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Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

flessibilità nella loro attività produttiva, per cui possono raggiungere costi inferiori

rispetto ad imprese monoimpianto e rispondere, in modo più efficiente, ad una

contrazione od a una modificazione della domanda.

Le economie interne di scala determinano, quindi, la diminuzione dei costi unitari

di prodotto quando aumenta il volume assoluto di produzione relativamente ad

un intervallo temporale.

Le economie di scala costituiscono “barriere all’entrata” in quanto impongono, alle

imprese esterne al settore, di entrare con volumi elevati di produzione, o con volumi di

attività più bassi, accettando svantaggi di costo

Ulteriori barriere all’entrata possono essere generate da:

i) la necessità di investimenti in pubblicità o in R&S, che hanno tempi di recupero

lunghi;

ii) l’accesso ai canali di distribuzione (se questi sono già utilizzati dalle imprese

presenti nel settore, la nuova impresa deve operare su prezzi competitivi o su altre

iniziative che incidono sui costi di produzione e sull’utile di impresa),

iii) gli svantaggi di costo - che derivano da tecnologie di prodotto esclusive,

dall’accesso privilegiato a materie prime o semilavorati, dalle difficoltà di

localizzazioni adeguate per eccessivi prezzi delle aree, dalle curve dell’esperienza

o di apprendimento, per cui le nuove imprese non possono usufruire della

diminuzione dei costi unitari di prodotto, conseguenza del cumularsi di esperienze

nel processo di produzione.

1.6. Ipotesi dell’incubatrice

L’ipotesi dell’incubatrice pone alla base della natalità delle imprese la

attribuendo alle grandi aree urbane la funzione incubatrice di nuove

localizzazione,

iniziative imprenditoriali di piccole dimensioni.

Secondo la formulazione originale di Hoover e Vernon, le PMI manifatturiere

acquisiscono vantaggi, nella fase iniziale attività, dalla localizzazione nella parte

centrale delle aree metropolitane, per l’elevata accessibilità, la vicinanza al mercato, la

disponibilità di manodopera qualificata, la presenza di servizi alle imprese, la facilità di

interscambio con altre imprese sia fornitrici che utilizzatrici di prodotti intermedi, la

maggiore disponibilità di informazione.

Giocherebbe, quindi, a favore della nascita di nuove PMI, la presenza congiunta di

economie di urbanizzazione e di localizzazione (Hoover e Vernon 1959).

L’ipotesi dell’incubatrice è stata ampliata da Leone e Struyk che associano, all’ipotesi di

natalità, anche quella della mobilità. Alcune PMI, nate nel cuore delle aree

metropolitane, sviluppandosi ed aumentando le dimensioni produttive, esprimono una

domanda di spazio crescente che le spinge a delocalizzarsi verso le zone più esterne

delle grandi aree urbane anche perchè, nello stesso tempo, diminuisce la domanda di

economie esterne, data la possibilità di internalizzare alcune funzioni aziendali. Alcune

tipologie di imprese, tuttavia, non seguono l’ipotesi della mobilità in quanto ritengono più

utile mantenere una dimensione ridotta ed una localizzazione centrale, in quanto sono

caratterizzate da produzioni specializzate per le quali è necessario avvalersi di una fitta

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rete di interdipendenze che solo la grande città può dare, e di elevate economie

esterne. (Leone e Struyk 1976).

L’ipotesi dell’incubatrice mette in relazione i due aspetti della localizzazione

dell’impresa, l’aspetto implicito derivante dalla natalità, e quello esplicito, dato

e li connette a momenti diversi del ciclo di vita dell’impresa e di modelli

dalla mobilità,

organizzativi.

Nell’individuazione dei fattori che concorrono a determinare un processo di sviluppo

locale, un indicatore significativo deriva dalla localizzazione delle imprese, che può

essere di natura esplicita od implicita: riguardano essenzialmente due tipologie di

I processi di localizzazione esplicita

- comportamento spaziale: la prima riguarda la localizzazione di una impresa come

risultato di una delocalizzazione di una azienda esistente in altra area, la seconda

è riferita alla localizzazione di un impianto di una impresa la cui casa madre resta

nell’area di origine.

La localizzazione esplicita deriva dalla valutazione, da parte di una impresa già

esistente, delle proprie convenienze localizzative in relazione a numerosi motivi:

processi di ristrutturazione aziendale, innovazioni organizzative, di processo, di

prodotto, aumento della produzione, diversificazione, deverticalizzazione, fase del

ciclo di vita del prodotto, convenienze basate sulla ricerca di migliori economie

esterne, domanda di terreni a costi inferiori, minore costo della manodopera,

migliore dotazione di infrastrutture e servizi, presenza di agevolazioni pubbliche di

vario tipo, minore conflittualità sindacale. La localizzazione esplicita dipende da

fattori che generano una natalità tipicamente esogena nell’area in cui l’impianto si

colloca, legata alle caratteristiche attrattive per determinate tipologie settoriali e

dimensionali, tecnologiche, e non rientra, quindi, nel processo di nascita di nuove

imprese.

La localizzazione implicita riguarda, al contrario, la nascita di una nuova

- e, di conseguenza, è frutto della decisione da parte dell’imprenditore di

azienda

investire in una determinata industria e in una specifica area geografica. La

dimensione e l’intensità della natalità imprenditoriale in un determinato intervallo

temporale, deriva da una somma di fattori come l’ambiente economico, sociale,

culturale locale dell’area geografica e, quindi, dallo “spazio geografico”, con effetti

diretti sul processo di sviluppo endogeno, e da politiche pubbliche di

incentivazione e di animazione economica.

L’ipotesi dell’incubatrice deve essere rivista alla luce delle profonde modificazioni che si

stanno generando sulle strutture delle città nei paesi ad economie avanzate. In altri

termini, è vero che nelle zone centrali delle grandi aree urbane e delle principali città, le

PMI tendono a localizzarsi nei primi anni di vita, ma ciò è valido quasi esclusivamente

per le PMI che operano nella produzione di beni immateriali e nelle attività connesse al

quaternario e al quinario. Non solo, ma si verifica sempre più un processo di selezione

gerarchica che non dipende, come ha affermato Brian Berry, solo dal rango urbano, ma

anche e soprattutto dal livello di capacità competitiva delle città.

si devono considerare alcuni modelli di

Sul versante della localizzazione implicita

generazione di nuove imprese, in particolare con la ossia la

nascita per spin off, 14

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nascita di una impresa che avviene quando un soggetto decide di uscire

dall’organizzzione aziendale in cui lavora e di creare una nova impresa. In particolare:

la nascita per spin off avviene più

Secondo una prima linea interpretativa,

- facilmente nelle prime fasi del ciclo di vita del prodotto, in quanto prevalgono fattori

che facilitano la natalità imprenditoriale (concorrenza basata sulle caratteristiche

del prodotto, ruolo della R&S e delle informazioni, tecnologia fluida), mentre un

ambiente locale poco favorevole è quello in cui prevalgono imprese operanti in

settori maturi, con ridotta dinamica produttiva, concorrenza basata sui prezzi,

tecnologia standardizzata. I tassi di natalità di nuove imprese sono, quindi, ridotti

nelle aree di antica industrializzazione e nelle regioni meno sviluppate, mentre

risultano più elevati – in linea con l’ipotesi dell’incubatrice - nelle aree urbane ad

elevato grado di sviluppo o di recente industrializzazione, con particolare

riferimento ai settori ad alta intensità di tecnologia e di innovazione, come

conseguenza delle peculiarità dello spazio urbano che incide positivamente sulle

opportunità di contatti con attività di R&S e con istituzioni universitarie, e sulla

presenza di manodopera con specifiche vocazioni in grado di avviare una attività

imprenditoriale (manager, ricercatori, ecc.).

non attribuisce alle aree urbane ad alta

Una seconda linea interpretativa

- intensità di attività ad elevata tecnologia una capacità specifica di attivare una

natalità di nuove imprese per spin off, mentre ritiene strategico il grado di

diffusione delle conoscenze e la presenza di PMI che, da un lato garantiscono

minori barriere all’entrata per i nuovi imprenditori e, dall’altro agiscono da

incubator per la natalità imprenditoriale. Le PMI giocano, quindi, secondo questi

soprattutto

autori, un ruolo importante per la nascita di nuovi imprenditori,

per le ridotte barriere all’entrata, per le ampie varietà di compiti che il personale

svolge e, quindi, per la maggiore flessibilità professionale di cui gode il futuro

imprenditore, la maggiore familiarità con il mondo ed i mercati, la retribuzione

minore, minore sicurezza del posto di lavoro rispetto agli occupati nelle grandi

imprese, anche se la qualità del management potrebbe sfavorire le PMI a

vantaggio delle grandi imprese.

la nascita di nuove imprese è dovuta anche al particolare ciclo

Nei distretti industriali,

produttivo che, organizzato sulla base di un’elevata e crescente divisione del lavoro tra

le imprese, crea continuamente domanda di prodotti intermedi specifici, di lavorazioni

particolari, di servizi alla produzione e di servizi alle imprese.

Gli studi più recenti sulla natalità delle imprese ha posto l'accento soprattutto sul settore

manifatturiero, ignorando o comunque non trattando adeguatamente il fenomeno più

rilevante delle nuove PMI produttrici di servizi alle imprese, di tipo high-tech, soft

imprese ad eonomie esterne, localizzate in aree metropolitane e in grandi

company,

città dove la nascita per è molto elevata e coinvolge un gran numero di tipologie

spin off

e di settori. -

2. I L NUOVO PARADIGMA TECNICO ECONOMICO

Ogni ciclo d’innovazione, sia esso di processo, di prodotto, di organizzazione, deriva

dalla nascita e dall’affermazione di un nuovo paradigma tecnologico. 15

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Ogni sistema economico si fonda su un sistema tecnologico, costituito da pochi

elementi di base, generati da alcuni settori avanzati, in grado di fertilizzare tutti gli altri

settori attraverso un processo progressivo di mutamento delle loro tecnologie.

I principali tipi di cambiamento tecnologico riguardano:

le innovazioni radicali, che avvengono in modo “discontinuo”

- le innovazioni incrementali, che vengono introdotte in modo quasi continuo, e che

- riguardano miglioramenti nella gamma di prodotti e nei processi, le innovazioni

epocali o rivoluzioni tecnologiche.

Una rivoluzione tecnologica è caratterizzata da una drastica riduzione dei costi di molti

prodotti e servizi, dalla nascita di una gamma interamente nuova di prodotti e di

processi, da un elevato miglioramento delle caratteristiche tecniche e qualitative di molti

altri prodotti e processi, da una accettazione politica e sociale e, infine, da una

integrazione ambientale.

Se un nuovo sistema tecnologico soddisfa questi elementi, si andrà a generare,

nell’intero sistema economico, un effetto di con un conseguente

cross-fertilization,

cambio di paradigma.

Una nuova tecnologia modifica radicalmente e strutturalmente il comportamento

dell’intero sistema economico, se incide sulle decisioni e sulle modalità di

Una rivoluzione tecnologica rappresenta, quindi,

investimento in quasi tutti i settori.

un importante mutamento paradigmatico che coinvolge buona parte delle decisioni nei

settori, ed influenza l’andamento di tutta l’economia..

Di conseguenza, un “nuovo può essere definito come

paradigma tecnico-economico”

un nuovo insieme di principi guida, che diviene il senso comune dirigenziale e

progettuale in ogni nuova fase dello sviluppo, e che implica l’adozione di nuovi metodi

che si differenziano in modo rilevante rispetto al passato, di fatto un nuovo di

set

procedure che vanno a ridefinire una nuova (Perez, 1983).

best practice

L’Information può essere definita come un nuovo paradigma tecnico-

Technology

che “interessa la gestione ed il controllo dei sistemi di produzione e di

economico

servizi nell’intera economia, basato su un sistema di innovazioni radicali ed interagenti

nei settori degli elaboratori elettronici, della progettazione del software, dei sistemi di

controllo e dei circuiti integrati e delle telecomunicazioni che hanno drasticamente

ridotto il costo dell’immagazzinamento, della manipolazione, della comunicazione e

della disseminazione dell’informazione.

Con il paradigma tecnico-economico, le “best-practice influenzano tutti i

technology”

settori (industriale, terziario, quaternario, quinario).

Oltre alla nascita di nuovi settori, si genera un processo di diffusione intersettoriale

attraverso la disseminazione di tecnologie che permettono l’ingresso di nuove

tecnologie in tutti i settori.

Il nuovo paradigma tecnico-economico basato sull’Information si

Technology

basa su una costellazione di settori e comparti produttivi che attraversano

orizzontalmente tutta l’economia, la cui fortissima crescita caratterizza le

economie dei paesi post industriali alle soglie del terzo millennio.

La diffusione intersettoriale dell’innovazione che si viene a generare, mette in

relazione i concetti di sistema economico e di sistema tecnologico che, insieme,

danno luogo ad un “paradigma tecnico-economico che comprende un modo di

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produzione e un corrispondente modo di organizzazione sociale della

produzione”.

I principali fattori che caratterizzano il paradigma dell’Information sono:

Technology

un elevato tasso di cambiamento tecnologico nei settori delle tecnologie

- dell’informazione, analogamente ad un’ampia gamma di settori connessi con le

loro applicazioni,

l’integrazione delle fasi di progettazione, lavorazione, rifornimento,

- commercializzazione, amministrazione all’interno di ogni impresa,

il miglioramento della qualità dei prodotti, dei processi, dei servizi,

- il collegamento della rete di fornitori di componenti e di materie prime con imprese

- di assemblaggio o con imprese di servizi,

elevata flessibilità produttiva (economie di gamma),

- la riduzione delle componenti elettromeccaniche e dei vari stadi di trasformazione

- delle componenti, a seguito della ridefinizione di prodotti e processi,

elevate possibilità di cambiamenti rapidi dei prodotti/processi,

- una maggiore integrazione internazionale nel settore dei servizi e dei mercati che

- deriva dalla trasmissione più rapida dell’informazione e da migliori flussi di

comunicazione (Freeman e Soete, 1985).

3. T ’

ERZIARIZZAZIONE DELL ECONOMIA

Il nuovo paradigma tecnico-economico determina, nei

dell’Information Technology

Paesi ad economia avanzata, profonde modificazioni nel sistema produttivo e

ridefinisce gli schemi organizzativi della produzione, sia di tipo materiale che

immateriale.

Le innovazioni organizzative, parte integrante delle innovazioni tecnologiche, e la

nascita di nuove imprese in nuovi settori, spesso ad alta tecnologie e ad elevato

contenuto di informazione, incidono in modo diretto sulle trasformazioni radicali che in

questi ultimi decenni stanno subendo le città, sia in termini di ruolo e funzioni, sia per

quanto riguarda le relazioni con le rispettive aree di influenza, le caratteristiche e le

configurazioni delle reti urbane, i nessi tra distribuzione geografica delle attività

produttive ed i modelli di concentrazione della popolazione.

Mutano, di conseguenza, in modo altrettanto radicale, le variabili-guida per

l’analisi e l’interpretazione delle dinamiche urbane nei processi di sviluppo

regionale, e cambiano i metodi ed i modelli interpretativi che, per lunghi anni,

hanno fatto da sfondo alle principali teorie geografiche.

La progressiva terziarizzazione delle economie dei paesi di antica industrializzazione si

struttura secondo forme e modelli molto differenziati e non univoci.

In primo luogo, perché il complesso delle attività che configura la cosidetta

“terziarizzazione” è molto eterogeneo, ma anche fortemente integrato, concentrato a

livello territoriale, e interconnesso con aree e regioni non contigue, misurabile non tanto

per lo di funzioni presenti, quanto per l’intensità delle relazioni intra e inter

stock

sistema.

In secondo luogo, perché le innovazioni organizzative, che derivano dal nuovo

paradigma tecnologico, stanno operando una più marcata specializzazione e divisione

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spaziale del lavoro, che vede localizzate in misura elevata, nelle grandi aree urbane e

nelle grandi città, le attività di direzione, gestione, controllo della produzione, i servizi

alle imprese di assetto e strategici, le attività finanziarie di alto livello, i grandi centri

transazionali, le attività che producono beni immateriali e quelle legate alla R&S. Nelle

città medie e piccole, al contrario, prevalgono le attività tipiche dei sistemi produttivi

locali e dei distretti industriali, formati da PMI, a cui si associano alcune attività e

funzioni legate alla diffusione intersettoriale con profili e

dell’Information Technology,

qualitativi minori.

standing

Mentre nello stadio di crescita del sistema di produzione fordista, di tipo e

capital labour

il tasso di sviluppo economico delle città risulta correlato con i tassi di crescita

intensive,

della popolazione, che tende a insediarsi là dove si concentra la domanda di lavoro,

nella fase di transizione post industriale, in cui la base economica, costituita da

produzioni di beni fisici, viene gradatamente sostituita dalla produzione di beni

immateriali, di tipo e eventuali variazioni nel tasso di

information intensive labour saving,

incremento demografico non delineano le molteplici forme della transizione, e non

permettono di formulare interpretazioni adeguate sul declino o sullo sviluppo del

sistema urbano.

3.1. Urbanizzazione, controurbanizzazione, disurbanizzazione

Le analisi del processo di urbanizzazione si pongono, in genere, in una prospettiva

teorica evoluzionistica secondo cui “ogni formazione sociale è prodotta, senza rottura,

per estrapolazione dagli elementi della formazione sociale precedente.

Nell’ampio quadro definitorio del termine urbanizzazione, si possono distinguere due

“famiglie” di significati:

il primo fa riferimento all’urbanizzazione come concentrazione spaziale di

- popolazione;

il secondo riguarda la diffusione del sistema di valori, atteggiamenti e

- comportamenti, definito anche come “cultura urbana”.

In entrambe i casi, il processo d’urbanizzazione è direttamente correlato alle profonde

trasformazioni che le città hanno subito con la rivoluzione industriale, sia nella fase

paleotecnica che neotecnica, e con il sistema di produzione fordista.

Nei paesi ad elevato grado di sviluppo, il processo di urbanizzazione, interpretato

inizia nel

come concentrazione della popolazione in un numero ridotto di centri,

periodo paleotecnico della prima rivoluzione industriale, originato dalla crescita di

impianti industriali nelle aree urbane, con attivazione di posti di lavoro anche in settori

collaterali come costruzioni, servizi, commercio.

La rivoluzione industriale – che si colloca intorno alla metà del settecento - rappresenta

non solo un radicale cambiamento nella produzione manifatturiera, in agricoltura, nei

trasporti e nelle comunicazioni, delle tecniche produttive e organizzative, ma anche una

vera e propria transizione economica, sociale, politica.

Il motore dei flussi migratori e dell’inurbamento della popolazione nelle città è dovuto, in

buona misura, alla domanda di lavoro negli impianti industriali ed ai forti differenziali tra

redditi agricoli e redditi industriali, unitamente alle diverse condizioni della qualità della

vita ed all’effetto città. A questo va aggiunto – ma solo in periodi successivi - la

progressiva meccanizzazione dell’agricoltura, con ulteriore espulsione di manodopera

dal settore. 18

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esprime una forte

Il fordismo, interpretato come regime di accumulazione,

corrispondenza tra tecnologie in uso, forme di produzione e del processo del lavoro,

natura dei consumi nella società. Sulla base dei principi del taylorismo, esso mira ad

accrescere l’efficienza produttiva attraverso una rigorosa pianificazione delle singole

fasi di produzione. è, quindi, alla base dei nodi e delle criticità che si

Il modello di produzione fordista

verificano nelle grandi città industriali, nel momento in cui decadono i vantaggi

localizzativi degli impianti di produzione: la separazione netta del lavoro di concetto

(terziario interno) dalle mansioni manuali, attuata nell’impresa fordista, ha l’obiettivo di

migliorare la produttività e di rafforzare il controllo, ma genera una base di manodopera

dequalificata che, in parte, è uno dei motivi della disoccupazione nelle metropoli post

industriali.

Le principali imprese si sviluppano nelle città che hanno una classe imprenditoriale

dinamica, che garantiscono migliori economie di localizzazione e di urbanizzazione, che

presentano le migliori interconnessioni infrastrutturali con i principali mercati e con le

fonti di approvvigionamento delle materie prime e dei semilavorati, che hanno una

posizione geografica baricentrica. La maggiore efficienza del sistema urbano permette

la produzione di massa di numerosi beni di consumo a prezzi ridotti per i mercati di

massa.

La forte concentrazione della popolazione su un numero limitato di centri in cui sono

localizzati i grandi impianti industriali - con effetti occupazionali di tipo diretto, indiretto e

indotto – rappresenta uno dei fattori generatori delle aree metropolitane. Le fasi di

“urbanizzazione” e “suburbanizzazione” nella teoria del ciclo di vita, di fatto, delineano in

modo diretto le relazioni tra crescita economica, demografica e insediativa, e

confermano quanto detto in precedenza.

Nella seconda metà degli anni settanta, numerosi studi effettuati negli Stati Uniti e in

Europa, hanno messo a fuoco fenomeni di rallentamento della dinamica demografica

delle maggiori aree metropolitane, a fronte di una crescita dei centri urbani di minore

dimensione e, parallelamente, crisi di carattere economico e sociale di alcune aree

urbane a più antica industrializzazione.

Berry ha ripreso la definizione di Tisdale secondo cui l’urbanizzazione è un processo

ed ha definito la ”

di concentrazione della popolazione, “controurbanizzazione

come un processo di deconcentrazione della popolazione, che implica un movimento da

uno stato di maggiore concentrazione ad uno stato di minore concentrazione, e le cui

caratteristiche specifiche sono la diminuzione dell'etoregeità, della dimensione, della

densità. riguarda le grandi aree urbane e può essere definita come una

La disurbanizzazione

riduzione sensibile dei tassi di crescita della popolazione residente.

I fattori che incidono sulla disurbanizzazione sono dovuti agli effetti combinati dei

processi di deindustrializzazione e di terziarizzazione, che hanno impatti divergenti

sull’occupazione e sulle traiettorie di sviluppo urbano.

Secondo alcuni autori, la deriva "dalla tendenza generale alla

deindustrializzazione

riduzione, in termini relativi o assoluti, dell'occupazione industriale.

3.2. I fattori della terziarizzazione 19

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

Per quanto riguarda il processo di nelle grandi aree urbane, si può

terziarizzazione

osservare che:

l’affermazione del nuovo paradigma tecnico-economico basato sull’Information

di tipo e incide sull’affermazione

Technology, information intensive labour saving,

di nuove forme di organizzazione aziendale e modifica le strategie localizzative,

con una drastica caduta della significatività dei fattori di localizzazione classici,

un’elevata mobilità geografica degli impianti, una crescente

internazionalizzazione delle imprese, una sempre maggiore globalizzazione delle

economie, forti effetti delocalizzativi di attività industriali dalle aree centrali verso

regioni periferiche, o del terzo mondo, forte tendenza alla “concentrazione

selettiva”, soprattutto nelle grandi aree urbane, delle attività di direzione,

gestione, controllo delle aziende che rappresentano i motori dello sviluppo di

attività integrate, prevalentemente information intensive.

I processi di globalizzazione dell’economia, generati in buona misura

dall’Information hanno prodotto vistose trasformazioni anche nella

Technology,

divisione internazionale del lavoro. Le attività delle aziende transnazionali e

internazionali sono state riorganizzate e ridistribuite, ricercando economie di

portata e di scopo, oltre alle economie di scala. Si passa, in altri termini, dal

sistema fordista classico ad un “neofordismo”, nel quale i sistemi flessibili di

produzione, distribuzione, commercializzazione, basati su forme di produzione

che consentono di passare rapidamente da un livello di produzione ad un altro, e

da un tipo di prodotto ad un altro, con diverse possibili combinazioni di legami

verticali e orizzontali tra aziende, e con la creazione di reti, gruppi, costellazioni

di imprese, modificano la logica della produzione di massa congiunta ai consumi

di massa.

Le produzioni (informatica, microelettronica,

information intensive

telecomunicazioni, software per l’automazione di fabbrica e d’ufficio, produzione

di sistemi di automazione rigida e flessibile, servizi alle imprese, ecc.)

attraversano orizzontalmente, anche se in modo ineguale, il mercato di tutti i

settori dell’economia, siano essi industriali, terziari, quaternari o quinari. Incidono

sul livello competitivo delle aziende, determinando capacità di progettazione

rapida, mutamenti nei prodotti e nelle tecnologie di processo, integrazione delle

fasi di progettazione e produzione, riduzione del numero di componenti

meccanici in molti prodotti, integrazione in rete dei fornitori di componenti e di

imprese di assemblaggio. Forniscono al sistema economico una vasta gamma di

occasioni produttive e di mercato, d’innovazioni di processo, di prodotto, di

organizzazione, di strumenti in grado di incrementare la produttività e la

competitività di tutti i settori, attraverso una integrazione “a sistema” delle diverse

unità di produzione e delle diverse funzioni che compongono un ciclo produttivo,

dalla concezione del prodotto al mercato. Queste attività sono tipicamente labour

e prediligono, quindi, la localizzazione urbana in

saving floorspace saving,

quanto sono meno soggette alle diseconomie generate dagli elevati costi delle

aree, ed ai fenomeni di congestione che sono stati, in parte, alcuni dei fattori di

delocalizzazione degli impianti industriali dalle aree centrali: la crisi delle attività

industriali nei centri metropolitani sarebbe in parte dovuta, secondo la teoria dei

costi di produzione di Keeble, ad un più elevato livello dei costi di produzione –

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Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

affitti delle aree, congestione nei trasporti, costi della manodopera, minore

efficienza della città di grandi dimensioni - rispetto a quello delle imprese

localizzate in regioni periferiche (Keeble, 1984).

La delocalizzazione dei grandi impianti industriali e la conseguente perdita di posti di

lavoro, non compensata adeguatamente dalla creazione di nuova occupazione nelle

attività è l’elemento di connessione più diretto con il fenomeno

information intensive,

della disurbanizzazione.

Le trasformazioni della base economica delle grandi aree urbane generate negli

ultimi decenni hanno determinato un complesso

dall’Information technology,

sistema basato prevalentemente sulla produzione di beni immateriali, che si

vanno gradatamente sostituendo alla produzione di beni materiali.

Non vi è dubbio che uno dei fattori dirompenti del nuovo paradigma dell’Information

sia lo sviluppo di aggregati settoriali (terziario avanzato, quaternario e

Technology

quinario) e la riduzione di quei settori che, per anni, avevano accompagnato la

maggiorparte degli studi e delle ricerche sullo sviluppo regionale.

Con l’articolazione sempre più complessa e più ricca delle attività e funzioni che

ricadono nel comparto del terziario, negli anni sessanta numerosi autori hanno cercato,

con sottoclassificazioni, di strutturare le diverse attività e funzioni del terizario, in un

quadro più sistematico e meno eterogeneo.

Alcuni studiosi hanno differenziato i servizi sulla base delle modalità di produzione,

enucleando dai cosidetti “servizi puri”, caratterizzati da alta intensità di lavoro, i servizi

che richiedono tecnologie più complesse ad alta intensità di capitale, come le attività

portuali, i trasporti, le comunicazioni, le forniture d’energia, acqua, gas, selezionando

alcune caratteristiche comuni come il prodotto, il lavoro necessario per la produzione, la

tipologia delle strutture erogatrici.

Altri autori hanno analizzato le tipologie di consumo dei servizi. La distinzione

introdotta sulla scorta della distinzione tra prodotti intermedi e finali,

principale, è

i servizi destinati alla

quella tra servizi alle imprese e servizi alla popolazione:

vendita sono considerati finali in quanto venduti al consumatore, mentre i servizi alla

produzione, erogati ad operatori economici, sono input intermedi del prodotto finale. In

tal modo, sono messe in relazione le attività di servizio con la rispettiva funzione

economica nel processo di produzione, analogamente a quanto avviene in molti modelli

della crescita economica in merito alla distinzione tra beni di consumo e beni capitali.

Altri autori classificano le funzioni terziarie in gruppi costituiti:

dai servizi di distribuzione (immagazzinaggio, trasporti, comunicazioni, servizi

- commerciali),

dai servizi alle imprese, che comprendono attività di servizio (consulenze

- finanziarie, organizzative, legali, di progettazione) fornite ad altre imprese che a

loro volta producono beni o servizi,

dai servizi sociali, che rispondono ai bisogni della collettività (sanità,

- istruzione,trasporti), dai servizi personali, che raggruppano un insieme di attività

che si differenziano dalle precedenti soprattutto per uno spostamento di accento

sul carattere individuale dei bisogni (alberghi, pubblici esercizi, servizi di

assistenza). 21

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

I criteri di classificazione si moltiplicano man mano che appaiono evidenti le insufficenze

esplicative dell’aggregato.

La costituzione di un aggregato nuovo, nettamente separato dal comparto del terziario,

è stata effettuata da:

Gottmann con l’introduzione, negli anni sessanta, della categoria del

- riferito alle attività direzionali pubbliche e private, alle professioni

quaternario,

liberali, al sistema del credito e

i geografi dell’Università del Minnesota, con la definizione della categoria del

- relativa a tutte quelle attività ad elevato contenuto di informazione,

quinario,

come ad esempio l’informatica, le comunicazioni, la telematica.

Il processo di terziarizzazione è stato approfondito alla metà degli anni settanta da

Stanback, Ginsburg e Vojta, che definirono i servizi alle imprese come il perno su cui

poggiano i sistemi economici avanzati.

I processi di terziarizzazione dell’economia delle grandi aree urbane, sotto forma di

deindustrializzazione e crescita agglomerativa delle attività di direzione, gestione,

controllo, di produzione di informazione e di innovazione, modificano le gerarchie

consolidate, ed attribuiscono, ad un ridotto numero di aree urbane, la capacità di

gestire, con un ruolo sovraregionale, la struttura dei rapporti economici, tecnologici,

culturali. Il ruolo che le città possono acquisire, deriva quindi soprattutto dalla capacità

di innovare e incubare le attività prodotte dal nuovo paradigma tecnico-economico, e

non dall'estensione della base economica esistente.

Il processo di terziarizzazione dell'economia ha acquisito sensibili differenziazioni

dovute, in larga misura, ai molteplici modelli di sviluppo regionale, propri delle diverse

fasi di crescita della struttura produttiva.

In aree in cui, ad esempio, non è decollata l'industrializzazione, il terziario banale,

basato soprattutto sulle funzioni del commercio al dettaglio e all’ingrosso, ha acquistato

la funzione di serbatoio di manodopera strutturalmente in eccesso, con una crescita

dell'occupazione nel settore pubblico e nei servizi rivolti alla domanda finale.

In altri casi, un incremento di occupazione nel terziario è stato determinato dalla

che ha provocato un di manodopera esclusa dal settore

deindustrializzazione surplus

secondario, con una crescita - non correlata alla domanda - del settore pubblico e dei

servizi per la domanda intermedia e finale.

Non deve essere trascurata una peculiarità delle attività cresciute e sviluppate all’ombra

del nuovo paradigma tecnico economico: la forte intersezione tra funzioni, che possono

essere contemporaneamente erogatori o fruitori di altri servizi e che rendono sempre

più labili i confini tra struttura della domanda e dell’offerta.

3.3. Funzioni direzionali e servzi alle imprese.

Il processo di riorganizzazione delle imprese industriali, e la forte componente

internazionale spingono sempre più le aziende a localizzare le sedi direzionali nelle

grandi città e nelle aree metropolitane.

Questa localizzazione è mantenuta se il sistema urbano offre un’efficienza

organizzativa e infrastrutturale, se presenta adeguate economie d’urbanizzazione, se

garantisce economie esterne dinamiche. 22

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

è costituito dalle funzioni direzionali e gestionali delle imprese, dove

Il quaternario

sono elaborate le informazioni, sono prese le decisioni di strategiche in termini di

allocazione delle risorse, d’investimenti, di disinvestimenti, sono svolte le attività di

negoziazione e transazione con le altre imprese e attività che, come fornitori di (di

input

tipo sia materiale che immateriale), e come utilizzatori di entrano nella la catena

output,

del valore aziendale.

Le attività di negoziazione e di transazione, in quanto richiedono rapporti diretti e

interpersonali, incidono in misura elevata sulla concentrazione delle funzioni nelle

grandi aree urbane. I contatti interaziendali “faccia a faccia” si realizzano più facilmente

in centri dotati di elevata accessibilità, efficienti, forniti di servizi urbani di qualità, con

elevate caratteristiche ambientali. è il

Strettamente connesso al quaternario, sistema dei servizi alle imprese.

rientrano tra quelle funzioni aziendali che l’impresa può, o

I servizi alle imprese

internalizzare (terziario implicito), o acquistare all’esterno (terziario esplicito), o ancora –

ed è il caso più frequente – decidere di utilizzare operando una complementarietà tra

funzioni svolte all’interno e l’out sourcing.

Si possono identificare due principali categorie:

la prima comprende quelle attività, rivolte alla gestione quotidiana, che consentono

- di mantenere, possibilmente migliorandole in termini qualitativi, le condizioni delle

aziende. Sono i cosidetti (contabilità,

"servizi di mantenimento" o "di routine"

ammnistrazione, ecc.). Questa categoria non contribuisce allo sviluppo del

sistema produttivo, e non costituisce un fattore propulsivo dell'economia locale.

La seconda categoria riguarda i (marketing, pubblicità, ecc.)

"servizi avanzati"

- che, in quanto portatori di di applicazioni di tecnologie innovative di

know-how

prodotto, di processo, di gestione, di mercato, contribuiscono all'inserimento delle

imprese nei mercati più dinamici, attraverso l'aggiustamento strategico, e

contribuiscono ad accelerare il tasso di sviluppo regionale.

L'opportunità, per le imprese, di incrementare il consumo di servizi d’assetto e

strettamente collegato al nuovo paradigma tecno-economico

strategici è

dell’Information che orienta gli strumenti per una dinamica concorrenziale,

Technology

da tecniche a produzioni L'esistenza e la

capital intensive information intensive.

disponibilità, per un’impresa, di maggiori flussi informativi, sono la condizione

necessaria perchè vengano perseguiti con continuità processi innovativi. L’aumento di

produttività e di competitività dell’impresa non è più, quindi, garantita dallo spostamento

da sistemi di produzione a l'informazione e la

labour intensive capital intensive:

che possono essere scambiate per

conoscenza divengono le risorse strategiche

numerosi motivi e da diverse tipologie di soggetti, con la trasformazione

dell'informazione in bene di scambio. possono

Le difficoltà d’accesso delle imprese ai flussi d’informazione,

rappresentare che possono essere superate solo attraverso

barriere alla crescita

innovazioni di tipo organizzativo, e attraverso lo sviluppo di funzioni di pianificazione,

organizzazione, finanza, ricerca e sviluppo. Il difficile posizionamento, sul mercato, delle

imprese localizzate in regioni periferiche, è anche funzione delle caratteristiche e del

dinamismo dell'ambiente locale, che influisce sulla selezione delle tecnologie più

23

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

appropriate, e che può essere definito come "l'insieme delle relazioni politiche, sociali,

culturali nelle quali le imprese sono inserite".

La domanda di servizi è allora funzione della capacità del sistema produttivo di

esplicitare - lato imprese - una propensione maggiore all’innovazione (che si manifesta

anche con una domanda crescente di funzioni proprie del terziario avanzato), e di

attivare - lato servizi – un’offerta adeguata alle rinnovate esigenze delle aziende.

3.4. Le attività di R&S e le piccole imprese innovative

Le attività di R&S sono strettamente connesse con le strategie aziendali relative

all’individuazione delle caratteristiche della produzione, delle tecnologie che s’intendono

adottare, delle localizzazioni previste.

Attraverso la pianificazione strategica, l’impresa determina gli obiettivi di lungo periodo,

le scelte delle politiche aziendali per raggiungere tali obiettivi, l’acquisizione delle risorse

necessarie per ottenere i risultati prefissati.

Sulle modalità di consumo di R&S da parte delle imprese, gioca un ruolo determinante

la natura del ciclo di vita del prodotto innovativo, che assicura ad un’impresa di crescere

solo durante le prime due fasi che sono sempre più brevi e tronche. L’adozione

continua d’innovazioni, necessaria per rendere l’impresa sempre competitiva sul

mercato, può essere orientata al miglioramento del prodotto esistente, allo sviluppo di

nuovi prodotti, all’acquisizione in parte o in toto di altre imprese.

In linea generale, la R&S rivolta alla ricerca di base ed ai campi di ricerca più avanzati,

tende ad essere centralizzata, anche se i centri di ricerca delle grandi imprese,

soprattutto multinazionali, sono spesso localizzate in sedi separate da quelle direzionali.

Nel processo di terziarizzazione della base economica delle principali città e aree

metropolitane, un ruolo rilevante per gli effetti di polarizzazione delle funzioni

è dato dalle (tra cui spicca la

piccole imprese innovative

information intensive,

produzione di software, la gestione di banche dati, la multimedialità, ed altre attività

simili), spesso attive in settori legati alla produzione di beni a prevalente contenuto

immateriale, che prediligono la localizzazione nelle grandi aree urbane per motivi legati

alla loro dimensione, alle caratteristiche dei prodotti, al tipo di mercato al quale si

rivolgono, al grado di internalizzazione delle funzioni aziendali.

può essere assimilata a quella fornita da Porter di

La definizione di settore innovativo

“settore emergente”, ossia di settore “di nuova formazione o di recente ristrutturazione,

la cui nascita è determinata da innovazioni tecnologiche, cambiamenti nelle relazioni di

costo, nuovi bisogni del consumatore, o altri cambiamenti di ordine economico e

sociologico” (Porter, 1980). Caratteristiche del settore sono l’incertezza tecnologica

la formazione di nuove imprese di piccole dimensioni, la natalità di

e strategica,

imprese per l’incertezza relativa alle caratteristiche della domanda, la presenza

spin off,

di problemi organizzativi aziendali.

Le piccole imprese innovative non crescono in modo lineare ma discontinuo, dovuto ad

una serie di fasi critiche che corrispondono a radicali mutamenti della loro struttura

organizzativa e del management.

Le piccole imprese innovative sono sensibili alle relazioni con l’ambiente esterno che si

possono realizzare con legami intertecnologici e intersettoriali, sono determinate dai

requisiti tecnici richiesti dai clienti, sono condizionate da fattori competitivi. Queste

24

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

relazioni derivano da diverse modalità di rapporti con i committenti, che si possono

realizzare in termini di subfornitura di fasi e prodotti da parte di grandi aziende,

l’acquisizione di prodotti e componenti ad elevato contenuto tecnologico, la

formalizzazione di accordi, collaborazioni, joint venture disegna

La presenza di situazioni di elevata incertezza tecnologica e di mercato,

un’organizzazione interna che tende a minimizzare l’internalizzazione delle funzioni

aziendali e ad accentuare l’out sourcing. che domandano in

Sono quindi imprese tendenzialmente ad economie esterne,

misura consistente servizi e funzioni qualificate e ad elevato contenuto tecnologico,

adeguato alle caratteristiche della loro produzione e che utilizzano risorse professionali,

in molti casi esterne, come canali privilegiati di trasferimento di competenze

tecnologiche dall’ambiente all’impresa.

4. I NTERNAZIONALIZZAZIONE E GLOBALIZZAZIONE

Il nuovo paradigma tecnico-economico dell’Information incide

Technology

profondamente sulla formazione di processi d’internazionalizzazione delle imprese e di

globalizzazione dell’economia. L’internazionalizzazione delle imprese è determinata

che riguardano i

dagli spostamenti internazionali di alcuni fattori della produzione

trasferimenti internazionale di capitali, e la rete di connessioni stabilita dalla formazione

di imprese multinazionali, attuata mediante strategie aziendali rivolte all’ampliamento

del mercato in nuovi Paesi attraverso una molteplicità di forme organizzative descritte in

precedenza (creazione di filiali, partecipazioni societarie, concessione di licenze, joint

venture, ecc.).

Una parte significativa dei movimenti internazionali dei capitali si attua in investimenti

esteri diretti, ossia in flussi internazionali di capitali attraverso cui una impresa di un

Paese crea od espande la propria attività in un'altra nazione. Secondo la moderna

teoria delle imprese multinazionali, i motivi della localizzazione della produzione in

Paesi diversi da quello della casa madre, non è dissimile da quelli che determinano la

struttura del commercio internazionale. I vantaggi della internazionalizzazione delle

imprese possono essere articolati in i) “vantaggi da proprietà” rispetto ai competitori

esteri, che derivano dal controllo proprietario di specifiche risorse aziendali trasferibili

all’estero a basso costo (trasferimenti di tecnologie, capacità di imitazione, di

adattamento e diffusione delle conoscenza, competenze manageriali e finanziarie,

economie di scala); ii) vantaggi da internalizzazione, che derivano dall’integrazione di

attività diverse all’interno dell’impresa; iii) vantaggi localizzativi, dovuti alla disponibilità

di materie prime, al costo ed alla qualificazione della manodopera, a specifiche

caratteristiche socio-istituzionali.

I sentieri di internazionalizzazione delle imprese mediante investimenti diretti,

sono determinati dalle caratteristiche strutturali dei settori produttivi, dalle caratteristiche

delle tecnologie, che incidono in modo rilevante sulla struttura organizzativa dei

processi produttivi, dalla natura e dalla destinazione delle merci prodotte.

Il nuovo paradigma tecnologico ha operato profonde modificazioni dei processi di

internazionalizzazione messi in atto dalle imprese multinazionali nel periodo fordista,

caratterizzato da aziende molto integrate e con una struttura decisionale accentrata.

Accanto ad una gestione meno centralizzata delle società multinazionali, si è sviluppata

25

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

una nuova organizzazione decentrata di imprese, molto flessibili, il cui centro di

direzione e controllo ha la funzione di stimolare la collaborazione e la realizzazione di

sinergie.

Secondo il modello attuale d’internazionalizzazione e d’integrazione produttiva, le

per restare competitive ed attuare strategie espansive, stringono allenze che

imprese,

consentono di acquisire tecnologie, di entrare in nuovi mercati, di ridurre i costi della

R&S, di sfruttare economie di scala.

L’internazionalizzazione si è estesa dalle imprese multinazionali classiche di grandi

dimensioni, anche ad imprese di medie dimensioni che costituiscono reti internazionali

attraverso filiazioni, nascita di nuove aziende, acquisizioni, fusioni, per la

joint venture

produzione e per lo sviluppo tecnologico integrato, adottano innovazioni coordinate

nelle strutture produttive, effettuano investimenti diretti per acquisire, controllare,

partecipare aziende localizzate al di fuori dei territori nazionali.

I vantaggi delle strategie integrate di internazionalizzazione derivano anche

dall’incremento che stanno subendo le potenzialità di fusione delle tecnologie, e dalla

diminuzione dei costi di mantenimento delle reti, con spinte sempre maggiori

all’internazionalizzazione anche per quelle imprese con uno stadio di sviluppo non

avanzato.

La decisione da parte di una impresa o di una filiera produttiva, di

è frutto di una strategia aziendale che introduce una innovazione

internazionalizzarsi

organizzativa in una o più fasi della catena del valore per mantenere/acquisire maggiore

competitività sui mercati. Non è detto che ad una innovazione di questo tipo siano

associate anche innovazioni di processo o di prodotto.

Questo quadro fa emergere per grandi linee, due modelli di comportamento

differenziati delle PMI nei processi di internazionalizzazione:

per un certo numero di PMI, posizionate su prodotti maturi, con tecnologie

standardizzate, ridotta propensione all’innovazione di prodotto, di processo, di

organizzazione, l’esposizione alla concorrenza è soprattutto legata a fattori di

prezzo più che di qualità.

Queste aziende si internazionalizzano in molti casi attraverso la delocalizzazione

di parti della catena del valore delle produzioni soprattutto in paesi in cui il costo

della manodopera è basso e di scarsa qualità, dato che l’esigenza principale è

acquisire competitività da prezzo, riducendo i costi di produzione, in particolare del

lavoro.

E’ il caso delle delocalizzazione nei paesi balcanici, in alcuni paesi dell’Europa est

meridionale, e in alcuni del bacino del mediterraneo, nonché in paesi emergenti

come Cina e India.

altre PMI puntano sulla qualità dei prodotti e sull’innovazione. Per restare

competitive ed attuare strategie espansive, stringono alleanze per acquisire

tecnologie, per entrare in nuovi mercati, per ridurre i costi della R&S, per sfruttare

economie di scala.

Possiamo dire che queste imprese si internazionalizzano attuando modalità più

evolute, non necessariamente legate solo alla delocalizzazione:

si costituiscono in reti internazionali (dalle costellazioni ai network strategici,

- alle reti di impresa) attraverso filiazioni, nascita di nuove aziende,

26

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

acquisizioni, fusioni, partnership, per la produzione e per lo

joint venture

sviluppo tecnologico integrato;

adottano innovazioni coordinate nelle filiere produttive;

- effettuano investimenti diretti per acquisire, controllare, partecipare filiali o

- aziende localizzate al di fuori dei territori nazionali in grado di essere

complementari ai propri sistemi di produzione.

E’ questo un modello che prefigura un processo di internazionalizzazione delle

PMI multiplo, spesso anche in Paesi ad economia post industriale, con effetti

positivi per i territori di origine, a patto che le funzioni aziendali che riguardano la

progettazione, il design, la tecnologia, lo sviluppo del know how e delle

competenze, la commercializzazione, restino in loco e si sviluppino.

Di fatto, in questo modello vi sono le migliori premesse per lo sviluppo di quello

che potremmo definire un processo di terziarizzazione dei sistemi produttivi locali,

nei quali la produzione a prevalente contenuto fisico può essere anche

delocalizzata ma per il quale la componente strategica è legata allo sviluppo – con

effetti di sostituzione – di attività a prevalente contenuto intellettuale, orientate ad

attivare network internazionali a monte e a valle della produzione ed a garantire

potenziali di competitività nelle componenti in cui l’Italia possiede le migliori

potenzialità per un riposizionamento competitivo.

è, in parte, un effetto dell’internazionalizzazione spinta delle

La globalizzazione

imprese, e deriva dalla trasformazione dei rapporti tra i sistemi economici e tra le

rispettive strutture produttive che tendono, sempre più, ad essere condizionate e/o

stimolate dai confronti competitivi a livello mondiale. Le forti interconnessioni e relazioni

a livello planetario tra attività finanziarie, produttive, R&S, determinano un processo

dinamico di “intensificazione delle relazioni sociali mondiali che legano comunità locali

tra loro distanti in modo tale che gli avvenimenti locali prendono forma grazie ad eventi

che hanno luogo a molte miglia di distanza e viceversa” (Giddens, 1990).

ha influito fortemente sull’aumento dei flussi di commercio

L’Information Technology

internazionale e sugli investimenti diretti all’estero, rendendo le economie dei diversi

stati sempre più integrate tra loro, e determinando fenomeni di globalizzazione

economica e sociale.

Per ridurre i tempi ed i costi della R&S, ma anche i rischi legati all’incertezza del

successo dell’innovazione in un mercato sempre più competitivo, alcune imprese

attuano collaborazioni tecnologiche per scambiare e\o generare conoscenze tecnico-

scientifiche, accettando la condivisione di conoscenze tecnologiche con altre imprese,

per migliorare il proprio livello competitivo,. In alcuni casi, le innovazioni sono concepite

su scala globale da imprese multinazionali che possono attuare diverse strategie(ad

esempio, la R&S e le attività ad alta tecnologia sono concentrate nel paese di origine

della casa madre e, quindi, distribuite alle filiali in altri paesi, oppure le imprese che

fanno parte della multinazionale, attuano una propria attività di R&S).

In genere, gli investimenti in R&S sono predominanti nelle imprese di maggiori

dimensioni, tanto che i livelli d’intensità tecnologica mostrano una correlazione positiva

con la dimensione aziendale, mentre risultano proporzionalmente minori nelle PMI in cui

la R&S è prevalentemente di tipo informale ed implicito.I principali motivi che vengono

addotti per spiegare la scarsa propensione delle PMI ad attuare significativi investimenti

27

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

in R&S sono riconducibili i) alla relativa maggiore presenza di PMI in settori e

lavorazioni tradizionali, caratterizzati da minori livelli di opportunità tecnologiche, ii) alle

limitate risorse tecnologiche, organizzative e finanziarie di cui queste imprese possono

disporre, soprattutto a fronte delle soglie di indivisibilità che molte attività di ricerca e

sviluppo richiedono, iii) alla necessità di esternalizzare le attività di R&S e, quindi, ai

condizionamenti che derivano dalla dotazione e dal livello tecnologico dell’area

geografica in cui sono localizzate, iv) alle specifiche strategie di mercato ed alle

conseguenti scelte di investimenti e, quindi, di costi e di determinazione dei prezzi, dato

che le PMI tendono a sviluppare l’attività di R&S in relazione diretta con la possibilità di

innovare aumentando i costi variabili, e in relazione inversa con quella di innovare

incrementando i costi fissi.

Le PMI, quindi, tendono ad attuare le attività R&S ricorrendo all’out sourcing,

sviluppando le innovazioni in modo implicito, utilizzando risorse tecniche, umane,

organizzative, accumulate o acquistate per altre funzioni aziendali, che già costituiscono

il set dei costi variabili, integrando le attività svolte internamente con servizi esterni

all’impresa. . .

5. L

A RIFORMA DELLE P A

5.1. La riformadelle amministrazioni pubbliche: verso la Public Governance

Le amministrazioni pubbliche in Italia ed all’estero sono state interessate negli ultimi

venti anni da un profondo processo di trasformazione i cui presupposti sono da

ricercare, come descritto nel capitolo precedente, nelle dinamiche evolutive del contesto

socioeconomico e politico delle società post-industriali.

La continua evoluzione dell’ambiente di riferimento ha messo in discussione i

tradizionali principi della gestione amministrativa con importanti effetti su cittadini e

imprese, sempre meno propensi a giocare un ruolo di destinatari passivi delle politiche

pubbliche e sempre più portatori di una domanda di partecipazione attiva nelle scelte e

nella valutazione degli esiti dell’agire pubblico.

A partire dalla fine degli anni ’70 tutti i principali Paesi sviluppati hanno intrapreso

riforme radicali del settore pubblico e delle sue istituzioni.

A queste iniziative di modernizzazione gli studiosi hanno dato denominazioni diverse,

ma quella che ha riscosso maggior consenso è nota come o

New Public Management

NPM.

Più recentemente, però, il è stato integrato da un nuovo

New Public Management

approccio emergente, noto come che nasce come critica al primo,

Public Governance,

ritenuto troppo vicino al mondo delle imprese private e considerato,di conseguenza,

scarsamente critico, meccanicistico e poco capace di mettere in chiara evidenza le

specificità decisionali e gestionali delle amministrazioni pubbliche.

La invece, è più attenta al recupero della capacità di governare

Public Governance,

sistemi e reti di soggetti economici e sociali e allo sviluppo della funzione di regolazione.

è la “sintesi” dei movimenti di riforma che hanno

Il New Public Management

interessato alcuni sistemi amministrativi pubblici, a partire dalla fine degli anni ‘70.

Esso ha avuto origine in alcuni Paesi “pilota” (Regno Unito, Stati Uniti,Australia, Nuova

Zelanda) mentre l’esperienza cumulata in questi contesti è stata via via estesa ad altri

28

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

Paesi nei primi anni ’90, per poi trovare applicazione anche nei Paesi in via di sviluppo

e nelle economie in transizione, all’alba del nuovo millennio.

può essere ricondotto ad una varietà di radici teoriche che

Il New Public Management

possono tutte aver influenzato i riformatori:

le amministrazioni e le aziende pubbliche sono poste in

– Teoria delle scelte pubbliche:

concorrenza con quelle private ed il cittadino ha la possibilità di scegliere tra diversi

offerenti. a certe condizioni (bassi costi di transazione) la

– Teoria dei costi di transazione:

produzione e l’erogazione di servizi pubblici può essere esternalizzata a soggetti (for e

no profit) diversi dalla pubblica amministrazione, con consistenti vantaggi in termini di

efficienza. occorre realizzare un netta separazione tra politica ed

– Teoria “Principale-Agente”:

amministrazione. Gli organi politici possono essere considerati i mandanti(principale) e

quelli amministrativi i mandatari (agente). Ai fini di ridurre l’asimmetria informativa che si

può creare tra politici ed amministratori è necessario conciliare i risultati da raggiungere

in un determinato periodo. nella P.A. devono essere parzialmente importati

– Teoria del management pubblico:

metodi di gestione e strumenti propri del management, in modo chela pubblica struttura

si possa gestire in modo simile ad un’impresa.

I presupposti ed i contenuti del possono essere schematizzati

New Public Management

avvalendosi di tre categorie di analisi:

le sue idee chiave;

le modalità di attuazione;

le leve manageriali poste in essere.

Idee chiave

Si tratta dei temi che hanno fatto da “sfondo” alle riforme ed hanno caratterizzatola

prima fase del NPM (anni ’80-’90):

esigenza di fornire la massima autonomia e discrezionalità al management

– pubblico,

spostare l’asse di riflessione dal binomio politici-manager al binomio manager-

– utente,

introdurre tecniche manageriali dal settore privato (for profit e no profit).

Modalità di attuazione

In alcuni Paesi la strategia di attuazione delle riforme ha seguito logiche di tipo top-

(riforma guidata dal Governo centrale), in altri casi logiche bottom-up (riforma

down

“spontanea” che coinvolge in primo luogo i comuni e le singole amministrazioni).

La Gran Bretagna e la Nuova Zelanda sono esempi di Paesi in cui la modernizzazione

della P.A. ha seguito logiche top-down, i Paesi scandinavi,invece, sono esempi di

modernizzazione bottom-up, in Italia, infine, le due logiche sono entrambe presenti.

Leve d’azione di tipo manageriale

Guardando in una prospettiva comparata alle varie esperienze di riforma si può notare

che l’azione di modernizzazione si è fondata sull’attivazione di una serie di “leve”

29

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

d’azione. In particolare si possono distinguere leve “vecchie” e“nuove” (vedi fig. I.1), a

seconda che ci si riferisca al primo embrionale nucleo del NPM o ad una fase più

matura in cui, accanto ai primi spunti critici, andava progressivamente emergendo

l’approccio della Public Governance.

5.2. Le leve d’azione del New Public Management

Di seguito ci si sofferma unicamente su due aspetti:

valutazione delle performance e dei risultati,

nuove modalità di relazione tra P.A. e cittadini.

b) Valutazione dei risultati e delle performance

In molti Paesi, la continua crescita che, a partire dagli anni ’60, ha fatto registrare il

rapporto tra spesa pubblica e PIL ha posto in evidenza il problema della limitatezza

delle risorse in relazione ai bisogni da soddisfare, determinando,come conseguenza, un

forte interesse verso la misurazione dei risultati delle politiche pubbliche.

I livelli di governo centrali hanno posto una attenzione crescente alla misurazione

dell’efficacia delle politiche, come strumento per governare e garantire la trasparenza

nell’allocazione delle risorse tra programmi pubblici alternativi affidati alla gestione di

diversi livelli istituzionali.

Le misurazioni sono state utilizzate prevalentemente in fase di bilancio di previsione con

il duplice scopo di valutare il fabbisogno di risorse e i benefici attesi dagli interventi.

Si rilevano due aspetti tra loro interdipendenti:

una più trasparente comunicazione rappresenta la modalità con cui gli enti

– rendono conto all’esterno del proprio operato;

la valutazione dei risultati costituisce il nuovo ambito di riferimento per la

– responsabilizzazione delle singole organizzazioni pubbliche, in alternativa al

controllo accentrato delle risorse.

b) Relazioni pubbliche amministrazioni - cittadini

Se originariamente il NPM si caratterizza per un approccio volto a migliorare le

amministrazioni “dall’interno”, attraverso l’adozione di una serie di strumenti

manageriali, successivamente si inizia a prendere coscienza dell’importanza del

rapporto tra amministrazione ed ambiente esterno.

Particolarmente rilevante sotto questo profilo è l’evoluzione delle relazioni tra P.A. e

cittadini e l’emergere del tema della partecipazione.

Le riforme ispirate al NPM hanno postulato, sotto l’influenza degli schemi del

management del mondo delle imprese, che il rapporto tra P.A. e cittadino dovesse

essere assimilato al rapporto tra azienda e cliente.

In tal modo l’enfasi era posta sugli aspetti dell’efficienza nella produzione dei servizi

pubblici e sulla qualità percepita dai cittadini nella loro veste di clienti. Questo

approccio, seppur funzionale, aveva però trascurato che i cittadini non sono semplici

clienti, ma sono portatori di interessi generali non facilmente, né univocamente

schematizzabili.

Inoltre, in coincidenza con la crisi del sistema tradizionale di rappresentanza politica, si

è fatta sempre più pressante la domanda di una partecipazione diretta dei cittadini e

30

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

delle loro associazioni al momento della formazione delle scelte collettive ed al

momento della valutazione degli esiti delle politiche pubbliche.

In molti Paesi (Canada, Danimarca, Belgio, Stati Uniti, Ungheria, Norvegia,ecc.) sono

state introdotte riforme volte a rafforzare le relazioni tra P.A. e i cittadini per:

migliorare la qualità delle politiche, consentendo alle amministrazioni di sfruttare le

– più svariate fonti di informazione, prospettive e potenziali soluzioni per rispondere

alla sfida di un processo decisionale sempre più complesso e di tempi sempre più

stringenti;

rispondere alle sfide della emergente società dell’informazione, per prepararsi a

– sempre più numerose e rapide interazioni con i cittadini e per garantire una

migliore gestione delle conoscenze;

integrare le informazioni comunicate dal pubblico nel processo di presa di

– decisione, per soddisfare le attese dei cittadini che desiderano essere ascoltati e

trovare un riscontro dei loro punti di vista nelle politiche pubbliche;

rispondere alle esigenze di maggiore trasparenza e delle

accountability

– amministrazioni, considerando che il pubblico e i media guardano con maggiore

attenzione le azioni governative e che le norme della vita pubblica sono codificate

e più esigenti;

rafforzare la fiducia del pubblico nei confronti delle amministrazioni pubbliche.

Le recenti traiettorie di riforma evidenziano che le relazioni tra amministrazioni e

cittadini stanno sempre di più evolvendo da un approccio unidirezionale (informazione)

ad un percorso interattivo (partecipazione).

5.3. Enti locali e programmazione strategica –

Per affrontare questo complesso quadro, gli EE.LL devono essere in grado, da un lato,

di rispondere in modo efficiente ed efficace ai nuovi compiti e, dall’altro, di adeguare le

linee strategiche al mutare degli scenari, attraverso un decentramento diffuso delle

responsabilità strategiche nel rispetto dell’autonomia e delle esigenze di coordinamento

delle diverse unità operative per l’elaborazione di una strategia generale.

Il processo di programmazione e pianificazione strategica deve tenere conto dello

scenario normativo, politico-culturale, economico, sociale, per identificare le

responsabilità istituzionali da mettere in relazione con le attese delle collettività locali,

identifica i punti di forza e di debolezza, con riguardo alle risorse materiali ed immateriali

disponibili o acquisibili; delinea la strategia, valuta ipotesi alternative, definisce gli

obiettivi che si intendono perseguire in un determinato periodo ed i relativi indicatori per

il controllo, individua i mezzi economici e finanziari. devono essere incoporati

I processi di programmazione e pianificazione strategica

nella (RPP) e nel

Relazione Previsionale e Programmatica Bilancio pluriennale di

che gli EE.LL. devono predisporre.

previsione

Tra gli strumenti di programmazione e pianificazione, oltre alla Relazione previsionale e

programmatica ed al bilancio pluriennale, si colloca anche il Documento degli indirizzi

“Linee programmatiche relative alle azioni ed ai progetti da realizzare”,

generali

previsto dall’art. 46 del Testo Unico degli Enti Locali, che riprende il programma

amministrativo presentato agli elettori, eventualmente sottoposto a modifiche e

aggiustamenti. 31

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

Si tratta di un documento politico - il cui contenuto non è definito dalla normativa - che

dovrebbe esplicitare le linee strategiche dell’esecutivo tradotte in azioni operative, sulla

base di quanto previsto nei documenti di previsione (Relazione Previsionale e

Programmatica, Bilancio pluriennale, Bilancio annuale di previsione, Piano Esecutivo di

gestione).

Il bilancio pluriennale di previsione, il bilancio annuale di previsione, la Relazione

Previsionale e Programmatica, il Piano Esecutivo di gestione costituiscono un sistema

unitario che costituisce il quadro di riferimento entro cui l’Ente locale effettua la

programmazione, la pianificazione ed il controllo. ha un ruolo chiave nel quadro dei

La Relazione Previsionale e Programmatica

documenti di programmazione e pianificazione (Marasca, 1997).

Nel 1990, la RPP è stata riproposta nell’art. 55 della legge 142/90, che è oggi l’art. 151

del Testo Unico Enti Locali.

La Relazione Previsionale e Programmatica è allegata al bilancio annuale di previsione

(art. 170 del TUEL) con una estensione temporale pari a quella del bilancio pluriennale,

è predisposta dalla Giunta e segue le vicende del bilancio per quanto riguarda la

sottoposizione all’organo di controllo.

Rappresenta un documento di pianificazione di medio periodo con il quale gli organi

politici esercitano la loro funzione di indirizzo, orientando la gestione per gli esercizi

futuri. Nella relazione sono definiti i bisogni della collettività locale e, date le risorse

umane, materiali e finanziarie, sono definiti gli obiettivi dell’Amministrazione nel periodo,

le azioni che ritiene di intraprendere, l’ammontare delle risorse e le fonti di

finanziamento.

In tal modo la Relazione costituisce il complesso coordinato di attività, anche normative,

relative alle opere da realizzare e di interventi diretti ed indiretti, non necessariamente

solo finanziari, per il raggiungimento degli obiettivi definiti.

La Relazione non solo ha l’obiettivo di delineare in modo strutturato i programmi di

attività dell’Ente locale, ma anche di garantire il coordinamento spaziale e temporale

dell’intera attività. Per ciascun intervento previsto nella Relazione, devono essere

individuate le motivazioni delle scelte adottate, gli obiettivi da conseguire articolati

seondo un ordine di priorità, le relazioni di causalità tra attività ed obiettivi finali,

intermedi ed immediati, l’ammontare dei costi che si ritiene di dover sostenere, le

risorse umane e strumentali da impiegare, i criteri adottati per valutare il grado di

efficienza nell’utilizzo delle risorse, il livello di efficacia nel conseguimento degli obiettivi.

Il primo riferimento esplicito si ritrova già nella legge 142/90, che all’art. 57 ha previsto

la possibilità per gli enti locali di adottare forme di autonomamente

controllo interno,

configurate e disciplinate. Si tratta solo di un primo accenno, ma che già configura una

“rottura” con le forme classiche di controllo “esterno”, basate su un esame preventivo e

formale da parte di organismi posti al di fuori della struttura organizzativa dell’ente.

Successivamente, il oltre a ribadire, in via generale per tutte le

D.lgs. 29/93,

amministrazioni pubbliche il principio della gestione per obiettivi, ha disposto l’istituzione

dei nuclei di valutazione, o servizi di controllo interno, aventi il compito di verificare la

realizzazione degli obiettivi, la corretta ed economica gestione delle risorse pubbliche,

l’imparzialità ed il buon andamento della gestione amministrativa.

Il provvedimento stabilì, inoltre, che i nuclei o servizi dovessero porsi in condizioni di

autonomia, rispondendo unicamente agli organi di direzione politica. 32

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

Con riferimento esplicito agli enti locali, nel 1995 è stato introdotto il D.lgs. 77,che all’art.

39 ha previsto l’introduzione obbligatoria del controllo di gestione.

È solo con il che si è arrivati ad una sistematizzazione sul piano logico e

D.lgs. 286/99

concettuale della materia, risolvendo alcuni degli elementi di confusione presenti nel

D.lgs. 29/93 ed avvicinando il sistema dei controlli pubblici a logiche aziendalistiche.

Il disposto normativo ha introdotto parecchi elementi innovativi, tra i quali:

l’introduzione del controllo strategico;

– la collocazione della funzione controllo di gestione in staff ai dirigenti e non più agli

– organi di indirizzo politico;

la distinzione tra controllo di gestione e controllo di regolarità amministrativo e

– contabile;

il superamento della sovrapposizione tra funzioni di controllo di gestione e

– valutazione della dirigenza.

In base al D.lgs. 286/99, le pubbliche amministrazioni devono dotarsi di strumenti

adeguati a:

garantire la legittimità, regolarità e correttezza dell’azione amministrativa (art.2)

– attraverso il controllo di regolarità amministrativo e contabile;

verificare l’efficacia, l’efficienza ed economicità dell’azione amministrativa al fine di

– ottimizzare, anche mediante tempestivi interventi di correzione, il rapporto tra costi

e risultati (controllo di gestione). Il controllo di gestione è affidato ad una apposita

unità organizzativa in posizione di staff rispetto al direttore generale ed

operativamente e stabilmente raccordata con le strutture dirigenziali di line;

valutare le prestazioni del personale con qualifica dirigenziale (valutazione del

– personale con incarico dirigenziale);

controllare e valutare l’adeguatezza delle scelte compiute in sede di attuazione dei

– piani, dei programmi ed altri strumenti di determinazione dell’indirizzo politico, in

termini di congruenza tra risultati conseguiti ed obiettivi predefiniti (valutazione ed il

controllo strategico). Il controllo strategico è affidato ad organo in posizione di staff

rispetto all’organo di indirizzo politico.

le pubbliche amministrazioni in sede di progettazione del

Secondo il D.lgs. 286/99,

sistema dei controlli interni, devono rispettare i seguenti principi:

l’attività di valutazione e controllo strategico supporta l’attività di programmazione

– strategica e di indirizzo politico-amministrativo ed è svolta da parte di strutture e/o

organismi che rispondono direttamente agli organi di indirizzo politico-

amministrativo (servizi di controllo interno). Di norma essi svolgono anche l’attività

di valutazione dei dirigenti direttamente destinatari delle direttive emanate dagli

organi di indirizzo politico-amministrativo (capidipartimento o direttori generali);

lo svolgimento del controllo di gestione è attribuito a strutture e soggetti che

– rispondono ai dirigenti posti al vertice dell’unità organizzativa interessata;

i risultati del controllo di gestione sono utilizzati anche per l’attività di valutazione

– dei dirigenti, che deve essere svolta da strutture, soggetti e/o organismi diversi da

quelle cui è demandato il controllo di gestione medesimo;

l’integrazione delle funzioni di controllo;

– 33

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

il divieto di affidamento delle verifiche di regolarità amministrativa e contabile a

– strutture addette al controllo di gestione, alla valutazione della dirigenza, al

controllo strategico.

Il TUEL n. 267 del 2000 ha esteso molte delle previsioni del D.lgs. 286/99anche agli enti

locali.

In realtà il processo di riforma ha significato solo se è in grado di avere un effetto

sostanziale in termini di modificazione dei comportamenti amministrativi.

I processi di cambiamento possono seguire due principali logiche:

si agisce prioritariamente sulla “cultura dell’amministrazione” e poi si sostanzia il

– cambiamento culturale con adeguati strumenti tecnici;

si introducono strumenti nuovi facendo leva sul fatto che il loro uso contribuisca a

– cambiare la cultura di gestione.

Nel primo caso è molto più importante agire sui valori delle persone e sulla formazione

di nuove professionalità dato che gli aspetti tecnici possono essere facilmente appresi e

adattati alle esigenze.

Nel secondo caso è invece molto importante (si può dire essenziale) definire con

precisione, puntualità e rigore, gli aspetti tecnici, perché se essi non sono chiari si corre

il rischio di “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

La “terza via”, quella di cambiare contestualmente e sincronicamente la cultura e gli

strumenti, rappresenta la soluzione ottimale suggerita dalle teorie, ma difficilmente

realizzabile poiché in genere di fatto il e la priorità degli interventi sono posti su

focus

uno o sull’altro dei due aspetti.

Guardando con occhio critico all’attuale scenario determinato dai processi di

modernizzazione si

5.3. Public Governance

Rispetto al New Public Management gli studi sulla Public Governance si caratterizzano

per una maggiore attenzione al tema della capacità di governare sistemi e reti di

soggetti ed alle “relazioni di sistema”.

Un utile schema per comprendere le peculiarità del concetto di governance è quello

proposto da Borgonovi, secondo il quale «l’esercizio delle funzioni e dei poteri

dell’amministrazione pubblica può concretamente attuarsi secondo due logiche e due

modalità definite rispettivamente:

di ossia di esercizio del potere decisionale derivante dal sistema

government,

– istituzionale formale;

di ossia di esercizio dei poteri formali e/o informali con l’obiettivo di

governance,

– “creare consenso” attorno a determinate scelte».

La logica di è legata ad un modello di P.A. che esercita poteri sovra-

government

ordinati. Il modello del si caratterizza per l’uso di strumenti formali (leggi,

government

decreti, regolamenti, ecc.); per contenuti decisionali rigidi; per le conseguenze nei

confronti di soggetti esterni che sono obbligati a rispettare ledecisioni a prescindere

dalla loro volontà.

Quindi: 34

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

Government

− Esercizio del potere decisionalederivante dal sistema istituzionaleformale

Un numero contenuto di partecipanti,prevalentemente pubblici

Strutture organizzative e istituzioni

Sistemi chiusi, limiti territoriali allecompetenze,

partecipazioneobbligatoriagerarchica

Scarsa consultazione, nessunacooperazione nella definzione eattuazione

delle politiche

Prevalentemente formali (leggi, decreti,regolamenti, circolari)

Autorità gerarchica, relazioni conflittualie interazioni ostili, contratti informali

esegretezza

Comando e controllo, diretta erogazione di servizi

Correttezza degli adempimenti amministrativi

Governance

− Esercizio dei poteri formali e/o informali con l’obiettivo di “creare

consenso”attorno a determinatescelte

Elevato numero di partecipanti,pubblici e privati

Processi, politiche e outcome

Sistemi aperti, confini funzionali, partecipazione volontaria

Reti e partnership

Maggiore consultazione, possibilità di cooperazione tra gli attori

nellaformulazione e attuazione di politiche settoriali

Spesso informali che “creano condizionifavorevoli” all’accettazione di

strumentie di atti formali

Consultazione orizzontale, intermobilità, relazioni collaborative e consenso

sunorme tecnocratiche, contatti estremamente informali ed apertura

Ruolo abilitante (enabling) della P.A.

Indicazione di criteri per decidere e pervalutare la validità delle decisioni

Creare per i soggetti esterni la convenienza a fare o a non fare ottenendo

l’adesione convinta esostanziale agli obiettivi postidall’amministrazione

pubblica

Raggiungimento dei risultati in relazione agli obiettivi formulati

implica che l’amministrazione pubblica eserciti una funzione

La logica di governance

di regolazione, privilegiando i principi del consenso, della funzionalità e della fattibilità

tecnica, organizzativa, economica e sociale.

Il modello della governance si caratterizza per l’uso di strumenti molto spesso informali

che “creano le condizioni favorevoli all’accettazione di strumenti e di atti formali”; per

contenuti che consistono nella definizione delle “regole del gioco” (si indicano i criteri

per valutare la validità delle decisioni); per l’obiettivo che si propone nei confronti dei

soggetti esterni: non si dettano obblighi, ma si generano incentivi tali da determinare

un’adesione convinta agli obiettivi posti dall’amministrazione pubblica.

Gli elementi di scenario che hanno fatto emergere la Public Governance sono molteplici

e fra loro collegati. In particolare: 35

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

la globalizzazione dei mercati;

– la diversificazione dei bisogni nelle società evolute;

– la riqualificazione dei confini tra Stato e mercato.

Il processo di globalizzazione in atto ha comportato che, nella ricerca delle determinanti

della capacità competitiva delle imprese, si siano progressivamente affermati come

variabili critiche i fattori legati alla dimensione territoriale.

Di conseguenza la competitività non si gioca più solamente tra singole imprese ma fra

diversi Sistemi-Paese o differenti aree territoriali. Nel conseguimento di un elevato

grado di livello di competitività del Sistema-Paese, è determinante la capacità della sua

classe dirigente, pubblica e privata, di cooperare efficacemente nello sviluppo e nella

realizzazione di un disegno strategico comune.

Un ulteriore elemento propulsivo della Public Governance è costituito dalla crescita

diversificata dei bisogni registrata negli ultimi venti anni nei sistemi economici più

avanzati. In particolare, da un lato, si è assistito ad una forte accelerazione nella

dinamica evolutiva dei bisogni della popolazione, favorita dal progresso tecnologico;

dall’altro, ad una maggiore e crescente diversificazione dei bisogni stessi nell’ambito

della stessa comunità di riferimento.

La risposta a queste istanze sembra essere la in

promozione di un “sistema misto”

cui l’organizzazione della produzione e dell’offerta di servizi pubblici è incentrata su una

pluralità di attori (pluralità che non è solo numerosità ma anche varietà di tipologie

organizzative).

Un terzo ed ultimo aspetto è costituito dal processo di riposizionamento dei confini

Il ruolo dello Stato nell’economia e nella società si è

tra Stato e mercato.

profondamente modificato nel tempo, passando da un approccio caratterizzato da

meccanismi improntati ad una razionalità assoluta, ad altri definibili di tipo sistemico, in

cui il processo decisionale si caratterizza per la presenza di strumenti e modalità di

concertazione tra attori socioeconomici.

Lo Stato, quindi, da imprenditore e produttore diretto di servizi diviene “Stato-

regolatore” ossia esercita la funzione di governo dei comportamenti economici di

altri soggetti.

Per rispondere alle esigenze determinate dai cambiamenti di scenario di cui sopra, la

pubblica amministrazione è chiamata sempre più ad attivare modalità innovative di

governo e coordinamento dei sistemi socioeconomici basate sull’interazione tra Stato,

mercato e società civile e sull’affermarsi di una diversa relazione tra interventi decisi e

gestiti a livello politico-amministrativo e forme di auto-organizzazione a livello sociale.

è utilizzato con sempre maggior

In ambiente pubblico, il termine governance

frequenza per indicare le nuove modalità con cui le aziende e le

amministrazionipubbliche costruiscono e realizzano politiche, strategie e azioni per

descrivereil passaggio da modelli di government ad approcci di governance.

Le condizioni che portano a preferire un modello di governance rispetto ad uno di

sono identificate nella trasformazione della realtà sociale ed economica,

government

del sistema istituzionale e politico. La logica di governance significa «tener conto delle

diversità degli interessi per adottare politiche, indirizzi escelte capaci di far convergere

gli interessi verso soluzioni reciprocamente accettabili» e «può essere riferita sia al

funzionamento interno dell’amministrazione (modello organizzativo di tipo

36

Corso di Geografia dello sviluppo locale – anno accademico 2007-2008

partecipativo), sia nei rapporti tra diversi enti pubblici (governance di sistema pubblico),

sia nei rapporti con soggetti esterni, specie imprese e forze sociali (sistema di

governance globale tramite programmazioneconcertata e/o negoziata). 37


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa lezione fa riferimento al corso di Pubbliche amministrazioni e sviluppo locale tenuto dal Prof. Lefebvre. Qui di seguito gli argomenti trattati: modelli locali di sviluppo; il nuovo paradigma tecnico-economico (terziarizzazione dell’economia); capitale sociale, pubblica amministrazione e sviluppo locale; il ruolo delle PA nei processi di sviluppo locale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione pubblica e d'impresa
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI E SVILUPPO LOCALE e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Lefebvre Carlo.

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