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BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO ­ CASSAZIONE PENALE ­

LEGGE PENALE ­ SOCIETA' » Cass. pen. Sez. Unite, (ud. 26­03­2003) 16­06­2003, n. 25887

BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO

Bancarotta fraudolenta

CASSAZIONE PENALE

Cause di non punibilità, di improcedibilità, di estinzione del reato o della pena (declaratoria immediata)

Sentenza

(annullamento senza rinvio)

LEGGE PENALE

SOCIETA'

Reati societari

(false comunicazioni sociali)

Riferimenti normativi

CC Art.2621

CC Art.2622

CC Art.2623

CC Art.2628

CC Art.2630

CP Art.2

CPP Art.129

CPP Art.620

RD 16­03­1942 n. 267, Art. 223

DLT 11­04­2002 n. 61 0

DLT 11­04­2002 n. 61, Art. 1

DLT 11­04­2002 n. 61, Art. 4

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

composta da:

1. dott. Nicola Marvulli – Presidente ­

2. dott. Guido Ietti ­ Componente ­

3. dott. Pasquale La Canna ­ Componente ­

4. dott. Giorgio Lattanzi ­ Componente ­

5. dott. Giovanni Silvestri ­ Componente ­

6. dott.ssa Giuliana Ferrua ­ Componente ­

7. dott. Francesco Marzano ­ Componente ­

8. dott. Giovanni Canzio ­ Componente ­

9. dott. Aldo Fiale ­ Componente ­

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sui ricorsi proposti da A.G., (omissis), M.G.M., (omissis) e A.O., (omissis),

avverso la sentenza della Corte di appello di Napoli in data 7 maggio 2001,

udita la relazione fatta dal consigliere dott. Giorgio Lattanzi,

udito il pubblico ministero nella persona del sostituto procuratore generale dott. Gianfranco Iadecola, che ha chiesto l'annullamento senza rinvio

della sentenza impugnata nei confronti di tutti e tre gli imputati ricorrenti per il delitto di bancarotta fraudolenta, nei confronti di G.A. per il delitto di

cui all'art. 220 legge fall., perché il fatto non sussiste, e nei confronti di G. e di O. in ordine alle imputazioni di falso in bilancio e di bancarotta

fraudolenta societaria, perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato,

udito il difensore dell'imputato A.O., avv.to Roberto Di Santo che ha chiesto l'accoglimento del ricorso.

BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO ­ CASSAZIONE PENALE ­

LEGGE PENALE ­ SOCIETA' » Cass. pen. Sez. Unite, (ud. 26­03­2003) 16­06­2003, n. 25887

Svolgimento del processo

1. Il Tribunale di Benevento ha giudicato con il rito abbreviato A.G., M.G.M. e A.O. e, con riferimento al fallimento di una società di fatto, ha

condannato G. e la M. per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale (capo A), G. anche per i reati di omesso deposito dei bilanci e delle altre

scritture contabili (art. 220 l.fall.) e di false comunicazioni sociali (capi B e C) e O. per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale in concorso con

i primi due, per aver acquistato simulatamente l'impresa di G. (capo E); ha inoltre condannato O., con riferimento al fallimento di un'altra società,

per il reato di bancarotta fraudolenta impropria (artt. 223, comma 2, n. 1, l.fall. e 2621 c.c.) per l'esposizione di un debito inesistente relativo

all'acquisto dell'impresa di G. (capo F).

La Corte di appello di Napoli con sentenza del 7 maggio 2001 ha confermato integralmente la decisione del tribunale.

Gli imputati hanno proposto ricorso per cassazione con due atti di impugnazione: uno relativo a tutti e tre i ricorrenti e un altro, presentato da un

diverso difensore, relativo al solo O..

Il ricorso comune si articola in numerosi motivi: con il primo è stato dedotto che, con sentenza n. 753­2001, il Tribunale di Benevento, accogliendo

l'opposizione proposta da G. e dalla M., ha revocato il fallimento della società di fatto e con esso il fallimento dei singoli soci e che ciò comporta

l'assoluzione per l'insussistenza del fatto dalle imputazioni collegate con tale fallimento; con il secondo è stata denunciata la mancanza di

motivazione relativamente alle ipotesi di bancarotta, perché secondo i ricorrenti la corte di appello non ha preso in specificamente in esame i rilievi

critici mossi alla sentenza di primo grado; con il terzo, riguardante solo G., è stato dedotto il vizio di motivazione relativo al reato di false

comunicazioni sociali, con riferimento alla ricostruzione del fatto; con il quarto e il quinto motivo è stato ulteriormente dedotto il vizio di motivazione

relativo al reato di false comunicazioni sociali, unitamente alla violazione dell'art. 2621 c.c., con riferimento all'elemento psicologico. Gli altri motivi

riguardano specificatamente la posizione di O.: con il sesto è stato dedotto il vizio di motivazione sul carattere fittizio dell'operazione negoziale

intercorsa con G. e con il settimo e l'ottavo è stato dedotto il vizio di motivazione relativo alla ritenuta inapplicabilità delle attenuanti generiche.

Anche il ricorso del solo O. si articola in numerosi motivi: con il primo è stato dedotto che in seguito alla revoca del fallimento il ricorrente deve

essere assolto per l'insussistenza del fatto dall'imputazione relativa al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale in concorso con gli altri due

imputati; con il secondo è stato dedotto il vizio di motivazione relativamente all'accertamento della simulazione dell'acquisto dell'impresa di G. da

parte di O.; con il terzo è stata dedotta l'erronea applicazione dell'art. 223 l.fall. in relazione all'art. 2621 c.c., affermando che i giudici di primo grado

avevano riconosciuto il vincolo della continuazione tra il reato di bancarotta e le false comunicazioni sociali mentre avrebbero dovuto ritenere il solo

reato di bancarotta fraudolenta impropria, e che è ingiustificato il diniego delle attenuanti generiche, infondatamente motivato sulla base di

precedenti penali in realtà ormai depenalizzati.

G. ha presentato anche motivi aggiunti, con i quali, dopo avere ribadito l'insussistenza delle contestate irregolarità nella redazione del bilancio, ha

dedotto che, in seguito dell'entrata in vigore della nuova disciplina dei reati societari (d.lgs. 11 aprile 2002, n. 61) e alla modificazione della

normativa relativa alle false comunicazioni sociali, il fatto a lui addebitato rientrerebbe nella nuova ipotesi contravvenzionale ma non ha determinato

un'alterazione sensibile della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società e non ha dato luogo al superamento delle soglie

introdotte dal nuovo art. 2621 c.c.; il reato in ogni caso sarebbe prescritto.

Con una successiva memoria G. ha ribadito che nel fatto a lui addebitato non sono ravvisabili gli elementi previsti dalle nuove fattispecie di false

comunicazioni sociali, che perciò dovrebbe pronunciarsi un proscioglimento perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato e che

comunque il reato è prescritto.

2. La quinta sezione penale ha rimesso il ricorso alle Sezioni unite per una pronuncia sulle questioni sorte in seguito alla successione di leggi

relative ai reati societari e soprattutto sugli effetti della sostituzione del n. 1 del secondo comma dell'art. 223 l.fall., che ha dato origine a un

contrasto giurisprudenziale.

L'ordinanza di rimessione è diffusamente motivata:

­ rispetto alle false comunicazioni ha preso atto che l'interpretazione giurisprudenziale, espressa in numerose pronunce di legittimità, è

univocamente orientata nel senso della continuità normativa, e non dell'abolizione del reato previsto dalla disposizione sostituita, e ha aderito a

questo orientamento, ritenendo che la nuova formulazione normativa si ponga in rapporto di continuità e sia sostanzialmente omogenea rispetto

alla precedente, anche se ha ridotto l'area di punibilità della disposizione abrogata;

­ ha poi rilevato che si è invece manifestato un contrasto giurisprudenziale con riferimento alla bancarotta fraudolenta impropria da reato societario

prevista dall'art. 223, comma 2, n. 1, l.fall., in quanto alcune pronunce si sono espresse in favore della continuità normativa, ancorché il nuovo testo

di legge abbia introdotto nella struttura del reato un elemento totalmente nuovo, rappresentato dal nesso causale tra reato societario e dissesto,

mentre altre hanno sostenuto la tesi diametralmente opposta dell'abolitio criminis, per la considerazione che il collegamento causale introdotto dalla

nuova disciplina si pone come elemento di rottura della pretesa continuità, poiché è tale da conferire alla nuova fattispecie un significato lesivo

diverso da quello che caratterizzava la precedente formulazione, indipendentemente dalla valutazione del bene giuridico;

­ ha ancora sottolineato che, nell'ambito delle pronunce che si sono espresse in favore dell'abolizione, si coglie l'univoco riconoscimento che, una

volta abolito il precedente reato di bancarotta impropria, può residuare il meno grave reato di false comunicazioni sociali, rispetto al quale rimane da

stabilire se ricorrono i nuovi elementi e se è o meno prescritto;

­ infine ha osservato che nell'ambito dell'orientamento interpretativo in favore della continuità si riscontra una divergenza sulla questione se alla

verifica dell'esistenza in concreto dei nuovi elementi specializzanti debba provvedere il giudice di rinvio ovvero se un siffatto accertamento sia

esperibile in sede di legittimità, sulla base del capo d'imputazione e della sentenza di appello (integrata, per quanto di ragione, da quella di primo

grado);

­ e che nella prima ipotesi si prospetta la questione se, davanti al giudice del rinvio, possa effettuarsi la contestazione degli elementi specializzanti,

senza il rispetto del doppio grado di giurisdizione.

Così individuate le questioni, la sezione quinta, ai sensi dell'art. 618 c.p.p., ha disposto la rimessione del ricorso alle Sezioni unite.

BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO ­ CASSAZIONE PENALE ­

LEGGE PENALE ­ SOCIETA' » Cass. pen. Sez. Unite, (ud. 26­03­2003) 16­06­2003, n. 25887

Motivi della decisione

1. In seguito all'opposizione dei coniugi G. e M. è stato revocato il fallimento della società di fatto e dei singoli soci, perciò occorre dichiarare che i

fatti dei capi A, B ed E non sussistono.

Restano da considerare il reato di false comunicazioni sociali, per il quale è stato condannato G., e quello di bancarotta impropria, per il quale è

stato condannato O..

I ricorsi, come si è visto, sono stati rimessi alle Sezioni unite per le questioni relative alla successione di leggi in materia di reati societari e

soprattutto per il contrasto che si è manifestato in giurisprudenza sul trattamento che, in seguito alla sostituzione del n. 1 del secondo comma

dell'art. 223 l.fall., devono ricevere i fatti commessi prima dell'entrata in vigore della nuova legge.

2. Rispetto al reato di false comunicazioni sociali nella giurisprudenza della Corte di cassazione si riscontra una piena convergenza interpretativa in

favore della continuità normativa.

La prima sentenza pubblicata, Sez. V, 8 maggio 2002, T. (in Cass. pen., 2002, p. 251), si è espressa nel senso che, nel rapporto tra vecchia e

nuova formulazione delle false comunicazioni sociali è ravvisabile un fenomeno di successione di norme nell'ambito del quale la nuova disciplina si

pone in rapporto di specialità, in quanto "la fattispecie astratta originariamente delineata risulta ricompresa in quella ora incriminata, con l'aggiunta

di elementi specializzanti; in tal modo, mentre i fatti attualmente punibili già lo erano in precedenza, non tutti quelli rilevanti penalmente in passato lo

sono ancora". Secondo questa decisione, poiché "il novellato art. 2621 c.c. ha un ambito di applicazione più ristretto ne consegue che, ai fini

dell'affermazione di responsabilità per fatti commessi prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 61 del 2002, è necessario che la violazione sia stata

contestata al completo dei predetti dati, in modo da rendere possibile la difesa". Di qui la necessità di esaminare il capo d'imputazione per verificare

se, in concreto, risultino enunciati i nuovi elementi caratterizzanti il reato di false comunicazioni sociali; indagine che, nel caso di specie, ha avuto

esito negativo con il conseguente annullamento della sentenza impugnata in quanto il fatto non è più previsto dalla legge come reato.

Nel senso della continuità si è espressa anche Sez. V, 21 maggio 2002, F. (in Cass. pen., 2002, p. 3384), considerando che "le differenze fra le due

fattispecie (la vecchia e la nuova) non sono strutturali, ma attengono a modalità parzialmente diverse di difesa dello stesso interesse tutelato, che

derivano da politiche criminali diverse, ed in parte frutto dell'evoluzione nel tempo degli istituti giuridici". La sentenza ha poi ritenuto che il fatto

contestato potesse integrare la nuova fattispecie e ha dichiarato il reato estinto per prescrizione.

Questo orientamento giurisprudenziale è stato condiviso da numerose altre decisioni, che da un lato hanno ritenuto la continuità e, dall'altro, per

diverse ragioni, prendendo in considerazione il fatto accertato dal giudice di merito, hanno pronunciato l'annullamento della sentenza impugnata

senza rinvio: si possono ricordare Sez. I, 15 maggio 2002, M.; Sez. V, 30 settembre 2002, O.; Sez. V, 8 ottobre 2002, T.; Sez. V, 29 ottobre 2002,

S.. Quest'ultima decisione, dopo aver richiamata le sentenze T. e F., ha rilevato che rispetto al nuovo art. 2622 c.c. una conferma della continuità è

rinvenibile nell'art. 5 d.lgs. n. 61 del 2002, il quale, con una norma transitoria, stabilisce che per i reati perseguibili a querela previsti dal decreto

legislativo "commessi prima dell'entrata in vigore dello stesso, il termine per la proposizione della querela decorre dalla data predetta".

Altre decisioni invece, dopo aver riconosciuto la continuità tra la disposizione del vecchio art. 2621 c.c. e quelle che lo hanno sostituito, sono state

dell'opinione che la Corte di Cassazione non potesse limitarsi a riscontrare la mancanza dei nuovi elementi nel fatto che le veniva sottoposto

attraverso la sentenza oggetto del ricorso ma dovesse procedere a un annullamento con rinvio, per consentire nel giudizio di rinvio l'accertamento

circa l'esistenza dei nuovi elementi e la loro eventuale contestazione: in questo senso si sono pronunciate Sez. V, 9 maggio 2002, P.; Sez. V, 25

giugno 2002, S.; Sez. V, 8 luglio 2002, B.; Sez. V, 25 settembre 2002, B.

3. Sul rapporto tra vecchia e nuova disposizione dell'art. 223, comma 2, n. 1 l.fall. si riscontrano invece nella giurisprudenza della Corte di

cassazione opinioni diverse, perché mentre alcune decisioni hanno ravvisato una continuità normativa altre l'hanno decisamente esclusa.

La prima sentenza relativa alla nuova formulazione dell'art. 223, comma 2, n. 1 l.fall. è Sez. V, 8 maggio 2002, K. (in Cass. pen., 2003, p. 70), che

ha ravvisato nell'introduzione di un nesso causale tra la commissione dei fatti previsti dagli artt. 2621 e 2622 c.c. (e dagli altri articoli specificamente

indicati e in parte non coincidenti con quelli indicati nella precedente disposizione) e il dissesto della società un elemento di forte caratterizzazione e

di radicale diversità rispetto al passato e ha riconosciuto particolare rilevanza alla differenza tra la vecchia formulazione e le nuove del reato di false

comunicazioni sociali (artt. 2621 e 2622 c.c.), escludendo che il fatto oggetto del giudizio, per come era stato contestato, potesse rientrare nella

nuova fattispecie. Questa decisione non ha preso chiaramente posizione sulla questione della continuità, dal momento che ha pronunciato

l'annullamento della sentenza impugnata non perché ha ritenuto in generale abolito il reato, ma solo perché ha rilevato che nell'imputazione

mancava ogni accenno al rapporto di causalità tra le false comunicazioni sociali e il dissesto.

Successivamente è intervenuta Sez. I, 15 maggio 2002, M. (in Cass. pen., 2003, p. 73), che ha preso decisamente posizione per la continuità e ha

escluso l'annullamento della sentenza impugnata ritenendo che fossero stati sostanzialmente contestati e accertati tutti gli elementi che integrano la

nuova fattispecie, cioè sia il nesso di causalità tra il reato di false comunicazioni sociali e il dissesto, sia gli elementi costitutivi della nuova figura di

false comunicazioni sociali.

Nello stesso senso si sono espresse Sez. V, 25 settembre 2002, B. e Sez. V, 8 ottobre 2002, T. (rispettivamente in Cass. pen., 2003, p. 76 e p. 79).

Quest'ultima decisione, dopo aver tratteggiato le differenze intercorrenti tra le nuove ipotesi di reato e quelle precedenti ha espresso l'opinione che

la scelta in favore della successione o dell'abolizione debba restare affidata all'analisi strutturale delle fattispecie astratte, al fine di accertare se gli

elementi che concorrono a disegnarne la tipicità siano, secondo le regole proprie del concorso apparente di norme, omogenei oppure eterogenei:

nel primo caso sarebbe riscontrabile una successione, nel secondo un'abolizione. Secondo questa decisione l'analisi degli elementi tipici delle

nuove fattispecie di false comunicazioni sociali e della precedente formulazione induce a ritenere che vi sia una situazione di continuità e che le

nuove norme incriminatrici non abbiano comportato una totale abolizione del reato precedentemente previsto, ponendosi, invece, in rapporto di

specialità rispetto a questo. Identico fenomeno di continuità è dato ravvisare rispetto all'art. 223, comma 2, n. 1, l.fall., posto che la continuità

normativa in materia di false comunicazioni sociali non può che riflettersi sul citato art. 223, comma 2, n. 1, che richiama la condotta di falsificazione

e, d'altra parte, l'ulteriore elemento postulato dalla nuova disposizione (il nesso causale tra condotta e dissesto) si presenta, a sua volta, come un

elemento specializzante rispetto ad una fattispecie, quella precedente, nella quale il fallimento, pur essendo elemento costitutivo della medesima,

non doveva necessariamente porsi come conseguenza della condotta.

L'opposto orientamento è espresso in modo particolarmente argomentato da Sez. V, 8 ottobre 2002, T. (in Cass. pen., 2003, p. 82), che opera un

inquadramento generale del tema della successione di leggi penali e ritiene che il criterio strutturale debba integrarsi con il riferimento all'interesse

tutelato e che "un'abolizione parziale, che va riscontrata già a livello di fattispecie astratte, può aversi solo nel caso di specialità per specificazione.

Nel caso di specialità per aggiunta o non si ha alcuna abolitio criminis o si ha un abolitio totale, quando l'elemento aggiuntivo abbia un "peso" tale

da ascrivere alla nuova fattispecie un significato lesivo diverso da quello della fattispecie abrogata". Ciò premesso secondo la sentenza T. "la

fattispecie inserita nell'art. 223 l.fall. dall'art. 4 d.lgs. n. 61 del 2002 è certamente speciale rispetto a quella sostituita, perché include come elemento

ulteriore dell'illecito un rapporto di causalità tra il delitto di false comunicazioni sociali e il dissesto della società fallita. Tuttavia, trattandosi di

specialità per aggiunta, deve ritenersi che essa comporti una totale abolizione della fattispecie abrogata, perché l'elemento aggiuntivo, il rapporto di

causalità con il dissesto, è tale da ascrivere alla nuova fattispecie un significato lesivo del tutto diverso da quello della fattispecie abrogata". In

conclusione, secondo questa sentenza, la nuova formulazione dell'art. 223, comma 2, n. 1, c.p. comporta la totale abolizione della fattispecie


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Diritto Penale I, svolte dal Prof. Enrico Mezzetti nell'anno accademico 2011.
In questo documento viene riprodotto il testo della sentenza n. 25887 del 2003 pronunciata dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione.
Il tema trattato dalla pronuncia è il seguente: rapporto tra disciplina della successione delle leggi nel tempo e reati societari previsti nella nuova legge fallimentare (in particolare art. 223 l.f., bancarotta fraudolenta).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Mezzetti Enrico.

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