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Successione legge penale e fallimento - SU n. 19601/08

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Penale I, svolte dal Prof. Enrico Mezzetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 19601 del 2008 delle Sezioni Unite penali. L'oggetto della sentenza è... Vedi di più

Esame di Diritto Penale I docente Prof. E. Mezzetti

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del D.Lgs. n. 5 del 2006, che ha modificato la nozione di imprenditore assoggettabile a fallimento, integrino, o non, la relativa fattispecie di reato,

alla luce della disciplina transitoria dettata dall'art. 150, medesimo D.Lgs.". 1.2. L'ordinanza di rimessione ha preso in considerazione la novella

recata dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 (in G.u. 16 gennaio 2006, n. 12, suppl. ord., recante "Riforma organica della disciplina delle procedure

concorsuali, ai sensi della L. 14 maggio 2005, n. 80, art. 1, comma 5"), emanato sulla base della Legge Delega 14 maggio 2005, n. 80, ed entrato in

vigore, fatta eccezione per alcune disposizioni, alla scadenza del sesto mese dalla sua pubblicazione, che ha integralmente sostituito, tra l'altro, il

R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, e il cui art. 150 contiene una disciplina transitoria.

In particolare, per quel che qui interessa, l'art. 1, comma 6, lett. a), n. 1, citata legge­delega, ha, con riguardo alla "disciplina del fallimento", stabilito

(tra l'altro) il principio direttivo, di contenuto indubitabilmente molto ampio, così formulato:

"semplificare la disciplina attraverso l'estensione dei soggetti esonerati dall'applicabilità dell'istituto" (ove l'"istituto" sembrerebbe avere come

termine di riferimento la "disciplina del fallimento").

1.3. Tuttavia, successivamente a detto D.Lgs., è stato emanato (sulla base della stessa legge­delega, come modificata, con l'inserimento nell'art. 1,

del comma 5 bis, ad opera della L. 12 luglio 2006, n. 228, art. 1, comma 3) il D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169 (in G.u. 16 ottobre 2007, n. 241,

recante "Disposizioni integrative e correttive al R.D. 16 marzo 1942, n. 267, nonchè al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del

fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi della L. 14 maggio 2005, n. 80, art. 1, commi 5, 5 bis e 6"),

entrato in vigore il 1 gennaio 2008, che ha, tra l'altro, all'art. 1, nuovamente sostituito l'art. 1, L. Fall., in tema di imprese soggette al fallimento e al

concordato preventivo, in particolare prescindendo dalla nozione di "piccolo imprenditore", e, all'art. 22, introdotto una nuova disciplina transitoria.

1.4. Ora, considerato che i presupposti per l'applicabilità dell'art. 2 c.p., in tema di successioni di leggi penali, devono essere apprezzati d'ufficio

anche nell'ambito del giudizio di cassazione (v. art. 609 c.p.p.), a prescindere dallo stato della legislazione in vigore al momento della proposizione

del ricorso e dal contenuto dei motivi di impugnazione, il quesito sottoposto all'esame delle Sezioni unite, tenuto conto anche del successivo

decreto "correttivo", deve essere riformulato nei seguenti termini:

"se i fatti di bancarotta commessi prima dell'entrata in vigore del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, e del successivo D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169,

che hanno modificato i requisiti perchè l'imprenditore sia assoggettabile a fallimento, continuano a essere previsti come reato, anche se in base alla

nuova normativa l'imprenditore non potrebbe più essere dichiarato fallito". 2. Il decorso dei termini di prescrizione del reato.

2.1. Dalla data di consumazione del reato, che va individuata nella sentenza dichiarativa di fallimento, in data 19 gennaio 2000, è decorso, al 19

luglio 2007, il termine previsto dalla legge, in relazione ai livelli di pena edittali stabiliti dall'art. 217, L. Fall., per la prescrizione del reato, che è quello

di sette anni e sei mesi, in base sia alla previgente sia all'attuale formulazione degli artt. 157, 160 e 161 c.p. (novellati dalla L. 5 dicembre 2005, n.

251).

Nella specie è comunque la nuova normativa a rendersi applicabile, in quanto alla data di entrata in vigore della L. n. 251 del 2005 (8 dicembre

2005) non era stata ancora pronunciata la sentenza di condanna di primo grado (27 marzo 2006); e ciò in relazione a quanto derivante dalla

dichiarazione di incostituzionalità parziale dell'art. 10, comma 3, legge citata (Corte Cost., sent. n. 393 del 2006).

Alla udienza dibattimentale di primo grado del 14 marzo 2005 era stato accertato un impedimento dell'imputato, derivante da infermità fisica, tanto

che il dibattimento venne rinviato all'udienza del 10 ottobre 2005, con dilazione pari dunque a 209 giorni. In base alla nuova formulazione dell'art.

159 c.p., al termine di sette anni e sei mesi vanno aggiunti non più di 65 giorni (5 giorni di impedimento più 60 giorni di sospensione massima), con

la conseguenza che il termine di prescrizione viene a cadere alla fine del giorno 22 settembre 2007 (19 luglio 2007 più 65 giorni), quindi

antecedentemente ad oggi.

Ove anche si ritenesse che ai soli fini della durata della sospensione debba tenersi conto della disciplina vigente al momento in cui si è verificato

l'impedimento dell'imputato, il reato sarebbe comunque prescritto, perchè, aggiungendo il periodo di sospensione pari a 209 giorni al termine di

legge, risulterebbe che il termine di prescrizione sarebbe maturato allo spirare del giorno 13 febbraio 2008 (19 luglio 2007 più 209 giorni), quindi

sempre antecedentemente ad oggi.

2.2. Tuttavia, non rinvenendosi cause di inammissibilità del ricorso, rispetto al tema della prescrizione è pregiudiziale, a norma dell'art. 129 c.p.p.,

comma 2, quello, proposto con l'unico motivo, relativo all'applicabilità dell'art. 2 c.p., da inquadrare giuridicamente nella disciplina specificamente

recata dal comma secondo di tale articolo, malgrado l'improprio richiamo fatto dal ricorrente al comma "3" (recte, 4), predetto art.; motivo che, se

accolto, comporterebbe la declaratoria di assoluzione dell'imputato perchè il fatto non è (più) previsto dalla legge come reato.

3. Gli effetti delle modifiche dell'art. 1 della legge fallimentare, secondo la tesi del ricorrente.

3.1. La Corte di appello mostra di riconoscere che, in base al dettato del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 1, come modificato dal D.Lgs. n. 5 del

2006, un'impresa avente caratteristiche quali quelle accertate nel caso di specie non potrebbe essere più assoggettata a fallimento. Assume però

che la nuova disciplina non si estende alle dichiarazioni di fallimento pronunciate nel vigore del precedente regime, in quanto in forza della

disposizione transitoria di cui all'art. 150 del citato decreto, "la posizione di detta società e la procedura di fallimento della stessa sono regolate dalla

legge anteriore". 3.2. Replica il ricorrente, richiamando anche l'art. 242, L. Fall., essere pacifico che permangano gli effetti delle sentenze

dichiarative di fallimento pronunciate prima della entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006; essendo però altra cosa, ai fini penali, l'effetto derivante,

ex art. 2 c.p., dalla "successione nel tempo della legge penale più favorevole", che nella specie deriverebbe dal nuovo dettato dell'art. 1, L. Fall., da

considerare "norma integrativa" delle fattispecie penali di cui agli artt. 216 ("Bancarotta fraudolenta") e 217 ("Bancarotta semplice"), L. Fall.;

in forza del quale l'impresa di cui era titolare l'imputato, stante l'ammontare degli investimenti e dei ricavi nel periodo di riferimento, non sarebbe ora

più soggetta a fallimento.

A sostegno del suo assunto, il ricorrente invoca il precetto secondo cui, in caso di successione di leggi penali, deve farsi applicazione di quella

contenente le disposizioni più favorevoli all'imputato, richiamando l'art. 2 c.p., comma 3 da intendersi come fatto al comma quarto di detto articolo, a

seguito dell'inserimento di un comma nell'art. 2 ad opera della L. 24 febbraio 2006, n. 85. 3.3. In realtà, come anticipato, gli argomenti addotti nel

ricorso non attengono alla ipotesi in cui la successione di leggi produca effetti solo modificativi delle fattispecie incriminatrici, onde debba essere

stabilito, nella comparazione tra la vecchia e la nuova, quale sia la legge più favorevole da applicare. Essi evocano piuttosto il diverso precetto della

non ultrattività della legge penale, di cui all'art. 2 c.p., comma 2, dato che, secondo la tesi sostenuta, i presupposti in base ai quali un imprenditore

può essere dichiarato fallito, indicati dal nuovo art. 1, L. Fall., da considerare norma integratrice delle fattispecie di bancarotta, non sarebbero

rinvenibili nella impresa dell'imputato, in relazione agli accertati dati economici della sua gestione; con la conseguenza che "il fatto" ascritto al

medesimo non "costituirebbe più reato" e che chi lo ha commesso non sarebbe dunque punibile.

4. Il contrasto di giurisprudenza.

Come si è sopra dato atto, sulla questione rimessa all'esame delle Sezioni unite si registra un contrasto di giurisprudenza, tutto interno alla Quinta

sezione penale.

La sentenza 20 marzo 2007, Celotti ­ che pure afferma rientrare nell'ambito di cognizione del giudice penale, in presenza di una sentenza

dichiarativa di fallimento, l'accertamento della qualità di imprenditore assoggettabile a fallimento, ex art. 1, L. Fall., quale "indefettibile requisito" del

reato di bancarotta propria, e che assegna alla disciplina sul fallimento una funzione in varie parti integratrice della fattispecie penale ­ è dell'avviso

che, in forza della norma transitoria di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 150, "gli eventi processuali (concorsuali e penali) avviati prima della data di

entrata in vigore del decreto " sono regolati dalle norme previgenti "anche per quanto attiene alla identificazione del soggetto assoggettabile a

fallimento ed alla nozione di "piccolo imprenditore", ancorata a indici monetari di per sè indicativi di una cesura temporale con eventi passati.

Per contro, la sentenza 18 ottobre 2007, Rizzo ­ ribadito che la sentenza dichiarativa di fallimento non fa stato nel procedimento per bancarotta,

essendo preciso compito del giudice penale accertare se sussistevano i requisiti soggettivi di fallibilità ­ osserva che se per volontà del legislatore

tali requisiti vengono a mutare, è sulla base della nuova disciplina che va parametrato l'accertamento degli elementi costitutivi del reato. Non

sarebbe poi corretto desumere la perdurante applicabilità della precedente disciplina sui requisiti di fallibilità dell'imprenditore dalla norma transitoria

di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 150, perchè questa ha riguardo alla procedura fallimentare, ma non esplica incidenza sul fondamentale canone

della "retroattività della legge più favorevole" di cui all'art. 2 c.p. che, pur non essendo costituzionalizzato, deve in sede penale trovare applicazione

in mancanza di una esplicita volontà in senso contrario del legislatore.

In termini simili a quest'ultima pronuncia si è poi espressa la sentenza, sempre della Quinta sezione, 30 ottobre 2007, Cremona.

5. La sindacabilità della sentenza dichiarativa di fallimento ai fini della punibilità per fatti di bancarotta, secondo la giurisprudenza.

5.1. Prima dell'entrata in vigore dell'attuale codice di rito, era consolidata, nella giurisprudenza di legittimità, la tesi, basata sugli artt. 19 e 21 c.p.p.

1930, secondo cui la sentenza dichiarativa di fallimento, divenuta irrevocabile, non era sindacabile dal giudice penale.

Si affermava dunque che "la sentenza dichiarativa di fallimento, la cui pronuncia è di competenza esclusiva del tribunale fallimentare, fa stato, in

sede penale, se passata in giudicato, sull'esistenza degli estremi per l'apertura del procedimento" (così, fra molte, Sez. 5^, 12 aprile 1967, Moretti).

Con particolare riferimento al presupposto soggettivo della pronuncia dichiarativa di fallimento del giudice civile l'orientamento era ribadito in

relazione alle questioni poste, in sede penale, dal fallito che assumeva di rivestire la qualità di "piccolo imprenditore", osservandosi che "la qualità di

imprenditore commerciale, riconosciuta con la sentenza civile dichiarativa di fallimento divenuta irrevocabile, non può essere rimessa in discussione

nel giudizio penale per reati fallimentari, e che il giudice penale non può, pertanto, in contrasto con quanto accertato definitivamente in sede civile,

qualificare l'imputato piccolo imprenditore" (così, ex plurimis, Sez. 5^, 11 ottobre 1977, Michelani).

Da ciò due corollari.

Da un lato, atteso che per il principio di unità della giurisdizione la sentenza dichiarativa di fallimento faceva stato nel processo penale per

bancarotta, in tale processo avevano valore le sentenze passate in giudicato; sicchè un'opposizione del fallito alla sentenza dichiarativa di

fallimento, ove avesse avuto il carattere della serietà, avrebbe determinato necessariamente la sospensione dell'esercizio dell'azione penale ai

sensi dell'art. 19 c.p.p. 1930 (v. in tal senso Sez. un., 29 novembre 1958, Amantini).

Per altro verso, atteso che la questione relativa alla qualità di fallito rivestiva natura pregiudiziale di stato personale, la sentenza di revoca di quella

dichiarativa di fallimento poteva costituire motivo per attivare la procedura di revisione (Sez. 5^, 15 dicembre 1980, Ruggiero).

5.2. Anche la Corte costituzionale aveva affermato, avallando questa linea interpretativa, che "la dichiarazione di fallimento ha natura pregiudiziale

rispetto al processo penale concernente reati fallimentari; sicchè sorgendo controversia sullo stato di imprenditore fallito, il giudice penale non può

conoscere di essa, ma deve limitarsi, previa verifica delle condizioni di legge, a sospendere il procedimento pendente davanti a lui, sino al

passaggio in giudicato della relativa pronunzia" (sent. n. 141 del 1970; cui adde ord. n. 59 del 1971).

E si era avuto cura di puntualizzare che l'imprenditore aveva a propria disposizione i mezzi e i modi più adeguati per dimostrare, sia nella fase

anteriore alla dichiarazione di fallimento sia in quella conseguente all'opposizione avverso la relativa sentenza e sino all'eventuale passaggio in

giudicato di essa, l'inesistenza o la non sufficienza delle condizioni oggettive e soggettive necessarie e sufficienti per la dichiarazione di fallimento

(sent. n. 110 del 1972).

Nella stessa linea, la giurisprudenza costituzionale si era espressa con le sentenze n. 190 del 1972, n. 275 del 1974 e con l'ordinanza n. 636 del

1987. 5.3. Con l'avvento del nuovo codice di rito, pur considerando la ridefinizione della portata della cognizione del giudice penale e della disciplina

delle questioni pregiudiziali (artt. 2 e 3 c.p.p.), l'orientamento precedente era stato ribadito da alcune decisioni della Suprema Corte, osservandosi in

esse che la nuova disciplina processual­penalistica in materia di questioni pregiudiziali non incideva sulla validità della consolidata qualificazione

della sentenza dichiarativa di fallimento come elemento costitutivo dei reati di bancarotta: da questa premessa discendeva la perdurante validità del

"principio per cui la dichiarazione di fallimento, una volta che abbia acquisito il carattere della irrevocabilità, viene a costituire un dato definitivo e

vincolante sul quale non possono più sorgere questioni che non siano collegate alla produzione formale della prova della sua giuridica esistenza"

(così Sez. 5^, maggio 1993, Berzanti). Nella stessa linea, Sez. 5^, 24 febbraio 1998, Bertoni; Sez. 5^, 29 marzo 2001, Barni.

5.4. A questo tradizionale orientamento si è venuto a contrapporre nella giurisprudenza di legittimità l'indirizzo che disconosce alla sentenza

dichiarativa di fallimento efficacia vincolante in sede penale.

Ad esempio, Sez. 5^, 29 aprile 1998, Marcimino, ha affermato che "la sentenza dichiarativa di fallimento, pur se irrevocabile, non ha efficacia di

giudicato nel processo penale, in virtù della disciplina delle questioni pregiudiziali dettata dagli artt. 2 e 3 c.p.p.".

Nella stessa prospettiva, Sez. 5^, 26 settembre 2002, Veruschi, ha ritenuto che poichè con l'avvento del nuovo codice di rito la sentenza

dichiarativa di fallimento non fa più stato nel processo penale, essa è "di per sè insufficiente ad integrare la prova della qualità di imprenditore ... se

tale qualità è controversa ai fini dell'art. 2221 c.c. e art. 1, comma 1, L. Fall. per emergenze che inducano ad attribuire all'imputato lo svolgimento

dell'attività di piccolo imprenditore prevista dall'art. 2083 c.c.". In senso conforme: Sez. 5^, 21 marzo 2003, Severino e Sez. 5^, 30 luglio 2003, Tissi.

L'indirizzo in esame, come si ricava dalle sentenze da ultimo citate, si è in effetti affermato con particolare riferimento ai profili attinenti lo status

dell'imprenditore fallito ovvero, più specificamente, alla qualità di "imprenditore" del fallito (v. ad es. Sez. 5^, 9 aprile 1999, Leo).

Su questa linea, Sez. 5^, 15 marzo 2007, Decorosi, ha osservato che per effetto della disciplina delle questioni pregiudiziali introdotta dagli artt. 2 e

3 c.p.p., la sentenza dichiarativa di fallimento, pur se irrevocabile, non ha efficacia di giudicato nel processo penale, sicchè, per un verso, gli

accertamenti risultanti dalla sentenza stessa devono essere valutati nel processo penale alla stregua di ogni altro materiale utile sul piano

probatorio e, per altro verso, la valutazione del giudice di merito in ordine alla ricorrenza dei requisiti per ottenere o escludere la qualifica di piccolo

imprenditore di cui all'art. 2083 c.c. si risolve in un apprezzamento di fatto incensurabile in sede di legittimità se motivato.

Più puntualmente, Sez. 5^, 1 dicembre 1990, Milazzo, ha distinto tra lo status di "fallito", non sindacabile dal giudice penale e quello di

"imprenditore", invece sindacabile; distinzione peraltro criticata da Sez. 5^, 16 febbraio 1995, Bertoldo, che ha affermato perentoriamente "che sulla

base della nuova disciplina introdotta dagli artt. 2 e 3 c.p.p. la sentenza dichiarativa di fallimento, anche se divenuta irrevocabile, non ha efficacia di

giudicato nel processo penale", sicchè il sindacato del giudice penale si eserciterebbe non solo in relazione allo status dell'imprenditore fallito, ma

anche su tutti i presupposti di fatto e di diritto che l'acquisizione di quello status comporta e che hanno formato oggetto della valutazione e della

decisione del giudice civile.

6. La dichiarazione di fallimento nella struttura dei reati di bancarotta.

6.1. Se fosse vero che la definizione normativa dei presupposti per la dichiarazione di fallimento di un'impresa costituisce una norma extrapenale

integratrice della fattispecie penale, dovrebbe essere verificato se, in virtù di abolitio criminis (parziale), il fatto ascritto all'imputato non sia più

previsto dalla legge come reato.

Infatti, alla stregua dei nuovi parametri normativi di cui all'art. 1 L. Fall., sia ex D.Lgs. n. 5 del 2006 sia ex D.Lgs. n. 169 del 2007, l'impresa

dell'imputato, come implicitamente riconosciuto dalla Corte di appello, non sarebbe più soggetta a fallimento.

6.2. Per stabilire se nella vicenda in esame si verta in tema di abolitio criminis, rilevante ex art. 2 c.p., comma 2, occorre verificare se la norma

extrapenale incida su un elemento della fattispecie astratta, non essendo di per sè rilevante una mutata situazione di fatto che da quella norma

derivi (v. in questo senso la recente sentenza Sez. un., 27 settembre 2007, Magera, che richiama in particolare sul punto Sez. un., 26 marzo 2003,

Giordano).

6.3. Ora, nella struttura delle fattispecie di bancarotta di cui agli artt. 216 e ss., L. Fall., il presupposto formale perchè possano essere prese in

considerazione, ai fini della responsabilità penale, le condotte specificamente contemplate dalle norme non richiama le condizioni di fatto richieste

per il fallimento (o l'ammissione alle altre procedure concorsuali) di un'impresa, consistendo invece nella esistenza di una sentenza dichiarativa di

fallimento.

6.4. In altri termini, come osservato da autorevole Dottrina, che le Sezioni Unite condividono, nella struttura dei reati di bancarotta "la dichiarazione

di fallimento assume rilevanza nella sua natura di provvedimento giurisdizionale", e non per i fatti con essa accertati.

Sicchè, in quanto atto della giurisdizione richiamato dalla fattispecie penale, la sentenza dichiarativa di fallimento è insindacabile in sede penale; nè

la disciplina delle questioni pregiudiziali prevista dal codice di rito agli artt. 2 e 3 "vale a spostare le premesse di diritto sostanziale", perchè i

presupposti di fatto accertati nella sentenza richiamata dalla fattispecie penale non sono una "questione pregiudiziale" della quale possa ritenersi

investito il giudice penale, dato che essi sono stati appunto accertati da detta sentenza, "la quale vincola il giudice penale (purchè esistente e non

revocata) come elemento della fattispecie criminosa, e non quale decisione di una questione pregiudiziale" implicata dalla fattispecie.

6.5. In generale, va rilevato che l'atto giuridico richiamato in una fattispecie penale conta per gli effetti giuridici che esso produce e non per i fatti con

esso definiti, sicchè, se muta, per jus superveniens, la definizione legale dei presupposti (che possono a loro volta consistere in dati di fatto o anche

in atti giuridici) perchè un certo atto giuridico possa essere legittimamente adottato, non può dirsi che le norme sopravvenute, che quei presupposti

mutino, incidano sulla struttura del reato.

E' il caso poi di precisare che quando un atto giuridico è assunto quale dato della fattispecie penale (non importa se come elemento costitutivo del

reato o come condizione di punibilità), esso è sindacabile dal giudice penale nei soli limiti e con gli specifici mezzi previsti dalla legge.

Così, se l'atto giuridico è un provvedimento legislativo, richiamato, come spesso accade, in una fattispecie penale, non potendo il giudice

disapplicare la legge (art. 101 Cost., comma 2), esso può essere sindacato solo in quanto se ne ravvisi un possibile contrasto con parametri

costituzionali, abilitandosi in tal caso il giudice (salva la percorribilità di una interpretazione costituzionalmente orientata) a sollevare incidente di

costituzionalità (L. Cost. 9 febbraio 1948, n. 1, art. 1; L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 23).

Se si tratta di un provvedimento amministrativo, esso può essere incidentalmente sindacato dal giudice penale, in quanto illegittimo, come quando

è la sua inosservanza a costituire reato, come si è più volte affermato in giurisprudenza ad esempio con riferimento alla fattispecie dell'art. 650 c.p.,

in tema di inosservanza dei provvedimenti dell'autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d'ordine pubblico o d'igiene, o a quella del

D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5­ter, in tema di inosservanza dell'ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato, esclusa ogni

rivalutazione dei presupposti di fatto assunti a base del provvedimento (v., in tal senso, proprio a proposito dell'art. 650 c.p., Cass., Sez. 1^, 24

giugno 1992, Beltrami; Id., 1 giugno 1990, Beltramo; Cass., sez. 3^, 2 febbraio 1967, Capra; nonchè, a proposito del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286,

art. 14, comma 5­ter, fra le tante, Cass., sez. 1^, 28 marzo 2006, Hado), i quali, beninteso, devono essere correttamente individuati nel

provvedimento amministrativo (v. Cass., sez. 1^, 22 giugno 2004, Conti).

Se elemento della fattispecie è un atto negoziale privato (come nella ipotesi dell'art. 641 c.p.), il giudice penale può escludere l'illiceità del fatto solo

in presenza di un negozio nullo, ad esempio perchè avente causa illecita, dato che in tal caso la relativa obbligazione non è idonea, in assoluto, a

produrre effetti giuridici, e quindi nemmeno una condotta incriminabile, non bastando che esso sia solo annullabile, dovendo il negozio ritenersi

produttivo di effetti giuridici fino a che esso non sia annullato dal giudice civile (v., a proposito dell'art. 641 c.p., Cass., sez. 1^, 29 marzo 1972, Da

Ponte; Cass., sez. 3^, 29 gennaio 1964, Sanzone).

Nel caso, poi, che, come nella specie, si tratti di un provvedimento giudiziale, il giudice penale non ha alcun potere di sindacato, dovendo limitarsi a

verificare l'esistenza dell'atto e la sua validità formale.

Così, a titolo di esempio, certamente non può essere sindacata la "sentenza di condanna" o il "provvedimento del giudice civile" evocati, con i

contenuti ivi precisati, rispettivamente, dall'art. 388 c.p., commi 1 e 2 o la sentenza di separazione legale con addebito (art. 151 c.c., comma 2) agli

effetti di quanto previsto dall'art. 570 cpv. c.p., n. 2, (v. tra le altre Cass., sez. 6^, 13 luglio 2005, Gabutti; Id., 7 gennaio 1999, Bianchini), o quella

che pronuncia la cessazione degli effetti civili del matrimonio di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, artt. 5 e 6, richiamati dalla fattispecie penale

contemplata dall'art. 12­sexies, medesima legge.

Diversamente dagli altri casi sopra indicati, in cui pure nel paradigma normativo entra a fare parte un atto giuridico, quando elemento della


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Penale I, svolte dal Prof. Enrico Mezzetti nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 19601 del 2008 delle Sezioni Unite penali. L'oggetto della sentenza è il seguente: il giudice penale in relazione ai reati di bancarotta non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento non solo quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza della impresa ma anche quanto ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilità dell’imprenditore; pertanto, le modifiche apportate all’art. 1, l. fall., prima dal decreto legislativo 2006, n. 5 e poi dal decreto legislativo 2007, n. 169, non esercitano influenza, ai sensi dell’art 2 c.p., sui procedimenti penali in corso.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Mezzetti Enrico.

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