ da questo punto in poi che l’economista modenese introduce una sua personale variante

degli effetti della caduta del saggio di profitto. Questa tendenza innesta mutamenti nelle modalità di

azione e nelle stesse motivazioni comportamentali dei capitalisti stessi. Essi cioè reagirebbero

imponendo a se stessi la diminuzione dei propri consumi (fino all’estinzione di quelli di lusso e di

ostentazione sociale), e alla società nel suo insieme, un più basso livello di impieghi improduttivi

del capitale (che lui esemplifica con il “debito pubblico”). Pertanto, se da un lato è confermata la

diminuzione del saggio di profitto, non per questo entra in crisi il processo di accumulazione del

capitale, che è alimentato dai profitti assoluti al netto di (sempre più bassi) consumi (improduttivi)

dei capitalisti e della società. D’altra parte – nel presupposto di una attenuazione del ritmo del

progresso tecnico e dunque, nella logica di Conigliani, con il venir meno del principale motivo che

secondo lui induce i capitalisti ad aumentare la composizione organica del capitale – il procedere

dell’accumulazione determina l’aumento della domanda di forza-lavoro più che l’aumento della

domanda di macchine, e quindi un incremento del saggio di salario generalizzato a livello di

sistema.

154 C. A. Conigliani, I pronostici del futuro sociale, art. cit., p. 834. 58

Si entra così in una nuova fase che, oltre ad essere contraddistinta dall’ “attenuarsi delle

155

odierne disuguaglianze economiche” , è caratterizzata altresì dal mutamento delle soggettività: dal

lato dei lavoratori, perché insieme al “risorgimento economico” essi tendono a promuovere il

proprio miglioramento politico, giuridico, morale; da quello dei capitalisti, perché essi, a causa della

“discesa progressiva del saggio di profitto (...) vedranno i loro redditi resi insufficienti (...) e

156

dovranno nel lavoro personale cercare una nuova fonte d’entrata pel loro bilancio individuale” .

[troveranno]

Cosicché, “per una legge psichica di imitazione il lavoro tanto più gradevole quanto

minori (sic!) saranno gli uomini che potranno viverne senza, e quanto meno per gli altri esso sarà

157

spinto oltre quel limite in cui diventa fatica” . La vicenda giunge così al suo epilogo: “Sarebbe

raggiunta allora la fine del capitalismo (...) Allora l’altruismo regnerebbe nel mondo perché non più

invocato sulla base metafisica della religione e della morale, ma solidamente fondato sulle

158

condizioni dell’ambiente economico” .

La curiosità e la riflessione sugli esiti del capitalismo sono sempre state vive negli

economisti. Conigliani, come si è visto, non fa eccezione. Peraltro, la sua profezia non va

considerata il frutto di un pensiero isolato, dal momento che esso partecipa di un filone che negli

studi economici di fine Ottocento in Italia non fu secondario. Intendo riferirmi alla propensione a

conciliare Marx con il positivismo evoluzionistico che fu propria, ad esempio, anche di Achille

159

Loria . Non stupirà se una tale propensione sia stata all’origine di posizioni eclettiche in cui

convivevano materialismo storico e spiritualismo, analisi marxiana e analisi marginalista: un

160

marxismo a metà, ha efficacemente sintetizzato Norberto Bobbio .

Nel caso appena esaminato, ritroviamo ugualmente questo particolare dualismo. Conigliani

impiega numerosi concetti e strumenti della teoria marxiana del processo capitalistico, ma poi, nel

succedersi delle fasi sociali ed economiche da lui prospettate, la stessa caduta del saggio di profitto,

piuttosto che accelerare il manifestarsi delle crisi o acuire la lotta di classe, orienta e pone le

condizioni per una dolce fuoriuscita dal capitalismo stesso. Ne deriva che lo stadio finale

preconizzato non è quello del “crollo” del sistema, ma piuttosto una riedizione post-Marx dello

stato stazionario, che tanto partecipa delle idealità con cui J. S. Mill ne aveva personalizzato il

significato teorico. Non a caso, della idealizzazione milliana ricorrono, nello scritto di Conigliani,

vari elementi e analogie. Una dinamica demografica non più succube di istinti sessuali, ma risultato

155 Ibidem, p. 841.

156 Ibidem, pp. 841-842.

157 Ibidem, p. 843.

158 Ibidem, p. 844.

159 Rinvio il lettore, che fosse interessato ad acquisire un quadro d’insieme del filone di pensiero economico italiano a

cui mi sono testè riferito, al lavoro di R. Faucci, S. Perri, Socialism and Marginalism in Italy, 1880-1910, in I.

Steedman (edited by), Socialism and Marginalism in Economics 1870-1930, Routledge, London and New York, 1995,

pp. 116-169.

160 N. Bobbio, Profilo ideologico del Novecento, Garzanti Editore, Milano, 1992, p. 12. 59

di scelte consapevoli; una accresciuta sensibilità degli individui riguardo ai problemi comuni della

collettività; l’emergere di una struttura dei consumi non più orientata al superfluo o all’ostentazione,

bensì alla soddisfazione di bisogni sociali e civili. Sono questi alcuni tipici traguardi che Conigliani

considera concretamente perseguibili una volta che, con il superamento della logica dello

sfruttamento, fossero anche cambiate le condizioni attraverso cui gli uomini (ex-salariati, ex-

capitalisti) si realizzano come lavoratori.

Come spesso accade per le profezie, anche quella di Conigliani si segnala tanto per il fascino

che può suscitare come puro prodotto dell’intelletto, quanto per la lontananza da quanto, a più di

cento anni di distanza, si è concretamente verificato. Si è anche accertato che egli, più che

prefigurare la caduta dell’ordine economico allora esistente, in realtà ipotizzò il suo non traumatico

evolvere in una situazione che sarebbe dovuta risultare appagante per tutti i membri della

collettività indistintamente. Un capitalismo, che praticando lentamente la propria eutanasia, non

perviene a nessuna nuova fase se non ... all’utopia.

Una società ideale, dunque, quella che Conigliani offrì alla immaginazione dei suoi

contemporanei, ma anche una sorta di Nirvana al quale si sarebbe giunti più per virtù di un

meccanismo evolutivo dotato di logica propria, che per intraprendenza di uomini. Dato questo, non

è difficile cogliere la sostanziale differenza tra lo strumento d’immaginazione ideato da Conigliani e

quelli elaborati da Pantaleoni e da Nitti. Questi ultimi indicavano precise linee di attivismo

economico, rispettivamente imprenditoriale e socialsindacale. Il primo, invece, contemplava un

implicito invito all’attesa di un mondo perfetto che si sarebbe fatto da sé.

Nei confronti di un paese che proprio allora cercava di sperimentare una qualche via per lo

sviluppo, non si vede come un simile messaggio potesse aiutare a scegliere quella più opportuna.

9. Conclusioni

Fin dal secondo paragrafo di questo capitolo ho inteso porre ben in luce quella che è la mia

interpretazione del problema in discussione, vale a dire che ritengo inoppugnabile che tutte e tre le

riviste considerate, pur utilizzando contesti esplicativi diversi e spesso tra loro inconciliabili,

abbiano perseguito vere e proprie “ideologie” dello sviluppo economico.

In sede di conclusioni, intendo invece evidenziare quelle linee di ragionamento che furono

comuni a tutti e tre i periodici e che, peraltro, gli economisti del tempo, tutti propensi a denigrare le

ragioni altrui, non seppero cogliere.

Prima di procedere per questa via devo avvertire che, per sintetizzare le posizioni del

“Giornale degli economisti” e della “Riforma sociale”, mi riferirò principalmente a Maffeo

60

Pantaleoni e a Francesco Saverio Nitti; mentre per “L’Industria” i rinvii saranno sempre indirizzati

alla testata nel suo complesso.

Si diceva, ricerca di linee comuni e, per alcuni versi, anche di deficienze comuni. Anzitutto,

si sarà notato come da nessuno dei protagonisti della nostra storia si sia fatto riferimento al modello

di pura concorrenza atomistica. Non da “L’Industria”, che cercò di teorizzare i vantaggi dinamici

conseguibili da un mercato protetto dalla concorrenza estera; non da Pantaleoni, per il quale il

mercato concorrenziale è raffigurato come una variabile endogena del processo competitivo

alimentato da comportamenti imprenditoriali caratterizzati da strategie di potere, collusività, logiche

cooperativistiche, ecc. Non da F. S. Nitti, dato che, nella sua proposta, gli alti salari possono

realizzarsi solo all’interno di un percorso evolutivo che conduce alla formazione di grandi imprese e

quindi al superamento della struttura produttiva parcellizzata.

L’accentuata preoccupazione per il capitale fisso è l’altro tratto comune della loro ricerca di

una dinamica ottimale dello sviluppo perchè, da una parte, tutti ebbero la percezione della necessità

di adottare processi produttivi a alta intensità di capitale supportati da strutture organizzative e

tecnologiche avanzate; e, dall’altra, colsero il rovescio della medaglia, sollevando la questione delle

crescenti immobilizzazioni e dell’aumento del rischio d’impresa che esse inducono.

Secondo la formula de “L’Industria”, il problema rappresentato dal capitale investito in

macchinari e impianti poteva essere risolto appunto dalla tariffa protezionistica raffigurata alla

stregua di un prezzo che la collettività avrebbe dovuto pagare per “assicurare” il capitale fisso

medesimo di fronte al rischio di svalutazione derivante dalla concorrenza estera.

In Pantaleoni, la medesima soluzione è ricercata nella promozione dell’etica

dell’imprenditorialità, dalla quale secondo lui era lecito aspettarsi l’ampliamento dell’area delle

relazioni sociali regolate dai moventi economico-competitivi. Ciò, a sua volta, avrebbe allargato

l’area contrattuale dei beni-capitali i quali, altrimenti - data la loro specializzazione che si traduceva

in elevati gradi di “immobilizzazione” - sarebbero risultati troppo esposti ai cicli economici e alle

conseguenti perdite in termini di valore-capitale.

Nitti, infine, ravvisò un’opportuna soluzione di valorizzazione del capitale fisso nella elevata

domanda aggregata dei beni di consumo che un regime di alti salari consente di realizzare.

In definitiva, sia che il discorso riguardasse la forma di mercato più opportuna per

promuovere l’intensificazione dei rapporti economici; sia che l’accento venisse posto sulle

peculiarità di processi produttivi non più legati alla logica della tradizionale manifattura, ma a

quella imposta da produzioni in grandi serie e dalla loro commercializzazione, le tre testate non si

fecero trovare impreparate di fronte alle trasformazioni in atto, ma anzi si distinsero nel tentativo di

61

procurarne un’adeguata concettualizzazione e, forse di più, nel fornirne la legittimazione in termini

scientifico-culturali.

Giunti a questo punto, non rimane che chiedersi quanta parte delle idee elaborate dalle tre

riviste in tema di sviluppo sia entrata nelle concrete decisioni della politica economica del tempo. In

realtà, non molta e, se per un momento escludiamo da questa verifica “L’Industria”, è agevole

sostenere che i risultati più significativi del dibattito esaminato non riuscirono quasi mai a superare

la soglia delle polemiche contingenti o quella delle esercitazioni teoriche e dottrinarie.

Del resto, nemmeno “L’Industria”, con la sua riproposizione del modello listiano, ebbe

completa fortuna, in considerazione del fatto che la via italiana al protezionismo deliberata dalla

nostra assise parlamentare dovette tener conto di equilibri e rapporti politici che, con l’introduzione

del dazio sul grano, sancirono il riconoscimento degli “interessi particolari” della lobby dei

proprietari terrieri. Altrettanto peso ebbero le suggestioni nazionalistiche che acuirono la

propensione ad anteporre la “questione della nazionalità” e la sua affermazione nel contesto

internazionale, alle problematiche interne, tanto sociali quanto economiche. Dato questo ordine di

idee, si spiega facilmente la protezione accordata al comparto siderurgico, in parallelo al

trattamento di favore concesso alla “Società altiforni e fonderie Terni” (fondata per volontà

governativa nel 1884), e questo nonostante che i perversi effetti economici del protezionismo

siderurgico fossero sottolineati infinite volte da tutte e tre le nostre riviste.

Ora, questa preoccupazione dimostrata dai governi del tempo – e da Crispi in particolare –

per i problemi di affermazione dello stato nascente, piuttosto che per quelli dell’industria nascente,

è appunto all’origine di quel tipico fenomeno più volte additato dalla storiografia come “mancanza

161

di un’ideologia dello sviluppo economico” .

Poteva essere diversamente? La controfattualità di questo interrogativo già chiarisce che si

tratta di domanda mal posta. Ciò che piuttosto vale la pena di notare, è che le proposte elaborate dal

“Giornale degli economisti” e dalla “Riforma Sociale” non furono prive di contraddizioni e di

elementi di molto dubbia realizzabilità. Fermiamoci ad esempio a riflettere sulla proposta del primo

periodico e sulla sua salda fede nelle capacità individuali e dei mercati di promuovere il circolo

162

virtuoso dello sviluppo . Data la situazione di arretratezza in cui versava larghissima parte del

paese, la possibilità che tale credo fosse corroborato da risultati tangibili avrebbe richiesto che la

società italiana fosse capace di pazientare per i tempi lunghi imposti dalla logica di un’evoluzione

161 Come esemplificazione, riporto questo lucido passaggio interpretativo di Marcello De Cecco: “Si ha l’impressione,

leggendo gli scritti di alcuni esponenti della classe dirigente della prima Italia, che mancasse totalmente un’ideologia

economica precisa, e che vi fosse invece la netta consapevolezza del dover agire all’interno di un contesto imperioso, al

quale bisognava adattarsi per conservare il bene supremo, lungamente sognato e inopinatamente raggiunto, dell’unità

nazionale”; in M. De Cecco, A. Pedone, Le istituzioni dell’economia, cit., p. 255.

162 Per un’interpretazione d’insieme delle idee economiche e politiche dei principali autori del “Giornale degli

economisti”, rinvio in particolare a R. Vivarelli, Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo, il Mulino,

Bologna, 1981, p. 163 e segg. 62

gradualistica scandita dai passaggi generazionali. La storia d’Italia di fine Ottocento va invece in

altra direzione, testimoniando uno scenario turbolento che reclamava realizzazioni urgenti. Non c’è

dunque da stupirsi se una soluzione per lo sviluppo per molti versi assai “aggiornata” non sia

riuscita ad aggregare intorno a sé un adeguato consenso.

Per quanto concerne il Nitti degli alti salari, indipendentemente dalla diversa problematica

alla quale si rivolge, emerge la medesima frattura tra necessità economiche e realtà storica dato che

la sua suggestiva proposta, con l’implicita conseguenza di una ancor più elevata conflittualità,

avrebbe richiesto una saldezza di equilibri sociali e politici, nonché un’accettazione del sistema

capitalistico, di cui le manifestazioni del tempo si incaricarono ripetutamente di smentire

l’esistenza. Tra gli esempi più significativi: il movimento dei Fasci siciliani del 1893-94, i tumulti

milanesi del 1898 e il regicidio del luglio 1900. Un problema, quello delle dinamiche salariali, che

ha determinato un’ennesima singolarità della storia industriale italiana: vari autori hanno infatti

rilevato come da noi la conflittualità sociale si sviluppò in parallelo al decollo industriale,

probabilmente ostacolandone la dinamica e in ciò distinguendosi da altre esperienze europee dove

la questione salariale era emersa solo uno o due decenni dopo che il processo di industrializzazione

163

aveva preso piede .

Queste considerazioni portano dunque a dubitare fortemente della integrale realizzabilità

delle proposte del “Giornale degli economisti” e della “Riforma Sociale”. Con specifico riferimento

alla prima delle due riviste, questo deficit di praticabilità è almeno in parte da imputare a quella sua

caratteristica attitudine a coniugare in modo così stringente l’enunciato teorico con il suggerimento

pratico, da non lasciare adeguato spazio alle esigenze del momento politico del governare, da

intendere come ricerca del consenso e della mediazione tra interessi divergenti. Con ciò,

evidentemente, non intendo sostenere che sulle sue pagine ci si dilettava solo di economia pura, ma

soltanto che da esse derivò un indirizzo di politica economica troppo rigido. Ed è appunto in questa

rigidità che è possibile cogliere l’afflato ideologico che il “Giornale degli economisti” assunse in

quegli anni.

Tuttavia, pur con i limiti più sopra individuati, ciò non toglie che l’accoglimento di alcuni

punti programmatici avanzati da entrambi i periodici avrebbe potuto favorire la modernizzazione e

lo sviluppo del nostro paese. Per esemplificare, mi sembra degno di nota che sia l’una che l’altra

rivista, sia pure sotto angolazioni diverse, abbiano denunciato la situazione di bassi consumi allora

perseguita dalle autorità pubbliche per consentire allo stato di mantenere elevata la propria capacità

di spesa. A tale concreto orientamento, esse opposero che solo una crescita più sostenuta della

163 Oltre a Gerschenkron, op. cit., rinvio in proposito all’ampia ricerca di V. Hunecke, Classe operaia e rivoluzione

industriale a Milano 1859-1892, il Mulino, Bologna, 1982, che presenta anche utili considerazioni metodologiche ed

empiriche per la datazione dell’inizio del processo di industrializzazione in Italia. 63

domanda estera o interna (non statale) avrebbe potuto innescare processi moltiplicativi del reddito,

164

inducendo al tempo stesso l’ampliamento della matrice produttiva .

Sta di fatto che quella indicazione non fu recepita, lasciando il sospetto che si sia trattato di

un’importante occasione mancata. Del resto, non è senza motivo se l’Italia, ancora all’inizio delle

Seconda guerra mondiale, si presentava con oltre il 50% della propria popolazione lavorativa dedita

all’agricoltura. Un altro dubbio che è lecito esprimere si riferisce alla lentezza o alle distorsioni con

le quali nel nostro paese si è formata una cultura economica degna di questo nome.

Prima di chiudere, sento di dovere un’ultima risposta al lettore. Ho iniziato questo capitolo

segnalando, sulla scia di Gerschenkron, l’importanza che può assumere un’adeguata ideologia dello

sviluppo nel predisporre un paese e una collettività ad una fase di decollo industriale e di crescita

economica di lungo periodo. Sulla vocazione ideologica dei nostri tre periodici non si può proprio

dubitare, anche perché, al fine di candidarsi a riferimento dell’auspicato processo di trasformazione,

essi presentarono la comune caratteristica di promettere la soluzione di molti più problemi di quanti

in realtà fossero in grado di risolvere. Ritengo che non ci si debba stupire di ciò, perché è proprio

attraverso questo, per così dire, differenziale di ingiustificato ottimismo che è possibile soppesare la

specifica caratura ideologica di tali proposte. Ed è, infine, proprio grazie a questa loro caratura se

esse, anche quando rimasero lettera morta, risultarono in certo senso benefiche, instillando nella

collettività italiana di fine ottocento la convinzione che un più intenso ritmo di sviluppo economico

sarebbe stato non solo auspicabile, ma anche possibile.

164 Su questo argomento si è particolarmente soffermato F. Bonelli, Il capitalismo italiano. Linee generali

d’interpretazione, in Storia d’Italia. Annali. I. Dal feudalismo al capitalismo, G. Einaudi Editore, Torino, 1978, pp.

1193-1255. 64

Capitolo Quarto

Economia del benessere v. spirito d’impresa

Teoria e pratica della municipalizzazione nei primi decenni del Novecento

1. Introduzione

Quando nel 1903 fu approvato il disegno di legge presentato dal Governo Giolitti sulla

165

municipalizzazione , l’Italia stava attraversando una fase di profonde trasformazioni sociali,

economiche, civili. Si stavano consolidando le basi della sua prima struttura industriale. Il grado di

benessere della popolazione registrava incrementi decisamente più rilevanti rispetto al quindicennio

165 Che diviene la Legge 29 marzo 1903, n. 103. 65

precedente (tra il 1901 e il 1914 i salari reali dell’industria crebbero del 26%). Prendeva consistenza

e peso politico la classe impiegatizia delle principali città, un nuovo tipo di cedo medio che, a

differenza di quello tradizionale fatto di commercianti, imprenditori e piccoli proprietari terrieri,

traeva il suo reddito da un rapporto di lavoro subordinato. Il fenomeno dell’urbanizzazione

166

cominciava ad acquisire un andamento molto più marcato che in passato .

Nel campo delle idee e della sensibilità politica stava maturando una consapevolezza

specifica in merito alla partecipazione crescente delle classi popolari alla vita pubblica, mentre il

cambiamento dei gusti e della struttura delle preferenze determinava un impatto significativo non

solo sulle scelte individuali, ma anche su quelle della finanza pubblica. Emerse allora una

riflessione metodologicamente più avvertita sul nesso tra mercato, società e beni pubblici, e gli studi

sull’impresa pubblica municipale che presero inizio in quel periodo ne costituiscono una delle

espressioni più interessanti.

2. Municipalizzazione e monopolio naturale

Negli studi economici di fine ottocento-primo novecento, l’analisi dei mercati riguardanti la

fornitura di beni e servizi di pubblica utilità locale (acqua, gas, trasporti, e altri) mise in rilievo

alcuni elementi interni a questo genere di fenomeni produttivi (indivisibilità tecniche, rendimenti

crescenti, e simili) tali da determinare una tendenza “naturale” al monopolio.

A tale riguardo, Vilfredo Pareto si espresse così:

Vi sono delle branche di attività economica, in cui, per la natura stessa delle cose, la libera concorrenza non

esiste o, quanto meno, è solo molto imperfetta. Le si possono designare quali quasi-monopoli. Sono di tal

genere le ferrovie. Respingere l’intervento dello Stato in tali quasi-monopoli, facendo appello alla regola

astratta del laisser faire, laisser passer, è semplicemente abbandonarsi a speculazioni metafisiche. (…)

L’intervento dei poteri pubblici in certi servizi, quali gli omnibus, i tram, le somministrazioni di acqua e di

gas, ecc. può essere o non essere necessario. E’ l’esperienza, sono i fatti che debbono risolvere la

167

questione .

Da parte sua, Luigi Einaudi scrisse:

Una delle buone ragioni dunque per le quali può convenire all’ente pubblico di assumere una intrapresa, è

appunto quella di soppiantare i monopoli e ristabilire la concorrenza che non può verificarsi per ragioni

168

naturali .

166 Tra il 1881 e il 1911 la popolazione residente dei comuni con oltre 50.000 abitanti passò dal 18,8% al 22,8% del

totale.

167 V. Pareto, Corso di economia politica, vol. 2°, Torino, Boringhieri, 1961, pp. 209-210 (la prima edizione di questa

opera è del 1896-97).

168 L. Einaudi, Lezioni di scienza delle finanze, raccolte da Giulio Fenoglio, Torino, (Lit. tip. Visconti), s.d. (1911), p.

97. Si tratta della terza stesura del suo corso universitario; la prima risale al 1902-3, la seconda al 1907-8. 66

In modo simile, ma riferendosi a un background teorico più articolato, Enrico Barone

evidenziava il “caso tipico” che giustifica la nascita di imprese pubbliche:

Si tratta generalmente di industrie che nelle mani dei privati prendono il carattere di monopolio. Il monopolio

privato fa prezzi multipli nel proprio interesse per togliere ai consumatori quanto più può della loro rendita.

Il monopolio collettivo, nella ripartizione del costo totale, fa prezzi multipli anche lui, ma per crescere quella

169

rendita e non già per diminuirla .

Più di tutti fu comunque Giovanni Montemartini a dedicare una forte attenzione

170

all’argomento in discussione. Nella sua opera maggiore, Municipalizzazione dei publici servigi ,

egli prospettò numerosi casi in cui “fatti naturali, spontanei, che non ammettono modificazioni”

determinano una tendenza al monopolio:

Si tratta quasi sempre di consumi locali, e di una domanda limitata, che non permette né la produzione per

località diverse, né l’introduzione di prodotti da centri esterni di produzione. Contemporaneamente, alcuni

fattori di produzione che entrano in dette industrie sono limitati in quantità, non possono venire appropriati

da economie produttrici concorrenti, non permettono uno sviluppo indefinito dell’offerta (…) Infine (…)

trattasi per lo più di industrie che richiedono forti capitali d’impianto e di esercizio (…) Per tutte queste

171

ragioni il monopolio apparirà presto .

Tuttavia Montemartini ampliò la sua analisi andando oltre il caso costituito dal monopolio

172

naturale, per comprendervi anche situazioni in cui la “concorrenza (è) attiva, ma non efficiente” .

Con questa espressione egli intendeva il costituirsi di mercati caratterizzati da varie anomalie che,

in linguaggio teorico corrente, possiamo ricondurre ai seguenti casi: a) esistenza di un certo grado di

potere monopolistico da parte di singoli imprenditori pur operanti all’interno di settori

concorrenziali; b) asimmetrie contrattuali tra venditori e compratori; c) politiche di differenziazione

173

dei prodotti; d) imperfetta informazione da parte dei consumatori .

In termini teorici, le argomentazioni di Montemartini delineano ante-litteram la tipologia

della concorrenza imperfetta, e quindi la possibilità che imprese inefficienti non vengano espulse

dal mercato. Di qui, secondo questo economista, l’opportunità di un nuovo campo di applicazione

delle imprese municipalizzate.

169 E. Barone, Le opere economiche. Vol. 3. Principi di economia finanziaria, Bologna, Zanichelli, 1937, p. 120.

170 G. Montemartini, Municipalizzazione dei publici servigi, Società Editrice Libraria, Milano, 1902. Il pensiero di

Montemartini sulle imprese municipalizzate è stato esaminato da vari autori tra cui, in particolare, segnalo D. da

Empoli, Giovanni Montemartini (1867-1913), in G. Mortara (a cura di), I protagonisti dell’intervento pubblico in Italia,

Ciriec, Franco Angeli editore, Milano, 1984, pp. 121-145; I. Magnani, C. Marchese, “Giovanni Montemartini e

l’origine della municipalizzazione”, in Rivista di Diritto Finanziario e Scienza delle Finanze, 1985, vol. XLIV – Parte I,

pp. 169-184; A. Di Majo, “Giovanni Montemartini nella teoria e nella pratica dell’economia pubblica”, in Rivista di

Diritto Finanziario e Scienza delle Finanze, n. 1, 2005, pp.

171 G. Montemartini, Municipalizzazione dei publici servigi, op. cit. pp. 228-229.

172 Ibidem, p. 102.

173 Nel linguaggio di Montemartini si trattava di “concorrenza apparente, ma non reale”, oppure di “concorrenza

anarchica”, oppure ancora di “concorrenza parziale”, oppure infine di “concorrenza limitata nello spazio e nel tempo”;

cfr. Ibidem, pp. 102-149. 67

Per molti economisti del tempo, però, questa analisi di Montemartini che sosteneva

l’estensione dell’area di applicabilità dell’impresa pubblica municipale, andava oltre il segno della

174

dimostrabilità scientifica e delle opportunità pratiche .

Invece, tornando al circoscritto tema del monopolio naturale, la convergenza di idee tra

economisti fu ampia, comprendendo studiosi di estrazione scientifica e ideologica diverse, e anche,

come sopra si è visto, di forte tempra teorica, come Vilfredo Pareto o Enrico Barone. Tra questi

ultimi va indubbiamente annoverato anche Maffeo Pantaleoni. Peraltro, fu proprio questo

economista ad aggiungere alle considerazioni di statica comparata svolte dai propri colleghi in

merito al fenomeno in discussione, una cornice propriamente dinamica, del seguente tipo. Il

prevedibile ampliamento dei mercati dei beni e servizi di pubblica utilità come acqua, gas, tramvie,

ecc., e la conseguente opportunità, all’aumentare della loro produzione, di sfruttare economie

interne di scala, avrebbe indotto le imprese del settore a cambiare la struttura dei propri costi,

diminuendo l’incidenza di quelli variabili (che lui chiama “spese specifiche”), aumentando quella

dei costi fissi (“spese generali”). Da una parte, ciò avrebbe consentito la diminuzione dei costi totali

unitari, e comportato, dall’altra, l’ingrandimento delle dimensioni d’impresa. Estendendo a tutto il

sistema economico questa medesima logica di massima efficienza, una trasformazione come quella

esemplificata avrebbe di fatto incentivato la sostituzione delle “imprese private dei cittadini

175

mediante un’unica impresa pubblica” .

In sintesi, Pantaleoni iscriveva la municipalizzazione in una tendenza di lungo periodo

all’ingrandimento dei bilanci d’impresa (e quindi anche all’aumento della presenza delle imprese

pubbliche) e questo non già quale riflesso di un “movimento verso il socialismo di Stato” o del c.d.

“socialismo municipale”, bensì quale risvolto della ricerca del conseguimento di livelli via via

superiori di efficienza allocativa.

Schematizzando, in Italia nel primo quindicennio del secolo, il dibattito sulla

municipalizzazione si orientò sulle seguenti linee:

a – Una buona parte di economisti, accertata una tendenza “naturale” al monopolio di talune

attività economiche (specie quelle “legate alla strada”, come si esprimeva Einaudi), ritennero che

l’assunzione di una gestione ispirata a criteri pubblicistici al posto di quelli privatistici, avrebbe

consentito di ricostituire condizioni operative del tutto simili a quelle tipiche della concorrenza, a

174 L’esempio più noto di questa diversità di giudizi è dato dalla proposta di costituire forni municipali. Oltre che da

parte di Montemartini, questa proposta trovava il sostegno di I. Bonomi, La finanza locale e i suoi problemi, Milano-

Palermo-Napoli, Remo Sandrom 1903, e di F. Flora, Manuale di Scienza delle Finanze, Livorno, Raffaello Giusti

Editore, 1917 (quinta edizione riveduta e aggiornata; la prima edizione risale al 1893), ma l’opposizione di numerosi

altri autori, tra cui F. S. Nitti, Principi di scienza delle finanze, Napoli, Luigi Pierro, 1905 (seconda edizione; la prima è

del 1903), e L. Einaudi, “Il pane municipale di Catania”, in Il Corriere della sera, 5 febbraio 1905, poi in Id., Cronache

economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), II – (1903-1909), Torino, Giulio Einaudi, 1959, pp. 194-198.

175 M. Pantaleoni, “Di alcuni fenomeni di dinamica economica”, (ediz. originale del 1909), in Id., Erotemi di Economia,

Bari, Laterza, 1925, vol. 2, ristampato nel 1964 dall’editore Cedam di Padova, p. 102. 68

cominciare dal tendenziale azzeramento degli extra-profitti. Certo, questo si sarebbe ottenuto non

più a seguito di effettiva competizione tra numerosi produttori, ma per consapevole assunzione di

un simile obiettivo da parte del management pubblico dell’impresa-monopolio naturale.

b – Al contrario, una minoranza di economisti apprezzarono la soluzione dell’impresa

municipalizzata proprio per l’opportunità che essa offre di conseguire extra-profitti monopolistici,

da utilizzare poi quale strumento di finanza pubblica. Infatti, come nuova entrata del bilancio

comunale, essa avrebbe ampliato le possibilità operative del Comune medesimo, e ciò al fine o di

compensare la soppressione di imposte e tasse locali giudicate inique, o per finanziare la fornitura di

176

nuovi servizi alla collettività .

Queste due indicazioni costituirono la traccia di un dibattito che sostanzialmente favoriva le

varie tendenze riformistiche della cultura economica del tempo. Tra i due orientamenti in

competizione, prevalse il primo, cioè quello volto a replicare gli esiti della concorrenza. Si trattava

di dover applicare un criterio di conduzione d’impresa basato su un principio simile a quello del

costo pieno, e ciò al fine di realizzare un equilibrio empirico tra l’esigenza, di natura sociale, di

favorire con prezzi bassi il consumo di beni come acqua, gas, elettricità, trasporti; e il vincolo

economico di non compromettere le possibilità di crescita dell’impresa medesima, ciò che

suggeriva di chiudere i bilanci delle municipalizzate quanto meno in pareggio.

3 – La Municipalizzazione fra teoria e pratica

Il principio del “costo pieno” non coglieva però l’essenza del fenomeno in questione, che

registra non raramente (come sopra si diceva) il conseguimento di economie interne di scala grazie

ad un andamento decrescente dei costi totali unitari. Concretamente, questa tipologia produttiva

consegue miglioramenti di efficienza aumentando la quantità prodotta fino a realizzare

l’uguaglianza tra il prezzo di offerta e il costo marginale, anche se, in corrispondenza di questo

livello, può risultare una gestione in perdita dell’impresa.

Questo modo di considerare la questione aveva già trovato in alcuni studi della seconda

metà dell’Ottocento sulle tariffe ferroviarie la sua specifica teorizzazione, aprendo così la strada a

177

quella che è stata chiamata “the tortured history of Marginal Cost Pricing” .

176 Tra i sostenitori di questa posizione cfr. R. Bachi “Le nuove forme della funzione municipale in Inghilterra”, La

Riforma Sociale, 15 maggio 1897, p. 485; I Bonomi, La finanza locale e i suoi problemi, Milano-Palermo-Napoli,

Remo Sandrom, 1903, p. 280 e segg; F. S. Nitti, Principi di scienza delle finanze, (prima edizione 1903), Napoli, Luigi

Pierro, 1905, p. 682.

177 Gli studi di fine ottocento a cui mi rifersico sono quelli A. Hadley, Railroad Transportation, its History and its Law,

New York, Putnam, 1885 e a W. Launhardt, Die Betriebskosten Eisenbahnen …, 1877, tradotto in lingua italiana a cura

di A. Cabiati nel vol. 3 della quarta serie della “Biblioteca dell’economista”, Torino, Utet, 1905, pp. 269-356. La

ricostruzione analitica del marginal cost pricing è stata effettuata da M. Blaug, Marginal Cost Pricing: no empty box, in

D. Greenaway and G. K. Shaw (edited by), Public choice, public finance and public policy: essays in honour of Alan

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa per il corso di Storia dell'intervento pubblico in economia del prof. Piero Bini. Al suo interno è affrontato il tema dell'evoluzione delle politiche pubbliche dell'Italia in campo economico dal Risorgimento all'età giolittiana ed in particolare: la politica economica all’indomani dell’unificazione, teorie economiche e ideologie della industrializzazione, la pratica della municipalizzazione ai primi del Novecento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
Docente: Bini Piero
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Teorie dell’Intervento Pubblico in Economia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Bini Piero.

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