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Le teorie che vanno sotto il nome di teorie libertarie o libertarismo si distinguono in modo

sostanziale da tutte le altre teorie della giustizia poiché mentre nelle prime ogni individuo ha un

“diritto naturale” inviolabile da parte di chiunque, compreso lo stato, su ciò che produce e crea, nelle

seconde i vantaggi naturali e le capacità lavorative innate non forniscono un diritto specifico ad un

maggior reddito/ricchezza e quindi non giustificano di per sé la disuguaglianza nella distribuzione

delle risorse. Per dirla in altre parole, le teorie libertarie (o teorie dei “diritti naturali”) sono coerenti

con una nozione di equità definita in termini di processo, le altre invece si riconoscono nella nozione

di equità intesa come equità di risultato. In quanto orientato al processo, il libertarismo è

scarsamente integrabile nell’Economia del benessere (Welfare Economics), la teoria economica

normativa, sorta nel ventennio tra il 1930 e il 1950, con lo scopo di studiare i criteri di politica

economica che consentono di massimizzare il benessere della società nel suo complesso.

Le teorie libertarie, le cui origini risalgono alla seconda metà del XVII secolo ed al pensiero di

Hobbes e Locke, sono state in epoca recente rielaborate soprattutto da Robert Nozick in Anarchia,

stato e utopia, del 1974. L’assunto di base di queste posizioni è che la dignità fondamentale di

ciascun individuo non può essere sacrificata sull’altare di un principio o bisogno collettivo. Ciascun

individuo ha, in altri termini, il pieno diritto di proprietà di se stesso. Indicativo è al riguardo

l’attacco con cui, nella prefazione all’opera citata, Nozick introduce l’argomento: ”Gli individui

hanno diritti: ci sono cose che nessuno, persona o gruppo, può fare loro (senza violarne i diritti).

Tale è la forza e la portata di questi diritti da sollevare il problema di cosa possano fare lo stato e

suoi funzionari, ammesso che possano fare qualcosa”.

La teoria di Nozick è centrata sull’idea della massima estensione dell’arena delle scelte

individuali e sull’idea dello Stato minimo. La presenza dell’organizzazione statale è infatti giustificata

solo ipotizzando che la società sia caratterizzata nello “stato di natura” da una sostanziale anarchia in

cui vi è limitata consapevolezza dei diritti altrui e che quindi sia necessaria la creazione di una o più

3

agenzie in grado di fornire servizi di protezione ai propri membri . L’emersione di una “agenzia

dominante” che opera in condizioni di monopolio e che offre i suoi servizi di protezione a tutti i

cittadini – un’agenzia in altre parole che garantisce la convivenza pacifica all’interno della collettività

- corrisponde allo Stato minimo. L’unico bene pubblico fornito da tale agenzia è la protezione contro

la violenza e la frode. Nessuna attività redistributiva è ammessa se non quella originata dalla limitata

spesa pubblica ai fini della sicurezza e della difesa interna. Lo Stato è visto, in sostanza, come una

sorta di guardiano notturno. Ogni organizzazione statale più estesa dello Stato minimo è illegittima,

in quanto destinata a violare i diritti lockeani degli individui.

Secondo Nozick il concetto di giustizia non va definito in termini di risultato finale (ad esempio

in termini del reddito che si consegue all’interno di una determinata distribuzione) ma con riferimento

alle procedure che regolano le relazioni economiche. Per procedure egli intende sia i diritti di

proprietà sulle dotazioni iniziali (capitale fisico e capitale umano) sia le modalità che regolano lo

scambio di tali dotazioni. La funzione dello stato è quindi quella di assicurare l’equità di entrambi i

piani.

Tre sono i principi a cui si informa la visione di Nozick che, più che una teoria della giustizia

distributiva, si configura come una teoria procedurale della giustizia: l’equità nell’acquisizione delle

dotazioni iniziali, l’equità nel trasferimento delle dotazioni iniziali (comprese le eredità, le donazioni,

ecc.), e l’equità nella “rettifica” delle ingiustizie passate.

Il primo principio, quello di acquisizione, si basa sull’idea di appropriazione originaria e si

applica alle risorse naturali così come a quelle intellettuali. In termini molto semplificati e a meno di

un’importante clausola (la clausola lockiana), potrebbe essere riassunto nel motto “chi tardi arriva,

male alloggia”. L’idea di fondo è infatti che ogni individuo ha il diritto ad appropriarsi o sfruttare

qualunque risorsa (o idea) non ancora rivendicata (o brevettata) da altri. Unica limitazione la clausola

lockiana, secondo la quale a un individuo non è consentito arrogarsi tale diritto se altri ne saranno

danneggiati. In altre parole, ogni individuo ha il diritto ad appropriarsi di qualunque risorsa non

Nelle teorie contrattualistiche del XVII secolo, lo “stato di natura” non rappresenta l’antefatto storico degli Stati

3

esistenti, ma la giustificazione controfattuale della loro esistenza. La nozione di stato di natura ha quindi la duplice

funzione di mettere in evidenza le condizioni in cui gli uomini vivrebbero se lo Stato non esistesse o cessasse di

esistere e di far emergere i tratti fondamentali della natura umana [Somaini 2005]. 2

ancora rivendicata da altri, se e solo se la posizione degli uni dopo l’appropriazione da parte

dell’altro non è peggiore della posizione che avevano prima, nello stato di natura, quando la risorsa

(o l’idea) era in comune e non posseduta da nessuno. Ove questo si verifichi, è necessario

“compensare chi tardi arriva” per rendere legittima un’acquisizione che altrimenti non lo sarebbe.

Il secondo principio, del giusto trasferimento, sostiene che il risultato di ogni transazione

volontaria, per il solo fatto di essere tale, è equo, fatto salvo ovviamente che i contraenti lo scambio

siano legittimi proprietari dei beni scambiati. In sostanza, la giustizia nel trasferimento è assimilata

alla mancanza di coercizione. Anche questo principio, come quello precedente, comporta alcune

qualificazioni, in particolare che il venditore non dia ad esempio informazioni false al potenziale

acquirente, perché in questo caso saremmo di fronte a una frode e lo scambio, seppure volontario,

non sarebbe più lecito. Il principio del giusto trasferimento non richiede che lo scambio avvenga in

condizioni di informazione perfetta, ossia in assenza di asimmetrie informative.

Il terzo principio, di rettifica, è complementare ai primi due. Se “scrutando il passato” ci si

accorge che la distribuzione attuale dei diritti di proprietà è il frutto di violazioni procedurali

precedenti, o in fase di acquisizione o durante qualche trasferimento successivo, il principio di

rettifica ammette l’intervento dello stato al fine di ristabilire l’equità che sarebbe prevalsa in assenza

di tali violazioni. L’intervento pubblico è quindi giustificato nella misura in cui permette di “ripulire

la lavagna storica delle ingiustizie passate”.

Alle luce di questi tre principi, è evidente come ogni intervento statale che non trovi giustificazione

in almeno uno di essi è da considerarsi una violazione dei diritti individuali. Ciò ha forti implicazioni

nel delimitare la gamma e l’estensione delle politiche ammissibili. In materia tributaria, ad esempio, la

teoria in esame lascia ben poco spazio al legislatore: la tassazione dei redditi da lavoro è assimilata al

lavoro forzato. Una volta garantita l’equità nell’acquisizione e nello scambio, il ruolo economico

dello stato deve ridursi al minimo indispensabile (tutela dell’ordine pubblico, rispetto dei contratti,

difesa da aggressioni esterne). Di qui l’immagine dello stato come quella di un “guardiano notturno”.

Si noti, sotto questo profilo, che la presenza del principio di rettifica delle ingiustizie passate non

significa di per sé che il settore pubblico possa ritagliarsi compiti di rilievo: tali e tante sono le

violazioni dei diritti nella storia passata che una rettifica adeguata richiederebbe informazioni così

4

numerose da rendere inapplicabile il principio stesso .

L’essenza della visione libertaria è raffigurata da Nozick, in Anarchia, stato e utopia, con

l’allegoria sportiva di Wilt Chamberlain, campione americano di pallacanestro degli anni settanta.

Supponiamo che le acquisizioni iniziali siano considerate eque. Cosa c’è di sbagliato nel fatto che

Chamberlain sia strapagato? Si supponga per esempio che il potere di attrazione del pubblico

esercitato da questo atleta sia così forte da consentire di fissare il biglietto d’ingresso alle partite in

cui gioca ad un prezzo più alto di quello delle altre e di distribuire tale incasso aggiuntivo a

Chamberlain stesso, ovvero che tutti gli spettatori che assistono alle sue partite, oltre a pagare il

biglietto, versino in un’urna una somma in denaro espressamente per Chamberlain. E’ ingiusto tutto

ciò? Lo stato dovrebbe forse tassare il reddito del campione ad aliquote particolarmente elevate?

Secondo Nozick la risposta è negativa in quanto, se le acquisizioni sono eque e lo scambio

volontario - gli spettatori paganti non sono stati costretti ad acquistare il biglietto – l’arricchimento

di Chamberlain è irrilevante ed anzi del tutto compatibile con i principi che una società giusta si

dovrebbe dare. Qual è la morale della storia di Chamberlain? La morale è che, coerentemente a

quanto prescrive la posizione libertaria, è lecito concludere: “da ciascuno secondo come sceglie, a

ciascuno secondo come viene scelto”, indipendentemente da qualsiasi valutazione delle conseguenze

in termini di reddito o di benessere degli esiti delle scelte e delle transazioni di mercato.

L’esempio di Chamberlain lascia aperti molti interrogativi, a cui la teoria ad esso sottesa non è in

grado di rispondere adeguatamente: cosa si intende per equità delle acquisizioni iniziali? Forse la

distribuzione delle abilità innate al gioco del basket? Ed anche se questa fosse ritenuta equa, com’è

possibile trascurare l’impatto sperequativo dei premi partita di Chamberlain sulla distribuzione

Questa conclusione rimanda a uno dei punti teoricamente più delicati del pensiero di Nozick. Perché un possesso sia

4

legittimo, non basta che esso derivi da una libera transazione, ma è anche necessario che l’individuo che attraverso di

essa lo cede ne sia a sua volta legittimo proprietario: di transazione legittima in transazione legittima, tale criterio

rinvia all’esame delle circostanze in cui è avvenuta l’appropriazione originaria! 3

complessiva dei redditi? E se l’esempio fosse riformulato in modo tale che ciò che differenzia

inizialmente i soggetti non sono le abilità innate al gioco bensì le risorse economiche? Che significato

dare al concetto di scambio volontario, in un mondo imperfetto, con asimmetrie informative,

sottoposto alla pressione della pubblicità e delle mode? Si può inoltre aggiungere (ed è quello che

molti dei critici hanno fatto) che l’esempio sportivo, per quanto brillante, è del tutto particolare.

Immaginiamo che Chamberlain sia l’unico offerente di un bene di consumo di sussistenza anziché di

un bene non necessario come l’abilità innata al gioco. In questo caso lo scambio volontario

avverrebbe in un mercato tendenzialmente monopolistico, ben lontano dalle condizioni di

concorrenza perfetta. Si può parlare ancora di scambio equo? Come conciliare questa situazione con

l’inammissibilità dell’introduzione di norme antitrust, inammissibilità che discende direttamente dalla

applicazione formale dei principi libertari?

2. Unanimità e criterio di Pareto

La posizione di Nozick può essere confrontata con i due teoremi fondamentali dell’economia del

benessere, ed in particolare con il primo, il quale afferma che, sotto particolari condizioni (agenti

price-takers, completezza dei mercati e perfetta informazione), l’equilibrio di concorrenza perfetta è

Pareto-efficiente.

L’enunciato del primo teorema sembra fornire un argomento forte a favore della tesi dello stato

minimo di Nozick in quanto priva il settore pubblico di qualsiasi ruolo nell’allocazione efficiente delle

risorse. Esiste in realtà un’importante differenza tra il primo teorema dell’economia del benessere e la

posizione nozickiana. La struttura logica del ragionamento che sta alla base del primo teorema si

basa infatti su tre elementi: la distribuzione delle dotazioni iniziali, il processo (lo scambio di

concorrenza perfetta), il risultato (l’allocazione efficiente delle risorse). Secondo Nozick se è

assicurata l’equità dei primi due elementi, il terzo è irrilevante. Nel primo teorema, al contrario, è

proprio il risultato (l’efficienza) che legittima il processo (il mercato concorrenziale), per qualsiasi

distribuzione delle dotazioni iniziali. In altre parole, mentre in Nozick è l’equità delle procedure che

giustifica il risultato, qualunque esso sia, la rilevanza del primo teorema sta tutta nel risultato finale

(l’efficienza paretiana). L’enfasi posta sul processo, anziché sul risultato finale, distingue la visione di

Nozick dalle altre, di seguito considerate. La teoria Nozickiana è infatti non consequenzialista: non

ci interessa sapere come la gente sta, bensì cosa la gente fa.

Il primo passo per andare oltre la concezione dello stato minimo è ammettere che il governo

attui tutte quelle politiche che sono approvate all’unanimità dai membri della collettività. Per

definizione, esse permettono un miglioramento in senso di Pareto: si migliora la situazione di

qualcuno senza peggiorare, in termini di utilità o di benessere, la situazione di qualcun altro.

Dato lo stato dell’economia, y, espresso in termini vettoriali e rappresentante una determinata

allocazione di beni tra gli individui della società, y è detto pareto-efficiente se non esiste un altro

stato dell’economia, x, tecnicamente realizzabile date le risorse disponibili, tale per cui il benessere di

ciascun individuo nello stato x è non minore di quello nello stato y e per almeno un individuo è

strettamente maggiore. Se indichiamo con U (x) e U (y), rispettivamente, il benessere dell’individuo

i i

i-esimo nello stato x e y, la relazione che deve essere rispettata affinché y sia pareto-efficiente è la

seguente: ≥

U (y) U (x),

i i

per ogni individuo i-esimo (con i = 1, 2, ..., n), e ≠

U (y) > U (x) per almeno un individuo j-esimo, con j i.

j j

La portata e, al tempo stesso, i limiti del criterio paretiano sono rappresentati graficamente nella

figura 2.1. Date due classi di individui, 1 e 2, le cui utilità sono misurate sugli assi, indichiamo con

4

5

PT la frontiera delle possibilità di utilità . Sia N, per ipotesi, lo stato iniziale, coincidente con lo stato

minimo di Nozick. Ogni punto sul tratto NC rappresenta un potenziale miglioramento paretiano,

rispetto ad N, e sarà quindi approvato all’unanimità. Al contrario, se lo stato iniziale fosse stato N’

nessun miglioramento paretiano sarebbe stato possibile. Il limite principale del criterio paretiano è

che esso fornisce un ordinamento parziale, ossia non completo, delle preferenze sociali, come è

implicito nella regola dell’unanimità associata al principio stesso: non tutte le alternative sociali sono

confrontabili. Ad esempio i punti compresi nel tratto N’C sono tutti preferiti all’unanimità ad N, ma

nessuno, tra loro, è preferibile agli altri.

Fig. 1. Frontiera delle possibilità di utilità e criterio di Pareto

U

2 N’

N C

P T U

1

Margini per l’intervento pubblico in campo distributivo che non siano in contrasto con il

principio di Pareto esistono quando ad esempio ipotizziamo una interdipendenza tra le utilità di

individui diversi, ossia quando una delle condizioni alla base del primo teorema fondamentale

(completezza dei mercati e, in particolare, assenza di esternalità) viene meno [Hochman e Rodgers

1969].

Supponiamo che la società si divida in ricchi e poveri e che i ricchi si preoccupino delle

condizioni di vita dei poveri, ossia l’utilità del povero entri nella funzione di utilità del ricco. Ciò può

avvenire o per un movente paternalistico o perché ci si cautela contro il verificarsi di eventi incerti (il

ricco teme in futuro di cadere in povertà). In questo caso si creano i presupposti per una serie di

6

trasferimenti dai ricchi ai poveri, approvati all’unanimità .

Secondo la visione di Nozick, tali trasferimenti sarebbero accettabili solo se fossero volontari, ad

esempio nella forma della carità privata. Il ricorso alla carità privata pone tuttavia un problema:

l’ammontare donato individualmente dal ricco può essere così limitato da impedire un miglioramento

paretiano. Potrebbe inoltre accadere che, se ciascun ricco decide di comportarsi da free rider (“non

faccio la carità perché tanto ci pensano gli altri”), non si ha alcun trasferimento.

Supponiamo che il benessere del ricco sia dato dalla funzione:

θ Σ

U = U(y - T ) + U (y + T /N )

R R R P P i i P

La frontiera delle possibilità di utilità ha pendenza positiva intorno agli estremi (ossia vicino ai punti P e T) poiché si

5

assume che, ad esempio per motivi di empatia, quando un individuo ha un livello di utilità che si approssima allo zero,

l’altro individuo “partecipi” del basso livello di benessere del primo. Similmente, al crescere dell’utilità per l’uno, a

partire da livelli nulli, anche l’altro aumenta il proprio benessere. Si noti che, a rigore, il rispetto del principio di

Pareto implicherebbe una pendenza negativa della frontiera in ogni suo tratto.

Si noti che nel modello di Hochman e Rodgers, come si vedrà tra breve, la collettività approva all’unanimità una

6

serie di trasferimenti di reddito dai ricchi ai poveri, che comportano per alcuni dei guadagni monetari e per altri delle

perdite, poiché per entrambe le classi (dei poveri e dei ricchi) vi è comunque un guadagno di utilità. 5

ovvero che il ricco tragga benessere dal proprio reddito, y , al netto della carità al povero, T , e

R R

θ

dall’utilità del povero, ponderata per un fattore positivo . Il reddito complessivo del povero è

incrementato dei trasferimenti che ciascun ricco volontariamente effettua, a loro volta ripartiti in

parti uguali fra tutti i poveri, di numerosità N . Il ricco donerà al povero se e solo se:

P

∂ ∂ ∂ ∂ θ ∂ ∂

U / T = U(.)/ T + U (.)/ T > 0

R R R P R

∂ ∂ θ ∂ ∂

U(.)/ T + ( /N ) U (.)/ T > 0.

R P P R

∂ ∂ ∂ ∂

Poiché U(.)/ T e U (.)/ T hanno, rispettivamente, segno negativo e positivo, la condizione

R P R

precedente può essere riscritta come:

θ

U’ < ( /N ) U’

P P

θ

U’/ U’ < /N .

P P

In conclusione, il ricco sarà disposto a donare al povero se e solo se il rapporto tra l’utilità

θ

marginale che il ricco trae dal proprio reddito e l’utilità marginale del povero è minore di /N .

P

Questa condizione è difficile che venga soddisfatta per valori sufficientemente grandi di N , ossia

P

tanto più elevato il numero dei poveri. L’idea è, in sostanza, che il ricco non donerà se teme di non

essere imitato dagli altri: un singolo atto di carità, per quanto di ammontare elevato, potrebbe

rivelarsi una briciola, una volta che la somma donata sia redistribuita in parti uguali fra tutti i poveri.

E se lo stato intervenisse con un sistema di imposte e trasferimenti, avvalendosi della propria

capacità impositiva? In questo caso, a differenza del precedente, si potrebbe avere l’effetto di

migliorare la situazione di ciascuno senza perdite di utilità per alcuno. Il meccanismo redistributivo

sarebbe quindi approvato all’unanimità. Se infatti tutti i ricchi sanno di essere assoggettati al

medesimo prelievo fiscale (necessario per effettuare il trasferimento a favore dei poveri), la

condizione precedente relativa all’individuo ricco i-esimo, in presenza di N ricchi, si modifica nel

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modo seguente :

∂ ∂ ∂ ∂ θ ∂ ∂

U / T = U(.)/ T + U (.)/ T > 0

R R R P R

∂ ∂ θ ∂ ∂

U(.)/ T + ( N /N ) U (.)/ T > 0

R R P P R

θ

U’ < ( N /N ) U’

R P P

θ

U’/U’ < N /N

P R P

dove N indica il numero di ricchi. E’ evidente che quest’ultima condizione risulta più facilmente

R θ

soddisfatta della precedente (U’/U’ < /N ). Il ruolo redistributivo dello stato è quindi giustificabile

P P

sul terreno dell’efficienza paretiana non appena si ipotizza la presenza di esternalità.

3. L’utilitarismo ∂ ∂

Nel caso di due soli ricchi (e ricordando che U(.)/ T ha segno negativo), per il primo vale la condizione:

7 1

∂ ∂ ∂ ∂ θ ∂ ∂ θ ∂ ∂ ∂ ∂ θ ∂ ∂

U / T = U(.)/ T + ( /N ) U (.)/ T + ( /N ) U (.)/ T = U(.)/ T + (2 /N ) U (.)/ T > 0,

1 1 1 P P 1 P P 2 R P P R

in quanto egli sconta il fatto che anche l’altro è assoggettato al prelievo fiscale. 6

Gli individui possono anche ammettere che il ruolo redistributivo dello stato comporti la

violazione del criterio di Pareto, ossia determini un peggioramento del proprio benessere individuale,

se ciò è in accordo con le cosiddette preferenze morali degli individui medesimi [Harsanyi 1955;

1982]. Per “preferenze morali” si intende quella struttura di preferenze che ciascuno individuo

manifesta nel momento in cui assume, di fronte a un problema di scelta fra due situazioni alternative,

un atteggiamento impersonale, non condizionato dal fatto di sapere quale sarà la sua posizione

finale. Di fronte, ad esempio, al problema se preferire che la torta sia divisa in parti uguali o in parti

disuguali, la mia scelta è chiaramente influenzata dal sapere o no quale fetta mi sarà destinata. Se so

di ricevere quella più grande, sceglierò probabilmente la divisione in parti disuguali, se invece non ho

alcuna informazione e sono avverso al rischio (di ricevere la fetta più piccola) opterò, in base alle mie

“preferenze morali”, per la divisione in parti uguali.

Le preferenze morali possono indurre gli individui ad approvare politiche pubbliche che

massimizzino una funzione di benessere sociale, denominata Bergson-Samuelson dal nome degli

autori che l’hanno formulata, in cui il benessere di ciascun individuo i-esimo, U , è solo una

i

componente del benessere sociale:

W (U , U , ..., U )

1 2 n

dove U = f(y , p , a )

i i i

con y , p, a ad indicare, rispettivamente, il reddito monetario dell’individuo i-esimo, il vettore

i i

dei prezzi dei beni di consumo e un vettore di caratteristiche individuali, ovviamente specifico per

ciascun soggetto. 8

La funzione di benessere sociale W rispetta il criterio paretiano in senso forte , ma va oltre tale

criterio assumendo che i guadagni e le perdite di un dato mutamento sociale possano essere

confrontati tra loro (si ipotizza cioè che il guadagno di un soggetto possa più che compensare, in

termini di benessere sociale, la perdita di un altro soggetto). L’esistenza della funzione W pone una

serie di questioni in termini di misurabilità e confrontabilità interpersonale delle utilità individuali, che

9

qui non indaghiamo . L’ipotesi che faremo è che la valutazione sociale incorporata in W sia di tipo

welfarista, ossia dipenda unicamente dal benessere dei singoli individui, che valga l’ipotesi di piena

confrontabilità interpersonale delle utilità e che queste ultime siano misurabili.

Quale forma dovrebbe assumere la funzione W? Harsanyi propone una forma additiva del tipo W

= U + U + ...+ U , meglio nota come funzione del benessere sociale utilitarista. Tale funzione

1 2 N

trae il nome dalla corrente di pensiero filosofico che risale a J. Bentham, il fondatore appunto, verso

la fine del ‘700, dell’utilitarismo. Questa concezione del benessere, resa popolare nella seconda metà

del secolo successivo da J. Stuart Mill e H. Sidgwick e imperniata sul motto “il maggior bene per il

maggior numero”, si pone come obiettivo di massimizzare il benessere complessivo, trascurando

completamente il modo in cui esso è distribuito tra gli individui. In quest’ottica il benessere sociale

aumenta se tutti stanno meglio, ma anche se aumenta solo il benessere del più ricco, purché il suo

miglioramento sia maggiore del danno eventuale inflitto agli altri membri della società, in termini di

perdita di utilità. Graficamente, nel piano bidimensionale (U , U ), le curve di indifferenza

1 2

corrispondenti alla funzione di benessere benthamiana sono rette inclinate negativamente a 45 gradi.

Sempre secondo Harsanyi, l’autore che forse meglio di chiunque altro incarna la filosofia

utilitaristica, la giustificazione logica dell’additività della funzione W discende dall’ipotesi che le

decisioni di ciascun individuo siano prese dietro ad un “velo di ignoranza”, ossia in condizioni

d’incertezza rispetto alla posizione che essi occuperanno nella scala delle utilità, e che ciascuno

assegni ad ogni possibile risultato la probabilità 1/N. Se tutti gli individui hanno la stessa struttura

delle preferenze morali e agiscono come massimizzatori dell’utilità attesa, secondo i criteri di

razionalità di Von Neuman-Morgenstern, Harsanyi dimostra che W assume la forma additiva sopra

indicata, in cui ciascuna utilità individuale è ponderata per 1/N. In sostanza, quando esprime le sue

preferenze morali, l’individuo considera la propria identità come un evento incerto. Se esistono N

∂ ∂ ∂ ∂ ≠

Ossia W(.)/ U 0 per i = 1, 2, …, N e W(.)/ U > 0 per almeno un j i. Il criterio di Pareto in senso debole

8 i i

richiede invece che il segno di strettamente maggiore valga per tutti gli i.

Il lettore interessato può fare riferimento ad esempio a Petretto [1987].

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Economia pubblica del professor Stefano Toso, all'interno del quale sono affrontati i seguenti argomenti: il principio della distribuzione della ricchezza e il suo fondamento etico; il libertarismo; il criterio di Pareto; l'utilitarismo; l'egualitarismo e l'egualitarismo liberale di Rawls; l’approccio delle capacità di Amartya Sen.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in occupazione, mercato, politiche sociali e servizio sociale
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia pubblica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Toso Stefano.

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