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1) rivalità coloniale tra Francia e Inghilterra; la ripresa della politica espansionistica

dell’Inghilterra desta le preoccupazioni della Francia, dato che le pretese coloniali inglesi

sono a danno della rete dei territori in possesso dei francesi.

2) volontà dell’Austria di recuperare i territori perduti con la pace di Aquisgrana del 1748;

3) timore di Russia e Svezia per la crescente potenza della Prussica.

Il conflitto è centrato “sul rovesciamento delle alleanze tradizionali”: la Prussia si allea con

l’Inghilterra e la Francia con l’Austria. Il protagonista del conflitto è Federico II di Prussica. Le

vicende non gli sono sempre favorevoli, a volte è vincitore, a volte vinto. Se le cose per la Prussica

volgono al peggio, ciò non può dirsi per l’Inghilterra. Questa infatti prende a dominare con la flotta

gli oceani, sconfiggendo ripetutamente i francesi e gli spagnoli, loro alleati. I contendenti

cominciarono a pensare alle trattative di pace, che segnerebbero la sconfitta della prussica. Nel 1762

Federico II firmava la pace con lo zar Pietro III di Russia e nel 1763 con l’Austria, ottenendo la

conferma dell’annessione della Slesia. La pace firmata a Parigi nel 1763, tra Francia e Inghilterra

estrometteva la Francia dall’America settentrionale e riconosceva l’espansione inglese in India. La

pace da all’Inghilterra il primato assoluto coloniale e marittimo che le permetterà di affermare la

propria potenza nel mondo. Per quasi due secoli le potenze europee esercitavano una sorta di

protettorato sulla Polonia. Dopo la morte del principe ereditario, Augusto III di Sassonia, Russia e

Prussia invasero la Polonia per imporre il loro candidato, Stanislao. Egli era stato educato secondo

idee illuministiche e voleva attuare riforme per limitare il potere dell’aristocrazia polacca. Per

contrastare la resistenza dell’aristocrazia, che si era subito riunita nella Confederazione di Bar, la

Russia inviò le truppe in territorio polacco, le quali dopo 4 anni di guerra schiacciò la ribellione

dell’aristocrazia. Nel 1772, la Russia con la Prussia e Austria, procedettero alla prima spartizione

della Polonia: l’Austria acquistò la Galizia, la Russia gran parte della Bielorussia, la Prussia ottenne

la Prussia occidentale e il controllo del litorale Baltico meridionale. Questa prima spartizione fu un

grave colpo per gli ideali illuministici. Nel 1792 i soldati di Caterina II invasero di nuovo il paese

poiché Stanislao cercò di trasformare la monarchia polacca da elettiva in ereditaria. Nel 1793 ci fu

la seconda spartizione a favore della Russia e della Prussia. Nel 1795 ci fu la terza spartizione che

portò alla cancellazione della Polonia dalla carta geopolitica dell’Europa. Riconquisterà identità

nazionale solo dopo la I G.M.

Capitolo 16: “L’espansione coloniale:Il mondo oltre l’Europa”.

Nel XVIII secolo Spagna e Portogallo, pur ridotte nel ‘700 a potenza di rango secondario in Europa,

possedevano estesissimi territori oltre oceano. Nella corsa all’espansione coloniale in Asia e in

Africa, Spagna e Portogallo furono esclusi perché la spinta a quella corsa fu fornita dai ceti

commerciali e imprenditoriali delle grandi potenze economiche e politiche in Europa durante il ‘600

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e ‘700: l’Olanda, l’Inghilterra e la Francia. L’impero coloniale spagnolo, nel ‘700, comprendeva

gran parte dell’America meridionale (il Brasile e una zona dell’Uruguay erano portoghesi), le isole

dei Carabi, il Messico, la Florida. Sotto il regno di Carlo III di Borbone si ebbe la massima

espansione territoriale della Spagna in America. Nel corso del XVII secolo la crescita di

popolazione bianca, l’arrivo di schiavi neri, la formazione di popolazione meticcia aveva favorito la

ripresa demografica. Grazie agli schiavi, condotti verso le Americhe spagnole e il Brasile

portoghese, l’agricoltura poté svilupparsi nel corso del ‘600. allo sviluppo contribuirono:

l’introduzione di nuove coltivazioni, l’impiego crescenti di animali nella produzione agricola, la

messa a coltura di nuove terre. Le famiglie dell’aristocrazia terriera allargarono le loro proprietà

attraverso i matrimoni con i membri della stessa classe. Anche la chiesa e gli ordini religiosi

accumularono grandi proprietà: a metà del ‘600 detenevano quasi tutta la terra produttiva delle

colonie. Le attività manifatturiere e industriali si svilupparono durante il XVII e XVIII secolo. Nel

complesso la situazione economica e sociale dell’America spagnola era caratterizzata da una certa

aristocrazia. Gli elementi deboli di questo sistema erano:

 La scarsa efficacia del potere di controllo e di monopolio della Casa de Contratacion (i

contrabbandieri avevano pertanto vita facile);

 La fragilità dell’esercito: nelle Indie non vi fu u esercito regolare fino alla fine della guerra

dei sette anni, le province esposte agli attacchi si difendevano arruolando milizie non

regolari sul luogo;

 La corruzione e scarsa efficienza dell’amministrazione coloniale;

Le riforme di Carlo III solo in parte eliminarono alcuni motivi della debolezza del sistema. I

possedimenti coloniali del Portogallo comprendevano: il Brasile e le basi commerciali sulle coste

africane, indiane, indonesiane e su alcune isole del Pacifico. Il Brasile non disponeva di una

consistente manodopera indigena a buon mercato; la popolazione era scarsa e il lavoro era affidato a

schiavi. Per quanto riguarda gli scambi con l’esterno il paese era inserito in un ampio sistema

commerciale triangolare, i cui vertici erano in Portogallo, Angola e Brasile. Le esportazioni delle

colonie servivano al Portogallo per raddrizzare il suo bilancio. Anche il Portogallo come la Spagna

costituì una struttura centralizzata “la Giunta di commercio”, che non riuscì a frenare il

contrabbando praticato dai cittadini portoghesi e il commercio di frodo praticato da navi straniere,

soprattutto inglesi. Furono gli olandesi a svolgere la funzione di guida dell’espansione europea nel

XVII secolo. Mentre la Gran Bretagna diventerà la più grande potenza del mondo nel XVIII secolo,

il 600 fu il secolo d’oro dell’Olanda. Il primato commerciale olandese era dentro alla superiorità

tecnologica. Il capitale commerciale olandese era interessato al commercio del spezie. Nel ‘600 gli

olandesi detenevano il monopolio delle spezie a spese dei portoghesi, spagnoli e inglesi. I segnali di

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crisi si avvertivano nel ‘700, con i bilanci passivi delle compagnie e l’aumento del contrabbando.

Gli inglesi solo alla fine del XVII secolo assunsero un ruolo leader nell’espansione coloniale. La

concorrenza con l’Olanda fu vinta dagli inglesi per vari motivi:

 il più stabile assetto costituzionale dell’Inghilterra;

 investimenti più massicci più largo coinvolgimento dei ceti nelle imprese e negli affari

coloniali;

 l’importanza crescente dei tessuti in cotone al posto delle Spezie e il declino del commercio

olandese.

Questo fu il motivo più decisivo che determinò le fortune inglesi. Olanda, Inghilterra e Francia si

erano avventurate nell’espansione extraeuropea per contrastare le potenze iberiche; i francesi

riuscirono però a intraprendere un’azione sistematica di penetrazione in Oriente solo con la fine

delle guerre di religione e con il consolidamento dello Stato Moderno. Anche la Francia utilizzò per

l’espansione verso le coste africane e le Indie orientali lo stesso strumento adoperato da Inghilterra

e Olanda, cioè la “Compagnia commerciale”. Fu Colbert (controllore generale delle finanze sotto

Luigi XIV) a promuovere la creazione di una grande compagnia. L’espansione francese fui

contrastata dagli olandesi, che nel 1670 sconfissero la flotta del Re Sole in India, e dagli inglesi, che

bloccarono le mire francesi sul Siam Sia la guerra della Lega di Augusta (1689-1697): conflitto nel

quale le maggiori potenze europee si unirono per combattere la strapotenza francese), sia la guerra

di successione spagnola, danneggiarono lo sviluppo degli affari della compagnia. Rispetto alle

compagnie olandesi e inglesi, quella francese presentava una più marcata dipendenza dalla Corona,

che interferiva nella vita finanziaria, nella formazione del personale e nelle scelte politiche. Furono

questi i motivi della sconfitta della Francia nel conflitto con l’ Inghilterra. Alla fine della guerra dei

sette anni, la Francia dovette rinunciare all’espansione territoriale in India. L’Inghilterra gettava la

fondamenta dell’Impero delle Indie britanniche.

Capitolo 17: “La Rivoluzione Industriale”.

Tra il 1750 e la prima metà dell’800 una parte dell’Europa occidentale fu investita da una grande

trasformazione nelle basi dell’economia, nell’ordine sociale, nei modelli di vita. Un contributo

decisivo alla grande trasformazione fu dato da un insieme di innovazioni tecnologiche: l’uso delle

macchine al posto dell’abilità e del lavoro dell’uomo; la situazione dell’energia umana, animale e

naturale con fonti di energia artificiale (come quella prodotta dalle macchine) e l’uso di nuove

materie prime. Questo processo, che interessò per prima l’Inghilterra e che si sviluppò nel resto

dell’Europa in tempi e modi differenti, venne chiamato rivoluzione industriale e segna la data

d’inizio del mondo contemporaneo. Esso portò a un aumento di produttività e del reddito

individuale, migliorò le condizioni di vita e l’equilibrio tra popolazione e risorse, stimolò un flusso

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continuo di investimenti in conoscenze e tecnologie e miglioramenti dei sistemi e dei cicli di

lavorazione. Ma accanto ai vantaggi e alle svolte che segnò, la rivoluzione presentò anche costi

elevati: lo sfruttamento coloniale da parte delle grandi potenze economiche; fu brutalmente sfruttato

il lavoro di donne bambini; si accentuò il divario tra i paesi industriali più ricchi e meno ricchi.

L’agricoltura ebbe ancora un’incidenza altissima nello sviluppo economico europeo. Solo alcune

aree agrarie dell’Europa si trovarono meglio preparate all’industrializzazione. L’Olanda è al primo

posto: tra il ‘500e ‘600 reagì all’equilibrio tra popolazione e risorse non con l’aumento degli addetti

ai terreni agricoli, ma rendendo più efficiente il loro lavoro grazie ad una più marcata

specializzazione, il che consentì agli altri settori della popolazione di dedicarsi con profitto al

commercio e manifatture. Meno preparata allo sviluppo industriale si presentò l’Europa

mediterranea: nell’Italia centrale dominava la mezzadria; in Spagna e in Italia meridionale

dominava invece la gestione latifondista che influì sia sulla stagnazione agricola sia sul mancato

decollo industriale. Infine la Germania presentava un dualismo tra la parte orientale, a est dell’Elba,

dominata dalle grandi proprietà feudali e da arretratezza industriale, e la parte occidentale dominata

da un’agricoltura a proprietà contadina e stimolata dai mercati cittadini che si rivelerà più aperta

alle trasformazioni industriali. L’Inghilterra e il paese che subì, soprattutto nel ‘700, le più

importanti trasformazioni agricole. Con il fenomeno delle reazioni (cioè la vendita delle terre

comuni, legata ancora a privati che le gestivano in modo imprenditoriale), l’introduzione delle

macchine, l’investimento di capitali urbani nella terra per migliorare la produzione consentiranno

all’Inghilterra di integrare la rivoluzione agricola e industriale e di stabilire il primato economico

internazionale. Il quadro inglese preindustriale fu caratterizzato dalla presenza diffusa di

manifatture rurali a domicilio, dai bassi costi di produzione e distribuzione, da un mercato

omogeneo in cui erano assenti barriere doganali dazi di tipo feudale, dagli investimenti di risorse

pubbliche e private come strade, ponti, sistemi di comunicazione fluviale. Altri fattori che

avvantaggiarono l’Inghilterra furono la disponibilità di materie prime, la libertà di adattamento e

iniziativa, la diffusione del pensiero scientifico, della ricerca e di una mentalità empirica e

sperimentale e la disponibilità all’innovazione. Inoltre bisogna ricordare che l’Inghilterra era il

paese in cui il potere d’acquisto e il tenore di vita erano più alti rispetto al resto del continente

europeo. La società inglese era aperta. Il mercato interno dei manufatti si espanse in Inghilterra,

grazie ad un processo di urbanizzazione che vedeva le città assumere funzioni sempre più articolate,

ai contatti e agli scambi tra le città e la campagna. Le ferrovie divennero il settore trainante della

rivoluzione industriale. La produzione inglese di ferro superò in pochi decenni quella del resto del

mondo. Un nuovo convertitore di energia, la “macchina a vapore”, che consentiva un notevole

risparmio di energia e possibilità di applicazione in tutti i campi dell’economia, e lo sfruttamento

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del carbone fossile al posto del carbone di legna permisero lo sviluppo e la straordinaria diffusione

della rivoluzione industriale inglese. La rivoluzione industriale portò cambiamenti nel sistema di

produzione e nei rapporti tra le classi sociali:portò alla separazione fra i proprietari dei mezzi di

produzione e i produttori diretti, fra imprenditori e lavoratori salariati. Comportò la concentrazioni

dei lavoratori in un luogo di lavoro: la fabbrica. Tra la fine del ‘700 e i primi anni dell’800 ci fu una

lenta maturazione di una coscienza di classe: la formazione e diffusione di leghe e club di lavoratori

radicali, il movimento buddista. Quest’ultima forma di protesta prende il nome di Ned Ludd,

personaggio forse leggendario a cui si attribuiva la distribuzione di un telaio meccanico ne 1779. la

fase culminante del luddismo finì con la legge del 1812 che della distruzione dei telai faceva un

delitto punibile con la morte. L’immagine che il luddismo da di sé è di un movimento contro la

rivoluzione industriale per la ricerca storica invece il luddismo nacque per problemi come: il salario

minimo, più umane condizioni di lavoro, rispetto per la persona dell’operaio, riduzione della

giornata lavorativa.

Capitolo 18: “La Rivoluzione americana”.

La Rivoluzione americana è un processo di distacco delle 13 colonie americane dalla madrepatria

inglese. Dopo gli spagnoli, portoghesi e olandesi giungono nel continente anche gli inglesi che

riescono a stabilirsi in America del nord, formando così le 13 colonie, sotto la sovranità

dell’Inghilterra. Ai primi coloni del XVI secolo, se ne aggiunsero numerosi durante il secolo

seguente. Un centinaio di puritani, definiti “padri pellegrini”, che lasciarono l’Inghilterra per

sfuggire alle persecuzioni religiose. In America fondarono colonie per la quale si impegnarono a

emanare leggi giuste, imparziali e tolleranti (giuramento della MayFlower, considerato il più antico

documento della democrazia americana e ricordato ogni anno nel quarto giovedì del mese di

novembre, il giorno del ringraziamento). Al motivo religioso si aggiunse il motivo economico. La

maggioranza di coloro che prendevano la via dell’America erano attratti dalla speranza di

migliorare la loro situazione economica (anche i condannati per crimini comuni, nel XVIII secolo,

ottenevano la grazia dai giudici in cambio della partenza per l’America). Le singole colonie si

diedero ordinamenti, istituzioni, leggi. La fedeltà delle colonie alla madrepatria fu favorita dalla

politica internazionale: la sicurezza dei coloni non poteva essere affidata a fragili milizie locali

capaci solo di scontrarsi con gli indiani sulle frontiere; essa richiedeva eserciti regolari e il

contributo della flotta inglese. Il ‘700 per le colonie inglesi d’America fu un’età di tumultuosa

crescita demografica. La chiave dell’espansione demografica verificatasi nel XVIII secolo in

America fu l’elevata produttività dell’agricoltura. Negli anni 30 del 700 si cominciò a formare nei

coloni americani la coscienza di costituire un corpo politico unitario diverso e separato

dall’Inghilterra e ad apparire nella stampa il termine “America” nel suo significato politico oltre che

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geografico. Nel corso del 1730 si accentuarono le ragioni del conflitto che opponevano i coloni agli

inglesi e che contribuirono a formare l’autocoscienza americana. Le ragioni del conflitto erano sia

di natura economica che politica. Gli eventi che contribuirono ad approfondire il solco tra colonie

americane e madrepatria furono tre:

 il risveglio religioso in America tra gli anni 30 e gli anni 40 del ‘700; Il “grande risveglio”

fu un’ondata di fermento religioso, mistico. Soprattutto le colonie del nord e del centro

furono investite dalla speranza che l’America potesse realizzare una società giusta

 la guerra dei sette anni (combattuta dai coloni americani contro i coloni francesi). C’è

un’attiva partecipazione dei coloni nella speranza di ottenere un trattamento più equo dalla

Madrepatria. Tali aspettative si rivelarono illusorie. Gli anni successivi alla guerra furono

una scottante delusione per i coloni, i quali avvertirono con più forza la discrepanza fra la

loro crescente capacità di guidare la situazione interna e la frustante posizione subordinata

nell’impero. Da un lato non era più indispensabile il sostegno militare della madrepatria. Le

forze americane, sia come truppa che come comandi, si rivelò più preparata di quella inglese

per eliminare la presenza francese. Dall’altro lato l’Inghilterra si accingeva a far pagare ai

coloni americani il salatissimo conto della guerra dei sette anni. Re Giorgio III, il suo

ministero e il Parlamento richiesero un più massiccio coinvolgimento delle colonie

nordamericane nelle spese dell’impero.

 i provvedimenti fiscali decisi dall’Inghilterra negli anni ’60: il parlamento impose nuove

tasse su alcuni generi di consumo e lo Stamp Act, cioè una tassa di bollo su giornali e atti

legali.

Le prime immediate reazioni scattarono in Virginia, colpita da una crisi di tabacco. Pochi mesi

dopo, i delegati di nuove colonie si riunirono a New York nel congresso dello Stamp Act, votarono

la Dichiarazione dei diritti e doveri dei coloni d’America, inviarono petizioni al re e al Parlamento.

Nel 1766 il palmento inglese fu costretto a revocare lo Stamp Act, ma proclamò il Declaratory Act

nel quale ribadiva che le colonie erano soggette all’autorità del Parlamento. Il 5 Marzo 1770 i

soldati inglesi repressero nel sangue una rivolta scoppiata a Boston e uccisero cinque persone. Il

Parlamento fu costretto ad abolire dazi e imposte, ma nel 1773 approvò il Tea Act, che concedeva

alla Compagnia delle Indie orientali il monopolio di tutto il mercato del tè. Era questo un ulteriore

atto della politica di controllo mercantilistico esercitato dalla madrepatria sugli americani. Nel

dicembre 1773, coloni mascherati da indiani salirono a bordo di navi della compagnia e gettarono in

mare le casse di tè. L’episodio, chiamato Boston Tea party, inaugurò una nuova fase nel rapporto

tra le tredici colonie e la madrepatria: quello detto scontro aperto. Le rappresaglie inglesi furono

durissime e si espressero in una serie di leggi, chiamate “intollerabili” dai coloni perché sognavano

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una dipendenza ancora maggiore dell’America dal Parlamento inglese. Le leggi disposero la

chiusura del porto di Boston fino al risarcimento completo dei danni inflitti alle navi della

compagnia e l’abolizione delle autonomie del Massachusetts, previste nella sua Carta. “Thomas

Jefferson”, uno dei leader intellettuali della ribellione coloniale, ribadì la distinzione tra Corona e

Parlamento. Egli sosteneva che i coloni non erano vincolati alle decisioni del Parlamento inglese,

perché non vi erano rappresentanti; che, le uniche rappresentanze politiche per le colonie erano le

loro assemblee; che, quando queste venivano sciolte, il potere tornava al popolo; che queste stesse

assemblee erano parte di una più vasta assemblea, quella dell’impero, sotto il vincolo di fedeltà al re

d’Inghilterra. Ciò dimostra che la prima fase della Rivoluzione Americana si basava sull’ipotesi del

“Commonwealth” britannico, fedele al re ma autonomo in tutte le sue componenti. Nel 1774 le

colonie riunite nel primo Congresso continentale decisero il boicottaggio del commercio con la

Gran Bretagna. L’anno successivo ci furono i primi scontri armati e l’apertura a Philadelphia del

secondo Congresso Continentale che nominò Gorge Washington comandante delle truppe. Nello

stesso anno Giorgio III dichiarava ribelli i coloni americani. Ma la data decisiva per la Rivoluzione

Americana fu il 1776 l’anno di pubblicazione del “Commmon Sense”, un opuscolo di Thomas

Paine e della Dichiarazione d’indipendenza (4 luglio), redatta da Thomas Jefferson. Paine nella sua

opera scriveva che il re, simbolo e garante dell’unità costituzionale dei popoli inglesi, aveva rotto il

contratto con i sudditi americani, li aveva privati dei loro diritti, era perciò un tiranno contro il quale

la ribellione era non solo una cosa giusta, ma un dovere da compiere in nome dell’intera umanità. Il

Common Sense di Paine ebbe una straordinaria diffusione. La Dichiarazione d’indipendenza fu

redatta da Jefferson e discussa e approvata dal Congresso dopo un appassionato dibattito. Nella

Dichiarazione sono espressi i principi ispiratori della nazione americana. Essi sono tre: il diritto

all’indipendenza e alla libertà è un diritto naturale, superiore a qualunque volontà umana; attraverso

il contratto sociale, i governatori si impegnano a rispettare tutti i diritti inalienabili degli individui; il

rapporto tra governanti e governati è fondato sul condendo di questi ultimi e sul potere di controllo,

il mandato dei governanti può perciò essere in qualsiasi momento revocato, quando i fini del

contratto sociale non vengono rispettati. In questi principi si rispecchiavano sia influenze

illuministiche tipiche sia caratteristiche tipiche della cultura politica americana. Le caratteristiche

sono: l’individualismo dei diritti naturali, l’insistenza sul potere di controllo esercitato dai

governati, l’identificazione del nemico numero uno dell’America nel re d’Inghilterra. Il passaggio

alla ribellione significò la guerra. George Washington riorganizzò le forze armate, costituite da

alcune migliaia di volontari, valorizzando allo stesso tempora disciplina, il senso di appartenenza

nazionale, il sentimento di combattere una guerra giusta, la preparazione tecnica. Sul piano tattico

l’esercito americano dimostrò di avere la meglio su quello inglese attraverso l’uso di imboscate,

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attacchi di sorpresa, tecniche di guerriglia apprese nei combattimenti con gli indiani. Nella battaglia

di Saratoga (1777) i reparti americani sconfissero quelli inglesi. Ma fu l’intervento francese a fianco

degli americani (1778) a incidere sulle sorti della guerra. Nel 1778 anche la Spagna si alleava con

gli americani. Dopo la sconfitta a York Town delle truppe inglesi, nel 1783 fu firmata la pace di

Versailles, che metteva fine alla guerra anglo-americana. La Gran Bretagna riconosceva

l’indipendenza delle tredici colonie nordamericane, trasformate in STATI UNITI D’AMERICA,

alla Francia, erano restituiti territori nei Carabi e nel Senegal, la Spagna riotteneva la Florida, persa

dopo la guerra dei sette anni, e Minorca. Dopo la Dichiarazione d’indipendenza molte colonie

avevano messo a punto nuove Carte costituzionali. Gli anni 80 furono per gli Stati della

confederazione un periodo assai tormentato: la fase cruciale della guerra e i problemi del

dopoguerra con le sue conseguenze sociali ed economiche si intrecciarono con le questioni interne

della rivoluzione e con il complesso dibattito politico che preparò la Costituzione americana. Da un

punto di vista economico la rivoluzione portò a un esteso impoverimento. Vaste regioni furono

sconvolte dalle distribuzioni della guerra. L’inflazione, la svalutazione della moneta e dei titoli del

debito pubblico colpirono le campagne e le città. Nella nuova Costituzione degli Stati Uniti

d’America il potere legislativo era conferito al Congresso degli Stati Uniti, composto da un senato e

da una camera dei rappresentanti. La camera era formata da deputati eletti ogni due anni dai vari

stati in numero proporzionale a quello della popolazione dello Stato, il senato invece era formato da

due senatori per ogni stato, eletti per un periodo di sei anni. Il congresso aveva poteri di natura

finanziaria e fiscale, contraeva i prestiti, batteva moneta e ne fissava il valore, reclutava e

manteneva eserciti, deteneva i poteri di difesa. Il potere esecutivo era conferito al Presidente degli

Stati Uniti che durava incarica quattro anni. Il presidente era eletto dal popolo che in ogni stato

designava elettori delegati che a loro volta eleggevano a maggioranza il presidente. Il presidente era

il comandante dell’esercito e della marina, nominava i membri del governo federate. Il potere

giudiziario era conferito alla Corte suprema composta da nove membri di vita, di nomina

presidenziale. Essa era il vertice della giurisdizione; la sua funzione era soprattutto controllare la

legittimità costituzionale della legislazione federale e dei spigoli stati e di dirimere le controversie

tra le vari e istanze costituzionali. Il principio che ispirò il moderno costituzionalismo americano fu

quello della divisione e limitazione dei poteri. Nel 1799 la Costituzione fu ampliata da dieci

emendamenti, con la quale veniva prestata maggiore attenzione ai diritti dei singoli, erano

riconosciute: l’uguaglianza giuridica e politica dei cittadini, la libertà individuale di pensiero,

stampa e religione. Nonostante ciò vi erano ancora freni alla realizzazione della democrazia

politica:

 L’esistenza della schiavitù: abolita solo nel 1865; 12

 Limitazione del diritto di voto: allargamento del suffragio solo nel 1870.

Nonostante tali limiti, quella degli Stati Uniti rappresenta la prima Costituzione democratica della

storia moderna. Il primo presidente degli Stati Uniti fu Gorge Washington, eletto nel 1789 e rieletto

nel 1793. Negli anni 90 si aggiunsero altri stati ai tredici esistenti. Con la presidenza Jefferson, gli

Stati Uniti si affacciano sul nuovo secolo.

CAP. 19: “La Rivoluzione francese: dall’Assemblea costituente a Robespierre”

La Rivoluzione francese fu un grande processo storico durante il quale l’intera società francese subì

un cambiamento epocale, che segnò la fine dell’ancien régime e l’apertura di una nuova epoca nella

quale maturarono nuove forme di governo, rapporti politici più articolati e aperti che coinvolsero

via via fasce sempre più vaste di protagonisti, a partire dagli strati superiori della borghesia

produttiva. Il cambiamento non interessò solo le istituzioni, ma anche i costumi, la mentalità

collettiva, i comportamenti quotidiani e sociali. La Rivoluzione francese apre un’epoca non ancora

conclusa che cerca con difficoltà di realizzare quegli ideali rivoluzionari di libertà, uguaglianza e

fraternità. Nello stesso tempo è il punto di riferimento obbligato di tutte le tendenze politiche del

XIX secolo. Alla vigilia della Rivoluzione la Francia era un Paese profondamente minato nel suo

tessuto politico e sociale. Nonostante un’ondata di espansione e modernizzazione economica

investirono la Francia nel Settecento, questa arrivò più tardi alla rivoluzione industriale a causa di

un aggravamento della miseria contadina e del popolo minuto urbano a seguito di una crisi

produttiva e di mercato che colpì settori chiave dell’economia francese. A ciò si deve aggiungere la

rovina finanziaria dello Stato, dovuta al disordine amministrativo, alle eccessive spese della

monarchia, alla limitatezza dei ceti e quindi delle risorse. Questa coesistenza di sviluppo e

arretratezza che caratterizzava l’economia francese nella seconda metà del Settecento, è visibile

anche nell’organizzazione dinamica dei ceti sociali. I due ceti sociali superiori (la nobiltà, una casta

sempre più chiusa, e il clero) godevano di svariati privilegi, come possedere gran parte della terra

coltivabile, esercitare un controllo sulle cariche dello Stato, dell’esercito, della magistratura, ed

essere esenti dalla maggior parte dei carichi fiscali. Il principale onere fiscale ricadeva sul ceto

senza diritti politici, denominato “terzo stato”, la cui parte superiore era costituita dalla ricca

borghesia agrari, finanziaria delle professioni, mentre la grande maggioranza costituiva il popolo

minuto urbano degli artigiani e la grande massa rurale dei contadini. Tra le cause più importanti

della rivoluzione bisogna segnalare la crisi politica e finanziaria della monarchia. Il lungo regno di

Luigi XV (1715-74) aveva avuto il suo periodo più felice durante il ministero del cardinale Fleury

(1653-1743), alla morte del quale il re assunse personalmente il governo del paese, con grande

opposizione dei Parlamenti all’intera politica del sovrano, che culminò nel 1770 in un colpo di Stato

da parte del cancelliere Maupeou che soppresse il Parlamento di Parigi e altri Parlamenti ostili alla

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politica monarchica e ne affidò le giurisdizioni a Consigli di nomina regia. L’erede di Luigi XV,

Luigi XVI (1774-93), reintegrava i Parlamenti e promuoveva una politica riformatrice, affidandone

la direzione inizialmente a Turgot, e poi al suo successore Necker, che nel 1781 rese pubblico il

bilancio dello Stato con un atto rivoluzionario. A Necker fu affidato il compito di salvare lo stato

dalla bancarotta. Invece di imporre ai francesi provvedimenti fiscali, pensò di finanziare le spese

attraverso l’indebolimento dello Stato nei confronti di banchieri privati. Fu perciò costretto a dare le

dimissioni, perché portò i francesi nella fame e nella miseria. Nel 1783 fu nominato ministro de

Colonne che propose una serie di misure per l’assestamento del bilancio statale, ottenendo

un’opposizione generale e per questo fu richiesta la convocazione degli Stati Generali (organo

rappresentativo dei 3 ordini: clero, nobiltà e terzo stato). Intanto il potere monarchico subiva

insuccessi su tutti i fronti e il sovrano fu costretto a richiamare Necker e a promettere la

convocazione degli Stati Generali per il maggio del 1789. Necker cercò di non assumere nessuna

iniziativa politica di rilievo fino alla convocazione degli stati generali. Il problema centrale in

discuccione era quello delle modalità di convocazione e di voto dell’Assemblea. Con la

convocazione degli Stati Generali si riprometteva di abolire i privilegi fiscali e voleva

ridimensionare il potere della nobiltà, favorire il terzo stato, ma non mettersi alle sue dipendenze.

Come stabilito, il 5 maggio 1789 ci fu l’apertura degli Stati Generali alla presenza del re. I

rappresentanti del terzo stato contestarono il sistema di voto (la nobiltà e il clero volevano votare

per stato, mentre il terzo stato per testa) e per protesta si riunirono il 17 giugno nella sala della

Pallacorda, dove su proposta dell’abate Sieyès, un nobile liberale, si costituirono in Assemblea

nazionale, e quindi giurarono (20 giugno “giuramento della pallacorda”) di non separarsi fino a che

non avessero dato alla Francia una nuova costituzione ispirata ai principi della sovranità popolare.

Luigi XVI cercò di imporsi, ma di fronte all’atteggiamento risoluto dei deputati del terzo stato,

invitò anche la nobiltà e il clero a unirsi all’assemblea, che assunse allora il nome di Assemblea

nazionale costituente (9 luglio 1789). Per sventare i tentativi di Luigi XVI di attuare un colpo di

Stato contro la nuova Assemblea costituente, il 14 luglio 1789 il popolo parigino insorse e diede

l’assalto alla Bastiglia, il carcere per i detenuti politici e simbolo del potere assolutista. A Parigi

venne quindi insediato dal popolo in armi un nuovo governo municipale; la difesa della

municipalità fu affidata a una Guardia nazionale (milizia volontaria a difesa dell’Assemblea e

dell’ordine pubblico), composta da borghesi e comandata dal nobile liberale La Favette; come

simbolo della rivoluzione venne adottata la coccarda tricolore (blu, bianca e rossa). Nei giorni

successivi i moti rivoluzionari si estesero anche nelle province, e nelle campagne esplose una

gigantesca rivolta agraria (a cui venne dato il nome di “Grande paura”), con assalti ai castelli della

nobiltà e ai conventi. Immediata conseguenza della “Grande paura” fu l’importante decisione presa

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il 4 agosto dall’Assemblea nazionale, di abolire alcuni privilegi feudali. Il 26 agosto 1789

l’Assemblea nazionale approvò poi la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che

costituiva una completa affermazione delle libertà fondamentali dell’individuo (di pensiero, di

parola, di stampa), dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e dei moderni principi

costituzionali della divisione dei poteri e della sovranità popolare. Per diventare leggi operanti, le

decisioni dell’assemblea necessitavano dell’approvazione formale del re, sul quale il popolo

parigino decise di fare pressioni con una grande marcia in massa verso Versailles, durante la quale

la reggia venne invasa e Luigi XVI costretto a dare la sua approvazione. La folla inoltre impose il

trasferimento del re e dell’Assemblea a Parigi. L’Assemblea nazionale prese una serie di importanti

provvedimenti legislativi che segnarono giuridicamente il passaggio dall’ancien régime all’epoca

nuova. Venne decretata la confisca dei beni del clero, venne approvata la costituzione civile del

clero, con la quale lo Stato si assumeva le spese di culto ma nello stesso tempo imponeva un nuovo

ordinamento della Chiesa di Francia (autonomia dal papa, nomina elettiva dei vescovi e dei parroci)

e obbligava il clero a prestare giuramento di fedeltà alla rivoluzione. Il provvedimento suscitò una

forte opposizione soprattutto nelle gerarchie ecclesiastiche superiori, che si rifiutarono di prestare il

prescritto giuramento (fenomeno dei “preti refrattari”). Si aprì in tal modo nel Paese una questione

religiosa, e mentre molti preti ed esponenti della nobiltà cercarono di rifugiarsi all’estero, lo stesso

Luigi XVI concepì il progetto di espatriare per organizzare con le armi straniere l’abbattimento

della rivoluzione. Il re tentò dunque la fuga nel giugno 1791, ma venne intercettato e ricondotto a

Parigi, dove l’Assemblea nazionale lo sospese dalle sue funzioni per tre mesi. Il clamoroso

avvenimento ebbe come conseguenza la grande manifestazione repubblicana del 17 luglio 1791 al

Campo di Marte, che fu sanguinosamente repressa dalla Guardia nazionale. L’attività

dell’Assemblea nazionale ebbe culmine con l’approvazione, il 4 settembre 1791, della Costituzione.

Oltre alla rivendicazione dei diritti naturali dell’individuo e dell’uguaglianza dei cittadini davanti

alla legge, la Costituzione definiva un assetto istituzionale basato sulla divisione dei poteri: il potere

esecutivo era assegnato al “re dei Francesi”, il quale era comunque soggetto alle leggi e non aveva

dunque poteri assoluti; il potere legislativo era esercitato da un’Assemblea legislativa, eletta con un

sistema a doppio grado e a suffragio censitario. Il sistema si basava sul voto di tutti i cittadini

maschi dotati di un censo minimo (coloro cioè che pagavano un’imposta pari ad almeno 3 giorni di

lavoro), che designavano un gruppo più ristretto di grandi elettori (dotati di un censo maggiore), i

quali a loro volta eleggevano i deputati. Con analogo sistema venivano eletti anche i membri della

magistratura, a cui era affidato il potere giudiziario. Con il trasferimento dell’Assemblea nazionale

e del re a Parigi, nell’ottobre 1789, la capitale era divenuta il centro propulsore della rivoluzione. In

essa acquistarono particolare importanza i cosiddetti club, associazioni private i cui membri si

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AUTORE

Sara F

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DESCRIZIONE DISPENSA

Riassunto dal capitolo 15 al capitolo 21 di Storia moderna. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Settecento riformatore, Federico Guglielmo I, guerra dei 7 anni, La Rivoluzione Industriale, La Rivoluzione americana, La Rivoluzione francese: dall’Assemblea costituente a Robespierre, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Fiorelli Vittoria.

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