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Le “domande aperte” servono a superare molti problemi di quelle “chiuse”: in particolare

vogliono preservare la spontaneità delle risposte. Lo svantaggio, però, è altrettanto evidente: su 100

intervistati, avremo 100 risposte diverse; ma perché vengano analizzate e tradotte in frequenze o in

percentuali, devono essere ricondotte ex post a poche categorie. Farlo comporta un’operazione lunga e

abbastanza complessa. Un’alternativa sarebbe evitare la matrice dei dati, le percentuali, etc. e affidarsi ad

una lettura “ermeneutica” delle risposte (vedi parr. 10 ss.), il che non è comunque facile.

8. Come organizzare le informazioni raccolte: la matrice dei dati

Una volta restituiti i questionari compilati, occorre organizzare le informazioni raccolte. Per

comprendere come fare, occorre introdurre alcune pur sommarie definizioni. Le persone intervistate

possiamo chiamarli ‘casi’; le proprietà, quando sono rilevate, diventano ‘variabili’. Tutte le informazioni

sui casi relativi alle variabili vengono organizzate nella “matrice casi per variabili” o “matrice dei dati”.

Essa è uno spazio costituito da un fascio di righe che interseca un fascio di colonne. Se aprite un

foglio Excel o una cartella SPSS, troverete questa struttura: tante celle composte dall’incrocio fra

colonne e righe. Ciascuna riga corrisponde ad un caso; ciascuna colonna fa riferimento ad una

variabile. Ciascuna cella contiene il dato che corrisponde a quel caso (in riga) e a quella variabile

(colonna).

La fig. 9 riporta una parte di matrice (come apparirebbe aprendo un foglio in formato Excel), ove

i casi sono le regioni dell’Italia e in colonna troviamo alcune variabili denominate da sigle. 26

Fig. 9 – Una matrice dei dati

Per comprendere come si arriva a immettere tutti i dati in matrice, basta un esempio. Mettiamo

che nella nostra ricerca vogliamo sapere quale sia il Telegiornale preferito dal nostro campione.

Nella fig. 10 riporto: le categorie della variabile (seconda colonna: TG1, TG2, etc.); il valore, o

“etichetta numerica”, attribuita a ciascuna categoria (prima colonna: a 1 corrisponde TG1, etc.). Nella

terza colonna è riportata la risposta del Sig. Pippo, che indica il TG1. 27

Fig. 10 – La scelta di una categoria della variabile

valore categorie 

1 TG1 risposta di Pippo

2 TG2

3 T3

4 TG4

5 TG5

6 Altri TG

Poiché Pippo ha scelto la categoria “TG1”, e ad essa corrisponde il valore 1, tale valore va

digitato nella cella posta all’incrocio fra il vettore-colonna corrispondente alla variabile “TG preferito” e

il vettore-riga corrispondente al caso Pippo. La fig. 11 riporta l’esito di questa facile operazione in una

matrice semplificata, perché composta solo di cinque casi e tre variabili.

Fig. 11 – Un dato della matrice

CASI TG PREFERITO LETTURE SPORT PREFERITO

PREFERITE

Pupo

Pippo 1

Papi

Peppe

Patty Un’analoga procedura va seguita per tutti gli altri casi (Pupo, Papi, etc.) e per ciascuna variabile

(Tg preferito, Letture preferite, etc.). In tal modo, alla fine ogni cella conterrà un dato. Una volta

immessi tutti i dati, i software di analisi dei dati potranno conteggiare: ad esempio, registreranno quante

volte si presenta “1” nella colonna “TG preferito” e restituiranno i conteggi in forma di tabella. E dal

conteggio potremo partire per giungere a tecniche di analisi molto più raffinate.

Per le ampie possibilità analitiche offerte da Excel, SPSS, SAS, etc., non ha senso conteggiare a

mano le risposte dei questionari: sarebbe un lavoro lungo, noiosissimo e quindi pieno di errori materiali;

per di più diverrebbe ardua l’analisi bi- e multi-variata. Ma rinunciando a queste analisi, avremmo

buttato a mare la possibilità di trarre dalla matrice molte informazioni preziose.

9. Come elaborare le informazioni: cenni di analisi dei dati

Ovviamente, la fase successiva all’immissione dei dati è la loro elaborazione. Per quanto sia

indispensabile, non è questa la fase più importante, come ho cercato di motivare già dalle prime pagine.

Anzi, può essere una fase pericolosa per chi – svilendo la dimensione semantica (concettualizzazione,

interpretazione) della ricerca – si faccia affascinare dai numeri, dai coefficienti, dai test statistici, etc.

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usati in maniera superficiale e decorativa. In effetti, come ironizza Tufte, « alcune ricerche usano i dati

statistici come un ubriaco usa un lampione: per appoggiarvisi e non per fare luce».

Il ricercatore che si muove come un ubriaco vuol giungere quanto prima all’analisi multi-variata,

saltando a pie’ pari i passi precedenti e addirittura ignorando cosa davvero stia facendo quando si tuffa

nell’analisi fattoriale, nella cluster, nella regressione multipla, etc. etc.

E’ imprescindibile, invece, un ampio e attento uso della analisi mono-variata: come dice il nome

stesso, essa esamina una sola variabile per volta. Una semplice distribuzione può offrire tante

informazioni, se solo si sa come ricavarle. Si prenda ad esempio la figura 12 che descrive una “curva di

frequenza” di una variabile cardinale.

Fig. 12 – Una curva di frequenza

Solitamente la rappresentazione grafica di una distribuzione è molto utile: il suo impatto visivo è

tale da agevolare l’analisi molto più di qualunque coefficiente statistico. L’asse orizzontale riporta tutte

le categorie della variabile. L’asse verticale serve a registrare quanti casi si collocano su ciascuna

categoria. Le frequenze dei casi su ciascuna categoria della variabile imprimono il profilo della curva:

dove quest’ultima è bassa, lì vi sono pochi casi; quando la curva è alta, allora vuol dire che in quel punto

i casi sono molti.

Esaminiamo ora quante informazioni potremmo trarre da questa semplice figura, immaginando

che la variabile rappresentata sia il reddito di un campione:

a) La distribuzione è concentrata su poche categorie: ciò significa che nessun intervistato è molto

ricco o molto povero, ma tutti si addensano sulle fasce intermedie;

b) Di conseguenza anche la media (rappresentata dal segmento verticale interno alla curva) è in

una posizione intermedia (ma se vi fossero stati pochi intervistati molto ricchi, essi avrebbero

innalzato la media che, nel grafico, si sarebbe spostata più a lato) 29

c) Possiamo considerare anche la dispersione intorno alla media, cioè l’ampiezza degli scarti dalla

media (alcuni scarti sono rappresentati come segmenti tratteggiati orizzontali): se il campione

fosse “egualitario”, gli scarti sarebbero minimi, tutti si troverebbero vicini alla media e quindi

anche la dispersione sarebbe molto bassa; se invece il campione fosse molto squilibrato, con

molti ricchi e molti poveri, la dispersione sarebbe molto più ampia;

d) La “curtosi” rileva quanto è piatta o “gobba” la curva: con un’ampia dispersione la curva

tenderebbe ad essere piatta perché gli scarti sarebbero ampi e questo schiaccerebbe la curva;

invece nel nostro esempio la curva è appuntita perché la dispersione intorno alla media è

minima, in quanto gli scarti sono piccoli.

e) Infine possiamo osservare la simmetria: se ci fosse anche un solo intervistato molto ricco, la

curva mostrerebbe una “coda” da una parte e quindi non sarebbe simmetrica; nel nostro

esempio la distribuzione è invece molto simmetrica, perché non c’è nessuno che è molto ricco o

molto povero.

Naturalmente ciascuna informazione può essere matematicamente definita per sapere, grazie ad

appropriati coefficienti statistici, quanto è la media, la dispersione intorno alla media, la curtosi e molti

altri valori (mediana, quartili, etc.).

Ma, per cercare di cogliere innanzi tutto gli aspetti più importanti e per non confonderli con

quelli secondari, è sempre bene che seguiate questa sequenza: partite dalla rappresentazione grafica,

perché riproduce l’andamento complessivo; successivamente calcolate i coefficienti statistici relativi a

tutte le informazioni desumibili da una distribuzione (nel nostro esempio: media, dispersione, curtosi,

simmetria…); da ultimo, fra tutti questi valori scegliete di analizzare solo quelli che davvero servono alla

vostra interpretazione, evitando di riportare anche gli altri che invece appesantirebbero inutilmente i

vostri commenti.

Dopo l’analisi monovariata, potete passare a quella bi-variata. Già nel par. 6 preannunciavo che la

ricerca sociale si interessa non solo di singole proprietà, ma anche di relazioni fra proprietà. L’analisi bi-

variata serve a questo: essa considera congiuntamente due variabili, per rilevare se e quanto siano

associate insieme.

In questo campo la “associazione” e il suo opposto – la “indipendenza” fra due variabili – sono

due concetti fondamentali. Per comprenderli prendiamo come esempio la variabile sesso (con due

categorie: M e F) e la variabile “intenzione di andare a votare” (con le categorie “sì” e “no”).

Consideriamo le due situazioni opposte descritte nelle tabelle 4 e 5. 30

Tab. 4 - Piena associazione fra due variabili

sì no Tot

M 100 0 100

F 0 100 100

Tot 100 100 200

Tab. 5 - Totale indipendenza fra due variabili (completa assenza di associazione)

sì no Tot

M 50 50 100

F 50 50 100

Tot 100 100 200

Si ha piena associazione fra due variabili quando conoscendo i valori di una variabile, abbiamo un

certo vantaggio nella capacità di prevedere i valori dell’altra. Più strettamente sono associate le due

variabili, maggiore sarà il nostro vantaggio. Nella situazione rappresentata dalla tab. 4 l’associazione è

piena: infatti tutti i maschi hanno affermato che andranno a votare, mentre tutte le femmine hanno

dichiarato che non vi andranno; sicché basta sapere il sesso di un qualunque intervistato per prevedere

con certezza che cosa egli avrà risposto sulla propria intenzione di voto.

Se fra due variabili vi è completa indipendenza, non avremo alcuna “riduzione proporzionale

dell’errore” (p.r.e.) nel predire i valori di una variabile conoscendo i valori dell’altra. Questa situazione è

descritta dalla tab. 5. Infatti pur sapendo il sesso di un intervistato, avremmo comunque 50 probabilità

su 100 di predire la sua intenzione di voto.

I due concetti di “associazione” e “indipendenza” possono essere illustrati ulteriormente

ricorrendo alla fig. 13, che rappresenta uno spazio cartesiano. In ascissa viene rappresentata la variabile

cardinale X e in ordinata la variabile cardinale Y (ad esempio, X potrebbe essere l’età e Y il reddito).

Più si è vicini allo 0 e meno alto è il reddito. Più ci si sposta verso destra e più cresce il reddito.

Analogamente, per l’altra variabile: più si è vicini al punto 0 e minore è l’età; più ci si sposta in alto e più

cresce l’età.

Sempre nello stesso grafico, ciascun tondino rappresenta un intervistato. La collocazione di ogni

intervistato è data dalla sua posizione congiuntamente sulla variabile X e su quella Y. 31

Fig. 13- totale associazione fra due variabili cardinali:

Y °

°

°

°

° X

________________________________________________________________

0

La relazione fra le due variabili è molto stretta: infatti se un caso è giovane ha anche un reddito

basso; per tutti i casi, più aumenta l’età e più cresce il reddito. La relazione è talmente stretta che tutti i

soggetti si collocano su una retta. Quindi, basterebbe conoscere, ad esempio, l’età di un intervistato per

“predire” il suo reddito. Se non vi fosse alcuna relazione, i tondini (che rappresentano i casi) non si

disporrebbero in maniera (tendenzialmente) lineare, ma costituirebbero una nuvola informe. 32

10. La comunicazione interculturale e la ricerca sociale come traduzione

Nel par. 5 ho ricordato che il passaggio del messaggio dall’emittente al destinatario non è mai

immediato, cosicché i suoi esiti sono sempre più o meno problematici. Ciò vale a maggior ragione nella

comunicazione interculturale: quando appartenenti a culture differenti sono impegnati in uno scambio

comunicativo, allora l’interazione avviene fra sfondi culturali e comunicativi differenti; di conseguenza

non è scontata la condivisione di forme culturali univoche ed il fraintendimento fra soggetti è assai

probabile.

In effetti non vi è mai la certezza che due soggetti si intendano davvero. I criteri di

concettualizzazione e di denominazione sono sempre convenzionali. A tal proposito Max Weber

utilizzava l’espressione Wertbeziehung, cioè “relazione ai valori”, per affermare che uno stesso ambito di

esperienza può essere concettualizzato e/o denominato in maniera diversa in base a fattori contingenti

diversi (la storia e la cultura di una collettività, i processi di socializzazione, gli interessi e la biografia

degli individui, etc.).

Una stessa realtà può essere concettualmente ritagliata in maniera più o meno diversa a seconda

di questi fattori: nella fig. 14 il concetto A coincide solo in parte con B, pur collocandosi entrambi sullo

steso piano della realtà percepita.

Fig. 14 – La definizione di concetti

Concetto A Concetto B

E’ il contesto che differenzia i concetti ed il linguaggio che li esprime. Ad esempio, a proposito

dei sistemi dei tempi verbali alcune lingue non indicano la posizione nel tempo, ma il carattere

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compiuto o incompiuto dell’azione. Quanto ai generi, gli algonchini del nord-america non distinguono

fra maschile e femminile, ma fra animato e inanimato. Come già rilevato da Sapir e Whorf, le esigenze

di adattamento all’ambiente spiegano perché i nomadi del Sahara usino decine di concetti diversi di

“cammello”; i bantù distinguano circa 50 tipi diversi di “palma”; i gauchos usino un centinato di modi

diversi di denominare il “cavallo”; i popoli pre-colombiani del Centro America non distinguevano la

“neve” dal “ghiaccio, etc.

Gli stessi termini possono avere significato diverso a seconda delle culture: per noi ‘Occidente’ è

un termine quasi neutrale, meramente descrittivo; ma per altri « è un concetto, una macchinazione dei

“dominatori megalomani” che sono stati al centro della tratta degli schiavi e della colonizzazione, per

ribadire il concetto di centralità sia geografica sia sociale e culturale del bianco nei confronti del resto

dell’umanità. Un concetto, questo, che la cultura africana non conosce e non riconosce» (M. Gadji

2000, 6).

Date queste differenze, ci si chiede se sia possibile “tradurre” un concetto, una cultura, un

linguaggio in un altro. Questo interrogativo diventa sempre più cruciale in una società, come la nostra,

che diviene sempre più differenziata e multi-culturale.

Secondo alcuni, la traduzione non solo è possibile, ma è addirittura insita nella conoscenza stessa,

in quanto conoscere e interpretare sono intrinsecamente una continua traduzione. Conoscere vuol dire

mostrare la distanza, dialogare attraverso di essa; analogamente, la traduzione costituisce la forma

esemplare dell'interpretare attraverso la distanza.

Per il filosofo Ricoeur il mito di Babele richiama una separazione originaria, che è quella già

descritta nel Genesi: la creazione avviene attraverso la separazione delle acque dalle terre, del buio dalla

luce, etc. Ma la vicenda di Babele porta questa separazione al cuore dell’esercizio del linguaggio e si

ritrasmette in tutta la nostra esistenza. Sempre, ma forse ancora di più oggi, «così noi siamo, così noi

esistiamo, dispersi e confusi, chiamati alla traduzione. C’è un dopo-Babele – prosegue Ricoeur –

definito dal “compito del traduttore” (…) perché l’azione umana possa semplicemente continuare».

Dopo Babele, comprendere è tradurre e questo compito non è solo una condanna; in noi vi è

anche il desiderio di tradurre: per risvegliare le risorse della lingua («Quanto ci appartiene deve essere

appreso allo stesso modo di quanto ci è estraneo», come diceva F. Hölderlin); e per coglierne i limiti (la

fedeltà di una traduzione è anche rispetto all’intraducibile; non tutto può essere tradotto e una buona

traduzione deve saper evocare anche questi limiti).

Invece, una fitta schiera di altri studiosi (Sapir; Hjelmslev; Whorf; Quine; McLuhan; Goody e

Watt; Goody, etc.) pur da angolazioni diverse giunge alle medesime conclusioni: la traduzione è

impossibile, perché la differenza di culture consiste in differenti esperienze di denominazione e di

concettualizzazione. Poiché è molto stretta la relazione fra “significante” e “significato”, ciascun

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linguaggio è incommensurabile e non sovrapponibile; sicché su ogni traduzione graverebbe il peso

dell’indeterminatezza e dell’arbitrarietà.

Fra questi due opposti, una posizione intermedia è rappresentata da chi ritiene la traduzione

possibile ma sempre problematica. La differenza fra culture e fra linguaggi non è mai totale: “Ego” può

comprendere “alter”, anche se la sua comprensione è mediata attraverso numerosi passaggi che

riducono/semplificano/tradiscono l’alterità di “alter”.

Questa terza prospettiva rivolge le sue critiche soprattutto contro la tesi dell’intraducibilità: chi

sostiene l’impossibilità della traduzione si appoggia ad un rigido determinismo fra concetti e linguaggio

che contraddice la realtà dei fatti e il normale buon senso: «Anche quando – in linea di principio – si

sostenga l’impossibilità della traduzione, in pratica ci si trova sempre di fronte al paradosso di Achille e

della tartaruga: in teoria Achille non dovrebbe mai raggiungere la tartaruga, ma di fatto (come insegna

l’esperienza) la supera. Forse la teoria aspira a una purezza di cui l’esperienza può fare a meno, ma il

problema interessante è quanto e di che cosa l’esperienza possa fare a meno. Di qui l’idea che la

traduzione si fondi su alcuni processi di negoziazione, la negoziazione essendo appunto un processo in

base al quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcosa d’altro – e alla fine le parti in gioco

dovrebbero uscirne con un senso di ragionevole e reciproca soddisfazione alla luce dell’aureo principio

per cui non si può avere tutto» (U. Eco).

Ma è pur vero che qualunque traduzione non si rivela mai facile: essa pone in comunicazione

mondi differenti, cioè linguaggi, suoni, forme e categorie grammaticali, sequenze tra parole, codici non

verbali, strategie comunicative, “lettori-modello”, competenze linguistiche e repertori diversi.

Per essere comprensibile nella nuova lingua, la traduzione deve traslare, cambiare, reinterpretare,

sottolineare certi aspetti a scapito di altri; essa produce sempre qualcosa di nuovo rispetto a ciò che

l'autore originario aveva espresso intenzionalmente. «dire

Per certi versi, la traduzione è un “tradimento” (H. G. Gadamer), è quasi la stessa cosa”»

(U. Eco); «è una forma di interpretazione e di rielaborazione testuale che crea non una copia, bensì un

altro testo. Di conseguenza, nel processo traduttivo diviene fondamentale il rapporto tra testo e lettore-

traduttore, oltre alla disponibilità cooperativa di quest’ultimo» (U. Volli).

Tradurre non consiste mai nel trasporre in maniera meccanica un contenuto da una lingua ad un

altra; piuttosto consiste nel tentativo di trarre da un primo testo un secondo ad esso semanticamente

equivalente. Ma è sempre molto problematico stabilire quando sia davvero equivalente, come sa bene

qualunque antropologo che cerchi di traslare il linguaggio dei nativi nel proprio.

Tradurre è anche adattare il linguaggio, renderlo più flessibile per plasmarlo lungo il profilo della

cultura e della soggettività di “alter”. 35

Date queste premesse generali, cerchiamo di derivarne alcune conseguenze per la ricerca sociale,

soprattutto quando quest’ultima si occupa di culture, valori e atteggiamenti. Poiché – come ho già

sostenuto – anche la ricerca sociale è una comunicazione interculturale e quindi una traduzione; allora

gli strumenti di conoscenza del ricercatore devono essere molto flessibili per adattarsi alla cultura di

“alter”.

Ad esempio, l’obiettivo cognitivo può riguardare l’identità dell’immigrato e quindi molti tratti

della sua esperienza personale: la sua ridislocazione in un nuovo contesto; la difficile gestione della

doppia appartenenza culturale; il senso di spaesamento nella società ospitante o il sentimento di

estraneità verso di essa; la nostalgia del passato, le paure per il presente, le speranze del futuro; il

mutamento culturale, con la “disorganizzazione e riorganizzazione culturale” tipica di queste esperienze

(W. Thomas); la necessità di dare senso alle difficoltà che egli ha incontrato nel paese di origine, e/o in

quello di destinazione; etc..

In questo caso un questionario strutturato risulterebbe forse troppo rigido e pescherebbe troppo

in superficie, non riuscendo a raggiungere gli stradi profondi della soggettività dell’intervistato.

Potrebbe rivelarsi molto efficace ricorrere a fonti narrative, chiedendo – ad esempio – all’intervistato di

raccontare la propria vita: infatti la narrazione attribuisce senso agli eventi biografici e rende più nitidi i

tratti dell’identità del narrante.

Non a caso, in una poderosa ricerca di Thomas e Znaniecki (1918-20) sui mutamenti culturali

degli immigrati polacchi in America, gli autori si affidano molto all’approccio biografico-narrativo. Essi

raccolgono un repertorio molto vasto di lettere che gli emigrati scrivevano dagli Usa ai familiari rimasti

in Polonia, e riescono così a ricavare una ricca documentazione su numerosi aspetti culturali. Tant’è

vero che catalogano queste lettere in un ampio numero di classi: lettere rituali (scritte in occasione delle

ricorrenze che riuniscono la famiglia); sentimentali (per rinfocolare il calore degli affetti, minacciato

dalla distanza, dal tempo…); letterarie (partecipazione alla vita familiare, alle occasioni conviviali, etc.

mediante poesie destinate ad essere lette a voce alta); d’affari; per progetti emigratori di altri, etc.

Oltre alle lettere, altre fonti preziose possono essere le testimonianze autobiografiche, i diari, le

memorie, gli appunti, le letteratura narrativa (dei paesi di origine), le fotografie, le registrazioni di

qualche evento, etc.

Particolare rilievo vorrei dare alle “interviste discorsive”, o “libere”, dette anche “in profondità”..

Il termine ‘discorsivo’ mi pare il più appropriato, perché la loro base empirica non è costituita da segni

alfa-numerici separati e organizzati in matrice (cfr. par. 8); ma da discorsi, raccolti mediante strumenti:

a) non standardizzati (le domande non sono uniformi per tutti gli intervistati)

b) non strutturati (non vi è una struttura dettagliata delle modalità di interrogazione)

c) non direttivi (ciascun intervistato è libero di decidere i contenuti delle sue risposte).

La tab. 6 riporta alcuni tipi di interviste discorsive e gli obiettivi cognitivi confacenti. 36

Tab. 6 – Alcune interviste discorsive

Tecnica Obiettivo cognitivo

Storie di vita Ricostruzione diacronica

di una biografia e del

suo contesto

Interviste focalizzate Temi vari

Intervista ermeneutica Mondo della vita

quotidiana

Interviste a testimoni Testimonianze su

“privilegiati” o obiettivi cognitivi della

“qualificati” ricerca

La differenza fra queste interviste e le altre illustrate nei paragrafi precedenti è marcata e passa

attraverso l’uso o meno della matrice. Nell’intervista basata sulla matrice, la comprensibilità del

questionario standardizzato/strutturato si basa sul presupposto che ricercatore e intervistati abbiano

conoscenze (schemi mentali, patrimonio concettuale, linguaggio, etc.) comuni o almeno conosciute dal

ricercatore. Infatti se come ricercatore adotto un questionario strutturato, per ogni domanda devo

prevedere un elenco di possibili risposte, quelle presumibilmente più vicine alla realtà degli intervistati, e

comunque quelle che verranno comprese da tutti loro in maniera pressoché identica.

Nelle interviste discorsive, non basate quindi sulla matrice, piuttosto che sulla base di

un’eguaglianza solo formale si preferisce comparare espressioni diverse sulla scorta di una loro

equivalenza semantica sostanziale (Galtung, Marradi).

11. Due presupposti delle interviste discorsive: la centralità dell’intervistato e il dialogo come

principio ermeneutico

Il primo presupposto da cui partono le interviste discorsive è il principio di centralità

dell’intervistato: è quest’ultimo, e non il ricercatore, ad essere il vero esperto, perché è sua la realtà (la

biografia, il suo “mondo della vita quotidiana”) che come ricercatori andremo ad indagare.

Magari egli è un esperto “tacito”, che non ha compiutamente tematizzato alcuni argomenti

perché finora li ha considerati ovvi, banali, secondari.

L’intervista può indurlo a riflettere, a tematizzare ciò che prima dava per scontato, nel momento

stesso in cui narra. Infatti narrare vuol dire costruire una continuità biografica in modo teleologico (il

racconto ha una trama, un fine) e sinottico (il racconto confronta); significa esplicitare, dare ordine,

identificare e distanziare, stabilire similarità e differenze, insomma dare senso. 37

Già il semplice fatto che egli parli di se stesso lo induce a riflettere, ad attribuire significati verso

ciò che prima gli appariva in-sensato. L’intervistato potrebbe quindi ripetere quanto scrivono Berger e

Luckmann: «Il linguaggio rende più “reale” la mia soggettività non solo per il mio interlocutore nella

conversazione ma anche per me stesso»

La natura non direttiva, non strutturata, discorsiva dell’intervista lo agevolano, perché egli può

esprimersi nei propri termini, narra se stesso, rivisita il suo vissuto, giustifica, rilegge, rievoca, evidenzia

i collegamenti fra autobiografia e contesto più ampio, etc.

Sempre la natura discorsiva dell’intervista introduce al secondo presupposto, che riguarda il

dialogo come principio ermeneutico. Il dialogo è una comunicazione che richiede espressione e

riconoscimento dell’alterità sulla base di una partecipazione attiva (fatta di ascolto, predisposizione a

comprendere ciò che l’altro prova, interesse per l’altro, competenza affettiva…).

Le varie fasi della ricerca possono essere riassunte in uno schema circolare, ove ogni tappa è

connotata (o dovrebbe essere connotata) da un’interazione dialogica fra soggetti. La fig. 15 riassume

quanto qui affermato. Una sola nota aggiuntiva in funzione di legenda: per ragioni di spazio, con R

indico colui che risponde, cioè l’intervistato; la lettera ‘I’ sta invece per ‘intervistatore’.

Fig. 15 – La ricerca come circolo dialogico

R interpreta il proprio

vissuto e lo esplicita a sé e

ad I

Il ricercatore ed I I interagisce con R.

restituiscono ad R la I interpreta la narrazione e

propria interpretazione (è R la traduce al ricercatore

il vero “esperto”) Il ricercatore interpreta

questa traduzione che

comprende anche

l’interazione I-R

Lo schema intende sottolineare il fatto che interazione, dialogo, traduzione, interpretazione non

hanno termine. D’altra parte, l’andamento circolare non segna un movimento inconcludente e sterile,

ma viene considerato fonte di conoscenza: nel pensiero ermeneutico – che fa da sfondo a questo

approccio della ricerca sociale – si descrivono vari “circoli” (quello esegetico, quello ontologico, etc.),

considerati non come vincoli, ma come potenzialità dinamiche per la conoscenza. 38

Il dialogo e l’interazione come fonte di conoscenza può essere ulteriormente esaltato dalle

interviste di gruppo (p. es. dai focus group). Infatti l’interazione fra più di due soggetti pone a confronto

punti di vista e prospettive diversi, sollecita ciascun intervistato a precisare/motivare la propria

posizione, aiuta a individuare i punti critici (controversi, problematici…), fa emergere tensioni latenti,

etc. Tutto ciò può essere di grande interesse per la ricerca.

12. Il ruolo del ricercatore e dell’intervistatore

Come le interviste direttive e strutturate (cfr. par. 6), a maggior ragione quelle non direttive e

discorsive – che richiedono un maggiore sforzo ermeneutico – devono essere preparate e

successivamente analizzate mediante un lavoro di gruppo. L’intervistato infatti può fornire una gamma

così ricca e varia di informazioni da richiedere un’interpretazione a più voci. L’ideale è che il gruppo di

ricercatori sia interdisciplinare, in modo da riunire sensibilità e competenze diverse.

Oltre alla “arte dell’ascolto” (par. 5), il ricercatore deve esercitare altre qualità per contribuire

all’interpretazione del materiale raccolto: l’intuizione; l’immaginazione sociologica, cioè la capacità di

passare da una prospettiva all’altra, fino ad elaborare una nuova sintesi; la disponibilità ad adottare

«cioè

prospettive diverse; un atteggiamento veramente empirico, l’umile disponibilità a trovare nella

realtà anche quello che non si attende, anziché quello che si attende a priori» (A. Marradi).

Un costante atteggiamento di apertura verso l’imprevisto è tanto più opportuno in questo tipo di

intervista, che parte proprio dal presupposto esplicito (par. 11) che il mondo dell’intervistato non è

noto. Come denuncia Blumer, il pericolo è che il ricercatore si lasci ingabbiare da schemi teorici

vincolanti, perdendo libertà e naturalezza. Per questo il suo compito dovrebbe essere quello di definire

“concetti sensibilizzanti”, ossia tali da consentire al ricercatore di procedere man mano nella

comprensione dei fatti, pur senza avere idee precise al momento in cui intraprende la ricerca.

Il ricercatore dovrebbe muoversi costantemente tra osservazione e concettualizzazione. Ciò non

significa raccogliere informazioni senza alcuna idea sul come utilizzarle; significa però adottare un

«Se

disegno della ricerca particolarmente flessibile: è giusto chiedere a un ricercatore di decidere il più

accuratamente possibile ciò che intende fare prima di iniziare il lavoro, non ne segue necessariamente

che coloro che fanno esattamente ciò che avevano stabilito siano i migliori ricercatori. Ciò può

significare che c’è un insufficiente sviluppo del pensiero nel corso del lavoro (...). Le virtù del buon

ricercatore sono la flessibilità, la prontezza nell’afferrare una nuova situazione e la capacità di sfruttare

le occasioni impreviste" (J. Madge). 39

La capacità di rimettere in questione le proprie convinzioni è favorita dalla discussione in seno al

gruppo di ricerca. Giova riflettere frequentemente anche sul proprio ruolo, sulle scelte adottate, sulle

alternative scartate, sullo sviluppo impresso alla ricerca, sugli eventi imprevisti, e così via. Ciò favorirà

una costante revisione dei risultati via via raccolti e consoliderà lo “stile ermeneutico” (auto-

comprensione, revisione delle proprie pre-comprensioni, etc.).

L’intervistatore svolge un ruolo strategico e “maieutico”: egli dovrebbe lasciare libero il suo

interlocutore di sviluppare il tema dell’intervista, intervenendo il meno possibile, spesso solo per

incoraggiarlo a proseguire.

L’intervistatore non ha un questionario strutturato che lo guidi domanda per domanda: ha a

disposizione solo una traccia, una lista di argomenti molto generale, che volta per volta adatterà al suo

intervistato, sforzandosi di affinare al massimo la sua “arte dell’ascolto”; non dovrà mai applicare la

traccia rigidamente, perché prima o poi il discorso dell’intervistato prenderà il suo corso autonomo e

diverso dalla sequenza di argomenti prevista inizialmente.

In alcuni intervistatori alle prime esperienze, ciò può creare un senso di smarrimento che influirà

negativamente sui loro interlocutori. Per evitare l’ansia di chi si sente senza guida, l’intervistatore deve

assimilare molto bene questo elenco, in modo da estrarre il tema opportuno al momento giusto; il

modo migliore per addestrarsi sarà partecipare attivamente alle riunioni del gruppo di ricerca fin

dall’inizio, come si è già accennato più volte.

Per tutte queste ragioni, e per il rigore e l’impegno che si richiedono a chi intervista, sfuma la

separazione netta fra l’intervistatore e il ricercatore, perché il primo partecipa all’attività di ricerca fin dal

primo momento, o perché (come insegnano centinaia di ricerche antropologiche) è lo stesso ricercatore

a condurre le interviste.

Naturalmente anche l’intervistatore non deve avere pregiudizi negativi verso l’interlocutore, né

tesi da imporgli. Inoltre egli deve essere consapevole dei problemi connessi alla comunicazione verbale

e deve altresì saperli gestire appropriatamente, al fine di comunicare con facilità e sensibilità.

Malgrado la flessibilità della “traccia”, i concetti cui essa fa riferimento potrebbero essere estranei

all’intervistato. Se tale estraneità emerge in qualche modo, l’intervistatore dovrà sforzarsi di adattare i

suoi temi, e il modo in cui sono espressi, così da renderli più affini al mondo della vita e al linguaggio

dell’intervistato.

Un altro compito dell’intervistatore è fornire al ricercatore alcune informazioni – che lui solo

possiede e che potrebbero rivelarsi importanti – su vari aspetti utili all’interpretazione: le fasi preliminari

dell’intervista; i primi contatti e le relative difficoltà: le osservazioni de visu; i momenti di tensione che

possono prodursi all’inizio o alla fine di un’intervista (ritardi, tentativi di allungare o abbreviare

l’intervista o di spostarla in un altro luogo, proposte di sostituire a sé il proprio coniuge, resistenze ad

40

entrare in argomento, e così via); il luogo dell’intervista (pubblico o privato, soggetto o meno al

controllo sociale della comunità circostante, significativo per l’intervistato oppure neutrale, etc.); le

osservazioni formulate dall’intervistato dopo che il registratore è stato spento.

Il primo contatto con l’intervistato (e con il suo gruppo di appartenenza) riveste una notevole

importanza. È bene, già dal primo momento, presentare un’immagine positiva della ricerca e

dell’intervistatore: si illustreranno all’intervistato il tema della ricerca, le precauzioni messe in atto per

tutelare la riservatezza, il fatto che le informazioni raccolte servono esclusivamente agli obiettivi della

ricerca. Esporgli le ragioni della ricerca ed i motivi per i quali è stato scelto proprio lui, oltre ad essere

eticamente corretto, motiva una partecipazione attiva e interessata, ed evita che l’intervistato stesso si

costruisca una spiegazione sua, non di rado distorta, sugli obiettivi della ricerca

La prima domanda dell’intervista dovrà essere molto generale, possibilmente di tipo fattuale: in

tal modo la risposta è più facile e potrà offrire spunti utili per le domande successive. Bisogna evitare,

invece, una prima domanda che induca a rispondere in maniera secca (“sì/no”): ciò non agevola la

fluidità del discorso e potrebbe “raffreddare” sia l’intervistato sia l’intervistatore.

Poiché virtualmente tutto ciò che dice l’intervistato può essere interessante (par. 11),

l’intervistatore deve prestargli attenzione completa, ascoltandolo in maniera paziente, mostrando

interesse, evitando di cambiare discorso, salvo casi eccezionali, quando cioè l’intervistato si ripete o si

dilunga su temi assolutamente non interessanti.

Il discorso dell’intervistato deve fluire nella maniera più naturale, evitando però che si riduca ad

uno scambio di chiacchiere. Pur cercando di imitare il flusso della conversazione, l’intervista deve

conservare un margine di differenza tale da non deludere le aspettative dell’intervistato.

L’intervista può presentare alcuni momenti di pausa che non vanno temuti, perché in realtà le

pause costituiscono utili momenti di riflessione o di riposo. Inoltre esse potrebbero rilevare qualcosa di

significativo per la ricerca: talvolta alcuni silenzi derivano dalla ritrosia a toccare un argomento ritenuto

incombente. Da qui, per il ricercatore, la necessità di interpretare – se possibile – non solo ciò che

l’intervistato dice, ma anche ciò che egli tace. Invece un’intervista condotta a ritmo affrettato può

generare ansia e quindi accrescere il pericolo di ottenere informazioni distorte (Bianco 1988, 174).

L’intervistatore non deve esercitare alcuna forma di autorità sul proprio interlocutore

(ammonimenti, valutazioni, etc); se l’intervistato gli chiede la sua opinione su qualche problema,

l’intervistatore darà una risposta anodina. Solo quando è ragionevolmente sicuro di aver terminato

l’intervista e di aver raccolto ogni informazione utile, l’intervistatore potrà spingersi ad esprimere

qualche parere, se ne è insistentemente richiesto.

Non è il caso di protrarre l’intervista quando l’intervistato manifesta segni evidenti di stanchezza.

In questi casi sono consigliabili più incontri ripetuti. Nella o nelle sedute successive, l’intervistatore

41

dovrà essere capace di riprendere appropriatamente i temi lasciati in sospeso. E’ ovviamente opportuno

iniziare la seconda seduta (e così la terza) riagganciandosi a quella precedente, con una frase del tipo:

«L’altra volta mi diceva che...», e magari facendo riascoltare un segmento della registrazione.

Fra i compiti dell’intervistatore va inclusa anche la trascrizione delle interviste, proprio perché

suo è stato il contatto diretto col soggetto intervistato, ed è lui che può aiutare a cogliere meglio le

valenze del contesto ambientale, la vasta gamma di messaggi (verbali e non: cfr. par. 5) espressi

dall’intervistato stesso, e altri aspetti dell’interazione che vanno irrimediabilmente perduti in una

registrazione fonica

La trascrizione non può essere effettuata durante l’intervista, per l’ovvia impossibilità di

trascrivere fedelmente un parlato che si svolge a velocità normale – per di più continuando a

interloquire nei modi e nei momenti opportuni. Per questo motivo è il caso di registrare il colloquio per

poi trascriverlo in un momento successivo.

Anche se il tempo necessario a trascrivere un’intervista è molto maggiore di quello necessario a

effettuarla, consiglio di trascriverla in misura completa: infatti – come ho affermato più volte – tutto

ciò che l’intervistato afferma può rivelarsi interessante. Inoltre la trascrizione completa offre maggiori

possibilità di analisi linguistico-formale e con altre tecniche di interpretazione.

La trascrizione non riporta in tutta la sua complessità (vedi par. 5) il dialogo fra intervistato e

intervistatore, ma una rappresentazione/esemplificazione di quel dialogo. Per aggirare almeno in parte

questi problemi sono state proposte varie soluzioni. Alcuni ricercatori propendono per una trascrizione

il più possibile letterale, che registri puntigliosamente tutte le forme espressive, tutte le caratteristiche

della conversazione orale, molto più fluida e meno formalizzata di un normale testo scritto.

Ma in tal modo può scaturire un testo scritto faticoso da leggere e da interpretare. Invece la

trascrizione deve essere comprensibile anche a chi non ha partecipato all’intervista. Naturalmente non

si superano i problemi scegliendo la soluzione opposta, quella di muoversi con grande disinvoltura,

intervenendo pesantemente sul testo, magari perfino per renderlo aderente a criteri estetico-letterari.

A mio avviso i criteri di trascrizione devono essere funzionali agli obiettivi cognitivi della ricerca:

ad esempio, per l’analisi conversazionale la trascrizione deve essere molto puntigliosa; viceversa, in una

“storia di vita” la trascrizione può adottare solo pochi segni grafici convenzionali, poiché i suoi obiettivi

riguardano meno la veste formale della narrazione.

13. L’interpretazione di un’intervista

Una intervista può essere interpretata da molteplici punti di vista, ad esempio in base al tema, agli

obiettivi cognitivi, alla prospettiva interdisciplinare (sociologica, psicologica, semiotica, strutturalista,

etc.). Non è quindi possibile illustrare un così ampio ventaglio di chiavi di lettura. 42

Mi limiterò a riportare alcuni criteri molto generali suggeriti da Eco, quando egli introduce la

metafora della passeggiata nel bosco: come quest’ultimo non è un giardino privato, così non vi può

essere un uso privato nell'interpretazione, non si possono cercare fatti e sentimenti che riguardano solo

l’interprete, non si può seguire solo l’intentio lectoris ignorando l’intentio operis. Come il bosco è di tutti,

così l'interpretazione è un'attività pubblica che deve attenersi ad alcune regole (cfr. par. 15).

Come i sentieri si biforcano costringendo il viaggiatore a scegliere la direzione più ragionevole,

così l'interprete deve scegliere in ogni momento il suo itinerario, presupponendo che alcune scelte siano

più plausibili di altre.

Una prima scelta si può basare sugli obiettivi cognitivi che l’interprete si prefigge. Questa scelta è

necessaria: "la questione non deve essere, per nessuna disciplina che si occupi di comunicazione (...),

quella di poter digerire scientificamente questo Proteo che è il messaggio nella sua interezza; è piuttosto

quella di poterlo comprendere e analizzare rispetto ad un contesto di domande che gli vengono poste”

(F. Rositi).

Un secondo possibile criterio è quello dell’economicità. Un messaggio può dire molte cose (vedi

par. 5), ma non qualsiasi cosa; c'è almeno qualcosa che il messaggio non può effettivamente dire.

Occorre allora considerare l’intentio operis, ossia l'interpretazione più plausibile, o quanto meno ciò che

più esprime l'organicità del testo, ciò che non viene contraddetto da alcun punto del testo: Esiste un

senso letterale delle voci lessicali, che è quello elencato al primo posto dai dizionari, ovvero quello che

ogni uomo della strada definirebbe per primo quando gli venga chiesto cosa significa una data parola.

Questa è una restrizione preliminare. Qualsiasi atto di libertà da parte dell’interprete può venire dopo e

non prima dell'applicazione di questa restrizione.

Il criterio di economicità evita un dispendio di energie ermeneutiche che il testo non conforta. In

«è

sostanza, se impossibile dire quale sia la migliore interpretazione di un testo, è possibile dire quali

siano sbagliate» (U. Eco). Ma anche in questo caso dobbiamo rinunciare a criteri completamente sicuri.

La scelta di scartare alcune interpretazioni di un’intervista e di sceglierne altre non è mai certa, ma può

essere più o meno plausibile.

Un terzo criterio è l’accordo intersoggettivo di una comunità di interpreti esperti: esso potrebbe

esercitarsi anche per individuare, se non le interpretazioni migliori, quelle meno convincenti. Perché si

eserciti questo controllo, le scelte metodologiche e interpretative adottate dal ricercatore dovranno

essere motivate con cura nella relazione finale della ricerca.

14. Il rapporto finale della ricerca

Talvolta ci si chiede se nel rapporto di ricerca la conversazione con l’intervistato debba essere

riportata integralmente o se ne possano/debbano estrarre degli stralci. Se si dovessero approfondire,

43

per esempio, le modalità della narrativa orale in una determinata cultura, sarebbe opportuno riprodurre

integralmente ciò che l’intervistato racconta. Ma gli obiettivi di un’intervista discorsiva sono altri.

Alcuni ricercatori propendono comunque per una trascrizione integrale, perché ritengono che la

struttura del discorso aiuti molto il lettore a comprenderlo. Mi pare di trovare alcune motivazioni

condivisibili anche nelle opinioni opposte: ad esempio, lasciare integro il discorso potrebbe

cristallizzarlo, fargli assumere un’eccessiva carica emblematica; può inoltre essere necessario presentare

solo degli stralci per preservare meglio l’anonimato; per giunta, nessun editore accetterebbe di

pubblicare un centinaio di interviste trascritte integralmente, e pochi lettori le sopporterebbero.

«sia

Comunque, la trascrizione che i tagli sono operazioni molto impegnative. Non si taglia con le

forbici, ma col cervello» (N. Revelli).

Un’altra questione è se la trascrizione, integrale o a stralci, debba essere accompagnata o meno

dall’interpretazione del ricercatore. La soluzione meno adottata è una trascrizione integrale senza analisi

né commento: in genere sarebbe scarsamente interessante e, soprattutto, nasconderebbe l’ennesimo

tentativo di conseguire neutralità e oggettività. Qualsiasi criterio di selezione del materiale presuppone

un’interpretazione.

Per molti, la soluzione preferibile consiste nello scomporre il testo trascritto e nel ricostruirlo

secondo criteri interpretativi espliciti e argomentati: per esempio, distribuendolo sul piano tematico (e

quindi seguendo il filo del discorso interpretativo del ricercatore) o sul piano cronologico, rispettando la

sequenza dei fatti, come in molte storie di vita.

Quando il numero delle interviste non è elevato, alcuni preferiscono riportarle integralmente in

appendice, articolandole in paragrafi, pagine e righe o utilizzando criteri ancora più complessi: in questo

modo ogni passo del testo potrà facilmente rinviare al brano specificamente analizzato.

15. Il controllo pubblico dei risultati e la loro generalizzabilità

In molti si chiedono come sia possibile sottoporre a controllo pubblico i risultati ottenuti. In

effetti non tutte le informazioni raccolte sono accessibili al lettore. Nella ricerca etnografica, ad

esempio, la base empirica effettiva è l’insieme delle esperienze e delle osservazioni dell’antropologo, ma

la base empirica ispezionabile da altri è solo un piccolo corpus di documenti e di resoconti (le note

etnografiche), inevitabilmente ‘filtrati’ dalla pre-comprensione teorica e dalla soggettività del

ricercatore/intervistatore.

La stretta interazione fra intervistato ed intervistatore e il tendenziale coincidere del ricercatore

con l’intervistatore (parr. 5 e 12) potrebbero trasformare l’intervista ermeneutica in un fatto quasi

44

privato, consentendo di eludere la “logica dell’indagine scientifica” e di sfuggire a un controllo

scientifico da parte del committente, di altri ricercatori e dei lettori.

«Il criterio della pubblicità, ossia della possibilità pubblica di convenire su un certo argomento, è

centrale per l’ammissibilità scientifica dell’argomento stesso. E’ precisamente per questa ragione che la

‘certezza’ soggettivamente percepita di una riuscita penetrazione empatica non potrà in nessun caso

costituire di per sé un argomento ammissibile per il discorso scientifico: non più di quanto - direbbe

(E.

Popper - si possa dimostrare di aver ragione battendo il pugno sul tavolo» Campelli).

In assenza di tale criterio, la libertà delle interviste “libere” si estenderebbe fino all’arbitrio. Ad

esempio, la possibilità di smontare e rimontare a piacere il discorso dell’intervistato consentirebbe al

ricercatore di corroborare qualsiasi tesi.

In effetti è raro trovare un rapporto di ricerca che conceda adeguato spazio al resoconto delle

«nel

scelte adottate - quasi sempre opinabili. Come denuncia Marradi, determinare questa situazione,

che documenta una coscienza scientifica ancora embrionale, convergono vari fattori:

a) l’oggettivismo del ricercatore, che crede inficiato il valore dei suoi risultati se si mostra quanto

essi dipendano dalle scelte effettuate (o comunque attribuisce con fondamento tale convinzione

al suo pubblico);

b) il fatto che buona parte del pubblico si comporta come se leggesse un romanzo giallo: vuol

sapere chi è l’assassino e non si interessa ai dettagli del processo investigativo;

c) infine il fatto che i responsabili editoriali di case editrici e riviste condividono in larga misura

l’oggettivismo di autori e pubblico e il ‘fattismo’ del pubblico - e in ogni caso ne devono tener

conto».

Certamente fanno parte delle risorse interpretative del ricercatore anche fattori poco

formalizzabili o giustificabili esternamente, quali il “sapere tacito”, l’empatia (cioè la capacità di

trasporsi nell’altro), gli eventi fortuiti che hanno sollecitato la sua intuizione o il suo “fiuto”, etc.

Ma questo tipo di interviste non può affidarsi solo ad un rapporto empatico o a giustificazioni

puramente soggettive o, peggio, arbitrarie. La loro “base empirica” è la traduzione del parlato in scritto,

cioè un testo (o un insieme di testi) che dovrebbe godere di un alto grado di “ispezionabilità”:

virtualmente tutti, avendo il trascritto delle interviste, possono controllare la correttezza della loro

interpretazione.

Purtroppo – come ho già accennato nel par. 10 – questa traduzione non è agevole, perché la

“materia prima” nelle mani del ricercatore è una “lingua naturale” assai diversa da un testo scritto.

Considerazioni analoghe valgono per la relazione finale: non potrà essere completamente formalizzata

ed in gran parte dovrà adottare una lingua naturale, incontrando gli stessi problemi sopra accennati.

Con tutte le difficoltà che l’interpretazione incontra, attenersi al criterio di pubblicità, pur

condizionato da molti limiti, può essere di aiuto al ricercatore. Anzi, quanto più la realtà oggetto di

45

esame e di valutazione è complessa, tanto più risulta decisivo, anche se difficile, ottenere il consenso

della comunità scientifica sulle procedure da seguire nel corso dell’analisi.

Oltre ai rischi di soggettivismo e di arbitrarietà, altre critiche investono la generalizzabilità dei

risultati raccolti, ossia la possibilità di estenderli oltre la cerchia di persone intervistate. Le interviste

discorsive sono difficili da condurre ed ancora più complicato è interpretarle adeguatamente. Per queste

ragioni di solito non sono numerose e il campione non è “rappresentativo”.

Certamente chi usa interviste non direttive, in profondità, discorsive non può mirare al genere di

rappresentatività che tendono a garantire i campioni consentiti dalle interviste strutturate. E questo non

solo perché la complessità dell’intervista impedisce di ascoltare molti soggetti, come ho già detto; ma

anche perché la rappresentatività di un campione è un concetto che ha innumerevoli limiti (cfr. par. 4).

Eppure al ricercatore potrebbe restare qualche possibilità di inferenza. Secondo alcuni, infatti,

dal discorso dell’intervistato trasparirebbe un vissuto mai solo individuale perché sempre innestato nel

corpo sociale. Il ricercatore dovrebbe dunque scavare nel “microcosmo” (biografia e/o mondo della

vita quotidiana del singolo) per intravvedervi il macrocosmo (struttura sociale, uniformità collettive,

etc.). Ma il passaggio dal “micro” al “macro” non è agevole, poiché non è per nulla ovvia la stretta

contiguità fra queste due dimensioni. Affermare che una dimensione generale (una cultura, una storia

collettiva) possa essere analizzata attraverso la comprensione di vicende singole può presentare un

difetto evidente: in mancanza di una teoria del soggetto e dell’agire sociale in grado di spiegare

adeguatamente il rapporto fra singolo e generale, non è chiaro a che cosa il singolo rinvii.

Secondo altri, le interviste possono essere considerate quasi alla stregua di un prodotto letterario;

poiché la letteratura rispecchia la società, sarebbe allora possibile risalire dalle singole narrazioni al

contesto sociale generale.

In effetti alcuni soggetti possono davvero comunicare impressioni vivide del loro “mondo”.

Proprio il loro carattere esemplare costituirebbe il passaggio verso contesti più estesi. Ad esempio,

«Madame Bovary non può forse essere legittimamente vista come la perfetta ‘rappresentante’ di un

certo tipo di borghesia provinciale, dilaniata tra il suo dovere di moglie e i desideri che non può

rassegnarsi a veder condannati alla non-gratificazione?” (C. Javeau).

Concepire l’intervista come prodotto letterario certamente può aiutare chi si occupa

dell’organizzazione verbale e narrativa attraverso la quale gli attori rappresentano e organizzano la

propria realtà. Ma nulla garantisce che l’intervistato abbia la stessa capacità che ha un autentico scrittore

di interpretare il proprio ambiente sociale. Certamente può capitarci di incontrare intervistati che ci

paiono esemplari, ma non è mai facile assodare quanto lo siano davvero. 46

Perché – si chiede Campelli – Madame Bovary e non Anna Karenina o “la signora della porta

accanto”? La domanda non è certo oziosa, visto che il ricercatore parte dal presupposto di non

conoscere il mondo della vita e il contesto sociale dell’intervistato; di conseguenza questi non può mai

dirsi sicuro dell’eventuale carattere esemplare dei suoi soggetti (par. 11).

Altri ricercatori propongono di rivolgere l’attenzione alle costanti presenti nel materiale raccolto:

quando certi discorsi si ripetono, si può inferire che quel fatto o quell’atteggiamento facciano parte di

«A

un patrimonio condiviso: mio giudizio il ripetitivo è il sale di ogni ricerca seria. Io ero felice –

racconta Revelli – ogniqualvolta un discorso si ripeteva, perché voleva dire che pian pianino le varie

tessere, tutte uguali e tutte diverse, si incastravano, trovavano la collocazione giusta. E il mosaico

prendeva forma, cresceva».

Certamente la frequenza di alcuni elementi è un indizio rilevante attraverso il quale, però, si può

solo supporre di essere sulla buona strada. Anche in questo caso valgono le riserve che abbiamo già

avanzato sul criterio della ricorrenza a proposito del “campionamento a valanga” (vedi par. 4). Inoltre

bisognerebbe chiarire molte questioni: quale eventuale rapporto intercorra fra quantità delle ripetizioni

ed estensione della generalizzazione; quale status attribuire alle discordanze; in caso risultanze

discordanti, a quali si debba eventualmente attribuire una maggiore capacità probatoria.

Secondo i demografi e i sociologi positivisti dell’800 sarebbe possibile individuare il “tipo-

medio”, definito sulla base degli aspetti che, nel suo contesto o nell’epoca in cui vive, si presentano con

la massima frequenza. Durkheim, nel suo studio sulle forme elementari della vita religiosa, individuò la

tribù australiana degli Arunta con l’intento di estendere poi le sue conclusioni alle altre società.

Il presupposto di questi tentativi era la solita indebita estensione dei caratteri della natura fisica:

come un atomo è “rappresentativo” di tutti gli altri della stessa sostanza, così sarebbe stato possibile

individuare un uomo o un gruppo automaticamente rappresentativo di tutti gli altri.

Col tramonto del positivismo questa direttrice di indagine è stata abbandonata e la ricerca della

rappresentatività si è spostata dal singolo individuo ad un campione. Ma abbiamo già riferito alcuni

dubbi sostanziali proprio sulla possibilità che un campione sia davvero rappresentativo.

Attraverso l’individuazione degli elementi ricorrenti è possibile anche costruire tipologie.

Ovviamente però non vi è alcun nesso logico fra generalità semantica e quantità empirica: il fatto che

una tipologia si collochi in alto lungo una scala di generalità non significa necessariamente che essa

abbia molti referenti empirici.

Poiché sono così problematiche la rappresentatività dei soggetti studiati e la generalizzabilità dei

risultati, si potrebbe concludere che è molto più prudente circoscrivere le proprie considerazioni ai

soggetti intervistati. 47


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Sociologia generale, tenute dal Prof. Vittorio Cotesta nell'anno accademico 2011 e consiste in una introduzione alla ricerca sociale in una società multi-culturale che tratta i seguenti argomenti:
[list]
Ricerca mediante rilevazioni indirette;
Rilevazioni dirette e campionamento;
Intervista come interazione comunicativa;
Raccogliere e organizzare informazioni: matrice dati;
Analisi dei dati;
Comunicazione interculturale e ricerca sociale come traduzione;
Controllo pubblico dei risultati e la loro generalizzabilità.
[/list]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale e sociologia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Cotesta Vittorio.

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