Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

4.1.3. Diritti naturali e leggi di natura

Gli individui umani, nello stato di natura, seguono gli impulsi delle loro passioni,

‘calcolano’ razionalmente le linee di condotta adeguate alla realizzazione dei loro fini,

sono ostili l’uno all’altro, non conoscono nozioni di giusto o di ingiusto. Si trovano in

una sorta di grado zero della normatività e tuttavia (o proprio per questo) sono titolari

di diritti. Tale titolarità è diretta espressione della loro natura, e non solo non si fonda

su una presupposta socialità umana, ma non è neppure subordinata ad alcuna legge

morale. In primo luogo, infatti, la distinzione fra diritto in senso oggettivo e diritto in

ius lex, right law

senso soggettivo, fra (nell’accezione soggettiva) e fra e è ormai

definita da Hobbes nei termini di una contrapposizione:

ius naturale,

il , che gli scrittori comunemente chiamano è la libertà che ogni uomo ha di

DIRITTO DI NATURA

usare il suo potere, come egli vuole, per la preservazione della propria natura, vale a dire, della propria vita,

e per conseguenza, di fare qualunque cosa nel suo giudizio e nella sua ragione egli concepirà essere il mezzo

naturalis)

più adatto a ciò […]. una (lex è un precetto o una regola generale scoperta dalla

LEGGE DI NATURA

ragione, che vieta ad un uomo di fare ciò che è lesivo della sua vita o che gli toglie i mezzi per preservarla, e

di omettere ciò con cui egli pensa possa essere meglio preservata. Benché, infatti, coloro che parlano di

ius lex, diritto legge;

questo soggetto, usino confondere e e pure debbono essere distinti, perché il diritto

consiste nella libertà di fare o di astenersi dal fare, mentre la legge determina e vincola a una delle due cose;

cosicché la legge e il diritto differiscono come l’obbligo e la libertà che sono incompatibili in una sola e

medesima materia [ivi, , p. 124].

XIV

Nella condizione naturale dell’umanità il diritto di natura si fonda sul principio di

conatus,

autoconservazione. L’uomo, come gli altri esseri viventi, è caratterizzato dal

la pulsione a mantenersi in vita aumentando progressivamente il proprio potere.

Dunque, dato l’immenso numero di pericoli di cui gli istinti naturali degli uomini seminano quotidianamente

la vita umana, non possiamo scandalizzarci se questi si premuniscono, almeno finché non possano voler

agire altrimenti. Ciascuno infatti, è portato dalla ricerca di quel che, per lui, è bene, e a fuggire quel che, per

lui è male, specialmente poi il massimo dei mali naturali, cioè la morte; il che accade secondo una ferrea

legge di natura, non meno rigida di quella per cui una pietra cade verso il basso. Perciò non è assurdo né

scandaloso, né contro la retta ragione, che qualcuno si adoperi a difendere e preservare il proprio corpo e le

proprie membra dalla morte e dalle sofferenze. Ma quel che non è contro la retta ragione, tutti loro

conoscono come compiuto secondo giustizia e secondo diritto. Il nome, infatti, di diritto non significa

null’altro che la libertà, che ciascuno ha, di usare secondo la retta ragione delle proprie facoltà naturali. Di

ciascuno tuteli la propria vita e le proprie

conseguenza, il primo fondamento del diritto naturale è che

membra per quanto è in suo potere. cive

[De , .7]

I

ius omnium in omnia,

Di qui lo la legittimità dell’appropriazione di tutto ciò che è

necessario all’autoconservazione. Nota bene: il principio di autoconservazione è

presentato da Hobbes come un principio non deontico, ma naturale. In altri termini, si

tratta sì di una legge di natura, ma nel senso di una legge fisica, non nel senso di una

legge morale o giuridica: appunto di “una ferrea legge di natura, non meno rigida di

diritto di natura,

quella per cui una pietra cade verso il basso”. Il inteso come

facoltà, potere e libertà (“la libertà, che ciascuno ha, di usare la retta ragione delle

proprie facoltà naturali”, “la libertà che ogni uomo ha di usare il suo potere, come egli

vuole, per la preservazione della propria natura”) è per così dire l’immediata

traduzione deontica del principio di autoconservazione, e ne mutua la forza.

Dal principio di autoconservazione derivano le prime due leggi di natura, che

prescrivono rispettivamente la ricerca della pace e l’autodifesa, e la mutua rinuncia al

diritto di appropriazione. Sì, perché Hobbes parla di leggi di natura, elencandone ben

diciannove (definiscono la giustizia, la gratitudine, il perdono, vietano l’orgoglio e

l’arroganza eccetera). Ma le leggi di natura hanno uno status molto debole: non sono

che precetti e suggerimenti della ragione. La legge di natura è totalmente inefficace in

assenza della comunità politica: “le leggi di natura [...] nella condizione di mera natura

[...] non sono propriamente leggi, ma qualità che dispongono gli uomini alla pace ed

all’obbedienza. Una volta che è stabilito uno Stato, allora, e non prima, esse sono

effettivamente delle leggi” [ivi, , p. 261]. Si tratta in definitiva di norme morali,

XXVI

in foro interno.

che obbligano solo Hobbes è esplicito: le leggi di natura non solo valide

qualora contrastino con il supremo principio di autoconservazione:

La ragione quindi e la legge di natura, sopra e avanti a tutte queste leggi particolari, detta questa legge in

generale, che quelle leggi particolari siano osservate fin tanto che non ci sottopongano ad alcun disturbo, che

a nostro giudizio possa sorgere dalla loro inosservanza da parte di coloro nei confronti dei quali noi le

in foro externo,

osserviamo […]. Quindi la forza della legge di natura non è finché vi sia sicurezza per gli

in foro interno,

uomini di obbedirvi, ma è sempre nel quale, se l’azione di obbedienza è malsicura, la volontà

of Law,

e la pronta disposizione di adempiere è presa per l’adempimento [Elements I.xvii.10].

Ma perché nello stato di natura le leggi di natura sono inefficaci? Perché manca un

potere dotato di forza e in grado di applicare sanzioni a chi viola le leggi stesse:

le leggi di natura […] in se stesse, senza il terrore di qualche potere che le faccia osservare, sono

contrarie alle nostre passioni naturali […]. I patti senza la spada sono solo parole e non hanno la forza

di assicurare affatto un uomo [Leviathan, , p. 163].

XVII

Mancando questo potere mancano le nozioni di giusto e di ingiusto

A questa guerra di ogni uomo contro ogni altro uomo consegue anche questo, che niente può essere

ingiusto. Le nozioni di ciò ch’è retto e di ciò che è torto, della giustizia e dell’ingiustizia, non hanno luogo

qui. Dove non c’è potere comune, non c’è legge; dove non c’è legge, non c’è ingiustizia [Leviathan, XIII, p.

122].

È in questo contesto che Hobbes esprime la formulazione paradigmatica della teoria

giusnaturalistica dei diritti soggettivi. I diritti soggettivi sono libertà/poteri, di cui gli

individui sono titolari in virtù della loro natura di esseri umani, prescindendo da ogni

ordine normativo – naturale o artificiale – che prescriva dei doveri. L’individualismo,

l’universalismo, il soggettivismo, la priorità dei diritti sui doveri sono formulati nella

forma più matura.

4.1.4. Il Leviatano

Uguaglianza, conflittualità, diritti naturali. La condizione umana, nello stato di

natura, è misera. È impossibile ogni progresso nelle tecniche e nelle scienze e

soprattutto ognuno è continuamente esposto al rischio della morte violenta. È proprio

la passione 'politica' della paura – la paura della morte violenta – a spingere gli

individui ad accordarsi per trasferire tutti i loro diritti/poteri a una persona o ad

un’assemblea: si costituisce il sovrano. Per rendere effettivo il diritto di natura gli

individui stabiliscono fra loro il patto di sottomettersi al sovrano. È così che la

“moltitudine” si trasforma in “popolo”.

La sola via per erigere un potere comune che possa essere in grado di difendere gli uomini

dall’aggressione straniera e dalle ingiurie reciproche, e con ciò di assicurarli in modo tale che con la

propria industria e con i frutti della propria terra possano nutrirsi e vivere soddisfatti, è quella di

conferire tutti i loro poteri e tutta la loro forza ad un uomo o ad un’assemblea di uomini che possa

ridurre tutte le loro volontà, per mezzo della pluralità delle voci, ad una volontà sola; […] Questo è più

del consenso e della concordia; è un’unità reale di tutti loro in una sola e medesima persona fatta con il

io autorizzo e

patto di ogni uomo con ogni altro, in maniera tale che, se ogni uomo dicesse ad ogni altro,

cedo il mio diritto di governare me stesso, a quest’uomo, o a questa assemblea di uomini, a questa

condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la

moltitudine così unita in una persona viene chiamata uno , in latino . Questa è la

STATO CIVITAS

dio mortale,

generazione di quel grande , o piuttosto (per parlare con più riverenza), di quel al

LEVIATANO

Dio immortale,

quale noi dobbiamo, sotto il la nostra pace e la nostra difesa [Leviathan, XVII, p. 167].

Si costituisce lo Stato, il Leviatano, come lo chiama Hobbes ispirandosi al libro di

Giobbe, il “dio mortale”. È importante sottolineare che per Hobbes ragione e scopo

dello Stato e unica legittimazione della sua esistenza è l'uscita dalla condizione di

guerra; per questo scopo sono necessari mezzi conseguenti, e cioè l’assolutezza del

potere sovrano. Occorre che al sovrano siano conferiti tutti i poteri e tutta la forza dei

singoli. Altrimenti il potere del sovrano non sarà sufficiente a garantire dal rischio

della guerra civile, del ritorno allo stato di natura. Solo la spada e il pastorale di

Behemot,

Leviathan scongiurano l’avvento di l’altro mostro biblico che Hobbes sceglie

per intitolare la sua opera sulla guerra civile inglese. Hobbes ripete più volte che di

fronte alla tragedia della guerra civile ed alla

minaccia alla sopravvivenza fisica i problemi posti ai sudditi dallo Stato assoluto non

Leviathan,

sono che inconvenienti [cfr. ad esempio , p. 203]. E l’origine pattizia del

XX

potere sovrano non significa una sua limitazione:

L’opinione che qualunque monarca riceva il suo potere per mezzo di un patto, vale a dire, a condizione,

procede dal non intendere questa semplice verità, che i patti, essendo solo parole ed emissione di fiato,

non hanno alcuna forza per obbligare, contenere, costringere o proteggere qualcuno se non quella che si

ha dalla pubblica spada, cioè dalle mani non legate di quell’uomo o assemblea di uomini che ha la

sovranità, e le cui azioni sono avvallate da tutti e adempiute con la forza di tutti, riunita in esso

[Leviathan, XVIII, pp. 171­72]. in omnia,

Se nello stato di natura gli individui godevano del diritto i sudditi dello

Stato godono dei diritti che il sovrano concede loro, e che può revocare. Una volta

istituito lo Stato, il sovrano gode del diritto alla censura delle opinioni, del diritto di

pace e di guerra, del diritto di giudicatura; i poteri sovrani, contro la tradizione del

costituzionalismo inglese, sono indivisibili. Ed è il sovrano a istituire la

proprietà,assente nello stato di natura (diritto di tutti a tutto). Si noti che le leggi di

natura non hanno alcuna funzione nel limitare il potere sovrano; esse, infatti, non

hanno alcuna efficacia in assenza dello stesso potere sovrano. Non c’e nessun potere

dei sudditi senza il sovrano che li tenga insieme con la minaccia della forza; il potere

sovrano non può essere limitato per contratto né revocato; nello stato di natura non si

dava nessuna norma del giusto e dell'ingiusto e dunque non c’è nessuna norma del

giusto e dell’ingiusto superiore a quella stabilita dal sovrano. Ne deriva che il sovrano

non può ingiuriare i sudditi.

4.1.5. Contro le teorie della limitazione del potere

Come ha scritto Norberto Bobbio:

Thomas Hobbes è il grande teorico, il più lucido e il più conseguente, il più accanito, sottile e temerario

teorico della unità del potere statale. Tutta la sua filosofia politica ha un unico motivo polemico: la

confutazione delle dottrine, siano esse tradizionali o innovatrici, conservatrici o rivoluzionarie, ispirate da

Dio o dal demonio, che impediscono la formazione di quella unità. Ha una unica meta: la dimostrazione,

stringente come una morsa, rigorosa come un calcolo matematico, che l’unità politica corrisponde alla più

profonda costituzione della natura umana ed è quindi, come una legge naturale, assoluta e inderogabile. È

pervasa da un’unica convinzione fondamentale: che lo Stato o è unico ed unitario o non è nulla, e che quindi

l’uomo o accetta questa suprema ragione dello Stato, o si perde nella violenza della guerra perpetua ed

Thomas Hobbes,Torino,

universale. [N. Bobbio, Einaudi, 1989, p. 74]

Hobbes si impegna in una confutazione delle teorie che potrebbero legittimare una

limitazione del potere sovrano:

• la libertà rule of law

Hobbes rifiuta l’idea del nel senso della sovraordinazione di una legge – sia

of Law, De cive,

essa naturale o positiva – al potere sovrano [Elements . .18, p. 175;

II I

.6­7; .3, .4­5]. Queste posizioni hobbesiane si contrappongono alle teorie

VI VII XII

repubblicane, radicate nella filosofia politica classica [Leviathan, , pp. 320­1; cfr.

XXIX

anche ivi, p. 324], e lo stesso vale per la nuova nozione negativa della libertà come

assenza di impedimenti. Per Hobbes la libertà degli uomini è la stessa degli animali e

dei corpi inanimati.

Libertà significa (propriamente) assenza di opposizione (per opposizione voglio dire impedimenti esterni

al movimento] e può essere applicata non meno alle creature irrazionali e inanimate che a quelle

razionali. [Leviathan XXI, p. 204] nello

Una volta costituita la società civile, non è possibile per Hobbes una libertà Stato

libertà dalle leggi cive,

o mediante le leggi, ma solo una [De .1, .9]. La libertà dei

X IX

sudditi si trova solo in quella sfera privata che il sovrano lascia al di fuori della

regolamentazione giuridica

La libertà dei sudditi si trova perciò solo in quelle cose che il sovrano, nel regolare le loro azioni,non ha

menzionato, quali la libertà di comprare, di vendere e di fare altri contratti l’uno con l’altro, di scegliere

la propria dimora, il proprio cibo, il proprio modo di vita, di istruire i figli nel modo che pensano sia

idoneo e di fare altre cose simili.[Leviathan, , p. 208].

XXI

Il significato antirepubblicano di questa tesi è esplicito:

la libertà che trova così frequente e onorevole menzione nelle storie e nella filosofia degli antichi Greci e

Romani, e negli scritti e nei discorsi di quelli che da essi hanno ricevuto tutto il loro sapere in fatto di

Ateniesi Romani

politica, non è la libertà dei particolari, ma la libertà dello stato […]. Gli e i erano

liberi, cioè i loro stati erano liberi, e ciò non perché ogni particolare avesse la libertà di resistere al

proprio rappresentante, ma perché il loro rappresentante aveva la libertà di resistere ad un altro popolo

Lucca

e di aggredirlo. Al giorno d’oggi sui torrioni della città di è scritta a grandi caratteri la parola

; da ciò non si può tuttavia inferire che un particolare ha più libertà o immunità nel servizio

LIBERTAS Costantinopoli.

verso lo stato in quel paese che non a Sia monarchico o popolare lo stato, la libertà è

sempre la stessa [ivi, pp. 209­11]. negativa,

I sudditi godono di una libertà cioè di una assenza di interferenze ed

impedimenti nelle cose che il sovrano non ha menzionato (in definitiva nella sfera

privata ed economica]

• contro la Common Law

Contro le tendenze assolutistiche dei sovrani Tudor e Stuart, che volevano limitare le

prerogative del parlamento e l’autonomia dei giudici, si era affermata quella che è

common law mind.

stata definita la Alla metà del XVI secolo si diffonde infatti fra i

common law

giuristi inglesi la visione che interpretava la in termini di consuetudine e

ne afferma la superiorità rispetto al diritto statuito. Il fatto che compito essenziale dei

giuristi fosse la ricerca dei precedenti, più che la teorizzazione o l’esegesi di testi,

common law

favoriva un atteggiamento continuista, che vedeva la come un diritto che

si era perpetuato in forma immutata fin dai tempi precedenti quelli cui risalivano le

fonti disponibili, e dunque, si riteneva, fin da tempi immemorabili. I giuristi opposero

al potere monarchico l’idea che i diritti sono indisponibili in quanto radicati nel

costume, e questo è dimostrato dal fatto che la loro fondazione risale ad un’epoca al di

là della memoria umana. I parlamenti dell’epoca di Elisabetta I intrapresero un

processo di rivendicazione di diritti – di fatto nuovi – affermando che gli inglesi ne

erano titolari, nella stessa forma, fin da tempi immemorabili. In questa direzione fu

Sir Edward Coke

fondamentale l’opera di (1552­1634) che presiedeva una delle più

importanti corti del regno all’epoca di Giacomo I.

Per Hobbes l’idea che il diritto consuetudinario dichiarato dai giudici sia

indisponibile, e che il parlamento sia titolare di un potere legislativo autonomo mette a

repentaglio la potenza e la coesione dello Stato. Per Hobbes legge civile è solo ciò che viene

comandato dal sovrano; non lo sono né le dottrine dei giureconsulti, né le sentenze dei

cive, Leviathan, A Dialogue

giudici, né la consuetudine [De .10; , pp. 260­1;

XIV XXV

Between a Philosopher and a Student of the Common Laws of England, Scritti

trad. it.

politici, Torino, UTET, 1959 , pp. 402, 417, 418]. Quest’ultima acquista valore di legge solo

se – esplicitamente o tacitamente – viene riconosciuta dal sovrano [ivi, pp. 459­60]. Il

quale è titolare non solo del potere di fare le leggi, ma anche di quello di interpretarle:

Hobbes è ben consapevole del fatto che la natura della legge consiste nel suo

‘intendimento’ [Leviathan, , p. 269­74]. Le corti non hanno alcuna autonomia, sono

XXVI

piuttosto emanazioni del sovrano [ivi, , p. 237]. I giudici sono suoi funzionari, e non

XXIII

sono vincolati dai loro precedenti, perché “l’errore di un uomo non diventa la sua legge, né

lo obbliga a persistere in esso” [ivi, , p. 271]. Mentre Coke aveva retrodatato il potere

XXVI

legislativo del parlamento fino a farne risalire l’origine in una consuetudine immemoriale

antecedente la conquista normanna, Hobbes, all’opposto, limita la funzione del

parlamento, anche di quello a lui contemporaneo, al mero consiglio ed esclude che esso

Dialogue,

rappresenti il popolo [ivi, , p. 230; ; p. 456]. Si assiste, insomma, ad una

XXII XXV

common­law mind

sorta di demolizione della e ad una critica serrata, fino al sarcasmo,

delle dottrine del suo esponente più illustre [ivi, pp. 396­7, 407, 438].

• Il minimalismo teologico

Se nel medioevo l’investitura divina era considerata la fonte di legittimazione del

potere, come abbiamo visto dopo la Riforma, nell’epoca delle guerre di religione, il

riferimento teologico costituisce piuttosto un fattore di conflitto. I monarcomachi, sia

cattolici che protestanti, teorizzano la legittimità dell’omicidio del sovrano ingiusto,

cioè non appartenente alla propria confessione e comunque anche autori più moderati

ammettono il diritto di resistenza al sovrano su basi teologiche. Non a caso la teoria

politiques,

‘laica’ della sovranità viene elaborata da Bodin nell’ambiente dei che

cercavano di garantire la legittimità e la coesione del potere sovrano al di là delle

divisioni religiose.

Contro tutte le dottrine teologiche e teologico­politiche che affermano l’esistenza

Leviathan,

di obblighi religiosi superiori ai doveri civili [De cive, ; ], Hobbes

XII XXIX

argomenta la sua tesi teologica minimalista secondo la quale per salvarsi è sufficiente

credere che Gesù è il Cristo; tutto il resto è indifferente, e dunque il sovrano può

decidere come si pratica il culto, quali sono i sacramenti, cosa si insegna nelle facoltà

De cive, Leviathan,

di Teologia e cosa si predica dal pulpito [cfr. in particolare ;

XVIII

, p. 578]. Hobbes nega la legittimità di ogni comunità di fedeli autonoma dallo

XLIII

Stato, dalla Chiesa cattolica alle sette radicali, e afferma che il potere del sovrano è

cive, Leviathan,

assoluto anche in materia di culto [De .6, 12, , , ; , p.

XVII XL XLI XLII XLIV

600]. In questa prospettiva sono considerate sovversive non solo le posizioni espresse

dai monarcomachi, ma anche le dottrine secondo le quali “i sudditi commettono

cive,

peccato se eseguono ordini dei loro governanti che a loro paiono ingiusti” [De

.2], o, più in generale, l’idea che “tutto ciò che un uomo fa contro la sua coscienza è

XII

peccato”; come pure è considerata sovversiva l’idea di un accesso mistico alla santità,

riservato agli eletti [Leviathan, , p. 318].

XXIX

• Assolutismo dal basso

Ma se Hobbes stigmatizza le teorie che negano l’assolutezza del potere sovrano, è

evidentemente insoddisfatto anche delle tradizionali giustificazioni di tale assolutezza.

L’obiettivo della stabilità e della forza del potere prevale su ogni ossequio alla

tradizione politica e all’ortodossia religiosa. Per Hobbes la legittimazione del potere

deriva dal contratto sociale, proviene ‘dal basso’, a prescindere da qualsiasi

considerazione legittimistica o ereditaria (per quanto Hobbes preferisca la forma

monarchica di governo). E a prescindere da qualsiasi riferimento teologico. La sua

assolutezza si fonda sulla nuova teoria che attribuisce a tutti gli individui una serie di

cive,

diritti/poteri nel vuoto etico dello stato di natura [De . . 1].

II I

Per definire la strategia concettuale di Hobbes con un’espressione assai felice

Bobbio ha parlato di “geniale e malizioso gioco di ritorsione” [Bobbio 1989, p. 93].

Hobbes utilizza lo strumentario concettuale degli oppositori del potere assoluto – a

more geometrico

cominciare dalla nozione di contratto sociale – per fondare

a fortiori

l’assolutezza del potere. E questo vale per la teoria dei diritti soggettivi. Di

rights

fronte alla diffusa mentalità che vedeva i come una tutela dell’individuo nei

confronti dello Stato – una tutela elaborata da Coke in chiave antiassolutistica e

filoparlamentare – Hobbes attua una radicalizzazione che è insieme una

neutralizzazione. Nello stato di natura, caratterizzato dall’eguaglianza e dall’ostilità

reciproca, gli uomini sono titolari di diritti. Tale titolarità è una diretta espressione

della loro natura, non è subordinata ad alcuna legge morale. Ma questa fondazione del

diritto di natura ha precisamente lo scopo di legittimare la completa rinuncia da parte

del soggetto ai suoi diritti di natura per costituire la comunità politica. Proprio in

quanto i diritti sono facoltà e poteri del soggetto – concepito come avulso da ogni

ordine naturale e da ogni finalità morale – egli ne ha la piena disponibilità. Ed è

questa piena disponibilità a renderne possibile il completo trasferimento – con il

significativo residuo del diritto alla vita – al sovrano. “[…]il potere sovrano, nella sua

assolutezza, è fondato sul trasferimento da parte dei consociati dei loro diritti al

sovrano [Leviathan, , p. 170; , p. 126]. E, soprattutto, è decisivo che ogni

XVIII XIV

possibile funzione dei diritti soggettivi come argine e limitazione del potere sovrano

venga neutralizzata:

se il sovrano domanda o prende qualcosa prendendo a pretesto il suo potere, in quel caso, non c’è adito per

alcuna azione legale, poiché tutto ciò che è fatto da lui in virtù del suo potere, è fatto con l’autorità di ogni

suddito, e per conseguenza chi intenta un’azione contro un sovrano, intenta un’azione contro se stesso [ivi,

, pp. 215­6].

XXI

Il suddito hobbesiano non ha alcuna possibilità di azionare i suoi diritti nei confronti

del sovrano, che è l’unica fonte e l’unico interprete della legge, e non esiste alcuna

istanza terza fra il suddito e il sovrano (i giudici, come abbiamo visto, non sono che

funzionari di quest’ultimo).

A questo proposito Hobbes esclude dal diritto di natura la proprietà [ivi, , pp.

XIII

ius omnium in omnia

122­3, ; Id. 1840, p. 421]. Nello stato di natura vigeva lo o

XXIV

comunque il diritto ad appropriarsi di tutte le cose utili per la propria conservazione.

Consegue anche dalla medesima condizione [dello stato di natura] che non ci sia né proprietà né

mio tuo

dominio, né un e un distinti, ma che ogni uomo abbia solo quello che può prendersi e per tutto il

tempo che può tenerselo [Leviathan, XIII].

Ma se non vi è alcun diritto naturale di proprietà, né alcuna nozione naturale di mio e

tuo, le teorie che pretendono di fondare la resistenza al potere sovrano o di

condizionarne l’esercizio – anche in materia di tassazione – in funzione della tutela

Elements,

della proprietà sono destituite di fondamento [cfr. ad esempio . .8;

II VIII

Leviathan, , p. 320]. Al suddito non rimane che il pieno diritto – naturale – a

XXIX

cercare di sottrarsi al potere sovrano, nel caso estremo in cui esso minacci la sua vita e

De cive,

dunque ci sia un ritorno allo stato di natura [ivi, , pp. 212­3; . .2, pp.

XXI I XVII

138­9]. Ma Hobbes esclude ogni possibilità che i sudditi si coalizzino in gruppi o leghe

per difendere o affermare i propri diritti. Non è possibile alcuna attività di tutela

attiva e collettiva dei diritti. A questa neutralizzazione dei diritti si collega in Hobbes

la neutralizzazione del conflitto, considerato come mera patologia del corpo politico:

Le leghe di sudditi […] sono per lo più non necessarie in uno stato […] e sanno di disegno illegittimo;

sono per tale causa illegittime e vanno comunemente sotto il nome di fazioni o cospirazioni. [...] le leghe

tra sudditi di uno solo e medesimo stato, in cui ognuno può ottenere il suo diritto per mezzo del potere

sovrano, non sono necessarie per il mantenimento della pace e della giustizia e (nel caso che il disegno

sia malvagio o sconosciuto allo stato] sono illegittime, poiché ogni unione di forze di privati, se l’intento

è malvagio, è ingiusta, se l’intento è sconosciuto, è dannosa per il pubblico ed è celata ingiustamente

[ivi, , p. 231].

XXII


PAGINE

20

PESO

496.73 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Filosofia del Diritto, tenute dal Prof. Luca Baccelli nell'anno accademico 2011.
Il documento spiega i concetti dei seguenti periodi:
- Giusnaturalismo e Giuspositivismo(Hobbes, Grozio, Locke)
- Illuminismo (Rousseau, Kant)


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del Diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Baccelli Luca.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia del diritto

Riassunto esame Filosofia del diritto, prof. Santoro, libro consigliato Filosofia del diritto, Ross
Appunto
Diritto e diritti: lo stato di diritto nell'era della globalizzazione
Appunto
Codificazioni
Dispensa
Antichità
Dispensa