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Specificazione (art. 940 c.c.)

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento descrive la specificazione (art. 940 c.c.) e lo confronta con i seguenti istituti: superficie, accessione di immobile a immobile, accessione... Vedi di più

Esame di Diritto Civile docente Prof. G. Furgiuele

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ESTRATTO DOCUMENTO

dobbiamo cercare le indicazioni normative.

Art. 2936 - inderogabilità delle norme sulla prescrizione: lo spirito del fenomeno della

prescrizione si colloca all'interno di una disciplina di carattere statuale, è la disciplina prevista

dallo Stato che determina il fenomeno della prescrizione, che nella sostanza, non è tanto

fenomeno tipicamente privatistico (ad esempio un contratto), è un istituto di carattere statuale;

è il limite che lo Stato individua alla possibilità di tutelare le situazioni soggettive; un limite di

durata, di rilevanza della situazione che spetta al privato in ordine alla tutela che proviene

dall'ordinamento dello Stato; la dimostrazione è che l'art. 2936 esclude che si possa avere

ammissibilità dell'intervento dei privati a determinare diversamente nell'ambito dei loro

rapporti quella che è la disciplina applicabile in tema di prescrizione: "E' nullo ogni patto

diretto a modificare la disciplina legale della prescrizione"; significa che i privati non hanno

possibilità di determinare un termine minore o maggiore da cui scaturisca la prescrizione o da

cui scaturisca l'acquisto del diritto di proprietà o di altri diritti reali; la materia della

prescrizione e quella dell'usucapione è sottratta alla possibilità di intervento di disciplina che

provenga dai privati attraverso un accordo tra loro.

Art. 2937 - Rinunzia alla prescrizione; un discorso che implica da un lato una ripresa dello

spirito di cui all'art. 2936, dall'altro implica altro; I comma: “Non può rinunziare alla

prescrizione chi non può disporre validamente del diritto.” La validità della disponibilità

dell'esercizio del diritto costituisce la premessa da cui possa scaturire la rinunzia ad avvalersi

della prescrizione. II comma: “Si può rinunziare alla prescrizione solo quando questa è

compiuta.”, quando cioè si è esaurito il termine da cui scaturisca la prescrizione,

successivamente, cioè una volta che è stato rispettato il limite di durata previsto per legge,

allora l'atto di rinunzia è ammissibile (atto di rinunzia successivo); apertura alla

manifestazione di volontà del privato; III comma: “La rinunzia può risultare da un fatto

incompatibile con la volontà di valersi della prescrizione.” È un modo con cui si realizza la

manifestazione di volontà che costituisce lo spirito della rinunzia (perché la volontà si può

manifestare anche attraverso un comportamento; manifestazione tacita della volontà di

rinunziare).

Art. 2938 - non rilevabilità d'ufficio: "Il giudice non può rilevare d'ufficio la prescrizione non

opposta". Una volta che si è rispettato il termine previsto per legge in ordine alla durata della

astensione dall'atto di esercizio o in ordine alla possibilità di acquisire un diritto reali in virtù

del possesso, il giudice adito dalla parte per esercitare la sua attività giurisdizionale non può

rilevare d'ufficio il decorso del termine di prescrizione se non sulla base di una specifica

eccezione da parte del soggetto interessato.

Art. 2939 - opponibilità della prescrizione da parte di terzi: "La prescrizione può essere

opposta dai creditori e da chiunque vi ha interesse, qualora la parte non la faccia valere. Può

essere opposta anche se la parte vi ha rinunziato": ad esempio il creditore che deve

soddisfare il suo credito sul patrimonio del debitore.

Questo materiale di carattere normativo oltre che le altre norme che sono previste per queste

ipotesi costituisce il termine di riferimento che dovrà essere considerato per trarne la

disciplina da applicare sia alla prescrizione che all'usucapione.

Usucapione come acquisizione della proprietà sulla base del possesso; c'è da fare un Possesso   ad  

usucapionem  

riferimento anche all'art. 1163 - Vizi del possesso: "Il possesso acquistato in modo violento o

clandestino non giova per l'usucapione se non dal momento in cui la violenza o la

clandestinità e cessata." Per violento si intende quando una persona prende il possesso di

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indeterminato bene contro la specifica volontà del titolare dello stesso (es. un ladro). Il

possesso successivo al venir meno della violenza o della clandestinità, può valere in ordine

all'acquisizione dell'usucapione (es. il ladro va in giro con un pezzo unico, lo fa vedere a tutti,

da quel momento inizia a decorrere il termine a meno che non ci siano reazioni).

Ai fini dell’usucapione giova il possesso, ma non la detenzione: il primo, è un'attività volta ad Possesso  e  

esercitare un'attività corrispondente ad un diritto di proprietà o di un altro diritto reale; si ha, detenzione  

invece, detenzione quando la situazione della titolarità del potere di fatto, viene esercitata non

tanto da colui che è possessore, ma da un altro soggetto, che riconosce la situazione

possessoria in testa a colui che ha realmente il possesso a titolo di proprietà o di diritto reale

(es. locazione); proprio in ordine a questa duplicità tra possesso o detenzione, c'è una sentenza

da prendere in considerazione.

È una sentenza curiosa: le domande che sono state proposte nell'ambito di questo caso non

sono state accolte né l'una né l'altra, sulla base di un'impostazione che proviene dall'organo

supremo della funzione giurisdizionale con riferimento ai processi, cioè le Sezioni Unite della

Corte di Cassazione; questo tipo di intervento deriva da un problema di qualificazione della

situazione possessoria in senso ampio che consegue al cosiddetto contratto preliminare ad

effetti anticipati (la situazione prevalente). Si tratta della sentenza del 27 marzo 2008 n. 7930: Cassazione  n.  

la vicenda è complessa e nasce da un contratto preliminare stipulato nel lontano 1968; un 7930  del  

2008  

contratto preliminare di compravendita relativo ad un immobile (un soggetto prometteva di

vendere un immobile, un altro soggetto prometteva di acquistarlo), in cui non era fissata la

data di stipula del definitivo, ma si stabiliva da subito il pagamento di un acconto e

l'immediata disponibilità del bene a colui che prometteva di acquistare (in sostanza la

possibilità di abitarci); dovremo cercare di capire se questa è una forma di possesso o di

detenzione. Il contratto definitivo che veniva promesso non venne mai stipulato. Passarono

più di venti anni e in sostanza il promissario acquirente continuò ad abitare nell’immobile che

però continuava a restare di proprietà di colui il quale aveva promesso di venderlo, in quanto

il contratto definitivo non c’era mai stato. Ad un certo punto colui che aveva promesso

l’acquisto, essendo passati ventisette anni, ritenne di agire davanti al Tribunale di Napoli per

l’usucapione, in quanto era più che decorso il termine di venti anni; per cui convenne in

giudizio l’altro soggetto al fine di far dichiarare al Tribunale di Napoli l’avvenuto acquisto per

usucapione dell’immobile che era stato oggetto del preliminare. L’altra parte si difese

cercando di far valere in via riconvenzionale una domanda di risoluzione del preliminare.

Sostenne che, siccome non si è mai fatto il definitivo, il promissario acquirente doveva

considerarsi inadempiente e dunque il preliminare doveva essere risolto e controparte doveva

non solo non avere l’acquisto per usucapione ma anche pagare i danni a titolo di risarcimento

danni. Il Tribunale di Napoli accoglie la domanda di usucapione e quindi dichiara

l’intervenuto acquisto del soggetto a suo tempo promittente compratore. Il soggetto che a suo

tempo era stato promittente la vendita fa appello e di nuovo propone la domanda di

risoluzione del contratto. La Corte di appello di Napoli adotta una soluzione particolare, come

poi farà la corte di Cassazione però in maniera diversa, dando torto ad entrambi. Infatti, la

Corte d’appello sostiene che l’usucapione non può avvenire in quanto il soggetto che aveva

avuto questo immobile era da considerare detentore e non possessore e perciò non poteva

usucapire. Non poteva nemmeno darsi la risoluzione in quanto colui che era stato a suo tempo

promittente la vendita non aveva fatto un atto di diffida col quale chiedesse l’adempimento (in

sostanza un atto col quale invitava alla stipula del rogito l’altra parte) per cui non poteva

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chiedere la risoluzione del contratto. Entrambe le parti ricorrono per Cassazione, con ricorso

principale ed incidentale e si giunge a sentenza. Quello che in origine era il convenuto (il

promittente la vendita, colui che domanda la risoluzione del contratto) ricorre per Cassazione

per motivazioni strettamente processuali, ma il suo ricorso verrà ritenuto inammissibile.

Quello che a noi interessa è il ricorso promosso dall’originario attore, che ha avuto ragione in

primo grado e torto in secondo grado, il quale vuole far valere il suo possesso ai fini

dell’usucapione. Siccome in materia di qualificazione come possesso o come detenzione di

siffatte situazioni vi erano stati contrasti in giurisprudenza, la sezione della Cassazione ritiene

di rimettere la causa alle Sezioni Unite, l’organo che si pronuncia in presenza di conflitti di

giurisprudenza per dirimerli definitivamente.

Davanti alle Sezioni Unite il soggetto originariamente attore in primo grado invoca un

indirizzo giurisprudenziale a lui favorevole, che gli consente di qualificare come possesso la

sua posizione. Questa giurisprudenza sostiene che, se di regola il possesso si trasmette da un

soggetto all’altro solo in seguito alla stipula di un contratto con effetti reali (perché il possesso

è l’esercizio a livello fattuale di un diritto reale) e quindi di regola quando si hanno contratti

con effetti obbligatori non passa il possesso (ma eventualmente passa solo la detenzione,

come nel caso della locazione), in casi eccezionali è ammissibile che si abbia un contratto ad

effetti obbligatori che però possa anche trasmettere il possesso; questo può avvenire quando si

ha un contratto con effetti obbligatori che mira ad anticipare gli effetti reali di un altro

contratto, che è appunto il caso tipico del preliminare con effetti anticipati (il contratto

preliminare, secondo la definizione, è un contratto con effetti obbligatori finalizzato ad

arrivare ad un contratto con effetti reali definitivo). Quando in queste fattispecie particolari il

preliminare vuole anticipare gli effetti del definitivo, secondo questa giurisprudenza è

possibile anche che il preliminare pur essendo ad effetti obbligatori determini un fenomeno di

circolazione del possesso, e quindi trasmette il possesso in capo al promittente acquirente.

La Cassazione a sezioni unite ritiene di dissociarsi completamente da questa tesi e abbraccia

la tesi contrapposta. In primo luogo, le sezioni unite affermano un dogma (che non si sa

quanto possa essere condivisibile) per cui il preliminare non sarebbe mai in grado di

anticipare gli effetti del definitivo, perché altrimenti sarebbe esso stesso un definitivo. Tutto

questo deriva da una certa concezione del contratto preliminare: se si vuole dare la prevalenza

nella sequenza tra preliminare e definitivo all’uno o all’altro. Nell’impostazione istituzionale

e tradizionale, quella delle Sezioni Unite, si da prevalenza al definitivo e quindi il preliminare

non può anticiparne gli effetti. Se però si volesse guardare alla sostanza giuridica, si potrebbe

anche dire che il vero contratto è il preliminare, in quanto con esso le parti esprimono la loro

volontà e vanno a produrre degli effetti; il definitivo è in qualche modo un atto dovuto,

successivo al fatto che le parti si sono già impegnate a farlo. Se si seguisse questa

impostazione non ci sarebbe nulla di strano nell’affermare che il preliminare può anticipare

gli effetti del definitivo, in quanto quest’ultimo regge sempre tutti gli effetti perché il

preliminare è il vero momento di espressione delle volontà. Le Sezioni Unite non accettano

questa tesi e ritengono per definizione che il preliminare non può anticipare gli effetti del

definitivo, per cui il cosiddetto preliminare ad effetti anticipati, che pure è un ipotesi

diffusissima nella prassi, non potrebbe esistere.

In secondo luogo, a parere delle Sezioni Unite il possesso non può circolare a titolo

derivativo, cioè non è ammissibile la stessa idea che il possesso si sposti a titolo derivativo da

un soggetto ad un altro. Le Sez. Unite dicono che il possesso, essendo un’attività (infatti si è

detto che il possesso è l’esercizio di un potere di fatto), non si può trasmettere, un’attività si

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può solo intraprendere ex novo e dunque iniziare a titolo originario, per cui non sarebbe

nemmeno concepibile la circolazione del possesso. A questo punto i giudici fanno un

excursus in cui vanno a considerare quelle che sono le eccezioni a quella che secondo loro è la

regola, perché ci sono almeno due casi nel codice civile in cui è evidente individuare il

fenomeno della circolazione del possesso, che essi però riconducono ad ipotesi meramente

eccezionali non applicabili al di fuori degli stretti confini della norma. Queste due ipotesi sono

in sostanza l’una il passaggio del possesso dal de cuius al chiamato all’eredità (anche quando

non ha ancora deciso se accettare o meno l’eredità egli è già ipso iure possessore prima

ancora di avere la materiale detenzione della cosa, non c’è soluzione di continuità, il possesso

passa dal de cuius al chiamato). Per le Sez. Unite tale ipotesi rappresenta una fictio iuris per

cui non la prende in considerazione al di fuori dello specifico ambito successorio e non può di

per sé provare l’ammissibilità della circolazione del possesso. Lo stesso vale per l’art. 1146

c.c. la cosiddetta accessio possessionis cioè l’eventualità che a certi fini il possesso di un

soggetto possa sommarsi al possesso di un precedente possessore per completare ad esempio

il termine per l’usucapione. Anche qui per le Sez. Unite, non si ha una vicenda di circolazione

del possesso, ma si ha solamente una sommatoria a certi fini di possessi che rimangono

distinti.

Date queste due premesse, da una parte il preliminare non può mai anticipare gli effetti del

definitivo, dall’altra il possesso non può mai circolare a titolo derivativo, è evidente che la

conseguenza non può essere che quel contratto, da cui nasceva la causa, non ha potuto

trasmettere il possesso al soggetto interessato. Le sezioni unite per essere coerenti con le loro

premesse sono costrette ad interpretare il contratto preliminare in tutta un’altra maniera, per

cui non si è di fronte ad un contratto preliminare ad effetti anticipati, ma siamo di fronte a tre

contratti collegati: un contratto preliminare ordinario, collegato al quale ci sarebbe un

contratto di comodato per cui quella concessione della disponibilità dell’immobile non

sarebbe un’anticipazione degli effetti del definitivo ma sarebbe un altro contratto collegato al

primo (il comodato è un prestito d’uso gratuito di un bene, molto simile al contratto di

locazione i quali entrambi trasmettono la detenzione e non il possesso). Un terzo contratto

collegato sarebbe un contratto di mutuo gratuito cioè un prestito di denaro senza interessi che

spiegherebbe quell’acconto di denaro: l’acconto pagato all’inizio non è un’anticipazione del

definitivo, ma sarebbe un mutuo gratuito fatto dal promissario acquirente al promittente

venditore.

La conseguenza di tutto questo è che vengono frustrate le domande di entrambe le parti,

perché l’originario attore non può avere l’usucapione in quanto, secondo le sez. unite, è

semplicemente un comodatario e quindi un detentore; peraltro, potrà aspirare solo alla

restituzione senza interessi di quella somma data a mutuo gratuito, oramai risibile per effetto

della svalutazione monetaria. L’ultimo eventuale spiraglio di tutela sarebbe da parte

dell’originario attore dimostrare che, pur essendo egli in principio detentore, in quanto

comodatario, è poi divenuto possessore per effetto della c.d. interversione del possesso,

istituto disciplinato all’art. 1141 c.c. che prevede che il detentore ad un certo punto mutando il

suo animus, da animus detinendi ad animus rem sibi habendi, può diventare possessore.

Tuttavia secondo le Sez. Unite non è stata fornita a livello dei giudizi di merito una sufficiente

prova a livello fattuale che si sia realizzato un atto di interversione, e in sede di legittimità non

è possibili riesaminare il fatto, per cui anche l’interversione va esclusa. Così si arriva alla

conseguenza che entrambi i ricorsi vengono respinti, rimanendo ferma la sentenza di primo

grado e per salvare queste due premesse dogmatiche si arriva ad una situazione fortemente

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discutibile.

Rimangono da fare delle considerazioni su quello che può giustificare una diversa Critica  della  

considerazione circa la natura e gli effetti da attribuire al contratto preliminare. Se si ragiona sentenza  

nel senso di attribuire priorità al contratto definitivo, è chiaro che tutto ciò che si realizza

prima decade nella provvisorietà della situazione; se si ragiona in un’altra logica ciò che è

realmente oggetto di stipulazione è nel contratto preliminare e la situazione che consegue al

contratto preliminare si realizza ma a prescindere dalla volontà delle parti, bensì si realizza in

virtù dell’obbligo a concludere il contratto definitivo. Infatti, a seguito della conclusione del

contratto preliminare si può, qualora uno lo desideri, convenire la controparte davanti al

giudice ed ottenere una sentenza che produce tutti gli effetti che sono propri di questa

situazione (ex art. 2932 c.c.). Tutto questo in ordine alla sentenza emanata dalle Sezioni Unite

implica una valutazione di diffidenza. Vi è però di più. Vediamo che cosa si può dire da un

punto di vista di tenuta in senso giuridico ciò che è stato realmente detto. La Corte in questo

caso ha applicato un complesso di norme di cui agli artt. 1362 e ss. e praticamente si ritiene di

attribuire al senso della volontà espressa dalle parti un significato diverso da quello che le

parti stesse hanno fatto proprio. Anche su questa posizione si può manifestare qualche

perplessità. Ci sono stati tre gradi di giudizio, nessuno ha mai parlato di comodato e di mutuo,

per qual mai ragione il giudice tende a sovrapporre una presunta lettura sulla base di una

volontà concordata dalle parti per cui invece di un contratto ce ne sarebbe tre? E’ questo è un

altro motivo di perplessità. Veniamo al punto. Che cosa è il contratto di comodato? Esso è un

contratto reale, cioè si costituisce con la consegna (la consegna è un elemento costitutivo del

contratto). Nel caso sottoposto alla Corte di Cassazione, la consegna è successiva alla

stipulazione del contratto, e che a seguito della stipulazione del contratto ci sia stata

l’immissione nel possesso è una situazione abbastanza logica nel procedimento dei contratti

preliminari. Questo è un altro e non poco rilevante motivo di perplessità nei confronti di ciò

che è stato affermato dalla corte. E poi c’è il mutuo che è un prestito con l’obbligo di

restituzione. Quando qui si paga a seguito di un contratto preliminare, uno paga non per avere

il diritto alla restituzione bensì per pagare una parte del prezzo. Questa è una corresponsione

parziale del prezzo e dunque non presuppone l’obbligo della restituzione, mentre il mutuo lo

prevede. Tirando le fila, ci sono tutta una serie di elementi in ordine ai quali quanto detto dalle

sezioni unite della Corte di Cassazione lascia molto perplessi. Se ci si colloca nella

valutazione che scaturisce dalle norme specifiche, i dubbi sono moltissimi, tali da non poter

accettare una sentenza che tra l’altro proviene dalle Sezioni Unite. C’è un dato che non è un

recupero, ma un’osservazione: da che cosa nasce questa sentenza? La sensazione è che siamo

di fronte ad una sentenza che nasce dalle caratteristiche particolari dell’ipotesi di carattere

contrattuale, nel senso che si era previsto il pagamento di una parte minima del prezzo. Il

promissario acquirente con il pagamento di una somma ridotta dell’intero prezzo a seguito del

possesso di un contratto per un certo periodo di tempo diventerebbe il proprietario.

Naturalmente questa valutazione del giudice è ispirata dalla necessità pratica di tenere salda la

situazione di proprietà in testa all’effettivo originario proprietario e quindi non a vantaggio

dell’acquirente. In realtà, però, il contratto preliminare per la globalità degli effetti che sono

ad esso consequenziali e soprattutto il contratto preliminare ad effetti anticipati giustifica che

si abbia il trasferimento del possesso. Interversio

Anche l’art. 1164 tratta l’interversione del possesso “chi ha il possesso corrispondente ne  del  

all’esercizio di un diritto reale su cosa altrui non può usucapire la proprietà della cosa possesso  

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stessa” (ed è quanto abbiamo avuto modo di vedere) “se il titolo del suo possesso non è

mutato” cioè passa da una situazione di detenzione ad una situazione di possesso,

manifestando questo mutamento.

Vediamo ora l'ipotesi del cosiddetto negozio sottoposto a condizione. Si è parlato del Negozio  

contratto preliminare adesso bisogna esaminare la situazione possessoria che scaturisce dal condizionato  

negozio sottoposto a condizione. La condizione può essere di due tipi: condizione sospensiva

e condizione risolutiva. Se siamo in presenza di quest’ultima non vi sono dubbi che la

situazione che scaturisce dal contratto sia da ricondurre interamente all’interno della categoria

del possesso, che può, però, venir meno se si verifica la condizione risolutiva, altro potrebbe

vedersi nell’ambito della condizione sospensiva. Questo fenomeno viene considerato in parte

nell’ambito dell’art 1166 c.c., inefficacia delle cause di impedimento e di sospensione rispetto

al terzo possessore “Nell’usucapione ventennale non hanno luogo, riguardo al terzo

possessore di un immobile o di un diritto reale sopra un immobile, né l’impedimento

derivante da condizione o da termine né le cause di sospensione indicate nell’art. 2942.

L’impedimento derivante da condizione o da termine e le cause di sospensione menzionate

nel detto articolo non sono nemmeno opponibili al terzo possessore nella prescrizione per

non uso dei diritti reali sui beni da lui posseduti”. La situazione possessoria che scaturisce da

un contratto sottoposto, oltre a queste indicazioni dell’art. 1166, a condizione sospensiva pone

un problema: il soggetto cui viene attribuito il potere di fatto in ordine ad un determinato bene

che è stato considerato nell’ambito di un siffatto contratto, è possessore o detentore? Questo

tipo di operazione da luogo a delle perplessità; se si ragiona in ordine al possesso che spetta

ad un individuo a seguito di un contratto sottoposto a condizione, qualora non si verifica

quella condizione e l’individuo abbia nelle sue mani il bene, egli ha l’obbligo di restituire il

bene. Nell’ambito di queste ipotesi c’è da considerare quello che dice l’art. 1360 c.c.,

rubricato Retroattività della condizione: si realizza la condizione e questo ci pone il problema

di considerare la nascita dell’effetto giuridico che scaturisce dal contratto. La soluzione può

essere duplice: o gli effetti che scaturiscono dal contratto nascono dal momento del verificarsi

dell’evento dedotto in condizione oppure l’evento dedotto in condizione fa scattare gli effetti

non dal momento in cui si realizza la condizione ma dal momento della stipulazione del

contratto. L'art. 1360 c.c. è una norma intesa in senso specifico, in quanto risolve il problema

degli effetti che scaturiscono dal negozio condizionato sulla base, appunto, del principio di

retroattività. E si prevede che “gli effetti dell'avveramento della condizione retroagiscono al

tempo in cui è stato concluso il contratto, salvo che, per volontà delle parti o per la natura

del rapporto, gli effetti del contratto o della risoluzione debbano essere riportati ad un

momento diverso”. Quindi, il principio in linea generale, a prescindere dalla eventualità di una

disciplina particolare contenuta all'interno del contratto, o della impossibilità che si abbia

nell'ambito di certi rapporti contrattuali questo momento di carattere retroattivo, fa riferimento

al momento della stipulazione del contratto per il realizzarsi degli effetti che scaturiscono dal

verificarsi del fatto dedotto in condizione.

C’è da dire altro, e di non secondario rilievo, in ordine all’usucapione. Quando scatta Sentenza  

l’acquisto del diritto di proprietà o di altra situazione giuridica? Nel momento in cui scade il dichiarativa  

termine. L’usucapione naturalmente si può realizzare in ordine ad ogni bene, nel momento in

cui scade il termine previsto per l’usucapione del diritto di proprietà il soggetto diviene

proprietario. Il termine che cosa vuol dire? Il termine vuol dire che si ha la nascita del diritto

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento descrive la specificazione (art. 940 c.c.) e lo confronta con i seguenti istituti: superficie, accessione di immobile a immobile, accessione invertita, occupazione acquisitiva della P.A., usucapione, possesso e detenzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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