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anche a tale scala in sede di PTCP, avrebbe permesso un suo più radicato consolidamento nel tempo,

resistendo così meglio agli attacchi delle continue “varianti comunali in adeguamento”, che avevano in

genere la sola finalità di rimuovere o ridurre qualche vincolo di troppo che impediva la “valorizzazione

edilizia” del territorio.

Se a ciò si aggiunge che sin dal 1992 (L.R. 34/92) di fatto la Regione ha rinunciato a mantenere qualsiasi

ruolo attivo nei processi di pianificazione comunale, si comprende perchè adesso nelle Marche si abbiamo

tanti Piani Paesistici quanti sono i Comuni e purtroppo tutti assolutamente non interrelati funzionalmente

tra di loro, ormai macilenti e completamente spaesati come gli sbandati dell’8 settembre.

In tale situazione dobbiamo registrare che la Giunta Regionale ha licenziato nel mese di Febbraio un

“Documento preliminare per la verifica e l’adeguamento del PPAR al Codice dei Beni Culturali e del

Paesaggio”. Purtroppo non poche perplessità scaturiscono da una sua prima lettura; in questa sede mi

limito ad accennarne alcune, rimandando ad occasioni successive adeguati approfondimenti e confronti per

la formulazione di una presa di posizione ufficiale ed organica:

primo: non è sviluppata nessuna riflessione critica sulla politica urbanistica regionale di questo ultimo

decennio al fine di evidenziarne i punti di forza (se mai ci fossero ‐ nelle Marche ancora non esiste una

legge urbanistica regionale) ed i punti di debolezza (che invece sembrano essere molteplici e strutturali);

secondo: l’impianto del nuovo PPAR così come delineato nel Documento sembra alquanto astratto ed

inoltre non si capisce in che modo la sua articolazione per Ambiti (21) si riconnetta funzionalmente sia ai

contenuti del PPAR vigente, sia alle funzioni che in materia di pianificazione hanno le Provincie, in quanto

detti ambiti si sovrappongono alle stesse in modo “scomposto”;

terzo: a parte il limite evidenziato del suo “adeguamento” solo su base comunale, nei suoi contenuti

fondamentali, il PPAR vigente mantiene una attualità ed una coerenza con il nuovo Codice sorprendenti e

da non sottovalutare ma bensì da valorizzare, non escludendo per esempio l’avvio di un nuovo processo di

adeguamento che ponga il proprio baricentro non sui Comuni ma bensì sulle Provincie;

quarto: del tutto marginale sembrerebbe al momento il ruolo attribuito e di conseguenza esercitato dal

Ministero e dalle relative Sovrintendenze per la definizione della nuova identità tecnico‐culturale‐

metodologica di tale nuovo aggiornamento.

In tale scenario la Regione che a suo tempo con la L.R. n 34/92 si “liberò” di tutte le incombenze paesistico‐

urbanistiche trasferendo in toto le proprie Funzioni in parte alle Province ed in parte ai Comuni

mantenendo per sé solo un ruolo di mera “osservatrice”, deve recuperare funzioni forti ed importanti a

livello di Coordinamento e Controllo, da esercitare insieme alle Sovrintendenze in un rapporto di reciproca

leale collaborazione, al fine di salvaguardare efficaci, concrete e sane forme di dialettica interistituzionale,

unico deterrente valido per controllare e gestire in modo adeguato i particolarismi e i campanilismi pubblici

e privati sempre presenti o latenti, i quali in primis impediscono di inquadrare le problematiche proprie

della tutela e della valorizzazione oltre i propri confini amministrativi e oltre i propri “particolarissimi”

interessi.

Questi a mio avviso dovrebbero essere gli obiettivi primari da perseguire con l’aggiornamento del PPAR

vigente al Codice del Paesaggio, in modo da evitare che il nuovo Piano Paesistico, pur bello ed intelligente,

rimanga abbandonato a se stesso come il primo e fatto a fettine dalle scorrerie di una speculazione edilizia

sempre più eccitata perchè mai lasciata così libera ed incontrollata come in questo ultimo decennio.

Il famosissimo affresco del Lorenzetti ci insegna ancora una volta, dopo secoli, che non vi può essere “Bel

Paesaggio” senza “Buon Governo” sviluppato ovviamente ai vari livelli istituzionali. 3

Pianificazione paesaggistica nel Lazio

Relazione sul Piano Territoriale Paesistico Regionale del Lazio.

La formazione del Piano ha comportato, nell’arco degli ultimi dieci anni, la digitalizzazione dell’intero

compendio dei beni paesistici, ope legis e decretati, e la predisposizione di efficaci strumenti di tutela e

valorizzazione aggiornati alla normativa attuale e specificatamente alla “Convenzione Europea del

Paesaggio” e al “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (Codice Urbani).

La complessità del lavoro svolto e le innumerevoli novità legislative intervenute negli ultimi anni hanno

sottoposto il Piano a modifiche in corso d’opera, che hanno reso l’elaborato, così composto, in alcuni tratti

incompleto e discordante, in particolare per alcuni articoli (specificatamente al Titolo VI delle norme

tecniche d’attuazione che affronta il tema delle deroghe al Piano, la sua cogenza e il rapporto con gli altri

strumenti di pianificazione di area vasta).

Dello stesso tenore è stato anche l’utilizzo generalizzato dell’art. 23 comma 1 della L.R. 24/98 che si è

esplicato in molti casi con la modifica dei P.T.P. vigenti in modo preventivo, senza appello e con discutibili

motivazioni.

Diversamente troviamo lodevole il compendio dei nuovi beni individuati e cartografati dal Piano, una buona

base di lavoro per tutelare e promuovere la ricchezza paesaggistica del Lazio. Lo stesso si può dire per

l’introduzione dei “Beni tipizzati” (borghi, fasce di rispetto intorno ai centri storici, fabbricati rurali ecc.) che

per la prima volta vengono sottoposti a tutela paesaggistica, attribuendogli valenza di bene culturale.

Di seguito elenchiamo i punti di forza e di debolezza emerse dal lavoro svolto da Italia Nostra, VAS e WWF

Lazio. POSITIVITÀ RISCONTRATE

CARTOGRAFIA La qualità della cartografia del piano coordinato dal Dott. Iacovone (CTR

1:10.000) e la possibilità di interrogare via web la cogenza dei vincoli e le

previsioni per ogni singola area di piano.

RECEPIMENTO CEP L’aver dato dignità ai Piani Paesaggistici ai sensi della Convenzione Europea

del Paesaggio (Firenze, 20 Ottobre 2000) con l’inserimento di proposte pro‐

attive di tutela di beni paesistici come i piani d’azione per il paesaggio.

BENI TIPIZZATI Aver dato importanza ai “Paesaggi Tipizzati” come caratterizzazione delle

specificità della Regione Lazio. Estensione delle previsioni del PTPR a molte

aree soggette a progressiva erosione per antropizzazione incontrollata.

CRITICITÀ RISCONTRATE

SCARSA TRASPARENZA Nella trasposizione della vincolistica di zona tra i vecchi PTP e le nuove zone

di Paesaggio del PTPR sono state utilizzate delle matrici di compatibilità che

non sono state rese pubbliche. Ciò ha reso difficile la puntuale verifica, in

fase di osservazione, del buone fine del processo di applicazione delle

norme. Mancanza, inoltre, della disponibilità di accesso alla cartografia dei

PTP restituiti su CTR al 10.000 per le verifiche con i nuovi PTPR. Manca un

1

quadro di riferimento che permetta di verificare quali norme dei PTP

previdenti sono state cancellate o edulcorate.

DEREGULATION È denunciata la totale “deregulation” di tutto il sistema di tutela dei PIANI

d’ASSETTO (di quelli dei Parchi Regionali ancora in corso d’approvazione). A

tale proposito è indicativo l’esempio romano dove, attraverso le deroghe del

nuovo PRG è stata permessa la declassazione dei vincoli già posti dai PTP

vigenti. Riteniamo fondamentale tenere ben presente tutti i vincoli

paesaggistici nel Lazio già esistenti e evidenziare quali deroghe sono in corso

d’attuazione (es. VILLA CATENA nel Comune di Poli).

MODIFICHE DEI COMUNI La procedura di modifica dei PTP vigenti con le proposte di revisione dei

Piani, in attesa della adozione del nuovo PTPR, ha comportato la

riperimetrazione di numerose aree declassando in modo unilaterale i piani

vigenti senza possibilità di controdeduzioni. La mancata restituzione nelle

tavole A di Piano dei perimetri ammessi a modifica rende il PTPR soggetto a

interpretazioni inammissibili per un piano in corso di formazione e per le

norme di salvaguardia che non si applicano alle aree estromesse dalle

proposte dei Comuni. Ne seguirà un enorme contenzioso con gli inevitabili

ritardi e controversie.

SANATORIA PAESISTICA La maggioranza dei Comuni ha dichiarato, nelle proprie osservazioni, che era

ormai degradato il contesto paesaggistico coinvolto in aree edificabili nei

PRG ma sottoposte a vincolo paesistico. Il recepimento ex‐abrupto delle

proposte comunali non permette di stabilire se le eventuali opere realizzate

siano state debitamente autorizzate con nullaosta paesistico oppure si profili

una sanatoria che non è prevista né mai contemplata dallo Stato. Ciò

andrebbe a condonare/sanare tutti gli abusi attuatisi negli ultimi 10 anni.

PARCHI E RISERVE L’approvazione del nuovo PTPR comporterà la possibile modifica d’ufficio dei

criteri minimi di tutela dei Parchi e Riserve Naturali con Piano d’Assetto

(PdA) in corso di approvazione. È necessario stabilire che nelle more

dell’approvazione definitiva dei PdA si tenga conto dei PTP vigenti e dei PRG

cogenti al momento dell’istituzione dell’area protetta. Le osservazioni

comunali ricadenti in aree sottoposte a norme transitorie di tutela (art.8

29/97 vanno congelate come forma di salvaguardia del processo di

formazione dei PdA dei Parchi e Riserve.

CASI PUNTUALI Villa Catena di Poli

Antenne su Monte Gennaro

Grottarossa

Montedoro a Mentana

Insugherata

Lottizzazione Nathan a Tivoli

Villa Ada

Decima ‐ Malafede

Parco Appia Antica 2

OSSERVAZIONI AL

TERRITORIALE PAESISTICO REGIONALE

PIANO DEL LAZIO

Adottato con Deliberazione di Giunta Regionale N. 556/07 e 1025/07,

sul BURL n. 6 del 14 febbraio 2008 Supplemento ordinario n°14

pubblicato 1

L’analisi della documentazione e della cartografia ha messo in evidenza un notevole sforzo nella

omogeneizzazione dei PTP precedentemente vigenti e nella definizione di una cornice unica di

riferimento finalizzata a comprendere e descrivere l’articolazione del territorio sulla base delle

indicazioni introdotte dalla Convenzione Europea sul Paesaggio e dal Codice per i Beni Culturali e il

Paesaggio.

Si da quindi doverosamente atto ai redattori del nuovo Piano Paesaggistico Regionale del Lazio (in

particolare l’arch. Daniele Iacovone, gli esperti del gruppo di lavoro e della commissione tecnica e

quelli del “comitato scientifico”, inclusi i rappresentanti del Ministero per i beni e le attività culturali e

dell’Università) di aver fatto un serio tentativo per superare la frammentarietà cartografica e normativa

dei precedenti 29 Piani Paesaggistici, redatti in varie epoche sulla base della c.d. “legge Galasso” e

della l.r. 6/7/1998 n° 24.

Lo sforzo cartografico, documentale, organizzativo e normativo per giungere ad una rappresentazione e

disciplina omogenea (oltretutto teoricamente estesa all’intero territorio regionale, come vorrebbe l’art.

135 del Codice dei Beni culturali e del paesaggio) dei beni paesaggistici e ambientali diffusi sul

territorio è stato davvero encomiabile. E questo costituisce senza dubbio uno dei maggiori meriti del

nuovo piano, che ci si augura la Regione vorrà approvare quanto prima possibile, onde mettere fine alla

decennale ambiguità che aveva caratterizzato la gestione dei Piani previgenti.

Il Piano si configura piuttosto che come un nuovo Piano Paesaggistico (e/o revisione di quelli

previgenti, come pure avrebbe consentito l’art. 156 del Codice) come un “Piano urbanistico-territoriale

con specifica considerazione dei valori paesaggistici”. Una scelta, questa della Regione, che è

consentita dall’art. 135 del Codice, e che è dipesa da una serie di nuovi elementi normativi, urbanistici

e territoriali intervenuti nell’ultimo decennio, troppo complessi perchè sia possibile, in questa sede,

anche solo accennarvi, e che comunque a questo punto appare quasi obbligata.

Si tartterebbe dunque di un piano “di terza generazione”, avente anche le funzioni di un piano-quadro

settoriale (in base alla l.r. 38/1999 “norme sul governo del territorio”). Costituisce inoltre “integrazione

e completamento” a fini paesaggistico/ambientali del P.T.G.R. adottato con D.G.R. del 19/12/2000. 2

Al di là di queste e molte altre considerazioni teoriche, sul piano pratico occorre precisare che

l’efficacia diretta del Piano è limitata ai Beni e alle aree vincolate ai sensi dell’art. 134 del Codice, cioè

alle aree sottoposte a vincolo con esplicita dichiarazione di notevole interesse pubblico (nelle quali si

applicherà la disciplina di tutela e uso degli “ambiti di paesaggio” stabilita nel Capo II delle Norme), e

alle aree vincolate “ope legis” ex- “Galasso”, ora art. 142 del Codice (nelle quali si applicheranno le

“modalità di tutela” stabilite nel Capo III delle Norme). Si tratta di quasi il 50% del territorio

complessivo, e pertanto questa limitazione non appare arbitraria, dal momento che sarebbe stato

obiettivamente impossibile tutelare e regolamentare tutto con un singolo piano.

Solo in queste zone dunque il Piano riveste efficacia prescrittiva, e detta disposizioni che incidono sul

regime giuridico degli immobili e che prevalgono sulle disposizioni contrarie degli strumenti

urbanistici vigenti. Nelle aree “che non risultano vincolate” invece, il Piano “riveste efficacia

programmatica” e detta “indirizzi” che costituiscono “orientamento” per la pianificazione urbanistica di

Regione e Comuni, vale a dire che non hanno efficacia cogente.

Dopo questo inquadramento generale, passiamo all’esame delle numerose criticità riscontrate:

1 - Effettiva superficie sottoposta a tutela con norme prescrittive

A prima vista, l’ enunciato della Relazione (efficacia del p.p. nelle sole aree vincolate) appare fin

troppo modesto: infatti il richiamato art. 134 del Codice (legge non derogabile dello Stato) include tra i

Beni paesaggistici da tutelare anche (lett. c) “gli ulteriori immobili ed aree specificamente individuati a

termini dell’articolo 136 e sottoposti a tutela dai Piani paesaggistici…”. Ed infatti l’art. 5 delle Norme

stabilisce (c. 2/c) che sono Beni paesaggistici quelli inerenti “immobili ed aree tipizzati, individuati e

sottoposti a tutela dal presente PTRP, in base alle disposizioni di cui all’articolo 143 del Codice…”

(per essi troveranno applicazione le “modalità di tutela” stabilite nel Capo IV delle norme). Sembra

dunque che il PTPR introduca una nuova ed ulteriore categoria di Beni cui le sue norme prescrittive

dovrebbero applicarsi direttamente, di fatto estendendo la superficie tutelata ben oltre il 50%. ma

questa norma e’ stata oggi rimessa in discussione dall’ultimo decreto legislativo integrativo del D.Lgs

22 gennaio 2004, n. 42 (il D.Lgs 26 marzo 2008, n. 63) che ha ulteriormente modificato il codice.

Esso stabilisce infatti all’art. 2, che gli “ulteriori immobili e aree” in questione devono essere

“specificamente individuati a termini dell’art. 136”, cioe’ gia’ vincolati. Con il che la stessa lett. c)

dell’art. 134 così modificata sembra perdere di senso (è di per sé ovvio che il P.T.P.R. va a

3

regolamentare le aree vincolate!), e verrebbe meno l’efficacia delle norme di piano, che in queste zone

avrebbero solo valore orientativo e di indirizzo per i comuni.

Sembra dunque sia necessario trovare un rimedio giuridico per fare salva quella parte delle norme di

piano che detta disposizioni prescrittive per aree non vincolate. una possibile soluzione (che qui

accenniamo appena, poiché si tratta solo di un’ipotesi) potrebbe essere questa: in base al codice (art.

138) sia il ministero che le regioni possono prendere l’iniziativa per dichiarare di notevole interesse

pubblico ulteriori aree. ebbene, potrebbe forse bastare una semplice integrazione interpretativa della

L.R. 24/1998 per stabilire che l’individuazione e la descrizione dei beni operate dal P.T.P.R. ai sensi

dell’art. 143, c. 1, lett. c) del codice equivale a individuazione di detti beni, e l’approvazione del piano

alla dichiarazione di interesse pubblico. questa, si ripete, e’ solo una prima ipotesi, tutta da verificare

sul piano giuridico.

2 - Biodiversita’ e rete “natura 2000”

Pur volendo evitare di basare giudizi su una banale analisi di frequenza delle parole nel testo, va però

detto che “biodiversità” compare nelle norme del PTRP solamente in due occasioni: la prima a p.34

all’interno della Tab.A (paesaggio naturale) e sembra più che altro recuperare un modo di dire corrente

(“uso delle risorse idriche con salvaguardia della biodiversità”) e poi un po’ dopo si parla di “sistema

delle acque quale risorsa ecologica ed elemento di connessione di paesaggi”.

Più in basso nella stessa pagina si introduce una indicazione circa il “mantenimento della biodiversità e

delle funzioni ecologiche delle aree boschive”. Si evita accuratamente di parlare di “consumo” di suolo,

ma si ricorre al termine edulcorato di “riduzione” nella parte relativa ai rischi.

L’unica ulteriore citazione del termine “biodiversità” la troviamo poi a pag. 75 (Tab A – Paesaggio

agrario di rilevante valore) dove si parla della “salvaguardia della biodiversità attraverso l’uso

diversificato delle risorse rurali”. Solamente qui, nella colonna dei rischi, compaiono i termini di

“suddivisione e frammentazione”, ma senza specificare oltre di che cosa.

Del resto la “frammentazione” di tipo ecosistemico o ambientale sembra che non compaia mai. Infatti

la parola c’è a pag. 103, 104 e 106, ma si tratta sempre di “frammentazione fondiaria”. 4

Per proseguire con i termini chiave, “Ecosistema” compare solamente a pag. 119, 120, 132, 133, ma si

tratta sempre e unicamente di quello urbano, le “specie” non vengono nominate praticamente mai se

non un paio di volte in merito alla vegetazione (senza naturalmente contare gli avverbi); di “corridoi”

se ne parla un paio di volte: la prima a pag. 61 (Tab A – Paesaggio naturale di continuità) con una

locuzione per lo meno poco “curata” (corridoi naturalistici con funzione di connessione con i paesaggi

naturali), mentre, alla stessa pagina 61, nella colonna dei rischi, emerge una “interruzione dei processi

ecologici e ambientali”.

La seconda volta che si parla dei “corridoi” è a pag. 118, art. 27 e sono quelli “verdi” all’interno dei

tessuti (si presume urbani).

La cartografia, in particolare la Tav. C (Beni del patrimonio naturale e culturale) non sembra contenga

nulla con riferimento ad ipotesi e proposte legate alla biodiversità in quanto si limita a ridisegnare la

mappa dei regimi vincolistici vigenti e dei biotopi di Natura 2000 .

La Tav. A (Sistemi ed ambiti di paesaggio) è assolutamente canonica e priva di “emozioni” nella sua

ipertradizionale tripla partitura dei sistemi stessi.

Nella Relazione tutte le considerazioni espresse si confermano, però in peggio….nel senso che la

parola “biodiversità” non compare proprio mai, mentre “ecosistema” una volta sola, ma SI TRATTA

sempre DI quello urbano.

Piuttosto curiosa è la seguente dichiarazione in apertura di relazione:

“La redazione del PTPR ha comportato la complessiva revisione dei piani paesistici vigenti che

avevano come riferimento la legge “Galasso” per la tutela delle zone di particolare interesse

ambientale del 1985 e la legge del 1939 sulle bellezze naturali, misurandosi oggi con un quadro

legislativo delle materie ambientali, culturali e del paesaggio profondamente modificato.

Si deve considerare il PTPR un piano paesaggistico di terza generazione.” 5

La dichiarazione riportata sopra in corsivo è piuttosto contraddittoria. Infatti nel piano non compare

praticamente nulla dell’intenso dibattito scientifico disciplinare e interdisciplinare che anima da più di

dieci anni il quartiere culturale che si occupa di ecologia del paesaggio.

E’ vero che il P.T.P.R. trova i suoi fondamenti giuridici nella costituzione e nel più moderno codice, e

pertanto deve necessariamente prendere prioritariamente in considerazione i valori paesaggistici,

territoriali, culturali e geomorfologici, ma è pur vero che detto piano sembra aver interpretato nel modo

più limitativo anche alcuni “lanci” più moderni contenuti nella Convenzione Europea e nelle direttive

comunitarie.

Nella realtà dei fatti sembra che il P.T.P.R. del Lazio si disinteressi pressoché totalmente della

questione della biodiversità, e il problema non pare quindi quello di proporre modalità per garantire una

maggiore attenzione verso il tema, quanto, semmai, quello di “mettercelo”, il tema.

3 - Alcune inesattezze definizionali su scala geografica

Nella classificazione del Piano per categorie di paesaggi (vedi cap. 2.7 della Relazione) è emersa una

suddivisione dei Sistemi strutturali del paesaggio e delle Unità geografiche del paesaggio non

totalmente condivisibile, in quanto può ingenerare confusioni e errate rappresentazioni e valutazioni

delle peculiarità paesaggistiche che costituiscono il territorio laziale.

Denominare un Sistema strutturale con la dizione “Catena dell’Appennino” e un altro con quella di

“Rilievi dell’Appennino” è chiaramente fuorviante, soprattutto se si considera che ai Rilievi

dell’Appennino vengono ricondotti i Monti Lepini, Ausoni e Aurunci che, notoriamente, dal punto di

vista geografico sono rilievi cosiddetti anti-appenninici, proprio per distinguerli da quelli strettamente

appenninici. Sarebbe stato più corretto riunire i Monti Lepini-Ausoni-Aurunci sotto la voce di “Catena

costiera” o “Catena dei Volsci”, così come indicati per ragioni storiche.

Tra le Unità geografiche del Sistema “Catena dell’Appennino” viene individuta quella del “Terminillo,

Monti della Laga, Salto Cicolano” che racchiude due ambiti paesaggistici molto differenti. I Monti

della Laga sono, infatti, una catena di rilievi arenacei che si differenziano fortemente, anche in termini

morfologici e floristico-vegetazionali, da quelli carbonatici tipici del resto dell’Appennino laziale. 6

Sempre nello stesso Sistema viene individuata l’Unità geografica “Simbruini”, che oltre a tali Monti

include i Ruffi e i Prenestini, e quella “Ernici e Prenestini”, che in realtà non include i Prenestini

mentre si estende fino alle Mainarde, includendo il massiccio di Monte Cairo e la Valle di Comino.

Sarebbe stato meglio se i Monti Ernici fossero stati riuniti ai Monti Simbruini, unitamente ai Prenestini

e ai Monti Ruffi. Viceversa, il restante versante laziale dei monti a confine con l’Abruzzo (da Monte

Cornacchia a Monte Meta, fino alle Mainarde) meriterebbe l’individuazione di una Unità a se stante,

eventualmente comprendente anche la Valle di Comino e il massiccio di Monte Cairo.

4 - Imprecisioni nelle cartografie con i perimetri dei vincoli, e in quelle che indicano le aree

vincolate già interessate da trasformazioni edilizie.

Per quanto riguarda la definizione dei Beni paesaggistici, sembra che siano stati correttamente

graficizzati e inventariati tutti i beni/vincoli, sia quelli ricognitivi che quelli dichiarativi, definiti dalle

norme vigenti in materia.

Anche in merito alle controdeduzioni delle osservazioni precedentemente presentate dai Comuni o dai

privati sui vincoli definiti in seno ai PTP vigenti, dall’analisi della documentazione emerge una

pressoché generale condivisione dei pareri emessi, ferma restando la necessità di definire i reali confini

delle aree trasformate prendendo come riferimento cartografie più aggiornate di quelle utilizzate dagli

estensori del PTPR.

Italia Nostra ritiene che bisogna denunciare con forza la declassazione dei vincoli già posti dai

P.T.P. vigenti che, nell’ambito romano e’ stato permesso, attraverso le deroghe del nuovo piano

regolatore. in fase di approvazione definitiva del P.T.P.R. vengano ripristinate tutte le tutele

cancellate senza una giustificazione tecnico-scientifica.

La C.T.R. presenta infatti molte lacune in tal senso, così come la Carta dell’Uso del Suolo.

Per questi motivi sarebbe più utile e chiaro sovrapporre i perimetri dei beni paesaggistici su foto aeree

o su foto satellitari recenti e dettagliate.

Infatti, la delimitazione delle aree trasformate ricadenti in ambiti vincolati non risulta essere in molti

casi corrispondente alla realtà attuale. 7

5 - Osservazioni sulla Normativa:

Nel preambolo è opportuno richiamare le definizioni contenute nell’art. 1 della L. 9 gennaio 2006 n. 14

(Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea sul paesaggio); dopo la precisazione di Paesaggio

contenuta nel richiamato articolo occorre inserire:

a. «Politica del paesaggio» designa la formulazione, da parte delle autorità pubbliche competenti,

dei principi generali, delle strategie e degli orientamenti che consentano l'adozione di misure

specifiche finalizzate a salvaguardare, gestire e pianificare il paesaggio;

b. «Obiettivo di qualità paesaggistica» designa la formulazione da parte delle autorità pubbliche

competenti, per un determinato paesaggio, delle aspirazioni delle popolazioni per quanto

riguarda le caratteristiche paesaggistiche del loro contesto di vita.

c. «Salvaguardia dei paesaggi» indica le azioni di conservazione e di mantenimento degli aspetti

significativi o caratteristici di un paesaggio, giustificate dal suo valore di patrimonio derivante

dalla sua configurazione naturale e/o dal tipo d'intervento umano;

d. «Gestione dei paesaggi» indica le azioni volte, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, a

garantire il governo del paesaggio al fine di orientare e di armonizzare le sue trasformazioni

provocate dai processi di sviluppo sociali, economici ed ambientali;

e. «Pianificazione dei paesaggi» indica azioni fortemente lungimiranti, volte alla valorizzazione,

al ripristino o alla creazione di paesaggi.

6 - Esame dell’articolato (norme tecniche di attuazione)

(n.b. invece di seguire l’ordine progressivo degli articoli, si è qui preferito per chiarezza anteporre

quelli che sono parsi di maggiore gravità):

ART. 64: Il comma 2 stabilisce che i comuni, in fase di adeguamento dei loro strumenti urbanistici

generali al P.T.P.R. approvato, “possono proporre, per specifiche esigenze di sviluppo o di

salvaguardia del paesaggio locale (termini questi che possono voler dire tutto) una modifica del

P.T.P.R. stesso, adeguatamente motivata e documentata”. Nulla viene detto circa finalità, limiti ed

entità di tali modifiche; i commi successivi stabiliscono che tutte le proposte (incluse le osservazioni

pervenute e le controdeduzioni comunali) vanno trasmesse alla Giunta Regionale, che entro 90 giorni

8

decide, “tenuto conto” delle osservazioni e controdeduzioni, adottando in caso di “valutazione

positiva” la modifica al PTPR e inviandola al Cons. regionale per l’approvazione.

per Italia Nostra i vincoli e le tutele poste e verificate devono essere considerate invarianti.

A quanto pare, sulla scia della Toscana e della sua “esemplare” legge urbanistica fondata sulla

“pariteticità” di tutte le amministrazioni pubbliche (e quindi anche dei rispettivi piani, nessuno dei quali

deve più essere considerato gerarchicamente superiore), pur senza giungere a conseguenze così radicali

si è voluto inserire un meccanismo che – a quanto par di capire – estenderebbe anche al P.T.P.R.

definitivamente approvato le possibilità di modifiche ad libitum già ammesse nei confronti dei P.T.P.

previgenti dalle integrazioni apportate alla legge 24/1998, nonché dal successivo art. 65. In pratica,

anche il nuovo Piano Paesaggistico approvato diverrebbe qualcosa di elastico e modificabile, sia pure

“una tantum”, cioè in FASE di adeguamento degli strumenti urbanistici locali (ma - a voler proprio

pensare male - nulla nella norma sembra vietare che un Comune possa fare almeno il tentativo di

“adeguare” a più riprese i propri strumenti al P.T.P.R.). Se le cose stessero così, saremmo di fronte al

rovesciamento della norma del Codice (art. 145), che come è noto vuole i Piani Paesistici prevalenti su

ogni altro tipo di strumentazione locale, provinciale e regionale; immediatamente prevalenti su ogni

altro tipo di piano o programma di settore, compresi quelli delle aree protette. Salve possibili diverse

interpretazioni, questa norma sembra del tutto illegittima.

PROPOSTA: CANCELLARE I COMMI DA 2 a 5 DELL’ART. 64.

ART. 65: Concerne le modifiche ai Piani Paesistici previgenti, e al comma 1 stabilisce che il PTPR

indica nelle Tav. A con un soprassegno le parti di territorio oggetto di proposte comunali di modifiche

dei “vecchi” P.T.P. e del P.T.P.R. stesso, presentate dai Comuni con deliberazione del Cons. comunale

entro il 20/11/2006 (ultimo termine prorogato con determinazione dirigenziale della Regione), ai sensi

dell’art. 23 c. 1 della l.r. 24/1998.

I commi successivi regolano la procedura di accoglimento (o reiezione) delle proposte di modifica. Il c.

3 fa noto che con atto del 31/7/2007 il Consiglio regionale ha deliberato – ex- art. 36/quater, comma

1/ter l.r. 24/1998 - la Variante ai P.T.P. previgenti per le aree con controdeduzioni accolte o

parzialmente accolte delle proposte comunali. 9

Occorrerebbe a questo punto avere un quadro preciso del numero e dell’entità di dette varianti, e

naturalmente conoscere le zone in cui ricadono per potersi fare un’idea del loro impatto. La situazione

veramente grave sembra essere quella dei Comuni di Roma e Fiumicino (nei cui territori ricadono 14

dei 29 PTP). La questione ovviamente richiederebbe uno studio a parte, affidato a chi meglio conosca

le vicende urbanistiche romane. Si tratta di sapere fino a che punto le Varianti ai PTP proposte dal

comune di Roma abbiano reso possibile l’urbanizzazione della Campagna romana e l’ultima versione

del PRG che – a quanto denuncia anche una documentata trasmissione di “REPORT” – consentirebbe

la costruzione di altri 70 milioni di mc (ulteriormente incrementabili grazie al ricorso ormai sistematico

agli “Accordi di Programma” e agli altri strumenti dell’urbanistica negoziata).

Si accenna a queste vicende solo perché la loro gravità lo esige. Per il resto, non sembra neppure il

caso di avanzare proposte soppressive dell’art. 65, dal momento che ormai le modifiche ai PTP sono

state in parte accolte, e i giochi più grossi sarebbero stati fatti. (ANCHE QUI SERVE VERIFICA)

Quanto descritto in quest’ultimo commento è una situazione già in atto con il nuovo piano

regolatore romano

(n.b. da questo punto si ritorna all’ordine numerico degli articoli)

ART. 1: PROPOSTA DI MODIFICA DEL COMMA 1:

«In conformità ai principi ed obiettivi stabiliti DAGLI artt. 9 e 42 della Costituzione e dall’articolo 45

dello Statuto della Regione Lazio, il Piano Territoriale Paesistico Regionale, di seguito denominato

P.T.P.R., è volto alla salvaguardia, gestione e pianificazione del paesaggio, del patrimonio naturale,

del patrimonio storico, artistico e culturale, affinché…».

ART. 2: Il comma 2 non sembra chiaro. Per come formulato, esso sembrerebbe concernere i casi

(previsti dall’art. 143, c. 4/a del Codice) in cui il Piano può prevedere l’individuazione di aree

sottoposte a tutela “ope legis” EX- ART. 142 (e solo di quelle!) in cui l’autorizzazione paesistica non

sarebbe più necessaria, in quanto sostituita da un controllo di conformità al piano, in sede di rilascio del

titolo edilizio (e se poi invece il “titolo” si riducesse ad una semplice D.I.A.??). Ma, alla prima lettura,

il testo del comma 2 sembra lasciare intendere che tale esenzione potrebbe applicarsi in ogni tipo di

zona, anche vincolata con atti specifici, il che sarebbe pericoloso quanto illegittimo, per violazione Art.

143 del codice. 10

Inoltre non è chiaro cosa si intende quando nel punto 3 si riporta che il PTPR definisce “…i criteri per

la scelta e la varia distribuzione della flora”.

PROPOSTA: inserire all’art. 2, comma 2, dopo le parole “individua le aree” le parole: “soggette a

tutela ai sensi dell’articolo 142 del Codice, e non interessate da specifici provvedimenti ai sensi degli

artt. 136, 138, 139, 140, 141 e 157”.

ART. 3: PROPOSTA DI MODIFICA DEL COMMA 2, LETTERA B:

«le Norme contengono le disposizioni generali, la disciplina di salvaguardia, di gestione dei singoli

ambiti di paesaggio con l’individuazione degli usi compatibili e delle trasformazioni e/o azioni

ammesse e le norme regolamentari per l’inserimento degli interventi da applicare nell’ambito di

paesaggio; le modalità di tutela delle aree garantite per legge, le modalità di tutela degli immobili e le

aree tipizzanti (OPPURE “TIPIZZATE”??), gli indirizzi di gestione volti a tradurre il piano in

azioni e obiettivi di qualità paesaggistica».

ART. 4: PROPOSTA INSERIMENTO NUOVO COMMA:

comma 5 «alla definizione e realizzazione del quadro conoscitivo, di cui al comma 1, concorrono anche

le Associazioni riconosciute dalla legge che svolgono attività nel campo culturale, naturale e paesistico

tramite segnalazioni e studi».

ART. 5: Alcuni aspetti di merito (sulla estensione dei vincoli) sono già stati sviluppati nell’ultima

parte del par. 1, CONCERNENTE LE EFFETTIVE SUPERFICI SOTTOPOSTE A TUTELA CON

NORME PRESCRITTIVE.

ART. 6: Come sopra.

ART. 8: PROPOSTA DI MODIFICA DEL COMMA 1, LETTERA A):

«a) le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale, o rappresentano elementi di

geodiversità del patrimonio geologico regionale»; 11

ART. 9: PROPOSTA MODIFICA:

comma 1 lett. f): « i parchi, le riserve nazionali o regionali, le aree di cui allE direttivE 92/43/CEE e

79/409/CEE, nonché le aree contigue ai parchi»;

comma 5): «le modalità di tutela dei beni paesaggistici tutelati per legge EX- ART. 142 del codice, e

non interessati da vincoli apposti con atti amministrativi specifici, con riferimento agli elaborati

cartografici, contengono, ai sensi dell’art. 143 comma 4 lettera a) la individuazione delle aree nelle

quali la realizzazione di opere ed interventi può avvenire previo accertamento, nell’ambito del

procedimento ordinato al rilascio del titolo edilizio, della loro conformità alle previsioni del Piano di

assetto/gestione dell’area protetta, del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico…»;

ART. 10: Concerne gli immobili e aree “tipizzati e individuati” dallo stesso PTPR, cioè aggiuntivi

rispetto a quelli già tutelati con provvedimento esplicito e a quelli tutelati “ope legis” ex- art. 142 del

Codice. Tra questi beni, definiti “patrimonio identitario della comunità della Regione Lazio” e

individuati nelle Tav. B, risultano “le aree agricole identitarie della Campagna romana” e delle vecchie

bonifiche. Questo punto sembra rinviare a due piu’ vasti problemi: il primo e’ costituito dalle

modifiche al codice che sembrerebbero aver vanificato l’efficacia prescrittiva del piano nelle zone non

sottoposte a vincolo (si veda il commento al par. 1). il secondo problema e’ costituito dalle modifiche

apportate ai Piani previgenti in seguito alle integrazioni della l.r. 24/1998; ci si riserva quindi di

accennarlo in seguito, anche se scarseggiano i dati per poter giungere a conclusioni univoche.

Italia Nostra ritiene che vada lodato aver finalmente dato dignità culturale alla tutela ai centri

storici, all’architettura rurale, ai borghi. Se concordiamo che è limitativo indicare una fascia di

rispetto di 50- 150 metri, è anche vero che fino a oggi non c’era neanche questo vincolo. Quindi

rivendichiamo un ampliamento di questa linea di indirizzo ma non facciamola cancellare “perché

sostanzialmente inutile.”

Alla lett. b) vengono inclusi tra i Beni “tipizzati” dal piano gli insediamenti urbani storici e territori

contermini per una fascia di 150 m. Alla lett. c) i borghi e i singoli “beni identitari” dell’architettura

rurale, con la relativa fascia di 50 m. Alla lett. d) i “beni puntuali e lineari diffusi”, con una fascia di

rispetto di 100 m., e via di seguito. 12

Ci sembra che - e soprattutto per le città e i borghi storici – una fascia di rispetto generalizzata di 150 (o

100, o 50) metri sia una previsione a volte inutile e/o inapplicabile. Le situazioni degli insediamenti

variano da caso a caso: se per certi borghi in quota che costituiscono il fulcro di attenzione in un

ambiente incontaminato (Calcata, Civita di Bagnoregio, Moggio, Labro, ecc.) la fascia di rispetto

dovrebbe misurarsi in chilometri, vi sono peraltro borghi anche bellissimi completamente circondati

dalle espansioni edificatorie succedutesi nel tempo. Oppure che sono per due o tre lati integri e

affacciati nel verde, e per i restanti del tutto contigui all’edificato recente (Viterbo), ecc.

D’altra parte il successivo comma 2 chiarisce che qui non si tratta di una fascia di inedificabilità

assoluta, bensì di rispetto, dove a partire dall’adozione del P.T.P.R. si renderà necessaria

l’autorizzazione paesaggistica. Il che sembra ridimensionare la questione, dal momento che la norma

viene ricondotta a un mero controllo estetico nelle immediate vicinanze dei beni storici (o

geologico/naturali) individuati.

Il comma 4 infine stabilisce che le “modalità di tutela” dei beni “tipizzati e individuati” dal P.T.P.R.

nelle Tavole B contengono “in analogia con quanto indicato per i beni paesaggistici tutelati per legge

dall’art. 142 del Codice” la individuazione delle zone in cui la realizzazione di “opere e interventi” può

avvenire sulla base dell’accertamento, nell’ambito del procedimento di rilascio del titolo edilizio (e se

quest’ultimo fosse una semplice D.I.A.??), della loro conformità alle norme del PTPR e dello

strumento urbanistico (ad esso conforme?), senza necessità di espressa autorizzazione paesaggistica. La

norma sembra ridurre a ben poco la tutela di questi beni, e comunque l’art. 143, comma 4/a, del Codice

non sembra affatto contemplare l’estensione di questo (assai pericoloso, poiché potenzialmente

illimitato) esonero dall’autorizzazione esplicita ad aree tutelate con vincoli diversi da quelli “ope legis”

dell’art. 142. Né sembra che una legge primaria dello Stato possa applicarsi “per analogie”….

Oltre a ciò, restano i dubbi sulla reale efficacia delle tutele “tipizzate” dal P.T.P.R. in seguito alle

ultime modifiche al codice. v. il par. 1).

PROPOSTA: soppressione del comma 4 dell’art. 10.

Italia Nostra sostiene la fondamentale necessità del controllo a garanzia della tutela del paesaggio

e delle visuali storiche e Naturalistiche esistenti. 13

ART. 11: Il comma 7 stabilisce che le autorizzazioni paesistiche per le opere (pubbliche e private) per

le quali è prevista la procedura di V.I.A. “sono rilasciate dall’ente competente all’interno del

procedimento di V.I.A.”. Il che sembrerebbe del tutto normale, e rispondente a criteri di

semplificazione procedurale. Senonchè, diversi episodi del passato hanno mostrato una certa tendenza

all’arbitrario “riassorbimento” dell’autorizzazione paesaggistica nella procedura di VIA, fino a

trasformarla nella prassi da atto indipendente e inderogabile (la cui assenza è pesantemente sanzionata

sul piano penale) ad un mero “parere” endoprocedimentale, superabile con il giudizio finale anche se

negativo (ricordiamo che le conclusioni della V.I.A. non sono inderogabili!).

PROPOSTA: aggiungere al termine del comma 7 la seguente frase: “Dette autorizzazioni debbono

comunque essere espresse in forma ben distinta dalle altre valutazioni concernenti la procedura V.I.A.,

e nel rispetto dei poteri delle Soprintendenze statali codificati dagli artt. 146 e 159 del Codice. Qualora

TALI AUTORIZZAZIONI fossero motivatamente denegate, il loro effetto giuridico resterebbe

impregiudicato dalla eventuale conclusione positiva della procedura V.I.A.”

Italia Nostra appoggia in pieno questa proposta

ART. 12: (autorizzazione per opere pubbliche) Il comma 3 stabilisce che le opere “di interesse

statale e regionale”, nonché gli interventi pubblici “se inseriti in strumenti di pianificazione…aventi

efficacia di piani di settore, sono consentiti anche in deroga alle norme del PTPR, previo esperimento

di SIP…o delle procedure di V.I.A. ove previste”. La deroga è qui amplissima e generalizzata, e

sembrerebbe in contrasto con lo stesso Codice (legge di grande riforma economico-sociale della

Repubblica), il cui art. 145, c. 3, stabilisce che le previsioni dei Piani “non sono derogabili da parte di

piani, programmi e progetti nazionali o regionali di sviluppo economico….e sono altresì vincolanti per

gli interventi settoriali…”.

PROPOSTA: riformulare il comma 3, stabilendo che nelle aree vincolate ai sensi dell’art. 134 del

Codice (cioè con provvedimenti specifici o “ope legis”) le norme non sono derogabili, e prevalgono

sugli altri piani e programmi ai sensi dell’art. 145 del Codice (salva naturalmente l’ipotesi di una

ordinaria procedura di Variante al piano stesso), mentre in tutte le altre il PTPR ha solo una valenza

orientativa e di indirizzo. 14

Resta naturalmente impregiudicata la questione delle grandi infrastrutture dello Stato, soprattutto se

incluse nei decreti attuativi della c.d. “legge Obiettivo” (443/2001) quali opere di interesse strategico.

In questi casi – di problematica soluzione sul piano giuridico, a fronte di troppi grovigli di norme e

interessi – la derogabilità dal PTPR pare scontata, anche se ciò sul piano teorico sembrerebbe altamente

discutibile….

ART. 13: al comma 4, lett. a), le parole “che alterino” devono palesemente essere sostituite da “che

NON alterino”. Molto altro ci sarebbe da dire, ma una critica minuziosa dell’articolato porterebbe a

sviluppi incompatibili con le presenti note.

ART. 16: PROPOSTA DI MODIFICA AL COMMA 3 LETTERA A):

«…sistema di paesaggio naturale e seminaturale, che è costituito da paesaggi caratterizzati da un

elevato valore di naturalità e seminaturalità in relazione a specificità geologiche, geomorfologiche,

floristiche e faunistiche».

ART. 18: PROPOSTA. Al comma 2) inserire:

lettera d) “all’individuazione di interventi di valorizzazione del paesaggio anche in relazione allo

sviluppo della Rete Ecologica Regionale (RER), al fine DI garantire elevati livelli di biodiversità”.

ART. 21: PROPOSTA. Sostituire con:

“Il paesaggio naturale è costituito dalle porzioni di territorio caratterizzate da maggiore valore di

naturalità intesa in termini di biodiversità e geodiversità, anche se interessati dal modo d’uso agricolo.”

Il resto dell’articolo vale.

ART. 31: PROPOSTA. Aggiungere:

tab. b punto 6.1: “sono consentiti solo se interrati”;

tab. b punto 7.2.4: “è vietata l’apertura di nuovi tracciati. Le attività agro-silvo-pastorali devono

utilizzare i tracciati esistenti. Laddove occorre si può procedere al ripristino di essi nel principio del

minimo impatto ambientale, con l’obbligo di mantenere rigorosamente struttura e dimensionamento del

tracciato originale”;

tab. c punto 2.2, va aggiunto “ nei boschi cedui va rilasciato a fine turno un numero doppio di matricine

rispetto a quello indicato per ogni singola specie arborea dalle vigenti regolamentazioni di settore”

Capo III (modalità di tutela delle aree tutelate per legge) 15

Questo Capo concerne le vaste zone sottoposte a vincolo “ope legis” dalla c.d. “Galasso” (ora art. 142

del Codice). Per esse il PTPR ne dispone la perimetrazione (finora assente), e detta, conformemente

all’art. 143 del Codice, delle “prescrizioni d’uso” che dovrebbero assicurarne la tutela.

Una prima constatazione è che i numerosi articoli concernenti le rispettive tipologie di aree si

caratterizzano per un’iniziale severità (formulata nei primi commi), che sembra far pensare ad una

intangibilità quasi assoluta; ma i commi a seguire pongono di solito una serie più o meno estesa di

deroghe ed eccezioni, che finiscono in alcuni casi per snaturare i fini di tutela.

Secondo quanto stabilito nelle “modalità di tutela delle aree tutelate per legge” (Capo III – art. 33 e

sgg.) appare evidente come, seppure partendo da una generale indicazione circa il divieto di

trasformazione di queste aree, numerose possono essere le motivazioni che permettono di derogare da

tale obbligo, con il rischio di vanificare ogni sforzo diretto alla conservazione e valorizzazione dei

paesaggi.

Per evitare ciò potrebbe non bastare la redazione di specifici SIP (art. 53 e 54) a corredo dei progetti di

intervento futuri, ma bisognerebbe puntare maggiormente sulla definizione e il rispetto degli usi

compatibili per tipologia di paesaggio e degli standard di qualità che debbano essere mantenuti o, se

necessario, raggiunti da ogni ambito paesaggistico.

Questo implica un ulteriore sforzo di analisi volto alla valutazione dello stato attuale di conservazione e

qualità dei paesaggi, in modo da definire un termine di paragone valido per le valutazioni che verranno

effettuate periodicamente in futuro.

Ciò anche per poter individuare, a livello amministrativo inferiore rispetto a quello regionale

(provinciale, e soprattutto comunale), delle aree che non potranno godere in alcun modo di deroghe E

in cui le norme risultino maggiormente restrittive che altrove.

I piani urbanistici degli enti locali dovranno, infatti, essere adeguati in futuro al dettato normativo del

P.T.P.R., e nel fare questo sarebbe necessario che venissero specificate puntualmente le aree

potenzialmente oggetto di trasformazioni da quelle totalmente e veramente vincolate. A tal fine

potrebbe essere preso come riferimento metodologico quanto già indicato nell’art. 59 delle norme

16

(piani attuativi con valenza paesistica) integrando e modificando lo stesso opportunamente. Solo in

questo modo si riesce a passare dalla tipologia di paesaggio ai luoghi reali, cioè dal generale (o meglio

dal generico) al particolare e quindi al concreto, prendendo comunque come valido riferimento quanto

indicato nelle Tab. A, B e C (art. 17), rispettivamente relative alla “definizione delle componenti del

paesaggio e degli obiettivi di qualità paesistica”, alla “disciplina delle azioni/trasformazioni e obiettivi

di tutela” e alle “norme regolamentari” del Paesaggio naturale e del Paesaggio naturale agrario.

Un esame articolo per articolo di queste norme richiederebbe sviluppi impensabili in questa sede.

Pertanto, a mero titolo di esempio, sottolineamo qualche punto:

ART. 33 PROPOSTA: aggiungere alla fine del comma 7 la seguente frase: “nelle fasce ricadenti in

Aree protette, Riserve naturali o SIC/ZPS non è ammesso alcun intervento difforme dai rispettivi piani

di assetto e gestione o misure di salvaguardia. L’ente preposto alla tutela del vincolo subordina la

relativa autorizzazione all’adozione da parte dei comuni di un piano di utilizzazione dell’arenile ed alla

sua compatibilità con le finalità di tutela ambientale nel caso la fascia costiera e marittima sia compresa

nel sistema delle aree protette.”.

ART. 34 PROPOSTA: inserire una norma analoga dopo il comma 7.

ART. 35 La normativa segue, come si era detto, un suo corso più o meno discendente quanto a

effettiva tutela, ma il comma 24 (ultimo) è poco comprensibile. Stabilisce infatti che tutti i corsi

d’acqua, “in assenza di altri beni paesaggistici di cui all’art. 134 del Codice (ma quali beni: quelli delle

lett. a, b, c?) ai sensi dell’art. 143 comma 4 lett. a, costituiscono ambiti nei quali la realizzazione di

opere e interventi può avvenire previo accertamento, nell’ambito del procedimento ordinato al rilascio

del titolo edilizio, della loro conformità…” (al PTPR e allo strumento urbanistico conformato). Tutto

l’insieme risulta poco chiaro, ma una possibile interpretazione potrebbe essere che per tutti i corsi

d’acqua non è più potenzialmente necessaria l’autorizzazione paesaggistica.

PROPOSTA: aggiungere alla fine del comma 24 la seguente frase: “La presente disposizione si

applica solo alle fasce di rispetto dei corsi d’acqua tutelate ai sensi dell’art. 142 del Codice, e non

interessate da specifici provvedimenti ai sensi degli artt. 136, 138, 139, 140, 141 e 157”.

ART 36 PROPOSTA: si chiede di cancellare il punto f e il punto g del comma 3. 17

ART. 37: Il comma 9 stabilisce che, dopo l’approvazione dei Piani delle Aree protette, il nulla-osta

rilasciato dal gestore ex- art. 28 l.r. 29/1997 “assorbe anche l’autorizzazione paesistica ai sensi

dell’articolo 146 e 159 del Codice, solo nel caso in cui tale nulla-osta sia stato espressamente

rilasciato”. La norma non è chiara, e comunque sembra quantomeno dubbio che una legge regionale

possa modificare quella dello Stato in materia di Paesaggio, anche perché non vengono fatte salve le

competenze delle Soprintendenze.

PROPOSTE: cancellare il comma 9;

Aggiungere al comma 2 “nei casi di contrasto fra le norme del PTPR e quelle del vigente Piano del

Parco prevale la più restrittiva”.

ART. 39: Anche qui si inizia bene, ma dal comma 6 in poi (“…è DI NORMA esclusa l’attività

edificatoria”) c’è un concorso di deroghe ed eccezioni che possono aprire le porte a tutto. Non è

possibile in questa sede indicare in forma sintetica una proposta di modifica, dal momento che quello

degli usi civici è un problema che va ripensato dall’origine a livello nazionale, in vista della creazione

di un “demanio pubblico ambientale”.

CAPO IV (immobili e aree individuati e tipizzati dal PTPR).

SI VEDA IL PRECEDENTE PAR. 1) PER QUANTO CONCERNE LA QUESTIONE

PREGIUDIZIALE DELL’EFFICACIA O MENO DELLE NORME DEL PTPR IN AMBITI

NON PRECEDENTEMENTE VINCOLATI, A SEGUITO DELLE ULTIME MODIFICHE

APPORTATE AL CODICE.

ART. 42: Concerne le aree agricole del Lazio, con particolare riferimento alla Campagna romana,

considerate “Beni identitari” della comunità regionale.

Il comma 2 giustamente riconosce che tali zone (almeno quelle della Campagna romana) sono ridotte ai

“lacerti” dell’antico Agro, di cui permangono “zone residue” ai margini della conurbazione romana.

Eppure dette zone “costituiscono i luoghi dell’identificazione del paesaggio storico-monumentale

rappresentato dai vedutisti….Sono le porzioni di territorio che hanno ispirato la nascita dell’iconografia

legata al paesaggio, come rappresentazione del rapporto con il passato…”. 18

Per le modalità di tutela, il comma 5 dell’art. 42 fa riferimento a quelle del Capo II; si dovrebbe

pertanto applicare la più severa disciplina stabilita per i sistemi di paesaggio (artt. 16 – 32). Ma l’art. 17

al comma 7 stabilisce che per i beni “tipizzati” dal Piano la normativa è contenuta nei Capi III e IV ,

“anche con riferimento alla disciplina di tutela e di uso dei paesaggi”. Qui la normativa sembra

richiedere una rivisitazione, almeno sotto il profilo della CHIAREZZA E DELLA forma.

Il comma 6 dell’art. 42 stabilisce infine che in relazione alle “eventuali (!) previsioni di sviluppo degli

strumenti urbanistici vigenti alla data di adozione del PTPR i Comuni possono proporre documentate

proposte di modifica dei perimetri individuati dal PTPR, nei termini della presentazione delle

osservazioni…”. Tenendo presente che qui si parla soprattutto della Campagna romana, la questione si

collega a quella delle ripetute modifiche già apportate al PTPR grazie a una norma inserita nella l.r.

24/1998 (si vedano i commenti agli artt. 10 e 64/65), e alla conseguente “liberalizzazione” di vaste

porzioni dell’ex- Agro romano, consegnate alla speculazione da un PRG che –grazie alle incessanti

Varianti – sarebbe arrivato a prevedere qualcosa come 70 milioni di mc. di nuove edificazioni. Data

l’enormità del problema sarebbe bene esaminarlo in un documento separato.

(N.B. Anche il paragrafo di cui sopra, così come quello che segue, dovrebbero essere riesaminati da

quanti conoscano meglio di me le vicende dell’urbanistica romana e laziale).

Quanto a proposte di modifiche al comma 6, esso andrebbe chiaramente soppresso, ma questo sembra

un caso in cui il grosso dei danni si è già verificato, e comunque a questo punto non basta una

correzione normativa per arrestare meccanismi che ormai girano a pieno regime….

ART. 43. Il comma 6, richiamando le previsioni degli strumenti urbanistici, si limita a sottoporre (nei

centri storici perimetrati) ad autorizzazione paesaggistica una serie di interventi. Tra questi la

“ristrutturazione edilizia, nei soli casi di totale demolizione e ricostruzione”; le “nuove costruzioni e

ampliamenti”; l’“installazione di torri, tralicci e ripetitori per la telecomunicazione”, ecc. Tali interventi

semplicemente non sembrano ammissibili in un centro storico individuato e perimetrato per il suo

particolare valore.

Italia Nostra e’ assolutamente concorde su questo punto. 19

PROPOSTA: modificare le lett. d), e.1), e.4), e.6), f) del comma 6, stabilendo che, in attesa di una

specifica legge regionale per la tutela e la valorizzazione dei centri storici, gli interventi di cui alle

predette lett. dell’art. 3 del DPR 380/2001 non sono consentiti.

Italia Nostra pur concordando su questa proposta ritiene che fino al momento in cui non si

disporrà di tale legge è consigliabile mantenerla così come è stata pensata.

Per i suddetti “insediamenti urbani storici” il comma 4 individua una fascia di rispetto di 150 m. a

partire dalla loro perimetrazione. Si era detto altrove che questa tutela standardizzata appare in molti

casi esigua (certi borghi in posizione dominante richiederebbero una protezione estesa per chilometri) e

in altri inutile (molte città e antichi paesi sorgono in parziale o totale contiguità con l’edificato

moderno). Ciononostante la norma è pur sempre un segno di attenzione per i centri storici, altrimenti

non tutelati se non dalla legge 765/1967 e da rari vincoli su singoli edifici.

Il comma 12 stabilisce che in questi territori “contermini” vige l’inedificabilità; il successivo c. 13

abbassa il profilo, facendo salve le previsioni degli strumenti urbanistici vigenti alla data di

pubblicazione del PTPR, con riduzione della fascia inedificabile a 30 m., via libera alle opere pubbliche

e alle zone B di completamento, ecc. Il che sembra ridurre la tutela a ben poco.

CAPO V (interventi particolari)

ART. 50 Anche qui si comincia bene per finire male. Il c. 1 vieta l’apertura di nuove cave e miniere, la

ripresa di quelle dismesse e l’ampliamento in tutte le aree sottoposte a vincolo (dichiarato, “ope legis”

o dei beni “tipizzati”); i commi successivi stabiliscono una lunga (e complicatissima) serie di deroghe

ad hoc per le imprese estrattive.

Il comma 2/bis subordina (in contraddizione con l’art. 145 del Codice) l’efficacia del Piano paesistico

al PRAE e al PTGP, stabilendo che, qualora questi ultimi individuino “poli estrattivi” o altre

localizzazioni, sarà possibile approvarle, previa Variante al Piano paesistico con le procedure

semplificate di cui all’ art. 23/7 della l.r. 24/1998.

Il comma 3 stabilisce che, in deroga al c. 1, l’ampliamento può essere autorizzato dalla G.R. “in

considerazione di un interesse economico di carattere pubblico, esclusivamente per l’escavazione di

materiale raro” (frase questa suscettibile di qualsiasi interpretazione). Segue una serie di limitazioni e

20

condizioni, in teoria anche rigorose, ma la cui complessità lascia pensare che abusi e “sviste” potranno

diventare la regola.

Il comma 4 detta altre disposizioni di intricata quanto improbabile applicazione nella prassi ordinaria

(non dimentichiamo che solo in Prov. di Latina ci sono – o c’erano in tempi recenti – quasi 60 cave in

massima parte abusive…).

Il comma 5 stabilisce che le cave “legittimamente in esercizio” (ma abbiamo appena detto che nella

grande maggioranza dei casi esse sono illegittime, se non del tutto abusive…) “proseguono secondo i

progetti esistenti” (cfr. art. 1 l.r. 30/2001); il che sembra davvero troppo accomodante, almeno in quei

casi in cui le cave ricadano in aree vincolate e siano di massimo danno ambientale.

PROPOSTE: La riformulazione dell’intero articolo comporterebbe sviluppi eccezionali. Essa è

comunque necessaria, anche perché il nuovo Codice (art. 146, c. 14) ha ripristinato le competenze dei

Soprintendenti statali (espressione di un preventivo parere vincolante) in fatto di apertura o

ampliamento di cave.

Nel riformulare l’articolo, occorrerebbe sfruttare – onde non trovarsi poi con una norma rigorosa

quanto di impossibile applicazione – la differenza riconosciuta dal Codice tra le aree vincolate con

provvedimenti specifici (che sono sicuramente di grande valore) e quelle vincolate “ope legis” (che

sono presuntivamente di valore paesistico). Si potrebbe – per es. – stabilire che nelle zone vincolate con

provvedimento esplicito, nelle Aree protette e nei SIC/ZPS apertura, ripresa e ampliamento di cave e

miniere sono sempre vietate. La prosecuzione di quelle LEGITTIMAMENTE in corso andrebbe poi

ancorata ad una scadenza temporale precisa e inderogabile. Invece, nelle aree vincolate “ope legis” (e

magari anche in quelle “individuate e tipizzate” dal PTPR, sempre beninteso che non sia la normativa

dello stesso a vietarle espressamente!) si potrebbe adottare una disciplina più “morbida”, basata sul

rilascio dell’autorizzazione da parte della G.R. (previo parere vincolante del Soprintendente), sulla base

della “Relazione paesaggistica” e di tutte le verifiche previste dalle leggi e/o dal PRAE.

Si propone inoltre di cancellare il comma 10.

ART. 51: (aziende agricole in aree vincolate) Alla luce di recenti avvenimenti (“caso Tuscolo”)

questo articolo appare inaccettabile. Il comma 1 stabilisce che per le aziende agricole in aree vincolate

“è consentita la realizzazione di manufatti, strettamente funzionali e dimensionati all’attività agricola

21

e/o alla relativa trasformazione dei prodotti”, nonché di “piccoli ricoveri per attrezzi”. Ma l’ultima

parte del comma già parla di “nuove costruzioni”, anche in aree classificate dal Piano ai massimi livelli.

Il comma 2 ammette la deroga al PTPR e alla l.r. 24/1998, subordinandola all’approvazione (da parte

del Cons. comunale) di un P.U.A. (Piano di utilizzazione aziendale, ex- art. 57 l.r. 38/1999) e alla

redazione di un SIP (studio di inserimento paesistico; v. commento agli artt. 53-54).

Il comma 3 chiarisce che il P.U.A. consente deroghe al lotto minimo e al dimensionamento degli

“annessi agricoli” (da sempre cavallo di Troia delle lottizzazioni “striscianti”) stabiliti dalla l.r.

38/1999, “nonché ai parametri definiti nella disciplina di tutela e di uso dei Paesaggi ed alle modalità di

tutela degli immobili e delle aree tutelate per legge e di quelli individuati dal PTPR” (praticamente

all’intero Piano paesistico!). Questa elastica normativa può inoltre applicarsi anche alle aree non

contigue.

I risultati si sono visti in modo paradigmatico la scorsa estate, quando nell’area supervincolata del

Tuscolo, a pochi metri dal Parco archeologico e in pieno Parco dei Castelli Romani, un’azienda

agricola ha cominciato la costruzione di un grosso manufatto (oltre 700 mq, se ben ci si ricorda), con

presumibile destinazione agrituristica, e comunque sicuramente non agricola. Tutto questo per

l’appunto grazie ad un P.U.A. acriticamente approvato dal c.c. di Grottaferrata, che ha reso possibile la

deroga al Piano previgente e al PRG. Quanto all’autorizzazione del Parco regionale e a quella

paesaggistica pare che se ne sia semplicemente fatto a meno; il che, se è vero, dimostra quanto siano

pericolosi questi ampi meccanisimi derogatori, che finiscono per creare delle prassi e dare un po’ a tutti

la falsa convinzione che una volta superato l’ostacolo principale (il piano paesistico) sugli altri si possa

anche passare impunemente sopra.

In questo caso si trattava del Tuscolo, cioè di una zona celebre, e l’autentica rivolta delle popolazioni di

Grottaferrata e Frascati, le manifestazioni, i ricorsi al TAR e alla giustizia penale sono infine risultate

vincenti. Ma occorre chiedersi in quanti altri casi - magari meno evidenti e un po’ più “fuori mano” –

operazioni anche peggiori potrebbero tranquillamente farla franca.

PROPOSTA: cancellare l’art. 51, o in subordine riformularlo per escludere qualsiasi efficacia

derogatoria dei P.U.A. almeno nelle Aree protette, in quelle vincolate con provvedimento specifico, nei

SIC/ZPS, ecc. 22

Anche sull’art. 51. Italia Nostra concorda con l’impostazione del WWF. Tuttavia il problema

resta sempre “il rispetto delle regole” e il “controllo” che purtroppo quando viene delegato alle

amministrazioni locali può facilmente diventare uno strumento di pianificazione urbanistica e

lottizzazione.

CAPO VI (attuazione)

ART. 53 (opere e piani da corredare con SIP – studio di inserimento paesistico) Il comma 1 dispone

che debbono essere corredati di SIP (si intende nelle aree comunque vincolate) i progetti relativi a:

tutte le opere in deroga; tutti i Piani attuativi alla cui formazione il PTPR subordini il rilascio delle

autorizzazioni paesistiche; tutte le opere per le quali le norme del PTPR o la l.r. 24/98 lo prevedano.

Segue poi (lett. c) un lungo elenco di opere e attività SUBORDINATE ALLA PRESENTAZIONE DI

SIP (qualora consentite per le rispettive zone dalle norme di Piano).

Per quanto riguarda il suddetto elenco (11 “voci”), si osserva che in gran parte dette opere sono già per

legge assoggettate a procedura di V.I.A. (statale o regionale), o perlomeno al semplice “screening”.

Inoltre per quelle ricadenti in SIC/ZPS si rende necessaria anche la Valutazione di Incidenza (che può

essere ricompresa all’interno della VIA, purchè le esigenze di tutela degli habitat e delle specie siano

adeguatamente ponderate).

Un’ osservazione più radicale è che il SIP sembra correre il rischio di diventare di fatto un “doppione”

della Relazione paesaggistica. Prevista dall’art. 146 del Codice e introdotta dal DPCM 12/12/2005, la

Relazione è un complesso studio (“di inserimento paesaggistico”, per l’appunto) che obbliga i

proponenti – di qualsiasi tipo di opere ricadenti in zone vincolate; viene meno dunque la necessità di

fare elenchi! – a documentare compiutamente il valore paesaggistico dei luoghi e del circondario; a

riferire sulla conformità con il Piano Paesistico; a giustificare la scelta del sito in rapporto a possibili

alternative; a dimostrare su tavole e fotografie la compatibilità dell’intervento con il contesto tutelato e

lo stato ante e post operam; a motivare il linguaggio architettonico adottato, ecc. Una sorta di “V.I.A.

del Paesaggio” insomma, che sembrerebbe sostituire degnamente il SIP nella massima parte dei casi

senza avere bisogno di essere da quest’ultimo “integrata” (come invece prevede il successivo art. 54, c.

1). 23

E’pur vero che tra le funzioni del SIP c’è anche quella di corredare quei Piani urbanistici attuativi cui il

PTPR affidi funzioni di definizione e subordini il rilascio delle autorizzazioni (comma 1/b, e poi art.

59); ma nulla sembra vietare di estendere anche ad essi l’efficacia della Relazione (si tratta in fin dei

conti di una questione di livelli di approfondimento), mentre proprio in quanto Piani urbanistici

potrebbero essere semmai soggetti ad una V.A.S., già teoricamente prevista dalle norme comunitarie.

Lo scopo della presente osservazione non è ovviamente quello di cavillare sui nomi delle cose, ma

solo quello di arginare la moltiplicazione di procedure, sigle e strumenti, già adesso

impressionante.

PROPOSTA: cancellare gli Artt. 53 e 54, semmai stabilendo che restano ferme per le singole opere le

disposizioni in materia di V.I.A. e V.d.I., e per tutti gli interventi in aree vincolate l’obbligo di

Relazione paesaggistica. Per gli strumenti urbanistici attuativi e per tutti i piani che assumono valenza

paesaggistica si potrebbe anche lasciare ai Comuni l’opzione tra corredarli con una Relazione

paesaggistica estesa a tutti i prevedibili effetti dei Piani, o EFFETTUARE invece una regolare

procedura di V.A.S. CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLE QUESTIONI DEL PAESAGGIO.

ART. 54: PROPOSTA

Comma 1 lettera a) inserire: “descrizione delle caratteristiche geomorfologiche e naturalistiche dei

luoghi ove è prevista la realizzazione dell’intervento o delle attività” .

Comma 2 lettera d) inserire: “collocazione nel contesto urbano con individuazione delle relazioni

spaziali, ecologiche e visive ….”.

ARTT. 64 e 65 Per la loro particolare gravità sono stati trattati prima di tutti gli altri.

ART. 136: Vincoli dichiarativi. ART. 136, comma 1 lett. a) D.lvo 42/04 – Beni singoli

All’interno di tale categoria occorre inserire i geositi, in quanto classificabili tra le cose immobili che

hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica.

Ricordiamo che dei 676 geositi attualmente censiti nella banca dati dell’A.R.P., 156 sono localizzati

all’interno delle aree protette, mentre altri 156 ricadono all’esterno di esse ma all’interno dei SIC ed

alle ZPS appartenenti alla rete Natura 2000. 24

Gli obiettivi di qualità del paesaggio devono essere finalizzati alla tutela e valorizzazione del bene

geologico, in quanto rappresentativO della geodiversità del territorio laziale e di processi evolutivi non

riproducibili.

ART. 142: Vincoli ricognitivi “ope legis”. ART. 142, comma 1 lett. f) D.lvo 42/04 – Parchi

La Regione Lazio, (cfr. D.G.R. n. 2146/1996) in attuazione delle Direttive nn. 92/43/CEE (Habitat) e

79/409/CEE (Uccelli) ha individuato 183 SIC, estesi complessivamente 143.163 ha (8,3% del territorio

regionale), e 42 ZPS pari a 402.870 ha (23,4% del territorio regionale).

Sebbene numerosi siti siano compresi, in tutto o in parte, all’interno del sistema delle aree protette

regionali o statali istituite, si rende necessario, in particolar modo per quelli esterni, includerli nella

categoria “Parchi e riserve naturali”.

In tali aree gli obiettivi di qualità paesistica devono essere finalizzati al mantenimento della loro

funzionalità ecologica. 25

Paesaggi feriti: il territorio abruzzese tra emergenze ed ordinarietà

Piero Ferretti

Il testo si articola in due parti: nella prima si illustrano, in termini molto schematici, le più evidenti

problematiche che, al momento, caratterizzano il territorio regionale; nella seconda si riferisce, altrettanto

sinteticamente, sullo stato della pianificazione territoriale e paesaggistica.

Criticità del paesaggio abruzzese

Una riflessione sul paesaggio e sulla pianificazione paesaggistica abruzzese non può che partire dai

paesaggi urbani devastati dal terremoto che il 6 aprile 2009 ha colpito la città dell’Aquila ed il suo

territorio.

Il centro storico dell’Aquila, i piccoli centri storici compresi nel cratere sismico (Ocra, Fossa, Poggio Picenze,

Santo Stefano di Sessanio, ecc), le abitazioni, i monumenti importanti, le sedi istituzionali e i luoghi di lavoro

o di socializzazione, un tessuto edilizio modesto ma di qualità testimoniale, attendono ancora, dopo più di

un anno dall’evento, scelte importanti ed azioni concrete per il loro recupero.

È in gioco non solo la salvezza fisica dei centri abitati, ma la loro stessa possibilità di sopravvivere e di

tornare ad essere luoghi della vita sociale delle comunità ancora disperse.

Non sono certamente risolutivi i preannunciati interventi di archistar, peraltro su aree soggette a vincolo,

con l’inserimento, ai margini del centro storico, di attrezzature senza alcuna valutazione sulle ricadute

urbanistiche dell’intervento e dell’inserimento nel contesto storico.

Solo attraverso il consolidamento ed il recupero dell’esistente e la ricostruzione di quanto finito in macerie,

in termini unitari e di conservazione integrata, solo restituendo gli alloggi ai cittadini o agli studenti che le

abitavano e alle attività che ne assicuravano la vitalità, è possibile evitare che la città muoia. Una

ricostruzione che parta dal presupposto, come scritto recentemente da Giovanni Losavio, del Centro storico

quale insieme unitario, unico e complesso bene culturale, da sottoporre a piano unitario di intervento.

Sulle modalità della ricostruzione dei centri storici, ancora tutta da fare, l’Associazione ha già esplicitato le

sue proposte in termini chiari ed approfonditi, a cui si rimanda: i due bollettini n. 446 dell’agosto 2009 e n.

451 del gennaio‐febbraio 2010 ben documentano i termini del dibattito e le posizioni di Italia Nostra.

Bisognerà vigilare, confermando la presenza attenta che la nostra Associazione ha manifestato sin dalle

prime fasi del post sisma e ribadire come la ricostruzione dell’Aquila costituisca un terreno di impegno

prioritario per Italia Nostra. A tale proposito è opportuno che la presenza vigile dell’Associazione non venga

meno nel momento in cui i riflettori sull’Aquila saranno spenti.

Gli esiti drammatici del terremoto recente sono stati sicuramente esaltati dalle responsabilità delle

persone, dalla loro incompetenza, dalla leggerezza, dall’avidità e dal malaffare, e ciò a partire dal

declassamento della categoria di rischio sismico della zona, sino agli errori tecnici di progettazione, alle

ristrutturazioni sbagliate, alle frodi sui materiali, all’incuria.

Ma i maggiori danni al territorio ed al paesaggio aquilano sono stati arrecati dalle scelte compiute dalla

Protezione Civile, tempestiva e sollecita nell’affrontare la prima emergenza, ma accentratrice, poi, di ogni

decisione, con l’emarginazione di tutte le espressioni del potere locale. La strategia seguita nella

ricostruzione è stata disastrosa e solo oggi, alla luce di quanto si va conoscendo sul ruolo e sulle modalità di

gestione delle emergenze, se ne comincia a meglio individuare la logica.

Quindi, non una dignitosa provvisorietà (come in analoghe esperienze era stato utilmente sperimentato) in

attesa di tornare ad abitare le proprie case, da parte dei cittadini colpiti, ma la dissennata scelta delle new

1

town, che altro non sono che gruppi di abitazioni disseminate nel territorio senza alcuna logica e senza

alcun servizio.

Case costosissime, prevalentemente edificate su terreni agricoli (19 isediamenti su 104 ha.), che, di fatto,

hanno accresciuto la preesistente polverizzazione degli insediamenti circostanti il capoluogo e hanno

dissodato il terreno alle attese della rendita fondiaria.

In definitiva si è innescata una formidabile spinta al consumo del suolo, alla crescita a macchia d’olio, senza

logica insediativa e senza luoghi di aggregazione e di socialità. Piccole periferie, certamente di immediato

sollievo per i senza casa, ma anche occasione appetitosa di propaganda demagogica‐accattivante e sicuro

affare per i costruttori.

I nuovi insediamenti, al di là dell’estraneità dell’architettura ai contesti, sono negativi per la qualità della

vita della comunità trapiantata, per l’organizzazione del territorio (esaltazione del pendolarismo,

marginalità dell’abitato, isolamento sociale,..) e per le qualità di un paesaggio che diviene sempre più

anonimo.

(Sulla vicenda aquilana si rinvia al bel testo del Comitatus Aquilanus: L’Aquila, non si uccide così anche una

città? A cura di Georg Josef Frisch, con introduzione di Edoardo Salzano)

Il secondo motivo di allarme per il destino dei nostri paesaggi, riguarda il paesaggio montano.

Il problema si presenta in termini meno evidenti e drammatici del primo, ma non meno importanti per il

futuro della nostra regione. Vengono a riproporsi, oggi, questioni che si ritenevano superate dalle

acquisizioni culturali e dalle scelte politiche ormai consolidate, e si manifesta la decisa inversione delle

politiche per la montagna.

Per noi un tema di grande rilevanza in quanto il territorio montano interessa, in Abruzzo, il 75% della

superficie della regione, 224 comuni su 305, e ne coinvolge un terzo degli abitanti; include tre parchi

nazionali ed uno regionale, comprendendo i grandi bacini di naturalità dell’appennino centrale. La

montagna rappresenta, inoltre, parte fondamentale del territorio non solo per la sua estensione geografica

ma anche per il peso strategico che questa può svolgere nel suo modello di sviluppo.

La nostra regione è stata, nel passato, convinta copromotrice e protagonista del progetto APE (Appennino

parco d’Europa) e sulle qualità e le potenzialità dell’ambiente montano aveva basato le possibilità di un

nuovo sviluppo sociale e produttivo, a partire da forme di turismo eco compatibile.

Numerosi sono i segnali di questa inversione di tendenza: sono fortemente ridimensionati i finanziamenti

alle comunità montane (non intese solo come istituzioni da superare, non è questo l’argomento della

discussione); i parchi nazionali sono commissariati e privati dei finanziamenti indispensabili per continuare

a svolgere utilmente il proprio ruolo, mentre ingenti risorse sono destinate al finanziamento di sei impianti

di risalita. Si ha l’impressione dell’avvio di un declino consapevole del progetto strategico del sistema dei

parchi abruzzesi.

Tutto ciò sembra preludere a un ritorno al peggiore passato, quando lo sviluppo del territorio era affidato

alle politiche delle seconde case e del turismo, soprattutto invernale, d’assalto o di rapina.

Un secondo fattore di criticità riguarda la diffusione degli impianti eolici su crinali e ambiti territoriali

incontaminati, sottoposti ad interventi di consistente impatto ambientale e paesaggistico, all’attenzione

dello specifico gruppo di lavoro dell’Associazione.

Se dall’interno montano ci spostiamo verso la costa, attraversando la Piana di Navelli per poi entrare nella

valle del Pescara, percorriamo i due siti che la Sezione Regionale di Italia Nostra ha scelto come esempi

emblematici per la campagna “Paesaggi sensibili”.

Nel primo caso, la messa in sicurezza dell’arteria stradale ha assunto caratteristiche esagerate, fuori scala,

rispetto alle esigenze del traffico e sicuramente lesive dei caratteri di un paesaggio sobrio, segnato dalla

partizione dei campi, dal susseguirsi di chiese tratturali e piccoli centri storici attestati sui versanti: una

sicura ferita ai delicati rapporti spaziali dell’altopiano.

Nella valle del Pescara, il fiume o meglio il suo alveo (i terreni pianeggianti che il corso d’acqua ha

modellato nei secoli), è stato il catalizzatore di numerosi e impattanti detrattori ambientali: la mega

discarica di Bussi, che ha raccolto per anni i veleni prodotti dalle industrie chimiche della zona, l’interporto

2

di Manoppello ancora in attesa delle necessarie interconnessioni ferroviarie, i centri commerciali di

Cepagatti e Chieti (quest’ultimo realizzato, in area esondabile, sulla base di un PRUSST, ovvero, e questo è il

colmo della sfrontatezza, di un programma per lo sviluppo sostenibile) le lottizzazioni residenziali nel

comune di Spoltore e i numerosi insediamenti industriali nei diversi comuni della valle, sino a Pescara, dove

il fiume diventa il retro delle costruzioni.

I processi di metropolizzazione, non governati, vanno diffondendo a dismisura il “paesaggio della periferia

urbana”, brutto ed anonimo, lo stesso che omologa e deperisce tanti spazi periurbani dei nostri abitati.

La fascia collinare che si pone tra le montagne e l’esile cimosa costiera, territorio dell’ulivo e della vite,

paesaggio della mezzadria segnato dalla discreta diffusione delle case contadine, collocate con antica

saggezza sui dossi collinari, è soggetta a forti pressioni trasformative che ne minacciano l’integrità: grandi e

piccoli interessi sono in agguato. Per ora è stata sventata la realizzazione di un “centro oli”, una raffineria

nel cuore della produzione del vino nelle colline del chietino. Associazioni ambientaliste e di produttori,

anche con l’appoggio di diversi amministratori locali ed infine della Regione, hanno impedito questo

attentato all’economia e al paesaggio locale. Gli interessi si spostano ora sul mare, con la richiesta di

concessioni esplorative di cui non si percepisce ancora a pieno la problematicità.

Nelle aree più prossime ai centri abitati sono ormai evidenti i segni di quel dissennato modello insediativo

che viene normalmente chiamato sprawl urbano, ovvero quel crescente fenomeno di diffusione e

dispersione insediativa che pare inarrestabile e che riguarda, ormai, l’intero paese (e non solo).

Anche qui si afferma un modo di abitare il territorio insostenibile, che distrugge risorse produttive e

cancella paesaggi tipici; un modo di abitare il territorio costoso, dissipatore di energia e generatore di

congestione ed inquinamento, oltre che ulteriore elemento di anomia e atomizzazione sociale .

Infine la stretta fascia costiera, continuum edificato dai confini settentrionali sino al fiume Foro, oggetto di

“francavillizzazione” (un termine coniato per richiamare, in termini emblematici, la massiccia

urbanizzazione di Francavilla a Mare, una cittadina che in pochi anni ha nascosto il mare dietro una fitta e

difficilmente penetrabile cortina di costruzioni), con alcune residue cesure, in essere anche per le decise

battaglie ambientaliste, con la sola, modesta consolazione del decreto costitutivo del Parco marino della

Torre di Cerrano. Esemplare è stato l’impegno delle Sezioni di Italia Nostra di Atri e di Giulianova che hanno

decisamente contribuito all’istituzione della Riserva naturale guidata del Borsacchio in territorio di Roseto

degli Abruzzi.

A sud è emblematica la mobilitazione per salvare dall’edificazione il sedime ferroviario derivato dallo

spostamento della ferrovia Pescara Lecce. Qui si chiede l’istituzione del Parco della costa teatina per salvare

un paesaggio ancora integro, con i caratteristici “trabocchi”, compreso quello di memoria dannunziana, e

per meglio resistere alle forti pressioni insediative in atto. È questo un terreno di impegno determinato e

costante della Sezione di Italia Nostra di Lanciano che da anni attraverso numerose iniziative, convegni,

denunce, vigila e segue il problema nei suoi sviluppi .

La Pianificazione territoriale e paesaggistica

Com’è possibile che tutto ciò accada? Ovviamente le ragioni sono tante, soffermiamoci brevemente sugli

aspetti che attengono alla pianificazione urbanistica e territoriale, con la consapevolezza che, nella maggior

parte dei casi, le criticità sono tutte interne agli strumenti urbanistici regolarmente assentiti, poiché il

fenomeno dell’abusivismo non assume, nel nostro territorio, grandi dimensioni né quegli aspetti patologici

presenti in altri contesti. Si tratta prevalentemente di un abusivismo diffuso, ma di piccola scala: un

microabusivismo legato all’uso improprio dei sottotetti, alle piccole aggiunte volumetriche o all’uso

anomalo dei garage, ecc. con qualche eccezione che riguarda costruzioni di maggior rilevanza sul mare o in

ambiti di pregio ambientale. 3

La prima responsabilità è da attribuire alla vigente legge urbanistica LUR 18/83 che, va ricordato, è stata

svuotata progressivamente di alcuni aspetti positivi che pur conteneva.

In particolare, la disciplina delle aree agricole è devastante. L’intervento nelle zone rurali è assunto nella

sola dimensione del costruire, con l’individuazione di indici di edificazione dei lotti (superficie minima un

ettaro ed indice di edificabilità 0,03) che prefigurano il territorio agricolo quale immensa lottizzazione di

residenzialità rada. Peraltro, con una modifica della legge (LR 70/95), si riesce persino a peggiorare il

precedente testo vigente, affermando che, non importa chi e perché costruisce in campagna, è sufficiente

che siano mantenute le “caratteristiche contadine” delle costruzioni!

Più in generale, la delega incondizionata concessa ai comuni per l’approvazione dei piani urbanistici, ma

anche per il rilascio dei nulla osta paesistici, lo smantellamento progressivo delle strutture e degli organismi

della pianificazione intermedia, un mal interpretato concetto di sussidiarietà che si è andato affermando,

hanno fatto sì che ogni scelta fattiva, incisiva, della pianificazione sia stata riportata alla sola scala

comunale.

Ricordava, qualche tempo fa, in un articolo scritto a proposito della nota vicenda di Montichiello di Pienza,

Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la bellezza, che “il paesaggio non è del comune”: “Se l’Italia è

sempre più devastata dal cemento, legale o abusivo, la colpa è di tutti, ma principalmente degli enti più

decentrati, più vicini ai problemi del territorio, anche più facili ad essere ricattati dai poteri forti locali, cioè i

comuni” (in eddyburg 15/10/2006).

E da quando i comuni ricavano dall’ICI consistenti proventi per rinpinguare le loro esauste casse, e da

quando possono utilizzare liberamente, senza vincoli di destinazione, i proventi derivanti dagli oneri di

costruzione, si è accentuato il processo di espansione edilizia e di incentivazione ineffabile alla edificazione.

Certamente è sicuramente difficile perseguire un’efficace azione di salvaguardia del paesaggio senza il

consenso e la partecipazione delle comunità locali. Ciò implica, però, che il Comune rappresenti

pienamente gli interessi dell’intera comunità locale e non le sole istanze dei “poteri forti”.

Quasi nulla possono i PTCP (piani territoriali di coordinamento provinciale) “belli e impossibili”: normative

di indirizzo con scarsa capacità di incidere sulle scelte urbanistiche comunali e ancor meno, sulle

localizzazioni estemporanee che nascono da accordi di programma, strumenti che hanno tolto le residue

caratteristiche di democraticità e trasparenza alla pianificazione, ormai terreno sempre più praticato dalle

indagini della magistratura.

La vigente pianificazione paesaggistica (il Piano Paesistico Regionale) non ha retto alla prova dei fatti.

L’Abruzzo si è mosso con solerzia verso la formazione del piano, anche perché ampiamente interessato dai

decreti che impedivano ogni trasformazione in ampie zone del territorio regionale.

(Il Piano è stato adottato con Del. G.R. 29/7/1987, articolato in undici ambiti, approvato con Del C.R.

21/3/1990, atto 141/21)

Abbandonate abbastanza presto le buone intenzioni iniziali, gli undici piani si presentano come griglie di

valutazione di compatibilità ambientale, insieme di vincoli, indirizzi e requisiti degli interventi ammessi.

Il piano avrebbe dovuto superare i caratteri di mero strumento di pianificazione territoriale, ponendosi

come programma di sviluppo con relativo sostegno finanziario per favorire azioni di valorizzazione oltre che

di tutela e di salvaguardia del patrimonio naturale, storico artistico e ambientale della regione.

I maggiori limiti della pianificazione paesistica regionale sono subito evidenti:

Gli undici piani non interessano l’intero territorio regionale ma lasciano delle ampie “zone bianche”

- coincidenti con l’intero sistema collinare della regione, ovvero tutto il paesaggio agrario collinare, di

grande pregio e di evidente delicatezza che non è considerato nella sua dimensione paesaggistica

ancorchè svolga un ruolo determinate nella caratterizzazione dell’identità storica e culturale di gran

parte della regione. 4

Il piano è stato definito sulla base di una meccanica sommatoria di valori desunti da differenti

- approcci disciplinari che, pur se pertinenti, non restituiscono la specificità dei paesaggi. Non sono

stati oggetto di pianificazione le specifiche unità di paesaggio che definiscono l’identità regionale.

Il piano rinuncia ad intervenire sulla pianificazione esistente facendo salve, dalle disposizioni della

- legge (art. 18), tutti gli interventi, anche in contrasto con il piano stesso, contenuti nei piani

urbanistici semplicemente adottati e tutte le opere in corso di esecuzione o comunque autorizzate.

I piani di complessità che il Piano prevedeva per le situazioni più problematiche sono rimasti sulla

- carta, mere esercitazioni professionali.

Il Piano, o meglio i piani, si qualificano come griglia di valutazione di compatibilità ambientale, e risultano

incapaci di fornire indirizzi coerenti alla qualità delle trasformazioni e alle azioni di conservazione e di

riqualificazione di precipuità paesaggistiche non sufficientemente indagate.

La fase di gestione del Piano, prima e dopo le sub deleghe ai comuni, è stata generalmente caratterizzata

dalla soccombenza della tutela del paesaggio ai differenti interessi economici.

A seguito delle modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio sono stati avviati la redazione del

nuovo PPR e l’adeguamento delle strutture comunali per l’esercizio della delega al rilascio dei nulla osta

paesaggistici. I comuni che alla data del 1 gennaio 2010 si sono dotati di struttura idonea per l’esame

istruttorio, per la valutazione ed il rilascio del provvedimento autorizzativo sono solo 42. Gli altri non

presentano ancora i requisiti di organizzazione e di competenza tecnico scientifica necessari per l’esercizio

della delega. Ci si augura, tenendo conto che la continuità dei paesaggi va oltre i confini amministrativi, che

non si attivino 305 commissioni comunali ma che, con l’entrata in vigore del nuovo PRP, si rendano

operative commissioni in riferimento alle unità di paesaggio che il Piano individua.

L’Osservatorio Regionale del paesaggio di cui all’art. 132 del Codice dei beni culturali e del paesaggio è

stato istituito con L.R. 2/2003 ed è costituito dal Direttore regionale parchi, ambiente, territorio ed energia,

con funzioni di coordinatore e dai seguenti componenti: Il Dirigente servizi urbanistica, Dirigente dei servizi

conservazione della natura e APE, Dirigente del servizio tutela e valorizzazione del paesaggio, quattro

rappresentanti delle province, quattro rappresentanti degli ordini provinciali degli architetti e da una

segreteria tecnica di due unità, selezionata con concorso pubblico. Ogni commento appare superfluo.

Il nuovo Piano Paesaggistico Regionale è stato affidato, dopo gara di evidenza pubblica alla soc. Ecosfera di

Roma, nel giugno 2006 ed interessa, come prescrive il Codice dei beni culturali e del paesaggio, l’intero

territorio regionale.

Il Piano è costruito sulla base di due elaborazioni parallele: da una parte l’Atlante dei paesaggi identitari per

l’individuazione degli obiettivi di qualità paesaggistica e le strategie per la salvaguardia, la gestione e la

riqualificazione delle risorse paesaggistiche; dall’altra la Carta dei luoghi e paesaggi per l’individuazione

delle Unità geomorfologiche/paesaggistiche/ambientali in rapporto ai quadri conoscitivi locali e alla

pianificazione in atto, per l’individuazione dei regimi di intervento in termini di modalità della

conservazione e della trasformazione.

Il 12 maggio 2009 è stata firmata l’intesa e il disciplinare interistituzionale con il Ministero dei beni e delle

attività culturali per la redazione congiunta del PPR. Nello stesso periodo, il 20 luglio 2009, è stata

presentata la cartografia tematica di analisi propedeutica al nuovo piano e dato avvio alla procedura di

Verifica di assoggettibilità a Valutazione Ambientale Strategica.

I materiali delle analisi preliminari sono stati depositati per eventuali osservazioni da parte dei comuni

dall’agosto all’ottobre 2009; essi consistevano nelle seguenti elaborazioni: Carta dei vincoli, Carta dei valori,

Carta dei rischi, Carta del degrado e dell’abbandono, Carta dell’armatura urbana. La pubblicazione del

materiale è stata poco pubblicizzata e non ha ricevuto adeguata attenzione dalla società regionale.

Nelle analisi emergono numerose lacune circa l’incompletezza degli elaborati (non sono stati riportati i

perimetri delle riserve regionali di recente istituzione, i siti di interesse nazionale per le bonifiche

ambientali, la localizzazione di stabilimenti a rischio di incidente grave o insalubri, le aree di concessione

per l’estrazione di idrocarburi, ecc.) e si evidenziano perplessità sulla stessa impostazione tecnico scientifica

5

(valore basso attribuito ai corsi d’acqua, mancato utilizzo di importanti studi sulla fauna e flora locale, ecc).

Ma l’elemento più proeoccupante risulta l’approccio ai territori rurali, riguardati con esclusiva ottica

agronomica, trascurando, ancora una volta, il valore paesaggistico di grandissima importanza di gran parte

delle aree agricole abruzzesi (dai campi aperti di Santo Stefano di Sessanio ai mandorleti dell’aquilano).

Quel che non sembra chiaramente individuata, allo stato delle conoscenze, è proprio una lettura dei

paesaggi identitari, cioè il contenuto pregnante dello strumento urbanistico. Da alcuni comuni è stata

segnalata, inoltre, la difficoltà di trasposizione interscalare della rappresentazione e quindi l’immediato

confronto con la pianificazione in atto.

Nel dicembre 2009 è stata consegnata la bozza del piano, ora all’analisi del gruppo interno di lavoro (tecnici

regionali e delle quattro province): questa fase si concluderà con l’adozione del Piano.

È evidente il deficit di partecipazione e di coinvolgimento della società abruzzese alla costruzione del Piano:

sul sito della regione Abruzzo non sono consultabili gli atti sinora elaborati. Un momento partecipativo, sarà

finalmente attivato, è la legge che lo impone, sul Rapporto ambientale inerente la Valutazione Ambientale

Strategica del piano stesso.

Infine occorre richiamare lo stato di avanzamento della definizione della nuova Legge Urbanistica

Regionale. La legge, dirompente nella sua impostazione, era in procinto di essere approvata in Consiglio

Regionale; grazie all’intervento della nostra Associazione, che ha richiesto e ottenuto un’audizione presso la

II Commissione consiliare regionale, e grazie alle successive iniziative intraprese dalle sezioni, è stata

riaperta la discussione di merito sull’articolato. Tante e di tale rilevanza sono le questioni sollevate che si

ritiene che sia opportuna una completa riscrittura del testo.

Si tratta di una legge che promuove di fatto uno sviluppo “insostenibile”: nessun serio ostacolo è posto

all’estensione delle urbanizzazioni in aree non ancora urbanizzate e al consumo di suolo; permane

l’approccio edificatorio alle zone agricole (sono direttamente confermati i parametri edificatori precedenti);

la tutela delle qualità ambientali e paesaggistiche risulta molto blanda; gli interventi straordinari, sotto

mentite spoglie perequative, confermano il ruolo dirompente dell’urbanistica contrattata.

IN invitata, con le altre associazioni ambientaliste, ad un tavolo di discussione ha espresso, nei termini che

seguono, le ragioni della propria opposizione.

In termini schematici, si rileva:

‐ La legge non trova i suoi fondamenti in finalità, obiettivi e principi della pianificazione che derivano da un

chiaro perseguimento di assetti sostenibili.

Non emerge con la dovuta e necessaria chiarezza la volontà di perseguire uno sviluppo sostenibile (al di là

delle enunciazioni di rito) che arresti il consumo di suolo e affermi l’intangibilità delle qualità del territorio.

In particolare la legge dovrebbe esprimere senza infingimenti che “nuovi impegni di suolo a fini insediativi e

infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e di

riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti”. (LUR Toscana) Ma, nei casi di inevitabili

nuove urbanizzazioni, occorrerebbe introdurre adeguate misure di compensazione e di mitigazione

ambientale.

‐ La normativa non sembra calibrata alle caratteristiche ambientali, economiche, sociali e storiche della

nostra regione.

Non emerge il confronto con i caratteri specifici del territorio abruzzese (rilevanza delle aree protette,

diffuso patrimonio storico, questioni legate alla sismicità e al dissesto idrogeologico del suolo, la diffusione

di piccole entità amministrative, zone di congestione insediativa, ecc) da porre alla base dei possibili

sviluppi. Riteniamo, cioè, che la legge dovrebbe contenere una precisa “individuazione delle invarianti

strutturali, risorse, beni, livelli di qualità e prestazioni minime atte a rendere praticabile lo sviluppo

sostenibile” (LUR Toscana). Tali invarianti costituiscono gli elementi di identità dei luoghi e il riferimento

ineludibile delle regole di insediamento e trasformazione del territorio.

Dovrebbero perciò essere esplicitate disposizioni stringenti sulla tutela dell’integrità del patrimonio

comune, attraverso linee di indirizzo e norme prescrittive per categorie di beni di particolare rilevanza

6

(Insediamenti urbani storici e strutture insediative storiche non urbane, ambiti agricoli ad alta vocazione

produttiva e/o di rilievo paesaggistico, ambiti connessi al sistema idrografico, ecc.)

‐ Il testo si presenta di difficile lettura, non solo per la complessità degli argomenti, ma anche per carenza

d’ordine, chiarezza e univocità di termini o sovrapposizione di norme (es. funzioni e competenze degli enti,

caratteri della pianificazione strategica/strutturale, ecc)

‐ Non sono definiti aspetti strumentali essenziali per la gestione e l’attuazione del nuovo sistema di

pianificazione prefigurato.

In particolare risultano di irrinunciabile integrazione:

‐ La configurazione del SIT (sistema informativo territoriale) quale strumento essenziale per rendere

disponibili le basi informative della pianificazione, per la formazione della conoscenza condivisa, per

favorire livelli più omogenei e adeguati di pianificazione, per rendere praticabile la partecipazione e

la trasparenza dei processi (libero e gratuito accesso al sistema).

‐ La specificazione delle strutture tecniche per la pianificazione, ai differenti livelli di governo.

‐ La previsione di adeguate risorse finanziarie che consentano: a) la redazione dei nuovi strumenti

previsti; b) l’attivazione, attraverso finanziamenti mirati, di processi di pianificazione di scala

intermedia, c) il potenziamento delle strutture pubbliche del settore perché esse possano svolgere

con efficacia la propria azione amministrativa, assumendo un ruolo di protagonisti nei nuovi

processi di pianificazione (strutture amministrative sottoposte, in questi anni, a una lenta e

progressiva smobilitazione).

‐ La normativa relativa agli accordi con i privati risulta inadeguata, non sufficientemente circostanziata e

stringente. Anch’essa non tiene conto della realtà regionale, dei risultati effettivamente raggiunti con tali

strumenti e sui rischi che si corrono; sulle questioni che attengono alle modalità di svolgimento della

contrattazione urbanistica, alla correttezza e legalità degli atti, sono peraltro cadute due giunte comunali

(Pescara e Montesilvano) a seguito di inchieste della magistratura; il fenomeno non sembra concluso qua,

ma interessa altre località in cui sono indagini in corso.

Fino a oggi si è costantemente evidenziata l’insufficiente capacità di contrattazione della pubblica

amministrazione con gli interlocutori privati (scarsi vantaggi per la collettività e grandi concessioni alla

rendita fondiaria, modesta qualità urbanistica degli interventi, comportamenti amministrativi non sempre

corretti con la configurazione di differenti tipi di reato) e, di fatto, è emersa una sostanziale rinuncia alla

stessa titolarità pubblica della pianificazione.

Infine, è in corso di redazione una normativa regionale per il recepimento del Testo Unico dell’edilizia (Dpr

380/2001). Il Titolo VII “Tutela e trasformazione dei suoli agricoli” del testo in questione riporta, quasi

integralmente, il Titolo VII della vigente LUR 18/83. Innanzi tutto ci si interroga sulla pertinenza di norme

urbanistiche in un articolato di recepimento norme squisitamente edilizie. Tuttalpiù ci si sarebbe aspettato

di trovare descritti e finalmente esplicitati quei caratteri specifici dell’edilizia rurale che la LUR richiama là

dove prescrive la tutela dell’ambiente “nelle sue caratteristiche contadine”, niente di tutto ciò.

Di fatto ciò che al legislatore interessa è confermare la maxi lottizzazione del territorio regionale sulla base

dell’unità minima di intervento di un ettaro e l’indice volumetrico di 0,03. E’ questa la massima

preoccupazioni di tanti consiglieri regionali (preoccupazione eminentemente bipartisan) come si è visto con

la riformulazione dell’art. 6 della nuova legge urbanistica in discussione. Si tratta di un insieme di norme

che consolidano l’affermazione di un modello insediativo insostenibile, basato sulla continua e progressiva

occupazione dei suoli. Ribadiamo la convinzione che la valorizzazione dell’economia rurale non si persegue

con una miope e dirompente diffusione edificatoria dei suoli produttivi, quanto piuttosto con la

valorizzazione del ruolo multifunzionale dell’attività agricola. L’intero titolo andrebbe, a nostro avviso,

espunto dal testo di legge.

In secondo luogo, la normativa sul recupero dei sottotetti se si inserisce in una generale tendenza delle

regioni alla sanatoria generalizzata presenta la particolarità, in Abruzzo, di interessare anche i nuovi

sottotetti: l’istituzionalizzazione dell’abuso in cambio del versamenti di oneri concessori alla regione.

La motivazione nobile del risparmio di suolo sarebbe condivisibile se solo fossero previsti (sarebbe possibile

prevedere) strumenti per far sì che le nuove quantità volumetriche risultassero sostitutive e non aggiuntive

7

rispetto al consueto sovradimensionamento degli strumenti urbanistici esistenti, ma così non è. Né si può

pensare, date le caratteristiche del mercato edilizio, ad una spontanea autolimitazione da parte del

mercato stesso.

Ciò che non è assolutamente accettabile è la messa a rischio dei caratteri spaziali e architettonici dei nostri

paesaggi urbani storici. La normativa in questione non considera in alcun modo l’impatto fra le modifiche

consentite e i caratteri architettonici e storico testimoniali del costruito. È possibile variare la sagoma

dell’edificio, l’altezza della costruzione, l’andamento delle falde di copertura, le dimensioni e i ritmi delle

aperture con stravolgimento dei caratteri consolidati dei nostri centri storici, mettendo così a rischio una

delle più importanti risorse culturali, ma anche economiche, della nostra regione.

Pensiamo che in Abruzzo sia utile che si avvii una nuova stagione di pianificazione urbanistica, territoriale e

paesaggistica. Ma è necessario che i nuovi processi siano informati a un radicale aggiornamento culturale e

disciplinare misurato alla specificità dei problemi attuali (a partire dal consumo di suolo e

dall’omologazione dei paesaggi) e a un profondo rigore etico perché siamo convinti, con Edoardo Salzano,

“che il territorio non è un contenitore neutrale, un insieme di risorse da plasmare liberamente; il territorio

è invece un insieme di risorse finite, è stratificazione del rapporto fra natura e cultura dell’uomo, da

custodire e trasformare con cura, parsimonia, comprendendone e rispettandone le regole formative”.

SITUAZIONE DELLA PIANIFICAZIONE PAESAGGISTICA IN ABRUZZO

Ottobre 2010

30 Aprile 2004 – Approvazione del protocollo di intesa do copianificazione del PPR tra Regione

Abruzzo e Province – individuazione del gruppo di lavoro tecnico (Del. G.R. 297)

25 maggio 2006 ‐ Sottoscrizione del protocollo di intesa tra la Regione Abruzzo e la Direzione

Regionale per i Beni Culturali

26 febbraio 2009 – Sottoscrizione del Protocollo di Intesa tra la Regione Abruzzo e il Ministero dei

Beni e delle Attività Culturali per l’elaborazione condivisa del PPR

12 maggio 2009 ‐ Sottoscrizione del Disciplinare tecnico tra la Regione Abruzzo e il Ministero dei

Beni e delle Attività Culturali per l’elaborazione condivisa del PPR

ottobre 2010 – Avvio della procedura VAS – Pubblicazione del documento di scoping – Spedizione

del rapporto di scoping alla ACA ‐ Primo incontro per l’illustrazione delle strategie del piano e della

metodologia della valutazione ambientale (25/10/010) 8

La pianificazione del paesaggio in Campania. Piani veri per una vera tutela

Luigi De Falco

LA POLITICA DEL DECENTRAMENTO DELLA TUTELA

1 2

Le modifiche apportate dal D Lgs n. 63/08 , al D Lgs n. 42/04 sollecitano a fare il punto, a boccie ferme,

sullo stato della pianificazione del paesaggio in Italia, con occhio alle competenze attribuite dalla norma al

Ministero per i beni culturali. L’incapacità delle regioni di assicurare l’uso corretto dei territori sottoposti a

tutela è emersa ormai diffusamente. La necessità di una verifica apparve dirompente già durante il

Congresso di Italia Nostra a Mantova del 19 ottobre 2008, e il quadro emerso in occasione del Congresso di

Ascoli Piceno del 21-23 maggio 2010 è apparso oltremodo allarmante.

Se l’origine del decadimento delle difese dei centri storici e delle bellezze naturali deriva dalla fallimentare

esperienza, pressoché sull’intero territorio nazionale, della subdelega ai Comuni della materia del

paesaggio, il quadro che traspare dall’analisi dello stato delle pianificazioni di alcune regioni mette

3

addirittura in risalto la grave conseguenza della delega a loro attribuita dallo Stato .

Il meccanismo del decentramento di poteri attuato dalle regioni si è concretizzato, all’indomani del Dpr n.

4

616/77 , allorché molte regioni hanno a loro volta delegato ai comuni la gestione del paesaggio attraverso

la formazione delle commissioni edilizie comunali integrate da esperti nominati dai consigli comunali,

frequentemente mai individuati nel concreto rispetto della legge, ma nel rigoroso rispetto di logiche di

appartenenza corporativa. Il ruolo determinante delle commissioni si riassume nel parere sulla

compatibilità degli interventi di trasformazione delle aree sottoposte a vincolo con le esigenze della tutela.

Ad esso si conforma l’emissione, da parte dei sindaci, di provvedimenti abilitativi all’esecuzione degli

interventi di trasformazione del paesaggio, troppo spesso viziati dall’interesse di parte.

D Lgs 26 marzo 2008, n. 63, "Ulteriori disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in relazione al

1

paesaggio".

2 D Lgs 22 gennaio 2004, n. 42, “Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137”

3 Non si può non condividere Alberto Asor Rosa quando, commentando del decentramento di poteri in materia di paesaggio, dichiara

«La diffusione democratica del potere locale porta a effetti catastrofici: la devoluzione a comuni singoli e autonomi ci sembra un fattore

insostenibile, perché occorre che l’interesse generale prevalga sul particolare e dunque ci sia un livello di decisione superiore a quello

delle amministrazioni locali. La questione paesaggio supera necessariamente il solo ambito locale o regionale».

4 Decreto Presidente Repubblica 24 luglio 1977, n. 616 “Attuazione della delega di cui all'art. 1 della L. 22 luglio 1975, n. 382”, che ha

sancito il passaggio della pianificazione del territorio e del paesaggio dallo Stato alle regioni 1

La fase successiva ha segnato gli effetti della catastrofe: i piani comunali vengono elevati al rango della

pianificazione paesaggistica, mentre la regione si spoglia del ruolo primario che già inopinatamente le

aveva conferito lo Stato nel 1977. Come in Lombardia dove, con il Piano Territoriale Paesistico Regionale

5

approvato nel 2005 , la regione si è privata d’ogni prerogativa di tutela, limitandosi a fornire ai comuni la

documentazione sulla quale basare i loro strumenti urbanistici generali, e assegnando a essi il compito di

6 fino addirittura, per

“verificare e meglio specificare la delimitazione degli ambiti di elevata naturalità”

7

questi, ad “articolare il regime normativo” . Altrettanto grave è l’omissione di specifiche norme di tutela

8

.

riguardanti i centri storici

Le disposizioni attuative degli strumenti urbanistici comunali definiscono le modalità di trasformazione e

d’uso del territorio pregiato. Le stesse norme comunali si elevano assurdamente al rango della norma

territoriale e illegittimamente a quello della norma paesaggistica.

Può pertanto sicuramente asserirsi che quei PTRP debbano necessariamente essere adeguati alle

prescrizioni del Codice e anche urgentemente, visti gli effetti criminogeni che essi stanno producendo

attraverso piani regolatori comunali che, come in Lombardia, contrariamente alle “aspettative” delle

Regioni (ma non alle “norme”) dispongono ben poca tutela, ma stanno certamente determinando la

9

.

devastazione di ampie parti di territorio pregiato

5 Pure modificato nel 2008, ma senza alcuna positiva innovazione.

6 individuati dal Piano in scala 1 a 300000.

7 art. 17 c. 4 delle norme attuative del PTRP Regione Lombardia. l’art. 19 delle norme attuative del PTRP

8 a dispetto del titolo (individuazione e tutela dei Centri e Nuclei Storici), della Lombardia, rimanda, per la

del patrimonio edilizio storico, agli “indirizzi

trasformazione di tutela”.

da cantieri “regolari” muniti sistematicamente di titoli abilitativi conformi ai piani regolatori (e

9 Le coste dei laghi della Lombardia sono assediate

automaticamente al piano paesaggistico): non solo opere pubbliche, ma anche inopportune edificazioni private quali alberghi, autosili, nuove

residenze, sorgono quotidianamente sulle loro sponde e troppo spesso risulta inutile ogni opposizione da parte di comitati di cittadini e delle

associazioni. 2

IL CASO SIGNIFICATIVO DELLA PIANIFICAZIONE DEL PAESAGGIO IN CAMPANIA

Come in Lombardia, molte regioni ancora denunciano una pianificazione paesaggistica territoriale elusiva

dei principi fondamentali della legge di tutela, attraverso piani regionali che nei fatti sono privi dei requisiti

essenziali che il Codice per i beni culturali impone ai contenuti dei piani paesaggistici, privi cioè di una

10 11

, ovvero delle specifiche normative d'uso che la norma impone

disciplina di tutela dei beni paesaggistici

debbano essere immediatamente cogenti.

Il confronto tra la pianificazione del paesaggio vigente in Campania e l’esempio prevalente di altre regioni,

lascia comprendere due modi di disciplinare il territorio tutelato nettamente in contrapposizione,

evidenziando il sorprendente risultato di poter assumere il quadro normativo della Campania come

modello esemplare a confronto, a esempio, di quello lombardo. Di tale primato l’istituzione regionale

campana non può certo fregiarsi di alcun particolare merito, visto che la pianificazione paesaggistica

regionale è frutto essenziale dell’intervento sostitutivo disposto nel 1995 dal Presidente della Repubblica,

con sola eccezione del Piano urbanistico territoriale della penisola sorrentino-amalfitana approvato nel

1987 con un’opportuna quanto contestatissima legge regionale.

Lo stato attuale dell’arte in Campania, dopo le novità del Codice, ha visto il succedersi di tentativi di

scardinamento di quei piani e dei precetti costituzionali di tutela da essi perfettamente assorbiti. La

Regione ha approvato nel 2004 una nuova legge urbanistica. Su ispirazione dei modelli d’altre regioni, essa

ha introdotto diversa (e inutile) denominazione dei piani urbanistici, ha reso più labile la gerarchia dei piani,

conferendo agli enti locali maggior potere di incidere sulla pianificazione sovraordinata, ha stabilito norme

di accelerazione delle procedure di approvazione dei piani blandendo i meccanismi di controllo da parte

delle istituzioni sovraordinate, ha in apparenza regolamentato il processo di partecipazione alla formazione

dei piani. La nuova disciplina ha pure illegittimamente conferito ai piani provinciali il rango della

12

pianificazione del paesaggio. Così le Provincie hanno iniziato un assai controverso cammino verso la

definizione di regole di pianificazione provinciale in accordo con quella che intanto la Regione ha varato

attraverso l’approvazione nel 2005 di un Piano territoriale regionale (PTR) che, come quello lombardo,

definisce il quadro di riferimento delle pianificazioni sottordinate. Esso fotografa anche efficacemente lo

stato del paesaggio, ma a differenza del piano lombardo, nemmeno contiene una normativa.

L’azione importante della Regione di ripresa delle politiche della programmazione appare invece timida e

deludente, se riferita al quadro delle tutele. Spesso della pianificazione paesaggistica vigente nemmeno è

fatto riferimento, quando non invece in maniera critica o addirittura implicitamente repulsiva. Il metodo

lascia spazio ancora ai rigurgiti di una volontà del “fare” che tende alla normalizzazione dei grimaldelli delle

regole di tutela, sino a oggi ancora necessariamente improntati sulle deroghe introdotte dai nuovi subdoli

strumenti della concertazione (accordi di programma, contratti d’area, patti territoriali, ecc).

La lettura dei nuovi strumenti regionali e spesso provinciali offre un quadro sconcertante e i tentativi

compiuti dalle giunte provinciali progressiste di mettere mano a un corretto processo di pianificazione il cui

13

futuro appare invece incerto dopo le recenti sconfitte elettorali , sono ovviamente osteggiati.

art. 131, c. 3

10 art. 143 c. 1 lett. b, c, e

11

12 dopo un maldestro quanto spudorato tentativo dell’amministrazione provinciale di Napoli di scardinare violentemente tutte le regole del paesaggio

2002 grazie all’efficace opposizione delle associazioni di tutela.

attraverso un piano di cementificazione abortito nel Il piano di cementificazione fu

grazie all’efficace opposizione delle associazioni di tutela, e l’assessore al ramo

infatti ritirato dimissionato.

13 La Provincia di Napoli ha nuovamente provato, nel 2009, a elaborare un PTCP producendo uno strumento più efficace in materia di tutela di quello

naufragato nel 2002, ma questo è oggetto nuovamente di revisione per azione promossa dalla subentrata amministrazione di centro-destra. La

di Salerno, dopo l’adozione nel 2005, di un primo PTCP redatto da Edoardo Salzano, ne ha formulato una nuova edizione adottata

Provincia dal

ma con l’avvicendarsi di una

Consiglio provinciale nel 2007. La Provincia di Caserta ha adottato in Giunta il PTCP, nel 2008, nuova

amministrazione, il piano ha rallentato il suo iter approvativo. La Provincia di Benevento e la Provincia di Avellino sono ancora nelle prime

elaborazioni. . 3

La lettura rassicurante degli strumenti della pianificazione del paesaggio vigenti lascia almeno intuire che le

garanzie di tutela e di intangibilità dei siti naturali e del patrimonio storico della Campania sono ancora

efficacemente scritte in quegli atti i quali fortunosamente resistono ancora. Quelle regole, molto spesso

14

, risultano, a rileggerle, sempre più attuali, culturalmente efficaci e davvero

scarne, quasi lapidarie

esemplari in un quadro di riferimento nazionale assolutamente deprimente.

IL P.U.T. DELLA PENISOLA SORRENTINO-AMALFITANA

La legge regionale n. 35 del 1987, approvativa del Piano Urbanistico Territoriale della penisola sorrentino-

amalfitana (Put), fu approvata dalla Giunta regionale della Campania il 30 settembre 1977 con delibera n.

329. Quell’identica delibera fu poi inviata all’approvazione del Consiglio il 20 luglio 1987.

Poco dopo la pubblicazione della legge emerse la sua scomodità agli occhi dei veri padroni del territorio.

Ma la disciplina di tutela contenuta nel Put da oltre 20 anni, ancora oggi rappresenta l’ultimo baluardo a

difesa dell’intangibile patrimonio culturale di quei luoghi.

Il Put è un piano urbanistico approvato anche con valenza di piano paesaggistico. La sua completezza è data

da una particolareggiata visione di sviluppo legato alla ricchezza del suo patrimonio culturale e naturale.

Ogni possibilità di trasformazione e d’uso del territorio è calibrata sul territorio stesso, in ragione delle sue

eterogenee caratteristiche. Sostenibilità è parola oggi abusata, ma mai come nel Put essa pare calzante. La

tutela assume gradi differenziati di applicazione, non escludendo alcuna possibilità di espansione antropica,

funzionale a un fabbisogno rigorosamente determinato e connesso alla conseguente individuazione di

attrezzature, addirittura attribuendo un valore procapite di spazi pubblici superiore alla quantità prescritta

15

dalle norme regionali nel resto del territorio della Campania . La godibilità del verde dei parchi individuati

dal Put è concretamente garantita da forme di convenzionamento pubblico-privato che consente di

superare l’obbligo degli espropri, introducendo l’innovativo criterio che vede il privato partecipe della

integrazione degli standard, senza escluderlo dal vantaggio anche economico che deriva dall’uso pubblico.

14 P rive delle appariscenti elaborazioni grafiche, delle copiose tabellazioni statistiche e delle demagogiche quanto sterili dissertazioni politiche che

oramai caratterizzano grande parte dei nuovi strumenti di pianificazione.

15 La legge regionale n. 14/1982 fissa in 20 mq per abitante la quantità minima da destinare alle attrezzature nei prg, mentre la legge regionale n.

35/1987 eleva tale quantità a 27 mq per abitante maggiorando la quantità minima degli spazi a verde, rispetto alla precedente legge. 4

E’ falso che non si possa “fare”: aree industriali e artigianali, nuove abitazioni, parchi pubblici e nuove aree

per iniziative turistiche, per attività terziarie e ricettive, nuovi assetti della viabilità anche notevolmente

all’avanguardia con nuovi sistemi di collegamento pubblico particolarmente su ferro e marittimi, e pure su

gomma. Anche campi da golf non mancano nel disegno del Put, unitamente alle dotazioni di spazi pubblici,

perfettamente complementari e raccordate alle previsioni di ineludibile conservazione del patrimonio

storico e naturale. Tutto è opportunamente dosato e ubicato in ragione delle capacità delle singole sub-

aree nelle quali il piano ripartisce la penisola, in una logica globale di sviluppo effettivamente “sostenibile”.

Tanti i tentativi di scardinare la rigorosa disciplina di tutela contenuta nel piano. Con i mondiali di calcio del

1990 qualcuno ritenne che un paio di partite di pallone da giocare a Napoli avrebbero richiesto nuove

strutture alberghiere in penisola, ma anche nelle aree flegree e quella vesuviana, sull’isola di Capri, a Ischia,

nuovi alberghi lungo le coste e nell’intera provincia di Napoli. Tra tutti, l’albergo a Pozzano, infatti realizzato

e pure con il congruo contributo di trenta miliardi di lire dell’erario pubblico, e in spregio alla disciplina

paesaggistica. Tanti i disastri realizzati sul territorio e tanti altri ancora per il momento solo approvati: i

porti turistici disseminati sulla costa con le loro attrezzature sulla terraferma, l’albergo a Pozzano,

l’auditorium a Ravello, il megaparcheggio per autobus granturismo realizzato ad Atrani, il ristorante sul

mare col parcheggio seminterrato di sei piani, spacciati come recupero ambientale dell’area del Fuenti.

Il Put impone che tutti i comuni della penisola adeguino i piani regolatori alla sua normativa di tutela. A

dieci anni dalla sua approvazione, ben 10 dei 14 comuni del versante sorrentino furono commissariati,

avendo eluso a tale obbligo. Ma l’opera dei commissari fu miseramente sprecata: mancò ogni

coordinamento tra le nuove pianificazioni, necessaria a risolvere a livello di area vasta la forte esigenza di

dotazioni pubbliche, nel rispetto della cornice di coerenza disegnata dal Put. Viceversa, una forma di

coordinamento parve invece spontaneamente avvenuta, ma in tutt’altra direzione: una colata di cemento

tracimava da tutti i pani regolatori. Oltre 40 mila nuovi vani erano negli strumenti urbanistici “dei

commissari”, da Castellammare a Sorrento, innumerevoli nuove strutture alberghiere e residence erano

previsti sui versanti collinari e montani dei monti Lattari e sulla costa.

Nel 1993 Italia Nostra denunciò alla Procura della Repubblica i contenuti speculativi di quei prg. L’inchiesta

evidenziò che il Put era sconosciuto alle stesse amministrazioni che avrebbero dovuto applicarlo, gli atti dei

prg sequestrati, e finalmente bocciati dalla intanto rinnovata amministrazione provinciale di Napoli.

Da più di venti anni gli elaborati del Piano approvato giacciono ancora depositati presso l’archivio della

giunta regionale, mai pubblicati e mai trasmessi agli stessi comuni i quali, malgrado sul bollettino ufficiale

della Regione16 fosse riportato un comunicato che li dichiarava disponibili presso gli uffici regionali,

nemmeno si curarono mai di richiederli. Meritoriamente, solo a cura e spese di Italia Nostra e dell’Istituto

16 Bollettino Ufficiale della Regione Campania n. 40 del 20.7.1987 5

Italiano per gli Studi Filosofici, furono resi edotti i Comuni dei completi contenuti del Piano attraverso la

formale 17 consegna a essi della ristampa di quegli elaborati.

Ancora oggi gran parte dei comuni del versante amalfitano risulta priva di pianificazione comunale e solo da

qualche anno i comuni del versante sorrentino ne risultano dotati. Le prospettive di assetto della penisola e

di sviluppo civile di quei territori, disegnate con rigore e ambizione nel Put, stentano ancora oggi a

concretizzarsi.

I PIANI TERRITORIALI PAESAGGISTICI DELLE AREE DI PARTICOLARE INTERESSE INDIVIDUATE IN

CAMPANIA CON I DECRETI MINISTERIALI DEL 1985

Nel 1989, scaduti quasi due anni dall’obbligo sancito dalla legge Galasso perché le Regioni si dotassero dei

piani paesaggistici, superando il regime inibitorio fissato dall’art. 1-quinquies della legge, la Regione

Campania ne affidò l’incarico della redazione ad una società del gruppo Iri.

Le prime anticipazioni di quei piani lasciarono trasparire contenuti a dir poco sconvolgenti. In breve la

magistratura ne dispose il sequestro. Fu così che il Ministero per i beni culturali e ambientali, perdurando

18

l’inadempienza della Regione, nel 1993 provvide a diffidare l’ente affinchè compisse, nel termine di 60

giorni, tutti gli adempimenti necessari per pervenire all’approvazione dei Piani. La diffida fu ulteriormente

19

reiterata decorsi cinque mesi dalla prima .

Il 9 agosto del 1993, il Prefetto di Napoli evidenziò i gravi problemi di ordine pubblico connessi al mancato

obbligo della pianificazione paesaggistica. E così, su richiesta del Ministro, il Presidente della Repubblica

20

decretò il 31 marzo 1994 l’intervento sostitutivo ai danni della Regione Campania . Il decreto resistette

21

anche al giudizio della Corte Costituzionale che ne sentenziò la correttezza .

Con l’impegno –

17 in primis- di Massimo Maresca e quindi di Raffaella Di Leo e poi di chi scrive, e con la sensibilità e il determinante contributo

dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici,

economico nel 2007 Italia Nostra riuscì a pubblicare la ristampa anastatica della Relazione del Put e su

supporto informatico, le sue cartografie. Il materiale fu spedito a tutti i Comuni della penisola sorrentino-amalfitana, alle Provincie di Napoli e di

Salerno, alla stessa Regione Campania e reso disponibile in ogni occasione pubblica. Fu così che nel 2008 la Regione Campania dovette riconoscere

la difformità al Put del progetto del porto turistico di Nerano, ma molti progetti ancora erano stati in precedenza approvati.

18 Con la nota n. 10755 del 12/9/1993

19 Con nota inviata nel febbraio1994

20 DPR 15 giugno 1994.

21 Sentenza C.C. del 6/2/1995 6

Appena un anno circa dopo la sentenza della Corte, la Regione Campania ebbe approvati con decreto del

Ministro per i beni culturali e ambientali Antonio Paolucci i 14 piani paesaggistici redatti dai funzionari delle

sue strutture decentrate coordinati dall’architetto Antonio Iannello, all’epoca funzionario della

Soprintendenza di Napoli, al cui impegno dobbiamo ancora giusta gratitudine.

Le rigorose norme attuative dei piani paesistici della Campania furono redatte con una macchina da

scrivere meccanica, nell’era dei computer, e le cartografie disegnate a mano. Essi sono tuttora il vero

baluardo difensivo del territorio e la presunta sua mummificazione che molti proditoriamente lamentano,

deriva esclusivamente dalla grave omissione da parte delle istituzioni locali, della definizione di regole

urbanistiche comunali moderne ed efficacemente integrate con quelle di tutela e dell’incapacità di gestire

efficientemente tali regole.

Quei piani sono caratterizzati da una comune metodologia che vede scaturire diversi gradi di tutela

dall’analisi dei valori paesistici, archeologici, naturalistici e dalla qualità delle avvenute trasformazioni del

territorio. Alla protezione integrale sono così affidate tutte le aree il cui valore è legato alle loro

caratteristiche geomorfologiche e strutturali, anche arricchite in taluni casi dal valore delle trasformazioni

operate dall’uomo. È vietata ogni trasformazione del suolo e ogni nuova costruzione, è prescritta la

ricostituzione del paesaggio agricolo e dei litorali marini, la conservazione delle formazioni geologiche, la

limitazione di ogni forma di scavo nelle aree suscettibili di presenze archeologiche che non fosse finalizzato

al possibile recupero dei resti. Sono incompatibili le nuove strade, gli elettrodotti, la coltivazione delle cave,

la cartellonistica pubblicitaria e ogni detrattore ambientale ed invece obbligatori il restauro del paesaggio, il

potenziamento della vegetazione tipica, bandendo ogni integrazione avulsa alla tradizione agricola.

Nelle aree costiere è tutelata la configurazione naturale della linea di costa e prescritto il recupero della sua

originaria conformazione, regolamentato l’uso degli specchi marini, della navigazione, l’ormeggio e la

pesca. Tecniche di ingegneria naturalistica sono prescritte per il consolidamento delle pendici dei rilievi,

anticipando le norme tecniche che la regione Campania adotterà solo quasi dieci anni dopo. Sentieri e

viabilità pedonali sono recuperati e ne è promosso l’uso ai fini del godimento del paesaggio e delle vedute

panoramiche.

Alla protezione integrale e al restauro paesistico ambientale sono destinate le aree alterate, ma in maniera

ancora reversibile, dall’uomo. Il minor grado di tutela previsto consente un più libero uso agricolo del suolo.

Le modifiche e l’ampliamento del tessuto storico originario possono essere trasformate senza incrementi di

volumi se non per la realizzazione delle attrezzature pubbliche ed evitando l’occlusione delle visuali

panoramiche e l’alterazione geomorfologica, contenendo l’altezza delle nuove edificazioni.

I centri storici sono tutelati da una disciplina conservativa che mira al restauro attraverso la ricostituzione

dei caratteri formali dell’edilizia storica e d’ambiente, la salvaguardia degli spazi liberi, con l’integrazione di

arredi, alberature e sistemi di illuminazione, consoni alla qualità del paesaggio urbano.

Le aree trasformate da interventi edilizi di scarsa qualità sono sottoposte a interventi di ristrutturazione

urbanistica senza incremento dei volumi esistenti, fissando norme di garanzia per l’integrazione nel

paesaggio.

Le aree industriali sono suscettibili di trasformazione con la conservazione del patrimonio di archeologia

industriale esistente e la possibilità della conversione in nuove utilizzazioni ma con la riduzione delle

22

volumetrie esistenti . Le aree di cava e le discariche sono destinate al recupero dei caratteri originari dei

22 Anticipando ogni “piano casa” il PTP dell’area vesuviana, fuori dalle zone vulcaniche e all’interno di quelle industriali esistenti e dismesse, come a

–e certo non l’incremento-

Torre Annunziata, consente di fatto il riutilizzo dei volumi esistenti anche ai fini residenziali, con la riduzione del 30 %. La

norma stabilisce una sorta di “permuta” tra i proprietari degli immobili e l’interesse alla tutela del paesaggio. La quantità prescritta per la riduzione

secondo principi economici molto ben collaudati in Campania, la loro conversione all’uso residenziale

volumetrica ripaga in limiti equilibrati, 7

siti, sottoposte a norme urbanistiche di dettaglio che escludano nuovi volumi. L’edilizia residenziale

esistente è suscettibile di interventi di ristrutturazione edilizia finalizzati alla riqualificazione.

In generale sono tutelate le pavimentazioni storiche e tradizionali e la permeabilità delle superfici non

pavimentate, le caratteristiche formali e tecnologiche delle strutture a volta estradossata, la natura e la

vocazione dei porti storici.

IL RUOLO DI ITALIA NOSTRA

Il dialogo tra Italia Nostra e le Regioni è reso spesso complicato dai difficili rapporti che con queste si

instaurano. Forti interessi politici ed economici condizionano le scelte di pianificazione sempre più

frequentemente concorrenti alla minaccia dell’integrità culturale dei paesaggi sensibili della Nazione la cui

difesa è principio statutario ineludibile dell’Associazione.

Il ruolo di Italia Nostra impone che essa più utilmente conferisca con l’istituzione dello Stato. Il Ministero

per i beni culturali, attraverso i suoi organismi decentrati, resta il soggetto più affidabile, responsabile della

salvaguardia dei valori culturali del territorio sancita dall’art. 9 della Costituzione, minata dalla fallimentare

delega alle regioni e ancor più dalla subdelega da queste conferita ai comuni che hanno messo in pratica

l’attuazione sistematica del disastro. E’ proprio in sede di pianificazione che risulta invece più corretto –oggi

obbligatorio- stabilire le regole irrinunciabili -qualitative e quantitative- che definiscano le trasformazioni

possibili del territorio e il suo miglior uso, senza rincorrere la politica del “caso per caso”, improntata

sull’individuazione fortuita delle aggressioni imminenti al paesaggio, da scongiurare sempre attraverso

ricorsi ai tribunali amministrativi, appelli sugli organi di informazione, l’opera di sensibilizzazione presso i

Sindaci, il diverso grado di sensibilità delle commissioni edilizie comunali per il paesaggio.

È la pianificazione deputata a stabilire le regole per il corretto uso e la corretta trasformazione del

territorio. Ed è il Codice a stabilire in modo corretto che tutti tali aspetti siano contenuti in esaustive norme

di piani paesaggistici “veri”.

16 luglio 2010

assicurando l’interesse del privato ad intervenire per la riqualificazione delle aree. “piano casa”

Il viceversa approvato nel 2009 dalla Regione

Campania ribalta completamente tale logica, prevedendo scelleratamente la possibilità di ulteriori ampliamenti. 8

La pianificazione del paesaggio in Basilicata

Pierfrancesco Pellecchia

Paesaggio della Basilicata

La Regione Basilicata ha una configurazione geografica-fisica che permette una semplice strutturazione di

ambiti di paesaggio. Il suo territorio è prevalentemente montuoso. Le pianure occupano solo l'8% del

territorio. La più estesa è la piana di Metaponto che occupa la parte meridionale della regione, lungo la

costa ionica di circa trentacinque chilometri dove sfociano i quattro fiumi che descrivono il territorio

Lucano. Il Bradano, il Basento l’Agri e il Sinni lungo il loro percorso, nel tempo, hanno condizionato e

determinato i vari insediamenti e la vita delle comunità.

A corona delle fonti dei fiumi sono presenti una serie di massicci montuosi che dividono la regione dalla

Calabria e dalla Campania, mentre la separazione con la Puglia avviene con un modesto altopiano. La

ricchezza delle vegetazioni e la natura montuosa del territorio interno hanno rappresentato ulteriori valori

ambientali che hanno prodotto una politica di aree protette sia per quanto riguarda i parchi nazionali e

regionali e sia di Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e di Zone di Protezione Speciale (ZPS).

Sono state istituite 17 aree protette, di cui:

2 Parchi Nazionali: il Parco Nazionale del Pollino e il Parco Nazionale dell'Appennino Lucano – Val d'Agri –

Lagonegrese;

2 Parchi Regionali: il Parco Regionale delle Chiese Rupestri del Materano e il Parco Regionale Gallipoli

Cognato - Piccole Dolomiti Lucane;

8 Riserve Statali: Rubbio, Monte Croccia, Agromonte Spacciaboschi, Metaponto, Grotticelle, I Pisconi,

Marinella Stornara, Coste Castello;

6 Riserve Naturali Regionali: Abetina di Laurenzana, Lago Piccolo di Monticchio, San Giuliano, Lago

Laudemio (Remmo), Lago Pantano di Pignola, Bosco Pantano di Policoro. 1

In totale la superficie territoriale delle aree terrestri protette è pari a 120.062 ettari (12,53% della superficie

territoriale contro il 9,66% della media nazionale), di cui 83.245 ettari (pari al 69,3% delle aree terrestri

protette) di Parchi Nazionali, 965 ettari di Riserve Naturali Statali (0,8% delle aree terrestri protette), 33.655

ettari di Parchi Naturali Regionali (28% delle aree terrestri protette) e 2.197 ettari di Riserve Naturali

Regionali (1,8% delle aree terrestri protette).

1 - Parco Nazionale del Pollino

2 – Parco Nazionale Val d’Agri e Lagonegrese

3 - Parco Regionale Chiese rupestri del Materano

4 - Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane

Nella Regione Basilicata risultano istituite complessivamente 17 ZPS (16 di queste sono di tipo C ossia

coincidenti con i SIC designati) e 47 SIC . La superficie territoriale regionale interessata da ZPS è pari a

35.590 ettari (3,6% della superficie regionale a fronte del 9,9% della media nazionale), la superficie

interessata da SIC approvati e proposti è pari a 55.462 ettari (5,6% della superficie regionale, valore più

basso tra le regioni italiane e molto al di sotto della media nazionale pari al 14,6%).

Per quanto riguarda le zone umide di interesse internazionale (aree Ramsar), in Basilicata sono

stati individuati due siti, il Lago di San Giuliano con una superficie di 2.118 ettari e il Pantano di

Pignola con 172 ettari. 2

Aree SIC in Basilicata

Aree ZPS in Basilicata

Pertanto la Basilicata ha una grande diversità ambientale e può essere suddivisa in cinque sotto-zone

diverse, con marcate differenze che si riflettono anche a livello faunistico, floristico e climatico:

Vulture-Melfese a nord-est con caratteristiche di altipiani;

Potentino/Dolomiti lucane a nord-nord-ovest con una prevalenza montagne;

Lagonegrese, Pollino e Val d'Agri a sud-ovest che rappresenta la vera montagna lucana;

Collina materana al centro-est che presenta collina ed alta collina;

Metapontino a sud-sud-est che è una vasta pianura alluvionale.

La capillare conoscenza del variegato territorio della Basilicata consentirà di individuare i principali macro-

ambiti territoriali e in successione gli ambiti e le unità di paesaggio.

La Pianificazione territoriale e paesaggistica 3

La Basilicata non è dotata di un unico Piano paesaggistico regionale ma dispone di Piani paesistici applicati

solamente a specifiche aree del territorio regionale, cosiddette aree vaste.

Il Decreto Legislativo 22.01.2004 n°42, così come modificato ed integrato dal Decreto Legislativo

24.03.2006 n°157 e dal Decreto Legislativo 26.03.2008 n°62, oltre a prevedere che le Regioni, in

collaborazione con lo Stato, assicurino la tutela e la valorizzazione del paesaggio approvando piani

paesaggistici, ovvero piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesaggistici,

concernenti l'intero territorio regionale, stabilisce che le Regioni verifichino la conformità tra le disposizioni

dei suddetti Piani paesistici e le nuove disposizioni e provvedano agli eventuali adeguamenti.

La Regione Basilicata, con Deliberazione di Giunta Regionale n°1048 del 22.04.2005, ha avviato l’iter per

procedere all’adeguamento dei vigenti Piani paesistici di area vasta alle nuove disposizioni legislative. In

ogni caso, ai sensi dell’articolo 142 del D.Lgs. n°42/2004, fino all'approvazione del piano paesaggistico sono

tutelate per legge le seguenti aree:

i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i

terreni elevati sul mare;

i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia,

anche per i territori elevati sui laghi;

i fiumi, i torrenti, i corsi d'acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle

acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n°1775, e le relative sponde o

piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna;

le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul

livello del mare per la catena appenninica e per le isole;

i ghiacciai e i circhi glaciali;

i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi;

i territori coperti da foreste e da boschi, ancorché percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti a

vincolo di rimboschimento, come definiti dall'articolo 2, commi 2 e 6, del decreto legislativo 18 maggio

2001, n°227;

le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici;

le zone umide incluse nell'elenco previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 1976,

n°448;

i vulcani;

le zone di interesse archeologico individuate alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n°42/2004.

Il territorio della regione Basilicata è interessato da sette Piani paesistici di area vasta (Legge Regionale n°20

del 12.02.1990):

Piano paesistico di Gallipoli Cognato – piccole Dolomiti lucane,

Piano paesistico di Maratea – Trecchina – Rivello,

Piano paesistico del Sirino,

Piano paesistico del Metapontino,

Piano paesistico del Pollino,

Piano paesistico di Sellata – Volturino – Madonna di Viggiano,

Piano paesistico del Vulture. 4

Piani paesistici di area vasta in Basilicata

In Basilicata si trova anche un sito UNESCO, ovvero i Sassi di Matera, inserito nella lista in quanto:

porta una testimonianza unica di una tradizione culturale o di una civiltà esistente o del passato;

è un eccezionale esempio di un tipo di complesso paesaggistico che è testimonianza di importanti tappe

della storia umana;

è un eccezionale esempio di un tradizionale insediamento umano che rappresenta una cultura messa in

pericolo da mutamenti irreversibili.

La redazione dei Piani Paesaggistici ha avuto nel tempo un’evoluzione caratterizzata da tre momenti storici

e legislativi. Il primo momento è stato rappresentato dalla legge n°1497 del 1939 che si basava

fondamentalmente sul principio della protezione delle bellezze naturali. Il secondo momento è stato

rappresentato dalla legge n°431 del 1985 che introduce il principio della salvaguardia tramite l’uso del

vincolo paesaggistico. Successivamente all’obbligo previsto da tale legge sono stati redatti piani con

vocazione esclusivamente naturalistica. Al terzo significativo momento si giunge a partire dalla firma della

Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze 2000), che costituisce la svolta nell’approccio culturale al tema

paesaggio. Successivamente, questi concetti introdotti nella suddetta Convenzione, vengono ribaditi ed

ampliati dal Codice dei beni culturali e del paesaggio in cui appare chiara ed evidente la volontà di

considerare strettamente coincidenti la pianificazione territoriale e la pianificazione paesaggistica e quindi i

piani urbanistico-territoriali devono intendersi a tutti gli effetti dei piani paesaggistici e devono contenere

obbligatoriamente specifica considerazione dei valori paesaggistici.

La Regione Basilicata con D.G.R. n°366/2008 ha assegnato al Piano Paesaggistico Regionale la funzione di

unico strumento di Tutela, Governo ed Uso del Territorio della Basilicata volendo fondare lo sviluppo sulla

tutela e valorizzazione del paesaggio-territorio.

Il paesaggio inteso come risorsa identitaria e ricchezza economica e culturale deve essere salvaguardato e

valorizzato.

Il PPR in fase di redazione deve rispondere alle indicazioni del Codice e della Legge Urbanistica Regionale

(LUR) n°23 del 11.08.1999.

Ad oltre dieci anni dall’approvazione, la legge 23/99 “Tutela governo ed uso del Territorio” relativa alla

pianificazione territoriale ed urbanistica, di cui la Basilicata è stata tra le prime regioni del mezzogiorno a

dotarsi, risulta in gran parte inattuata. 5

La Regione e le due Province hanno accumulato ritardi inammissibili nella predisposizione degli strumenti di

propria competenza e pur in assenza di una pianificazione di area vasta, gran parte dei comuni hanno

avviato il processo di redazione del Regolamento Urbanistico (RU). Invece solo pochissimi comuni hanno

avviato la redazione del Piano strutturale Comunale (PSC).

La Regione avrebbe dovuto predisporre, nei primi anni successivi all’approvazione della legge n°23/99, la

Carta Regionale dei Suoli (CRS), che costituiva lo snodo del nuovo sistema di governo del territorio,

prefigurato dalla Legge.

Per recuperare l’assenza di iniziativa regionale relativamente alla CRS, i comuni si sono visti costretti ad

elaborare, con riferimento alle specifiche regionali, il Quadro Conoscitivo Locale (QCL), che consente di

avviare dal basso un processo di interazione tra le amministrazioni e di coinvolgimento della società locale.

Il Quadro conoscitivo è, da un lato una “ricognizione “ dei valori e dei rischi, che caratterizzano lo stato del

territorio/paesaggio/ambiente e dall’altro una “ponderazione” del loro peso così da consentire valutazioni

argomentate sulla compatibilità delle future trasformazioni, ma anche sulla necessità di azioni di “restauro”

del territorio, una sorta di conferimento di senso allo stato del territorio.

Il Comune di Matera è l’unico Comune della Basilicata che si è dotato del QCL elaborato ai sensi delle

Specifiche della Carta Regionale dei Suoli di cui agli artt. 2,3,9,10,30,41 della L.R. n°23/99 e del suo

Regolamento di attuazione, (artt. 2,3,4,8,9,16,20) al fine di procedere nel processo di costruzione della

nuova pianificazione strutturale (PSC).

L’obiettivo legislativo attuale è quello di identificare Paesaggio-Territorio e di definire un unico Piano

Paesaggistico Regionale articolato in due momenti distinti: la realizzazione della CRS che rappresenta lo

strumento di conoscenza e indagine del territorio per la consapevolezza dei processi decisionali e il secondo

nella redazione del Quadro Strutturale Regionale (QRS), previsto dalla Lr 23/1999, inteso quale atto di

programmazione e valorizzazione territoriale.

Il paesaggio, e quindi la sua tutela e valorizzazione, deve essere inteso come importante fonte per la qualità

dei luoghi e della vita e per il raggiungimento di un adeguato sviluppo sostenibile.

Successivamente all’approvazione dell’innovativa legge n°23/99, che ha introdotto i temi del paesaggio e di

nuove politiche ambientali, nella pianificazione territoriale, la Regione ha percorso un preciso iter culturale

e formativo nell’ambito delle tematiche ambientali e nel 2007 è stato stipulato sia un Protocollo di intesa

fra la Regione e la Direzione Regionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali con la redazione del

“Progetto pilota per lo studio del territorio e buone pratiche per l’adeguamento dei Piani Paesistici” e sia

con D.G.R. la procedura d’intesa con il Ministero, per la redazione del Piano Paesaggistico in ottemperanza

alle norme del Codice (D.lgs. n°42/04 e s.m.i.), per giungere in conclusione alla D.G.R. n°366/2008 con cui si

è avviata la redazione del Piano Paesaggistico Regionale inteso come lo strumento più importante di

pianificazione regionale che, almeno nelle intenzioni, pone il paesaggio al centro delle politiche territoriali.

Entro il 1° maggio del 2008, i piani paesaggistici regionali sarebbero dovuti risultare adeguati al D.Lgs. 22

gennaio 2004, n. 42 e alla Convenzione europea del paesaggio, così come, non oltre il 1° maggio del 2010,

province e comuni avrebbero dovuto adeguare i propri piani alla corrispondente disciplina regionale.

Si evidenziano ancora una volta gravi ritardi nell’attuare le normative vigenti che comportano lentezza e

tempi inadeguati verso una visione d’insieme del territorio quale crocevia dei temi della sostenibilità, della

sicurezza, della qualità della vita, del paesaggio, per raggiungere la piena consapevolezza del valore del

proprio territorio, della storia dei luoghi, della identità culturale.

Il nostro territorio non sempre ha ricevuto le dovute ed adeguate attenzioni, infatti un episodio che

evidenzia come il territorio non venga inteso come una risorsa da tutelare e valorizzare è stato quello

verificatosi nel novembre del 2003, con il tentativo di localizzazione a Scanzano Ionico, con decreto legge,

del sito unico delle scorie nucleari.

Anche per evitare il verificarsi di altre esperienze simili, è necessario accelerare il processo di redazione del

Piano Paesistico Regionale con il pieno sostegno della comunità lucana per avviare un percorso di

innovazione culturale con la centralità del Paesaggio-Territorio-Ambiente. 6

Nella redazione del Piano una delle più grandi difficoltà consiste nel saper tradurre in norme realtà

estremamente complesse e variegate, così come è opportuno alimentare la cultura del saper leggere e

capire il paesaggio per meglio interagire con esso.

Si ribadisce con forza l’importanza di richiedere tempi brevissimi per la definizione dei contenuti e della

forma del Piano, ma risulta altresì fondamentale preoccuparsi sin d’ora della sua quotidiana fase di

gestione ed attuazione.

La nostra convinzione, da perseguire con forza tramite la cultura del paesaggio, che rappresenta la storia e

l'identità non solo dei nostri luoghi ma anche delle nostre genti, che il buon governo, in generale, non può

prescindere dal buon governo del proprio territorio. 7

I paesaggi sensibili nel PPTR della Puglia

Giacinto Giglio ‐ Referente C.R. Puglia per la Pianificazione Territoriale

1. Premessa

Dovendo affrontare il tema della tutela del paesaggio in Puglia, non potevamo limitarci al sistema della tutela

come oggi si attua sia da parte della Regione e sia congiuntamente alle Soprintendenze ai beni architettonici e

del paesaggio. Bisogna precisare che prima della delega alle Regioni delle competenze in tema di urbanistica e

poi della pianificazione del paesaggio, cioè prima della legge “Galasso”, la tutela del territorio era esercitata

solo dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali che in Puglia aveva unica sede a Bari e da quella

Archeologica con sede a Taranto. Dopo l’individuazione dei decreti “galassini” fatta dalle Soprintendenze, la

regione avviò lo studio del Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il paesistico (PUTT/p) ai sensi della

L.431/85 e della leggere giornale urbanistica LR 56/80.

Il PUTT/p è tuttora vigente ed è solo stato adottato il Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR)

elaborato congiuntamente da Regione e Ministero. Per questo motivo ho pensato, parafrasando il titolo di un

famoso film di De Sica, di dividere il presente lavoro in tre sezioni: “paesaggi sensibili” della Puglia: Ieri, Oggi e

domani?

‐ Ieri: con la L.1497/39 e L. 431/85 (“galassini”);

‐ Oggi: con LR 30/90 e Piano Urbanistico Territoriale Tematico/paesaggio (PUTT/p);

‐ Domani: con il Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR) e LR 20/2009.

2. La tutela ieri: prima della legge “Galasso”

Ieri in Puglia vi erano le aree individuate dalle commissioni provinciali sulle “bellezze d’insieme” e vincolate

dalle Soprintendenze ai sensi della L.1497/39. Queste aree in gran parte, erano superfici ricadenti nei territori

costieri delle province di Lecce e Foggia, più qualche area prospiciente qualche centro storico. La

Soprintendenza di Bari non ha realizzato alcun Piano paesistico ai sensi dell’art.5 L.1497/39 e art. 23 RD

1357/40. Nel 1973 il Prof. Arch. Vittorio Chiaia predispose per conto della Cassa per il Mezzogiorno lo “studio

per un Piano paesistico del comprensorio Trulli e Grotte" che non avrà però uno sbocco legislativo e

attuativo, purtroppo per la Murgia dei trulli. Come si può vedere dalla mappa ufficiale del MiBAC, le aree che

furono vincolate con i Dm della L. 431/85 in Puglia furono solo 57 a copertura di una superficie di solo il

7,76% del territorio regionale. Così solo il 19% (meno di 1/5), della superficie regionale è formalmente

tutelato (ultima regione d’Italia) anche se in realtà i vincoli della L.1497/39 e L. 431/85 si sovrappongono in

molte aree. La situazione della Puglia non è derivata solo dall’effetto degli automatismi della legge "Galasso"

(boschi, fiumi, laghi, ecc.) o dal tipo d’orografia del territorio pugliese che ha determinato una superficie

ridotta, perché altrimenti non si capirebbe perché il Lazio che è più pianeggiante ha il 46,7% della superficie

tutelata. 1

I paesaggi sensibili nel PPTR della Puglia

Giacinto Giglio - Referente C.R. Puglia per la Pianificazione Territoriale

1. Premessa

Dovendo affrontare il tema della tutela del paesaggio in Puglia, non potevamo limitarci al sistema della tutela

come oggi si attua sia da parte della Regione e sia congiuntamente alle Soprintendenze ai beni architettonici e

del paesaggio. Bisogna precisare che prima della delega alle Regioni delle competenze in tema di urbanistica e

poi della pianificazione del paesaggio, cioè prima della legge “Galasso”, la tutela del territorio era esercitata

solo dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali che in Puglia aveva unica sede a Bari e da quella

Archeologica con sede a Taranto. Dopo l’individuazione dei decreti “galassini” fatta dalle Soprintendenze, la

regione avviò lo studio del Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il paesistico (PUTT/p) ai sensi della

L.431/85 e della leggere giornale urbanistica LR 56/80.

Il PUTT/p è tuttora vigente ed è solo stato adottato il Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR)

elaborato congiuntamente da Regione e Ministero. Per questo motivo ho pensato, parafrasando il titolo di un

famoso film di De Sica, di dividere il presente lavoro in tre sezioni: “paesaggi sensibili” della Puglia: Ieri, Oggi e

domani?

- Ieri: con la L.1497/39 e L. 431/85 (“galassini”);

- Oggi: con LR 30/90 e Piano Urbanistico Territoriale Tematico/paesaggio (PUTT/p);

- Domani: con il Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR) e LR 20/2009.

2. La tutela ieri: prima della legge “Galasso”

Ieri in Puglia vi erano le aree individuate dalle commissioni provinciali sulle “bellezze d’insieme” e vincolate

dalle Soprintendenze ai sensi della L.1497/39. Queste aree in gran parte, erano superfici ricadenti nei territori

costieri delle province di Lecce e Foggia, più qualche area prospiciente qualche centro storico. La

Soprintendenza di Bari non ha realizzato alcun Piano paesistico ai sensi dell’art.5 L.1497/39 e art. 23 RD

1357/40. Nel 1973 il Prof. Arch. Vittorio Chiaia predispose per conto della Cassa per il Mezzogiorno lo “studio

per un Piano paesistico del comprensorio Trulli e Grotte" che non avrà però uno sbocco legislativo e

attuativo, purtroppo per la Murgia dei trulli. Come si può vedere dalla mappa ufficiale del MiBAC, le aree che

furono vincolate con i Dm della L. 431/85 in Puglia furono solo 57 a copertura di una superficie di solo il

7,76% del territorio regionale. Così solo il 19% (meno di 1/5), della superficie regionale è formalmente

tutelato (ultima regione d’Italia) anche se in realtà i vincoli della L.1497/39 e L. 431/85 si sovrappongono in

molte aree. La situazione della Puglia non è derivata solo dall’effetto degli automatismi della legge "Galasso"

(boschi, fiumi, laghi, ecc.) o dal tipo d’orografia del territorio pugliese che ha determinato una superficie

ridotta, perché altrimenti non si capirebbe perché il Lazio che è più pianeggiante ha il 46,7% della superficie

tutelata. 1

Figura 1 - Mappa: Aree di interesse paesaggistico - ambientale

Tab.1 - Aree di interesse paesaggistico ambientale 2

2.1 La tutela ieri: la lunga gestazione del Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio

Nel 1985 la Giunta Regionale ha conferito l'incarico ad un gruppo di professionisti tra cui il prof. ing.

Giovanni Fuzio, per la redazione del Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio ed i Beni

Ambientali della Regione, ai sensi della Legge Regionale n. 56 del 30 maggio 1980 in attuazione della

Legge n. 431 dell’8 agosto 1985. Nell’attesa prolungata del Piano la regione Puglia ha emanato nel 1990

la LR n. 30 “Norme transitorie di tutela delle aree di particolare interesse paesaggistico” e nel 1995 ha sub-

delegato il rilascio dell’autorizzazione in zone soggette a vincolo paesaggistico con la LR n.8, e

successivamente nel 1996 con la LR n.5 ha sub-delegato ai comuni anche il rilascio delle concessioni in

sanatoria degli abusi edilizi ai sensi della L.47/85 e come se non bastasse con la LR 9/1992 ha permesso

interventi di selvicoltura nei boschi, inammissibili ai sensi della L.431/85.

Lo schema di Piano Urbanistico Territoriale Tematico (PUTT) "Paesaggio e Beni Ambientali" (PBA) è

adottato con delibera CR n.6946 dell'11/12/94 ed interessa l'intero territorio regionale. Italia Nostra ha

presentato ben 20 pagine di osservazioni/proposte, insieme ad altre associazioni: Legambiente, WWF, Ordine

degli Agronomi, Ordine dei Biologi, AIN, SIGEA, ABAP.

Le associazioni ambientaliste pugliesi, dopo 13 anni di gestazione e un dispendio di 2,4 Mld di lire, chiesero

ed ottennero l’esercizio dei Poteri sostitutivi del Ministero Beni Culturali nei confronti della Regione per il

piano paesistico della Puglia. Per questo fu nominato nel 2000 l’Arch. Mario De Cunzo che riuscì ad elaborare

il primo Piano Paesistico per l’Ambito del Gargano. Così la Puglia, pur in presenza dei poteri sostituivi (D.P.R.

6.3.2000), il 15 dicembre 2000, Deliberazione GR n. 1748, ha avuto l’approvazione definitiva del PUTT/p

adeguato al Decreto legislativo n. 490/99. Il PUTT/P attualmente vigente analizza tutto il territorio regionale,

ma tutela meno del 50% della superficie regionale compresi, si badi bene, i “territori costruiti” (esclusi

dall’efficacia del Piano) e le aree già vincolate dalle leggi dello Stato. La scelta sbagliata ed ambiziosa è stata

quella di privilegiare la connotazione del Piano Territoriale sotto l'aspetto non meramente paesaggistico,

ma anche urbanistico, quale quadro organico di riferimento e momento ordinatore per la pianificazione

sia di pari livello, sia sott'ordinata, costituendo il Piano, nel contempo, anche il punto di partenza per una

rivisitazione complessiva della pianificazione territoriale.

Dopo l’approvazione definitiva fu presentato un ricorso al TAR contro l’esclusione dei “territori costruiti”

dall’efficacia del Piano, per incompetenza con vigenza dei poteri sostitutivi, violazione del testo unico sui beni

culturali, incostituzionalità della LR 25/00, ecc. Successivamente la GR con la Delibera n.1422 del 30

settembre 2002 ha dichiarato compatibile il PUTT/p con l’Accordo 19/4/2001 tra Ministero e Regioni in

materia di paesaggio: non è ancora operativo in tutta la regione, è molto più di un “mero piano

paesistico” ai sensi art 149 del D.lvo 490/99, non coordina gli altri piani regionali come il PRAE, il

paesaggio agrario non considerato è tutelato, incentiva gli interventi abusivi.

Il PUTT/P arriva nel 2000 quando “i buoi sono fuggiti dalla stalla”, infatti, in attesa del Piano paesistico era

stata emanata la LR 30/90 (prorogata per 14 volte), che permetteva di escludere dall’efficacia del Piano i

progetti, semplicemente “presentati” alla data del 6 giugno 1990 (come gli edifici realizzati a Punta Perotti a

Bari). 3

Figura 2 - Ambiti Territoriali Estesi (ATE) del PUTT/p

2.2 La tutela ieri: il rapporto tra Soprintendenze e Associazioni

La tutela del paesaggio è stata difficile in Puglia in questi anni anche nel rapporto tra associazioni

ambientaliste e Soprintendenze, nel senso che gli uffici periferici del MIBAC mal tolleravano gli esposti, le

segnalazioni e tantomeno le conseguenti denunce alle procure o ricorsi al TAR su pareri espressi. Nel seguito

si riportano i giudizi espressi, nel volume “Paesaggio e Ambiente”. Rapporto, Ministero beni culturali, 1998,

dai Soprintendenti della Puglia sui rapporti con le associazioni culturali ed ambientaliste:

- Soprintendenza per i B. A. A. A. S. della Puglia:

il rapporto con le associazioni culturali ed ambientaliste in sede locale non si può dire fattivo o propositivo;

- Soprintendenza Archeologica della Puglia:

si incontrano talora difficoltà con le associazioni culturali e ambientaliste, soprattutto a causa di certe forme

di radicale estremismo conservativo che caratterizza l’azione di alcune associazioni, portate a marginalizzare

la valutazione comparativa dell’importanza dei beni su scala più ampia di quella strettamente locale.

Oggi le soprintendenze esercitano la tutela solo in concorrenza con i comuni e su limitati territori. Il loro ruolo

si limita alle verifiche di legittimità e all’annullamento delle autorizzazioni paesaggistiche prese dai comuni.

4


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135

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3.90 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

In questo materiale didattico vengono trattati i seguenti argomenti. Primo rapporto nazionale sulla pianificazione paesaggistica. Analisi delle inadempienze statali e regionali in materia di pianificazione paesaggistica e proposte di Italia Nostra. A cura di Ezio de Lucia e MariaPia Guermandi. Testo completo di Italia Nostra Onlus - Paesaggio: la tutela negata.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in urbanistica
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Restauro del territorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Mediterranea - Unirc o del prof Uccellini Eleonora.

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