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Capitolo 11: “Assolutismo e antico regime”.

L’Assolutismo è uno stadio più evoluto dello stato moderno che ha avuto origine dalla formula rex

le gibus solutus, ossia “il re è sciolto dal vincolo delle leggi”, in quanto indica il rappresentante di

Dio e viene considerato sia legislatore che giudice supremo. Questo potere assoluto ebbe inizio

durante la guerra di Francia e precisamente verso la metà del ‘500. tuttavia anche ad esso vengono

imposti dei limiti come il dovere di rispettare consuetudini, “costituzioni”, ordinamenti e il limite

imposto dalla legge. Accanto all’assolutismo vi anche “l’antico regime”. Questo concetto nacque

durante la Rivoluzione francese ed esso si opponeva alle conquiste della Rivoluzione. Esso difatti

sta a indicare i caratteri del rapporto tra Stato e società:

 La fonte di sovranità è racchiusa esclusivamente nella persona del re così come aveva

affermato Luigi XIV precedentemente.

 Non vi è nessuna divisione tra i poteri dello stato, ovvero tra legislativo, esecutivo e

giudiziario.

 Accanto al potere pubblico coesistono corpi privilegiati.

 Il potere di questi corpi si configura come una delega del potere sovrano.

Luigi XIV chiamato anche “Re Sole”, passò alla storia come il sovrano assoluto il cui potere non è

limitata da nessuna legge politica o religiosa, essendo egli stesso unica fonte di ogni legge. È

convinto dell’origine divina della missione del re, non ammette limiti, e fa derivare il potere regio

non dal popolo ma da Dio. Nella frase “Lo Stato sono Io” si può leggere la consapevolezza che

essere re è sempre più complesso ed occorrono strumenti elaborati per affermarsi e consolidarsi.

Ereditò la corona di Francia nel 1643 che grazie a lui divenne nella seconda metà del Seicento una

potenza di primo rango negli stati europeo. La questione fondamentale per Luigi XIV era il governo

del territorio. Alcuni villaggi del territorio francese avevano come coltura principale quella dei

cereali. Il villaggio era isolato e il rapporto tra popolazione e risorse era precario, infatti riusciva a

sopravvivere un bambino di un anno su tre. Villaggi e città facevano parte di province r realtà

territoriali unificate in uno Stato-nazione, ma si diversificavano per usi e costumi, religioni,

elementi di natura antropologica, ed altro. Ma, il governo doveva soprattutto fare i conti con i ceti

dominantidella società francese, ovvero la nobiltà, la quale si divideva tra nobiltà antica e nobiltà

moderna. Alla nobiltà antica appartenevano i principi di sangue, la nobiltà parlamentare, i

gentiluomini di campagna, la media nobiltà di provincia. Questi rappresentavano un fattore

pericoloso per lo Stato francese, non accettavano il potere dei re e dei ministri, in quanto

rivendicavano la loro prerogativa di consiglieri del re. Nel disegno storico di Luigi XIV, perseguito

da Enrico IV, Richelieur e Mazarino, si ebbe un ridimensionamento della potenza dell’antica

aristocrazia. La nobiltà moderna era costituita da tutti coloro che per ricchezza e per funzione

volevano essere potenti e rispettati. Lo stato di Luigi XIV aveva come titolare del potere politico il

re, il quale decideva e operava le scelte di governo insieme ad un’élite di ministri. Questi ministri

rappresentavano l’organismo politico più importante del regno. Vi erano, tuttavia altri Consigli che

si prendevano cura dell’aspetto giudiziario e finanziario. La potente burocrazia centrale era reclutata

tra i “maitres des requetes”, ovvero magistrati che avevano ricevuto incarichi o commissioni

particolari direttamente dal re e facevano parte delle Cancellerie presso le Corti sovrane. La figura

che si occupava delle mansioni di natura giurisdizionale, amministrativa e finanziaria era

l’intendente provinciale, il quale aveva compiti di ordine pubblico e amministrazione delle imposte.

Ogni piccola provincia aveva una propria giurisdizione ed in materia penale e civile il Parlamento

faceva le vedi del re e stabiliva le norme da applicare. La politica religiosa di Luigi XIV si basava

sul blocco di correnti e movimenti religiosi non aderenti all’ortodossia cattolica, e ogni forma di

protesta veniva arginata. Nella metà del XVII si evince la figura di Cornelis Jansen, un vescovo

delle Fiandre, il quale fu influenzato dal pensiero cristiano fornito da Sant’Agostino. Questo

vescovo scrisse un libro pubblicato dopo la sua morte, che si basava su un concetto fondamentale: il

dono della grazia divina, che era riservato a pochi ed era il fondamento della religione cristiana. Il

dono della grazia divina lo si doveva ritrovare non all’esterno, ma nell’interiorità dell’individuo,

cercava di eliminare qualsiasi influenza della curia Romana sulla vita della Chiesa francese.

Eliminare ogni forma di dissenso: Lotta contro il giansenismo (movimento spirituale che lotta per

un ritorno del Cristianesimo primitivo; combatte il lusso della Chiesa; predica il ritorno

all’interiorità dell’uomo.) e contro gli ugonotti. I monasteri in cui si predicava il giansenismo erano

quello di Port-Royal e il secondo a Parigi. Dopo la condanna papale di alcune proposizioni del

vescovo nel 1664 Luigi XIV ordinò la chiusura di Port-Royal. E solo successivamente questo

movimento fu influenzato dal rapporto del re con la Chiesa di Roma. Questo movimento fu tollerato

negli anni ’70, nel periodo in cui vi era un conflitto tra il re e il papato per il controllo delle cariche

e benefici ecclesiastici francesi. Nella seconda metà del settecento i protestanti francesi erano

moltissimi e proprio a causa di questa loro numerosità Luigi XIV fece una serie di provvedimenti

restrittivi come l’esclusione dalle cariche pubbliche e il divieto per gli ugonotti di esercitare attività

professionali civili, per questo motivo Luigi XIV revocò l’editto di Nantes sostituendolo con

l’editto di Fontainebleau nel 1685, obbligando tutti i francesi ad osservare e praticare la religione

cattolica. Tutti gli stati nell’età dell’assolutismo soffrivano di alcune carenze legate ad aspetti

economici, alle strutture industriali ed al deficit dei pagamenti. Il primo ministro di Luigi XIV,

Jean-Baptiste Colbert, responsabile delle finanze e della politica interna, intervenne inizialmente

nel campo dell’industria. Colbert è il primo esponente del mercantilismo (dottrina dominante in

questo periodo, non è una teoria economica, ma un insieme di atteggiamenti dettati dai

condizionamenti pratici e politici dei suoi ispiratori. Al primo posto vi è la preoccupazione di

disporre di urgenti quantità di metalli preziosi e di difendere la moneta de contraffazioni). Il

mercantilismo è quindi un sistema di circolazione e produzione di ricchezza che favorisce

l’esportazione e frena le importazioni. Egli è convinto che la ricchezza di una nazione dipende dalla

quantità di moneta pregiata posseduta, ricorre ad una politica protezionista, finalizzata alla

realizzazione di una grande riserva di metalli preziosi. Ostacola l’acquisto di materiali di lusso

dall’estero; incoraggia l’importazione di materie prime, la cui lavorazione e successiva esportazione

procura ricchezza al paese. Egli cerca di inserire lo stato nel processo produttivo dando così inizio

all’era dell’intervento statale nella vita economica del paese, nascono le “industrie di stato”.

Nell’intento di incrementare il commercio con l’esterno, egli promuove la formazione di

5compagnie commerciali privilegiate. La politica espansionistica di Luigi XIV è tesa

all’affermazione dell’egemonia francese in Europa. Grazie a un moderno esercito, intraprende una

lunga e complicata serie di guerre, che durano quasi 50 anni. Il primo impegno bellico di Luigi XIV

fu la guerra di devoluzione 1667/68. Combattuta contro la Spagna per il possesso delle Fiandre e

della Franca Contea. In base al diritto di devoluzione, solo i primi figli hanno diritto all’eredità

paterna, perciò alla morte di Filippo IV re di Spagna, Luigi pretende i Paesi Bassi spagnoli e la

Franca Contea in nome della moglie Maria Teresa, prima figlia di Filippo V, contro i diritti di Carlo

II D’Asburgo. Luigi XIV muove guerra ma l’appoggio diplomatico dato alla Spagna da Inghilterra,

Olanda e Svezia lo inducono a concludere la “Pace di Aquisgrana” del 1168. Svezia, Olanda e

Inghilterra costringono Luigi XIV a restituire alla Spagna la Franca contea. La seconda guerra di

Luigi XIV, contro l’Olanda, portò si dei vantaggi ma nello stesso tempo creò le opposizioni degli

altri stati europei che si allearono contro la Francia. Luigi XIV creò una rete di alleanze contro

l’Olanda, coinvolgendo l’Inghilterra di Carlo II e la Svezia. La guerra scoppiò nel 1672 ma non fu

semplice per le truppe franco-inglesi vincere la resistenza dello statolder Guglielmo III d’Orange.

Due anni dopo entrarono in guerra contro la Francia l’Impero e la Spagna, sconfiggendo nel 1675 la

Svezia e nel 1677 il matrimonio tra Guglielmo III D’Orange e la figlia di Giacomo II segnò

l’avvicinamento inglese all’Olanda. Luigi XIV firmò la pace a Nimega guadagnando la Franca

Contea. Un nuovo conflitto internazionale fu la guerra della Lega di Augusta, in cui Spagna,

Inghilterra, Olanda, Svezia, Austria e altri Stati minori si allearono contro la Francia per

impadronirsi dei territori francesi sul Reno. Il conflitto che segue non dà alcun risultato. La Francia

ritiene opportuno porre fine alle ostilità e condurre le trattative di pace. Il comportamento francese

va attribuito alle crescenti difficoltà economiche ed alle preoccupazioni determinate da pesti e

carestie, ma spt al nascere di un nuovo grande problema: la successione al trono di Spagna cui Luigi

14° non vuole giungere impreparato. (CONTINUA NEL CAP. 13°) Con la pace di Ryswzck del

1697 in cui la Francia fu costretta a restituire tutto tranne la città di Strasburgo. Il miglior processo

di centralizzazione è quello di Brandeburgo-Prussia di Federico Guglielmo. Ciò che caratterizza

l’ascesa di questa potenza è la pace di Olivia, in cui la Prussia viene annessa al Brandeburgo, con

tutti i suoi territori. L’abilità di Federico Guglielmo fu quella di stabilire un compromesso con la

nobiltà, estendendo i poteri giurisdizionali della feudalità in modo tale da ottenere finanziamenti

per l’esercito, rafforzando in questo modo la base militare dello Stato. Si va dunque ad affermare

nel Brandeburgo l’assolutismo con un fondamento nobiliare. Dopo la Pace di Vestfalia e nel corso

del XVII secolo, la Spagna perse il dominio di alcuni territori, mentre la Francia, al contrario

allargò i suoi confini. Nonostante ciò dal punti di vista amministrativo della politica internazionale,

l’estensione dei suoi domini, la monarchia dei Re Cattolici restava una potenza imperiale. Nel

corso del XVII secolo, la Castiglia subì un declino demografico, con una crisi agraria, commerciale

e artigianale di vaste proporzioni. Siccome la Castiglia era il cuore dell’economia imperiale, la sua

crisi coinvolse tutta la Spagna, crisi che interessò soprattutto l’ultima fase del regno di Filippo IV

ed il primo periodo di Carlo II. Ma a partire dalla fine degli anni settanta del Seicento la Spagna

cominciò a riprendersi, grazie al recupero parziale della moneta, della produzione agricola, delle

attività industriali e allo spostamento dell’egemonia. Inoltre in questo periodo si stavano formando

le basi per la scesa della Catalogna nella vita politica spagnola avvenuta nel Settecento. La Spagna

nella seconda metà del Seicento non ha vissuto una fase di decadenza assoluta, ma è stata

interessata a processi di trasformazione, legati al passaggio da impero a Stato nazionale. Anche in

Italia i segni della crisi e della stagnazione erano evidenti. La crisi demografica, che investì la

penisola, fu causata soprattutto dalle epidemie di peste, che colpirono l’attività commerciale e

artigianale. L’Italia fu tagliata fuori dalle direttrici del traffico internazionale. La crisi italiana nel

settore tessile era dovuta soprattutto alla concorrenza dell’Europa nord-occidentale, i costi per la

produzione e servizi erano più bassi, perché il costo del lavoro rese possibile lo sviluppo di

tecnologie. Caratteristiche che segnarono l’inizio della prima rivoluzione industriale inglese. In

seguito alla Pace di Vestfalia, lo stato pontificio non assumeva più un ruolo significativo nella scena

internazionale. La sua funzione di mediazione si esauriva. L’articolazione dello stato pontificio rese

poi assai complessa il governo del territorio.

CAP 12 SCIENZA,CULTURA E POLITICA NEL XVII SEC.

Agli inizi del 16 sec il principe è il protagonista del pensiero e della vita politica europea.

L’affermazione della sovranità del principe è in diretta relazione con lo sviluppo di una nuova

forma politica: lo stato moderno che tendenzialmente è assolutista.

All’origine di questo percorso c’è Jean Bodin che durante le guerre di religione in Francia scrive “i

6 libri dello stato”. Per lui, la res publica coincide con lo stato perché affinché uno stato sia unito

sotto tutti i punti di vista, sociale, economico, religioso e politico, la sovranità deve risiedere in un

solo principe e deve essere indivisibile, non elettivo, ma perpetuo ed ereditario, deve essere

supremo, e quindi non dipendente da poteri condizionati quali quello del papa, dl parlamento o altri

re esterni al territorio. Con Giovanni Botero, la riflessione sullo stato diventa “ragion di stato”, ossia

individuazione di tutti i modi, le tecniche, gli strumenti che occorrono per una miglior

conservazione del potere politico. Botero voleva restaurare il primato della religione sulla politica.

Egli assegna grande importanza alla morale e alla religione come strumenti di governo; l'uso

spregiudicato della ragion di stato da parte del governante, deve essere cioè temperato

dall'applicazione di virtù quali moderazione, giustizia e dalla considerazione della religione. In

questo senso Botero propone una ferma lotta alle eresie che comportano dissidi fra i sudditi; lo stato

deve essere uno stato confessionale e la ragion di stato comprende la garanzia dell'ortodossia

religiosa. Questa dottrina elaborata da Botero, trova ampia applicazione in Francia e in Spagna. Si

sviluppa anche l’idea che gli interessi pubblici devono essere privilegiati rispetto ai privati.

L’assolutismo si fonda sull’identificazione degli interessi del principe con quelli dello stato. La

Francia di Luigi 14 ne è la realizzazione. Ma il 600 è anche il secolo che scopre l’individuo, il

diritto naturale o giusnaturalismo, la società. Già all’interno della stessa teoria assolutistica dello

stato, molti pensatori esaltano il diritto naturale. Una 1a riflessione su questo tema è contenuta in

Ugo Grozio. Egli afferma che i rapporti internazionali devono fondarsi sul diritto naturale e

razionale. Diverso dal diritto positivo creato dagli uomini, esso trae l’autorità dalla natura

dell’uomo. Lo stato deve essere una società regolata sulla base di un obbligo contrattuale: l’autorità

è acquisita in virtù del contratto con il quale i cittadini si sottomettono all’autorità. Il vero

sistematizzatore del diritto naturale è Samuel Pufendorf che spiega che il diritto naturale riceve il

suo fondamento autonomo nella ragion naturale, fonte di ogni verità morale e autonoma da Dio

stesso. Sono alcune convenzioni che attuano il passaggio dallo stato di natura alla società civile:

matrimonio, famiglia, la formazione di un corpo politico. Quindi gli individui si impegnano ad

unirsi in un solo “corpo” e a regolare attraverso il consenso comune le questioni che riguardano la

sicurezza di tutti e l’utilità comune. Il giusnaturalismo si presenta così come una teoria filosofica,

giuridica e politica fondata sul presupposto di un diritto naturale, su cui devono basarsi i diversi

diritti positivi. Se il giusnaturalismo ha i suoi fondamenti nell’inclinazione dell’individuo al

rapporto sociale, al vivere in comunità con gli altri uomini, da basi simili parte anche l’elaborazione

teorica del più importante pensatore politico del 600: Thomas Hobbes. Egli ha assistito ai più

sconvolgenti eventi della storia a cavallo tra il 500-600 e non poteva quindi avere fiducia nella

natura umana, anzi, per Hobbes, la molla dell’uomo è l’egoismo, non il bisogno altruistico della vita

in comune. Nello stato di natura gli uomini sono in guerra gli uni contro gli altri: bisogna dunque

uscire dallo status naturalis e passare a quello civilis.

Uno dei temi cardine della riflessione politica e pilastro della modernità: il potere politico non ha

bisogno solo del dominio, ma occorre il CONSENSO, cioè tra chi governa e chi è sottomesso c’è

bisogno di un patto, di un contratto che sia a garanzia della pace e della sicurezza sociale.

Naturalmente la titolarità del potere spetta ancora al monarca, che, in quasi tutti gli stati europei, è

tale per diritto divino. Ne consegue che l’assolutismo è la teoria e la pratica dominante. Ma sia il

giusnaturalismo che queste nuove teorie sviluppatesi nel 17 secolo, gettano le basi per la nascita del

liberalismo moderno. Alla fine del secolo, JOHN LOCKE elabora una nuova teoria della sovranità:

l’unica fonte della sovranità è il popolo, che delega il potere al sovrano e può revocare la delega

quando questi non fa osservare i diritti naturali fondamentali dell’individuo ossia la libertà,

uguaglianza, il diritto di proprietà, il rispetto per le persone. Per Locke bisogna separare

l’elaborazione delle leggi dalla loro esecuzione, l’assemblea legislativa deve essere diversa

dall’organo esecutivo. Si fa strada il principio di tolleranza e la separazione tra potere civile,

politico e religioso.

In Italia è Antonio Serra, intellettuale del mezzogiorno, che nel 1613, dischiude orizzonti nuovi per

una più adeguata comprensione dei fatti economici. La sua opera, Breve trattato sulle cause che

possono far abbandonare i regni d’oro e d’argento dove non sono miniere, è importante per due

motivi:

è un quadro lucido di condizioni socio-economiche di un paese alla periferia dello sviluppo quale il

regno di Napoli;

non analizza la situazione solo a livello tecnico, ma la elabora anche a livello teorico, riuscendo a

cogliere alcune tra le cause di arretratezza del sud. Scrive che “i napoletani sono poco industriosi e

che non commerciano né con i paesi fuori dell’Italia, né con l’Italia stessa; in più manca la

produzione delle manifatture, i grandi negozi e la supervisione di chi governa”.

Egli capisce che l’industria può essere più produttiva dell’agricoltura e che la buona disponibilità

dell’oro e argento deriva dalla prosperità dell’economia e non viceversa.

Per rivoluzione scientifica del 600 si intende che in questo secolo sono avvenuti profondi

mutamenti:

nella cosmologia, cioè concezione dell’universo;

nel metodo della ricerca e della conoscenza;

nella figura professionale dello scienziato;

nell’articolazione disciplinare del sapere scientifico.


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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Fiorelli Vittoria.

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