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Regolarità elezioni - S.U. n. 6420/86 e 628/86 Appunti scolastici Premium

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta la massima e un commento alle sentenze n. 6420 e 628 emesse dalle Sezioni Unite della Corte... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it., 1987, I, 57

CORTE DI CASSAZIONE; sezioni unite civili; sentenza, 03-11-1986, n. 6420; Pres. Tamburrino,

Est. Colasurdo, P. M. Caristo (concl. conf.); Jachetta e altri (Avv. Morcavallo) c. Rigitano e altri

(Avv. Suranno, Mazzei). Regolamento di giurisdizione.

CORTE DI CASSAZIONE; sezioni unite civili; ordinanza, 03-11-1986, n. 628; Pres. Tamburrino,

Rel. Colasurdo, P. M. Caristo (concl. conf.); Jachetta e altri (Avv. Morcavallo) c. Rigitano e altri

(Avv. Suranno, Mazzei).

Le controversie relative alla regolarità delle operazioni elettorali per il rinnovo dei consigli

comunali, provinciali e regionali rientrano nella giurisdizione del giudice amministrativo.

omissis

* * *

MARIO CÀRISTO

Requisitoria del procuratore generale.

1. - Dedicherò una certa attenzione a questo ricorso, non per il suo contenuto, ma soltanto per la

necessità di motivare una richiesta particolare.

Quanto al ricorso, vi è poco da dire. Dopo l’elezione del consiglio comunale di Grimaldi, in

provincia di Cosenza, nel maggio 1985, alcuni elettori propongono domanda al T.A.R. della

Calabria contestando la regolarità delle operazioni elettorali e chiedendone l’annullamento. Gli

eletti di maggioranza si costituiscono in giudizio con l’assistenza dell’avv. Morcavallo, e

immediatamente propongono alla Corte di cassazione istanza per regolamento preventivo della

giurisdizione con motivazione sommaria, fingendo di ignorare che la giurisdizione per le operazioni

elettorali è indiscutibilmente attribuita dalla legge al giudice amministrativo, e che da molti anni le

questioni fondamentali sul riparto della giurisdizione nella materia elettorale sono state risolte dalla

Corte di cassazione con giurisprudenza costante. Gli elettori resistono e chiedono la condanna dei

ricorrenti al risarcimento dei danni per responsabilità processuale aggravata, a norma dell’art. 96

c.p.c. Dato corso, con iniziativa dei resistenti, alla integrazione del contraddittorio disposta dalla

corte nella udienza del 3 aprile 1986, il ricorso viene oggi all’esame delle sezioni unite per la

decisione.

Coerente con il proposito di non dedicare confutazioni argomentate alle istanze di regolamento

pretestuose e dilatorie (è già troppo che sia costretto a farlo l’estensore della sentenza!), mi limito a

preannunziare qui le conclusioni finali, che saranno di rigetto e di condanna al risarcimento dei

danni.

2. - E vado oltre: perché questo ricorso mi offre una occasione particolare per prendere posizione sul

problema dell’abuso del regolamento preventivo di giurisdizione e sulla ricerca di qualche possibile

rimedio nella sede giurisdizionale.

L’abuso è noto. Il codice di rito civile prescrive che quando è proposta istanza di regolamento

preventivo della giurisdizione il processo di merito deve essere sospeso fino alla decisione sulla

istanza medesima. Litiganti che hanno interesse a procrastinare la decisione della lite (e tali sono

anche gli eletti la cui elezione è contestata), per realizzare il fine dilatorio chiedono il regolamento

preventivo della giurisdizione con motivazione pretestuosa o addirittura senza motivazione. La

Corte di cassazione, che a causa del sovraccarico di lavoro (specialmente delle sezioni unite civili)

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non può fissare la trattazione delle istanze con la dovuta sollecitudine, emette la decisione con

ritardo, talvolta di alcuni anni. Il conseguimento dell’effetto dilatorio incoraggia poi la

presentazione di nuove istanze di regolamento. Così il cerchio si chiude: ed è evidente il nocumento

che ne deriva al corretto svolgimento dei processi.

La situazione è grave proprio nella materia elettorale, perché l’espediente dilatorio confligge

duramente con il meccanismo processuale che in tale materia la legge vuole improntato alla

massima celerità, tanto che dispone il dimezzamento dei termini. Per prestare ossequio a questo

disegno del legislatore, la prima presidenza dispone la trattazione immediata di questi ricorsi (ma di

questi soltanto, perché, come ho detto, non può farlo per tutti): tuttavia, vi sono tempi tecnici

ineludibili, per cui il ricorso non può essere portato all’esame delle sezioni unite prima che siano

trascorsi quattro o cinque mesi. Nemmeno questa sollecitudine sembra avere avuto effetti di rilievo,

perché i ricorsi pretestuosi continuano a essere proposti, ed anzi sembra che la fissazione sollecita

abbia sortito paradossalmente l’effetto di eccitare la fantasia dei difensori nella ricerca di nuovi

strumenti dilatori.

Questo problema è ben noto alla dottrina, che ha reagito anch’essa fermamente. Se si aprono le

riviste di giurisprudenza vi si rinvengono tante sentenze della Cassazione che si sono occupate di

questa deviazione dell’istituto, e tanti commenti duri della dottrina. Mi limiterò a leggere alcune

lapidarie considerazioni di Cipriani (noto studioso del regolamento di giurisdizione) in nota a due

sentenze della Corte di cassazione, la n. 3666 del 1979 e la n. 2647 del 1980. Nella prima nota (Foro

it., 1980, I, 1083) egli scrive: «forse, quando tutti i processi saranno sospesi per regolamento di

giurisdizione, qualcuno si deciderà a intervenire»; e nell’altra (id., 1980, I, 1285), dopo aver

ricordato che una proposta di legge di quello stesso anno (che poi non ebbe corso) prevedeva

l’esclusione del regolamento preventivo nella materia elettorale e la facoltatività (invece che

l’obbligatorietà) della sospensione del processo di merito, osserva che «all’uso distorto del

regolamento preventivo si deve la pratica vanificazione della tutela giurisdizionale in materia

elettorale». E del resto lo stesso avv. Morcavallo, nel controricorso Librandi (n. 1350/86 R.G.; n. 22

del ruolo di questa udienza), ci rende noto che molto spesso gli eletti contestati riescono con questo

espediente a mantenere l’incarico fino alle elezioni successive.

Il fenomeno – come dicevo – è preoccupante e crescente. Ne è prova proprio l’udienza odierna,

nella quale la corte deve occuparsi di 29 regolamenti, di cui 15 pretestuosi. Di questi 29

regolamenti, 16 vertono sulla materia elettorale; di essi, soltanto due o tre hanno meritato una

trattazione normale. Gli altri . . . ecco, gli altri io non li chiamerei nemmeno ricorsi: li chiamerei

«carta dattiloscritta», o addirittura «cartaccia».

La Corte di cassazione ha più volte stigmatizzato l’uso distorto del regolamento di giurisdizione. Ed

io oggi voglio proclamare ancora una volta, e con particolare fermezza, l’indignazione della corte e

della procura generale per questa continua e scorretta aggressione cartacea, che offende i magistrati

che devono subirla, e reca disdoro alla toga forense. Io confido che la sentenza che la corte

pronuncerà su questo ricorso rinnovi la deplorazione con parole ancora più ferme e sdegnate che per

il passato, auspichi il recupero di certi valori di deontologia forense, e segnali la gravità del

problema agli organi cui la Costituzione affida il potere di iniziativa per la formazione delle leggi.

3. - Ho detto che le reazioni della Cassazione si sono concretate in deplorazioni inserite nella

motivazione. La corte ha fatto di più. A partire dal 1982, avendo mutato la propria giurisprudenza

(prima negativa) sull’applicabilità dell’art. 96 c.p.c. nella fase incidentale del regolamento

preventivo, condanna al risarcimento dei danni i ricorrenti temerari quando i controricorrenti ne

fanno richiesta.

Ma queste reazioni si sono rivelate di scarsa efficacia, probabilmente perché esse non toccano i

difensori, che sono i veri ispiratori dell’abuso: infatti, un difensore che non abbia rèmore morali

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all’uso di sfacciati espedienti dilatori non si lascia impressionare dalle deplorazioni espresse nelle

sentenze, e la condanna al risarcimento dei danni colpisce la parte, non il suo difensore.

L’avv. Morcavallo, nel controricorso Librandi già citato, nota che la condanna al risarcimento dei

danni e la condanna alle spese e agli onorari, sono «picciol pena di infinitesimale esiguità,

immensamente inadeguata».

Conveniamo con lui. Ma il rilievo sospinge alla ricerca di qualche altra reazione prevedibilmente di

maggiore efficacia: e ciò è possibile, come mi accingo a dire.

4. - Nel 1973 la Corte di cassazione si trovò a dovere esaminare un pretestuoso regolamento

peventivo proposto da un soggetto che nel giro di due anni ne aveva proposti altri due, anch’essi

pretestuosi. La corte stigmatizzò l’espediente dilatorio, pose in risalto le ferme parole di

deplorazione del procuratore generale, ma poi concluse dicendo: «Non spetta a questo Supremo

collegio stabilire se e quali sanzioni sono configurabili per il comportamento del ricorrente».

La sentenza (n. 2908 del 1973) fu commentata (Foro it., 1973, I, 3265) da un illustre cattedratico di

diritto processuale, Virgilio Andrioli, il quale dichiarò di dissentire nettamente dalla posizione

agnostica assunta dalla corte, rilevando che «l’art. 88, 2° comma, c.p.c. fa obbligo al giudice di fare

rapporto alle autorità, che esercitano il potere disciplinare sui difensori (e cioè ai consigli degli

ordini forensi), in caso di mancanza dei difensori medesimi al dovere di comportarsi secondo lealtà

e probità». E commentò ulteriormente: «Nessun medico ordina agli avvocati iscritti nell’albo dei

patrocinanti avanti le supreme corti (si parva licet, alla guardia imperiale dell’immenso stuolo dei

professionisti forensi) di suggerire gherminelle di questo genere motu proprio e, ancor meno, di

assoggettarsi supinamente ai suggerimenti di parti, che intendono giovarsene. Giusto è che i

professionisti, che si pongono in siffatte condizioni, siano, quanto meno, assoggettati a

procedimento disciplinare; ma, per dar mano a questa necessaria opera di bonifica, i giudici non

possono tenere a vile l’obbligo del rapporto, imposto dal negletto 2° comma dell’art. 88. Non poche

volte, nell’anno che sta per chiudersi, le sezioni unite, investite di regolamenti di giurisdizione che

non hanno né capo né coda, si sono lasciate sfuggire l’occasione di richiamare in vigore questa

negletta disposizione».

Orbene, io ritengo che la Corte di cassazione non possa più sottrarsi alla doverosa osservanza

dell’art. 88, anche per una esigenza di coerenza con le deplorazioni ripetutamente enunciate nelle

sentenze. Perchè, mi si consenta di dire, ormai si può considerare poco serio, e contraddittorio, che

la corte continui a deplorare un abuso, e nello stesso tempo ometta di utilizzare un mezzo legale di

dissuasione: tanto più che soltanto questo appare probabilmente idoneo a scoraggiare i veri

responsabili della situazione, cioè i difensori.

Desidero qui sottolineare che parlo con la piena approvazione del procuratore generale, al quale,

considerata la gravità dell’iniziativa, ho previamente riferito per ottenere l’assenso.

5. - Ciò premesso, devo soggiungere che l’avv. Morcavallo si presenta come il più idoneo ad

assumere la posizione di inquisito per la prima volta. Mi spiace di dovere essere forse un po’ crudo

nell’indicare le ragioni di questo mio convincimento, ma io devo adempiere il dovere, non soltanto

di chiedere, ma anche di motivare.

La prima ragione è che l’espediente dilatorio è da lui utilizzato frequentemente. Nel giro degli

ultimi sei mesi l’avv. Morcavallo si è presentato almeno quattro volte alla corte per sostenere

regolamenti pretestuosi. Oltre a quella che stiamo esaminando, vi sono le istanze di regolamento cui

si riferiscono le sentenze n. 1564 e n. 1565 di quest’anno, e l’istanza n. 6752 del 1984, che è stata

decisa nell’udienza del 24 aprile scorso (ma la sentenza non è stata ancora depositata). Quest’ultimo

ricorso presenta particolarità delle quali parlerò tra poco.

La seconda ragione è che, se si esamina il fenomeno sotto l’aspetto del danno che esso reca al

corretto svolgimento dei processi e al funzionamento della Corte di cassazione, io devo dire che

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l’avv. Morcavallo si presenta come soggetto particolarmente pericoloso, sia sotto il profilo

obiettivo, sia sotto il profilo soggettivo.

Sotto il profilo obiettivo, perchè egli ha saputo abilmente escogitare un ulteriore strumento di

dilazione. Si tratta di questo. Egli non notifica il ricorso a tutti i soggetti cui la notificazione è

dovuta; si presenta poi in udienza e chiede l’integrazione del contraddittorio; si astiene però dal

darvi corso, nella speranza che se ne astenga anche il controricorrente, e che per conseguenza la

corte dichiari la inammissibilità del ricorso, così rendendo possibile la sua riproposizione.

In questa causa egli, non soltanto non ha notificato il ricorso al comune (cosa di per sé significativa,

non potendosi supporre che un avvocato espertissimo come lui ignori la necessità di tale

notificazione), ma si è astenuto dalla notificazione anche nei confronti di due dei dodici consiglieri

comunali da lui patrocinati nel giudizio di merito, sebbene il loro nome fosse stato, prima, inserito

nell’elenco dei ricorrenti in epigrafe al ricorso, e, poi, cancellato: ed è evidente che l’operazione di

cancellatura di per sé additava la necessità di realizzare la partecipazione al processo dei due

soggetti mediante la notificazione del ricorso anche a loro. Il non avere poi provveduto alla

integrazione del contraddittorio non altrimenti può spiegarsi che con l’intendimento di moltiplicare

l’effetto dilatorio con la presentazione di un secondo ricorso dopo la dichiarazione di

inammissibilità del primo: ma questo disegno è stato reso vano dalla diligenza dell’avversario.

Ancora più significativa e palese è la posizione assunta dall’avv. Morcavallo nel citato ricorso n.

6752/84, che è stato deciso nell’udienza del 24 aprile scorso. Anche allora egli aveva proposto il

regolamento preventivo nell’interesse di uno solo dei cinque fratelli da lui rappresentati nel giudizio

di merito, senza notificare il ricorso agli altri quattro. Il 31 ottobre 1985 la corte ordinò

l’integrazione del contraddittorio; egli non se ne curò; vi provvide invece l’avversario; egli si

presentò poi all’udienza del 24 aprile (erano passati intanto sei mesi!), e, deducendo cavillosamente

un inesistente vizio di notificazione, chiese che la corte dichiarasse inammissibile il ricorso. Il

presidente del collegio, sicuramente meno scaltro di lui, se ne meravigliò, e gli domandò come mai

egli si facesse a chiedere la declaratoria di inammissibilità del ricorso da lui stesso proposto. La

risposta sbalordì la corte: l’avv. Morcavallo, infatti, candidamente (si fa per dire!) dichiarò che si

accingeva a riproporre l’istanza di regolamento.

La pericolosità sotto l’aspetto soggettivo si desume da alcune cose che l’avv. Morcavallo va

scrivendo.

In questa udienza la corte dispone di due scritti provenienti dal professionista: il controricorso

Librandi già menzionato, e un documento che, per il fatto di contenere la confessione della mala

fede processuale dei ricorrenti, è stato esibito in questa causa dai controricorrenti a sostegno della

loro istanza di condanna al risarcimento dei danni per lite temeraria.

Nel sottoscrivere il controricorso Librandi l’avv. Morcavallo stava, per dir così, «dalla parte buona»:

egli infatti rappresentava gli elettori che resistevano all’istanza di regolamento dilatoria proposta

dagli eletti. E in tale posizione egli deplorò fortemente la pretestuosità dell’istanza, approvò che

finalmente la Cassazione avesse cominciato a condannare al risarcimento dei danni i ricorrenti

temerari, e chiese la loro condanna a tale risarcimento.

Il documento esibito dai controricorrenti in questa causa è un atto di appello al Consiglio di Stato,

proposto recentemente dall’avv. Morcavallo (ancora nella posizione «buona» di patrocinatore di

elettori di un altro comune calabrese, Bianchi) contro il provvedimento con il quale il T.A.R. della

Calabria, adìto con richiesta di annullamento delle operazioni elettorali, ha rigettato l’istanza di

sospensione della proclamazione degli eletti. In questo atto di appello l’avv. Morcavallo manifesta il

timore che la sua iniziativa giudiziaria possa essere paralizzata dagli avversari (cioè dai consiglieri

comunali da lui convenuti davanti al T.A.R.) con l’espediente del regolamento dilatorio; qualifica

questo come una «endemia»; sottolinea la necessità di un’opera di «prevenzione».

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta la massima e un commento alle sentenze n. 6420 e 628 emesse dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 1986.
Le controversie relative alla regolarità delle operazioni elettorali spettano al giudice amministrativo.
Inoltre si trova anche la decisione del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Cosenza relativo all'Avv. Morcavallo che aveva proposto regolamento di giurisdizione manifestamente infondato e non notificato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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