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Al di là dei cicli e degli intercicli c’è quella che gli economisti chiamano, anche senza studiarla, la tendenza secolare.

Ma essa interessa ancor oggi solo pochi economisti e le loro considerazioni sulle crisi strutturali, non avendo subito la

prova delle verifiche storiche, si presentano come degli abbozzi o delle ipotesi appena incuneate nel passato recente,

sino al 1929, tutt’al più sino al decennio 1870-80. Esse offrono tuttavia un’utile introduzione alla lunga durata;

costituiscono una prima chiave. La seconda, ben più utile, è rappresentata dal termine “struttura”. Buono o cattivo che

sia, questo domina i problemi della lunga durata. Per “struttura” gli osservatori della realtà sociale intendono

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un’organizzazione, una coerenza, dei rapporti piuttosto stabili tra realtà e masse sociali.

Come per Braudel, il concetto di lungo periodo al quale si riferisce l’approccio regolazionista rinvia

a un’analisi delle forme strutturali nel tempo. Il termine forma strutturale, che ha una chiara

derivazione marxista, è ampiamente usato da Aglietta nel suo libro del 1976, ma nelle opere

regolazioniste è stato via via sostituito dal termine forma istituzionale, ed interpretato nel senso di

mediazione sociale [Aglietta 1997, p. 20 trad. it.].

Istituzioni, crisi e capitalismo

Le questioni che caratterizzano il programma di ricerca regolazionista possono essere

ricondotte a sette domande principali [Boyer 2004, pp. 5-6]:

Quali sono le istituzioni di base, necessarie e sufficienti per la costituzione di un’economia capitalistica?

Sotto quali condizioni una configurazione di queste istituzioni genera un processo di aggiustamento economico dotato

di una certa stabilità dinamica?

Come spiegare il rinnovamento periodico delle crisi nel bel mezzo dei regimi di crescita che, prima di esse, avevano

riscontrato successo?

Sotto l’impatto di quali forze le istituzioni del capitalismo si trasformano: attraverso la selezione, attraverso l’efficacia,

come suppongono la maggior parte delle teorie economiche, o bisogna rifarsi al ruolo determinante della politica?

Perché le crisi del capitalismo si succedono l’un l’altra senza che si possano ricondurre ad un’identica ripetizione delle

stesse relazioni causali?

Disponiamo di strumenti che consentono di esaminare la capacità di durare e la verosimiglianza delle diverse forme di

capitalismo?

E’ possibile analizzare simultaneamente un modo di regolazione e le sue forme di crisi?

Istituzione, crisi e capitalismo sono i termini che più frequentemente ricorrono in queste

domande. La Scuola della Regolazione aspira ad una teoria della regolazione del capitalismo,

dunque a una teoria della genesi, dello sviluppo e del declino delle istituzioni che caratterizzano un

processo di produzione di denaro a mezzo di denaro in cui l’equilibrio si può dare by accident or

design. Si tratta proprio di una ricerca intorno ai nessi che intercorrono tra istituzioni, crisi e

capitalismo. L’oggetto della teoria della regolazione può essere così riscontrato nell’analisi della

crescita e della crisi delle istituzioni sulle quali un’economia si fonda.

Crisi e capitalismo sono due argomenti che la scienza economica contemporanea tende a

trascurare. E’ stato opportunamente rilevato che al di fuori della ricerca non marxista, gli

economisti che studiano la crisi la riconducono al ruolo destabilizzante che i mercati finanziari

possono assumere nel sistema economico:

Questi ultimi appaiono instabili non tanto a causa degli occasionali errori di politica monetaria e creditizia, quanto dei

normali metodi di finanziamento della produzione. Di conseguenza la crisi viene interpretata come il risultato di

particolari psicosi che favoriscono la speculazione finanziaria. […] Essa è sempre meno oggetto della considerazione

dell’economista. Di crisi semmai parla l’esperto dei fatti economici, quando informa una collettività sulla situazione

economica interna o internazionale. Egli tende, allora, a definire la crisi come un’irregolarità dovuta a impedimenti

introdotti nel meccanismo del mercato; a presentare il calo della produzione, la mancata utilizzazione delle risorse, la

disoccupazione come il costo che una collettività – o parte di una collettività – deve sopportare, quando occorre sanare

9 Braudel F., Storia e scienze sociali. La “lunga durata”, in Scritti sulla storia, Bompiani, Milano 2001, p.44, ed. or.

Ecrits sur l’histoire, Flammarion, Paris 1969 9

errori compiuti sul piano politico-istituzionale e ristabilire il consenso sociale perduto, oppure quando i rapporti tra le

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nazioni sono tali da interrompere un processo di crescente cooperazione e di reciproca integrazione.

Il tema delle istituzioni rappresenta invece un oggetto di studio più diffuso tra i teorici

dell’economia (ortodossa e non). Nell’ultimo decennio, la scienza economica ortodossa ha scoperto

il problema istituzionale come problema di teoria economica e non solo di politica economica:

infatti il problema istituzionale nell’economics ha assunto una straordinaria attenzione dopo il

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premio nobel assegnato a Douglas C. North nel 1993 . Pertanto nell’opera di North le istituzioni

definite come «regole del gioco di una società o, più formalmente, i vincoli che gli uomini hanno

definito per disciplinare i loro rapporti», sono ricondotte a un problema di scambio e di calcolo

razionale (sebbene il principio del satisfying e della razionalità limitata sostituisca quello della

massimizzazione vincolata e della razionalità ottimizzante):

I limiti di calcolo individuali sono determinati dalla incapacità della mente umana di trattare, organizzare e utilizzare le

informazioni. Per far fronte a questa incapacità e per superare le incertezze conseguenti alla difficoltà di conoscere e

rapportarsi all’ambiente si sviluppano regole e procedure che semplificano il processo. Il contesto istituzionale che ne

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consegue, forzando i rapporti tra gli uomini in una struttura rigida, limita il loro campo di scelta .

Le critiche sollevate contro questo approccio neoistituzionalista da parte dei teorici della

regolazione si incentrano sul problema della coerenza macroeconomica:

La problematica consiste, in effetti, nel render conto delle istituzioni come prodotti delle interazioni dei comportamenti

di soggetti microeconomici. Ma in questo approccio il semaforo, il label dei prodotti, le regole di cortesia, la Previdenza

sociale o la Banca centrale possono essere chiamati istituzioni! I modi in cui le istituzioni sono legate, incastrate,

gerarchizzate ecc. per formare dei sottosistemi consono trattati sistematicamente. Questo approccio istituzionale apporta

lumi importanti sui condizionamenti collettivi dei comportamenti di agenti elementari e, viceversa, sui cambiamenti

ambientali prodotti dall’interazione degli agenti che cercano di allentare le limitazioni. Ma non si può spiegare

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l’esistenza, la coerenza o la mancanza di coerenza delle regolarità macroeconomiche seguendo questa strada.

Una prospettiva antitetica al neoistituzionalismo è quella presente in Dinamica economica

strutturale di Luigi Pasinetti [Pasinetti 1993], un’opera di teoria economica che si rifà

esplicitamente all’approccio classico-keynesiano. Qui per istituzioni si intendono le forme

organizzative in grado di portare effettivamente in esistenza il «sistema economico naturale», cioè

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la struttura scheletrica del sistema reale, una costruzione dalle forti proprietà normative. Il

10 De Vecchi 1993, pp. 118-119

11 North è artefice di un’operazione teorica che fa tesoro della cliometria (meno della storiografia), delle ricerche

sull’apprendimento umano (del paradigma comportamentista che fa capo a Herbert Simon), e soprattutto della teoria

dell’impresa [North, 1990]. E’ alla fine degli anni ’60 quando viene sottolineata la differenza fondamentale della natura

del processo decisionale all’interno delle imprese rispetto alle scelte individuali legate al funzionamento dei mercati. Si

cerca di dare risposta all’interrogativo: perché esiste l’impresa? Un interrogativo che già R. H. Coase aveva sollevato

nel 1937 nel suo pionieristico contributo in cui osserva: «Il carattere distintivo dell’impresa è il superamento del

meccanismo dei prezzi». Seguendo questo ragionamento le istituzioni, e fra esse le imprese, hanno lo scopo di facilitare

gli scambi, e devono essere analizzate in termini di soluzioni ottimali ai vincoli contrattuali fra le parti interessate

piuttosto che ai vincoli produttivi. All’interno di questo approccio viene a svolgere un ruolo fondamentale la categoria

dei costi di transazione che Coase introduce e Williamson formalizza facendo della riduzione dei costi di transazione lo

scopo delle organizzazioni [Williamson 1975]. La presenza di elevati costi di transazione non implica l’impossibilità di

svolgere scambi, implica solo che il tipo di contratto più efficiente non è il contratto istantaneo, il quale deve essere

sostituito da strategie organizzative fondate sul controllo dei comportamenti.

12 North 1990, trad. it., p. 51.

13 Aglietta 1997, pp. 22-23 trad. it.

14 Per fondare un’analisi formalmente rigorosa dello sviluppo economico, Pasinetti ritiene che si debba partire

dall’individuazione delle caratteristiche «pre-istituzionali» di un sistema economico, che dovrebbero essere indagate

prima di introdurre le relazioni istituzionali. All’interno di un’economia di puro lavoro emergono cinque categorie di

grandezze che costituiscono le caratteristiche pre-istituzionali di un sistema economico (un insieme di prezzi delle varie

merci; un insieme di quantità fisiche delle varie merci; un salario unitario; una quantità fisica di lavoro occupato; un

tasso di interesse). Per ciascuna di esse ogni sistema economico reale deve affrontare un “problema istituzionale”. Nella

storia reale, rappresentabile da una serie di coefficienti di produzione e di domanda in continuo cambiamento, le

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problema istituzionale assume senso in uno schema teorico di derivazione sraffiana (la produzione

come processo circolare, in cui il conflitto sociale si dà nella sfera distributiva), ma – a differenza

dell’approccio regolazionista- non è chiaro se il conflitto sia una caratteristica naturale del sistema.

In effetti occorrerebbe indagare più a fondo sulla possibilità di una ricerca comune tra approccio

regolazionista e la prospettiva classico-keynesiana a la Pasinetti.

L’approccio teorico nei confronti del quale la “Scuola” della Regolazione ha di recente

rivolto maggiore attenzione è rappresentato dalle teorie evolutive. Si tratta di un programma di

ricerca sorto sulla scia del lavoro pionieristico di Nelson e Winter [Nelson e Winter 1982] il cui

elemento caratterizzante è la forte attenzione per la dinamica e i processi che scaturiscono dalla

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ricerca e dall’innovazione . In che modo le istituzioni rientrano in quest’approccio teorico, di

derivazione schumpeteriana? Per innovare, le imprese hanno bisogno del sostegno di una serie di

attori diversi: senza il contributo di università, istituti pubblici di ricerca, politiche pubbliche di

sostegno alla ricerca e sviluppo e alla diffusione, istituzioni finanziarie, sarebbe assai complesso

determinare un processo innovativo persistente. L’idea fondamentale è che l’insieme delle

organizzazioni, delle istituzioni e delle infrastrutture di supporto all’attività innovativa delle imprese

costituisca un sistema. Si perviene dunque al concetto di sistema innovativo, introdotto da Freman

[Freeman 1987]: «Una rete di istituzioni nel settore pubblico e privato le cui attività e interazioni

introducono, importano, modificano e diffondono le nuove tecnologie». Il vettore del cambiamento

economico è dunque il mutamento tecnologico, e il problema istituzionale è letto in funzione della

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dinamica innovativa .

La “Scuola” della Regolazione individua cinque istituzioni fondamentali: il regime

monetario; il mercato inteso come costruzione sociale (quindi la forma concorrenziale vigente); il

lavoro; lo Stato; il sistema economico internazionale. Il concetto di istituzione è fondato a partire

dal concetto di modo di regolazione,

un insieme di mediazioni che mantengono le distorsioni prodotte dall’accumulazione del capitale entro limiti

compatibili con la coesione sociale nell’ambito delle nazioni. Questa compatibilità è sempre un fenomeno osservabile in

contesti situati in certi momenti della storia. La prova di verità per l’analisi delle trasformazioni del capitalismo consiste

nel descrivere queste coerenze locali. Consiste anche nel comprendere perché queste coerenze sono effimere sulla scala

della vita delle nazioni, perché l’efficacia di un modo di regolazione si degrada. Consiste inoltre nel cogliere i processi

posizioni naturali non rimangono tali al trascorrere del tempo. Diventa molto importante individuare quelle istituzioni

che fanno tendere le grandezze economiche effettive verso le loro configurazioni naturali, realizzando tale compito

entro un lasso di tempo ragionevolmente accettabile. Questo è ciò che viene qui chiamato il problema istituzionale, che

«non richiede una soluzione unica, né richiede una soluzione permanente nel tempo».

15 Il cuore dell’analisi evolutiva è l’impresa, vista come il soggetto centrale che ricerca, innova, produce in ambienti

incerti; le imprese sono considerate quindi come agenti eterogenei che apprendono ed agiscono in ambienti in

cambiamento. I fattori chiave del cambiamento sono la conoscenza, l’apprendimento, le opportunità scientifiche e

tecnologiche, la conoscenza accumulata. Le imprese sono depositarie di conoscenza incorporata in routine, e sono

caratterizzate da competenze specifiche [Nelson, Winter 1982]. Le routine sono definite come pattern di

comportamento ripetitivo che l’impresa usa in specifiche circostanze: sono quindi ricorrenti, invarianti, legate al

contesto ed inserite nell’organizzazione.

16 All’interno dell’approccio evolutivo si possono individuare tre diverse linee di ricerca [Rullani intervistato da Corsani

2002]: “L’evoluzionismo ha messo l’accento sull’adattamento, ossia sulla generazione di strutture attraverso soluzioni

ad hoc, locali, che formano ecologie differenti a seconda dell’ambiente: la teoria dei capitalismi nazionali, la riscoperta

dei contesti locali (distretti industriali, milieux), la resourced-based view sulle competenze e la situated action

nell’apprendimento fanno parte di questo filone. L’approccio neoschumpeteriano è invece fondamentalmente

soggettivista: dalla crisi di struttura emerge il soggetto, armato delle sue idee e delle sue innovazioni. E’ l’innovazione

(soggettiva) che genera il mondo. La strategia e la teoria dei giochi, che ha cercato di irreggimentarla in regole

strutturate, ridanno priorità all’azione. La teoria dei paradigmi tecno-economici, che nasce presso la scuola del Sussex,

assegna all’innovazione un ruolo portante. Ma, per arrivare al paradigma, non può fermarsi alla riscoperta della

soggettività, ma deve dare struttura agli atti innovativi. Lo fa iscrivendo le singole innovazioni in un ciclo prestabilito

(il “ciclo lungo”), ordinando i cicli nel tempo di una successione senza interruzione, assegnando a ci cicli una forma

tipica prestabilita, all’interno della quale trovano però posto anche invenzioni istituzionali che sostengono lo sviluppo

del ciclo dall’infanzia alla maturità.” 11

delle epoche di crisi, di smarrimento e di mutazione dei comportamenti. Consiste infine nel tentare di scorgere i germi

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di un nuovo modo di regolazione proprio nel mezzo della crisi del vecchio .

I regolazionisti riconoscono che il problema istituzionale è presente tanto nell’approccio

neoclassico, quanto nell’approccio classico-keynesiano, tuttavia propongono un’evoluzione del

concetto: l’intenzione dell’approccio teorico neoclassico consiste nel rendere esplicite le istituzioni

recondite proprie di un’economia di mercato. L’approccio classico-keynesiano è invece considerato

come il frutto di una valutazione critica dell’eredità marxista. A partire da questo schema teorico è

possibile definire un modo di regolazione come risultato dell’unione di un certo numero di forme

istituzionali, fino ad introdurre la nozione di crisi come complementare a quella di regolazione. La

critica regolazionista ad entrambi gli approcci è ben sintetizzata da Boyer: le istituzioni non

costituiscono delle semplici frizioni al raggiungimento di un equilibrio di lungo periodo determinato

dalle sole preferenze dei consumatori, messe a confronto con le possibilità che offrono le

tecnologie. L’analisi storica di lungo periodo sottolinea la varietà dei regimi di accumulazione.

«Non appena le grandi crisi manifestano una rottura dei determinismi economici precedenti, altre

determinanti, in particolare politiche, appaiono essenziali perché si liberino i compromessi

istituzionali a partire dai quali si possa eventualmente costruire un nuovo modo di regolazione. Altri

strumenti analitici del tutto nuovi, devono dunque essere messi a disposizione per descrivere i

fattori che condizionano l’emergere di nuovi modi di regolazione.» [Boyer 2004, p. 6 e p. 8,

traduzione mia S.L.] Viene così ribadita la questione centrale della scuola regolazionista: di fronte

alla molteplicità di forme istituzionali che sono al centro di un’economia capitalistica, quali sono i

meccanismi in grado di assicurarne a un tempo la coerenza e la vitalità?

Due meccanismi principali contribuiscono alla vitalità di un modo di regolazione. Da una parte, si può osservare ex post

la compatibilità dei comportamenti economici associati a diverse forme istituzionali. Dall’altra parte, nel momento che

al contrario emergono degli squilibri e dei conflitti che non possono essere superati dentro la configurazione presente, si

impone una ridefinizione delle regole del gioco che codificano le forme istituzionali. La sfera politica è direttamente

coinvolta in questo processo. Date la diversità e la complessità delle istituzioni del capitalismo, non è garantito che la

loro compresenza definisca una modalità duratura per gli aggiustamenti economici. [Boyer 2004, p.26, traduzione mia

S.L.]

Pertanto un modo di regolazione introduce nello stesso tempo la possibilità di un regime economico

e anche delle sue crisi, poiché queste sono multiformi. I modi di regolazione risultano

dall’interazione fra la sfera economica e la sfera giuridica/politica. Per questo è assegnata

un’importanza fondamentale alle relazioni Stato/sistema economico (cfr. figura 2).

17 Aglietta 1997, p. 12 trad. it. 12

Figura 2. Le interdipendenze tra Stato, ordine politico e forme istituzionali

(fonte: Boyer 2004)

3. Scelte politiche Sfera politica/Ordine

e riforme costituzionale

costituzionali in

risposta ai conflitti

tra principi

contrastanti A Vincoli

Stimoli Forme istituzionali

2. Ridefinizione

delle regole del B

Stimoli Vincoli

diritto sotto la

pressione dei

gruppi di interesse Organizzazioni Convenzioni

C

Stimoli Vincoli

1. Innovazioni e

ristrutturazioni

all’interno delle Individui

organizzazioni

Dall’ordine costituzionale alla sfera economica:

una chiara gerarchia

→ →

A B C

Dalla sfera economica alla sfera politica: disequilibri

e conflitti comportano una ridefinizione delle regole del gioco

1 ---> 2 ---> 3

Grado di persistenza: Ordine costituzionale>

Forme istituzionali>Organizzazioni>

Comportamenti individuali

Lo Stato, scrive Aglietta, «ricapitola le norme sociali», in quanto «totalizzatore delle

tensioni sociali che attraversano le forme strutturali». Anche dopo la crisi del fordismo, di fronte ad

un nuovo regime di accumulazione, lo Stato manterrebbe la sua funzione: nella Postface alla terza

edizione di Régulation et crises du capitalisme del 1997, Aglietta delinea i tratti del sistema

alternativo che si sarebbe andato costituendo nella lunga transizione iniziata negli anni ‘70. L’autore

descrive un nuovo regime di accumulazione caratterizzato dallo sganciamento del salario dalla

produttività, e dell’occupazione dalla produzione; dalla dislocazione della produzione

manufatturiera nei paesi emergenti (dunque un corrispondente accrescimento della concorrenza),

dallo sviluppo del settore dei servizi nei paesi già industrializzati, con un peso crescente delle

tecnologie dell’informazione; dalla libertà estrema dei movimenti di capitale; dall’autonomia delle

banche centrali dai governi, con un ricorso crescente al finanziamento sui mercati borsistici a

scapito del finanziamento bancario; dalla ridefinizione dello scopo dell’intervento pubblico

13

[Bellofiore 1999]. Questo nuovo capitalismo patrimoniale, proprio per il ruolo centrale che in esso

hanno i mercati finanziari, abbisogna di una nuova regolazione:

Prendere la misura della mondializzazione del capitalismo è in primo luogo riconoscere che le imprese non sono più i

luoghi privilegiati d’integrazione sociale sul territorio nazionale. Esse mettono in concorrenza i fattori collettivi della

produttività legati ai territori: il livello generale d’istruzione, le basi scientifiche del progresso tecnico, le infrastrutture.

Costruire le basi collettive dell’aumento della produttività per vendere caro lavoro pagato caro è la sola via di uscita

positiva delle società salariali sviluppate. […] La riforma dello Stato, dei suoi obiettivi come dei suoi mezzi di azione,

affinché esso diventi uno Stato investitore nelle forze vive della produttività, è la condizione per rivivificare la nazione

in quanto matrice dei valori comuni di coesione sociale [Aglietta 1997, pp. 62-63 trad. it.].

Per rimediare le contraddizioni economiche e sociali conseguenti alla fine del fordismo, Aglietta

propone cinque linee di intervento, con l’obiettivo di conciliare efficacia ed equità: il governo delle

imprese, l’investimento sociale, i servizi socialmente utili, una politica anticiclica, una riforma

fiscale attenta ai diritti sociali. Attualmente gli investitori istituzionali governano le imprese

imponendo criteri di redditività elevata in un orizzonte di breve e brevissimo periodo, sarebbe

invece necessario che i sindacati controllassero parte dell’azionariato delle imprese imponendo un

tasso di redditività garantito a lungo termine e recuperando un potere di influenza sulla

distribuzione del reddito. Lo Stato dovrebbe assumersi la responsabilità dei fattori collettivi della

produttività, investendo nella formazione, nella manutenzione e nel rinnovamento delle risorse

umane. Ciò si dovrebbe fare senza intervenire direttamente nei settori concorrenziali, ma

concentrando la spesa pubblica su investimenti capaci di creare esternalità positive diffuse in una

prospettiva di lungo periodo. Per moderare gli effetti perversi dell’evoluzione tecnologica

sull’occupazione, per contrastare i processi deflazionistici e per contribuire alla stabilità e al corretto

funzionamento dei sistemi finanziari, lo Stato dovrà anche applicare politiche anticicliche. Infine, la

questione redistributiva dovrebbe essere interpretata come una questione direttamente legata alla

cura della democrazia: l’instaurazione di un reddito di base, finanziato con un’imposta uniforme su

tutti i redditi, cui sia aggiunta un’imposta progressiva sui redditi più elevati, rappresenta il primo

passo da compiere per una riforma fiscale.

Secondo alcuni critici, questo approccio non darebbe uno spazio sufficiente all’autoregolazione,

ossia a quelle soluzioni istituzionali che emergono dal basso, all’interno dei processi cognitivi, e che

condizionerebbero le relazioni produttive, generando regimi differenziati e sperimentali di rapporto

lavoro/capitale [Rullani intervistato da Corsani 2002].

Problemi aperti e sviluppi futuri

Le linee di ricerca della scuola vanno raffinandosi e complicandosi: le dinamiche

istituzionali e la trasformazione dei sistemi economici contemporanei rappresentano i due oggetti di

indagine preminenti. Quindi la teoria della regolazione ha progressivamente esteso il suo campo

d’analisi, fino a ricondurre le componenti essenziali per la specificazione di un regime di

accumulazione a due aspetti: le traiettorie tecnologiche e la formazione dei salari. La scuola è

chiamata oggi a confrontarsi con altri programmi di ricerca ad essa complementari, non solo gli

studi teorici di impostazione classico-keynesiana, il marxismo o la scuola sociologica

convenzionalista, che hanno sempre rappresentato un punto di riferimento necessario sin dagli

esordi, ma anche il programma di ricerca evoluzionista, che ha conosciuto un’ampia diffusione

nell’ambito della teoria economica dell’impresa e delle innovazioni. Riportiamo di seguito un

elenco delle questioni messe recentemente in risalto dal dibattito interno alla scuola [L’Année de la

régulation, n° 7: Les Institutions e leurs changements, 2003]:

a) Questi confronti danno innanzitutto luogo a problemi epistemologici, implicano pertanto un

ragionamento delle diverse scuole intorno alle categorie fondamentali dei propri programmi di

ricerca: che tipo di istituzionalismo? Che tipo di strutturalismo? Quali implicazioni sull’olismo e

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Sociologia del lavoro del prof. Federico Chicchi, all'interno del quale sono affrontati i seguenti argomenti: la scuola della regolazione ed il suo contesto storico; il fordismo; il circolo virtuoso della crescita fordista; il marxismo; il capitalismo e le sue crisi; le interdipendenze tra Stato, ordine politico e forme istituzionali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sviluppo e cooperazione internazionale (Facoltà di Giurisprudenza, di Scienze Politiche, di Scienze Statistiche)
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Chicchi Federico.

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