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Rapporto ISFOL 2009

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Sistema formativo italiano, tenute dalla Prof.ssa Valeria Scalmato nell'anno accademico 2010 e consiste nella sintesi del rapporto ISFOL 2009 in cui sono trattati i seguenti argomenti:
[list]
Contesto ed evoluzione delle politiche formative;
Contesto ed evoluzione delle politiche... Vedi di più

Esame di Sistema formativo italiano docente Prof. V. Scalmato

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ESTRATTO DOCUMENTO

sintesi

2.3 Le caratteristiche della formazione professionale nei sistemi regionali

L’offerta e la partecipazione: un quadro complessivo

In merito alle attività formative realizzate dalle Regioni si evidenzia un livello di partecipazione piut-

tosto consistente: nell’anno formativo 2007/2008 sono stati realizzati circa 53 mila corsi. Emerge un

numero elevato di interventi in favore degli adulti occupati e degli apprendisti (rispettivamente 19.245

e 12.300 corsi). Significativa anche la quota dedicata alla formazione iniziale: 7.600 corsi, il più alto

numero di corsi realizzati in questa tipologia formativa dall’avvio delle sperimentazioni dei precorsi

triennali di Istruzione e formazione professionale. Risultano in continuo aumento i corsi per disoccupati

(ora a quota 4.173), forse anche come iniziale risposta di contrasto alle difficoltà legate alla crisi. La

formazione post-secondaria fa registrare un valore pari a 4.662 corsi.

I dati per ripartizione geografica restituiscono una distribuzione direttamente proporzionale al-

l’ampiezza del territorio di riferimento; nelle aree del Nord Italia si concentra il 55% dei corsi, al

Centro il 15% e al Sud e Isole il 30%. Tale scarto risulta più marcato se si considerano gli allievi,

con il Mezzogiorno a quota 16,2%. Complessivamente, gli allievi coinvolti sono 1.013.860, cui van-

no aggiunte circa 51.800 unità - quasi esclusivamente nel Centro-Nord - che hanno usufruito del-

la formazione attraverso tipologie di finanziamento individuali (voucher, dote formativa, ecc.).

Allievi per tipologia e ripartizione geografica - anno formativo 2007/2008

Formazione Sogg. a

Formazione Disoc - Appren -

post Occupati Altri Totale

rischio di

iniziale (a) cupati disti

secondaria esclusione

e IFTS (b)

Nord-Ovest 48.342 31.536 43.142 62.334 106.082 6.067 1.559 299.062

Nord-Est 45.426 29.898 17.268 75.562 219.056 4.377 16.167 407.754

Centro 19.634 21.974 10.425 9.169 45.474 10.180 25.969 142.825

Sud 5.259 30.751 13.635 12.834 26.954 3.699 3.007 96.139

Isole 20.368 5.576 16.132 219 22.455 2.826 504 68.080

Totale 139.029 119.735 100.602 160.118 420.021 27.149 47.206 1.013.860

(a) Formazione rivolta ai giovani finalizzata al conseguimento di una prima qualifica.

(b) Formazione rivolta ai qualificati di I livello, diplomati e laureati. Comprende il raccordo formazione - istruzione.

(c) Dati non disponibili.

Fonte: Elaborazione ISFOL su dati regionali e monitoraggi ISFOL

Nell’ambito della formazione rivolta ai giovani si registra un grado di copertura molto elevato, pari

al 43% del bacino potenziale (15-24enni in cerca di occupazione); mentre nella formazione rivol-

ta agli adulti occupati (oltre i 25 anni) la percentuale di incidenza scende al 2%. Nella formazione

destinata ad adulti disoccupati gli allievi sono il 10% dell’utenza potenzialmente interessata.

Il contributo del FSE per l’ingresso al lavoro

fse

Relativamente alle politiche cofinanziate dal nel periodo di programmazione 2000-2006 (dati

al 31.12.2008), la spesa impegnata ammonta a poco meno di 17 miliardi di euro, di cui il 56,5%

(9,5 miliardi di euro) a beneficio delle Regioni dell’Obiettivo 3 e il restante 43,4% (7,3 miliardi

di euro) a favore delle Regioni dell’Obiettivo 1. fse

La forma principale attraverso cui l’utenza viene raggiunta dal continua ad essere la formazione.

21

rapporto isfol 2009

Numero di progetti e di destinatari per tipologia di azione

Obiettivo 3 Obiettivo 1 Totale

Progetti Destinat. Progetti Destinat. Progetti Destinat.

Tirocini 7.126 26.037 1.365 2.444 8.491 28.481

Piani d’inserimento lavorativo 378 3.384 10 - 388 3.384

Borse lavoro 2.827 5.402 - - 2.827 5.402

Altre forme di work experience 768 2.559 58 1.483 826 4.042

Totale work experience 11.099 37.382 1.433 3.927 12.532 41.309

Formazione all’interno dell’obbligo formativo 10.978 248.235 3.506 73.332 14.484 321.567

Formazione post obbligo formativo e post diploma 14.414 259.612 4.451 90.832 18.865 350.444

Formazione nell’ambito dell’apprendistato 1.144 48.938 59 4.525 1.203 53.463

post obbligo formativo

Alta formazione 210 3.912 285 4.859 495 8.771

Formazione finalizzata al reinserimento lavorativo 3.690 56.410 203 10.750 3.893 67.160

Formazione per la creazione di impresa 172 3.271 8 437 180 3.708

Totale formazione 30.608 620.378 8.512 184.735 39.120 805.113

Percorsi integrati per l’inserimento lavorativo 1.154 35.696 1.405 29.093 2.559 64.789

Percorsi integrati per la creazione di impresa 71 1.267 442 11.887 513 13.154

Totale percorsi integrati 1.225 36.963 1.847,00 40.980 3.072,00 77.943

Incentivi alle persone per la formazione 15.424 37.394 443 1.577 15.867 38.971

Incentivi alle persone per il lavoro autonomo 738 3.080 759 3.420 1.497 6.500

Incentivi alle imprese per l’occupazione 6.018 16.824 293 35.388 6.311 52.212

Totale incentivi 22.180 57.298 1.495 40.385 23.675 97.683

Totale 65.112 752.021 13.287 270.027 78.399 1.022.048

Fonte: Elaborazione ISFOL su dati MEF IGRUE (Monitweb)

La spesa regionale per la formazione professionale

Relativamente alla spesa per la formazione professionale sostenuta e preventivata dalle Regioni

e Province autonome, per il 2009 si registra un lieve decremento rispetto l’anno precedente. La

somma delle previsioni di spesa ammonta a 3,2 miliardi rispetto ai 3,4 miliardi del 2008, anno

in cui si era registrata una forte crescita dovuta essenzialmente alla assegnazione delle dotazio-

fse.

ni derivanti dal

Per quanto concerne i dati dei bilanci consuntivi, nel 2007 le risorse disponibili ammontavano

a 3,4 miliardi di euro, registrando un decremento del 26% rispetto al 2006, dovuto principal-

fse,

mente alla mancanza delle risorse derivanti dal essendo il 2007 l’anno di inizio della nuo-

va programmazione.

L’accreditamento delle strutture formative

L’isfol ha realizzato una ricognizione presso tutte le Regioni e le Province autonome sull’appli-

cazione dei criteri generali di accreditamento delle strutture formative che realizzano i percorsi

triennali di istruzione e formazione professionale. Dalla prima analisi delle schede pervenute si

può rilevare come a livello generale quasi tutte le amministrazioni regionali abbiano contemplato,

sebbene in forme diverse, i sette criteri generali previsti per l’obbligo di istruzione all’interno dei

propri sistemi di accreditamento e/o nei bandi per la selezione dei progetti formativi.

22

sintesi

In sintesi, i risultati suggeriscono l’esistenza di una certa omologia tra i fenomeni di sviluppo eco-

nomico e coesione sociale e quelli del governo regionale della formazione professionale attra-

verso l’accreditamento. Questo parallelismo rende plausibile l’ipotesi interpretativa che il fattore

determinante nello sviluppo del sistema di offerta formativa delle Regioni sia esogeno rispetto

al sistema formativo in quanto tale: se la formazione professionale funziona nelle Regioni più

ricche, con minore disoccupazione e maggiore capitale sociale, questo significa che le politiche

delle altre Regioni non sono state in grado di ridurre l’influenza negativa degli altri fattori di con-

testo in certa misura riconducibili a fenomeni appunto esogeni, legati alla qualità strutturale e

alla governance dei territori. 23

formazione

sezione

capitolo 3

Approfondimenti

3.1 Il rendimento della formazione del personale per le imprese roi

Le aziende che fanno formazione registrano in media performance migliori in termini di (Re-

turn On Investment, indice che esamina la redditività delle attività delle imprese). Ciò è vero fino

ad una percentuale di addetti formati compresa tra il 60% e l’80%. Sembra quindi esserci una

soglia critica, al di sotto della quale il rendimento è crescente e al di sopra torna invece a dimi-

nuire. Anche l’analisi della redditività aziendale per fasce di spesa pro-capite in formazione sem-

roi

bra confermare questa ipotesi: la percentuale di imprese con un in aumento cresce fino a quan-

do la spesa per formazione non tocca i 100 euro per addetto, per poi diminuire tra 100 e 200 euro

e tornare a crescere in modo molto significativo solo per investimenti superiori ai 400 euro. In

alcune fasi del loro sviluppo, molte imprese potrebbero dunque trovarsi in una sorta di “trap-

pola della formazione”, ovvero in una situazione in cui un piccolo investimento marginale in for-

mazione non appare in connessione con il miglioramento delle performance. In queste condi-

zioni, un forte investimento sul capitale umano può contribuire ad accrescere i profitti.

roi

È significativo, inoltre, che le aziende con un in miglioramento non si siano limitate a for-

mare il personale su aspetti puramente tecnici e organizzativi, ma abbiano avviato anche corsi

nell’ambito dei processi di certificazione sulla responsabilità sociale d’impresa, che sta diventando

uno dei punti di forza delle imprese più competitive e dinamiche.

I programmi di formazione del personale hanno un effetto sulla redditività aziendale molto si-

gnificativo nelle imprese innovative, mentre nelle altre sembra addirittura ridurre la redditività.

Questo risultato conferma come la formazione professionale possa svolgere un ruolo propulsi-

vo sulla performance e sullo sviluppo delle singole imprese, anche nel breve periodo, solo se è in-

quadrata in un programma organico di innovazioni di prodotto e di processo. 25

rapporto isfol 2009

Imprese per introduzione di innovazioni e attività di formazione continua (composizione % per andamento del ROI)

Andamento del ROI

Tipologia di azienda Attività di formazione Aumentato Stabile Diminuito

nessuna azione 26,1 26,6 47,3

Ha introdotto innovazioni almeno un’azione 31,8 35,6 32,6

nessuna azione 10,7 44,3 45,0

Non ha introdotto innovazioni almeno un’azione 12,3 25,5 62,3

Fonte: ISFOL (INDACO - Indagine sulla conoscenza delle imprese)

26

sintesi

3.2 I benefici della formazione continua in termini di mobilità

professionale

Circa il 60% dei lavoratori riconosce la necessità di dovere aggiornare o acquisire nuove com-

petenze per poter svolgere efficacemente il proprio lavoro. Valori più alti si riscontrano nel pub-

blico impiego (79,6%).

Atteggiamenti dei lavoratori verso la formazione continua: lavoratori che ritengono utile la FC per aggiornare e/o acquisire le com-

petenze e le conoscenze (incidenza %) Dip. Privato Autonomo Dip. Pubblico Totale

Settore

Industria 54,8 41,0 - 52,5

Costruzioni 40,8 49,2 - 43,9

Commercio 48,6 50,3 - 49,4

Servizi 66,4 71,1 - 67,8

P.A. 71,1 79,7 79,2

Titolo di studio

Elementare 20,2 25,9 32,1 23,4

Media inf. 44,5 44,1 57,1 46,0

Professionale 67,5 56,4 81,4 68,1

Diploma 68,7 65,1 85,4 72,1

Università 80,3 88,2 93,3 88,2

Fonte: ISFOL (INDACO - Lavoratori)

Le figure a più basso inquadramento professionale risultano le meno recettive alla percezione

dell’utilità di fare formazione. Inoltre, l’andamento generale della partecipazione dei lavorato-

ri alle attività di formazione continua si caratterizza per la difficoltà dei segmenti deboli (don-

ne, lavoratori con bassi titoli di studio, lavoratori maturi) ad esprimere una sufficiente doman-

da formativa.

I lavoratori ritengono prevalentemente che la formazione serva a favorire processi di mobilità

verticale, mentre in misura nettamente minore è percepita come strumento per favorire la mo-

bilità orizzontale (cambiare tipo di lavoro all’interno dell’azienda) o processi di mobilità ester-

na. Risulta poi un crescente divario tra il riconoscimento dell’utilità della formazione rispetto

ai benefici effetti della formazione stessa: il 75% dei lavoratori, tra quelli che hanno dichiarato

di avere partecipato nel corso dell’ultimo anno o nelle quattro settimane precedenti ad attività

formative, dichiara di non avere migliorato la propria posizione professionale. Ciò può essere

originato da un’insufficiente capacità di realizzare una formazione realmente efficace e spendi-

bile sul posto di lavoro; oppure dall’incapacità dell’azienda a valorizzare percorsi di accrescimento

delle competenze dei propri lavoratori.

I giovani fino a 24 anni indicano di riconoscere un miglioramento della posizione professiona-

le quale esito della formazione effettuata molto meno dei loro colleghi più anziani. 27

rapporto isfol 2009

3.3 La mobilità professionale e di studio

Tramontata l’era in cui l’esperienza all’estero costituiva un’eccezione a vantaggio di pochi, oggi

si “ripensa” alla mobilità come ad una parte essenziale del percorso formativo degli individui,

anche se in Italia la mobilità di studio e/o lavoro continua a interessare soprattutto la popola-

zione più giovane. La tendenza a proseguire gli studi all’estero o a completare ed ampliare le pro-

prie capacità professionali attraverso l’acquisizione di nuovi saperi è più tipica di una fascia di

età compresa fra 26 e 35 anni.

Quanto alla mobilità da parte dei più giovani (fascia di età 15-20) è vista come integrativa del

proprio ciclo formativo piuttosto che come mezzo per l’acquisizione di competenze al di fuori

di quelle che il proprio percorso formativo offre.

La mobilità che ricade nel programma settoriale Leonardo Da Vinci costituisce la gran parte del-

le esperienze dei flussi in uscita. Segue il programma di mobilità di apprendimento superiore Era-

smus, che nel 2007 registrava ancora un flusso molto consistente di studenti italiani, ma nelle an-

nualità successive ha invece registrato un “calo di popolarità”, proporzionale al successo ripor-

tato da un’altra iniziativa di mobilità nell’apprendimento superiore, il programma settoriale Era-

smus Placement. Le ragioni di questa inversione di tendenza sono essenzialmente riconducibili

al problema del riconoscimento e valutazione dell’esperienza compiuta. Vi è il timore che l’e-

sperienza all’estero si trasformi al rientro in una trafila estenuante per vedersi riconosciuto l’ap-

prendimento maturato. Ne è emersa la preferenza a concludere gli studi nel proprio paese di ori-

gine e a rimandare la partenza.

Una questione che negli ultimi tempi ha spinto studenti e lavoratori a riconsiderare la mobilità,

è la difficoltà a riconoscere le conoscenze che derivano da processi di apprendimento informa-

li, che avvengono cioè nell’ambito di contesti sociali, sul luogo di lavoro e nella società civile.

A fronte di un incremento dei livelli di competizione sul mercato del lavoro, accresciuti anche

cv

dal congiunturale momento di crisi, l’arricchimento dei dei cittadini ma ancor di più l’ac-

quisizione precoce di competenze necessarie a svolgere operativamente un lavoro diventa par-

ticolarmente importante. Dai dati relativi al placement a seguito di esperienze di tirocinio all’e-

stero si evince che il mercato del lavoro comincia a premiare l’esperienza più di quanto non fac-

ciano i sistemi preposti alla sua certificazione.

28

sintesi

3.4 Validazione, certificazione e riconoscimento dell’apprendimento non

formale e informale

I provvedimenti di riforma in tema di validazione dell’apprendimento si possono ricondurre a

due distinte categorie:

1. iniziative di promozione dell’apprendimento esperienziale che pianificano a monte l’alter-

nanza tra aula ed esperienza;

2. iniziative di valorizzazione dell’apprendimento esperienziale che puntano invece a ricostruire

a valle l’apprendimento maturato in esperienze di lavoro o di vita.

La Commissione europea si è spesa molto negli ultimi cinque anni nel richiamare i Paesi mem-

bri ad istituire e rendere fruibili ai cittadini sistemi di validazione dell’apprendimento da espe-

rienza. Da tempo sta lavorando intorno all’idea di creare Piattaforme comuni e Tessere profes-

sionali che declinino i requisiti e le competenze necessarie all’esercizio di professioni regolamentate

e non regolamentate, che sostengano procedure di riconoscimento dell’esperienza concreta.

In Italia possiamo contare su una condivisione delle parti istituzionali e sociali nonché su alcu-

ne iniziative avviate negli scorsi anni, come ad esempio l’Istruzione e Formazione tecnica superiore

(per il riconoscimento di crediti da esperienza) e il Libretto formativo del cittadino (quale stru-

mento istruttorio e documentale che può intendersi preventivo alla certificazione dell’appren-

dimento da esperienza). 29

lavoro

sezione

capitolo 1

Contesto ed evoluzione delle politiche

1.1 Il quadro di contesto economico nazionale e comunitario

I mercati del lavoro dei diversi paesi europei sono fortemente eterogenei. Solo 8 dei 27 Stati mem-

bri sono allineati con l’obiettivo della Strategia di Lisbona che fissa un tasso di occupazione del

70% entro il 2010. E 16 sono quelli che ottemperano all’obiettivo del 60% di donne occupate

nella fascia di età 15-64 anni. Quasi tutti i paesi sono ancora caratterizzati da una marcata di-

sparità di genere. Nell’eu27 il differenziale nei tassi di occupazione ammonta al 13,7%. Tale gap

è inferiore ai cinque punti percentuali esclusivamente nelle economie fortemente inclusive, qua-

li Finlandia e Svezia, mentre raggiunge i valori più elevati nelle economie mediterranee, come

Grecia (26,3%), Italia (23,1%) e Spagna (18,6%).

In definitiva, in Europa convivono due tipologie di mercato:

• mercati inclusivi, che caratterizzano i paesi dove anche a costo di una riduzione d’orario ge-

neralizzata la partecipazione al mercato è molto elevata;

• mercati segmentati, dove il lavoro si esplica fondamentalmente nell’arco dell’intera giorna-

ta e la partecipazione delle persone è più limitata.

A questi due modelli contrapposti si legano spesso modelli di welfare altrettanto differenziati:

da una parte un welfare sociale di tipo partecipativo ma fortemente indirizzato agli individui,

dall’altra un welfare assistenziale di tipo familiare.

Occorre comunque considerare che nel confronto europeo, condotto tramite valori medi nazionali,

non emerge la polarizzazione Nord-Sud che caratterizza il nostro Paese. Il livello degli indica-

tori misurati nelle regioni settentrionali risulta, infatti, ben al di sopra delle corrispondenti me-

die riferite al contesto comunitario.

Quanto al capitale umano, c’è anche qui una forte eterogeneità della popolazione europea re-

lativamente ai percorsi formativi, fatte salve le possibili discrasie indotte da sistemi scolastici non

omogenei. La quota di laureati sul totale della popolazione attiva varia, ad esempio, da un mi-

nimo del 12-13% a valori che superano il 30%.

È evidente quanto sia importante la dotazione di capitale umano per lo sviluppo e la competi-

tività dell’intero sistema economico. Gli Stati europei con minore dotazione di capitale umano

(Italia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Portogallo, Slovacchia, Grecia) sono anche quelli dove

la produttività del lavoro è sensibilmente più bassa. 31

rapporto isfol 2009

Livelli di produttività e di capitale umano in alcuni paesi europei

40,0 Belgium

Finland Ireland

35,0 United Kingdom

Spain

Denmark Netherlands

occupati Sweden

30,0 France

Germany

su

laureati Greece

25,0 Poland Hungary

di

% 20,0 Austria

Italy

Slovak Republic

Czech Republic

15,0 Portugal

10,0 10 20 30 40 50 60 70

Produttività del lavoro

Fonte: Elaborazione ISFOL su dati EUROSTAT (2008) e OECD (2008)

Per quanto riguarda l’Italia occorre comunque evidenziare che i più recenti dati sulla produtti-

vità riportano il nostro Paese ai livelli dei principali partner europei. Inoltre, alla luce del mar-

cato dualismo territoriale, particolarmente considerevole è l’incremento delle regioni del Nord.

Per quanto attiene la congiuntura, dopo la profonda fase recessiva che ha colpito l’economia eu-

ropea, i dati più recenti mostrano l’insorgenza di segnali di inversione di tendenza. L’andamento

pil

del migliora. Viceversa, la dinamica occupazionale è in via di peggioramento. Il dato italia-

no è in linea con questa tendenza, ma appare chiaro come la crisi abbia avuto da noi un impat-

to inferiore rispetto al resto d’Europa.

32

sintesi

Tabella 11. Occupati in Europa al secondo trimestre 2009

Percentage change compared Percentage change compared

to the previous quarter to the same quarter of the previous year

2008 2009 2008 2009

Q3 Q4 Q1 Q2 Q3 Q4 Q1 Q2

EU27 -0,2 -0,3 -0,8 -0,6 0,7 0,2 -1,2 -1,9

BE Belgium 0,3 0,0 -0,5 -0,5 1,7 1,2 0,1 -0,7

BU Bulgaria - - - - 3,0 2,1 -0,3 -1,8

CZ Czech Republic 0,6 -0,1 -1,0 -0,8 1,3 0,9 0,3 -1,4

DK Denmark 0,1 -0,5 -1,3 - 0,9 -0,1 -1,8 -

DE Germany 0,2 0,1 -0,1 -0,3 1,4 1,1 0,4 -0,1

EE Estonia -0,2 -0,6 -7,2 -1,8 -0,3 -0,2 -7,2 -10,2

IE Ireland -1,5 -1,5 -3,8 - -1,8 -3,8 -7,5 -

GR Greece 0,1 0,6 -1,8 0,3 1,1 1,0 -0,6 -1,0

ES Spain -1,5 -2,0 -2,5 -1,3 -0,9 -3,1 -6,5 -7,1

FR France -0,1 -0,2 -0,5 -0,4 0,4 -0,1 -0,7 -1,1

IT Italy -0,4 -0,2 -0,2 0,0 -0,2 -0,2 -0,6 -0,9

CY Cyprus - - - - 3,5 1,9 1,4 -0,5

LV Latvia -2,3 -3,1 -3,3 -4,9 0,2 -5,4 -8,2 -13,1

LT Lithuania 0,2 -0,7 -4,5 -1,8 -1,0 -1,2 -5,1 -6,7

LU Luxembourg 0,8 0,5 -0,3 - 4,6 3,7 2,4 -

HU Hungary - - - - -0,7 -0,9 -3,0 -4,5

MT Malta - - - - 2,3 1,8 0,6 -0,8

NL Netherlands 0,0 0,3 -0,4 - 1,1 1,1 0,3 -

AT Austria -0,1 -0,2 -0,4 -0,4 1,5 1,4 -0,4 -1,1

PL Poland - - - - 3,7 3,0 -1,0 -0,7

PT Portugal -0,9 0,4 -1,3 -0,9 -0,2 -0,1 -1,6 -2,7

RO Romania - - - - - - - -

SI Slovenia 0,6 0,4 -1,2 -1,4 2,9 2,4 0,5 -1,6

SK Slovakia 1,7 -0,3 -1,9 -0,6 3,2 2,1 -0,4 -1,3

FI Finland -0,7 -0,2 -0,7 -1,2 1,0 0,8 -1,1 -3,0

SE Sweden - - - - 0,7 0,0 -1,2 -2,2

UK United Kingdom -0,3 -0,2 -0,5 -0,9 0,4 -0,2 -1,1 -2,0

Fonte: Nota EUROSTAT 130/2009 - 14 settembre 2009

La recente contrazione occupazionale ha colpito maggiormente la manodopera maschile. D’al-

tro canto le conseguenze occupazionali più pesanti della crisi si sono registrate in settori a for-

te presenza di uomini, quali la manifattura e le costruzioni. In Europa i servizi (esclusi quelli fi-

nanziari e commerciali) mostrano segnali di una seppur lieve crescita occupazionale.

Gli effetti della crisi economica sul mercato del lavoro non si riflettono solamente sul numero

di occupati, ma anche e più in generale sull’intensità di lavoro. Gli ultimi dati sull’orario di la-

voro in Europa mostrano una contrazione dell’orario medio di circa un quarto d’ora nell’ulti-

33

rapporto isfol 2009

mo anno. L’Italia è uno dei paesi dove la contrazione dell’orario di lavoro appare più marcata,

verosimilmente in ragione del robusto potenziamento degli ammortizzatori sociali: tra il primo

trimestre del 2008 ed il primo trimestre del 2009, infatti, il tempo medio di lavoro è calato di cir-

ca mezz’ora.

Venendo alle risposte di contrasto alla crisi, poiché i primi effetti si sono manifestati per il tra-

mite della stretta creditizia, nella fase iniziale in Europa così come nel resto delle economie mon-

diali ci si è adoperati per garantire la tenuta dei sistemi del credito e della finanza. A fronte del-

la flessione più grave dell’occupazione prevista nel 2010, l’Unione europea ha poi prodotto una

serie di iniziative rivolte a tamponare gli impatti sul mondo del lavoro. Oltre allo stanziamento

di risorse finanziarie, sono stati indicati alcuni approcci di policy e un’attenzione particolare è

stata posta al rafforzamento del capitale umano. Negli Stati membri l’integrazione tra fondi è

stato uno dei principali strumenti utilizzati, utilizzando in particolare il Fondo sociale europeo

(con la possibilità di spendere l’intero budget della programmazione 2007-2013 entro il 2011).

34

sintesi

1.2 L’evoluzione delle politiche nazionali e regionali per il lavoro

Tra i provvedimenti legislativi di maggiore interesse vi sono alcuni profili della disciplina del la-

voro a tempo determinato e del lavoro accessorio di tipo occasionale, il cui ambito di applica-

zione è stato ampliato in modo significativo. Su questi aspetti nel Libro Bianco è stata eviden-

ziata la necessità di estendere anche ai lavoratori assunti non a tempo indeterminato gli strumenti

di sostegno al reddito. Il tentativo è di favorire politiche di protezione attiva dell’occupazione,

spostando l’enfasi dal singolo posto di lavoro e dalla singola azienda (attraverso la Cassa inte-

grazione) agli investimenti nell’occupabilità di ciascun individuo (cui collegare un sussidio ge-

neralizzato). L’ottica è dunque quella della centralità della persona.

Anche il lavoro accessorio - che ha il fine di fare emergere attività sommerse o irregolari, garantendo

ai soggetti interessati copertura assicurativa e previdenziale - rientra in una logica di partecipa-

zione attiva del cittadino. Con la legge 102/2009 anche le pubbliche amministrazioni potranno

fare ricorso a questo tipo di contratto.

Altre novità riguardano il contratto di inserimento, con particolare rilevanza sulle dinamiche del-

l’occupazione femminile; nonché gli interventi di modifica del Testo Unico in materia di salute

e sicurezza sui luoghi di lavoro, che vede nella prevenzione uno dei suoi aspetti più qualificanti.

Sul fronte della contrattazione collettiva, la stipula dell’accordo-quadro del 22 gennaio 2009 (cui

è seguito l’accordo interconfederale di attuazione del 15 aprile 2009) ha confermato una strut-

tura incentrata sulla contrattazione collettiva nazionale ma con una forte attenzione all’obiet-

tivo di incentivare la contrattazione decentrata, per la promozione della produttività delle azien-

de e, con essa, dell’incremento delle retribuzioni. Tale obiettivo di incentivare la contrattazione

decentrata è stato evidenziato anche nel Libro Bianco.

Quanto alle misure di sostegno al reddito legate alla gestione dell’emergenza, la materia degli am-

mortizzatori sociali ha ricevuto preponderante attenzione durante tutto l’anno, con un ampliamento

della platea dei beneficiari. L’intervento legislativo nazionale si è focalizzato su misure dirette a

proteggere lavoratori ed imprese dagli effetti della crisi. Ci si riferisce in particolare al Decreto

anti-crisi, il cui fulcro è costituito dal potenziamento ed estensione degli strumenti di tutela del

reddito. Tra le misure adottate si segnalano i due canali dell’intervento integrativo affidato agli

Enti bilaterali e delle risorse messe a disposizione dalle Regioni, attraverso l’utilizzo del Fondo

sociale europeo e in base ad un approccio di politica attiva per il lavoro.

Al di là dell’emergenza, si profila quindi un nuovo modello di intervento, che vede le Regioni

come ulteriori finanziatori degli ammortizzatori in deroga.

Ed anche lo sforzo legislativo nazionale più recente, la cosiddetta manovra d’estate, si è soprat-

tutto concentrato nell’individuazione di innovative misure di politica attiva espressamente de-

dicate ai titolari di ammortizzatori sociali, al fine di reperire una sorta di controprestazione op-

pure una più veloce fuoriuscita dall’inattività. 35

lavoro

sezione

capitolo 2

I fenomeni

2.1 L’andamento del mercato del lavoro

Il tessuto produttivo italiano e la domanda di lavoro

Nel sistema produttivo italiano si conferma la prevalenza delle piccole e piccolissime imprese:

le aziende con un numero di addetti inferiore a 10 rappresentano poco meno del 95% del tota-

le, anche se occupano solo il 46% degli addetti. Alla dimensione delle imprese sono generalmente

correlati la distribuzione della forza lavoro secondo la forma di contratto e numerosi altri aspet-

ti particolarmente rilevanti per misurare l’impatto della crisi economico-finanziaria.

L’incidenza del lavoro a termine (pari all’11% del totale dei dipendenti) ha un andamento de-

crescente all’aumentare della dimensione di impresa: dal 15% delle imprese con meno di 10 ad-

detti, all’8% delle imprese con oltre 250 addetti.

La quota maggiore dell’occupazione dipendente a termine (68%) è assorbita dai contratti a tem-

po determinato inquadrati in un contratto collettivo; seguono i contratti di apprendistato (24,5%)

e i contratti di inserimento (3,8%).

Le imprese che utilizzano il contratto a tempo determinato giustificano tale scelta principalmente

con l’esigenza di fronteggiare la stagionalità programmata (33% dei casi), subito seguite dalle

imprese che invece vi ricorrono come periodo di prova in vista di una assunzione a tempo in-

determinato (31%); numerose sono anche le imprese che utilizzano il tempo determinato per

fronteggiare commesse e progetti temporanei (20%). 37

rapporto isfol 2009

Lavoratori indipendenti, dipendenti a tempo indeterminato e atipici per dimensione, settore e area geografica (val. %)

Dipendenti a tempo

Indipendenti Atipici* Totale

indeterminato

Dimensione

1-9 addetti 48,9 32,3 18,8 100,0

10-49 addetti 10,1 73,3 16,6 100,0

50-249 addetti 2,1 82,6 15,3 100,0

250-W 0,4 89,0 10,6 100,0

Settore

Industria in senso stretto 11,3 77,0 11,8 100,0

Costruzioni 25,5 60,6 13,9 100,0

Commercio e turismo 29,0 53,6 17,4 100,0

Altri servizi 19,3 62,0 18,6 100,0

Area geografica

Nord-Ovest 17,6 69,8 12,6 100,0

Nord-Est 20,6 64,2 15,3 100,0

Centro 20,3 63,5 16,1 100,0

Sud e Isole 21,6 56,5 21,9 100,0

Totale 19,7 64,7 15,7 100,0

* Intesi come la somma di dipendenti a termine, collaboratori coordinati e continuativi, lavoratori a progetto e lavoratori somministrati.

Fonte: ISFOL (RIL), 2007

Considerando il lavoro non standard nel suo complesso (costituito da lavoratori dipendenti a

termine, collaboratori coordinati e continuativi, lavoratori a progetto e lavoratori somministrati)

si rileva una sua incidenza più elevata nel terziario (18,6%), dove più numerose sono le picco-

le imprese, e nel commercio-turismo (17,4%), rispetto alle costruzioni (13,9%) e all’industria

(11,6%).

La diffusione del lavoro atipico è sensibilmente più elevata nel Mezzogiorno.

Nel tracciare un profilo del tessuto produttivo italiano rispetto alla propensione ad investire in

formazione, emerge come le politiche di formazione on the job rappresentino un indice della qua-

lità dei posti di lavoro e costituiscono, in qualche modo, una forma implicita di assicurazione

contro il rischio di disoccupazione. Le imprese più propense ad investire in formazione saran-

no meno propense, in un momento di congiuntura sfavorevole, a separarsi dai lavoratori di cui

hanno finanziato l’accumulazione di capitale umano specifico.

La dimensione, a parità di specializzazione settoriale, è la variabile chiave per spiegare la quota dei

formati nelle imprese, così come lo è per quel che riguarda la distribuzione del lavoro atipico.

38

sintesi

Quota di dipendenti formati e di dipendenti a tempo determinato Dimensione

Settore 1-9 dip. 10-49 dip. 50-249 dip.

formati 8,7 14,7 15,9

Industria in senso stretto tempo det. 10,6 8,4 7,4

formati 17,6 22,3 38,0

Costruzioni tempo det. 14,9 11,2 12,7

formati 10,5 13,2 18,7

Commercio e turismo tempo det. 18,8 18,9 22,9

formati 15,2 26,0 26,4

Altri servizi tempo det. 15,1 10,5 12,1

Fonte: ISFOL (RIL), 2007

Nelle imprese di dimensioni più elevate con maggiore propensione ad investire in capitale uma-

no si ricorre meno frequentemente al lavoro atipico poiché l’instabilità del posto di lavoro po-

trebbe disincentivare lo sforzo produttivo dei lavoratori e quindi depotenziare i rendimenti at-

tesi della formazione.

Relativamente alla domanda di lavoro qualificato, rilevata tramite l’analisi dei posti di lavoro of-

ferti mediante inserzioni a modulo sui quotidiani italiani, si registra tra le figure professionali

maggiormente richieste dagli inserzionisti nel 2008 quella degli “addetti al recupero crediti”. Tale

figura occupa il quarto posto, mentre negli anni precedenti non era neppure presente nelle pri-

me trenta professioni. Tale incremento assume una rilevanza particolare poiché può essere con-

siderando come spia della congiuntura negativa, fortemente legata alla bassa disponibilità di li-

quidità per le imprese.

Per quanto riguarda la figura “operatore call center”, considerata comunemente dalla pubblica

opinione quale paradigma di occupazione “precaria”, essa ha avuto uno sviluppo significativo

dal 2000 (nel 2005 si sono raggiunte le 20mila offerte) ma appare invece in calo negli ultimi anni,

sino a raggiungere le 353 offerte del 2008.

L’offerta di lavoro: partecipazione, occupazione, disoccupazione

Gli effetti della crisi economica iniziano a ripercuotersi sul mercato del lavoro italiano, anche se

in misura più ridotta rispetto al resto d’Europa. Mentre nel 2008, nonostante alcuni primi se-

gnali di rallentamento, la crescita dei livelli occupazionali nel nostro Paese è proseguita, giun-

gendo al massimo storico di 23 milioni 405 mila lavoratori, nei primi sei mesi del 2009 si ridu-

cono sia gli occupati che il tasso di occupazione. Quest’ultimo indicatore si è innalzato tra il 2004

e il 2007 dal 57,4% al 58,7%, si è poi mantenuto costante tra il 2007 e il 2008, ed ha infine ce-

duto il passo nel 2009 attestandosi al 57,9%. 39

rapporto isfol 2009

Tasso di occupazione 15-64 anni e variazione in punti percentuali degli occupati in età 15 anni ed oltre - anni

2000-2008

60,0 2,0

1,9

1,9 58,7

1,5 58,7

58,0 58,4

1,4 57,5

57,4

57,5

56,7 1,0

56,0 1,0

55,9 0,7 0,8

0,7

54,8

54,0 0,0

52,0 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008

tasso occ 15-64

variazione 15 e +

Fonte: Elaborazione ISFOL su dati ISTAT (RCFL e RTFL serie ricostruita)

L’inversione del ciclo espansivo dell’occupazione si riflette anche sulla disoccupazione. Nel secondo

trimestre 2009 si è registrata una crescita dell’8,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Un incremento che è comunque minore rispetto a quello di molti paesi comunitari.

Per quanto riguarda l’offerta di lavoro, la tendenza alla contrazione appare ormai evidente. Tra

il 2007 e il 2008, invece, il tasso di attività faceva ancora registrare una variazione positiva.

La disaggregazione per territorio degli indicatori mostra il perdurante dualismo del mercato del

lavoro italiano. Nel 2008 il tasso di occupazione delle persone di età compresa fra 15 e 64 anni

è risultato nel Mezzogiorno pari al 46,1%, a fronte di una media nazionale del 58,7%. In tutte

le altre aree geografiche i valori sono molto più elevati (66,2% Nord-Ovest, 67,9% Nord-Est e

62,8% Centro). Nel confronto con l’anno precedente si evidenzia, inoltre, un accentuarsi del di-

vario territoriale. E i dati relativi al 2009 confermano questi rapporti e li aggravano, con il tas-

so di occupazione delle Regioni meridionali che scende in modo più marcato rispetto al Cen-

tro-Nord.

40

sintesi

Tassi di occupazione per ripartizione territoriale, I trimestre 2007 - II trimestre 2009

2007 2008 2009

I trim. II trim. III trim. IV trim. I trim. II trim. III trim. IV trim. I trim. II trim.

Nord-Ovest 65,6 66,1 66,1 66,0 65,9 66,6 66,4 66,0 65,0 65,5

Nord-Est 66,9 67,6 68,0 68,0 67,6 67,9 68,2 67,9 66,7 67,0

Centro 61,1 63,2 62,9 62,0 62,9 62,9 62,7 62,7 61,7 62,5

Sud e Isole 45,7 46,7 47,0 46,7 45,3 47,0 46,4 45,6 44,4 45,0

Totale 57,9 58,9 59,1 58,7 58,3 59,2 59,0 58,5 57,4 57,9

Fonte: ISFOL (INDACO - Lavoratori)

Anche il tasso di disoccupazione mostra una situazione di particolare svantaggio per il meridione,

dove si è attestato al 12% nel 2008, valore quasi doppio rispetto a quello medio nazionale (4,2%

Nord-Ovest, 3,4% Nord-Est e 6,1% Centro).

Tassi di disoccupazione per ripartizione territoriale, I trimestre 2007 - II trimestre 2009

2007 2008 2009

I trim. II trim. III trim. IV trim. I trim. II trim. III trim. IV trim. I trim. II trim.

Nord-Ovest 4,0 3,4 3,6 4,2 4,2 4,1 3,8 4,9 5,6 5,4

Nord-Est 3,5 2,9 2,8 3,2 3,8 3,5 2,9 3,5 4,4 4,5

Centro 5,5 4,8 4,7 6,1 6,1 6,4 5,7 6,3 7,6 6,7

Sud e Isole 11,4 10,6 10,3 11,8 13,0 11,8 11,1 12,3 13,2 12,0

Totale 6,4 5,7 5,6 6,6 7,1 6,7 6,1 7,1 7,9 7,4

Fonte: ISFOL (INDACO - Lavoratori)

Tali andamenti hanno senza dubbio favorito l’affermarsi di un effetto di scoraggiamento: nel Sud

e nelle Isole la quota dei 15-64enni che si collocano nell’area dell’inattività nel 2008 è stata pari

al 47,6% (Nord-Ovest 30,8%, Nord-Est 29,7% e Centro 33,1%). Tuttavia, è lecito supporre che

parte dell’inattività meridionale celi forme di lavoro sommerso.

L’analisi dell’offerta di lavoro secondo il genere conferma il basso livello di partecipazione del-

la componente femminile della popolazione, nonostante la crescita occupazionale degli anni pre-

cedenti sia stata trainata in larga misura dalle donne. La distanza rispetto agli uomini non si è

ridotta significativamente: il tasso di occupazione femminile è nel 2008 il 47,2% a fronte del 70,3%

dei maschi; quello di attività il 51,6% contro il 74,4%; quello di disoccupazione l’8,5% contro

il 5,5%.

Tuttavia, anche in Italia la congiuntura economica negativa sembra riguardare più gli uomini

delle donne. Già dal confronto tra il 2008 e l’anno precedente si evidenzia, infatti, una maggio-

re tenuta dell’occupazione femminile e un aumento della partecipazione: il tasso di occupazio-

ne maschile si contrae dello 0,4%, mentre quello femminile cresce dello 0,6% e il tasso di atti-

vità rimane invariato per gli uomini mentre aumenta dello 0,9% per le donne. Tale maggiore te-

nuta del lavoro femminile è confermata anche dai dati relativi al secondo trimestre del 2009. Per

gli uomini il tasso di occupazione scende dell’1,2% e quello di disoccupazione cresce dello 0,9%.

41

rapporto isfol 2009

Per le donne si assiste a variazioni più contenute: il tasso di occupazione cala soltanto dello 0,6%,

mentre quello di disoccupazione aumenta di appena lo 0,1%.

I giovani rappresentano, invece, un segmento della popolazione particolarmente esposto al ci-

clo negativo. Il tasso di occupazione dei 15-24enni si è mantenuto pressoché costante tra il pri-

mo trimestre 2007 e il primo trimestre 2008 (24%), ma è poi crollato al 21,7% nel secondo tri-

mestre del 2009. Anche il tasso di disoccupazione giovanile è salito, fino al 24% del secondo tri-

mestre 2009, contro il 20,4% dell’analogo periodo dell’anno precedente.

L’analisi condotta sulla distribuzione dell’offerta di lavoro per titolo di studio fa emergere ulte-

riormente le difficoltà dei segmenti più giovani. I laureati fanno registrare le diminuzioni più

significative nei tassi di occupazione e di attività dei 15-64enni.

Alcuni risultati rilevanti provengono dall’analisi delle transizioni. Si profila una maggiore di-

sponibilità al lavoro da parte di soggetti in precedenza inattivi o disoccupati, che sono verosi-

milmente spinti alla ricerca di un’occupazione per compensare possibili riduzioni del reddito

familiare. In particolare, nel confronto tra il biennio 2006-2007 e il biennio 2007-2008 si assi-

ste come conseguenza diretta del rallentamento del ciclo a: un aumento del tasso di permanen-

za nella disoccupazione; un calo del tasso di permanenza nell’occupazione; un aumento del tas-

so di transizione dall’occupazione verso la disoccupazione. Contestualmente, si evidenzia una

riduzione del tasso di permanenza nell’inattività e un incremento delle transizioni dall’inatti-

vità verso la ricerca di lavoro e l’occupazione.

Transizioni da e verso l’occupazione (popolazione 15-64 anni) - anni 2006-2008 (composizione %)

Persone in cerca

Occupati Inattivi Totale

di occupazione

2007

Occupati 93,3 1,6 5,1 100,0

2006 Persone in cerca di occupazione 30,7 30,5 38,8 100,0

Inattivi 7,8 4,3 87,9 100,0

2008

Occupati 92,8 2,0 5,2 100,0

2007 Persone in cerca di occupazione 31,7 32,0 36,3 100,0

Inattivi 8,4 5,0 86,6 100,0

Fonte: Panel ISFOL su ISTAT (RCFL)

Le richieste di concessione di Cassa integrazione guadagni (cig) hanno fatto registrare nel cor-

so del 2009 un incremento sensibile. Su base tendenziale il numero di ore di trattamenti di in-

tegrazione salariale autorizzate nei primi otto mesi del 2009 supera di oltre 4 volte le autoriz-

zazioni concesse nello stesso periodo dell’anno precedente. La crescita più consistente nelle ri-

chieste di autorizzazione ha riguardato la Cassa integrazione ordinaria (cigo), il cui numero di

ore autorizzate è passato in un anno da circa 55 milioni del periodo gennaio-agosto 2008 alle

oltre 351 milioni dello stesso periodo del 2009. Il dato consolidato della Cassa integrazione straor-

dinaria (cigs) e dei trattamenti in deroga è invece cresciuto di poco meno del 140%, passando

da 69 a 166 milioni di ore.

42

sintesi

Tuttavia, tra le ore autorizzate e l’effettivo impiego dei trattamenti integrativi emergono forti di-

scrasie. Nei primi sette mesi del 2009 esclusivamente il 61% delle ore autorizzate è stato effetti-

vamente utilizzato, una percentuale che nello stesso periodo dell’anno precedente arrivava al 77%.

cig

L’incremento complessivo nell’uso della nei primi sette mesi del 2009 si aggira, quindi, in-

torno ai 200 milioni di ore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’esistenza di un

divario così marcato tra il numero di ore autorizzate e quello delle ore effettivamente utilizza-

te è un indice della grande incertezza che ha travolto il sistema produttivo italiano.

Le forme di lavoro: occupazione per tipo di contratto, transizioni e lavori non standard

In Italia si riscontra una tenuta dei livelli dell’occupazione permanente, imputabile in primo luo-

go ad un maggiore ricorso da parte delle imprese al lavoro a tempo parziale. La gestione del tem-

po di lavoro, da contrarre in fase recessiva e da aumentare in fase espansiva del ciclo, assume i

tratti di una nuova politica imprenditoriale di flessibilità, che da un lato permette alle imprese

di evitare la riduzione del proprio personale dipendente e dall’altro impedisce di immettere nuo-

vo personale con professionalità specifiche per fronteggiare la crisi. La tenuta del lavoro permanente,

in secondo luogo, è motivata dall’ampio ricorso agli ammortizzatori sociali (sia ordinari che in

deroga).

Più nel dettaglio, già tra il 2004 e il 2008 il lavoro indipendente, che ha lungamente caratteriz-

zato il mercato del lavoro italiano rispetto a quello di numerosi altri paesi europei, si è contrat-

to del 5,1% e anche il lavoro a collaborazione ha subito un decremento del 6,5%. Nello stesso

periodo gli occupati dipendenti sono aumentati dell’8,2%, di cui quelli a tempo indetermina-

to del 6,4%. Il maggior contributo alla crescita occupazionale che si è registrata in Italia è im-

putabile proprio al lavoro alle dipendenze su base permanente. Sempre nel 2004-2008 il lavoro

a termine si è incrementato del 21,7% ma soltanto nel 2006 ha dato un contributo leggermen-

te superiore a quello del lavoro a tempo indeterminato. Pressoché nullo, invece, il contributo dato

dalle collaborazioni in tutti gli anni considerati.

Occupati per tipo di contratto - anni 2004-2008 (composizione %, variazione % rispetto all’anno precedente)

Dipendenti Indipendenti Totale

Anno Indipen- Colla- occupati

A termine Permanenti Totale dipendenti denti boratori

% sugli % sui % sugli % sui % sugli % sui % sugli occupati

occupati dipendenti occupati dipendenti occupati dipendenti

2004 8,5 11,8 63,4 88,2 71,9 100,0 25,8 2,2 100,0

2005 9,0 12,3 64,3 87,7 73,3 100,0 24,7 2,0 100,0

2006 9,7 13,1 63,9 86,9 73,6 100,0 24,3 2,2 100,0

2007 9,8 13,2 64,2 86,8 73,9 100,0 24 2,1 100,0

2008 9,9 13,3 64,6 86,7 74,5 100,0 23,5 2,0 100,0

Variazione %

2005 6,2 2,1 2,6 -3,8 -8,0 0,7

2006 9,7 1,3 2,3 0,1 8,6 1,9

2007 2,1 1,4 1,5 -0,2 -1,3 1,0

2008 2,4 1,5 1,6 -1,3 -5,1 0,8

Fonte: Elaborazione ISFOL su dati ISTAT (RCFL) 43

rapporto isfol 2009

I dati relativi al secondo trimestre 2009 mostrano un ulteriore calo del lavoro indipendente e una

crescita del lavoro dipendente a carattere permanente a tempo parziale (+2,1%). Variazione pres-

soché nulla per l’occupazione full-time a tempo indeterminato (+0,1%), mentre si ha una for-

te riduzione dell’occupazione a tempo determinato sia full-time (-8,8%) che part-time (-11,2%).

Approfondendo l’analisi della distribuzione degli occupati per forma contrattuale, la stima del-

le collaborazioni nelle loro varie forme (co.co.co., lavoro a progetto e collaborazioni occasiona-

li) indica un valore pari al 5,7% del totale dell’occupazione. Facendo riferimento a tali contrat-

ti sono state identificate le motivazioni sottese al loro ricorso. Raggruppando le motivazioni ascri-

vibili alle “vere istanze di flessibilità” della produzione, ben il 58,7% delle collaborazioni viene

attivato per tali esigenze. Nel caso dei contratti a termine “altri” tale quota è del 54,2%; mentre

in quello dei contratti di subordinazione a tempo determinato scende al 31,3%.

Tipologie contrattuali - anno 2008 (v.a. e val.%) 2008

Tipologie contrattuali v.a. %

Lavoro a tempo indeterminato 14.693.754 64

Lavoro a tempo determinato 1.241.182 5,4

Apprendistato 372.777 1,6

Contratto d’inserimento 132.425 0,6

Lavoro interinale - lav. a somministrazione 188.586 0,8

Lavoro intermittente o a chiamata 208.258 0,9

Collaborazioni coordinate e continuative 582.110 2,5

Ritenuta d’acconto - Collaborazione occasionale 129.614 0,6

Lavoro a progetto 594.035 2,6

Titolare d’attività - Imprenditore 2.144.229 9,3

Attività in proprio (Partita IVA) 1.529.584 6,7

Socio di cooperativa o di società 199.994 0,9

Coadiuvante familiare 127.473 0,6

Stage, pratica prof., tirocinio 139.390 0,6

Altre tipologie contrattuali 68.429 0,3

Tipologia contrattuale non specificata 618.062 2,7

Totale 22.969.902 100,0

Fonte: Indagine ISFOL (PLUS)

Nel 2008 i giovani hanno visto assottigliarsi complessivamente la propria presenza tra gli occu-

pati: i 15-24enni che lavorano come indipendenti si riducono dell’11,2%, i collaboratori del 13,1%

e i dipendenti permanenti dello 0,8%. Quanto ai 25-34enni, i lavoratori indipendenti si ridu-

cono del 6,1%, i collaboratori del 13,4% e i dipendenti permanenti dell’1,6%. Per quanto riguarda

gli occupati nelle classi d’età centrali (35-44 e 45-54 anni) si osserva invece un leggero miglio-

ramento della loro situazione tra il 2007 e il 2008. I lavoratori più anziani, infine, risultano il col-

lettivo che ha fatto registrare incrementi in tutte le forme contrattuali.

Per quanto riguarda il livello di istruzione, i titoli universitari garantiscono l’accesso a occupa-

zioni a termine (11%) e a collaborazione (4,2%) più di chi ha invece una qualifica di 2-3 anni

e dei diplomati.

44

sintesi

Merita segnalare che tra il 2004 e il 2008 la crescita del lavoro part-time ha riguardato più gli uo-

mini che le donne (+31,2% contro +27,7%). Ciò è probabilmente dovuto da un lato all’affer-

marsi anche tra gli uomini dell’esigenza di conciliare il lavoro con gli altri aspetti della vita, sin-

tomo dell’indebolimento del modello tradizionale di divisione dei ruoli tra uomini e donne nel-

l’ambito della famiglia, e dall’altro ad una tendenza della domanda di lavoro. Nell’ultimo bien-

nio, infatti, la crescita del part-time tra gli uomini è imputabile maggiormente alla più elevata

presenza maschile nei settori di attività economica più colpiti dalla congiuntura negativa e, dun-

que, interessati alle scelte imprenditoriali di flessibilità.

Venendo all’analisi delle transizioni verso la disoccupazione, tali flussi interessano nel 2008 in

particolar modo coloro che nell’anno precedente lavoravano su base temporanea. Il 6,5% dei di-

pendenti a termine del 2007 sono divenuti disoccupati nell’anno successivo, mentre tale quota

era del 5,4% nel passaggio dal 2006 al 2007. Gli occupati a collaborazione sono entrati nell’area

della ricerca di lavoro nel 5,5% dei casi, con un aumento rispetto al 2006-2007 dell’1,9%. En-

trambi i gruppi, inoltre, mostrano i valori più elevati nelle transizioni verso l’inattività.

In riferimento ai soli collaboratori i dati sembrano confermare la loro maggior debolezza e vul-

nerabilità all’attuale fase del ciclo economico: essi, infatti, presentano anche bassi valori nelle tran-

sizioni verso situazioni lavorative connotate da maggior stabilità, che si sono peraltro ulterior-

mente ridotte rispetto al periodo immediatamente precedente.

Transizioni dall’occupazione per condizione e posizione professionale - anni 2006-2007 e 2007-2008 (composizione %)

Anno 2008

Anno 2007 Dipendenti Indipendenti Collaboratori Disoccupati Inattivi Totale

Permanenti A termine

Permanenti 90,7 2,3 1,3 0,2 1,5 4,0 100,0

Dipendenti A termine 27,7 50,6 1,9 1,6 6,5 11,7 100,0

Indipendenti 3,5 1,3 87,0 0,4 1,3 6,6 100,0

Collaboratori 13,7 10,6 6,8 51,3 5,5 12,1 100,0

Totale 62,0 6,9 22,3 1,2 2,0 5,5 100,0

Anno 2007

Anno 2006 Dipendenti Indipendenti Collaboratori Disoccupati Inattivi Totale

Permanente A termine

Permanente 91,3 2,2 1,4 0,2 1,1 3,8 100,0

Dipendenti A termine 24,6 54,9 1,9 1,7 5,4 11,5 100,0

Indipendenti 3,0 1,0 87,7 0,3 1,1 6,9 100,0

Collaboratori 14,2 11,2 5,8 53,2 3,6 12,0 100,0

Totale 61,7 7,2 22,8 1,3 1,6 5,5 100,0

Fonte: Panel ISFOL su ISTAT (RCFL)

Si registra, in conclusione, un impatto della crisi occupazionale sensibilmente variegato rispet-

to alla forma contrattuale, nel quadro di un assetto del mercato del lavoro tuttora caratterizza-

to da un significativo dualismo tra lavoratori. 45

rapporto isfol 2009

2.2 I sistemi di intermediazione

I sistemi regionali e locali per l’impiego: gli avanzamenti istituzionali, la funzionalità

delle strutture e i servizi agli utenti

La definizione delle politiche per rispondere alla crisi coinvolge a pieno titolo il sistema dei Ser-

vizi competenti, che secondo la legge 2/2009 assumono un ruolo ben definito nel determinare

il passaggio ad un welfare caratterizzato dal ruolo centrale assunto dalle politiche attive per il la-

voro. Tali Servizi sono oggi chiamati a far fronte alle necessità stringenti di una nuova utenza

sempre più composita, appunto in qualità di soggetti erogatori di politiche attive.

Il personale dei Centri per l’impiego (cpi) nel 2008 consta di quasi 10 mila unità; di cui circa il 21,4%

è rappresentato da collaboratori o consulenti. Sul versante dell’utenza, a fronte di una popolazione

cpi

italiana in cerca di lavoro pari a più di tre milioni di individui, nel 2008 il 56,3% ha visitato un

almeno una volta. Tale quota va da un massimo del 64,9% del Nord-Ovest al 52,9% del Sud e Isole.

Gli utenti dei Centri per l’impiego (v.a. in migliaia e val.% in migliaia e %)

Persone in cerca di lavoro che (di cui) persone che lo hanno (di cui) persone che lo hanno

hanno visitato un Centro pubblico visitato negli ultimi due anni visitato nell’ultimo anno

Area geografica per l’impiego almeno una volta

v.a. % v.a. % v.a. %

Nord Ovest 291 64,9 213 73,3 188 64,6

Nord Est 168 61,5 134 79,8 115 68,4

Centro 280 58,5 215 77,0 186 66,5

Sud e Isole 997 52,9 714 71,6 635 63,7

Italia 1.736 56,3 1.276 73,5 1.124 64,7

Fonte: ISFOL (PLUS), 2008 cpi

Non tutti coloro che visitano un si iscrivono formalmente e d’altro canto, non tutti gli iscrit-

ti hanno sottoscritto la Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (did), atto col qua-

le viene certificato lo stato di disoccupazione, obbligatorio per avere accesso ai servizi di politi-

ca attiva, ai sensi del D.Lgs. 181/2000.

È possibile delineare due sfere di servizi. La più generica è composta dalla predisposizione di un per-

corso di inserimento e dalla ricezione di informazioni sulle modalità di ricerca di lavoro. La secon-

da è invece più specifica e comprende la realizzazione di attività formative e di avvio al lavoro.

cpi

Il 12,1% delle persone in cerca di lavoro che hanno visitato un nell’ultimo biennio ha svol-

cpi

to un corso di formazione professionale per merito del stesso. La stessa quota di individui

ha svolto un tirocinio o uno stage e il 12,7% ha ottenuto una concreta opportunità di inserimento

professionale. È interessante notare come tale quota, che di fatto misura il raggiungimento del-

l’obiettivo più elevato per i Servizi pubblici per l’impiego, si distribuisca in forma decrescente

dal Nord-Ovest (19,1%) al Sud (8,5%). cpi

La necessità di doversi confrontare con un’ampia platea di utenti, impone ai l’utilizzo del Pat-

to di Servizio, che determina la presa in carico dell’utente secondo modalità e tempistiche con-

cpi

cordate. Il ricorso a tale risponde implica un legame più vincolante tra utente e per la co-

struzione di un percorso individuale in cui assume un ruolo fondamentale la centralità della per-

cpi

sona. Ciò nonostante, solo il 52% dei utilizza il Patto di Servizio.

46

sintesi

Un altro aspetto chiave riguarda la revoca dello status di disoccupazione. L’84% dei Centri per

l’impiego procede alla revoca dello status, principalmente per il rifiuto dell’offerta di lavoro “con-

did

grua”, o la mancata presentazione del beneficiario all’aggiornamento della (rispettivamen-

cpi

te per il 52% e il 58% dei che effettuano la revoca). Minore incidenza ha invece l’inottem-

cpi

peranza al Patto di servizio (solo per il 38% dei è causa di revoca).

La revoca dello status di disoccupazione diventa determinante, infine, se corrisponde ad una ef-

fettiva perdita dei benefici assistenziali ad esso collegati, vale a dire se tale revoca viene comu-

inps.

nicata agli archivi Il 69% dei sistemi provinciali per il lavoro comunica questo dato, seb-

bene con diversi mezzi: infatti, le notevoli difficoltà legate allo sviluppo di un sistema informa-

tico integrato, che consenta ai diversi soggetti che la certificano di aggiornare la situazione del

disoccupato, rendono estremamente fragili e scarsamente efficaci le azioni volte a intensificare

il legame tra politiche passive e attive.

La somministrazione di lavoro: dalla crisi un nuovo ruolo per gli operatori

Una forte contrazione della domanda di lavoro in somministrazione sembra confermare l’im-

pressione che la crisi generalizzata della domanda di lavoro abbia avuto effetti più repentini sul

lavoro periferico, cioè su quello esterno al core business aziendale.

Con il Decreto anti-crisi si è voluto garantire anche ai lavoratori inviati in somministrazione una

forma di copertura di protezione del reddito in caso di interruzione o fine anticipata della missione.

È infatti previsto che spetti ai lavoratori, al ricorrere di particolari requisiti assicurativi e di anzia-

nità aziendale, un sostegno al reddito che sarà gestita dagli Enti bilaterali. Per accedere alle misu-

re di sostegno sono state presentate da parte dei lavoratori temporanei oltre 10 mila domande.

La contrazione della domanda di lavoro in somministrazione si è riverberata anche sul persona-

le di struttura delle agenzie di somministrazione, vale a dire sullo staff interno, con conseguenti

esigenze di riorganizzazione e ridimensionamento, a favore di un modello più flessibile e snello.

La crisi congiunturale andrebbe comunque vista come un’occasione per rilanciare il ruolo del-

le agenzie di somministrazione, che potrebbero contribuire a diminuire le asimmetrie informative

e massimizzare i potenziali incroci tra domanda ed offerta di lavoro. 47

rapporto isfol 2009

2.3 Segmenti specifici del mercato del lavoro

Lavoratori stranieri

La crescita della componente immigrata della popolazione è uno degli elementi di maggiore novità

che ha interessato il sistema socio-economico italiano negli ultimi anni. La quota di stranieri resi-

denti sfiora il 6% della popolazione, avvicinando l’Italia alla media europea. Si tratta in gran parte

di persone che si trovano in Italia per motivi lavorativi. Non stupisce, quindi, che quasi il 90% dei

permessi di soggiorno validi siano concentrati nell’area del Centro-Nord: nel 2008 il Nord-Est ha

raccolto il 35,8% dei permessi, il Nord-Ovest il 29%, il Centro il 23,1% e il Mezzogiorno il 12,1%.

I cittadini immigrati si caratterizzano per una propensione alla mobilità geografica interna ben

più elevata di quanto non si rilevi per gli italiani. Conseguenza di ciò è una stretta relazione tra

l’incidenza della popolazione straniera residente e i tassi di disoccupazione delle diverse aree del

Paese. Inoltre, scarsamente compatibile risulta la condizione di immigrato con quella di perso-

na inattiva sul mercato del lavoro e questo comporta una maggior incidenza della componen-

te straniera sulla forza lavoro.

Differenze considerevoli si riscontrano sui tassi di disoccupazione, che per gli immigrati sono

maggiori di circa 2 punti percentuali. Dati questi in parte compensati dai tassi di occupazione,

che riportano gli immigrati a segnare differenze di oltre 20 punti sugli italiani.

Inoltre, i cittadini stranieri risultano essere maggiormente soggetti a mobilità lavorativa di quan-

to accada per i colleghi italiani. È il frutto di una instabilità che sembra motivare i tassi di di-

soccupazione più elevati.

Principali indicatori del mercato del lavoro. Confronto cittadini italiani e stranieri - annualità 2008

Tasso di attività Tasso di occupazione Tasso di disoccupazione Turnover

Uomini 59,2 56,0 5,5 12,2

Italiani Donne 37,6 34,5 8,3 18,7

Totale 48,0 44,8 6,6 14,8

Uomini 85,9 80,7 6,0 10,2

Stranieri Donne 58,6 51,7 11,9 20,7

Totale 72,0 65,9 8,5 14,3

Fonte: Elaborazione su dati ISTAT (RCFL), media 2008 e panel ISFOL su dati ISTAT (RCFL) 2007-2008

Il quadro che emerge sembra confermare l’ipotesi che vede i cittadini stranieri destinati a muo-

versi su un mercato almeno in parte “parallelo” a quello degli italiani. Un mercato che si carat-

terizza per un’alta concentrazione settoriale, che offre lavori poco o per nulla qualificati, spes-

so sotto-inquadrati rispetto ai profili professionali posseduti, e generalmente meno pagati dei

lavoratori italiani. Il fatto che nelle regioni dell’Italia meridionale ed insulare i cittadini immi-

grati registrino performance migliori degli italiani rafforza l’ipotesi che i primi siano coinvolti

in un “sottomercato” del lavoro che persiste anche in aree economicamente meno vivaci e bril-

lanti, e che potrebbe rappresentare un elemento protettivo efficace in un periodo di marcata con-

trazione occupazionale.

In tal senso, i primi dati del 2009 danno informazioni contrastanti. Nel secondo trimestre 2009, in-

fatti, alla contrazione tendenziale di occupati per gli italiani (poco meno di 380 mila unità), gli stra-

nieri contrappongono un aumento di oltre 180 mila unità; d’altro canto, i tassi di disoccupazione

degli stranieri sono cresciuti in modo più consistente rispetto al complesso delle forze lavoro.

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Sistema formativo italiano, tenute dalla Prof.ssa Valeria Scalmato nell'anno accademico 2010 e consiste nella sintesi del rapporto ISFOL 2009 in cui sono trattati i seguenti argomenti:
[list]
Contesto ed evoluzione delle politiche formative;
Contesto ed evoluzione delle politiche lavorative;
Flexicurity e crisi economica: dal modello di sistema al governo della congiuntura;
Ambiente e sviluppo: dal bilancio energetico ai green jobs;
Il fenomeno della bilateralità.
[/list]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sistema formativo italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scalmato Valeria.

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