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Sentenze straniere in Italia

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce il testo dell'ordinanza n. 14201 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2008.... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it., 2009, I, 1568

n. 48 del 1979, id., 1979, I, 1644 — nella previsione dell’art. 10, 1° comma, Cost.) dell’immunità

degli Stati per gli atti espressione della loro sovranità, costantemente affermato dalle sezioni unite

della corte (v., da ultimo, sez. un. n. 11225 del 2005, id., 2005, I, 3046, con riferimento al caso dei

«bond argentini»), eccetto che nell’unica decisione — dalla repubblica ricorrente fermamente

criticata — n. 5044 del 2004 (id., 2007, I, 936), con la quale, in una fattispecie analoga a quella in

esame, l’applicazione del suddetto principio è stata negata sul rilievo, in sintesi, che il rispetto dei

diritti inviolabili della persona umana avrebbe assunto il valore di principio fondamentale

dell’ordinamento internazionale, riducendo la portata e l’ambito di altri principî ai quali tale

ordinamento si è tradizionalmente ispirato, quale quello sulla «sovrana uguaglianza» degli Stati, cui

si collega il riconoscimento dell’immunità statale dalla giurisdizione civile straniera.

Rilevato altresì che, nell’odierno ricorso, ad ulteriore conforto della tesi della permanente validità

del principio dell’immunità dalla giurisdizione civile dello Stato straniero per gli atti iure imperii:

— si richiamano recenti pronunzie di altre corti supreme europee. Quali, in particolare, le decisioni

17 settembre 2002 della Corte suprema greca, 26 giugno 2003 della Corte federale di cassazione

tedesca, 16 dicembre 2003 della Corte di cassazione francese, 14 giugno 2006 della House of Lords

(in causa Jones v. Ministry Interior Al-Maulaka Al-Arabine AS Saudise and others, id., 2008, IV,

512);

— si riporta una sentenza del 2002 della Superior Court of Justice dell’Ontario (in causa Houshang

Bouyari);

— si richiamano pure arresti della Corte europea dei diritti dell’uomo (21 novembre 2001, Al-

Adsami e governo Regno unito Gran Bretagna e Irlanda del nord, id., Rep. 2002, voce Diritti

politici e civili, nn. 139, 143, 146; 12 dicembre 2002 Kalogeropoulou ec. c. Grecia e Germania; 14

dicembre 2006 Markovic c. Italia, id., 2007, IV, 125);

— si precisa, inoltre, che le decisioni delle corti degli Stati uniti citate nella sentenza 5044/04, in

quanto fondate su un’espressa previsione normativa (emendamento del 1996 al Foreign Sovereign

Immunities Act del 1976) riguardano esclusivamente gli Stati sponsor del terrorismo, mentre in

numerose altre decisioni statunitensi è stato riaffermato il tradizionale principio di immunità.

Considerato che, però, non valgono, in primo luogo, ad escludere la giurisdizione del giudice

italiano le disposizioni contenute nei trattati del 1947 e del 1961 prima richiamati, atteso:

— che così come formulate, le medesime si riferiscono ai rapporti di diritto sostanziale e non alla

giurisdizione (spettando al giudice eventualmente adìto decidere nel merito in ordine alle domande

oggetto della rinuncia e, in primo luogo, alla data di acquisizione del diritto);

— che diversamente opinando non si spiegherebbe l’impegno assunto dalla Repubblica italiana di

«tener indenne la Repubblica federale di Germania da ogni eventuale azione o altra pretesa legale»,

né il fatto che la stessa Repubblica federale di Germania abbia istituito, con il concorso delle

imprese tedesche che si erano avvalse del lavoro dei deportati, una fondazione («Memoria

responsabilità e futuro») anche per assicurare un indennizzo alle vittime;

— che il prospettato difetto di giurisdizione del tribunale adìto neppure può dirsi implicato dai

principî di diritto internazionale in tema di immunità degli Stati dalla giurisdizione civile;

— che, per tal profilo, le decisioni delle corti supreme, nazionali ed europea richiamate dalla

ricorrente non altro stanno a dimostrare che ciò di cui queste sezioni unite, con la sentenza n. 5044

del 2004, si erano dichiarate già «consapevoli»: il fatto, vale a dire, che non esista, allo stato, una

sicura ed esplicita consuetudine internazionale per cui il principio dell’immunità dello Stato

straniero dalla giurisdizione civile per gli atti dal medesimo compiuti iure imperii (tra i quali

innegabilmente rientrano anche quelli, in particolare, relativi alla conduzione delle attività belliche:

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cfr. sez. un. 8157/02, id., Rep. 2002, voce Giurisdizione civile, nn. 166, 219) possa ritenersi

derogato a fronte di atti di gravità tale da configurarsi come «crimini contro l’umanità»;

— che, peraltro, le suddette decisioni (anche in ragione della peculiarità delle fattispecie considerate

e dei particolari contesti in cui sono state adottate) neppure possono, altrettanto sicuramente,

reputarsi espressive di una consuetudine di segno opposto;

— che anzi — come, tra l’altro, emerge anche dalla relazione di minoranza allegata a Corte eur.

diritti dell’uomo 21 novembre 2001, in causa Al-Adsani v. Regno unito (che trae dalla natura

cogente del divieto di tortura l’inefficacia della regola di immunità) e da un significativo obiter in

motivazione della successiva sentenza, della stessa corte europea, 12 dicembre 2002, in causa

Kalogeropoulou and others v. Greece and Germany — un principio limitativo dell’immunità dello

Stato che si sia reso autore di crimini contro l’umanità può presumersi «in via di formazione»;

— che, di fatto, il principio consuetudinario di immunità dalla giurisdizione civile dello Stato

straniero (volto a favorire le relazioni internazionali con il rispetto delle reciproche sovranità)

coesiste, dunque, nell’ordinamento internazionale, con l’altro parallelo principio, di pari portata

generale, per cui i crimini internazionali «minacciano l’umanità intera e minano le fondamenta

stesse della coesistenza tra i popoli» (così, testualmente, ad esempio, Corte costituzionale di

Ungheria n. 53 del 1993; e, analogamente, tra altre, tribunale penale per la ex Jugoslavia 10

dicembre 1998 e 14 gennaio 2000; Corte eur. diritti dell’uomo 21 novembre 2001, A. v. Regno

unito). Come tale — come crimine cioè contro l’umanità — venendo in particolare, sempre a livello

di comunità internazionale, considerata «la deportazione e l’assoggettamento dei deportati al lavoro

forzato» [come inequivocabilmente, tra l’altro, emerge dallo statuto delle Nazioni unite firmato a

Londra l’8 agosto 1945, sub art. 6, lett. b); dalla risoluzione 95 dell’11 dicembre 1946

dell’assemblea generale delle Nazioni unite; dai principî di diritto internazionale adottati nel giugno

1950 dalla commissione delle Nazioni unite, sub VI; dalle risoluzioni del consiglio di sicurezza

827/93 e 955/94, con le quali sono stati adottati, rispettivamente, lo statuto del Tribunale penale

internazionale per la ex Jugoslavia (art. 2 e 5) e lo statuto del Tribunale penale internazionale per il

Ruanda (art. 3) sia, infine, dalla convenzione con la quale è stata istituita la corte penale

internazionale, sottoscritta a Roma il 17 luglio 1998 da ben centotrentanove Stati (dei quali

centoventi ratificanti) ed entrata in vigore il 1° luglio 2002 (art. 7-8)];

— che l’innegabile «antinomia» tra i riferiti principî — i quali risultano entrambi automaticamente

recepiti dal nostro ordinamento per effetto della norma (di produzione) di cui all’art. 10 Cost. — nel

momento in cui questi vengano, come nella specie, contemporaneamente, ed antagonisticamente, in

rilievo, non può altrimenti risolversi — di ciò queste sezioni unite restano persuase — che, sul

piano sistematico, dando prevalenza alle norme di rango più elevato (secondo il criterio già

prospettato dai giudici di minoranza nella sopra citata Corte eur. diritti dell’uomo 21 novembre

2001);

— che, infatti, come già sottolineato nella sentenza n. 5044 del 2004 di questa corte, il rispetto dei

diritti inviolabili della persona ha assunto, anche nell’ordinamento internazionale, il ruolo di

principio fondamentale, per il suo contenuto assiologico di meta-valore;

— che, nel ribadire ora le conclusioni cui sono già pervenute con il ricordato proprio precedente,

queste sezioni unite sono consapevoli di contribuire così alla emersione di una regola conformativa

dell’immunità dello Stato estero, che si ritiene comunque già insita nel sistema dell’ordinamento

internazionale;

— che, del resto, come anche sottolineato dalla dottrina internazionalistica più attenta al tema che

ne interessa, sarebbe a dir poco «incongruo» che la giurisdizione civile, che l’ordinamento

internazionale già consente di esercitare nei confronti dello Stato straniero in caso di violazioni, ad

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esso addebitabili, di obbligazioni negoziali, resti, invece, esclusa a fronte di ben più gravi

violazioni, quali quelle costituenti crimini addirittura contro l’umanità, e che segnano anche il punto

di rottura dell’esercizio tollerabile della sovranità;

— che tutto ciò conferma che la Repubblica federale di Germania non ha il diritto di essere

riconosciuta, nella presente controversia, immune dalla giurisdizione civile del giudice italiano —

che va pertanto dichiarata — anche in ragione del fatto che la condotta illecita si è verificata anche

in Italia;

— che ogni questione relativa all’esistenza del diritto fatto valere in causa e alla stessa proponibilità

della domanda rimane naturalmente impregiudicata (art. 386 c.p.c.);

— che a diversa soluzione deve, invece, pervenirsi con riguardo all’eccezione di difetto di

giurisdizione formulata dalla Daimlerchrysler in relazione alla domanda di indennizzo per

arricchimento senza causa quale proposta dagli attori nei suoi confronti;

— che, infatti, tale domanda — alla luce della normativa di riferimento, il regolamento Ce 22

dicembre 2000 n. 44, correttamente invocata dalla ricorrente — non è riconducibile al foro generale

di cui all’art. 2, non risultando (la relativa prova incombeva sugli attori: Cass. n. 2004 del 1974, id.,

Rep. 1974, voce cit., n. 31) che la società convenuta abbia in Italia sede statutaria o

amministrazione centrale o il suo centro di attività principale (art. 60 del regolamento Ce), o,

comunque, ai sensi dell’art. 3 l. 218/95, un rappresentante autorizzato a stare in giudizio;

— che neppure trovano applicazione i criteri speciali di cui all’art. 5 del regolamento Ce;

— che, infatti, non trattasi, nella specie, di materia contrattuale, avendo la Corte di giustizia delle

Comunità europee (v. sent. 5 febbraio 2004, causa C-265/02, id., 2006, IV, 447) costantemente

affermato che alla materia contrattuale non possano ricondursi situazioni in cui difetta un obbligo

liberamente assunto da una parte nei confronti dell’altro. Mentre nessuna delle altre ipotesi elencate

nella norma speciale riguarda l’arricchimento senza causa, che l’art. 61 della normativa italiana

sottopone alla legge dello Stato in cui si è verificato il fatto da cui deriva l’obbligazione (e, quindi,

nella specie, il lavoro coatto svolto in Germania);

— che a non diversa conclusione potrebbe pervenirsi neppure in applicazione del criterio speciale di

cui all’art. 5, n. 3, del regolamento Ce, atteso che l’evento dannoso addebitato alla società

(sfruttamento del lavoro coatto) si è verificato in territorio tedesco.

II

Fatto e diritto. — 1. - La Repubblica federale di Germania impugna per cassazione la sentenza in

data 20 marzo 2007, con la quale la corte di Firenze ha respinto l’opposizione da essa proposta

avverso il decreto concessorio di exequatur alla sentenza della Corte di cassazione greca recante sua

condanna al pagamento, in favore dell’amministrazione regionale della Vojotia, delle spese

processuali (per euro 2.934,70) relative ad un giudizio per indennizzo agli eredi delle vittime di un

massacro di civili compiuto, in Grecia, dall’esercito tedesco.

Resiste la regione greca intimata con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memorie.

2. - Con i tre motivi, in cui si articola l’odierno ricorso, la Repubblica federale di Germania,

rispettivamente, denuncia l’erronea applicazione alla fattispecie del regolamento Ce 44/2001 e

sostiene la non riconoscibilità in Italia della suddetta sentenza greca sotto il duplice profilo,

ostativo, del difetto di sua esecutività e della sua contrarietà all’ordine pubblico interno ex art. 64 l.

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce il testo dell'ordinanza n. 14201 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2008. La Corte ha stabilito la giurisdizione italiana civile nelle controversie sul risarcimento danni chiesto allo Stato della Germania per i crimini subiti da un soggetto nella seconda guerra mondiale.
Si riporta anche il testo della sentenza n. 14199 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione emessa nel 2008 che stabilisce l'efficacia delle sentenze straniere a prescindere dall'autorizzazione all'esecuzione e esclude l'immunità giurisdizionale civile degli Stati in tema di crimini contro l'umanità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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