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Sicurezza sui luoghi di lavoro, parte generale e legislativa

In questa dispensa di Sicurezza sui luoghi di lavoro si approfondisce la questione legislativa. La dispensa appare organizzata nel seguente modo:
- Il medico competente e l'attività di sorveglianza sanitaria alla luce della normativa vigente;
- Il rischio da videoterminali;
- Il rischio chimico.

Esame di Sicurezza sui luoghi di lavoro docente Prof. P. De Rosa

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ACOLTÀ DI EDICINA E HIRURGIA

valutazione delle concentrazioni di inquinanti nell’ambiente di lavoro si fa normalmente

riferimento ai TLVs dell’ACGIH.

E’ quanto mai opportuno ricordare, che l’efficacia dei valori limite deve tener conto di due

aspetti, ambientale e clinico.

Questi elementi sono stati presi in considerazione anche dall’ACGIH per la prima volta

nella edizione del 1987/88 (9) nella cui parte introduttiva si afferma che “un Medico del

Lavoro deve valutare il grado di ulteriore protezione consigliabile per alcuni individui in

base all’ età, abitudini personali, esposizioni pregresse, ipersuscettibilità”. In pratica con

queste poche righe viene introdotto l’importante concetto della sorveglianza sanitaria che

non era mai stato riportato nelle precedenti edizioni dei TLVs.

Tale innovativo elemento è stato sempre riproposto negli anni seguenti ed in un certo

senso avvicina la filosofia dei limiti ACGIH al modus operandi normalmente vigente nel

nostro Paese in cui, come in precedenza detto, si considera sia l’aspetto igienistico

ambientale sia quello sanitario.

Anche considerando tutte le riserve ripetutamente espresse sulle modalità con cui

vengono proposti e/o adottati i valori limite riteniamo che questi ultimi rappresentano

tuttora nella pratica quotidiana dell’Igiene Industriale e della Medicina del Lavoro un

elemento valutativo di riferimento di fondamentale importanza ovviamente se utilizzati in

maniera corretta ed appropriata e non semplicemente intesi come una netta linea di

demarcazione tra sicurezza e rischio.

In precedenza era stato affermato che nella formulazione del giudizio di idoneità non si

poteva prescindere dalla conoscenza dell’ambiente di lavoro, aspetto sul quale ci si è

ampiamente soffermati, e da un attenta valutazione clinica.

Una volta quindi acquisite le conoscenze sull’ambiente di lavoro tramite la determinazione

degli inquinanti definiti tradizionali o mediante il documento di valutazione per i rischi non

quantificabili in termini numerici, il medico competente è chiamato alla valutazione dell’

idoneità del singolo soggetto sulla base delle informazioni anamnestiche, dell’obiettività

clinica, degli opportuni accertamenti laboratoristici e/o strumentali.

Questo secondo passaggio che non può prescindere, come più volte ripetuto, dalle

informazioni sull’ambiente di lavoro risulta assai delicato, per le implicazioni che potrebbe

comportare.

Le situazioni per certi versi estreme che potrebbero verificarsi sono da un lato la

concessione di una idoneità completa pur in presenza di patologie evidentemente

sottovalutate e/o di condizioni precarie del posto di lavoro, dall’altro lato un

atteggiamento eccessivamente prudenziale con la formulazione di giudizi di idoneità

parziale in presenza di modeste patologie e senza un reale approfondimento delle

condizioni di lavoro. Per meglio chiarire alcuni punti che verranno in seguito discussi è

opportuno premettere che il medico competente può formulare un giudizio di idoneità

totale oppure condizionata da prescrizioni e/o limitazioni od infine di non idoneità

temporanea o definitiva.

La sorveglianza sanitaria è effettuata, come riportato dal D.Lgs 626/94 per la valutazione

dell’idoneità alla mansione specifica sia in corso di accertamenti preventivi che periodici

(lettere A e B - comma 2 - art. 16) ed è compito del medico competente esprimere un

giudizio di idoneità per tale tipo di attività (lettera C - comma 1- art. 17).

li concetto più volte ripetuto di “mansione specifica” da un lato costituisce un vantaggio

per il medico nel senso di poter meglio mirare gli accertamenti ritenuti più opportuni ma

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dall’altro lato potrebbe costituire un elemento di limitata flessibilità, soprattutto nelle

aziende di medie e piccole dimensioni, nella gestione di un eventuale nuovo collocamento

del lavoratore non idoneo in una mansione diversa da quella per la quale era stato

assunto.

Il Medico competente infatti oltre che esprimere il giudizio dovrà collaborare con il datore

di lavoro ad una risoluzione dei casi di inidoneità per specifiche mansioni o di idoneità

condizionata.

E’ infatti indubbio che il giudizio espresso deve poter essere trasferito nella realtà

aziendale perché in caso contrario diventa inapplicabile ed inevitabilmente porta ad un

contenzioso.

Non sono richiesti al medico competente cedimenti e compromessi tra valutazioni di tipo

sanitario ed altre esigenze ma una sua fattiva ed ulteriore partecipazione allo studio del

problema specifico mediante ad esempio un nuovo sopralluogo per meglio evidenziare

possibili anomalie e contribuire a porvi rimedio, la verifica della possibilità o meno di

utilizzare dispositivi di protezione personale, l’eventuale necessità di ricorrere ad

accertamenti ambientali per meglio quantificare il rischio. Con tale comportamento

possono essere sicuramente ridotti almeno i casi di parziale inidoneità anche a vantaggio

del datore di lavoro al quale è necessario fare presente che, anche se non disporrà della

massima efficienza da parte del lavoratore, potrà attendersi per altro da quest’ultimo un

minor ricorso alle assenze per malattia, assai frequenti quando ci si trovi ad operare in

situazioni non consone al proprio stato di salute.

La formulazione del giudizio di idoneità non può prescindere quindi, una volta accertato lo

stato di salute del lavoratore, dall’organizzazione del lavoro e dalle possibili misure

preventive che devono essere attuate. Se il medico competente ricorre a criteri

estremamente rigidi il risultato potrebbe essere quello di rendere idonei molti lavoratori

senza che questi ultimi abbiano un reale vantaggio per la propria salute ma

eventualmente svantaggi, quali ad esempio cambiamenti di una attività che richiede

elevata professionalità.

Il medico competente nell’iter che lo porta alla formulazione del giudizio di idoneità può

avvalersi, per motivate ragioni, della collaborazione di medici specialisti (comma 2 art.

17); inoltre gli accertamenti preventivi e periodici possono essere integrati con le indagini

e gli esami ritenuti necessari dal medico competente (comma 3, art. 16).

Questi due aspetti meritano di essere brevemente approfonditi. La collaborazione di

colleghi specialisti può risultare senza dubbio utile per il medico competente per un

approfondimento e/o valutazione diagnostica ed anche per chiarimenti in senso

prognostico della patologia di natura extraprofessionale da cui il lavoratore risulti affetto,

ma deve essere chiaro che il compito dello specialista si ferma a questo punto, cioè nel

trasmettere al medico competente le informazioni di cui sopra.

Il medico competente deve quindi saper discutere con il collega specialista ma non può in

alcun caso demandargli la risoluzione del problema idoneativo. Infatti una volta chiariti i

dubbi diagnostici spetta comunque e sempre al medico competente, a conoscenza dei

fattori di rischio, decidere se l’eventuale patologia documentata è compatibile o meno con

la mansione specifica del lavoratore

Il secondo aspetto riguarda l’esecuzione di accertamenti laboratoristici e/o strumentali

che il medico competente può ed in alcuni casi deve fare eseguire ai lavoratori.

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Anche prima della pubblicazione del D.Lgs. 626/94 era prassi consolidata integrare le

visite mediche con una serie di accertamenti complementari poiché con l’aumentare delle

conoscenze, con i notevoli progressi compiuti nel campo del monitoraggio biologico da

tempo non aveva più senso limitarsi alla sola visita medica senza il supporto di

accertamenti tossicologici chimico cinici e/o strumentali

Un eccessivo ricorso ad esami di laboratorio generici e molto spesso inutili per il fine che

si intende raggiungere, cioè valutare eventuali controindicazioni alla mansione specifica,

deve peraltro essere evitato.

Tra i possibili accertamenti che possono essere richiesti dal medico competente e che

sono di sua specifica competenza specialistica abbiamo poi gli indicatori biologici. In

considerazione del sempre maggior utilizzo del monitoraggio biologico e delle conoscenze

necessarie alla interpretazione dei risultati ottenuti non è possibile affrontare tale

tematica in questa sede e ci si limita pertanto a sottolineare i vantaggi che tale metodica

comporta anche a sostegno dell’attività del medico competente nella formulazione del

giudizio di idoneità.

In precedenza era stato affermato che il medico competente per formulare un preciso

giudizio sull’idoneità o meno del singolo lavoratore non poteva prescindere dalla

conoscenza dell’ambiente di lavoro e degli eventuali fattori di rischio, dalla valutazione

clinica integrata dai necessari accertamenti ed anche dall’aggiornamento professionale.

Quest’ultimo aspetto, non ancora trattato merita però ulteriori considerazioni, anche se

possono risultare ovvie. La presenza di nuovi fattori di rischio è da sempre una costante

in Medicina del Lavoro, basti pensare alla riduzione ed anche alla scomparsa dei

tradizionali quadri cImici ed alla sempre maggiore importanza attribuita ad aspetti in

precedenza ignorati e/o sottovalutati.

L’aggiornamento costante è quindi una necessità per il medico competente non solo su

eventuali nuovi fattori di rischio ma anche sui cambiamenti da adottarsi per la

valutazione di particolari situazioni.

Nell’attività del medico competente in generale ma anche per le specifiche problematiche

legate all’idoneità dei lavoratori, quest’ultimo deve tenere una serie di rapporti oltre che

con i diretti interessati anche con il datore di lavoro, i rappresentanti dei lavoratori,

l’Organo di vigilanza.

Il rapporto tra il Medico competente e singolo dipendente dovrebbe basarsi ovviamente

sulla fiducia anche se il primo potrebbe, con le sue decisioni, soprattutto in tema di

idoneità, arrecare un “danno” al secondo. Il Medico Competente non può comunque

prescindere da un comportamento eticamente corretto facendo svolgere al lavoratore, sia

in corso di accertamenti preventivi che periodici, i necessari accertamenti, informandolo

comunque dello scopo degli stessi ed anche che la mancata esecuzione di questi ultimi

non consentirebbe un giudizio di idoneità.

I rapporti tra il medico competente e il datore di lavoro ed i rappresentanti dei lavoratori

toccano molteplici aspetti ma limitandoci alle problematiche dell’idoneità alla mansione

specifica è da sottolineare come il medico competente debba essere informato

chiaramente sull’ attività lavorativa cui il dipendente verrà destinato ed inoltre di

eventuali cambi di mansione. In occasione di un accertamento periodico infatti il medico

competente può rilasciare una idoneità completa per una mansione specifica e

successivamente constatare, in occasione di un successivo controllo, che il dipendente è

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stato adibito per esigenze aziendali ad altra attività per la quale possono esservi delle

riserve sull’idoneità e/o erano necessari altri tipi di accertamenti.

Tali situazioni sicuramente devono essere evitate mediante una corretta informazione

trasmessa dal datore di lavoro ed anche dai rappresentanti dei lavoratori al medico

competente.

Il rapporto con l’organo di vigilanza in tema di idoneità dei lavoratori o meglio la

possibilità di un ricorso a quest’ultimo sono chiaramente indicate al comma 4 dell’art. 17

del D.Lgs. 626/94 anche se su tale aspetto sono necessarie alcune considerazioni.

La possibilità di ricorrere all’Organo di vigilanza contro il parere formulato dal medico

competente sia da parte del datore di lavoro sia da parte dei lavoratori è sicuramente, in

alcune situazioni particolari, da valutare in positivo. E’ peraltro ovvio che un eccessivo

ricorso a tale possibilità indica chiaramente una situazione di conflittualità o meglio di

mancata collaborazione in particolare tra medico competente e direzione aziendale. Il

medico competente non può certo evitare che altri si rivolgano all’Organo di vigilanza ma

deve essere chiaro che il giudizio definitivo rilasciato da quest’ultimo, a meno di

precedenti clamorosi errori, finirà per essere meno documentato e questo perché il

medico competente maggiormente a conoscenza dell’ambiente di lavoro e dei rischi

presenti, delle modalità operative ecc., può essere miglior interprete dei singoli casi.

In sintesi al Medico del Lavoro, nella sua veste di medico competente, compete nel

campo della sorveglianza sanitaria e nella formulazione del giudizio di idoneità, un molo

assai delicato perché da un lato deve assolutamente evitare di creare falsi malati sulla

base di accertamenti generici ed aspecifici, dall’ altra deve effettivamente selezionare i

soggetti per i quali è controindicata l’ulteriore esposizione. Per ottemperare alle esigenze

di una corretta sorveglianza sanitaria, compito quest’ultimo troppo spesso ritenuto facile

e scarsamente gratificante, un giudizio veramente ponderato deve essere formulato sulla

base della conoscenza dei fattori di rischio, dei risultati del monitoraggio biologico e degli

accertamenti di laboratorio e/o strumentali ed ovviamente di una attenta valutazione

clinica.

Deve però essere ribadito che la sorveglianza sanitaria non può essere svolta con

efficacia se in base ai risultati che fornisce non vengono apportate alla tecnologia

operativa e all’ambiente di lavoro le modifiche che si rendono necessarie; in caso

contrario assumerebbe solo la veste di inutile rituale ed al Medico del Lavoro potrebbero

essere richiesti compromessi, assolutamente da evitare, tra esigenze sanitarie e problemi

di tipo diverso. Pagina 6 di 12

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IL RISCHIO DA VIDEOTERMINALI

Il titolo VI del Decreto Legislativo 626 prende in considerazione gli aspetti relativi

all’utilizzo di attrezzature munite di videotcrminali (VDT). definendo in 10 articoli il campo

di applicazione, gli obblighi del datore di lavoro, le modalità di svolgimento quotidiano del

lavoro, della sorveglianza sanitaria, della formazione/informazione dei lavoratori ecc..

L’inserimento del titolo VI in un Decreto Lgs. che nel suo complesso riguarda il

miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro è

sicuramente dovuto all’enorme diffusione dei VDT sia nell’industria sia nel terziario e di

conseguenza al rilevante numero di addetti che utilizzano tali attrezzature.

Con l’avvento dei VDT e con il loro sempre più largo utilizzo si sono moltiplicati fin dai

primi anni 80 gli studi su eventuali effetti negativi sulla salute creando talvolta anche

allarmismi e confusione.

E’ quindi opportuno puntualizzare quelle che sono allo stato attuale le certezze, in tema

di effetti sulla salute, documentati dalla letteratura scientifica medico-specialistica.

Il lavoro al VDT può comportare l’insorgenza di disturbi oculo-visivi (definiti astenopia) e

muscolo scheletrici mentre sono da escludere effetti sulla gravidanza ed associazioni con

patologie oculo-visive.

Si deve però sottolineare che il lavoro al VDT può comportare gli effetti in precedenza

descritti in relazione alla durata della esposizione ed alle caratteristiche ambientali del

posto di lavoro e della unità VDT. E’ quindi evidente la necessità di ricorrere a tutte le

misure preventive idonee per il miglior svolgimento possibile del lavoro con VDT e questo

è appunto l’obiettivo che il Titolo VI del D.Lgs. si propone.

L’art. 51, comma 1 lettera C del citato decreto, definiva il lavoratore come colui che

utilizza una attrezzatura munita di VDT in modo sistematico ed abituale per almeno 4 ore

consecutive giornaliere dedotte le pause di cui al successivo art. 54 per tutta la settimana

lavorativa.

Tale definizione è ritenuta limitativa e sembrerebbe escludere la gran parte dei lavoratori

dalle norme contenute nel Titolo stesso. Più recentemente sul Supplemento Ordinario alla

Gazzetta Ufficiale del 20.1.2001 sono state apportate modifiche al D. Lgs. 626/94. Viene

definito lavoratore il dipendente che utilizza un’attrezzatura munita di videoterminale in

modo sistematico o abituale per 20 ore settimanali, dedotte le interruzioni. La periodicità

delle visite di controllo, fatti salvi i casi particolari che richiedono una frequenza diversa

stabilita dal medico competente, è biennale per i lavoratori classificati come idonei con

prescrizioni e per i lavoratori che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età,

quinquennale negli altri casi

Per la prevenzione di eventuali disturbi legati all’utilizzo di VDT il posto di lavoro e

l’ambiente devono possedere determinate caratteristiche che verranno qui sinteticamente

riassunte. Le componenti principali del posto di lavoro sono il sedile, il tavolo, lo schermo,

ed altri strumenti e/o accessori (tastiera, stampante, supporto per monitor, leggio porta

documenti, poggiapiedi). Analizziamo ora separatamente le caratteristiche che tali

strumenti ed accessori devono avere alla luce delle più moderne conoscenze in materia.

Il sedile deve avere un basamento a 5 razze (antiribaltabile) e l’altezza dello stesso deve

essere regolabile così come quella dello schienale; quest’ultimo dovrà essere anche

inclinabile. I comandi per la regolazione del sedile devono essere facilmente accessibili

rimanendo seduti. Il supporto lombare, per essere adeguato, sarà costituito da una

spessa imbottitura di tipo semirigido. Il tavolo deve possedere alcune caratteristiche quali

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Teemo92

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia (ordinamento U.E. - durata 6 anni)
SSD:
Università: Ferrara - Unife
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Teemo92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sicurezza sui luoghi di lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ferrara - Unife o del prof De Rosa Paolo.

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