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in Foro it., 2009, V, 301

in Quaderni di Rassegna Forense, a cura di G. Alpa, 2010

G C

IORGIO OSTANTINO

IL NUOVO PROCESSO IN CASSAZIONE

L’art. 47 l. 18 giugno 2009, n. 69, ha aggiunto al codice di procedura civile

1.-

l’art. 360 bis, ha modificato gli artt. 375, co. 1°, 376, co. 1°, e 380 bis, ha abrogato

l’art. 366 r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, l’art. 67

bis; ha aggiunto al bis.

Ai sensi dell’art. 13 (L), co. 2 bis, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, aggiunto

dall’art. 67, co. 3°, della stessa legge di riforma, «per i processi dinanzi alla Corte di

è dovuto un importo pari all’imposta fissa

cassazione, oltre al contributo unificato,

di registrazione dei provvedimenti giudiziari»; conseguentemente, è stato aggiunto

all’art. 73, dello stesso decreto, per il quale «i provvedimenti della

il comma 2 bis

Corte di cassazione sono esenti dall’obbligo della registrazione».

Quasi cinquant’anni dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art.

98 c.p.c. sulla cautio pro expensis (Corte cost. 29 novembre 1960, n. 67, in Foro it.,

dell’art. 1 l. 18

1960, I, 187), oltre trenta anni dopo la soppressione, per effetto

ottobre 1977, n. 793, del deposito per soccombenza di cui all’art. 364 c.p.c., tre anni

dopo l’introduzione dei di cui all’art. 366

quesiti bis c.p.c., quali requisiti di

ammissibilità dei motivi di ricorso, anche questi vengono eliminati.

Sono previsti nuovi, rilevanti oneri economici per l’accesso al giudizio di

legittimità e sono stabiliti nuovi requisiti per l’ammissibilità dei ricorsi.

Questi ultimi sono indicati nelle lett. a) e b) del nuovo art. 360 bis c.p.c. La

nuova struttura del procedimento è delineata dai novellati artt. 376, co. 1°, e 380 bis

c.p.c. Senza che ciò abbia comportato alcun incremento di risorse, nonostante i

maggiori oneri richiesti alle parti, è stata istituita una nuova sezione, che si aggiunge

alle tre civili, alla sezione lavoro ed alla sezione tributaria; la nuova sezione di cui

all’art. 67 bis implica un posto di presidente, uffici e risorse per il suo

funzionamento; in mancanza di risorse aggiuntive, queste dovrebbero essere

reperite tra quelle esistenti: alla composizione della nuova sezione dovrebbero

essere «chiamati, di regola, magistrati appartenenti a tutte le sezioni».

Il processo in Cassazione era stato profondamente modificato dal d.leg. 2

febbraio 2006, n. 40, in attuazione della delega contenuta nella l. 14 maggio 2005,

n. 80. Questa ampia riforma succedeva a quella, altrettanto incisiva, di cui alla l. 24

marzo 2001, n. 89. Quest’ultima ha seguito quella di cui al d.leg. 19 febbraio 1998,

n. 51, in attuazione della delega contenuta nella l. 16 luglio 1997, n. 254, e quella di

cui alla l. 26 novembre 1990, n. 353. Anche il decreto del Primo Presidente del 9

maggio 2005 (in Foro it., 2005, I, 2323) aveva contribuito a delineare la struttura

del procedimento.

Parte di queste riforme era stata indicata nella relazione di Antonio Brancaccio e

Vittorio Sgroi (id., 1989, V, 205), nonché nella Assemblea Generale del 23 aprile

1999 (id., 1999, V, 161).

L’ultima novella è il risultato del parere approvato alla unanimità dalla

Commissione Giustizia della Camera dei deputati il 22 aprile 2009. Il tentativo di

modificare ancora il giudizio di legittimità era stato compiuto, una prima volta,

nella legge di conversione del d.l. 25 giugno 2008, n. 112, ma l’emendamento

governativo, presentato la mattina del 10 luglio 2008, era stato ritirato nel

pomeriggio. La proposta è stata quindi, introdotta nel d.d.l. n. 1441 bis, frutto dello

stralcio, operato il 5 agosto 2008, del d.d.l. n. 1441, collegato alla legge finanziaria

per il 2008. Ha sollevato vivaci reazioni critiche nella avvocatura, nella magistratura

e nella accademia. Dopo una prima approvazione alla Camera il 2 ottobre 2008, il

Ministro della giustizia, alla Conferenza Nazionale della Avvocatura, il 26

novembre 2008, annunciava la presentazione di un emendamento correttivo al

Senato. Questo emendamento veniva presentato e, da dicembre 2008 a febbraio

2009, il dibattito sulla riforma del giudizio di legittimità si acquietava. Sennonché, il

25 febbraio 2009, l’emendamento correttivo era ritirato dallo stesso Governo

proponente. Alla Commissione Giustizia della Camera, dove la proposta era

ritornata in seconda lettura, maggioranza ed opposizione si orientavano per uno

stralcio di questa parte della riforma. Ma, rispetto al nuovo testo, che prevede, come

l’istituzione di un’altra sezione civile, si è realizzato un ampio

si è anticipato,

consenso politico e il disegno di legge è stato approvato, in aula, con 416 voti

favorevoli, su 417 presenti.

Sul piano tecnico la nuova disciplina implica l’analisi della nuova struttura del

giudizio di legittimità e la valutazione dei nuovi requisiti di ammissibilità dei

ricorsi.

Come spesso avviene in riferimento alle ultime riforme, il dibattito è stato

caratterizzato da contrapposizioni ideologiche che hanno rischiato di mettere in

sordina i profili tecnici, sui quali, invece, appare corretto orientare l’attenzione (si

rinvia al mio Economia e processo. Contributo alla definizione delle regole

processuali nei conflitti economici, in Riv. trim. dir. econ., 2009, 7).

in discussione l’opportunità di una selezione preventiva dei ricorsi

Non è, infatti,

per cassazione, ma le forme mediante le quali questa è stata prevista e l’obiettivo

che tale selezione tende a perseguire.

Quest’ultimo, infatti, pur prescindendo dalle perplessità tecniche sul

funzionamento della nuova disciplina, induce a dubitare anche della compatibilità di

eventuali, successivi interventi correttivi con il quadro costituzionale e con i

principî ed i valori da esso deducibili.

2.- A ben vedere, infatti, appare legittimo dubitare non soltanto della congruità

del mezzo rispetto al fine, ma proprio della ammissibilità di quest’ultimo, almeno

nel vigente quadro normativo.

E’ opportuno ricordare che, poco prima che fosse avviato l’iter parlamentare

2008, l’Ufficio del Massimario pubblicava nel sito della

della riforma, nel giugno

Cassazione (in www.cortedicassazione.it/) una relazione dal titolo «Le Corti

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Supreme in Europa: le regole per l’accesso», nella quale, oltre alla indicazione dei

criterî per l’accesso alle corti superiori, si metteva in evidenza l’assenza di «filtri»

per l’accesso alla Cassazione italiana; la questione era esaminata anche nel

Convegno del 18 giugno 2008 per il 60° Anniversario della Costituzione (Quaderni

del C.S.M., 155, 2009). Il 3 luglio 2008, in un successivo incontro in Cassazione

sulla esperienza applicativa dell’art. 366 c.p.c. (v. le relazioni dell’Ufficio del

bis

Massimario n. 89 del 2 luglio 2008 e n. 22 del 13 febbraio 2009), la istituzione di un

per l’accesso alla Corte fu indicata come un mezzo per superare i

«filtro»

formalismi manifestatisi nella utilizzazione dei «quesiti».

Il 30 gennaio 2009, nella Relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario (in

www.giustizia.it), il Primo Presidente ha, quindi, rilevato che «resta cruciale la

questione di un “filtro” per il processo civile in Cassazione. Siamo gli unici in

Europa a non averlo. Si tratta di una riforma fondamentale, che avrebbe un duplice,

rilevantissimo beneficio: - per la Corte stessa, non più oberata da questioni

“bagatellari”, per l’intero sistema Giustizia poiché consentirebbe alla Corte di

-

concentrarsi ancor più sul suo ruolo “di indirizzo”, migliorando tempi dei processi e

certezza degli indirizzi»; si augurava, quindi, «che il Governo, che ha visto la sua

proposta approvata da uno dei rami del Parlamento, mantenga il suo testo e non

consenta ulteriori modifiche che lo snaturerebbero e ne annullerebbero l’utilità e la

funzionalità».

Il 25 febbraio 2009, il Ministro della Giustizia, che aveva annunciato la

correzione del testo nella Conferenza Nazionale della Avvocatura del 26 novembre

2008, ritirava l’emendamento.

La compresenza dello jus litigatoris e dello jus constitutionis è un motivo

ricorrente nel dibattito sul ruolo della Corte, anche in funzione della modifica

dell’art. 111, co. 7°, Cost. Il che presuppone che la prevalenza del secondo rispetto

al primo implichi una revisione della Costituzione e, quindi, che, nell’attuale

normativo, l’obiettivo non sia perseguibile.

contesto

Anche nella motivazione della recente sentenza che ha dichiarato l'illegittimità

costituzionale dell'art. 391 bis, co. 1°, c.p.c., nella parte in cui non prevede la

revocabilità delle ordinanze di inammissibilità dei ricorsi per cassazione, ai sensi

dell’art. 375, co. 1°, n. 1, c.p.c. (Corte cost. 9 luglio 2009, n. 207), il Giudice delle

leggi ha ribadito che «il presidio costituzionale - il quale è testualmente rivolto ad

assicurare il controllo sulla legalità del giudizio (a ciò riferendosi, infatti, l'espresso

richiamo al paradigmatico vizio di violazione di legge) - contrassegna il diritto a

fruire del controllo di legittimità riservato alla Corte Suprema, cioè il diritto al

processo in cassazione».

Appare, tuttavia, ragionevole ritenere che il ribaltamento degli esiti delle

discussioni all’Assemblea costituente nel 1947 e nella Commissione bicamerale nel

1997 implichi interventi ben più radicali di una modifica dell’art. 111, co. 7°, Cost.

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In primo luogo, una corte concentrata sul suo ruolo «di indirizzo» dovrebbe

essere diversa da quella unificata nel 1923, alla quale i costituenti hanno attribuito il

controllo di legalità; i componenti, ai quali sarebbero attribuite funzioni di indirizzo

politico, dovrebbero essere pochi e selezionati in modo diverso dal concorso.

In secondo luogo, la sottrazione del controllo di legalità alla Cassazione implica

che esso sia esercitato altrove; richiederebbe la costituzionalizzazione del principio

giurisdizione, l’attribuzione di tale compito alle corti di appello

del doppio grado di

e, quindi, una profonda revisione della struttura e delle funzioni di questi uffici.

In terzo luogo, la concentrazione della Corte sul suo ruolo «di indirizzo»

implicherebbe altresì la revisione del principio per il quale «i giudici sono soggetti

soltanto alle legge» e l’affermazione della regola dello «stare decisis».

Quest’ultima, in funzione del miglioramento dei tempi dei processi e della certezza

degli indirizzi, dovrebbe accompagnarsi a quella della prospective overruling, per la

quale i mutamenti di giurisprudenza valgono per il futuro; non dovrebbe spiazzare

coloro che fanno affidamento sul «diritto vivente», né essere mai il fondamento di

illusorie speranze in improvvisi reviréments, fonte della moltiplicazione dei ricorsi;

dovrebbe essere espressamente limitata alle questioni effettivamente decise, con

nonché dei principî affermati «nell’interesse della

esclusione degli obiter dicta,

legge», ai sensi dell’art. 363 c.p.c..

A ben vedere, non solo non appare possibile realizzare la concentrazione della

Cassazione nel ruolo «di indirizzo» mediante una modifica della legge ordinaria, ma

tale obiettivo richiede interventi molto più profondi di una modifica dell’art. 111,

il richiamo all’esperienza di altre corti superiori, ma occorre

co. 7° Cost. Non basta

tenere presente il complessivo sistema nel quale esse operano.

Da questo primo punto di vista, rispetto ad alcuni degli obiettivi enunciati, la

ad una sorte analoga a quella dell’art. 366

riforma si manifesta velleitaria e destinata

bis c.p.c., sui «quesiti» e ad altre riforme, pur presentate come risolutive e

palingenetiche.

3.- In funzione del miglioramento dei tempi dei processi e della certezza degli

dei ricorsi in Cassazione, ai sensi dell’art. 58,

indirizzi, il «filtro» alla proponibilità

co. 5°, l. 18 giugno 2009, n. 69, si applica ai ricorsi proposti contro i provvedimenti

pubblicati o depositati «successivamente» al 4 luglio 2009.

La nuova disciplina non riguarda l’arretrato, che costituisce la palla al piede per

l’effettivo funzionamento della Corte e che implica provvedimenti organizzativi

interni, soprattutto in riferimento ai procedimenti anteriori alle ultime riforme.

Il «filtro», inoltre, opera soltanto per i ricorsi destinati ad essere decisi dalle

sezioni semplici: ai sensi del novellato art. 376, co. 1°, infatti, «il primo presidente,

tranne quando ricorrono le condizioni previste dall'articolo 374, assegna i ricorsi ad

apposita sezione, …». 4 prof. avv. Giorgio Costantino

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E’ espressamente esclusa l’applicabilità della nuova disciplina ai ricorsi destinati

ad essere decisi dalle sezioni unite: a quelli, ai sensi dell’art. 374, co. 1°, c.p.c., che

contengono motivi attinenti alla giurisdizione; a quelli con i quali sono sollevati

conflitti di giurisdizione e di attribuzioni.

Ne è esclusa l’applicazione, ai sensi dell’art. 374, co. 2°, c.p.c., anche ai ricorsi

che, in base ad una insindacabile valutazione del primo presidente, «presentano una

questione di diritto già decisa in senso difforme dalle sezioni semplici» ed a quelli

che «presentano una questione di massima di particolare importanza».

I ricorsi che il primo presidente ritiene di assegnare alle sezioni semplici sono

destinati a un’«apposita sezione», per verificare «se sussistono i presupposti per la

pronuncia in camera di consiglio ai sensi dell'articolo 375, primo comma, numeri 1)

e 5)»: per dichiararne la inammissibilità «anche per mancanza dei motivi» o per

dichiararne la manifesta fondatezza o infondatezza.

l’iter

Innanzi alla «apposita sezione», procedimentale è quello noto per il

procedimento innanzi alla Corte: al presidente è attribuito il compito di designare un

giudice relatore. Questi, ha il compito di valutare la possibilità di definire il

375, n. 1 e n. 5, c.p.c.; se

procedimento in camera di consiglio, ai sensi dell’art.

ritiene che il ricorso sia, per qualunque ragione, inammissibile, manifestamente

infondato o manifestamente fondato, il relatore deposita una relazione, con una

«concisa» motivazione. Il presidente della «apposita sezione», quindi, fissa

l’adunanza del collegio, in camera di consiglio.

Nel contraddittorio tra le parti e con il pubblico ministero, il collegio della

«apposita sezione» può condividere la relazione del proprio componente o

dissentire da essa.

Nel primo caso, il processo è definito, come poteva già avvenire in base al testo

anteriore dell’art. 380 bis c.p.c.

Nel secondo, qualora il collegio non condivida la valutazione del relatore, ovvero

in quello in cui quest’ultimo non ritenga che il procedimento possa essere definito

in camera di consiglio, «gli atti sono rimessi al primo presidente, che procede

all’assegnazione alle sezioni semplici».

In considerazione della predeterminazione dei criterî tabellari, tale espressione

potrebbe anche essere applicata in modo da rendere il passaggio automatico,

evitando un secondo passaggio del fascicolo innanzi al primo presidente.

Innanzi alla sezione tabellarmente competente, il procedimento ricomincia: al

presidente è attribuito il compito di designare il relatore; questi potrebbe essere lo

stesso magistrato che ha svolto le funzioni di relatore nella «apposita sezione»

oppure un magistrato diverso. I criterî di designazione, comunque, debbono fare i

conti con le indicazioni della Corte costituzionale (15 ottobre 1999, n. 387, in Foro

it., 1999, I, 3341) sulle nozioni di «fase» e di «grado» del procedimento in relazione

alla terzietà ed imparzialità del giudice, ai sensi dell’art. 111 Cost.; non sempre,

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tuttavia, il relatore della «apposita sezione» potrà svolgere tale compito anche nella

sezione ordinaria, per l’ovvia ragione che i componenti della prima non coincidono

con quelli della seconda.

Al relatore della sezione tabellarmente competente, la nuova disciplina assegna il

compito di proporre «che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio»

soltanto nei casi di cui all’art. 375, n. 2 e n. 3, c.p.c.

Sennonché, nei casi di cui all’art. 375, n. 2 e n. 3, c.p.c., il ricorso non è destinato

ad «essere deciso»: in quelli di cui al n. 2, il collegio provvede alla integrazione del

contraddittorio ai sensi dell’art. 331 c.p.c., ad ordinare la notificazione della

impugnazione ai sensi dell’art. 332 c.p.c., o alla sua rinnovazione, ai sensi dell’art.

291 c.p.c.; in nessuna ipotesi, il ricorso è «deciso»; in quello di cui al n. 3, la

dichiarazione di estinzione implica la definizione del procedimento, non anche la

decisione del ricorso.

In realtà, appare ragionevole ritenere che il relatore della sezione tabellarmente

375, n. 1 e 5, c.p.c.; che,

competente possa valutare il ricorso anche ai sensi dell’art.

cioè, non sia vincolato dalle valutazioni compiute nella «apposita sezione»; e che il

relatore di quest’ultima debba valutarlo anche ai sensi dell’art. 375, n. 2 e n. 3, c.p.c.

dell’art. 380

Una interpretazione letterale del nuovo testo bis, co. 3°, c.p.c., al pari

di quella dell’art. 376, co. 1°, infatti, conduce a risultati aberranti: l’integrazione del

contraddittorio ai sensi dell’art. 331 c.p.c., la notificazione della impugnazione ai

sensi dell’art. 332 c.p.c., o la sua rinnovazione, ai sensi dell’art. 291 c.p.c.,

dovrebbero essere disposte soltanto dalla sezione tabellarmente competente;

l’«apposita sezione», quindi, potrebbe provvedere sulla ammissibilità, sulla

manifesta infondatezza o sulla manifesta fondatezza del ricorso a contraddittorio

non integro, in pendenza dei termini per la proposizione delle impugnazioni

incidentali da parte di altri litisconsorti, ovvero anche in base a un ricorso

irritualmente notificato; non potrebbe dichiarare l’estinzione del processo. Il che è

palesemente assurdo.

Una ragionevole interpretazione della disciplina induce, quindi, a ritenere che la

valutazione della ammissibilità, della manifesta infondatezza o della manifesta

fondatezza del ricorso, nonché la pronuncia dei provvedimenti ordinatorî e

l’estinzione del processo siano destinate ad essere compiute vuoi dalla «apposita

sezione», vuoi dalla sezione tabellarmente competente.

In base alla riforma, i ricorsi contro i provvedimenti pubblicati o depositati dal 4

luglio 2009, invece di essere assegnati alla sezione tabellarmente competente, sono

sottoposti ad una valutazione preliminare di un’«apposita sezione», che può

condurre alla definizione del procedimento o può precedere, senza esiti vincolanti,

l’iter procedimentale già noto.

Ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c., corretto dalla Corte costituzionale (Corte cost. 9

luglio 2009, n. 207), anche le ordinanze dichiarative della «inammissibilità»,

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce un articolo del Professore che analizza i cambiamenti del processo in Cassazione alla luce della riforma del processo civile del 2009.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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