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in Corriere giur., 2004, 606

in Danno e resp., 2004, 507

in Giur. it., 2004, 944

in Giust. civ., 2004, I, 907

in Resp. civ., 2004, 463

in Guida al dir., 2004, fasc. 6, 16

in Dir. e giustizia, 2004, fasc. 7, 12

in Nuovo dir., 2004, I, 980

giudice europeo.

L'opposta tesi, diretta a consentire una sostanziale diversità tra l'applicazione che la legge n.

89/2001 riceve nell'ordinamento nazionale e l'interpretazione data dalla Corte di Strasburgo al

diritto alla ragionevole durata del processo, renderebbe priva di giustificazione la detta legge n.

89/2001 e comporterebbe per lo Stato italiano la violazione dell'art. 1 della CEDU, secondo cui "le

Parti Contraenti riconoscono ad ogni persona soggetta alla loro giurisdizione i diritti e le libertà

definiti al titolo primo della presente Convenzione" (in cui è compreso il citato art. 6, che prevede il

diritto alla definizione del processo entro un termine ragionevole).

Le ragioni che hanno determinato l'approvazione della legge n. 89/2001 si individuano nella

necessità di prevedere un rimedio giurisdizionale interno contro le violazioni relative alla durata dei

processi, in modo da realizzare la sussidiarietà dell'intervento della Corte di Strasburgo, sancita

espressamente dalla CEDU (art. 35: "la Corte non può essere adita se non dopo l'esaurimento delle

vie di ricorso interne"). Sul detto principio di sussidiarietà si fonda il sistema europeo di protezione

dei diritti dell'uomo. Da esso deriva il dovere degli Stati che hanno ratificato la CEDU di garantire

agli individui la protezione dei diritti riconosciuti dalla CEDU innanzitutto nel proprio ordinamento

interno e di fronte agli organi della giustizia nazionale. E tale protezione deve essere "effettiva" (art.

13 della CEDU), e cioè tale da porre rimedio alla doglianza, senza necessità che si adisca la Corte

di Strasburgo.

Il rimedio interno introdotto dalla legge n. 89/2001, in precedenza, non esisteva nell'ordinamento

italiano, con la conseguenza che i ricorsi contro l'Italia per la violazione dell'art. 6 della CEDU

avevano "intasato" (è il termine usato dal relatore Follieri nella seduta del Senato del 28 settembre

2000) il giudice europeo. Rilevava la Corte di Strasburgo, prima della legge n. 89/2001, che le dette

inadempienze dell'Italia "riflettono una situazione che perdura, alla quale non si è ancora rimediato

e per la quale i soggetti a giudizio non dispongono di alcuna via di ricorso interna. Tale accumulo di

inadempienze è, pertanto, costitutivo di una prassi incompatibile con la Convenzione" (quattro

sentenze della Corte in data 28 luglio 1999, su ricorsi di Bottazzi, Di Mauro, Ferrari e A.P.).

La legge n. 89/2001 costituisce la via di ricorso interno che la "vittima della violazione" (così

definita dall'art. 34 della CEDU) dell'art. 6 (sotto il profilo del mancato rispetto del termine

ragionevole) deve adire prima di potersi rivolgere alla Corte europea per chiedere la "equa

soddisfazione" prevista dall'art. 41 della CEDU, la quale, quando sussista la violazione, viene

accordata dalla Corte soltanto "se il diritto interno dell'Alta Parte contraente non permette che in

modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione".

La legge n. 89/2001 ha, pertanto, consentito alla Corte europea di dichiarare irricevibili i ricorsi ad

essa presentati (anche prima dell'approvazione della stessa legge) e diretti ad ottenere l'equa

soddisfazione prevista dall'art. 41 CEDU per la lunghezza del processo (sentenza 6 settembre 2001,

Brusco c. Italia).

Tale meccanismo di attuazione della CEDU e di rispetto del principio di sussidiarietà dell'intervento

della Corte europea di Strasburgo, però, non opera nel caso in cui essa ritenga che le conseguenze

della accertata violazione della CEDU non siano state riparate dal diritto interno o lo siano state "in

modo incompleto", perchè, in siffatte ipotesi, il citato art. 41 prevede l'intervento della Corte

5 prof. Giorgio Costantino

D I (A – L)

IRITTO PROCESSUALE CIVILE

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europea a tutela della "vittima della violazione". In tal caso il ricorso individuale alla Corte di

Strasburgo ex art. 34 della CEDU è ricevibile (sentenza 27 marzo 2003, Scordino ed altri c. Italia) e

la Corte provvede a tutelare direttamente il diritto della vittima che essa ha ritenuto non

completamente tutelato dal diritto interno.

Il giudice della completezza o meno della tutela che la vittima ha ottenuto secondo il diritto interno

è, ovviamente, la Corte europea, alla quale spetta di fere applicazione dell'art. 41 CEDU per

accertare se, in presenza della violazione della norma della CEDU, il diritto interno abbia permesso

di riparare in modo completo le conseguenze della violazione stessa.

La tesi secondo cui, nell'applicare la legge n. 89/2001, il giudice italiano può seguire

un'interpretazione non conforme a quella che la Corte europea ha dato della norma dell'art. 6 CEDU

(la cui violazione costituisce il fatto costitutivo del diritto all'indennizzo attribuito dalla detta legge

nazionale), comporta che la vittima della violazione, qualora riceva in sede nazionale una

riparazione ritenuta incompleta dalla Corte europea, ottenga da quest'ultimo Giudice l'equa

soddisfazione prevista dall'art. 41 CEDU. Il che renderebbe inutile il rimedio predisposto dal

legislatore italiano con la legge n. 89/2001 e comporterebbe una violazione del principio di

sussidiarietà dell'intervento della Corte di Strasburgo.

Deve, allora, concordarsi con la Corte europea dei diritti dell'uomo la quale, nella citata decisione

sul ricorso Scordino (relativo alla incompletezza della tutela accordata dal giudice italiano in

applicazione della legge n. 89/2001), ha affermato che "deriva dal principio di sussidiarietà che le

giurisdizioni nazionali devono, per quanto possibile, interpretare ed applicare il diritto nazionale

conformemente alla Convenzione".

Questo dovere per il giudice italiano, chiamato a dare applicazione alla legge n. 89/2001, di

interpretare detta legge in modo conforme alla CEDU per come essa vive nella giurisprudenza della

Corte europea, opera "per quanto possibile", e quindi solo nei limiti in cui detta interpretazione

conforme sia resa possibile dal testo della stessa legge n. 89, non potendo certo il giudice violare

quest'ultima legge, alla quale egli è pur sempre soggetto (concetto esattamente sottolineato nella

memoria del Ministero della giustizia).

Ma un eventuale contrasto tra la legge n. 89/2001 e la CEDU porrebbe una questione di conformità

della stessa con la Costituzione che, come si è visto, tutela lo stesso bene della ragionevole durata

del processo, oltre a garantire i diritti inviolabili dell'uomo (art. 2). Occorre, allora, accertare se

possa darsi alla detta legge un interpretazione che sia conforme alla CEDU, in applicazione del

canone ermeneutico secondo cui va preferita l'interpretazione della legge che la renda conforme alla

Costituzione.

4.- Dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo si desume che il danno non patrimoniale

conseguente alla durata non ragionevole del processo, una volta che sia stata provata detta

violazione dell'art. 6 della CEDU, viene normalmente liquidato alla vittima della violazione, senza

bisogno che la sua sussistenza sia provata, sia pure in via soltanto presuntiva. E ciò a differenza del

danno patrimoniale, per cui si richiede invece la prova della sua esistenza.

Al riguardo possono consultarsi le recenti sentenze della Corte di Strasburgo su ricorsi contro

l'Italia, emanate in data 31 luglio 2003 (cause Battistoni, Ferroni Rossi, La Paglia, Tempesti Chiesi,

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Fezia, Marigliano, De Gennaro, Miscioscia, Gatti), in data 28 marzo 2002 (cause Soave, Contardi,

Lattanzi e Cascia), in data 19 febbraio 2002 (cause Piacenti, De Cesaris, Sardo, Donato, Di Pede),

in data 12 febbraio 2002 (cause Ventrone, Seccia, E.M., De Rosa, It.R., società Croce Gialla

Romana s.a.s.), sentenze tutte che, accertata la violazione del termine ragionevole di durata, hanno

liquidato alle vittime il danno non patrimoniale ritenuto sussistente senza bisogno di alcun

accertamento al riguardo.

Siffatto orientamento interpretativo della Corte europea non significa, però, che il danno non

patrimoniale sia insito nella mera esistenza della violazione, sia cioè, come si usa dire, in re ipsa.

Ciò comporterebbe che, accertata la violazione, dovrebbe necessariamente conseguirne il

risarcimento del danno non patrimoniale, che non potrebbe giammai essere escluso. Ma tale tesi

interpretativa si porrebbe in chiaro contrasto proprio con l'art. 41 CEDU, ove si prevede che,

accertata la violazione, la Corte europea accorda un'equa soddisfazione alla parte lesa "quando è il

caso", e quindi non in tutti i casi. E, in applicazione di tale disposizione, la Corte di Strasburgo,

alcune volte, ha ritenuto sufficiente a riparare il danno morale della vittima il riconoscimento

solenne, contenuto nella decisione di merito, che la violazione dedotta nel ricorso sussiste (tra le

decisioni recenti v., in relazione però a violazioni diverse da quella sulla durata del processo,

sentenza 14 novembre 2000, causa Riepan c. Austria; sentenza 10 ottobre 2000, causa Daktaras c.

Lituania; sentenza 6 giugno 2000, causa Magee c. Regno Unito; e, nei confronti dell'Italia, sentenza

30 ottobre 2003, su ricorso Ganci, che ha accertato la violazione del diritto di accesso ad un

tribunale).

Non è, quindi, accettabile la tesi del c.d. danno-evento, e cioè del danno non patrimoniale insito

nella violazione della durata ragionevole del processo. Il danno non patrimoniale, anche secondo la

CEDU, costituisce una conseguenza della detta violazione, la quale, però, a differenza del danno

patrimoniale, si verifica normalmente, e cioè di regola, per effetto della violazione stessa. Ed invero

è normale che la anomala lunghezza della pendenza di un processo produca nella parte che vi è

coinvolta un patema d'animo, un'ansia, una sofferenza morale che non occorre provare, sia pure

attraverso elementi presuntivi. Trattasi di conseguenze non patrimoniali che possono ritenersi

presenti secondo l'id quod plerumque accidit, senza bisogno di alcun sostegno probatorio relativo al

singolo caso.

Possono, però, aversi situazioni concrete in cui tali conseguenze normali della pendenza del

processo vanno escluse, perchè il protrarsi del giudizio risponde ad un interesse della parte o è

comunque destinato a produrre conseguenze che la parte percepisce a se favorevoli. Si pensi, per

fare un esempio (che prescinde dal caso oggetto del presente giudizio, ma che è consentito dal fatto

che le Sezioni unite sono chiamate a risolvere una questione di massima rilevante anche in altri

giudizi), al caso di un locatario che, durante il giudizio, continui a detenere l'immobile locato e

quindi a beneficiare delle utilità derivanti dalla detenzione del bene, onde la lunghezza del giudizio

comporti per lui effetti favorevoli, anzichè negativi. Più in generale, può dirsi che la piena

consapevolezza nella parte processuale civile della infondatezza delle proprie istanze o della loro

inammissibilità rende inesistente il danno non patrimoniale, perchè tale consapevolezza fa venire

meno l'ansia ed il malessere correlati all'incertezza della lite, essendo con gli stessi incompatibile

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(v., in tal senso, Cass. 11 dicembre 2002 n. 17650; 18 settembre 2003 n. 13741).

In assenza di tali situazioni particolari che si rilevino presenti nel singolo caso concreto, il danno

non patrimoniale non può essere negato alla persona che ha visto violato il proprio diritto alla

durata ragionevole del processo, ed ha perciò subito l'afflizione causata dall'esorbitante attesa della

decisione (a prescindere dall'esito della stessa, e quindi anche se di contenuto sfavorevole alla

vittima della violazione).

5.- Il ritenere che il danno non patrimoniale si verifica normalmente per effetto della violazione

dell'art. 6 della CEDU (sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole) non si pone in

contrasto con le disposizioni della legge n. 89/2001, ed in particolare con l'art. 2, che configura il

diritto all'equa riparazione.

La legge nazionale, in coerenza con la sua ratto giustificativa (v. retro, p. 3), non si è voluta

discostare dalla CEDU. Particolarmente significativo in tal senso è il disposto del comma 2 dell'art.

2, ove sono indicati i criteri che il giudice italiano è tenuto a considerare al fine di accertare se vi sia

stata o meno violazione del termine ragionevole: la complessità del caso, il comportamento delle

parti e quello del giudice e delle altre autorità. Sono questi i tre criteri principali elaborati dalla

giurisprudenza europea sulla CEDU, che vengono normalmente enunciati nello stesso ordine

seguito dalla citata norma della legge italiana.

Ed ancora più espliciti sono i lavori preparatori della legge n. 89/2001. Nella relazione al disegno di

legge del sen. Pinto (atto Senato n. 3813 del 16 febbraio 1999) si afferma che il meccanismo

riparatorio proposto con l'iniziativa legislativa (e poi recepito dalla legge citata) assicura al

ricorrente "una tutela analoga a quella che egli riceverebbe nel quadro della istanza internazionale",

poichè il riferimento diretto all'art. 6 della CEDU consente di trasferire sul piano interno "i limiti di

applicabilità della medesima disposizione esistenti sul piano internazionale, limiti che dipendono

essenzialmente dallo stato e dalla evoluzione della giurisprudenza degli organi di Strasburgo, specie

della Corte europea dei diritti dell'uomo, le cui sentenze dovranno quindi guidare - come del resto

anche negli altri aspetti qui rilevanti - il giudice interno nella definizione di tali limiti".

Per quanto attiene specificamente alla liquidazione del danno, va tenuto presente che la Camera dei

deputati, nella seduta del 6 marzo 2001, respinse un emendamento presentato dagli on.li Pecorella e

Saponara, secondo cui "il mancato rispetto del termine ragionevole...da diritto ad un'equa

riparazione". Tale modifica del disegno di legge Pinto avrebbe ricollegato l'indennizzo al semplice

accertamento della violazione, recependo la tesi del danno in re ipsa e rendendo automatica la

riparazione; ma, come si è visto (v. retro, il precedente paragrafo), tale tesi non è conforme all'art.

41 CEDU, che non contempla tale automatismo.

Deve, quindi, ritenersi che non sia in contrasto con la CEDU la norma dell'art. 2 della legge n.

89/2001, la quale ricollega l'indennizzo all'avere "subito un danno patrimoniale o non

patrimoniale", non considerando sufficiente l'accertamento della mera violazione della CEDU.

La formula della legge nazionale non impedisce, però, di ravvisare una diversità della prova

richiesta per la sussistenza dei due tipi di danno, diversità strettamente correlata alle differenti

caratteristiche del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale. Mentre l'esistenza del primo,

derivando da circostanze esteriori e sensibili, può (e deve) formare oggetto di specifica

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
In questo documento è riportata la sentenza n. 1339 del 2004 della Corte di Cassazione Civile. La Suprema Corte, sulla scia di quanto detto in precedenza dalla Corte di Strasburgo, riconosce il risarcimento anche del danno non patrimoniale, seppur precisando che non è automatico e va quantificato dal giudice caso per caso, per violazione della legge Pinto (n.89 del 2001) in tema di ragionevole durata del processo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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