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Ricerca antropologica - Metodologia

In questo materiale didattico vengono tratatti i seguenti argomenti:
Metodologia della ricerca tafonomica;
Tipologia di rituale: Inumazione, Mummificazione, Cremazione;
Tipologie delle tombe;
Tipologie di sepolture: singole e collettive;
Tipologie di deposizione: Sepolture primarie e secondarie, Sepolture in spazio... Vedi di più

Esame di Archeologia medievale docente Prof. F. Cuteri

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religiosa: l'allontanamento del cadavere dalla comunità, se da una parte aveva lo scopo di

impedire la trasmissione di malattie, dall'altra era dettato dall'atteggiamento di probabile

paura dell'uomo nei confronti della morte e quindi dall'intento di impedire il ritorno del

defunto tra i vivi.

15

Preceduta dal semplice abbandono del cadavere, in pasto ad animali, dentro grotte o

caverne, su torri, in acqua, sul terreno, la pratica della sepoltura si affermò presso le

società più complesse e soprattutto in quelle sedentarie. Presso molti popoli le due pratiche

coesisterono e l'inumazione veniva riservata solo a persone di rango superiore.

16

Mummificazione

La mummificazione è un processo naturale o artificiale attraverso il quale viene bloccata la

decomposizione dei tessuti di un cadavere, preservandolo nel tempo in forme simili

all’aspetto originario. 17

Si può produrre come fenomeno naturale e casuale in particolari condizioni climatiche e

ambientali, laddove la temperatura molto alta o molto bassa, la buona ventilazione,

l’assenza di umidità o la mancanza di ossigeno ostacolano i processi putrefattivi. Corpi

mummificati furono rinvenuti, ad esempio, nelle regioni aride del Perù, sepolti nella sabbia

del deserto, e in alcune località della Cina occidentale, in terreni con forte componente

salina. Il clima caldo e secco, nel primo caso, e la proprietà igroscopica del sale, nel

secondo caso, favorirono la graduale evaporazione o perdita dei liquidi corporei. Diverse

furono le trasformazioni chimiche subite dalle mummie scoperte in alcune caverne

dell’Alaska e della Groenlandia , dove fu il freddo spinto a rallentare la decomposizione

18

dei cadaveri. Fu invece una situazione differente quella che portò alla mummificazione di

alcuni corpi scoperti nelle torbiere scandinave, dove responsabili della conservazione della

materia organica furono l’acido tannico e la mancanza di ossigeno.

Costituisce invece il risultato di un intervento artificiale la trasformazione dei cadaveri in

mummia presso molti popoli antichi, ancora oggi presente in alcune culture.

Articolata in vari procedimenti di essiccazione o imbalsamazione, tale pratica trova

giustificazione nell’ambito della religione e della cultura del tempo. Numerose mummie

essiccate sono state rinvenute nel Sud-Est asiatico, in Australia, in Cina, in diverse regioni

15 S D.L., A G.L., B M.P, Biocultural adaption: new directions in Northeastern

CHINDLER RMELAGOS UMSTED

anthropology, Fundations of northeast Archaeology, ed. D.R.Snow, 1981.

16 T L.V.,, 1985.

HOMAS

17 C T.A., C E., Mummies, diseas and ancient populations, in Current Anthropology, 12, pp. 45-46,

OCKBURN OCKBURN

1980.

18 H J.P.H., M J., N J., The Greenland mummies, Smithsonian Institute Press. W.D.C., 1991.

ANSEN ELDGAARD ORDQVIST

dell’Africa settentrionale e centrale. Il metodo dell’imbalsamazione pare invece essere stato

prevalente in Perù, nel Vicino Oriente e soprattutto in Egitto, dove la diffusione, la

complessità e l’efficacia della mummificazione rituale, adottata dall’Antico Regno intorno

al 700 ca. a.C., raggiunsero livelli assolutamente ineguagliati.

Cremazione

La Cremazione è la pratica di bruciare i corpi dei defunti, le cui ceneri vengono conservate

in un'urna, sepolte oppure disperse. Riguardo alla sua origine, oltre alla probabile

19

motivazione di orine religioso, la cremazione risponde anche a criteri igienici: la sepoltura

dei defunti soprattutto se deceduti a causa di un'epidemia o di una malattia altamente

contagiosa, può infatti comportare per l'intera comunità il rischio di contaminare le fonti

di approvvigionamento idrico e talvolta addirittura di contagio .

20

Le più antiche testimonianze relative a cremazioni risalgono al periodo neolitico ;

21

maggiori informazioni si hanno relativamente al periodo fra il 1400 a.C. e il 200 d.C., in cui

la cremazione venne ampiamente praticata, soprattutto in epoca romana, dai patrizi: la

famiglia di Giulio Cesare fu ad esempio una delle numerose gentes a seguire tale usanza.

Il cristianesimo proibì invece la cremazione, in quanto il corpo, una volta distrutto, non

avrebbe potuto risorgere; anche l'ebraismo proibì la cremazione, considerata un'offesa

all'opera di Dio. Gli ebrei ortodossi, la Chiesa ortodossa orientale e i musulmani vietano

ancora oggi la cremazione, praticata da alcuni gruppi ebraici e cristiani, dai buddhisti e

dagli induisti.

Tipo di tomba

La descrizione del tipo di tomba riguarda esclusivamente lo spazio sepolcrale entro il quale

viene collocato il cadavere. Si fa quindi riferimento solo all’eventuale presenza di una

struttura muraria, un cassone litico, una struttura alla cappuccina, un circolo di pietre che

circonda il corpo, o più semplicemente all’eventuale presenza e/o assenza di una cassa

lignea decompostasi in una fase successiva al cadavere.

Non è possibile elencare tutte le possibili alternative al tipo di tomba, riscontriamo infatti

molte volte situazioni abbastanza confuse; si procede quindi alla semplice registrazione

19 S P ET AL., Burnt bones and teeth: an experimental study of color, morphology, crystal structure and

HIPMAN

shrinkage, Jour. of Archaeol. Science, 11: 307-325, 1984.

20 M S., Tomba megalitica II di St. Martin de Corleans(AO): aspetti biologici e nutrizionali degli inumati e

ARONGIU

degli incinerati in essa contenuti, nel contesto culturale dell’Eneolitico valdostano, Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere e

Filosofia, Università degli Studi di Pisa, relatore prof. Francesco Mallegni, 2004-2005.

21 B A., G C R. , M F., P M., V A., W B., La Grotta

ARRA RIFONI REMONESI ALLEGNI IANCASTELLI ITIELLO ILKENS

Continenza di Trasacco. I livelli a ceramiche, Rivista di Scienze Preistoriche, 42, pp. 31-100, 1989-90.

delle evidenze e, in un secondo momento, nel registrare i movimenti subiti dal corpo dopo

il suo seppellimento si precisa il tipo di tomba.

Tipo di sepoltura

Quando una tomba contiene due o più individui si tratta di una sepoltura bisoma. Se i

cadaveri sono stati deposti contemporaneamente, sono riconoscibili le loro connessioni

anatomiche e l’individualità scheletrica dei singoli, tranne che nel caso in cui non si siano

verificati fenomeni di disturbo e dislocazione delle ossa. Se ci si trova in presenza di un

insieme funerario costituitosi in un periodo abbastanza lungo, si noteranno dei

rimaneggiamenti a causa del collocamento di ciascun nuovo cadavere. Se invece la

sepoltura segue una certa contemporaneità nella deposizione dei cadaveri, allora questi

rimaneggiamenti verranno a mancare.

Sepolture singole e Sepolture collettive

Una sepoltura collettiva che non segue la contemporaneità può essere analizzata

correttamente solo se la deposizione dei cadaveri è avvenuta in tempi abbastanza lunghi gli

uni dagli altri da permettere la dislocazione delle articolazioni più labili. Solitamente

quando ci si trova davanti a una sepoltura collettiva che segue lo stesso andamento

cronologico, siamo in presenza di eventi conseguenti a catastrofi (ad esempio massacri o

catastrofi naturali); per questo motivo, tali sepolture seguono la denominazione di

“sepoltura da catastrofe”. Per l’identificazione degli scheletri sul terreno durante lo scavo di

una sepoltura collettiva, bisognerebbe far corrispondere la totalità o almeno una parte

delle ossa dello scheletro di uno stesso individuo. Ciò può verificarsi quando durante le fasi

di scavo si identifica l’evidenza della connessione fra le ossa di uno stesso individuo

(collegamento di “primo ordine”). Se però l’insieme funerario si presenta come un insieme

di individui con una grande dislocazione o addirittura frammentazione, sarebbe giusta

norma ricorrere alla ricerca dei collegamenti di “secondo ordine”, operazione che si svolge

poi in laboratorio.

Il collegamento di secondo ordine potrà essere eseguito in vari modi:

- per incollaggio di frammenti che combaciano;

- per collegamento articolare, cioè tramite l’analisi di articolazioni con morfologia

complessa che permette il riconoscimento delle ossa contigue dello stesso individuo;

- per collegamento evidenziabile attraverso lo stesso stadio di maturazione;

- per collegamento di appartenenza ad un insieme patologico con una patologia diffusa o

focalizzata;

- per appaiamento di ossa simmetriche.

Tipo di deposizione

L’individuazione del tipo di deposizione si basa sull’osservazione delle connessioni

anatomiche: in questa prospettiva, si comprende facilmente che gli indicatori più

pertinenti saranno quelli che concernono le articolazioni che cedono più rapidamente, le

articolazioni labili. Il mantenimento della connessione, infatti, implica necessariamente un

intervallo di tempo breve tra il decesso e la deposizione del cadavere. Al contrario, le

articolazioni che resistono più a lungo ai processi di decomposizione si definiscono

articolazioni persistenti. Le articolazioni labili concernono generalmente le ossa di

dimensioni modeste o fragili: colonna cervicale, mani, parte distale del piede, giunzione

scapolo-toracica. Le articolazioni persistenti, invece, uniscono delle parti soggette a forze

biomeccaniche importanti; questo giustifica la presenza di legamenti spessi e potenti:

articolazione atlante-occipitale, colonna lombare, cerniera lombosacrale, articolazioni

sacro-iliache. I legamenti più labili scompaiono dopo 15 giorni, di conseguenza non è

possibile distinguere tra una deposizione simultanea ed una che avviene entro il predetto

lasso di tempo.

Sepolture primarie e Sepolture secondarie

La sepoltura primaria è il luogo in cui avviene la decomposizione del defunto. Si riconosce

mediante l’osservazione delle connessioni anatomiche: il defunto è deposto nel momento

in cui le sue parti molli non sono del tutto decomposte e ciò garantisce la connessione tra le

ossa. Infatti, in una sepoltura primaria, le ossa delle mani, dei piedi e del tratto cervicale

della colonna rimangono in connessione fisiologica fino al momento della loro scoperta. 22

In realtà, anche quando non si verificano eventi di disturbo esterni post-deposizionali, la

locazione originaria delle ossa viene spesso alterata dagli eventi tafonomici, soprattutto per

effetto della gravità. La mancanza di connessioni anatomiche non identifica

necessariamente una sepoltura secondaria, ma può essere dovuta ad una particolare

posizione del corpo in uno spazio vuoto, in uno spazio vuoto iniziale, poi riempito, o in uno

22 D H., 1994.

UDAY

spazio pieno alterato da particolari movimenti del terreno, da infiltrazioni d’acqua, dal

passaggio di animali terricoli o da interventi per lavori agricoli o edili.

Da queste considerazioni risulta necessaria la registrazione dettagliata della posizione

esatta delle ossa per comprendere gli spostamenti dovuti ai processi pre e post-

deposizionali al fine di risalire alla posizione originaria del defunto.

Un caso particolare di sepoltura primaria è rappresentato dalla riduzione dello scheletro:

essa si rileva quando tutte le sue ossa, o una sola parte, sono spostate dalla loro posizione

originaria ma rimangono all’interno dello spazio dove è avvenuta la decomposizione.

Si definiscono sepolture secondarie quelle che accolgono parti delle ossa di un individuo la

cui decomposizione è avvenuta in altro luogo. I resti dello scheletro, e difficilmente tutti,

sono prelevati e collocati in un altro luogo. Il passaggio tra i due luoghi è chiamato dagli

etnologi “secondo funerale”. Sono, quindi, collegate a due momenti distinti nello spazio e

nel tempo e si caratterizzano per il fatto che le ossa non conservano tra loro le connessioni

anatomiche, in particolare quelle labili.

Così come abbiamo detto in precedenza riguardo alle sepolture primarie, non tutte le

sepolture prive di connessioni sono secondarie: diagnosticarle è difficile poiché non basta

accertare un apparente disordine. Se un cadavere, ad esempio, viene deposto in piedi

legato ad un supporto in uno spazio vuoto, quando si decompone le ossa cadono in una

posizione disordinata, che può far supporre una posizione secondaria. Quest’ultimo

rimane, comunque, un caso limite e generalmente per aiutarsi nella definizione del tipo di

deposizione si fa ricorso all’osservazione delle piccole ossa, che nella traslazione dei resti

vengono solitamente trascurate.

Sepolture in spazio pieno e Sepolture in spazio vuoto

Le ossa di un individuo sepolto in uno spazio vuoto, per esempio in un sarcofago,

all’interno di una cassa funeraria o in una cavità ipogea, non più trattenute dai legamenti,

in seguito alla decomposizione delle sue parti molli, tendono a spostarsi, per effetto della

gravità. Questi processi tafonomici determinano la perdita ed importanti spostamenti delle

connessioni anatomiche.

Se il defunto è ritrovato all’interno di un sedimento terroso, ma presenta: la cassa toracica

appiattita, le rotule cadute all’esterno, il bacino aperto e affossato ciò indica che il cadavere

è stato sepolto in un originario spazio vuoto, probabilmente in una cassa di materiale

deperibile. Al momento della decomposizione del contenitore, avventa in un momento

successivo rispetto a quella del cadavere, il sedimento terroso si deposita a contatto con le

ossa, trasformando l’aspetto della sepoltura e rendendo più complessa la sua

identificazione. Gli elementi che permettono di individuare la sua tipologia, in questo caso,

sono i perni o i chiodi di metallo, sopravvissuti ai processi di decomposizione ed il colore

particolare del terreno circostante, di colore generalmente più scuro. Anche la forma del

contenitore è arguibile talvolta dalla posizione delle ossa: se la fossa è molto stretta si

verificherà una verticalizzazione delle clavicole per contrazione delle spalle.

Se il defunto è stato sepolto in uno spazio pieno, vale a dire in piena terra, i sedimenti

terrosi tendono a sostituirsi gradualmente alle parti molli, man mano che queste si

decompongono, le connessioni anatomiche tra le ossa si conservano e si crea il cosiddetto

“effetto parete”.

Si può verificare anche il caso che uno spazio, originariamente pieno, diventi vuoto.

Quando il defunto, o parte di esso, è deposto su sostegni di materiale deperibile (piano di

legno, cuscini funerari, ecc..) questo si decompone con maggiore lentezza rispetto al corpo

umano, ma al momento del suo crollo le ossa, già separate e prive di un sostegno, cadranno

disordinate nello spazio sottostante. Anche in questo caso, una registrazione ed uno scavo

accurati possono permettere di intuire la presenza di un sostegno.

Orientamento e posizione del corpo

Per interpretare la ritualità di una sepoltura ed il suo spazio distintivo bisogna rilevare

anche l’orientamento del corpo e della testa e l’esatta posizione in cui il cadavere è stato

collocarto. L’orientamento, cioè la direzione ed il verso dell’asse del tronco, in relazione ai

punti cardinali o ad altri punti di riferimento, naturali o culturali, oltre ad indicare la

collocazione vera e propria del corpo, permette anche un riferimento ai diversi tipi di

rituale praticato. E’ universalmente nota infatti l’usanza tipica dei cristiani di seppellire

con lo sguardo rivolto ad oriente. Di contro, un diverso orientamento del corpo, non è

esclusivamente retaggio di altri culti, ma potrebbe rispondere all’esigenza di orientare lo

sguardo del cadavere verso l’abside o l’ingresso di un probabile edificio di culto.

La posizione indica la configurazione globale del corpo rispetto al piano di giacitura:

prono, supino, laterale destro, laterale sinistro, nonché l’insieme dei rapporti reciproci fra

le varie parti scheletriche, descritti singolarmente nella seconda parete della scheda.

La posizione del corpo deve essere descritta con cura, per il suo valore nella ricostruzione

del rituale funebre o delle circostanze della morte e del seppellimento. Per descrivere la

posizione degli arti superiori si fa riferimento alla nomenclatura di “distesi lungo i fianchi”,

piegati sull’addome”, “incrociati sul torace”, e si lascia la possibilità di annotare eventuali

altre posizioni; per la descrizione degli arti inferiori vengono comunemente utilizzate

espressioni come “distesi”, “flessi”, “lievemente piegati. Bisogna comunque posizionare

ogni parte scheletrica che, per la sua ubicazione o per il suo significato,assuma una

particolare importanza.

Movimenti subiti dopo la deposizione

Nell’osservazione di tutte le alterazioni subite da un corpo dopo il suo seppellimento, è

necessario segnalare se, dopo l’interramento e la decomposizione delle parti molli, siano

avvenuti dei movimenti che hanno comportato una modificazione della situazione.

La tafonomia registra tutti movimenti subiti dal corpo dopo l’interramento, modificazioni

che si vengono a creare ad opera della gravità: un corpo che si decompone in spazio vuoto

presentarà gabbia toracica appiattita, coxali aperti e femori ruotati.

I movimenti subiti dal corpo dopo la deposizione registrano, invece, tutte quelle

modificazioni subite ad opera di altri fattori, quali radici cresciute nel terreno, falda

acquifera, passaggio di animali terricoli, arature o altri interventi di natura antropica che

modificano la situazione venutasi a creare in condizioni normali.

Anche in questo caso, sarà necessario distinguere l’accidentalità dall’intenzionalità di tali

modificazioni, per poter giungere ad una definizione corretta del tipo di giacitura e del tipo

di deposizione. Solo un accurato recupero ed una precisa registrazione dei dati in fase di

cantiere, potrà fornire una corretta identificazione della tomba.

Metodologia della ricerca antropologica

Le variabili antropometriche del cranio sono ormai definite dalla tradizione e, se ancora

resta uno spazio per la loro interpretazione, questa deve riguardare soprattutto il loro

significato genetico, adattativi ed evolutivo.

Il sistema delle misure craniche che potremmo definire “classico” è quello fissato nel

trattato di Martin e Saller (1956-66) che ne fornisce l’esatta definizione.

23

Il numero di riferimento di ogni variabile descritta in questo trattato viene infatti

correntemente usato dagli specialisti per riferirsi ad una misura in modo inequivocabile.

Questo sistema consiste in una serie di punti craniometrici che fanno da riferimento ad

una serie di misure, che a loro volta consento di elborare dei rapporti centesimali, gli

indici. misure craniometriche

I punti craniometrici possono essere considerati di due tipi fondamentali: quelli, che

potremo definire reali, perché soddisfano il concetto geometrico di punto o comunque

hanno una posizione che deve essere individuata e stabilita prima di effettuare la misura, e

quelli che potremo definire virtuali, la cui posizione non deve essere necessariamente

stabilita con precisione, ma è sufficiente conoscerne l’ubicazione di massima per poi

individuarli per mezzo delle punte del compasso: sono questi i punti che individuano i

23 M R. e S K., Lehrbuch der Antropologie in systematischer Darstellun, Band 1-2, Stuttgart: Fischer

ARTIN ALLER

Verlag., 1956-59.

diametri minimi e massimi. Nella pratica sono quei punti, come gli euryon, la cui distanza

corrisponde alla larghezza massima del neurocranio e che si trovano facendo scorrere le

punte del compasso sui parietali. 24

La prassi per la nomenclatura dei punti craniometrici e, più in generale, di quelli

antropometrici, prevede la formazione di neologismi dal greco. Si usa dividerli sulla base

della simmetria del cranio e, di conseguenza, avremo punti sagittali, o punti impari, e i

bilaterali, o punti pari.

La maggior parte dei punti craniometrici segna elementi caratteristici che esprimono

alcuni aspetti fondamentali delle ossa craniche o del cranio in generale, per valutare le

caratteristiche metriche, la morfologia e l’accrescimento.

La valutazione metrica e morfometrica, ossia della forma in funzione delle sue dimensioni,

può essere attuata instaurando un sistema di variabili metriche o misure che hanno come

riferimento i punti craniometrici. Il sistema è basato sulla misura diretta della distanza tra

i punti, delle curve, degli archi e delle corde sottese tra di essi sulla superficie del cranio,

oppure è possibile determinare la posizione in coordinate polari o cartesiane.

Le principali misure craniche consentono di determinare le dimensioni del neurocranio e

dello splancnocranio, nonché delle singole ossa.

Per quanto riguarda il neurocranio, si descrivono generalmente quattro misure principali:

la lunghezza cranica (che misura dalla glabella all’opistocranio), la Larghezza cranica

(euryon – euryon), l’altezza cranica (basion – bregma) Queste tre misure sono utilizzate ,

oltre che per il calcolo degli indici cranici, anche per la stime della capacità cranica. Oltre a

queste misure d’insieme, è particolarmente utile la Larghezza frontale minima (stefanion

– stefanion) e la laghezza frontale massima (coronale – coronale), che misurano

rispettivamente la minima e la massima divaricazione del frontale.

La diversa larghezza del frontale rispetto alla larghezza massima della faccia fornisce la

relazione tra il neurocranio e lo splancnocranio, che si esprime nel modo più semplice

nell’osservazione del cranio in norma verticale.

Tra le misure essenziali della faccia vi sono le altezze: quella totale, (nasion – gnation), che

si rileva sul cranio completo di mandibola e che è fortemente influenzata dalla presenza o

meno della dentatura, e quella superiore (nasion – prosthion), che si misura sul solo

calvario. Le altre misure rilevate sono quelle nasali, orbitali e palatali.

24 ,

B W. M. Human osteology. A laboratory and field manual of skeleton, The Missouri Archaeological Society,

ASS

1987.

La morfometria

Le dimensioni del cranio ricavate attraverso i processi di misurazione descritti possono

essere direttamente utilizzate come variabili per analisi di tipo statistico e per altre

elaborazioni matematiche. L’antropometria classica a questo proposito ha elaborato i

valori metrici, instaurando rapporti percentuali tra due (o più) variabili: gli indici. Il

vantaggio dell’indice sta nel fatto che esso confronta le misure, ma prescinde dalle

dimensioni assolute, in quanto un indice è un puro numero adimensionale. 25

valori x – 74,9 75,0 – 79,9 80,0 – x

definizione dolicranio mesocranio brachicranio

Indice cranico- orizzontale

Esso consente di condurre l’analisi morfometrica, ossia descrive la forma del cranio, o di

qualunque altro elemento anatomico, indipendentemente dalla grandezza.

Si rileva l’indice cranico orizzontale o indice cefalico, il rapporto in percentuale fra

larghezza cranica massima e lunghezza antero-posteriore, per i quali si considera

rispettivamente una tripartizione in soggetti con cranio corto e largo, brachicranici, medio,

mesocranici, lungo e stretto, dolicranici.

25 B T S., P E., I resti umani nello scavo archeologico. Metodiche di recupero e studio.,

ORGOGNINI ARLI ACCIANI

Bulzoni Editore, 1993.

L’indice vertico-longitudinale definisce il rapporto in percentuale fra altezza cranica e

lunghezza massima, che indica crani camocranici, cioè di profilo lungo e basso,

ortocranici, quindi con un profilo in cui lunghezza e altezza sostanzialmente si

uniformano, e ipsicranici, cioè crani stretti e alti.

valori x – 69,9 70.0 – 74,9 75,0 - x

definizione camocranio ortocranio ipsicranio

Indice vertico- longitudinale

L’indice vertico-trasversale indica il rapporto tra l’altezza cranica al basion e la massima

larghezza cranica, definendo crani tapeinocranici, che indica un cranio che osservato

posteriormente appare largo e basso, crani metriocranici, quindi medi, crani acrocranici,

stretti e alti.

valori x – 91,9 92,0 – 97,9 98,0 – x

definizione tapeionocranio metriocranio acro cranio

Indice vertico-trasversale

Altro indice fondamentale è quello facciale, che considera una tripartizione in soggetti con

faccia larga, euriprosopi, media, mesoprosopi, e stretta, leptoprosopi.

Queste suddivisioni, che raramente considerano il termine intermedio della tripartizione,

lasciano molto spazio alla casualità della diagnosi razziale.

valori x – 84,9 85,0 – 89,9 90,0 – x

definizione euriprosopo mesoprosopo leptoprosopo

Indice facciale

La morfologia

Un aspetto tradizionale della ricerca antropologica è quello dello studio del cranio: la

craniometria. La finalità tipica dell’indagine craniometrica è stata legata per molto tempo

alla classificazione razziale, mentre solo da poco è stato dato risalto ai fattori genetici,

selettivi, adattativi e biomeccanici espressi nel cranio. A queste variabili, infatti, è stata

attribuita una base ereditaria, che ne consentirebbe l’uso come traccianti della struttura

genetica. Molte di esse possono però essere influenzate da fattori ambientali, quali ad

esempio certe deformazioni meccaniche, pertanto bisogna pertanto distinguere tra esse

quali siano più caratterizzanti delle altre.

I caratteri descrittivi del cranio vengono generalmente osservati secondo particolari

“norme” o direzioni di osservazione normali ad alcuni piani che vengono individuati in

base a precise convenzioni. Possono manifestarsi come:

- suture ancora visibili anche dopo il raggiungimento dell’età adulta

- ossicini suturali

- canali o foramina accessori

- fori aperti o completi

- faccette articolari accessorie.

Queste variabili sono considerate come “varianti di tipo discreto”, cioè che si manifestano

alternativamente (presenza/assenza del carattere) indipendentemente dall’età e dal sesso

degli individui considerati, e la loro importanza, che ribadiamo anche sembrando prolissi,

è data proprio dal carattere ereditario.

I caratteri morfologici e discreti riscontrabili sullo scheletro sono stati rilevati e descritti

secondo uno schema proposto ed elaborato su lavori e trattati di diversi autori (Mallegni-

Usai, 1995). Per quanto riguarda i caratteri morfologici del distretto cranico sono stati

considerati i lavori di Sergi (1912), Martin e Saller (1956-59), Bass (1967), Strouhal e

Jungwirth (1984). Relativamente ai caratteri discontinui del cranio sono state utilizzate le

metodiche di Hauser e De Stefano (1989), Coppa e Rubini (1997), Berry e Berry (1967). Per

i caratteri ergonomici, legati a stress funzionali nel distretto cranico, si fa riferimento a

quanto scritto da Martin e Saller (1959), Ascenzi e Balestreri (1975), Mann e Murphy

(1980), Brothwell (1981), Capuzzi e Stea (1990, Haugen (1992), Capasso et al. (2001).

Avremo secondo i suddetti piani: la norma frontale, che permette di osservare la forma

della faccia vista di fronte, delle orbite, dell’apertura piriforme, dei mascellari e della

mandibola. Si osservano inoltre lo sviluppo degli zigomi e l’altezza della fronte.

La norma laterale (destra e sinistra) permette di osservare il profilo della faccia, la

sporgenza delle arcate sopracciliari, delle ossa nasali, dei mascellari (prognatismo) , degli

26

alveoli e del mento. In norma laterale si descrive anche il contorno del neurocranio, ossia

la verticalità o l’inclinazione della fronte, il profilo della volta, la morfologia della regione

occipitale, la sporgenza, la batrocefalia e la clinocefalia. 27

La norma inferiore permette di descrivere la base del cranio, la posizione e la forna del

foro occipitale, dell’apofisi spinosa, il palato, la morfologia e le caratteristiche dell’arcata

dentale, la forma e la sporgenza delle arcate zigomatiche.

Osservando il cranio in norma posteriore si possono descrivere la forma del contorno

cranico, la sporgenza delle apofisi mastoidi, la sutura lambdoidea e la presenza, più o meno

frequente, di ossa soprannumerarie o wormiane, in particolare il così detto osso epactale o

incarico, che occupa a volte la regione lambdoidea a causa della presenza di una sutura

soprannumeraria .

28

Infine, la norma superiore permette di descrivere il cranio dall’alto, osservandone la forma

del contorno e assimilando i contorni a figure geometriche (ellissoide, ovoide,

pentagonoide, sfenoide, romboide); tale forma è appunto denominata “forma sergiana”, in

quanto elaborata da Giuseppe Sergi nel 1900. Se l’arcata zigomatica è visibile in questa

29

norma si ha la fenozighia, ossia la faccia è larga rispetto al cranio, mantre nel caso

contrario si ha la criptozighia.

30

E’ stata poi rilevata la presenza, in norma superiore, di ossicini coronali, dell’osso

bregmatico e dei fori obelici; in norma inferiore, della faccetta condiloidea sdoppiata e del

tubercolo precondiloideo; in norma anteriore, la sutura metopica, il forame frontale; in

norma posteriore, ossa wormiane alla lambdiodea, osso epactale o incaico, osso asterico,

linea nucale suprema e foro mastoideo extrasuturale; in norma laterale, osso epipterico e

osso ad intacco parietale, tutti caratteri definiti da Finnegan e Faust (1974) .

31

L’osteometria del post-craniale

26 Bass, 1987.

27 Mallegni, 1978.

28 H G. - D S G. F., Epigenetic variants of the human skeleton, Schweizerbart, Stuttgart, 1989.

USER E TEFANO

29 Sergi, 1910.

30 B W. M., Development in the identification of human skeletal material (1968-1978), in «Am. J. Phis. Anthrop.»

ASS

201.51, pp. 555-556, 1979.

31 F M. - F M. A., Bibliography of human and non-human non-metric variation, in «Res. Reepors Univ.

INNEGAN AUST

Mass., Amherst», 14, pp.20, 1974.

Tutto lo scheletro post-craniale è stato oggetto di precise misurazioni, allo scopo di

valutare le dimensioni di lunghezza, larghezza e spessore delle singole ossa e di parti di

esse, e di ricavarne caratteri morfometrici di un certo significato antropologico. Non

sembra superfluo ribadire quanto finora detto per la craniometria, che l’interesse

dell’antropometria non sta solo nelle potenzialità descrittive di questa disciplina, ma anche

nel suo significato funzionale e filogenetico. Ad esempio, attraverso la misurazione ed il

32

confronto delle ossa dei due arti di uno stesso individuo è possibile rilevare eventuali

asimmetrie interpretabili in termini funzionali: l’arto che lavora di più presenta uno

sviluppo non solo muscolare, ma anche osseo, maggiore del suo controlaterale. L’interesse

che sempre più si pone nei confronti della ricostruzione dei modi di vita delle popolazioni

del passato, necessita l’applicazione delle tecniche antropometriche allo studio dello

scheletro, svincolandole del significato esclusivamente tipologico che troppo spesso si è

voluto attribuire loro. La raccolta di misure e la loro organizzazione in schede di dati

33

morfometrici sono finalizzate quindi alla caratterizzazione costituzionale, con la

valutazione della sua omogeneità all’interno della stessa comunità, ed alla descrizione delle

dinamiche demografiche, con stime della densità di popolazione, della sex-ratio e della

struttura per età..

I caratteri metrici dello scheletro craniale e post-craniale sono stati rilevati ed elaborati in

indici, secondo i metodi suggeriti dal trattato di Martin e Saller (1956-66).

A livello del tronco, le ossa che danno maggiori informazioni circa l’adattamento dell’uomo

all’ambiente sono la scapola, la clavicola, le vertebre e le ossa del bacino, oltre alle ossa

lunghe degli arti, che forniscono anch’esse utili dati morfologici e consentono di calcolare

la statura.

La misura della clavicola, ad esempio, presenta un interessante significato funzionale. La

lunghezza può dare un’idea approssimativa della lunghezza delle spalle nel vivente e quindi

del diametro del tronco; le misure di circonferenza e i diametri nel mezzo della dialisi,

inoltre, informano sul grado di robustezza nell’osso e sullo sviluppo dei muscoli che qui si

inseriscono e permettono, assieme alla lunghezza, confronti con il controlaterale per

stimare eventuali asimmetrie di natura funzionale o patologica.

Il bacino viene misurato, oltre che per il suo significato, la sua forma è infatti legata

all’acquisizione della statura eretta e al bipedismo, anche ai fini della diagnosi del sesso,

32 HUG E., Die schadel der Fruhmittelalterlichen Graben aus dem solothurmischen Aeregebiet in ihrer stellung zur

Reihengraben- bevolkerung Mittleuropas, Z. Morph.Anthrop., 38: 359-528, 1940.

33 Repetto, 1986.

essendo la struttura del bacino strettamente vincolata alla funzione della gravidanza e del

parto.

La misura degli arti comprende il rilevamento della lunghezza (totale e fisiologica), dei

diametri trasversale e sagittale, misurati generalmente nel mezzo della dialisi, della

circonferenza minima, della larghezza delle epifisi e di altre dimensioni considerate

significative dell’osso in esame. misure degli arti

Attraverso il calcolo del rapporto centesimale fra coppie di queste misure è possibile

ricavare alcuni indici di carattere antropologico. Gli indici di robustezza calcolano il

rapporto tra circonferenza minima o circonferenza nel mezzo della dialisi e lunghezza,

l’indice di platimeria del femore che calcola il rapporto tra il diametro antero-posteriore e

il traverso nel terzo superiore della diafisi (i valori elevati indicano un forte sviluppo della

linea aspra, e quindi dei muscoli che si inseriscono su di essa), l’indice cnemico della tibia,

che misura il rapporto tra il diametro trasversale e il sagittale, misurati a livello del foro

nutritizio.

Determinazione dell’età alla morte

L’età biologica di morte di un individuo adulto è generalmente stimata sulla base di

osservazioni dirette: grado di usura dentaria, grado di obliterazione delle suture craniche,

cambiamenti nella morfologia della sinfisi pubica, e sulla base di osservazioni indirette:

radiografie delle epifisi delle ossa lunghe per valutare il grado di rarefazione delle trabecole

ossee.

E’ opportuno ricordare che tutti i metodi di determinazione sono calibrati su standard di

riferimento attuali, i quali possono presentare differenze anche notevoli nei tempi e negli

avvenimenti rispetto a campioni di popolazione di epoche antiche. Inoltre, nel processo di

invecchiamento intervengono, assieme ai fattori puramente biologici ed ereditari, anche

aspetti sociali, economici e ambientali (alimentazione, professione, malattie). Tutti i

caratteri presi in esame tengono quindi conto di questa variabilità individuale e a livello

popolazionistico.

In fase preliminare, seguendo le metodologie di Buikstra e Ubelaker, (1994) si opera una

preliminare distinzione tra classi di età:

- feto: prima della nascita

- infante: da 0 a 3 anni

- bambino: da 3 a 12 anni

- adolescente: da 12 a 20 anni

- giovane adulto: da 20 a 35 anni

- medio adulto: da 35 a 50 anni

- adulto senile: maggire di 50 anni.

Per gli individui infantili e sub-adulti il criterio più usato è lo studio del grado di eruzione e

mineralizzazione dei denti secondo le metodologie fornite da Ubelaker. Si osservano

34

anche il grado di maturità scheletrica e la lunghezza delle dialisi presenti , considerando i

35

centri di ossificazione, che sono aree dove il tessuto osseo comincia a formarsi e ad

estendersi in sostituzione dei tessuti preesistenti, e la dimensione delle diafisi delle ossa

lunghe, di cui esistono tabelle che riportano le variabili dimensionali .

36

34 nd

U D., Human skeletal remains, 2 ed., Washington D.C., Taraxacum, 1978

BELAKER

35 F D. - S . I. – S , H., Raccomandazione per la determinazione dell’età

EREMBACH CHWIDETZKYM TLOUKAL

e del sesso sullo scheletro, in «Rivista di Antropologia», 60, pp. 5-51, 1979.

36 F D., Techniques antropologiques. I. Crsniologie. Laboratoire D’Antropologie Biologique, in «E . P. H. E.

EREMBACH

», (Lab. Broca), 1974. i centri di ossificazione

Dopo i 20 anni, la determinazione dell'età biologica è alquanto difficile. Infatti, una volta

terminati l'accrescimento osseo e dentario, sono da valutare il processo

dell'invecchiamento, l'usura delle superfici articolari, la chiusura delle suture craniche,

l'evolversi di artrosi, le alterazioni istologiche del tessuto osseo e dentario e le

modificazioni chimico-fisiche dei tessuti calcificati, fattori che risultano poco affidabili in

quanto influenzati da vari fenomeni, ad esempio quelli patologici, quelli dietetici e, i non

meno trascurabili, fattori occupazionali.

I denti sono particolarmente utili per stabilire l’età nella fase preadulta fino all’eruzione del

terzo molare. Essi sono tuttavia un utile elemento di riferimento anche nell’età adulta

perché, a parte casi particolari attribuibili a singoli individui, la loro usura, una volta che

siano note le caratteristiche alimentari della popolazione, è abbastanza costante e regolare


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

In questo materiale didattico vengono tratatti i seguenti argomenti:
Metodologia della ricerca tafonomica;
Tipologia di rituale: Inumazione, Mummificazione, Cremazione;
Tipologie delle tombe;
Tipologie di sepolture: singole e collettive;
Tipologie di deposizione: Sepolture primarie e secondarie, Sepolture in spazio pieno e spazio vuoto;
Orientamento e posizione del corpo;
Movimenti subiti dopo la deposizione;
Metodologia della ricerca antropologica: morfometria, morfologia, osteometria, determinazione dell'età e del sesso, determinazione della statura e dei caratteri ergonomici;
Indicatori di stress funzionali, cumulativi;
Patologie degenerative.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia e conservazione dei beni architettonici e ambientali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Mediterranea - Unirc o del prof Cuteri Francesco.

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