Che materia stai cercando?

Reversibilità Restauro Appunti scolastici Premium

Il criterio della reversibilità è applicabile al restauro? Quale può essere il significato che il termine “reversibilità” assume nel campo disciplinare del restauro? E, ancora, il criterio della reversibilità deve necessariamente caratterizzare ogni intervento sul patrimonio storico? Poiché, come... Vedi di più

Esame di DIREZIONE E ATTUALITÀ DEL PROGETTO DI RESTAURO docente Prof. P. David

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

La reversibilità nel restauro delle strutture

Ma il concetto di reversibilità riferito ai problemi strutturali del restauro è altrettanto

complesso: se infatti riprendiamo quanto espresso nella Carta del 1972 in merito alle

modificazioni possibili, che già citavamo, a scopo statico e conservativo nella struttura

interna o nel sostrato o supporto purchè all’aspetto, dopo compiuta l’operazione, non

risulti alterazione né cromatica né per la materia in quanto osservabile in superficie -

dobbiamo riconoscere il cambiamento avvenuto sia nel campo del restauro sia nei settori

disciplinari ad esso contigui e mi riferisco soprattutto alla messa a punto del concetto di

miglioramento statico utile nella misura in cui esso consente di affrancarsi da interventi

invasivi (e quindi poco o per nulla reversibili) come le imperniazioni, le cuciture armate e

quant’altro ormai ampiamente noto, necessario per “adeguare” gli edifici storici a standards

di sicurezza validi già per gli edifici costruiti con materiali moderni.

Alla definizione del criterio di miglioramento, come è noto, la cultura disciplinare è

iii

pervenuta dopo un complesso iter normativo-culturale che ha condotto alla definizione di

prescrizioni elaborate per il consolidamento degli edifici in zona sismica che possono però

essere utilmente estese agli interventi di restauro strutturale sugli edifici storici in generale.

Il concetto di miglioramento ha dato forma giuridico-normativa e quindi operatività

effettiva alla ricerca e alla sperimentazione di nuove tecniche e materiali compatibili e

soprattutto reversibili, da utilizzare nel caso di interventi strutturali, accanto a quelli

mutuati dalla tradizione premoderna, da utilizzarsi quando possibile.

La difficoltà di acquisire tali orientamenti nella pratica progettuale corrente è del resto

direttamente derivata dalla sensibilità “storica” della cultura italiana del restauro per il

mantenimento dell’aspetto dell’opera, alla quale ha fatto da pendant fino alla Carta del 72,

come abbiamo visto, la ammissibilità di interventi strutturali anche distruttivi e poco

rispettosi della preesistenza ma accettati in virtù della loro “invisibilità”. Ammissibilità

iv

derivata dagli assunti dalla Carta di Atene del 1931 e soprattutto dalla distinzione

brandiana tra “aspetto” e “struttura” della materia oggetto del restauro che ha come

corollario la “preminenza" dell’aspetto sulla struttura” nel caso di interventi che li pongano

v

in conflitto.

Da tali premesse appare evidente l’utilità dell’introduzione del criterio della reversibilità,

anche solo come concetto-limite, come si accennava, tra gli obiettivi metodologici degli

interventi di restauro.

Il concetto di miglioramento, infatti, per i margini di reversibilità che consente può

rappresentare anch’esso un concetto-limite al quale tendere con l’obbiettivo della ricerca di

compatibilità tra soluzioni strutturali e salvaguardia non solo dell’”aspetto” ma anche della

“struttura” dei manufatti architettonici come, in effetti dimostra oltre che il consenso della

comunità scientifica anche la priorità attribuita alle esigenze della conservazione, da

anteporre a quelle della sicurezza, presente nelle prescrizioni che, anche soltanto al livello

vi

di definizione, è rintracciabile nella normativa di settore.

Esempi

Si presentano qui di seguito, sinteticamente, due interventi realizzati – il consolidamento

delle murature absidali della chiesa di S. Prisca e gli interventi di conservazione eseguiti

sulla facciata della chiesa di S. Maria in Porta Paradisi a Roma . In essi l’obbiettivo della

reversibilità è stato assunto come linea di tendenza verso la quale orientare le scelte

metodologiche di volta in volta seguite per la risoluzione dei problemi.

Il consolidamento delle murature absidali della chiesa di S.Prisca

L’area absidale della chiesa mostrava dissesti strutturali che interessavano anche le

cappelle laterali, con lesioni di una certa entità che concorrevano alla formazione di un

quadro fessurativo diffuso sulla facciata posteriore della chiesa. (figg.1-2)

Lo stato di dissesto sembrava essere con tutta probabilità provocato da un crollo avvenuto

nel 1853, nella parte terminale dell’edificio, crollo a suo tempo risanato che ha comunque

bloccato i fenomeni di dissesto più gravi, dal momento che dai documenti non risultano

ulteriori interventi di carattere strutturale effettuati su questa parte dell’edificio, dopo il

1853.

Le riprese delle lesioni allora manifestatesi nelle murature terminali delle navatelle e

dell’abside e in quelle soprastanti l’abside stessa, così come la costruzione di grosse fodere

sulle murature sconnesse, tuttavia, se furono misure efficaci a contrastare fenomeni

macroscopici di dissesto, non riuscirono comunque a prevenire il progressivo movimento

che interessava le murature terminali della chiesa, evidentemente non riscontrato con

certezza all’epoca, e dovuto probabilmente anche alla presenza di un sottostante edificio

romano (mitreo) sulla volta del quale le strutture in elevato della zona absidale, nella parte

centrale, poggiano in falso.

Dalle verifiche diagnostiche e dall’osservazione in situ, si è evidenziato, che il quadro

fessurativo era ancora in gran parte coincidente con quanto riportato dai documenti tecnici

di metà Ottocento ed in particolare indicava una situazione di generale allentamento delle

murature dai muri longitudinali delle navate e dell’abside nonostante il buono stato di

conservazione dei materiali componenti le murature stesse (malte ed elementi lapidei)

testimoniato dalla presenza di modeste discontinuità nella tessitura muraria e da una

discreta omogeneità dei materiali, buono stato verificato dalla campagna di indagini

endoscopiche eseguite sulle murature stesse preliminarmente all’intervento.

Le lesioni con andamento verticale che interessavano le murature absidali e i muri laterali

sono state così ricondotte in parte a “deformazioni disuniformi delle strutture di base facenti

parte del sottostante mitreo, le cui piccolissime rotazioni alla base avrebbero provocato

marcate discontinuità alla quota della sommità dell’abside e, in parte, probabilmente al

danno provocato da sollecitazioni pregresse tra le quali si può annoverare certamente quella

riferibile al 1853 così come non è da escludere, tra le ragioni del dissesto, la costruzione e

la successiva demolizione delle volte in muratura sull’intera chiesa.

vii

L’intervento eseguito si è giovato innanzi tutto dell’incrocio dei dati provenienti dalle

verifiche diagnostiche effettuate in situ con la ricostruzione della storia dei danni e dei

successivi interventi eseguiti sull’edificio alla metà del secolo scorso ed è stato un

intervento squisitamente preventivo, finalizzato oltre che alla conoscenza e al controllo

dello stato di dissesto delle murature dell’abside al miglioramento del loro assetto

strutturale.

Si è pertanto predisposta la realizzazione di pochi collegamenti metallici in grado di

assorbire sia “la tendenza all’apertura delle murature sia la spinta radiale determinata dalla

semicupola di copertura dell’abside” (figg. 3-4 ) mediante l’inserimento a secco di alcune

catene all’interno delle murature laterali per migliorare la connessione tra le murature

longitudinali e quelle terminali mentre per l’abside si è optato per un intervento di

cerchiatura esterna attuato con un elemento piatto, ancorato alle estremità con ancoraggi

passivi, messo in tensione mediante elementi di connessione intermedi completamente

reversibile come le catene in acciaio interne alla muratura.

Interventi di conservazione eseguiti sulla facciata della chiesa di S. Maria in Porta

Paradisi

Il caso preso in esame è relativo ad un intervento di conservazione eseguito su un

paramento murario “non finito” in mattoni e travertino sul quale sono stati ritrovati

trattamenti di finitura e di cromie risalenti con ogni probabilità alla metà del XVII secolo.

La cifra fondamentale di questo intervento, è stata la scelta del livello di approfondimento

della pulitura delle superfici, calibrato accuratamente, sia per mantenere lo strato di patina

naturale dei materiali sia le tracce di manutenzioni pregresse ormai storicizzate, evitando

la totale distruzione del palinsesto superstite, in ossequio all’istanza storica, sia, infine, per

l’inopportunità di proporre una modificazione assertiva e rilevante della facciata nel

contesto urbano. In tal senso in questo intervento ben si delinea il problema di definire o

meno reversibile una pulitura calibrata (che rispetti cioè alcuni strati) posto che i protettivi

utilizzati nella fase finale sono stati leggeri scialbi inorganici a base di acqua di calce e

pigmenti che hanno modificato le superfici solo nella misura in cui hanno riaffermato

l’espressività dei materiali costruttivi. (fig.6)

Accanto a questi aspetti più specificamente tecnico - metodologici, si è trattato quindi di

un caso in cui il momento della conservazione si è identificato con la conoscenza delle

trasformazioni storiche delle superfici, testimoniate dai segni di modificazioni tangibili in

grado di rivelare forme architettoniche altrimenti astratte e astoriche come spesso sono

quelle giunte all’attualità. Indispensabili sotto questo profilo sono stati i saggi stratigrafici,

necessari a documentare le trasformazioni cromatiche della originaria facciata del

Sangallo, che avevano modificato la corretta lettura architettonica e la sua immagine nella

storia del contesto urbano.

Le indagini stratigrafiche effettuate nel corso dell’intervento hanno infatti consentito

l’accertamento di differenti fasi di trasformazione della facciata dimostrate da diverse

tracce di finitura ancora presenti sulle superfici, quella seicentesca a finto travertino poi

rimossa e quella più recente a color mattone erroneamente estesa, da interventi non

appropriati, a tutti gli elementi morfologici della facciata compreso il travertino

improvvidamente scialbato anch’esso a color mattone.(Fig.7-8)

L’intervento sulle superfici si è dunque limitato a semplici operazioni di pulitura dei

materiali finalizzata al mantenimento della loro immagine storicizzata evitando la

rimozione sia delle tracce di scialbo chiaro probabile “finto travertino” (fig.9), presenti

sulle cortine laterizie appartenenti all’intervento 600 esco, sia di quelle più profonde di

scialbo color ocra scura presenti sulla superficie porosa del travertino, residui, come si è

detto, di manutenzioni storiche sintatticamente errate.

Sia il travertino che le cortine laterizie della facciata della chiesa sono stati puliti con acqua

nebulizzata e successiva spazzolatura a mano dei laterizi più degradati; microsabbiatura

con idrossido di alluminio integrata da impacchi di sali di ammonio e sistema yos sono

stati i metodi utilizzati solo per la rimozione delle più tenaci croste nere annidate nel

cornicione sui travertini e sulle cortine.

Raggiunto un livello di pulitura ritenuto adeguato ai criteri suddetti è stato individuato un

trattamento di finitura appropriato sia sotto il profilo della conservazione della materia, sia

- dal punto di vista più propriamente “visibilista”- dell’immagine rilasciata dalla facciata

restaurata.

Escludendo il ricorso ad inopportuni quanto antistorici ripristini di rapporti sintattici ormai

perduti, si è ritenuto di valorizzare semplicemente l’identità dei materiali: sulle cortine è

stata applicata una leggera scialbatura a base di latte di calce, pigmenti e polvere di

laterizio, al fine di omogeneizzarne le differenze cromatiche senza peraltro alterarne

l’immagine, ormai storicizzata, di paramento “a vista”.(Fig.10)

Analogamente la protezione delle superfici di travertino è stata eseguita mediante una

viii

scialbatura leggera a base di latte di calce e polvere di travertino.

In conclusione, anche dall’analisi dei casi suddetti, sembrerebbe di poter affermare che il

criterio della reversibilità possa essere, e già lo è in molti casi, più proficuamente utilizzato

come criterio di orientamento nella conduzione degli interventi piuttosto che come criterio

la cui rigida osservanza possa o meno garantire il buon esito degli interventi.

Da quanto esposto sembrerebbe anche emergere - nel campo delle strutture - la maggiore

elasticità e reversibilità delle provvidenze statiche, data dalla loro qualità di non

integrazione con la preesistenza, rispetto alla integrazione inevitabile tra i prodotti e le

tecniche di restauro e la materia storicizzata, nel caso degli interventi sulle superfici.


PAGINE

9

PESO

74.61 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Il criterio della reversibilità è applicabile al restauro? Quale può essere il significato che il termine “reversibilità” assume nel campo disciplinare del restauro? E, ancora, il criterio della reversibilità deve necessariamente caratterizzare ogni intervento sul patrimonio storico? Poiché, come vedremo, il termine nella sua accezione scientifica, applicato al restauro non sempre risulta adeguato, esso rischia di rimanere una pura astrazione teorica priva di efficacia. Pertanto, data la sua definizione scientifica più rigorosa - “si dice reversibile un processo ciclico in cui sia il sistema che l’ambiente circostante ritornano nello stato di equilibrio preesistente all’inizio del processo” – esso può ancora utilmente essere recuperato in un’accezione “relativa”, meno stringente ma più flessibile, ed ancora può esso assumere significati diversi, a seconda degli ambiti di intervento?


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di DIREZIONE E ATTUALITÀ DEL PROGETTO DI RESTAURO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Seconda Università di Napoli SUN - Unina2 o del prof David Paola Raffaella.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Direzione e attualità del progetto di restauro

Interventi Santa Prisca
Dispensa
Analisi del Degrado - Fenomeni di degrado
Dispensa
Sistema edilizio -  Approccio esigenziale-prestazionale
Dispensa
Analisi del Degrado - Diagnostica: rilievo macroscopico
Dispensa