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Sentiero stretto delle politiche - Livi Bacci

Dispense al corso di Demografia della Prof.ssa Annunziata Nobile . Intervento del Prof. Massimo Livi Bacci al convegno dal titolo "LA BASSA FECONDITA’ TRA COSTRIZIONI ECONOMICHE E CAMBIO DI VALORI" del 2003 a Roma. Esso analizza i fattori che condizionano il tasso di fecondità in Italia e che generano... Vedi di più

Esame di Demografia docente Prof. A. Nobile

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Lavoro, riproduzione, cura dei figli

L’argomento forse più maturo, per la conoscenza dei problemi, per la ricchezza

delle esperienze altrove e in Italia, è quello del lavoro, soprattutto della donna, e

della sua conciliabilità con riproduzione e cura della prole. Crescono i tassi di

attività femminili, cresce la proporzione delle famiglie che contano su un doppio

reddito, si alza il livello di istruzione e di formazione delle donne e con esso il

costo-opportunità del tempo, si erode lentamente l’asimmetria di genere all’interno

della famiglia. Nelle società nelle quali il sistema di welfare ha maggiormente

garantito il lavoro femminile, la mancanza di lavoro diventa causa di rinuncia alla

riproduzione e la tradizionale relazione negativa tra lavoro e fecondità sta

diventando positiva (Rindfuss et al., 2000, De Santis e Livi Bacci, 2001)

invertendo di segno. Le indagini svolte nell’ambito della ricerca Venus

confermano che il binomio riproduzione-lavoro è ancora dicotomico e non

sinergico. Sono emerse anche raccomandazioni (Lines 2002; cfr. anche Mencarini

e Tanturri in questo volume) che qui sommariamente riporto:

- Estensione del congedo di maternità al primo anno di vita del bambino;

- Adeguati congedi per la cura del bambino per uno dei due partner/lavoratori

per il secondo e terzo anno del bambino, con salario sussidiato (fino al 75-80%,

entro un tetto massimo);

- Sussidi e incentivi per i datori di lavoro che istituiscono nidi sul posto di

lavoro o nelle vicinanze di esso;

- Permanenza delle madri nel sistema pensionistico fino al terzo anno del

bambino dopo il congedo di maternità, anche se non lavorano. Se la madre non è

beneficiaria del sistema pensionistico, riconoscimento di “crediti” al partner che

lavora;

- Incentivi per permettere alle donne di lavorare part time fino all’ingresso

del figlio nella scuola elementare;

- Sussidi alle imprese che assumono donne rimaste a casa per allevare i figli;

- Accesso a strutture pubbliche per i bambini da 1 a 6 anni, a costi agevolati,

dando priorità alle donne che lavorano a tempo pieno su quelle che lavorano part

time, e di queste su quelle che non lavorano; adeguamento degli orari.

Aldilà delle difficili verifiche sugli eventuali costi, si può però osservare che tali

misure dovrebbero essere avviate congiuntamente – anche se gradualmente- in

modo da esprimere una forza critica. Va però anche ricordato che certi interventi

non sono di facile applicazione a quel crescente numero di donne che sono

lavoratrici “atipiche” o lavoratrici autonome. Tuttavia, azioni in questa direzione

avrebbero l’effetto di diminuire il costo dei figli, di allentare i vincoli di tempo, di

rafforzare la sicurezza delle donne, rimuovendo ostacoli percepiti come impervi da

un ampio numero di donne che vorrebbero avere un figlio, od un figlio in più, ma

vi rinunciano.

La sindrome del ritardo 12

Il ritardo nel passaggio alla vita adulta e all’autonomia è un altro forte vincolo

alla realizzazione dei programmi riproduttivi. Sulla “sindrome del ritardo” dei

giovani italiani e mediterranei si è scritto moltissimo e le indagini hanno sceverato

i ritmi, le componenti, i fattori primari del ritardo stesso. Risalta, in particolare, un

profilo tipico di transizione all’autonomia fatto di passi successivi e concatenati:

istruzione e formazione, ricerca di lavoro, indipendenza dalla famiglia e autonomia

residenziale (De Sandre e al. 1997; Aassve et al. 2001). Ciascuno di questi passi

deve essere compiuto dai due partner prima che avvenga la decisione di formare

un’unione stabile che è il presupposto delle scelte riproduttive. Varie circostanze

hanno determinato un allungamento delle singole tappe e, di conseguenza,

dell’intero percorso, negli ultimi due decenni. Sulla valutazione del ritardo esistono

voci discordi –alcuni (incluso chi scrive) – ritengono che stia assumendo aspetti

patologici, altri (Barbagli, Castiglioni, Dalla Zuanna, 2003) ne pongono in luce gli

aspetti positivi per il benessere di genitori e figli. Ma tutti concordano che il ritardo

ha un effetto negativo sulla fecondità, perché spostando in avanti le scelte tende a

frustrare o ridimensionare i programmi riproduttivi delle coppie: per problemi di

salute o subfertilità, per il maggior peso della cura dei figli, per mancanza di

tempo. A questo effetto “meccanico” se ne aggiunge un secondo, di costo: si

afferma la percezione della lunga durata dell’impegno economico (e non solo)

della coppia verso i figli che, attualizzato, cresce di dimensione. Molto diverso

sarebbe l’atteggiamento delle coppie in società diverse nelle quali, a parità di

circostanze, i giovani divengano autonomi dalle famiglie a 20 e a 30 anni

rispettivamente. La percezione del costo dei figli sarebbe diversa e così anche i

comportamenti. Un terzo effetto, più sottile, è che il ritardo nell’acquisizione

dell’autonomia –e la lunga permanenza, soprattutto degli uomini, in famiglie

protettive- rallenti quella democratizzazione dei comportamenti intrafamiliari che

le indagini mostrano correlati ad una minore fecondità.

Tutte quelle politiche idonee a invertire il ritardo, a rendere meno lenta la

transizione verso l’autonomia, ad anticipare i tempi delle scelte vitali sono quindi

da sostenere, per una doppia ragione: per i loro positivi possibili effetti sulla

natalità (si restringe anche la forbice tra aspettative e aspirazioni delle coppie), ma

anche per il contributo generale allo sviluppo che ne conseguirebbe (entrata

anticipata nel mercato del lavoro, stimoli alla mobilità, all’iniziativa). Anche qui

ritorna l’utilità di politiche che favoriscano l’accesso al lavoro e che facciano sì che

questo –quando non sia a tempo indeterminato- sia coniugato a nuove forme di

garanzia di continuità di reddito. Positivo potrebbe essere l’accorciamento degli

studi universitari promesso dall’attuale riforma che però rischia di ottenere effetti

inversi per la moltiplicazione dei “livelli” di studio.

Negative, nonostante l’apparenza, sono quelle proposte –come quelle contenute

nel Libro Bianco dell’Welfare (Ministero del Lavoro 2003) – che mirano ad

agevolare l’acquisto (e non l’affitto) della casa da parte dei giovani e che quindi

immobilizzano risorse finanziarie e scoraggiano la mobilità.

Come tutti i mutamenti sociali che durano nel tempo, il ritardo nella

transizione allo stato adulto produce fenomeni di aggiustamento strutturale che poi

13

è difficile erodere o smantellare, rendendo più difficile il compito delle politiche.

Si pensi all’impegno finanziario oramai richiesto dal matrimonio: negli anni ’90 –

secondo l’indagine multiscopo- il 73 per cento degli sposi faceva un banchetto di

nozze con più di 100 invitati con una spesa media (con annessi e connessi) che

sicuramente superava i 10,000 euro. Si pensi poi all’impegno finanziario dedicato

all’acquisto e all’impianto della casa che diventa l’investimento della vita fatto non

quando la famiglia è al culmine delle sue possibilità finanziarie, ma all’inizio di

carriera. Si pensi ad un sistema formativo a piani sovrapposti, che può impiegare a

tempo pieno il giovane fino a 30 e più anni. Si creano così obblighi e convenzioni

sociali (con il loro contorno di attività, imprese e istituzioni ad hoc), che

perpetuano comportamenti che acquisiscono poi lo “status” di normalità.

Riformare il sistema dei trasferimenti: una proposta radicale

In Italia i trasferimenti sociali per sanità, invalidità, pensioni, famiglia e

infanzia, disoccupazione e abitazione, ammontano al 25 per cento circa del PIL,

due punti in meno della media europea UE-15. (Eurostat 2003). Quasi i due terzi

(il 63,4 per cento) della spesa sociale è assorbita dalle pensioni, contro meno della

metà (46,4 per cento) UE-15. Nemmeno un venticinquesimo della spesa sociale

(3,8 per cento) è destinata, come si è visto all’inizio, a famiglie e infanzia, contro

un dodicesimo (8,2 per cento) della media. Insomma, i dati dell’Italia suggeriscono

che quella tendenza generale, ad operare forti (e crescenti nel tempo) trasferimenti

agli anziani e deboli (e decrescenti) trasferimenti alle famiglie e all’infanzia (e

quindi ai giovani), da noi assume particolare forza. Poiché una riforma del sistema

di welfare favorevole alla natalità deve passare, in un modo o nell’altro, per una

riallocazione funzionale dei trasferimenti, vi saranno vincenti e perdenti. Ora è

vero che, dagli anziani, passa un flusso (di entità incerta) di risorse e aiuti alle

generazioni più giovani e che l’altruismo può operare una correzione nella

destinazione finale delle risorse. Ma questo pensiero non è consolante perché,

portato all’estrema conseguenza, contiene la negazione stessa dell’utilità del

sistema di welfare.

Il possibile effetto negativo sulla natalità dei correnti sistemi di welfare

(attraverso la rescissione del legame solidale tra genitori e figli, tra adulti e anziani,

e per l’emergere della “deriva negativa” per la quale è conveniente avere meno

figli della media) fu ben messo in rilievo nel già citato scritto di Harrod (Archives

2001): “se una coppia aveva sei figli, due avrebbero potuto fallire nella vita, due

avere un cuore duro e indifferente verso la sorte dei genitori, ma sarebbe stata

davvero mala sorte se due dei sei non avessero avuto affetto e mezzi sufficienti per

tenere i genitori fuori dall’ospizio. I genitori di soli due figli sarebbero in

condizioni assai più precarie. Progressivamente gli infortuni sul lavoro, le malattie,

la vecchiaia, la disoccupazione sono venuti sotto la pubblica protezione e la

necessità di assicurarsi facendo figli è venuta meno”. Ne emerge una cura evidente:

ristabilire il vincolo riproduzione-protezione per altre vie. 14

Una proposta radicale è quella formulata da De Santis ( De Santis 1995, 1997,

2003). Un solo sistema pubblico protegge tutti coloro che non sono in età

lavorativa, i giovani fino a alfa anni (per esempio: 18), gli anziani oltre beta anni

(per esempio: 65). Alfa e beta sono frutto di scelte politiche, e sarebbe bene

variassero automaticamente con la sopravvivenza in modo da mantenere costante

la quota di ciclo di vita che ogni individuo trascorre da giovane, adulto e vecchio

(per esempio: ¼, ½ e ¼). Il sistema non ha come obbiettivo principale quello

redistributivo tra ricchi e poveri, benché possa contenere qualche elemento

riequilibratore anche in questo senso. Il sistema è a ripartizione e quindi può dare

solo in base alla produzione corrente del paese e coerentemente formula solo

“promesse” relative. Relative in due sensi, economicamente e demograficamente.

Economicamente. Il numerario è il reddito netto medio dell'adulto (non del

lavoratore: il sistema tiene automaticamente conto della situazione occupazionale)

[w(1-a)=1, dove w=salario lordo e a=aliquota contributiva]: ai giovani si

promette un beneficio b(G)=r(G) * w(1-a), mentre per i vecchi il beneficio è pari a

b(V)=r(V) * w(1-a), dove le variabile di scelta politica sono i rapporti r(G) e r(V).

Per esempio, con r(G)=30% e r(V)=60% il child benefit è esattamente il 30% del

reddito medio degli adulti, mentre la pensione è in media il 60%.

Demograficamente. Il sistema considera una cosa nuova in letteratura: la

struttura per età di riferimento è quella della popolazione stazionaria corrente, e

quindi assorbe, cioè compensa, automaticamente le fasi con struttura demografica

favorevole con quelle a struttura sfavorevole.

Ovviamente, le condizioni esterne (la sopravvivenza) e le scelte della

collettività (alfa, beta e r) determinano un’aliquota contributiva di equilibrio. Per

esempio, con alfa=18, beta=65, r(G)=0,3 e r(V)=0,6, l’aliquota viene del 25,4%.

De Santis dimostra che il sistema è in equilibrio finanziario di lungo periodo, e che

(se alfa e beta si muovono con e0), il sistema mantiene (quasi) inalterata l'aliquota

contributiva che la collettività ha scelto all'inizio. Inoltre è equo (tanto si paga,

tanto si riceve nel corso della vita), non ha bisogno di previsioni di nessun tipo, e

non disincentiva la fecondità, anche se è vero che per garantire questo

bisognerebbe trovare il giusto valore di r(G), che purtroppo non si conosce se non

molto approssimativamente. In questo sistema, parte del carico degli inattivi

(anche giovani) passa dalle famiglie alla collettività: quanta parte, dipende dalle

scelte politiche (su alfa,beta, r(G) e r(V)). Non toglie la responsabilità individuale

come spesso fanno i sistemi PAYG (le pensioni possono essere perfettamente

proporzionali all’ammontare del lavoro e dei contributi durante la vita), ma

riconosce che i giovani sono un bene pubblico da sostenere, nella misura r(G), a

carico di tutti quelli che lavorano e producono, con o senza figli.

Questa riforma è senza dubbio radicale, e se questo non favorisce il suo

accoglimento, sicuramente ne fa un punto di riferimento importante. Essa è

condizionata dall’ipotesi che alla lunga i sistemi demografici non si discostino

troppo dalla stazionarietà (un’ipotesi che non trova tutti concordi). Ma essa risolve

concettualmente il problema della “deriva negativa” della natalità, e ristabilisce 15

l’equità per quanto riguarda il sostegno dei giovani del quale diviene

corresponsabile la collettività.

Riformare il sistema dei trasferimenti: una proposta di sostegno ai figli e al loro

ingresso nella vita attiva

La proposta che segue è –se è lecito farlo in una conferenza scientifica- una

sorta di provocazione intellettuale. I suoi meccanismi sono solo abbozzati e

l’ingegneria finanziaria e giuridica andrebbe studiata in dettaglio prima di farne

una vera e propria proposta politica. La proposta non presuppone una radicale

riforma del sistema dei trasferimenti. Di questa proposta si trova traccia seminale

in un lavoro di Demeny (Demeny, 1986), mentre le proposte di Ackermann e

Alstott e del Labor britannico benché abbiano aspetti simili, hanno finalità

meramente redistributiva e meccanismi diversi (Ackerman e Alstott 1999, The

Economist, 2003).

In ogni società, i figli sono allevati dai genitori, come beni privati. Una quota

delle spese però viene assunta dalla collettività, attraverso la fiscalità generale (per

lo più), per scuola, sanità e qualche trasferimento monetario. Indipendentemente

dall’ammontare di questa redistribuzione –che in genere viene considerata

modesta, anche in vista del rapido aumento dei costi relativi di allevamento dei

figli- un problema è quello che il costo dei figli viene a ricadere sulle spalle di chi

li fa, e c’è poco riequilibrio nei confronti di chi, per scelta o costrizione, non ne ha.

Riequilibrare questa “iniquità” è complicato e difficile. Lo schema che segue ha

queste caratteristiche fondamentali:

- Aldilà dei servizi che lo Stato decide di passare alle famiglie/figli (per

scuola, casa, sanità) c’è un riconoscimento “politico” che occorre sostenere le

famiglie con figli;

- Questo sostegno è destinato ai figli in quanto tali e non ai genitori, anche se

essi possono (come si vedrà) utilizzarne parte. I figli sono “titolari”.

- Il sostegno è diviso in due quote, la prima utilizzabile dalla famiglie per

coprire (parte) delle spese di allevamento, l’altra utilizzabile dal figlio al

conseguimento della maggior età a fine di “investimento” sul proprio futuro.

- Il contributo si configura –in parte- come un “prestito” che la collettività fa

ad ogni nuovo nato, e che da questo viene ripagato nel corso della propria vita

attiva con determinate modalità.

- Ogni individuo è quindi “reso responsabile in differita” del proprio

allevamento; il contributo dello stato, in quanto tale, non ricade né sulle famiglie

che hanno i figli né –per il tramite della fiscalità generale- su coloro che non fanno

figli.

Schema di funzionamento:

Ad ogni neonato, alla presentazione del certificato di nascita, viene

intestato un “conto” (contestualmente al codice fiscale che, appunto, oggi viene

attribuito alla nascita); 16

Questo conto, fino alla “maggiore età” o altra età convenzionale alfa, viene

alimentato con un credito annuale (eventualmente differenziato per il primo anno)

e dagli interessi che lo accrescono. Il conto può essere alimentato anche da

donativi di parenti. e amici;

Annualmente i genitori o legali rappresentanti possono attingere al fondo entro

un determinanto tetto –supponiamo il 50 % dell’accreditamento annuo - al fine di

contribuire alle spese di allevamento;

Al compimento della “maggiore età”, o dell’età alfa, l’intestatario diviene

titolare del conto ed ha la possibilità di utilizzarne l’ammontare entro un certo

numero di anni (supponiamo 5 o 10) con precise finalità riguardanti: l’acquisto di

determinati beni strumentali; l’istruzione e la formazione; l’avvio di un’attività

professionale, artigianale od imprenditoriale;

Allo scadere della “maggiore età” (o dell’età alfa) maggiorata degli anni utili

(5, 10) per l’impiego del fondo, la parte non utilizzata viene assorbita dallo Stato.

La parte utilizzata viene rimborsata dal titolare (mediante addizionale IRPEF,

trattenuta in busta paga o altro marchingegno) con una lunga rateazione,

corrispondente all’incirca alla durata media della vita attiva (supponiamo 30 anni).

La rateazione potrebbe essere modulata temporalmente (più bassa all’inizio, più

alta alla fine); le agevolazioni potrebbero essere introdotte a scopo perequativo per

i redditi più bassi; provvedimenti particolari potrebbero tenere conto degli

“incapienti”, dei poveri, degli insolventi.

Una proposta di questo genere avrebbe vari vantaggi. Essa invierebbe un

“segnale” forte alle famiglie e alla società in genere. Accrescerebbe il senso di

“empowerment” delle giovani generazioni oggi fortemente compresso. Il neonato è

il titolare del fondo, indipendentemente dalla condizione della sua nascita se da

genitori sposati oppure no. Alle famiglie non viene fatta una “elargizione”, ma

erogato un contributo che (entro la quota del 50 per cento) rappresenta il

riconoscimento che il “produrre” futuri adulti è nell’interesse pubblico.

Si suppone poi che l’altruismo guidi i comportamenti familiari e che la quota

utilizzata annualmente sia destinata ad aumentare il benessere dei figli; il fatto che

questa quota, se non utilizzata, accresca la dotazione del figlio adulto rinforza

l’altruismo. Poiché il figlio è il titolare del fondo, i genitori che prelevano nel

limite del 50 per cento sanno di attingere a denari non loro. La proposta è equa: si

riceve nell’infanzia e in gioventù, ma si rende nell’età adulta. Essa accresce la

responsabilità della famiglia verso il beneficiario e di questi nei confronti di se

stesso. La proposta, infine, facilita la transizione allo stato adulto accelerando il

conseguimento dell’autonomia.

I problemi per la sua traduzione in pratica sono moltissimi, e riguardano il

periodo di transizione a regime, l’accettabilità politica, il costo, l’ingegneria

giuridica e finanziaria. Un problema di fondo è se il contributo debba avere

carattere universalistico o escludere, per esempio, determinate fasce di reddito.

Così facendo si introdurrebbe una finalità redistributiva che però è estranea alla 17

filosofia della proposta, e che andrebbe recuperata dalla fiscalità generale o, al più,

assegnata alla fase di “restituzione” del prestito.

Per quanto riguarda il costo esso non appare proibitivo. Per esempio, la parte di

contributo annuo disponibile per le famiglie (fino al 50 % del totale) potrebbe

assorbire ciò che viene oggi erogato a famiglia e figli sotto varie forme (assegni

familiari, sussidi ecc.) eventualmente maggiorata per raggiungere una quota di PIL

simile alla media Europea (corrispondente, nel 2000, a circa 3000 euro per

minorenne). L’altra metà non verrebbe erogata se non al momento di concessione

del prestito. Un contributo annuo di 4000 euro per figlio (di cui 2000 accantonati)

corrisponderebbe, dopo 18 anni, con un tasso d’interesse realistico, a circa 50000

euro –una somma cospicua- che se erogata completamente e contemporaneamente

a tutti coloro che in un anno diventano maggiorenni significa circa 25 miliardi di

euro, il 2 per cento del Pil attuale.

Conclusioni

La rassegna delle pagine precedenti confluisce in alcune considerazioni finali.

Una politica volta a sostenere la riproduzione non può che partire

dall’accettazione del principio che i figli sono una prerogativa privata che

comporta benefici per la collettività e dalla considerazione che il sistema dei

trasferimenti tende a penalizzare le famiglie con più figli rispetto alla media. Vari

elementi inducono a ritenere che un riequilibrio del sistema non possa essere

“indolore” e implichi una forte redistribuzione dei trasferimenti. In un quadro

generale di ristrutturazione del sistema di welfare, vi sono tre altre importanti linee

di intervento. Una riguarda l’allentamento dei vincoli di tempo e di costo imposti

alle donne che hanno contemporaneamente funzioni di cura dei figli e svolgono un

lavoro. Questo “allentamento” passa anche per un riequilibrio delle asimmetrie di

genere, particolarmente forti nel contesto italiano. Un’altra linea di azione riguarda

l’erosione della sindrome del ritardo, con il triplice beneficio di anticipare

l’apporto dei giovani alla società, di anticipare le scelte di vita e riproduttive, di

alleviare il costo dei figli per le famiglie di origine. Una terza linea di azione della

quale non ho specificamente trattato attiene al miglioramento del contesto

“ambientale” all’interno del quale vengono operate le decisioni riproduttive.

Questo è responsabilità pubblica (scuola, formazione, spazi di gioco, sport,

sicurezza, mobilità) ma anche privata. Più favorevole alle famiglie con figli è

questo contesto, migliore è il bilancio costi-benefici della riproduzione. Ma in

questa azione può essere importante il ruolo del settore privato. Il ristorante con

menu familiari, gli alberghi con tariffe speciali (e ricettività attrezzata) per le

famiglie, le aziende di trasporto con biglietti cumulativi, i parchi o i musei con

facilitazioni familiari, fabbriche e uffici con nidi…La fantasia può sforzarsi: ma

un’azione collettiva in questa direzione potrebbe contribuire a modificare cultura e

valori. Vogliamo le cicogne? Facciamole volare, senza sparare loro addosso.

(revisione 21 Maggio 2003) 18

BIBLIOGRAFIA

I lavori prodotti nell’ambito della Ricerca “La bassa fecondità Italiana tra costrizioni

economiche e cambio di valori” – ribattezzata anche progetto Venus- sono qui citati

con riferimento a “I Workshop, Firenze 2001” e al volume di Atti del “II Workshop,

Udine 2002”. La citazione completa di questo volume è: M. Breschi e M. Livi Bacci,

(a cura di) La bassa fecondità italiana tra costrizioni economiche e cambio di valori,

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Dispense al corso di Demografia della Prof.ssa Annunziata Nobile . Intervento del Prof. Massimo Livi Bacci al convegno dal titolo "LA BASSA FECONDITA’ TRA COSTRIZIONI ECONOMICHE E CAMBIO DI VALORI" del 2003 a Roma. Esso analizza i fattori che condizionano il tasso di fecondità in Italia e che generano una diminuzione delle nascite. In particolare è concentrato sulle cause "micro" come le decisioni individuali e sulle cause "macro" come le politiche di sostegno alla natalità, le costrizioni economiche, le migrazioni.


DETTAGLI
Esame: Demografia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Demografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Nobile Annunziata.

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