Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

validità di quei concetti nulla può essere detto al di là del potere euristico

riconosciuto dal consenso degli scienziati sociali alle costruzioni teoriche in cui essi

entrano”. Naturalmente interventi più radicali migliorerebbero ancora la

comprensibilità.

3.3. E’ difficile fornire un modello generale di costruzione del periodo. Ad ogni

modo, con le debite eccezioni e cautele, un buon consiglio è cercare di passare, ogni

volta che si può, da una costruzione diffusa a una costruzione compatta. Ecco i

modelli astratti di queste due costruzioni; tra parentesi le parti accessorie rispetto alla

struttura portante:

diffusa: (circonlocuzione dichiarativa) soggetto (complementi indiretti, incisi,

proposizioni dipendenti) verbo (altri complementi indiretti, incisi, proposizioni

dipendenti) complemento oggetto (altri complementi indiretti e/o proposizioni

dipendenti) e finalmente, magari dopo 20 righe dall'inizio, il punto;

compatta: (una deissi, o una dipendente concessiva, o modale) soggetto verbo

complemento oggetto (un complemento indiretto e/o una proposizione dipendente) e,

dopo 2-3 righe al massimo dall'inizio, punto e nuovo periodo.

Per brevità ho usato nel modello il termine deissi, che sta per un complemento

indiretto, o una proposizione dipendente, che delimitano luogo/tempo, o precisano

condizione. E’ un termine tecnico, tratto dai grammatici medioevali dal verbo greco

dèiknumi (mostrare, indicare, collegato a indico, digitus, judex). Per ‘concessiva’ si

intende una frase del tipo “pur non avendo...”, “per quanto sia...”. Per modale una

frase del tipo “facendo questo...”.

Naturalmente, i modelli sono troppo semplici rispetto ad alcune situazioni reali.

Capita assai spesso, infatti, di dover comporre una frase con molti complementi

indiretti che non possono esser distribuiti in due frasi. Come metterli in sequenza? In

astratto si possono individuare due criteri:

a) dal complemento più diretto a quelli più indiretti (quindi: prima complemento

di specificazione, poi di termine, poi gli altri);

b) dal complemento più breve (in numero di sillabe) al più lungo. Naturalmente,

in questo conteggio ogni complemento si tira dietro anche le sillabe dei complementi

ad esso subordinati. Vediamo un esempio: “il permanere // nelle mani/del

guardasigilli // del potere/di reclutamento/dei magistrati”. In questa frase ci sono due

blocchi di complementi (i blocchi sono divisi da doppia barra, i complementi entro lo

stesso blocco da barra semplice): il primo blocco è costituito da un complemento di

luogo al quale è subordinato uno di specificazione, per un totale di 10 sillabe; il

secondo da tre complementi di specificazione, uno subordinato all'altro, per un totale

di 15 sillabe.

Il criterio a suggerirebbe di mettere il secondo blocco davanti al primo; ma il

grande dislivello di lunghezza (15 sillabe contro 10) consiglia di seguire il criterio b.

Naturalmente, non c’è bisogno di contare davvero le sillabe ogni volta: una volta

capito il criterio, ci si regola benissimo a orecchio.

3.4. Il principio secondo cui gli elementi devono essere ordinati secondo un

qualche criterio vale a tutti i livelli, e quindi anche per i capoversi entro un

paragrafo, per i periodi entro un capoverso, le frasi entro i periodi, i termini entro le

frasi (ad esempio, nelle elencazioni). I criteri secondo i quali ordinare possono essere

i più vari; basta che ci siano.

3.5. Tra due frasi dello stesso periodo sono possibili due generi di rapporto:

subordinazione dell'una all'altra (ipotassi) o coordinazione in parallelo (paratassi).

Solo se c’è ipotassi, le due frasi possono essere divise dalla sola virgola. Se c’è

paratassi, ci vuole una congiunzione o un punto e virgola (o magari un punto). Un

paio di esempi chiariranno la cosa: “visto che l'uditorio era stanco, decisi di

smettere” è un caso di ipotassi; “l'uditorio era stanco; decisi di smettere” è un caso di

paratassi.

Come appare anche dall'esempio che segue, quello che conta agli effetti della

punteggiatura è la forma delle frasi, non la sostanza (che è di subordinazione logica

in tutti gli esempi presentati): “Non potendo usare il registratore, trascrissi l'intervista

a mano” (ipotassi), “Non ha voluto che usassi il registratore. Ciò mi ha costretto a

trascrivere l'intervista a mano” (paratassi).

In particolare il ricorso a un punto e virgola, anziché a una virgola, è tassativo

quando:

a) cambia il soggetto, espresso o implicito (ecco alcuni esempi, tratti come i

successivi da correzioni a trascrizioni di interviste: “io sono per la libertà; la libertà è

impagabile”. “Nella misura in cui il PCI lo può fare, benvenuto al governo; mi

auguro che divenga il primo partito”);

b) idem, anche quando uno dei due (o entrambi i) soggetti non appare, per ellissi

o perché impersonale (esempio: “Qualcosa all'inquinamento bisogna pagare; però

che non sia inquinamento nucleare...”);

c) cambia il modo del verbo (esempio: “la caccia io la condivido nella misura in

cui porta un aiuto in famiglia; se essa permettesse...”);

d) cambia, da positiva a negativa, la forma del verbo (esempi: “Gesù non ha mai

condannato nessuno; ha compreso, perdonato, compatito”. “...come l'omicidio no; è

una colpa brutta, ma...”);

e) cambia, da affermativa a interrogativa, la forma della frase (esempio: “dicendo

questo mi offendi; non te ne accorgi?”).

3.6. L'uso della sola virgola per separare due frasi anche in caso di paratassi è

uno degli esempi del progressivo indebolimento dell'interpunzione, dovuto alla

scomparsa della sintassi dalle scuole elementari/medie.

In mancanza di criteri sintattici, cioè logici, si regola la punteggiatura sul fiato. Se

una frase risulta troppo lunga, si inserisce una virgola in un punto qualsiasi, magari

fra soggetto e verbo, o tra verbo e complemento oggetto; ho recentemente letto in un

negozio il seguente proclama: “I commercianti, aderiscono alla protesta dei

consumatori, contro il ticket...”

Un'aurea regola generale è: fra il soggetto e il verbo della stessa frase non mettere

mai una virgola sola; raramente (e cioè solo attorno a un inciso che proprio non è

possibile spostare altrove) se ne potrà mettere una coppia. Lo stesso, anche se con

più tolleranza per gli incisi, fra verbo e complemento oggetto.

Nella trascrizione del discorso diretto, le interiezioni ‘sì’ ‘no’ sono sempre seguite

almeno da virgola, spesso da due punti o punto-e-virgola. Esempi: “No, non

m’interessa”. “Sì: è proprio così che intendevo”. “Sì; vedrò cosa si può fare”.

A questo punto molti avranno già arricciato il naso: la punteggiatura è un

vecchiume ottocentesco, è repressiva, antidemocratica, tarpa il flusso del discorso; si

capisce benissimo quello che uno scrive, senza bisogno di punteggiatura. Ho qui un

esempio autentico, tratto da un trascritto di intervista, che pare fatto apposta per dar

loro ragione: “Poco seria è quella donna che batte il marciapiede per mio conto”. Il

malcapitato intervistato non è un protettore come chi ha trascritto lo fa apparire;

voleva solo dire che, secondo lui, è poco seria quella donna che... Abolendo

democraticamente la virgola, si possono anche rendere di questi servizi.

3.7. Anche quando in Italia veniva insegnata la sintassi, al massimo si arrivava

agli incisi, cioè a delle proposizioni a commento (poste quasi lateralmente, fuori dal

flusso principale del discorso), insegnando a inserirli o tra virgole, o tra parentesi o

– soluzione spesso più elegante – tra due trattini.

Giustamente gli anglosassoni tengono presente il fatto che alcune di queste

proposizioni incidentali non “incidono” in senso stretto, cioè non entrano dentro il

corpo della frase, ma sono apposte alla sua fine; purtuttavia conservano la loro natura

di commenti, fuori dal flusso principale del discorso. Gli incisi in questa posizione

sono. chiamati, con espressione latina, a latere. Un a latere si distingue quindi da un

comune inciso non per il suo rapporto semantico con la frase principale, ma solo per

la sua posizione: si trova alla fine e non nel corpo della proposizione principale. Per

cui ci sarà un trattino all'inizio dell' a latere e, naturalmente, un punto alla fine, che

chiude contemporaneamente sia l'a latere sia l'intera frase.

3.8. Un errore di sintassi ormai comunissimo è il gerundio con soggetto implicito

diverso dal soggetto (esplicito o implicito) del verbo della frase principale. Il

soggetto del gerundio può essere diverso dal soggetto della frase principale, ma

allora non può essere lasciato implicito, neanche se si richiama per anafora

(riferimento implicito ad elementi precedenti nello stesso testo, ma non in quella

proposizione).

Ecco un esempio di gerundio con soggetto anaforico, tratto da una bozza di

saggio: “non disturbare i dati (...) Infatti, dovendo essere elaborati dal calcolatore,

ogni nota dell’intervistatore rappresenta solo una noia”. In questo caso, non basta

richiamare implicitamente il termine ‘dati’ da un frase precedente. Bisognava

scrivere: “dovendo i dati...”.

Ecco un esempio leggermente diverso, tratto da una tesi: “Leggendo ciò che Marx

ha scritto, egli si appella spesso alle scienze fisiche e naturali...”. Nell'intenzione, il

gerundio si riferisce allo scrivente, mentre ‘egli’ era lo stesso Marx. Ma questa è

rimasta un'intenzione, perché ‘egli’ si riferisce implacabilmente al soggetto più

vicino, cioè al soggetto (implicito) del gerundio ‘leggendo’: il testo dice quindi che

chi legge e chi si appella sono la stessa persona (un ‘egli’ non precisato). Bastava

inserire una breve proposizione: “Leggendo ciò che Marx ha scritto, si constata che

egli si appella spesso...”.

Talvolta la creatività sintattica è più ricca e contorta, come in questo esempio,

tratto fedelmente da un’altra tesi: “Per quanto riguarda la situazione di intervista, di

due può aver giocato la stanchezza, essendo avvenute di sera, dopo il lavoro, ma per

le altre due non direi.”

4. REDAZIONE DEL TESTO: MORFOLOGIA

4.1. Si è pianto (par. 3.4) sul destino del punto-e-virgola, in procinto di

estinguersi come la foca monaca. Sorte analoga sembra minacciare il pronome ne

nella sua funzione di sostituire complementi di specificazione. In tale funzione il ne

ha benèfici effetti di alleggerimento delle frasi, come mostrano gli esempi:

parlamene = parlami di quell'argomento (cui ho/hai accennato prima); me ne ricordo

= mi ricordo di quella faccenda; se ne pentirà = si pentirà di quello che ha fatto.

Molti tendono a ignorare questi benefici, e appesantiscono le frasi con

complementi di 4, 5 o più parole quando potrebbero cavarsela con una sillaba.

Peraltro, a differenza del punto-e-virgola, il ne sta dimostrando una perversa vitalità

e ricompare affiancando quei complementi che dovrebbe sostituire. Accade così che

si sentano, anche sui media più autorevoli, formulazioni ridondanti come: “la Camera

ha rinviato l'esame del provvedimento, di cui non se ne poteva trattare nella seduta

odierna”; “il Maggio francese fu un evento di cui tutti se ne ricordano ancora”. Con

tali perle elargite da tali pulpiti, appaiono scusabili gli annunciatori della stazione

quando ci avvertono che “il treno subirà un maggiore ritardo di cui ne verrà

annunciata l’entità” Il meccanismo che produce queste ridondanze è l'inesorabile

processo di indebolimento che colpisce sia i complementi sia il ne: dato che

inconsciamente nessuno dei due è percepito come abbastanza forte, li si affianca

perché si puntellino a vicenda.

4.2. Un altro processo di indebolimento sta colpendo il ‘che’-complemento

oggetto in una frase relativa, che viene sentito come insufficiente e pertanto

rafforzato con un altro complemento oggetto, di solito un pronome. Esempio tratto

da una tesi: “...metodo sperimentale che Marx mutua dalle scienze naturali e lo

applica alle scienze sociali...” (l’autore non percepisce che il ‘che’ funge da

complemento oggetto anche al secondo verbo).

4.3. Ci indeboliamo tutti, e si indeboliscono anche i superlativi, che non vengono

più percepiti come tali e quindi vengono ulteriormente rafforzati: “la soluzione più

ottimale”. Alla radio è capitato di sentire: “bisogna cercare di andare un po’ più al di

là”, formulazione ammissibile con riserva solo se introduce un confronto con

qualcuno che era già andato “al di là” ma non abbastanza. Altrimenti si tratta di un

altro caso di indebolimento di una locuzione già naturalmente comparativa. A livello

popolare, si va perdendo persino la nozione che anche ‘meglio’, ‘migliore’ sono già

naturalmente comparativi/superlativi, e si rafforzano implacabilmente anche quelli:

“più meglio”, “più migliore”. Troppo grossolano? Sarà... ma se ne sono già visti, e se

ne vedranno...

5. REDAZIONE DEL TESTO: LESSICO

5.1. L'uso della prima persona plurale è più conforme alla tradizione

accademica, perché dà l'idea di una sapienza (teologica, poi giuridica, poi

scientifica) di cui è depositaria una élite di santoni, e che viene impersonalmente

impartita al popolo. La terza singolare impersonale (“si pensa che”, “si è deciso

di”) è meno paludata, ma simula una neutralità che può essere mistificante. La

prima singolare chiarisce la natura personale di ogni tipo di affermazione empirica

o valutazione; d’altra parte, in certi casi essa suona effettivamente “personalistica”

e inopportuna.

Qualche volta il testo permette di eliminare la forma verbale che varia a

seconda della persona: “come [ho/abbiamo/si è/è stato] già accennato,...”. Quando

ciò non è possibile, è il caso di rimettere la scelta al gusto individuale, senza

direttive generalizzate: neppure quella (che parrebbe ovvia) di scegliere una

soluzione e attenervisi strettamente dall'inizio alla fine di un testo. In certe

occasioni, infatti, cambiare persona è un modo opportuno di emettere meta-

messaggi. Un espediente assai semplice, che non esaurisce certo le possibilità, è

usare la prima persona singolare per le decisioni e posizioni personali di chi firma

un particolare brano, e la prima plurale per le decisioni/posizioni comuni di un

gruppo (ad esempio, dei firmatari di un lavoro di gruppo). Si può tuttavia

raccomandare che le oscillazioni fra io, si e noi siano dosate e sapienti anziché

meramente casuali, come danno spesso l'impressione di essere.

5.2. Semplicità e sobrietà sono segni di chiarezza mentale e di padronanza del

proprio tema. Ma anche in fatto di lessico, l'aurea massima “parla come magni”

(cioè con naturalezza – una naturalezza che si raggiunge a prezzo di notevole

sforzo) viene violata in molti modi. i più diffusi sono:

a) uso di paroloni e termini tecnici senza necessità, e spesso anche a sproposito.

Questa pratica ha precise radici in un desiderio di affermazione di status, e non a

caso tocca le sue punte più ridicole nelle due professioni che comportano più

frequentemente servizi a profani: medicina e giurisprudenza. Incuranti (o forse

ignari) delle sferzate di Molière, i medici continuano a dire ‘epistassi’ anziché

‘sangue dal naso’, e a ricavare grandi vantaggi economici da piccoli accorgimenti

come questo;

b) uso di un termine straniero quando è disponibile un termine italiano

ragionevolmente equivalente. Lewis Carroll, creatore di Alice, raccomandava: “Se

non riesci a pensarlo in inglese, dillo in francese”. Ma questa è un'interpretazione

un po’ maligna di un fenomeno dovuto a pigrizia – o magari al desiderio di status

sopra ricordato.

Naturalmente, per stabilire di volta in volta se l'equivalenza semantica fra

termine straniero e termine italiano sia sufficiente o meno, occorre una perfetta

conoscenza dei lessici delle due lingue. Ma è proprio questo che distingue lo

studioso dall'orecchiante;

c) uso di termini stranieri in veste italiana; il punto merita qualche riga di

commento. In discipline tributarie del mondo anglosassone come sono attualmente

le scienze sociali, si osserva assai spesso questo fenomeno: un termine di origine

latina, giunto oltre-Manica con la Chiesa o il francese dei Normanni, assume col

tempo un significato più o meno lontano da quello originale, e a maggior ragione

da quello che nel frattempo lo stesso termine viene assumendo nei volgari

neolatini, fra i quali l’italiano. Ad esempio il latino ‘assumptio’ diventa in inglese

moderno ‘assumption’, con un'accezione tipica del linguaggio colto: la premessa,

data per scontata, di un ragionamento. Nel contempo esso diventa in italiano

‘assunzione’, con un'accezione tipica della vita quotidiana: l'atto di assumere un

collaboratore. Per l'altra accezione l'italiano sviluppa, dalla stessa radice, un altro

termine: ‘assunto’. Tuttavia, con il diffondersi delle traduzioni da testi

anglosassoni affidate ad avventizi poco alfabeti (e meno pagati), ‘assumption’

viene tradotto nella maniera più letterale possibile, cioè ‘assunzione’ anziché

‘assunto’ (termine probabilmente ignorato dai traduttori). Il bello è che la nuova

accezione viene ormai tranquillamente adottata anche in molte opere scritte

direttamente in italiano dalla comunità sociologica (in senso lato), che a sua volta

non brilla per conoscenza del patrio lessico e per (effettiva, al di là dei proclami

politici) indipendenza intellettuale da Oltreoceano.

Processi di imbarbarimento della lingua analoghi a quello ora descritto si sono

manifestati in moltissimi altri casi. Pensando di far cosa utile a persone che devono

(si spera) leggere molti testi di autore straniero, ma purtroppo sono destinate a

imbattersi in traduzioni sempre più penose, sottopongo qui di seguito un elenco di

false friends,cioè di termini ed espressioni inglesi che significano (o significano

anche) qualcosa di diverso dal loro omologo letterale in italiano. Accanto a

ciascuno ho aggiunto tra parentesi la o le traduzioni italiane abitualmente

consigliabili, che naturalmente non devono essere prese per valide sempre e

comunque, perché ogni termine si traduce nel contesto della frase e del periodo di

cui fa parte. Quando anche la traduzione letterale può essere corretta, la traduzione

diversa è preceduta nell'elenco da: anche.

L'elenco, come si vedrà, è molto lungo: pure, è stato compilato senza alcun

bisogno di ricorrere alla fantasia, ma semplicemente annotando, nel leggere una

traduzione dopo l’altra, i termini italiani che, non essendo semanticamente adattati

al contesto, si auto-denunciavano come false friends (uso l’espressione inglese

perché è sintetica, e ormai abbastanza penetrata nel linguaggio corrente).

Per sfruttare al meglio l’elenco, il lettore dovrà compiere mentalmente il

processo inverso al mio, e ragionare così: quando trovo, in una traduzione

dall’inglese, una parola il cui significato non quaglia gran che con il contesto,

controllo se il suo omologo letterale inglese è in questa lista, e se c’è mi faccio

un'idea della traduzione corretta. Naturalmente, la lista ha un'utilità più ovvia e

diretta per chi dovesse tradurre personalmente un testo dall'inglese.

actually (effettivamente)

additional (altro)

administration (negli Stati Uniti: governo)

agency (ente, ufficio pubblico)

to anticipate (prevedere)

argument (tesi, argomentazione)

associated (anche: collegato)

bona fide (genuino, regolare)

calculus (analisi (in matematica))

candid (sincero)

civilization (civiltà)

comment (osservazione, dichiarazione)

complimentary (gratuito, in omaggio)

confrontation (sfida)

to conserve (risparmiare)

consistent (congruente, oppure: stabile)

to construe (interpretare)

contingent upon (dipendente da)

credit (anche: merito)

criminal (penale)

critical (anche: decisivo)

criticism (critica)

cynical (scettico)

decade (meglio: decennio)

delighted (divertito, compiaciuto)

denomination (confessione religiosa, setta)

department (anche: ministero)

to depend upon (anche: fidarsi di)

direction (anche: guida)

discussion (trattazione)

division (anche: ufficio, reparto)

domain (campo, sfera di competenza)

to downgrade (ridimensionare)

dramatic (importante, vistoso)

editor (curatore, redattore capo)

emergency (il fatto di emergere)

emotional (emotivo)

emphasis (accento, oppure: angolatura)

entry (voce di un elenco)

eventual (finale)

evidence (risultanza empirica)

exhibition (mostra)

factory (fabbrica)

failure (il non riuscire a, oppure: l'aver omesso qualcosa)

free (anche: gratuito, gratis)

fully grown (adulto)

fundamentalist (rigorista, ortodosso nella sua religione)

governmental (statale, pubblico)

grand (grandioso, magniloquente)

immaterial (irrilevante)

to import (comportare)

ingenuity (ingegnosità)

instance (caso, esempio)

instrumental (utile, funzionale)

to introduce (presentare)

liberal (progressista, di sinistra)

library (biblioteca)

luxury (lusso)

lyrics (testo di canzone)

to make sense (aver senso)

medicament (medicina)

minor (secondario)

modest (pudico)

mundane (pratico, terreno)

a number of (molti)

nurturant (materno)

occasional (sporadico)

operation (funzionamento, funzione)

particular (specifico, oppure: suscettibile)

peculiar (strano, particolare)

people (la gente)

policy (linea politica)

poor (anche: debole, scadente)

positive (anche: certo, tranquillo)

present (attuale)

to pretend (fingere)

qualification (precisazione, riserva)

question (anche: domanda)

to qualify as (avere i requisiti necessari per)

radical (estremista)

ramifications (implicazioni, aspetti)

rank (anche: posizione, ordine)

rationale (ragione, motivo)

to realize (capire, rendersi conto)

rumor (diceria)

sanguine (ottimista, fiducioso)

to see a doctor (farsi visitare)

sensible (sensato)

sensitive (sensibile)

sentence (anche: frase)

significance (rilevanza)

stimulating (interessante)

strictures (critiche o requisiti rigorosi)

substantial (considerevole)

suggestion (suggerimento)

treatment (cura)

trivial (banale)

use (anche: utilità)

vacancy (posto vacante)

vantage point (punto di vista)

vexing (preoccupante)

to vindicate (rivendicare, dimostrare)

wild (anche: a casaccio, in modo istintivo, sfrenato);

d) in certi casi l'imbarbarimento dovuto all'opera dei traduttori si accelera per il

diffondersi virulento di una moda: per tutti gli anni 70 hanno furoreggiato –

specialmente nel “sinistrese” e nel linguaggio del movimento femminista i termini

‘coinvolto’ (nel senso di innamorato) e ‘coinvolgimento’ (nei significati di amore,

relazione sentimentale), derivati da un uso a sua volta metaforico dell’inglese

involvement. Era vagamente comico sentire questo spudorato calco di un termine

di moda oltre Atlantico affiorare nel linguaggio di attivisti che si proclamavano

ferocemente anti-americani.

Tra gli intellettuali è stato poi la volta dell'orribile ‘Intrigante’ (intriguing) nel

senso di ‘interessante’ – una moda che si è attenuata ma non pare finita.

Il meta-messaggio che vuole dare chi usa questi termini nelle accezioni in cui

sono usati all’estero i loro omologhi è, almeno inizialmente, il “sono stato a

Chiasso” di Arbasino [a proposito: c'è qualcuno che si ricorda di Arbasino e di

questo suo detto-simbolo?]. Al diffondersi della moda, il meta-messaggio si de-

rubrica in un semplice “anch'io sono in”, e quelli davvero in snobbano il termine e

sono già in cerca di altre novità.

Visto che parliamo di termini in libera uscita, cioè usati in accezioni assai

estensive, osserviamo che il ‘cioè’ del sinistrese, oltre che nostrano, era troppo

diffuso fra le masse: ha finito per essere snobbato, e non si sente più in giro. Molto

più a lungo sta reggendo (al punto da far temere che sia ormai inamovibile) la

locuzione ‘per quanto riguarda’, usata al posto di qualsiasi preposizione (di a da in

con su per fra tra – come s'imparava una volta alle elementari). Chi è incredulo su

questo “qualsiasi” può scorrere l'elenco che segue, scrupolosamente tratto da

interventi radiofonici di disc-jockeys o cronisti sportivi (la categoria dei disc-

jockeys è la più fertile, perché si distingue proprio mediante l’uso immediato e

illimitato di tutti i peggiori neologismi; il che è già qualcosa, visto che non si

distingue per gusto e cultura musicale, intonazione, capacità critica, conoscenza

dell'inglese o almeno della sua pronunzia):

“comunico la formazione per quanto riguarda la (della) squadra brasiliana”;

“questa canzone è dedicata per quanto riguarda (= a) Francesca di Perétola”;

“la migliore canzone per quanto riguarda (= cantata da) Loredana Berté”

“l brano terzo classificato per quanto riguarda la (=nella) nostra classifica”

“per quanto riguarda la (= sulla) bravura di Fausto Leali non c'è niente da dire”;

“per quanto riguarda (= per) oggi non si accettano più richieste”;

“non saprei scegliere per quanto riguarda (= fra) le italiane e le straniere”;

“clamoroso ritorno per quanto riguarda (= da parte di) Pino Daniele”;

“c’è un congruo vantaggio per quanto riguarda (= a favore del) l'Argentina”.

Ci sono poi espansioni sémantiche più limitate. Fino a metà degli anni '70,

l'aggettivo ‘disponibile’ era usato per le cose inanimate (tipicamente: un bene, un

titolo, una quota di cui si poteva disporre), mentre di chi era incline o comunque

pronto a fare qualcosa si diceva che era ‘disposto’. Poi, per motivi che mi restano

misteriosi (non mi risulta un modello inglese del processo) l’aggettivo ‘disposto’ è

sparito, e ‘disponibile’ ha occupato tutto il suo campo semantico. Nello stesso

periodo si è avuta l’espansione di ‘problema’, che ha sloggiato termini come

‘obiezioni’, ‘difficoltà’, ‘remore’, ‘riluttanza’ nelle espressioni ‘non c’è problema’,

‘non ci sono problemi’, ‘senza problemi’. Qui il modello inglese c’è: più

precisamente, nel linguaggio dei neri nord-americani e caraibici. Nella Giamaica,

ad esempio, no problem è ormai quasi una bandiera nazionale, e ti viene ripetuto

continuamente, anche come formula di saluto;

e) conio di neologismi italiani calcati sul corrispondente termine (di solito

tecnico) inglese. Questo fenomeno è meno pericoloso per la lingua di quelli trattati

sub ‘c’ (stravolgimento del significato di termini italiani preesistenti per

pedissequa imitazione dell’accezione inglese di un termine gemello) e sub ‘d’ (lo

stesso processo, accelerato da una moda). E’ meno pericoloso perché è più vistoso,

e molti (che magari stravolgono tranquillamente il significato consolidato di

termini esistenti) reagiscono infastiditi al neologismo tecnico.

Due esempi: supportare (sostenere), testare (sottoporre a controllo empirico).

Del primo non si sente il bisogno, visto che c'è un sinonimo italiano con altrettante

sillabe e perfettamente rispettabile. ‘Testare’ invece è un termine breve e di suono

gradevole che sostituisce una lunga locuzione italiana; inoltre ha una lontana

origine latina (testa in latino era il vaso di coccio: la zona fuori porta dove i romani

gettavano i cocci rotti è ora il quartiere Testaccio. Il significato del termine inglese

test deriva dal fatto che in quei vasi di coccio gli alchimisti controllavano le

proprietà dei loro composti). Ci sono quindi ottimi motivi per accogliere nella

lingua italiana il termine ‘testare’.

Nel linguaggio degli utenti di calcolatori si sono diffusi ‘abblencare’ (rendere

blank, cioè pulire dai simboli), ‘scannare’, (da to scan, perlustrare visivamente in

modo rapido), e molti altri, che sembrano però confinati a un linguaggio tecnico.

Destinati a più ampia diffusione altri neologismi nati in pubblicità e nel marketing,

e quindi più vicini al linguaggio comune della casalinga: il meccanismo della loro

formazione ricalca di solito il modello promuovere/ promozione/ promozionare.

‘Promozionare’ ha un significato più ristretto di ‘promuovere’: ma è il caso di

coniare un nuovo termine?

f) ridondanze, forzature, enfasi. Esse si manifestano principalmente attraverso

l’abuso di aggettivi e avverbi. Disse Gesù di Nazareth: “il vostro linguaggio sia ‘sì

sì, no no’: il resto viene dal demonio”. La Chiesa ne ha dato ovviamente

un’interpretazione etica, cioè pertinente alla sua sfera di intervento. Ma se ne

potrebbe dare anche un'interpretazione gnoseologico-stilistica, e tradurre la

massima nei seguenti precetti: limita rigorosamente aggettivi e avverbi/evita quelli

più roboanti/fuggi quelli di moda (favoloso, incredibile, etc.).

Tra l'altro, due aggettivi di significato analogo non si rafforzano: si

indeboliscono. Una frase nuda e spoglia è molto più efficace di una frase infarcita.

Chi avesse dubbi vada a leggersi Tacito: “ubi solitudinem faciunt, pacem

appellant” (cinque parole che condannano come un macigno la “pacificazione”

romana dei territori germanici occupati. Bene fece il movimento studentesco a

riesumare la frase al tempo dei bombardamenti americani sul Vietnam, in

un'eccellente traduzione libera: “hanno fatto il deserto e lo chiamano pace”).

Mentre nel singolo autore la ridondanza è un indizio di insicurezza, a livello

collettivo essa, insieme al ricorso ad aggettivi sempre più pesanti e impegnativi, è

una delle tante manifestazioni di un processo di continuo indebolimento semantico

dei termini, familiare a chi abbia studiato, ad esempio, filologia romanza.

I termini perdono pregnanza e hanno bisogno di essere rafforzati con delle

ridondanze. Si sentono (e leggono) così espressioni come “la salita ascensionale

del dollaro”, “il missile telecomandato a distanza”, “quel pittore ha fatto il suo

autoritratto”.

Un’altra manifestazione di indebolimento è la proliferazione dei suffissi, che

induce a dire “approccio funzion-al-ist-ico” laddove basterebbe funzionalista, e

“compar-at-iv-ista” laddove basterebbe comparatista. Sopra, con il passaggio

promuovere/promozione/ promozionale, si è visto un processo analogo. Per questa

via la lingua si gonfia inutilmente di termini sempre più pesanti.

6. REDAZIONE DEL TESTO: ORTOGRAFIA

6.1. Uno degli errori di ortografia più gravi e diffusi è l'accentazione dei

monosillabi: và, fà, sò, pò, stà, stò, etc. La gravità deriva dal fatto che la regola che si

viola è generale e assai meno arbitraria di altre regole ortografiche.

Il segno grafico di accento è stato istituito dai grammatici per segnalare le parole

tronche, cioè quelle in cui la voce si posa sull'ultima sillaba (accento fonico). Ma un

monosillabo è tronco per definizione; accentarlo è assurdo. L'accento su un

monosillabo, quindi, non può avere una giustificazione fonica. Quando è legittimo

esso ha una giustificazione non-fonica. I grammatici hanno infatti deciso di ricorrere

all'accento per distinguere anche visivamente monosillabi di uguale grafia ma di

significato diverso. Le coppie di monosillabi omofoni uno dei quali viene distinto

accentandolo sono passate in rassegna nelle frasette che seguono: gli dà da bere.

Pupa è brava e bella. Li teneva tutti lì. Non ne parlo né ci penso. Se pensasse per sé!

Sì, si va a sciare.

In un caso i significati da distinguere sarebbero tre, ma si accenta un solo

monosillabo: “prende la seggiola e la porta di là”. Gli stessi grammatici hanno

saggiamente deciso che non era il caso di accentare do e fa (forme verbali) per

distinguerli dai termini omofoni che designano note musicali, dato che questi ultimi

appartengono a un linguaggio speciale e quindi sono di impiego piuttosto raro nel

linguaggio di ogni giorno, oltre che molto ben individuati dal contesto.

Per quanto sia abbastanza desueto, alcuni continuano ad usare (e quindi,

correttamente, ad accentare) il monosillabo ché nei due sensi di ‘perché’ (non disse

nulla, ché gliele avrei suonate) e di ‘niente affatto’ (ché! Non ne voglio sapere).

Non sempre i monosillabi di suono uguale ma di significato diverso si

distinguono fra loro con l’accento. Le interiezioni, infatti, si distinguono dai

monosillabi omofoni per la loro h finale: “eh, ma questo è troppo difficile”; “mah,

non so”. Questa apparente eccezione (al principio di distinguere mediante accento)

ha un’origine fonica, come si desume dal fatto che anche ‘beh’ (“beh, vediamo

quello che si può fare”) e ‘toh’ (“toh, chi si rivede!”) si scrivono con la h finale

anche se non si deve distinguerli da monosillabi omofoni. La lettera h è infatti la

traccia di un’originaria aspirazione, che talvolta si può sentire tuttora.

Come si è visto, si ricorre a entrambi i criteri per distinguere i tre significati del

suono /é/ o /è/ - a seconda dei dialetti - come mostra la frase “eh, è bello mangiare e

bere senza lavorare”. Il fatto che non si ricorra a questa triplice soluzione nel caso di

‘la’ (vedi sopra) conferma la tesi che la presenza di una h debba avere una base

fonica. A volte l’accento serve proprio a segnalare che, una parola è monosillaba: in

‘già’ ‘giù’ ‘più’ la i, infatti, non è una vocale ma una semi-vocale. Senza l’accento

finale, si dovrebbe invece leggere appoggiando la voce sulla i: gìa, gìu, pìu. In base a

queste considerazioni, si può stilare l’elenco dei monosillabi che si debbono (sempre

o quando hanno un dato significato) accentare: ché, dà, è, già, giù, là, lì, né, più, sé,

sì. L’elenco è tassativo: non si accenta alcun monosillabo che non sia in questo

elenco.

Naturalmente i monosillabi che entrano in composti rendendoli tronchi assumono

l’accento: ridò, rifà, ventitré, oltrepò. Altrimenti, in base al principio che l’accento si

ritrae se la sillaba finale non porta accento, si dovrebbe pronunciare rìdo, rìfa,

ventìtre.

6.2. Alcuni monosillabi che capita sempre più spesso di vedere accentati devono

invece essere apostrofati perché sono ex bisillabi che hanno perso la sillaba finale: è

il caso di po’ (poco) e di forme imperative assai comuni: “da’ un po’ retta: va’ via,

ma fa’ presto e poi di’ dove sei stato”. Lo stesso vale per pie’ (piede), che sopravvive

in locuzioni consolidate come “a pie’ fermo”, “a ogni pie’ sospinto”, “pie’ veloce”,

Chi ha occasione di trascrivere conversazioni si trova spesso in imbarazzo per

rendere il suono “vabbè”, Alcuni se la cavano con un “va beh”. Purtroppo non va

bene perché quel “vabbè” è un troncamento di “va bene”: quindi la soluzione corretta

è va be’.

Invece non si apostrofano qual, tal: la perdita della sillaba finale non è

un’elisione, perché può avvenire anche davanti a consonante, come mostra la frase

“in tal caso, si vedrà in qual modo procedere”. I grammatici definiscono

‘troncamento’ questo fenomeno. Dato che, a differenza dell’elisione, esso non genera

una sillaba unica, e pertanto non è segnalato da apostrofo, scrivere “qual’è” è un

errore altrettanto grave che scrivere “un’altro”.

6.3. Un altro diffuso errore di ortografia, anch’esso grave perché viola una regola

generale e foneticamente giustificata, deriva dalla flessione (declinazione di

sostantivi e coniugazione di verbi) di radici tematiche terminanti in c e g palatali (le

espressioni fonologiche esatte sarebbero: affricata sorda e affricata sonora;

continuerò a scrivere ‘palatali’ per semplicità).

Le convenzioni fonetiche della lingua italiana assegnano alle lettere c e g un

suono gutturale davanti a vocale “scura” (a, o, u), palatale davanti a vocale “chiara”

(e, i). Per trascrivere il suono gutturale davanti a vocale chiara si aggiunge una h, che

non ha un valore fonetico di aspirazione: è un mero segno grafico (che, ghe, chi,

ghi). Per trascrivere il suono di c o g palatale davanti a vocale scura si aggiunge una

i (cia, gia, cio, gio, ciu, giu). Anche questa i non ha alcun valore fonetico: infatti gli

stranieri che, non conoscendo le nostre convenzioni di trascrizione, le dànno valore

fonetico e pronunciano Gì-o-vàni, Gì-o-gì-o, ci fanno ridere.

Ma le cose si complicano anche a noi quando dobbiamo, ad esempio, scrivere il

plurale di sostantivi e aggettivi che, avendo un tema che finisce in c e g palatale,

sono scritti inserendo quella i puramente grafica fra il tema e la normale desinenza in

-a, -o del singolare femminile o maschile. Dato che le desinenze del plurale sono in

vocale chiara (e, i), è evidente che il segno i non ha alcuna ragione di sussistere, e

deve (dovrebbe) sparire. Le cose vanno ancora bene per i plurali maschili, dove la i-

segno viene assorbita dalla i-desinenza, e fortunatamente non capita di vedere scritto

calcii, raggii. Ma la e del plurale femminile non assorbe la i, e quindi si vede gente

anche colta scrivere ascie, caccie, coscie, frangie, goccie, liscie, loggie, provincie,

reggie, scheggie. Ho sentito dei colleghi sostenere che quella i doveva essere

pronunciata, e sforzarsi di farlo.

Un problema identico si manifesta con i verbi della prima coniugazione

(desinenza -are) la cui radice finisce in palatale (cominciare, denunciare, indugiare,

lasciare, mangiare, passeggiare, etc. ). Al futuro e al presente condizionale la

desinenza inizia con vocale chiara, e quindi la i puramente grafica non ha più ragione

di esistere e deve cadere: comincerei, denunceresti, indugerà, lasceremo, mangerete,

passeggeranno). Generalizzando, lo stesso accade ogniqualvolta una desinenza in

vocale chiara ne sostituisce una in vocale scura dietro un tema che finisce in c o g

palatale: formaggio formaggèra; pancia pancèra; raggio raggèra.

E’ il caso di aggiungere che la sequenza: palatale + i + vocale chiara non è da

evitare sempre e comunque. In alcune parole quella i intermedia ha piena

cittadinanza perché fa parte della radice: si pensi a scienza, che deriva dal latino

scire, sapere (a fianco della quale troviamo però conoscenza, che deriva dal latino

cognoscere); si pensi a scia, farmacia, nostalgia. Si noti anche che in tutte e tre le

ultime parole l’accento fonico cade proprio su quella i. Non mi vengono in mente

esempi di una i post-palatale in fine di radice su cui non cada l’accento (questo

fenomeno ha una possibile spiegazione in linguistica diacronica, che non azzarderò

qui).

C’è infine un’eccezione, giustificata dalla necessità di distinguere due termini -

necessità che, come insegna Saussure, è fondamentale in linguistica: ne abbiamo già

visto un’applicazione con i monosillabi accentati. Si tratta della parola ‘camicia’, in

cui la i è solo grafica, ma si mantiene nel plurale per distinguerlo anche graficamente

dal maschile singolare ‘càmice’.

6.4. Un altro suono che crea qualche problema di trascrizione è il gl di ‘famiglia’

- un suono che i linguisti chiamano palatale-laterale, perché la lingua, aderendo a una

vasta area del palato, lascia passare il suono dai due lati. Questo suono è tipico

dell’italiano (si ritrova abbastanza simile in portoghese, che però lo trascrive lh);

esso si è formato quando in latino una vocale accentata era seguita da una doppia l

(come in ille, che ha generato egli), oppure da una l e poi da una i semi-vocalica

(come in cilium, consilium, filius, familia, melius, milium, mulier, solium).

I problemi nascono proprio da questa seconda situazione, che ogni lingua

neolatina ha risolto in modo diverso: noi con il gruppo gl, i francesi con la doppia l

mouillée (fille, famille) o con una finale -eil (conseil), gli spagnoli con la j aspirata

(consejo, hijo, mejor), i portoghesi con la lh (conselho, filho, melhor).

Ma, anche se ci limitiamo all’italiano, non è così semplice. La trasformazione

della li in gli è avvenuta solo in alcune parole di uso comune, e solo quando la vocale

precedente era accentata. Non è avvenuta, per esempio, in parole dotte o sentite come

nobili (domicilio, esilio, Italia), e quando l’accento cadeva su vocali successive. Il

risultato è che in molti gruppi di parole dello stesso ceppo abbiamo una gli se

l’accento cade prima, che diventa li se l’accento cade dopo: biglia/biliardo;

famiglia/familiare; figlio/filiale/filiazione/affiliato. Ma, per complicare ancora le

cose, in alcuni gruppi abbiamo gli anche quando l’accento cade dopo (artiglio /

artigliare /artiglieria; briglia /imbrigliare; meglio/migliore/migliorare/miglioramento;

puntiglio/puntiglioso) e in molti le due soluzioni convivono

(ciglio/ciliare/accigliato); consiglio/ consigliare (verbo)/ consiliare (aggettivo);

miglio/ miliare/ milione/ miliardo/migliaia; moglie/muliebre/ammogliato;

spoglio/spogliare/spoliazione). Una volta chiarito il meccanismo fonetico, e ricordato

che le due contrapposizioni (termini popolari/termini dotti e accento che

precede/accento che segue) possono aiutare ad orientarsi anche se entrambe soffrono

varie eccezioni, non resta che affidarsi alla memoria, o al dizionario, di ciascuno.

6.5. Questione meno importante di quelle viste finora è l’opportunità, o meno, di

apostrofare. Negli ultimi anni, per influenza delle abitudini giornalistiche, sembra

che l’apostrofo sia caduto in disuso. Le abitudini dei giornalisti, a loro volta, sono

determinate dalla convenienza pratica dei tipografi: come si vedrà meglio più avanti,

l’apostrofo a fine riga crea sempre problemi in tipografia; dato che la riga standard di

una colonna di giornale è brevissima, ormai non si dividono più nemmeno le parole:

se una parola sta tutta nella riga bene, se no la si porta tutta a capo, e se la riga

precedente resta semivuota, pazienza. Tutto ciò è perfettamente giustificato per un

lavoro fatto di notte, in fretta, arrangiandosi. Ma non tutti scriviamo su quotidiani, e

non mi sembra il caso di mutare la lingua italiana nella direzione che fa comodo a

una piccola minoranza. Come ho detto più volte, a mio avviso la lingua scritta deve

ricalcare quella parlata: e in quella parlata, con buona pace di tipografi e giornalisti,

alcune vocali continuano a venir elise davanti ad altre vocali. .Il punto è: quando

vengono elise? e quando non? Ascoltando attentamente alcune conversazioni

ordinarie si desumono quattro regole, naturalmente non tassative. Una vocale finale

si elide davanti alla vocale iniziale della parola seguente (e quindi, scrivendo, dovrà

essere sostituita da un apostrofo) con tanto maggior frequenza quanto più :

a) è breve la parola cui appartiene. Questo dipende dal fatto che la sillaba

contenente la vocale elisa si fonde con la sillaba della vocale successiva, e questa

operazione è più facile se la prima parola è breve;

b) è foneticamente “posteriore” (vedremo subito cosa ciò significhi);

c) è foneticamente vicina alla vocale che segue (idem);

d) è escluso il pericolo di confusioni semantiche conseguenti l’elisione. Non si

elide infatti un suono che serve a distinguere il senso di un’espressione da quello di

un’altra (questa regola deriva in linea diretta dalla funzione dei contrasti in

linguistica, sottolineata da Saussure e qui più volte richiamata).

Le vocali si formano facendo risuonare la cavità orale, che viene tenuta più o

meno aperta regolando la distanza fra lingua e palato. La massima apertura si ha con

la a, la minima con i ed u. L’apertura si riduce alzando parte della lingua verso il

palato in modo da spostare la cavità che risuona in avanti (e in tal caso avremo vocali

dette dai linguisti “anteriori” – quelle che sin qui ho chiamato “chiare” come ci

insegnavano alle elementari) o indietro (vocali “posteriori”: quelle fin qui dette

“scure”).

Una rudimentale mappa della cavità orale è riprodotta qui sotto:

Con questa mappa capiamo sia la regola b (più una vocale è posteriore, meno è

comoda da formare, più i parlanti la elidono) sia la regola c (più simili sono due

suoni, più si tenderà a elidere il primo).

Una volta capite, le regole ci chiariscono alcuni fenomeni che riscontriamo

ascoltando. Ad esempio il fatto che davanti alla lettera i (lontana da quasi tutte le

altre) si apostrofano praticamente solo gli articoli singolari (lo, la, una): i suoni elisi

appartengono infatti a parole brevissime. L’articolo plurale femminile è anteriore ma

è più vicino alla i: potrebbe elidersi se non intervenisse la funzione del contrasto

(quarta regola): l’isole si confonderebbe foneticamente con l’isola, e quindi resta le

isole; fra i due (singolare e plurale), infatti, si elide il singolare perché più frequente.

Per lo stesso motivo davanti a una e si elide l’articolo femminile singolare e non si

elide quello plurale: l’espressione/le espressioni; l’elezione/le elezioni.

Il fatto che un’elisione generi una sillaba unificata, unito alla distinzione fra c

palatale e c gutturale che si richiamava nella sezione 6.3, ci permettono di capire

perché siano improponibili certe elisioni della particella ci che purtroppo si vedono

spessissimo: c’ho, c’ha, c’aveva, c’avrei. E’ evidente che in sillabe del genere la c

diventa gutturale: ko, ka, kaveva, kavrei.

La pianta della cavità orale, unita alla terza regola (importanza della distanza fra i

luoghi in cui si formano i suoni nella cavità), ci fornisce anche una guida per l’uso

della d eufonica con cui spesso (a mio avviso, un po’ troppo spesso) si

appesantiscono le vocali che formano parola a sé: a, e, o). Dato che la sua funzione è

evitare le cacofonie che si producono per la vicinanza di suoni simili il suo impiego

corre parallelo a quello dell’elisione. Quando due suoni sono simili, ma il primo non

si può elidere perché altrimenti sparirebbe la parola, è il caso di inserire la d

eufonica. La pianta spiega anche perché non si usano d eufoniche dopo la i e la u:

esse sono isolate alle due estremità, e quindi non generano cacofonie.

Si è detto che quando la vocale finale di una parola si elide davanti alla vocale

iniziale di un’altra, le due sillabe si fondono: quel-l’al-tro. Questa nuova sillaba l’al

non può essere spezzata inserendo uno spazio dopo l’apostrofo (cioè scrivendo:

‘quell’ altro’ anziché ‘quell’altro’), e tanto meno andando a capo dopo l’apostrofo.

Se si sta preparando un testo che poi sarà ribattuto da qualcun altro, conviene

portare a capo tutta la sillaba (cioè dividere: quel/l’altro). Infatti la soluzione

alternativa (scrivere: “quello/altro” andando cioè a capo dopo ‘quello’) oltre che

cacofonica è pericolosa, perché – dato che la lunghezza delle righe varia da

situazione a situazione – genera un’alta probabilità di trovare, nel bel mezzo di una

riga stampata, una goffaggine come “quello altro”. Il dattilografo (o tipografo) batte

quello che c’è scritto, e non si preoccupa certo di ripristinare l’elisione che voi avete

evitato per poter andare a capo.

Segnalo qui anche le due regole che governano le abbreviazioni:

1) la parte che si toglie deve sempre iniziare per vocale.

Quindi ‘centrale’ si abbrevia centr., non cen. o cent.;

2) certe volte si abbrevia togliendo lettere non solo dalla fine, ma anche dal corpo

della parola; dal corpo si tolgono sempre vocali e n (la n è infatti un suono

intermedio fra consonanti e vocali). Esempio: confronta diventa cfr.

In inglese (lingua che privilegia le consonanti così come italiano e spagnolo

privilegiano le vocali) l’abbreviazione per eliminazione delle vocali prevale

sull’abbreviazione per eliminazione delle sillabe finali (es.: government è abbreviato

gvmt. o gvt.).

6.6. Spesso i padani (piemontesi, lombardi, emiliani), come i francesi quando

scrivono in italiano (ma anche nella loro lingua), usano una sola consonante quando

ci vorrebbe una doppia, e viceversa. La convergenza fra padani e francesi non è

casuale: essa mostra che l’invasione dei Galli oltre 2 millenni or sono dev’essere

stata davvero una migrazione di massa, per aver lasciato tracce glottologiche così

durature.

Un indebito raddoppio di consonante che si vede abbastanza spesso – anche fra

le persone colte, e in tutta Italia – interessa i termini ‘avallo’ e ‘avallare’ scritti con

due v. Verbo e sostantivo sono legittimamente scritti con due v solo in frasi relative a

personaggi molto robusti o corposi, come le seguenti: “dette un gran pugno sul

tavolino e lo avvallò”; “la signora Rosa si è seduta sul divano e me lo ha avvallato

tutto”. In questi due casi la derivazione è da ad vallem, e la d di ad si assimila alla

consonante seguente raddoppiandola (come in abbracciare, accadere, affaticare,

agguantare, avvenire, e in mille altri termini comunissimi). Ma se invece intendiamo

dire garantire, approvare, fornire assicurazione (“gli ho avallato una cambiale”, “ha


PAGINE

40

PESO

382.67 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Il presente documento fa riferimento al corso di Teoria e tecniche del linguaggio pubblicitario tenuto dalla prof.ssa Panarese. L'autore, Alberto Marradi espone alcune considerazioni sulla struttura dei testi, sottolineando come i difetti strutturali di un testo abbiano infatti gravi conseguenze sulla sua comprensibilità. In particolare, fa riferimento a quelli riguardanti la redazione di un testo (morfologia, lessico e ortografia).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di TEORIA E TECNICHE DEL LINGUAGGIO PUBBLICITARIO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Panarese Paola.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (pomezia, roma)

Riassunto esame Sociologia, prof. indefinito, libro consigliato L'Opera d'Arte nell'Epoca della Sua Riproducibilità Tecnica, Benjamin
Appunto
Riassunto esame Scienza politica, prof. Cilento, libro consigliato Nuovo corso di Scienza politica, Pasquino
Appunto
Genere e Organizzazioni
Dispensa
Industria Culturale - Intellettuali
Dispensa