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3- FINO A CHE PUNTO LA DEVIANZA E’ RELATIVA.

La devianza viene considerata come una qualità di determinati comportamenti la quale deriva dal

significato che i membri di una collettività attribuiscono a tali comportamenti. C’è da dire comunque

che le risposte che la collettività dà a determinati comportamenti variano nel tempo e nello spazio

ed è per questo motivo che un atto può essere considerato “deviante”solo facendo riferimento al

contesto socio – culturale in cui esso si manifesta. In altri termini possiamo dire che il concetto di

“devianza” è un concetto relativo. In particolar modo la devianza viene definita relativa in tre sensi

diversi:

1) Un comportamento può essere considerato deviante in una situazione e non in un’altra in

effetti nessuno può vietare ad un uomo e ad una donna di avere atteggiamenti intimi in una

camera da letto o in un albergo ma nel momento in cui ciò avviene all’aperto, sotto gli occhi

di tutti, esso viene considerato un comportamento deviante condannabile penalmente,

proprio come sancisce l’articolo 527 del codice penale all’interno del quale si parla di atti

osceni in luogo pubblico;

2) Un comportamento può essere giudicato deviante anche a seconda del ruolo che svolge

chi lo attua. Per chiarire meglio il concetto prendiamo in considerazione l’omicidio.

Quest’ultimo viene considerato un reato molto grave ed è condannabile penalmente

dall’articolo 575 del codice penale il quale sancisce che chi cagiona la morte di un uomo è

punito con una reclusione non inferiore a ventuno anni. Vi sono però delle eccezioni in

quanto l’articolo 53 del medesimo codice sancisce che non è punibile il pubblico ufficiale

che, per adempiere al suo dovere, fa uso o ordina di far uso di armi (in altri termini in

questo caso l’omicidio non è punibile in virtù del ruolo di pubblico ufficiale ricoperto dal

soggetto);

3) Un comportamento può, infine, essere considerato deviante in un determinato paese o in

un determinato periodo storico ed essere invece accettato in un altro paese o in un altro

periodo storico. A questo proposito Norbert Elias ha mostrato come in Europa, in epoca

medioevale, comportamenti come soffiarsi il naso nella tovaglia, sputare per terra o lasciare

urine e feci sulle scale e nei corridoi erano considerati dei comportamenti normali e come

poi a partire dal 1500 la situazione è pian piano cambiata in quanto si è avuta una

progressiva affermazione delle buone maniere. Ma un altro esempio di relativismo della

devianza in questo senso può essere anche quello relativo ai diversi atteggiamenti che nel

tempo si sono avuti nei confronti del tabacco, delle droghe, dell’alcool e del suicidio. Per

quanto riguarda invece la differenza tra paesi possiamo far riferimento al fatto che in molti

paesi africani, per un uomo è lecito avere più mogli mentre in Occidente questo è

considerato un comportamento deviante. In particolar modo l’ordinamento italiano, prevede

per tale comportamento, la reclusione da uno a cinque anni (art. 556 del codice penale):

In generale, questa concezione relativistica della devianza è stata sostenuta con forza soprattutto

negli ultimi trent’anni da molti scienziati sociali. Nonostante questa proprietà della devianza è

sbagliato pensare che tutte le norme sociali e tutte le forme di devianza siano relative. In effetti,

nell’ultimo secolo, sono state condotte una serie di ricerche quali hanno dimostrato che vi sono

degli atti che sono stati condannati sempre e ovunque. Parliamo in questo caso di quattro atti in

particolare: 1) L’incesto;

2) Furto ai danni di una persona;

3) Ratto e stupro di una donna sposata;

4) Uccisione di un membro del proprio gruppo.

4- CREDENZE E TRATTI FISICI DEVIANTI.

Se prendiamo in considerazione la concezione più ampia del concetto di devianza notiamo, come

detto prima, che deviante può essere non solo un comportamento ma anche una credenza o

un’anomalia fisica.

Per quanto riguarda le credenze si parla di devianza cognitiva nel momento in cui una o più

persone hanno idee, principi, concezioni della vita e del mondo che violano una regola o una

norma e che per questo vengono considerati inaccettabili dalla maggior parte della collettività. Nel

corso della storia, le forme di devianza cognitiva più diffuse sono state quelle di natura religiosa. In

effetti basta ricordare come cristiani, ebrei, musulmani e capi di altre religioni molto spesso hanno

gridato più volte lo scandalo isolando chi lo commetteva. Oggi, nei paesi occidentali tutte le

confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge e ciò viene sancito in particolar

modo dall’articolo 8 della nostra costituzione. Nonostante vi si sia avuta questa conquista, oggi, nei

paesi occidentali sono altre forme di devianza cognitiva come ad esempio la credenza agli Ufo.

Per quanto riguarda invece le anomalie fisiche esse possono essere di due tipi:

1) Del primo tipo fanno parte tutti quei tratti della persona che non rispettano le norme

estetiche riguardanti l’altezza, il peso, i lineamenti, il colore della pelle e dei capelli.

Rientrano in questa categoria di devianti i nani, gli obesi, gli albini o chi ha delle vistose

macchie o cicatrici;

2) Del secondo tipo fanno parte tutti quei limiti nella capacità di camminare, vedere e udire. In

questo caso sono considerati devianti i paralitici, i ciechi e i sordi.

Per molto tempo, soggetti con anomalie fisiche sono state isolate, discriminate e derise. Basti

pensare che nel passato i neonati deformi venivano considerati come presagi di sventure e quindi

uccisi. C’era poi chi pensava che un grave difetto fisico fosse in realtà una punizione divina o

segno di colpe morali. Oggi, fortunatamente, nei paesi occidentali la situazione è cambiata infatti è

molto raro che le persone con anomalie fisiche siano demonializzate. Oggi l’atteggiamento

prevalente nei confronti di queste persone è molto ambivalente in quanto si presenta come un

misto tra senso di superiorità, di disprezzo, di pietà e di condiscendenza.

5- STIGMATIZZAZIONE E DIFESA DELLO STIGMA.

Nell’antica Grecia il termine stigma veniva utilizzato per indicare quei segni che venivano incisi nel

corpo di una persona per rendere noto a tutti che essa era uno schiavo, un criminale o un traditore.

Nel 1963 il sociologo americano Erving Goffman ha utilizzato questo termine per analizzare la

devianza. In particolar modo egli ha definito lo stigma come un attributo profondamente screditante

che trasforma chi lo ha da persona normale a persona segnata e disonorata.

Negli ultimi quarant’anni sono state condotte una serie di ricerche in questo campo le quali hanno

rilevato che vi sono quattro modi attraverso il quale di realizza il processo di stigmatizzazione:

1) La prima modalità consiste nello scegliere delle differenze considerate essenziali tra i

diversi individui. In questa prospettiva tratti come il colore della pelle, le caratteristiche

fisiche o la fede religiosa possono diventare delle etichette che servono per classificare

gruppi contrapposti;

2) La seconda modalità si realizza collegando stereotipi negativi a queste etichette

attribuendo così agli individui che hanno tali etichette delle caratteristiche indesiderabili;

3) La terza modalità si realizza nel momento in cui ci si convince che le persone stigmatizzate

sono diverse da noi;

4) La quarta ed ultima modalità si realizza quando la persona stigmatizzata subisce una

perdita di status e viene colpita da diversi tipi di sanzione.

I devianti possono reagire a questo processo di stigmatizzazione in molteplici modi. Alcuni tendono

ad accettare la considerazione che gli altri hanno di loro, la interiorizzano e finiscono poi per

disprezzarsi e per odiarsi. In genere però molti devianti cercano di non essere delle vittime passive

e cercano di difendersi in vari modi ossia:

1) Nascondendo gli atti, le idee o i tratti fisici che suscitano reazioni negative negli altri. Un

esempio in questo senso possono essere gli eroinomani, che indossano abiti che tendono

a coprire le loro bucature, e gli omosessuali i quali confidano la loro vera identità solo a

poche persone. Tuttavia la possibilità di nascondere l’atto deviante può essere sfruttata in

maniera efficace dal cosiddetto screditabile e meno dallo screditato. Questa distinzione è

stata introdotta da Goffman; quando parliamo di persona screditabile facciamo riferimento a

persone il cui stigma non è di immediato dominio pubblico (es: prostitute, tossicodipendenti,

alcolizzati etc..), mentre quando parliamo di persona screditata facciamo riferimento a

persone i cui tratti negativi sono facilmente percepibili e riconoscibili dagli altri come ad

esempio la cecità, la sordità, l’obesità etc..

2) Attuando tecniche di neutralizzazione ossia convincendosi che vi sono dei buoni motivi per

non rispettare una determinata norma. In questa prospettiva, chi commette un atto deviante

può arrivare a negare di essere responsabile della propria condizione e dei propri atti

riconducendo tutto a forze esterne fuori dal suo controllo, oppure può sostenere che i propri

atti non provocano gravi conseguenze;

3) Cercando sostegno e conforto fra coloro che si ritrovano nella medesima situazione. Un

esempio a questo proposito può essere quello degli omosessuali i quali negli anni hanno

creato una rete di associazioni e di organizzazioni volte a rafforzare la loro identità.

4) Cambiando condizione di vita cercando in tal modo di cancellare lo stigma.

6- L’ORGANIZZAZIONE SOCIALE DELLA DEVIANZA.

I devianti, durante la loro vita, devono far fronte a molteplici problemi pratici. In effetti essi devono:

1) Disporre di risorse di diverso genere;

2) Avere una propria ideologia per poter giustificare a se stessi il loro comportamento

deviante;

3) Essere in grado di difendersi dagli altri in particolar modo da coloro i quali hanno

professionalmente il compito di far rispettare la legge;

Per poter far fronte a questi problemi, i devianti, generalmente si servono dell’aiuto di altre persone

che si trovano nella loro medesima situazione dando vita ad un’organizzazione sociale deviante.

Questa forma di organizzazione presenta quattro caratteristiche fondamentali:

1) La frequentazione reciproca;

2) L’associazione per poter compiere atti devianti;

3) Un’elaborata divisione del lavoro;

4) La presenza di un’organizzazione estesa nello spazio e nel tempo;

In base alla presenza delle diverse caratteristiche, possiamo distinguere cinque forme diverse di

organizzazione sociale deviante:

1) Solitari: sono coloro che per risolvere i problemi pratici si basano esclusivamente sulle

proprie forze. Esempi tipici di solitari sono molti suicidi ed omicidi, coloro i quali stuprano le

donne, coloro che falsificano assegni bancari oppure coloro i quali commettono un reato di

appropriazione indebita (appropriazione di denaro altrui per ricavarne un ingiustificato

profitto);

2) Colleghi: sono coloro che commettono da soli gli atti devianti ma che nel tempo libero si

riuniscono per discutere di questioni di interesse comune. Esempi tipici di colleghi sono le

prostitute, i magnaccia o i pirati informatici. A differenza dei solitari, i colleghi, condividono

la stessa subcultura la quale viene trasmessa a coloro che vogliono entrare a far parte del

loro mondo. Queste persone hanno in comune un gergo, un vocabolario di parole speciali e

un insieme di schemi per interpretare le loro attività;

3) Pari: sono coloro i quali commettono atti devianti insieme collaborando in modo attivo. I

gruppi che essi creano sono caratterizzati da rapporti informali ed ugualitari fra i

componenti, e dalla mancanza di divisione del lavoro. uno dei compiti di questo tipo di

gruppo è quello di reclutare e di formare i nuovi arrivati trasmettendo loro la subcultura che

il gruppo condivide. Esempi tipici di questa organizzazione sociale deviante sono le bande

giovanili e gruppi di tossicodipendenti che attraverso la creazione di un gruppo riescono ad

entrare più facilmente in contatto con li spacciatori;

4) Squadre: sono coloro i quali, a differenza dei pari, operano attraverso una divisione del

lavoro. Le persone appartenenti ad una squadra non si limitano a commettere gli atti

devianti insieme ma lo fanno anche svolgendo dei ruoli specializzati che richiedono

conoscenze specifiche. Spesso, sono organizzati in squadre i rapinatori di banche ed i

borseggiatori;

5) Organizzazione formale: rappresenta la forma di organizzazione dei devianti più

complessa ed è costituita da un insieme di persone che mirano a raggiungere determinati

obiettivi coordinando i componenti del gruppo attraverso un sistema di norme e di

procedure. Questa forma di organizzazione è molto numerosa e tutte le persone che ne

fanno parte cooperano tra di loro anche a distanza e per un lungo periodo di tempo. Inoltre

al suo interno è presente una divisione del lavoro ed una struttura gerarchica all’interno

della quale ognuno occupa una specifica posizione e svolge quindi un determinato ruolo.

Uno dei ruoli principali è quello di reclutare nuovi componenti e sostituirli nel momenti in cui

lascino il gruppo in modo da far sopravvivere l’organizzazione il più a lungo possibile.

7- LE TEORIE DELLA DEVIANZA E DELLA CRIMINALITA’.

Nell’ultimo secolo gli scienziati sociali hanno condotto molteplici ricerche sulla devianza dando vita

ad un gran numero di teorie. Oggi le teorie più note in quest’ambito sono nove e sono tra loro

molto diverse in quanto:

1) Si occupano di forme di devianza diverse;

2) Si pongono interrogativi diversi;

3) Seguono strade diverse di ricerca e giungono quindi a risposte diverse.

Relativamente all’ultimo punto, le teorie relative alla devianza possono essere distinte in due

grandi gruppi ai quali sottostanno due correnti di pensiero contrapposte: la teoria classica e la

teoria positiva.

In particolar modo, la scuola classica è nata a metà del 1700 e ha avuto come principali esponenti

Cesare Beccaria e Jeremy Bentham. È una teoria questa che è entrata in crisi un secolo dopo la

sua nascita riacquistando però notevole importanza nell’ultimo trentennio. Secondo questa scuola

di pensiero tutti gli uomini e le donne sono esseri dotati di libero arbitrio, razionali e calcolatori, e

agiscono seguendo i propri interessi, ricercando il piacere e cercando di fuggire dal dolore. Proprio

per questa loro natura, per essi, violare le norme rappresenta un fatto naturale in quanto ciò gli

permette di ottenere quello che vogliono in modo rapido. In questa prospettiva i reati non sono il

risultato di fattori esterni ma derivano da un’azione intenzionale che l’individuo mette in atto

attivamente. Se una persona, quindi, decide di commettere un qualsiasi reato è perché pensa che i

benefici che esso comporta sono superiori ai costi. Proprio in virtù di questo pensiero, per poter

ridurre in modo effettivo la criminalità, è importante convincere i cittadini che le pene previste per i

reati sono superiori ai benefici che ne ricaverebbero in quanto esse sono rapide, sicure e severe.

Sempre secondo questa scuola di pensiero, chi si dedica ad un’attività illecita non ha delle

caratteristiche diverse dagli altri in quanto tutti, nella società, agiscono per ricercare il guadagno, il

potere, il prestigio ed il potere.

La scuola positiva, invece, sostiene che chi commette un reato non lo fa perché lo vuole ma

perché agisce per un impulso irresistibile che può nascere da fattori biologici, psicologici o sociali.

In questa prospettiva, se una persona commette un reato è per motivi genetici, o perché presenta

uno scarso autocontrollo oppure perché è stato educato all’interno di una subcultura delinquente.

In virtù di ciò, tale scuola di pensiero afferma che fra coloro i quali commettono reati e gli altri vi

sono delle differenze sostanziali di natura biologica, psicologica o sociale.

7.1. LE SPIEGAZIONI BIOLOGICHE.

Dal momento in cui sono nate le scienze sociali sono state elaborate molteplici teorie che

associano i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche degli individui. Secondo

i sostenitori di questo tipo di teorie i criminali sono degli individui diversi dagli altri e se in passato si

pensava che il fattore biologico determinasse il profilo criminale oggi si ritiene che la presenza di

determinati tratti biologici faccia semplicemente aumentare la probabilità che una persona

commetta dei reati senza quindi essere determinante.

Uno dei primi studiosi che ha fornito una spiegazione biologica della devianza è stato Cesare

Lombroso, medico e psichiatra vissuto nel secolo scorso, il quale considerava la costituzione fisica

la più potente causa di criminalità. Egli attribuiva particolare importanza al cranio non trascurando

però le altre parti del corpo. A partire dalle sue ricerche egli sosteneva che il “delinquente nato” era

caratterizzato da una testa piccola, da una fronte sfuggente, da zigomi pronunciati, da un naso

torto, da un viso pallido o giallo e da barba rada. Inoltre egli, profondamente influenzato dalle teorie

di Darwin affermava che il “delinquente nato” presenta delle caratteristiche simili a quelle degli

animali inferiori e dell’uomo primitivo le quali rendono difficile il suo adattamento alla società e lo

spingono quindi a commettere reati.

La teoria di Lombroso fu profondamente criticata e proprio perché ebbe scarsa fortuna lo stesso

autore, nei suoi ultimi anni di vita, la modificò sostenendo che i cosiddetti “delinquenti nati”, in

realtà, rappresentavano solo un terzo di coloro che infrangevano le norme e che l’atto criminale

derivava quindi da una molteplicità di fattorie non solo da quello biologico. Nonostante le forti

critiche nei confronti di questo tipo di teorie, la volontà di spiegare la devianza e la criminalità

attraverso i fattori biologici non ha smesso di esistere infatti nel 1940 un importante contributo è

stato offerto dal medico e psicologo americano William H. Sheldon. Quest’ultimo sosteneva che vi

erano tre tipi di costituzione fisica a ognuna delle quali corrispondeva una personalità diversa:

1) Tipo endomorfo: caratterizzato da un corpo ben ricoperto di grasso, soffice, tondeggiante,

da ossa piccole, arti corti, pelle morbida e vellutata. Caratterialmente, chi ha questa

costituzione fisica tende ad essere socievole, accomodante e indulgente con se stesso;

2) Tipo mesomorfo: caratterizzato da tronco imponente, torace robusto e grande massa di

muscoli e solide ossa. Caratterialmente chi ha questa costituzione si presenta attivo,

dinamico, irrequieto, aggressivo, energico e instabile;

3) Tipo ectomorfo: caratterizzato da un corpo magro, fragile, delicato, da ossa piccole e da

spalle curve. Caratterialmente l’uomo con tale costituzione fisica si presenta introverso,

ipersensibile, nervoso e sofferente di insonnia e di allergie.

Secondo Sheldon in ogni individuo sono presenti tratti di tutti e tre tipi e ciò che rende una persona

diversa dall’altra è il peso che tali caratteristiche hanno. In questa prospettiva gli individui

mesomorfi hanno maggiori probabilità di diventare criminali rispetto alle altre due categorie.

Nell’ultimo ventennio, invece, la teoria biologica è stata riformulata su nuove basi. In questo

contesto la tendenza degli individui a commettere reati è stata associata ad alcune forme di

anormalità genetica tra cui la cosiddetta sindrome XYY. Secondo le nuove teorie, infatti, può

accadere, anche se raramente, che delle persone presentino 47 cromosomi invece di 46; se il

cromosoma in più è quello X non succede nulla di rilevante mentre nel momento in cui il

cromosoma in più è quello Y vi è probabilità che queste persone commettano un reato.

7.2. LA TEORIA DELLA DISORGANIZZAZIONE SOCIALE.

Secondo la teoria della disgregazione sociale la criminalità è una caratteristica che appartiene non

alle singole persone ma ai gruppi a cui esse appartengono. Il primo sostenitore di questa tesi è

stato l’astronomo e matematico belga Adolphe Quètelet il quale, nel 1827, analizzando la

distribuzione geografica dei reati commessi in Francia, ha rilevato che vi erano notevoli differenze

tra le varie zone e che tali differenze rimanevano stabili nel tempo.

L’elaboratore di tale teoria è stata però la Scuola di Chicago costituita da un gruppo di studiosi del

dipartimento di sociologia dell’università di Chicago guidato da Robert E. Park e Ernest W.

Burgess. Nei primi decenni del 1900 questo gruppo di studiosi ha condotto una serie di ricerche

sulla città di Chicago per analizzare le conseguenze di processi come l’industrializzazione,

l’urbanizzazione e l’immigrazione. Durante queste ricerche tali studiosi hanno suddiviso Chicago in

cinque zone concentriche:

1) Zone più interne dove venivano svolte attività industriali e commerciali;

2) Zone di transizione dove erano presenti le case più povere e dove risedevano gli immigrati

di diversi gruppi etnici;

3) Zone più esterne dove si trovavano i quartieri degli operai specializzati e dei ceti medi;

Questo modello è stato poi ripreso da altri due sociologi di Chicago: Clifford R. Shaw e Henry D.

McKay per lo studio della criminalità nella città. Essi, in particolar modo, calcolando il tasso di

delinquenza, (rapporto fra numero degli autori di reato residenti in un’area e il totale della

popolazione dell’area in questione) hanno rilevato che questo tasso era più elevato nella zona di

transazione e meno elevato nelle zone esterne. Questo dato induceva a pensare che il valore del

tasso di delinquenza delle diverse zone fosse dovuto non alle caratteristiche dei singoli individui

che vi abitavano ma alla struttura sociale di esse e in particolar modo al livello di integrazione e di

organizzazione sociale. Le ricerche dei due sociologi rilevarono che la criminalità era maggiore

nelle aree più povere, più eterogenee dal punto di vista culturale ed etnico e con una popolazione

più mobile e instabile. Secondo i due sociologi però, fattori come la povertà, l’eterogeneità culturale

e l’instabilità non rappresentavano le cause dirette della criminalità in quanto tra essi vi è una

variabile intermedia ossia la disorganizzazione sociale. Quest’ultima è definibile come l’incapacità,

da parte dei residenti di un quartiere, di convivere, di associarsi e di cooperare tra di loro vista

l’assenza di forti legami. Quest’incapacità, a sua volta, è dovuta all’eterogeneità etnica, la quale

rende difficile il formarsi di un sistema di valori comuni, alla povertà e all’instabilità residenziale le

quali scoraggiano il processo di identificazione dell’individuo con il quartiere. Questa situazione,

quale rende difficile l’attuazione di un controllo sociale, secondo i due sociologi americani favorisce

la criminalità. 7.3. LA TEORIA DELLA TENSIONE.

Nel 1800 il sociologo francese Emile Durkheim sosteneva che determinate forme di devianza

fossero dovute principalmente all’anomia ossia all’assenza di norme sociali volte a regolare i

comportamenti umani. Questo pensiero è stato poi ripreso sessant’anni fa dal sociologo Robert

Merton il quale, attraverso un riadattamento della teoria di Durkheim ha sostenuto che la devianza

è un fenomeno dovuto a situazioni di anomia le quali a loro volta derivano da un contrasto tra la

struttura culturale, la quale sancisce i fini che l’individuo deve raggiungere, e la struttura sociale, la

quale consiste nella distribuzione reale delle opportunità necessarie per raggiungere i fini in

questione, in una data società. C’è da precisare che Merton, pur prendendo in considerazione il

concetto di anomia utilizzato precedentemente da Durkheim, attribuiva ad esso un significato

diverso. In effetti se per Durkheim l’anomia e la devianza erano dovute alla mancanza di norme,

per Merton esse nascevano proprio dall’esistenza di norme forti che si pongono in contrasto con la

struttura sociale. Oggetto di studio di Merton è stata la società americana all’interno della quale le

norme indicano il successo economico come fine da raggiungere per ottenere stima e

considerazione sociale. Secondo Merton è la società che decide quali sono i mezzi leciti per poter

raggiungere un fine e nel caso della società americana la presenza di criminalità è dovuta al fatto

che essa valorizza maggiormente i fini rispetto ai mezzi con cui essi vengono raggiunti. In questo

contesto quindi, ciò che in questo tipo di società conta è arrivare ad un successo economico e

poco importa in che modo ci si arrivi.

Prendendo spunto sempre da quest’oggetto di studio Merton sosteneva che in ogni società, gli

individui, per adattarsi a questo contrasto tra mezzi e fini possono scegliere tra cinque modalità di

comportamento:

1) Conformità: consiste nell’accettazione, da parte dell’individuo, sia dei fini culturali che dei

mezzi previsti per raggiungerli;

2) Innovazione: modalità di comportamento caratterizzata da un’adesione ai fini e da un

rifiuto dei mezzi previsti dalla legge per raggiungerli;

3) Ritualismo: modalità di comportamento utilizzata da chi sceglie di non perseguire fini ma

rimane comunque attaccato alle norme relative ai mezzi;

4) Rinuncia: ai fini e ai mezzi utilizzati per perseguirli;

5) Ribellione: modalità di comportamento consistente nel rifiuto dei fini e dei mezzi e nella

loro sostituzione con ulteriori fini e mezzi;

La teoria di Merton è stata nel tempo ripresa, discussa e riformulata più volte. Studiosi che hanno

cercato di approfondire tale teoria sono stati Albert Cohen, Richard Cloward e Lloyd Ohlin. Tutti

questi studiosi si occupano della delinquenza e delle bande giovanili ma nonostante il medesimo

oggetto di studio essi presentano delle impostazioni di ricerca diverse. In particolar modo Albert

Cohen condivide con Merton l’idea che la devianza sia un fenomeno strutturale e che i giovani

appartenenti alla classi sociali più basse siano sottoposti ad un livello di tensione più elevato

rispetto agli altri, ma a differenza del sociologo americano egli pensa che la fonte principale di tale

tensione sia la difficoltà che egli hanno nel raggiungere non tanto il successo finanziario ma lo

status ossia la stima e la considerazione sociale. In particolar modo, secondo Cohen, i problemi di

questi giovani iniziano nel periodo in cui essi iniziano a frequentare la scuola, un’istituzione che

nega, disprezza e scoraggia tutto ciò che tali ragazzi hanno imparato nell’ambito familiare

(impulsività, aggressività, basso livello di aspirazione etc..). Tale negazione fa si che i ragazzi non

trovino nella scuola stima e riconoscimento sociale e che vadano quindi a ricercare ciò al di fuori

del contesto scolastico in particolar modo tra i compagni che condividono i loro stessi valori e i loro

problemi, e nelle bande criminali che rappresentano la negazione della cultura della classe media.

Cloward e Ohlin, invece, della teoria di Merton condividono l’idea che la principale fonte di

frustrazione e di tensione per i giovani appartenenti alle classi sociali più basse sia la difficoltà di

raggiungere il successo finanziario ma a differenza del sociologo americano pensano che non tutti

i giovani che non riescono a raggiungere tale successo riescano poi ad avere successo nelle

attività criminali. In effetti, secondo i due studiosi, anche le opportunità criminali sono distribuite in

modo diseguale tra i giovani delle classi svantaggiate. In questa prospettiva i giovani possono

avere tre opportunità:

1) Entrar a far parte di una subcultura criminale quale prevede la presenza, nel quartiere, di

gangster professionisti notevolmente rispettati dalla popolazione;

2) Entrar a far parte di una subcultura del conflitto, un opportunità questa che subentra nel

momento in cui non è possibile la prima e quale permette al giovane di far parte di bande


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia criminale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Lanna Michele.

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