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Dispense Economia dello Sviluppo a.a. 2009/10 Docente: Andrea Billi

ampio – ma anche dal punto di vista pratico, in quanto qualsiasi strategia di lotta alla

povertà deve essere progettata con riferimento al tipo di povertà sul quale vuole

incidere.

Nello studio e nella comprensione della povertà è necessario sfuggire alla tentazione di

vedere i poveri come gli appartenenti ad un enorme indifferenziato gruppo; al

contrario, ogni povero è membro di una particolare classe sociale, ha diverse dotazioni

materiali e immateriali, è inserito all’interno di un contesto governato da specifiche

gerarchie politiche e sociali.

Nel compiere questo lavoro di maggiore specificazione sullo stato di povertà, un utile

strumento è offerto dalla distinzione fra le differenti tipologie di povertà. In

particolare, ne prenderemo in considerazione quattro: povertà assoluta e relativa,

povertà urbana e rurale, povertà transitoria e cronica, povertà intensa e lieve.

Una prima distinzione è fra povertà assoluta e povertà relativa. La povertà assoluta è una

condizione nella quale l’individuo (o il nucleo familiare) è al di sotto di uno standard

di vita minimo che consenta la sopravvivenza e la soddisfazione dei bisogni più

basilari. Lo standard di vita minino è fondamentalmente definito sulla base degli

imperativi biologici e, quindi, prima di tutto considera un livello nutrizionale

indispensabile alla sopravvivenza; accanto a ciò, altri bisogni considerati indispensabili

sono: la possibilità di avere un ricovero sicuro (abitazione), del vestiario, una cura

sanitaria di base. Quando un individuo o una famiglia non hanno un reddito

sufficiente ad accedere a tali beni e servizi di base, la capacità di condurre una vita al di

sopra della soglia di sussistenza è a rischio e, in questi casi, si parla di povertà assoluta.

Al contrario, la povertà relativa non è definita sulla base di criteri assoluti (quali quelli

definiti dalle necessità di sopravvivenza), bensì in riferimento ad un particolare

contesto. Si parla di povertà relativa quando un individuo, pur avendo risorse

economiche che garantiscono la sussistenza, ha uno standard di vita significativamente

inferiore alla media della collettività presa a rifermento.

Benché il concetto stesso di povertà abbia un nucleo assoluto irriducibile e, nonostante

la povertà relativa possa al limite confondersi con il concetto di ineguaglianza, quello

della povertà relativa è un concetto molto rilevante. Infatti, definendo la povertà sulla

base di bisogni sociali e non di imperativi biologici, prende in considerazione la

crescita economica di una società e l’evoluzione degli stili di consumo e di vita.

Una seconda distinzione è quella fra povertà urbana e povertà rurale. I due contesti sono

profondamente differenti fra loro. Nei contesti rurali l’agricoltura (e le attività

economiche ad essa legate) caratterizzano non solo l’ambito economico, ma anche

quello sociale; le realtà urbane sono invece contraddistinte dalla presenza di

produzioni industriali e terziarie.

Nei paesi in via di sviluppo la povertà è principalmente rurale mentre, al contrario, nei

paesi avanzati le sacche di povertà tendono a concentrarsi nelle aree urbane;

considerando la povertà a livello globale, oltre 3/4 dei poveri vivono nelle aree rurali.

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A differenza della povertà urbana, quella rurale è legata in modo cruciale

all’agricoltura e ai vari aspetti della produzione agricola: land policy, tecniche di

produzione, disponibilità di risorse idriche, ecc… In genere i contesti rurali, per minora

mobilità e la maggiore conoscenza reciproca, sono contraddistinti da un maggiore

grado di coesione sociale. Un’ulteriore differenza fra la povertà rurale e quella urbana è

data dal fatto che, a causa della densità demografica dei contesti urbani, nelle città la

povertà è molto più concertata all’interno di spazi relativamente ristretti dando luogo a

fenomeni quali quelli delle cosiddette “baraccopoli”.

Un’altra distinzione fra i differenti tipi di povertà è quella che prende in

considerazione la variabile tempo e che distingue fra povertà transitoria e povertà cronica.

La povertà transitoria si viene a creare sulla base di eventi avversi e di congiunture

sfavorevoli, mentre quella cronica indica uno stato di povertà persistente e di lunga

durata. Questa seconda tipologia è più difficile da contrastare, non solo per via dello

stato di scoraggiamento e rassegnazione che colpisce i poveri cronici, ma anche perché

coloro che vivono in uno stato di povertà cronica spesso versano in situazioni o attuano

. La distinzione fra povertà cronica e

comportamenti che pregiudicano i redditi futuri 1

transitoria è molto importante per le politiche di lotta alla povertà, in quanto un povero

occasionale reagisce in modo molto diverso rispetto ad un povero cronico di fronte ai

benefici e le opportunità offerte da un programma di sviluppo.

Infine, un’ulteriore distinzione è data dal grado di intensità della povertà. Lo stato di

povertà può essere lieve (appena al di sotto della soglia di povertà) oppure molto

grave, laddove il soggetto è nullatenente o quasi. Analogamente a quanto appena

evidenziato per la povertà cronica e transitoria, anche in questo caso la considerazione

dell’intensità della povertà non è rilevante solo da un punto di vista teorico, ma anche

da un punto di vista in pratico; infatti, nelle politiche di lotta alla povertà è sempre

necessario distinguere, all’interno del gruppo dei poveri, fra coloro che hanno meno

risorse rispetto agli altri; in caso contrario si finisce per progettare programmi che non

possono dare benefici ai più svantaggiati.

Evoluzione del concetto di povertà

Come sottolineato in precedenza, la povertà, oltre ad essere un concetto centrale per

l’economica dello sviluppo, è spesso presente nel linguaggio quotidiano e nel dibattito

politico; in altre parole, è un concetto di non esclusiva pertinenza economica. Forse è

anche in ragione di ciò che sembra piuttosto facile avere un’idea intuitiva di cosa sia la

povertà e di chi sia povero.

1 Chi vive in uno stato di povertà cronica spesso non possiede alcun mezzo di produzione (si pensi a capi

di bestiame, attrezzi per le lavorazioni artigianali, ecc…), oppure non considera nemmeno l’ipotesi di

poter dare un’istruzione di base ai figli; carenza di istruzione e mancanza di mezzi di produzione sono due

fattori che tipicamente tendono a conservare gli stati di povertà.

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Tuttavia, nel momento in cui si cerca di definire in modo più preciso e più generale

l’idea di povertà, ci si rende conto che il concetto è meno semplice di quanto possa

apparire. Diversi approccio teorici hanno cercato di definire il concetto di povertà,

generando un dibattito che, se da un lato ha messo in luce la complessità del concetto

di povertà, dall’altro ha arricchito la conoscenza di questo rilevante e complesso

fenomeno.

Le prime concettualizzazioni della povertà erano strettamente legate al reddito.

Secondo tali approcci si potevano considerare poveri coloro che avevano un reddito

inferiore ad una determinata soglia, stabilita sulla base dei prezzi dei beni e dei servizi

considerati necessari al raggiungimento di un determinato standard di vita. Tuttavia,

pur senza negare la centralità del tema del reddito, considerare la povertà solo alla luce

del reddito e, quindi, del Prodotto interno lordo (Pil) di un paese, significa analizzare la

povertà utilizzando categorie e misure nate per l’analisi di altri fenomeni; il problema

della povertà va al di là delle misure che si utilizzano nella valutazione della crescita

economica e della ricchezza di una nazione e, analizzare la povertà dal solo punto di

vista del reddito significa trascurare il tema della complessità della povertà.

Proprio sulla base di tali considerazione, nel corso dei decenni si sono avuti successivi

contributi teorici che hanno mirato a definire la povertà non solo dal punto di vista del

reddito; in altre parole, si sono affermate teorie e scuole di pensiero che, pur senza

negare l’importanza della variabile reddito, hanno messo in evidenza come

quest’ultimo sia insufficiente per definire e analizzare la povertà.

Già nei secoli XVIII e XIX si avvertiva l’esigenza di analizzare la povertà con strumenti

che potessero integrare le grandezze monetarie. Lagrange convertì i beni che avevano

valori simili nel consumo negli equivalenti dal punto di vista delle caratteristiche e

mise in relazione i bisogni in base a gruppi differenziati di consumatori, considerati

perciò portatori di bisogni diversi. Mentre Smith mostrava la relazione variabile tra

opulenza e conseguimento di funzionamenti sociali, il contemporaneo Lagrange

riconosceva la mutevolezza del rapporto tra i funzionamenti e le dotazioni materiali.

Lagrange cerca anche di misurare le condizioni di vita attraverso indicatori diversi dal

reddito (nazionale e pro-capite) che possano fornire un quadro più rappresentativo

delle effettive condizioni di vita dei poveri. Le sue statistiche sul cibo contengono una

base motivazionale che si rivelerà importante per lo studio delle condizioni di vita dei

più poveri e che vuole rispondere ad un’esigenza che sarà ripresa dagli studi sugli

indicatori sociali e dagli approccio dei bisogni essenziali.

Anche le analisi elaborate da Pigou su un livello minimo nazionale di reddito reale,

riflettono l’attenzione nei confronti delle condizioni di vita dei poveri, al di là del

reddito nominale. 9

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Un più recente (anni’70 e ’80) tentativo di definire organicamente la povertà su basi

differenti è offerto dell’Approccio dei bisogni essenziali (Basic needs approach, Bna).

L’approccio si fonda sull’importanza di soddisfare dei bisogni essenziali e basilari.

L’analisi della povertà si concentra sui fini piuttosto che sui mezzi (ossia il reddito). Il

concetto di fondo dei bisogni di base mira a ricordare che l’obiettivo dello sviluppo è

quello di garantire a tutti gli esseri umani un’opportunità di vivere in modo realizzato.

Il Bna identifica la povertà come privazione di bisogni di base e sottolinea l’importanza

di definire e soddisfare tali bisogni di base attraverso beni e servizi che garantiscono

agli individui un livello di vita minimo: cibo, educazione, salute, acqua, vestiario. È

sottolineata l’importanza di estendere i benefici della crescita, in un’idea di sviluppo i

cui benefici devono estendersi alla totalità della società, inclusi i più poveri tra i poveri:

è questa l’accezione in cui possono considerarsi soddisfatti i bisogni di base ed

eliminata la povertà.

Il Bna riconosce che esiste un grado di indeterminatezza fra, il reddito da un alto, e i

bisogni essenziali dall’altro. In altre parole, non è detto che maggiori redditi implichino

migliori condizioni igieniche e sanitarie, migliore istruzione, migliore accesso all’acqua

potabile. In questo senso, il Bna ha certamente avuto una funzione storica nel

contrastare l’eccessiva enfasi sul reddito e sulla crescita economica.

Un altro importante contributo all’analisi della povertà è quello dovuto a Sen e alla sua

teoria delle capacità.

La teoria delle capacità è un particolare approccio ai problemi dello sviluppo e della

povertà e, più in generale, al tema del benessere. Le categorie fondamentali

dell’approccio sono le capacità e i funzionamenti. Il funzionamento è un fare o un

essere che una persona riesce ad attuare nel corso dell’esistenza; le capacità sono invece

le combinazioni di funzionamenti tra cui un soggetto può scegliere.

Rispetto al Bna, la teoria delle capacità introduce un’ulteriore fattore nell’analisi della

povertà. Infatti, se il Bna riconosce che non sempre maggiori redditi si traducono in

maggiore disponibilità di bisogni essenziali, Sen evidenza che gli individui hanno

differenti capacità nel migliorare il proprio tenore di vita in conseguenza della

.

disponibilità di determinati beni 2

Un esempio contribuirà a chiarire quanto detto. Si consideri l’istruzione. Per un

approccio legato al reddito, la mancanza di istruzione è dovuta alla carenza di risorse

finanziarie e, di conseguenza, in presenza di maggiori redditi gli individui e le famiglie

saranno automaticamente portati a darsi un’istruzione (almeno) di base. Al contrario,

secondo approcci come il Bna o la teoria della capacità per garantire l’istruzione è

2 Un esempio contribuirà a chiarire quanto detto. Si consideri l’istruzione: per un approccio legato al

reddito, la mancanza di istruzione è dovuta alla carenza di risorse finanziarie e, di conseguenza, in

presenza di maggiori redditi gli individui e le famiglie saranno automaticamente portati a darsi

un’istruzione (almeno) di base; al contrario, secondo approcci come il Bna o la teoria della capacità per

garantire l’istruzione è anche necessario fornire strutture adeguate e sviluppare la consapevolezza

dell’importanza che l’istruzione ha per il lo standard di vita.

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anche necessario fornire strutture adeguate e sviluppare la consapevolezza

dell’importanza che l’istruzione ha per il lo standard di vita.

Infine, a partire dagli anni ’80 e ’90 l’analisi della povertà si è andata sempre più

arricchendo di nuovi concetti quali, ad esempio, quelli di empowerment o di

vulnerabilità. La povertà viene sempre più vista come un fenomeno multidimensionale,

ossia come un fenomeno complesso, che non può essere spiegato risolto dal solo punto

di vista economico, e alla base del quale agiscono differenti cause che, in parte sono

economiche, ma in parte anche politiche, sociali e perfino psicologiche.

Si è iniziato a riconoscere che l’esclusione sociale e la discriminazione, pur essendo

fenomeni non-economici, possono avere importanti conseguenze economiche e

possono determinare stati di povertà. Si pensi al caso in cui una discriminazione etnica

o di genere impedisce l’accesso a risorse essenziali per il sostentamento o per lo

svolgimento dell’attività (esempio: la proprietà della terra).

Riassumendo possiamo affermare che, per l’economia dello sviluppo, la povertà è un

concetto fondamentale quanto complesso e che i contributi teorici che si sono

succeduti, pur senza negare l’importanza del reddito e delle variabili economiche,

hanno riconosciuto il fatto che il reddito da solo non è sufficiente a rappresentare lo

standard di vita, in generale, e la condizione di povertà in modo particolare

Vale la pena di sottolineare che quanto detto non significa negare l’importanza del

reddito e delle risorse economiche, quanto piuttosto riconoscere che esse necessitano di

essere integrate da altre considerazioni e, quindi, anche da altre misurazioni.

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Ineguaglianza

Al pari della povertà, anche l’ineguaglianza è concetto fondamentale per l’economia

dello sviluppo. A differenza della povertà l’ineguaglianza non ha un connotato

assoluto, poiché è necessariamente definita dalla relazione fra più soggetti.

L’ineguaglianza è legata anche a fattori extra-economici quali, ad esempio, l’assetto

sociale e il grado di tolleranza politica nei confronti dell’ineguaglianza

Sono in parte dovute a ciò due rilevanti caratteristiche dell’ineguaglianza. La prima è

che l’ineguaglianza ha la caratteristica di essere piuttosto persistente; le sperequazioni

nella distribuzione del reddito e delle risorse tendono a conservarsi ed è molto difficile

che si abbiano radicali cambiamenti in breve tempo. La seconda è che l’ineguaglianza

varia molto da paese a paese, con considerevoli differenze anche fra paesi che sono a

livelli simili di sviluppo economico.

Soprattutto negli ultimi decenni, l’ineguaglianza, sia fra paesi che all’interno dello

stesso paese, è stato spesso considerato argomento meritevole di grande attenzione,

tanto dal punto di vista teorico, quanto politico. L’importanza del tema non è dovuta

solo all’interesse per l’ineguaglianza in quanto tale (poiché forti sperequazioni delle

risorse sono considerate socialmente e politicamente negative), ma anche per le

conseguenze negative che l’ineguaglianza può avere sia sulla povertà che sulla crescita.

Per quanto riguarda la povertà, si deve tenere in considerazione che, laddove i redditi

pro-capite non sono elevati, una maggiore ineguaglianza acuisce il problema della

povertà, creando un assetto sociale nel quale un ristretto numero di persone gode delle

limitate risorse a disposizione, mentre larghi strati della popolazione versano in

condizione di povertà. Quindi l’ineguaglianza, pur essendo un concetto diverso da

quello della povertà, incide su quest’ultima nella misura in cui una cattiva

distribuzione delle risorse può aggravare i problemi di povertà di un’economia.

In riferimento alla crescita, diversi studi hanno dimostrato che un elevato grado di

ineguaglianza riduce le potenzialità di crescita del sistema economico nel suo

complesso, finendo per sottoutilizzare le risorse umane e non che sarebbero

teoricamente disponibili.

Per tutte queste ragioni l’economia dello sviluppo si è spesso interrogata sul ruolo che

l’ineguaglianza ha all’interno del processo di sviluppo.

Ineguaglianza e sviluppo

Quale è il legame fra l’ineguaglianza e lo sviluppo? Un maggiore grado di sviluppo

porta maggiori o minori livelli di ineguaglianza? Un’ipotesi molto nota a questo

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riguardo è quella formulata da Kuznets. In breve l’idea di Kuznets è la seguente.

Ridotti livelli di sviluppo economico sarebbero caratterizzati da ridotti livelli di

ineguaglianza. Una volta che inizia il processo di sviluppo, l’ineguaglianza tenderebbe

a crescere, per poi ridursi nuovamente in una fase più matura della crescita.

Tale ipotesi è stata formulata da Kutnets a partire da una verifica empirica condotta su

un campione di paesi e che metteva in relazione i livelli di ineguaglianza da una parte

e quelli di sviluppo dall’altra. Il livello di sviluppo era misurato dal reddito pro-capite,

mentre il livello di ineguaglianza dal coefficiente di Gini (il coefficiente di Gini varia fra

0 e 1 e, maggiore è il suo valore, maggiore è l’ineguaglianza).

Nella sua analisi empirica Kutnets trovò che l’ineguaglianza era piuttosto ridotta nei

paesi a basso reddito e nei paesi ad alto reddito, mentre era più alta nei paesi a medio

reddito. Di qui la sua ipotesi per la quale nelle prime fasi dello sviluppo – quando un

paese passa da ridotti livelli di reddito a livelli medi di reddito – l’ineguaglianza tende

a crescere; successivamente, in una fase più matura dello sviluppo – nella quale si

compie la transizione da paese a medio reddito a paese ad alto reddito –

l’ineguaglianza dovrebbe decrescere e torna ai livelli pre-sviluppo (Figura 1).

L’ipotesi di Kutnets teorizza, quindi, una relazione fra lo sviluppo economico e

l’andamento dell’ineguaglianza. Quella descritta da Kutnets è una storia a lieto fine: la

crescita dell’ineguaglianza sarebbe un prezzo pagato temporaneamente durante il

processo di sviluppo, un effetto indesiderato che tenderebbe a sparire man mano che lo

sviluppo procede.

Tuttavia l’evoluzione sia dei paesi in via di sviluppo, sia quella delle economie

sviluppate, non hanno confermato tale ipotesi. In particolare bisogna rilevare che la

curva di Kutnets è una misurazione cross-section (ossia presa su diversi Paesi in uno

stesso istante di tempo) a partire dalla quale si elabora una teoria time-series (ossia che

descrive l’andamento di un solo paese nel corso del tempo). I numerosi tentativi

successivamente fatti per sottoporre a nuova verifica empirica l’ipotesi di Kutnets non

hanno fornito risultati che potessero dare luogo ad un diffuso consenso.

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Figura 1: Curva ad “U rovesciata” di Kutnets.

Ineguaglianza

(coefficiente di Gini) Reddito

pro-capite

Reddito Reddito Reddito

basso medio alto

L’ipotesi della “U rovesciata” (dalla forma del grafico di Kutnets) ha avuto larga

diffusione, forse anche perché poteva rappresentare un valido tentativo di rispondere

ad una tema estremamente rilevante, ossia quello della relazione (ammesso che ne

esista una) fra lo sviluppo economico e la distruzione delle risorse all’interno di un

data società.

L’ipotesi di Kutnets ha, in un certo modo, ha anche lasciato un’eredità culturale che va

oltre la validità dell’ipotesi stessa; infatti, ha contribuito a diffondere l’idea che un

percorso di sviluppo ottimale, oltre a garantire la crescita economica, deve anche tenere

in considerazione l’evoluzione della distribuzione del reddito.

Ineguaglianza e povertà

Come detto in precedenza, un elevato grado di ineguaglianza è poco tollerato sia a

livello politico che morale. Inoltre, vari contributi (fra i quali quello di Kutnets) hanno

contribuito a diffondere l’idea che lo sviluppo economico, per essere tale, deve anche

migliorare la distruzione del reddito (o quantomeno non portare a peggioramenti

dell’ineguaglianza). Infine, è stato dimostrato che un elevato grado di sperequazione

dei redditi riduce le potenzialità di crescita del sistema economico, considerato nel suo

complesso e, quindi, reca danno alla società nel suo complesso, riducendone le

potenzialità di sviluppo. Ma oltre a tutto ciò, il principale motivo per cui

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l’ineguaglianza è particolarmente rilevante in un’ottica di sviluppo, è la relazione fra

l’ineguaglianza e la povertà.

Ineguaglianza e povertà sono certamente concetti molto diversi fra loro, sia a livello

teorico che pratico e non è detto che le due coesistano. Si possono avere contesti nei

quali ad una forte sperequazione dei redditi non corrisponde un elevate povertà (in

ragione di un elevato reddito pro-capite). Allo stesso modo, si possono avere casi nei

quali vi è u ridotto grado di ineguaglianza ma, in ragione della scarsità di risorse, c’è

anche un’elevata povertà.

Tuttavia, fatta salva la distinzione fra i due concetti, è necessario porre in evidenza

come l’ineguaglianza possa avere un ruolo cruciale nella riduzione della povertà e

come, soprattutto, possa incrementare o ridurre (e, al limite, annullare) i positivi effetti

che la crescita economica ha sulla riduzione della povertà. Dei grafici ci aiuteranno ad

illustrare la relazione fra e l’ineguaglianza e la riduzione della povertà.

Nella Figura 2 è rappresentata una distribuzione tipica del reddito di un paese: la

distribuzione ha le caratteristiche di una curva gaussiana, nella quale gli eventi vicini

alla media sono più frequenti, mentre gli eventi estremi (le cosiddette “code” della

distribuzione) sono più rari.

L’altezza della curva sull’asse verticale identifica il numero di casi (ossia numero di

persone che hanno un determinato reddito), mentre l’asse orizzontale rappresenta il

reddito pro-capite (cresce andando da sinistra verso destra: a sinistra ci sono i poveri, a

destra i ricchi, al centro le presone del ceto medio)

La curva è più alta in prossimità dei valori centrali del reddito e più bassa in

corrispondenza dei valori molto alti e molto bassi del reddito pro-capite. Ciò equivale a

dire che ci troviamo in presenza di una popolazione in cui vi è un ceto medio

maggioritario (persone che hanno un reddito pro-capite vicino alla media nazionale) e

vi sono pochi poveri (coda sinistra) e pochi ricchi (coda destra). La linea della povertà

sarà identificata da un certo reddito al di sotto del quale si è considerati poveri; l’area

compresa fra la curva e la linea della povertà identifica la percentuale di poveri che vi

sono in quella determinata popolazione. 15

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Figura 2: Distribuzione del reddito, linea della povertà e porzione di popolazione

che vive al di sotto della linea della povertà.

Si veda la Figura 3. Se il reddito nazionale aumenta, in conseguenza dello sviluppo

. Se

economico e della conseguente crescita, aumenta anche il reddito medio pro-capite 3

la distribuzione del reddito resta invariata (e quindi non cambia il livello di

ineguaglianza) tutta la popolazione di sposta verso destra e, in conseguenza di ciò, si

ha una riduzione della percentuale di poveri. In questo caso gli effetti positivi della

crescita si sono diffusi a tutta la popolazione e una parte dei poveri ne ha beneficiato

uscendo dallo stato di povertà.

Un caso diverso è quello rappresentato nella Figura 4. In questo caso non si ha crescita

economica e quindi il reddito pro-capite non cambia (curva rossa). Tuttavia si ha una

modifica nella distribuzione del reddito: le risorse si distribuiscono in modo più

perequato e, da un lato cresce il numero di individui che ha un reddito vicino a quello

medio, dall’altro diminuiscono sia il numero dei poveri che dei ricchi. Come nel caso

precedente, anche stavolta abbiamo una riduzione della percentuale di poveri che,

però, non è dovuta ad una crescita economica, ma ad una redistribuzione del reddito.

Da ciò possiamo desumere che una migliore distribuzione del reddito può ridurre la

povertà, anche a parità di risorse disponibili (ossia in assenza di crescita economica).

Qui è particolarmente evidente il ruolo che l’ineguaglianza può avere nella lotta alla

povertà.

3 Stiamo assumendo che la crescita demografica sia inferiore a quella del reddito nazionale.

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Figura 3: Riduzione della percentuale di poveri per effetto della crescita economica

(crescita del reddito medio pro-capite).

Figura 4: Riduzione della percentuale di poveri per effetto di una migliore

distribuzione del reddito (senza crescita del reddito medio pro-capite).

Il caso più desiderabile è quello in cui gli effetti benefici della crescita economica si

associano a quelli derivanti da una migliore distribuzione del reddito. Tale caso è

illustrato dalla Figura 5. entrambi i fattori – crescita economica e minore

disuguaglianza – tendono a ridurre la percentuale di poveri e i due effetti si sommano.

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Economia dello sviluppo del Prof. Andrea Billi. Trattasi di dispense a cura del professore all'interno delle quali sono affrontati i seguenti argomenti: le caratteristiche del sottosviluppo, il concetto di povertà e le sue varie tipologie, il concetto di ineguaglianza ed il suo rapporto con povertà e sviluppo, i principali indicatori di povertà e ineguaglianza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Billi Andrea.

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