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loro lunghezza da fibre mantenute in tensione dagli spiriti animali, i condotti ner-

vosi sono concepiti come rete integrata di apparati di trasmissione o conversione

puramente differenziale delle proprietà metriche e meccaniche degli oggetti che

impressionano i sensi. La figura invertita bidimensionale (che Cartesio sulla scorta

di Keplero denomina peintunF), tracciata punto per punto dai raggi di luce conver-

genti sul fondo dell'occhio, attiva sulla parete retinica specifici impulsi nei filamen-

ti del nervo ottico, proporzionati alle diverse pressioni esercitate dalle piccole sfere

del secondo elemento in base al grado di intensità, velocità e inclinazione dei loro

moti vorticosi. Tali impulsi, come illustra un'immagine (Fig. 3) tratta dall'edizione

de L'Homme a cura di Louis de la Forge (1664), determinano, per un processo ana-

logo alla trazione anaelastica di una corda, l'apertura di specifici pori del cervello, la

cui configurazione è replicata sul conarion mediante l'automatica fuoriuscita degli

spiriti animali in essa contenuti attraverso pori corrispettivi a quelli aperti si per tra-

zione dei nervi. Fig. 3

Descartes, L'Homme, 1664

In questo punto si interrompe il processo propriamente fisiologico-meccanico:

la mente, incorporata nella ghiandola pineale, avverte la configurazione delineata sulla

sua superficie dai moti degli spiriti, traducendola in maniera innata e inconsapevo-

le nel linguaggio psichico delle qualità percepite". Tale traduzione è l'effetto inanaliz-

zabile dell'intrinseca unione della mente e del corpo", della loro compenetrazione in una

specifica zona del cervello La non analizzabilità del qualitativo percepito, vale a

25•

dire il suo costituire per la coscienza percettiva un assoluto, deriva dal fatto che tra

la catena di movimenti fisici e organici che innesca, ad esempio, la sensazione del

colore rosso e il suo contenuto mentale, vi è completa eterogeneità e dissomiglian-

za Il loro rapporto è concepito da Cartesio in analogia con il linguaggio: il movi-

26•

mento cerebrale sta alla percezione che ad esso corrisponde come la parola al suo

significatd'.

Lungi dal riprodurre le caratteristiche degli oggetti con cui entriamo in contat-

to, come credono la coscienza ingenua e la gnoseologia aristotelico-scolastica che

su di essa si fondava, le sensazioni ci informano soltanto di mutamenti, convoglia-

ti a livello cerebrale che essi inducono nella superficie del nostro corpo. Nulla dal-

28,

l'esterno può giungere in diretta presenza della mente: se «è l'anima che vede, e non

l'occhio»", essa non "vede" l'immagine retinica. L'uomo barbuto, che assiste allo

"spettacolo" delle immagini all'interno della camera oscura, non è l'io percipiente.

Né esistono «altri occhi nel nostro cervello», capaci di "osservare" la configurazio-

ne neurocerebrale risultante dalla trasmissione degli impulsi nervosi attivati dalle

figure che si delineano meccanicamente sul fondo dell'occhio'o. Le sensazioni si ori-

ginano dall'attività propriocettiva inconsapevole dell'individuo psicofisico, dall'azione

immanente che la macchina del corpo, ed in particolare il circuito degli spiriti anima-

li nel sistema cervello-ghiandola pineale, esercita sul mentale. La percezione della

posizione, scrive Cartesio, «non dipende da nessuna immagine, né da azione alcu-

na proveniente dall'oggetto, ma soltanto dalla posizione delle particelle del cervel-

lo donde i nervi prendono origine», si genera cioè dalla sensibilità posturale, dal

mutamento della posizione relativa della nostra testa, registrato dai nervi e dal cer-

vello". Del pari, la percezione della distanza «non dipende in alcun modo da imma-

gini inviate dagli oggetti», ma deriva dalla registrazione neurocerebrale dei processi

d'adattamento della struttura del globo oculare e dell'accomodamento del cristalli-

no, dall'allargamento o dal restringimento della pupilla in rapporto all'intensità

luminosa e dalla conseguente distinzione o confusione della figura percepita, dal

grado di convergenza degli occhi nella visione binoculare, oltre che da conoscenze

pregresse sulla grandezza, posizione, conformazione dell'oggetto". Neppure la per-

cezione della grandezza e quella della figura sono colte per «somiglianza delle raf-

figurazioni che sono nell'occhio», giacché la prima procede essenzialmente dalla

spontanea ed inconsapevole messa a confronto della valutazione della distanza con

la dimensione dell'immagine retinica mentre la seconda dalla valutazione della

33,

posizione delle differenti parti dell'oggetto".

Le sensazioni, insomma, si realizzano grazie a sistemi di rappresentazione che

hanno origine nei processi nervosi e che da essi sono determinati. Più che un pal-

coscenico di immagini colte da un homunculus interiore, per via intellettiva, come

vuole certa vulgata novecentesca del dualismo cartesiano il cervello costituisce per

35,

Cartesio la struttura primaria e originaria di relazione tra la mente e il mondo. Ogni

comportamento percettivo è l'espressione di un'attività cerebrale. Tra l'io e la real-

tà esterna si interpone la complessa architettura nervosa della macchina del corpo:

la visione fornisce immagini che sono radicate nelle disposizioni organiche, negli

stati neurofisiologici che comandano gli automatismi conservativi d'interazione con

i corpi circostanti 36•

La soluzione cartesiana di un problema rivelatosi tecnicamente insolubile nel

quadro dell'ottica fisiologica della tradizione medico-scolastica, ha un significato

teorico e sistematico che travalica la sua effettiva capacità di render conto della

complessa natura anatomico-funzionale dei processi nervosi. Il rifiuto della tra-

smissione organica di immagini semicorporee speculari agli oggetti esterni, prese in

consegna ed elaborate da una pletora di facoltà dell'anima vivificanti il corpo e

distribuite dai sensi al cervello, instaura una frattura tra soggetto percipiente e

mondo percepito, destinata a comandare la questione tutta moderna del rapporto

mente-corpo e della natura dell'io. Per essere conosciuto, il mondo fisico deve esse-

re sottoposto a ricostruzione razionale, anche quando si tratta di comprendere ciò

che alla coscienza sembra offrirsi senza alcuna mediazione, come la luce, il colore

e le altre qualità del visibile. La «rivoluzione copernicana» di Kant muove già i primi

decisivi passi nel contesto ottico e psicofisiologico della programmatica negazione

cartesiana dell'antico principio di similitudine tra percipiente e percepito.

L'esperimento cosi descritto: «Prendendo l'occhio di un uomo da poco morto o, in

è

l

mancanza di questo, quello di un bue o di qualche altro grosso animale, tagliate con destrez-

M

za verso il fondo le tre membrane che lo avvolgono, in modo che gran parte dell'umore

che là si trova rimanga scoperto, senza però che per questo se ne versi neppure un poco;

poi, ricopertolo con qualche corpo bianco così sottile che la luce possa attraversarlo, come,

per esempio, un pezzo di carta o un guscio d'uovo, RST, disponete l'occhio nel foro Z di

una finestra già predisposto a questo scopo in modo che abbia la parte anteriore, BDC,

rivolta verso un luogo ove siano parecchi oggetti, come X, Y, illuminati dal sole e abbia

V,

la parte posteriore, ove si trova il corpo bianco RJT, volta verso l'interno della camera P,

dove sarete e dove non deve entrare nessuna luce, all'infuori di quella che potrà penetrarvi

attraverso quest'occhio, le cui parti, come sapete, da C fino a S, sono tutte trasparenti. Fatto

ciò, se guardate su questo corpo bianco RSJ: vi vedrete, forse non senza ammirazione e pia-

cere, una figura che rappresenterà del tutto naturalmente in prospettiva tutti gli oggetti

esterni posti in direzione dei punti V X Y, purché facciate in modo che quest'occhio man-

tenga la sua forma naturale proporzionata alla distanza di quegli oggetti», R. Descartes,

CEuvres, a cura di Ch. Adam e P. Tannery, Vrin, Paris 1897-1909, nuova ed. 1964-1974,11

volumi, voI. VI, pp. 115-116. Tale edizione indicata d'ora in avanti con la sigla AT, segui-

è

ta dal numero romano del volume. Mi avvalgo delle seguenti traduzioni italiane delle opere

di Cartesio: Operefilosofiche, a cura di E. Lojacono, 2 voli., Utet, Torino 1994 (indicata con la

sigla OF); Opere scientifiche, voI. a cura di G. Micheli, Utet, Torino 1966 e voI. II, a cura di

I,

E. Lojacono, Utet, Torino 1983 (indicate rispettivamente con OS I e OS II); Tutte le lettere.

a cura di G. Belgioioso, Bompiani, Milano 2005 (indicata con la sigla EP). Ho

1619-1650,

utilizzato corsivi nelle citazioni senza ogni volta segnalarlo in nota. Dove non compaiono

esplicite indicazioni, la traduzione mia.

è AA.vv.,

A.c. Crombie, La Dioptrique et Kepler, in Le Discours et sa méthode, a cura di N.

2

Grimaldi e J.-L. Marion, Vrin, Paris 1987, p. 133.

Per un quadro d'insieme sulla "rivoluzione" ottica e gnoseologica di Keplcro e

3

Cartesio, cfr. in parto G. Simon, Structures de pensée et objects du savoir chez Kepler, Service de

reproduction de thèses, Université de Lille IlI, 1979, e Id., Archéologie de la vision. L'optique, le

corps, la peinture, Seuil, Paris 2003.

«Non v'è bisogno di supporre fra gli oggetti e i nostri occhi un effettivo passaggio di

4

qualcosa di materiale perché ci sia possibile vedere i colori e la luce e neppure che vi sia in

quegli oggetti qualcosa di simile alle idee o alle sensazioni che ne abbiamo: nello stesso

modo dai corpi percepiti da un cieco nulla esce che debba passare lungo il bastone fino alla

mano e la resistenza o il movimento di tali corpi, sola causa da tutte delle sensazioni che ne

ha, non è in alcun modo simile alle idee che se ne forma. In tal modo il vostro spirito sarà

liberato da tutte quelle piccole immagini volteggianti per l'aria, dette specie intenzionali, che

tanto affaticano l'immaginazione dei filosofD>,R. Descartes, La dioptrique, AT VI, p. 85; OS

II, pp. 194-195.

Propriamente "forma" o "aspetto", ciò che "si dà a vedere", come indica la radice spec-

5

e la derivazione da [*specio] (cfr. A. Ernou t, A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue lati-

ne, Klincksieck, Paris 1959, pp. 639-640), la species era concepita come similitudo dell'oggetto,

capace di informare il senso. Dal momento che il sensibile - si legge in uno dei più diffusi

manuali scolastici, conosciuto da Cartesio ai tempi del collegio di La Flèche - «non possit

esse in sensu secundum se ipsum cum ab ipso distet, necesse est ut in illo sit secundum sui

similitudinem, quae nihil aliud est quam species intentionalis», la specie intenzionale essen-

do «signum aliquod formale rei sensibus obiectae, sive qualitatem quamdam quae ab objec-

to immissa et in sensu recepta vim habeat ipsum obiectum repraesentandi», Eustachius a

Sancto Paulo, Summa philosophiae quadripartita, Carolus Chastellain, Parisiis 1609, IIl, q. 2. Sul

rapporto di intentio tra visio e species cfr. G. Stabile, «Teoria della visione come teoria della

conoscenza>', Micrologus, V visione e lo sguardo nel Medioevo), 2 volI., a cura di A. Paravicini

(111

Bagliani, 1997-98, voI. pp. 225-246, ora in G. Stabile, Dante e la filosofia della natura.

I,

Percezioni, linguaggi, cosmologie, SISMEL - Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, pp. 9-29.

'«Non è la pietra che si trova nell'anima, ma la sua forma. Di conseguenza l'anima è

come la mano, giacché la mano è come lo strumento degli strumenti, e l'intelletto la forma

è

delle forme e il senso la forma dei sensibili>,(Aristotcle, De anima, III 8, 431b 30-432a 3,

trad. di G. Movia, Loffredo, Napoli 1999, p. 188).

Il trattato ottico in sette libri (Kitab al Mema;:jr'J dello scienziato arabo Alhazen (Ibn-al-

7

Haytham), composto poco prima del 1030, fu tradotto in latino intorno al 1200. La sua edi-

zione a stampa del 1572 a Basilea fu realizzata da F. Risner in un Opticae Thesaurus, includen-

te la Perspectiva di Vitellione (Witelo, seconda metà del XIII sec.), compendio che si ricolle-

ga alla tradizione ottica della scuola francescana.

«Quando la luce passa nel cristallino il colorepassa con essa; il colore in effetti mescola-

è

8

to alla luce, e l'umore cristallino percepisce questa operazione ed è sensibile alla forma delle cose

visibili che sono sulla sua superficie e ne attraversano l'intero corpo», Alhazen, De aspedibus,

I, 25. Sul colore come proprietà inerente agli oggetti visibili, cfr., ad es., Aristotele, De sensu et

sensibilibus, 3, 439b 9: «è evidente che, quando il diafano è in corpi determinati, i suoi limiti

siano qualcosa di reale: e che il colore sia questo qualcosa, è chiaro dai fatti, perché il colo-

re o è all'estremità dei corpi o è l'estremità - e perciò i Pitagorici chiamavano la superficie

colore. Il colore, in effetti, è al limite del corpo, ma non è il limite del corpo, perché biso-

gna pensare che la stessa natura che colorata all'esterno, lo sia pure all'interno», trad. it. di

è

R. Laurenti, in Aristotele, Opere, Laterza, Bari 1973, voI. 4, pp. 204-205.

La mappa medievale e rinascimentale dei processi dell'anima che conseguono alla sen-

9 sazione è assai varia e articolata. Per la tradizione che si richiama ad Avicenna i sensi inter-

ni sono cinque (sensus communis, imaginatio, phantasia, aestimativa, memoria), mentre Averroè e

Tommaso ne riconoscono quattro (sensus communis, imaginativa, cogitativa, memorativa). I medi-

ci, seguendo Galeno, localizzavano nei ventri coli cerebrali tre facoltà: imaginatio, ratio, memo-

ria (cfr. H.A. Wolfson, The InternalSenses in Latin, Arabic and Hebre1v Philosophical Texts,

<<I-:!arvard

Theological Review», 1935, 25, 2, pp. 69-133; E.R. Harvey, The Imvard Wits:

PsychologicalTheory in the Middle Ages and the Renaissance, London University Press, London

1975).

«Dico che la visione si fa quando di tutta la semisfera che si trova di fronte all'occhio,

10

anzi un poco di più, l'immagine si forma sulla parete bianco-rossiccia della superficie cava

J.

della retina", Kepler, Paralipomena ad Vitellionem, in Id., Gesammelte Werke, hrsg. von M.

Caspar, Beck, Miinchen 1937 sgg., voI. Il, p. 151. L'indagine kepleriana si avvale dei pro-

gressi dall'anatomia cinquecentesca nella descrizione della fabrica dell'organo della visione,

in particolare sulla morfologia del cristallino e la sua localizzazione decentrata all'interno del

globo oculare. Nel capitolo V dei Paralipomena ad Vitellionem è riporta e utilizzata la descri-

zione dell' occhio presentata dal medico F. Plater nel De corporis humani structura et usu libri III

(Basilea 1583), nel quale il cristallino era correttamente collocato in posizione avanzata ed

equiparato ad una lente (perspicillum). Nella Magia naturale (Napoli 1589) G. Della Porta para-

gona l'occhio ad una camera oscura che ha nel foro di entrata della luce una lente di picco-

lo spessore, composta dalla giustapposizione di due calotte sferiche. Qui le immagini si for-

mano diritte su uno schermo posto sopra il foro, in accordo con la teoria ottica medievale,

che faceva del cristallino l'organo recettore delle species (cfr. L. Muraro, Giambattista Della

Porta, mago e scienziato, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 105-142). Leonardo, prima di Della Porta,

aveva paragonato l'occhio ad una camera oscura (CodiceAtlantico, 270 r.b.), apparecchio d'al-

tronde ben conosciuto alla letteratura artistica e ottica del XVI secolo. Lo stesso Alhazen,

nel terzo capitolo del primo libro del De aspectibus, mancante come i primi due nella versio-

ne latina e, dunque, sconosciuto alla tradizione ottica occidentale, aveva studiato la propa-

gazione della luce mediante diversi dispositivi sperimentali, tra cui la camera oscura (cfr. Ibn

al-Haytham, Kitab al M,ma'lir, I-Il-IlI, ed. critica dell'originale arabo a cura di A.I. Sabra,

Kuwait, The National Council for Culture, Arts and Letters, 1983; G. Simon, L'Optique d'Ibn

al-Haytham et la tradition ptoléméenne, «Arabic Sciences and Philosophy», 1992, 2, pp. 203-235).

«Poiché sino ad oggi l'imago è stata considerata un ente razionale, d'ora in poi le figu-

11

re realmente esistenti sulla carta, o su una superficie di altro genere, saranno chiamate pictu-

J.

ral!», Kepler, Paralipomena ad Vitellionem, cit., p. 174 (cfr. T. Kaori Kitao, (dmago» and

AA.vv.,

«PicturtV);Perspective, Camera Obscura and Kepler's Optics, in La prospettiva rinascimentale.

Codiftcaifoni e trasgressioni, a cura di M. Dalai Emiliani, Centro Di, Firenze 1980, pp. 499-510).

J. Kepler, Paralipomena ad Vitellionem, cit., p. 186.

12 «E tutto ciò che fuori è a destra, è dipinto sulla parte sinistra della parete; ciò che è a

13

sinistra, a destra; ciò che è sopra, sotto; ciò che è sotto, sopra. Le cose verdi sono dipinte

all'interno in colore verde, e ogni cosa nel suo colore», ivi, p. 153. L'analisi kepleriana della

propagazione della luce nell'occhio in termini di convergenza focale permette di spiegare il

funzionamento delle lenti correttive, che aveva costituito un paradosso insormontabile per

la teoria perspettivista della visione come ricezione da parte del cristallino dei soli raggi inci-

denti ortogonalmente la sua superficie anteriore. Ogni processo di deviazione dei raggi di

luce era qui considerato fonte di errore percettivo. Per Keplero, al contrario, non solo nel-


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero scientifico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Allocca Nunzio.

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