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l’apertura. Questa considerazione è stata introdotta nella teoria dei sistemi con titoli come

autoreferenza, autoregolazione o auto-organizzazione.

La teoria generale dei sistemi si è allora trasformata in teoria dei sistemi auto-organizzatori,

che mantiene l’intento iniziale dell’impostazione sistemica (lo studio delle relazioni con

l’ambiente), correlando però le condizioni dell’apertura con quelle della chiusura dei sistemi. I

sistemi, di conseguenza, risultano essere un po’ aperti e un po’ chiusi – aperti all’energia ma

chiusi all’informazione, oppure aperti strutturalmente ma chiusi organizzativamente.

Che cosa si intende con queste formulazioni un poco oscure? L’idea di fondo è che la

capacità dei sistemi di confrontarsi con l’ambiente, come pure la raffinatezza e l’articolazione

della loro immagine del mondo, dipendono in primo luogo da operazioni interne. Lo spunto è

partito da alcune considerazioni di tipo neurofisiologico, come il “principio di codificazione

indifferenziata”. Questo principio, ben noto e indiscusso nelle ricerche sul funzionamento del

cervello, afferma che gli impulsi che i nervi trasmettono al cervello in seguito ad uno stimolo

esterno (luce, calore, suoni o altro) codificano solo l’intensità dello stimolo, ma non dicono

nulla sul tipo di oggetto che lo ha prodotto. In altri termini: l’informazione che arriva al cervello

riguarda soltanto l’ordine di grandezza della perturbazione, ma non il tipo di oggetto che la ha

prodotta – solo la quantità e non la qualità. La differenza tra rumore, calore, pressione ecc.,

quindi, viene prodotta dal cervello (dal sistema) tramite strutture proprie, e non è importata

dall’ambiente. Si potrebbe anche dire che l’ambiente di per sé non contiene informazione ma

solo stimoli di vario genere, che diventano informazioni se e quando un sistema li rielabora con

le proprie categorie.

Si ha allora a che fare con una condizione di chiusura, che non vuol dire però isolamento nei

confronti dell’esterno, ma diventa paradossalmente la condizione per l’apertura del sistema: è

possibile confrontarsi con l’esterno solo se si dispone delle categorie che consentono di

coglierlo e strutturarlo, e queste possono essere solo il risultato di processi interni.

Queste categorie, comunque, non sono affatto arbitrarie e non cambiano ad ogni nuovo

contatto con l’ambiente. Il sistema non ricomincia ogni volta da capo, ma innesta le nuove

esperienze sui risultati delle esperienze precedenti. Ogni nuova operazione si applica ai risultati

di operazioni precedenti: una condizione che passa sotto il nome di ricorsività e che costituisce

l’oggetto di un’apposita branca della matematica, la teoria delle funzioni ricorsive. Si dimostra

in questo ambito che l’applicazione circolare di un operatore ai risultati di operazioni dello

stesso genere, se protratta per un certo tempo, può portare a valori relativamente stabili, detti

autovalori, che vengono confermati di ogni ulteriore operazione. Nei termini della teoria dei

sistemi, questo vuol dire che ogni nuova operazione, che parte necessariamente dalle operazioni

precedenti e il cui risultato va a innestarsi sui loro risultati, riproduce una condizione di

ricorsività che può portare a costituire degli stati relativamente stabili – degli stati a cui

corrispondono gli oggetti del mondo esterno, “computati” ricorsivamente dal sistema sulla base

degli stimoli che provengono dall’ambiente. Nell’ambiente in quanto tale, si deve concludere,

non esistono gli oggetti in quanto identità stabili, ma solo fonti di stimoli che si presentano ogni

volta necessariamente in forma diversa, perché sono diversi il momento e le circostanze. La

stabilità degli oggetti, confermata da ogni ulteriore incontro con essi (si riconosce la stessa sedia

su cui ci si era seduti ieri, il libro che si stava leggendo, la persona che si conosce) viene di fatto

costituita ricorsivamente dalle operazioni del sistema.

Sono allora i sistemi a dare ordine al mondo - un mondo che di per sé non è né ordinato né

disordinato, ma si limita ad offrire degli stimoli. L’esistenza di configurazioni ordinate (in

quanto tali improbabili) non dipende da una mano o da una mente superiore che provvede a

creare armonia, ma semplicemente dalla condizione di ricorsività delle operazioni. L’ordine con

cui si confrontano i sistemi non è il risultato di un ordine preesistente (principio di ordine

dall’ordine) ma dell’esistenza di condizioni selettive all’interno del sistema, che riportano la

molteplicità degli stimoli (il “rumore” ambientale) a configurazioni non casuali e riconoscibili

(principio dell’ordine dal rumore).

3. La chiusura autopoietica

La teoria dell’auto-organizzazione si innesta sulla teoria dei sistemi aperti per spiegare la

genesi e la trasformazione delle loro strutture – per spiegare per così dire come un sistema

aperto possa compiere operazioni proprie senza perdersi ogni volta nella complessità del mondo

(una complessità che eccede sempre le sue possibilità di reazione). La chiusura è in un certo

senso subordinata all’apertura: rimane intatto il principio di fondo per cui un sistema, per

esistere, deve in primo luogo essere aperto. È tuttora la condizione di apertura all’ambiente che

consente di distinguere un sistema da altri oggetti e di definire la sua identità.

La teoria dell’autopoiesi compie un passo in più e sostiene che la stessa identità del sistema è

costituita autoreferenzialmente e deve essere ricondotta alle operazioni del sistema: la stessa

identità del sistema è un prodotto della chiusura. Un sistema, per esistere, deve in primo luogo

essere chiuso – sia dal punto di vista energetico che dal punto di vista informativo. Secondo

questo approccio, di primo acchito piuttosto controintuitivo, non esistono relazioni input/output

tra sistema ed ambiente al livello della costituzione degli elementi: gli elementi di cui è fatto un

sistema (e quindi la stessa identità del sistema) sono prodotti dal sistema stesso sulla base di altri

elementi dello stesso genere, e non possono essere importati dall’esterno. Il confine che separa

l’interno dall’esterno non è qualcosa di estrinseco come per l’ormai classica teoria dei sistemi

aperti, ma è essenziale per la stessa definizione di sistema. Un sistema, cioè, è definito proprio

dal confine (dalla differenza) rispetto all’ambiente, e questo confine è tracciato dalle operazioni

che ne costituiscono gli elementi – cioè da processi interni – e non potrebbe essere altrimenti.

Questo non vuol dire che l’ambiente non é importante o che si può prescindere da esso – la

chiusura non significa affatto isolamento. Senza l’ambiente nessun sistema potrebbe

sopravvivere: anzi, senza riferimento all’ambiente non ha senso neppure parlare di sistema,

perché il punto centrale è qui proprio la distinzione sistema/ambiente e non uno dei due lati

contrapposti. Ma proprio perché si parte dalla differenza l’ambiente non può essere sistema e

non può introdurre degli elementi al suo interno (input) o riceverne in uscita (output).

Più concretamente: come la teoria dei sistemi aperti, la teoria dell’autopoiesi è stata

sviluppata inizialmente in ambito biologico, sempre con l’intento di definire le caratteristiche

del vivente. I sistemi viventi (gli organismi) sono sistemi chiusi non perché possono

sopravvivere senza un ambiente, ma perché dall’ambiente non importano direttamente gli

elementi da cui sono costituiti (le cellule viventi), ma solo i materiali che vengono elaborati

dalle operazioni interne fino a produrre tali elementi. In altri termini: le cellule dell’organismo

sono prodotte dall’organismo stesso e da nessun’altra parte, e la vita continua finché va avanti

questa capacità di autoriproduzione delle cellule da parte del sistema – un sistema a sua volta

costituito di cellule, che quindi produce gli elementi da cui è costituito sulla base degli elementi

da cui è costituito. Un sistema vivente è definito proprio da questa specifica capacità, cioè dalle

operazioni con cui porta avanti continuamente la propria autoriproduzione – o più precisamente

la propria autopoiesi. Nel produrre i propri elementi, quindi, il sistema definisce la propria

identità (continua ad esistere) ed anche il confine rispetto all’ambiente: l’organismo è fatto di

cellule e di connessioni tra cellule, e tutto il resto (compresi i materiali organici di cui si nutre,

l’acqua e il cibo che vengono rielaborati in tali operazioni) fa parte dell’ambiente.

Nell’ambiente ci sono (se ci sono) gli alimenti necessari per continuare a produrre cellule

viventi, ma non le cellule stesse, che in quanto tali non possono essere importate direttamente

all’interno del sistema: la distinzione è netta e univoca, e nel momento in cui cessa di essere tale

cessa anche la vita dell’organismo. Il sistema è fatto di operazioni, e non di materiali, e quando

si ferma la produzione di operazioni a partire da operazioni dello stesso genere si ferma la vita

del sistema – e quindi anche la possibilità di tracciare un confine rispetto all’ambiente.

L’identità del sistema (e anche del suo ambiente) coincide con la produzione degli elementi e

finisce con essa.

Come abbiamo visto trattando di codificazione indifferenziata, qualcosa di analogo avviene

anche a livello psichico: nell’ambiente non ci sono i suoni, i colori, le temperature, le identità

degli oggetti, ma solo degli stimoli che possono essere rielaborati dal sistema (se questo

avviene) fino a costituire gli elementi della percezione e del pensiero. Nell’ambiente non ci sono

pensieri: i pensieri esistono solo come elementi (operazioni) di un sistema psichico, prodotti

sulla base degli altri pensieri dello stesso sistema – e i pensieri sono sempre esclusivamente

pensieri di un determinato sistema e di nessun altro. Anche a livello psichico vale la condizione

di chiusura del sistema, che non può importare elementi (pensieri) dall’ambiente e nemmeno da

altri sistemi psichici nel proprio ambiente: i pensieri sono suoi e solo suoi, e vengono costituiti a

partire dai pensieri precedenti, cioè dipendono dalla storia del sistema. E anche a livello

psichico si realizza la stessa forma di non-isolamento: gli stimoli e le occasioni per produrre

pensieri provengono dall’ambiente, e il sistema non potrebbe proseguire le proprie operazioni in

mancanza di essi – come un organismo non potrebbe sopravvivere senza niente da mangiare.

Come possono però questi sistemi psichici chiusi, che si confrontano ciascuno con un

ambiente proprio, diverso necessariamente da quello di qualsiasi altro sistema, realizzare

qualche forma di coordinamento e di stimolo reciproco (se non di contatto)? L’unica forma

disponibile (peraltro estremamente potente) è la comunicazione, a cui partecipano ogni volta più

sistemi psichici che si riferiscono ad un medesimo contenuto – per quanto ciascuno lo faccia a

modo proprio e traendone le proprie conseguenze. La teoria dei sistemi sociali definisce la

comunicazione come un tipo specifico di operazione, che va a definire l’identità di un tipo

specifico di sistema, con una propria chiusura e un proprio ambiente. Le comunicazioni così

intese non sono fatte di pensieri, cioè di materiali che possono essere importati dall’ambiente (in

cui esistono i sistemi psichici), perché i pensieri sono e rimangono patrimonio esclusivo delle

coscienze, che non possono importarli dall’esterno ma non possono nemmeno esportarli nella

loro compiutezza. Come ciascuno sa, non è possibile comunicare un pensiero esattamente come

lo si intende – perché spesso la stessa espressione verbale modifica il contenuto (ad esempio

mettendo in serie un significato compatto, imponendo termini con connotazioni inadeguate o

un’esplicitezza estranea all’idea originaria), ma soprattutto perché per ciascuna coscienza i

significati sono in rapporto con tutta la storia del sistema, con le sue esperienze e con gli altri

significati, e non sono quindi mai pienamente condivisibili con un altro. Per fortuna, però,

l’identità dei pensieri dei partecipanti non è necessaria per la comunicazione, che presuppone al

contrario la loro differenza: perché altrimenti si dovrebbe comunicare? Le comunicazioni sono

operazioni di un ulteriore tipo di sistema autopoietico, anch’esso chiuso e autoreferenziale, che

ha bisogno dell’esistenza di sistemi psichici e della loro partecipazione alla comunicazione; i

significati comunicativi, però, come in tutti gli altri casi di autopoiesi, sono costituiti solo dal

sistema sulla base delle altre operazioni dello stesso sistema (sulla base della connessione delle

operazioni), e non da materiali esterni. Per questo ogni coscienza può interpretare la

comunicazione in un modo inedito, cogliendovi delle implicazioni che erano ignote anche a

colui che ha parlato o ha scritto, e per questo la comunicazione si produce (se si produce)

esclusivamente sulla base della connessione ricorsiva delle comunicazioni.

4. I livelli della teoria dei sistemi

Nonostante tutte le sue revisioni, e nonostante il capovolgimento dei concetti centrali

(dall’apertura alla chiusura) la teoria dell’autopoiesi mantiene la continuità con la teoria

generale dei sistemi: innanzitutto perché la questione centrale rimane la stessa (definire delle


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Atreyu

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in occupazione, mercato, politiche sociali e servizio sociale
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Borghi Vando.

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