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Un’altra importante fonte indiretta sono gli archivi amministrativi (registri, schedari o altri

documenti). Le informazioni contenute inizialmente rispondono a fini burocratici,ma lasciano

comunque una “traccia” che, se opportunamente raccolta e organizzata, può essere trasformata in dato

e usata a fini statistici . Ad esempio, i permessi di soggiorno rilasciati dalle questure offrono dati

significativi sulla distribuzione territoriale degli immigrati regolari; l’elenco degli immigrati iscritti nelle

liste anagrafiche contiene informazioni utili sui residenti o sui soggiornanti nel comune.

Di solito gli archivi amministrativi sono una fonte preziosa. Non a caso attualmente il 70% delle

rilevazioni ISTAT hanno base amministrativa. In futuro questa quota aumenterà: infatti lo sviluppo

dell’informatica moltiplicherà le banche-dati on line, i collegamenti fra vari archivi amministrativi, etc.

Inoltre i vantaggi sono notevoli: oltre ai bassi costi, le informazioni di solito sono esaustive,

dettagliate a livello territoriale e relative ad un ampio arco di anni, consentendoci così di delineare utili

“serie storiche” che registrano l’andamento cronologico delle variabili.

Purtroppo anche qui non mancano i limiti. Alcuni fenomeni sociali sfuggono a qualsiasi atto

amministrativo: si pensi all’ampio ambito dei valori e degli atteggiamenti dell’opinione pubblica (per

esempio, l’allarme sociale degli autoctoni rispetto all’immigrazione); all’incidenza dell’immigrazione

clandestina o irregolare; all’entità dei reati non denunciati all’autorità giudiziaria (che invece potrebbero

essere un valido indicatore di criminalità, di disagio, di qualità della vita, etc.).

Altre volte le informazioni sarebbero disponibili, ma organizzate in maniera troppo rigida,

distribuite fra archivi non coordinati o espresse con criteri non uniformi. Sicché diventa molto difficile,

se non impossibile, integrare e comparare fonti diverse.

Infine, altre informazioni potrebbero essere disponibili e immediatamente utilizzabili, ma

ottenerle si rivela un’impresa resa titanica dalle diffidenze o dalla resistenza passiva delle persone che

gestiscono gli archivi. Come ho accennato in premessa, non sempre si incontrano persone disposte a

fornire informazioni che pure sono pubbliche. Per altro, una interpretazione restrittiva della normativa

sulla privacy può agevolare questo atteggiamento di chiusura.

Le conseguenze di tutte queste difficoltà sono molteplici e riguardano tanto l’inefficienza (lacune,

sovrapposizione, ritardi), quanto l’inefficacia delle informazioni, i cui difetti potrebbero ripercuotersi

negativamente sul decisore e sulla capacità d’azione delle istituzioni.

4. Le rilevazioni dirette e il campionamento

Quando non possiamo o non vogliamo giovarci dei dati di un’altra ricerca, dobbiamo realizzarne

direttamente una nostra. Per comprendere la peculiarità di alcune procedure di rilevazione diretta, nella

tab. 2 confronto il test (con particolare riguardo a quello attitudinale), l’intervista e l’osservazione. La

comparazione si basa su alcune caratteristiche: 6

a) L’unità di raccolta delle informazioni (da chi traiamo informazioni?);

b) La natura delle proprietà (quali sono le qualità, le caratteristiche che vogliamo rilevare?);

c) Il numero delle proprietà (quante qualità, caratteristiche, “variabili” vogliamo rilevare?);

d) La forma degli stimoli e delle reazioni raccolte (poniamo delle domande agli intervistati?

Le “standardizziamo” in un questionario? Anche le risposte saranno “standardizzate”

cioè verranno poste in un elenco prefissato da cui l’intervistato dovrà scegliere?);

e) La situazione della rilevazione, a seconda della vicinanza/lontananza dal “mondo della

vita quotidiana” delle unità di raccolta (vedi punto a).

Una breve parentesi: i cinque punti sopra riportati rappresentano gli interrogativi essenziali che

ciascuno di noi deve porsi al momento di progettare una rilevazione diretta.

Tab. 2 – Alcune procedure di rilevazione diretta

Unità di Natura delle Numero delle Standardizzazione Situazione di

raccolta delle proprietà proprietà degli stimoli e delle rilevazione

informazioni reazioni

capacità una sola o un

TEST individuo o complesso di prevista artificiale

prestazioni proprietà affini

opinioni, un numero possibile, non approssima

INTERVISTE individuo valori, elevato necessaria una situazione

atteggiamenti naturale

individuo idem, ma anche

OSSERVAZIO- e/o comportamenti un numero scarsa o nulla naturale

NE gruppo elevato

Per molti aspetti, l’osservazione è la più distante dalle altre due procedure. Infatti in genere essa

viene usata – soprattutto dagli antropologi – per analizzare culture, gruppi e comportamenti collettivi.

Quindi l’unità di raccolta non è l’individuo, ma la comunità, il villaggio, il gruppo. Inoltre l’osservazione

è l’unica tecnica che rileva direttamente i comportamenti (invece nell’intervista, raccogliamo solo ciò

che l’intervistato ci racconta sui propri comportamenti).

Nell’osservazione il mandato affidato al ricercatore è apparentemente semplice: va’ e guarda. In

tal senso la comprensione passa attraverso la vista. Già per Eraclito «gli occhi sono testimoni più sicuri

degli orecchi» (cfr. par. 5). Purché sia chiaro che la vista non è una percezione passiva, ma un’attitudine

da coltivare: lo conferma Merleau-Ponty, secondo cui «è vero che il mondo è ciò che noi vediamo, ed è

altresì vero che…dobbiamo imparare a vederlo».

Nell’osservazione non è un unico comportamento ad interessare. Di solito l’antropologo svolge

la sua ricerca etnografica per rilevare un insieme di comportamenti, uno stile di vita, una cultura,

insomma ambiti ampi e coesi. Egli parte dal presupposto di non conoscere la realtà che va ad indagare,

7

perché i veri “esperti” sono coloro che lui osserverà, i protagonisti delle azioni, gli attori del gruppo da

osservare.

Non essendo lui l’esperto, il ricercatore deve cercare di interpretare e di tradurre, un po’ come

accade quando abbiamo a che fare con un testo scritto in una lingua sconosciuta, ma senza la coerenza,

la compattezza, la completezza di un testo letterario. Come afferma l’antropologo Geertz, «fare

etnografia è come cercare di leggere (nel senso di “costruire una lettura di”) un manoscritto – straniero,

sbiadito, pieno di ellissi, di incongruenze, di emendamenti sospetti e di commenti tendenziosi, ma

scritto non in convenzionali caratteri alfabetici, bensì in fugaci esempi di comportamento conforme».

Poiché gli obiettivi cognitivi sono tanto ampi e il ricercatore ha poche ipotesi di partenza, allora

egli non usa strumenti di rilevazione strutturati: non un questionario standardizzato, ma un temario,

un diario o qualunque altra tecnica molto flessibile e aperta ad una realtà che il ricercatore considera a

lui sconosciuta.

Infine è il ricercatore che osserva in loco il gruppo, la comunità, il villaggio; e dunque la sua

rilevazione avviene in una realtà molto più naturale di una intervista artificiosa o di un asettico

.

laboratorio psicometrico

L’intervista rileva, in maniera più o meno intrusiva, singoli individui. Di solito la loro selezione

avviene attraverso il campionamento che estrae da un’intera popolazione (N) un numero più ristretto di

casi (n). Ad esempio, invece di intervistare tutti gli immigrati presenti a Perugia, intervisto un numero

molto minore, cercando di far sì che questo gruppo più ristretto sia molto simile all’intera popolazione

di immigrati a Perugia; se riuscissi a ottenere ciò, potrei estendere ad essa i risultati della mia rilevazione

ristretta con ovvi benefici in termini di costi, tempi, oneri organizzativi, etc.

Per ottenere questo risultato, secondo la statistica inferenziale occorre adottare criteri

probabilistici di campionamento. Si parla di “campioni probabilistici” quando è nota la probabilità

(dedotta mediante espressioni matematiche) che ciascun individuo ha di essere selezionato. In base a

questa probabilità si estraggono i casi in modo che rappresentino l’intera popolazione. Proprio grazie

all’applicazione di quelle espressioni matematiche, potremo osservare una parte (n) per trarne

informazioni sul tutto (N).

Non illustrerò qui con dovizia di particolari i diversi tipi di campionamento, rinviando ai

numerosi manuali di statistica su questo argomento. Mi limiterò solo a brevissimi cenni, volti

semplicemente a orientare il lettore nelle proprie scelte.

Nel campione casuale semplice tutti gli individui (detti ‘casi’) della popolazione hanno la stessa

probabilità di essere inclusi nel campione. Perché ciò sia possibile, occorre disporre della lista completa

della popolazione; decidere la numerosità campionaria in base allo “errore di campionamento”; estrarre

casualmente da quella lista la quantità di individui pari alla numerosità campionaria calcolata. 8

Invece il campione stratificato suddivide la popolazione in sotto-popolazioni omogenee rispetto

alla variabile da studiare (ad esempio, la sotto-popolazione degli autoctoni e quella degli immigrati); per

ogni sotto-popolazione si estrae un campione (proporzionale) casuale semplice; da ultimo si uniscono i

sotto-campioni, considerandoli un campione unico.

Il campionamento a stadi prevede estrazioni successive: ad esempio prima si estraggono le

province, poi i comuni e poi i residenti dei comuni estratti (ciò per evitare di stilare una lista enorme dei

cittadini di tutta Italia).

Nel campionamento a grappoli, si considera la popolazione composta da “grappoli” (p. es. la

popolazione studentesca di un istituto è composta da tanti grappoli quante sono le classi); si estraggono

i grappoli e si intervistano tutti i casi che fanno parte dei grappoli estratti (p. es. tutti gli studenti delle

classi estratte). Si tratta di una procedura molto utile quando non è disponibile la lista completa della

popolazione.

Sulla capacità che questi campioni garantiscano la rappresentatività e sulla possibilità di

controllare tale garanzia, forse il più critico è Alberto Marradi. Secondo questo autore, nelle scienze

fisiche ha un senso parlare di rappresentatività: non vale la pena osservare tutti gli atomi di azoto per

formulare le nostre osservazioni su come si comporta quella sostanza. Basta osservare pochi atomi e

inferire i risultati all’intera popolazione dell’azoto Ma pretendere di fare lo stesso nelle scienze sociali

sarebbe illegittimo perché i presupposti sono radicalmente diversi: non siamo atomi; ogni individuo è

differente dagli altri, ha un’identità peculiare, che non può essere equivalente agli altri.

Le conseguenze di questa radicale differenza sono di vasta portata e le accenno solo, rinviando

alla bibliografia per approfondimenti. La rappresentatività dei casi è controllabile solo per le proprietà

conosciute nell’intera popolazione, mentre per le altre la rappresentatività non è provata. Questi

problemi non sono risolti dall’estrazione casuale, che è difficilissima da realizzare. Le conclusioni di

Marradi sono davvero radicali: «i risultati di una ricerca non sono generalizzabili oltre l’ambito spazio-

temporale entro il quale sono stati scelti i suoi casi».

Naturalmente ciò non deve costituire un comodo alibi per intervistare chi capita: un conto è un

campione casuale, ma tutt’altra cosa è un campione … a casaccio. Come vedremo fra poco, anche con

un campione non probabilistico dobbiamo avere grande cura per evitare di sovra- o sotto-rappresentare

alcune quote della popolazione.

Intanto vorrei aggiungere che le critiche di Marradi sono salutari richiami contro la diffusa

tendenza a generalizzare troppo. Come già osservava ironicamente Galtung, nella relazione finale di una

ricerca spesso «le proposizioni sono presentate come se fossero valide da un capo all’altro dell’eternità».

Questa tendenza si può riscontrare perfino negli autori più classici già dai titoli delle loro opere famose:

Il testo di Kinnsey – Sexual Behavior in the Human Male – non riguarda l’uomo maschio ma si fonda su

una ricerca circoscritta allo Stato dell’Indiana; Adorno e Sanford scrivono The Authoritarian Personality

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ma la loro rilevazione si ferma alla baia di San Francisco; Lazarsfeld parte da 600 cittadini della contea

di Erie nell’Ohio per formulare il ben più impegnativo titolo della sua ricerca, The People’s Choice.

Una seconda famiglia di procedure campionarie riguarda i campioni non probabilistici. Essi vengono

adottati quando è impossibile il campionamento probabilistico (perché, ad esempio, non si hanno

informazioni sufficienti sulla popolazione); o quando la popolazione è troppo poco numerosa.

Fa parte di questa famiglia il campionamento per quote (o a scelta ragionata): sulla base di alcune

variabili funzionali all’obiettivo cognitivo, si divide la popolazione in sotto-gruppi; dopodiché si

selezionano i casi in base a tali sotto-gruppi. Un esempio chiarirà questa semplice procedura.

Negli anni ’60 Alberoni volle condurre una ricerca sulla cultura politica dei militanti di due partiti,

la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. L’elenco completo di tutti i militanti non era

disponibile, per cui un campione probabilistico gli era impossibile. Allora scelse tre variabili che

potevano influire sulla cultura politica: il partito di militanza, la zona geografica (“comunità”) e il

periodo di militanza.

Come mostra la tab. 3, lo “incrocio” fra le categorie di queste tre variabili dette luogo a 36

combinazioni (o “quote”) diverse, corrispondenti a 36 celle della tabella (il numero delle celle è in

funzione moltiplicativa del numero di categorie di tutte le variabili; infatti: 2 x 3 x 6 = 36). Per ogni tipo,

il ricercatore previde di intervistare 3 militanti, per un totale – quindi – di 108 intervistandi.

Tab. 3 – Un esempio di campionamento per quote (o “a scelta ragionata”):

DC PCI TOT

Periodo 45-53 54-58 59-63 45-50 51-55 56-65

Comunità

A 3 3 3 3 3 3 18

B 3 3 3 3 3 3 18

C 3 3 3 3 3 3 18

D 3 3 3 3 3 3 18

E 3 3 3 3 3 3 18

F 3 3 3 3 3 3 18

TOT 18 18 18 18 18 18 108

Se il ricercatore avesse avuto dati sulla popolazione secondo questa ripartizione, avrebbe potuto

distribuire tutti gli intervistati in maniera proporzionale; invece, non avendo a disposizione queste

informazioni, Alberoni decise di distribuire gli intervistati in misura completamente uniforme fra le

varie celle.

In tal modo dovette essere molto più cauto nel prendere i risultati raccolti nel suo campione e

generalizzarli all’intera popolazione: il rischio era che quei risultati fossero distorti, perché qualche tipo

poteva essere sovra- o sotto-rappresentato rispetto alle reali proporzioni presenti nella popolazione.

Questo tipo di campione è comunque molto utile a cogliere le differenze fra le quote: fra partiti, o fra

periodi storici, o anche fra aree geografiche, etc. 10

Un altro tipo di campionamento non probabilistico è quello “a valanga” o snowball., molto utile

quando la popolazione è poco numerosa o sconosciuta. Si individuano le persone da intervistare a

partire da quelle già intervistate: in pratica, l’intervistato A indica come intervistandi B e C; B, a sua

volta, suggerisce D ed E, mentre C indica F e G, e così via, in modo che la “valanga” man mano si

estenda.

Questa procedura è molto interessante anche perché offre già in se stessa informazioni sulla rete

di relazioni che lega la popolazione (se una persona viene indicata da molti soggetti, probabilmente è

molto conosciuta, ha un ruolo di leader, etc; se viene indicata da pochi, forse soffre una condizione di

marginalità).

Per evitare che il campione includa persone molto uniformi fra loro ed escluda gli altri che sono

difformi, sarebbe opportuno individuare più punti di partenza della “valanga”, collocati su posizioni

diverse.

La fig. 1 offre un esempio utile, ed è tratta da una ricerca di Marini sugli immigrati in Umbria. La

popolazione era pressoché sconosciuta, poiché – com’è noto – include anche la componente nascosta

degli irregolari e clandestini. Per tale ragione il ricercatore adottò il campionamento a valanga, con

l’accortezza di scegliere i primi intervistati traendoli da ruoli e posizioni diverse, cercando anche di

spingersi oltre gli “ambienti protetti”, verso quelli “non protetti”, per cercare di raggiungere gli

immigrati non regolari

Fig. 1 – Un esempio di campionamento “a valanga”:

a b c

a b b c c

AMBIENTE PROTETTO

a a c

AMB. NON PROTETTO

a c c

a c c c

Secondo Berteaux, la “valanga” termina al momento della “saturazione”, cioè quando i successivi

intervistati non aggiungerebbero nuove informazioni. Ma non possiamo illuderci che la saturazione

garantisca la rappresentatività (che, come abbiamo già visto, è problematica perfino nei campioni

probabilistici).

Inoltre non possiamo mai essere sicuri di aver raggiunto il livello di saturazione: non ci è dato mai

di sapere se, grazie ad altri intervistati che invece abbiamo escluso, avremmo potuto raccogliere risultati

imprevisti e originali.

Per altri studiosi il campionamento deve terminare quando, le indicazioni degli intervisti si

riferiscono a soggetti che già sono stati segnalati da molti altri intervistati. Questo criterio mi sembra

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attuabile solo in una popolazione poco numerosa; in una più folta, la “valanga” deve essere molto

grande prima che uno stesso soggetto sia indicato da molti altri.

In realtà assai più spesso la scelta di interrompere il campionamento è condizionata da fattori più

contingenti: i tempi ristretti, le risorse carenti, l’urgenza del committente, etc.

5. L’intervista come interazione comunicativa

Come notano molti autori (fra cui (Kahn e Cannell 1968; Briggs 1986; Fideli e Marradi 1996

Gobo 1997), qualunque intervista può essere considerata un evento comunicativo, in quanto si viene a

stabilire una transazione di informazioni fra due o più attori – intervistato/i e intervistatore/i – che

interagiscono. In questo paragrafo analizzeremo l’intervista proprio come evento comunicativo.

Come ogni comunicazione, anche in questo caso possiamo distinguere un emittente

(l’intervistato), un messaggio (ciò che egli dice) ed un destinatario (l’intervistatore).

Il rapporto emittente- messaggio- destinatario costituisce una cellula elementare, perché il

processo comunicativo è molto più complesso: ad esempio – come già notava Jacobson – il carattere

interattivo della comunicazione fra soggetti sta a dire che ad ogni azione corrisponde una retro-azione e

che quindi nel colloquio fra due persone ciascuno è, al tempo stesso, emittente e destinatario. Ma

analizzare le componenti più semplici dell’interazione può essere comunque “didatticamente” utile.

Pur in una visione così semplificata, la comunicazione resta complessa. Nel senso che fra

emittente, messaggio e destinatario, i giunti non sono rigidi; ossia, vi è un rapporto, ma il messaggio non

riproduce con esattezza fotografica gli stati mentali dell’emittente; né viene percepito in maniera fedele

e trasparente dal destinatario. I contenuti mentali dell’emittente non si spostano al destinatario perché

sono immateriali. Al destinatario può arrivare solo il messaggio, perché è un oggetto materiale: per

esempio, se l’intervistato compila il questionario, il suo messaggio si esteriorizza come tracce

d’inchiostro nella carta; se egli risponde oralmente, il messaggio è costituito dalla sequenza di onde

sonore, etc.

Insomma, il messaggio non coincide ma sostituisce i contenuti mentali attraverso segnali, contatti,

canali, codici, contesti, etc. Le diverse combinazioni di tutti questi elementi danno luogo alle varie

dimensioni e alle molteplici funzioni del messaggio.

Di un messaggio, infatti, possiamo cogliere più dimensioni: quella sintattica riguarda le regole

relative al messaggio stesso e alla sua interpretazione; quella semantica concerne il significato del

messaggio; infine la dimensione pragmatica include l’origine, l’uso e gli effetti del messaggio in relazione

al contesto specifico in cui viene prodotto il messaggio. L’interpretazione di una intervista dovrebbe

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considerare tutte e tre queste dimensioni, poiché sono complementari (troppe volte, invece,

l’interpretazione del ricercatore si ferma – per giunta, in maniera stentata – alla dimensione semantica).

Inoltre emittente, messaggio e destinatario svolgono funzioni peculiari: il primo vuole (o è

indotto a -) esprimere se stesso, la propria identità, le emozioni provate, etc.; il messaggio serve a

garantire il contatto fra interlocutori, a organizzare l’interazione comunicativa, a definire i codici

adottati, a parlare di qualche referente; il destinatario è chiamato ad esprimere interesse, approvazione o

un’altra reazione nei confronti dell’emittente e del suo messaggio.

A seconda del “dosaggio” di tutti questi elementi, abbiamo generi comunicativi differenti. Ad

esempio, la funzione della conversazione nella vita quotidiana è garantire il contatto fra emittente e

destinatario, suscitare interesse dell’emittente e disponibilità del destinatario, intessere legami fra i due.

«siamo

Per questo, come afferma Ugo Volli, nella vita quotidiana meno interessati a ciò che si dice e

più al fatto che si parla e a come si parla». L’obiettivo di confermare e rafforzare i legami, di fornire

molte rassicurazioni fa sì che la conversazione includa molte informazioni ridondanti (“rumore”),

ellittiche e implicite (il “mondo della vita quotidiana” si fonda su tante premesse condivise ma implicite,

date per scontate).

La funzione dell’intervista è in gran parte diversa: l’intenzione è parlare di qualche referente,

selezionato secondo specifici obiettivi cognitivi; e di fornire e raccogliere informazioni. Dati questi

scopi, la comunicazione deve essere “economica”, ossia va escluso il “rumore”; inoltre deve essere

esaustiva, riducendo al minimo le ellissi, i significati ambigui e impliciti. Naturalmente si tratta di “ideali

regolativi”, cioè di obiettivi che fanno da bussola, ma attuarli è sempre difficile.

Malgrado queste profonde differenze fra conversazione e intervista, ci sono anche punti in

comune. Il bravo intervistatore deve far sì che l’intervista sia fluente quasi come la conversazione

quotidiana; se l’intervista fosse invece fredda, distaccata,”a singhiozzo”, con un salto per ogni passaggio

da una domanda all’altra, l’interazione sarebbe pesante, irritante e quasi insopportabile.

Un altro elemento in comune è che sia la conversazione, sia l’intervista possono essere

considerate alla stessa stregua di un testo. Infatti non è la natura scritta a definire un testo, poiché

quest’ultimo può anche essere orale, purché rispetti alcune condizioni. In particolare, si ha un testo:

ogniqualvolta il messaggio enunci un discorso; se il messaggio è oggettivato e riconosciuto come testo

dal destinatario (U. Volli); se è il risultato unitario dell’intreccio di più elementi comunicativi (il termine

‘testo’ etimologicamente deriva proprio da ‘tessuto’; cfr. G. Losito); se è una serie coerente di

proposizioni collegate insieme da un tema comune (U. Eco).

Ogni testo contiene virtualmente tutte le dimensioni e tutte le funzioni che ho accennato poco

sopra. Ciò significa che in un testo sono stratificati obiettivi e significati diversi; sicché «per poter

raggiungere uno scopo della comunicazione devono essere sviluppati in certa misura anche gli altri» (U.

Volli). 13

In altri termini un testo è sempre “polisemico”, ossia in esso coesistono più significati; e tale

polisemia transita attraverso una molteplicità di codici e canali. Molti significati adottano i codici

linguistici verbali, che sono più manifesti, strutturati e vincolanti.

Ma nella comunicazione orale – quindi anche nell’intervista “faccia a faccia” – ci sono anche i

codici para-linguistici (i toni della voce, l’uso delle pause, il ritmo del discorso, gli allungamenti di alcune

vocali, il livello del volume, etc.); altri codici sono quelli cinesici e mimici (movimenti del corpo, gesti,

espressioni del volto), prossemici (la collocazione degli interlocutori nello spazio durante l’intervista) e

vestimentari (che hanno comunque un significato, per cui … “l’abito fa il monaco”!).

Tutti questi codici non verbali sono meno manifesti, strutturati e vincolanti, quindi più

difficilmente decodificabili; ma sono comunque importanti, perché rafforzano o modificano ciò che

viene detto; o forniscono utili istruzioni sulla sua decodifica e sulla relazione fra interlocutori.

Se dovessimo intervistare un immigrato che proviene da una cultura diversa dalla nostra e che,

magari, si esprime in un italiano stentato, considerare anche il versante non verbale può aiutare a

comprenderlo meglio.

Per cogliere questi aspetti occorrerebbero due intervistatori: uno pone le domande e raccoglie le

risposte verbali; l’altro osserva attentamente i codici paralinguistici, cinesici, etc. e, semmai, interviene

brevemente per correggere o integrare il primo intervistatore. E’ sconsigliabile utilizzare oltre due

intervistatori: l’intervistato si sentirebbe in mezzo a un sinedrio di giudici, e l’intervista non sarebbe più

spontanea.

Considerare l’intervista come un testo ci aiuta a individuare quali elementi ricercarvi, perché utili

alla nostra interpretazione: come in ogni altro testo, anche nelle risposte dell’intervistato possiamo

trovare un tema principale e altri temi secondari. Possiamo altresì osservare; il “registro”, cioè il grado

di formalità assunto dal discorso; il genere (perché anche le interviste possono adottare generi diversi); il

“lettore-modello”, ossia il destinatario virtuale (Eco); la trama narrativa; il contesto, ovvero lo spazio

dell’interazione comunicativa, le circostanze che animano l’intervista; le oggettivazioni dell’interazione

fra intervistato e intervistatore, etc.

Per riassumere e concludere questo argomento, molte sono le ragioni del perché – come ho

affermato poco sopra – fra emittente, messaggio e destinatario i giunti non siano rigidi. Fra codici

verbali e non verbali non vi è sempre un rapporto di sintonia: se non sono sintonici o la comunicazione

verbale è difficile da interpretare, la nostra attenzione di interpreti dovrà andare oltre la sfera linguistica.

In ogni caso non possiamo osservare tutto, cioè ogni minimo particolare non verbale; né

dobbiamo sottovalutare il linguaggio verbale. E’ questa sfera a rivendicare legittimamente il massimo di

attenzione, perché è soprattutto attraverso il linguaggio verbale che ciascuno di noi può esprimersi. Così

ricco e plastico (grazie a registri, generi, trame diversi) , esso gode di grandi capacità espressive. 14

Ma attribuire priorità al linguaggio non significa circoscrivere la nostra analisi ai contenuti che

esso esprime. Possiamo anche esaminare l’uso che ne fa l’intervistato, la forma che assume il suo

discorso. Analizzare l’uso del linguaggio non è, quindi, un vezzo ma fa parte delle capacità

ermeneutiche del ricercatore. Purtroppo, invece, questa analisi è sottovalutata, perché è l’intero

linguaggio ad esserlo. Come notava Wittgenstein, la sua ricchezza e complessità sono rese recondite

dall’abitudine a usarlo.

In conclusione: non sappiamo fino a che punto il messaggio rispecchi gli stati mentali

dell’intervistato né quanto siamo riusciti a cogliere correttamente quanto il messaggio stesso vuole

esprimere. In altri termini, la comunicazione dell’intervistato è un fenomeno molto complesso; per cui

la non-comprensione non è un incidente eventuale, ma è un elemento costitutivo fin all’inizio della

comunicazione. Il fraintendimento è un rischio si ripresenta continuamente, come osservava

– –

l’ermeneuta Schleiermacher. Ma a questa costante minaccia aggiungeva lo stesso autore può

contrapporsi, in maniera ugualmente permanente e dinamica, la “volontà di comprendere”.

Anche la comprensione può essere ricondotta ad un’interazione comunicativa. Infatti essa è il

prodotto del rapporto fra ciò che l’emittente vuole significare e quanto il destinatario interpreta.

Per una comunicazione efficace nell’intervista, il primo requisito indispensabile

dell’intervistatore/ricercatore è la “arte dell’ascolto”. Adotto il termine ‘arte’ per evocare qualcosa che

va al di là della tecnica. Le tecniche sono importanti, ma non sono tutto. Nella metafora di Moscovici,

«la tecnica non è un arbitro, ma un giocatore nel gioco della scienza». Occorrono anche doti che vanno

al di là delle conoscenze tecniche e che pure sono ugualmente importanti: la sensibilità ermeneutica,

l’intuizione, l’inventività, la “immaginazione sociologica” per cogliere soluzioni impreviste, l’umiltà del

ricercatore che sa…di non sapere, etc.

Da parte dell’intervistatore occorre in primo luogo ascoltare: come ammonisce l’antropologo

Lombardi Satriani, «udire è un fenomeno fisiologico e invece ascoltare è un atto psicologico. Si possono

applicare con estrema, perfino maniacale, precisione tutte le prescrizioni metodologiche e non

intendere alcunché; si può ascoltare, meglio, credere di ascoltare e non intendere, non vedere. L’ascolto

può essere un meccanico prestare orecchio, si può fedelmente riportare ciò che si è udito e restare,

nonostante ciò, al di qua della comprensione». L’ascolto vero, efficace deve invece riguardare la

molteplice varietà di linguaggi «che gli uomini incessantemente elaborano nel loro intenso lavorio di

conferimento di senso al mondo, essenziale per trascenderne la datità».

D’altra parte l’ascolto non è solo una dote naturale, alla cui eventuale assenza dobbiamo solo

rassegnarci. L’ascolto è ‘arte’ anche in quanto disciplina dell’animo che possiamo coltivare nel silenzio,

nella concentrazione, nel saper domandare, nel discernimento dei significati, etc. Questo insegnamento

ci viene impartito da una lunga serie di sapienti (da Socrate e Plutarco, fino a Schleiermacher, Betti,

Gadamer, Ricoeur…), a cui potremmo attingere per corroborare non semplicemente la tecnica

15

dell’intervista, ma un intero modo di rapportarci agli altri, soprattutto quando – come in un colloquio

con un immigrato – è più marcata l’alterità del nostro interlocutore. 16

6. L’intervista: come individuare le informazioni da raccogliere

Da questo paragrafo fino al par. 9 ci occuperemo di un vasto ambito della ricerca sociale, che si

prefigge di rilevare proprietà e relazioni fra proprietà. Il concetto di relazione fra proprietà lo illustrerò

nel par. 9. Intanto va chiarito che per ‘proprietà’ si intende una qualità delle unità di analisi. Ad esempio,

se analizziamo con un sondaggio gli individui, una loro proprietà potrebbe essere l’età, oppure il

reddito.

Al momento di costruire il questionario, e quindi di decidere quali domande porre agli intervistati,

si pone subito il problema di quali proprietà rilevare. Tale scelta richiederebbe molto tempo e tanta

attenzione. Invece l’importanza cruciale di questa fase viene spesso sottovalutata, quando un ricercatore

si illude che basti leggere i questionari di altre ricerche, “pescare” le domande che gli sembrano più utili

e costruire il proprio questionario attraverso un “collage” simile ad un frettoloso “taglia e cuci”,.

L’effetto immancabile è un questionario confuso, prolisso in alcune parti e lacunoso in altre:

alcune domande si ripetono inutilmente, mentre altre – che sarebbero state utili – mancano, senza che

la loro assenza si evidenzi in tempo.

In questo paragrafo avanzo la proposta di un metodo che evita questi problemi, in quanto è volto

ad individuare in maniera sistematica e rigorosa le proprietà da rilevare.

Per illustrare questa proposta, dobbiamo partire dalla nozione di “scala di generalità”: essa è una

sequenza di concetti che vanno da uno più generale ad un altro concetto meno generale. Consideriamo

questa sequenza: Europeo – Italiano – Umbro – Perugino. Ciascun concetto è meno generale rispetto a

quello che lo precede e più generale rispetto a quello che lo segue: ad esempio, ‘Umbro’ è meno

generale di ‘Italiano’, ma più generale di ‘Perugino’.

Per vagliare se davvero un concetto è meno generale di un altro, possiamo adottare una

semplicissima operazione di logica semantica: non tutti gli Umbri sono Perugini, ma tutti i Perugini

sono Umbri. Quindi, ‘Perugino’ è meno generale di ‘Umbro’. Naturalmente questo riscontro vale per

qualunque “gradino” di questa scala: ‘Italiano’ è meno generale di ‘Europeo’, etc.

Da ciascun concetto possono derivare più scale di generalità: da ‘Italiano’ può partire, come

abbiamo visto, la scala: ‘Italiano’ - ‘Umbro’ - ‘Perugino’; ma anche: ‘Italiano’ – ‘Italiano maschio’ –

‘Italiano maschio adulto’; oppure ‘Italiano’ – ‘Italiano conservatore’ – ‘Italiano conservatore xenofobo’;

etc. Per individuare una proprietà da rilevare possiamo avvalerci di una scala di generalità, come

nell’esempio riportato nella fig. 2. Esso è tratto da una ricerca sulla condizione delle persone “senza

fissa dimora” (sfd). 17

Fig. 2 – Un esempio di scala di generalità nella ricerca sociale

Condizione delle persone sfd

nella vita quotidiana

Risorse

Risorse relazionali

Tendenza a contrapporsi

In quella ricerca siamo partiti da una proprietà (‘Condizione delle persone sfd’) troppo generale

per essere rilevata direttamente. Perciò siamo scesi lungo questa scala di generalità: Condizione delle

persone sfd’ – condizione dei sfd nella vita quotidiana – condizione dei sfd come disponibilità di risorse

nella vita quotidiana – condizione dei sfd come disponibilità di risorse relazionali nella vita quotidiana –

tendenza dei sfd a contrapporsi ad altri come risorsa relazionale nella vita quotidiana.

L’ultimo gradino è così poco generale e così tanto specifico che consente di individuare una

domanda non generica da inserire nel questionario (nel nostro esempio, la tendenza a contrapporsi

riguarda l’eventuale propensione a distinguersi da altri gruppi sociali, giudicati inferiori: gli “zingari”, i

“marocchini”, etc.; in effetti abbiamo potuto riscontrare la tendenza degli intervistati a definire la

propria identità contrapponendosi ad altri gruppi sociali, giudicati ancora più marginali).

Nella fig. 2 da ogni gradino della “scala” partono alcune frecce, per indicare che da ciascuna

proprietà possono gemmare altre scale, fino a raggiungere una estesa mappa delle proprietà da rilevare.

In effetti lo scopo di questa procedura è proprio di giungere ad una mappa completa mediante

varie scale di generalità, i cui gradini più bassi siano cosi specifici e precisi da suggerire le domande da

inserire nel questionario.

La fig. 3 è tratta da una ricerca sulla violenza in tv e i bambini, e riproduce una parte della mappa

delle proprietà, in particolare l’ambito tematico concernente la percezione della violenza in televisione.

18

Fig. 3 – Una mappa delle proprietà da rilevare PERCEZIONI

DELLA VIOLENZA

IN TV

VIOLENZA EMOZIO NI

REALE (v. diagramm a 5)

vissuto confronto

personale rispetto

a violenza

in TV

esperienze nesso fra TV

eventi e viss uto perso nale

di violenza

ruolo ruolo attivo vita re ale vita oniric a

passivo (ricorso alla violenza)

ascoltatore testimone vittima

Per redigere una mappa delle proprietà si parte dall’obiettivo cognitivo generale – il tema della

ricerca – e da questo si fanno derivare tutte le scale di generalità che vengono in mente al ricercatore e

che siano funzionali all’obiettivo cognitivo generale. Ad esempio: Violenza TV e minori – percezione

della TV da parte dei minori – Percezione della violenza in TV da parte dei minori, e da qui le restanti

scale di generalità riportate nella fig. 3.

Si tratta di un impegnativo lavoro di concettualizzazione da svolgere, se possibile, entro un

gruppo interdisciplinare, in modo che la prospettiva sociologica si integri con quella antropologica,

psicologica, etc., in modo da giungere ad una visione più ampia.

Poiché ogni concetto più generale viene definito e specificato mediante concetti meno generali,

ciò dà sistematicità alla selezione delle proprietà da rilevare; alla fine il ricercatore avrà in mano una vera

e propria mappa di temi, senza “buchi”, sovrapposizioni, etc..

Vi è un secondo vantaggio di questa procedura. Essa quasi sempre suscita nel gruppo di ricerca

un’ampia discussione, molto utile per fare chiarezza sulle proprietà che è davvero utile rilevare.

A tale discussione dovranno partecipare anche i futuri intervistatori, perché in tal modo potranno

assimilare molto bene gli scopi della ricerca; ciò è indispensabile, visto che saranno proprio gli

intervistatori a svolgere il compito strategico di dialogare con gli intervistati. Invece di solito

nell’organizzazione della ricerca i ruoli sono purtroppo molto “parcellizzati”: è netta la distinzione fra

19

ricercatori e intervistatori; questi ultimi intervengono solo all’ultimo momento, ignorando la lunga e

intensa fase di concettualizzazione che dovrebbe precedere la stesura del questionario; né è pensabile che

un breafing di poche ore consenta agli intervistatori di recuperare giorni e giorni di discussione fra

ricercatori.

Per concludere questo punto: lavorare in gruppo per la stesura della mappa delle proprietà

consente di chiarire gli obiettivi cognitivi, di amalgamare il gruppo di ricerca (inclusi gli intervistatori), di

redigere un questionario funzionale agli obiettivi, coerente e compatto..

Ma i vantaggi non riguardano solo la costruzione del questionario, ma anche la fase successiva

della elaborazione dei dati. Infatti la mappa è uno spazio concettuale che mostra quali potrebbero

essere le proprietà semanticamente vicine e che quindi suggerisce quali relazioni fra variabili controllare

statisticamente .

2

Ad esempio, nella parte di mappa riportata nella fig. 3, ci sono alcune proprietà più vicine fra loro

ed altre più lontane. In sede di analisi bivariata (cfr. par. 9), il ricercatore controllerà innanzi tutto le

relazioni fra proprietà vicine, perché di solito la prossimità semantica si ritraduce in associazione

statistica.

Come si può osservare, a proposito del rapporto fra violenza vista in TV ed esperienza personale

le due proprietà più vicine fra loro riguardano da una parte la vita reale (hai imitato i comportamenti

violenti che hai visto in televisione?); e dall’altra la vita onirica (hai sognato di comportarti come hai

visto in TV?). Nella fase di elaborazione dati, il ricercatore potrà controllare se le due variabili hanno

qualche legame fra loro potrebbe evidenziarsi una relazione inversa: chi sogna di adottare

comportamenti violenti non li mette in pratica).

7. Come raccogliere le informazioni

Molte volte è facile porre domande agli intervistati, per esempio sulla loro età. Basta chiederlo

direttamente, senza cioè ricorrere a molti “passaggi semantici”. In altri casi, invece, non è possibile o è

inopportuna la rilevazione diretta di una proprietà. «Lei

Ad esempio, sarebbe inopportuno chiedere: è razzista?». La domanda è troppo brusca e

probabilmente genererebbe una grave distorsione. Infatti l’intervistato tendenzialmente razzista

cercherebbe di nasconderlo, perché oggi è “socialmente desiderabile” non essere razzisti. Un altro

intervistato, aperto e sensibile, potrebbe essere convinto che il razzismo è un rischio costante in tutti e

quindi anche in lui; perciò potrebbe rispondere di sentirsi razzista Oppure, ritenendo di avere una

2 Talvolta utilizzo il termine ‘proprietà’, talaltra il termine ‘variabile’ per evocare la differenza fra la “realtà” e gli strumenti

cognitivi della ricerca. La proprietà è una caratteristica del “mondo reale”; la variabile è la traduzione in matrice (vedi par. 8)

della proprietà stessa. 20

personalità debole, per timore di svelarsi troppo fragile potrebbe occultare le sue reali opinioni e

dichiararsi razzista per dare un’immagine forte, autoritaria di sé.

Insomma, una domanda diretta innescherebbe una relazione inversa: chi è razzista non

apparirebbe tale; chi non lo è potrebbe dichiarare di esserlo. In tal modo non rileveremmo il grado di

razzismo, ma qualcosa di profondamente diverso (e opposto), cioè la volontà o meno di apparire

razzista.

Quando è impossibile o inopportuno rilevare direttamente una proprietà (il razzismo, per

continuare nel nostro esempio), essa deve essere semanticamente rappresentata da un’altra proprietà

rilevabile. Questa seconda proprietà, che rappresenta la prima, si chiama indicatore.

In altre parole, l’indicatore è una proprietà che dà informazioni su un’altra proprietà. Entrambe

sono legate insieme da un “rapporto di indicazione”, in cui la “proprietà indicata” è rappresentata da un

indicatore.

La disponibilità ad accettare un extra-comunitario come genero potrebbe essere un indicatore

della proprietà indicata “razzismo”: infatti si può plausibilmente sostenere che chi non accetta un nero

come genero potrebbe essere vicino a posizioni razziste; e chi, invece, lo accetta dovrebbe collocarsi su

posizioni opposte.

Si potrebbe però obiettare che il razzismo non può consistere solo in questo atteggiamento.

Questa critica sarebbe assolutamente legittima. Infatti qualunque indicatore rappresenta solo

parzialmente la proprietà indicata.

La fig. 4 riproduce graficamente un rapporto di indicazione: ciascuna proprietà ha dei confini che

delimitano il suo campo semantico; i confini in parte si sovrappongono e l’area di sovrapposizione

segna quanto l’indicatore rappresenta la proprietà indicata; l’area semantica dell’indicatore non coincide

con l’area semantica della proprietà indicata, proprio perché quest’ultima è rappresentata solo in parte

dall’indicatore.

Fig. 4 – Un rapporto di indicazione

RAZZISMO Disponibilità ad accettare un

extracomunitario come genero 21

Più l’area sovrapposta è ampia, più l’indicatore è valido, cioè meglio rappresenta la proprietà

indicata. Ad esempio, un secondo indicatore potrebbe essere “grado di consenso verso la costruzione di

una moschea nella propria città”: chi esprime dissenso potrebbe farlo per ragioni davvero razziste, ma

anche per altre ragioni (per motivi prettamente religiosi, perché – ad esempio – egli è un cattolico

integralista che non accetterebbe neppure una chiesa evangelica di una comunità protestante inglese).

Questo secondo indicatore (moschea), allora, rappresenta poco la proprietà indicata, ossia è meno

valido del primo (genero).

Come potete osservare, la valutazione sulla validità di un indicatore si basa su inferenze, su

argomentazioni plausibili ma sempre discutibili: già nel par. 2 avevo anticipato che gran parte della

ricerca sociale si muove in un “ambiente aperto”; la sua strumentazione non è quasi mai rigidamente

deduttiva; non dimostriamo ma argomentiamo, senza possibilità di offrire certezze assolute.

Nella valutazione della validità di un indicatore non disponiamo di alcun metro esatto,

incontrovertibile. Esistono degli ausili offerti dalla statistica: ad esempio, nell’analisi fattoriale – una

tecnica molto raffinata – i factor loadings sono valori statistici che aiutano a stimare la validità degli

indicatori. Ma un factor loading, o un coefficiente di correlazione, è – come direbbe Campbell – evidence,

not proof; ossia è una risultanza, non una prova.

Non misuriamo ma stimiamo la validità, basandoci su criteri semantici soggettivi, stipulativi,

opinabili; tratti dal sapere esplicito e tacito, dalle precedenti ricerche, dalla letteratura, etc;

Visto che un indicatore rappresenta solo in parte la proprietà indicata e che, come ho detto ora, è

controverso stabilire il grado della sua validità; conviene allora utilizzare più indicatori. Lazarsfeld

affermava: ogni proprietà presenta “facce”, dimensioni diverse; è allora opportuno trovare almeno un

indicatore per ogni “faccia”, così è più estesa la copertura semantica della proprietà indicata.

Ma, così facendo, rimarrebbe una immagine frammentata: tanti frammenti della proprietà indicata

quanti sono gli indicatori. Per ovviare a questo limite, lo stesso Lazarsfeld propone che – una volta

raccolti tutti i dati su ciascun indicatore – si ricompongano gli indicatori in un indice. L’indice è, infatti,

una combinazione logico-matematica di più indicatori, che offre il vantaggio di sintetizzare le

informazioni raccolte dai molteplici indicatori.

Anche qui può essere utile un esempio. Poniamo che un ricercatore voglia rilevare il grado di

xenofobia in un campione di italiani. Poiché una domanda diretta («quanto si sente xenofobo?»)

sarebbe inopportuna, egli decide di adottare alcuni indicatori.

Per rilevarli utilizza la tecnica delle scale Likert: ogni scala presenta una frase e l’intervistato deve

dichiarare il proprio consenso verso quella frase scegliendo una delle categorie previste (“Molto

d’accordo” / “Abbastanza d’accordo” / … / “Per nulla d’accordo”).

La fig. 5 riporta quattro scale. In ciascuna, ogni categoria di risposta ha una “etichetta numerica”

o “codice” (per esempio, a “molto d’accordo” viene attribuito 4, ad “Abbastanza d’accordo” 3, etc.).

22

Questi valori numerici verranno digitati nella matrice (vedi par. 8), che è presente nei software di analisi

dei dati e che consente tutte le operazioni statistiche necessarie all’elaborazione. Sicché se un

intervistato risponde “Poco d’accordo” in matrice verrà digitato il valore 1. Infine, sempre nella fig. 5, le

“X” corrispondono alle categorie di risposta scelte dal Signor Rossi.

Fig. 5 – Una “batteria” di scale Likert 4 3 2 1 0

Molto Abbastanza Incerto Poco Per nulla

d’accordo d’accordo d’accordo d’accordo

I lavoratori immigrati extracomunitari

dovrebbero vivere in quartieri a loro

destinati, dove potrebbero trovarsi a loro X

agio dato le profonde differenze delle

loro usanze.

Il lavoro non qualificato è più adatto agli

immigrati extracomunitari perché gli altri X

lavori richiedono maggior preparazione

e senso di responsabilità.

Gli immigrati extracomunitari

risolverebbero molti problemi di casa X

loro se mostrassero un grado maggiore

di responsabilità, di iniziativa e fossero

meno ignoranti.

Molti lavoratori immigrati extracomunitari

sono persone di notevole valore e X

dovrebbero avere un peso maggiore

nelle nostre città

Ora vedremo come combinare queste informazioni in un indice. Il ricercatore parte attribuendo

alle “etichette numeriche” la natura cardinale, che consente tutte le operazioni matematiche . La via più

3

semplice è un indice “additivo” cioè fondato sulla somma dei punteggi. Sicché, per ottenere il

punteggio del signor Rossi sull’indice di xenofobia, basterebbe una semplice addizione: 1 + 0 + 1 + 3 =

5. In realtà se facessimo così commetteremmo un grave errore. Infatti, mentre tre frasi sono anti-

immigrati, l’ultima è pro-, cioè ha un significato opposto e dunque non può essere trattata come fosse

uniforme alle altre. Allora il punteggio sull’ultima frase non va addizionato, ma sottratto agli altri

punteggi: 1 + 0 + 1 – 3 = - 1.

Il vero punteggio del Signor Rossi sull’indice di xenofobia è – 1, il che viene confermato sul piano

semantico: infatti egli è contrario alle frasi anti-immigrati e favorevole a quelle pro-immigrati; per cui è

3 In realtà le categorie avrebbero natura ordinale; ma le variabili ordinali possono essere “cardinalizzate” se sono

particolarmente significativi i risultati che così si ottengono; e se il ricercatore, nella relazione finale della ricerca, dichiara di

aver trattato come cardinale una variabile in origine ordinale. 23

giusto che in un indice di xenofobia egli presenti un punteggio particolarmente basso. Né è un

problema matematico il segno negativo, poiché già l’algebra più elementare sa trattare questi valori.

Quando ci chiediamo come raccogliere le informazioni, non è sufficiente decidere se e quali

indicatori adottare, né combinarli in un indice. Un'altra questione importante riguarda la forma delle

domande nel questionario.

Una domanda si dice “chiusa” quando ad essa segue un elenco di risposte; l’intervistato è invitato

a scegliere la risposta più vicina alla propria posizione, indicandola mediante una croce da apporre nella

casella corrispondente (vedi fig. 6). Fig. 6 –Una domanda “chiusa”

In passato ha attuato qualche strategia per costituire l'immagine della sua azienda ? (può dare più di una risposta)

 No

Sì:

 qualità estetica del prodotto, del negozio

 calendari, gadgets, volantini, manifesti, cartellonistica

 stampa

 radio

 tv

 fiere, congressi

 internet

 sponsor

 altro

Sono molti i vantaggi di una “domanda chiusa”. In primo luogo, si possono comparare le risposte

di due intervistati diversi: se entrambi hanno scelto la stessa categoria, potremmo affermare che è

identica la loro posizione (ma non potremmo mai essere sicurissimi che entrambi abbiano interpretato

alla stessa maniera la domanda e/o le categorie di risposta).

Un secondo vantaggio è che questo tipo di domande si gestiscono facilmente. Inoltre presentare

un elenco prestabilito di risposte può aiutare l’intervistato a concentrarsi sugli aspetti che più

interessano al ricercatore; oppure, includendo nell’elenco risposte “eterodosse”, “devianti”, etc.,

potrebbe aiutare l’intervistato a superare alcune sue remore su argomenti delicati.

A questi vantaggi corrispondono, purtroppo, altrettanti limiti. Un elenco di risposte predefinite

potrebbe condizionare l’intervistato, suggerendogli implicitamente quali scegliere.

Inoltre un elenco di risposte è pur sempre frutto di una selezione operata dal ricercatore e non

dagli intervistati; come ogni selezione, anche questa si basa su “schemi di rilevanza”, priorità, etc. che

non necessariamente sono condivisi dagli intervistati. Così ciò che viene escluso dal ricercatore,

potrebbe non essere così irrilevante per qualche intervistato.

Altre distorsioni riguardano il numero di categorie di risposta. Se sono poche, ciò potrebbe essere

riduttivo rispetto ad un tema complesso che si vuole sondare. Se sono troppe, la posizione di una

categoria influisce sulla probabilità che venga scelta. Ad esempio, di solito una persona, anche se ha il

24

questionario sotto gli occhi, si ricorda da 5 a 7 possibili risposte. Se l’elenco è più lungo, egli ricorderà

solo le prime o le ultime, e solo su queste opererà la sua scelta.

Per prevenire il difetto di un elenco non esaustivo, possiamo formulare una domanda “semi-

chiusa”: l’unica differenza rispetto alla domanda chiusa è che stavolta almeno una categoria di risposta

non è predefinita dal ricercatore. Infatti si prevede che qualche intervistato, escludendo le risposte

predefinite, possa scrivere la propria su una o più righe aperte (vedi fig. 7).

Fig. 7 – Una domanda “semi-chiusa”

Fuori dall’ambiente di lavoro, le capita di uscire con la tuta da lavoro? (una sola risposta)

sì, a volte mi capita di usarla anche quando esco con amici

sì, per andare a fare delle piccole spese

sì, solo per fare piccoli lavori in casa

sì, altro (specificare…………………………………………………………………………...)

no, preferisco non rovinarla

no, non mi piace. Evito di usarla il più possibile

(specificare…………………………………………………………………………..)

no, altro

Nella domanda completamente “aperta”, all’intervistato non viene presentato alcun “piano di

chiusura”, cioè nessun elenco di risposte. Egli è completamente libero di rispondere ciò che vuole e

come vuole. Dovrà solo scrivere la sua risposta avendo a disposizione un adeguato spazio del

questionario (invece di solito si lascia solo una striminzita riga di puntini, segno dello scarso rispetto per

l’intervistato).

Fig. 8 – Due risposte “aperte”

PERCHE’ LA SITUAZIONE ECONOMICA DEGLI IMMIGRATI MIGLIORI, CHE COSA

DOVREBBE FARE LA PROVINCIA?

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

SECONDO LEI, C’E’ QUALCOSA CHE IMPEDISCE IL MIGLIORAMENTO DELLA

SITUAZIONE ECONOMICA DEGLI IMMIGRATI? 25

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

………………………………………………………………………………………………………

Le “domande aperte” servono a superare molti problemi di quelle “chiuse”: in particolare

vogliono preservare la spontaneità delle risposte. Lo svantaggio, però, è altrettanto evidente: su 100

intervistati, avremo 100 risposte diverse; ma perché vengano analizzate e tradotte in frequenze o in

percentuali, devono essere ricondotte ex post a poche categorie. Farlo comporta un’operazione lunga e

abbastanza complessa. Un’alternativa sarebbe evitare la matrice dei dati, le percentuali, etc. e affidarsi ad

una lettura “ermeneutica” delle risposte (vedi parr. 10 ss.), il che non è comunque facile.

8. Come organizzare le informazioni raccolte: la matrice dei dati

Una volta restituiti i questionari compilati, occorre organizzare le informazioni raccolte. Per

comprendere come fare, occorre introdurre alcune pur sommarie definizioni. Le persone intervistate

possiamo chiamarli ‘casi’; le proprietà, quando sono rilevate, diventano ‘variabili’. Tutte le informazioni

sui casi relativi alle variabili vengono organizzate nella “matrice casi per variabili” o “matrice dei dati”.

Essa è uno spazio costituito da un fascio di righe che interseca un fascio di colonne. Se aprite un

foglio Excel o una cartella SPSS, troverete questa struttura: tante celle composte dall’incrocio fra

colonne e righe. Ciascuna riga corrisponde ad un caso; ciascuna colonna fa riferimento ad una

variabile. Ciascuna cella contiene il dato che corrisponde a quel caso (in riga) e a quella variabile

(colonna).

La fig. 9 riporta una parte di matrice (come apparirebbe aprendo un foglio in formato Excel), ove

i casi sono le regioni dell’Italia e in colonna troviamo alcune variabili denominate da sigle. 26

Fig. 9 – Una matrice dei dati

Per comprendere come si arriva a immettere tutti i dati in matrice, basta un esempio. Mettiamo

che nella nostra ricerca vogliamo sapere quale sia il Telegiornale preferito dal nostro campione.

Nella fig. 10 riporto: le categorie della variabile (seconda colonna: TG1, TG2, etc.); il valore, o

“etichetta numerica”, attribuita a ciascuna categoria (prima colonna: a 1 corrisponde TG1, etc.). Nella

terza colonna è riportata la risposta del Sig. Pippo, che indica il TG1. 27


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Sociologia generale, tenute dal Prof. Vittorio Cotesta nell'anno accademico 2011 e consiste in una introduzione alla ricerca sociale in una società multi-culturale che tratta i seguenti argomenti:
[list]
Ricerca mediante rilevazioni indirette;
Rilevazioni dirette e campionamento;
Intervista come interazione comunicativa;
Raccogliere e organizzare informazioni: matrice dati;
Analisi dei dati;
Comunicazione interculturale e ricerca sociale come traduzione;
Controllo pubblico dei risultati e la loro generalizzabilità.
[/list]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale e sociologia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Cotesta Vittorio.

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