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all’accreditamento e corrispondono

I Comuni provvedono, inoltre, ai soli soggetti

le tariffe a carico dei fondi pubblici per le prestazioni erogate nell’ambito della

accreditati

programmazione regionale e locale (art. 11, comma 3). L’istituto dell’accreditamento è stato

dall’art. 8 del D.

mutuato dal settore sanitario ed, in particolare, Lgs. 502/1992, al fine di

creare un mercato dei servizi sociali caratterizzato da una concorrenza regolata. In un simile

contesto, gli enti pubblici rivestono il ruolo di monitorare costantemente la qualità delle

prestazioni offerte e di vigilare sui soggetti erogatori, autorizzati ed accreditati, perché essi si

definiti. L’autorizzazione e l’accreditamento consentono, pertanto,

attengano agli standards

l’accesso al sistema integrato di prestazioni sociali esclusivamente a quei soggetti che

livelli di qualità nell’erogazione

riescano a garantire i predeterminati dalla regolazione

pubblica (Albanese A., 2005; Renna M., 2007).

La scelta dei soggetti privati che concorrono a formare la rete dei servizi sociali avviene,

nel rispetto dei principi di trasparenza e di semplificazione amministrativa, mediante il ricorso

a forme di aggiudicazione o negoziali che permettano ai soggetti del terzo settore di esprimere

pienamente la loro progettualità (art. 5, comma 2). Le Regioni sono tenute ad adottare

specifici indirizzi per regolamentare i rapporti tra enti locali e soggetti del non profit,

specialmente con riguardo ai sistemi di affidamento dei servizi alla persona (art. 5, comma 3).

Nella prassi, vi sono alcune Regioni che lasciano ai Comuni la scelta in ordine alla forma

gestionale da adottare nel rispetto delle prescrizioni legislative contenute nel TUEL. Altre

attraverso l’emanazione di provvedimenti

Regioni, invece, esprimono delle preferenze

legislativi.

In tale contesto, l’Abruzzo e la Campania prediligono l’azienda consortile. Il Lazio opta

prevalentemente per la società per azioni a prevalente capitale pubblico locale, anche se non

mancano le organizzazioni non lucrative di utilità sociale, le istituzioni pubbliche di

beneficenza ed assistenza, le cooperative sociali, le fondazioni bancarie. La Puglia assegna lo

svolgimento delle funzioni socio-assistenziali alle aziende pubbliche di servizi alle persone

disciplinate dal D. Lgs. 4 maggio 2001 n. 207 o, in mancanza, ad un’istituzione fornita di

in base all’art. 114 del D. Lgs. 267/2000.

autonomia gestionale

Alcune Regioni hanno individuato forme gestionali innovative rispetto a quelle offerte dal

Testo Unico degli enti locali. per esempio, istituito un’azienda di servizi sociali;

La provincia autonoma di Bolzano ha,

mentre il Friuli-Venezia Giulia consente ai Comuni di costituire, anche in forma associata con

altri enti locali e con soggetti privati, delle aziende pubbliche di servizi alla persona (APSP) al

fine di erogare servizi socio-assistenziali e socio-sanitari. Sono state, pertanto, create delle

APSP nuove, che non derivano dalla trasformazione delle ex IPAB, ma che hanno trovato

origine ex novo in atti legislativi degli enti locali. Tali APSP devono possedere un patrimonio

di almeno un milione di euro che non può essere sottoscritto per più di un terzo da enti privati.

Il Friuli-Venezia Giulia ha, inoltre, autorizzato le ASL e le APSP a partecipare a società a

capitale misto pubblico e privato o interamente pubblico (Pesaresi F., 2006).

In concreto, la gestione associata dei servizi sociali si è sviluppata soltanto nelle Regioni

hanno scelto un’unica modalità di gestione

del Nord e del Centro, le quali in parecchi casi

agevolmente identificabile.

Il Friuli-Venezia Giulia ha fatto ricorso allo strumento della convenzione al fine di

delegare alla gestione il Comune capofila. Ciò permette di tenere separate le contabilità

dell’ente gestore e di disporre di una pianta organica aggiuntiva comprensiva del personale

dei Comuni associati e di altre risorse assunte specificatamente (Guglielmi M., 2005; Scapin

C., D’Eliso I., 2003). In Piemonte, prevalgono i consorzi intercomunali ed altre modalità di

gestione quali le comunità montane (Abburrà A., Migliaccio G., 2003). In Toscana ed Emilia

11

ai quali partecipano sia i Comuni, sia le ASL con l’obiettivo

Romagna, operano dei consorzi

di integrare la prestazione dei servizi socio-sanitari (AA.VV., 2003; Minetti P., 2007). In

Veneto, la forma tipica di gestione associata dei servizi sociali è la delega alle ASL: la

Regione eroga direttamente alle aziende sanitarie locali le risorse per le prestazioni sociali,

C., D’Eliso I.,

che formalmente spettano ai Comuni (Scapin 2003). La Lombardia è, infine,

l’unica Regione nella quale ancora non prevale la gestione intercomunale dei servizi sociali,

in quanto tale ente territoriale opta per forme aziendalistiche pubbliche e private, come

l’azienda speciale e le società di capitali per la gestione associata dei servizi sociali (Frego

Luppi S. A., 2009). dunque, mossi nell’ottica di sviluppare un

I provvedimenti legislativi regionali si sono,

pluralismo gestionale che ha dato vita a molteplici forme di erogazione dei servizi sociali,

quali: la gestione diretta dei servizi sociali da parte delle amministrazioni comunali, singole o

associate; la gestione mediante agenzie operative attivate dai Comuni (cd. istituzione o

azienda speciale); la gestione attraverso contratti di affidamento ad enti erogatori esterni; la

sociale;

gestione attraverso lo strumento giuridico dell’accreditamento la gestione delegata

all’Asl in conformità a specifici accordi amministrativi inter-istituzionali; la gestione integrata

inter-istituzionale a mezzo di accordi di programma (Longo, 2004).

Non esiste una gestione ottimale ed efficiente valida in ogni luogo ed in ogni tempo. La

scelta in ordine all’erogazione dei servizi sociali dipende, infatti, da una molteplicità di fattori,

tra i quali si annoverano le finalità degli enti, le caratteristiche dei servizi, i vincoli di bilancio.

Sotto quest’ultimo aspetto, un’indagine ISTAT ha rilevato che, nel 2003, la gestione

associata dei servizi sociali coinvolgeva circa il 25% della spesa dei Comuni ed, in

particolare, le forme associate intercomunali ne gestivano quasi il 17%, mentre la delega alle

Adige, Valle d’Aosta e Liguria, la gestione

ASL ne assorbiva il restante 7%. In Trentino-Alto

associata della spesa comunale prevaleva su quella dei singoli Comuni. La gestione delegata

alle ASL era rilevante soprattutto in Toscana, Veneto ed Umbria. Le Regioni meridionali,

invece, con esclusione della Campania, gestivano la spesa sociale a livello di singola

amministrazione comunale (ISTAT, 2005).

In sintesi, a seconda delle finalità degli enti e delle concrete caratteristiche dei servizi

sociali, le amministrazioni comunali possono fare ricorso alle seguenti forme di gestione:

- in economia, qualora le caratteristiche del servizio non rendano opportuna la

costituzione di un’azienda o di un’istituzione. In tale fattispecie, le prestazioni

all’ente pubblico mediante

vengono erogate da risorse umane appartenenti

l’emanazione di provvedimenti che fanno capo all’amministrazione pubblica;

- in concessione a terzi, quando motivi tecnici, economici e di opportunità sociale

preferibile la sostituzione del terzo all’ente pubblico nell’erogazione del

rendano

servizio, che pur non essendo gestito dall’amministrazione pubblica rimane di

pertinenza della stessa;

attraverso l’azienda speciale, è un soggetto strumentale rispetto all’ente locale,

- che ha

personalità giuridica ed è dotata di autonomia organizzativa, funzionale e

E’, infine, sottoposta ad una serie di controlli attenuati, aventi ad oggetto

patrimoniale.

esclusivamente gli atti primari da essa compiuti;

- a mezzo di istituzione, ente strumentale, privo di personalità giuridica, ma fornito di

autonomia gestionale;

- mediante società per azioni o a responsabilità limitata a capitale prevalentemente

pubblico, costituite o partecipate dall’ente titolare del pubblico servizio, quando tale

forma organizzativa si renda necessaria in considerazione della natura o del contesto

12

territoriale in cui la prestazione è erogata o in relazione alla partecipazione di più

soggetti pubblici o privati;

- attraverso società per azioni in assenza del vincolo della proprietà pubblica

dell’art. 116 TUEL in tema di s.p.a. partecipate da enti

maggioritaria ai sensi locali in

misura minoritaria;

- a società a capitale interamente pubblico;

- al sistema delle convenzioni stipulate con soggetti del terzo settore (Morzenti

Pellegrini R., 2008; Longo F., 2000; Fiorentini G.L., 2000; Battistella A., 2000).

In via di principio, la amministrazioni comunali hanno concretamente organizzato il

procedimento di erogazione dei servizi sociali mediante convenzioni con gli enti non profit

(affidamenti a terzi) oppure in economia, rivelando minore interesse per le potenzialità

economico-occupazionali che possono scaturire da una gestione imprenditoriale delle

medi e piccoli si è, inoltre, privilegiato l’affidamento dei

prestazioni assistenziali. Nei Comuni

servizi a cooperative sociali.

In buona sostanza, i modelli giuridici utilizzati dagli enti pubblici per la gestione dei

servizi sociali sono classificabili in tre macroaree, a seconda della maggiore o minore

partecipazione delle amministrazioni pubbliche nella gestione del servizio.

Una prima forma di organizzazione è caratterizzata dall’intervento diretto dell’ente

pubblico, che gestisce le prestazioni sociali direttamente oppure mediante il ricorso ad una

propria articolazione. E’ il caso delle gestioni in economia, utilizzate tutte le volte in cui le

modeste dimensioni e le caratteristiche del servizio non rendono conveniente il ricorso ad altri

strumenti di erogazione.

Un secondo modello è rappresentato dalla cd. esternalizzazione, vale a dire dalla gestione

a mezzo di un soggetto esterno all’amministrazione pubblica.

del servizio Essa consente agli

enti esterni di ottimizzare le risorse umane e strumentali, attraverso la riduzione delle

dimensioni aziendali (cd. downsizing). Offre, inoltre, al pubblico degli utenti la possibilità di

entrare in contatto con differenziate realtà manageriali, arricchendo la gamma di scelte in

ordine alle prestazioni sociali. Gli enti pubblici possono, infine, risparmiare risorse

finanziarie, usufruire il know-how fornito dai soggetti privati erogatori e dedicare maggiore

tempo ad altre funzioni come la progettazione, il coordinamento e la vigilanza sulla gestione

dei servizi sociali.

La terza macroarea è costituita dal ricorso a figure miste, nelle quali enti pubblici e privati

nell’organizzazione ed erogazione delle prestazioni socio-assistenziali.

compartecipano In tal

caso, il soggetto pubblico può scegliere di intervenire direttamente nella gestione, ricorrendo

ai privati per il solo reperimento di mezzi finanziari. Se l’amministrazione pubblica dovesse

utilizzare anche le capacità imprenditoriali e manageriali delle società di diritto, realizzerebbe

ulteriori vantaggi in termini di efficienza organizzativa.

In tal modo, la pubblica amministrazione riesce: ad incentivare il pluralismo degli enti

erogatori privati; a mantenere la concorrenza del settore nei limiti in cui la stessa non

pregiudichi il perseguimento dell’interesse generale del servizio pubblico; a garantire specifici

l’utilità sociale, che

standards qualitativi; a conseguire è il fine primario degli enti non profit.

In questa prospettiva, le procedure di affidamento della gestione dovrebbero tenere conto

non soltanto di criteri economici, ma anche di indicatori qualitativi riferibili alle diverse

circostanze di organizzazione ed erogazione delle attività di cura, assistenza ed, in linea

generale, dei servizi alla persona. In tal modo, gli utenti usufruirebbero di servizi sociali di

elevata qualità ai migliori prezzi di mercato.

Invero, pur essendoci un orientamento che tende a sottrarre le organizzazioni del terzo

settore alle regole della concorrenza, non vi è un espresso riconoscimento legislativo. 13

dell’utenza

4. Le carte dei servizi e la tutela

L’articolo 13 della legge n. 328/2000 disciplina l’istituto della carta dei servizi sociali.

Al fine di tutelare le posizioni soggettive degli utenti, il primo comma della norma in

esame impone l’adozione dello schema generale di riferimento della carta dei servizi sociali,

nel termine di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge quadro ed a mezzo

di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la solidarietà

sociale, d'intesa con i Ministri interessati. Tale articolo va letto in combinato disposto con gli

artt. 45 e 46 del decreto legislativo 30 luglio 1999 n. 300, in base al quale le competenze del

Ministro per la solidarietà sociale devono considerarsi assegnate al Ministro del lavoro e delle

politiche sociali.

Entro sei mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del citato decreto del Presidente

del Consiglio dei Ministri, ogni ente erogatore di servizi adotta una carta dei servizi sociali ed

è obbligato a darne adeguata pubblicità agli utenti.

In materia, negli anni novanta, è stata emanata la direttiva del Presidente del Consiglio dei

Ministri 27 gennaio 1994 (“principi sull’erogazione dei servizi pubblici”), nota come Carta

In seguito, l’art. 2 della legge 11 luglio 1995 n. 273 l’adozione, con

dei servizi. ha previsto

decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di alcuni schemi generali di riferimento di

carte dei servizi pubblici che potessero recepire, per i singoli settori di attività, i principi della

infine, agli enti erogatori l’adozione di proprie carte

direttiva. La medesima norma imponeva,

dei servizi sulla base delle disposizioni degli schemi generali.

Nel 1999, l’art. 11 del decreto legislativo 30 luglio 1999 n. 286 ha abrogato l’art. 2 della

legge n. 273/1999, abbandonando conseguentemente l’istituto degli schemi generali di

riferimento.

Oggi, la legge quadro ripropone lo schema generale di riferimento per il solo settore dei

servizi sociali, quale atto rilevante nel procedimento di adozione delle carte dei servizi.

Nell’assetto normativo delineato dalla legge n. 273 del 1995, gli schemi generali di

riferimento erano dei parametri legislativi ai quali gli erogatori erano tenuti a conformarsi. Si

temeva, pertanto, che negli schemi potessero essere inserite delle disposizioni di dettaglio

vincolanti per i gestori ed, in linea generale, per il sistema di partecipazione tra enti ed utenti

nella formulazione di procedimenti organizzativi e funzionali idonei a rendere le carte degli

utili strumenti per il conseguimento di elevati livelli di efficienza dei servizi e di tutela

dell’utenza (Midiri F., 2003). Tale processo di attuazione era, inoltre, caratterizzato da un

forte elemento di burocratizzazione, che obbligava gli enti erogatori a seguire

pedissequamente le indicazioni contenute negli schemi generali di riferimento senza offrire

agli stessi la possibilità di adeguarsi ai particolari contesti gestionali.

Per superare questi limiti, parte della Dottrina ha considerato gli schemi generali come

modelli di carte dei servizi modificabili ad opera degli erogatori oppure strumenti di ausilio

per l’elaborazione di carte adeguate alle differenziate circostanze del caso concreto (Vesperini

G., 1997; Battini S., 1995).

Accogliendo questi ultimi orientamenti dottrinari, il legislatore del decreto legislativo n.

286/1999 ha eliminato la figura degli schemi generali di riferimento lasciando maggiori scelte

discrezionali agli enti ed agli utenti nell’attuazione della carta dei servizi.

Allo stato attuale, la legge quadro segue tale trend legislativo, perché pur reintroducendo la

come rigidi parametri normativi. Invero, l’art. 13

figura degli schemi generali non li configura

assegna al governo la funzione di adottare lo schema, obbligando gli enti a predisporre le

carte dei servizi nel termine di sei mesi dalla pubblicazione dello schema. Non impone agli

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erogatori di attenersi inderogabilmente ai contenuti degli schemi generali di riferimento. Nella

legge quadro, questi ultimi rappresentano, quindi, esclusivamente un ausilio tecnico ed un

punto di riferimento per la successiva attività degli enti erogatori e dell’utenza, lasciando

ampio spazio alla loro responsabilità e discrezionalità.

La norma in commento non pone, dunque, preclusioni o obblighi agli enti che debbano

adottare le carte dei servizi o che le abbiano già attuate sotto il vigore delle precedenti

L’articolo 13 della legge quadro non implica neanche l’abrogazione

disposizioni legislative.

tacita dell’art. 11, comma 5 del decreto legislativo n. 286 del 1999 che, l’art.

sopprimendo 2

l’efficacia

della legge n. 237 del 1999, ha riaffermato degli schemi generali elaborati fino al

momento della sua emanazione.

E’, pertanto, ancora applicabile lo schema generale emanato con decreto del Presidente del

21 dicembre 1995 “Schema

Consiglio dei Ministri generale di riferimento per la

predisposizione delle Carte dei servizi pubblici del settore previdenziale ed assistenziale”.

Esso, nel nuovo contesto normativo, non ha sicuramente il valore di parametro legislativo, ma

può essere preso in considerazione come supporto tecnico derogabile dagli enti che vogliano

le proprie carte di servizi anteriormente all’adozione dello schema

adottare o integrare

generale di cui all’art. 13 della legge n. 328 del 2000.

Tale norma non fornisce, però, alcun elemento in ordine al contenuto degli emanandi

schemi.

L’articolo 13 della legge quadro statuisce che lo schema generale deve essere adottato al

fine di tutelare le posizioni soggettive degli utenti. Ciò significa che il governo è tenuto ad

implementare degli adeguati procedimenti di reclamo o di indennizzo automatico, che devono

successivamente essere potenziati e valorizzati dagli enti erogatori nelle proprie carte dei

servizi a vantaggio dei beneficiari (Napolitano G., 1996; Tulumello G., 1999). In generale, è

necessario formulare degli idonei meccanismi stragiudiziali e giurisdizionali di tutela degli

al fine ultimo di conseguire qualità, efficacia ed efficienza nell’erogazione dei servizi

utenti

(Pajano A., 1995).

Il legislatore del 2000 non ha, inoltre, fornito indicazioni univoche in ordine alle diverse

situazioni giuridiche soggettive degli utenti, lasciando allo schema generale e,

conseguentemente, alle carte dei servizi, il compito di tutelarle a prescindere dalla loro

qualificazione come diritti soggettivi o interessi legittimi pretensivi (Sorace D., 1988;

Schinaia E., 1988).

In dottrina, si afferma che gli utenti dei servizi sociali sono titolari di diritti soggettivi con

riferimento a dettagliate prestazioni che gli enti si obbligano a fornire in conformità a

standards qualitativi e quantitativi prestabiliti. Sono, invece, portatori di interessi legittimi

pretensivi tutte le volte in cui gli erogatori sono tenuti a garantire misure organizzative

maggiormente flessibili che, pur rispondendo ai principi fondamentali della gestione, lasciano

ampi spazi di discrezionalità in capo ai gestori (Midiri F., 2003).

Conseguentemente, lo schema generale deve garantire sia forme di indennizzo automatico

e di reclamo per la tutela dei diritti soggettivi, sia procedimenti di partecipazione degli utenti

per la protezione degli interessi cosiddetti di servizio pubblico.

L’articolo 13, comma 2 della legge n. 328 del 2000 chiarisce che, nella carta dei servizi

sociali, sono definiti i criteri per l'accesso ai servizi, le modalità del relativo funzionamento, le

condizioni per facilitarne le valutazioni da parte degli utenti e dei soggetti che rappresentano i

loro diritti nonché le procedure per assicurare la tutela degli utenti. Ferma restando la tutela

giurisdizionale, per proteggere le posizioni soggettive e rendere immediatamente esigibili i

diritti soggettivi riconosciuti, la carta dei servizi sociali prevede per gli utenti la possibilità di

attivare ricorsi nei confronti dei responsabili preposti alla gestione dei servizi. 15

L’art. 13, comma 2 individua, dunque, i contenuti necessari della carta dei servizi,

riportandosi a quanto disposto dal D.P.C.M. 27 gennaio 1994 ed ai diversi schemi generali

adottati (Frego Luppi A, 2004).

La norma sancisce, innanzitutto, il principio di eguaglianza degli utenti nella fruizione dei

servizi sociali nonché del necessario adeguamento della carta alle specifiche condizioni

personali dell’utente. D’altra parte, già il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 27

gennaio 1994, sez. I, rubricata “I principi”, reputava il principio di accessibilità come un

Oggi, l’art. 13, comma 2 cristallizza il

aspetto del tradizionale principio di eguaglianza.

carattere universale dei servizi sociali, assicurando in tal modo l’omogenea fruizione nelle

molteplici aree geografiche e per le poliedriche fasce di utenza (Scarselli Franchi G., 2000;

Clarich M., 1998).

Un altro elemento necessario delle carte dei servizi, a norma dell’art. 13 comma 2 della

legge quadro, è la specificazione delle modalità di funzionamento delle prestazioni. La norma

intende fare riferimento agli standards qualitativi e quantitativi dei servizi che rappresentano

l’input essenziale per il potenziamento dell’efficacia e

la connotazione tipica delle carte e

dell’adeguatezza dei servizi. Per tali motivi, l’articolo in commento impone di approntare

delle condizioni tali da consentire la valutazione degli standards ad opera degli utenti e di

quale presupposto per l’avvio di un’attività di

coloro che ne rappresentano i diritti,

codecisione e costante aggiornamento dei contenuti essenziali delle carte dei servizi sociali

grazie all’intervento strategico dei soggetti rappresentativi.

L’art. 13, comma 2 prevede, infine, la predisposizione di procedure che tutelino i fruitori.

In tal senso, a garanzia dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi, deve venire assicurata

agli utenti la possibilità di esperire dei procedimenti di ricorso a carico dei responsabili

preposti alla gestione dei servizi sociali. Con tale inciso, la norma in esame non intende

riferirsi a meccanismi di autotutela contenziosa, in quanto il termine ricorsi è utilizzato in tale

contesto in un’accezione atecnica da intendersi in senso lato come mezzo che non è

necessariamente finalizzato a contestare provvedimenti amministrativi che possono mancare

nel contesto dell’erogazione dei servizi (Midiri F., 2003).

L’articolo 13 comma 2 ha, infatti, riguardo a forme di contrasto contro tutti quegli atti,

comportamenti e situazioni che possono recare pregiudizio all’efficace ed efficiente attività di

prestazione dei servizi sociali. Focalizza, pertanto, l’attenzione sugli strumenti di reclamo,

rimborso, indennizzo automatico che, introdotti nell’ordinamento dal D.P.C.M. 14 gennaio

1997, sono diventati i mezzi ordinari di tutela dei fruitori e di attuazione concreta delle carte

di servizi.

Le citate forme di tutela si pongono su un piano distinto ed autonomo rispetto ai

procedimenti giurisdizionali, che restano pur sempre esperibili.

Anche l’art. 11 del Regolamento di attuazione dell’art. 23 bis della legge n. 133/2008

favorisce il ricorso alle procedure conciliative, statuendo che tale possibilità venga

espressamente menzionata nei contratti di servizio e nelle carte dei servizi riguardanti la

gestione dei servizi pubblici locali a favore degli utenti, che lamentino lesioni di diritti

soggettivi o di interessi legittimi (comma 1).

L’art. 13, comma 3 della legge quadro, da ultimo, specifica che l'adozione della carta dei

servizi sociali da parte degli erogatori delle prestazioni costituisce requisito necessario ai fini

dell'accreditamento.

L’adozione di strumenti che garantiscano sia efficienti ed uniformi livelli di prestazioni, sia

meccanismi di tutela dell’utenza è, quindi, condizione essenziale per l’accesso degli

adeguati

enti gestori nel sistema integrato dei servizi sociali. La prescrizione in esame richiama, ancora

una volta, l’analogo disposto di cui al D.P.C.M. 14 gennaio 1997. 16

Nel 2001, la Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per la Solidarietà

Sociale ha emanato il decreto 21 maggio 2001 n. 308, recante Regolamento concernente

“Requisiti minimi strutturali e organizzativi per l’autorizzazione all’esercizio dei servizi e

delle strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale, a norma dell’art. 11 della legge 8

provvedimento legislativo, all’art. 5, ha imposto

novembre 2000, n. 328”. Tale al gestore

l’adozione di una Carta dei servizi sociali a norma dell’art. 13 della legge quadro n. 328 del

2000, comprendente la pubblicizzazione delle tariffe praticate con indicazione delle

prestazioni ricomprese. Dal citato regolamento emerge la volontà legislativa di rafforzare la

tutela degli utenti, imponendo l’adozione delle carte dei servizi ad una cerchia di erogatori più

vasta rispetto a quella indicata dall’art. 13 della legge quadro.

Il legislatore non ha contemplato nessuna misura volta al coordinamento ed al controllo

sull’attività di attuazione delle carte dei servizi. Per i servizi sociali, non è previsto alcun

organismo di vigilanza sul comportamento tenuto dagli erogatori e sull’esatto iter di adozione

dell’efficacia ed efficienza nell’erogazione

delle carte. Il procedimento di implementazione

delle prestazioni e di tutela degli utenti mediante l’adozione delle carte dei servizi sociali è,

dunque, lasciato alla discrezionalità incondizionata degli enti. Ciò presenta il vantaggio di

concedere ai gestori la possibilità di scegliere le soluzioni organizzative e funzionali

maggiormente adeguate alle esigenze del caso concreto, ma potrebbe rappresentare un limite

per la tempestiva ed effettiva adozione di elevati livelli di prestazione e di protezione degli

utenti in assenza di idonee forme di controllo sulle azioni degli enti.

Dall’evoluzione legislativa sopra prospettata, si evince facilmente che il legislatore intende

fornire dei mezzi più incisivi di tutela degli utenti (Corso G., 1981; Luciani M., 1995). In tale

prospettiva, l’art. 13 della legge quadro si concilia perfettamente con la riforma del Titolo V

della Costituzione. In particolare, la costituzionalizzazione dei livelli essenziali delle

prestazioni, i richiami contenuti nella legge n. 328 del 2000 a particolari situazioni giuridiche

del sistema integrato inducono a ritenere

in relazione ai servizi offerti nell’ambito

maggiormente adeguate le forme di tutela oggi previste a favore dei fruitori dei servizi sociali.

L’adozione delle carte dei servizi e la possibilità di esperire altri mezzi di tutela

giurisdizionale e stragiudiziale rappresentano dei validi mezzi di tutela dell’utenza per

degli enti obbligati all’erogazione dei servizi sociali compresi nei Lep.

sanzionare l’inerzia A

tal fine, concorre anche la riconoscibilità della sussistenza di specifiche posizioni giuridiche

per l’illegittimo

soggettive la cui lesione dà diritto al risarcimento dei danni subiti dai fruitori

esercizio della funzione pubblica (Finocchi Ghersi R., 2006).

La Carta dei servizi sociali si inserisce, quindi, in un contesto normativo in continua

evoluzione ed incidente sulle pubbliche amministrazioni in termini di miglioramento della

qualità dei servizi e di promozione dei diritti degli utenti. Essa è uno strumento giuridico

finalizzato ad agevolare l’accesso alle prestazioni sociali e socio-sanitarie in maniera

informata e partecipata nonché a promuovere la fruizione su base universalistica e secondo

incentivando l’acquisizione di

criteri di eguaglianza, conoscenze e di materiale informativo

sui servizi sociali a vantaggio di coloro che si trovano in una situazione socio-culturale meno

solida rispetto ad altri utenti (Piazza S., 2005).

La Carta dei servizi sociali, nella formulazione legislativa dell’articolo 13 della legge n.

328 del 2000 è, dunque, orientata a rivestire le quattro funzioni ordinarie delle carte dei

servizi, vale a dire le funzioni di informazione ai fruitori, tutela degli stessi, sviluppo della

partecipazione e sostegno al miglioramento della qualità delle prestazioni sociali (Crepaldi C.,

Categnaro C., De Ambrogio U., 2003).

L’art. 11, Regolamento di attuazione dell’art. 23

comma 3 del bis della legge n. 133/2008

ha, da ultimo, fatta salva l’applicabilità dell’art. 2, comma 461 della legge 24 dicembre 2007

17

n. 244 (legge finanziaria per l’anno 2008). Quest’ultima norma, al fine di tutelare i diritti degli

utenti dei servizi pubblici locali e di assicurare la qualità, l’universalità e l’economicità delle

relative prestazioni, obbliga gli enti locali ad osservare specifiche disposizioni in sede di

stipula dei contratti di servizio.

Nello specifico, essi devono includere nei contratti di servizio determinate clausole aventi

ad oggetto:

l’obbligo a carico dei gestori di emanare una “carta della qualità dei servizi”, da redigere

-

e pubblicizzare conformemente alle intese intercorse con le associazioni di consumatori e di

imprenditori interessate. Tale carta deve contenere gli standards di qualità e di quantità

concernenti le prestazioni erogate, le modalità di accesso alle informazioni garantite, quelle

per proporre reclamo, per adire le vie conciliative e giudiziarie nonché le modalità di ristoro

dell’utenza in forma specifica o attraverso la restituzione totale o parziale del corrispettivo

versato, in ipotesi di inottemperanza;

- la consultazione obbligatoria delle associazioni dei consumatori;

la verifica periodica dell’adeguatezza dei parametri qualitativi e quantitativi del

- dell’utenza;

servizio erogato, contenuti nel contratto di servizio, alle esigenze

l’istituzione

- di una sessione annuale di controllo del funzionamento dei servizi tra enti

locali, gestori ed associazioni dei consumatori, nella quale si tenga conto dei reclami,

delle proposte e delle osservazioni pervenute da parte dei cittadini.

L’art. 11 del Regolamento e la legge finanziaria 2008 hanno, dunque, rafforzato la tutela

degli utenti dei servizi, prevedendo specifici obblighi a carico degli enti e dei gestori, la

predisposizione di carte dei servizi maggiormente rispondenti alle esigenze della collettività,

prefissati e l’intervento tutelante delle

il costante monitoraggio sul rispetto degli standards

associazioni dei consumatori . BIBLIOGRAFIA

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Diritto degli Enti Locali e dei servizi pubblici della Prof.ssa Francesca Di Lascio. Trattasi del saggio di Daniela Meo sulla normativa riguardante i servizi sociali. In particolare, vengono affrontati i seguenti argomenti: quadro normativo; nodi ed interpretazioni; forme di gestione; carte dei servizi e tutela dell’utenza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in politiche pubbliche
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto degli enti locali e dei servizi pubblici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Di Lascio Francesca.

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