Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

situazione di conflitto e di ineguaglianza. Pur essendo frutto delle scelte umane, le istituzioni sociali

rimangono irrimediabilmente ingiuste. Dice Rousseau:

L’uomo è nato libero e ovunque è in catene. Chi si crede padrone degli altri è nondimeno più schiavo

degli altri. Come è avvenuto questo mutamento? Non lo so. Che cosa può renderlo legittimo? Credo di poter

risolvere questo problema [CS 5].

Originariamente l’uomo era libero fin quando non ha avuto bisogno degli altri ed ha potuto

vivere in stato di isolamento. Il vincolo sociale lo ha reso dipendente. Il ricco e il potente è «più

schiavo degli altri» perché ha più da temere dallo stato di guerra. Come sia successo ciò,

Rousseau lo sa benissimo, perché ne ha parlato a lungo nel SD. Qui fa finta di non saperlo perché

in questo contesto gli interessa sottolineare che «il genere umano perirebbe se non cambiasse il

suo modo di essere». Il problema e l’indicazione della sua soluzione si trovano nel capitolo sesto,

che è il cuore dell’opera:

«Trovare una forma di associazione che protegga e difenda con tutta la forza comune la persona e i

beni di ciascun associato, mediante la quale ognuno unendosi a tutti non obbedisca tuttavia che a se stesso

e resti libero come prima». Ecco il problema fondamentale di cui il contratto sociale dà la soluzione [CS 21].

Quando gli uomini si pongono questo problema vivono da lungo tempo in società, in un

regime di ineguaglianza e di guerra, subendo e tentando continui atti di sopraffazione (una

situazione del tutto simile allo stato di natura hobbesiano). La soluzione non può in nessun modo

essere cercata uscendo dalla società per ripristinare l’antica libera autonomia. La soluzione è una

sola: cambiare il “modo di essere” della società. Nella ricerca della soluzione Rousseau dichiara di

volere essere realista, di non volere fare fughe in avanti e anche di non pretendere di cambiare la

natura degli uomini. Egli vuole procedere

prendendo gli uomini come sono e le leggi come possono essere. Tenterò di associare sempre in questa

ricerca ciò che il diritto permette con ciò che l’interesse prescrive, perché la giustizia e l’utilità non si trovino a

essere separate [CS 5].

Ricordiamoci che la soluzione non deve ledere l’“interesse” e l’“utilità”.

2. Quali erano le conclusioni cui Rousseau era pervenuto nel SD e che egli sembra ignorare

nel CS? Ritenere che i rapporti sociali siano armonici costituisce una grande mistificazione. Quei

legami «che rinsaldano tra gli uomini i nodi della società attraverso l’interesse personale, li fanno

dipendere l’un dall’altro, danno loro dei bisogni reciproci e degli interessi comuni, e obbligano

ciascuno di essi a contribuire alla felicità degli altri per fare la propria», sono catene che il popolo si

mette addosso. Cioè: gli interessi personali che rinsaldano i vincoli sociali sono interessi

antagonistici, che uniscono gli uomini nella misura in cui si contrappongono reciprocamente. In più

(che è il punto essenziale): l’ineguaglianza sociale tra gli uomini non deriva affatto dalla natura.

Essa è un’ineguaglianza “morale” o “politica”, che «consiste nei diversi privilegi di cui alcuni

godono a scapito di altri, come di essere più ricchi, più onorati, più potenti di loro, o anche di farsi

obbedire»; «sarebbe come chiedere in altre parole se coloro che comandano valgono

necessariamente di più di coloro che obbediscono», e se l’ineguaglianza sociale corrisponda

proporzionalmente all’ineguaglianza naturale: «questione adatta forse ad essere discussa da

schiavi che sanno di essere ascoltati dai loro padroni» [SD 97].

Le istituzioni sociali sono bacate alla radice: «i vizi che rendono necessarie le istituzioni

sono gli stessi che ne rendono inevitabile l’abuso» [SD 157] ed è quindi facile comprendere che

2

ogni nuovo progresso costituisca un aggravamento dell’asservimento. Non c’è rimedio: la fonte del

male non è il malgoverno, tolto il quale la società si porrebbe su basi sane. Il male è la società. È

questa la tesi di fondo che si contrappone diametralmente al giusnaturalismo. Rousseau denuncia

«l’errore di coloro che, ragionando sullo stato di natura, vi trasportano idee ricavate dalla società»

[SD 114]. Tali idee sulla natura umana altro non sono in realtà che il risultato dello sviluppo storico,

iniziato quando l’uomo ha cominciato a uscire dallo stato originario, che si può ipotizzare togliendo

tutto ciò che comunque si può attribuire allo sviluppo storico della società.

Ma seguiamo più da vicino il ragionamento di Rousseau attraverso brani testuali. Rousseau

dichiara di volere «meditare sull’eguaglianza che la natura ha posto tra gli uomini, e

sull’ineguaglianza che essi vi hanno introdotto» [SD 75] e accenna alla lontana alla prospettiva del

CS: «Avrei voluto nascere in un paese in cui sovrano e popolo avessero un unico e identico scopo,

in modo che tutti i movimenti del meccanismo tendessero soltanto alla felicità comune […] un

paese nel quale il potere legislativo fosse diritto di tutti i cittadini» [SD 76 e 78]. Non si può

«conoscere l’origine dell’ineguaglianza tra gli uomini, se non si comincia dal conoscere gli uomini

stessi [e dal] distinguere ciò che deriva [all’uomo] dalla sua essenza da ciò che le circostanze e i

suoi progressi hanno aggiunto o mutato nel suo stato primitivo» [SD 87]. Infatti «tutti i progressi

della specie umana la allontanano sempre più dal suo stato primitivo» e «non è compito lieve

distinguere gli elementi originari dagli artificiali nell’attuale natura dell’uomo, e conoscere bene uno

stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai, ma di

cui pure è necessario avere nozioni esatte, per ben capire il nostro stato presente» [SD 88].

Occorre dunque separare accuratamente l’uomo come è adesso dall’uomo come era

originariamente, prima che cominciasse ad agire la corruzione sociale, nello stato originario, che è

un’astrazione, un’ipotesi scientifica, un esperimento mentale per comprendere che quelle regole,

cui si dà il nome di legge naturale, sono sorte «da numerose conoscenze che gli uomini non hanno

per natura e da vantaggi di cui essi non possono neppure avere l’idea se non dopo essere usciti

dallo stato di natura» [SD 90]. Nello stato di natura non ci sono «la violenza dei potenti e

l’oppressione dei deboli» [SD 92] e l’uomo è dominato soltanto da due principi: l’istinto di

autoconservazione e la compassione per i propri simili.

Io vedo nel genere umano due specie di ineguaglianze; la prima che chiamo naturale o fisica, perché

è stabilita dalla natura, e che consiste nella differenza di età, della salute, delle forze fisiche e delle qualità

dello spirito o dell’anima; l’altra, che si può chiamare ineguaglianza morale o politica, perché dipende da una

specie di convenzione, ed è stabilita o almeno autorizzata dal consenso degli uomini. Questa consiste [lo

abbiamo già detto] nei diversi privilegi di cui alcuni godono a scapito degli altri, come di essere più ricchi, più

onorati, più potenti di loro, o anche di farsi obbedire [SD 97].

Il tema è il secondo tipo di diseguaglianza, «di spiegare per quale concatenarsi di prodigi il

forte poté accettare di servire il debole, e il popolo di acquistarsi una tranquillità ipotetica al prezzo

di una felicità reale» [SD 98]. Si tratta di capire attraverso quale processo storico dalla

ineguaglianza naturale, che non creava né sottomissione né sopraffazione, si sia passati

all’ineguaglianza morale e politica fatta di «bisogno, avidità, oppressione, desideri, orgoglio», tutti

elementi erroneamente attribuiti all’uomo selvaggio e che invece sono le caratteristiche dell’uomo

civile. I toni potrebbero essere tranquillamente condivisi da Hobbes:

Gli uomini sono malvagi […] Si ammiri quanto si voglia la società umana, non sarà meno vero che

essa porta necessariamente gli uomini ad odiarsi tra di loro a mano a mano che i loro interessi s’incrociano,

a scambiarsi servigi apparenti e in effetti a farsi reciprocamente tutto il male possibile. […]

L’uomo selvaggio, quando è sazio, è in pace con tutta la natura e amico di tutti i suoi simili. […] Ma

per l’uomo nella società, le cose sono ben diverse: si tratta in primo luogo di provvedere al necessario, e poi

al superfluo; in seguito vengono i piaceri, e poi le immense ricchezze, e poi i sudditi, e poi gli schiavi; non c’è

3

un momento di tregua; la cosa più singolare è che meno i bisogni sono naturali ed urgenti, più aumentano le

5

passioni e, peggio ancora, il potere di soddisfarle [SD 180-182] .

La descrizione dell’uomo civile, che corrisponde alla descrizione hobbesiana dell’uomo

nello stato di natura, è del tutto opposta a quella degli uomini selvaggi, che «non sono malvagi,

proprio perché non sanno cosa vuol dire essere buoni; infatti non è né lo sviluppo dei lumi né il

freno della legge che vieta loro di fare il male, ma l’assenza delle passioni e l’ignoranza del vizio»

[SD 122]. Anche l’amore, che allo stato originario veniva vissuto senza alcun risvolto morale, è

diventato nella società uno strumento di dominio. Molti degli aspetti della vita umana vengono

presentati come naturali, ma sono invece il frutto di abitudini contratte nella vita sociale.

3. Nella seconda parte del SD, che è la più densa, si ripercorrono le varie fasi della lunga

transizione dallo stato originario fino alle forme più evolute di società civile, fino al punto in cui sarà

necessario superare il primo patto sociale, il “patto iniquo”, per creare una nuova associazione,

cambiare il “modo di essere” della precedente.

Il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: Questo è mio, e trovò persone così ingenue da

credergli, fu il vero fondatore della società civile [SD 133].

La genesi della società civile coincide dunque con l’affermazione del diritto di proprietà, che

è alla base della sopraffazione e dell’ineguaglianza. Ma «questa idea di proprietà, in quanto

dipende da molte idee che la precedono e che son potute nascere solo gradualmente, non si

formò all’improvviso nello spirito umano» [SD 133]. Questo è un punto di arrivo di un lungo

processo, durante il quale gli uomini furono spinti dalle difficoltà ad unirsi tra loro e a stabilire

vincoli reciproci di cooperazione per procurarsi il cibo e la sicurezza. Dallo stato di selvaggi gli

uomini cominciarono a passare a quello di esseri umani. Ma già a questo stadio del processo di

umanizzazione le cose cominciarono a complicarsi. Infatti

gli uomini, poiché godevano di molto tempo libero, lo impiegarono a procurarsi molte specie di agi

sconosciuti ai loro padri, e fu questo il primo giogo che imposero a se stessi senza pensarci e la prima

origine di mali che prepararono ai loro discendenti; infatti, non solo continuarono in questo modo a indebolire

il loro corpo e il loro spirito, ma, avendo perduto questi agi con l’abitudine quasi tutta la loro attrattiva ed

essendo nello stesso tempo degenerati in veri e propri bisogni, la loro mancanza divenne molto più dura di

quanto ne fosse piacevole il possesso; e si era infelici quando li si perdeva, senza essere felici se li si

possedeva [SD 137].

È questo, secondo Rousseau, il meccanismo che ad un tempo genera la civiltà e la sua

corruzione, perché i vincoli sociali, già dal momento in cui si stabiliscono, diventano conflittuali ed

antagonistici:

dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto di un altro uomo, da quando ci si rese conto che era

utile ad uno solo aver provviste per due, l’eguaglianza scomparve, s’introdusse la proprietà, il lavoro divenne

necessario e le vaste foreste si trasformarono in ridenti campagne che si dovette bagnare col sudore degli

5 C’è una notazione che sembra scritta a proposito di certe faccende odierne di casa nostra: «Non esiste

guadagno legittimo che non possa essere superato da ciò che può essere guadagnato illegittimamente […].

Si tratta dunque, ormai, solo di trovare i mezzi per assicurarsi l’impunità, ed è a questo scopo che i potenti

impiegano tutte le loro forze» [SD 182].

4

uomini e nelle quali ben presto si videro la schiavitù e la miseria germogliare e crescere insieme alle messi

[SD 140].

All’interno dello stato naturale, nel suo stadio diciamo così evoluto, matura questa

trasformazione rivoluzionaria, che è determinata dal sorgere della metallurgia e dell’agricoltura e

che crea questa situazione apparentemente paradossale che vede l’aumento della ricchezza

complessiva e il parallelo aumento della povertà nonché la creazione di dominatori e dominati.

Sono così poste tutte le condizioni per stabilire il primo patto sociale, quello “iniquo”. Ecco quello

che successe:

E quando i patrimoni si furono accresciuti in numero e in estensione fino a coprire l’intero suolo e ad

essere tutti confinanti, gli uni poterono ingrandirsi solo a spese degli altri, e gli esclusi, ai quali la debolezza o

l’indolenza avevano impedito di entrarne in possesso a loro volta, divenuti poveri senza aver perduto niente,

perché nel cambiamento generale essi soli non erano cambiati, furono costretti o a ricevere o a rapire il loro

sostentamento dalle mani dei ricchi; e da qui cominciarono a nascere, secondo i diversi caratteri degli uni e

degli altri, la dominazione e la schiavitù, o la violenza e le rapine. […]

Così accadde che, avendo i più potenti o i più miseri fatto della propria forza o dei propri bisogni una

specie di diritto ai beni altrui, equivalente per loro al diritto di proprietà, l’eguaglianza spezzata fu seguita dal

più spaventoso disordine; così accadde che le usurpazioni dei ricchi, il brigantaggio dei poveri, le passioni

sfrenate di tutti, soffocando la pietà naturale e la voce ancora debole della giustizia, resero gli uomini avidi,

ambiziosi e malvagi. Sorgeva tra il diritto del più forte e il diritto del primo occupante un conflitto perpetuo che

si concludeva soltanto con combattimenti e assassini. La società nascente dette luogo al più orribile stato di

guerra [SD 144-145].

Sembra di leggere Hobbes. Così il genere umano «si mise egli stesso sull’orlo della propria

rovina». I ricchi, che erano coloro che più erano messi a rischio da questa guerra perpetua,

aguzzarono l’ingegno e studiarono una maniera di volgere a proprio favore le forze che li

minacciavano e proposero un patto:

invece di volgere le nostre forze contro noi stessi, uniamole in un potere supremo che ci governi con sagge

leggi, che protegga e difenda tutti i membri dell’associazione, respinga i nemici e ci mantenga in un’eterna

concordia [SD 146].

A tutti dovette sembrare una proposta ragionevole, favorevole per tutti, senza vederne le

insidie. Il patto, con cui la legge trasformò l’usurpazione in diritto, era vantaggioso solo per i ricchi

che ridussero il genere umano alla miseria e al lavoro forzato. Forte diventò sinonimo di ricco e

debole di povero. L’ineguaglianza di aggravò in diverse tappe: la prima fu l’instaurazione della

legge e del diritto di proprietà, la seconda l’istituzione delle magistrature, la terza la trasformazione

del potere legittimo in potere arbitrario. La prima tappa sancisce la condizione di ricco e povero, la

seconda quella di potente e debole, la terza quella di padrone e schiavo. Quindi

L’ultimo termine dell’ineguaglianza […] si riconduce alla sola legge del più forte e di conseguenza ad un

nuovo stato di natura differente da quello da cui siamo partiti, in quanto il primo era lo stato di natura nella

6

sua purezza e quest’ultimo il frutto di un eccesso di corruzione [SD 160-161] .

4.

6 Poco prima Rousseau aveva detto che «i vizi che rendono necessarie le istituzioni sociali sono gli stessi

che ne rendono inevitabile l’abuso» [SD 157].

5 Ecco rappresentata, e con dovizia di particolari, la situazione che precede e che motiva il

contratto “equo”, ma che Rousseau fa finta di ignorare per non sentirsi troppo vincolato nel nuovo

ragionamento del CS dalle conclusioni, cui era pervenuto nel SD. La situazione è quella di una

ineguaglianza ingiusta, che è nata e si è radicata nell’ordine sociale.

Posto che «l’ordine sociale è un sacro diritto che serve di base a tutti gli altri: tuttavia non

ha la sua fonte nella natura: dunque si fonda su convenzioni» [CS 7]. L’uomo non può più ormai

fare a meno della società, la quale però non è un prodotto della natura, ma è un artefatto. Viene

così negata la spontanea armonia degli interessi privati e dunque la visione non conflittuale della

società. Viene respinta la fictio di uno stato di natura nel quale gli esseri umani erano immaginati

già pienamente razionali, liberi ed eguali, governati da una recta ratio. In tal modo si giustificavano

le diseguaglianze, che il diritto positivo si limitava a ratificare. Lo stato di natura rousseauiano è

l’antitesi della socialità:

L'effetto naturale dei primi bisogni fu di separare gli uomini e non di avvicinarli [...] Quei tempi di barbarie

erano il secolo d'oro, non perché gli uomini fossero uniti, ma perché erano separati. Ciascuno, si dice, si

considerava il padrone di tutto; ciò è possibile, ma ognuno conosceva e desiderava solo ciò che aveva a

portata di mano: i suoi bisogni, lungi dall'avvicinarlo ai suoi simili, lo allontanavano. Gli uomini, se si vuole, si

7

attaccavano al momento dell'incontro, ma si incontravano raramente .

La concezione di Rousseau è fortemente anti-giusnaturalistica. Il giusnaturalismo viene

considerato come una validazione ideologica dell’esistente, cioè dell’ineguaglianza ingiusta. Ma c’è

una via d’uscita:

Ma benché fra gli uomini non vi sia una società naturale e generale, benché divenendo socievoli

diventino anche infelici e malvagi, benché le leggi della giustizia e dell’eguaglianza non contino nulla per chi

vive a un tempo nella libertà dello stato naturale e sotto il giogo dei bisogni propri della società; invece di

pensare che per noi non ci sia né virtù né felicità, e che il cielo ci abbia abbandonato senza soccorso al

decadimento della specie, sforziamoci dal ricavare dal male stesso la medicina che deve guarirlo.

Correggiamo, se possibile, i difetti dell’associazione generale con nuove forme di associazione. Il nostro

violento interlocutore […], ribelle al patto sociale e che deve essere convinto non in base ad astratti principi

razionali ma al riconoscimento del proprio interesse può giudicare i risultati da sé. Mostriamogli nell’arte

condotta a perfezione il risanamento dei mali che l'arte ai suoi inizi apportò alla natura; mostriamogli tutta la

miseria dello stato che credeva felice, tutta la falsità del ragionamento che credeva valido. Veda in un

migliore assetto delle cose il premio delle buone azioni, il castigo di quelle cattive e l’amabile accordo della

giustizia e della felicità. Illuminiamo la sua ragione di nuove conoscenze, riscaldiamo il suo cuore di nuovi

sentimenti; impari a moltiplicare il suo essere e la sua felicità dividendoli coi suoi simili [...] che impari a

preferire al suo interesse apparente il suo interesse beninteso; che divenga buono, virtuoso, sensibile, infine,

e per dirla tutta, invece del feroce brigante che si proponeva di essere, il più saldo sostegno di una società

ben ordinata [Manoscritto di Ginevra].

«Nove forme di associazione», «riconoscimento del proprio interesse»: queste sono due

espressioni cruciali che dobbiamo ricordare. La via d’uscita è una corretta socializzazione

dell’uomo civilizzato mediante istituzioni artificiali e lo sviluppo della moralità. La chiave di accesso

è il rifiuto del giusnaturalismo, ma la messa in opera di un contrattualismo del tutto particolare,

come vedremo. Ha scritto lo stesso Althusser:

affermare che la società umana risulta da un contratto, equivale in effetti a dichiarare propriamente umana e

artificiale l’origine di qualsiasi istituzione sociale: vale a dire che la società non è il frutto di un’istituzione

7 Saggio sull'origine delle lingue, Einaudi, Torino 1989, 16 e 54

6


PAGINE

12

PESO

104.31 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento al corso di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale tenuto dal prof. Salvatore Costantino nell'anno accademico 2011.
Nel documento vengono riportate parti di testo con relativo commento tratte dalle opere "Il contratto Sociale" e "Il Secondo Discorso" di Rousseau.
Parole chiave: ordine sociale, ricerca del benessere, patto iniquo, pessimismo sociologico, alienazione totale, comunità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Costantino Salvatore.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale

Nuove concezioni dei diritti dell'uomo
Dispensa
Hobbes
Dispensa
Locke
Dispensa
Marshall
Dispensa