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CIRUS RINALDI

cemente perché non esistono modelli culturali in grado di orientarne i segmenti biografici, i

quali appaiono, tra mille vessazioni, un fecondo coacervo di creatività e strategie di sopravviven-

za, pulsanti di una carnalità che se vietata, discriminata, soppressa o semplicemente non rico-

nosciuta, non per questo non è in grado di rivelare le proprie dimensioni (e proprietà) emer-

genti, al confine tra iniziativa individuale e vincoli strutturali (Bourdieu, 2005). Si tratta di

dimensioni, vissuti, esperienze che diventano concreti quando sono le stesse persone a raccon-

tarli, si tratta di parole spesso “straniere” che si comprendono grazie alle storie che vengono

offerte, donate, e volutamente non uso il termine “nascoste”. Non si tratta di nascondimento ma

di non riconoscimento: è vero che si mette l’accento sul disordine sociale e linguistico che il tran-

sgenderismo implica, ma ciò non può che essere una carenza da parte della società a fornire

denominazioni fluide che rendano conto della praxis senza sintesi che queste dimensioni esisten-

ziali e trans-corporee implicano. Se «trans-gender significa vivere in permanenza in quella zona

pericolosa e non codificata che si situa oltre le certezze altrui» è vero anche che indica l’«essere

sempre in movimento, alla ricerca, per restituire a se stessa/o e agli altri quell’attributo irrinun-

ciabile della verità e della bellezza della complessità» (Giacobino, 2004, p. 11).

Una riflessione sociologica critica sul/i genere/i nasce dalla necessità di rendere conto delle

nuove rappresentazioni e figurazioni in cui costantemente si compone e scompone il sociale.

Prendere in considerazione l’accelerazione e l’intersecarsi dei fenomeni sociali significa non

esimersi dal porsi criticamente in ascolto verso tutte quelle realtà spesso fonti di (apparenti)

paradossi e contraddizioni, divenute ormai cifra della contemporaneità. Considerare le rapide

mutazioni in cui siamo coinvolti è compito gravoso, ma sottrarvisi sarebbe impresa ben più

ardua (e pericolosa): abbiamo bisogno di ridefinire semanticamente la sociologia (e le scienze in

generale) e i loro linguaggi, nonché l’oggetto delle indagini scientifiche all’insegna della inter-

#

m

a

n

c

a

#

disciplinarità e della trans-disciplinarità (Costantino, Rinaldi, 2004 ). Ma non si tratte-

rebbe semplicemente di analizzare un fenomeno nuovo quanto piuttosto di analizzare secondo

“nuove” modalità il transgenderismo riconoscendone portata euristica e dignità di studio: è

opportuno tuttavia individuare anche un motivo “etico” di una ricerca orientata a comprende-

re il transgenderismo, ossia il fatto che riconoscere dignità di studio a un fenomeno significhi

anche mettere in atto un esercizio di giustizia sociale e “sessuale” e considerarne le ricadute sulla

realtà sociale, negli interventi di politica pubblica, nella vita quotidiana delle persone transgen-

der. Un primo punto di partenza deve rivolgersi a un’analisi “meta-sociologica”, ossia pratican-

do un esercizio di sociologia della sociologia dei generi e delle sessualità in grado di svelare lo

sguardo feticista del ricercatore sociale interessato esclusivamente alla dimensione e alla perfor-

matività “trasgressive” della dicotomia sex/gender operata dalle persone transgender. Una simi-

le attenzione scopofilica, mi si permetta la metafora clinica, non permette di analizzare e

comprendere la dimensione quotidiana delle persone transgender e come queste/i si percepi-

scano autorappresentandosi. Si dà corpo alle soggettività trans* non in quanto persone ma in

quanto devianti (o “testi”).

c) Contro la queer theory? O sulla teoria queer contro?

Bisogna certamente porsi programmaticamente di “denaturare il genere” (Butler, 2004, p. ),

XXIV

secondo l’uso che indico già a partire dal titolo nel concetto “de-generare”, ma tutto ciò non può

passare attraverso una “testualizzazione” dei soggetti e una conseguente de-contestualizzazio-

ne delle corporeità. Viviane K. Namaste, attivista e sociologa transgender canadese, riporta a

supporto di quanto affermato, l’argomentazione sostenuta da Jeanne B, attivista transgender:

«Una cosa interessante che un sacco di gente mi chiede: “Che cosa fai per passare per donna?

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DE GENERAZIONI

Per sembrare, camminare e parlare come una donna?” Ma nessuno mi chiede: “Come hai fatto

a vivere e passare per uomo per così tanti anni?”» (Jeanne B., 1995, p. 141, cit. in Namaste,

14

2000, pp. 31-2). In realtà già alcuni sostenitori della queer theory hanno indicato il rischio deri-

vabile dalla costruzione del gay “normalizzato” a scapito di nuove figure di “outsiders” . In

15

generale infatti le soggettività transgender sono state ridotte a figure retoriche, a dimensioni

performative sino a occultare e ignorare il/i contesto/i in cui tale performance ha luogo, i diver-

si “pubblici”. Plausibilmente, in termine di esercitazione accademica, il “transgendering”

(Ekins, 1997) è stato scomposto analiticamente sino a provare la natura di produzione contin-

gente dei generi, la loro simulazione, i processi metaleptici che definiscono ricorsivamente un’al-

lusione al genere in quanto conseguenza di reiterazione performativa, quale «produzione […]

che si atteggia da imitazione» (Butler, 2004, p. 193). Definito così, il “gioco di travestimento”

diventa infinito, «la parodia di genere rivela che l’identità originaria in base alla quale il genere

modella se stesso è un’imitazione senza fine» (ibid.): «Imitando il genere, il drag rivela implici-

tamente la struttura imitativa del genere stesso nonché la sua contingenza» (ibid.). L’elemento

performativo del drag, indicato metaforicamente dalla Butler, se denaturalizza in astratto sesso

e genere, non riconduce, così come tematizzato, alla sua dimensione di produzione contestua-

le se non attraverso il tropo della “ricontestualizzazione parodica”: Butler sottovaluta infatti il

contesto in cui le performance di genere prendono corpo, ovvero gli spazi creati e delimitati

dalla cultura gay. In questi spazi l’identità transgender rimane periferica e viene agita (leggi

“usata”) soltanto a fine parodistici e di puro intrattenimento: le drag queen sono ridotte a intrat-

tenimento, sono categorizzate in quanto puro spettacolo. Mentre i gay non “performano” la

propria identità dal momento che “sono” una identità, le/i drag (e per esteso le persone tran-

sgender) diventano un’allegoria spettacolarizzata che non riesce mai a “soggettivarsi” 16

(Namaste, 2000, pp. 2-23). d) Sociologia del “trans-embodiment”

Io credo che si possa partire proprio da una visione analitica plurale dei generi e delle sessualità

soltanto se siamo in grado de-feticcizzare e di de-glamourizzare il tema della performance e dei

corpi-testo prendendo le mosse da un’analisi sociologica dal corpo (from the body) (Wacquant,

17

# m a n c a #

2002, p. 8 ). La questione del corpo è di primaria importanza teorica e offre anche

risvolti virtuosi pure in sede metodologica: relativamente alla dimensione transgender, la “socio-

loga dal corpo” ha la possibilità di sperimentarsi con l’analisi teorica ed empirica e, dando

riscontro dell’azione sociale come incorporata, può svincolarsi dalle altre discipline nonché

«trascendere i propri confini sub-disciplinari e porsi come strumento d’innovazione teorico-

sociale. In questa ottica non bisogna insomma dare un corpo all’attore quanto partire da un

diverso modello d’attore, un attore che vive necessariamente nello spazio e nel tempo, che occu-

pa spazio e tempo, e che rappresenta a se stesso e agli altri una parte dei propri limiti come limi-

ti naturali» (Sassatelli, 2002, p. 323). In tal senso gli strumenti analitici e i modelli euristici dell’a-

nalisi simbolico-interazionista possono permetterci di comprendere come la riflessività dia

forma alle esperienze vissute e alle strategie messe in atto dai soggetti transessuali nel momento

stesso in cui decidono di sottoporsi ai “passaggi di status” (status passage; Glaser, Strauss, 1971).

L’analisi di Schrock e Boyd, per esempio, ci permette di considerare analiticamente attraverso

il concetto di “reflexive transembodiment” la natura incorporata, incarnata (embodied) della

transizione e il ruolo centrale svolto dalla riflessività, in quanto capacità che l’attore mette in atto

nel continuo monitoraggio di sé (Schrock, Boyd, 2006). Nel caso particolare del “reflexive

transembodiment” la dimensione riflessiva si esplicita attraverso tecniche complesse di svela-

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mento e occultamento, processi comunicativi interiori e interpersonali attraverso i quali le perso-

ne transessuali si preparano, danno forma e ridefiniscono i loro corpi, nel nuovo assetto di gene-

re, secondo quelle modalità percepite come autentiche sia da se stessi che dagli altri . Il tema

18

dell’“autenticità” ci riconduce allo spostamento dell’analisi del transessualismo e del transgen-

derismo da tema prettamente psicologico a uno squisitamente sociologico (e interdisciplinare).

Hird propone una lettura sociologica del transessualismo a partire da una tipologia sviluppata

attorno ai concetti di autenticità, performatività e trasgressione (Hird, 2002).

Il concetto di “autenticità” lega l’analisi sociale del transessualismo a una visione ancora

psicologizzante e individuale del fenomeno che si basa su nozioni statiche di genere e analisi

essenzialiste della sessualità umana, sulla possibilità che il genere possa essere concretamente

misurato e, di conseguenza, che la maggioranza delle persone dia per scontate, aderendovi, le

caratteristiche suddette. Il transessualismo, così medicalizzato, assume le caratteristiche di feno-

meno deviante che necessita di risposte e interventi su base individuale (Cauldwell, 1949; Stoller,

1968; 1975). e) L’agenda anti-transessuale

L’interesse per una declinazione performativa del transessualismo si deve principalmente al

movimento femminista (nonché al dibattito all’interno dell’opinione pubblica a causa dell’eco

mediatica che alcuni casi, tra i quali quello di Christine Jorgenson del 1953, hanno avuto all’in-

terno dell’opinione pubblica). Tuttavia è proprio da una certa frangia femminista che si svilup-

pa parte dell’agenda anti-transessuale: nello specifico l’analisi del rapporto tra transgenderi-

smo, tecnologia e medicina, patriarcato e capitalismo si è arroccato su quello che definisco

essenzialismo (femminista) pseudo-critico, il cui errore di prospettiva ha determinato una

mercificazione del corpo transessuale quale prodotto sessista del potere medico-chirurgico e

dell’ideologia capitalista (Raymond, 1979; Hausman, 1995; Billings, Urban, 1982). In The

Transexual Empire Janice G. Raymond accusa le pratiche medico-scientifiche patriarcali di

voler creare feticci di donne, “uomini devianti che non diventeranno mai donne”: i soggetti che

si sottopongono alla riassegnazione chirurgica del sesso, frutto di una cospirazione maschili-

#p

q

i

u e sta, vogliono appropriarsi dell’aspetto fisico femminile per potere invadere gli spazi materiali

a r

l

c f e simbolici delle donne, nello specifico gli spazi lesbo-femministi, al fine dell’esercizio del

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a dominio maschile e della violenza sulle donne e per sovvertire il movimento femminista .

19

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h Bernice L. Hausman, pur muovendo dai presupposti della Raymond, non arriva ad affermare

r

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v

n che le transessuali siano pericolose per le donne ma piuttosto che riproducono gli stereotipi di

e

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n e genere così tanto perniciosi per il dibattito e lo sviluppo dell’etica femminista. Le transessuali

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a infatti cercano di allineare sesso biologico e genere e, pertanto, sono soggetti conservatori che

s

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f # c h i ? # a i “ m e c c a n i s m i

rinforzano le relazioni normative sesso/genere: così facendo guarda

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a

s s o p p r e s s i v i ” c h e c o n t r i b u i s c o n o a d e t e r m i n a r e i l f e n o m e n o t r a n s e s s u a l e a l l ’ “ a n t i u m a n i s m o

e

,

c d i r o m p e n t e d e l l ’ a u t o - c o s t r u z i o n e t e c n o l o g i c a ” (disruptive antihumanism of technological self-

è construction) sottovalutando quanto gli stessi soggetti transessuali siano vittime e pertanto

vulnerabili alla violenza e alla discriminazione. Le posizioni essenzialiste sono state ben presto

affievolite dall’attenzione resa a una nozione più fluida di identità intesa come performance:

all’interno del mutamento culturale non possiamo trascurare il ruolo svolto da studiosi e

studiose transgender e transessuali (Feinberg, 1996; Prosser, 1998; Stone, 1991) che considera-

no il genere come qualcosa che è possibile apprendere. Pertanto, le risorse di genere sono

disponibili per tutti/e coloro i/le quali vogliano e abbiano la capacità di apprendere (Hird,

2002, p. 584) .

20 138

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DE GENERAZIONI

f) Autenticità, mimetismo e identità:

per una sociologia analitica dell’identità trans* (e non solo)

Una teoria dell’autenticità (de-psicologizzata) e della performatività possono essere comprese

# m a n c a #

all’interno della trattazione della sociologia analitica (Bacharach, Gambetta, 2001 ;

2001a; Gambetta, 2004; Gambetta, Hammill, 2005) al fine di rendere conto dei “segni” a uso

dei soggetti transgender e transessuali (e secondo la loro interpretazione) attraverso i quali viene

rivelato o simulata “affidabilità” e “credibilità”, e pertanto attraverso lo studio delle modalità

comunicative per mezzo delle quali il genere, nella dimensione della sua microfondazione, viene

riconfermato, negoziato o trasgredito. Si tratterebbe pertanto di analizzare le strategie di

mimetismo sociale o al contrario di svelamento dirompente del genere, delle sue trasformazio-

ni all’interno dei diversi contesti sociali, delle sue negoziazioni all’interno dello spazio pubbli-

co, nelle relazioni lavorative così come nei legami intimi. Un’analisi delle strategie di mimicry,

nel caso dei soggetti transgender e transessuali, ci porterebbe ad analizzare rappresentazioni

della loro identità sociale esplicitabili in pratiche manipolative tendenti alla costruzione di

“affidabilità” e “credibilità”, piegate di volta in volta, nella teorizzazione gambettiana, dal

gioco degli attori che ne fingono il possesso giocando sul doppio livello invisibile/manifesto

(krypta/manifesta). Ne deriva pertanto che al centro delle riflessioni si situa il capitale informa-

tivo e reputazionale in dotazione agli attori sociali che si ritrovano a valutare, nelle differenti inte-

razioni, se fidarsi o meno di un altro attore sociale . Si pensi alla potenzialità euristica dell’ap-

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proccio se focalizziamo l’attenzione sul rapporto che si instaura tra costruzione del genere,

modelli di performance di genere e consumo sessuale all’interno dello spazio urbano, e come il

transgenderismo sia creato in contesti sociali specifici e venga ad assumere forme sociali speci-

fiche. A partire dall’analisi delle relazioni tra consumo dello spazio urbano e pratiche sessuali,

per esempio, un’analisi avveduta (lo studio etnografico delle comunità di sex workers transgen-

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der ) e in grado di confrontarsi empiricamente con la realtà, dovrebbe intercettare i rapporti tra

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modelli di genere, zonizzazione urbana del “piacere” e le conseguenti negoziazioni e ri-nego-

ziazioni della definizione stessa di genere.

In tal senso la decostruzione dei rapporti sociali sottesi da questi spazi, da queste arene del

consumo di piacere, non fa altro che rivelare non soltanto la capacità soggettiva dell’attore socia-

le – sia che si tratti del sex worker transgender che del cliente – di negoziare il proprio genere

ed eventualmente di riorganizzare anche simbolicamente le proprie pratiche sessuali, ma anche

di individuare i contorni, assai sfumati e intenzionalmente opacizzanti, degli spazi sociali e

simbolici in cui lo stesso genere può essere negoziato, in termini di identità, manipolazione, rela-

zioni sociali e forme inedite di socialità (sessuale) . In tal senso oltre che a uno spazio dei gene-

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ri e a generi negli spazi, la riflessione si direzionerebbe verso la sparizione del concetto di gene-

re quale dimensione spazializzante delle soggettività, e verso le implicazioni socio-politiche e

culturali di tale processo .

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Un’analisi siffatta porterebbe a riflettere sul genere quale “modello locale” di pratiche e

rappresentazioni «in base ai quali vengono organizzate a livello culturale le aspettative confor-

mi e i comportamenti appropriati intrecciati alla sfera del sesso e della sessualità» (Bisogno,

Ronzon, 2007, p. 6), quale prodotto contestuale che scaturisce dall’intersecarsi delle arene del

consumo del piacere e della sfera pubblica, e pertanto rinforzato o al contrario indebolito, rico-

struito tuttavia secondo modalità inedite, nuove forme di esistenza sessuale che mettono in

discussione una definizione tradizionale e statica del genere , e che rendono complessa (e co-

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implicano il rapporto con) l’eterossesualità . Il concetto stesso di genere al crocevia tra ibrida-

27

zione dei corpi e dei sessi, orientamenti sessuali, etnia, età o disabilità si moltiplica in definizio-

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ni plurali di “culture di genere” definite dalla reciproca interazione tra soggetto e strutture, tra

agentività (agency) e cultura, economia e trasformazioni demografiche, soggettività inedite e

subculture sessuali e reti di informazioni, merci e persone nell’arena dello scambio sessuale.

Tuttavia queste pluralizzazioni dei generi, delle appartenenze e delle dis-appartenenze, pur

corrispondendo a espressioni di «disordine creativo del desiderio non normalizzato»

(Giacobino, 2004, p. 11) propongono anche una dimensione “pericolosa” sicuramente per

coloro i quali si vedono spodestati o minacciati, ma anche per chi per mezzo di tali minacce viene

discriminato, umiliato, ucciso. g) Transgender Legal Studies

La dimensione normativa di attestazione, di riconoscimento e di legittimità delle soggettività

transgender è tra quelle che richiede particolare attenzione, sensibilità e urgenza. Stephen

Whittle, accademico e attivista , in uno fra i primi lavori teorici che a pieno titolo rientra-

28

FTM

no tra i * legal studies (Minda, 2001), si confronta con i temi del riconoscimento giuridico

GLBT

in prima persona: «Il problema di chi io sia da un punto di vista legale è stato una vessazione

per tutta la mia vita adulta […]. Vivo in contesto legale inadeguato. Noi semplicemente “non

esistiamo” all’interno di un mondo che permette solo l’esistenza di due sessi, che permette solo

due forme di ruoli di genere, di identità o di espressione. Essendo sempre al di fuori della

“norma”, le nostre vite diventano meno importanti, la nostra umanità viene continuamente

# a o b ? #

posta in discussione e la nostra oppressione viene legittimata» (Whittle, 2002 , p. 1,

trad. mia). Tuttavia il contesto inglese è quello che ha dato maggiore prova di attivismo e

maggiore capacità di mobilitazione da parte dei gruppi transgender: proprio Whittle sottolinea

come l’uso delle nuove tecnologie e la creazione di comunità on-line (“Trans community”) abbia

contribuito a rendere visibili nuovi bisogni e a reclamare diritti, a mobilitare i gruppi trans* per

richiedere protezione dalla discriminazione nei beni, nei servizi, nell’housing, così come in previ-

sione delle prestazioni mediche dei servizi socio-sanitari. Tutto ciò è stato più che mai evidente

in paesi come la Gran Bretagna, dove grazie alle attività di lobbying, a dimostrazioni pubbliche

di associazioni di attivisti trans* e a una cultura giuridica e legislativa più avanzata, si è proce-

duto a consolidare pratiche di cura più adeguate e specializzate per le persone trans*. È proprio

in Gran Bretagna, per esempio, che le comunità ed associazioni T* vengono consultate a livel-

lo locale e nazionale . In Italia siamo ben lontani da queste soluzioni e, invero, anche in Gran

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Bretagna, nonostante la sensibilità normativa e legislativa, continuano a persistere forme di

discriminazione che costringono diversi soggetti transgender a divenire vittime di transfobia

generalizzata. Questo forse può accadere agli soprattutto nel primo anno di transizione e

FTM

sino a quando non appariranno fisicamente particolarmente maschili; gli forse dovranno

MTF

affrontare lo stigma sociale per un periodo più lungo (Whittle et al., 2007, p. 8). In entrambi i

casi, e in molti altri (travestiti e cross-dresser; drag fags e queers all’interno di una subcultura gay

iper-mascolinizzata ecc.), sarà tuttavia assai pressante la forma verso l’assimilazione a modelli

pregressi o il più totale annullamento.

h) Violenza, transfobia e processi di vittimizzazione

Hill and Willoughby (2005) definiscono la transfobia come una reazione irrazionale verso colo-

ro i quali non si conformano all’ “ideologia della conformità di genere”: all’interno della dimen-

sione vengono distinti analiticamente altresì il “genderism” e il “gender-bashing” (dal verbo

inglese “to bash”, colpire violentemente). Il primo concetto si riferisce alla convinzione che la

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non conformità alle versioni convenzionali di maschilità e femminilità sia una patologia, e può

essere imposto agli altri o interiorizzato; il “gender-bashing” invece si riferisce alle manifesta-

zioni comportamentali e non cognitive della transfobia (molestie e aggressioni nei confronti

delle persone trans*). Quest’ultimo fenomeno è particolarmente connesso alle definizioni di

spazio pubblico e pertanto alle sanzioni culturali della “visibilità” delle identità di genere: i rischi

di vittimizzazione saranno pertanto più alti per le persone che vivono al di là della dicotomia

normativa di genere, lo spazio pubblico (ed altri spazi specifici ) potrà presentare zone a rischio

30

di abuso fisico, verbale o di aggressioni e, come continua Namaste, «sebbene genere e sessua-

lità siano convenzionalmente confusi, a tal punto che gli uomini “effeminati” e le donne “masco-

line” sono aggredite (gaybashed) indipendentemente dalle loro identità sessuali, le variabili di

genere e sessualità possono essere contrapposte» (Namaste, 2000, p. 156). Ciò porta a forme di

“normalizzazione” e costruzione di rispettabilità all’interno dei gruppi gay tali da indicare nuovi

“nemici” simbolici: si pensi alle forme di discriminazione di transessuali e transgender, del

restringimento delle zone di prostituzione transgender e transessuale nelle zone urbane, al proli-

ferare di discorsi che privilegiando la sessualità sul genere (e di fatto separando il genere dalla

sessualità) non fanno altro che sviluppare proposte politiche utili ai soli uomini gay, urbani e di

classe media (ibid.). La ricerca sulla vittimizzazione delle persone trans* è assai limitata, tutta-

31

via non si può trascurare che le posizioni transfobiche non sono limitate: uno studio su un

campione di soggetti con alta istruzione e residenti in contesti metropolitani con reputazione di

attitudini liberali verso sessualità e genere, ha dimostrato attitudini estremamente intolleranti

nei confronti della variabilità di genere (Hill, Willoughby, 2005, p. 99). Questo risultato è

corroborato da un altro studio condotto in Gran Bretagna che ha scoperto come l’ideologia del

conformismo del genere basata su assunti biologici fosse fortemente collegata all’opposizione

contro i diritti civili delle persone trans* (Tee, 2006, cit. in Whittle et al., 2007, p. 22).

5

Conclusioni

Il genere, a partire dalla riflessione dei transgender studies (Stryker, Whittle, 2006), appare come

principio ordinatore che non implica semplicemente un “sistema di classificazione”: esso si rife-

risce all’“ineguaglianza universale tra uomini e donne” ed è pertanto riferibile a dimensioni quali

quelle della gerarchia, del potere e non semplicemente della differenza (Kimmel, 2004, p. 1).

L’integrità dei confini di genere e delle sessualità dei corpi diviene garanzia di coesione del corpo

sociale: ogni tentativo di destabilizzazione di tale ordine dunque è una minaccia, è avvertito

come un pericolo da evitare. Abbiamo osservato quanto persino all’interno dei dibattiti femmi-

nisti la dimensione transgender sia stata trascurata perché letta attraverso il filtro della femmi-

nilità enfatizzata o parodiata (si può pensare che tutti i soggetti trans* si pieghino alle logiche di

subordinazione maschile?), e dunque tema facilmente boicottato o ostracizzato . La sottocul-

32

tura trans* è stata sommariamente liquidata perché i soggetti trans*, per mezzo di pratiche disci-

#

c

o

r

p

i

?

#

plinari e modificazioni, scolpivano nei loro le forme ideali di femminilità così come

oggettificate e mercificate dallo sguardo maschilista e patriarcale. Al contempo, mentre gli etero-

sessuali proiettano nel mondo naturale e su altre specie, così come sulla nostra, il modello

eteronormativo ed eterosessista come standard di riferimento per aspettative sociali e forme di

relazionalità , contribuendo a processi di naturalizzazione ed essenzializzazione quali forme di

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esclusione (Young, 1999), i gruppi gay, in vista di una loro normalizzazione in quanto uomini,

gay, mascolini, bianchi della classe media, necessitano di nuovi poli antinomici da cui distanziar-

si per definire pubblicamente la propria identità. L’approccio che si è utilizzato guarda alla

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dimensione “transgender” come quella istanza, quella serie di istanze, che riguardano la de-

naturalizzazione e ri-articolazione, la rottura dei generi, che rendono visibili i legami che

crediamo esistano tra la dimensione biologica dei nostri corpi, i ruoli sociali che un certo corpo

si crede occupi, le esperienze soggettive tra l’identità di genere e le aspettative sociali della

performance del ruolo di genere, i meccanismi culturali che operano per sostenere o ostacola-

re specifiche configurazioni di “gendered personhood” (Stryker, Whittle, 2006, p. 3). Si tratta

di tenere conto delle trans-azioni dello spazio pubblico e sociale, di uno spazio agito in modo

contraddittorio e che vede sorgere una pluralità di soggetti e soggettività molteplici, che attra-

versano i confini sociali e le frontiere giuridiche, caratterizzati non da una configurazione fissa

di soggettività ma dal mutamento e dalla transizione. Questa complessità di relazioni pone le

scienze sociali, e la sociologia in particolare, di fronte alla necessità di dotarsi di strumenti anali-

tici e teorici utili per provare a descrivere, seppure con difficoltà, questi nuovi status, a rendere

conto dei limiti del genere e del sesso come categorie moderne e a immaginare una realtà (poi

intercettandola) in cui ogni identità possa essere pensata, performata e riconosciuta. Si tratte-

rebbe di avvicinarsi con sensibilità e modestia ad alcuni fenomeni sociali rigettati o considerati

solo perché “devianti”, creando – in primo luogo – nuove pratiche discorsive in grado di ripo-

sizionare il concetto stesso di genere, sessualità. È ormai palese che le tassonomie di sesso e gene-

re siano state messe in discussione, non sono più da considerarsi categorie stabili esterne quan-

to piuttosto pratiche incorporate negli individui che le agiscono, che ne fanno esperienza, che

le confermano o le rifiutano, che le modificano. Il paradosso dell’invisibilità delle persone tran-

sgender e il regime della loro visibilità testuale in quanto figure eccentriche, parodiate, retori-

che non ha fatto altro che contribuire alla esiguità di ricerche empiriche, socio-giuridiche, socio-

logiche che tentino di porsi criticamente quale obiettivo analitico, aldilà di stereotipi e pregiudizi

“testuali” e “rappresentazionalisti”, quello della comprensione della vita, dei corpi, delle espe-

rienze delle persone trans* nella loro vita quotidiana. Rimangono vari e molteplici i temi , che

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tra breve elencheremo perché possano essere problematizzati e indagati in ricerche specifiche

in grado di contribuire a definire un’agenda di ricerca sociologica (sempre passibile di arricchi-

menti) della vita quotidiana delle persone trans*. Si potrebbe partire dalle difficoltà (e dalle

conseguenti critiche) relative alla stima del numero di persone trans* (in questo caso il proble-

ma metodologico – non esistono statistiche sociali in grado di confermare una stima precisa –

deve essere letto insieme alla difficoltà di dare conto di fenomeni non desiderabili socialmente)

e alla connessa esiguità di risultati che, a causa della mania quantitativa che sembra corrispon-

dere alle esigenze dei policy makers, non trovano responsività e accoglienza all’interno della

progettazione di interventi e politiche sociali. Dal momento che non ci sono tanti trans*, o

questo significa che non esistono, che sono una costruzione, un esperimento testuale, un diver-

tissement, oppure che il fenomeno è irrilevante, e pertanto costoso, per un intervento di politi-

ca sociale. Leggete l’asserto anche in questi altri termini: se non siete in molti non avete dignità

di essere riconosciuti (e potete restare nell’ombra). Che dire poi dell’accesso delle persone trans*

ai servizi socio-sanitari, della domanda e dei bisogni di salute della gente trans*? Che percezio-

ne hanno gli operatori sociali e della salute relativamente alla popolazione trans*? Ricordo che

posi in maniera provocatoria una domanda ai miei studenti di sociologia presso il corso di

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laurea in Infermieristica della Facoltà di Medicina dell’Università di Palermo. Dissi loro, in meri-

to al multiculturalismo e al lavoro di nursing (detto in letteratura “trans-culturale”): «Cosa

fareste se vi trovaste di fronte ad un soggetto trans* pre-op? Immaginereste una vostra reazio-

ne particolare?». Il loro sgomento fu più che esplicito per me (ma loro non immaginavano il mio,

di sgomento, quando tra i diversi stereotipi quello maggiormente “cavalcato” era relativo alla

confusione tra orientamento sessuale e identità di genere, o semplicemente genere e sesso ).

36

142

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-

DE GENERAZIONI

Allora la formazione specifica – a tutti i livelli educativi – ai temi della specificità trans* potreb-

be migliorare non solo i contesti di lavoro ma anche la qualità dei nostri formandi, infermieri,

operatori sociali, psicologi, polizia carceraria, giusto per ricordare alcune categorie “sensibili” .

37

Rispetto alla sicurezza nei luoghi pubblici e nelle scuole varie ricerche riportano l’altissimo

rischio di vittimizzazione cui sono sottoposte le persone trans*: dalle molestie da parte di estra-

#

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# #

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nei per strada (Gagne et al., 1996 ; Lombardi et al., 2001 ; Hill, Willoughby,

# m a n c a #

2005), ai traumi subiti da adolescenti e bambini (Gehring, Knudson, 2005 ; Ryan,

# m a n c a # # m a n c a #

Rivers, 2003), nei contesti scolastici (Moran, Scarpe, 2004 ; Xavier, 2000 ;

#

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?

#

Whittle, 2002 ). L’esperienza nelle scuole sembra essere la più terrificante: il soggetto

trans* subisce atti di bullismo da parte degli altri studenti, del gruppo dei pari e dello staff della

scuola; Whittle riporta alcuni studi in cui sembrano esservi un più alto tasso di violenza verso i

trans* rispetto ai gay e lesbiche della stessa età. Gli stessi risultati ribaltano inoltre la convinzio-

ne comune che vi sia meno tolleranza per i “sissy boys” che per le “tomboys”, riscontrando che

le femmine che diventano successivamente uomini trans siano state sottoposte a una maggiore

esposizione a molestie e bullismo (Whittle et al., 2007, p. 17). Bisogna creare luoghi sicuri anche

all’interno delle istituzioni scolastiche, creando luoghi accoglienti, impedendo che i ragazzi

trans* lascino la scuola e gli istituti educativi per provarci in futuro in qualità di “second chan-

cers”. La categoria dei giovani trans* appare tra le più vulnerabili insieme con gli/le anziani/e

38

trans* e chi per ragioni di salute, per esempio, non possa sottoporsi all’operazione di riattribu-

zione chirurgica, e dunque venga sottoposto allo stress della (mancata) rettifica dello status

anagrafico e civile. La dimensione dello spazio pubblico rimane quella più problematica.

Ricerche straniere riportano che le persone trans* fanno scarso uso di facilitazioni (servizi, inter-

venti ecc.) pubbliche per paura di essere discriminati, molestati ecc.: essi sono pertanto assai

vulnerabili nella dimensione delle abitazioni, della richiesta di servizi, nei rapporti con il vicina-

to, gli amici e la famiglia di origine. La dimensione della visibilità pubblica delle persone trans*

e dell’offerta di servizi (e dell’eliminazione degli ostacoli a tale accesso) deve essere contempe-

rata con la diversificazione nel periodo di transizione o di permanenza tra i generi: si pensi a chi

accede privatamente ai servizi sanitari e chi invece vuole ricorrere alla sanità pubblica (che alme-

no in Gran Bretagna sembrerebbe occupare dai 6 ai 10 anni).

Bisogna pertanto riflettere sulle diverse transizioni biografiche e sulle loro intercettazioni di

segmenti di vita reale, a casa, con la propria famiglia di origine, la scuola, il lavoro , la dimen-

39

sione pubblica. Quando si inizia il cross dressing, nel periodo dell’operazione di riassegnazio-

ne di genere, quando queste fasi vengono condivise all’interno della famiglia di origine o tra il

gruppo dei pari. Assai sottovalutata è altresì la dimensione , di transizione di soggetti biolo-

FTM

gici femminili verso il genere maschile : se le donne trans sono assai frequentemente vittime

40

della discriminazione a causa della loro visibilità, gli uomini trans lo sono a causa della loro

# f o r s e

invisibilità. Fino a che punto i risultati relativi alle possono essere estesi agli

FTM FTM

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# ? Tutti questi temi elencati assai brevemente non possono non suggerire

quanto sia ormai necessario (e urgente) ripensare il concetto di sfera pubblica, già a partire da

una riflessione serena e senza alcuna pruderie moraleggiante e oscurantista della sessualità.

Quali potrebbero essere (quali sono) le conseguenze sociali di un siffatto diniego se dovesse

continuare a permanere? Iris Marion Young, filosofa politica dell’Università di Chicago, utiliz-

za il concetto di violenza sistemica riferendosi all’uso dei comportamenti violenti come pratica

sociale, ovvero individuando nella violenza una forma di oppressione non tanto per la specifi-

cità degli atti violenti in sé, quanto piuttosto per il contesto sociale che li rende possibili, accet-

tandoli e giustificandoli (Young, 1996). La Young si riferisce soprattutto a quei gruppi che

subiscono l’oppressione della violenza sistematica nel contesto statunitense (ma possiamo esten-

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CIRUS RINALDI

dere la riflessione anche a casa nostra): i neri e altri gruppi etnici, le donne, i gay e le lesbiche, le

persone trans*, gli immigrati, i barboni. Ai casi di violenza fisica e di reati violenti (e mortali)

contro la persona, si aggiungano le molestie, le intimidazioni, le ingiurie, le violenze psicologi-

che perpetrate unicamente con lo scopo di umiliare individui appartenenti a determinati grup-

pi. La violenza è sistemica proprio perché diretta ai membri di un determinato gruppo solo

perché appartengono a quel gruppo specifico. La violenza, anche per le influenze ad opera dei

mass-media, diventa possibilità, rischio e anche mezzo “legittimo” all’interno dell’immaginario

collettivo: in situazioni che, più di altre, “attirano” comportamenti violenti o in cui l’atto

violento è tollerato, essendo legittimato all’interno dell’immaginario sociale e delle aspettative,

si finisce per assuefare e desensibilizzare gli individui. Vi siete mai chiesti quanto è normale dalle

nostre parti offendere un uomo attribuendogli caratteristiche femminili? Il proliferare dell’uso

di termini offensivi di derivazione omofobica e transfobica e l’idea di perseguitare o schernire

il compagno gay o trans* si presenta a molti studenti “normali” nelle classi scolastiche come

una possibilità giustificata. In questo caso alcuni comportamenti o atti (che si tratti della violen-

za xenofoba, o di quella sessista o di natura omofobica e transfobica) vengono etichettati come

bravata, occultando così che l’odio e la paura per certi gruppi non sono ad altro riconducibili

se non alla paura di perdere l’identità . Steven Seidman distingue acutamente tra teoria socio-

41

logica e teoria sociale. Mentre la prima si occupa di una spiegazione totalizzante della società,

generale, in cui la tensione verso la definizione di concetti universalizzanti determina una situa-

zione in cui la teoria è prodotta da e per professionisti (i sociologi), ed è pertanto scorporata dal

dibattito e dai conflitti pubblici e prevalentemente autoreferenziale (Seidman, 1991, p. 131), la

seconda emerge all’interno del dibattito pubblico e del conflitto sociale: l’obiettivo principale è

cercare di descrivere e di spiegare problemi e fenomeni sociali, culturali o storici specifici e di

poterli influenzare. Se la teoria sociologica intercetta un pubblico di specialisti (dandoli per

scontato), la teoria sociale si riferisce a un pubblico più vasto ed eterogeneo (accademici, policy-

makers, attivisti, legislatori ecc.) per aprirsi a correzioni e a reciproche e feconde contaminazio-

ni. Questo lavoro vuole rispondere, nel rispetto dell’analisi scientifica e di un programma di

ricerca rigoroso sui temi *, alle esigenze di un sempre più necessario ed emergente eserci-

GLBT

zio di giustizia sociale e sessuale e di coinvolgimento della società civile sui temi del transessua-

lismo e del transgenderismo. Iniziare a riflettere su come le sessualità vengano descritte e rappre-

sentate nei discorsi pubblici (dei media, delle istituzioni, delle religioni e delle chiese) e come

vengano utilizzate all’interno di queste rappresentazioni, non può esimerci da un’analisi delle

esperienze vissute e incorporate delle persone trans*. Aggiungeremmo qualcosa in più sicura-

mente, animando un dibattito e un programma di ricerca assai necessario all’interno della nostra

comunità e della società civile, guardando piuttosto come la violenza come imperativo cultura-

le sovente investa persino religione e morale, travolte dal desiderio di credere e dal consumo di

fede anche a scapito delle libertà individuale, della dignità della persona, delle sue emozioni,

del suo corpo. In tal caso si apprezzerebbe il progetto tra(n)s-formativo della teoria sociale, e

quanto questa possa funzionare come agente di mutamento sociale nella vita quotidiana.

Note

1. Si tratterebbe di delineare una storia dell’invisibilità delle persone nella sociologia, di attori sociali impre-

GLBT

@

visti, e, pertanto, negati (Cohen, 2002).

2. Sui temi della naturalizzazione dell’omosessualità e i processi di de-naturalizzazione di maschilità e femminilità

@

analizzati in chiave storico e critico-letteraria si rinvia a Pustianaz (2004).

3. Alcuni studiosi utilizzano come termine-ombrello quello di “transgender” per individuare le diverse fenome-

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nologie. 144


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Sociologia della Devianza, tenute dal Prof. Cirus Rinaldi, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta una panoramica della sociologia del transgenderismo.
Parole chiave: transessualismo, queer theory, cambiamento di sesso, transfobia, vittimizzazione, studi legali in proposito.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della Devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Rinaldi Cirus.

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