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8. Entrambi i ricordati motivi sono inammissibili. In buona sostanza la parte finale della sentenza

impugnata reca una seconda ratio decidendi, a suffragio della conclusione fatta propria dalla

sentenza stessa.

È di palmare evidenza, pertanto, una volta rigettati i primi due motivi, con i quali è stata censurata

la prima delle riferite rationes decidendi, la inammissibilità, per carenza di interesse, degli ultimi

due.

Giusta un insegnamento assolutamente pacifico presso la giurisprudenza di questa Corte regolatrice

e che nella specie deve trovare ulteriore conferma, ove una sentenza (o un capo di questa) si fondi

su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è necessario - per giungere alla

cassazione della pronunzia - non solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica

censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua interezza con l'accoglimento di tutte

le censure, affinchè si realizzi lo scopo stesso dell'impugnazione.

Questa, infatti, è intesa alla cassazione della sentenza in toto, o in un suo singolo capo, id est di tutte

le ragioni che autonomamente l'una o l'altro sorreggano.

È sufficiente, pertanto, che anche una sola delle dette ragioni non formi oggetto di censura, ovvero

che sia respinta la censura relativa anche ad una sola delle dette ragioni, perchè il motivo di

impugnazione debba essere respinto nella sua interezza, divenendo inammissibili, per difetto di

interesse, le censure avverso le altre ragioni (in tale senso, ad esempio, tra le tantissime Cass. 23

ottobre 2001, n. 12976, nonchè, Cass. 24 maggio 2001, n. 7077).

9. Risultato totalmente infondato in ogni sua parte il proposto ricorso deve rigettarsi, con condanna

della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di

legittimità in favore della controricorrente, liquidate in E. 100,00 per spese, E. 6.000,00 per onorari,

e oltre rimborso forfetario delle spese generali e accessori come per legge. Cessione del credito

IL CASO

La società Alfa è debitrice verso la società Beta di una somma di denaro; non avendo liquidità, Alfa

cede a Beta, ad estinzione del suo debito, un credito dalla stessa vantato nei confronti della società

Gamma. Siccome quest’ultima non provvede a pagare quanto dovuto, Beta agisce in giudizio per

ottenere soddisfazione del suo credito nei confronti di Alfa.

Si illustrino le ragioni a favore e contro l’accoglimento della domanda della società Beta.

Cass., sez. III, 29.3.2005, n. 6558.

La cessione del credito in luogo dell’adempimento, prevista dall’art. 1198 c.c., non comporta la

immediata liberazione del debitore originario, che consegue solo alla realizzazione del credito

ceduto, ma comporta l’affiancamento al credito originario di quello ceduto, con la funzione di

consentire al creditore di soddisfarsi mediante la realizzazione di quest’ultimo credito; all’interno

di questa situazione di compresenza, il credito originario entra in fase di quiescenza, e rimane

inesigibile per tutto il tempo in cui persiste la possibilità della fruttuosa escussione del debitore

ceduto, in quanto solo quando il medesimo risulti insolvente il creditore potrà rivolgersi al debitore

originario. 6

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L'Emmegi agro - industriale s.r.l. (Emmegi) proponeva opposizione al decreto, con il quale il

presidente del tribunale di Taranto le ingiungeva di pagare lire 296.735.540 all'associazione di zona

tra produttori agrumari ed ortofrutticoli delle province di Lecce, Matera, Taranto (AZPAO),

sostenendo di avere estinto il debito mediante la cessione di credito verso l'AlMA (ora EIMA), la

quale aveva compensato il credito ceduto con un suo maggiore credito verso l'AZPAO.

L'opposta resisteva; intervenivano nel giudizio di opposizione Francesco Amatulli, Filippo

Bellacicco, Giovanni Simonetti, Nicola Biscozzi, Cosimo Camardo Leggieri, Orazio Maraglino,

Francesco Zecchino, Orazio Carmine D'Echia, Cosimo Palmisano, Rocco Bellisario, Palma De

Filippis, Rosalba Schettini, coop. Campo verde a r.l., Azienda agricola Serenella a r.l., soci

dell'AZPAO.

Il tribunale di Taranto accoglieva l'opposizione e revocava il decreto opposto.

Su gravame dell'AZPAO e degli interventori la corte di appello di Lecce - sezione distaccata di

Taranto - condannava l'Emmegi al pagamento di somma di importo pari a quella ingiunta,

considerando che nella specie si doveva applicare la norma di cui all'art. 1198 c.c. e non quella di

cui all'art. 1267 stesso codice, "posto che sì tratta di cessione pro solvendo in luogo di adempimento

e non di cessione tout court di contatto, con la conseguenza che il debitore cedente è liberato con la

riscossione del credito vantato, se non risulta una diversa volontà delle parti che nella fattispecie

non è stata neppure dedotta. Solo in questi limiti è fatto salvo il disposto dell'art. 1267, 2 comma".

L'Emmegi si è gravata di ricorso per Cassazione, affidandone l'accoglimento a tre motivi; l'AZPAO

in liquidazione ha resistito con controricorso; si è successivamente costituita con memoria

l'Emmegi in amministrazione straordinaria e si è integralmente riportata al ricorso; le parti hanno

depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso figura sottoscritto dall'avv. Buccico, che dal 2002 è componente del C.S.M., e da altri

avvocati, i quali hanno svolto la successiva attività difensiva.

Risalendo, tuttavia, il ricorso al 2001, nessun dubbio può sorgere sulla sua ammissibilità.

2. Con il primo motivo di ricorso si denuncia "violazione dell'art. 360, n. 5, c.p.c. nonchè dell'art.

360, n. 3, in relazione all'art. 111 Cost. e 132, 2 comma, n. 4, c.p.c.. Omessa e/o insufficiente

motivazione circa punto decisivo della controversia"; la corte di merito - si sostiene - non ha

esplicitato l'iter logico - giuridico seguito; in particolare si è limitata a riprodurre l'art. 1198 c.c.

senza stabilire alcun collegamento con l'art. 1267 stesso codice; in definitiva, ha aderito alla

ricostruzione giuridica della vicenda prospettata dall'AZPAO, ma non ha indicato le ragioni, per le

quali ha disatteso quella contraria.

3. Con il secondo motivo si deduce "violazione dell'art. 360, n. 3, c.p.c. in relazione agli artt. 1198,

1267, 1362, 1367 c.c. Violazione dell'art. 360, n. 5, c.p.c. per omessa, insufficiente, contraddittoria

motivazione su punto decisivo della controversia"; la presente fattispecie ricade sotto la previsione

dell'art. 1198 c.c., il cui contenuto normativo risulta dalla combinazione dei due commi che lo

compongono; secondo la corte di merito la cessione di un credito in luogo dell'adempimento

disciplinata dal menzionato art. 1198 attribuisce al creditore cessionario la facoltà alternativa di

rivolgersi al debitore originario o a quello ceduto; senonchè, l'art. 1198, richiamando l'art. 1267,

istituisce un collegamento tra le due norme e tale collegamento comporta che il creditore, cui il

debitore abbia ceduto un credito in luogo dell'adempimento, è tenuto ad escutere prima il debitore

ceduto e, solo in caso di inadempimento di quest'ultimo, può rivolgersi al debitore originario; in

altri termini, fino a quando non sia inutilmente escusso o per lo meno non risulti insolvente il

debitore ceduto, il debito originario è inesigibile; nella specie, peraltro, l'atto di cessione reca la

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clausola "pro solvendo" e ciò vale a rendere, comunque, operante la regola della preventiva

escussione del debitore ceduto.

4. Evidenti ragioni di connessione consigliano la trattazione unitaria dei motivi.

5.1. La corte di merito ha affermato che la fattispecie è regolata dall'art. 1198 e non dall'art. 1267,

implicitamente escludendo un rapporto tra le due norme.

5.2. Viceversa, in dottrina si sottolinea il rapporto legislativamente stabilito tra tali norme attraverso

il richiamo della seconda da parte della prima e si muove da questo rapporto per ricostruire la figura

della cessione di credito in luogo dell'adempimento.

Secondo un orientamento dottrinale la cessione regolata dall'art. 1267 si distingue da quella prevista

dall'art. 1198 per diversità di disciplina e "rationes" ispiratrici.

In questa ultima forma di cessione il creditore cessionario è titolare di due distinte pretese: l'una,

quella originaria, nei confronti del debitore cedente; l'altra, quella derivata dalla cessione, verso il

debitore ceduto, con la peculiarità che, in caso di inadempimento di quest'ultimo, il creditore ha la

facoltà di scegliere se agire contro di lui o del debitore originario.

Per effetto del rinvio all'art. 1267 tale facoltà viene meno quando la mancata realizzazione del

credito ceduto sia dovuta al comportamento negligente del cessionario e, cioè, con il realizzarsi

delle condizioni previste dal menzionato articolo che determinano liberazione del debitore cedente.

Altro orientamento dottrinale ritiene che la figura delineata dagli artt. 1198 e 1267 sia unitaria e

costituisca una specie di "datio in solutum", nella quale la prestazione dell'"aliud" è rappresentata da

una comune cessione "solvendi causa" con annessa garanzia di solvenza, sicchè la responsabilità del

cedente è legata alla solvibilità del ceduto ed è destinata a funzionare nel caso in cui il patrimonio di

quest'ultimo sia escusso infruttuosamente.

La dottrina prevalente vede una conferma della tesi della cessione a scopo di adempimento e non in

luogo di esso nel richiamo dell'art. 1267, che fa obbligo al cessionario di agire diligentemente per la

realizzazione del credito ceduto a pena della perdita della garanzia, precisando che si tratta di

richiamo in via analogica, considerato che nell'art. 1198 non è prevista garanzia di solvenza del

debitore ceduto da parte del cedente, come è invece prevista nell'art. 1267.

Secondo tale tesi per effetto della cessione il creditore diventa titolare di due diritti di credito, uno

dei quali, quello originario, è inesigibile fino all'eventuale inadempimento di quello ceduto; il

soddisfacimento di uno di essi determina, tuttavia, estinzione dell'altro.

5.3. Questa Corte non ha avuto frequenti occasioni di occuparsi dell'art. 1198.

Con la remota sentenza 28.1.1975, n. 340, ha affermato che la cessione del credito "pro solvendo"

non ha di per sè efficacia novativa in quanto a norma dell'art. 1198 il debitore cedente non rimane

liberato, ma, salva diversa volontà delle parti, la sua obbligazione verso il proprio creditore si

estingue solo con la riscossione del credito ceduto; successivamente, con sentenza 3.7.1980, n.

4213, ha evidenziato che la cessione di un credito può essere preordinata sia al conseguimento di

uno scopo di garanzia che, a norma dell'art. 1198, ad una funzione satisfattoria; più recentemente

con sentenza 28.6.2002, n. 9495, ha ritenuto che nell'ipotesi di cessione "pro solvendo" a scopo

solutorio in cui il creditore cessionario diventa titolare di due crediti concorrenti, l'uno verso il

proprio debitore e l'altro verso il debitore ceduto, si è in presenza di distinte obbligazioni, aventi

ciascuna una propria causa e l'attitudine ad essere oggetto di autonomi atti di disposizione, con

l'unico limite costituito dal fatto che l'obbligazione originaria si estingue con la riscossione del

credito verso il debitore ceduto; non risulta alcuna pronuncia di questa Corte sulla specifica

questione che si pone nel presente caso.

5.4. In relazione a tale questione va rilevato che la cessione prevista dall'art. 1198 non estingue il

credito originario, ma affianca ad esso quello ceduto con la funzione di consentire al creditore di

soddisfarsi mediante la realizzazione di quest'ultimo credito.

Si verifica, pertanto, la coesistenza di due crediti: quello originario e quello ceduto; stante il

richiamo che l'art. 1198 fa al secondo comma dell'art. 1267, in cui si subordina la responsabilità del

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cedente non al solo adempimento del ceduto, bensì al fatto che il cessionario abbia iniziato e

proseguito con diligenza le istanze contro quest'ultimo, il credito originario rimane quiescente fino a

quando il cessionario non abbia inutilmente escusso il debitore ceduto; la realizzazione del credito

ceduto produce l'estinzione anche di quello originario.

In altri termini, la cessione del credito in luogo dell'adempimento non comporta liberazione del

debitore originario, che consegue alla realizzazione del credito ceduto; il credito originario rimane

inesigibile per tutto il tempo in cui persiste la possibilità di fruttuosa escussione del debitore ceduto;

il creditore cessionario è tenuto ad escutere prima il debitore ceduto e, solo quando il medesimo

risulti insolvente, si può rivolgere al debitore originario.

6. Ai principi sopra esposti non si è attenuta la corte di merito, la quale, riformando la sentenza di

primo grado, ha implicitamente ritenuto inutile la preventiva escussione del debitore ceduto che

quella sentenza aveva, invece, giustamente ritenuto necessaria.

Pertanto, la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla corte di appello di Lecce per nuovo

esame e pronuncia sulle spese del giudizio di Cassazione.

7. Rimangono assorbiti gli ulteriori profili dei motivi esaminati ed il terzo motivo.

P.Q.M.

la Corte accoglie il primo ed il secondo motivo; assorbito il terzo; cassa in relazione la sentenza

impugnata e rinvia, anche per le spese, alla corte di appello di Lecce. accollo

Nell'accollo cumulativo esterno non liberatorio per il debitore originario - che si perfeziona con il

consenso del creditore, il quale può aderire alla convenzione di accollo anche successivamente, in

tal modo acquisendo il diritto ad ottenere l'adempimento nei confronti del terzo - l'obbligazione

dell'accollato, in analogia alla disciplina dettata per la delegazione dall'art. 1268, secondo comma,

cod. civ., degrada ad obbligazione sussidiaria, con la conseguenza che il creditore ha l'onere di

chiedere preventivamente l'adempimento all'accollante, anche se non è tenuto ad escuterlo

preventivamente, e soltanto dopo che la richiesta sia risultata infruttuosa può rivolgersi

all'accollato. Cassazione civile, sez. II 24/02/2010 n. 4482

ha pronunciato la seguente: sentenza

sul ricorso 1653-2009 proposto da:

GENFIMM SRL (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE

22, presso lo studio dell'avvocato CUCCIA ANDREA, rappresentato e

difeso dall'avvocato BOCCHINI ERMANNO; - ricorrente -

contro

C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BALBO N. 21, presso lo studio dell'avvocato GANDINO

ANTONIO SILVIO, rappresentato e difeso dall'avvocato MORRA EMANUELE;

G.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, 9

VIA BANCO DI S. SPIRITO 48, presso lo studio dell'avvocato D'OTTAVI

AUGUSTO, rappresentato e difeso dagli avvocati CESARE MASSIMILIANO,

LOPIANO MICHELE; - controricorrenti con due separati atti -

avverso la sentenza n. 4060/2007 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI,

depositata il 21/12/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/02/2010 dal Consigliere Dott. UMBERTO GOLDONI;

udito l'Avvocato BOCCHINI Ermanno, difensore del ricorrente che ha

chiesto di riportarsi agli atti;

udito l'Avvocato MORRA Emanuele difensore dei resistenti che si

riporta agli atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MARINELLI Vincenzo che ha concluso per inammissibilità in subordine

rigetto del ricorso. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 2002, G.L. deduceva di essere proprietario di una unità immobiliare in

(OMISSIS), facente parte del fabbricato "(OMISSIS)"; nel (OMISSIS), con atto di pennuta e

costituzione di servitù, esso esponente aveva provveduto a regolare ogni questione relativa alla

comunione delle opere realizzate, con il comproprietario del fabbricato, C. F.; tra l'altro, veniva

pattuito che in caso di vendita del primo livello, lo stesso C. si obbligava a murare una finestra che

affacciava sul giardino.

Nel (OMISSIS), il predetto alienava alla società GEIM srl la quota di sua proprietà esclusiva del

predetto fabbricato; benchè sollecitata a provvedere alla ricordata muratura, la società non aveva

provveduto.

In ragione di tanto, il G. aveva provveduto a citare la Geim ed il C. di fronte al tribunale di Napoli -

Sezione distaccata di Capri- per sentir dichiarare l'avvenuta assunzione dell'obbligazione da parte

della Geim, con condanna all'esecuzione della prestazione e, in subordine, chiedendo la condanna

per danni del C..

Entrambi i convenuti si costituivano, resistendo alla domanda.

L'adito Tribunale, con sentenza del 2004, accoglieva al domanda attorea e condannava la Geim a

murare la veduta de qua; regolava le spese.

La società proponeva appello cui resistevano il G. ed il C.; la Corte di appello di Napoli, con

sentenza in data 19/21.12.2007, rigettava il gravame e regolava le spese.

Osservava la Corte partenopea che dall'esame dei due atti su cui si basava la richiesta del G.,

emergeva che non poteva assumersi l'estraneità della Geim all'impegno assunto dal C. anche se non

v'era una espressa dichiarazione di accollo.

Precisava la Corte distrettuale che per accollo doveva intendersi l'assunzione di un debito altrui

mediante una convenzione tra il debitore accollante ed il terzo accollato, il quale si obbliga ad

adempiere, in sostituzione del primo, al creditore accollatario, senza partecipazione al negozio del

creditore medesimo.

Su tale base, e in ragione della volontà manifestata dalle parti, doveva concludersi che la volontà

manifestata dalla Geim fosse nel senso di una accettazione consapevole degli obblighi assunti con

l'atto del (OMISSIS).

Per la cassazione di tale sentenza ricorre, sulla base di due motivi, la Geim srl;

resistono con separati controricorsi, il G. ed il C..

La società ricorrente (oggi GENFIMM srl) ed il C. hanno presentato memoria. 10

MOTIVI DELLA DECISIONE

Vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di inammissibilità del ricorso proposte dai

controricorrenti; per un verso si assume l'incompatibilità (e, conseguentemente, la sopravvenuta

carenza di interesse al ricorso) del comportamento tenuto dall'odierna ricorrente dopo la pronuncia

della sentenza qui impugnata in quanto avrebbe dato esecuzione alla sentenza stessa, tanto da

dimostrarne la intervenuta accettazione, con la coltivazione del presente ricorso.

L'eccezione non merita accoglimento; per vero, la sentenza era provvisoriamente esecutiva e l'aver

ottemperato agli obblighi che ne scaturivano non poteva costituire una implicita accettazione della

decisione, siccome derivante da una specifica prerogativa della sentenza stessa, donde la perdurante

sussistenza dell'interesse al ricorso.

Per altro verso si eccepisce la violazione dell'art. 366 bis c.p.c. applicabile alla fattispecie ratione

temporis, atteso che il ricorso è stato proposto nel lasso di tempo in cui la norma predetta, oggi

abrogata, spiegava la sua validità.

Questa Corte non ignora la copiosa giurisprudenza che si è formata al riguardo e che può essere

riassunta nel senso secondo cui i quesiti di diritto devono per un verso investire la valenza di una

regola generale ed astratta e, per altro verso, collegare la stessa alla fattispecie che ne occupa; ora,

nel caso di specie, i quesiti proposti a conclusione dei due motivi di ricorso assolvono senza dubbio

alcuno al primo requisito, mentre ad una lettura non meditata parrebbero (segnatamente il secondo),

non assolvere alla altra caratteristica ritenuta pure necessaria.

In realtà però, non può sottacersi che la questione che entrambi i motivi sollevano, sotto profili

diversi, ma coincidenti, è di diritto nel senso pieno del termine, per cui la esatta determinazione

della regola iuris da applicare comporta di per se la soluzione, in un senso o nell'altro, del caso

concreto, cosa questa che consente di ritenere l'idoneità allo scopo dei quesiti come formulati e la

conseguente reiezione della eccezione relativa. 1273 e 1362 c.c.; ci si

Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt.

duole infatti della ricostruzione quale operata dalla Corte partenopea della fattispecie in esame,

siccome contrastante con la figura dell'accollo, quale prevista dall'ordinamento.

Con il secondo mezzo ci si duole di violazione e falsa applicazione delle norme suddette e di vizio

motivazionale; si assume che la Corte distrettuale non avrebbe svolto alcuna indagine circa al

volontà delle parti di coinvolgere o meno all'accollo il terzo, in quanto la sentenza impugnata si

sarebbe limitata ad affermare apoditticamente che sussisterebbe un accollo esterno.

I due motivi possono essere esaminati congiuntamente; invero, la tesi che sotto profili solo

parzialmente diversi viene sostenuta è quella della sussistenza di un accollo interno, come tale non

suscettivo di produrre effetti al di fuori dell'ambito dei contraenti.

La tesi su cui si basa invece la sentenza impugnata è invece quella, basata sulla lettura dei due atti

intervenuti, il primo tra il G. e il C. ed il secondo tra questi e la allora Geim, dalla cui semplice

lettura emerge in modo inequivoco da un lato l'obbligazione del C. di murare, in caso di vendita del

primo livello, la finestra de qua, e dall'altro l'accollo della stessa obbligazione da parte della allora

Geim, acquirente appunto del primo livello.

A questo secondo negozio non aveva originariamente preso parte il G., il quale peraltro ha

dimostrato di aderirvi successivamente, chiedendo espressamente alla allora Geim la muratura della

finestra.

Trattasi dunque di accollo cumulativo esterno, con successiva adesione del creditore;

la giurisprudenza di questa Corte è nel senso secondo cui nell'accollo cumulativo esterno non

liberatorio per il debitore originario, che si perfeziona comunque con il consenso del creditore, in

analogia con quanto previsto per la delegazione dall'art. 1268 c.c., comma 2, l'obbligazione

dell'accollato degrada ad obbligazione sussidiaria, di talchè il creditore ha l'onere di richiedere

preventivamente l'adempimento all'accollante, anche se non è tenuto ad escuterlo preventivamente e

Cass. 24.5.2004, n

solo dopo che la richiesta sia stata infruttuosa, può rivolgersi all'accollato (cfr.

9982). 11

In base a tali condivisi principi, risulta dunque conseguente ritenere che il creditore abbia aderito

successivamente all'accollo e legittimamente si sia rivolto per l'adempimento all'accollante e ciò in

base alla univoca interpretazione dei due atti in cui il rapporto è venuto a concretizzarsi ed alla

inequivoca, successiva adesione del creditore, manifestata con la reiterata richiesta di adempimento

all'accollante.

Il creditore può infatti aderire successivamente alla convenzione di accollo, acquistando così il

diritto alla solutio nei confronti del terzo (cfr. Cass. 3.2.1969, n. 305).

Consegue che la motivazione della sentenza impugnata sia corretta sia in relazione alla regola iuris

applicata che nella ricostruzione della volontà delle parti, adeguatamente interpretata in base agli

elementi già evidenziati e non suscettivi di altri significati se non di quello fatto proprio dalla Corte

partenopea.

E' appena il caso di aggiungere che ad analoga conclusione si sarebbe pervenuti sulla base della

applicazione al caso di specie della disciplina della obligatio propter rem, solo adombrata nel

controricorso C., ma che pure avrebbe potuto regolare la fattispecie in esame se vista sotto tale

diverso profilo.

Ai quesiti di diritto posti con il ricorso deve dunque rispondersi nel senso che nell'accollo

cumulativo esterno, istituto risultato applicabile nel caso di specie, il creditore può aderire anche

successivamente, come è avvenuto nella specie, così acquisendo il diritto di ottenere l'adempimento

nei confronti del terzo, risultando conseguentemente estranee alla fattispecie diverse regulae iuris.

Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che liquida a favore del

C. in 3.200,00 Euro, di cui 3.000,00 Euro per onorari e a favore del G. in 2.200,00 Euro, cui

2.000,00 Euro per onorari, oltre agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 11 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2010 espromissione

L'espromissione è un contratto tra creditore e terzo, al quale resta estraneo il debitore. Pertanto, là

dove tale contratto dovesse assumere la natura di un rapporto ad esecuzione continuata o

periodica, il diritto di recesso previsto in via generale dall'art. 1373 cod. civ. per tutti i rapporti di

durata spetta all'espromittente, e non all'obbligato originario, che non è, appunto, parte del

contratto di espromissione. CASS. CIV., SEZ. III, 10.11.2008, n. 26863

ha pronunciato la seguente: sentenza

sul ricorso proposto da: 12


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al seminario del 12 maggio 2011, tenuto dalla Dott. ssa Frenda, nell'ambito del corso di Istituzioni di Diritto Privato, del Prof. Carlo Granelli.
Il documento affronta i seguenti casi di successione nel credito:
- Cessione nel credito (Cass. n. 9761/05 e Cass. n. 6558/05)
- Accollo (Cass. n. 4482/10)
- Espromissione ( Cass. n. 26863/08).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Granelli Carlo.

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