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La sentenza 202/1976 è di fondamentale importanza perché per la

prima volta si collega l’esistenza del monopolio statale nel settore

della radiotelevisione al solo elemento tecnico della disponibilità

delle frequenze, accantonando l’altra considerazione – presente

nelle pronunce precedenti – per cui la riserva allo Stato si

giustificava per il rilevante interesse generale della

radiotelediffusione e la conseguente necessità di assicurare

imparzialità e non discriminazione.

Al contrario, il pluralismo sarebbe assicurato dalla semplice

presenza di un sistema misto pubblico-privato con una molteplicità

di emittenti.

Ma allora in cosa consiste la specifica missione del servizio

pubblico radiotelevisivo?

Il legislatore è stato singolarmente inerte nel raccogliere l’invito

della Corte costituzionale a disciplinare l’attività privata nelle

trasmissioni via etere.

Erano sorte quindi, nel frattempo, numerose emittenti operanti a

livello locale.

Molte di esse, attraverso sistemi di interconnessione e la messa

in onda in contemporanea di programmi pre-registrati,

superavano di fatto l’ambito locale.

Di questo fenomeno si è occupata la Corte costituzionale nella

sentenza n. 148/1981 In questa sentenza la Corte mostra una

apertura nei confronti di una possibile futura liberalizzazione

della radiotelediffusione anche a livello nazionale, se venisse

emanata una opportuna legislazione antitrust (vedi slides

successive).

Corte costituzionale, sentenza n. 148/1981

Nel processo a carico della della Rizzoli Editore S.p.a., che stava per iniziare, senza

autorizzazione amministrativa, la trasmissione via etere su scala nazionale di un

telegiornale ed altri programmi televisivi utilizzando una rete di trasmissione e di

collegamento di proprietà di altre società private, viene sollevata la questione di

legittimità costituzionale del monopolio statale delle trasmissioni via etere a livello

nazionale.

La Corte ha ribadito la legittimità di tale riserva richiamando i motivi già espressi

nelle precedenti pronunce.

Ma ha anche precisato che «ciò vale ovviamente, allo stato attuale della

legislazione, in base alla quale, per la permanente carenza di una normazione

adeguata, restano appunto aperte le possibilità di oligopolio o monopolio sopra

delineate. A diverse conclusioni potrebbe eventualmente giungersi ove il

legislatore, affrontando in modo completo ed approfondito il problema della

regolamentazione delle TV private, apprestasse un sistema di garanzie efficace al

fine di ostacolare in modo effettivo il realizzarsi di concentrazioni monopolistiche

od oligopolistiche non solo nell'ambito delle connessioni fra le varie emittenti, ma

anche in quello dei collegamenti tra le imprese operanti nei vari settori

dell'informazione incluse quelle pubblicitarie».

La disciplina “transitoria”

Legge n. 10/1985 e giurisprudenza

costituzionale

Secondo l’impostazione della Corte, la ratio del monopolio

statale prescinde da ogni considerazione sulle specificità del

servizio pubblico essenziale ed è giustificata solo dall’assenza

di una normativa idonea ad evitare concentrazioni ed oligopoli.

Data la perdurante assenza di tale normativa, continuavano le

iniziative di interconnessione di emittenti private, in modo da

raggiungere un ambito di trasmissione ultra-locale.

In varie occasioni tale iniziative sono state interrotte da

pronunce giudiziarie (rivolte, in particolare, alle reti del gruppo

Berlusconi) oscuramento.

Il Governo è intervenuto con una normativa teoricamente

provvisoria (non più di 6 mesi) che invece è rimasta in vigore

fino al 1990: il d. l. n. 807/1984, convertito in legge n. 10/1985

(c. d. “decreto salva Berlusconi”).

In realtà, precedentemente il governo (Craxi) aveva approvato il

d. l. 694/1984, con il quale si consentiva, in attesa

dell’approvazione di una apposita legge, la prosecuzione

dell'attività delle singole emittenti radiotelevisive private,

disponendo espressamente che «è consentita la trasmissione ad

opera di più emittenti dello stesso programma pre-registrato,

indipendentemente dagli orari prescelti».

Tuttavia il Parlamento non approvò la legge di conversione.

Allora, per la conversione in legge del successivo d. l. 807/1984

il Governo pose la questione di fiducia, minacciando la crisi.

Il d. l. 807/1984 fu approvato l’ultimo giorno della Conferenza regionale

dell’UIT (Ginevra, 6 ottobre- 6 dicembre 1984) che stabilì che entro il 1°

luglio 1987 gli Stati avrebbero dovuto procedere alla mappatura delle

frequenze, onde evitare fenomeni interferenziali.

Lo Stato italiano non era a conoscenza di quali e quante emittenti private

e di quali e quanti impianti di radiodiffusione fossero attivi nel paese.

Per questo, con tale intervento normativo, si pose l’obbligo per le

emittenti private di comunicare entro novanta giorni al Ministero delle

PT tutte le necessarie informazioni relative agli impianti da esse gestiti.

Il censimento, completato alla metà del 1985, contò oltre quattromila

emittenti, che gestivano da 1 a 5 impianti.

Però, la quantità di frequenze assegnate dall’UIT all’Italia corrispondeva

solo a circa il 20% di quelle utilizzate dalle emittenti private.

Quindi, occorreva con urgenza un riordino!

Il d. l. n. 807/1984 (convertito in legge n. 10/1985)

Disposizioni urgenti in materia di trasmissioni radiotelevisive

La diffusione sonora e televisiva sull’intero territorio nazionale, via etere o

via cavo o per mezzo di satelliti o con qualsiasi altro mezzo, ha carattere di

preminente interesse generale ed è riservata allo Stato.

Nell’ordinare il sistema radiotelevisivo lo Stato si informa ai principi di

libertà di manifestazione del pensiero e di pluralismo dettati dalla

Costituzione per realizzare un sistema misto di emittenza pubblica e privata.

Il servizio pubblico radiotelevisivo su scala nazionale è esercitato dallo

Stato mediante concessione ad una società per azioni a totale partecipazione

pubblica di interesse nazionale.

Una futura legge si occuperà di disciplinare il sistema radiotelevisivo,

consentendo l’iniziativa privata ma predisponendo apposite norme antitrust,

in modo da assicurare il pluralismo e la trasparenza. (segue ...)

(... segue ...)

In attesa di tale legge, restano temporaneamente consentiti i ponti-radio fra le

singole emittenti, come pure la trasmissione in contemporanea dello stesso

programma pre-registrato (per questo il decreto è stato definito “salva

Berlusconi).

Le emittenti private devono però riservare il 25% del tempo alla trasmissione

di opere cinematografiche nazionali o della Cee.

Devono anche limitare l’affollamento dei messaggi pubblicitari al 16% del

tempo di trasmissione settimanale e massimo al 20% di ciascuna ora di

trasmissione. Questi limiti sono superiori a quelli della concessionaria

pubblica (5% orario) e inoltre per le emittenti private non è fissato alcun tetto

massimo agli introiti pubblicitari.

Obbligo per le emittenti di comunicare i dati relativi ai propri impianti entro

90 gg. al Ministero PT, in modo da poter effettuare un censimento come

richiesto dalla Conferenza UIT di Ginevra. In seguito al censimento sarebbe

stato approvato un piano nazionale di assegnazione delle frequenze (non

realizzato!)

(... segue ...)

La nomina di tutti e 16 i membri del CdA viene affidata alla CPIV, con

voto limitato ai ¾ dei componenti (cioè 12): i primi 12 membri erano

eletti a maggioranza assoluta e i restanti 4 erano scelti fra quelli non

eletti, che avevano ottenuto più voti.

Il Direttore generale, però, doveva essere nominato dall’IRI: così si

produce un dualismo fra parlamento e governo.

Il Direttore, infatti, sovrintende alla gestione aziendale ed è civilmente

responsabile dello svolgimento del servizio radiotelevisivo, della migliore

utilizzazione delle risorse e del personale in termini di funzionalità,

efficienza ed economicità, nel quadro degli indirizzi dettati dalla CPIV.

Il Direttore è deve altresì assicurare il pluralismo dell’informazione.

Corte costituzionale, sentenza n. 231/1985

Cinque diverse ordinanze di rimessione sollevavano tutte, in riferimento ad una

pluralità di parametri, questioni di legittimità costituzionale di alcune disposizioni

della l. 103/1975 riguardanti l’obbligo in capo ai titolari di impianti ripetitori, via

etere, nel territorio nazionale, di programmi sonori e televisivi irradiati da emittenti

estere, di eliminare dai programmi medesimi i messaggi pubblicitari commerciali.

La Corte, decretando l’illegittimità costituzionale nelle norme impugnate, ha

stabilito che le limitazioni quantitative ai tempi delle trasmissioni pubblicitarie

commerciali con il mezzo radiotelevisivo hanno «lo scopo di garantire una

condizione ritenuta essenziale perché possa aversi pluralismo nell'informazione, dal

momento che l'apporto rappresentato dagli introiti pubblicitari é considerato

indispensabile per la sopravvivenza dei mezzi di comunicazione di massa, si tratti

di organi di stampa ovvero delle emittenti radiotelevisive, pubbliche e private.

Accanto a questa esigenza di carattere generale, altra se ne viene prospettando di

uguale segno per la tutela dell'utente-consumatore, e a tal fine si auspica una

disciplina non solo dei tempi, ma anche delle modalità di presentazione dei

messaggi pubblicitari ...».

Corte costituzionale, sentenza n. 826/1988

Alcune ordinanze dei giudici a quo lamentavano il perdurare della

riserva allo Stato delle trasmissioni via etere a livello nazionale; altre

invece il fatto che la disciplina transitoria si stesse protraendo oltre

termine, consentendo di fatto alle emittenti locali di superare tale ambito.

Inizialmente la Corte ha chiarito il concetto di pluralismo:

«...il pluralismo dell'informazione radiotelevisiva significa, innanzitutto, possibilità

di ingresso, nell'ambito dell'emittenza pubblica e di quella privata, di quante più voci

consentano i mezzi tecnici, con la concreta possibilità nell'emittenza privata - perché

il pluralismo esterno sia effettivo e non meramente fittizio - che i soggetti portatori

di opinioni diverse possano esprimersi senza il pericolo di essere emarginati a causa

dei processi di concentrazione delle risorse tecniche ed economiche nelle mani di

uno o di pochi e senza essere menomati nella loro autonomia. Sotto altro profilo, il

pluralismo si manifesta nella concreta possibilità di scelta, per tutti i cittadini, tra una

molteplicità di fonti informative, scelta che non sarebbe effettiva se il pubblico al

quale si rivolgono i mezzi di comunicazione audiovisiva non fosse in condizione di

disporre, tanto nel quadro del settore pubblico che in quello privato, di programmi

che garantiscono l'espressione di tendenze aventi caratteri eterogenei».

(... segue ...)

La Corte ha poi “salvato” la disciplina transitoria della l. n. 10/1985, proprio

perché transitoria, pur rendendosi conto che «l'evoluzione della situazione di

fatto ha dimostrato ampiamente che il rischio della formazione di un

oligopolio paventato dalla Corte si è trasformato in realtà».

Essa precisa anche che «a parte la diversità dei ruoli del servizio pubblico

radiotelevisivo e dell'emittenza privata, il pluralismo in sede nazionale non

potrebbe in ogni caso considerarsi realizzato dal concorso tra un polo

pubblico e un polo privato che sia rappresentato da un soggetto unico o che

comunque detenga una posizione dominante nel settore privato».

Quindi, occorre «una disciplina definitiva della materia, che si sottragga a

tali censure e appresti quel sistema di garanzie efficace al fine di ostacolare

in modo effettivo il realizzarsi di concentrazioni monopolistiche od

oligopolistiche non solo nell'ambito delle connessioni fra le varie emittenti,

ma anche in quello dei collegamenti tra le imprese operanti nei vari settori

dell'informazione, incluse quelle pubblicitarie».

(... segue ...)

«... la necessità dell'introduzione, nella disciplina dell'emittenza privata

su scala nazionale, di un simile sistema di garanzie deriva

dall'imprescindibile esigenza, sottesa alla menzionata sentenza, di una

effettiva tutela del pluralismo dell'informazione, che va difeso contro

l'insorgere di posizioni dominanti o comunque preminenti, tali da

comprimere sensibilmente questo fondamentale valore».

«Di conseguenza, la futura legge non potrà non contenere limiti e cautele

finalizzati ad impedire la formazione di posizioni dominanti lesive del

predetto valore costituzionale (art. 21 Cost.). Naturalmente l'efficacia di

una simile disciplina ai fini indicati presuppone l'introduzione di un alto

grado di trasparenza degli assetti proprietari e dei bilanci dell'impresa di

informazione e di quelle collegate ... ».

(... segue ...)

Infine, per quanto riguarda il tema della pubblicità radiotelevisiva, la

sentenza ha ribadito la necessità di porre limiti in tale ambito.

Quindi, «è necessario realizzare, in attuazione del disegno costituzionale,

un equilibrio delle risorse dei diversi settori dell'informazione e garantire

effettivamente, anche in tal modo, il massimo di pluralismo informativo

(sentenza n. 231 del 1985). Questa esigenza vale a maggior ragione oggi,

perché le risorse finanziarie che, attraverso la pubblicità, affluiscono al

settore della stampa sono inferiori a quelle che sostengono il settore

televisivo nel suo complesso».

La pubblicità televisiva

La direttiva “TV senza frontiere” e le

sue successive modifiche

Questo excursus sulla disciplina comunitaria in materia di

pubblicità radiotelevisiva è necessario perché la cosiddetta

“seconda legge di sistema” sull’ordinamento radiotelevisivo

(la c. d. legge Mammì, del 1990) è stata emanata anche allo

scopo di attuare le disposizioni contenute nella direttiva CE

“TV senza frontiere”.

Direttiva 89/552 Cee, relativa al coordinamento di determinate

disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati

membri concernenti l'esercizio delle attività televisive (c. d TV

senza frontiere).

• Principio della libera circolazione delle trasmissioni di paesi comunitari.

• Obbligo di dedicare la maggior parte del tempo di trasmissione alle “opere

europee” e almeno il 10% alle produzioni indipendenti.

• Obbligo di non trasmettere opere cinematografiche prima di 2 anni dall’uscita

nelle sale (1 anno se coproduzione cine-televisiva).

• Divieto di trasmettere programmi in grado di nuocere gravemente allo sviluppo

fisico, mentale o morale dei minorenni, in particolare programmi che contengano

scene pornografiche o di violenza gratuita oppure di assicurarsi che tali

programmi siano trasmessi in orario in cui i minori non guardano la TV.

• Obbligo di consentire il diritto di rettifica.

• Disciplina della pubblicità e delle sponsorizzazioni (vedi slide seguente).

Pubblicità e sponsorizzazioni nella direttiva 89/552/CEE

Divieti di:

- messaggi pubblicitari che offendono la dignità umana, che comportano

arbitrarie discriminazioni, che inducono a comportamenti pregiudizievoli per la

salute, la scurezza, l’ambiente;

- pubblicità subliminale e clandestina (non riconoscibile);

- pubblicità di derivati del tabacco e medicinali per cui sia obbligatoria la

ricetta medica;

- pubblicità pregiudizievole per minorenni, abusando della loro credulità;

- sponsorizzazione di telegiornali e programmi a carattere politico;

Restrizioni per pubblicità di bevande alcoliche.

Lo sponsor deve essere chiaramente riconoscibile, non deve influenzare il contenuto

del programma e non deve comparire al suo interno.

La pubblicità, comprese le sponsorizzazioni, non deve superare il 15% del tempo di

trasmissione quotidiano (20% se si includono le televendite) e comunque non più

del 20% in un’ora di trasmissione.

La direttiva 97/36/CE

Ha modificato la precedente direttiva 89/552. Le modifiche riguardano soprattutto:

eventi di particolare rilevanza per la società (in particolare, manifestazioni

sportive): la direttiva modificata stabilisce le condizioni che consentono al pubblico

di accedere liberamente alla ritrasmissione di eventi considerati di particolare

rilevanza per la società. A tal fine, ogni Stato membro può stabilire un elenco di

eventi che devono essere trasmessi in chiaro, anche se sono stati acquistati diritti di

esclusiva da reti di televisione a pagamento;

televendite: le televendite sono sottoposte alla maggior parte delle regole che

disciplinano la pubblicità televisiva. Le finestre di programmazione destinate alle

televendite trasmesse da una rete generalista devono durare almeno quindici minuti

ed essere chiaramente identificabili. Il numero massimo di finestre è fissato a otto al

giorno e la loro durata non può superare tre ore al giorno;

tutela dei minori: la direttiva modificata sottolinea soprattutto l'importanza della

protezione dei minori. Viene segnatamente indicato che gli Stati membri devono

controllare che i programmi che possono nuocere allo sviluppo dei minori, trasmessi

in chiaro, siano preceduti da un idoneo segnale acustico o identificati da un simbolo

visibile.

La nuova direttiva 2007/65/CE sui servizi di media audiovisivi

E’ stata recepita in Italia con legge comunitaria 2008 + decreto legislativo (Romani)

del 1° marzo 2010, apportando significative modifiche al T. U. sulla

radiotelevisione.

Per quanto riguarda il settore della pubblicità radiotelevisiva, la direttiva semplifica

e rende più flessibili le norme per l'inserimento della pubblicità, incoraggiando

l'autoregolamentazione e la coregolamentazione nel settore.

Abolito il tetto giornaliero di affollamento pubblicitario, resta solo quello orario del

20%.

Concede alle emittenti la possibilità di scegliere il momento più adeguato per

l'inserimento di messaggi pubblicitari all'interno delle trasmissioni (non

necessariamente TRA i programmi).

Le opere cinematografiche, le trasmissioni destinate ai bambini, i programmi

d'attualità e i notiziari possono tuttavia essere interrotti una sola volta ogni 30

minuti.

La direttiva sostiene le nuove forme di pubblicità, come la pubblicità a schermo

diviso (split screen), la pubblicità virtuale e la pubblicità interattiva.

Infine, essa ammette il product placement, ma consente ai singoli Stati di vietarlo.

La legge 223/1990

c. d. legge Mammì

La pressioni della Corte costituzionale e della Cee, dopo oltre 5

anni di disciplina transitoria, hanno finalmente indotto il

legislatore a dettare una disciplina di settore:

Legge n. 223/1990: Disciplina del sistema radiotelevisivo

pubblico e privato (c. d. legge Mammì).

Essa riguarda:

- principi generali comuni

- regime concessorio per tutte le emittenti (non diritto

soggettivo, ma interesse legittimo)

- normativa antitrust

- disciplina della pubblicità

- strumenti di garanzia per una corretta applicazione

Legge 223/1990 – Art. 1 (principi generali)

1. La diffusione di programmi radiofonici o televisivi, realizzata

con qualsiasi mezzo tecnico, ha carattere di preminente interesse

generale.

2. Il pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità

dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni, tendenze

politiche, sociali, culturali e religiose, nel rispetto delle libertà e

dei diritti garantiti dalla Costituzione, rappresentano i princìpi

fondamentali del sistema radiotelevisivo che si realizza con il

concorso di soggetti pubblici e privati ai sensi della presente

legge. Legge 223/1990 – Il regime concessorio

Il servizio pubblico radiotelevisivo è affidato mediante concessione ad una

società per azioni a totale partecipazione pubblica. La concessione importa di

diritto l'attribuzione alla concessionaria della qualifica di società di interesse

nazionale.

Inoltre, possono essere rilasciate concessioni a soggetti privati per radiodiffusione

sonora a carattere commerciale o a carattere comunitario sia nazionale che

locale .

... ed anche concessioni a soggetti privati per telediffusione in ambito nazionale

di singole reti ovvero in ambito locale di singole emittenti e reti.

Le concessioni a soggetti privati durano 6 anni e sono rinnovabili.

I concessionari privati che trasmettono in ambito nazionale devono essere società

di capitali o cooperative, costituite in Italia o nella Cee, con capitale sociale non

inferire a 3 miliardi di lire (TV) o 500 milioni (radio).

I concessionari privati in ambito locale, invece, possono essere persone fisiche od

enti di vario tipo.

Legge 223/1990 – Il regime concessorio (segue)

Per ottenere la concessione, l’oggetto sociale deve per forza essere l'esercizio di

attività radiotelevisiva, editoriale o comunque attinente all'informazione ed allo

spettacolo.

Non possono essere rilasciate concessioni ad enti pubblici, anche economici, a

società a prevalente partecipazione pubblica e ad aziende ed istituti di credito .....

... e nemmeno a persone che abbiano riportato condanne a pena detentiva per

delitti non colposi o che siano sottoposti a misure di prevenzione.

Il rilascio della concessione avviene sulla base di criteri oggettivi che tengano

conto della potenzialità economica, della qualità della programmazione prevista e

dei progetti radioelettrici e tecnologici. Per i richiedenti che abbiano già

effettuato trasmissioni radiotelevisive si tiene anche conto della presenza sul

mercato, delle ore di trasmissione effettuate, della qualità dei programmi, delle

quote percentuali di spettacoli e servizi informativi autoprodotti.

E' comunque requisito essenziale per il rilascio delle concessioni in ambito locale

l'impegno a destinare almeno il 20% della programmazione settimanale

all'informazione, di cui almeno il 50% all'informazione locale.

Legge 223/1990 – L’ambito nazionale e locale

Per esercizio in ambito nazionale si intende quello effettuato con

rete che assicuri la diffusione in almeno il 60 per cento del territorio

nazionale.

Per esercizio in ambito locale si intende quello che garantisce la

diffusione in almeno il 70 per cento del territorio del relativo bacino

di utenza o della parte assegnata di detto bacino.

Legge 223/1990 – La pianificazione delle radiofrequenze

E’ effettuata mediante il piano nazionale di ripartizione (che

indica le bande di frequenze utilizzabili dai vari servizi di

telecomunicazioni) ed il piano nazionale di assegnazione (che

determina le aree di servizio degli impianti, la loro

localizzazione, frequenza e parametri radioelettrici).

L’assegnazione deve essere effettuata in modo da consentire la

ricezione senza disturbi del maggior numero possibile di

programmi di radiodiffusione sonora e televisiva.

Il piano di assegnazione suddivide il territorio nazionale in

bacini di utenza, i quali devono consentire la coesistenza del

maggior numero possibile di impianti ed una adeguata pluralità

di emittenti e reti.

Legge 223/1990 – Gli obblighi dei concessionari

Iscrizione al Registro nazionale delle imprese radiotelevisive

(istituito dall’art.12). Dal 1997 è denominato ROC.

Comunicazione al Garante (istituito dall’art. 6) dei trasferimenti di

proprietà e del bilancio.

Realizzazione di pari opportunità nei rapporti di lavoro.

Trasmissione dello stesso programma in tutta l’area geografica per

cui è rilasciata la concessione.

Rispetto delle regole in materia di pubblicità e sponsorizzazioni

(vedi slides successive)

Rispetto dell’obbligo di rettifica, dei limiti previsti alla

trasmissione di opere cinematografiche, delle leggi in materia di

diritto d’autore. (segue ...)

Segue dalla slide precedente: gli obblighi

Non trasmettere programmi nocivi per lo sviluppo fisico e psichico

dei minori.

Trasmettere gratuitamente brevi comunicati per conto di organi

pubblici.

Rispettare livello minimo di ore di trasmissione.

Riservare parte della programmazione all’informazione.

Solo per la concessionaria pubblica: trasmettere messaggi di utilità

sociale e rispettare un tetto massimo degli introiti pubblicitari

annuali, fissato annualmente dal governo.

Legge 223/1990 – La normativa antitrust

Divieto di posizioni dominanti nell'ambito dei mezzi di

comunicazione di massa.

Alla titolarità della concessione è equiparato il controllo o

collegamento.

Trasparenza negli assetti proprietari, societari, finanziari e nel

bilancio (obbligo di comunicazione al Garante, istituito dall’art. 6).

Possono essere annullati gli atti che comportano l’acquisizione di

posizioni dominanti.

La legge regola:

1) il rapporto fra concessioni televisive e radiofoniche in ambito

nazionale e locale;

2) il rapporto TV/stampa;

3) il rapporto fra radiotelevisione e pubblicità.

Legge 223/1990 – Il rapporto fra le concessioni radiotelevisive

1) Divieto di essere contemporaneamente titolari di concessioni a

livello nazionale e a livello locale.

2) A livello nazionale, uno stesso soggetto può avere al massimo

tre concessioni (fotografia della situazione esistente) e non può

comunque superare il 25% delle reti previste dal piano nazionale

di assegnazione delle frequenze.

3) A livello locale uno stesso soggetto può avere una sola

concessione per bacino di utenza; massimo 3 concessioni

televisive e 7 radiofoniche per bacini diversi.

Legge 223/1990 – Il rapporto TV-stampa

(precedentemente disciplinato dalla l. 67/1987)

1) Non può avere nessuna concessione televisiva nazionale chi abbia il

controllo di imprese editrici di quotidiani la cui tiratura annua abbia

superato nell'anno solare precedente il 16% della tiratura complessiva dei

giornali quotidiani in Italia.

2) Può avere una sola concessione televisiva nazionale chi abbia il controllo

di imprese editrici di quotidiani la cui tiratura superi l'8% della tiratura

complessiva dei giornali in Italia.

3) Può avere al massimo due concessioni televisive nazionali chi abbia il

controllo di imprese editrici di quotidiani la cui tiratura complessiva sia

inferiore al limite dell’8%.

4) Uno stesso soggetto non può avere più del 20% delle risorse

complessive del settore (oppure il 25% se tali risorse costituiscano i 2/3 dei

suoi introiti complessivi).

(... Segue)

Per risorse complessive del settore della comunicazione di

massa si intendono i ricavi derivanti dalla vendita di

quotidiani e periodici, da vendite o utilizzazione di prodotti

audiovisivi, da abbonamenti a giornali, periodici o emittenti

radiotelevisive, da pubblicità, da canone e altri contributi

pubblici a carattere continuativo.

Legge 223/1990 – Il rapporto fra radiotelevisione e pubblicità

Se esistono situazioni di controllo o collegamento fra emittenti

televisive e concessionarie di pubblicità, queste ultime non

possono raccogliere pubblicità per più di tre reti televisive

nazionali, o due reti nazionali e tre reti locali o una rete nazionale

e sei locali.

Eventuali ulteriori contratti stipulati dalle imprese concessionarie

di pubblicità di cui al presente comma devono avere per oggetto

pubblicità da diffondere con mezzi diversi da quello radiofonico e

televisivo e comunque in misura non superiore al 2% degli

investimenti pubblicitari complessivi dell'anno precedente.

Legge 223/1990 – La disciplina della pubblicità

radiotelevisiva.

Divieto di diffondere messaggi pubblicitari subliminali o cifrati.

Il messaggio pubblicitario deve essere sempre riconoscibile.

Divieto di trasmettere la pubblicità ad un volume più alto delle

altre trasmissioni.

Rispetto dei divieti nel contenuto dei messaggi della direttiva

89/552 Cee (già illustrata precedentemente).

Limiti all’affollamento pubblicitario (vedi slide successiva).

Legge 223/1990 – I limiti all’affollamento pubblicitario

Concessionaria pubblica: 4% dell'orario settimanale di programmazione ed

12% di ogni ora.

Concessionari privati TV nazionale: 15% dell'orario giornaliero di

programmazione e 18% di ogni ora.

Concessionari privati TV locale: 20% di ogni ora di programmazione e 15%

di ogni ora e di ogni giorno di programmazione.

Limiti anche per i concessionari radiofonici nazionali, locali e comunitari.

I limiti aumentano leggermente se si considerano anche le televendite.

Le eventuali eccedenze devono essere recuperate nell’ora antecedente o

successiva.

Non si prevede nulla circa le modalità di trasmissione dei messaggi (tra i

programmi o dentro i programmi) e non vi è alcun divieto di interruzione

delle trasmissioni per pubblicità.

Legge 223/1990 – Le sponsorizzazioni

La legge Mammì non recepisce il divieto, previsto dalla direttiva

89/552/CE, di inserire all’interno dei programmi sponsorizzati

messaggi promozionali di beni e servizi dello sponsor.

Le sponsorizzazioni, quindi, rientrano nel computo dei limiti

all’affollamento pubblicitario per il 2%.

In generale, la disciplina del 1990 non chiarifica la differenza fra

sponsorizzazioni e pubblicità e si presta all’assimilazione fra

sponsorizzazioni e telepromozioni.

La disciplina delle sponsorizzazioni è stata ritenuta dalla

Commissione europea non conforme alle indicazioni della Cee e si

è aperta una formale procedura di infrazione contro l’Italia presso

la Corte europea di Giustizia. (... segue)

(... segue)

Si è cercato di rimediare con il d. l. 408/1992, convertito in

legge 483/1992: Disposizioni urgenti in materia di

pubblicità radiotelevisiva.

Si introduce il divieto di promozione diretta, all’interno del

programma sponsorizzato, di beni e servizi dello sponsor.

Le sponsorizzazioni vengono del tutto escluse dal calcolo

degli indici di affollamento pubblicitario, essendo

radicalmente diverse dalle telepromozioni (che invece sono

incluse). Legge 223/1990 – Art. 6

Il Garante per la radiodiffusione e l’editoria

Il Garante era nominato dal Presidente della Repubblica, su proposta dei Presidenti

del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, d'intesa tra loro, tra ex

giudici della Corte costituzionale o presidenti di sezione della Corte di cassazione, tra

i professori universitari ordinari nelle discipline giuridiche, aziendali od economiche,

nonché tra esperti di riconosciuta competenza nel settore delle comunicazioni di

massa.

Durava in carica 5 anni (mandato non rinnovabile) e non può esercitare altre attività.

Aveva un ufficio alle sue dipendenze e può anche avvalersi dell’opera di consulenti

esterni. Presso di lui era istituito il Consiglio consultivo degli utenti.

Teneva il registro nazionale delle imprese radiotelevisive.

Esaminava i bilanci e l’annessa documentazione delle concessionarie.

Svolgeva attività istruttoria ed ispettiva.

Vigilava sul rispetto della normativa antitrust, sulla pubblicità e sulla rilevazione degli

indici di ascolto.

Poteva irrogare sanzioni pecuniarie e chiedere al Ministro la revoca della concessione.

Dal 1997 la figura del Garante è stata sostituita

dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni

(AgCom).

Legge 223/1990 – Il ruolo delle Regioni

Ogni consiglio regionale elegge, a maggioranza dei 2/3, un comitato

regionale per i servizi radiotelevisivi (Co.re.rat), che è organo di

consulenza della regione in materia radiotelevisiva.

Le Regioni ne disciplinano il funzionamento.

Il comitato altresì formula proposte al consiglio di amministrazione

della concessionaria pubblica in merito a programmazioni regionali

che possano essere trasmesse sia in ambito nazionale che regionale;

regola l'accesso alle trasmissioni regionali programmate dalla

concessionaria pubblica.

Questi comitati sono poi diventati i Co.re.com

Legge 223/1990 e d. lgs. 73/1991 – La TV via cavo

Delega al governo a provvedere alla disciplina della TV via cavo.

Delega esercitata attraverso il d. lgs. 73/1991.

Si pone una distinzione fra:

a) attività di installazione e gestione di impianti: riservata allo

Stato, ma possibilità di esercizio anche da parte di privati

concessionari;

b) attività di distribuzione di programmi attraverso tali impianti:

nessuna riserva allo Stato; tale attività può essere svolta

anche da privati previa autorizzazione amministrativa.

Si applicano gli stessi limiti della TV via etere.

(Per la disciplina della TV via satellite bisogna attendere la

legge 249/1997)

Dopo la legge Mammì

La legge 223/1990 non ha modificato le disposizioni della

precedente legge 103/1975 relativamente agli organi di governo

della concessionaria pubblica.

A quello ha pensato la legge n. 206/1993: Disposizioni sulla società

concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo.

Disciplina teoricamente transitoria (2 anni), ma in vigore fino al

2004.

RAI = S.p.a. (a totale partecipazione pubblica), secondo quanto già

deciso dalla legge Mammì.

CdA di soli 5 membri nominati d’intesa dai Presidenti delle Camere.

Il CdA nomina il Presidente al suo interno e il Direttore generale,

che è il vero responsabile della gestione aziendale, all’esterno.

Questo modello ha previsto un rafforzamento della figura presidenziale

all’interno del CdA, per via dei suoi pochi membri, ma anche la sua funzione

di garanzia (era infatti tradizionalmente scelto fra le fila dell’opposizione).

D. l. 323/1993, convertito in legge 422/1993

I soggetti autorizzati a trasmettere in ambito locale, che già superano

tale ambito mediante i collegamenti fra impianti, possono continuare a

farlo, come pure varie emittenti locali possono continuare a trasmettere

in contemporanea lo stesso programma preregistrato, coprendo di fatto

l’ambito nazionale.

Tutto ciò in attesa dell'attuazione del piano nazionale di assegnazione

delle frequenze e comunque non oltre il 28 febbraio 1994.

Il Ministro delle poste e delle telecomunicazioni nomina una

commissione di esperti per formulare osservazioni e proposte sui

problemi attinenti all'assetto del sistema radiotelevisivo.

Le emittenti televisive in ambito locale devono istituire, a decorrere dal

30 novembre 1993, un telegiornale a cui si applicano le norme sulla

registrazione dei giornali periodici. (segue ...)

(segue ....)

Durante il periodo di tre anni decorrente dal rilascio delle concessioni

sono consentiti i trasferimenti di proprietà di intere emittenti televisive

da un concessionario ad un altro concessionario ed entro 6 mesi i

trasferimenti di impianti o di rami di azienda fra concessionari televisivi.

Per quanto riguarda i concessionari per la radiodiffusione televisiva in

ambito locale, il tempo massimo di trasmissione quotidiana dedicato alla

pubblicità è portato al 35%.

Le amministrazioni statali, gli enti pubblici territoriali, gli altri enti

pubblici, compresi quelli economici, questi ultimi limitatamente alla

pubblicità diffusa sul territorio nazionale, sono tenuti a destinare alla

pubblicità su emittenti televisive locali nonché su emittenti radiofoniche

nazionali e locali almeno il 15% delle somme stanziate in bilancio per le

campagne pubblicitarie e di promozione delle proprie attività.

(segue ....)

Entro un termine stabilito (più volte prorogato) tutte le pay-TV devono

essere trasferite sul cavo o sul satellite, non potendo più trasmettere via

etere.

NB: la legge Mammì non diceva nulla circa le pay-TV, ma il Consiglio

di Stato in un parere espresso nel 1991 considerava lecite le

trasmissioni in codice, e anche la direttiva europea TV senza frontiere

ammetteva la possibilità dell’esistenza delle Tv a pagamento

Corte costituzionale, sentenza n. 420/1994

Il ricorso ha origine dal processo in cui erano coinvolte varie

emittenti televisive locali che, pur essendo collocate utilmente in

graduatoria, non avevano ottenuto la concessione oppure avevano

ottenuto insufficienti frequenze.

Ciò per via della cristallizzazione della situazione esistente, che la

normativa transitoria perpetuava, per cui le concessioni erano state

rilasciate con d. m. 13 agosto 1992 a sole sei emittenti: Canale 5,

Italia 1, Retequattro, Videomusic, Rete A, Telemontecarlo.

La Corte ha ritenuto che il limite antirust di 3 reti o max il 25%

delle frequenze (art. 15 comma 4 l. 223/1990) fosse irragionevole,

incoerente ed assolutamente inidoneo a garantire il sistema

radiotelevisivo dalla formazione (o dall’aggravarsi) di posizioni

dominanti e lo ha pertanto ritenuto incostituzionale.

Anche in questo caso, però, la Corte è rimasta inascoltata.

Corte costituzionale, sentenza n. 420/1994: il testo

«Preliminarmente va ribadito che condizione indefettibile per il superamento

della riserva statale dell'attività di radiodiffusione è costituita da un'idonea

disciplina che prevenga la formazione di posizioni dominanti le quali in questo

settore possono non solo alterare le regole della concorrenza, ma anche condurre

ad una situazione di oligopolio, che in sé pone a rischio il valore fondamentale

del pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero».

«La necessità di consentire l'accesso al massimo numero possibile di voci non

può essere intesa come mera idoneità minima di una qualsivoglia disciplina anti-

trust».

«Il parametro percentuale (del 25%) e quello assoluto (di tre reti) - contemplati

dalla norma censurata - concorrono nel fissare il limite alla concentrazione in tre

reti su un totale di dodici complessive ovvero di nove assentibili a soggetti

privati e comportano di conseguenza che allo stato attuale della vigente

disciplina a regime un terzo di tutte le reti private può essere posseduto da uno

stesso soggetto». (segue ...)

(segue)

La normativa in vigore, «anziché muoversi nella direzione di contenere posizioni

dominanti già esistenti così da ampliare, ancorché gradualmente, la concreta

attuazione del valore del pluralismo, ha invece sottodimensionato il limite alle

concentrazioni essendone conseguito l'effetto di stabilizzare quella posizione

dominante esistente, che tuttora si riscontra, trascurando viceversa che il valore

da tutelare era l'allargamento del pluralismo».

L’esistente posizione dominante ne è risultata addirittura rafforzata, «perché con

il tetto delle nove reti private è stata tracciata un'invalicabile soglia di ingresso

che tiene fuori dalla categoria dei soggetti privati concessionari (salva la rilevata

proroga del regime autorizzatorio) ogni ulteriore emittente nazionale non

utilmente collocata in graduatoria, mentre nella precedente situazione - proprio

in ragione della mancanza di regole - non vi erano preclusioni o sbarramenti che

impedissero la contestuale presenza di più di nove emittenti nazionali private».

(segue ..)


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questo appunto fa riferimento al corso di Diritto pubblico e dell'informazione tenuto dalla Prof.ssa Allegri. Viene ripercorsa l'evoluzione del sistema radiotelevisivo in Italia a partire dal fascismo e la nascita della tv, fino alla nascita di alcune delle leggi più importanti: la legge n.103, legge n. 10/1985 (c.d.“decreto salva Berlusconi”), la legge 223/1990 (legge Mammì), la legge 249/1997 (legge Maccanico).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di DIRITTO PUBBLICO E DELL’INFORMAZIONE e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Allegri Maria Romana.

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