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1. Hanno accertato, in linea di fatto, i giudici del merito che:

- con contratto 5 ottobre 1994 Gamma ha venduto a Beta kg.250, 000 di rottame di ottone;

- a fronte di tale fornitura la venditrice ha emesso, in data 10 ottobre 1994, una prima fattura (n.

1089) e poi, in data 25 ottobre 1994, altre due fatture (nn. 1158 e 1159) i cui importi sommati tra

loro corrispondono esattamente all'ammontare della prima fattura (n. 1089);

- successivamente, in data 25 novembre 1994, la venditrice ha emesso nota di credito con cui ha

stornato e annullato la prima delle ricordate fatture: tale annullamento ha accertato la sentenza

gravata, "si palesa come una operazione fittizia quanto maldestra posta in essere dalla emittente le

fatture la quale, trovandosi in gravi difficoltà finanziarie, tanto che di lì a poco veniva dichiarata

fallita, escogitò tale marchingegno per lucrare due volte sulla medesima fornitura";

- anteriormente alla detta data del 25 novembre 1994, e, in particolare, il 19 ottobre 1994 Beta

(acquirente del materiale in questione e debitrice del corrispettivo) ha avuto conoscenza della

mutata titolarità attiva del proprio debito (ceduto alla società attuale controricorrente).

Certo quanto sopra, facendo applicazione del pacifico principio giurisprudenziale secondo cui nei

confronti del cessionario di un credito derivante da fatture non sono opponibili le eccezioni fondate

su fatti successivi alla comunicazione di cessione del credito, quale lo storno delle fatture, la

sentenza gravata ha evidenziato che lo storno della fattura 1089, poichè successivo alla data in cui il

credito da questa portato era stato già ceduto a terzi, non era opponibile al cessionario che aveva, di

conseguenza, diritto al pagamento del proprio credito.

2. La ricorrente censura la riassunta pronunzia denunziando, con il primo motivo " violazione

dell'art. 1266 c.c. e di ogni altra norma e principio in materia di cessione di credito. Omessa

motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.)" .

Si osserva (Beta), infatti:

- la emissione, il 10 ottobre 1994, della fattura n. 1089, che recava la clausola "franco stabilimento",

prima della fornitura dei materiali (iniziata unicamente il 25 dello stesso mese di ottobre) era

contraria tanto alla specifica previsione del contratto inter partes del 5 ottobre 1994, quando alla

prassi seguita nei rapporti tra le parti che prevedeva la emissione della fattura in contestualità o

successivamente alla fornitura dei materiali e, quindi emessa per un credito inesistente;

- quanto precede è talmente incontrovertibile che allorchè la venditrice ha iniziato ha consegnare il

materiale (25 ottobre 1994) ha emesso regolari fatture relative ai crediti derivanti dalle prestazioni

rese, tutte regolarmente pagate da essa concludente.

3. Il motivo è manifestamente infondato.

Come puntualmente evidenziato in controricorso con la deduzione in esame, lungi dal denunziare la

violazione delle norme di legge indicate nella intestazione del motivo stesso, o vizi della

motivazione, rilevanti sotto il profilo di cui all'art. 360 n. 5 c.p.c, parte ricorrente pretende, contra

legem e cercando di superare quelli che sono i limiti del giudizio di Cassazione, una nuova

valutazione dei fatti di causa.

In particolare, pur avendo accertato i giudici del merito che la "fornitura" di cui al contratto 5

ottobre 1994 era stata regolarmente eseguita dalla parte venditrice, la ricorrente mira a sollecitare

una diversa lettura degli elementi di causa (e del contratto inter partes, peraltro neppure trascritto

nei punti essenziali e rilevanti al fine del decidere, in ricorso), al fine di pervenire alla conclusione

in contrasto con gli accertamenti compiuti dal giudice del merito che in realtà il contratto 5 ottobre

1994 non aveva avuto esecuzione, almeno alla data della emissione della fattura e della cessione del

credito da essa portato.

Anche a prescindere da quanto precede, comunque, l'assunto di parte ricorrente è totalmente

infondato perchè muove da un presupposto contraddetto da una giurisprudenza più che consolidata

di questa Corte e, in particolare, dall'assunto che non sarebbero suscettibili di cessione crediti

2

"futuri" (o, come si assume si sia verificato nella specie, sub condicione costituita dalla consegna

della merce venduta).

Per contro si osserva che in giurisprudenza non si è mai dubitato da lustri, che possano essere

oggetto di cessione anche crediti futuri (cfr., ad esempio, già la remota Cass. 10 maggio 1966, n.

1209, nonchè, recentemente, Cass. 22 aprile 2003, n. 6422 e Cass. 19 giugno 2001, n. 8333).

È evidente, pertanto, anche atteso che la ricorrente non ha difficoltà ad ammettere che, pur se in

epoca successiva alla fattura 1089, la merce ivi indicata le è stata regolarmente consegnata, con

conseguente suo obbligo di pagamento del corrispettivo, che la deduzione non coglie nel segno.

La debitrice, infatti (cioè Beta) essendo a conoscenza della cessione del proprio debito sin dal 19

ottobre 1994 non poteva pagare, successivamente alla detta data, la stessa "fornitura" al debitore

originario.

Deve ribadirsi, infatti, in conformità a una giurisprudenza più che consolidata e da cui totalmente, e

senza alcuna motivazione totalmente prescinde la difesa di parte ricorrente che nella cessione di

credito, il debitore ceduto può opporre al cessionario tutte le eccezioni che avrebbe potuto opporre

all'originario creditore.

Tuttavia, se dopo la cessione intervengano fatti che incidono sulla entità, esigibilità o estinzione del

credito, la loro efficacia deve essere considerata in relazione alla nuova situazione soggettiva che si

è stabilita in dipendenza del già perfezionato trasferimento del diritto.

Pertanto, dopo il perfezionamento della cessione, che avviene col semplice consenso, la risoluzione

consensuale del contratto da cui traeva origine il credito ceduto convenuta fra l'originario creditore

cedente ed il debitore ceduto, non è opponibile al cessionario, in quanto, una volta realizzato il

trasferimento del diritto, il cedente perde la disponibilità di esso e non può validamente negoziarlo,

recedendo dal contratto, mentre il debitore ceduto, a conoscenza della cessione, non può ignorare

tale circostanza (in termini, Cass. 7 aprile 1979, n. 1992. Sempre in questo senso, altresì Cass. 16

aprile 1999, n. 3797, nonchè sempre nel senso che, perfezionatasi la cessione con il semplice

consenso, la modificazione convenzionale degli effetti (già verificatisi) del contratto dal quale

traeva origine il credito ceduto, convenuta tra l'originario creditore cedente ed il debitore ceduto,

non è opponibile al cessionario in quanto, una volta realizzato il trasferimento del diritto, il cedente

ne perde la relativa disponibilità, e non può validamente negoziarlo in danno del cessionario, giusta

il disposto dell'art. 1265 c.c. - la cui ratio ha portata generale pur regolando la norma stessa

fattispecie particolari - mentre il debitore ceduto, a conoscenza della cessione, non può ignorare tale

circostanza, Cass. 27 gennaio 2003, n. 1145).

Certi i principi che precedono, non controverso che nella specie lo "storno" della fattura 1089, da

parte della venditrice è avvenuto senza ombra di dubbio in epoca successiva alla avvenuta

conoscenza, da parte della debitrice Beta, della avvenuta cessione del credito, correttamente i

giudici del merito hanno ritenuto inopponibile detto "storno" alla cessionaria e non opponibile a

questa il pagamento eseguito da Beta, del materiale di cui al contratto 5 ottobre 1994 in favore

dell'originaria creditrice.

4. Con il secondo motivo, denunziando "violazione e falsa applicazione dell'art. 1264 c.c. Illogicità

ed insufficienza della motivazione su punto decisivo della controversia (art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.)" la

ricorrente censura la sentenza gravata nella parte in cui questa "da per valida la notificazione della

cessione effettuata...con la comunicazione del 12 ottobre 1994".

Si osserva, infatti, che "la notificazione effettuata da soggetto che pretenda di essere cessionario del

credito, se non accompagnata da conferme del creditore - originario o dai documenti relativi alla

pretesa cessione non è idonea di per sè ad assolvere la sua specifica funzione, che è...quella di

portare a conoscenza del debitore il mutamento della titolarità del diritto di credito".

"Nella specie, prosegue parte ricorrente, Beta dopo avere ricevuto, in data 19 ottobre 1994, la

predetta comunicazione da parte della cessionaria non ha ricevuto alcuna comunicazione in tale

senso da parte del creditore originario...ha ricevuto successive fatture, regolarmente pagate, nelle

quali Alfa non è mai indicata quale cessionario di alcun credito; Alfa si è sempre limitata a

3

rivendicare, quale cessionario, il pagamento di un solo credito...quello portato dalla fattura

1089...con ciò rendendo di difficile comprensione i documenti successivamente prodotti, dai quali si

dovrebbe desumere l'acquisto da parte di Alfa di tutti i crediti presenti e futuri di Gamma".

"Tutte queste circostanze - conclude la ricorrente - in aperto contrasto con quanto erroneamente

valutato dal giudice del gravame, non sono certo idonee a garantire (contrariamente al requisito

essenziale per la opponibilità della cessione ex art. 1264 c.c.) la conoscenza della intervenuta

cessione, intesa come assoluta certezza o, quanto meno, come il risultato di situazioni obiettive di

apparenza dell'avvenuta cessione, idonee, nella loro univoca significazione, a giustificare che la

cessione sia effettivamente avvenuta".

5. Al pari del precedente il motivo non coglie nel segno sotto nessuno dei profili in cui si articola.

5.1. Giusta la testuale previsione di cui all'art. 1264, comma 1, c.c. "la cessione del credito ha

effetto nei confronti del debitore cedute quando...gli è stata notificata".

Sia la giurisprudenza di questa Corte sia la prevalente dottrina sono fermissime nell'interpretare la

disposizione in esame nel senso che la natura consensuale del contratto comporta che il credito si

trasferisce dal patrimonio del cedente a quello del cessionario per effetto dell'accordo, mentre

l'efficacia e la legittimazione del cessionario a pretendere la prestazione dal debitore (in quanto alla

semplice conoscenza della cessione da parte di costui si ricollega l'unica conseguenza della non

liberatorietà del pagamento effettuato al cedente) conseguono alla notificazione della cessione al

contraente ceduto.

La "notificazione" - prevista dall'art. 1264 c.c. - ancora, non si identifica peraltro con gli istituti

dell'ordinamento processuale e non è, pertanto, soggetta a particolari discipline o formalità,

integrando un atto a forma libera (Cass. 12 maggio 1998, n. 4774; Cass. 2 settembre 1997, n. 8387).

In particolare, ove la notificazione, consistente in una dichiarazione recettizia, venga fatta in forma

scritta, la stessa non deve essere necessariamente sottoscritta dal creditore cedente, essendo al

riguardo sufficiente che vi siano inequivoci elementi indicanti la relativa provenienza, in modo che

risulti al debitore ceduto pienamente assicurata la prova e la non problematica conoscenza

dell'avvenuta cessione (Cass. 26 aprile 2004, n, 7919, Analogamente, Cass. 28 gennaio 2002, n.

981).

Potendo la "notificazione" della avvenuta cessione del credito avvenire con qualsiasi mezzo idoneo

a far conoscere al debitore la mutata titolarità attiva del rapporto è pacifico, altresì, in

giurisprudenza che non è necessario che al detto fine sia trasmesso, al debitore ceduto, l'originale o

la copia autentica della cessione, essendo sufficiente possa conoscerne gli elementi identificativi e

costitutivi (Cass. 2 febbraio 2001, n. 1510).

Pacifico quanto precede è evidente la infondatezza del motivo in esame sotto il profilo di cui all'art.

360 n. 3 c.p.c.

I giudici del merito, infatti, contrariamente a quanto si invoca con il motivo in esame, si sono,

correttamente e puntualmente attenuti ai principi di diritto sopra evidenziato.

Accertato - in particolare - che la debitrice aveva ricevuto il 19 ottobre 1994 notizia, per iscritto,

della avvenuta cessione del proprio debito nei confronti della MIMETCO, ancorchè la

comunicazione provenisse dalla cessionaria e non dal creditore ceduto, esattamente la Corte di

appello di Firenze ha evidenziato "la negligenza addebitabile esclusivamente alla odierna appellante

cioè alla Europa Metalli s.p.a., la quale, una volta notificatale la cessione del credito non doveva

pagare consentendo alla MIMETCO di incassare due volte il prezzo per la stessa fornitura e

comunque avrebbe dovuto informare la ignara cessionaria, che proprio a tal fine la aveva

appositamente notiziata" .

5.2. Quanto alla censura svolta nel motivo sotto il profilo di cui all'art. 360 n. 5 c.p.c., si osserva che

è rimesso, e non può essere, del resto, diversamente, integrando la circostanza un tipico

accertamento di fatto, al giudice del merito la verifica, in concreto, in ogni singola fattispecie, se vi

è stata o, meno, una "notifica" nei sensi precisati sopra idonea, o meno, a rendere "opponibile" al

debitore ceduto la avvenuta cessione del suo debito. 4

Tale accertamento, quindi, secondo le regole generali, non è sindacabile in sede di legittimità

allorchè suffragato da una motivazione congrua e priva di errori logici o giuridici.

Ribadito, in particolare, che il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione

denunciabile con ricorso per Cassazione ai sensi dell'art. 360 n. 5 c.p.c. si configura solo quando nel

ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti

decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero un insanabile

contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire la identificazione del procedimento

logico giuridico posto a base della decisione, si osserva che detti vizi non possono consistere nella

difformità dell'apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello

preteso dalla parte, perchè spetta solo a quel giudice individuare le fonti del proprio convincimento

e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le

risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza

all'uno o all'altro mezzo di prova (In argomento, tra le altre, Cass. 7 agosto 2003, n. 11936; Cass. 14

febbraio 2003, n. 2222).

L'art. 360, n. 5 - infatti - contrariamente a quanto suppone l'attuale ricorrente non conferisce alla

Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare autonomamente il merito della causa, bensì

solo quello di controllare, sotto il profilo logico e formale e della correttezza giuridica, l'esame e la

valutazione compiuti dal giudice del merito, cui è riservato l'apprezzamento dei fatti.

Ne deriva, pertanto, che alla cassazione della sentenza, per vizi della motivazione, si può giungere

solo quando tale vizio emerga dall'esame del ragionamento svolto dal giudice, quale risulta dalla

sentenza, che si rilevi incompleto, incoerente e illogico, non già quando il giudice abbia

semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore e un significato difformi dalle aspettative e

dalle deduzioni di parte.

Certo quanto sopra si osserva che la ricorrente lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata

rilevanti sotto i ricordati profili, si limita - in buona sostanza - a sollecitare una diversa lettura, delle

risultanze di causa preclusa in questa sede di legittimità.

Anche a prescindere dai pur assorbenti rilievi che precedono, infine, deve escludersi che gli

elementi indicati in ricorso potessero condurre a una diversa soluzione della lite.

È certo, infatti come ampiamente osservato sopra, da un lato, che la notizia della cessione non deve,

necessariamente, provenire dal creditore cedente, dall'altro, che non deve essere "notificato" nella

sua integrità al terzo debitore il contratto di cessione.

Da ultimo non può tacersi che era - comunque - onere del detto debitore, avuta notizia della

"cessione" omettere il pagamento del corrispettivo della stessa "fornitura" al creditore originario o,

comunque avvisare, immediatamente la parte cessionaria del comportamento - non certamente

ispirato a buona fede e a quelli che sono i corretti rapporti commerciali - tenuti dalla cedente il

credito.

6. Ha affermato, ancora, la sentenza impugnata, dopo le considerazioni riferite sopra (e oggetto dei

primi due motivi di ricorso) che "tale cessione peraltro trovava la sua giustificazione, quale ulteriore

riprova di quanto sostenuto, nel contratto denominato Security assignment, datato 28 aprile 1983,

che documenta la disciplina della cessione in garanzia tra Gamma e la odierna appellata, e rispetto a

questa generale previsione, la cessione in contestazione ne rappresenta uno specifico atto di

esecuzione contrattuale".

7. Con il terzo e il quarto motivo la ricorrente denunzia, nella parte de qua la sentenza dei giudici

d'appello lamentando, ancora, nell'ordine:

- da un lato, "violazione e falsa applicazione dei principi in tema di cessione dei crediti nella

Common Law (art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.) terzo motivo;

- dall'altro, "violazione e falsa applicazione della legge n. 976/1986 e della legge n. 218/1995.

Illogicità e insufficienza della motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 nn. 3

e 5 c.p.c.)" quarto motivo. 5

8. Entrambi i ricordati motivi sono inammissibili. In buona sostanza la parte finale della sentenza

impugnata reca una seconda ratio decidendi, a suffragio della conclusione fatta propria dalla

sentenza stessa.

È di palmare evidenza, pertanto, una volta rigettati i primi due motivi, con i quali è stata censurata

la prima delle riferite rationes decidendi, la inammissibilità, per carenza di interesse, degli ultimi

due.

Giusta un insegnamento assolutamente pacifico presso la giurisprudenza di questa Corte regolatrice

e che nella specie deve trovare ulteriore conferma, ove una sentenza (o un capo di questa) si fondi

su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è necessario - per giungere alla

cassazione della pronunzia - non solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica

censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua interezza con l'accoglimento di tutte

le censure, affinchè si realizzi lo scopo stesso dell'impugnazione.

Questa, infatti, è intesa alla cassazione della sentenza in toto, o in un suo singolo capo, id est di tutte

le ragioni che autonomamente l'una o l'altro sorreggano.

È sufficiente, pertanto, che anche una sola delle dette ragioni non formi oggetto di censura, ovvero

che sia respinta la censura relativa anche ad una sola delle dette ragioni, perchè il motivo di

impugnazione debba essere respinto nella sua interezza, divenendo inammissibili, per difetto di

interesse, le censure avverso le altre ragioni (in tale senso, ad esempio, tra le tantissime Cass. 23

ottobre 2001, n. 12976, nonchè, Cass. 24 maggio 2001, n. 7077).

9. Risultato totalmente infondato in ogni sua parte il proposto ricorso deve rigettarsi, con condanna

della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di

legittimità in favore della controricorrente, liquidate in E. 100,00 per spese, E. 6.000,00 per onorari,

e oltre rimborso forfetario delle spese generali e accessori come per legge. Cessione del credito

IL CASO

La società Alfa è debitrice verso la società Beta di una somma di denaro; non avendo liquidità, Alfa

cede a Beta, ad estinzione del suo debito, un credito dalla stessa vantato nei confronti della società

Gamma. Siccome quest’ultima non provvede a pagare quanto dovuto, Beta agisce in giudizio per

ottenere soddisfazione del suo credito nei confronti di Alfa.

Si illustrino le ragioni a favore e contro l’accoglimento della domanda della società Beta.

Cass., sez. III, 29.3.2005, n. 6558.

La cessione del credito in luogo dell’adempimento, prevista dall’art. 1198 c.c., non comporta la

immediata liberazione del debitore originario, che consegue solo alla realizzazione del credito

ceduto, ma comporta l’affiancamento al credito originario di quello ceduto, con la funzione di

consentire al creditore di soddisfarsi mediante la realizzazione di quest’ultimo credito; all’interno

di questa situazione di compresenza, il credito originario entra in fase di quiescenza, e rimane

inesigibile per tutto il tempo in cui persiste la possibilità della fruttuosa escussione del debitore

ceduto, in quanto solo quando il medesimo risulti insolvente il creditore potrà rivolgersi al debitore

originario. 6

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L'Emmegi agro - industriale s.r.l. (Emmegi) proponeva opposizione al decreto, con il quale il

presidente del tribunale di Taranto le ingiungeva di pagare lire 296.735.540 all'associazione di zona

tra produttori agrumari ed ortofrutticoli delle province di Lecce, Matera, Taranto (AZPAO),

sostenendo di avere estinto il debito mediante la cessione di credito verso l'AlMA (ora EIMA), la

quale aveva compensato il credito ceduto con un suo maggiore credito verso l'AZPAO.

L'opposta resisteva; intervenivano nel giudizio di opposizione Francesco Amatulli, Filippo

Bellacicco, Giovanni Simonetti, Nicola Biscozzi, Cosimo Camardo Leggieri, Orazio Maraglino,

Francesco Zecchino, Orazio Carmine D'Echia, Cosimo Palmisano, Rocco Bellisario, Palma De

Filippis, Rosalba Schettini, coop. Campo verde a r.l., Azienda agricola Serenella a r.l., soci

dell'AZPAO.

Il tribunale di Taranto accoglieva l'opposizione e revocava il decreto opposto.

Su gravame dell'AZPAO e degli interventori la corte di appello di Lecce - sezione distaccata di

Taranto - condannava l'Emmegi al pagamento di somma di importo pari a quella ingiunta,

considerando che nella specie si doveva applicare la norma di cui all'art. 1198 c.c. e non quella di

cui all'art. 1267 stesso codice, "posto che sì tratta di cessione pro solvendo in luogo di adempimento

e non di cessione tout court di contatto, con la conseguenza che il debitore cedente è liberato con la

riscossione del credito vantato, se non risulta una diversa volontà delle parti che nella fattispecie

non è stata neppure dedotta. Solo in questi limiti è fatto salvo il disposto dell'art. 1267, 2 comma".

L'Emmegi si è gravata di ricorso per Cassazione, affidandone l'accoglimento a tre motivi; l'AZPAO

in liquidazione ha resistito con controricorso; si è successivamente costituita con memoria

l'Emmegi in amministrazione straordinaria e si è integralmente riportata al ricorso; le parti hanno

depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso figura sottoscritto dall'avv. Buccico, che dal 2002 è componente del C.S.M., e da altri

avvocati, i quali hanno svolto la successiva attività difensiva.

Risalendo, tuttavia, il ricorso al 2001, nessun dubbio può sorgere sulla sua ammissibilità.

2. Con il primo motivo di ricorso si denuncia "violazione dell'art. 360, n. 5, c.p.c. nonchè dell'art.

360, n. 3, in relazione all'art. 111 Cost. e 132, 2 comma, n. 4, c.p.c.. Omessa e/o insufficiente

motivazione circa punto decisivo della controversia"; la corte di merito - si sostiene - non ha

esplicitato l'iter logico - giuridico seguito; in particolare si è limitata a riprodurre l'art. 1198 c.c.

senza stabilire alcun collegamento con l'art. 1267 stesso codice; in definitiva, ha aderito alla

ricostruzione giuridica della vicenda prospettata dall'AZPAO, ma non ha indicato le ragioni, per le

quali ha disatteso quella contraria.

3. Con il secondo motivo si deduce "violazione dell'art. 360, n. 3, c.p.c. in relazione agli artt. 1198,

1267, 1362, 1367 c.c. Violazione dell'art. 360, n. 5, c.p.c. per omessa, insufficiente, contraddittoria

motivazione su punto decisivo della controversia"; la presente fattispecie ricade sotto la previsione

dell'art. 1198 c.c., il cui contenuto normativo risulta dalla combinazione dei due commi che lo

compongono; secondo la corte di merito la cessione di un credito in luogo dell'adempimento

disciplinata dal menzionato art. 1198 attribuisce al creditore cessionario la facoltà alternativa di

rivolgersi al debitore originario o a quello ceduto; senonchè, l'art. 1198, richiamando l'art. 1267,

istituisce un collegamento tra le due norme e tale collegamento comporta che il creditore, cui il

debitore abbia ceduto un credito in luogo dell'adempimento, è tenuto ad escutere prima il debitore

ceduto e, solo in caso di inadempimento di quest'ultimo, può rivolgersi al debitore originario; in

altri termini, fino a quando non sia inutilmente escusso o per lo meno non risulti insolvente il

debitore ceduto, il debito originario è inesigibile; nella specie, peraltro, l'atto di cessione reca la

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clausola "pro solvendo" e ciò vale a rendere, comunque, operante la regola della preventiva

escussione del debitore ceduto.

4. Evidenti ragioni di connessione consigliano la trattazione unitaria dei motivi.

5.1. La corte di merito ha affermato che la fattispecie è regolata dall'art. 1198 e non dall'art. 1267,

implicitamente escludendo un rapporto tra le due norme.

5.2. Viceversa, in dottrina si sottolinea il rapporto legislativamente stabilito tra tali norme attraverso

il richiamo della seconda da parte della prima e si muove da questo rapporto per ricostruire la figura

della cessione di credito in luogo dell'adempimento.

Secondo un orientamento dottrinale la cessione regolata dall'art. 1267 si distingue da quella prevista

dall'art. 1198 per diversità di disciplina e "rationes" ispiratrici.

In questa ultima forma di cessione il creditore cessionario è titolare di due distinte pretese: l'una,

quella originaria, nei confronti del debitore cedente; l'altra, quella derivata dalla cessione, verso il

debitore ceduto, con la peculiarità che, in caso di inadempimento di quest'ultimo, il creditore ha la

facoltà di scegliere se agire contro di lui o del debitore originario.

Per effetto del rinvio all'art. 1267 tale facoltà viene meno quando la mancata realizzazione del

credito ceduto sia dovuta al comportamento negligente del cessionario e, cioè, con il realizzarsi

delle condizioni previste dal menzionato articolo che determinano liberazione del debitore cedente.

Altro orientamento dottrinale ritiene che la figura delineata dagli artt. 1198 e 1267 sia unitaria e

costituisca una specie di "datio in solutum", nella quale la prestazione dell'"aliud" è rappresentata da

una comune cessione "solvendi causa" con annessa garanzia di solvenza, sicchè la responsabilità del

cedente è legata alla solvibilità del ceduto ed è destinata a funzionare nel caso in cui il patrimonio di

quest'ultimo sia escusso infruttuosamente.

La dottrina prevalente vede una conferma della tesi della cessione a scopo di adempimento e non in

luogo di esso nel richiamo dell'art. 1267, che fa obbligo al cessionario di agire diligentemente per la

realizzazione del credito ceduto a pena della perdita della garanzia, precisando che si tratta di

richiamo in via analogica, considerato che nell'art. 1198 non è prevista garanzia di solvenza del

debitore ceduto da parte del cedente, come è invece prevista nell'art. 1267.

Secondo tale tesi per effetto della cessione il creditore diventa titolare di due diritti di credito, uno

dei quali, quello originario, è inesigibile fino all'eventuale inadempimento di quello ceduto; il

soddisfacimento di uno di essi determina, tuttavia, estinzione dell'altro.

5.3. Questa Corte non ha avuto frequenti occasioni di occuparsi dell'art. 1198.

Con la remota sentenza 28.1.1975, n. 340, ha affermato che la cessione del credito "pro solvendo"

non ha di per sè efficacia novativa in quanto a norma dell'art. 1198 il debitore cedente non rimane

liberato, ma, salva diversa volontà delle parti, la sua obbligazione verso il proprio creditore si

estingue solo con la riscossione del credito ceduto; successivamente, con sentenza 3.7.1980, n.

4213, ha evidenziato che la cessione di un credito può essere preordinata sia al conseguimento di

uno scopo di garanzia che, a norma dell'art. 1198, ad una funzione satisfattoria; più recentemente

con sentenza 28.6.2002, n. 9495, ha ritenuto che nell'ipotesi di cessione "pro solvendo" a scopo

solutorio in cui il creditore cessionario diventa titolare di due crediti concorrenti, l'uno verso il

proprio debitore e l'altro verso il debitore ceduto, si è in presenza di distinte obbligazioni, aventi

ciascuna una propria causa e l'attitudine ad essere oggetto di autonomi atti di disposizione, con

l'unico limite costituito dal fatto che l'obbligazione originaria si estingue con la riscossione del

credito verso il debitore ceduto; non risulta alcuna pronuncia di questa Corte sulla specifica

questione che si pone nel presente caso.

5.4. In relazione a tale questione va rilevato che la cessione prevista dall'art. 1198 non estingue il

credito originario, ma affianca ad esso quello ceduto con la funzione di consentire al creditore di

soddisfarsi mediante la realizzazione di quest'ultimo credito.

Si verifica, pertanto, la coesistenza di due crediti: quello originario e quello ceduto; stante il

richiamo che l'art. 1198 fa al secondo comma dell'art. 1267, in cui si subordina la responsabilità del

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al seminario del 12 maggio 2011, tenuto dalla Dott. ssa Frenda, nell'ambito del corso di Istituzioni di Diritto Privato, del Prof. Carlo Granelli.
Il documento affronta i seguenti casi di successione nel credito:
- Cessione nel credito (Cass. n. 9761/05 e Cass. n. 6558/05)
- Accollo (Cass. n. 4482/10)
- Espromissione ( Cass. n. 26863/08).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Granelli Carlo.

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