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2) Al grado di integrazione sociale delle persone quale diminuisce nella vecchiaia in particolar

modo nel momento in cui il soggetto va in pensione e crescono le probabilità di rimanere

vedovi.

Negli ultimi quarant’anni, tuttavia, vi si sono avuti dei profondi cambiamenti a riguardo. In effetti, a

partire dal 1960 fino alla metà degli anni 90, in molti paesi occidentali, si è avuto un aumento del

tasso di suicidio dei giovani con età compresa tra i 15 e i 24 anni, un aumento questo, che ha

riguardato soprattutto il genere maschile. Secondo molti studiosi questo cambiamento si è avuto

per tre motivi:

1) Perdita di valori dovuta al processo di secolarizzazione quale ha comportato un declino

dell’importanza della religione nella società e di conseguenza nei giovani;

2) Aumento, nell’ultimo decennio e in molti paesi occidentali, di giovani affetti da depressione

o da altri disturbi psichici che aumentano il rischio di suicidio;

3) Diminuzione del grado di integrazione sociale dei giovani. In questa prospettiva alcuni

studiosi hanno associato l’aumento dei suicidi tra i giovani alla diminuzione del cosiddetto

capitale sociale ossia quella struttura di relazioni fra persone e durevole nel tempo, che

favorisce la cooperazione, la reciprocità e la fiducia tra i vari membri della società. Altri

studiosi, invece, hanno ipotizzato che la diminuzione di integrazione sociale dei giovani sia

dovuta alle trasformazioni che hanno investito la famiglia. In effetti, a tal proposito, è stato

rilevato che nel periodo di analisi un crescente numero di giovani è vissuto con genitori

separati o divorziati.

Tuttavia, queste tre ipotesi non bastano per poter spiegare con certezza i cambiamenti che vi sono

stati nella frequenza con cui i giovani si uccidono.

7.4. LA RELIGIONE.

Il quarto fattore sociale da cui dipende il suicidio è la religione. A suo tempo Durkheim sosteneva

che la religione riduceva il tasso di suicidio in quanto essa svolgeva una funzione di regolazione

sociale. In questo periodo storico però furono rilevate delle differenze tra le varie confessioni infatti

i protestanti presentavano un tasso di suicidio più alto rispetto ai cattolici e agli ebraici i quali

avevano il tasso di suicidio più basso. In questo contesto si ipotizzò che la differenza tra protestanti

e cattolici fosse dovuta ad una minor integrazione sociale della chiesa protestante rispetto a quella

cattolica e ciò veniva dimostrato dal fatto che alla maggior coesione della comunità ebraica si

associava un basso numero di suicidi.

Nell’ultimo secolo la questione relativa al rapporto tra religione e suicidio è stata affrontata da

studiosi che sono giunti a conclusioni molto diverse rispetto al pensiero di Durkheim. In particolar

modo, alcuni studiosi hanno sostenuta che nella relazione tra religione e suicidio vi è una variabile

intermedia quale è il livello di sviluppo economico; in questa prospettiva, tali studiosi sostenevano

che se le regioni d’Europa con un numero maggiore di protestanti avevano il tasso più alto di

suicidio non era perché la loro chiesa non era riuscita ad integrarsi bensì perché tali regioni erano

le più sviluppate dal punto di vista economico e ciò favoriva le morti volontarie. Altri studiosi,

invece, hanno ipotizzato che la variabile intermedia fosse la stabilità coniugale; in questa

prospettiva il tasso di suicidio si presentava più elevato tra i protestanti e meno tra i cattolici perché

i loro matrimonio finivano più frequentemente.

Ulteriori ricercatori hanno invece affermato che questa differenza tra protestanti e cattolici, nel

corso del 1900, si è gradualmente ridotta fino a scomparire e questo perché le due chiese sono

diventate più simili tra loro.

Ma oltre al cattolicesimo e al protestantesimo l’attenzione è stata focalizzata anche sull’islamismo

quale presenta dei tassi di suicidio notevolmente bassi. In un primo momento si è pensato che ciò

fosse dovuto al fatto che i musulmani hanno un sistema di parentela molto solido ma questa

ipotesi è stata presto smentita in quanto anche in India è presente un sistema del genere ma i tassi

di suicidio sono più elevati. Si è iniziato quindi a pensare che l’islamismo scoraggi il suicidio non

tanto perché lo condanna, proprio come le altre religioni, ma perché è una religione che,

vincolando i fedeli a vari rituali di preghiera, li integra in modo equilibrato all’interno della comunità.

7.5. LA CLASSE SOCIALE.

Nel 1879 Enrico Morselli, attraverso le sue ricerche, rilevò che in Italia vi era una stretta relazione

tra frequenza del suicidio e la classe sociale di appartenenza. In particolar modo egli osservò che il

suicidio era più frequente quanto più elevata era la classe sociale di appartenenza. In questa

prospettiva la classe sociale dove il suicidio era più frequente era quella con alti livelli di istruzione

seguita dalla categoria degli operai industriali. Venti anni dopo le rilevazioni di Morselli anche

Durkheim giunse alle medesime conclusioni sostenendo che se il suicidio era più frequente tra le

classi elevate era perché la misera, soprattutto nel momento in cui diventava un’abitudine,

proteggeva dal suicidio.

Nella seconda metà del 1800 vi fu un riesame dei dati fino ad allora rilevati e molti studiosi

giunsero alla conclusione che in Europa, in quel periodo storico, il suicidio era molto più frequente

ai due estremi della piramide sociale ossia tra le professioni liberali e tra il sottoproletariato.

La situazione fin ora riportata è andata modificandosi nel corso del 1900. In effetti, in questo

periodo, il tasso di suicidio cresceva al decrescere del livello di reddito e di prestigio

dell’occupazione svolta. Ancora oggi, le ricerche confermano questo dato e sostengono che ciò sia

dovuto al fatto che, al di sopra di un certo limite, le difficoltà finanziarie possono provocare un

aumento del consumo di alcol, un fenomeno questo che può incidere negativamente sul rapporto

di coppia e noi sappiamo che sia l’alcolismo che il divorzio sono fattori di rischio per il suicidio.

Un’ulteriore motivo per cui il tasso di suicidio risulta maggiore nelle classi sociali più svantaggiate

può essere la disoccupazione la quale si pone come fattore di rischio per il suicidio.

7.6. IL CARCERE.

Il carcere è sempre stato il luogo in cui si commettono più suicidi. Si è iniziato a sospettare ciò

verso la fine del 1600 ma prove sicure risalgono a tre indagini condotte in Inghilterra tra il 1880 ed

il 1913. Tali ricerche rilevarono che il carcere aveva un tasso di suicidio quattro volte superiore a

quello del resto della popolazione. Ricerche condotte nell’ultimo mezzo secolo hanno mostrato che

questo dato è valido ancora oggi un po’ in tutti i paesi. Anzi, relativamente ad oggi, è possibile dire

che il tasso di suicidio nelle carceri è ulteriormente aumentato; in Italia, ad esempio, negli istituti

penitenziari ci si uccide quindici volte di più che fuori. Simile, per non dire addirittura peggiore, è la

situazione negli altri paesi occidentali.

Molti studiosi hanno cercato di spiegare perché nelle carceri i suicidi sono più frequenti giungendo

a due conclusioni:

1) Nelle carceri i suicidi sono più frequenti perché esse sono costituite da una popolazione, i

detenuti, con delle caratteristiche particolari che la rendono più vulnerabili alla morte

volontaria. I più a rischio sembrano essere i tossicodipendenti, coloro i quali soffrono di

depressione o altri disturbi psichici e coloro i quali entrano per la prima volta in un istituto

penitenziario;

2) La frequenza di suicidi nelle carceri è dovuta all’ambiente di tali istituti le cui caratteristiche

spingono chi vi vive a togliersi la vita. Erving Goffman, nel XX secolo, definiva il carcere

come un istituzione totale in quanto esso esercita un controllo totale e continuo dei

comportamenti degli individui che ne fanno parte riducendo al minimo la loro libertà. In

effetti all’interno di questi istituti tutta la vita dell’individuo trascorre sempre negli stessi

luoghi, sotto la stessa autorità, a stretto contatto con gli altri e facendo sempre le medesime

cose negli stessi momenti. In altri termini il carcere cambia radicalmente la vita

dell’individuo quale si ritrova lontano dalla sua famiglia, lontano dalle sue abitudini e ciò

produce, nell’individuo stesso, un senso di sfiducia, di paura, di inadeguatezza quale

induce inevitabilmente al suicidio.

Queste due ipotesi non sono tra loro concorrenti bensì rappresentano le due ragioni principali per

cui i detenuti si suicidano più frequentemente rispetto al resto della popolazione. C’è da precisare

però, relativamente alle caratteristiche ambientali delle carceri, che esse non sono uguali

dappertutto anzi è possibile riscontrare notevoli differenze relativamente alle regole, al personale di

custodia e alle risorse disponibili. Sono proprio questi ultimi gli aspetti che incidono sulla frequenza

delle morti volontarie. Proprio relativamente all’ambiente carcerario sono state condotte una serie

di ricerche quali hanno rilevato che i suicidi sono più numerosi in quegli istituti dove vi è

sovraffollamento ossia dove vi è un numero di detenuti rispetto ai posti disponibili. In effetti un

carcere sovraffollato comporta per i detenuti una riduzione dello spazio, un aumento notevole del

rumore, una notevole disorganizzazione rendendo così la vita ancora più faticosa e stressante.

Inoltre con il sovraffollamento risulta più difficile occuparsi in maniera adeguata delle persone che

entrano per la prima volta in un istituto del genere ed è per questo che esse rappresentano la

categoria più a rischio. In effetti chi entra per la prima volta in un carcere è solitamente in preda ad

un forte stato d’ansia che spesso sfocia nella volontà di togliersi la vita. Nonostante ciò, comunque,

la relazione che vi è tra suicidio e sovraffollamento non sempre è chiara in quanto alcuni dati

hanno dimostrato che in Italia il tasso si suicidio all’interno delle carceri è risultato alto anche

quando non vi erano problemi di sovraffollamento.

A questo ambiente particolare i detenuti possono reagire in modi differenti e l’esistenza di una

pluralità di reazioni è stata dimostrata da una serie di ricerche condotte nel Regno Unito. Tali

ricerche hanno rilevato che la maggior parte dei detenuti che si uccidono appartengono a tre

diverse categorie:

1) La prima categoria, quella più numerosa, è costituita da persone con scarsa resistenza e

limitate capacità di coping ossia di controllo di quelle situazioni difficili. Sono persone,

queste, che hanno meno di trent’anni e che sono in carcere perché sono stati accusati di

furto o di spaccio di droga e presentano un forte senso di impotenza e di isolamento.

Queste persone, prima dell’entrata in carcere, hanno provato almeno una volta a togliersi la

vita oppure hanno commesso atti di autolesionismo;

2) La seconda categoria è costituita dai malati di mente quali presentano un forte senso di

perdita del controllo di sé;

3) La terza categoria, quale rappresenta il gruppo più piccolo, è costituita da quelle persone

condannate all’ergastolo o a pene molto lunghe e che hanno più di trent’anni. Esse, in tale

contesto, risentono di un forte senso di colpa e di mancanza di prospettive future.

7.7. I MEDIA E L’ EFFETTO WERTHER.

Si è sempre pensato che la pubblicizzazione dei suicidi da parte dei mass media influisse sul

comportamento del grande pubblico e avesse degli effetti imitativi. Questa concezione è stata

valorizzata soprattutto nel 1774, anno in cui lo scrittore Wolfgang Goethe pubblicò il suo romanzo

“I dolori del giovane Werther” quale narra la storia di un giovane che, innamoratosi di una donna

senza speranza, decide di uccidersi con un colpo di pistola alla testa. Questo romanzo ebbe un

enorme successo infatti fu letto da molteplici giovani europei i quali iniziarono ben presto ad imitare

il personaggio del libro. In effetti in poco tempo si diffuse l’idea che il libro di Goethe avesse

provocato un’epidemia di suicidi, un’idea questa, che però non è mai stata accertata. Questa

questione fu ripresa un secolo dopo da Gabriel Tarde il quale sostenne che l’imitazione era un

fenomeno che aveva una notevole importanza per la vita sociale e in particolar modo per i suicidi.

Rispetto a questa questione anche Durkheim espresse la sua tesi infatti, egli citò una serie di fatti

che testimoniavano come il suicidio può essere comunicato per contagio da una persona all’altra.

In questo contesto, la differenza tra le posizioni di Tarde e di Durkheim risedeva nel fatto che il

sociologo francese sosteneva che il contagio, nonostante fosse un fattore di rischio, aveva delle

conseguenze individuali e sporadiche, e non influiva quindi sul tasso di suicidio.

Molte ricerche condotte negli ultimi trent’anni ci inducono a pensare in maniera diversa da

Durkheim. in particolar modo esse hanno dimostrato come molto spesso i mezzi di comunicazione

di massa possano avere un effetto Werther ossia possano indurre il grande pubblico, attraverso i

loro racconti, i loro articoli etc.. ad imitare il gesto del suicidio. Questo effetto può essere provocato

quando i mass media non solo si occupano di suicidi reali ma anche quando essi derivano da

storie inventate. La variabile che in questo caso incide maggiormente sul grande pubblico non è

solo il tempo e lo spazio dedicato dai mass media a questo tipo di argomento ma il modo in cui

essi ne parlano; in questa prospettiva più il suicidio viene descritto in modo sensazionalistico più vi

è la probabilità che esso venga imitato da un numero elevato di persone.

Tuttavia, tutte le ricerche condotte fino ad oggi, relative alla relazione tra suicidio e mass media,

fanno riferimento solo agli effetti che i mass media producono in un breve periodo di tempo ossia

nel mese successivo ad un determinato evento infatti ancora oggi non si sa con certezza se essi

possano produrre effetti così devastanti anche in un lungo periodo. C’è peraltro da precisare che

gli effetti dei mass media incidono soprattutto su persone che per vari motivi si presentano molto

più vulnerabili e quindi potrebbero cedere al suicidio molto più facilmente. Inoltre, è molto più facile

che la persona imiti tale comportamento quando egli presenta le medesime caratteristiche del

personaggio suicida presentato dai media.

8 – DIFFERENZE FRA PAESI.

È stato rilevato che nel corso del 2000, in tutto il mondo, si sono tolte la vita circa un milione di

persone e che altri dieci milioni hanno tentato di farlo. Aldilà di questo dato, il tasso di suicidio varia

notevolmente a seconda dei paesi; a tal proposito grazie ai dati esistenti possiamo distinguere

cinque gruppi di paesi:

1) Il primo gruppo è costituito da pesi con un tasso di suicidio molto basso: paesi arabi,

Armenia e Filippine;

2) Il secondo gruppo è costituito da paesi con un tasso di suicidio basso: paesi dell’Europa

mediterranea, Regno Unito, Israele e molti paesi dell’America Latina;

3) Il terzo gruppo è costituito da paesi con un tasso di suicidio medio basso: Germania,

Olanda, Svezia, Stati Uniti, Canada, Australia e India;

4) Il quarto gruppo è costituito da parsi con un tasso di suicidio alto: Austria, Belgio, Francia,

Danimarca, Finlandia e Giappone;

5) Il quinto ed ultimo gruppo è costituito da paesi con un tasso di suicidio molto alto: Slovenia,

Ungheria, Russia, Estonia, Lettonia e Lituania.

A prescindere dalle differenze tra paesi i dati rilevano che oggi ci si uccide di più rispetto ad un

secolo e mezzo fa. Il caso più estremo, in questo contesto, sembra essere quello della Russia la

quale, fino al 1930 è rimasto il paese con il tasso di suicidio più basso mentre oggi presenta il

tasso più alto. Altri paesi invece hanno avuto delle oscillazioni del tasso di suicidio nei periodi

bellici e post – bellici. Nonostante questo forte cambiamento nel tempo c’è sempre stata una certa

stabilità nelle differenze tra paesi in quanto oggi, come un secolo fa, ci si uccide di meno

nell’Europa meridionale e di più in quella centrosettentrionale.

Durkheim, a suo tempo, riteneva che le cause che portavano ad un aumento del tasso di suicidio

fossero l’industrializzazione e l’urbanizzazione in quanto tali fenomeni favorivano il processo di

secolarizzazione quale a sua volta comportava un indebolimento della funzione di regolazione

sociale della religione.

Con il tempo gli studiosi hanno rilevato che le variazioni nello spazio e nel tempo del tasso di

suicidio dipendono da tre fattori in particolare:

1) La forza delle relazioni domestiche: in questo caso è stato dimostrato che ci si uccide di

meno nei paesi in cui i divorzi sono meno frequenti e i rapporti di parentela sono più solidi;

2) La religione: in questo caso è stato rilevato che il tasso di suicidio è notevolmente più

basso nei paesi di religione musulmana e in quelli di religione cattolica;

3) Il sistema di valori: in questo caso è stato rilevato che più è severo è tale sistema nei

confronti di chi si toglie la vita, tanto più è difficile che i cittadini di quel paese si uccidano.

9 – SUICIDI ALTRUISTICI.

In tutto il mondo vi sono e vi sono state varie forme di suicidio ognuna delle quali scaturisce da

cause diverse. Una tipologia particolare di suicidio è sicuramente il suicidio altruistico, ossia quella

forma di suicidio che, come affermava Durkheim, viene commesso più per dovere che per scelta

personale, il quale è stato e ancora oggi viene praticato in molti paesi del mondo. Una prima forma

di suicidio altruistico la ritroviamo in India. È una forma di suicidio che è stata seguita per molti

secoli e prevedeva che quando un uomo moriva, la vedova aveva il dovere di seguirlo in modo da

diventare una sposa virtuosa, casta e fedele. Essa veniva bruciata o sepolta viva poco dopo la

morte del marito. Le donne indiane venivano educate fin da piccole a considerare tale gesto un

dovere e un privilegio e se alcune di esse salivano sul rogo convinte o rassegnate altre

opponevano resistenza e per questo venivano spinte nel rogo dalla folla. In questo contesto, se vi

era un rifiuto netto da parte della donna essa veniva ammazzata con un pugnale. Questi riti sono

stati vietati per legge a partire dal 1827 dal governo britannico dell’India ma nonostante ciò in

alcune parti di questo paese essi sono stati praticati lo stesso per molto tempo.

Rientra in questa categoria di suicidi anche il hara – kiri ossia una forma di suicidio eseguita in

Giappone dai samurai per salvaguardare il proprio onore o come mezzo per esprimere la

disperazione per la perdita del signore. Tale forma di suicidio consiste nello squarciarsi il ventre da

sinistra verso destra.

Sono da definirsi suicidi altruistici anche i cosiddetti suicidi mistici compiuti dai martiri e dagli eroi.

Uno dei suicidi mistici più famosi e più attuali è quello dei Kamikaze giapponesi ossia quei piloti del

corpo d’attacco giapponese che durante la seconda guerra mondiale si gettarono con il loro aereo

pieno di bombe contro le portaerei americane con l’obiettivo di eliminare il nemico. Ma attualmente,

vengono chiamati kamikaze anche i giovani terroristi arabi che si fanno esplodere in luoghi pubblici

ricchi di gente. Anche questa categoria di kamikaze ha dei precedenti storici infatti, anche se

l’islam condanna il suicidio, in passato come oggi, sono esistiti gruppi che accettavano di farsi

esplodere come arma da combattimento contro i nemici politici e religiosi.

Ricerche antropologiche, hanno poi rilevato la presenza di suicidi altruistici anche nelle Filippine

meridionali denominati juramentado. Queste popolazioni condannano il suicidio per motivi privati

ma accettano che una persona che desidera togliersi la vita giuri di andare in un luogo frequentato

da cristiani e di ucciderne il maggior numero possibile con la certezza che i sopravvissuti lo

ammazzeranno.

Ma i suicidi altruistici non sono esclusivi del mondo orientale infatti anche in Occidente in passato

sono stati rilevati dei casi. In Italia, ad esempio, nel 1935, all’inizio della guerra Abissinia, fu

elaborato un progetto quale prevedeva di costituire un corpo speciale di velivoli suicidi i quali

dovevano dirigersi contro le navi da guerra inglesi. Tale progetto, tuttavia, non fu mai realizzato.

Argomentando relativamente alle varie forme si suicidio, un caso interessante sembra essere la

Cina dove più che suicidi altruistici vengono praticati suicidi fatalistici ossia suicidi che scaturiscono

dalla presenza di una disciplina eccessivamente oppressiva. Proprio relativamente alla Cina, le

statistiche ufficiali degli anni novanta hanno rivelato che:

1) La popolazione delle campagne cinesi ha un tasso di suicidi quattro volte superiore a quello

urbano;

2) La Cina è l’unico paese al mondo dove le donne si suicidano più degli uomini;

3) Il picco di suicidi si ha tra i 5 ed i 45 anni;


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia criminale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Lanna Michele.

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