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eredi del defunto ed i creditori o i legatari, in quanto i primi possono accettare l'eredità in

un termine enormemente maggiore di quello indicato per la separazione dei beni

ereditari: censura di violazione degli artt. 516 e 518 e 2644 cod. civ., dell'art. 152 cod.

proc. civ. e degli artt. 3 e 24 della Costituzione, nonché difetto di motivazione.

Il motivo non è fondato.

1. 1. La separazione dei beni del defunto da quelli dell'erede è istituto posto a tutela dei

creditori del primo. Essa, infatti, persegue lo scopo di assicurare il soddisfacimento, con i

beni del defunto, dei creditori di lui e dei legatari che l'hanno esercitata, a preferenza dei

creditori dell'erede: art. 512, primo comma, cod. civ.

Riguardo agli immobili e agli altri beni capaci d'ipoteca, il diritto alla separazione si

esercita mediante l'iscrizione del credito o del legato al competente ufficio delle ipoteche.

L'iscrizione si esegue nello stesso modo stabilito per le ipoteche, dichiarando che essa

avviene a titolo di separazione dei beni: art. 518, primo comma, cod. civ., ma è stabilito

che le iscrizioni a titolo di separazione, se eseguite in tempi diversi prendono tutte grado

dalla prima (secondo comma della norma). Nel resto, all'iscrizione in separazione sono

applicabili le norme sulle ipoteche (terzo comma).

Tra le condizioni per l'esercizio del diritto, vi è quella che esso deve essere esercitato

entro il termine di tre mesi dall'apertura della successione (art. 516 cod. civ.), per

evitare la condizione di incertezza nella quale si verrebbero a trovare i terzi in ordine

all'efficacia dei loro acquisti.

1. 2. I caratteri dell'istituto, fin qui descritti, consentono di tenere distinta la separazione

dei beni del de cuius dall'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario.

L'articolo 490, secondo comma n. 3) cod. civ., in primo luogo, dispone che i creditori del

defunto ed i legatari, se vogliono conservare la preferenza sui beni ereditari rispetto ai

creditori dell'erede, non sono dispensati, nel caso in cui l'erede decada dal beneficio

dell'inventario ovvero vi rinuncia, dal chiedere la separazione dei beni. Ne discende che,

sebbene i creditori del defunto ricevano dall'accettazione beneficiata dell'eredità un

vantaggio analogo a quello conseguente alla separazione dei beni, i due istituti si

differenziano nettamente, sia con riferimento ai soggetti che possono farvi ricorso, sia

per quanto riguarda i termini, le condizioni, le modalità e la configurazione dei

corrispondenti esercizi.

Con riferimento all'attuazione, inoltre, la separazione dei beni ereditari fa nascere un

diritto reale di garanzia, molto vicino a quello dell'ipoteca, in favore dei creditori del

defunto. L'accettazione con beneficio d'inventario, come alternativa che l'ordinamento

propone al chiamato all'eredità, invece, persegue il diverso effetto di consentire all'erede

beneficiato, cui l'istituto si rivolge, di non essere tenuto al pagamento dei debiti ereditari

e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti: art. 490, secondo comma n. 2) cod.

civ.

Infine, mentre al beneficio d'inventario, che tutela l'interesse dell'erede a non rispondere

dei debiti ereditari oltre il valore dell'eredità, si ricorre qualora il patrimonio ereditario sia

in condizione deficitaria, la separazione dei beni rileva nella diversa situazione di

passività del patrimonio personale dell'erede.

2. Le differenze ora indicate consentono di superare le critiche contenute nel motivo che

si sta esaminando e l'eccezione d'incostituzionalità in esso proposta.

2. 1. La sentenza impugnata ha fatto decorrere il termine per l'esercizio dell'azione di

separazione, invocata da G.B., dalla data dell'apertura della successione, perché in

questo senso depone la lettera dell'art. 516 citato.

Se ne ricava che la tesi del ricorrente, che il termine doveva decorrere dall'iscrizione

ipotecaria, non solo è contraria al dato normativo e contiene una contraddizione in

termini, ma svuota la funzione acceleratoria del termine per la separazione; funzione

questa, che è posta a tutela della certezza degli acquisti dei terzi acquirenti, la cui

efficacia dipenderebbe solo dalla scelta del creditore dell'eredità di iscrivere la

separazione dei beni ereditari secondo la sua convenienza.

S'intende dire che G.B., non può pretendere che la decorrenza della separazione dei beni

ereditari sia fissata alla data della sua iscrizione all'ufficio delle ipoteche, avvenuta oltre

dieci anni dopo la morte della comune dante causa, come si ricava dallo svolgimento dei

fatti indicati nella sentenza impugnata.

Il problema della natura perentoria o ordinatoria del termine di tre mesi indicato nell'art.

516 citato, inoltre, è mal posto, perchè è chiaro nella norma che si tratta di termine di

decadenza, giacché volto al conseguimento di un beneficio, per il quale i termini sono

sempre perentori.

2. 2. La differenza tra la disciplina della separazione dei beni del defunto e quella

dell'accettazione beneficiata dell'eredità comportano che l'eccezione di incostituzionalità

dell'art. 516 cod. civ. è manifestamente infondata.

Il principio di eguaglianza, di cui all'art. 3 della Costituzione, infatti, non può essere

invocato mettendo a confronto situazioni giuridiche sostanziali di verse nei presupposti e

nelle finalità.

Sul punto, si deve anche precisare che l'accettazione beneficiata dell'eredità non sempre

deve avvenire nel termine decennale. Il termine decennale, infatti, vale nella sola ipotesi

in cui il chiamato all'eredità non sia nel possesso dei beni ereditari, né sia stato da altri

convenuto in giudizio perché dichiari se accetta o rinuncia all'eredità; negli altri casi, il

termine è assai più breve, come risulta dalla disciplina contenuta negli artt. 487 e 489

cod. civ.

L'incondizionato esercizio dei diritti, tutelato dall'art. 24 della Costituzione, inoltre, non è

intaccato dalla previsione di termini di decadenza, come avviene nell'esercizio della

separazione dei beni del defunto da quelli dell'erede.

3. Il secondo motivo del ricorso si riferisce al rigetto della domanda revocatoria dell'atto

di compravendita P. - M.

3. 1. G.B., sostiene che, con la compravendita dell'appartamento, era stato escluso dalla

comunione dei beni ereditari e che erano provati i presupposti dell'azione, perché non vi

era dubbio sul fatto che i debitori P. conoscessero il pregiudizio che l'atto di

compravendita arrecava alle sue ragioni e che l'acquirente, ponendosi a fianco dei

debitori, aveva dato la prova di essere consapevole di tale pregiudizio e di non essere

estranea alle questioni insorte tra i P. ed il G.B., censura di violazione degli artt. 2901 e

2697 cod. civ. e difetto di motivazione.

Il motivo non è fondato.

3. 2. L'art. 2901 cod. civ. pone le condizioni per l'esercizio dell'azione revocatoria e le

indica nelle seguenti: l'esistenza di un valido rapporto di credito, come elemento

costitutivo della fattispecie e come presupposto dell'azione, tra il creditore che agisce in

revocatoria e debitore disponente; dall'effettività del danno, inteso come lesione della

garanzia patrimoniale del credito conseguente al compimento da parte del debitore

dell'atto traslativo; dalla ricorrenza in capo al creditore ed eventualmente al terzo della

consapevolezza che, con l'atto di disposizione, il debitore sta diminuendo la consistenza

del suo patrimonio e, quindi, le garanzie spettanti ai creditori secondo la previsione

dell'art. 2740 cod. civ.

3. 3. Nella specie, gli elementi dell'azione revocatoria non sono stati provati dal G.B., sul

quale incombeva il relativo onere.

Il ricorrente, infatti, non si può trincerare dietro la mera affermazione della sussistenza

della conoscenza che F.M. era consapevole della frode, trattandosi di un fatto che

esisterebbe per il solo fatto di essere favorevole alla parte che l'ha allegato.

Questa considerazione vale, in primo luogo, con riferimento alla posizione di creditore

dell'attuale ricorrente.

In questo giudizio, infatti, egli non ha neppure allegato una situazione creditoria,

tutelabile con l'azione revocatoria. Dall'allegazione dei fatti risulta, invero, solo

l'esistenza di un rapporto di comunione ereditaria sull'immobile oggetto di

compravendita, che non configura la posizione di creditore indicata dal citato art. 2901.

4. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

Le spese di questo giudizio possono essere compensate tra le parti.

P.Q.M.

p.q.m.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 3546 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2004 in tema di termini per chiedere la separazione dei beni componenti l'eredità partendo dal momento di apertura della successione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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