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che questo parallelismo deve essere svolto con cautela, perché i contesti

storici sono assai diversi.

La storia – soprattutto quella del capitalismo – ci insegna che quando il

potere contrattuale dei lavoratori aumenta, di solito ne risulta una

ridefinizione dei rapporti fra capitale e lavoro e, conseguentemente, degli

assetti organizzativi nella sfera della produzione. (Questo è successo anche

più di recente, negli anni Settanta e Ottanta.) Possiamo anzi dire che la forza

del sistema produttivo capitalistico è la sua capacità di accettare e assorbire

le spinte al cambiamento che vengono dal mondo del lavoro modificando le

forme del processo di accumulazione, senza modificarne in toto il rapporto

gerarchico. Il taylorismo è stato, da questo punto di vista, la risposta

all’aumento della conflittualità dell’operaio di mestiere e delle prime

organizzazioni sindacali. Fredrick Taylor ne era perfettamente cosciente, al

punto che nei saggi sull’organizzazione scientifica del lavoro, afferma che la

sua proposta di cambiamento dell'organizzazione del lavoro è in grado sia di

consentire alle imprese di poter reagire alle richieste degli operai di

mestiere sia di venire incontro alle esigenze di quest’ultimi. Nella realtà, gli

effetti sono stati molto diversi da quelli che lo stesso Taylor auspicava.

L’idea di Taylor, del taylorismo, era di sviluppare una produzione in linea,

al cui interno ogni lavorazione fosse strettamente dipendente da quella che

la precedeva e propedeutica rispetto a quella che la seguiva, in modo da

minimizzare i tempi di passaggio da una lavorazione all’altra. Ciò

comportava un processo di meccanizzazione e standardizzazione della

produzione, reso possibile dalle nuove tecnologie che si erano diffuse

all’inizio del secolo XX.

Tali tecnologie possono essere divise in due categorie: quelle relative alle

fonti energetiche e quelle relative ai materiali. Le prime sono rappresentate

dalla diffusione dell’elettricità, scoperta nella seconda metà del XIX secolo,

e dall’invenzione del motore a scoppio. Le seconde dalla scoperta di nuovi

materiali (dalle fibre artificiali, ai polimeri e materie plastiche), che

consentono di coniugare due proprietà fino allora inconciliabili: la

leggerezza e la resistenza (pensiamo al nailon, al rayon, all’alluminio, alle

stesse materie e derivati della plastica, ecc.). La combinazione di queste

innovazioni radicali e fondamentali è alla base di buona parte dei nuovi beni

durevoli che saranno al centro dello sviluppo economico del dopoguerra:

infatti, inserendo un motorino elettrico o a combustione in una scatola di

materiale leggero ma resistente alle sollecitazioni, a seconda dell’uso,

possiamo ottenere un mezzo di trasporto (automobile), un refrigeratore

(frigorifero), una centrifuga (lavatrice, lavastoviglie), ecc., ecc.. Insieme

all’industria dei beni durevoli, si sviluppa così anche l’industria dei

materiali, delle fibre, delle materie plastiche e della gomma, l’industria

chimica, a seconda dei cicli produttivi considerati. Se aggiungiamo

l’industria elettrica ed elettronica e i nuovi mezzi di comunicazione (radio,

riproduzione sonora, cinematografia, ecc.), abbiamo i settori che negli anni

7

del I dopoguerra sostituiranno come motore dello sviluppo economico i

settori del ferro, del carbone e il comparto tessile.

L’organizzazione artigianale della produzione viene sempre più sostituita

dall’automazione industriale che incrementa la produttività sulla base di

ritmi imposti dai macchinari e non dalla fatica umana. L’attività lavorativa

muta radicalmente. L’abilità e la professionalità dell’operaio di mestiere

vengono sempre più eliminate e sostituite dalla subalternità del lavoro

umano alle esigenze dell’automazione imposta dalla catena di montaggio,

con l’effetto di incrementare a dismisura l’intensità e lo sfruttamento del

lavoro. Si attua così il primato della macchina e dell'organizzazione della

macchina sulla prestazione umana di lavoro. Ne consegue che l’equilibrio

uomo-macchina dell’operaio di mestiere, che era alla base della qualità e

l'efficienza della produzione, viene distrutto e la produzione resa dipendente

da un processo meccanico in cui il lavoratore è totalmente passivo. Il film

"Tempi moderni" di Charlie Chaplin è forse l’esemplificazione più nota di

queste trasformazioni del lavoro. Si attua così un cambiamento strutturale

del lavoro che annulla totalmente la forza contrattuale degli operai di

mestiere e, difatti, non può sorprendere che tale ristrutturazione della

produzione abbia incontrato forti e radicali ostilità da parte del mondo del

lavoro.

Numerosi sono invece i vantaggi che la nuova organizzazione taylorista del

lavoro consente alle imprese. In primo luogo, si attua un fortissimo aumento

della produttività e della produzione in termini quantitativi. In secondo

luogo, come conseguenza, tendono a verificarsi rendimenti crescenti di

scala, ovvero si hanno forti economie di scala: con il termine “economie di

scala” si intende lo sviluppo di una crescita cumulativa che si autoalimenta

in un circolo virtuoso, dato che più aumenta la quantità prodotta, più i costi

diminuiscono. La ragione di ciò sta nel fatto che i costi di produzione sono

suddivisi in due componenti: i costi fissi, ovvero, i costi d'impianto, di

magazzino, ecc., da un lato, e costi variabili, ovvero quelli che variano al

variare delle quantità prodotte, dall’altro. Se aumenta la produzione, i costi

variabili tendono a crescere più che proporzionalmente rispetto ai costi fissi.

Ne consegue una variazione nella composizione dei costi complessivi che

comporta una minor incidenza dei costi fissi e quindi la riduzione del costo

unitario per prodotto. Tutto questo implica un aumento dei profitti per unità

di prodotto e, conseguentemente, la convenienza ad aumentare la

produzione e quindi la dimensione degli impianti, con l’effetto di favorire la

concentrazione produttiva in imprese di grandi e grandissime dimensioni. Se

nella produzione artigianale la profittabilità dell’impresa era maggiormente

dipendente dalla qualità della produzione, e tale qualità era assicurata dalle

ridotte dimensione degli impianti produttivi, con il taylorismo si ha invece

l’opposto, ovvero si arriva al primato della grande impresa su quella piccola.

La dimensione crescente delle imprese richiede forme di organizzazione più

complesse, migliori strutture finanziarie e proprietarie e non è un caso che il

8

diffondersi massiccio delle Società per Azioni, lo sviluppo dei mercati

finanziari e la nascita delle imprese multinazionali tenda a coincidere

storicamente con la diffusione delle pratiche tayloriste. Con l’avvento del

taylorismo, quindi, ha inizio la prima fase del processo di finanziarizzazione

dell’economia. Un processo di finanziarizzazione che non può essere

paragonato a quello di oggi, ma che all’epoca segna la nascita e il decollo

dei mercati finanziari.

3.1. Il conflitto nel taylorismo

La nuova organizzazione del lavoro indotta dal taylorismo presenta aspetti

contraddittori, che non verranno mai risolti e saranno all’origine della

conflittualità operaia di fine anni Sessanta e Settanta.

In primo luogo occorre ricordare che l’automazione produttiva non può fare

a meno della forza-lavoro. Anzi, l’aumento delle dimensioni medie degli

impianti comporterà la necessità di assumere gruppi sempre più numerosi di

operai generici, addetti alle catene di montaggio. Con la crescita della

produzione cresce quindi anche il numero di occupati. Il legame tra crescita

della produzione e crescita dell’occupazione sarà infatti una costante

dell’epoca fordista, almeno sino alla metà degli anni Settanta.

L’occupazione taylorista però, presenta caratteristiche assai diverse da

quelle tipiche della produzione artigianale. Come abbiamo già detto,

l'operaio di mestiere viene di fatto eliminato. Ma la sua eliminazione non è

scevra da fortissime resistenze e negli anni tra il '19 e il '20 negli Stati Uniti

succede un po' di tutto: scioperi, conflitti anche aspri, nascita di nuove

organizzazioni sindacali, anche in seguito alle speranze, indotte dalla recente

rivoluzione russa, di miglioramento sociale per i ceti proletari più poveri.

Pochi sanno che in quegli anni il partito comunista statunitense arriva ad

avere il 10% dei voti e a presentare dei candidati all'elezione diretta alla

Casa Bianca, in opposizione a Hoover. Lo stesso sindacato statunitense dei

lavoratori di mestiere (American Federation of Labour), solitamente su

posizioni moderate, è costretto ad assumere posizioni più conflittuali e a

fronteggiare la nascita dei nuovi sindacati che riempiono il vuoto di

rappresentanza dei nuovi operai-massa (come gli IWW, Industrial Workers

10

of the World, comunemente chiamati Wobblies ).

10 L’esperienza degli Iww rappresenta la nascita del primo sindacato di base e apre la

sperimentazione per lo sviluppo dei nuclei autonomi di operai. Non è un caso che le

pratiche proprie degli Iww vengano riprese alla fine degli anni Sessanta, in Italia e in

Europa, quando cominciano a costituirsi i primi Comitati di Base degli operai.

L’immaginario spiccatamente anarco-sindacalista e internazionalista degli Iww, nonostante

la loro scomparsa nel giro di un decennio, rimarrà comunque sempre vivo, a livello

internazionale, nella coscienza degli operai. In Italia, tale spirito, in parte continua, nella

rivista, che, non a caso, si chiama Wobblies: cfr. Collegamenti Wobblies. Rivista di teoria

9

La conflittualità dei primi anni Venti e la resistenza alla nuova

organizzazione tayloristica del lavoro avvengono su due livelli: quello

tradizionale dello scontro sindacale e sociale e quello più indiretto e meno

evidente dell’esodo, ovvero della sottrazione alle nuove condizioni di

lavoro, ritenute dequalificanti di abbruttimento.

Il primo livello – quello dello scontro – raggiunge il suo culmine nel grande

sciopero generale del 1919 e del 1920, ma come spesso avviene negli Stati

Uniti, quando il conflitto diventa aspro (vedi il caso del Black Panther Party

negli anni Settanta), altrettanto feroce è la repressione poliziesca. In

particolare è il movimento anarchico ad essere colpito e la vicenda di Sacco

e Vanzetti si è ripetuta, in quel periodo ed in quel paese, altre migliaia di

11

volte . La repressione, le fucilazioni legali e/o sommarie dei principali

esponenti sindacali sia anarchici che comunisti, porta nella prima metà degli

anni ’20 ad una pacificazione “coatta” e di facciata. In questo contesto di

repressione ha inizio una vera e propria pratica dell’esodo, come strumento

di sottrazione alle nuove condizioni di lavoro imposte dalla nascente catena

di montaggio.

Per capire questo aspetto, occorre ricordare che l'operaio di mestiere era

abituato a lavorare in modo intermittente (oggi si direbbe: flessibile), in

ambienti piccoli, poco rumorosi, con una tempistica sopportabile, con

pagamenti giornalieri o al massimo settimanali. Il lavoro di fabbrica, della

linea di montaggio, il lavoro dell’operaio-massa, è invece un lavoro dove la

professionalità (il “mestiere”) conta meno di zero, prestato in grandi

ambienti rumorosi e con gradi di alienazione e fatica decisamente superiori.

Si tratta di un cambiamento di condizioni lavorative che solo la necessità di

reddito o la condizione di povertà costringono ad accettare. La reazione più

comune è quella del rifiuto. È un fenomeno che la storiografia sia recente

che dell’epoca ha quasi totalmente rimosso, ma che è ed era ben presente

12 . E,

nella musica e letteratura popolare degli anni Venti e degli anni Trenta

critica libertaria, stampata a Città di Castello (PG) e editing a cura del Circolo Franco

segantini di Pisa.

11 Per un’analisi di questo periodo e sulla repressione degli I.W.W., una realtà praticamente

misconosciuta ai nostri giorni, si veda J. Brecher, op. cit., specialmente pp. 113-150 e

l’autobiografia di Joe Hill, cfr. …….Nell’ottobre 1919, “The Nation” scriveva: “Il

fenomeno più straordinario di oggi, il più imprevedibile nei suoi effetti, il più minaccioso di

conseguenze immediate, il più allettante per le possibili soluzione finali positive che offre, è

la rivolta senza precedenti della base operaia e lavoratrice”. È in quegli anni che Hoover,

futuro presidente degli Stati Uniti e rivale di Roosevelt nelle elezioni del 1932, fonderà

l’Fbi, strutturandola come una perfetta macchina repressiva. Di quel periodo, in Italia è nota

solo la tragica vicenda di Sacco e Vanzetti, ma numerosi sono stati i lavoratori, soprattutto

immigrati, che hanno fatto la stessa fine.

12 L’epopea del vagabondaggio come scelta politica di rifiuto delle nuove condizioni del

lavoro taylorista è poco presente nella storiografia ufficiale degli Usa, ma ben presente

nella tradizione musicale e letteraria di quel tempo. Si veda da un lato le ballate di Woody

Guthrie, dall’altro l’autobiografia di B.Thompson, Box-Car Berta, Giunti, Firenze, 2003. Si

10

come vedremo, il rifiuto del lavoro alienante della fabbrica taylorista creerà

non pochi problemi alle imprese, almeno fintanto che la fase di espansione

economica iniziata nel primo dopoguerra non avrà termine con il crollo di

Wall Street del 1929. Infatti, la possibile carenza di offerta di lavoro avrebbe

potuto influenzare negativamente le potenzialità di crescita e di profitto,

soprattutto nei settori dove le nuove tecnologie meccaniche e tayloristiche

consentivano incrementi di produttività elevati, riduzioni di costi e

comportavano aspettative assai ottimistiche.

In un meccanismo produttivo fortemente disciplinare quale quello fordista-

taylorista, la coazione al lavoro è fortissima, sia tramite forme di costrizione

vera e propria, sia tramite incentivi di natura economica. Grazie ai continui

processi di aggiustamento, l’organizzazione del lavoro delle grandi

fabbriche (che rimarrà tale sino all’insubordinazione operaia degli anni

Settanta) si cristallizza su tre cardini fra loro consequenziali: la fase della

progettazione (svolta dagli ingegneri, dai tecnici e dai dirigenti) che

incorpora anche le funzioni del controllo disciplinare (capi intermedi,

tempisti, ecc.), la fase della produzione materiale delle merci (svolta dagli

operai generici e/o dagli addetti alla catena montaggio e dai pochi operai

specializzati necessari) e infine la fase della commercializzazione del bene

finale (vendita, marketing, gestione della distribuzione commerciale,

trasporto, ecc., svolta dai ceti impiegatizi). Queste tre fasi sono

caratterizzate da un nesso di unidirezionalità: la progettazione è

propedeutica all’esecuzione (nel senso che si poteva produrre solo ciò che

era stato progettato), che a sua volta è propedeutica alla

commercializzazione (ovvero, si vendeva solo ciò che era stato già

prodotto).

La struttura organizzativa che ne segue è fortemente segmentata, con

scarsissima mobilità interna. Nella piramide taylorista solo una minoranza è

dedita alla fase di progettazione, mentre la gran massa dei lavoratori è

impegnata nell’attività di produzione materiale. Questa composizione della

manodopera, fortemente disciplinata, rimanda ad una struttura gerarchica

della società congruente con il modello produttivo.

Non è questa la sede per analizzare tale aspetto e soprattutto gli effetti della

diffusione del modello taylorista sulla società in generale, sui processi di

urbanizzazione, sulla struttura del sistema formativo (fondata sulla

separazione dei percorsi tra lavoro manuale e lavoro intellettuale). Possiamo

ricordare brevemente gli effetti sulla differenza di genere. Il lavoro operaio,

faticoso e pesante, è essenzialmente un lavoro maschile. Poche sono le

donne che lavorano in fabbrica, soprattutto nei primi anni di sviluppo del

taylorismo. Quindi l’uomo è adibito al lavoro di produzione, quello che

veda anche lo scritto di Jack London, My Life in the Underworld, in cui si narrano le

avventure dello hobo, il vagabondo che parassita i treni, e la sua trasposizione

cinematografica, “L’Imperatore del Nord”, ad opera di Robert Aldrich. 11

genera prodotti e ricchezza materiale (e pertanto remunerato), la donna

tende ad essere sempre più occupata nel lavoro di riproduzione e di cura,

non a diretto contatto con la struttura materiale della produzione (e pertanto

13

la sua attività, seppur essenziale, non viene remunerata ).

La coazione al lavoro non è però l’unico strumento utilizzato per dotarsi

della manodopera necessaria per il funzionamento degli impianti produttivi.

Per garantire una maggior stabilità e continuità della prestazione lavorativa,

soprattutto se essa è disagevole, faticosa e alienante, è sempre più necessario

offrire incentivi di natura economica e contrattuale. E ciò avviene tramite la

promessa di remunerazioni più alte se il lavoratore garantisce una maggior

disciplina nella prestazione lavorativa e, in modo complementare, con la

definizione di un contratto di lavoro che resti sì flessibile ma che garantisca

comunque una maggior continuità dello stesso rapporto di lavoro. Quello

che diverrà in seguito “contratto di lavoro subordinato a tempo

indeterminato”, rappresenta il compromesso tra datore di lavoro e

lavoratore. Il lavoratore deve sì svolgere un’attività subordinata alle

esigenze dell’impresa e della sua tecnologia, ma ottiene in cambio una

stabilità nel rapporto di lavoro che mette fine alla precarietà di reddito

connaturata con la natura intermittente del lavoro pre-tayloristico. È infatti

con gli anni Venti e Trenta che il salario comincerà ad essere corrisposto a

intervalli mensili regolari sulla base di un contratto istituzionale. Questa

sorta di compromesso relativo alla condizione lavorativa (mansioni,

remunerazioni, tempo di lavoro) è il risultato di una seconda ondata di

conflittualità operaia che si registra a metà degli anni Trenta, durante il cd.

new deal roosveltiano. A differenza di quanto avvenuto nei primi anni

Venti, i grandi scioperi generali di San Francisco, Chicago, ecc., del 1936

non verranno sottoposti alla sola repressione. Le nuove agitazioni operaie

infatti, porteranno al riconoscimento dei sindacati (dopo che essi, di fatto,

erano stati ridotti alla clandestinità o all’inoperosità in seguito alla sconfitta

degli anni Venti), sia in qualità di controparte nella contrattazione degli

aumenti salariali sia in qualità di garanti dell’apporto lavorativo e della

subordinazione dei loro aderenti.

4. Il secondo pilastro: il fordismo e il keynesismo.

Il taylorismo ha a che fare con i processi di produzione e accumulazione,

ovvero le condizioni dell’offerta. Trattiamo adesso gli aspetti relativi alle

caratteristiche della domanda e della distribuzione del reddito.

13 Lo slogan femminista: “l'uomo in fabbrica, la donna in cucina”, degli anni Settanta,

coglieva appieno questa distinzione di genere. 12

4.1. Il fordismo

Il compromesso sociale raggiunto negli anni Trenta viene definito anche

compromesso fordista. La sua origine non deriva solo dalla necessità di

garantire una stabile offerta di mano d’opera in cambio di stabilità del posto

di lavoro, ma anche dall’esigenza di garantire, tramite una remunerazione

stabile e continua, un potere d’acquisto (ovvero una potenzialità di consumo

e di domanda) in grado di assicurare la realizzazione, sul mercato, di una

massa di merci in costante incremento.

Il vincolo della realizzazione non è rilevante fintanto che i livelli di

produzione si mantengono bassi (come era avvenuto nell’era della

produzione artigianale pretaylorista). In questo caso, il risparmio

accumulato dalle classi agiate e benestanti (pur essendo quest’ultime una

stretta minoranza) è sufficiente per garantire la vendita di ciò che viene

prodotto. Ma alla produzione di massa deve corrispondere un consumo di

massa. Se tale disponibilità di consumo non esiste per una inadeguatezza dei

livelli salariali, ne consegue che le aspettative di profitto vengono sempre

14

più disattese, innescando una crisi da sottoconsumo .

La “grande crisi” del 1929 è di fatto il risultato dello squilibrio crescente tra

capacità di offerta e carenza di realizzazione della produzione. È una crisi di

domanda, si direbbe in termini keynesiani. Essa si manifesta inizialmente

nel sistema finanziario con il venerdì nero di Wall Street dell’ottobre 1929,

ed ha come effetto immediato la svalutazione delle azioni delle principali

imprese nei settori emergenti dell’economia statunitense: dalla

comunicazione telefonica, al trasporto via gomma, alle nuove fibre, alla

chimica, ai materiali plastici, ecc..

Gli anni immediatamente precedenti, grazie alla continua riduzione dei

costi, all’incremento della produttività e alla stagnazione del livello dei

salari monetari, avevano visto maturare elevate aspettative di profittabilità

con effervescenza speculativa nella borsa statunitense, crescita delle

plusvalenze finanziarie e crescita degli investimenti sia reali che finanziari.

Tale circolo virtuoso si interrompe bruscamente proprio quando la crescente

quantità delle merci prodotte inizia a trovare difficoltà di vendita e quindi di

realizzazione. In un’economia capitalistica che si basa sulla produzione di

15 , la difficoltà di tradurre in profitto monetario le

denaro a mezzo di merci

14 La crisi di sottoconsumo non è paragonabile alla crisi di sovrapproduzione. Nel primo

caso, infatti, la crisi è determinata da una carenza di domanda, in seguito ad una

distribuzione del reddito inadeguata a sostenere un livello di consumo tale da realizzare, sul

mercato, i livelli di produzione. Nel secondo caso, la crisi è determinata da un eccesso di

offerta produttiva, in seguito a scelte imprenditoriali riguardanti produzione ed

investimento.

15 È utile ricordare che nella maggior parte dei manuali di economia politica che si studiano

nei primi anni dell’università il sistema economico viene presentato come un processo

13

scelte di investimento produttivo implica recessione, riduzione dell’attività

economica, quindi disoccupazione.

La crisi del 1929 evidenzia così che il nuovo paradigma produttivo ad

elevata produttività e produzione abbisogna di meccanismi redistributivi

adeguati. Non solo è necessario che l’offerta di lavoro sia stabilmente

crescente al crescere della produzione, ma anche che il potere d’acquisto

della società sia tale da consentire il consumo delle merci prodotte.

Sino alla crisi degli anni Trenta, il salario di fatto era funzione di livelli di

disoccupazione esistenti, a prescindere dalle modalità di produzione e dalle

tecnologie utilizzate. In un contesto di contrattazione individuale, senza

nessuna garanzia e tutela sindacale, la precarietà del rapporto di lavoro

implicava l’accettazione di salari di sussistenza, che non consentivano

incrementi nella possibilità di consumo o di risparmio. Nel momento stesso

16

in cui il mondo del lavoro è riconosciuto , tramite i suoi rappresentanti

sindacali, come legittima controparte sociale in grado di contrattare le

condizioni di lavoro e la determinazione del salario, allora i lavoratori sono

in grado di influenzare la dinamica della distribuzione del reddito. Come

abbiamo visto, il sindacato svolge il duplice ruolo di garantire da un lato la

stabilità e la subordinazione dell’offerta di lavoro e dall’altro di far sì che la

dinamica del potere d’acquisto salariale sia agganciata a quella della

produttività. Il legame tra salario e produttività diverrà la regola aurea del

compromesso sociale fordista. Infatti, se la produttività cresce, cresce anche

la produzione dei beni durevoli di consumo o dei beni di consumo generale.

Se il salario è in qualche modo legato alla produttività, a prescindere dei

livelli di disoccupazione esistenti, al crescere della produttività cresce anche

il potere d’acquisto dei salariati (che rappresentano la maggior pare della

popolazione), e quindi la domanda finale. In tal modo la realizzazione della

produzione sul mercato viene garantita e le aspettative di profitto delle

imprese possono (sempre) essere confermate dalla realtà.

È stato Ford il primo imprenditore che ha colto la necessità che ad una

produzione di massa, standardizzata, corrisponda un consumo di massa. Nei

primi anni Venti lancia la campagna “Five dollar a week”, ovvero la

promessa di una paga settimanale quasi doppia rispetto a quella vigente, con

economico finalizzato alla sola attività di scambio di merci; la moneta non compare o

compare a parte (dicotomia tra sfera reale e sfera monetaria).

16 L’ondata di scioperi generali a San Francisco e a Chicago nel biennio 1933-34 ha portato

all’accettazione e al riconoscimento istituzionale del sindacato, o ne è stata concausa. In

proposito, cfr. il Trade Unions Act voluto da Roosvel nel 1933. Nella fase di

riorganizzazione sindacale durante lo sciopero generale di San Francisco del 1934, gli

organizzatori sindacali proclamavano che “il Presidente vuole che vi iscriviate al

sindacato”. Non era del tutto vero, ma il fatto di lasciar dire, da un lato, controbilanciava gli

improperi delle destre e del grande capitale monopolistico, dall’altro, conquistava favore

popolare. Cfr. B.Cartosio, “Introduzione” a F.D. Roosevelt, Il discorso del New Deal,

Manifestolibri, Roma, 1995 e A.Fumagalli, “Un nuovo patto per l’America”, in

Millenovecento, n. 1, 2002, pp. 72-79. 14

il fine di incentivare l’offerta di lavoro per le sue fabbriche di automobili ma

anche con l’idea che incrementi salariali significhino, in ultima istanza,

profitti più alti. Le potenzialità espansive insite nello sfruttamento delle

tecnologie tayloriste possono tradursi in effettiva crescita economica se

anche i salariati sono in grado di acquistare i beni di consumo che

contribuiscono a produrre. Il termine Fordismo indica proprio la nuova

distribuzione del reddito che lega gli incrementi del salario reale agli

incrementi della produttività e consente quindi la crescita simultanea di

profitti e salari, un evento assai raro nella storia del capitalismo e che

spiegherà il boom economico degli anni del II dopoguerra.

In tal modo il salario risulta dipendere dal meccanismo di accumulazione ed

è sganciato dalle condizioni esistenti sul mercato del lavoro.

4.2. Il keynesismo

Quando Keynes nella Teoria Generale del 1936, sulla base dell’esperienza

maturata nel periodo della grande crisi del 1929-30, scrive che il salario, in

quanto variabile contrattuale che si determina in base agli accordi industriali

tra sindacati e associazioni imprenditoriali, risulta essere una variabile

“indipendente” dalla logica di mercato, produce un’innovazione teorica che

fa gridare allo scandalo gli economisti ortodossi dell’epoca. La teoria

economica dominante, allora come oggi, è una strenua sostenitrice dell’idea

che il disequilibrio sul mercato del lavoro (ovvero l’esistenza di un eccesso

di offerta di lavoro rispetto alla domanda, quindi la disoccupazione) sia

imputabile ad un eccessivo livello di salario rispetto a quello “giusto” di

equilibrio. Ne consegue che la ricetta corretta per eliminare la

disoccupazione è una riduzione del salario, oppure, detto in altri termini, la

riduzione delle eventuali rigidità che impediscono l’adeguamento della

domanda all’offerta e/o la flessibilità del prezzo della forza-lavoro. Keynes

argomenta in modo molto convincente che, invece, la disoccupazione

dipende da una carenza di domanda finale che penalizza l’attività di

produzione e di accumulazione non consentendo il pieno utilizzo della

forza-lavoro disponibile. Per aumentare la domanda diventa così necessario

aumentare i salari, piuttosto che ridurli. Secondo Keynes, dunque, era

necessario intervenire sulla distribuzione del reddito, regolando il rapporto

tra salari e profitti e tra salari e produttività. A tal fine è possibile agire in

due modi. O, in modo indiretto, tramite una regolazione del rapporto

contrattuale tra le parti sociali grazie al ruolo dello Stato, inteso come agente

super partes in grado di garantire adeguati aumenti salari che non siano né

troppo elevati rispetto ai guadagni di produttività (con l’effetto di

incrementare eccessivamente i costi di produzione) né troppo bassi (con

l’effetto di creare una crisi da sottoconsumo). Oppure, in modo diretto,

tramite una politica di redistribuzione del reddito e di sostegno alla

domanda. In quest’ultimo caso soltanto si può effettivamente parlare di

15

politiche keynesiane. Con il termine “politiche di intervento redistributivo”

si intendono tutte le misure ritenute necessarie per agevolare la domanda di

consumo delle famiglie (incentivi economici, tassazione, politiche sociali di

sostegno al reddito, previdenza sociale, assistenza alle malattie, in una

parola le politiche di welfare, ecc.) o per incrementare la produttività del

sistema produttivo (politiche industriali, costruzione di infrastrutture,

incremento dell’istruzione media, regolazione dei flussi migratori, ecc.).

Con la locuzione “politiche di sostegno alla domanda” si fa, invece,

riferimento alle politiche di investimento statale diretto, tramite spesa

pubblica in deficit ed anche tramite l’intervento pubblico nella gestione di

imprese e di settori ritenuti di interesse nazionale o nei quali ci sia il rischio

di sviluppo di monopoli privati.

Le politiche keynesiane sono tanto più efficaci quanto più vi è coesione

nazionale e quanto più lo Stato è definito da un ambito territoriale che gode

di massima autonomia politica, economica e militare. Sino a tempi

recentissimi, gli Stati moderni sono stati la maggiore espressione di ciò che

viene denominato Stato-nazione. Il grado di autonomia di un singolo Stato

era tanto più elevato quanto più esso si collocava ai vertici della piramide

che definisce gli assetti gerarchici a livello mondiale, all’interno di vincoli

comunque posti dalla necessità di sviluppare politiche di coordinamento

nell’ambito delle aree con maggior integrazione politica ed economica.

È importante capire che la possibilità di decidere autonomamente il tipo di

politica monetaria, fiscale, industriale e tecnologica era la condizione per

poter attuare politiche d’intervento di stampo keynesiano poiché l’attuale

crisi degli Stati-nazione o, meglio, la loro minor capacità di incidere a

livello nazionale dipende proprio dalla riduzione dell’autonomia dei singoli

Stati in un contesto di crescente integrazione internazionale caratterizzato da

minor crescita economica e maggiore concorrenzialità tra aree

sovranazionali. L’esigenza del coordinamento sulla base degli assetti di

potere esistenti ha il sopravvento sulla capacità decisionale dei singoli Stati,

rendendo difficile l’attuazione di politiche economiche nazionali.

La nascita e lo sviluppo a partire dagli anni Ottanta di accordi di libero

scambio commerciale (Nafta nel Nord America, Mercosur in America

Latina, Asean nel pacifico) o di processi di unificazione monetaria (Europa)

non consentono più che i singoli Stati nazionali siano in grado, ciascuno nel

proprio territorio, di definire il proprio processo di regolazione sociale,

redistributiva, di sostegno al compromesso fordista.

5. I fattori di crescita del paradigma “taylorista-fordista-keynesiano

Nel periodo 1945-75 l’economia occidentale è protagonista – come già

osservato – di un poderoso processo di accumulazione e di crescita che la

storia umana non aveva mai, in precedenza, mostrato. 16

È il frutto di un circolo virtuoso (che nell’economia politica prende il nome

di Legge di Kaldor-Verdoorn): aumentando le dimensioni degli impianti,

grazie allo sfruttamento delle economie di scala, la produttività aumenta e i

costi unitari si riducono, facendo crescere la profittabilità attesa. Se al

crescere della produttività e della produzione crescono in modo

proporzionale pure i salari, anche la domanda tenderà ad aumentare. Le

aspettative di profitto così si realizzano e aumenta per gli imprenditori

l'incentivo a investire, grazie al ricorso al credito bancario o

all’autofinanziamento, se sufficiente. I nuovi investimenti consentono un

ulteriore incremento della produzione e nuovi incrementi di produttività, con

un aumento dell’occupazione e della massa salariale, con ulteriori effetti

positivi sulla domanda.

Il motore dello sviluppo economico è quindi rappresentato dall’attività di

investimento che implica il continuo progresso tecnologico da un lato e la

crescita della domanda all’altro. Tale crescita dinamica è garantita dal

legame tra crescita della produzione e crescita dell’occupazione da un lato, e

crescita della produttività e crescita del salario (ovvero del reddito)

dall’altro. Il paradigma taylorista-fordista basa il proprio successo sulla

dinamicità della crescita. Se l’andamento della regolazione sociale e politica

è tale da far sì che produzione di massa e consumo di massa crescano a tassi

più o meno simili, ovvero si mantengano in equilibrio (un equilibrio che

viene definito per la sua instabilità “knife-edge”, cioè posto sulla lama di un

17

coltello ), allora vi è la tendenza ad avvicinarsi alla piena occupazione.

L’obiettivo della piena occupazione risulta infatti centrale nel dibattito

politico-economico e sindacale degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi è

occupato, di solito svolge un’attività a tempo indeterminato con reddito

crescente in grado di garantire un livello di vita dignitoso (senza, tuttavia,

che le disparità e le ineguaglianze nella distribuzione del reddito si riducano

di molto). La condizione di occupato consente quindi l’accesso ai diritti

civili e di cittadinanza, anche se ciò spesso si accompagna ad attività di

lavoro dequalificate, pesanti e alienanti (come spesso avviene nella fabbrica

taylorista). È soprattutto dal punto di vista del sindacato, che la parola

d’ordine del “diritto al lavoro” diventa centrale e strumentale per il

miglioramento delle condizioni di vita. È solo piegandosi alle condizioni del

lavoro salariato che è possibile accedere al reddito e al consumo. Nulla

viene detto sul fatto che spesso il lavoro salariato di fabbrica è un qualcosa

che poco ha a che fare con il raggiungimento di una identità sociale nella

collettività di fabbrica. Etica del lavoro (salariato) da un lato, consumismo

dall’altro sono, dal punto di vista percettivo-psicologico, le molle che

consentono lo sviluppo fordista del secondo dopoguerra e garantiscono

l’equilibrio tra produzione crescente e domanda crescente.

17 Cfr. H.Domar, … 17

L’equilibrio dinamico del fordismo è dunque un equilibrio che abbisogna di

forte capacità regolativa, di tipo discrezionale, e di standardizzazione dei

comportamenti e delle mentalità. Abbisogna di una struttura sociale

fortemente rigida e gerarchica, in cui ognuno deve stare al suo posto. La vita

degli individui, non a caso, tende a essere scandita da una successione di

istituzioni totalizzanti e fortemente disciplinari: dalla famiglia (di stampo

patriarcale, con una forte differenziazione sessista), alla scuola (che già in

tenera età divide chi va a operare nella fase di progettazione (dirigente), chi

nella fase di esecuzione (operaio), chi nella fase di commercializzazione e

gestione (impiegato)), alla caserma (solo per i maschi, ma per le donne sarà

la famiglia a diventare la loro effettiva caserma, nei ruolo di moglie e

madri), sino al luogo di lavoro, l’istituzione totalizzante e disciplinare per

eccellenza. E per chi si ribella o non si adegua, c’è il carcere o il

18

manicomio .

Ma alla rigidità sociale interna (senza alcuna mobilità sociale, se non quella

intergenerazionale, ovvero il sogno degli operai di non far fare l’operaio ai

propri figli) si accompagna anche una rigidità tecnologica, economica e,

soprattutto, internazionale. Quest’ultimo aspetto merita un breve

approfondimento.

Lo stesso Keynes, nel 1944, era stato uno dei principali fautori del vertice

dei ministri economici di 140 paesi che si era tenuto a Bretton Woods, una

ridente località sui monti Appalachi lungo la costa orientale degli Stati

Uniti. Scopo di Bretton Woods, dietro la regia di Keynes e con il supporto

egemonico degli Stati Uniti (i veri vincitori della II Guerra Mondiale) era

definire un sistema di regolazione internazionale funzionale al nuovo

sistema di accumulazione taylorista-fordista. L’egemonia economica e

politica degli Stati Uniti veniva confermata attraverso due fatti: l’influenza

da essi esercitata sulla crescita economica europea tramite il piano Marshall

e la consacrazione definitiva del dollaro come valuta unica internazionale.

Con il piano Marshall infatti, il sistema taylorista-fordista viene esportato in

Europa, favorendo da un lato l’affrancamento delle economie europee

dall’influenza sovietica e garantendo dall’altro un’ulteriore spinta alla

crescita economica statunitense. Infatti, i macchinari più obsoleti e usurati

vengono inviati in Europa, favorendo, in tal modo, un ricambio tecnologico

negli Stati Uniti che darà nuovo impulso alla domanda e alla produzione

interna. Nello stesso tempo, i beni di investimento statunitensi sono

strumentali alla ripresa economica europea degli anni Cinquanta e alla

ricostruzione postbellica.

Il controllo statunitense dei flussi commerciali internazionali, soprattutto tra

le due sponde dell’oceano Atlantico, favorisce l’attuazione del secondo

pilastro di Bretton Woods: il dollaro diventa la valuta di riferimento

18 Sulla struttura disciplinare e autoritaria della società il riferimento d’obbligo è M.

Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 2005. 18

internazionale, l'unica che mantiene un rapporto di parità con l'oro (35$ per

oncia). Ciò significa che il valore di tutte le altre monete è fissato sulla base

del rapporto dollaro-oro. In altre parole, il dollaro diventa di fatto l’unità di

misura di tutte le altre monete nazionali e questo sancisce la sua preminenza

su tutte le altre valute presenti nelle economie capitalistiche. In cambio gli

Stati Uniti si fanno garanti della fissità del rapporto dollaro-oro. In tal modo

si costituisce un regime di cambi fissi. La stabilità dei cambi è una

condizione rilevante per garantire una sorta di regolazione internazionale

favorevole alla diffusione ed al funzionamento del paradigma fordista.

Innanzi tutto, da essa consegue una stabilità dei flussi commerciali, che a

sua volta favorisce lo sviluppo delle transazioni commerciali (import-

export) internazionali. Non è un caso che, quand’essa verrà meno, la crescita

delle turbolenze, politiche e commerciali, internazionali diverrà una delle

concause della crisi dello stesso paradigma fordista.

In secondo luogo, la stabilità dei cambi garantisce l’irrilevanza dell’attività

speculativa sul mercato delle valute, fornendo certezza nei pagamenti

internazionali e la possibilità per alcuni paesi di ottenere elevati tassi di

19

crescita tramite l’incremento dell’export . È questo, ad esempio, il caso

dell’Italia. Il nostro paese negli anni Cinquanta e Sessanta, a causa della

scarsa diffusione del paradigma taylorista-fordista sul territorio nazionale

(solo l’area del triangolo industriale – Milano, Torino, Genova – e alcune

isole del triveneto – Marzotto, Susegana e Porto Marghera - e del centro-sud

– Piombino, Taranto, Bagnoli, ecc. - sono state interessate dallo sviluppo

della grande impresa privata e pubblica), di una certa miopia industriale tesa

più a minimizzare i costi che ad incrementare i ricavi, e della debolezza

contrattuale de sindacati a causa dei flussi migratori interni, ha visto una

crescita dei salari mediamente inferiore alla crescita della produttività con

19 L’esistenza di un sistema di cambi fissi o semi-fissi (se sono consentite limitate

oscillazioni nei tassi di cambio) è fondamentale per la certezza dei pagamenti in caso di

transazioni internazionali, fattore che oggi viene troppo speso dimenticato dai neoliberisti.

Poiché gli scambi internazionali prevedono la fissazione del prezzo di vendita in anticipo

rispetto al pagamento effettivo della transazione di merci (in seguito ai tempi necessari per

il trasporto; nessuno paga prima del ricevimento della mercanzia acquistata), è necessario

che tra il momento della fissazione del prezzo di vendita e l’avvenuto pagamento il valore

della merce mutuato dal tasso di cambio non vari. Il sistema di cambi fissi, promovendo la

stabilità dello stesso tasso di cambio, garantiva la certezza dei pagamenti pattuiti.

Viceversa, in un sistema di cambi flessibili, la fluttuazione dei tassi di cambio influisce sul

valore delle merci scambiate con possibilità di guadagno o di perdita al momento

dell’effettivo pagamento. Ne consegue un aumento di incertezza che va a scapito della

stabilità delle transazioni internazionali e l’apertura di spazi per iniziative di tipo

speculativo. Non è un caso che già all’indomani del crollo del sistema di Bretton Woods

inizino a svilupparsi mercati secondari rispetto al mercato delle valute internazionali, in cui

fanno la loro comparsa i primi titoli derivati (i tassi di cambio spot). 19

20

effetti penalizzanti sulla dinamica della domanda interna . In presenza, per

giunta, di una forte propensione degli italiani al risparmio, le possibilità di

crescita della nostra economia sono state affidate più alla crescita della

domanda estera che alla crescita di quella interna. L’interscambio

21 è passato dal 10% nei primi anni

commerciale dell’Italia con l’estero

Cinquanta a quasi il 30% alla fine degli anni Sessanta, grazie anche al minor

costo relativo della produzione e ai minori prezzi praticati. L’Italia è quindi

un ottimo esempio di come una dinamica della domanda interna contenuta a

causa della mancato adeguamento salariale ai livelli di produttività sia stata

più che compensata da un incremento della domanda estera. Altri paesi

presentano situazioni opposte. È questo, ad esempio, il caso degli Stati

Uniti. Durante la presidenza Kennedy, si è privilegiato l’aumento della

domanda interna grazie alla riduzione ai minimi termini della propensione al

risparmio ed a scapito dell’export, penalizzato anche dagli elevati prezzi dei

prodotti americani e dalla forza del dollaro che rendevano poco conveniente

l’acquisto dei beni made in Usa. Inoltre, nonostante ciò che potremmo

aspettarci, l’apertura dell’economia Usa verso i mercati esteri non è mai

andata oltre un interscambio internazionale del 12% rispetto al Pil. Ciò

dipende anche dal fatto che gli Usa sono e sono sempre stati tra i paesi più

protezionisti, sempre pronti ad introdurre dazi e tariffe sui prodotti

importati, nonostante i loro governi dichiarino ai quattro venti la necessità di

22 .

eliminare qualsiasi barriera al commercio internazionale

In generale, tuttavia, la crescita economica internazionale è stata rilevante

per molti paesi: basti pensare alla Germania, al Giappone e al continente

australiano.

6. Il declino del paradigma taylorista-fordista-keynesiano

Il paradigma taylorista-fordista-keynesiano entra in crisi a partire dalla

seconda metà degli anni Sessanta.

Per primo entra in crisi il taylorismo. Ciò avviene negli Stati Uniti intorno

alla metà degli anni Sessanta. Quindi a cavallo tra gli anni Sessanta e i

Settanta entrano in crisi gli aspetti fordisti, legati ai meccanismi

redistributivi e, infine, a metà degli anni Settanta, le politiche keynesiane.

20 Per un’analisi critica del periodo denominato “miracolo economico” italiano, cfr.

A.Graziani, L’economia italiana, Bollati Boringhieri, Torino, 2003

21 L’interscambio commerciale con l’estero di un paese è misurato dal rapporto tra la

somma del valore dell’export e dell’import e il Pil nel medesimo anno.

22 La tendenza a perseguire politiche protezionistiche da parte dei governi Usa anche nei

tempi recenti della sbornia ideologica del neoliberismo è confermata da numerosi episodi,

non ultimo la decisione (revocata solo nel dicembre 2003) di porre dazi sull’importazione

di acciaio europeo. Al momento attuale, sono ancora vigenti dazi made in Usa per quanto

riguarda molti prodotti agricoli europei, dai formaggi francesi, al vino e alla pasta italiana.

20

Occorre precisare che i fattori di crisi più rilevanti sono strutturalmente

interni al sistema e vengono semplicemente aggravati da fattori esogeni

(quali l’incremento dei prezzi del petrolio nel 1973 deciso dall’Opec). Le

ragioni di tale crisi sono dunque interne al sistema e non esterne come una

23

certa vulgata giornalistica ha sempre cercato di far credere .

6.1. La crisi taylorista

Partiamo dall’analisi dei meccanismi produttivi e di accumulazione. La

crescita della produzione dipende dalla crescita della produttività. Solo se la

produttività cresce, infatti, diminuiscono i costi, aumentano i profitti e

quindi c'è un incentivo a investire. Negli Stati Uniti, a partire dal biennio

24

1964-65, la produttività inizia a decrescere . È il segnale che le economie

di scala si riducono, i costi unitari diminuiscono in misura minore e le attese

sui profitti iniziano ad essere calanti. Le cause – diverse – di questa nuova

situazione sono ascrivibili alla natura stessa delle tecnologie utilizzate.

La prima riguarda la struttura dei costi delle grandi imprese e l’impossibilità

per le esse di avere una crescita dimensionale infinita. Nella seconda metà

degli anni Sessanta, gli Stati Uniti hanno sperimentato un fenomeno di

gigantismo industriale senza precedenti. La più grande impresa di

quell’epoca in termini di addetti è la General Motors, che concentra negli

stabilimenti di Flint, nei sobborghi di Detroit, impianti e stabilimenti

produttivi dove lavorano più di 350.000 addetti. La grande impresa

raggiunge dimensioni così vaste da modificare anche l’assetto territoriale ed

urbano. Numerosi sono gli esempi di ciò che viene denominato company

town, ovvero città-fabbrica. Oltre al caso di Detroit, centro dell’industria

automobilistica degli Stati Uniti (vi ha sede anche la Ford), per quanto

riguarda l’Italia, si possono fare gli esempi di Torino, il cui sviluppo

industriale è fortemente ancorato a quello della Fiat (e oggi se ne pagano le

conseguenze), di Ivrea, la città dell’Olivetti, di Valdagno per quanto

riguarda la Marzotto, ecc..

Negli stabilimenti di Flint della General Motors, da 30.000, gli addetti si

erano più che decuplicati. Così a Mirafiori, Lingotto e Rivalta, a Torino, i

23 La ricostruzione giornalistica della prima crisi degli anni Settanta, non a caso passata alla

storia come prima crisi petrolifera, imputa tutte le difficoltà all’aumento del prezzo del

petrolio, che ha costretto alle domeniche con le targhe alterne (ah, maledetti musulmani!!).

Nella realtà, come si vedrà, l’aumento del prezzo petrolio è solo l’ultima goccia che fa

traboccare un vaso comunque pieno!

24 La crisi della crescita della produttività negli Usa nella seconda metà degli anni sessanta

è uno dei pochi esempi di fatti economici che sono stati quasi immediatamente riconosciuti

e analizzati dagli economisti, che di solito si accorgono di ciò che succede nel sistema

economico con un buon margine di ritardo. Al riguardo, si veda il dibattito sulla cd.

“productivity slowdown” di Griliches,. Mansfield e Baumol sull’ “American Economic

Review” di quegli anni. 21

dipendenti Fiat erano passati da un numero di 10.000 dei primi anni

Cinquanta ai 130.000 di metà anni Settanta.

La crescita dimensionale delle grandi imprese ha ovvie ripercussioni sui

costi. Per volumi dimensionali ridotti, la crescita della produzione favorisce

lo sfruttamento delle economie di scala, riducendo il peso dei costi fissi

rispetto a quelli variabili. In questa fase, i costi fissi sono essenzialmente

quelli legati alla gestione del fabbricato, alla manutenzione di base e alla

sicurezza dell’impianto produttivo. Ma quando il numero degli addetti

cresce sino alle 100.000 o 200.000 unità, è evidente che è la stessa struttura

organizzativa a modificarsi, moltiplicando le funzioni aziendali e i comparti

produttivi. Di conseguenza, iniziano a diventare rilevanti un altro tipo di

costi fissi, quelli legati alla gestione della complessità dell’organizzazione

produttiva, dovuti alle attività di comunicazione e alla burocratizzazione

dell’unità produttiva. Dopo un certo livello dimensionale – che viene

definito ottimale – i costi fissi di gestione sono quelli più soggetti alla

crescita in presenza di un ulteriore aumento della produzione. In tal modo i

costi totali in termini unitari non tendono più a ridursi ma a crescere, in

quanto l’aumento dei costi fissi di gestione è più che proporzionale rispetto

alla riduzione dei costi dovuta agli incrementi di produttività. Il risultato è

un alterazione della struttura dei costi, tra costi fissi e costi variabili, che

rende ininfluente lo sfruttamento delle economie di scala.

La dinamica produttiva rallenta ed in presenza di profitti calanti decresce

pure l’attività di investimento e conseguentemente si registra un ulteriore

calo dei tassi di crescita della produttività.

L’unica possibilità per evitare il rallentamento della produzione è un

incremento più che proporzionale della domanda che renda comunque

profittevole l’attività di investimento ed aumento della produzione. Tale

incremento di domanda, date le condizioni tecnologiche tayloriste, è

possibile solo se si estende il consumo o si trovano nuovi mercati di sbocco.

Alla fine degli anni Sessanta si assiste, negli Stati Uniti, dal lato della

domanda, a due fenomeni tra loro contradditori: da una parte, si ha la

saturazione della domanda dei principali beni di consumo che sono stati il

motore della crescita economica del dopoguerra (gli elettrodomestici, i

mezzi di trasporto, i prodotti elettrici ed elettronici, le moderne forme della

comunicazione, ecc.) con effetti negativi sulla crescita della domanda

aggregata, dall’altra si ha un incremento di spesa pubblica, soprattutto

militare, in seguito all’intervento americano nella guerra in Vietnam

25

(intervento, almeno in parte, dettato da ragioni economiche interne ), che

ha un effetto di stimolo alla domanda, contrario a quello precedente.

25 Si tratta di un contesto che ricorda ciò che sta avvenendo oggi con la seconda guerra

all’Irak 22

26

Ma, mentre questo secondo fattore è di breve durata , il primo fattore, la

saturazione dei mercati, è invece strutturale e senza soluzioni immediate. Si

tratta di un andamento più che prevedibile del consumo. Quando la

stragrande maggioranza delle famiglie americane dispone dei più svariati

elettrodomestici, di mezzi di trasporto, di televisori, radio e tutto ciò che il

consumismo induce all’acquisto come mezzo di riconoscimento sociale, è

chiaro che i tassi di crescita della domanda di questi beni sono destinati ad

27 . Per di più la standardizzazione della

un brusco ridimensionamento

produzione dovuta alle tecnologie tayloriste (rigidità produttiva) non

favorisce certamente una miglior allocazione del consumo.

La crisi della domanda è inizialmente crisi della domanda interna. Essa

potrebbe essere compensata da un incremento della domanda estera. Per gli

Stati Uniti si tratta di una possibilità che difficilmente si può verificare, dato

il loro ridotto interscambio commerciale con l’estero. Per di più, alla fine

degli anni Sessanta si registra un notevole aumento dell’instabilità

internazionale, sia a livello politico che a livello economico. Sul piano

politico, lo sviluppo dei movimenti sociali di contestazione negli ex paesi

coloniali, la tensione tra i due blocchi, gli strascichi della guerra fredda, lo

stesso intervento americano in Vietnam, le tensioni sociali in America

Latina, da sempre il principale mercato di sbocco per le merci americane,

sono tutti fattori che minano la stabilità dei flussi commerciali e aumentano

il grado di incertezza. Sul piano economico, il rallentamento dell’economia

americana nella seconda metà degli anni Sessanta e l’instabilità interna

(rivolte studentesche, tensioni e scontri razziali, radicalizzazione dello

scontro politico, repressione poliziesca brutale, ecc.) coagulano tensioni

ribassiste sul dollaro e sulla capacità della FED di mantenere una parità fissa

con l’oro sulla base degli accordi di Bretton Woods. La tensione speculativa

contro il dollaro è anche dovuta al fatto che, diventato il dollaro l’unica

valuta utilizzata per le transazioni internazionali della maggior parte dei

prodotti e di tutte le materie prime, il volume di dollari in circolazione è in

costante crescita e ciò favorisce le attese di deprezzamento, sulla base del

principio che quanto più una merce è abbondante tanto minore dovrebbe

28

essere il suo valore . Le tensioni speculative sul dollaro, oltre a creare

26 Per di più accompagnato dalla crisi politica internazionale che investirà gli Usa da

quando il loro intervento bellico inizierà ad incontrare difficoltà sino alla sconfitta del 1973.

27 Si tratta della conferma di quella che viene definita la teoria del ciclo di vita del

prodotto, secondo la quale la dinamica di mercato di un bene vede inizialmente una

difficoltà di diffusione, dovuta all’elemento di novità introdotto che va ad alterare le

tradizioni di consumo routinario, per poi affermarsi rapidamente sino a giungere, infine, ad

una fase di stagnazione, in seguito all’effetto di saturazione dei mercati.

28 Tale affermazione si basa sulla teoria del valore che vede nel prezzo un indicatore di

scarsità. A tale teoria del valore si contrappone invece la teoria del valore-lavoro, secondo

la quale il prezzo di una merce tiene in conto la quantità di lavoro necessario per la sua

produzione. Essendo la moneta un bene immateriale, la teoria del valore più appropriata

risulta essere la prima. 23

instabilità finanziaria internazionale, costringono il governo statunitense a

numerosi interventi a sostegno della propria valuta per mantenere inalterato

il grado di fiducia degli operatori economici. Ma di fronte agli insuccessi

politici e militari in Vietnam, il presidente Nixon è costretto nell’agosto

1971 a dichiarare l’inconvertibilità del dollaro in oro. Ciò significa

affermare che la parità fissa dollaro-oro di 35$ per oncia non viene più

garantita dalla Federal Reserve statunitense. Di fatto, l’accordo di Bretton

Woods crolla ed i tassi di cambio cominciano a fluttuare: il dollaro e tutte le

monete ad esso più legate (quali sterlina inglese e lira italiana) cominciano a

svalutarsi velocemente, mentre le valute delle economie considerate

capitalisticamente più efficienti (Germania e Giappone) tendono a

rivalutarsi. L’effetto combinato di questi avvenimenti aveva portato ad un

forte rallentamento del commercio internazionale già a partire dalla fine

degli anni Sessanta e dal 1971 porterà allo sviluppo della speculazione

internazionale su larga scala con effetti negativi sulla possibilità di

incrementare la domanda tramite l’export.

Il taylorismo entra in crisi quindi sia dal punto di vista della produzione di

massa che dal punto di vista del consumo di massa. Il circolo virtuoso che

legava produzione e domanda si interrompe, ponendo fine al più lungo

periodo mai visto di elevati tassi medi di crescita. Il sistema economico

capitalistico dovrà iniziare a confrontarsi con fasi espansive molto meno

forti. La distorsione nella struttura dei costi verrà poi ulteriormente, ma solo

successivamente, peggiorata dall’incremento dei prezzi delle materie prime

a partire dal biennio 1973-74 (quindi tre anni dopo il crollo di Bretton-

Woods e circa un decennio dopo il rallentamento della crescita della

produttività).

6.2. La crisi fordista

In seguito al rallentamento della crescita economica, iniziano a verificarsi

tensioni anche dal lato della distribuzione del reddito. Abbiamo già discusso

dell’effetto saturazione nei principali settori che sono stati il motore

dell’espansione economica del secondo dopoguerra. Per quanto riguarda la

distribuzione del reddito, i forti incrementi di produttività degli anni

Cinquanta e Sessanta sono stati accompagnati da incrementi dei salari e del

potere d’acquisto dei lavoratori. Tali aumenti salariali però, non sono stati

omogenei in tutti gli Stati. Nei paesi dove il paradigma taylorista era

maggiormente diffuso e dove le relazioni sindacali erano più consolidate e

stabili (potendo far affidamento su comportamenti responsabili delle

associazioni imprenditoriali e su una maggior efficacia delle politiche

pubbliche di welfare), i salari sono aumentati in modo uniforme e

sostanzialmente in linea con la produttività. Il risultato è stato una

tendenziale riduzione delle disparità di reddito tra le fasce più povere e più

ricche della popolazione, grazie anche all’effetto redistributivo di un sistema

24

fiscale fortemente progressivo e uniforme. È il caso dei paesi cd.

socialdemocratici del Nord Europa, dei paesi dell’Europa Continentale

29

(Germania, Francia e Benelux) e degli Stati Uniti del periodo di Kennedy .

Assai diverso è invece il caso dei paesi europei della fascia mediterranea,

dove erano presenti regimi totalitari di stampo fascista (Spagna e Portogallo)

o dove il paradigma fordista era diffuso solo in aree limitate (Italia). Con

riferimento al caso italiano, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, i salari

medi crescono ma ad un tasso inferiore della produttività, peggiorando in

termini relativi la distribuzione del reddito. Le politiche pubbliche di stampo

keynesiano di fatto si limitano a interventi scoordinati e senza alcuna

programmazione e spesso sono condizionate da finalità di controllo di bacini

elettorali. Le diverse riforme economiche e sociali (da quella relativa al

sistema fiscale, a quelle dei servizi sociali) non vedranno mai la luce o la

vedranno solo in anni successivi, quando oramai è troppo tardi per

permettere un buon funzionamento della regolazione fordista (il caso più

30

clamoroso è la riforma fiscale che si attua in Italia solo dopo il 1973 ). Ne

consegue che, sul piano sociale, le disparità invece di diminuire tendono ad

accrescersi, favorite anche dal dualismo territoriale, dai flussi migratori

29 Comunque, per una argomentazione “a contrario” sull’amministrazione Kennedy,

specialmente per quanto riguarda la progressività delle politiche fiscali adottate, vedere N.

Chomsky, Alla corte di re Artù, Eleuthéra, Milano, 1994.

30 In Italia, è solo con la riforma Visentini, promulgata nel 1971 ed entrata a regime nel

1973, che entra in vigore un sistema fiscale in linea con gli altri paesi a capitalismo

avanzato, fondato sul principio della progressività delle aliquote su tutti i cespiti di reddito

a prescindere dalla provenienza (lavoro, impresa o capitale). Prima del 1973, il sistema di

tassazione si differenziava a seconda della condizione professionale, con effetti di iniquità e

con la possibilità di trattare coi diversi settori del mondo del lavoro l’adesione politica al

partito di maggioranza. È stato questo, ad esempio, il caso degli agricoltori e dei

commercianti e di alcuni settori della libera professione che erano sottoposti a sistemi di

tassazione meno gravosi e diversi, ad esempio, di quelli dei lavoratori dipendenti

dell’industria. Così facendo, per tutti gli anni della crescita economica del dopoguerra, non

si sono sfruttati la progressività delle aliquote e gli effetti redistributivi ad essa connessi,

con conseguenze negative sulla domanda interna; in tal modo si è anche riusciti ad inasprire

il tasso di conflittualità sociale. La progressività delle aliquote fiscali, infatti, facendo

pagare in proporzione più tasse ai più ricchi, avrebbe consentito un’automatica

redistribuzione del reddito e, contemporaneamente, avrebbe favorito un incremento del

gettito fiscale (in rapporto al Pil) nei periodi di crescita economica ed un suo contenimento

nei periodi di recessione. Per l’Italia, la mancanza di un sistema fiscale moderno,

progressivo e basato sui questi principi liberali (non a caso, nel dopoguerra, auspicato da

Einaudi, il quale propugnava, oltre all’inasprimento delle tasse di successione, anche

l’introduzione di una tassa patrimoniale) ha fatto sì che nel periodo che va dal 1950 al 1970

la pressione fiscale sia rimasta costantemente intorno al 30% nonostante il forte incremento

del tasso di crescita, con un effetto di mancate entrate fiscali che si sarebbe fatto sentire

negli anni Settanta al momento del varo di importanti riforme sociali (dalla previdenza,

all’istruzione e alla sanità), favorendo i tal modo l’esplodere del deficit pubblico negli anni

Ottanta ed il conseguente inasprimento fiscale. 25

interni e da una certa miopia imprenditoriale, più tesa ad ottenere guadagni

immediati che a garantire coesione sociale.

Gli incrementi salariali, comunque, consentono un aumento del benessere e

delle condizioni di vita. Il miglioramento dello stile di vita, dei consumi,

dell’istruzione rendono sempre meno sopportabili condizioni di lavoro che,

nel corso dei decenni, sono rimaste altamente alienanti e faticose. Nei

rinnovi contrattuali le richieste operaie tendono ad interessare non solo

questioni meramente salariali ma anche gli aspetti legati alle condizioni più

generali di lavoro, dalla salute e sicurezza nei posti di lavoro, ai ritmi, agli

orari, ai servizi sociali, dal trasporto alla casa, ecc. In altre parole, venendo

meno il ricatto del bisogno, viene meno anche la disponibilità al lavoro

salariato subordinato.

Le rivendicazioni operaie raggiungono il massimo livello alla fine degli anni

Sessanta in quasi tutti i paesi a capitalismo avanzato e in alcuni dove vige il

modello sovietico (che, in quanto ad organizzazione del lavoro, non si

presenta molto dissimile da quello occidentale, pur all’interno di una

31

struttura proprietaria diversa ). La forza contrattuale dei sindacati aumenta

all’aumentare dei livelli occupazionali. Il venir meno del pericolo di

licenziamento rappresenta da questo punto di vista un aumento della

capacità di lotta, che, spesso, assume connotati autonomi rispetto ai

sindacati ufficiali. Lo spessore e la forza delle rivendicazioni operaie è

maggiore nei paesi ove il compromesso sociale fordista ha funzionato in

misura minore. È questo il caso dell’Italia, paese che già all’inizio degli anni

Sessanta aveva visto una prima fase di politicizzazione di parte degli operai

generici emigrati dalle regioni meridionali con manifestazioni anche

fortemente critiche rispetto alle strategie del sindacato confederale.

La tornata contrattuale del 1963 si rivela fallimentare per il sindacato

italiano, anche a fronte di una breve recessione che non consente di

incrementare i salari almeno in modo proporzionale ai guadagni di

produttività. Ne consegue una ristrutturazione tecnologica che peggiora

ulteriormente le condizioni di lavoro e accumula sentimenti di rivalsa nella

classe operaia. Parallelamente, la stagione delle riforme sociali, resa

possibile, almeno in teoria, dall’avvento dei primi governi di centro-sinistra,

si chiude con scarsissimi risultati. L’insoddisfazione per le condizioni

economiche si coniuga così con un’insoddisfazione generale e sociale che

troverà nelle lotte del movimento degli studenti del 1968 il detonatore

principale. Nel 1969, anno del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, la

categoria simbolo del conflitto sociale fordista in Italia, scoppia l’ “autunno

31 Sulla natura dei rapporti sociali in Urss, si veda il geniale studio di B. Rizzi, La

burocratizzazione del mondo, Colibrì, Milano, 2002 ed anche: J. Burnham, La rivoluzione

manageriale, Bollati-Boringhieri, Torino, 1992; C. Castoriadis, La société burocratique,

Union generale d’editions, 1973, di cui esiste anche una traduzione italiana brutta e

parziale: La società burocratica, SugarCo, Milano, 1979. Per finire, si può consultare Il

capitalismo monopolistico di stato, Edizioni Lavoro Liberato, Milano, 1973. 26

caldo”, con un pacchetto di rivendicazioni che su proposta dei primi gruppi

autonomi operai (ad esempio, i Cub della Pirelli e delle principali grandi

fabbriche del Nord Italia) contagia la maggioranza degli operai e costringe i

sindacati confederali a richieste ben più radicali del normale. Nonostante la

repentina firma del contratto pochi giorni dopo la strage di P.za Fontana,

simbolo della reazione stragista di parte dello Stato di fronte alle richieste di

cambiamento sociale, per la prima volta in Italia la classe operaia ottiene

consistenti aumenti, un maggior controllo delle condizioni di lavoro e libertà

di azione sindacale nei luoghi di lavoro. Le istituzioni disciplinari entrano in

crisi, in primo luogo scuola e fabbrica. La garanzia sindacale di mantenere

elevati livelli di produttività o, in alternativa, di adottare una politica di

moderazione salariale, viene meno e verrà ripristinata solo dopo il 1975 con

gli accordi sul punto unico di contingenza e la rinuncia a chiedere ulteriori

32

aumenti salariali . Ma sarà in ogni caso troppo tardi. Il compromesso

redistributivo entra in crisi per le richieste operaie, non tanto in termini di

salario (il che avrebbe comunque consentito maggiori possibilità di

realizzazione della produzione), ma soprattutto in termini di controllo della

prestazione lavorativa. Gli effetti sui livelli di produttività sono notevoli. Il

tempo di lavoro mediamente si riduce, la tempistica della produzione

rallenta e aumentano i costi di gestione in seguito alle richieste di maggior

sicurezza e salubrità nei luoghi di lavoro. In molti segmenti sociali

(soprattutto giovanili) inizia a diffondersi la pratica del rifiuto del lavoro

salariato di fabbrica: una moderna pratica dell’esodo che in Italia toccherà il

suo culmine intorno al 1977, sulla falsariga dell’esodo che aveva

caratterizzato gli albori del taylorismo negli Usa degli anni Venti. Ma a

differenza di quanto avvenuto nel periodo tra le due guerre mondiali, la

reazione a tale pratica sarà un processo di trasformazione strutturale del

33 .

modo di lavorare

A cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, nell’economia italiana come in

altre economie, crescono i salari e diminuisce la produttività. Ne consegue

che l’indicatore principale della competitività delle imprese – il costo del

lavoro per unità di prodotto (Clup), ovvero il rapporto tra dinamica salariale

e dinamica della produttività – comincia a crescere. Nei primi anni Settanta,

gli incrementi salariali, soprattutto in Italia, favoriscono una ripresa della

32 Si tratta della cosiddetta svolta dell’Eur, prologo all’accordo del Sindacato Confederale

Cgil-Cisl-Uil con la Confindustria siglato nel 1977 sul punto unico di contingenza (scala

mobile), che verrà prima annacquato con il decreto di San Valentino durante il governo

Craxi nel 1984 e poi abolito con l’accordo tra le parti sociali nel 1992.

33 Le trasformazioni del mercato del lavoro che oggi stiamo amaramente sperimentando

iniziano, infatti, come reazione alle nuove rivendicazioni politiche poste a fine degli anni

Settanta dai movimenti sociali e politici, spesso in ambiti extra-parlamentari. In questo

quadro, non bisogna dimenticare anche il ruolo fortemente repressivo e stragista delle

istituzioni statali e gli effetti di destruttarazione sociale posti in essere dalla diffusione,

orchestrata ad arte, delle droghe pesanti. 27

domanda con effetti espansivi sull’economia. Ma tale crescita economica

termina nel biennio 1973-74 allorché, come una goccia che fa traboccare un

vaso già colmo si assiste alla triplicazione dei prezzi del petrolio in seguito

alla guerra del Kippur tra Israele e i paesi arabi, Egitto in testa. Il primo

shock petrolifero si attua così quando il taylorismo e la regolazione fordista

sono già entrati in piena crisi.

6.3 La crisi del keynesismo

Nel 1975, annus horribilis per le economie capitalistiche, per la prima volta

dal dopoguerra il Pil e il livello dei consumi di quasi tutti i paesi a

capitalismo avanzato diminuiscono in termini reali e nominali. In Italia il

calo del Pil è del 3,5%, mentre i consumi si contraggono del 2%. Molto

peggio va all’economia Usa e alla Gran Bretagna (quasi il 5%). Un po’

meglio alla Germania e alla Francia. Dopo trent’anni di crescita e di

espansione economica più o meno ininterrotta, si tratta di uno shock senza

precedenti. Tale dinamica è il frutto della contrazione degli investimenti

privati avutasi nel corso del 1974, in seguito agli incrementi dei costi relativi

(effetto della crisi della regolazione fordista) e al declino della produttività e

della domanda sia interna che internazionale (crisi del taylorismo). In Italia

gli investimenti, in presenza di aspettative imprenditoriali fortemente

negative, calano quasi del 20%. Tutto ciò è accompagnato anche da una

forte e crescente instabilità politica e sociale sia a livello nazionale che

internazionale. Se la Francia e la Germania sono state in grado di assorbire

la conflittualità sociale della fine degli anni Sessanta con un’adeguata

34

risposta nazionale alle problematiche poste dagli studenti e dai lavoratori o

utilizzando i lavoratori stranieri come armortizzatore sociale su cui scaricare

i costi di aggiustamento (ad esempio, in Germania), non altrettanto avviene

in Italia e negli Usa, o almeno avviene solo in parte.

È infatti nella situazione di recessione economica che l’intervento

discrezionale della politica economica diventa fondamentale. E ovviamente

maggiori sono le risorse e l’efficienza pubblica, più numerosi sono i gradi di

libertà di intervento, al fine di spingere l’economia su un sentiero di crescita

in grado di assorbire gli eventuali contraccolpi. Ma le risorse dello Stato

derivano dall’imposizione fiscale, che a sua volta è funzione della crescita

del Pil. Se il Pil diminuisce, allora anche le entrate fiscali necessariamente si

contraggono, costringendo i bilanci pubblici ad operare in disavanzo, a

meno che non si disponga di risorse accumulate in precedenza. Non è

sicuramente questo il caso dell’Italia, che - come abbiamo già sottolineato –

34 Ad esempio, per quanto riguarda la condizione studentesca in Francia, l’esplosione del

maggio 1968 ha portato a un piano nazionale di sviluppo dell’università con la creazione di

numerose nuove sedi universitarie - a Parigi le università da due passano, in breve tempo, a

dieci! Non altrettanto si può dire per l’Italia: cfr. M.Salvati, Il maggio e l’autunno: le

risposte di due borghesie, Il Mulino, Bologna, 1975. 28

si dota di una riforma fiscale di stampo liberale-progressista solo a partire

dal 1973. Nei primi anni Settanta, quando le richieste sociali in termini di

servizi pubblici, di miglioramento della sanità, della previdenza,

dell’istruzione, si fanno più pressanti, le risorse pubbliche risultano

insufficienti per ridurre il ritardo accumulato in precedenza. Per di più, la

reazione imprenditoriale alla situazione di instabilità sociale ed economica è

fortemente contrassegnata da pavidità e da comportamenti che definire

opportunistici è eufemistico: nel biennio 1974-75 si verifica in Italia la più

grande esportazione di capitali verso i sicuri forzieri svizzeri che la nostra

storia ricordi. A questa ulteriore sottrazione di risorse corrisponde un

ulteriore intervento pubblico a sostegno di imprese in fase di

smantellamento, con diretta partecipazione statale, al fine di preservare i

livelli occupazionali. Di fatto gli investimenti pubblici tendono a sostituirsi

agli investimenti privati, ma in un contesto dove le risorse pubbliche sono

in declino. Al di là delle valutazioni sulla trasparenza della spesa pubblica

(tra scandali di governo, crisi politiche e di partito, finanziamenti illeciti,

bombe di stato, e cose simili), non deve stupire che, a partire dal 1972, il

bilancio dello Stato cominci a essere in passivo. Inizia così, con una velocità

sorprendente, la parabola del disavanzo statale che tanto ha caratterizzato la

recente storia economica italiana. La necessità di finanziamento tramite

l’emissione di titoli di stato impedisce, inoltre, un pieno controllo della

massa monetaria favorendo indirettamente in tal modo una spinta

inflazionistica dei prezzi al consumo. Il crescere dell’inflazione nei primi

anni Settanta è la conseguenza dell’esistenza di mercati fortemente

concentrati e oligopolistici, spesso caratterizzati da comportamenti collusivi.

In un tale contesto, scarsamente concorrenziale, qualsiasi aumento dei costi

o della domanda tende a tradursi in un aumento dei prezzi, consentendo in

tal modo il mantenimento e anche l’accrescimento dei profitti. A partire dal

1975, la domanda si contrae mentre aumentano i costi di produzione,

aumento tanto più pesante quanto più è accompagnato dal declino della

produttività. Immediata è la risposta imprenditoriale e commerciale: gli

aumenti dei costi di produzione – siano essi dovuti al recupero salariale o

all’aumento del prezzo delle materie prime – si scaricano immediatamente

sui prezzi finali, all’ingrosso e al dettaglio. Nel 1975, in Europa l’inflazione

tocca mediamente un livello del 12-15%, in Italia supera il 20%.

L’eventuale incidenza negativa sull’export viene temporaneamente

compensata dalla svalutazione della lira, con un effetto moltiplicativo sui

prezzi delle materie prime. Di fatto la politica di svalutazione della lira,

facendo aumentare il valore del dollaro (a sua volta in fase di svalutazione

rispetto alle monete forti, marco tedesco, franco svizzero e yen giapponese)

porta ad un ulteriore aumento del prezzo in lire delle materie prime, prezzo

già in forte aumento per tutt’altri motivi. L’effetto sui prezzi si scarica a sua

volta sulla dinamica salariale, grazie al meccanismo della scala mobile, che

consente un automatica indicizzazione dei salari nominali al costo della vita

29

per mantenere invariato il potere d’acquisto dei lavoratori. La situazione

economica che ne deriva, tasso d’inflazione elevato, aspettative pessimiste,

stagnazione della produzione e della domanda, prende il nome di

stagflazione, ovvero la presenza contemporanea di inflazione e crescita della

disoccupazione. Tale fenomeno nel 1975 e poi nei primi anni Ottanta, in

concomitanza con il II shock petrolifero, segnerà la crisi definitiva delle

politiche keynesiane e l’esplodere del disavanzo pubblico. Tuttavia, la

sostenibilità finanziaria del debito pubblico (così come del debito estero)

sarà garantita per tutti gli anni Settanta dalla presenza di tassi d’interesse

reali molto bassi se non addirittura negativi. Il problema del debito e del

deficit pubblico esploderà solo negli anni Ottanta, quando l’aumento delle

spese per interessi, conseguenza della decisione di politica monetaria di

favorire le rendite finanziarie con forti incrementi nei tassi d’interesse reali,

renderà sempre più difficile sostenere finanziariamente disavanzi pubblici

crescenti.

La crisi delle politiche economiche fondate sul deficit-spending, ovvero

sulla spesa pubblica in deficit, segnerà il definitivo tramonto delle politiche

keynesiane ed il sostegno acritico ed interessato alle teorie del neo-liberismo

economico ed a tutto il corollario di politiche di privatizzazione e di

smantellamento del welfare state, ancora oggi al centro delle scelte della

35

politica economica statunitense e europea .

35 La svolta di politica economica, con l’abbomdono del keynesismo e l’adozione delle

ricette monetariste, avviene in Gran Bretagna con l’avvento, il 4 Maggio del 1979, della

Thatcher e negli Usa nel 1979 con l’arrivo di P.Vaulker alla guida della Federal Riserve, un

anno prima dell’elezione alla Casa Bianca di Ronald Reagan. Il verbo monetarista sarà poi

alla base della costruzione dell’Unione monetaria Europea negli anni Novanta e ancora

oggi sta alla base delle scelte di politica economica della Banca Centrale Europea. 30

C 2

APITOLO

I - ’

L PARADIGMA SOCIO ECONOMICO DELL ACCUMULAZIONE FLESSIBILE O

“ ”:

POSTFORDISTA LA TRANSIZIONE AL CAPITALISMO COGNITIVO

1. Introduzione

Con i primi anni Settanta lo schema macroeconomico di origine keynesiana,

che nel II dopoguerra si è andato affermando sia sui manuali di economia

politica dei primi anni dell’università che nelle ricette di politica economica,

inizia a dare segni di cedimento nella rappresentazione dell’evoluzione

36

economica . Alcuni punti fermi che ne costituiscono il supporto vengono

meno. Con il 1971 ha termine il regime di cambi fissi che a livello

internazionale, basandosi sul dollaro, aveva retto per 25 anni il commercio

mondiale. Inizia così la crisi dell’egemonia statunitense sul piano

economico e cresce il livello dell’instabilità dei mercati valutari e finanziari

internazionali. Alla fine degli anni Sessanta negli Usa e nei primi anni

Settanta in Europa il tasso di crescita della produttività industriale inizia a

diminuire. Parallelamente cresce la conflittualità di classe e quella razziale

all’interno dei paesi capitalistici avanzati e tra il Sud e il Nord del mondo.

Infine, l’instabilità dei mercati monetari e finanziari si trasferisce anche sui

principali mercati delle materie prime. Si tratta di diversi fattori che mettono

in dubbio la validità fino a quel tempo indiscussa del paradigma

organizzativo fordista che si basava su un sapiente mix tra politica

economica pubblica e incentivazione dell’iniziativa imprenditoriale. La

diminuzione del tasso di accumulazione dei principali paesi Ocse e la

presenza di tassi di crescita più contenuti sono i principali effetti di questi

cambiamenti che lasciano spazio a nuovi e differenti modelli interpretativi a

livello macroeconomico.

Con riferimento al caso italiano, è possibile rappresentare tale situazione con

37

i seguenti fatti stilizzati :

1. la recessione economica internazionale del 1974-75 segna l’inizio della

crisi del modello dell’organizzazione industriale fordista, sviluppatosi

36 L’interpretazione dominante del pensiero keynesiano è stata rappresentata, sino alla fine

degli anni Settanta, dal modello IS-LM, ovvero da un modello di equilibrio economico

generale, che poco aveva a che fare con l’idea di processo economico di Keynes, così come

riportata sia nel Trattato sulla Moneta del 1930 che nella Teoria Generale del 1936. A

questo proposito J.Robinson parlerà di interpretazione “bastarda” di Keynes. Cfr. J.

Robinson, …, Australian Economic Papers, [manca citazione]

37 I suddetti “fatti stilizzati” implicitamente indicano una sorta di periodizzazione

sequenziale: per un’analisi analoga, anche se differente, cfr. F.Barca, M.Magnani,

L’industria tra capitale e lavoro. Piccole grandi imprese dall’autunno caldo alla

ristrutturazione, Il Mulino, Bologna, 1989, cap. 1 e 2. 43


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Atreyu

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in comunicazione interculturale e multimediale (Facoltà di Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Scienze Politiche e Lettere e Filosofia)
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica della conoscenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Fumagalli Andrea.

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