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Nello stesso atto di appello, il Comune non ha celato l’unica e principale finalità del provvedimento

adottato dal Sindaco, sottolineando anzi che l’iniziativa aveva un forte rilievo politico e culturale in quanto il

velo che copre il volto, oggetto dell’ordinanza, altro non è che il burqa indossato da molte donne

musulmane, il cui utilizzo in luogo pubblico il Sindaco ha inteso vietare.

Si rileva, in primo luogo, che del tutto errato è il riferimento al divieto di comparire mascherato in luogo

pubblico, di cui all’art. 85 del R.D. n. 773/1931, in quanto è evidente che il burqa non costituisce una

maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento di alcune popolazioni, tuttora utilizzato anche con

aspetti di pratica religiosa.

Non pertinente è anche il richiamo all’art. 5 della legge n. 152/1975, che vieta l'uso di caschi protettivi, o di

qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o

aperto al pubblico, senza giustificato motivo.

La ratio della norma, diretta alla tutela dell’ordine pubblico, è quella di evitare che l’utilizzo di caschi o di

altri mezzi possa avvenire con la finalità di evitare il riconoscimento.

Tuttavia, un divieto assoluto vi è solo in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o

aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.

Negli altri casi, l’utilizzo di mezzi potenzialmente idonei a rendere difficoltoso il riconoscimento è vietato

solo se avviene “senza giustificato motivo”.

Con riferimento al “velo che copre il volto”, o in particolare al burqa, si tratta di un utilizzo che

generalmente non è diretto ad evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di

determinate popolazioni e culture.

In questa sede al giudice non spetta dare giudizi di merito sull’utilizzo del velo, né verificare se si tratti di un

simbolo culturale, religioso, o di altra natura, né compete estendere la verifica alla spontaneità, o meno, di

tale utilizzo.

Ciò che rileva sotto il profilo giuridico è che non si è in presenza di un mezzo finalizzato a impedire senza

giustificato motivo il riconoscimento.

Il citato art. 5 consente nel nostro ordinamento che una persona indossi il velo per motivi religiosi o

culturali; le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di

manifestazioni e dall’obbligo per tali persone di sottoporsi all'identificazione e alla rimozione del velo, ove

necessario a tal fine. Resta fermo che tale interpretazione non esclude che in determinati luoghi o da parte

di specifici ordinamenti possano essere previste, anche in via amministrativa, regole comportamentali

diverse incompatibili con il suddetto utilizzo, purché ovviamente trovino una ragionevole e legittima

giustificazione sulla base di specifiche e settoriali esigenze.

Tale ultima questione non costituisce comunque oggetto del presente giudizio, in cui ci si deve limitare e

rilevare che il Prefetto ha fatto applicazione dei sopra menzionati principi e, conseguentemente, ha

annullato la citata ordinanza sindacale.

7. Sulla base di tali considerazioni è agevole rilevare l’infondatezza delle ulteriori censure proposte

dall’appellante, in quanto:

- è chiaro che il sindaco non si è limitato alla cura dell’osservanza delle leggi (art. 1 R.D. n. 773/1931), ma ha

adottato una ordinanza dal contenuto interpretativo – innovativo, come sottolineato in precedenza;

- il rilievo del Prefetto circa la mancata comunicazione dell’ordinanza e l’omessa indicazione dell’autorità e

il termine entro cui ricorrere ha assunto un rilievo marginale di rilevazione di una ulteriore irregolarità

dell’atto del sindaco, che è stato poi annullato per ben altri motivi;

- l’interesse pubblico all’annullamento dell’atto è stato correttamente ricondotto dal Prefetto alla necessità

di evitare disorientamento e confusione, nell’ambito del già descritto compito di assicurare l’unità di

indirizzo nel campo della pubblica sicurezza;

- l’impugnato provvedimento del Prefetto contiene una sufficiente motivazione dell’atto sia con riguardo al

contenuto provvedimentale dell’atto annullato, che con riferimento ai vizi di incompetenza e violazione di

legge.

8. In conclusione, l’appello deve essere respinto.

Nulla deve essere disposto per le spese in assenza di costituzione delle amministrazioni statali appellate.

P. Q. M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, respinge il ricorso in appello indicato in epigrafe.

Nulla per le spese.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, il 15-4-2008 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale - Sez.VI -, riunito in Camera di

Consiglio, con l'intervento dei Signori:

Giovanni Ruoppolo Presidente

Carmine Volpe Consigliere

Paolo Buonvino Consigliere

Roberto Chieppa Consigliere Est.

Bruno Rosario Polito Consigliere

DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 19/06/2008

LOI

LOI n° 2010-1192 du 11 octobre 2010 interdisant la dissimulation du visage dans l’espace public (1)

NOR: JUSX1011390L

L’Assemblée nationale et le Sénat ont adopté,

Vu la décision du Conseil constitutionnel n° 2010-613 DC du 7 octobre 2010 ;

Le Président de la République promulgue la loi dont la teneur suit :

Article 1

Nul ne peut, dans l’espace public, porter une tenue destinée à dissimuler son visage.

Article 2

I. ― Pour l’application de l’article 1er, l’espace public est constitué des voies publiques ainsi que des lieux

ouverts au public ou affectés à un service public.

II. ― L’interdiction prévue à l’article 1er ne s’applique pas si la tenue est prescrite ou autorisée par des

dispositions législatives ou réglementaires, si elle est justifiée par des raisons de santé ou des motifs

professionnels, ou si elle s’inscrit dans le cadre de pratiques sportives, de fêtes ou de manifestations

artistiques ou traditionnelles.

Article 3

La méconnaissance de l’interdiction édictée à l’article 1er est punie de l’amende prévue pour les

contraventions de la deuxième classe.

L’obligation d’accomplir le stage de citoyenneté mentionné au 8° de l’article 131-16 du code pénal peut

être prononcée en même temps ou à la place de la peine d’amende.

Article 4

Après la section 1 bis du chapitre V du titre II du livre II du code pénal, il est inséré une section 1 ter ainsi

rédigée :

« Section 1 ter

« De la dissimulation forcée du visage

« Art. 225-4-10.-Le fait pour toute personne d’imposer à une ou plusieurs autres personnes de dissimuler

leur visage par menace, violence, contrainte, abus d’autorité ou abus de pouvoir, en raison de leur sexe, est

puni d’un an d’emprisonnement et de 30 000 € d’amende.

« Lorsque le fait est commis au préjudice d’un mineur, les peines sont portées à deux ans

d’emprisonnement et à 60 000 € d’amende. »

Article 5

Les articles 1er à 3 entrent en vigueur à l’expiration d’un délai de six mois à compter de la promulgation de

la présente loi.

Article 6

La présente loi s’applique sur l’ensemble du territoire de la République.

Article 7

Le Gouvernement remet au Parlement un rapport sur l’application de la présente loi dix-huit mois après sa

promulgation. Ce rapport dresse un bilan de la mise en œuvre de la présente loi, des mesures

d’accompagnement élaborées par les pouvoirs publics et des difficultés rencontrées.

La présente loi sera exécutée comme loi de l’Etat.

Fait à Paris, le 11 octobre 2010.

Nicolas Sarkozy

Par le Président de la République :

Le Premier ministre,

François Fillon

La ministre d’Etat, garde des sceaux,

ministre de la justice et des libertés,

Michèle Alliot-Marie

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Nel procedimento Lautsi contro l’ Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Seconda

Sezione) si riunisce in Camera di consiglio composta da: Françoise Tulkens, presidente,

Ireneu Cabral Barreto, Vladimiro Zagrebelsky, Danut Jocien, Dragoljub Popovic, András Sajó,

Isıl Karakas, giudici, e di Sally Dole, cancelliera di sezione.

Dopo averne deliberato in Camera di consiglio il 13 ottobre 2009, rende nota questa sentenza.

[...] I FATTI.

La ricorrente risiede a Abano Terme e ha due bambini, Dataico e Sami Albertin. Questi ultimi,

rispettivamente all’epoca di undici e tredici anni, frequentavano nel 2001-2002 la scuola pubblica

“Istituto comprensivo Statale Vittorino da Feltre”, ad Abano Terme.

Le classi avevano tutti crocifissi esposti, ciò che la ricorrente riteneva contrario al principio di laicità

secondo il quale desiderava istruire i suoi bambini. Sollevava quindi la questione nel corso di una

riunione organizzata 22 aprile 2002 a scuola e faceva presente il principio (stabilito dalla Corte di

Cassazione italiana, sentenza n. 4273 del 1° marzo 2000) per cui la presenza di un crocifisso nelle classi

quando queste diventano urne per le elezioni politiche era stato già giudicato contrario al principio di

laicità dello Stato.

Il 27 maggio 2002 la direzione della scuola decideva tuttavia di lasciare i crocifissi nelle classi.

Il 23 luglio 2002 la ricorrente impugnava questa decisione davanti al Tribunale amministrativo della

regione Veneto. Basandosi sugli articoli 3 e 19 della Costituzione italiana e sull’articolo 9 della

Convenzione, ella adduceva la violazione del principio di laicità. Inoltre, denunciava una violazione del

principio d’imparzialità dell’amministrazione pubblica (articolo 97 della Costituzione).

Così chiedeva al tribunale di investire la Corte Costituzionale della questione di costituzionalità.

Il ministero della Pubblica istruzione italiano, che ha emanato la direttiva n. 2666 che raccomanda ai

direttori delle scuole di esporre il crocifisso, si costituiva quindi parte nella procedura sostenendo che la

decisione in questione si basava sull’articolo 118 del Decreto regio n. 965 del 30 aprile 1924 e

sull’articolo 119 del Decreto regio n. 1297 del 26 aprile 1928 (disposizioni precedenti alla Costituzione

italiana e agli accordi tra l’Italia e Santa Sede).

Il 14 gennaio 2004 il Tar del Veneto riteneva, tenuto conto del principio di laicità (articoli 2,3,7,8,9,19 e

20 della Costituzione) che la questione di costituzionalità non era palesemente infondata e di

conseguenza investiva della questione la Corte costituzionale. Inoltre vista la libertà d’insegnamento e

visto l’obbligo scolastico, la presenza del crocifisso era imposta agli allievi, ai genitori degli allievi e ai

professori e favorivano la religione cristiana al detrimento di altre religioni.

La ricorrente si costituiva quindi parte nella procedura dinanzi alla Corte costituzionale.

Il governo sosteneva che la presenza del crocifisso nelle classi era «un fatto naturale» in quanto il

crocifisso non era soltanto un simbolo religioso ma anche «il simbolo della Chiesa Cattolica», che è la

sola Chiesa nominata nella Costituzione (articolo 7). Occorreva dunque dedurne che il crocifisso era

indirettamente un simbolo dello Stato italiano.

Con un’ordinanza del 15 dicembre 2004 n. 389, la Corte Costituzionale si definiva incompetente, dato

che le disposizioni nella controversia in essere non erano leggi dello Stato, ma regolamenti che non

avevano forza di legge.

La procedura dinanzi al Tribunale amministrativo quindi riprendeva.

Con una sentenza del 17 marzo 2005 n. 1110, il Tribunale amministrativo respinse il ricorso della

ricorrente. Riteneva che il crocifisso fosse allo stesso tempo il simbolo della storia e della cultura

italiane, e quindi dell’ identità italiana, e il simbolo dei principi di uguaglianza, di libertà e di tolleranza

come pure della laicità dello Stato.

La ricorrente faceva ricorso dinanzi al Consiglio di Stato.

Con una sentenza del 13 febbraio 2006, il Consiglio di Stato respingeva il ricorso, poiché ritebeva che il

crocifisso era diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresentava i valori della vita

civile.

[...] LA RICORRENTE

La ricorrente sostiene, nel suo nome e in nome dei suoi bambini, che l’esposizione del crocifisso nella

scuola pubblica frequentata da questi ha costituito un’ingerenza incompatibile con il suo diritto di

garantire loro un’istruzione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni religiose e filosofiche ai

sensi dell’articolo 2 del protocollo n. 1, disposizione che è formulata come segue: «Nessuno può vedersi

rifiutare il diritto all’istruzione. Lo Stato, nell’ esercizio delle funzioni nel settore dell’istruzione e

dell’insegnamento, rispetterà il diritto dei genitori a veder garantiti l’istruzione e l’insegnamento

conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche».

Inoltre la ricorrente adduce che l’esposizione del crocifisso va contro anche la sua libertà di pensiero e

di religione stabilita dall’articolo 9 della Convenzione, che enuncia: «Ogni persona ha diritto alla libertà

di pensiero, di coscienza e di religione; questo diritto implica la libertà di cambiare religione o di

convinzione, come pure la libertà di manifestare la sua religione o la sua convinzione individualmente o

collettivamente, in pubblico o privato, con il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’ compimento dei riti.

La libertà di manifestare la sua religione o le sue convinzioni non può essere oggetto di altre restrizioni

rispetto a quelle che, previste dalla legge, costituiscono misure necessarie, in una società democratica,

alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubbliche, o alla

protezione dei diritti e libertà degli altri».

La Corte constata che le obiezioni formulate dalla ricorrente non sono palesemente infondate ai sensi

dell’articolo 35 comma 3 della Convenzione. Nota inoltre che dette obiezioni non hanno alcun formale

motivo di irrecevibilità. Occorre dunque dichiararli ammissibili.

La ricorrente ha fornito la cronistoria delle disposizioni pertinenti. Ella osserva che l’esposizione del

crocifisso si fonda, secondo la giurisdizione nazionale italiana, su disposizioni del 1924 e del 1928 che

sono sempre in vigore, benché precedenti sia la Costituzione italiana sia gli accordi del 1984 con la

Santa Sede e il Protocollo addizionale a questi.

Ma le disposizioni controverse sono sfuggite al controllo di costituzionalità, poiché la Corte

costituzionale non avrebbe potuto pronunciarsi sulla loro compatibilità con i principi fondamentali

dell’ordinamento giuridico italiano a causa della loro natura di regolamenti e non di leggi dello Stato.

Secondo la ricorrente, le disposizioni in causa sono l’eredità di una concezione confessionale dello Stato

che si scontra oggi con il dovere di laicità di quest’ultimo e viola i diritti protetti dalla convenzione.

Secondo la ricorrente, esiste una “questione religiosa” in Italia, poiché, facendo obbligo di esporre il

crocifisso nelle aule, lo Stato accorda alla religione cattolica una posizione privilegiata che si traduce in

un’ingerenza dello Stato nel diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione della ricorrente

eddei suoi bambini e nel diritto della ricorrente a istruire i suoi bambini conformemente alle sue

convinzioni morali e religiose, come pure con una forma di discriminazione verso i non cattolici.

Secondo la ricorrente, il crocifisso ha in realtà soprattutto una connotazione religiosa. Il fatto che il

crocifisso abbia altre “chiavi di lettura” non comporta la perdita della sua principale connotazione, che

è religiosa.

Secondo la ricorrente, privilegiare una religione attraverso l’ esposizione di un simbolo dà la sensazione

agli allievi delle scuole pubbliche – e in questo caso ai figli della ricorrente – che lo Stato aderisce a una

specifica fede religiosa. Mentre in uno Stato di diritto nessuno dovrebbe percepire lo Stato come più

vicino a una confessione religiosa che aun’altra, e soprattutto non le persone che sono più influenzabili

a causa della loro giovane età.

Per la ricorrente, questa situazione ha tra l’altro alcune ripercussioni come una pressione incontestabile

sui minori e dà la sensazione che lo Stato sia più lontano da quelli che non si riconoscono in questa

confessione.

La nozione di laicità significa che lo Stato deve essere neutrale e dare prova di equidistanza rispetto a

tutte le religioni, poiché non dovrebbe essere percepito come più vicino di alcuni cittadini che ad altri.

Secondo la ricorrente, lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini la libertà di coscienza,

incominciando con un’istruzione pubblica atta a forgiare l’autonomia e libertà di pensiero della persona,

nel rispetto dei diritti garantiti da Convenzione. Quanto al punto di sapere se un insegnante sarebbe

libero di esporre altri simboli religiosi in una sala di classe, la risposta sarebbe negativa, visto l’assenza di

disposizioni che lo permettono.

IL GOVERNO

Il governo sostiene che il problema sollevato dalla presente richiesta esce dal quadro propriamente

giuridico per tracimare nel terreno della filosofia. Infatti si tratta di determinare se la presenza di un

simbolo che ha un’origine e un significato religiosi è in sé una circostanza tale da influire sulle libertà

individuali in modo incompatibile con la Convenzione.

Secondo il governo, se il crocifisso è certamente un simbolo religioso, riveste tuttavia anche altri

significati. Avrebbe anche un significato etico, comprensibile ed apprezzabile indipendentemente

dall’adesione alla tradizione religiosa o storica poiché evoca principi che possono essere condivisi anche

da quanti non professano la fede cristiana (non violenza, uguale dignità di tutti gli esseri umani,

giustizia, primato dell’individuo sul gruppo, amore per il prossimo e perdono dei nemici).

Secondo il governo, i valori chi fondano oggi le società democratiche hanno la loro origine anche nel

pensiero di autori non credenti e lontani dal cristianesimo: tuttavia, secondo il governo, il pensiero di

questi autori sarebbe intriso di filosofia cristiana, a causa della loro istruzione e dell’ambiente nel quale

sono stati formati.

In conclusione, i valori democratici oggi affonderebbero le loro radici in un passato più lontano, quello

del messaggio evangelico. Il messaggio del crocifisso sarebbe dunque secondo il governo un messaggio

umanista, che può essere letto in modo indipendente della sua dimensione religiosa, costituito da un

insieme di principi ed di valori che formano la base delle nostre democrazie. Il crocifisso, rinviando a

questo messaggio, sarebbe perfettamente compatibile con la laicità e accettabile anche dai non cristiani

e dai non credenti, che possono accettarlo nella misura in cui evoca l’origine di questi principi e di

questi valori.

Secondo il governo, in conclusione, potendo il simbolo del crocifisso essere percepito come sprovvisto

di significato religioso, la sua esposizione in un luogo pubblico non costituirebbe in sé un danno ai

diritti e alla libertà garantiti dalla Convenzione.

Secondo il governo, questa conclusione sarebbe consolidata dall’analisi della giurisprudenza della Corte

che esige un’ingerenza molto più attiva della semplice esposizione di un simbolo per constatare un

limite ai diritti e alla libertà.

Così, secondo il governo, c’è ad esempio un’ingerenza attiva che ha comportato la violazione

dell’articolo 2 del protocollo n. 1 nel procedimento Folgerø (Folgerø ed altri c. Norvegia, (GC), n.

15472/02, CEDU 2007-VIII). In questo caso invece non è indiscussione la libertà di aderire o meno a

una religione, poiché in Italia questa libertà è interamente garantita.

Non si tratta neppure, secondo il governo, della libertà di praticare una religione o di non praticarne

nessuna: il crocifisso infatti è sì esposto nelle aule ma non viene in alcun modo chiesto agli insegnanti o

agli allievi di fare il segno della croce, né di omaggiarlo in alcun modo, né tantomeno di recitare

preghiere in classe.

In realtà, nota il governo, non è neppure richiesto loro di prestare alcuna attenzione al crocifisso.

Infine, la libertà di istruire i bambini conformemente alle convinzioni dei genitori secondo il governo

non è in causa: l’insegnamento in Italia è completamente laico e pluralistico, i programmi scolastici non

contengono alcuna vicinanza a una religione particolare e l’ istruzione religiosa è facoltativa.

Riferendosi alla sentenza Kjeldsen, Busk Madsen e Pedersen, (7 dicembre 1976, serie A n. 23), nella

quale la Corte non ha constatato una violazione, il governo sostiene che, quale che sia la sua forza

evocatrice, un’immagine non è paragonabile all’impatto di un comportamento attivo, quotidiano e

prolungato nel tempo come l’insegnamento.

Inoltre, secondo il governo, chiunque ha la possibilità di fare istruire i suoi bambini in una scuola

privata o in casa, da parte di precettori.

Secondo il governo, le autorità nazionali usufruiscono di un grande margine di valutazione per

questioni così complesse e delicate, strettamente legate a cultura e alla storia. L’esposizione di un

simbolo religioso in luoghi pubblici non eccederebbe questo margine di valutazione lasciato agli Stati.

Ciò sarebbe tanto vero, secondo il governo, in quanto in Europa esiste una varietà di atteggiamenti in

materia. A titolo d’esempio, in Grecia tutte le cerimonie civili e militari prevedono la presenza e la

partecipazione attiva di un ministro del culto ortodosso; inoltre, il Venerdì santo, il lutto nazionale

sarebbe proclamato e tutti gli uffici e commerci sarebbero chiusi, come avviene in Alsazia.

Secondo il governo, l’esposizione del crocifisso non mette in causa la laicità dello Stato, principio che è

iscritto nella Costituzione e negli accordi con la Santa Sede. Non sarebbe neppure, secondo il governo,

il segno di una preferenza per una religione, perché ricorderebbe solo una tradizione culturale e dei

valori umanisti condivisi da altre persone rispetto ai cristiani.

In conclusione, l’esposizione del crocifisso secondo il governo, non va contro il dovere di imparzialità e

di neutralità dello Stato.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Ecclesiastico, tenute dal Prof. Vincenzo Pacillo nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza del Consiglio di Stato del 2008 e una sentenza francese del 2010 sul tema del velo islamico nei luoghi pubblici, due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'uomo, una sull'esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole italiane e l'altra sul velo nelle aule universitarie in Turchia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Pacillo Vincenzo.

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