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Responsabilità ambientale - C.Giust. UE C-378/08 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto dell'Ambiente, tenute dal Prof. Stefano Grassi nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza emessa a seguito del procedimento C-378/08 dalla Corte di Giustizia europea in tema di responsabilità ambientale.... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Ambiente docente Prof. S. Grassi

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ESTRATTO DOCUMENTO

32 Peraltro, il giudice che non decide in ultima istanza dev’essere libero, segnatamente se esso ritiene che la valutazione in diritto formulata dall’istanza superiore possa

condurlo ad emettere un giudizio contrario al diritto dell’Unione, di sottoporre alla Corte le questioni con cui deve confrontarsi (v., in tal senso, sentenza 16 gennaio

1974, causa 166/73, Rheinmühlen­Düsseldorf, Racc. pag. 33, punto 4).

33 In considerazione delle precedenti osservazioni, il presente rinvio pregiudiziale è ricevibile e, di conseguenza, occorre esaminare le varie questioni proposte dal Tribunale

amministrativo regionale della Sicilia.

Sulle prime tre questioni

34 Con le sue prime tre questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se il principio «chi inquina paga», quale sancito

dall’art. 174, n. 2, primo comma, CE, e le disposizioni della direttiva 2004/35, che mira a dare attuazione a questo principio nell’ambito della responsabilità ambientale,

ostino a una normativa nazionale che consente all’autorità competente di imporre ad alcuni operatori, a causa della vicinanza dei loro impianti ad una zona inquinata,

misure di riparazione dei danni ambientali, senza avere preventivamente indagato sugli eventi all’origine dell’inquinamento, né avere accertato il nesso di causalità tra

detti danni e i citati operatori né il dolo o la colpa di questi ultimi.

35 Alla luce delle circostanze delle cause principali, quali illustrate dal giudice del rinvio, e dell’esame che ne hanno svolto i governi italiano, ellenico ed olandese nonché la

Commissione delle Comunità europee, occorre determinare i presupposti di applicabilità ratione temporis della direttiva 2004/35 in circostanze del genere, prima di

risolvere le questioni proposte.

Sull’applicabilità ratione temporis della direttiva 2004/35

– Osservazioni presentate alla Corte

36 I governi italiano e olandese nonché la Commissione dubitano che la direttiva 2004/35 possa applicarsi ratione temporis ai fatti delle cause principali, in quanto il danno

ambientale sarebbe anteriore al 30 aprile 2007 e/o esso deriverebbe comunque da attività precedenti, che sarebbero state ultimate prima di tale data. La

Commissione fa capire, però, che questa direttiva potrebbe applicarsi limitatamente ai danni successivi al 30 aprile 2007 derivanti dall’attività presente degli operatori

coinvolti. Tuttavia, essa non potrebbe applicarsi a un inquinamento anteriore a questa stessa data, causato da operatori diversi da quelli attualmente in attività nella

Rada di Augusta, ai quali si vorrebbe addossare detto inquinamento.

37 Il governo ellenico ritiene viceversa che la direttiva 2004/35 sia applicabile ai fatti delle cause principali. Infatti, basandosi su una lettura a contrario dell’art. 17, secondo

trattino, di questa direttiva, esso ritiene che quest’ultima si applichi anche qualora l’attività all’origine del danno sia iniziata prima del 30 aprile 2007, purché la stessa

non sia terminata prima di tale data e prosegua dopo il 30 aprile 2007.

– Risposta della Corte

38 Come si evince dal trentesimo ‘considerando’ della direttiva 2004/35, il legislatore dell’Unione ha ritenuto che la normativa relativa al regime di responsabilità ambientale

istituito da questa direttiva «non si dovrebbe applicare al danno cagionato prima dello scadere del termine per la sua attuazione», ossia prima del 30 aprile 2007.

39 Detto legislatore ha indicato espressamente, nell’art. 17 della direttiva 2004/35, le ipotesi in cui quest’ultima non si applica. Dal momento che le ipotesi che non rientrano

nella sfera di applicazione ratione temporis di questa direttiva sono state così definite in modo negativo, occorre dedurne che qualsiasi altra ipotesi è soggetta, in linea

di principio, dal punto di vista cronologico, al regime di responsabilità ambientale istituito da detta direttiva.

40 Dall’art. 17, primo e secondo trattino, della direttiva 2004/35 si ricava che quest’ultima non si applica ai danni causati da un’emissione, un evento o un incidente

verificatosi prima del 30 aprile 2007 né a quelli causati dopo tale data, se derivanti da una specifica attività posta in essere e terminata prima di detta data.

41 Occorre dedurne che questa direttiva si applica ai danni causati da un’emissione, un evento o un incidente avvenuti dopo il 30 aprile 2007 quando questi danni derivano o

da attività svolte successivamente a tale data, o da attività svolte anteriormente a tale data, ma non ultimate prima della scadenza della medesima.

42 In forza dell’art. 267 TFUE, basato sulla netta separazione di funzioni tra i giudici nazionali e la Corte, questa può pronunciarsi unicamente sull’interpretazione o sulla

validità di un testo normativo dell’Unione sulla base dei fatti indicati dal giudice nazionale. Ne consegue che non spetta alla Corte, nell’ambito di un procedimento ai

sensi dell’articolo citato, ma al giudice nazionale l’applicazione ad atti o fatti di carattere nazionale delle norme del diritto dell’Unione di cui la Corte abbia fornito

l’interpretazione (v. sentenza 11 settembre 2008, causa C­279/06, CEPSA, Racc. pag. I­6681, punto 28).

43 Spetta pertanto al giudice del rinvio verificare, in base ai fatti che esso solo è in grado di valutare, se, nelle cause principali, i danni oggetto delle misure di riparazione

ambientale decise dalle autorità nazionali competenti rientrino in una delle ipotesi elencate nel punto 41 della presente sentenza.

44 Qualora detto giudice dovesse giungere alla conclusione che la direttiva 2004/35 non è applicabile nella causa di cui è investito, un’ipotesi del genere dovrà essere allora

disciplinata dall’ordinamento nazionale, nel rispetto delle norme del Trattato e fatti salvi altri eventuali atti di diritto derivato.

45 A questo proposito, l’art. 174 CE ricorda che la politica della Comunità in materia ambientale mira a un livello elevato di protezione e si basa, segnatamente, sul principio

«chi inquina paga». Questa disposizione si limita pertanto a definire gli obiettivi generali della Comunità in materia ambientale, mentre l’art. 175 CE affida il compito di

decidere le azioni da avviare al Consiglio dell’Unione europea, eventualmente applicando la procedura di codecisione con il Parlamento europeo (v., in tal senso,

sentenza 14 luglio 1994, causa C­379/92, Peralta, Racc. pag. I­3453, punti 57 e 58).

46 Come giustamente sottolineato dal governo olandese, dal momento che l’art. 174 CE, che contiene il principio «chi inquina paga», è rivolto all’azione della Comunità,

questa disposizione non può essere invocata in quanto tale dai privati al fine di escludere l’applicazione di una normativa nazionale, quale quella oggetto delle cause

principali, emanata in una materia rientrante nella politica ambientale, quando non sia applicabile nessuna normativa comunitaria adottata in base all’art. 175 CE, che

disciplini specificamente l’ipotesi di cui trattasi.

47 Se e in quanto il giudice del rinvio giunga alla conclusione che la direttiva 2004/35 è applicabile ratione temporis nelle cause principali, occorre affrontare le questioni

pregiudiziali nel modo seguente.

Sul regime di responsabilità ambientale previsto dalla direttiva 2004/35

– Osservazioni presentate alla Corte

48 I governi italiano ed ellenico ritengono che, a norma dell’art. 3, n. 1, lett. a), della direttiva 2004/35, quando si tratta di attività di cui all’allegato III di quest’ultima, sussista

una presunzione che gli operatori siano responsabili dell’inquinamento accertato, senza che occorra dimostrare una loro responsabilità per fatto illecito o un nesso di

causalità tra le loro rispettive attività e i danni provocati all’ambiente.

49 Secondo il governo ellenico, solo quando le attività degli operatori non rientrino fra quelle di cui all’allegato III alla direttiva 2004/35 l’autorità competente, al fine di imporre

a questi ultimi misure di responsabilità ambientale ai sensi di questa direttiva, deve dimostrare, conformemente all’art. 3, n. 1, lett. b), di quest’ultima, che detti

operatori siano responsabili per comportamento doloso o colposo. A questa autorità non incomberebbe nemmeno l’onere di provare il grado di coinvolgimento di

questi ultimi, poiché l’art. 8, n. 3, di detta direttiva enuncerebbe che l’onere della prova di un nesso di causalità tra il danno e l’effettivo inquinatore graverebbe in realtà

sull’operatore, che non voglia essere obbligato a sostenere i costi riguardanti danni dei quali egli sia in grado di dimostrare che siano conseguenze dell’opera di un

terzo. Pertanto, la facoltà per le imprese interessate di promuovere, eventualmente tra di esse, azioni di regresso basate sulle norme nazionali in materia di

responsabilità potrebbe fornire soluzioni pragmatiche.

50 Il governo italiano sottolinea che comunque, nelle cause principali, il nesso di causalità sussisterebbe in re ipsa, senza che occorra condurre un’indagine per accertarlo, in

quanto le imprese interessate si sarebbero autodenunciate e sussisterebbe una coincidenza evidente tra le sostanze da loro prodotte e i materiali inquinanti ritrovati.

Inoltre, l’art. 16, n. 1, della direttiva 2004/35 consentirebbe agli Stati membri di emanare norme più rigorose di quelle contenute in questa direttiva.

51 La Commissione ritiene che la direttiva 2004/35 non si applichi quando non sia possibile identificare con precisione l’operatore la cui attività abbia provocato i danni

ambientali. Tuttavia, basandosi sull’art. 16, n. 1, di questa direttiva, essa è del parere che quest’ultima non osti all’applicazione di un regime più rigoroso, quale quello

oggetto delle cause principali, per quanto concerne la facoltà degli Stati membri di individuare sia altre attività da assoggettare alle prescrizioni di detta direttiva, sia

altri responsabili poiché, comunque, un regime siffatto tenderebbe a rafforzare gli obblighi stabiliti dalla citata direttiva.

– Risposta della Corte

52 Come afferma il tredicesimo ‘considerando’ della direttiva 2004/35, a non tutte le forme di danno ambientale può essere posto rimedio attraverso la responsabilità civile e,

affinché quest’ultima sia efficace, è necessario in particolare accertare nessi causali tra uno o più inquinatori individuabili e danni ambientali concreti e quantificabili.

53 Come si evince dagli artt. 4, n. 5, e 11, n. 2, della direttiva 2004/35, così come l’accertamento di un siffatto nesso causale è necessario da parte dell’autorità competente

al fine di imporre misure di riparazione ad eventuali operatori, a prescindere dal tipo di inquinamento in questione, quest’obbligo è parimenti un presupposto per

l’applicabilità di detta direttiva per quanto concerne forme di inquinamento a carattere diffuso ed esteso.

54 Un nesso di causalità del genere può essere agevolmente dimostrato quando l’autorità competente si trovi in presenza di un inquinamento circoscritto nello spazio e nel

tempo, che sia opera di un numero limitato di operatori. Viceversa, non è questo il caso nell’ipotesi di fenomeni di inquinamento a carattere diffuso, per cui il legislatore

dell’Unione ha giudicato che, in presenza di un inquinamento del genere, un regime di responsabilità civile non costituisce uno strumento idoneo quando detto nesso

di causalità non possa essere accertato. Di conseguenza, ai sensi dell’art. 4, n. 5, della direttiva 2004/35, quest’ultima si applica a questo tipo di inquinamento solo

quando sia possibile accertare un nesso di causalità tra i danni e le attività dei diversi operatori.

55 A questo proposito, è giocoforza rilevare che la direttiva 2004/35 non definisce la modalità di accertamento di un siffatto nesso di causalità. Ebbene, nella cornice della

competenza condivisa tra l’Unione e i suoi Stati membri in materia ambientale, quando un elemento necessario all’attuazione di una direttiva adottata in base

all’art. 175 CE non sia stato definito nell’ambito di quest’ultima, una siffatta definizione rientra nella competenza di questi Stati e, a tale proposito, essi dispongono di

un ampio potere discrezionale, nel rispetto delle norme del Trattato, al fine di prevedere discipline nazionali che configurino o concretizzino il principio «chi inquina

paga» (v., in tal senso, sentenza 16 luglio 2009, causa C­254/08, Futura Immobiliare e a., non ancora pubblicata nella Raccolta, punti 48, 52 e 55).

56 Da questo punto di vista, la normativa di uno Stato membro può prevedere che l’autorità competente abbia facoltà di imporre misure di riparazione del danno ambientale

presumendo l’esistenza di un nesso di causalità tra l’inquinamento accertato e le attività del singolo o dei diversi operatori, e ciò in base alla vicinanza degli impianti di

questi ultimi con il menzionato inquinamento.

57 Tuttavia, dato che, conformemente al principio «chi inquina paga», l’obbligo di riparazione incombe agli operatori solo in misura corrispondente al loro contributo al

verificarsi dell’inquinamento o al rischio di inquinamento (v., per analogia, sentenza 24 giugno 2008, causa C­188/07, Commune de Mesquer, Racc. pag. I­4501, punto

77), per poter presumere secondo tali modalità l’esistenza di un siffatto nesso di causalità l’autorità competente deve disporre di indizi plausibili in grado di dar

fondamento alla sua presunzione, quali la vicinanza dell’impianto dell’operatore all’inquinamento accertato e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i

componenti impiegati da detto operatore nell’esercizio della sua attività.

58 Quando disponga di indizi di tal genere, l’autorità competente è allora in condizione di dimostrare un nesso di causalità tra le attività degli operatori e l’inquinamento

diffuso rilevato. Conformemente all’art. 4, n. 5, della direttiva 2004/35, un’ipotesi del genere può rientrare pertanto nella sfera d’applicazione di questa direttiva, a meno

che detti operatori non siano in condizione di confutare tale presunzione.

59 Da ciò deriva che, qualora il giudice del rinvio ritenga che l’inquinamento in questione nelle cause principali presenti un carattere diffuso e che non possa essere

dimostrato un nesso di causalità, un’ipotesi del genere potrà rientrare non nella sfera d’applicazione ratione materiae della direttiva 2004/35, bensì in quella

dell’ordinamento nazionale, alle condizioni precisate nel punto 44 della presente sentenza.

60 Viceversa, per l’ipotesi in cui il giudice del rinvio giunga alla conclusione che detta direttiva è applicabile al caso di cui è investito, occorre ancora svolgere le seguenti

considerazioni.

61 Dall’art. 3, n. 1, lett. b), della direttiva 2004/35 si ricava che, quando un danno è stato arrecato alle specie e agli habitat naturali protetti da una attività professionale non

elencata nell’allegato III a questa direttiva, la medesima può applicarsi a condizione che sia accertato il comportamento doloso o colposo in capo all’operatore.

Viceversa, una siffatta condizione non vale quando da un’attività professionale elencata nel detto allegato sia stato causato un danno ambientale ossia, ai sensi

dell’art. 2, n. 1, lett. a)­c), di detta direttiva, un danno arrecato alle specie e agli habitat naturali protetti, nonché alle acque e al terreno.

62 Fatto salvo l’esito degli accertamenti in fatto che spetta al giudice del rinvio compiere, quando un danno sia stato causato all’ambiente da operatori attivi nei settori

dell’energia e della chimica, ai sensi dei punti 2.1 e 2.4 della direttiva 96/61, attività comprese a tale titolo nell’allegato III alla direttiva 2004/35, a questi operatori

possono essere pertanto imposte misure preventive o di riparazione, senza che l’autorità competente sia tenuta a dimostrare l’esistenza di un comportamento doloso

o colposo in capo a loro.

63 Infatti, nel caso di attività professionali comprese nell’allegato III alla direttiva 2004/35, la responsabilità ambientale degli operatori attivi in questi ambiti è loro imputata in

via oggettiva.

64 Tuttavia, come giustamente sottolineato dai ricorrenti nelle cause principali, dal combinato disposto dell’art. 11, n. 2, della direttiva 2004/35 e del tredicesimo

‘considerando’ di quest’ultima discende che, al fine di imporre misure di riparazione, l’autorità competente è tenuta ad accertare, in osservanza delle norme nazionali

in materia di prova, quale operatore abbia provocato il danno ambientale. Ne discende che, a tal fine, detta autorità deve ricercare preventivamente l’origine

dell’inquinamento constatato e, come rilevato nel punto 53 della presente sentenza, essa non può imporre misure di riparazione senza previamente dimostrare

l’esistenza di un nesso di causalità tra i danni rilevati e l’attività dell’operatore che ritiene responsabile dei medesimi.

65 Occorre pertanto interpretare gli artt. 3, n. 1, 4, n. 5, e 11, n. 2, della direttiva 2004/35 nel senso che, quando decide di imporre misure di riparazione ad operatori le cui

attività siano elencate nell’allegato III a detta direttiva, l’autorità competente non è tenuta a dimostrare né un comportamento doloso o colposo, né un intento doloso in

capo agli operatori le cui attività siano ritenute all’origine del danno ambientale. Viceversa, spetta a questa autorità, da un lato, ricercare preventivamente l’origine

dell’accertato inquinamento, attività riguardo alla quale detta autorità dispone di un potere discrezionale in merito alle procedure e ai mezzi cui fare ricorso, nonché alla

durata di una ricerca siffatta. Dall’altro, questa autorità è tenuta a dimostrare, in osservanza delle norme nazionali in materia di prova, l’esistenza di un nesso di

causalità tra l’attività degli operatori cui sono dirette le misure di riparazione e l’inquinamento di cui trattasi.

66 I ricorrenti nelle cause principali asseriscono che l’inquinamento della Rada di Augusta sarebbe opera della società Montedison SpA nonché della marina civile e militare.

Di conseguenza, a loro parere l’autorità competente non potrebbe imputare loro misure di riparazione del tipo di quelle previste nel decreto n. 4378/2008.

67 A questo proposito occorre ricordare, da un lato, che, conformemente all’art. 11, n. 4, della direttiva 2004/35, gli operatori dispongono di rimedi giurisdizionali per

impugnare le misure di riparazione adottate in base a questa direttiva, nonché per negare l’esistenza di un qualsiasi nesso di causalità tra la loro attività e

l’inquinamento rilevato. Dall’altro, conformemente all’art. 8, n. 3, di questa direttiva, i medesimi operatori non sono tenuti a sostenere i costi delle misure di riparazione

quando sono in grado di dimostrare che i danni in questione sono opera di un terzo e si sono verificati nonostante l’esistenza di idonee misure di sicurezza, poiché

infatti il principio «chi inquina paga» non implica che gli operatori debbano farsi carico di oneri inerenti alla riparazione di un inquinamento al quale non abbiano

contribuito (v., per analogia, sentenza 29 aprile 1999, causa C­293/97, Standley e a., Racc. pag. I­2603, punto 51).

68 Occorre aggiungere parimenti che l’art. 16, n. 1, della direttiva 2004/35, al pari dell’art. 176 CE, prevede espressamente che la direttiva non osta al mantenimento o

all’adozione da parte degli Stati membri di misure più severe riguardanti la prevenzione e la riparazione dei danni ambientali. Questa disposizione afferma parimenti

che queste misure possono consistere, segnatamente, nell’individuazione, da un lato, di altre attività da assoggettare agli obblighi fissati dalla direttiva e, dall’altro, di

altri soggetti responsabili.

69 Ne consegue che uno Stato membro può decidere, in particolare, che gli operatori esercenti attività diverse da quelle previste nell’allegato III alla direttiva 2004/35

possono essere considerati responsabili in via oggettiva di danni ambientali, ossia, ai sensi dell’art. 2, n. 1, lett. a)­c), della citata direttiva, non solo di danni provocati

alle specie e agli habitat naturali protetti, ma anche di quelli arrecati alle acque e ai terreni.

70 In considerazione di quanto sin qui esposto, occorre rispondere alle prime tre questioni dichiarando che:

– quando, in un’ipotesi d’inquinamento ambientale, non sono soddisfatti i presupposti d’applicazione ratione temporis e/o ratione materiae della direttiva 2004/35,

un’ipotesi del genere dovrà essere allora disciplinata dal diritto nazionale, nel rispetto delle norme del Trattato e fatti salvi altri eventuali atti di diritto derivato;

– la direttiva 2004/35 non osta a una normativa nazionale che consente all’autorità competente, in sede di esecuzione della citata direttiva, di presumere

l’esistenza di un nesso di causalità, anche nell’ipotesi di inquinamento a carattere diffuso, tra determinati operatori e un inquinamento accertato, e ciò in

base alla vicinanza dei loro impianti alla zona inquinata. Tuttavia, conformemente al principio «chi inquina paga», per poter presumere secondo tale

modalità l’esistenza di un siffatto nesso di causalità detta autorità deve disporre di indizi plausibili in grado di dare fondamento alla sua presunzione, quali la

vicinanza dell’impianto dell’operatore all’inquinamento accertato e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i componenti impiegati da detto

operatore nell’esercizio della sua attività;

– gli artt. 3, n. 1, 4, n. 5, e 11, n. 2, della direttiva 2004/35 devono essere interpretati nel senso che, quando decide di imporre misure di riparazione del danno

ambientale ad operatori le cui attività siano elencate nell’allegato III a detta direttiva, l’autorità competente non è tenuta a dimostrare né un comportamento

doloso o colposo, né un intento doloso in capo agli operatori le cui attività siano considerate all’origine del danno ambientale. Viceversa spetta a questa

autorità, da un lato, ricercare preventivamente l’origine dell’accertato inquinamento, attività riguardo alla quale detta autorità dispone di un potere

discrezionale in merito alle procedure e ai mezzi da impiegare, nonché alla durata di una ricerca siffatta. Dall’altro, questa autorità è tenuta a dimostrare, in

base alle norme nazionali in materia di prova, l’esistenza di un nesso di causalità tra l’attività degli operatori cui sono dirette le misure di riparazione e

l’inquinamento di cui trattasi.

Sulla quarta questione

71 Con la sua quarta questione, il giudice del rinvio chiede alla Corte, in sostanza, se le direttive in materia di appalti pubblici, in particolare la direttiva 2004/18, ostino a una

normativa nazionale che consente all’autorità competente di affidare direttamente a un’impresa di diritto privato la realizzazione e la concezione di opere pubbliche

nonché di lavori di bonifica e di recupero di un sito inquinato.

72 Secondo costante giurisprudenza, la procedura ex art. 267 TFUE costituisce uno strumento di cooperazione tra la Corte e i giudici nazionali, per mezzo della quale la

prima fornisce ai secondi gli elementi d’interpretazione del diritto dell’Unione necessari per risolvere le controversie dinanzi ad essi pendenti (v., in particolare,

sentenze 16 luglio 1992, causa C­83/91, Meilicke, Racc. pag. I­4871, punto 22, e 16 ottobre 2008, causa C­313/07, Kirtruna e Vigano, Racc. pag. I­7907, punto 25).

73 Nell’ambito di questa cooperazione, spetta esclusivamente al giudice nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità

dell’emananda decisione giurisdizionale, valutare, alla luce delle particolari circostanze di ciascuna causa, sia la necessità di una sentenza pregiudiziale ai fini della

pronuncia della propria sentenza, sia la rilevanza delle questioni che esso sottopone alla Corte. Pertanto, una volta che le questioni poste riguardano l’interpretazione

di una norma del diritto dell’Unione, la Corte, in via di principio, è tenuta a statuire (sentenza 19 aprile 2007, causa C­295/05, Asemfo, Racc. pag. I­2999, punto 30 e

giurisprudenza ivi citata).

74 Tuttavia, quando non dispone degli elementi in fatto e in diritto necessari per rispondere utilmente alle questioni ad essa sottoposte, la Corte si astiene dal decidere su

una domanda proposta da un giudice nazionale (v., in tal senso, sentenza Commune de Mesquer, cit., punto 30).

75 Ebbene, a questo proposito, per quanto concerne la presente questione, risulta che il giudice del rinvio non ha precisato né il soggetto di diritto pubblico che ha assegnato

l’esecuzione dei lavori oggetto di detta questione, né l’importo dei medesimi, né l’atto in forza del quale detti lavori sono stati affidati alle due società indicate nella

medesima questione.

76 Infatti, il Tribunale amministrativo regionale della Sicilia fa riferimento unicamente a operazioni «di rilevante impatto ambientale e di elevatissimo valore economico» che

sarebbero state affidate in tal modo a dette società dall’autorità competente, senza che queste ultime abbiano dovuto affrontare la concorrenza di altre società di diritto

privato.

77 Inoltre, malgrado un quesito rivolto per iscritto dalla Corte al governo italiano nonché lo svolgimento dell’udienza dibattimentale, non è stato possibile chiarire le condizioni

in presenza delle quali i lavori in questione sarebbero stati affidati a dette società. La società Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo

sviluppo d’impresa) SpA ha sostenuto addirittura di essere stata assegnataria di mere attività di concezione e che l’autorità competente avrebbe rinunciato alla

realizzazione delle infrastrutture di cui alla quarta questione pregiudiziale.

78 Alla luce di ciò, la Corte non ritiene di essere sufficientemente edotta in merito alle circostanze in fatto della quarta questione formulata dal giudice del rinvio e, di

conseguenza, deve dichiararla irricevibile.

Sulle spese

79 Nei confronti delle parti nelle cause principali il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese.

Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:

Quando, in un’ipotesi d’inquinamento ambientale, non sono soddisfatti i presupposti d’applicazione ratione temporis e/o

ratione materiae della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 21 aprile 2004, 2004/35/CE, sulla responsabilità

ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale, un’ipotesi del genere dovrà essere allora disciplinata

dal diritto nazionale, nel rispetto delle norme del Trattato e fatti salvi altri eventuali atti di diritto derivato.

La direttiva 2004/35 non osta a una normativa nazionale che consente all’autorità competente, in sede di esecuzione della

citata direttiva, di presumere l’esistenza di un nesso di causalità, anche nell’ipotesi di inquinamento a carattere diffuso, tra

determinati operatori e un inquinamento accertato, e ciò in base alla vicinanza dei loro impianti alla zona inquinata. Tuttavia,

conformemente al principio «chi inquina paga», per poter presumere secondo tale modalità l’esistenza di un siffatto nesso di

causalità detta autorità deve disporre di indizi plausibili in grado di dare fondamento alla sua presunzione, quali la vicinanza

dell’impianto dell’operatore all’inquinamento accertato e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i componenti

impiegati da detto operatore nell’esercizio della sua attività.

Gli artt. 3, n. 1, 4, n. 5, e 11, n. 2, della direttiva 2004/35 devono essere interpretati nel senso che, quando decide di imporre

misure di riparazione del danno ambientale ad operatori le cui attività siano elencate nell’allegato III a detta direttiva, l’autorità

competente non è tenuta a dimostrare né un comportamento doloso o colposo, né un intento doloso in capo agli operatori le

cui attività siano considerate all’origine del danno ambientale. Viceversa spetta a questa autorità, da un lato, ricercare

preventivamente l’origine dell’accertato inquinamento, attività riguardo alla quale detta autorità dispone di un potere

discrezionale in merito alle procedure e ai mezzi da impiegare, nonché alla durata di una ricerca siffatta. Dall’altro, questa

autorità è tenuta a dimostrare, in base alle norme nazionali in materia di prova, l’esistenza di un nesso di causalità tra l’attività

degli operatori cui sono dirette le misure di riparazione e l’inquinamento di cui trattasi.

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto dell'Ambiente, tenute dal Prof. Stefano Grassi nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza emessa a seguito del procedimento C-378/08 dalla Corte di Giustizia europea in tema di responsabilità ambientale. In particolare si riflette su: principio chi inquina paga, direttiva 2004/35/CE, riparazione per danni anteriori alla normativa, dolo, colpa e nesso di causalità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Ambiente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Grassi Stefano.

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