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Introduzione e sintesi

Per quanto concerne la situazione delle donne al momento dell’uscita dal mercato

del lavoro, si può osservare che l’età media di pensionamento è più elevata rispetto

all’Italia in molti altri paesi dell’UE15, ma non in tutti. In base al DL 78/09, convertito in

legge 102/2009 (ed emanato in risposta ad una sentenza della Corte di Giustizia Euro-

pea), l’età alla quale le dipendenti pubbliche possono pensionarsi sarà aumentata fino a

65 anni nel 2018. Pur in assenza di questa manovra, stando ai dati dell’Indagine sui bi-

lanci delle famiglie della Banca d’Italia (Indagine B.d’I.) per il 2006, si rileva che co-

munque le donne stanno già alzando l’età di pensionamento prevista, la quale risulta

superiore per quelle soggette al regime contributivo. Queste ultime indicano un’età infe-

riore a quella degli uomini, ma non di molto (circa un anno nel settore pubblico). Si può

considerare inoltre che la copertura contributiva per le donne, che tendono a trascorrere

alcuni periodi lontane dal mercato del lavoro, è inferiore a quella degli uomini (tranne

che nelle età più giovani), dunque i lavoratori di genere maschile hanno maggiori proba-

bilità di riuscire ad accedere al pensionamento di anzianità. Infine, le donne saranno pro-

babilmente spinte ad aumentare l’età di pensionamento, anche perché corrono un rischio

più elevato di ricevere pensioni basse (inferiori al 75% della mediana), sia perché matu-

rano meno periodi contributivi, sia perché fanno meno carriera e percepiscono salari più

contenuti, pagando anche contributi inferiori. La probabilità di avere una pensione bassa

è tre volte più elevata per le donne, e se stimata con una regressione probit, controllando

per diverse variabili, tra cui l’anzianità contributiva, resta superiore di 20 punti percen-

tuali rispetto a quella degli uomini; si può anche osservare che ogni anno contributivo in

più abbassa la probabilità di circa due punti.

Il capitolo esamina poi la percezione delle donne su alcuni problemi incontrati nello

sforzo di lavorare anche all’esterno delle pareti domestiche, e le opinioni delle donne che

non lavorano, utilizzando di volta in volta dati dell’Indagine B.d’I. 2006 o di quella

ISFOL-PLUS 2005 e 2006.

In particolare, possiamo ricordare che circa metà delle donne ritiene che la nascita di

un figlio possa compromettere o rallentare la carriera, anche se risulta che nella maggior

parte dei casi a seguito dell’evento non si modifica la condizione occupazionale (il 46%

lavora sia prima che dopo ed il 38% non lavora né prima, né dopo). Fra le donne che non

lavorano, ma che erano precedentemente occupate, un quarto circa ha lasciato il lavoro

per prendersi cura dei familiari (27%), ma quasi la metà per ragioni indipendenti dalla

sua volontà o dagli oneri familiari.

Con riferimento al problema della conciliazione tra lavoro e famiglia, si osserva che

circa il 19% dei nuclei con bambini fino a tre anni utilizza gli asili nido, mentre tra quelli

che non se ne servono quasi il 45% lamenta problemi di accesso per motivi economici o

di limitazioni dell’offerta, mentre il 20% sembra attuare una scelta “di principio”. Inol-

tre, il 26% delle donne che lavorano ha un rapporto part-time (nel 65% per propria scel-

- xxiii -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

ta), il 2% lo ha richiesto ma non l’ha ottenuto e il 13% ha comunque il proposito di

chiederlo in futuro; nel 90% dei casi questa scelta è stata compiuta per poter dedicare più

tempo alla famiglia, soprattutto ai figli. Tra le donne con bambini fino a 10 anni, il 27%

delle intervistate risponde di riuscire a conciliare totalmente l’attività lavorativa con la

cura dei figli, il 27% abbastanza, e solo il 7% poco. Le difficoltà dipendono principal-

mente dall’orario di lavoro e dai turni (93%), mentre solo l’8% circa delle donne indica

la carenza di servizi per l’infanzia.

Poiché le politiche per aumentare l’occupazione sono rivolte alle donne che non la-

vorano, è particolarmente interessante conoscere le opinioni di questo segmento della

popolazione femminile. La ragione per non lavorare è quasi nella metà dei casi legata a

impegni di cura dei familiari, per lo più i figli, ma il 35% dichiara la mancanza di oppor-

tunità di lavoro.

L’analisi si concentra infine sulle condizioni che potrebbero convincere le donne a

lavorare, considerando le ipotesi di un maggior numero di posti disponibili, orari più lun-

ghi, costi e rette più accessibili negli asili nido, possibilità di part-time e orario flessibile,

maggiore offerta di servizi pubblici per gli anziani e i disabili. Con l’indagine ISFOL-

PLUS tali circostanze sono state proposte alle donne che non lavorano (le ipotesi relative

ai servizi solo a quelle con figli piccoli oppure con anziani/disabili in famiglia). Circa

l’80% delle intervistate dichiara che sarebbe disposta a lavorare se si presentasse la pos-

sibilità di godere di orario ridotto o flessibile, il 50-60% delle interessate si farebbe con-

vincere dalla maggiore accessibilità degli asili e quasi il 60% delle donne con carichi di

cura di anziani/disabili da una maggiore disponibilità di servizi di long term care. Una

stima probit della disponibilità a lavorare condizionata alle circostanze sopra indicate,

realizzata controllando per un insieme di variabili, suggerisce che interventi volti a favo-

rire la flessibilità dell’orario di lavoro e l’orario ridotto e a migliorare i servizi di cura

per i bambini e gli anziani /disabili potrebbero spingere le donne a entrare nel mercato

del lavoro, soprattutto nel caso di quelle che più lo desiderano (infatti cercano un lavoro,

hanno seguito corsi di formazione), e di quelle che hanno come modello femminile di ri-

ferimento una madre cha ha prevalentemente lavorato.

- xxiv -

Introduzione e sintesi

o

anziani pubblici 12,43 -1,48

-3,56

-1,31 -0,46

-2,04

-1,22 4305

0,58 0,07

4,33 8,45 1,43 0,58

0,21 1,58

0,21

assistere z

anziani/disabili

con servizi

occupate da

disabili di -0,0001

-0,012

-0,081

-0,025 -0,121

-0,028

offerta dF/dx 0,244

0,089 0,170 0,042 0,010

0,079

0,099 0,025

per 0,011

non

Donne

CONDIZIONI: 10,08

10,22 -1,39

-3,13

-2,23 -0,39

-2,09 -0,85

-0,05 7778

0,15

6,45 4,84

0,17 1,93

4,48 1,00

7,25

4,36 0,11

flessibili z

con

lavoro

occupate -0,0002

-0,017

-0,054 -0,008

-0,084

-0,034 -0,001

orari dF/dx 0,088 0,002

0,149

0,002 0,087 0,053

0,170 0,060 0,012

0,067 0,095

SEGUENTI non 11,21

part-time -2,26

-2,14 -1,80

-2,68 -0,70 7778

5,88 1,68

0,34 9,70 1,53 2,64 0,12

2,74 0,97 0,88

6,33

0,43

4,16

Donne z

LE

VERIFICASSERO -0,0001

lavoro -0,025

-0,072 -0,027

-0,036

dF/dx 0,066

0,004 0,023 0,026

0,136

0,165 0,044

0,025

0,033

0,005 0,009

0,055 0,071

anni -1,54

-0,96

-0,29 -0,36

-0,23 -1,24

-0,55 -1,71 2432

6,52

5,55 0,88

5,17

1,63 0,62 1,51 0,05

2,07 2,42

accessibili

rette z

7 pubbliche

ai

SI e

inferiore costi -0,0009

SE -0,020

-0,085 -0,010

-0,015

-0,006 -0,050

-0,016

dF/dx 0,179

0,186 0,019

0,138

0,039 0,061 0,048

0,059 0,051

piu'

LAVORARE materne

età -1,60

-0,15 -0,64 -0,66

-0,75

-0,77 2432

lunghi 6,62

3,76 0,15

2,85 0,08

1,60 0,05

0,58

1,89 1,99

di z

scuole

figlio piu

A un -0,0004

-0,054

-0,009 -0,073

-0,028 -0,038

dF/dx 0,233

0,156 0,004

0,094 0,010

0,049 0,023

0,067 0,053

nelle

DISPONIBILI orari

con e

occupate nido -0,94

-1,14 -0,24

-2,12 -0,69 2432

-2,11

6,83

6,45 4,40 1,17 0,29

0,76 0,07

2,03

0,49 2,49

asili z

posti

non

ESSERE negli piu' -0,0013

Donne -0,031

-0,072 -0,028

-0,074 -0,035

dF/dx 0,230

0,231 0,140 0,033

0,030

0,023 0,076

0,016 0,064

DI

PROBABILITÀ 2005.

figlio

figlio del Plus

immediatamente regolarmente nascita

del

anni Isfol

famiglia nascita

occupata 3 dati

ultimi della

regolarmente

buono-normale nella su

la

negli prima ISAE

dopo

amici

prevalentemente osservazioni

metropolitano componenti

lavorare

formazione elaborazioni

mesi mesi

precedente parenti sitter

lavoro salute due due

a nonni

Disponibile 2

baby di

di R

Lavorava Lavorava

un

Comune di Diploma

Sposata Numero

Numero Pseudo

di

Laurea

Lavoro Fonte:

Madre Cerca

Corso Aiuto

Aiuto

Stato

Nord 2

Sud Età

Età

- xxv -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

In definitiva, sembra che di recente si sia accentuata la diversificazione tra i com-

portamenti delle donne occupate, le quali avrebbero assunto un ruolo più stabile sul mer-

cato del lavoro, con carriere più continuative e prolungamento dell’età di ritiro, e la

situazione di quelle che, invece, non lavorano. Gli obiettivi da perseguire e le politiche

da realizzare devono essere adeguati ai due diversi gruppi, tenendo conto dei vincoli dal

lato della domanda di lavoro, in particolare nel Mezzogiorno, ma anche dei comporta-

menti discriminatori e degli atteggiamenti culturali che ancora possono influenzare, so-

prattutto in alcune aree, le scelte. Il part-time e la flessibilità sembrano essere gli

strumenti più apprezzati per conciliare famiglia e lavoro, ma anche la disponibilità di ser-

vizi di cura ai bambini e ai non autosufficienti appaiono forme di sostegno importanti.

Il settimo capitolo affronta la questione degli ammortizzatori sociali, particolar-

mente rilevante in questo momento di crisi economica e occupazionale.

Nei paesi europei, in genere, esiste almeno una misura di sostegno al reddito in caso

di disoccupazione e almeno uno schema contributivo di finanziamento delle prestazioni.

I sistemi si distinguono a seconda che il trattamento sia esclusivamente di tipo previden-

ziale o anche di natura assistenziale, che la contribuzione sia obbligatoria o meno, che

esista o non sia previsto un collegamento tra trattamento di disoccupazione e livello del

reddito precedente e che l’accesso sia più o meno collegato ai periodi di contribuzione

maturati.

Quanto all’Italia, l’art.38 della Costituzione italiana afferma che “i lavoratori hanno

diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso

di disoccupazione involontaria”. Del resto la presenza di ammortizzatori sociali risponde

sia a ragioni di efficienza che di equità.

Nel nostro Paese, come è noto, non sono previsti né un istituto per i casi di inoccu-

pazione (si pensi alla ricerca attiva del primo lavoro), né un intervento assistenziale di se-

condo livello - da utilizzare anche per la disoccupazione di lunga durata -, sostituiti, a

volte, da forme di intervento contrattate, discrezionali ed una tantum, che spesso consen-

tono l’aggancio al successivo pensionamento.

Per quanto riguarda gli ammortizzatori, il sistema italiano è piuttosto complesso,

derivando dalla sovrapposizione di numerosi interventi, ispirati anche da obiettivi diver-

si, introdotti a volte sotto la pressione delle forze sociali, che prevedono strumenti, livelli

di sostegno e di copertura molto differenziati. Si possono classificare gli interventi tra

quelli per sospensioni temporanee, ordinari e straordinari (Cassa Integrazione Ordinaria

– CIGO - e Straordinaria - CIGS), da un lato, e quelli che intervengono in caso di cessa-

zioni per licenziamenti (indennità di mobilità e sussidio ordinario di disoccupazione),

dall’altro. L’impianto dei sostegni in entrambi i casi è di tipo contributivo (la componen-

te assistenziale a volte è surrogata da provvedimenti di volta in volta considerati specia-

- xxvi -

Introduzione e sintesi

li), dunque i trattamenti sono normalmente rivolti a segmenti delle forze lavoro,

categorie o sottocategorie che versano contributi ad hoc (a carico soprattutto dei datori) e

godono di una determinata anzianità contributiva. Tuttavia, negli ultimi anni sono state

introdotte in misura crescente deroghe alla normativa allo scopo di allargare la platea dei

lavoratori tutelati. Pertanto oggi solo per una parte dei beneficiari sono stati versati con-

tributi nei periodi di occupazione. Le differenziazioni riguardano anche il livello dei trat-

tamenti: la CIGO e la CIGS offrono importi ingenti in relazione al reddito da lavoro e

hanno una durata prolungata nel tempo, mentre l’indennità di disoccupazione e la mobi-

lità prevedono trattamenti contenuti e durata ridotta. Solo di recente sono state introdotte

delle misure per i lavoratori temporanei, compresi stagionali ed interinali, il cui rapporto

di lavoro si è concluso, senza un licenziamento.

La legge 2/09, volta ad affrontare la grave situazione di crisi occupazionale degli ul-

timi mesi, estende l’indennità di disoccupazione ai lavoratori sospesi per crisi aziendali o

occupazionali, oltre a prevedere una indennità di disoccupazione per gli apprendisti e

una forma di sostegno limitata e una tantum per alcuni collaboratori monocommittente.

Queste ultime misure sono subordinate ad un intervento integrativo, pari almeno al 20%

dell’indennità stessa, da parte degli Enti Bilaterali previsti dalla contrattazione collettiva.

In assenza di tale intervento, i lavoratori possono accedere direttamente agli ammortizza-

tori sociali in deroga solo attraverso l’intervento delle Regioni e dell’esecutivo, attraver-

so appositi decreti ministeriali. La stessa legge attua pure una delega di funzioni a

Regioni ed enti bilaterali regionali, creando una speciale forma di Cassa Integrazione

Guadagni estesa a tutti i settori e finanziata dalla fiscalità generale e dalle risorse messe a

disposizione dalle Regioni. In questo modo si accresce il ruolo delle Regioni e delle for-

ze sociali, attraverso Enti bilaterali di diritto privato, ma si rafforzano gli aspetti di di-

screzionalità e non universalità nel sistema italiano di ammortizzatori.

Si è assistito insomma di recente, anche a seguito del decentramento amministrativo

e della riforma costituzionale in senso federalista, ad un progressivo rafforzamento, for-

male e informale, del ruolo delle amministrazioni regionali. Gli ammortizzatori sociali

finanziati con fondi regionali sono sostanzialmente le anticipazioni/integrazioni al reddi-

to dei titolari di ammortizzatori sociali cosiddetti “forti”, il sostegno al reddito per i sog-

getti non “coperti” da ammortizzatori sociali, con o senza il supporto degli enti bilaterali,

quello dei lavoratori parasubordinati, nell’ambito di specifici pacchetti di interventi. A

questo si aggiunge il reddito minimo o di cittadinanza, realizzato per ora da Campania e

Lazio, con provvedimenti che tuttavia subordinano l’effettiva applicazione alla capienza

di fondi invece molto scarsi.

In Italia la spesa complessiva in rapporto al Pil per le politiche attive e passive si fer-

ma al 60% circa di quella media europea. Nello scorso quinquennio (parzialmente tocca-

to dagli effetti dell’attuale crisi solo nel periodo finale) si è verificato in media un surplus

- xxvii -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

per le CIG, un deficit per l’indennità di mobilità, uno più consistente per le misure relati-

ve all’agricoltura e un modesto passivo per le indennità di disoccupazione, dovuto intera-

mente all’assenza di contributi per quella a requisiti ridotti. Con l’accordo tra Governo e

Regioni sancito nella Conferenza Stato-Regioni del 26 febbraio 2009 è stata concordata

la partecipazione finanziaria delle Regioni, che dovranno garantire, “a valere sui pro-

grammi regionali FSE”, circa il 30% degli 8 miliardi previsti per realizzare sia azioni di

politica attiva (gestite dalle Regioni), sia interventi di sostegno al reddito nel biennio

2009-2010. Gli stanziamenti complessivi, che si aggiungono ai 600 già previsti dalla leg-

ge Finanziaria per il 2009, sono stati reperiti attraverso una riallocazione di risorse.

Il sistema italiano di protezione sociale continua dunque ad essere iniquo ed ineffi-

ciente, sbilanciato a favore delle grandi industrie e dei lavoratori stabili, carente dal pun-

to di vista delle politiche attive, inadeguato nei confronti dei lavoratori atipici, aleatorio

nelle attribuzioni di un sostegno al reddito, irrazionale in quanto collega la possibilità di

accesso ai sussidi, più che allo status di disoccupato, ai motivi e alle modalità di passag-

gio dallo stato di occupazione a quello di disoccupazione. Il numero di lavoratori privi di

copertura è stato stimato da diversi osservatori in una cifra compresa tra 1,5 e 2 milioni,

cui vanno aggiunti gli inoccupati (in cerca di prima occupazione). E’ inoltre opinione

prevalente che l’aumento della flessibilità sul mercato del lavoro negli ultimi anni non

sia stato accompagnato da adeguati interventi protettivi, volti ad affrontare i problemi di

adeguamento occupazionale della singola impresa nell’ambito più generale del mercato

del lavoro e della previdenza ed assistenza pubblica.

In definitiva, una riforma dovrebbe mirare pertanto a realizzare un sistema di sicu-

rezza sociale universale, integrato dalla previsione di un reddito minimo garantito e ac-

compagnato da un sistema di politiche attive del lavoro. La proposta che qui si avanza è

basata su tre pilastri: un nuovo contributo sociale unificato e generalizzato, tale da assor-

bire i diversi contributi specifici esistenti e gravanti sui datori di lavoro, con aliquota del

4% su tutti i settori, tranne quello pubblico (già oggi esente); una nuova indennità di di-

soccupazione, indifferenziata per settore, qualifica o dimensione d’impresa e comprensi-

va anche dei casi di formale “sospensione” dal lavoro, lentamente decrescente ogni mese

nell’arco di circa 3 anni (al ritmo di –2,22 punti al mese) a partire dall’80% dell’ultima

retribuzione lorda (onde evitare effetti di disincentivo al lavoro), con un tetto ipotizzato

in 1.800 euro mensili; un nuovo assegno familiare, dalla natura strettamente assistenzia-

le, indirizzato a qualsiasi cittadino in condizione di bisogno, prima ancora che ad ogni

lavoratore, nella logica della proposta presentata nel Rapporto ISAE dello scorso anno su

Politiche pubbliche e redistribuzione. Non si è per ora affrontata la questione più com-

plessa dei possibili ammortizzatori per i lavoratori indipendenti (contributi e prestazio-

ni), ma il nuovo assegno familiare è rivolto alla generalità dei cittadini in condizioni di

bisogno. - xxviii -

Introduzione e sintesi

Per quanto concerne i risultati delle simulazioni, si deve sottolineare la maggiore af-

fidabilità delle stime per quanto riguarda la revisione dei contributi e degli assegni per il

nucleo familiare, mentre, per l’ipotesi di nuovi ammortizzatori, i risultati sono da consi-

derare come indicativi.

La maggiore spesa conseguente alla riforma ipotizzata sarebbe pari, con riferimento

al 2008, a circa 13 miliardi, al netto delle maggiori entrate per oneri contributivi, pari a

circa 2 miliardi. La componente di riforma più costosa – dato il suo carattere universali-

stico - sarebbe quella relativa all’introduzione dell’ “assegno per familiari a carico”, che

provocherebbe una maggiore spesa di circa 10 miliardi, mentre il maggiore sostegno per

i disoccupati costerebbe approssimativamente 5 miliardi (anche se in realtà l’interdipen-

denza tra i diversi strumenti ne rende incerta la valutazione disgiunta).

Quanto agli effetti dei nuovi ammortizzatori, la maggiore spesa deriverebbe

dall’estensione del trattamento all’intera platea dei potenziali beneficiari, piuttosto che

dalle specifiche che riguardano la quota dello stipendio e le caratteristiche della decre-

scenza. IMPATTO DELL’IPOTESI DI NUOVI AS E DI UN ASSEGNO PER FAMILIARI A CARICO

(medie annue per quinti di reddito equivalente)

quinto 1 quinto 2 quinto 3 quinto 4 quinto 5 Totale

Single 525 99 63 -10 -29 133

coppia monoreddito no figli 1.812 790 345 -29 -228 712

coppia bireddito no figli 483 610 209 19 42 224

coppia monoreddito + figli 2.976 1.393 727 473 127 1.485

coppia bireddito + figli 1.934 1.435 355 227 -353 358

Prevalentemente reddito lav. dipendente-collaboratore 1.816 1.162 511 146 -62 611

Prevalentemente reddito da pensione 1.309 734 237 142 37 587

Prevalentemente reddito da lavoro auton. 3.952 1.037 218 431 -274 1.028

Totale 1.900 934 361 174 -91 656

Fonte: elaborazioni su modello di microsimulazione.

Passando agli effetti distributivi della revisione dei contributi sociali, i due settori

oggi più colpiti, industria e costruzioni, godrebbero di una riduzione dell’onere, a scapito

degli altri settori, quelli dei servizi. Gli operai e i loro datori dunque non subirebbero me-

diamente aggravi e vedrebbero equiparato il carico a quello di impiegati e dirigenti, in

coerenza con il fatto che di recente è aumentata la probabilità di disoccupazione per i

“colletti bianchi”, in passato quasi mai toccati da crisi occupazionali.

Dal lato delle famiglie, i benefici si concentrerebbero in particolare sui redditi più

bassi e sulle famiglie con figli, specie se monoreddito, con un apprezzabile effetto redi-

stributivo, evidenziato anche dalla riduzione dell’indice di concentrazione dei redditi

netti disponibili (da 0,315 a 0,298). - xxix -

La remunerazione dei fattori produttivi dal 1990 ad

oggi: un’analisi dei dati di contabilità nazionale

PREMESSA

Dagli anni novanta ad oggi, è mutata in modo significativo la distribuzione del red-

dito tra i diversi fattori che contribuiscono alla produzione nazionale, ovvero il lavoro su-

bordinato, quello indipendente ed il capitale di rischio.

Sulla distribuzione del reddito e della ricchezza ha influito anche la diffusione e la

dinamica dell’economia irregolare, che ha contribuito a spostare risorse dai lavoratori e

dagli imprenditori che operano nei settori più regolati (come il comparto pubblico, le

grandi imprese, alcune professioni, i rami di attività più soggetti a controlli amministrati-

vi ed i corrispondenti fornitori) verso i percettori di redditi provenienti dall’area informa-

le e irregolare dell’economia (come molti servizi privati rivolti alle famiglie, piccole

attività, eccetera). Tali fenomeni non possono essere evidentemente rilevati in base ai

dati fiscali, ma sfuggono in una certa misura anche alle indagini tradizionali sui redditi e

sulla ricchezza; almeno in parte, questi aspetti possono esser colti, tuttavia, analizzando i

1

dati di contabilità nazionale, disaggregati per settore istituzionale , che riescono a tener-

ne conto incrociando le informazioni provenienti sia dal lato della domanda, sia da quel-

2

lo dell’offerta e della corrispondente distribuzione primaria dei redditi .

Rispetto ad altre fonti informative, inoltre, i dati di contabilità nazionale presentano

il vantaggio di assicurare la coerenza dei dati sui grandi aggregati macroeconomici,

come il PIL, i consumi e gli investimenti, stimati secondo metodologie che ne garanti-

scono la confrontabilità a livello internazionale e nel tempo. In particolare, ciò consente

di collegare l’evoluzione funzionale del reddito a quella dei fenomeni macroeconomici,

1 Per una descrizione puntuale della metodologia di elaborazione dei conti, si rimanda a AA. VV. “I conti economici

nazionali per settore istituzionale: le nuove stime secondo il Sec95”, Metodi e norme, n. 23, Istat, Roma, 2005,

scaricabile anche dal sito www.istat.it/dati/catalogo/20060119_00.

2 Neanche le stime di contabilità nazionale sono in grado di misurare tutti quei flussi di beni, servizi e redditi che non

presentano alcuna interazione con i circuiti “regolari” o, comunque, osservabili. Ad esempio, restano escluse dalle stime

i servizi prodotti con input intermedi, lavoro e capitali reperiti al di fuori dei circuiti ufficiali e venduti in nero ad acquirenti

che, a loro volta, non dichiarano la corrispondente spesa in quanto finanziata da redditi irregolari.

- 1 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

relativi allo sviluppo, alla produttività ed alla dinamica della domanda aggregata. In par-

ticolare, i dati evidenziano uno stretto legame tra la dinamica delle diverse tipologie di

reddito sperimentata negli ultimi decenni e la persistente debolezza della domanda per

consumi, da un lato, e di quella per investimenti destinati all’espansione ed al migliora-

mento qualitativo della base produttiva, dall’altro.

Proprio perché orientati verso l’analisi macroeconomica, i dati di contabilità nazio-

nale presentano tuttavia un livello di dettaglio settoriale, territoriale e funzionale piutto-

sto limitato e pertanto possono lasciare in ombra alcuni aspetti rilevanti, come la

distribuzione dei redditi tra i diversi gruppi sociali ed a livello locale. Inoltre tutte le tipo-

logie di reddito analizzate sono necessariamente misurate al lordo delle imposte corri-

spondenti e di componenti quali gli interessi ed i dividendi eventualmente pagati, in

quanto non è disponibile una stima.

Seguendo tale approccio macroeconomico e funzionale, di seguito si esamina l’an-

damento delle principali poste distributive nel corso degli anni novanta e fino ad oggi, al

fine di evidenziare le forme di reddito che hanno registrato le variazioni relative più con-

sistenti, pur con qualche caveat su alcuni aspetti metodologici che possono incidere sulla

corretta interpretazione delle poste stimate nell’ambito del sistema della contabilità na-

zionale. Il secondo paragrafo esamina la distribuzione dei redditi primari che risulta dai

dati di contabilità nazionale, il terzo paragrafo si concentra sui redditi da lavoro, il quarto

sulla remunerazione del capitale di rischio. Seguono le conclusioni.

LA DISTRIBUZIONE DEI REDDITI PRIMARI

Come si vede dal grafico 1, l’evoluzione delle diverse componenti dei redditi prima-

3

ri interni mostra, in primo luogo, un continuo progresso dei profitti lordi che, dal 1990

ad oggi, aumentano di quasi un quarto la loro incidenza sull’aggregato di riferimento.

Tale posta, tuttavia, in base alle regole della contabilità nazionale, non sono decurtati da-

gli interessi passivi. Le retribuzioni dei dipendenti (che escludono i contributi sociali a

carico dei datori di lavoro) mostrano una sostanziale stazionarietà, con una diminuzione

del rispettivo peso fino al 1995 ed una successiva lenta ripresa. Infine i redditi da lavoro

indipendente (che comprendono, oltre a quelli di professionisti e artigiani, anche i redditi

dei para-subordinati, come i co.co.co., i lavoratori a progetto, le partite Iva mono-cliente,

3 Corrispondenti al PIL al netto delle imposte dirette sulla produzione e le importazioni e del saldo dei redditi netti

provenienti dall’estero. Nel complesso, tutte le poste escluse dall’aggregato di riferimento incidono sulla ricchezza

prodotta annualmente per poco più del 10%. - 2 -

La remunerazione dei fattori produttivi dal 1990 ad oggi: un’analisi dei dati di contabilità nazionale

4

ecc.) accusano una flessione a partire dal 2000, attribuibile essenzialmente alla dinami-

ca molto modesta dei redditi percepiti dalle figure assimilabili ai lavoratori dipendenti.

Il peso relativo del risultato lordo Graf. 1 - LA DISTRIBUZIONE DEI REDDITI PRIMARI (*)

di gestione (che comprende sia i profit- (incidenza percentuale sul reddito dei fattori interni)

ti lordi che i redditi dei lavoratori indi- 40%

pendenti) mostra così un andamento 36%

ciclico, registrando un forte incremen-

to nel biennio 1994-95 ed un progres- 32%

sivo calo dal 2002 in poi, con una

variazione che va dal 50% circa del 28%

reddito dei fattori interni dei primi anni

’90, fino ad un massimo di quasi il 24%

55% nel 2000 ed un ritorno a poco più 20%

5

del 52% nel 2008. Tale andamento ge- 1990 1995 2000 2005

nerale, tuttavia, deriva dalla sintesi di Retribuzio ni lo rde interne

Redditi da lavo ro indipendente

dinamiche molto diverse registrate dal- P ro fitti lo rdi

le varie componenti. (*) I redditi da lavoro indipendente sono stati scorporati dal risultato

Come evidenziato nel grafico 2, lordo di gestione adottando la metodologia illustrata nella nota n. 5.

infatti, la crescita relativa del peso dei

profitti non è stata determinata essenzialmente dalle performance delle imprese private,

come ci si potrebbe aspettare, ma piuttosto dalla crescita di una posta “virtuale”, rappre-

sentata dagli affitti imputati, ossia da una stima del valore d’uso delle abitazioni occupate

dai proprietari, che, a differenza delle altre componenti del risultato lordo di gestione,

non si traduce in alcun flusso monetario, ma costituisce solo una valutazione del poten-

ziale risparmio dei proprietari delle abitazioni rispetto alle famiglie che vivono in affitto.

In effetti, dal 1990 ad oggi, tale posta è passata dal 5% a quasi il 9% del reddito distribu-

6

ito ai fattori produttivi, con un guadagno medio di 2 decimi di punto l’anno . Al netto de-

gli affitti imputati, la crescita del peso dei profitti privati, nello stesso periodo, si è

limitata a 5 centesimi di punto l’anno e, soprattutto, ha mostrato un marcato andamento

4 I redditi dei lavoratori indipendenti sono stati stimati imputando a tale categoria le seguenti tipologie di reddito attribuite

dall’Istat alle famiglie consumatrici, nell’ambito dei conti istituzionali:

• i redditi prelevati dai membri delle quasi-società;

• la quota di reddito misto trasferita dalle famiglie produttrici;

• gli altri utili distribuiti dalle società.

5 L’andamento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti non comprende i contributi sociali pagati dai datori di lavoro,

che pure rientrano nei redditi dei fattori interni. Tale posta registra una brusca riduzione nel 1998, in corrispondenza

dell’introduzione dell’IRAP (convenzionalmente contabilizzata tra le imposte indirette) ed ha subito varie diminuzioni

dovute a provvedimenti di fiscalizzazione degli oneri sociali. Pertanto la dinamica dei redditi da lavoro dipendente (che

includono i contributi) non sarebbe pienamente rappresentativa della quota di prodotto attribuita ai lavoratori in attività.

- 3 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

ciclico. E’ risultato invece sostanzialmente costante l’aumento dei margini realizzati dal-

7

la PA , che dal 1990 ad oggi hanno accresciuto il loro peso relativo di circa 36 centesimi

l’anno. Per valutare correttamente l’anda-

Graf. 2 - LE COMPONENTI DEI PROFITTI mento complessivo del risultato lordo

(incidenza percentuale sul reddito dei fattori interni) di gestione è tuttavia indispensabile te-

25% nere conto del crescente onere costitui-

20% to dall’ammortamento del capitale

fisso. Gli ammortamenti rappresentano

15% infatti una stima del reddito che non

può essere distribuito ai percettori di

10% redditi da capitale senza incidere sulla

quantità e la qualità dei mezzi di pro-

5% duzione disponibili. Tuttavia, l’esclu-

sione degli ammortamenti dal reddito

0% 1990 1995 2000 2005 disponibile introduce una asimmetria

Risulato lo rdo di gestio ne della P A tra il trattamento dei redditi da capitale

P ro fitti privati (esclusi gli affitti imputati) e di quelli da lavoro, poiché anche il

A ffitti imputati mantenimento in piena efficienza del

capitale umano dei lavoratori richiede alcune spese fisse, che vanno dal soddisfacimento

dei bisogni primari fino all’aggiornamento professionale, sempre più indispensabile per

conservare la propria capacità di operare in un contesto di rapidi cambiamenti organizza-

tivi e tecnologici (che determinano un’obsolescenza delle conoscenze acquisite forse più

8

rapida di quella delle macchine e degli impianti) .

Tenendo conto di tali aspetti metodologici, il grafico 3 mostra come l’esclusione de-

gli ammortamenti amplifichi l’aumento dell’incidenza dei fitti imputati ed appiattisca

quella delle altre componenti, che nel periodo analizzato mostrano essenzialmente alcu-

ne oscillazioni attorno alla media.

6 Si osservi che, per definizione, i fitti imputati sono prodotti senza l’impiego di alcun input intermedio e generano

automaticamente la corrispondente domanda da parte delle famiglie. Nella media del periodo esaminato, tale voce ha

contribuito alla crescita della produzione nazionale in misura più che proporzionale al proprio peso, che è pari a circa il

6% del PIL valutato prezzi costanti. Al netto di questa componente, infatti, il PIL sarebbe cresciuto di circa un decimo di

punto in meno l’anno dal 1990 ad oggi.

7 Che, per costruzione, corrispondono sostanzialmente agli ammortamenti effettuati dal settore.

8 A puro titolo esemplificativo, se si ipotizza che il costo sostenuto per la semplice conservazione del capitale umano

rappresentasse appena il 10% delle retribuzioni percepite dai lavoratori nell’anno base 2000, ossia una quota molto

inferiore ai soli consumi alimentari ed alle spese per l’abitazione, e che il suo andamento nel tempo sia stato identico a

quello dell’inflazione generale, la dinamica dei redditi da lavoro netti rispetto ai profitti depurati dagli ammortamenti

segnalerebbe un tendenziale calo della quota di prodotto assegnata sia ai lavoratori dipendenti che quelli indipendenti,

con una flessione media di un decimo di punto l’anno per primi e di 3 decimi per gli indipendenti.

- 4 -

La remunerazione dei fattori produttivi dal 1990 ad oggi: un’analisi dei dati di contabilità nazionale

Al netto degli ammortamenti, il Graf. 3 - LE COMPONENTI DEI PROFITTI AL

NETTO DEGLI AMMORTAMENTI

recupero relativo di redditività delle (incidenza percentuale sul reddito dei fattori interni)

imprese private negli ultimi venti anni 10%

risulta dunque fortemente ridimensio- 8%

nato, mentre si evidenzia il peso cre-

scente della rendita (per altro 6%

puramente virtuale) attribuita alle fa- 4%

miglie che possiedono un’abitazione. 2%

L’andamento dei profitti netti ri-

sulta fortemente influenzato da quello 0%

dei margini lordi realizzati dal settore -2%

9 .

del credito e delle assicurazioni 1990 1995 2000 2005

Escludendo quest’ultima componente, Risulato lo rdo di gestio ne della P A

P ro fitti privati (esclusi gli affitti imputati)

infatti, i margini (potenzialmente) di- A ffitti imputati

stribuiti dalle imprese private segnano

un calo abbastanza pronunciato a parti- Graf. 4 - L'ANDAMENTO DEI PROFITTI DEL

SETTORE PRIVATO (*)

re dalla metà degli anni novanta, quan- (incidenza percentuale sul reddito dei fattori interni)

do avevano raggiunto un massimo, con 10%

una perdita media pari a 0,2 punti l’an- 8%

no in termini di incidenza sul comples-

so dei redditi dei fattori interni. Tale 6%

andamento è sostanzialmente specula-

re rispetto alla crescita del peso dei 4%

profitti realizzati dal settore finanzia-

rio, che passano da un minimo dello 2%

0,3% dell’aggregato di riferimento nel

1997 al massimo di 1,8 punti nel 2008, 0% 1990 1995 2000 2005

alla vigilia della crisi internazionale So cietà finanziarie So cietà no n finanziarie

che ha coinvolto proprio questo (*) Al netto degli ammortamenti e dei fitti imputati.

settore.

9 Questo risultato è influenzato anche dal particolare trattamento degli interessi all’interno del sistema della contabilità

nazionale, già segnalato nel primo paragrafo. - 5 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

I REDDITI DA LAVORO DIPENDENTE E INDIPENDENTE

La dinamica della remunerazione

Graf. 5 - UNITÀ DI LAVORO DIPENDENTE dei diversi fattori produttivi, eviden-

(in percentuale degli occupati totali) ziata nella sezione precedente, dipen-

78% de, da un lato, dall’andamento dei

redditi individuali e, dall’altro, dall’an-

76% damento dell’occupazione e dal muta-

74% mento del rapporto numerico tra i

lavoratori dipendenti ed il totale degli

72% occupati. In effetti, quest’ultimo fatto-

re sembra spiegare gran parte del rela-

70% tivo declino del peso del lavoro

autonomo, visto che, soprattutto a par-

68% tire dal 2000, si è registrato un pro-

1990 1995 2000 2005 gressivo spostamento a favore di

Occupati ULA posizioni alle dipendenze, anche a se-

guito della diffusione di forme di lavoro subordinato più flessibili (come i contratti si ap-

prendistato, quelli a tempo determinato e part time). Come si evince anche dal grafico 5,

tale mutamento risulta lievemente più rapido se si considera il semplice numero di occu-

pati (in media 21 centesimi di punto l’anno), piuttosto che la misura standardizzata delle

unità di lavoro impiegate nel processo produttivo (le cosiddette ULA), che segnala una

crescita media del rapporto tra dipendenti e indipendenti di 16 centesimi l’anno. Questa

tendenza ha contribuito a ridimensionare, seppure di poco, l’anomalia italiana rispetto

agli altri paesi industrializzati, dove il lavoro indipendente è molto meno diffuso.

Nel corso degli ultimi due decenni, le retribuzioni pro capite dei dipendenti sono ri-

maste significativamente inferiori a quelle degli altri lavoratori (che tuttavia sono calco-

late al lordo dei contributi sociali pagati dal datore di lavoro, a differenza delle

retribuzioni dei dipendenti). Pur tenendo conto di questo aspetto, il divario tra le due ca-

tegorie si è progressivamente assottigliato a partire dalla fine degli anni ’90, come si

vede dal grafico 6. Il fenomeno può essere spiegato essenzialmente dalla diffusione dei

contratti atipici (che sono registrati dalla contabilità nazionale tra i redditi degli indipen-

denti) per posizioni lavorative contrattualmente più “deboli”, che hanno sensibilmente

abbassato la media degli introiti pro capite dei lavoratori diversi da quelli dipendenti.

L’erosione del vantaggio degli indipendenti è più evidente per le retribuzioni rap-

portate alle ULA, le quali hanno visto scendere il divario di circa 23 punti rispetto al pic-

co segnato nel 1997, contro i 20 misurati in base al numero degli occupati. Questa

differenza deriva essenzialmente dalla progressiva riduzione del rapporto tra ULA e oc-

- 6 -

La remunerazione dei fattori produttivi dal 1990 ad oggi: un’analisi dei dati di contabilità nazionale

cupati dipendenti, dovuto alla diffusione del lavoro a tempo parziale. In effetti, secondo

le stime di contabilità nazionale, nel 1990 ogni occupato dipendente lavorava in media

per un’equivalente di 0,99 ULA, mentre nel 2008 tale valore era sceso a 0,93. Nello stes-

so arco di tempo, il “rendimento” di ciascun indipendente in termini di unità standardiz-

zate è rimasto invece costante attorno alle 1,18 ULA.

A seguito di queste dinamiche, nel Graf. 6 - LE REMUNERAZIONI PRO CAPITE

corso del decennio, sia i lavoratori su- (rapporto tra remunerazione degli

indipendenti e dei dipendenti)

bordinati che quelli indipendenti sono 250%

riusciti a malapena a conservare il pro-

10

, con un incre-

prio potere d’acquisto 230%

mento che, in media, è stato dello

0,2% l’anno per i primi e dello 0,4% 210%

per gli indipendenti. Come si vede dal 190%

grafico 7, questi ultimi, inoltre, hanno

visto diminuire progressivamente la 170%

propria capacità di consumo a partire

dal 2002, dopo aver migliorato il pro- 150%

prio livello di vita per tutti gli anni ’90. 1990 1995 2000 2005

I lavoratori dipendenti, invece, hanno ULA Occupati

subito delle perdite nella prima parte

degli anni ’90, ma poi hanno progressi- Graf. 7 - POTERE D'ACQUISTO REALE PRO CAPITE

vamente aumentato il proprio potere (rapporto tra remunerazione degli

indipendenti e dei dipendenti)

d’acquisto fino agli ultimi anni, speri- 20,8

46,0

mentando solo modesti regressi, limi- 20,6

45,0

tati essenzialmente al biennio 2002 e 20,4

44,0

2003, proprio in concomitanza con le 20,2

43,0

turbolenze dei prezzi legate al change- 20,0

over. Si evidenzia pertanto una fase, 42,0 19,8

durata dalla seconda metà degli anni 41,0 19,6

novanta ai primi del 2000, in cui lavo- 40,0 19,4

ratori dipendenti e indipendenti hanno 39,0 19,2

visto crescere i propri redditi reali pro 19,0

38,0

capite più o meno allo stesso ritmo. 1990 1995 2000 2005

Redditi da lavo ro auto no mo (scala di sinistra)

Tale periodo, tuttavia, appare come Retribuzio ni lo rde interne (scala di destra)

una specie di parentesi rispetto alla

10 L’indice utilizzato per calcolare i vari aggregati a prezzi costanti è il deflatore dei consumi delle famiglie, depurato della

parte relativa agli affitti imputati sulle abitazioni occupate dai proprietari. Tale indice coincide essenzialmente con quello

dei prezzi al consumo per la collettività nazionale. - 7 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

fase precedente ed a quella successiva, in cui ad ogni aumento di una delle due compo-

nenti corrisponde, quasi esattamente, un riduzione dell’altra.

E’ possibile che la diversa incidenza della tassazione effettiva sulle due tipologie di

reddito (che non è ancora misurata nell’ambito delle stime di contabilità nazionale) abbia

potuto attenuare l’erosione del vantaggio iniziale dei lavoratori indipendenti, i quali han-

no indubbiamente una maggiore possibilità di eludere o addirittura evadere gli obblighi

fiscali, potendo compensare così, almeno in parte, la riduzione degli introiti. Tuttavia,

solo una continua, e quindi poco probabile, accelerazione dei fenomeni di evasione

avrebbe potuto preservare la capacità di spesa reale di questi lavoratori anche dal 2001

in poi.

LA REMUNERAZIONE DEL CAPITALE DI RISCHIO

A differenza della remunerazione

Graf. 8 - PROFITTI PRIVATI PER OCCUPATO AL NETTO reale del fattore lavoro, nel corso

DEI FITTI IMPUTATI: SOCIETÀ NON FINANZIARIE

(migliaia di euro a prezzi del 2000) dell’ultimo ventennio è aumentata si-

gnificativamente quella del capitale di

9 rischio per addetto (anche valutata al

8 netto della componente dei fitti impu-

7 tati). Rapportata alle ULA complessive

6 impiegate nella produzione, e deflazio-

5 nata per tener conto dell’aumento dei

4 prezzi al consumo, questa componente

3 è aumentata ad una media dell’1%

2 l’anno dal 1990 ad oggi. Tuttavia, que-

1 1990 1995 2000 2005 sto andamento è la sintesi di una dina-

So cietà no n finanziarie mica piuttosto differente verificatasi

So cietà no n finanziarie (al netto degli ammo rtamenti) rispettivamente nelle imprese non fi-

nanziarie ed in quelle del credito e assicurazioni. Come si vede dal grafico 8, le prime

non hanno sostanzialmente registrato alcun incremento significativo dei profitti lordi pro

capite a partire dalla metà degli anni novanta. Al netto della componente corrispondente

al semplice rinnovo degli impianti (ossia gli ammortamenti), le stesse imprese hanno ad-

dirittura visto diminuire significativamente la redditività per occupato, soprattutto nella

seconda parte degli anni novanta. Nella media dell’intero periodo considerato, i profitti

netti pro capite del settore sono infatti diminuiti dell’1,1% l’anno. In ogni caso, le oscil-

lazioni di questo indicatore sono state piuttosto modeste, segnalando una reattività cicli-

ca dei profitti per addetto, e quindi una flessibilità delle imprese, estremamente limitata.

- 8 -

La remunerazione dei fattori produttivi dal 1990 ad oggi: un’analisi dei dati di contabilità nazionale

La profittabilità deludente delle Graf. 9 - PROFITTI E INVESTIMENTI PER OCCUPATO:

società non finanziarie si è riflessa in SOCIETÀ NON FINANZIARIE

(migliaia di euro a prezzi del 2000)

una attività di investimento altrettanto 4,0

modesta. Come si vede dal grafico 9, 3,5

infatti, ad una crescita media annua 3,0

dello 0,5% dei profitti netti per occu-

pato del settore si è accompagnato un 2,5

incremento dello 0,6% degli investi- 2,0

menti calcolati al netto degli 1,5

ammortamenti. 1,0

Al contrario, le società che si oc- 0,5

cupano di intermediazione finanziaria 0,0

hanno registrato un forte aumento del 1990 1995 2000 2005

risultato di gestione per occupato pro- P ro fitti netti Investimenti netti

prio a partire dagli ultimi anni novanta,

come si vede dal grafico 10, con un in- Graf. 10 - PROFITTI PRIVATI PER OCCUPATO AL NETTO

cremento medio annuo sull’intero peri- DEI FITTI IMPUTATI: SOCIETÀ FINANZIARIE

odo del 4,5% ed un ritmo di crescita (migliaia di euro a prezzi del 2000)

46

addirittura del 12,2% l’anno dal 1997 41

11

in poi. 36

31

26

CONCLUSIONI 21

16

11

In base al quadro fornito dai dati 6

di contabilità nazionale, dagli anni ’90 1

ad oggi, le retribuzioni pro capite dei 1990 1995 2000 2005

lavoratori (dipendenti e indipendenti) So cietà finanziarie

So cietà finanziarie (al netto degli ammo rtamenti)

sono rimaste sostanzialmente al palo in

termini di potere d’acquisto, mentre

hanno registrato progressi significativi i profitti lordi per addetto e, in misura molto più

rilevante, le rendite virtuali legate all’occupazione delle abitazioni di proprietà. All’inter-

no dei profitti, si segnala una sostanziale stazionarietà di quelli delle imprese impegnate

nella produzione, almeno a partire dalla seconda metà degli anni novanta, ed una crescita

11 Non è escluso che tale risultato derivi, da un lato, dalla particolare struttura dei bilanci di queste imprese, che

comprendono accantonamenti per rischi e pagamenti per interessi e dividendi molto superiori agli altri settori e, dall’altro,

dalla maggiore accuratezza dei rispettivi bilanci che, tra l’altro, sono soggetti alla vigilanza di varie autorità di controllo.

- 9 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

molto consistente di quelli delle imprese finanziarie. Peraltro, la redditività delle imprese

non finanziarie è stata utilizzata in larga misura per finanziare il rinnovo degli impianti e

delle strutture produttive. Ciò ha contribuito a spostare progressivamente la distribuzione

dei redditi e della ricchezza dai lavoratori (sia dipendenti che autonomi) e dalle imprese

non finanziarie a favore dei proprietari di abitazioni e delle imprese operanti nel settore

del credito e delle assicurazioni.

Al netto del reintegro degli impianti, i profitti realmente distribuiti dalle imprese

non finanziarie hanno garantito una crescita del potere d’acquisto complessivo degli im-

prenditori derivante essenzialmente dall’aumento della base produttiva, a fronte della so-

stanziale stagnazione dei profitti unitari reali realizzati per ciascuna unità di lavoro

occupata. Se si tiene conto dell’inflazione, inoltre, i profitti distribuiti pro capite non han-

no registrato una crescita significativa nelle fasi di maggiore sviluppo dell’economia e

non sono risultati sufficientemente flessibili verso il basso durante i periodi meno favore-

voli. Ciò ha contribuito a rendere piuttosto rigida sia la struttura produttiva che quella di-

stributiva del paese. A sua volta, il modesto tasso di crescita del potere d’acquisto pro

capite effettivo ha concorso a determinare una crescita molto bassa della domanda di

beni e servizi da parte delle famiglie, nonché degli investimenti destinati ad ampliare ed

ammodernare la base produttiva, piuttosto che al semplice reintegro e razionalizzazione

delle strutture esistenti. - 10 -

La riproduzione intergenerazionale delle

diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei

genitori

PREMESSA

Gli studi sulla mobilità sociale intergenerazionale indagano il legame fra le opportu-

nità degli individui - in termini di reddito, istruzione, occupazioni e, più in generale, con-

dizioni di vita - e le caratteristiche dell’ambiente socio-familiare di origine, valutando

quindi, da diverse prospettive, in quale misura le diseguaglianze socio-economiche per-

sistano nel passaggio delle generazioni.

In generale, un incremento della mobilità, ovvero un allentamento del legame fra

posizioni di genitori e figli, viene considerato auspicabile sia sotto il profilo dell’efficien-

za, sia sotto quello dell’equità. Dal primo punto di vista si nota come un basso livello di

mobilità possa limitare il grado di “competizione” del sistema economico, generando ef-

fetti dannosi sulla crescita; qualora infatti le posizioni sociali fossero in qualche modo

predefinite, si affievolirebbero gli incentivi all’investimento in capitale umano (inteso in

senso lato) da parte sia dei più che dei meno abbienti e si osserverebbero “sprechi”

nell’allocazione delle risorse, ovvero nelle destinazioni raggiunte da individui potenzial-

mente (o effettivamente) dotati, ma privi di occasioni di ascesa sociale. Dal secondo pun-

to di vista il concetto di mobilità sociale appare strettamente legato a quello di

eguaglianza di opportunità che, pur nella molteplicità di accezioni (Roemer, 2005), ri-

guarda la possibilità di raggiungere determinate posizioni sociali indipendentemente dal

di provenienza ed in funzione unicamente dei “meriti” individuali (sforzi,

background 1

preferenze, comportamenti) .

Il trasferimento dei vantaggi fra generazioni successive può essere valutato attraver-

so molteplici dimensioni, tra cui le principali solitamente considerate sono i livelli di

istruzione, il tipo di occupazione e le qualifiche raggiunte sul mercato del lavoro, il red-

1 Il legame fra i concetti di mobilità sociale ed eguaglianza di opportunità è in realtà ben più complesso e sfaccettato di

quanto possa apparire a prima vista (Roemer, 2004 e 2005; Jencks, Tach, 2006).

- 11 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

2

dito familiare o da lavoro . Il processo attraverso cui si determinano tali vantaggi è co-

munque molto complesso e si snoda in diverse fasi della vita degli individui – non in un

unico punto del tempo – e tramite numerosi canali (all’interno dei quali agiscono molte-

plici meccanismi di propagazione), che operano spesso in interazione fra loro (Meade,

1973; d’Addio, 2007; Franzini, Raitano, 2008). Fra tali canali vanno ricordati quello eco-

nomico, relativo all’impatto diretto che reddito e ricchezza familiare hanno sulle scelte di

istruzione e sulle opportunità occupazionali dei figli, quello culturale/familiare, connesso

al modo in cui l’ambiente familiare condiziona attitudini e preferenze dei figli, e quello

sociale, relativo a come abilità, preferenze e opportunità di scelta degli individui siano

3

influenzate dal in cui si formano . A conferma dell’immagine di un pro-

social network

cesso complesso con molti snodi, i cui esiti condizionano significativamente quelli suc-

cessivi, la riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze viene interpretata dagli

studiosi più attenti come un processo cumulativo in cui vantaggi, anche piccoli, lungo

ogni dimensione ed in ogni snodo possono sommarsi fino a generare una struttura di

ampi privilegi legati all’origine (Meade, 1973; DiPrete, Eirich, 2006; Jenkins, Siedler,

2007).

Gli studi sulla mobilità sociale si sono finora sviluppati secondo due approcci prin-

cipali, uno sociologico ed uno economico. Il primo identifica la posizione raggiunta in

base alla classe sociale di appartenenza - a sua volta ricondotta al tipo di occupazione

svolta - ed indaga quanto siano simili gli status occupazionali di individui appartenenti a

generazioni familiari successive. Il secondo definisce la posizione sociale mediante indi-

catori di reddito e si concentra prevalentemente sull’esame della trasmissione delle dise-

4

guaglianze economiche fra genitori e figli . Ad ogni modo, indipendentemente dalla

metodologia di analisi seguita, tali studi hanno confermato il forte condizionamento che

la famiglia di origine esercita sulle individuali in tutte le moderne società, ma

chances

2 Altre dimensioni del vantaggio intergenerazionale (che comportano poi esiti più favorevoli anche in termini di

istruzione, occupazione e redditi) si osservano con riguardo al peso alla nascita, ai rischi di mortalità infantile, al carattere

e ai comportamenti individuali e allo stato di salute (Mayer, 2002). Si osserva inoltre come le stesse abilità cognitive dei

quindicenni, valutate mediante i risultati dei test PISA predisposti dall’OCSE, siano strettamente associate alle

caratteristiche del background (Dankova, Raitano, 2009; Fuchs, Woessmann, 2004). Si noti comunque che i test

misurano le competenze acquisite nel corso degli studi; da essi non si può quindi assolutamente inferire quale sia il

rapporto tra i risultati degli studenti ed il concetto di “intelligenza”. Sull’impossibilità di definire quest’ultima, e tanto meno

di misurarla, si vedano, ad esempio, Rose (1980, 2006) e Lewontin (1993).

3 Nel presente lavoro non si considera invece il cosiddetto canale genetico, ovvero il trasferimento ereditario di alcuni

tratti dai quali dipendono le prospettive socio-economiche individuali, nonostante questo sia talvolta richiamato,

soprattutto nella letteratura economica, come un meccanismo attraverso cui potrebbe realizzarsi il trasferimento

intergenerazionale delle diseguaglianze (si pensi al dibattito fra nature e nurture, Bjorklund, Jäntti, Solon 2005). Infatti,

come ricorda Ballarino (2007), «le spiegazioni basate sull'ereditarietà genetica dell'intelligenza non hanno mai superato

la prova della verifica empirica; non è certa neppure l'esistenza di qualcosa come l'intelligenza, per non dirne la

misurabilità, e anche le misurazioni più accurate del quoziente intellettivo mostrano che esso può spiegare solo una

piccola parte della variazione del successo scolastico». - 12 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

hanno al contempo mostrato come il grado di associazione fra prospettive dei figli e

di origine vari significativamente nei diversi paesi e sia solitamente più bas-

background

so in quelli del Nord Europa e più elevato nel Regno Unito e negli Stati Uniti, oltre che

nei Paesi in via di sviluppo (Breen, 2004; Corak, 2006).

In comparazione internazionale l’Italia - sia qualora la mobilità venga osservata at-

traverso le classi occupazionali (Pisati, Schizzerotto, 2004), sia allorché venga esaminata

tramite la somiglianza dei titoli di studio di genitori e figli (Hertz 2007; Gabriele,

et al.,

Raitano, 2008), sia nel caso in cui ci si concentri sul calcolo della correlazione intergene-

razionale dei redditi (Piraino, 2007; Mocetti, 2007) o si valutino gli effetti dell’aver spe-

rimentato in famiglia da giovani situazioni di (Franzini, Raitano, 2009)

financial distress

- appare come uno dei paesi occidentali “meno mobili”, ovvero uno di quelli in cui è più

forte la trasmissione dei vantaggi socio-economici fra generazioni successive.

Alla luce di tale evidenza, nel presente lavoro si intende indagare ulteriormente il

processo di trasmissione intergenerazionale nel nostro Paese, concentrandosi in partico-

5

lare, come variabile del familiare, sull’occupazione dei genitori . Tut-

proxy background

tavia, differentemente da quanto solitamente svolto negli studi sociologici, non ci

limiteremo ad osservare il grado di associazione intergenerazionale delle professioni

svolte, ma, seguendo una prospettiva più marcatamente economica, cercheremo di inda-

gare in quale misura le stesse prospettive salariali dei figli, anche qualora mediate dal ti-

tolo di studio conseguito, siano legate al contesto occupazionale dei genitori.

Dal punto di vista concettuale, nelle analisi condotte nel presente lavoro i gruppi oc-

cupazionali di appartenenza di figli e genitori (ed il legame fra questi) andranno dunque

intesi da due prospettive associate, ma distinte: quelli dei primi vanno considerati essen-

zialmente come un fondamentale esito attraverso cui valutare il processo di riproduzione

delle diseguaglianze; quelli dei secondi vanno ritenuti come una variabile cruciale che

racchiude una serie di aspetti - reddito familiare, preferenze e stili di vita del nucleo di

origine, sociale di riferimento - che possono poi condizionare le opportunità del-

network

6

la prole .

4 Oltre che per le diverse caratteristiche delle variabili oggetto di studio – qualitative (raggruppamenti occupazionali) o

quantitative (reddito o ricchezza) –, i due approcci differiscono anche per gli strumenti di analisi utilizzati. Nella letteratura

sociologica si fa ampio uso delle matrici di transizione degli status occupazionali di genitori e figli; in quella economica ci

si concentra invece, generalmente, sull’esame di indicatori sintetici che riassumano il grado di persistenza dei

differenziali di reddito o ricchezza fra generazioni familiari successive. Su questi aspetti si veda Franzini, Raitano (2008).

5 Come si discute approfonditamente nel secondo paragrafo, in questo lavoro i gruppi occupazionali non sono accorpati

mediante modelli di classe a là Goldthorpe (Erikson, Goldthorpe, 1992 e 2002), ma mediante un’aggregazione dei

macro-gruppi della classificazione ISCO-88.

6 L’occupazione dei genitori, oltre che per gli aspetti sociali ad essa connessi (prestigio, potere, capitale relazionale), è

generalmente ritenuta una buona proxy del reddito permanente della famiglia di origine.

- 13 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

La distinzione fra tali due prospettive è più chiara se si distingue il meccanismo di

(eventuale) riproduzione intergenerazionale in due stadi successivi (ma strettamente in-

terrelati), il cui esito può essere associato al occupazionale dei genitori. Il

background

primo stadio è relativo all’accesso a posizioni diversamente vantaggiose, in termini di ti-

tolo di studio e qualifica occupazionale, aspetti a cui è connesso il reddito da lavoro. Il

secondo riguarda la questione se, ed in quale misura, i livelli salariali, anche a parità di

esito raggiunto nel primo stadio, siano connessi al occupazionale dei genito-

background

ri ed amplifichino, dunque, ulteriormente la trasmissione intergenerazionale delle dise-

guaglianze di reddito manifestatasi nel primo stadio.

Per meglio comprendere il fenomeno, e anche per identificare possibili suggerimen-

ti di andrebbe d’altronde attentamente esaminato attraverso quali meccanismi si

policy,

potrebbero sviluppare vantaggi/svantaggi salariali in base al a parità di oc-

background,

cupazione. Si dovrebbe quindi provare a distinguere se essi siano legati alla presenza di

una serie di caratteristiche individuali - di tipo caratteriale (motivazioni, ambizioni, più

7

in generale o economiche (accesso a istruzione migliore o possibilità di non

soft skills)

doversi “accontentare” del primo lavoro che viene offerto) - dipendenti dal contesto di

origine e positivamente correlate con i redditi da lavoro dei figli, o se dipendano

dall’azione di fattori più direttamente connessi all’occupazione svolta dai genitori, che si

potrebbero manifestare attraverso il trasferimento informale di capitale umano fra geni-

8

tori e figli , il passaggio formale di capitale fisico (la cessione di un’impresa o di una

redditizia attività autonoma), o una serie di meccanismi legati al modo in cui, usufruendo

della rete informale di contatti, le persone di diverso possono accedere al

background

mercato del lavoro.

Avendo a mente tale premessa, nel presente lavoro si intende, come detto, studiare

per l’Italia dal punto di vista empirico l’associazione fra occupazionale dei

background

genitori e prospettive professionali e salariali dei figli, mediante i micro-dati rilevati

nell’indagine campionaria ISFOL-PLUS del 2006. A tal fine, dopo aver presentato le

matrici intergenerazionali di mobilità occupazionale (paragrafo 2), si valuterà, mediante

analisi econometriche che controllino per una serie di caratteristiche individuali, l’asso-

ciazione fra professione dei genitori ed esiti educativi ed occupazionali dei figli (paragra-

fo 3). Successivamente, le prospettive individuali verranno identificate attraverso i

7 Sul ruolo delle soft skills come determinanti dei salari individuali si vedano Bowles, Gintis (2002) e Goldthorpe,

Jackson (2008).

8 Per trasferimento informale di capitale umano si intende il passaggio diretto fra genitori e figli di conoscenze specifiche

relative al tipo di lavoro svolto dai genitori (ad esempio il figlio di un artigiano che “impara il mestiere” sin da piccolo

essendone continuamente in contatto) o di utili informazioni e motivazioni. A tale proposito De Paola, Ponzo, Scoppa

(2008) rilevano che l’acquisizione di capitale umano può essere favorita dal continuo contatto con un certo ambiente

lavorativo, dal momento che la trasmissione di informazioni e competenze molte volte avviene attraverso processi

informali e non strutturati. - 14 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

redditi annui da lavoro (dipendente ed autonomo), per verificare se emergano differen-

ziali salariali fra individui con diversa origine (paragrafo 4). Infine (paragrafo 5) si ap-

profondirà lo studio del legame fra e livelli salariali, valutando in quale

background

misura tale eventuale legame possa dipendere dall’identità delle professioni svolte da ge-

nitori e figli (rappresentando quindi un ulteriore incentivo economico al mantenimento

della struttura occupazionale) e/o sia legato all’azione delle reti informali nella ricerca

del posto di lavoro. Il sesto paragrafo conclude riassumendo le principali evidenze rile-

vate nell’analisi.

LA MOBILITÀ OCCUPAZIONALE

La letteratura sulla mobilità sociale, specialmente quella sociologica, enfatizza le di-

verse implicazioni in termini di reddito, prestigio e potere derivanti dallo status occupa-

zionale e, generalmente, valuta la persistenza intergenerazionale mediante le matrici di

transizione delle occupazioni dei genitori (solitamente dei padri) e dei figli (Ballarino,

Cobalti, 2003; Hout, 1983). Tuttavia, l’individuazione delle caratteristiche delle occupa-

zioni svolte e, conseguentemente, la relativa classificazione non sono operazioni banali,

né unanimemente condivise dagli studiosi.

Soprattutto nei lavori finalizzati a comparazioni internazionali (Breen, 2004), ci si

basa di solito sull’impostazione di Erikson e Goldthorpe (1992, 2002), i quali identifica-

no sette gruppi occupazionali rappresentativi di diverse classi sociali. Questa classifica-

zione è stata però, di recente, aspramente criticata (McIntosh, Munk, 2009). Altri autori,

anziché identificare dei gruppi professionali, hanno proposto misure quantitative della

struttura occupazionale, basate su indici sintetici calcolati assegnando ad ogni specifica

attività lavorativa un valore crescente in funzione del prestigio ad essa associata (Dun-

can, 1961; Ganzeboom, Treiman, 1996).

Nel presente lavoro, differentemente dall’approccio sociologico Goldthorpe,

a là

non si intende inferire dalla distribuzione delle occupazioni una qualche indicazione teo-

rica della struttura per classi della società, ma si segue un approccio più pragmatico, in

base al quale le professioni vengono identificate attraverso i 9 macro-gruppi della classi-

9

ficazione ISCO-88 proposta dall’ILO (1990) , seguita nell’indagine ISFOL-PLUS per

10

codificare le occupazioni di genitori e figli .

9 I 9 macro-gruppi della ISCO-88 sono i seguenti: dirigenti e imprenditori; professioni intellettuali, scientifiche e ad

elevata specializzazione; professioni tecniche; impiegati; addetti al commercio e ai servizi per la famiglia; lavoratori

specializzati nell’agricoltura; artigiani e operai specializzati; operai non specializzati; professioni non qualificate.

- 15 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Incrociando le informazioni sul gruppo professionale e sul tipo di rapporto di lavoro

- autonomo o dipendente - sono quindi stati costruiti 6 gruppi occupazionali: dirigenti

(lavoratori dipendenti appartenenti ai primi 2 gruppi ISCO), professionisti (autonomi del

secondo gruppo ISCO, ad esempio avvocati, commercialisti, medici che svolgono la li-

bera professione), imprenditori (autonomi del primo gruppo ISCO), (di-

white-collars

pendenti che lavorano come impiegati in ogni settore, sono insegnanti di scuola o

svolgono professioni tecniche), artigiani e commercianti (autonomi del quinto e del setti-

mo gruppo ISCO) e (le restanti attività da dipendente, ovvero operai e lavo-

blue-collars

11 . Le modalità di rilevazione del lavoro svolto dai genitori non

ratori non qualificati)

consentono però di distinguere fra dirigenti e professionisti; per la generazione di origine

questi due gruppi sono quindi accorpati in una sola categoria.

Nell’indagine ISFOL-PLUS viene rilevata l’informazione sulla professione “preva-

lente” di padre e madre nel corso della vita attiva. Come variabile di anzi-

background,

ché riferirci, come in molti studi, al lavoro del solo padre, si è considerata l’occupazione

maggiormente qualificata svolta dai genitori (definita in base all’ordinamento della clas-

sificazione ISCO).

Gli studi sulla mobilità sociale, in particolar modo quelli sulla trasmissione dei red-

diti, rilevano come le stime della correlazione intergenerazionale non siano robuste ri-

spetto all’età anagrafica in cui si osservano i figli (Corak, 2006). Si mostra infatti che,

qualora si prendano in considerazione individui appartenenti a classi di età (come quelle

più giovani) in cui la transitorietà dei livelli di reddito (e della stessa occupazione svolta)

12

è elevata, si tende a sottostimare la misura della trasmissione intergenerazionale . Si ri-

tiene allora (Corak, 2006; Solon, 2002) che, nell’impossibilità di osservare le dinamiche

individuali attraverso lunghe serie di dati i “figli” vadano considerati ad età cen-

panel,

10 La classificazione ISCO-88 (ILO, 1990) segue un approccio gerarchico basato su quattro diversi livelli di specificazione

delle professioni (i cosiddetti 4 digit), muovendosi quindi con livelli di dettaglio sempre maggiori dal primo macro-livello

(ad esempio “professioni intellettuali, scientifiche e ad elevata specializzazione”, gruppo 2) fino alla definizione della

specifica attività svolta (ad esempio “progettista di sistemi multimediali”, gruppo 2.1.4.4). Gli indici di prestigio

(Ganzeboom, Treiman, 1996) sono invece definiti a partire dalle specifiche attività. A tale proposito si noti che, non

essendo rilevate nell’indagine ISFOL PLUS le occupazioni fino a tale livello di dettaglio, la base dati a disposizione non

consente di ricavare indici sintetici consistenti.

11 In alcune elaborazioni del presente lavoro, le occupazioni sono ulteriormente raggruppate in 3 sole categorie: manager

(dirigenti, professionisti e imprenditori), white-collars (impiegati, artigiani e commercianti) e blue-collars.

12 I primi studi sulla mobilità intergenerazionale dei redditi condotti negli Stati Uniti (Becker, Tomes, 1986) stimavano un

coefficiente di correlazione intergenerazionale particolarmente ridotto, contribuendo quindi alla visione degli Stati Uniti

come la terra delle opportunità. Ma tali studi prendevano in considerazione campioni di figli molto giovani (intorno ai 30

anni di età), distorcendo quindi significativamente verso il basso la stima della relazione fra redditi permanenti. Studi

successivi (presentati in rassegna da Corak, 2006, e Solon, 2002) condotti su campioni di lavoratori meno giovani hanno

fortemente contraddetto la visione dell’american exceptionalism, evidenziando al contrario che, se di performance

eccezionale si tratta, essa deve esser intesa nel senso contrario, dal momento che gli Stati Uniti appaiono come il Paese

in cui la trasmissione intergenerazionale dei vantaggi è più forte (Jäntti et al., 2006).

- 16 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

trali della loro carriera, ovvero intorno ai 40 anni, quando si può cioè assumere che la

gran parte degli elementi sottostanti i diversi canali di trasmissione delle diseguaglianze

abbiano finito di esercitare i loro effetti; qualora la dinamica salariale e di carriera fosse

influenzata dal considerare una generazione di figli troppo giovane enfatiz-

background,

zerebbe invece gli effetti transitori e sottostimerebbe la trasmissione permanente dei

vantaggi.

Per tenere conto di tale osservazione, le analisi del presente lavoro, che riguardano

gli effetti del familiare sulla distribuzione delle occupazioni e dei salari dei

background

figli, si riferiscono al sotto-gruppo degli occupati di età compresa fra i 35 ed i 49 anni ri-

levati nell’indagine ISFOL-PLUS del 2006 (in totale 4.303 osservazioni, di cui 3.302 re-

lative a lavoratori dipendenti).

Tab. 1 MATRICE DI MOBILITÀ ASSOLUTA DEI GRUPPI OCCUPAZIONALI DI GENITORI E FIGLI

(PERCENTUALI DI RIGA). OCCUPATI DELLA FASCIA D’ETÀ 35-49 ANNI.

Professione dei figli

Professione dei

genitori Dirigenti Professionisti Imprenditori White-collars Artigiani e Blue-collars Distribuzione dei

commercianti genitori

TOTALE OCCUPATI

Dirigenti/professionisti 21,9 14,2 5,1 48,4 7,4 3,1 4,1

Imprenditori 6,7 3,8 15,9 38,4 24,6 10,5 5,8

White-collars 11,7 3,9 4,3 58,7 8,7 12,8 23,3

Artigiani e commercianti 5,5 3,1 5,5 46,5 18,2 21,2 17,6

Blue-collars 3,4 1,5 3,1 41,3 9,2 41,6 49,2

Distribuzione dei figli 6,7 3,0 4,6 46,4 11,5 27,9 100,0

UOMINI

Dirigenti/professionisti 23,3 19,4 8,1 36,7 7,6 5,1 3,8

Imprenditori 4,8 5,2 23,8 20,0 32,9 13,4 5,1

White-collars 9,5 5,7 6,8 51,6 11,8 14,6 23,1

Artigiani e commercianti 3,9 3,0 4,2 38,5 26,7 23,8 17,3

Blue-collars 3,3 2,3 3,4 34,3 11,0 45,7 50,7

Distribuzione dei figli 5,7 4,0 5,6 38,3 14,9 31,5 100,0

DONNE

Dirigenti/professionisti 20,3 7,9 1,4 62,7 7,1 0,7 4,7

Imprenditori 8,9 2,2 7,0 59,3 15,3 7,3 6,7

White-collars 15,0 1,2 0,8 68,9 4,2 10,0 23,7

Artigiani e commercianti 7,9 3,2 7,3 58,1 6,1 17,5 17,9

Blue-collars 3,4 0,3 2,5 52,6 6,3 34,9 47,0

Distribuzione dei figli 8,1 1,5 3,2 58,4 6,4 22,5 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006. - 17 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

La matrice di mobilità assoluta dei

Tab. 2 QUOTA DI FIGLI NELLO STESSO GRUPPO gruppi occupazionali - che fornisce, per

PROFESSIONALE DEI GENITORI riga, le frequenze campionarie concernen-

Totale Maschi Femmine ti il raggiungimento da parte dei figli di

Dirigenti/professionisti 36,1% 42,6% 28,2% un determinato esito occupazionale, con-

Imprenditori 15,9% 23,8% 7,0% dizionate all’occupazione dei genitori -

White-collars 58,7% 51,6% 68,9% segnala un’elevata persistenza intergene-

Artigiani e commercianti 18,2% 26,7% 6,1% razionale (tabella 1). In particolare, accor-

Blue-collars 41,6% 45,7% 34,9% pando per ambedue le generazioni diri-

Totale 39,7% 42,5% 35,6% genti e professionisti, la quota di figli che

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006. si situa nello stesso gruppo dei genitori ri-

sulta elevata, soprattutto fra gli uomini e per chi discende da dirigenti/professionisti,

13 . Tuttavia, la numerosità di ogni cella delle tavole

e (Tab. 2)

white-collars blue-collars

di mobilità assoluta è influenzata dall’evoluzione della struttura dell’occupazione al pas-

sare delle generazioni; la matrice risente, in altri termini, del fatto che nel corso degli

anni si modifica la distribuzione marginale delle occupazioni (fra genitori e figli mutano,

ad esempio, sostanzialmente le quote di impiegati ed operai).

Per verificare - al netto dei cambiamenti della struttura occupazionale - le probabili-

tà relative di pervenire ad una certa destinazione, piuttosto che ad un’altra, sperimentate

da soggetti provenienti da diverso si mostra allora la tavola di mobilità rela-

background,

tiva (Tab. 3), nella quale si indicano gli generalizzati, ovvero i rapporti fra

odds ratios

tali probabilità relative. Nello specifico, ogni cella della matrice indica il coefficiente

concorrenziale medio, ovvero il vantaggio (svantaggio) medio della classe di origine ri-

spetto a tutte le altre origini, ai fini del raggiungimento della classe di destinazione corri-

spondente. Quando tale coefficiente - che viene calcolato come media geometrica di tutti

14

i possibili rapporti di probabilità di ogni determinata cella - assume un valore maggiore

dell’unità, segnala la presenza di un vantaggio relativo della classe di origine considerata

sulle altre relativamente alla destinazione della cella, altrimenti si osserva uno svantag-

gio relativo (dalla tabella 3 si desume, ad esempio, che la probabilità di fare l’imprendi-

tore piuttosto che un qualsiasi altro lavoro è di 3,4 volte superiore per i figli degli

imprenditori, rispetto a quella dei discendenti dei lavoratori degli altri gruppi).

Per l’Italia l’osservazione della tavola di mobilità relativa amplifica l’immagine di

15 . I valori col-

persistenza occupazionale già suggerita dalla matrice di mobilità assoluta

13 Tale risultato è in linea con quello di De Paola, Ponzo, Scoppa (2008), che osservano la somiglianza dell’occupazione

di padri e figli sulla base delle 16 categorie professionali rilevate dall’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane condotta

nel 2004 dalla Banca d’Italia.

14 Per dettagli sulla metodologia di calcolo degli odds ratios si vedano Ballarino, Cobalti (2003) e Checchi, Dardanoni

(2002). - 18 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

locati sulla diagonale principale sono infatti sempre superiori all’unità - e per gli uomini

anche di molto (ma per le donne è molto più forte la persistenza come -, a

blue-collars)

evidenza di quanto sia forte la tendenza a restare nella classe dei genitori, soprattutto per

chi proviene dai due gruppi professionali estremi.

Tab. 3 MATRICE DI MOBILITÀ RELATIVA DEI GRUPPI OCCUPAZIONALI DI GENITORI E FIGLI

(ODDS RATIOS). OCCUPATI DELLA FASCIA D’ETÀ 35-49.

Professione dei figli

Professione dei Dirigenti/professionisti Imprenditori White-collars Artigiani e commercianti Blue-collars

genitori TOTALE OCCUPATI

Dirigenti/professionisti 7,33 1,11 1,42 0,61 0,14

Imprenditori 0,56 3,41 0,51 2,06 0,49

White-collars 1,56 0,67 1,51 0,62 1,02

Artigiani e commercianti 0,50 0,80 0,86 1,59 1,82

Blue-collars 0,31 0,49 1,06 0,81 7,74

UOMINI

Dirigenti/professionisti 8,26 1,38 1,24 0,37 0,19

Imprenditori 0,54 4,72 0,30 2,37 0,54

White-collars 1,35 0,86 1,74 0,62 0,80

Artigiani e commercianti 0,43 0,44 1,20 2,40 1,85

Blue-collars 0,39 0,40 1,27 0,76 6,57

DONNE

Dirigenti/professionisti 7,86 0,70 2,08 1,97 0,04

Imprenditori 0,57 2,70 0,60 2,04 0,54

White-collars 2,32 0,21 1,71 0,61 1,99

Artigiani e commercianti 0,58 2,91 0,58 0,49 2,10

Blue-collars 0,17 0,88 0,81 0,83 10,09

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

Come rilevato nel paragrafo introduttivo, la riproduzione intergenerazionale della

struttura occupazionale può d’altronde derivare da numerosi fattori, dal titolo di

in primis

studio conseguito dai figli, che può dipendere a sua volta dal di origine e de-

background

termina poi le opportunità occupazionali future. Si passa pertanto ad esaminare, median-

te analisi econometriche che controllino per numerose caratteristiche individuali,

l’associazione fra esiti individuali e occupazionale dei genitori.

background

15 Risultati analoghi sono rilevati in ISTAT (2006) e da Gabriele e Kostoris (2007), le quali, anche mediante le tavole di

mobilità relativa, presentano un’analisi economica della mobilità fra classi sociali in Italia, evidenziando come il nostro

Paese sia caratterizzato da un’elevata persistenza intergenerazionale.

- 19 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

LE DETERMINANTI DI ISTRUZIONE E OCCUPAZIONE

L’istruzione è generalmente ritenuta lo strumento più efficace per garantire la mobi-

lità sociale e ridurre la persistenza intergenerazionale delle diseguaglianze nei redditi e

negli status socio-economici. Dal momento che, in media, un maggior numero di anni di

studio è associato ad un maggior salario e ad una mansione lavorativa più qualificata, si

ritiene infatti che l’ampliamento delle possibilità di istruzione possa consentire agli indi-

vidui di scindere le proprie prospettive da quelle della famiglia di provenienza. In realtà,

nonostante l’offerta di istruzione pubblica gratuita almeno fino al raggiungimento

dell’obbligo scolastico (generalizzata perlomeno nei paesi più sviluppati), si osserva

ovunque una correlazione positiva (e spesso elevata) nei livelli di istruzione di genitori e

figli (de Broucker, Underwood, 1998; Hertz 2007, Gabriele, Raitano, 2008).

et al.,

Per l’Italia si stima l’impatto del familiare sul titolo di studio dei figli

background

16

mediante un modello (Tab. 4) . Il contesto di provenienza viene conside-

ordered probit

rato attraverso 4 variabili: due relative alla composizione familiare durante l’adolescenza

(il numero di fratelli e sorelle ed una con valore unitario se si viveva con ambe-

dummy

due i genitori), una relativa al “capitale culturale” (il titolo di studio più elevato di padre

o madre; nella stima la modalità omessa è “genitori con al più un diploma secondario in-

feriore”) ed una relativa al occupazionale, che può essere inteso (oltre che

background

come “capitale relazionale” e, al pari del titolo di studio, come di motivazioni e

proxy

preferenze della famiglia) come una del reddito familiare (a parità del livello di

proxy

istruzione familiare) e segnalare, quindi, in quale misura i vincoli di liquidità possano

condizionare le opportunità formative dei figli (nella stima la modalità omessa è “genito-

re blue-collar”).

La regressione evidenzia, in misura statisticamente sempre significa-

ordered probit

tiva al livello di probabilità del 99,9%, l’associazione fra istruzione dei figli ed origine

17

familiare . In linea con l’evidenza empirica (riportata in d’Addio, 2007), si osserva

come la presenza di ambedue i genitori incrementi la possibilità di prosecuzione degli

studi, mentre il numero di fratelli - riducendo le risorse, monetarie e non, a disposizione

dei figli - le riduca. Come già rilevato in altri studi sull’Italia (Checchi, Fiorio, Leonardi,

18 l’istruzione dei figli cresce col

2006; Checchi, Flabbi, 2006; Gabriele, Raitano, 2007)

titolo di studio dei genitori. A parità di tale titolo, l’istruzione è maggiore per chi discen-

16 Il titolo di studio viene considerato crescente secondo una variabile a 5 modalità: nessun titolo o licenza elementare,

licenza media, licenza media superiore, laurea, titolo post-laurea.

17 Dal momento che è spesso empiricamente difficile inferire nessi di causalità profondi - anche a causa dell’esistenza di

variabili non osservabili che potrebbero influenzare contemporaneamente le variabili di background e gli esiti raggiunti

dai figli (e i salari percepiti), così generando eventuali problemi di endogeneità - nel presente lavoro il legame fra origini

dei genitori ed esiti dei figli viene generalmente indicato attraverso il più lasco concetto di correlazione.

- 20 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

19

de da genitori ad alta qualifica , anche a causa, presumibilmente, del ruolo svolto da

reddito e ricchezza nel compensare eventuali vincoli di liquidità che, in presenza di mer-

cati dei capitali imperfetti, insorgono nel finanziamento dell’investimento in capitale

umano (sia costi diretti dell’istruzione, sia costi opportunità dei mancati salari durante il

20

periodo di studio) .

Tab. 4 REGRESSIONE ORDERED PROBIT DEL LIVELLO DI ISTRUZIONE DEI FIGLI

Coefficiente Errore Standard z P value

Donna 0,1798 0,0350 5,13 0,000

Età -0,0074 0,0040 -1,84 0,066

Immigrato 0,0769 0,2175 0,35 0,724

Nord-Ovest -0,3633 0,0456 -7,97 0,000

Nord-Est -0,1826 0,0496 -3,68 0,000

Centro 0,0154 0,0506 0,30 0,761

Presenza entrambi genitori 0,2393 0,0607 3,94 0,000

Numero di fratelli -0,1699 0,0111 -15,24 0,000

Genitore laureato 1,2286 0,0936 13,13 0,000

Genitore diplomato 0,4889 0,0576 8,49 0,000

Genitore dirigente/professionista 0,9955 0,1057 9,41 0,000

Genitore imprenditore 0,5468 0,0761 7,18 0,000

Genitore white-collar 0,7264 0,0503 14,44 0,000

Genitore artigiano/commerciante 0,3004 0,0476 6,31 0,000

Numero di osservazioni 4.303

LR χ 1.469,6

2

( 14) 0,000

χ

2

>

Prob. 0,1427

2

R

Pseudo

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

18 In particolare Gabriele e Raitano (2007) evidenziano come il livello di istruzione dei genitori condizioni le prospettive

dei figli in ogni snodo del percorso formativo (prosecuzione oltre l’obbligo, scelta del tipo di secondaria superiore,

ottenimento del diploma, iscrizione all’università e conseguimento successivo della laurea). In riferimento alle diverse

opportunità di istruzione per chi proviene da background differenziati, Dankova e Raitano (2009) - sulla base delle

informazioni sulle competenze dei quindicenni rilevate dall’indagine PISA dell’OCSE - stimano che in Italia il risultato

medio nei test di chi ha almeno un genitore con un’occupazione (perlomeno) da white-collar è dell’8% superiore a quello

registrato dai figli di genitori con occupazioni non qualificate (e il differenziale stimato è statisticamente significativo al

livello del 99,9%).

19 Il coefficiente relativo ai figli dei white-collars è maggiore di quello degli imprenditori. A tale proposito si consideri che

fra questi ultimi possono esserci individui con livelli di reddito e prestigio sociale molto eterogenei.

20 A tale proposito si ricordi che fino agli anni più recenti la letteratura economica identificava i vincoli di reddito e di

liquidità nelle scelte di investimento in capitale umano come il principale canale di trasmissione intergenerazionale delle

diseguaglianze (Becker, Tomes, 1979 e 1986). La letteratura contemporanea, spesso multidisciplinare e a carattere

empirico, raccolta nei lavori collettanei curati da Bowles, Gintis, Osborne Groves (2005), Corak (2004) e Morgan, Grusky,

Fields (2006) enfatizza invece come la riproduzione delle diseguaglianze intergenerazionali possa dipendere da una

molteplicità di fattori. - 21 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Il legame fra istruzione dei figli e “culturale” ed occupazionale potreb-

background

be indurre a ritenere che la riproduzione intergenerazionale della struttura occupazionale

rilevata nel paragrafo precedente, e, dunque, la più elevata probabilità di accesso alle

professioni più qualificate e remunerative per chi proviene da un contesto migliore, siano

imputabili esclusivamente ai meccanismi sottostanti il processo formativo. In altri termi-

ni, la scarsa mobilità occupazionale potrebbe discendere unicamente dal fatto che i figli

di genitori appartenenti a gruppi occupazionali meno qualificati, per l’effetto congiunto

21 , tenderebbero a conseguire

dei vincoli “culturali” e reddituali richiamati in precedenza

titoli di studio inferiori e, quindi, raggiungerebbero occupazioni meno qualificate. L’oc-

cupazione dei genitori non eserciterebbe allora un effetto specifico su quella dei figli ed

il legame intergenerazionale nei gruppi professionali sarebbe interamente mediato dal

percorso di istruzione individuale.

Per verificare la validità di tale assunzione è stata condotta una serie di regressioni

(Tab. 5) in cui si è stimata la probabilità di appartenere a ciascuno dei cinque ma-

logit 22

cro-gruppi occupazionali identificati in precedenza , controllando per alcune esplicative

relative alle caratteristiche individuali ed al occupazionale dei genitori (la

background

modalità di riferimento è “genitore Al fine di osservare l’impatto della

white-collar”).

mediazione dell’istruzione, le stime sono state condotte prima escludendo e poi inclu-

dendo fra le variabili di controllo il titolo di studio del figlio (la modalità di riferimento è

“diploma secondario superiore”).

Nel modello senza titoli di studio (modello 1), la probabilità di essere dirigenti o

professionisti è significativamente maggiore per i figli di genitori dello stesso gruppo ed

inferiore per i discendenti di e autonomi a media qualifica (artigiani e com-

blue-collars

mercianti). Considerata la mediazione dell’istruzione (modello 2), scompare invece lo

svantaggio relativo di chi proviene dai due gruppi meno qualificati, mentre rimane signi-

ficativa la maggiore probabilità relativa di raggiungere una professione molto qualificata

per i figli di genitori con analoga professione. La specificità delle attività imprenditoriali,

in cui la somiglianza intergenerazionale sembra legata più alla trasmissione del capitale

fisico che alla mediazione del titolo di studio, è confermata dalla sulla probabilità di

logit

lavorare come imprenditori, in cui, in ambedue i modelli stimati (con e senza dummies

sull’istruzione), l’unica origine che esercita un’influenza (positiva) sull’esito è proprio

l’essere figli di imprenditori. Un meccanismo simile si osserva anche per quanto concer-

ne l’esito “artigiano o commerciante” che, in ambedue i modelli stimati, è associato in

21 Per una riflessione sui molteplici meccanismi che potrebbero comportare una correlazione fra caratteristiche socio-

economiche dei genitori e probabilità di prosecuzione degli studi dei figli, si veda Gabriele, Raitano (2007).

22 La dipendente di ogni regressione è quindi una variabile binaria che assume valore 1 quando l’individuo appartiene al

gruppo occupazionale in questione e zero altrimenti. - 22 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

misura significativa solamente allo status di lavoratore autonomo dei genitori. Riguardo

ai restanti esiti si nota che lavorare da “colletti bianchi” è statisticamente più probabile

per i figli degli impiegati, ma la significatività di alcune origini scompare una volta in-

cluso nella stima il titolo di studio, e che svolgere mansioni da “colletto blu” è statistica-

mente più probabile per la prole degli operai e degli artigiani/commercianti (meno

probabile invece per i figli di dirigenti e professionisti), mentre, mediate per il titolo di

studio, rimangono significative al livello del 95% solo le origini operaie.

Tab. 5 REGRESSIONI LOGIT SULL’OCCUPAZIONE DEI FIGLI

Dirigente/ Artigiano/

professionista Imprenditore White-collar commerciante Blue-collar

Modello 1 Modello 2 Modello 1 Modello 2 Modello 1 Modello 2 Modello 1 Modello 2 Modello 1 Modello 2

Anzianità -0,0540*** 0,0050 0,0064 0,0003 -0,0085 0,0004 0,0047 -0,0029 0,0315*** -0,0028

Donna -0,1071 -0,2924* -0,6655*** -0,6568*** 0,8263*** 0,8411*** -1,0147*** -1,0033*** -0,3983*** -0,3563***

Immigrato -1,2515 -1,6352* -1,5118 -1,4946 0,7055 0,9312 0,5925 0,5927 -0,5759 -1,0454

Divorziato/vedovo 0,2181 0,4587 0,4280 0,4173 -0,3311* -0,3540* -0,2204 -0,2409 0,3399 0,2730

Single 0,3867 0,6175** -0,6489 -0,6709 -0,2488 -0,2340 -0,3780 -0,4110 0,5502** 0,4965*

Ha figli 0,0367 0,3198 -0,3235 -0,3685 -0,0905 -0,0533 -0,1113 -0,1654 0,3229 0,1297

Nord-Ovest 0,0443 0,2155 -0,6126** -0,6326** -0,0585 -0,0339 0,2388 0,2155 0,0671 -0,0376

Nord-Est -0,0878 0,0040 0,2364 0,2213 -0,1537 -0,2091 -0,0174 -0,0323 0,1533 0,2364

Centro 0,0000 -0,0951 -0,2599 -0,2602 0,0703 -0,0468 0,1832 0,1878 -0,1368 0,0932

Al più diploma

secondario inferiore -0,9569** -0,0503 -1,3715*** 0,0186 1,7411***

Laurea 2,3971*** -0,5090* -0,7599*** -0,6456*** -2,2700***

Genitore

dirigente/professionista 1,0177*** 0,5222** 0,1637 0,3023 -0,4847*** -0,3638* -0,1349 0,0640 -1,4369** -0,8999

Genitore imprenditore -0,3949 -0,3852 1,4330*** 1,4481*** -0,8750*** -0,7706*** 1,3505*** 1,3509*** -0,2920 -0,6930*

Genitore

artigiano/commerciante -0,5849** -0,1167 0,1816 0,1537 -0,4792*** -0,2416 0,8801*** 0,8175*** 0,5362*** -0,1017

Genitore blue-collar -1,1662*** -0,3247 -0,4000 -0,4404 -0,6700*** -0,3408*** 0,0384 -0,0518 1,4791*** 0,7723***

Numero di osservazioni 4.303 4.303 4.303 4.303 4.303 4.303 4.303 4.303 4.303 4.303

2

LR χ 136,78 325,20 49,49 54,06 119,82 216,65 76,58 81,10 178,48 332,13

2

> χ

Prob. 0,000 0,000 0,000 0,000 0,000 0,000 0,000 0,000 0,000 0,000

2

R

Pseudo 0,095 0,247 0,065 0,067 0,047 0,106 0,060 0,064 0,109 0,232

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

Le stime dunque, sottolineano che, anche controllando per gli effetti di com-

logit,

posizione (ovvero per alcune caratteristiche individuali: anzianità, sesso, stato civile, na-

zionalità, area geografica di residenza, presenza o meno di figli), si conferma il

meccanismo di riproduzione intergenerazionale della struttura professionale mostrato

nella matrice di mobilità relativa del paragrafo precedente (nella quale si descrive l’asso-

- 23 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

ciazione fra provenienze e destinazioni al lordo degli effetti di composizione e dell’in-

fluenza delle caratteristiche individuali), in cui tutti gli delle celle sulla

odds ratios

diagonale principale hanno un valore superiore all’unità (Tab. 3): segno e significatività

dei coefficienti stimati nei “modelli 1” della tabella 5 evidenziano infatti, per ogni esito,

la maggiore probabilità relativa che caratterizza chi proviene da famiglie con genitori

che avevano anch’essi raggiunto la stessa professione. Considerando la mediazione dei

titoli di studio, inoltre, mentre in generale si attenua la significatività dell’influenza delle

origini diverse dall’esito in questione, si continua ad evidenziare la maggiore probabilità

relativa di raggiungere lo stesso livello professionale dei genitori.

Pertanto, anche controllando l’effetto stimato per l’influenza di numerose caratteri-

stiche individuali e per il ruolo svolto dall’istruzione, le regressioni confermano il

logit

vantaggio relativo nell’accesso alle occupazioni più qualificate da parte di chi proviene

da contesti più favorevoli e, in particolare, rafforzano l’immagine di limitata mobilità oc-

cupazionale e forte riproduzione intergenerazionale della struttura professionale (e, dun-

que, delle diseguaglianze economiche) segnalata per l’Italia dalle analisi descrittive del

precedente paragrafo.

In generale, il vantaggio relativo nel raggiungimento di professioni più qualificate

da parte di chi proviene da più vantaggiosi è confermato se - anziché me-

background

diante regressioni con variabile dipendente binaria su ogni singolo gruppo occupazionale

(particolarmente utili per valutare la probabilità relativa di ricadere nella stessa categoria

dei genitori) - si conduce una regressione codificando le diverse tipologie

orderd probit, 23

di professione dei figli mediante una variabile discreta ordinale crescente (Tab. 6) .

La stima viene effettuata mediante quattro diversi modelli, via via più ricchi nel nu-

mero di variabili esplicative. Il primo modello mostra come, rispetto ai figli dei white-

l’ascesa sociale sia più facile per quelli di dirigenti e professionisti, più improba-

collar,

bile per la prole dei e degli autonomi a media qualifica. Inserita la mediazio-

blue-collars

ne del titolo di studio (modello 2), rimangono statisticamente significativi il vantaggio

dei discendenti dei lavoratori a più alta qualifica e la condizione sfavorevole dei figli de-

gli operai. Il quadro dei vantaggi comparati stimati non cambia in modelli più complessi,

in cui si disaggregano i laureati a seconda della disciplina in cui hanno conseguito il tito-

lo (modello 3) e, infine (modello 4), si aggiunge una serie di altre variabili esplicative:

una delle abilità osservabili (dummy costruita in base ai voti dell’esame finale del

proxy 24

, altri elementi di (numero di fratelli e

più alto titolo di studio conseguito) background

presenza di entrambi i genitori durante l’adolescenza, non significative in questo caso) e

23 La dipendente di tale regressione è una variabile qualitativa ordinale a 3 modalità: blue-collar, white-collar (inclusi

artigiani e commercianti) e manager (composta da dirigenti, professionisti e imprenditori).

24 La dummy “voto alto” assume valore 1 se ci si laurea con almeno 105/110 o ci si diploma con almeno 55/60.

- 24 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

alcune caratteristiche dell’attività svolta, spesso o sempre connesse all’origine familiare

(se si è iscritti ad un albo professionale o se si prosegue un’attività di famiglia, variabili

queste che hanno entrambe un impatto positivo e significativo, dato che si riscontrano

quasi sempre in soggetti ad alta qualifica).

Tab. 6 REGRESSIONE ORDERED PROBIT SULL’OCCUPAZIONE DEI FIGLI (MACRO-GRUPPI ISCO)

Modello 1 Modello 2 Modello 3 Modello 4

Coefficiente P value Coefficiente P value Coefficiente P value Coefficiente P value

Anzianità -0,0186 0,000 0,0011 0,672 0,0012 0,644 0,0004 0,883

Donna 0,1716 0,000 0,1303 0,000 0,1403 0,000 0,1588 0,000

Immigrato -0,1081 0,619 -0,0105 0,962 -0,0655 0,765 -0,0455 0,838

Divorziato/vedovo -0,0274 0,716 0,0204 0,790 0,0165 0,829 0,0303 0,693

Single -0,1175 0,087 -0,0587 0,402 -0,0691 0,325 -0,0320 0,650

Ha figli -0,0894 0,116 0,0258 0,657 0,0222 0,704 0,0334 0,569

Nord-Ovest -0,0837 0,065 -0,0333 0,471 -0,0355 0,443 -0,0125 0,792

Nord-Est -0,0457 0,353 -0,0500 0,320 -0,0550 0,274 -0,0273 0,597

Centro 0,0025 0,960 -0,0820 0,107 -0,0864 0,090 -0,0588 0,259

Al più diploma secondario -0,7918 0,000 -0,7930 0,000 -0,7889 0,000

inferiore

Liceo -0,0037 0,964 0,0109 0,893

Laurea tecnica 1,1670 0,000 0,9529 0,000

Laurea giuridica-economica 0,6176 0,000 0,4783 0,000

Laurea umanistica 0,6830 0,000 0,5945 0,000

Laurea medica 0,9725 0,000 0,7127 0,000

Laurea 0,8113 0,000

Genitore dirigente/professionista 0,4959 0,000 0,2549 0,007 0,2470 0,010 0,2224 0,021

Genitore imprenditore -0,0013 0,987 0,1026 0,192 0,1002 0,203 0,0085 0,916

Genitore artigiano/commerciante -0,3085 0,000 -0,0434 0,431 -0,0476 0,390 -0,0813 0,144

Genitore blue-collar -0,622 0,000 -0,3311 0,000 -0,3333 0,000 -0,3260 0,000

Voto alto 0,1643 0,000

Presenza entrambi genitori -0,0021 0,858

Numero di fratelli 0,0727 0,247

Attività di famiglia 0,2195 0,000

Iscrizione ad albo professionale 0,3518 0,000

Numero di osservazioni 4.303 4.303 4.303 4.303

2 591,1 1307,4 1332,7 1410,3

LR χ 2 0,000 0,000 0,000 0,000

> χ

Prob. 2

R 0,055 0,123 0,125 0,132

Pseudo

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

Finora si è quindi indagato, confermandone l’esistenza, il primo dei due meccani-

smi, richiamati nell’introduzione, in cui si può concretare il processo di trasmissione in-

tergenerazionale delle diseguaglianze sociali e di reddito, ovvero un più probabile

- 25 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

accesso alle posizioni più qualificate e remunerative da parte di chi proviene dai contesti

socio-familiari più favorevoli. Passiamo ora ad esaminare se, ed in quale misura, anche a

parità di istruzione e professione svolta, gli stessi livelli salariali siano associati al back-

familiare.

ground

REDDITI DA LAVORO E BACKGROUND OCCUPAZIONALE

Nel presente paragrafo si valuta, mediante regressioni condotte col metodo dei mini-

mi quadrati ordinari (OLS), l’associazione fra le occupazioni svolte dai genitori e i (loga-

ritmi dei) redditi da lavoro lordi annui degli individui della classe di età 35-49 anni.

Nell’indagine ISFOL-PLUS le remunerazioni annue sono rilevate per la totalità degli oc-

cupati, dipendenti, autonomi e parasubordinati. Tuttavia, data l’elevata frequenza di non

risposte alla specifica domanda, in molti casi i redditi degli autonomi sono ricostruiti me-

diante procedure di imputazione basate su tecniche di “donazione” (Mandrone, 2006).

Tenendo conto di tale aspetto, le elaborazioni sulle retribuzioni presentate in questo e nel

prossimo paragrafo sono state condotte sia per il solo sotto-campione dei lavoratori di-

pendenti (3.302 osservazioni), sia per la totalità degli occupati (includendo quindi anche

autonomi e parasubordinati; in totale 4.303 osservazioni).

In questo paragrafo si valuta l’effetto medio sui redditi da lavoro del background

occupazionale dei genitori senza osservare nel dettaglio l’influenza delle specifiche

interazioni fra professioni dei genitori e dei figli, che saranno invece oggetto dell’analisi

del paragrafo 5. Analogamente a quanto effettuato in precedenza, le stime vengono

condotte mediante modelli via via più ricchi di variabili esplicative, in modo da

osservare se il contesto di origine eserciti un suo specifico effetto sui redditi da lavoro, a

parità di tutte le altre condizioni, o se la sua influenza sia mediata dal ruolo di una serie

di altre caratteristiche dei figli a cui esso è correlato (in l’istruzione e la qualifica

primis

occupazionale).

Le regressioni dei redditi annui, sia nel caso dei dipendenti che in quello della totali-

tà degli occupati (rispettivamente, tabelle 7 e 8), confermano, in tutti i modelli, le usuali

evidenze mostrate per l’Italia dalle stime delle le remunerazioni sono

wage equations:

infatti significativamente minori per le donne (anche a causa della maggiore frequenza di

interruzioni dell’attività che le caratterizza), per i residenti al Sud, per chi ha una bassa

anzianità lavorativa (con l’usuale effetto concavo evidenziato dal segno negativo

dell’anzianità al quadrato) e, ovviamente, per chi ha un contratto a tempo parziale. Diffe-

renze significative nei due campioni emergono però quando si passa a valutare l’impatto

del familiare.

background - 26 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

Riferendoci ai soli lavoratori dipendenti (Tab. 7) si conferma come - rispetto ai figli

dei (la modalità omessa nelle stime dei salari) - chi discende da genitori più

blue-collars

qualificati ottenga un significativo vantaggio salariale. Gran parte di questo vantaggio è

però mediata dal livello di istruzione che, come visto in precedenza (Tab. 4), è fortemen-

te associato al background.

Tab. 7 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO DIPENDENTE

Modello 1 Modello 2 Modello 3 Modello 4

Donna -0,223*** -0,255*** -0,247*** -0,258***

Anzianità lavorativa 0,020*** 0,017*** 0,011*** 0,013***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,000*** -0,000** -0,000***

Immigrato -0,005 0,022 0,052 0,038

Nord-Ovest 0,052*** 0,074*** 0,073*** 0,070***

Nord-Est 0,093*** 0,102*** 0,105*** 0,110***

Centro 0,109*** 0,094*** 0,102*** 0,097***

Part-time -0,496*** -0,456*** -0,434*** -0,434***

Al più diploma secondario inferiore -0,187*** -0,187*** -0,168***

Laurea 0,205*** 0,196*** 0,148***

Genitore dirigente/professionista 0,218*** 0,069** 0,075** 0,045

Genitore imprenditore 0,096*** -0,004 -0,008 -0,016

Genitore white-collar 0,124*** 0,025 0,014 0,001

Genitore artigiano/commerciante 0,043** 0,011 0,011 -0,003

Voto alto 0,020

Bocciato a scuola -0,007

Anzianità di servizio 0,008*** 0,007***

Manager 0,158***

Blue-collar -0,118***

Costante 9,745 9,797 9,779 9,798

Numero di osservazioni 3.302 3.302 3.302 3.302

F 135,64 153,5 137,22 148,4

Prob. > F 0,000 0,000 0,000 0,000

0,331 0,395 0,415 0,435

2

R 0,329 0,393 0,412 0,432

2

R corretto

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

25

Inserendo fra i regressori il titolo di studio (modello 2) , infatti, i coefficienti stima-

ti delle di si riducono notevolmente, e solo discendere da dirigenti

dummies background

25 Nel modello il vantaggio salariale dell’accumulazione del capitale umano risulta significativo al livello di probabilità del

99%: in dettaglio, rispetto ai diplomati della secondaria superiore, i laureati guadagnano in media il 21% in più, chi si

ferma al massimo alla scuola media il 19% in meno. - 27 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

e professionisti resta una circostanza significativa, che offre un differenziale salariale po-

sitivo (rispetto ai figli degli operai) pari circa al 7%. Il differenziale persiste qualora nella

stima (modello 3) si includano l’anzianità di servizio presso l’attuale datore e due varia-

bili binarie dell’abilità individuale, relative ai voti conseguiti e all’aver ripetuto

proxy

anni di scuola (variabili il cui impatto sui salari è peraltro non significativo).

Pur mantenendosi positivo, il vantaggio retributivo per i discendenti dei lavoratori

maggiormente qualificati scompare, invece, quando (modello 4) nell’equazione dei sala-

ri si controlli per la professione svolta (relativamente all’occupazione dei figli la modali-

26

. In base alla significatività statistica, il positivo effetto sui

tà omessa è “white-collar”)

salari finora discusso, a parità di istruzione, sembra quindi legato principalmente alla

maggiore probabilità di accesso a professioni più qualificate e remunerative per i figli di

dirigenti e professionisti (già evidenziata nel terzo paragrafo), piuttosto che all’eventuali-

tà di un ulteriore premio che, anche a parità di occupazione, avvantaggerebbe chi provie-

ne da un migliore background.

Tuttavia, il quadro cambia sensibilmente laddove nella stima si includano anche i

redditi da lavoro autonomo e parasubordinato (Tab. 8). Rispetto al caso dei soli dipen-

denti, si osserva infatti che, controllando per i titoli di studio (modello 2), anche i figli di

e autonomi a media qualifica risultano avvantaggiati rispetto ai

white-collars blue-col-

(si mantiene invece non significativa l’origine “imprenditore”, a segnale di un’estre-

lars

ma eterogeneità della platea di chi rientra in tale categoria) e, soprattutto, che, anche

inserendo fra i regressori l’occupazione svolta dai figli (modello 4), i discendenti di diri-

genti e professionisti e dei ricevono un significativo premio (rispettiva-

white-collars

27

.

mente, +13% e +4,5%)

Il occupazionale familiare è, come detto, una di numerosi fattori

background proxy

relativi al contesto di origine - il tenore di vita, le preferenze/motivazioni/informazioni, il

sociale di appartenenza - che, più o meno meritocraticamente, possono condi-

network

zionare le prospettive dei figli.

26 Nelle stime dei salari dei paragrafi 4 e 5 le variabili esplicative “manager” e “professionista” si riferiscono,

rispettivamente, ai lavoratori dipendenti che svolgono attività dirigenziali o professioni intellettuali ad alta qualifica, ed agli

autonomi liberi professionisti.

27 Si noti che i coefficienti relativi alle diverse occupazioni svolte dai figli (valutati rispetto ai white-collars), non segnalano

il differenziale reddituale medio fra le diverse professioni, bensì il gap stimato a parità di tutte le altre variabili, in

particolare del background e del titolo di studio. In particolare, l’osservazione dell’assenza di differenziale fra liberi

professionisti e white-collars non implica che non vi sia un’ampia distanza nei redditi medi (le medie campionarie per tali

due categorie sono pari, rispettivamente, a 35.300 e 20.700 euro annui lordi), ma dipende in gran parte da effetti di

composizione legati al fatto che, a differenza di quanto si registra fra gli impiegati, la totalità dei professionisti è laureata

(il gap salariale effettivo fra le due professioni influenza quindi principalmente la stima del differenziale retributivo dei titoli

di studio). - 28 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

Tab. 8 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO

(DIPENDENTE E AUTONOMO)

Modello 1 Modello 2 Modello 3 Modello 4

Donna -0,249*** -0,269*** -0,266*** -0,271***

Anzianità lavorativa 0,028*** 0,027*** 0,024*** 0,024***

Anzianità al quadrato -0,001*** -0,001*** -0,001*** -0,001***

Immigrato 0,020 0,034 0,058 0,058

Nord-Ovest 0,168*** 0,182*** 0,180*** 0,184***

Nord-Est 0,153*** 0,153*** 0,153*** 0,156***

Centro 0,171*** 0,152*** 0,161*** 0,160***

Part-time -0,494*** -0,459*** -0,447*** -0,441***

Al più diploma secondario inferiore -0,166*** -0,148*** -0,126***

Laurea 0,233*** 0,223*** 0,210***

Genitore dirigente/professionista 0,321*** 0,145*** 0,147*** 0,131***

Genitore imprenditore 0,107*** 0,030 0,023 0,006

Genitore white-collar 0,161*** 0,062*** 0,059*** 0,045**

Genitore artigiano/commerciante 0,077*** 0,047** 0,044* 0,035

Parasubordinato -0,659*** -0,666*** -0,622*** -0,634***

Autonomo 0,005 -0,001 0,008

Voto alto 0,004

Bocciato a scuola -0,048**

Anzianità di servizio 0,005*** 0,005***

Manager 0,105***

Professionista -0,047

Imprenditore 0,121***

Artigiano-commerciante -0,042

Blue-collar -0,068***

Costante 9.630 9.643 9.640 9.641

Numero di osservazioni 4.303 4.303 4.303 4.303

F 92,71 96,63 83,65 77,51

Prob. > F 0,000 0,000 0,000 0,000

0,232 0,265 0,271 0,276

2

R 0,230 0,262 0,267 0,272

2

R corretto

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

A parità di titolo di studio, le più remunerative prospettive professionali e soprattut-

to laddove si svolgano attività autonome un ulteriore vantaggio salariale a parità di occu-

pazione possono dunque dipendere da una serie di aspetti (eventualmente interagenti)

legati al che contribuiscono a determinare le probabilità di accesso alle

background,

mansioni a più alta retribuzione e, eventualmente, ulteriori premi salariali. Una lista di

tali aspetti include sicuramente i seguenti:

Una differente qualità (effettiva o segnalata) degli studi effettuati. I più abbienti (o

• quelli meglio informati) potrebbero, in altri termini, accedere a scuole e università

migliori (o percepite dai datori come tali) e questo favorirebbe l’ottenimento di posti

più soddisfacenti e la dinamica salariale e di carriera.

- 29 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Un effetto positivo del tenore di vita familiare su alcune caratteristiche individuali

• che condizionano poi significativamente (a parità di titolo di studio) le prospettive

28 .

di carriera, lo stato di salute e le cosiddette

in primis soft skills

Un maggior costo opportunità di della migliore opportunità lavorativa, che

• search

induce i meno abbienti (e i meno informati e chi ha accesso a una rete di relazioni

meno diffusa) ad “accontentarsi” del primo lavoro disponibile senza attendere

quello (eventualmente anche di tipo autonomo) che meglio soddisfa le loro

aspirazioni (o offre migliori prospettive a lungo termine); in particolare, i meno

abbienti, in presenza di mercati dei capitali imperfetti ed in assenza di una rete

informale che in qualche modo ne corregga i fallimenti, incontrerebbero maggiori

difficoltà ad intraprendere attività autonome.

La trasmissione ereditaria del capitale fisico di imprese ed attività autonome e del

• capitale relazionale ad esse associate (ad esempio la clientela di un rinomato studio

professionale).

Una trasmissione informale di capitale umano (passaggio di adeguate motivazioni e

• informazioni e di competenze specifiche relative al lavoro di padre e madre) che in-

duce i figli a ripetere le professioni dei genitori e può comportare un ulteriore van-

29

taggio salariale .

Il ruolo dei che potrebbe essere fortemente correlato col

• social networks,

chi ha origini meno favorevoli, presumibilmente, dispone di una rete

background;

sociale meno adatta ad aiutare a trovare in via informale i lavori più remunerativi (o

ad ottenere consigli e informazioni adeguate nelle scelte professionali). In

particolare, chi proviene da contesti sociali più favorevoli avrebbe una maggiore

facilità a inserirsi nelle professioni autonome, indipendentemente dall’attività svolta

30 .

dai genitori, sfruttando la rete di conoscenze e amicizie dei parenti

28 La letteratura più recente (Bowles, Gintis, 2002; Osborne Groves, 2005; Goldthorpe, Jackson, 2008) ha posto

un’enfasi particolare sull’impatto dei modelli culturali-familiari nello sviluppo di tratti caratteriali non di tipo cognitivo (le

cosiddette soft skills, ovvero gli elementi che formano le competenze sociali e relazionali: ad esempio le motivazioni, le

preferenze, l’avversione al rischio, l’estroversione, la disponibilità al lavoro di gruppo, il senso di disciplina o di leadership,

fino a fattori, almeno in parte geneticamente trasmettibili, quali altezza, peso e bellezza) che sembrano determinanti nello

spiegare il successo sul mercato del lavoro (in termini di occupazione raggiunta e salario conseguito) e, di conseguenza,

andrebbero considerati una causa primaria della trasmissione intergenerazionale dei vantaggi. In particolare, Goldthorpe

e Jackson (2008) sottolineano come, nelle società contemporanee post-industriali, i datori di lavoro (specie nel settore

dei servizi) tendano a ridimensionare il ruolo attribuito nei processi di selezione del personale (e di successiva carriera)

alle capacità cognitive e tecniche certificate nei titoli di studio e ad aumentare, di converso, la quota di salario legata alle

soft skills, il cui possesso (e la cui formazione) è fortemente dipendente dal background socio-familiare di provenienza.

29 In tale ottica va osservato che, laddove il reddito da lavoro, a parità di condizioni e caratteristiche, risultasse

significativamente associato allo svolgimento di una professione analoga a quella dei genitori, si genererebbero ulteriori

incentivi economici alla tendenza alla riproduzione intergenerazionale della struttura occupazionale.

- 30 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

Le stime presentate tuttavia non consentono di distinguere il ruolo svolto da alcuni

dei summenzionati aspetti, sia perché il occupazionale è, inevitabilmente,

background

di canali di trasmissione che agiscono su piani differenti (redditi, modelli familiari,

proxy

reti sociali), sia perché l’impatto stimato è quello medio e non consente, dunque, di valu-

tare eventuali specifici effetti legati all’interazione delle destinazioni dei figli e delle ori-

gini dei genitori.

Per cercare di distinguere, nei limiti dei dati a disposizione, alcuni degli aspetti che

possono influire sul vantaggio occupazionale e salariale goduto da chi proviene da un

migliore nel prossimo paragrafo si verifica se i vantaggi in questione siano

background,

imputabili all’identità dell’occupazione di genitori e figli o al ruolo svolto dalle reti in-

formali di parenti, conoscenti e amici nella fase di accesso al lavoro.

PERSISTENZA OCCUPAZIONALE, CANALE INFORMALE E SALARI

Alcuni dei meccanismi di riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze

elencati in precedenza potrebbero manifestarsi qualora il figlio svolgesse la stessa pro-

fessione del genitore. Il trasferimento informale di capitale umano e/o la trasmissione

ereditaria del capitale fisico di imprese ed attività autonome potrebbe infatti comportare,

come detto, vantaggi occupazionali e salariali per i figli, costituendo, quindi, per questi

un ulteriore incentivo economico all’imitazione della carriera dei genitori.

Il dettaglio delle rilevazioni dell’indagine ISFOL-PLUS sul tipo di lavoro svolto da

genitori e figli (basate per i genitori sui macro-gruppi ISCO) non consente però di identi-

ficare i figli che ricalcano esattamente le orme dei genitori, ma solo di individuare chi ri-

mane nello stesso gruppo professionale (eventualmente poi svolgendo lavori di diverso

tipo, come ad esempio nel caso del figlio di un professore universitario che fa il dirigente

d’azienda). Non è quindi possibile valutare se l’esatta identità dell’attività di genitori e

figli influisca sui salari di questi ultimi. In senso più lato, si può comunque valutare se,

più che il in sé (come analizzato nel paragrafo 4), sia la specifica apparte-

background

nenza allo stesso gruppo occupazionale dei genitori a comportare vantaggi salariali, ad

esempio grazie ai meccanismi collegati al capitale relazionale ed alla rete sociale a cui si

ha accesso e/o al trasferimento di alcune soft skills.

30 A tale proposito Inzerillo, Jappelli, e Padula (2009) rilevano come in Italia i fattori di trasmissione intergenerazionale

nell’accesso alla libera professione per architetti e ingegneri non attengano tanto ad una trasmissione parentale di tale

professione, ma all’importante vantaggio derivante dal poter iniziare l’attività presso studi di amici o conoscenti dei

genitori. - 31 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 9 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO CON DUMMY SULL’IDENTITÀ

DELL’OCCUPAZIONE FRA GENITORE E FIGLIO

Dipendenti Autonomi e dipendenti

Donna -0,259*** -0,272***

Anzianità lavorativa 0,013*** 0,025***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,001***

Immigrato 0,038 0,066

Nord-Ovest 0,071*** 0,184***

Nord-Est 0,110*** 0,157***

Centro 0,097*** 0,161***

Part-time -0,435*** -0,437***

Al più diploma secondario inferiore -0,111*** -0,134***

Laurea 0,150*** 0,226***

Anzianità di servizio 0,007*** 0,005***

Manager 0,160*** 0,117***

Imprenditore 0,158***

Artigiano-commerciante -0,008

Blue-collar -0,119*** -0,086***

Stesso gruppo professionale dei genitori 0,002 0,022

Parasubordinato -0,633***

Autonomo -0,034

Costante 9,799 9,659

Numero di osservazioni 3.302 4.303

F 180,07 89,73

Prob. > F 0,000 0,000

0,434 0,274

2

R 0,432 0,271

2 corretto

R

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

Si è quindi condotta una regressione dei redditi da lavoro (tabella 9) in cui, anziché

le variabili di finora considerate, si è inserita una che assume valore

background dummy

unitario quando l’individuo si situa nello stesso gruppo professionale del genitore (consi-

31 . A parità di condizioni, per ambe-

derando i 5 macro-gruppi descritti nel paragrafo 2)

due i campioni considerati (solo dipendenti o tutti gli occupati), la persistenza

occupazionale non esercita un effetto significativo sui salari.

D’altronde, la in questione rileva l’effetto medio di tutte le possibili combi-

dummy

nazioni di genitori e figli di identica classe occupazionale. In linea con alcuni spunti pre-

senti nella letteratura sociologica (Granovetter, 1995), è invece verosimile ritenere che

31 Si noti che i dati a disposizione non consentono di distinguere dal punto di vista empirico in quale misura la

riproduzione occupazionale, e eventualmente un wage gap positivo, siano legati a trasmissione informale di capitale

umano e preferenze o sia generata dal passaggio fra genitori e figli delle rendite connesse ad una determinata

professione (attivabile, ad esempio, attraverso “raccomandazioni” o l’eredità di attività ben avviate, eventualmente

amplificata da barriere all’ingresso poste dagli ordini professionali).

- 32 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

ben diverse siano le possibilità di trasferire e capitale umano, fisico o relazio-

soft skills

nale per i genitori appartenenti ai diversi gruppi professionali e che, di conseguenza, a

seconda del gruppo di origine, sia differente l’effetto sui salari derivante dalla persisten-

za nella stessa professione (o gruppo occupazionale).

Al fine di valutare se, a parità di esito raggiunto dai figli, provenire dalla stessa clas-

se consenta di ottenere vantaggi salariali, si sono costruite delle di interazione

dummies

fra la professione del figlio e del genitore e le si è inserite, al posto della di iden-

dummy

tità vista in precedenza, come esplicative della (Tab. 10). Sulla base delle

wage equation

posizioni occupate in una matrice di mobilità intergenerazionale a 3 categorie - alta qua-

lifica (dirigenti, professionisti e imprenditori), media qualifica (white-collars e artigiani

e commercianti), bassa qualifica (blue - le indicano se l’esito occupa-

collars) dummies

zionale raggiunto dal figlio, comparato con l’origine dei genitori, rappresenti una situa-

zione di stabilità, di ascesa o di discesa sociale.

Nello specifico, le considerate identificano le seguenti coppie di genitori e

dummies

figli: figli ad alta qualifica provenienti da genitori similmente qualificati; figli

sim1 up1

ad alta qualifica di genitori della classe occupazionale media o bassa; figli di fascia

up2

media di genitori a bassa qualifica; figli di fascia media di dirigenti, professionisti

down2

o imprenditori; e genitori e prole in occupazioni, rispettivamente, a media e a

sim2 sim3 32

bassa qualifica; discendenti di lavoratori a media o alta qualifica .

down3 blue-collars

è la modalità di riferimento delle stime.

Sim2

Inserire nella regressione tali interazioni evidenzia come le dinamiche medie possa-

no nascondere una serie di meccanismi che agiscono con differenti intensità e caratteri-

stiche nei diversi contesti di origine. Per chi lavora in attività a media o a bassa qualifica,

similmente a quanto visto nella stima precedente, l’origine non esercita un’influenza si-

gnificativa in ambedue i campioni di riferimento (totale occupati e dipendenti). Al con-

trario, fra chi raggiunge professioni ad alta qualifica, discendere da genitori di eguale

livello è associato ad un significativo vantaggio salariale rispetto a chi svolge la stessa at-

tività avendo sperimentato un’ascesa sociale (il test sui coefficienti stimati delle variabili

e rifiuta l’ipotesi nulla di eguaglianza dei parametri). In linea con quanto di-

sim1 up1

scusso nel paragrafo 4, il premio salariale (stimato) dell’origine è ben più ampio se valu-

tato sul complesso degli occupati (i coefficienti di e misurati rispetto

sim1 up1,

all’omessa sono pari, rispettivamente al 20% e al 9%) rispetto al caso dei soli di-

sim2,

pendenti (il valore dei coefficienti per le due variabili in esame è in questo caso pari al

21% e al 15%).

32 Il numero presente nella definizione della variabile rappresenta dunque il macro-gruppo occupazionale dei figli.

- 33 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 10 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO CON DUMMIES SULLE

INTERAZIONI FRA GRUPPI OCCUPAZIONALI DI GENITORI E FIGLI

Dipendenti Autonomi e dipendenti

Donna -0,259*** -0,273***

Anzianità lavorativa 0,013*** 0,025***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,001***

Immigrato 0,038 0,066

Nord-Ovest 0,071*** 0,180***

Nord-Est 0,110*** 0,153***

Centro 0,096*** 0,161***

Part-time -0,434*** -0,443***

Al più diploma secondario inferiore -0,115*** -0,132***

Laurea 0,144*** 0,201***

Anzianità di servizio 0,007*** 0,005***

Sim1 0,210*** 0,200***

Up1 0,150*** 0,087***

Up2 0,007 -0,003

Down2 -0,007 0,000

Sim3 -0,115*** -0,077***

Down3 -0,114*** -0,084**

Parasubordinato -0,629***

Autonomo -0,050**

Costante 9,797 9,681

Numero di osservazioni 3.302 4.303

F 132,68 76,95

Prob. > F 0,000 0,000

0,434 0,274

2

R 0,431 0,271

2 corretto

R

Test F P value P value

: Sim1 = Up1 0,047 0,029

H o

H : Sim3 = Down3 0,967 0,838

o

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

L’esame delle interazioni fra destinazioni e provenienze evidenzia quanto sia invero

complesso e pieno di sfaccettature il processo di trasmissione intergenerazionale delle

diseguaglianze. D’altronde, in tale processo un ruolo importante può essere svolto dai

meccanismi di accesso sul mercato del lavoro. Laddove i canali di reperimento dell’oc-

cupazione fossero differenziati in base all’origine sociale potrebbero infatti concretarsi

ulteriori forme di riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze.

La letteratura economica e sociologica si è sovente interessata allo studio del ruolo

svolto dalla rete di parenti, amici e conoscenti (il cosiddetto canale informale) nell’in-

fluenzare le possibilità di accesso al lavoro ed i livelli salariali. Dal punto di vista teorico

un filone della letteratura ritiene che lo scambio informale di informazioni riduca le

- 34 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

asimmetrie fra datori e aspiranti lavoratori e, in tal modo, contribuisca ad accrescere l’ef-

33

ficienza del sistema economico . Sarebbe quindi lecito attendersi che, grazie a migliori

fra domanda e offerta di lavoro (che aumentano le possibilità occupazionali

mismatches

di chi usa la propria rete di contatti), chi ottiene il lavoro mediante il canale informale

possa ricevere un premio salariale. L’evidenza empirica è però controversa: mentre infat-

ti per gli Stati Uniti chi usufruisce del canale informale sembra essere, in media, meglio

retribuito (Granovetter, 1995), nei paesi europei il premio salariale scompare e, in molti

casi, si configura invece un significativo a discapito di chi fa uso di tale canale

wage gap

(Pellizzari, 2004). In particolare, per l’Italia alcuni studi mostrano che chi ottiene il posto

mediante conoscenze è pagato significativamente meno (Pistaferri, 1999; Pellizzari,

2004).

I dati dell’indagine ISFOL-PLUS confermano per il nostro paese tale risultato. In-

fatti, inserendo fra i regressori della una che assume valore unita-

wage equation dummy

rio quando l’intervistato dichiara di aver ottenuto l’attuale lavoro attraverso la rete

informale di parenti e conoscenti (il 28% del campione dichiara di aver usufruito di tale

34

rete) si conferma, per entrambi i campioni osservati, un significativo salariale a di-

gap

scapito di chi accede al lavoro mediante il canale informale (Tab. 11); questo risultato

suggerisce che tale canale può rappresentare essenzialmente un meccanismo residuale di

accesso, usato in prevalenza dagli individui meno dotati, che faticherebbero altrimenti a

reperire un lavoro (Datchet Loury, 2006).

Tuttavia, un effetto medio negativo della sul canale informale non implica

dummy

necessariamente che le modalità di ottenimento del posto di lavoro non possano contri-

buire in alcun caso alla trasmissione intergenerazionale dei vantaggi. In linea con quanto

discusso in precedenza, i metodi di reperimento dell’occupazione potrebbero infatti esse-

re diversi a seconda dell’origine sociale e, soprattutto, la “qualità” del canale informale a

cui accedono individui con differente potrebbe essere molto eterogenea,

background

comportando dunque esiti differenziati in termini salariali. A tale proposito Granovetter

(1995) e Lin, Ensel e Vaughn (1981) rilevano come le risorse a cui la relazione informale

33 A tale proposito si vedano Montgomery (1991) e Holzer (1988) e le rassegne critiche di Ioannides, Datchet Loury

(2004) e Sylos Labini (2005).

34 All’interno del canale informale potrebbero ricadere anche le “raccomandazioni” ricevute durante i concorsi pubblici. I

dati a disposizione non consentono di valutare appieno questo aspetto, dato che non viene chiesto agli intervistati nel

dettaglio in cosa si sia concretata la relazione con parenti e conoscenti e la gran parte di chi ha avuto accesso al pubblico

impiego mediante “raccomandazioni” potrebbe rispondere di aver usufruito di meccanismi formali, dal momento che

l’assunzione è stata comunque effettuata tramite concorso. Va ad ogni modo evidenziato che il 5,2% del campione dei

dipendenti del settore pubblico (dove l’accesso dovrebbe essere regolato, per definizione, in modo formale) dichiara di

avere ottenuto l’attuale posto di lavoro attraverso contatti informali. A segnale del possibile ruolo del social network

anche nell’accesso al settore pubblico, Scoppa (2009), sulla base dei dati dell’Indagine Banca d’Italia, rileva che la

probabilità di lavorare in tale settore è, rispettivamente, del 35% o del 24% a seconda che l’individuo sia o meno figlio di

un dipendente pubblico. - 35 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

dà accesso (in termini di prospettive occupazionali) siano fortemente diversificate in

35

base al di origine . Anche in riferimento al ruolo dei canali informali non

background

appare quindi sufficiente valutare l’impatto medio, ma bisogna esaminare attentamente,

dapprima, la diversa propensione degli individui di diversa origine a farne uso e, succes-

sivamente, l’impatto differenziale sui salari derivante dal suo utilizzo, a seconda del

dei lavoratori.

background

Tab. 11 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO CON DUMMY SULL’AVER

TROVATO L’ATTUALE LAVORO TRAMITE IL CANALE INFORMALE

Dipendenti Autonomi e dipendenti

Donna -0,259*** -0,271***

Anzianità lavorativa 0,013*** 0,024***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,001***

Immigrato 0,051 0,074

Nord-Ovest 0,071*** 0,184***

Nord-Est 0,109*** 0,155***

Centro 0,098*** 0,161***

Part-time -0,430*** -0,435***

Al più diploma secondario inferiore -0,104*** -0,130***

Laurea 0,142*** 0,223***

Anzianità di servizio 0,006*** 0,005***

Manager 0,160*** 0,111***

Professionista -0,039

Imprenditore 0,120***

Artigiano-commerciante -0,046*

Blue-collar -0,112*** -0,071***

Canale informale -0,050*** -0,040**

Parasubordinato -0,631***

Costante 9,818 9,680

Numero di osservazioni 3.302 4.303

F 181,81 89,95

Prob. > F 0,000 0,000

0,436 0,274

2

R 0,434 0,271

2 corretto

R

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

La stima sulla probabilità di aver trovato l’attuale lavoro tramite una relazione

logit

informale (Tab. 12) segnala come la probabilità di utilizzare la rete di parenti e cono-

scenti come canale di accesso decresca linearmente all’aumentare del titolo di studio,

35 Granovetter (1995) distingue fra legami forti (parenti e amici stretti con caratteristiche simili alle sue) e deboli,

rilevando che si accede più spesso al lavoro attraverso legami deboli (ambiti più distanti dal proprio). Ed il ricorso a

legami deboli, che egli ritiene più efficaci, è più frequente per chi proviene da background migliori.

- 36 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

confermando in molti casi la natura residuale di tale canale per chi ha limitati (che

skills

potrebbe quindi contribuire a spiegare il segno negativo del coefficiente stimato nella

tabella 11). Al contempo, l’osservazione della differente attitudine a basarsi sulla rete di

parenti e conoscenti per chi proviene da diversi - che ha caratteristiche di

background

non linearità, essendo maggiore fra i figli dei lavoratori ad alta qualifica e dei blue-col-

rispetto a chi discende da segnala, in linea con le teorie prima ricor-

lars white-collars -

date, l’esistenza di possibili eterogeneità sulle caratteristiche della relazione informale

fra individui ad alto o basso background.

Tab. 12 REGRESSIONE LOGIT SULLA PROBABILITÀ DI AVER TROVATO L’ATTUALE

LAVORO MEDIANTE IL CANALE INFORMALE

Modello 1 Modello 2

Coefficiente P value Coefficiente P value

Età -0,0419 0,002 -0,0305 0,036

Donna 0,3760 0,001 0,3605 0,008

Nord-Ovest -0,1265 0,382 -0,4250 0,006

Nord-Est -0,1521 0,333 -0,3528 0,040

Centro 0,0630 0,700 -0,1948 0,280

Immigrato 1,0139 0,039 0,6805 0,204

Al più diploma secondario inferiore 0,8569 0,000 0,6367 0,000

Laurea -0,8182 0,000 -0,4949 0,022

Voto alto -0,1295 0,339 -0,0498 0,737

Bocciato -0,0719 0,590 -0,0921 0,516

Genitore dirigente/professionista 0,5763 0,025 0,5850 0,037

Genitore imprenditore 0,7599 0,002 0,9590 0,001

Genitore artigiano/commerciante 0,1374 0,448 0,2719 0,158

Genitore blue-collar 0,3870 0,008 0,3341 0,035

Part-time 0,786 0,1559 0,387

Servizi 0,0054 0,970

Settore pubblico -2,4968 0,000

Parasubordinato 0,0682 0,790

Autonomo -1,4618 0,000

Costante 0,1573 0,000 0,5537 0,000

Numero di osservazioni 4.303 4.303

143,92 306,88

χ

2

Wald 0,000 0,000

> χ 2

Prob. 0,066 0,1841

2

Pseudo R

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

Per valutare tale aspetto si è quindi condotta un’ulteriore regressione sui redditi an-

nui da lavoro in cui si sono inserite delle di interazione fra l’origine (classifica-

dummies

- 37 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

36

ta in base a 3 categorie) e la variabile binaria relativa all’aver trovato o meno l’attuale

occupazione tramite relazioni informali (la variabile di riferimento è data dal caso dei di-

scendenti di che non hanno usato il canale informale).

blue-collars

Tab. 13 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO CON DUMMIES

SULL’INTERAZIONE FRA CANALE INFORMALE E BACKGROUND

Dipendenti Autonomi e dipendenti

Donna -0,260*** -0,270***

Immigrato 0,049 0,082

Anzianità lavorativa 0,013*** 0,024***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,001***

Nord-Ovest 0,070*** 0,184***

Nord-Est 0,109*** 0,154***

Centro 0,098*** 0,159***

Part-time -0,426*** -0,444***

Al più diploma secondario inferiore -0,104*** -0,122***

Laurea 0,137*** 0,212***

Anzianità di servizio 0,006*** 0,005***

Manager 0,157*** 0,110***

Professionista -0,044

Imprenditore 0,106***

Artigiano-commerciante -0,053*

Blue-collar -0,114*** -0,061***

Genitore manager + informale -0,090** 0,104**

Genitore manager + formale 0,049* 0,016

Genitore white-collar + informale -0,057*** -0,014

Genitore white-collar + formale 0,009 0,033

Genitore blue-collar + informale -0,030* -0,061**

Parasubordinato -0,633***

Costante 9,810 9,669

Numero di osservazioni 3.302 4.303

F 141,82 74,26

Prob. > F 0,000 0,000

0,437 0,276

2

R 0,434 0,273

2

R corretto

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

36 Come descritto in precedenza, la classificazione in tre categorie è basata sulle seguenti modalità: manager (dirigenti,

professionisti e imprenditori), white-collar (inclusi artigiani e commercianti) e blue-collar.

- 38 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

Fra i dipendenti si conferma come, per ogni origine, il canale informale sia associato

37

a minori salari . Tuttavia, analogamente a quanto visto nelle analisi precedenti, il quadro

cambia sostanzialmente quando si includono anche i redditi da attività autonome, in cui è

forse maggiore lo spazio per esprimere le relazioni sociali più “produttive” per chi pro-

viene da un contesto più favorevole: in questo caso, infatti, chi proviene dalle origini più

qualificate e si affida alle reti informali riceve un salario ben più elevato di chi, con le

stesse origini, non vi si affida (per i figli di e è invece confermato il

white blue-collars

differenziale a vantaggio di chi usa canali formali di accesso al lavoro).

CONCLUSIONI

Il processo di trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze è molto com-

plesso, è mediato dal funzionamento di numerosi canali (economici, familiari/culturali,

sociali), si snoda in diverse fasi della vita degli individui e può essere valutato da diversi

punti di vista, tra cui i principali solitamente considerati sono il livello di istruzione, la

qualifica occupazionale ed i redditi da lavoro e/o familiari (Franzini, Raitano, 2008).

Per indagare tale processo e valutare in quale misura i tre suddetti aspetti siano con-

dizionati dal familiare, nel presente lavoro si è proposta un’analisi empirica

background

sull’Italia, condotta sul sotto-campione degli occupati della fascia d’età 35-49 anni rile-

vato nell’indagine ISFOL-PLUS del 2006. Come variabile rappresentativa delle origini

ci si è concentrati sul gruppo occupazionale dei genitori (definito in base alla classifica-

zione delle professioni ISCO-88), che rappresenta una buona di una serie di aspetti

proxy

- reddito familiare, preferenze e stili di vita del nucleo di origine, sociale di rife-

network

rimento - che possono influenzare in maniera cruciale le prospettive dei figli.

Il lavoro si è sviluppato dapprima osservando, tramite tavole di mobilità intergene-

razionale, la persistenza delle occupazioni fra genitori e figli e, successivamente, inda-

gando, mediante analisi econometriche via via più dettagliate, le determinanti delle

occupazioni e dei redditi da lavoro, in modo da valutare se, a parità di caratteristiche in-

dividuali, le origini condizionino le prospettive professionali e salariali della prole.

L’associazione statistica evidenziata dalle tavole di mobilità, assoluta e relativa, ha

confermato come l’Italia sia un paese a limitata mobilità occupazionale. La maggiore

probabilità per i figli di ricadere nello stesso gruppo professionale dei genitori è stata

37 Per l’Italia Ballarino, Bratti (2009) e Sylos Labini (2005) hanno valutato, per diverse origini familiari (o diverse tipologie

di relazione informale, seguendo un approccio a là Granovetter), l’effetto sui salari dei neo-laureati di chi usa il canale

informale rispetto a chi segue meccanismi formali, rilevando come, in generale, il canale informale sia sempre associato

a minori salari, ma lo svantaggio relativo derivante dal suo utilizzo sia significativamente maggiore per chi proviene da

background più svantaggiati. - 39 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

inoltre confermata anche dalle analisi multivariate, e segnala come la persistenza occu-

pazionale costituisca un primo cruciale meccanismo di riproduzione intergenerazionale

delle diseguaglianze.

Si è poi valutato in quale misura chi proviene da contesti più favorevoli tenda a per-

cepire compensi più elevati e si è verificato che, considerando i redditi da lavoro del

complesso degli occupati (autonomi e dipendenti), discendere da genitori ad alta qualifi-

ca occupazionale garantisce un premio salariale anche a parità di istruzione e professione

dei figli. Per i lavoratori dipendenti, la maggiore retribuzione di chi proviene da origini

migliori sembra invece legata essenzialmente al vantaggio in termini di titolo di studio

conseguito e professione raggiunta.

Infine, per distinguere alcuni dei molteplici aspetti che possono influire sul vantag-

gio occupazionale e salariale goduto da chi proviene da un migliore si è ve-

background,

rificato se i privilegi in questione siano imputabili alla somiglianza dell’occupazione

svolta da genitori e figli o alle reti informali di parenti, conoscenti e amici nella fase di

accesso al lavoro e si è osservato che, fra i lavoratori più qualificati, migliori origini ga-

rantiscono un maggior reddito da lavoro e che (considerando insieme redditi da lavoro

autonomo e dipendente) chi proviene da più qualificati riesce a raggiungere,

background

grazie alla rete di relazioni sociali a cui ha accesso, occupazioni meglio retribuite.

In definitiva emerge come, a dimostrazione della complessità del fenomeno della

propagazione intergenerazionale della diseguaglianza, la considerazione di effetti medi

sull’intera popolazione tenda a nascondere molte delle specifiche dinamiche del proces-

so di trasmissione. I possibili meccanismi alla base di tale processo (in le opportu-

primis

nità attivabili mediante le reti informali) sono infatti fortemente eterogenei e background

e vanno quindi indagati studiando in dettaglio le interazioni fra le diverse origini

specific

e i vari canali di trasmissione.

In termini di reddito da lavoro, in qualsiasi modo si identifichino il e le

background

interazioni fra questo ed i fattori di trasmissione, il trasferimento dei vantaggi è molto più

evidente se nel campione stimato sono inclusi anche i lavoratori autonomi (i cui compen-

si sono, tuttavia, spesso imputati nella banca dati utilizzata dato l’alto numero di mancate

38

risposte) . Questa regolarità - che merita ulteriori approfondimenti, anche per valutare il

ruolo vincolante svolto da una serie di elementi quali le modalità di accesso agli ordini

professionali, la trasmissione ereditaria delle attività autonome e, più in generale, le forti

imperfezioni dei mercati dei capitali - porta dunque a ritenere che in Italia molte delle di-

seguaglianze intergenerazionali si trasmettono sia attraverso maggiori possibilità di ac-

cesso al lavoro autonomo e alla libera professione (attività il cui peso fra gli occupati è,

38 L’elevata correlazione intergenerazionale dei redditi di genitori e figli che, in comparazione internazionale, pone l’Italia

come uno dei paesi più rigidi (Franzini, Raitano, 2008) potrebbe quindi essere significativamente sottostimata dato che le

stime per l’Italia si basano unicamente sui salari da lavoro dipendente (Piraino, 2007; Mocetti, 2007).

- 40 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

peraltro, nettamente maggiore che nella media dei paesi UE), sia, ulteriormente, median-

te un premio salariale (una sorta di rendita) che viene ricevuto dagli autonomi provenien-

ti da favorevoli, anche grazie ai loro contatti con più

background social networks

influenti.

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Series, - 44 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che

uniforme

PREMESSA

Il timore di vedere ridotta la propria autonomia personale, o comunque di perdere la

capacità di svolgere alcune funzioni essenziali nello svolgimento della vita quotidiana,

probabilmente ha sempre suscitato apprensione. Tuttavia, di recente si è diffusa una par-

ticolare inquietudine nel nostro Paese, dovuta al contemporaneo verificarsi di due feno-

meni: da un lato, l’invecchiamento della popolazione espone maggiormente gli individui

al rischio di sperimentare, nella propria vita, periodi in cui la piena autosufficienza non è

garantita; dall’altro, i cambiamenti nella struttura della famiglia rendono più difficile e

meno scontato il sostegno da parte dei parenti.

In Italia non si è peraltro realizzata una piena e diffusa presa in carico di questi pro-

blemi da parte di un adeguato sistema di servizi pubblici, e soprattutto vi sono differenze

significative tra le possibilità di accesso a prestazioni e aiuti in kind tra una Regione e

l’altra (si veda Longo, Tediosi, 2009; Gori, 2008; Age.na.s., 2009).

L’introduzione di un sistema generalizzato di garanzia della long term care - sia

pure differenziato a livello regionale nella gestione e organizzazione - è da più parti au-

spicata dalla metà degli anni novanta, ma viene frenata dai vincoli di bilancio della finan-

za pubblica, da un lato, e dall’altro lato dall’attuale impostazione volta a contenere la

pressione fiscale, che contrasta con l’ipotesi di creare una qualche nuova forma di contri-

buzione/imposta per finanziare i servizi e/o per attivare un’assicurazione obbligatoria

contro il rischio di non autosufficienza.

Pertanto, malgrado le nuove caratteristiche del nucleo familiare (la riduzione del nu-

mero di componenti, la maggiore frequenza di interruzione dei legami e ricomposizione,

la partecipazione femminile al mercato del lavoro) rendano più difficile la gestione di

questi problemi, le famiglie si trovano spesso a fornire da sole, o con aiuti limitati da par-

te dei servizi pubblici, l’assistenza ai non autosufficienti, sostenendo i relativi oneri per

circa la metà, secondo recenti stime (Pesaresi, 2008). Tali oneri consistono principalmen-

te nelle rette pagate agli istituti di ricovero e nella remunerazione di servizi privati domi-

ciliari, in particolare le cosiddette “badanti”; vi è poi il costo in termini di tempo speso

- 45 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

dai familiari - spesso le donne - che trovano in questo necessario impegno un ostacolo

alla partecipazione al mercato del lavoro (si veda su quest’ultimo aspetto il sesto capitolo

del presente Rapporto).

Tuttavia, qualunque ragionamento sulle condizioni dei soggetti che non godono di

piena autonomia nella vita quotidiana, e sulle politiche per migliorarne l’esistenza e alle-

viare il peso dell’assistenza per le famiglie, deve partire da un’analisi della platea dei

soggetti coinvolti. Le informazioni in proposito si sono significativamente accresciute

grazie alle analisi multiscopo dell’ISTAT, in particolare quella sulle Condizioni di salute

e il ricorso ai servizi sanitari.

Preliminarmente ad ogni approfondimento, va osservato peraltro che la definizione

di non autosufficienza non è univoca. In genere si fa riferimento alla riduzione dell’auto-

nomia personale, non temporanea, legata ad una qualche menomazione, malattia cronica

fisica o mentale (ma in qualche caso anche a solitudine, indigenza), tale da richiedere

qualche forma di aiuto/assistenza nelle attività della vita quotidiana (ma anche di relazio-

ne); spesso, curiosamente, si collega tale situazione all’età avanzata, quasi il problema

non esistesse nelle fasce più giovani, e questo probabilmente perché ci si preoccupa di

delimitare il campo delle politiche e degli interventi al settore della popolazione più col-

pito. Per valutare il grado di autonomia si fa riferimento ad un qualche insieme di capaci-

tà funzionali e motorie, come le ADL (Activities of Daily Living), e ad una scala di

gradazione del disagio.

A livello internazionale non esiste uno standard riconosciuto (Age.na.s., 2009), ma

al contrario le definizioni di non autosufficienza differiscono in base al numero di ADL

che non vengono svolte autonomamente e al grado di difficoltà considerato o alla scala

di valutazione usata (le più note sono l’Indice di Katz e gli indici di Barthel); alcuni paesi

(ad esempio il Regno Unito) preferiscono fare riferimento anche alle IADL (Intrumental

Activities of Daily Living), ovvero le difficoltà connesse all’uso di strumenti e di tipo re-

lazionale (dall’uso del telefono a quello dei mezzi di trasporto, dal fare la spesa alla ge-

stione delle proprie finanze).

Le definizioni variano anche a livello regionale/locale, quando si tratta di indicare i

criteri di selezione di coloro che possono ottenere determinate prestazioni. Dal punto di

vista normativo, dopo la creazione del Fondo nazionale per le non autosufficienze si os-

serva una ripresa delle procedure di valutazione orientate in modo multidimensionale, e

in generale una revisione delle impostazioni regionali, ma non si è arrivati ad una classi-

ficazione ed un sistema di valutazione uniformi; a volte sono previsti criteri preselettivi

basati su una qualche certificazione di non autosufficienza (ad esempio quella dell’in-

dennità di accompagnamento) o sulla condizione economica (ISEE). In genere il punto

di partenza sono le abilità funzionali e motorie, valutate con scale e criteri differenziati

tra Regioni, mentre le abilità strumentali hanno un ruolo secondario (Gori, 2008).

- 46 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

L’indagine ISTAT adotta la definizione di disabilità, piuttosto che di non autosuffi-

cienza, intesa come «la riduzione o la perdita di capacità funzionali o dell’attività conse-

1 .

guente alla menomazione»

Di seguito proponiamo un contributo all’analisi delle condizioni dei soggetti disabi-

li, che si aggiunge ad altri studi sulla materia, come quelli dell’ISTAT (Solipaca, 2009),

dell’Age.na.s. (2009), del Gruppo di coordinamento per la demografia (Ongaro e Salvini,

2009). Nel prossimo paragrafo si delineano rapidamente le caratteristiche essenziali della

popolazione con disabilità (nella dizione ISTAT), distinguendo anche un gruppo di “qua-

si disabili”; quindi (terzo paragrafo) si approfondisce l’esplorazione attraverso metodo-

logie del tipo analisi fattoriale e cluster analysis, per verificare se sia possibile dipingere

un quadro omogeneo, o se ci si trovi di fronte a gruppi con comportamenti e problemi

molto diversi. Come vedremo, l’oggetto dello studio è più eterogeneo di quanto si possa

pensare, comprendendo individui con diversi gradi di disabilità, giovani e adulti oltre che

anziani, soggetti in grado di partecipare al mondo del lavoro e pensionati, persone in gra-

do di sostentarsi economicamente e altri che hanno bisogno di aiuto, individui che risie-

dono con nuclei familiari ampi e tante persone che vivono sole. Queste ultime

considerazioni saranno riprese nelle conclusioni.

LA DISABILITÀ NELLA POPOLAZIONE ITALIANA

Il fenomeno della disabilità «è una condizione difficile da identificare per chi è chia-

mato a produrre statistiche sulla popolazione e questa difficoltà nasce già dalla sua defi-

nizione che non coinvolge solo le limitazioni nelle funzioni fisiche e mentali di un

individuo, ma anche i fattori ambientali e culturali che lo circondano. Tale complessità è

testimoniata anche dalla Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabi-

lità e della Salute (ICF), elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001,

che propone un nuovo punto di vista per il concetto di disabilità. Infatti, questa viene de-

finita come “la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di

salute di un individuo e i fattori personali e i fattori ambientali che rappresentano le cir-

costanze in cui vive l’individuo”» (Baldassarre, 2009, p. 1).

Questa natura fortemente multidimensionale del fenomeno e la contemporanea as-

senza o grave insufficienza di informazioni da fonti amministrative comporta un quasi

esclusivo ricorso alle indagini campionarie. La fonte principale di questo tipo di informa-

zioni è attualmente in Italia l’indagine ISTAT Multiscopo 2004-2005 sulle Condizioni di

1 La definizione è quella riportata nella documentazione tecnica e descrizione dei files dell’Indagine Multiscopo sulle

Famiglie “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”, ISTAT, 2005.

- 47 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

salute della popolazione italiana, all’interno della quale, oltre alle informazioni sullo sta-

to di salute, sul ricorso ai servizi sanitari, sulla presenza di eventuali fattori di rischio o

sulle azioni preventive operate dagli intervistati, si rilevano un insieme di indicazioni che

consentono di individuare l’insieme della popolazione disabile, ovvero tutte quelle per-

sone che «escludendo le condizioni riferite a limitazioni temporanee, hanno dichiarato di

non essere in grado o di avere molta difficoltà nello svolgere le abituali funzioni quoti-

diane, pur tenendo conto dell’eventuale ausilio di apparecchi sanitari (protesi, bastoni,

occhiali, ecc.). Le funzioni essenziali della vita quotidiana comprendono: le Attività del-

la Vita Quotidiana (ADL: autonomia nel camminare, nel salire le scale, nel chinarsi, nel

coricarsi, nel sedersi, vestirsi, lavarsi, fare il bagno, mangiare), il confinamento a letto, su

2

.

una sedia (non a rotelle) o in casa, e le difficoltà sensoriali (sentire, parlare, vedere)»

A seconda della sfera di autonomia funzionale compromessa, l’ISTAT definisce

quattro tipologie di disabilità:

- confinamento, ovvero la costrizione permanente a letto, su una sedia (non a rotelle) o

nella propria abitazione a causa di motivi fisici o psichici;

- difficoltà nel movimento, ovvero la difficoltà nel camminare o nel salire e scendere da

soli una rampa di scale (fare soltanto qualche passo senza bisogno di soste) oppure non

riuscire a chinarsi per raccogliere oggetti in terra;

- difficoltà funzionali, che riguardano l’assenza di autonomia nello svolgimento delle es-

senziali attività quotidiane o di cura della persona quali mettersi a letto o sedersi da

soli, vestirsi, lavarsi, farsi il bagno o la doccia da soli, mangiare da soli tagliandosi il

cibo;

- difficoltà nella comunicazione, che comprendono limitazioni nel sentire (non riuscire a

seguire una trasmissione televisiva anche alzando il volume nonostante l’uso di appar-

ecchi acustici), nel vedere (non riconoscere un amico ad un metro di distanza) e le dif-

ficoltà nella parola (non essere in grado di parlare senza difficoltà).

In base a tali definizioni, si stima una popolazione italiana disabile di circa 2 milioni

e seicentomila unità, pari al 4,8% della popolazione italiana di 6 anni e più, dove tale in-

sieme di soggetti è considerato disabile in quanto presenta almeno un grave impedimento

allo svolgimento della propria vita quotidiana. Tale popolazione non comprende i bambi-

ni di età inferiore a 6 anni, per i quali una misurazione attenta delle ADL è pressoché im-

possibile, né comprende le persone con disabilità ricoverate in istituti, e nemmeno sono

incluse tutte quelle persone che, pur soffrendo di un qualche tipo di disabilità mentale,

riescono tuttavia a svolgere autonomamente le attività essenziali della propria vita.

2 ISTAT, Studio sulla tematica della “non autosufficienza”, a cura del Sistema di Informazione Statistica sulla Disabilità,

p. 7, reperibile sul sito http://www.disabilitaincifre.it/descrizioni/Terzo%20rapporto%20non%20autosufficienza2.pdf .

- 48 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Tuttavia, in base alle risultanze Tab. 1 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E

PIÙ PER LIVELLO DI DISABILITÀ

dell’indagine Multiscopo, esiste un ulte- Valori assoluti %

riore insieme di soggetti, molto più ampio

del precedente, composto di circa Nessun problema 45.885.257 83,8

6.300.000 individui, cioè l’11,5% della Qualche problema 6.271.204 11,5

popolazione italiana di 6 anni e più, che Disabile 2.609.372 4,8

presentano una situazione di “quasi disa- Totale 54.765.833 100,0

3 - ovvero dichiarano almeno un

bilità” Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

lieve impedimento, spesso anche abba-

stanza serio, in una delle attività essenziali della propria vita - e che potrebbero nel tempo

veder aumentare il rischio di una vera e propria disabilità.

In definitiva, oltre il 16% della popolazione italiana con età maggiore o uguale a 6

anni deve affrontare quotidianamente più o meno gravi impedimenti allo svolgimento

della propria vita.

Passando ad esaminare lo stato generale di salute della popolazione italiana, si evi-

denzia chiaramente in tabella 2 come questo sia ovviamente in stretta relazione con il li-

vello di disabilità dei soggetti: i “quasi disabili” sono effettivamente anche da questo

punto di vista dei soggetti in condizione intermedia tra coloro che non hanno problemi di

disabilità, da un lato, e coloro che invece sono definiti disabili, dall’altro. Infatti, mentre

tra coloro che non mostrano alcun problema legato alle molteplici articolazioni della di-

sabilità il 73% dichiara uno stato di salute buono o ottimo (oltre il 95% di tutti quelli che

dichiarano di stare bene o molto bene non presenta limitazioni dovute alla disabilità), i

quasi disabili definiscono le proprie condizioni come discrete nel 60% circa dei casi,

mentre tra i disabili veri e propri oltre il 73% dei soggetti è in condizione discrete o catti-

ve e il 17,4% in condizioni pessime (questi ultimi rappresentano quasi i tre quarti di tutti

i soggetti in pessime condizioni di salute).

Tab. 2 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO DI

DISABILITÀ E STATO GENERALE DI SALUTE

Livello di disabilità

Stato generale di salute Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Molto bene 25,3 3,9 2,2 21,7

Bene 47,8 17,3 7,1 42,3

Discretamente 25,2 60,7 35,0 29,7

Male 1,6 16,6 38,3 5,1

Molto male 0,2 1,6 17,4 1,2

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

3 Anche Ongaro e Salvini (2009) considerano una popolazione di “quasi disabili”.

- 49 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

L’autonomia dei disabili e dei “quasi disabili” In questo riquadro si illustra la distri-

DISTRIBUZIONE DEI DISABILI PER buzione delle diverse situazioni “disabiliz-

TIPOLOGIA DI DISABILITÀ zanti” considerate nella valutazione delle

Valori

assoluti % Attività della Vita Quotidiana (ADL), distin-

(migliaia) guendo inoltre tra disabili e “quasi disabili”

Confinamento 1.142 43,8 (coloro che non dichiarano alcun problema

di cui: sono ovviamente esclusi da questa analisi).

solo confinamento 195 7,5 Innanzitutto osserviamo che il confina-

confinamento più almeno un'altra tipologia 946 36,3 mento (costrizione permanente a letta, su

Non confinamento 1.467 56,2 sedia non a rotelle o in casa) è la condizione

di cui: di più intensa disabilità e riguarda oltre

difficoltà nel movimento 385 14,8 1.140.000 soggetti, di cui ben l’83% pre-

difficoltà funzionali 437 16,8 senta almeno un’altra tipologia di disabi-

difficoltà nella comunicazione 217 8,3 lità.

due o più tipologie di difficoltà 428 16,4 Tra i disabili in situazione di non con-

Totale 2.609 100,0 finamento (circa un milione e mezzo), ben

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005. 430.000 circa, cioè il 30% (e il 16,4% di

tutti i disabili), soffrono di almeno due delle altre tre tipologie di disabilità.

Ma quali sono le condizioni dei “quasi disabili” rispetto a quelle appena descritte dei disa-

bili? Per poterlo valutare è necessario scendere al livello delle singole ADL, escludendo quelle

relative al confinamento e confrontando, in definitiva, le condizioni dei disabili che non soffrono il

confinamento con quelle della categoria da noi introdotta dei “quasi disabili” (i quali, evidente-

mente, sono tutti in condizione di non confinamento).

Dal confronto di queste distribuzioni emergono principalmente le seguenti caratteristiche:

- ferma restando l’assenza delle vere e proprie sordità tra i “quasi disabili”, l’incidenza di coloro

che devono alzare significativamente il volume per seguire una trasmissione televisiva è molto

simile tra le due distribuzioni;

- piuttosto serie risultano le condizioni di disagio dei “quasi disabili” relative al masticare senza

difficoltà, e soprattutto allo scendere e salire una rampa di scale senza fermarsi, al chinarsi per

raccogliere una scarpa, al percorrere un tratto senza effettuare soste: l’incidenza della difficoltà

lieve o seria - non quella più grave, che è sempre ad esclusivo carico della popolazione disabile

- non è molto più bassa di quella registrata tra i disabili, ed in alcuni casi è addirittura superiore

(si può osservare che circa la metà dei “quasi disabili” ha qualche difficoltà nello scendere e

salire una rampa di scale o nel chinarsi a raccogliere una scarpa, mentre quasi il 10% lo fa con

grande difficoltà);

- il carattere meno grave dei problemi che riguardano la popolazione “quasi disabile” emerge

soprattutto in relazione alle rimanenti attività funzionali e del movimento; tra queste, solamente

la difficoltà nel farsi il bagno o la doccia da solo viene segnalata dalla popolazione “quasi

disabile” con una frequenza che raggiunge il 20%, quando invece tra la popolazione definita

disabile oltre la metà ha assoluto bisogno dell’aiuto di qualcuno;

- difficoltà decisamente minime, sempre relativamente alla popolazione disabile, presentano i

“quasi disabili” rispetto al lavarsi le mani da soli ed al mangiare da soli anche tagliando il

cibo. - 50 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

LE DIFFICOLTÀ DEI DISABILI E “QUASI DISABILI”

DIFFICOLTA' NEL MOVIMENTO

“Quasi “Quasi

Distanza piu' lunga da solo Disabile Sedersi ed alzarsi da solo Disabile

disabile” disabile”

200 metri o più 73,8 39,2 Senza difficoltà 89,8 52,4

Meno di 200 mt. 26,2 35,4 Con difficoltà 10,2 39,1

Solo qualche passo 0,0 25,4 Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 8,5

Totale 100,0 100,0 Totale 100,0 100,0

“Quasi

Scendere e salire una rampa di scale “Quasi Disabile

Disabile Lavarsi mani e viso da solo disabile”

senza fermarsi disabile”

Si, senza difficoltà 41,1 19,2 Senza difficoltà 97,4 75,1

Si, con qualche difficoltà 50,7 24,4 Con difficoltà 2,6 17,4

Si, con molta difficoltà 8,2 30,5 Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 7,5

No 0,0 25,9 Totale 100,0 100,0

Totale 100,0 100,0

“Quasi Mangiare da solo anche “Quasi

Chinarsi a raccogliere una scarpa Disabile Disabile

disabile” tagliando il cibo disabile”

Si, senza difficoltà 42,2 22,2 Senza difficoltà 96,2 73,8

Si, con qualche difficoltà 48,7 21,6 Con difficoltà 3,8 16,1

Si, con molta difficoltà 9,1 26,3 Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 10,1

No 0,0 29,9 Totale 100,0 100,0

Totale 100,0 100,0

“Quasi “Quasi

Coricarsi ed alzarsi dal letto da solo Disabile Masticare senza difficoltà Disabile

disabile” disabile”

Senza difficoltà 83,6 40,6 Si, senza difficoltà 79,6 64,1

Con difficoltà 16,4 43,3 Si, con qualche difficoltà 17,9 26,1

Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 16,1 Si, con molta difficoltà 2,4 8,4

Totale 100,0 100,0 No 0,1 1,4

Totale 100,0 100,0

DIFFICOLTA' NELLE ATTIVITA' FUNZIONALI DIFFICOLTA' NEL SENTIRE, VISTA, PAROLA

“Quasi “Quasi

Vestirsi e spogliarsi da solo Disabile Segue televisione a volume consono Disabile

disabile” disabile”

Senza difficoltà 87,7 41,7 Si 81,5 67,8

Con difficoltà 12,3 40,2 No, deve aumentare il volume 18,5 19,9

Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 18,1 No 0,0 12,3

Totale 100,0 100,0 Totale 100,0 100,0

“Quasi “Quasi

Farsi bagno o doccia da solo Disabile Riconosce un amico a 4 metri Disabile

disabile” disabile”

Senza difficoltà 79,6 26,2 Si 90,8 77,0

Con difficoltà 20,4 23,4 No, solo da un metro 9,2 14,0

Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 50,4 No 0,0 9,0

Totale 100,0 100,0 Totale 100,0 100,0

“Quasi

Parla senza difficoltà Disabile

disabile”

Si, senza difficoltà 96,0 82,0

Si, con qualche difficoltà 3,4 11,1

Si, con molta difficoltà 0,6 3,9

No 0,0 3,0

Totale 100,0 100,0

- 51 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Per analizzare lo stato psicologico della popolazione italiana si è utilizzato un indice

costruito dall’ISTAT (Battisti et al., 2009) elaborato a partire dalle risposte ad alcune do-

mande dell’indagine Multiscopo. I valori dell’indice, che variano da un minimo di 7,5%

ad un massimo pari a 72%, sono stati suddivisi in classi.

Come era plausibile attendersi, anche lo stato psicologico degli individui risulta de-

cisamente connesso con il livello di disabilità, con una situazione nettamente migliore da

un punto di vista psicologico da parte dei soggetti senza problemi di disabilità rispetto ai

disabili e con i “quasi disabili” sempre in posizione intermedia.

Tuttavia, appare interessante - fermo restando i limiti connaturati a qualunque inda-

gine campionaria - la decisa inversione di tendenza che si registra all’interno della situa-

zione nettamente minoritaria di massimo benessere psicologico. Infatti all’aumentare del

livello di disabilità cresce l’incidenza di soggetti con una eccellente situazione psicologi-

ca: mentre in questo stato si trova lo 0,3% di coloro che non presentano alcun problema

di disabilità, questa incidenza sale all’1% tra i “quasi disabili” ed all’1,4% tra i disabili,

al punto che risulta disabile ben il 15% di tutti coloro che mostrano una eccellente salute

psicologica.

Tab. 3 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO DI DISABILITÀ

E INDICE DI STATO PSICOLOGICO

Livello di disabilità

Indice di stato psicologico Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Fino al 25% 1,7 4,4 13,8 2,6

25-45% 17,6 33,8 49,3 21,1

45-55% 42,8 38,7 23,4 41,3

55-65% 37,6 22,2 12,2 34,5

Oltre il 65% 0,3 1,0 1,4 0,5

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

Passando invece al rapporto tra disabilità e genere della popolazione si verifica im-

mediatamente come la disabilità e, allo stesso modo, la “quasi disabilità” siano problemi

che colpiscono in misura decisamente maggiore la popolazione femminile, dal momento

che risulta di genere femminile oltre il 66% dei disabili ed il 60% dei quasi disabili. Per

contro, la distribuzione per genere di coloro che non presentano problemi di disabilità ri-

sulta equipartita. Ciò porta, in definitiva, a rilevare tra le donne un tasso di disabilità qua-

si doppio rispetto agli uomini (6,1% contro 3,3%) ed un tasso di “quasi disabilità”

superiore di quasi una volta e mezza (13,3% contro 9,4%).

L’età è, notoriamente, una delle variabili più connesse con la condizione di disabili-

tà, con il tasso che si mantiene piuttosto stabilmente sotto il 2% per tutte le classi di età

non anziane e che inizia ad aumentare proprio dopo i 65 anni, toccando il 7,5% nella fa-

scia 65-74 anni, il 25% in quella 75-84 anni ed il livello massimo (pari a quasi il 60%)

- 52 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

nella fascia 85 anni e più; di conseguenza, quasi il 63% di tutti i disabili ha un’età supe-

riore ai 75 anni.

Tab. 4 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO

DI DISABILITÀ E GENERE

Livello di disabilità

Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Uomini 87,2 9,4 3,3 100,0

Donne 80,5 13,3 6,1 100,0

Totale 83,8 11,5 4,8 100,0

Uomini 50,4 39,9 33,8 48,4

Donne 49,6 60,1 66,2 51,6

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

Il tasso di “quasi disabilità”, invece, risulta stabile intorno al 2,5% fino ai 44 anni, e

poi inizia il percorso di crescita fino al massimo del 43,5% nella classe 75-84 anni. Inte-

ressante, inoltre, come oltre il 10% della popolazione nella fascia di età 45-64 anni mo-

stri problemi di “quasi disabilità”.

Tab. 5 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO

DI DISABILITÀ E CLASSE DI ETÀ

Livello di disabilità

Classe di età Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

% di riga

6-24 anni 96,5 2,5 1,1 100,0

25-44 anni 96,5 2,7 0,8 100,0

45-64 anni 87,7 10,5 1,9 100,0

65-74 anni 60,9 31,7 7,5 100,0

75-84 anni 31,6 43,5 24,9 100,0

85 anni e oltre 11,8 28,6 59,6 100,0

Totale 83,8 11,5 4,8 100,0

% di colonna

6-24 anni 23,3 4,3 4,5 20,2

25-44 anni 37,6 7,8 5,3 32,7

45-64 anni 28,0 24,5 10,6 26,8

65-74 anni 8,0 30,6 17,3 11,1

75-84 anni 2,8 28,0 38,6 7,4

85 anni e oltre 0,3 4,8 23,8 1,9

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

In definitiva, dai risultati dell’indagine sembra proprio che la disabilità nel suo com-

plesso si mantenga su tassi contenuti per l’intera durata della vita non anziana, crescendo

poi rapidamente durante il periodo della terza età.

Tuttavia, in un contesto di interdipendenza come questo, per comprendere appieno il

reale impatto dell’età sulla probabilità di essere o meno disabili (così come per qualsiasi

altra singola variabile), bisognerebbe depurare da tutti gli altri effetti concomitanti.

- 53 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

A mero titolo esemplificativo si vuole

Tab. 6 TASSO DI DISABILITÀ PER GENERE ED ETÀ

NELLA POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ mostrare come il maggior tasso di disabili-

Tasso di disabilità tà registrato tra le donne abbia una forte

Classe di età Odds

Uomini Donne influenza nel determinare i risultati della

(a) (b) (b/a) tabella precedente: la presenza femminile

6-24 anni 1,1 1,0 0,99 tra le classi di età più anziane risulta cla-

25-44 anni 0,8 0,7 0,88

45-64 anni 1,8 2,0 1,12 morosamente preponderante, con il 54%

65-74 anni 5,9 8,8 1,51 dei soggetti 65-74 anni, il 61% dei sogget-

75-84 anni 18,9 28,8 1,53 ti 75-84 anni ed il 69% dei soggetti di 85

85 anni e oltre 50,4 63,7 1,26

Totale 3,3 6,1 anni e più. Osservando la seguente tabella,

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005. che mostra il tasso di disabilità per classi

di età distinto per uomini e donne, risulta evidente la netta maggior crescita per le secon-

de rispetto ai primi della probabilità di essere disabile al crescere dell’età: se l’impatto

dell’aumentare dell’età sulla frequenza della disabilità per le donne fosse stato il medesi-

mo registrato per gli uomini, si sarebbe verificato un numero complessivo di circa

440.000 disabili in meno .

Infine, la distribuzione territoriale della disabilità in Italia mostra una complessiva

tendenza ad una maggior presenza di problemi legati alla disabilità nelle regioni meridio-

nali del Paese piuttosto che in quelle settentrionali.

Tab. 7 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO DI DISABILITÀ E REGIONE DI RESIDENZA

Livello di disabilità

Regione di residenza Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Piemonte 84,4 10,9 4,7 100,0

Valle d'Aosta 86,7 9,2 4,1 100,0

Lombardia 86,3 9,9 3,8 100,0

Bolzano 87,7 9,8 2,5 100,0

Trento 88,5 8,5 2,9 100,0

Veneto 85,4 10,4 4,2 100,0

Friuli 86,5 9,0 4,6 100,0

Liguria 82,1 12,2 5,7 100,0

Emilia 86,1 9,5 4,4 100,0

Toscana 82,2 12,6 5,3 100,0

Umbria 82,0 12,0 6,0 100,0

Marche 83,3 11,5 5,2 100,0

Lazio 85,3 10,3 4,4 100,0

Abruzzo 81,8 12,8 5,4 100,0

Molise 80,4 13,7 5,8 100,0

Campania 82,7 12,6 4,7 100,0

Puglia 80,9 13,5 5,6 100,0

Basilicata 80,4 13,8 5,8 100,0

Calabria 78,4 16,1 5,5 100,0

Sicilia 80,7 13,2 6,1 100,0

Sardegna 84,6 10,8 4,6 100,0

Totale 83,8 11,5 4,8 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005. - 54 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Infatti, in Calabria si registra la più bassa presenza di popolazione senza problemi

di disabilità e la maggiore presenza di “quasi disabilità” (16,1%); di conseguenza, è ele-

vato il tasso di disabilità (5,5%) e l’incidenza complessiva della popolazione che presen-

ta almeno qualche problema legato alla disabilità è pari a oltre il 21,6 per cento.

Il più alto tasso di disabilità è rilevato in Sicilia (6,1%), mentre in Molise, Puglia e

Basilicata si registra ancora una presenza di quasi il 20% di soggetti in qualche modo

gravati da disabilità. Per contro, l’impatto complessivamente minore del fenomeno disa-

bilità è rilevabile in Trentino, Valle d’Aosta e Friuli.

LE TIPOLOGIE DI DISABILI

Dopo aver distinto la popolazione italiana a seconda del livello di disabilità, passia-

mo ad esaminare più a fondo il mondo dei disabili, nel tentativo, soprattutto, di eviden-

ziare eventuali legami tra la disabilità e le loro condizioni di vita e/o socio-economiche e

demografiche.

In buona sostanza, a partire sempre dalle informazioni rilevate dall’indagine Multi-

scopo 2004/2005, si è tracciato un profilo della popolazione disabile italiana in base alle

seguenti variabili:

condizioni di stato

- tipo di disabilità (disagio nel movimento; disagio nella vista, nell’udito, nella parola;

confinamento; disagio funzionale);

- stato generale di salute;

- indice di stato di salute;

- indice di stato psicologico;

condizioni demografiche e abitative

- genere;

- classe di età;

- regione di residenza;

- titolo di studio;

- stato civile;

- numero di componenti il nucleo familiare;

- tipologia familiare;

- tipologia dell’abitazione; - 55 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

condizioni socio-economiche

- condizione professionale;

- ha lavorato in passato;

- fonte principale di reddito;

- livello di adeguatezza del reddito,

In base a questo insieme di variabili sono state condotte una analisi fattoriale e una

successiva cluster analysis al fine di individuare la presenza di gruppi tipologici di disa-

bili, dove ciascun gruppo rappresenta, in qualche modo, una maniera differente di vivere

concretamente con la propria disabilità.

Il risultato del percorso elaborativo e di analisi dei dati ha portato all’individuazione

di 6 gruppi tipologici.

Innanzitutto osserviamo che i primi tre gruppi rappresentano le diverse caratterizza-

zioni legate alla disabilità in età non anziana (<65 anni), mentre i restanti tre gruppi

rappresentano quelle legate alla disabilità in età anziana. L’ordine dei gruppi, inoltre,

risulta sostanzialmente orientato dallo stato di salute complessivo, ordinato dal migliore

al peggiore.

Il primo gruppo, esiguo nella sua numerosità, con il 3,1% della popolazione disabile

(per una stima di circa 81.000 soggetti), risulta fortemente contraddistinto in primo luogo

dalla giovanissima età, compresa tra i 6 ed i 24 anni di tutti i suoi componenti; gli appar-

tenenti a questo gruppo rappresentano così circa il 70% di tutti i disabili in questa classe

di età.

I giovani componenti del primo gruppo risultano raramente colpiti da disagi nel

movimento, nella vista, nella parola o nell’udito o costretti al confinamento (circa il 10%

di loro soffre di questi problemi, contro una media generale che va da circa il 45% per

disagi nel movimento e confinamento al 20% circa per l’altro gruppo di problemi),

mentre quasi tutti (85% nel gruppo, contro una media generale del 64%) soffrono di un

disagio funzionale.

Il loro stato di salute, grazie anche alla loro giovanissima età, è decisamente il

migliore tra quelli rilevati nei gruppi, dal momento che oltre l’82% dei componenti

dichiara di sentirsi complessivamente molto bene o bene.

Si osserva una presenza appena più consistente del genere maschile, mentre

complessivamente tra i disabili vi è una netta preponderanza femminile. Inoltre, gli

appartenenti al primo gruppo vivono quasi tutti in famiglie numerose del tipo genitori

con due o più figli, con risorse a disposizione giudicate complessivamente meno spesso

adeguate rispetto agli altri gruppi di disabili non anziani (il 49% dei componenti questo

primo gruppo giudica le risorse economiche a disposizione scarse o assolutamente

insufficienti). - 56 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

A livello territoriale, infine, si registra una presenza massima del primo gruppo in

Campania (oltre il 30% del gruppo) ed in Lombardia (16,7% del gruppo).

Il secondo gruppo, che rappresenta il 3,2% della popolazione disabile (per una stima

di circa 83.500 soggetti), è anch’esso caratterizzato dalla sostanziale assenza di soggetti

anziani, dal momento che l’89% dei suoi appartenenti ha un’età compresa nelle classi

centrali (25-64 anni), ma la forte peculiarità che lo identifica risiede nel fatto che tutti i

componenti sono occupati; la quasi totalità dei disabili occupati nel nostro Paese è

collocata in questo gruppo. In questo gruppo si osserva la maggiore presenza maschile

(oltre il 67% degli appartenenti al gruppo) e il reddito principale è per il 72% da lavoro

dipendente e per il 17% dei casi da lavoro autonomo. Questo gruppo mostra una netta

maggior disponibilità di reddito rispetto a tutti gli altri, con il 6,6% che dichiara di

disporre di un reddito ottimo e il 64,5% che dichiara di disporre di un reddito adeguato.

Per circa la metà dei casi anche in questo gruppo i disabili vivono all’interno di una

struttura familiare formata da coppie con figli, ma la dimensione del nucleo è mediamen-

te inferiore al gruppo precedente. Si osserva la massima presenza di laureati (14,1% nel

gruppo contro il 2,5% medio) e di diplomati (28,9% nel gruppo contro il 5,8% medio).

Dal punto di vista della disabilità, i componenti risultano come nel precedente caso

molto poco spesso gravati da situazioni di confinamento (solo il 18% del secondo grup-

po, contro una media generale del 44%), ma questa volta sono i meno colpiti da disagi

funzionali (21%, contro una media del 64%), e i più colpiti da disagi alla vista, parola,

udito, con ben il 43% del gruppo in questa condizione (la media complessiva è del

22,1%). Infine, il loro stato di salute e psicologico è decisamente elevato.

Il terzo gruppo racchiude il 15,3% della popolazione disabile, per una stima di circa

400.000 soggetti, ed anche in questo caso, come accennato in precedenza, la

distribuzione per età risulta molto spostata verso le classi non anziane (oltre il 64% degli

appartenenti al gruppo ha un’età inferiore ai 65 anni), così come la distribuzione per

genere risulta ancora a maggioranza maschile (55% di genere maschile e 45% di genere

femminile).

Per quanto riguarda le condizioni di disagio e di salute fisica e psicologica, questo

gruppo mostra condizioni peggiori dei due gruppi precedenti, ma migliori dei successivi.

Nei tre quarti dei casi il disabile di questo gruppo vive all’interno di una tipologia

familiare di coppia con figli, generalmente di tre o quattro componenti.

Nonostante il gruppo comprenda, come si è detto, una grande maggioranza di

soggetti non anziani, fortissima risulta la presenza di individui che si dichiarano ritirati

dal lavoro o inabili al lavoro (oltre il 70%), mentre il 55% dichiara di aver lavorato in

passato.

Per quanto riguarda la fonte di reddito principale il terzo gruppo, oltre a registrare la

presenza di un 58% di soggetti la cui fonte essenziale di sostentamento è la pensione,

- 57 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

mostra anche il più intenso bisogno di sostegno al reddito, dal momento che oltre il 30%

dei suoi appartenenti dichiara di essere mantenuto da parte dei parenti (la media generale

è pari al 7%), e il 12% di sostentarsi grazie a indennità e provvidenze (la media generale

è del 4%), tanto che il terzo gruppo comprende il 63% di tutti i disabili mantenuti dai

parenti ed il 46% di quelli che vivono principalmente con indennità e provvidenze.

Non a caso in questo terzo gruppo si registra la più elevata presenza di soggetti che

considerano assolutamente insufficienti le risorse economiche disponibili (10%, contro

una media generale inferiore all’8%).

Il quarto gruppo tipologico è il più numericamente consistente, rappresentando il

35,1% della popolazione disabile italiana, per una stima di circa 915.000 soggetti, e

costituisce la prima tipologia di disabili anziani che incontriamo. Infatti, la distribuzione

per età dei soggetti appartenenti al quarto gruppo risulta molto spostata verso le classi

più anziane e soprattutto verso quelle oltre 75 anni, al punto che ben l’83% dei

componenti vi appartiene.

Per quanto riguarda il tipo di disabilità, massima risulta in questo gruppo la presenza

di soggetti con un disagio nel movimento (circa il 53% degli appartenenti al quarto grup-

po soffre di tale condizione), mentre la presenza delle altre tipologie di disagio risulta in

linea con la media generale.

Lo stato di salute e psicologico dei soggetti del quarto gruppo appare decisamente

peggiore di quello dei gruppi precedenti, ma complessivamente migliore rispetto agli ul-

timi due gruppi, su cui ci si soffermerà tra poco. Infatti, a fronte di un 45% di soggetti

che dichiara uno stato generale di salute almeno discreto, si registra un 41% che afferma

di stare male ed un 14% che risponde di stare molto male.

Il quarto gruppo risulta fortemente caratterizzato da soggetti che vivono da soli

(99%), e raggruppa sostanzialmente tutti i disabili italiani in questa condizione. Coeren-

temente, lo stato civile di questi soggetti, data anche l’età avanzata, risulta nella gran

maggioranza dei casi quello di vedovo, anzi di vedova, visto che ben l’85% degli appar-

tenenti al gruppo è di genere femminile.

Circa i due terzi degli appartenenti al gruppo hanno lavorato in passato e quasi tutti

vivono della propria pensione, che fornisce risorse giudicate nel 52% dei casi inadeguate

al sostentamento (la quota di soggetti insoddisfatti rispetto alla propria condizione eco-

nomica è la più alta tra tutti i gruppi).

Il quinto gruppo comprende il 25,8% della popolazione disabile, per una stima di

674.000 unità, ed è costituito per il 92% dei casi da soggetti anziani, estremamente con-

centrati particolarmente nelle classi tra 65 e 84 anni (circa il 75% del gruppo, contro una

media generale del 56% circa), al punto che il gruppo include il 45% di tutti i disabili

nella classe di età 65-74 anni. - 58 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Il gruppo risulta a maggioranza maschile (54%) e si trova complessivamente in uno

stato di salute che risulta essere - insieme a quello del sesto gruppo - il peggiore, con il

23% che dichiara di stare molto male ed il 41% che afferma di stare male. Tuttavia, lo

stato psicologico dei componenti di questo quinto gruppo sembra leggermente migliore

di quello del sesto.

Quasi tutti coniugati, i componenti del quinto gruppo vivono in linea di massima

con il proprio coniuge, ma senza figli, e risultano nella stragrande maggioranza degli ex-

lavoratori (quasi l’80% dei componenti dichiara di aver lavorato in passato).

Anche in questo caso elevatissima è la presenza della pensione come fonte di reddi-

to principale (89% dei componenti del quinto gruppo), tuttavia si rileva la più elevata

quota, tra i disabili anziani, di soggetti che si affidano al sostegno da parte dei familiari

(l’8,4% dichiara in tal senso), mentre il giudizio sulle risorse disponibili sembra essere

migliore rispetto a quello del gruppo precedente.

Il sesto gruppo, l’ultimo, racchiude il restante 17,5% della popolazione disabile ita-

liana, per una stima di 456.000 unità, e comprende la massima presenza di ultraottanta-

cinquenni (quasi il 39% dei componenti), a cui si affianca una molto consistente

presenza di soggetti in età compresa tra 75 e 84 anni (43%). Anche a causa di ciò, il

gruppo mostra la più elevata presenza femminile (87%) ed è caratterizzato da uno stato

di salute non buono (oltre il 62% dichiara di stare male o molto male), simile a quello del

gruppo precedente - se non leggermente migliore nel suo complesso -, ma cui corrispon-

de una condizione psicologica leggermente peggiore. Vero è, peraltro, che in questo

gruppo si presenta la massima incidenza dei casi di confinamento (59%) oltre a una ele-

vatissima diffusione del disagio funzionale (78%).

Come per il quarto gruppo, anch’esso caratterizzato dalla fortissima presenza di

donne molto anziane, la stragrande maggioranza dei componenti del sesto gruppo risulta

vedovo/a (79%), ma a differenza dei soggetti del quarto gruppo, questi vivono tutti in nu-

clei familiari di almeno due componenti.

Elevatissimo, anche in questo caso, è il peso della pensione sul reddito (per il 95%

la pensione è la fonte di reddito principale).

Infine, il sesto gruppo esprime, tra le tipologie di disabili anziani o molto anziani, il

migliore giudizio sull’adeguatezza delle risorse a propria disposizione, dal momento che

queste vengono giudicate appropriate da oltre il 61% dei componenti.

- 59 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 7 IL DISAGIO E LO STATO FISICO E PSICOLOGICO DEI GRUPPI

Disagio nel movimento per Gruppi

Disagio nel movimento Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,7 2,5 13,4 39,0 27,2 17,2 100,0

Si % colonna 10,0 37,0 41,6 52,8 50,2 46,8 47,5

% riga 5,3 3,9 17,1 31,5 24,5 17,7 100,0

No % colonna 90,0 63,0 58,4 47,2 49,8 53,2 52,5

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Disagio nella vista, nell'udito, nella parola per Gruppi

Disagio vista, udito, parola Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,7 6,2 17,4 32,6 24,2 17,9 100,0

Si % colonna 12,5 42,7 25,1 20,5 20,7 22,6 22,1

% riga 3,5 2,4 14,7 35,8 26,3 17,4 100,0

No % colonna 87,5 57,3 74,9 79,5 79,3 77,4 77,9

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Confinamento per Gruppi

Confinamento Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,6 1,3 14,3 35,5 24,9 23,5 100,0

Si % colonna 7,8 17,6 40,9 44,2 42,2 58,8 43,7

% riga 5,1 4,7 16,1 34,8 26,6 12,8 100,0

No % colonna 92,2 82,4 59,1 55,8 57,8 41,2 56,3

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Disagio funzionale per Gruppi

Disagio funzionale Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 4,1 1,1 13,0 35,4 25,1 21,3 100,0

Si % colonna 84,5 21,3 54,3 64,5 62,3 78,1 64,0

% riga 1,3 7,0 19,4 34,5 27,0 10,6 100,0

No % colonna 15,5 78,7 45,7 35,5 37,7 21,9 36,0

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 60 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Segue Tab. 7 IL DISAGIO E LO STATO FISICO E PSICOLOGICO DEI GRUPPI

Stato di salute generale per Gruppi

Stato di salute generale Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 46,2 16,5 18,8 5,4 6,0 7,0 100,0

Molto bene % colonna 32,5 11,2 2,7 0,3 0,5 0,9 2,2

% riga 21,8 14,7 25,9 19,6 10,9 7,1 100,0

Bene % colonna 50,0 32,3 12,0 4,0 3,0 2,9 7,1

% riga 0,9 3,4 14,1 40,8 23,6 17,2 100,0

Discretamente % colonna 10,3 37,2 32,1 40,8 32,0 34,5 35,0

% riga 0,2 1,1 14,3 37,1 27,7 19,5 100,0

Male % colonna 3,1 13,6 35,8 40,5 41,1 42,9 38,3

% riga 0,7 1,0 15,4 29,1 34,7 19,0 100,0

Molto male % colonna 4,1 5,7 17,5 14,4 23,3 18,9 17,4

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Indice di stato fisico per Gruppi

Indice di stato fisico Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,2 1,3 14,6 35,1 28,1 20,7 100,0

Fino 25% % colonna 2,0 13,7 33,0 34,7 37,7 41,1 34,6

% riga 0,1 2,1 14,1 38,9 26,7 18,0 100,0

25-45% % colonna 2,2 34,7 49,4 59,5 55,5 55,2 53,6

% riga 0,2 12,8 26,2 28,4 23,1 9,2 100,0

45-55% % colonna 0,4 25,1 10,8 5,1 5,6 3,3 6,3

% riga 5,2 31,6 39,1 10,1 11,4 2,5 100,0

Oltre 55% % colonna 4,5 26,5 6,9 0,8 1,2 0,4 2,7

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 90,9 2,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Indice di stato psicologico per Gruppi

Indice di stato psicologico Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,9 14,5 32,9 32,5 19,1 100,0

Fino 25% % colonna 3,9 12,7 12,6 16,8 14,6 13,4

% riga 0,1 1,9 15,0 36,6 25,9 20,6 100,0

25-45% % colonna 1,3 27,9 46,7 50,0 48,1 56,4 47,9

% riga 0,2 5,0 16,1 38,7 26,2 13,7 100,0

45-55% % colonna 1,7 35,6 24,0 25,1 23,1 17,9 22,8

% riga 1,5 8,0 19,4 32,8 23,5 14,8 100,0

Oltre 55% % colonna 6,2 32,6 16,6 12,3 12,0 11,1 13,1

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 90,9 2,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 61 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 8 LA DEMOGRAFIA DEI GRUPPI

Genere per Gruppi

Genere Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 4,7 6,4 25,1 15,7 41,5 6,6 100,0

Uomini % colonna 51,1 67,3 55,3 15,1 54,4 12,9 33,8

% riga 2,3 1,6 10,3 45,0 17,8 23,0 100,0

Donne % colonna 48,9 32,7 44,7 84,9 45,6 87,1 66,2

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Età in classi per Gruppi

Età in classi Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 69,3 3,7 26,4 0,7 100,0

6-24 anni % colonna 100,0 5,1 7,7 0,2 4,5

% riga 20,1 76,9 1,5 0,4 1,2 100,0

25-44 anni % colonna 33,0 26,4 0,2 0,1 0,4 5,3

% riga 17,0 43,9 9,9 20,1 9,0 100,0

45-64 anni % colonna 55,9 30,2 3,0 8,2 5,4 10,6

% riga 0,4 15,3 27,4 44,5 12,3 100,0

65-74 anni % colonna 2,0 17,3 13,6 29,9 12,2 17,3

% riga 0,3 5,9 44,2 30,2 19,5 100,0

75-84 anni % colonna 3,1 14,8 48,7 45,1 43,0 38,6

% riga 0,1 2,3 51,0 18,1 28,5 100,0

85 anni e oltre % colonna 1,0 3,6 34,5 16,7 38,8 23,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 62 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Segue Tab. 8 LA DEMOGRAFIA DEI GRUPPI

Regione di residenza per Gruppi

Regione di residenza Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,0 4,2 15,4 38,2 29,0 12,2 100,0

Piemonte % colonna 2,2 9,6 7,3 7,9 8,2 5,1 7,3

% riga 3,5 4,1 8,9 51,5 25,4 6,6 100,0

V.d'Aosta % colonna 0,2 0,2 0,1 0,3 0,2 0,1 0,2

% riga 4,0 4,5 13,0 38,3 22,2 18,0 100,0

Lombardia % colonna 16,7 18,2 11,0 14,1 11,1 13,3 12,9

% riga 1,8 3,9 15,7 34,3 23,9 20,4 100,0

Trentino % colonna 0,5 1,1 1,0 0,9 0,9 1,1 0,9

% riga 1,8 4,9 14,3 33,1 24,7 21,2 100,0

Veneto % colonna 4,0 10,6 6,5 6,6 6,7 8,5 7,0

% riga 1,9 3,7 14,2 46,6 20,3 13,3 100,0

Friuli % colonna 1,2 2,3 1,8 2,6 1,6 1,5 2,0

% riga 2,7 1,5 3,2 36,1 36,3 20,2 100,0

Liguria % colonna 2,9 1,6 0,7 3,4 4,6 3,8 3,3

% riga 1,7 3,0 14,8 35,2 28,0 17,4 100,0

Emilia % colonna 3,6 6,2 6,3 6,6 7,1 6,5 6,6

% riga 2,4 2,9 14,2 29,4 28,6 22,5 100,0

Toscana % colonna 5,2 6,1 6,4 5,8 7,6 8,9 6,9

% riga 1,7 5,3 14,0 27,2 23,1 28,8 100,0

Umbria % colonna 1,0 3,1 1,7 1,4 1,7 3,0 1,8

% riga 0,6 3,4 13,6 32,3 25,8 24,3 100,0

Marche % colonna 0,5 3,0 2,5 2,6 2,9 4,0 2,9

% riga 3,5 4,5 15,5 34,2 25,6 16,8 100,0

Lazio % colonna 9,4 11,6 8,4 8,1 8,2 8,0 8,3

% riga 1,2 2,8 16,0 31,4 33,2 15,3 100,0

Abruzzo % colonna 1,0 2,2 2,6 2,3 3,2 2,2 2,5

% riga 1,2 1,5 12,0 31,9 33,6 19,8 100,0

Molise % colonna 0,3 0,3 0,5 0,6 0,9 0,8 0,7

% riga 9,8 2,4 18,5 32,7 21,6 15,1 100,0

Campania % colonna 30,5 7,1 11,6 9,0 8,1 8,4 9,7

% riga 2,7 2,4 19,1 32,2 27,3 16,3 100,0

Puglia % colonna 7,1 6,2 10,1 7,5 8,6 7,5 8,1

% riga 4,6 3,0 16,8 30,8 28,4 16,4 100,0

Basilicata % colonna 1,9 1,2 1,4 1,1 1,4 1,2 1,3

% riga 3,4 2,7 17,1 39,0 23,9 13,8 100,0

Calabria % colonna 4,4 3,4 4,5 4,5 3,7 3,2 4,0

% riga 1,5 1,2 16,2 39,5 27,0 14,7 100,0

Sicilia % colonna 5,2 4,1 11,5 12,3 11,4 9,2 10,9

% riga 2,3 2,1 22,5 30,8 18,5 23,8 100,0

Sardegna % colonna 2,1 1,8 4,1 2,4 2,0 3,8 2,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 63 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Segue Tab. 8 LA DEMOGRAFIA DEI GRUPPI

Titolo di studio per Gruppi

Titolo di studio Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 17,8 17,4 26,9 29,7 8,2 100,0

Laurea o più % colonna 14,1 2,9 2,0 2,9 1,2 2,5

% riga 16,0 26,7 26,6 24,7 6,0 100,0

Diploma % colonna 28,9 10,1 4,4 5,6 2,0 5,8

% riga 0,9 7,4 28,7 25,4 25,0 12,6 100,0

Licenza media % colonna 5,3 43,6 35,5 13,7 18,3 13,7 18,9

% riga 0,8 0,8 11,8 38,8 29,2 18,7 100,0

Licenza elementare % colonna 12,6 12,2 38,4 55,2 56,4 53,3 49,9

% riga 11,1 0,2 8,8 38,1 19,0 22,8 100,0

Nessun titolo % colonna 82,1 1,1 13,1 24,8 16,8 29,8 22,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Tab. 9 FAMIGLIE, CONDIZIONI ABITATIVE E CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE DEI GRUPPI

Numero di componenti il nucleo familiare per Gruppi

N. comp. nucleo fam. Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,6 0,8 97,6 100,0

1 % colonna 15,8 1,6 88,9 31,9

% riga 0,1 1,9 2,9 9,7 69,2 16,2 100,0

2 % colonna 0,8 22,3 6,9 10,2 98,5 34,1 36,8

% riga 3,0 5,5 56,2 1,1 34,2 100,0

3 % colonna 15,5 27,2 57,9 0,5 30,9 15,8

% riga 16,4 8,5 40,3 1,5 1,5 31,8 100,0

4 % colonna 47,0 23,4 23,3 0,4 0,5 16,1 8,8

% riga 17,1 5,5 23,9 3,8 49,7 100,0

5 e più comp. % colonna 36,7 11,3 10,3 1,0 18,8 6,6

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Tipologia familiare per Gruppi

Tipologia familiare Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,5 1,7 94,3 0,8 1,8 100,0

Persona sola % colonna 17,3 4,0 99,1 1,1 3,8 36,9

% riga 1,6 0,2 98,1 0,0 100,0

Coppia senza figli % colonna 12,8 0,3 95,8 0,0 25,2

% riga 15,9 10,0 73,3 0,8 100,0

Coppia con figli % colonna 82,1 49,4 76,2 0,7 15,9

% riga 1,5 2,6 12,7 0,1 83,1 100,0

Coppia con o senza figli % colonna 4,6 7,7 7,9 0,0 45,3 9,5

% riga 2,2 3,3 13,6 2,7 4,0 74,2 100,0

Monogenitore % colonna 7,6 10,8 9,4 0,8 1,6 44,9 10,6

% riga 9,2 3,3 17,5 0,9 20,3 48,8 100,0

Altro % colonna 5,6 2,0 2,2 0,1 1,5 5,3 1,9

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 64 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Segue Tab. 9 FAMIGLIE, CONDIZIONI ABITATIVE E CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE DEI GRUPPI

Tipologia dell'abitazione per Gruppi

Tipologia abitazione Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 4,0 3,4 15,2 21,4 30,8 25,2 100,0

Villa o villino % colonna 6,0 4,9 4,6 2,8 5,6 6,7 4,7

% riga 2,0 2,9 13,7 29,6 34,3 17,4 100,0

Signorile % colonna 3,2 4,4 4,4 4,1 6,5 4,9 4,9

% riga 3,1 3,3 14,9 33,4 26,6 18,7 100,0

Civile % colonna 58,3 58,8 55,9 54,7 59,1 61,4 57,4

% riga 3,3 2,7 15,7 42,4 22,9 13,1 100,0

Popolare % colonna 27,2 21,9 26,3 31,0 22,7 19,2 25,7

% riga 1,2 1,7 17,7 34,6 23,1 21,7 100,0

Rurale % colonna 1,8 2,5 5,4 4,6 4,2 5,8 4,7

% riga 14,2 62,7 12,1 11,0 100,0

Impropria % colonna 0,5 0,9 0,2 0,3 0,5

% riga 5,0 11,2 21,4 28,0 20,5 13,9 100,0

Non risponde % colonna 3,5 7,4 3,0 1,7 1,7 1,7 2,1

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Condizione professionale per Gruppi

Condizione professionale Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 94,8 2,0 3,3 100,0

Occupato % colonna 100,0 0,2 0,4 3,4

% riga 83,5 9,8 6,7 100,0

Disocc. o in cerca % colonna 4,6 0,3 0,3 0,9

% riga 13,6 42,1 23,2 21,0 100,0

Casalinga % colonna 17,5 23,7 17,7 23,7 19,7

% riga 100,0 100,0

Studente % colonna 3,1 0,5

% riga 17,0 34,8 30,6 17,7 100,0

Ritirato o inabile % colonna 70,6 63,1 75,3 64,4 63,6

% riga 7,1 51,8 18,2 22,9 100,0

Altra condizione % colonna 4,1 13,1 6,2 11,6 8,8

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 100,0 3,1

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 65 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Segue Tab. 9 FAMIGLIE, CONDIZIONI ABITATIVE E CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE DEI GRUPPI

Condizione professionale per Gruppi

Ha lavorato in passato Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 21,5 39,8 16,3 22,4 100,0

No % colonna 45,1 36,4 20,3 41,2 32,1

% riga 13,7 36,2 33,3 16,7 100,0

Si % colonna 54,9 63,4 79,3 58,8 61,4

% riga 47,7 49,5 1,0 1,7 100,0

Non risponde % colonna 100,0 100,0 0,2 0,4 6,5

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte principale di reddito per Gruppi

Fonte principale di reddito Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 100,0 100,0

Reddito da lavoro di % colonna 72,1 2,3

% riga 92,3 3,2 4,5 100,0

Reddito da lavoro au % colonna 17,1 0,1 0,1 0,6

% riga 0,3 10,8 41,1 27,7 20,1 100,0

Pensione % colonna 7,6 58,2 97,0 88,8 95,0 82,7

% riga 2,1 45,9 22,2 18,1 11,7 100,0

Indennità e provvide % colonna 2,5 11,6 2,4 2,7 2,6 3,9

% riga 0,3 62,7 2,1 29,1 5,8 100,0

Mantenimento da parte dei familiari % colonna 0,7 30,3 0,5 8,4 2,5 7,4

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 100,0 3,1

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Le risorse disponibili sono: per Gruppi

Le risorse disponibili sono: Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 100,0 100,0

Ottime % colonna 72,1 2,3

% riga 92,3 3,2 4,5 100,0

Adeguate % colonna 17,1 0,1 0,1 0,6

% riga 0,3 10,8 41,1 27,7 20,1 100,0

Scarse % colonna 7,6 58,2 97,0 88,8 95,0 82,7

% riga 2,1 45,9 22,2 18,1 11,7 100,0

Assolutamente insufficienti % colonna 2,5 11,6 2,4 2,7 2,6 3,9

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 66 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

CONCLUSIONI

In definitiva, l’analisi della disabilità condotta in questo Capitolo fa emergere un

quadro piuttosto differenziato, in cui l’età non appare certamente come l’unica variabile

di rilievo.

I cosiddetti “disabili”, cioè coloro che incontrano almeno un grave impedimento

nello svolgimento della propria vita quotidiana, rappresentano poco meno del 5% della

popolazione italiana di almeno sei anni che non risiede in istituti. Tuttavia, supera l’11%

la quota di individui che presenta almeno un lieve impedimento in una delle attività della

vita quotidiana (“quasi disabili”).

La disabilità è fortemente concentrata nelle fasce di età più elevate, soprattutto dopo

i 75 anni, mentre la quasi disabilità tocca quasi un terzo degli italiani già tra i 65 e i 74

anni, e si riduce dopo gli 84; proprio tra gli anziani la disabilità è molto più alta per le

donne che per gli uomini.

I gruppi tipologici di disabili individuati sono sei, di cui tre caratterizzati dalla pre-

ponderanza di giovani e adulti e tre da quella di anziani, e presentano condizioni e pro-

blemi molto diversificati tra loro.

I giovani del primo gruppo godono di uno stato di salute relativamente buono, ma le

loro famiglie, numerose, hanno spesso problemi economici. Il secondo gruppo compren-

de gli uomini adulti che sono ben inseriti nel nucleo familiare e nel mondo del lavoro, e

non soffrono frequentemente di problemi economici. Nel terzo gruppo, in cui le condi-

zioni di disagio sono più pesanti - tanto che il 40% vive in situazione di confinamento - si

risente dell’allontanamento dal mondo del lavoro (il 70% è ritirato o inabile al lavoro) e

si deve fare spesso ricorso all’aiuto di familiari o a indennità e provvidenze per sostentar-

si, mentre le condizioni di salute e psicologiche sono decisamente peggiori di quelle dei

due gruppi precedenti. Nel quarto gruppo, composto in larga misura di donne e da perso-

ne che vivono sole, ad un ulteriore aggravamento del disagio si accompagnano le diffi-

coltà economiche in più della metà dei casi, e raramente si può far conto su aiuti esterni

per integrare il reddito. Il quinto gruppo è quello delle coppie anziane, che vivono di pen-

sione, ma qualche volta con l’aiuto dei familiari. Il sesto gruppo comprende i soggetti più

anziani, soprattutto vedove che risiedono con un’altra persona, con gravi condizioni di

disabilità, di salute, psicologiche, ma relativamente scarsi problemi economici.

In definitiva, sembra che esistano fasce di popolazione disabile con caratteristiche e

problemi diversi, e pertanto le politiche sociali andrebbero adeguate a queste condizioni:

infatti, il grado di integrazione familiare è differenziato, in alcuni casi le risorse per la

sussistenza non sembrano essere sufficienti, in altri l’onere economico ricade pesante-

mente sui familiari, in altri ancora il livello di disabilità e il cattivo stato di salute rendo-

no la vita difficile anche in assenza di preoccupazioni di tipo economico.

- 67 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

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di pubblicazione. - 68 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e

privata in Italia

PREMESSA 1 verso l’Italia e, più in generale, verso i Paesi dell’Europa meridio-

L’immigrazione

nale è un fenomeno che ha avuto origine in tempi più recenti rispetto a quanto verificato-

si per l’area settentrionale del nostro continente. Grecia, Italia, Spagna e Portogallo,

infatti, sono stati caratterizzati per lungo tempo - almeno fino a tutti gli anni ottanta - da

saldi migratori negativi e ancora sperimentano una predominanza di immigrati di prima

generazione. In seguito ai profondi cambiamenti economici, culturali e politici che si

sono verificati nel corso degli ultimi decenni, all’aumento della pressione all’emigrazio-

ne nei paesi di origine e all’irrigidimento delle possibilità di accesso nei paesi tradizio-

2

nalmente di accoglienza , si è assistito ad un radicale spostamento delle usuali direttrici

dei flussi, che hanno così cominciato ad interessare anche quei paesi che, tradizional-

mente, avevano sperimentato consistenti fenomeni di emigrazione. Per quanto riguarda

l'Italia non va poi dimenticata l'espansione della domanda di lavoro nel settore dell’assi-

stenza alle famiglie.

L’esperienza dell’arrivo di stranieri in numero così elevato, quindi, è relativamente

recente; nel nostro Paese si assiste oggi, pertanto, al diffondersi di una serie di inquietu-

dini e paure nuove.

Le analisi relative alla percezione sugli immigrati da parte delle collettività di

accoglienza sembrano evidenziare che la diffidenza riscontrabile negli individui sia da

attribuire alle differenti condizioni socio-culturali dei diversi strati sociali della

popolazione, più che a timori legati al rischio di concorrenza nel mercato del lavoro tra

3 . La difficoltà di integrazione non

autoctoni e immigrati (Hainmueller, Hiscox, 2007)

nasce, quindi, solo dall’apprensione dovuta alla contraddizione irrisolta tra domanda di

1 Nel presente lavoro, ove non diversamente specificato, i dati relativi agli immigrati includono anche i cittadini dei paesi

di recente ammissione nell’Unione Europa, in quanto le caratteristiche socio-demografiche dei paesi neo comunitari

suggeriscono di considerarli tra quelli a forte pressione migratoria.

2 A questo proposito si vedano, tra gli altri, INPS (2008), D’Elia et al. (2007) e Sartor (2005).

- 69 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

lavoro straniero delle imprese e delle famiglie (bisognose di servizi di cura), e disagi -

reali o supposti -derivanti dalla pressione sempre più intensa degli immigrati sullo stesso

4 confermano,

mercato del lavoro e sui servizi. Alcuni studi condotti per il nostro Paese

infatti, che l’immigrazione suscita le maggiori tensioni nei contesti sociali periferici, fra

le persone di classe e istruzione medio bassa, che risiedono nelle città più piccole e fra

coloro che risultano meno coinvolti nelle reti di amicizie e di partecipazione sociale.

La tensione sociale conseguente all’arrivo di immigrati, rafforzata dall’apertura agli

scambi intra-UE, da un lato, e dal fenomeno, spesso drammatico, degli sbarchi

clandestini sulle coste italiane, dall’altro, è poi esasperata da alcune caratteristiche

peculiari del nostro Paese: ad esempio, con riguardo alle condizioni del mercato del

lavoro, il basso livello salariale (ISTAT, 2008a) e la scarsa crescita delle retribuzioni

negli ultimi 15 anni (Gabriele, Raitano, 2008); con riguardo agli aspetti sociali e di

sicurezza, il ruolo della criminalità organizzata, la presenza di un settore produttivo

irregolare dalle dimensioni abnormi, le carenze del nostro sistema di welfare.

Tra le altre, una delle questioni che più animano l’inquieto dibattito

sull’immigrazione nel nostro Paese è quella dei costi generati per il bilancio pubblico, in

rapporto a versamenti fiscali e contributivi che sono in qualche misura ridimensionati

dalla elevata partecipazione degli stranieri ad attività irregolari/illegali.

Nel dibattito teorico ed empirico relativo ai paesi caratterizzati da una ormai

consolidata esperienza di accoglienza è stata dedicata molta attenzione allo studio dei

rapporti tra immigrazione e Amministrazioni Pubbliche. Per quanto riguarda il nostro

Paese, le analisi relative a questo tema meritano ulteriori sviluppi, per cogliere i

differenti aspetti di un fenomeno tanto complesso e dinamico.

Questo capitolo rappresenta un ulteriore contributo all'analisi delle relazioni tra

immigrazione e finanza pubblica e privata nel nostro Paese.

Per quanto concerne la prima, si tratta evidentemente di esaminare i rapporti di dare

e avere con le Amministrazioni Pubbliche.

Relativamente ai rapporti con la finanza privata, malgrado di recente si siano molti-

plicate le indagini sull’argomento, ancora non appare del tutto soddisfacente la cono-

scenza del fenomeno, soprattutto per quel che riguarda scelte e preferenze degli

immigrati in tema di relazioni con il mondo bancario. Quest’ultimo è evidentemente in-

3 I due autori, nell’analizzare i dati dell’indagine condotta dall’European Social Survey, pervengono a conclusioni diverse

rispetto ai risultati di alcuni precedenti modelli sviluppati per indagare i comportamenti dei lavoratori autoctoni nei

confronti degli immigrati. In quei modelli, infatti, sembrava emergere che gli individui sono contrari all’ingresso di

immigrati di pari qualifica, ma favorevoli all’accesso di quelli con qualifiche superiori. Hainmueller e Hiscox concludono,

invece, che la disponibilità aumenta all’aumentare del grado di istruzione e skills forse perchè hanno meno concorrenza

La diffidenza, quindi, non sembrerebbe tanto collegata ai timori di concorrenza degli immigrati sul mercato del lavoro,

quanto piuttosto al differente contesto sociale, culturale ed economico degli individui.

4 A questo proposito si vedano Ambrosini (2005) e Diamanti, Bordignon (2005).

- 70 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

teressato alle opportunità cui l’arrivo degli immigrati nel nostro Paese può dare luogo, in

termini di crescita e sviluppo della propria attività; allo stesso tempo il settore bancario

può rappresentare un fattore di integrazione, laddove operi per favorire una maggiore in-

clusione finanziaria degli stranieri.

Nel presente capitolo, dopo aver ricordato alcune informazioni basilari sulle caratte-

ristiche demografiche e sociali degli immigrati presenti in Italia (primo paragrafo), si

presenta una rassegna molto sintetica degli studi che hanno analizzato i rapporti tra im-

migrati e finanza pubblica (secondo paragrafo). Nel terzo paragrafo si mostrano i dati

amministrativi disponibili sulle spese e sul gettito relativi agli immigrati in Italia e, senza

la pretesa di pervenire ad una misura esatta dell’impatto degli stranieri sui conti pubblici

nel nostro paese, si intende offrire qualche elemento di conoscenza sulle voci più rilevan-

ti che compongono questo bilancio. Si considerano alcune categorie di spesa sociale

come istruzione, assistenza sanitaria, prestazioni pensionistiche e assistenziali; quindi si

tenta di ricostruire l’apporto degli stranieri alla finanza pubblica italiana, esaminando il

lato fiscale, con particolare attenzione al prelievo sul reddito delle persone fisiche, e

quello contributivo. Laddove necessario, si adoperano o si elaborano apposite stime di

tali grandezze, realizzate comunque a partire da dati di natura amministrativa, alcuni dei

quali resi disponibili per la prima volta. Ad oggi, la ricostruzione dei rapporti di dare e

avere è possibile per una fascia abbastanza ampia di voci di entrata e di spesa. Tuttavia,

l’esercizio compiuto incontra un limite nel fatto che le informazioni reperite non sono

omogenee rispetto all’aggregato di riferimento (i residenti, i nati all’estero, gli iscritti

all’INPS, eccetera), oltre che rispetto all’anno di competenza.

Nel quarto paragrafo, infine, si presentano i risultati di un’inchiesta condotta

dall’ISAE presso gli immigrati presenti a Roma. La prima parte è volta ad indagare i

comportamenti dei migranti in relazione all’uso di servizi e prestazioni pubbliche, men-

tre la seconda mira ad analizzarne le scelte finanziarie: rapporti col sistema bancario, in-

debitamento, gestione delle rimesse. Nell'appendice si sintetizza la metodologia di tale

inchiesta.

DIMENSIONE E CARATTERISTICHE DEL FENOMENO MIGRATORIO

I residenti stranieri in Italia

Secondo quanto emerge dai dati delle anagrafi comunali, rielaborati dall’ISTAT

(Tab. 1), la crescita del numero dei residenti stranieri nel nostro paese si è concentrata in

un intervallo temporale relativamente breve (1995-2008): la popolazione di cittadini non

italiani è cresciuta, infatti, dalle 685.000 unità di inizio periodo a 3,4 milioni circa nel

- 71 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009 5.

2008; di questi, ben il 94% proviene da paesi a forte pressione migratoria (PFPM) Gli

stranieri rappresentano il 5,8% della popolazione totale, con un incremento delle presen-

6

ze tra il 2007 e il 2008 del 17% circa . Considerando l’analisi per caratteristiche del pae-

se di provenienza, come emerge dalla tabella, la dinamicità del fenomeno riguarda

prevalentemente coloro che provengono dai PFPM, la cui quota sul totale è aumentata,

rispetto a quella dai paesi a sviluppo avanzato (PSA), in modo molto consistente nel cor-

so degli ultimi 13 anni: i cittadini non italiani provenienti da aree a basso sviluppo eco-

nomico rappresentavano, infatti, nel 1995 il 75% circa dei residenti stranieri, mentre la

loro quota risulta pari al 4% nel 2008.

Tab. 1 STRANIERI RESIDENTI IN ITALIA

Anno PSA PFPM Totale

1995 173.000 513.000 685.000

1998 186.000 806.000 992.000

2000 198.000 1.072.000 1.271.000

2007 191.055 2.747.867 2.938.922

2008 200.288 3.232.363 3.432.651

Fonte: Conti, Strozza (2006); ISTAT (2007a, 2008b).

I permessi di soggiorno

L’evoluzione che il fenomeno immigrazione sta assumendo nel nostro paese può es-

sere evidenziata facendo riferimento anche al data-set sui permessi di soggiorno reso di-

sponibile dal Ministero dell’Interno e rielaborato dall'ISTAT. Questa fonte presenta

l’indubbio vantaggio di aggiungere alla sola quantificazione degli stranieri anche l’infor-

mazione sul motivo (per lavoro, familiare, di studio, eccetera) della loro presenza; tutta-

via, tali dati inducono ad una sottostima del numero di presenze, dato che alla gran parte

dei minorenni, registrati sui documenti dei genitori, non viene rilasciato un permesso in-

dividuale. Si consideri inoltre che gli stranieri che ottengono la cittadinanza italiana non

5 Secondo la definizione OCSE i paesi a forte pressione migratoria comprendono: quelli dell’Europa centro-orientale,

dell’America centro-meridionale, dell’Africa e dell’Asia (esclusi Giappone e Israele). I paesi a sviluppo avanzato sono

costituiti dai restanti paesi.

6 E’ necessario, tuttavia, ricordare che le informazioni di fonte comunale mostrano delle carenze nel rappresentare il

quadro della presenza degli stranieri, a causa della scarsa attitudine degli immigrati a comunicare tempestivamente i

cambiamenti di residenza e del ritardo con cui le anagrafi vengono aggiornate. Questa circostanza, oltre ad essere

segnalata da altre analisi, è stata direttamente sperimentata durante lo svolgimento delle rilevazioni effettuate dall’ISAE.

Su questo si veda l'appendice. - 72 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

richiedono più il permesso di soggiorno, e dunque non sono più rilevabili attraverso que-

sto strumento.

Nel corso degli ultimi due decenni gli incrementi, evidenziati sia dai dati delle ana-

grafi che da quelli del Ministero dell’Interno, sono stati determinati da vari ordini di mo-

tivi. Sulla dinamica degli stranieri regolarmente presenti, infatti, hanno influito diversi

fattori: l’esigenza di soddisfare la domanda di manodopera da parte di famiglie e impre-

se, per l’insufficiente offerta di forza lavoro nel mercato italiano, da un lato dovuta

all’accresciuta richiesta di nuove figure professionali addette alla cura della persona (ef-

fetto anche delle caratteristiche tipiche del nostro sistema di welfare) e, dall’altro, effetto

7 ; l’ado-

della sempre minore disponibilità degli italiani a svolgere mansioni tradizionali

zione di politiche più selettive sugli ingressi da parte dei paesi a lunga tradizione immi-

8

gratoria, circostanza che ha condizionato le destinazioni dei lavoratori con minori skills ;

infine, i cambiamenti politici e istituzionali avvenuti nei paesi in transizione verso

un’economia di mercato e le fasi di allargamento della UE.

In Italia, inoltre, così come avvenuto anche in Spagna, su ritmi e dimensioni di cre-

scita del fenomeno ha influito un ulteriore elemento: le ripetute procedure di regolarizza-

zione adottate nel corso degli ultimi anni. A questo proposito si ricordi che fra il 1986 e il

2002 in Italia sono state introdotte sei procedure di regolarizzazione, con consistenti ef-

fetti sulle presenze: fino al 1998, ad esempio, oltre 800.000 stranieri hanno ottenuto un

regolare permesso di soggiorno in seguito a tali procedure, mentre con il provvedimento

del 2002 gli stranieri regolarizzati sono stati circa 650.000, di cui il 46% di genere fem-

minile (ISTAT, 2007c). L’ultima regolarizzazione del 2009, come noto, ha riguardato

9

collaboratori domestici e badanti, e ad essa hanno aderito circa 300.000 persone . Attra-

verso le regolarizzazioni possono realizzarsi modifiche nei comportamenti dei soggetti

coinvolti, che da un lato cominciano a contribuire al bilancio pubblico, dall’altro otten-

gono la possibilità di usufruire dei servizi in maniera più completa (ad esempio potendo

scegliere un medico di base).

7 Come segnalato in INPS (2008), questi due fattori possono determinare il sorgere di quel fenomeno apparentemente

incongruente di contemporanea esistenza di disoccupazione italiana e diffuso ricorso all’impiego di forza lavoro straniera.

Si può inoltre evidenziare che la sostituzione di italiani con immigrati in alcuni settori a bassa qualifica presenta il duplice

vantaggio di garantire il soddisfacimento della domanda di lavoro espressa dal mercato italiano e di permettere ai

lavoratori italiani di rivolgersi verso settori più remunerativi e interessanti. E’ necessario sottolineare, tuttavia, che

l’assorbimento degli autoctoni in determinati settori può essere influenzato dall’impatto esercitato dagli immigrati stessi

sulle condizioni salariali e occupazionali, a seconda che lo straniero risulti complementare (con effetti positivi) o

sostitutivo (con effetti di segno negativo) rispetto al lavoratore nazionale. Secondo studi recenti relativi al mercato italiano

emerge che la forza lavoro straniera non costituisce un fattore di concorrenza per quella nazionale (Banca d'Italia, 2009).

8 Nell’esaminare l’evoluzione del fenomeno migratorio che interessa le aree meridionali europee, si può rilevare che,

come l’emigrazione da Grecia, Italia, Portogallo e Spagna riguardava prevalentemente individui non qualificati, così

l’immigrazione verso questi paesi è costituita in modo prevalente dalla stessa tipologia di lavoratori (Venturini, 2001).

9 Per un'analisi preliminare sulla procedura di emersione varata nel 2009 si veda Saraceno (2009).

- 73 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

I dati sui permessi di soggiorno possono essere, come detto, disaggregati in base al

motivo della presenza (Tab. 2). La quasi totalità degli stranieri arriva nel nostro Paese per

motivi di lavoro (61%) o per ricongiungimento familiare (32%); soprattutto per i paesi a

forte pressione migratoria, la motivazione economica rappresenta una causa molto im-

portante di arrivo in Italia (62%, contro 42% nell’altro gruppo), indotta presumibilmente

dalla prospettiva di ricevere una retribuzione ben maggiore di quella ottenibile nel paese

di origine.

Tab. 2 PERMESSI DI SOGGIORNO PER MOTIVO DELLA PRESENZA E

PER AREA DI PROVENIENZA (2007)

MOTIVO PSA PFPM TOTALE

% % %

Lavoro 79.490 41,5 1.383.568 62,2 1.463.058 60,6

Famiglia 54.577 28,5 709.167 31,9 763.744 31,6

Religione 12.455 6,5 19.626 0,9 32.081 1,3

Residenza elettiva 35.533 18,5 9.314 0,4 44.847 1,9

Studio 9.060 4,7 42.565 1,9 51.625 2,1

Asilo politico 12 0,0 8.601 0,4 8.613 0,4

Richiesta asilo 1 0,0 7.465 0,3 7.466 0,3

Umanitari 13 0,0 13.434 0,6 13.447 0,6

Altro 495 0,3 29.596 1,3 30.091 1,2

TOTALE 191.636 100,0 2.223.336 100,0 2.414.972 100,0

Fonte: ISTAT (2007b).

Le origini degli immigrati

Ulteriori elementi per comprendere le caratteristiche della presenza straniera in Ita-

lia si ricavano disaggregando i dati dei residenti per provincia di destinazione e per paese

di provenienza, e considerando le prime 15 nazionalità più rappresentative (Tab. 3). Da

una prima analisi, si può confermare la maggiore eterogeneità etnica degli immigrati ne-

gli anni recenti rispetto al passato, già evidenziata in altri studi (Sartor, 2005), sebbene si

possa rilevare una tendenza all’aumento delle collettività originarie dei paesi dell’Est eu-

ropeo.

Nel 2008 la comunità più numerosa è quella romena, che rappresenta poco meno di

1/3 degli stranieri residenti a Roma. Nella capitale, inoltre, a differenza di quanto si os-

serva a Milano, dove sono presenti diverse comunità straniere di consistente dimensione,

gli stranieri sono maggiormente concentrati in poche comunità (principalmente romena,

filippina e polacca). - 74 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Tab. 3 RESIDENTI PER PROVINCIA DI DESTINAZIONE E PER PAESE DI PROVENIENZA

(1° GENNAIO 2008)

Paese di cittadinanza Italia Milano Bologna Roma Napoli Palermo

Romania 625.278 32.643 10.909 92.258 2.817 2.174

Albania 401.949 23.367 6.206 11.856 1.586 636

Marocco 365.908 20.962 12.696 5.723 2.118 1.668

Cina, Rep. Pop. 156.519 20.194 3.359 8.840 4.522 974

Ucraina 132.718 9.247 3.175 9.627 13.408 173

Filippine 105.675 33.542 4.280 25.888 1.327 1.037

Tunisia 93.601 4.717 3.803 3.407 1.227 1.671

Polonia 90.218 2.279 2.007 18.151 4.469 532

Macedonia 78.090 919 651 3.000 236 12

India 77.432 1.683 679 5.905 313 132

Ecuador 73.235 25.264 320 7.417 225 209

Peru' 70.755 24.927 923 11.358 579 77

Egitto 69.572 34.789 637 7.899 63 19

Moldavia 68.591 3.331 2.662 5.913 528 23

Serbia Mont. 68.542 2.035 1.440 3.869 471 551

TOTALE 3.432.651 344.367 75.277 321.887 53.725 21.242

Fonte: ISTAT (2008b).

La disaggregazione delle comunità presenti nel nostro paese per area di residenza

permette di sottolineare la tendenza alla specializzazione settoriale degli stranieri. Gli

immigrati provenienti dal continente africano sono assorbiti in misura rilevante come la-

voratori dipendenti nelle aree settentrionali del Paese, mentre il loro impiego alle dipen-

denze del settore familiare è modesto se confrontato con quanto avviene per altri gruppi

etnici, quali ad esempio filippini, romeni e ucraini. Questi ultimi gruppi vengono, infatti,

assorbiti in modo relativamente più accentuato nel settore dei servizi di cura alla persona

(INPS, 2008).

Vale la pena di sottolineare che il nostro è uno di quei paesi con un modello di

welfare “mediterraneo”, caratterizzato dal ruolo centrale della famiglia nel fornire alcuni

servizi di tipo assistenziale; l’incremento della partecipazione femminile al mondo del

lavoro e l’invecchiamento della popolazione hanno modificato e messo in crisi questo si-

stema che, per continuare a garantire l’assistenza alla popolazione non autosufficiente,

ha dovuto far ricorso all’impiego degli stranieri per i servizi di cura alla persona. Così,

come evidenziato da alcuni (INPS, 2008), nel caso degli immigrati in Italia l’effetto so-

stituzione investe non tanto i lavoratori autoctoni, quanto piuttosto l’operatore pubblico

in quanto erogatore di talune prestazioni, nel senso che gli stranieri non andrebbero a

- 75 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

svolgere mansioni precedentemente svolte da nativi, ma piuttosto compiti di cui il pub-

blico, a differenza da altri paesi, ancora non si fa carico.

I lavoratori domestici tendono a concentrarsi nelle aree urbane, in particolare a Ro-

ma, dove la comunità filippina risulta la seconda per numerosità dopo quella romena. Si

può così individuare un tipo di insediamento che, come sottolineato da alcuni (Giovani,

Lorenzini e Versari, 2005), per le grandi città porta ad individuare il modello delle eco-

nomie metropolitane, in cui sono predominanti il basso terziario e gli impieghi di cura

alla famiglia e/o alla persona. In questo caso, quindi, i livelli retributivi sono relativa-

mente più bassi rispetto ad altri settori, i rischi di evasione più elevati e, conseguente-

mente, contribuzione e pagamento di IRPEF più contenuti.

Per quanto riguarda l’anzianità di insediamento, la comunità più vecchia è quella dei

filippini (il 55,8% degli individui è presente in Italia da più di 10 anni), seguita da quella

tunisina (il 47% degli immigrati risiedono nel nostro Paese da oltre un decennio); le col-

lettività più giovani, in termini di arrivo, sono quella ucraina e romena.

L’età e il genere dei residenti stranieri

Passando ad analizzare la disaggregazione per genere e classi di età della popolazio-

ne residente in Italia (grafico 1 e Tab. 4), si evidenzia come la popolazione straniera sia

piuttosto giovane (la quasi totalità dei cittadini dei paesi di nuova ammissione e degli im-

migrati extra UE27 ha meno di 60 anni), a fronte di una popolazione italiana orientata

verso le classi più anziane; la quota di autoctoni, inoltre, con meno di 20 anni, è pari a

circa il 20%, mentre tra gli stranieri provenienti dai paesi extraeuropei la quota è del

28%. Fra gli stranieri infine (Tab. 4) solo il 2% ha più di 65 anni (e le donne risultano re-

lativamente più anziane).

In definitiva in Italia stiamo ancora sperimentando le fasi iniziali del processo di im-

migrazione, caratterizzate dalla presenza di individui tendenzialmente giovani e in buona

salute. Di recente, soprattutto a partire dagli anni duemila, si è anche registrata una note-

vole crescita nella presenza delle donne, il cui numero ha già quasi raggiunto quello degli

uomini. Questo andamento è dovuto sia al considerevole aumento dell’assorbimento del-

le donne nel mercato del lavoro (non si deve d’altronde dimenticare che molte di loro

trovano oggi collocazione per svolgere servizi di cura della casa e alla persona), sia per la

tendenza all’aumento dei ricongiungimenti familiari.

- 76 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Graf. 1 - DISTRIBUZIONE PER CLASSI DI ETÀ E NAZIONALITÀ

DELLA POPOLAZIONE IN ITALIA (2008)

(%)

25,00

20,00

15,00

10,00

5,00

0,00 0-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49 50-55 55-59 60-64 65-69 70-74 >74

Italiani Stranieri UE15 Stranieri neo co munitari Stranieri extra UE27

Fonte: Eurostat.

Tab. 4 POPOLAZIONE STRANIERA RESIDENTE PER CLASSI DI ETÀ E SESSO

(1° gennaio 2007)

Classi età Maschi Femmine Totale

0-15 314.430 291.804 606.234

21,3 19,9 20,6

16-40 795.486 780.565 1.576.051

54,0 53,3 53,6

41-64 336.992 357.699 694.691

22,9 24,4 23,6

65 e più 26.165 35.781 61.946

1,78 2,44 2,11

TOTALE 1.473.073 1.465.849 2.938.922

Fonte: ISTAT (2007a). - 77 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

GLI IMMIGRATI E LA FINANZA PUBBLICA

L’arrivo di immigrati determina, nei paesi di accoglienza, effetti non trascurabili in

termini sia sociali che economici; in particolare, seguendo un approccio di tipo economi-

co, si può osservare che un aspetto probabilmente non sufficientemente approfondito nel

nostro paese - e forse per questo foriero di suggestioni e preoccupazioni non sempre fon-

date - è quello dell’impatto che il fenomeno produce sugli aggregati di finanza pubblica.

Per i paesi a più lunga tradizione di immigrazione le analisi in questo senso vengono

invece sviluppate già da diversi anni. L’impatto dell’immigrazione sulla finanza pubblica

nei paesi di destinazione è stato analizzato, ad esempio, per la Germania (Sinn et al.,

2003), i Paesi Bassi (Ter Rele, 2003), gli Stati Uniti (Borjas, 1999; Auerbach, Oreopou-

los, 1999) e la Svezia (Hansen, Lofstrom, 1999). In risposta alla crescente domanda di

analisi su questo tema in Italia è stata realizzata una prima, parziale stima a livello nazio-

nale (Sartor, 2005), alla quale sono stati affiancati un esame del caso specifico della To-

scana (Giovani, Lorenzini, Versari, 2005), in cui è analizzato il saldo netto degli stranieri

sul bilancio pubblico differenziando per classi di età, e alcuni studi riguardanti il contri-

buto degli immigrati alla sostenibilità del sistema previdenziale italiano (Coda Moscaro-

la, Fornero, 2005) e il loro apporto al sistema fiscale e contributivo (Caritas, 2008).

Molto di recente, la Banca d’Italia ha stimato i flussi economici degli immigrati nei con-

fronti delle finanze pubbliche, principalmente sulla base di dati campionari, (Banca

d’Italia, 2009).

Le conclusioni che emergono dalla letteratura non sono univoche. In alcuni casi

emerge che l’impatto dell’immigrazione sui sistemi di welfare dei paesi di destinazione

può essere considerato tendenzialmente positivo poiché, se da un lato è vero che gli im-

migrati hanno un’elevata probabilità di accedere alle prestazioni sociali (a causa del bas-

so livello di retribuzione rispetto alla popolazione autoctona) e quindi di costituire un

elemento di costo per il bilancio statale, dall’altro è indubbio che essi contribuiscono in

misura consistente al finanziamento delle prestazioni di cui beneficiano. Ulrich (1994)

stima per la Germania che il contributo netto degli immigrati è stato positivo in un primo

periodo di osservazione (fino al 1984), mentre più incerti sono i risultati per periodi suc-

cessivi a causa dell’invecchiamento della popolazione straniera e dei più alti livelli di di-

soccupazione riscontrabili tra gli immigrati.

Un altro filone di letteratura evidenzia che il bilancio netto degli immigrati può as-

sumere segno negativo o positivo in relazione a vari fattori. Secondo Smith Edmonston

(1997) e Borjas (1999), infatti, l’impatto fiscale degli immigrati negli USA dipende

dall’orizzonte temporale di riferimento: il bilancio risulterebbe negativo nel breve perio-

do, mentre diverrebbe positivo considerando il lungo periodo. Auerbach e Oreopoulos

(1999), invece, stimano che l’effetto sulla finanza pubblica è tanto più positivo quanto

- 78 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

più gli oneri di squilibri finanziari sono traslati sulle generazioni future, è alto il livello di

istruzione degli immigrati, ed è elevata la porzione di beni pubblici puri.

Per la Svezia Hansen e Lofstrom (1999), stimando i tassi di partecipazione al siste-

ma di welfare di immigrati, rifugiati e autoctoni, concludono che, in genere, per gli stra-

nieri tali tassi sono più alti rispetto a quelli riscontrabili per i nativi. Nel lungo periodo,

tuttavia, le differenze tra le varie comunità presenti nel paese tendono ad annullarsi e le

modalità di consumo dei servizi dello stato sociale da parte degli immigrati tendono ad

essere assimilate a quelle dei nazionali.

Il CER (2000) ha condotto un’analisi per pervenire ad una stima del saldo netto

dell’immigrato nei confronti dell’amministrazione pubblica per quattro paesi europei

(Francia, Germania, Italia e Spagna). Il risultato finale individua nell’immigrato un con-

tribuente netto per il sistema per tutti i paesi considerati, ad eccezione della Francia.

Secondo alcune analisi effettuate con riferimento al Regno Unito, il contributo dei

nati all’estero alla finanza pubblica sarebbe del 10% maggiore di quanto ricevuto dalla

spesa sociale (Glover et al., 2001). Questa evidenza trova conferma anche in studi analo-

ghi sviluppati per la Germania, da cui emerge che gli immigrati apportano in termini di

entrate più di quanto ricevano in termini di benefici (Spencer, 1994).

Per quanto riguarda le analisi relative al nostro Paese, Sartor (2005) indica nella

scarsa disponibilità di dati un preliminare ostacolo nella valutazione dell’impatto fiscale

degli immigrati; tuttavia, le verifiche empiriche tendono ad evidenziare che dopo un cer-

to numero di anni l’immigrato regolare diviene assimilabile al lavoratore indigeno, per

cui il saldo di bilancio deve essere valutato indipendentemente dalla condizione di stra-

niero.

Coda Moscarola e Fornero (2005), nello stimare il contributo degli stranieri alla so-

stenibilità, sottolineano alcuni risultati principali: gli introiti per il bilancio pubblico sono

versati solo dalla popolazione regolarmente presente, e di conseguenza dovrebbe essere

obiettivo delle politiche migratorie favorire l’inserimento nel mercato del lavoro, pro-

muovendo, al tempo stesso, integrazione e stabilizzazione.

Il risultato delle stime della Banca d’Italia (2009), riferite al 2006, è che gli stranieri

(il 5% della popolazione residente) contribuiscono in misura proporzionalmente minore

al gettito (il 4% delle entrate considerate, cioè IRPEF, IVA, accise, contributi sociali e

IRAP sul settore privato) e ricevono minori prestazioni (infatti assorbono il 2,5% delle

spese per istruzione, pensioni, sanità e sostegno al reddito).

Alcune analisi, inoltre, evidenziano che per gli immigrati l’accesso alle prestazioni

sociali tende ad essere selettivo e, per certi versi, limitativo (INPS, 2008). Nell’insieme

dei paesi europei, infatti, si sta affermando un sistema di protezione che, oltre a introdur-

re meccanismi differenziati per il riconoscimento del diritto all’accesso tra autoctoni e

stranieri, seleziona anche all’interno del gruppo di questi ultimi, discriminando in rela-

- 79 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

zione alla cittadinanza (provenienti da paesi UE o da paesi terzi), al motivo dell’ingresso

(lavoro, ricongiungimento o umanitario) e alle caratteristiche qualitative dei lavoratori

immigrati (qualificati o meno). Nel caso di stranieri provenienti dai paesi dell’Unione, si

sta affermando un processo di parificazione di trattamento con i cittadini del paese di ar-

rivo, mentre per gli immigrati di aree extra UE continuano a permanere svantaggi, sia per

quanto concerne i livelli retributivi, sia nell’accesso ai servizi sociali e sanitari. Tenden-

zialmente, come emerge in INPS (2008), i lavoratori non UE sono privi di un insieme di

diritti (libera circolazione all’interno dell’Unione, ricongiungimento familiare, accesso

al settore pubblico e ad alcune tipologie lavorative), e questo li rende maggiormente

esposti a rischi di emarginazione e vulnerabilità sociale e di assorbimento nel settore

10 . Questo aspetto può essere analizzato, in termini di impatto

dell’economia informale

sulla finanza pubblica, considerando due punti di vista principali: in primo luogo, il mag-

gior rischio di esclusione sociale (anche nel caso di immigrati regolari), dovuto alla diffi-

coltà di formazione di nuclei familiari e/o ai bassi livelli retributivi percepiti, può tradursi

in una maggiore richiesta di alcuni servizi, soprattutto sanitari (ISTAT, 2008e), con evi-

dente aggravio per i bilanci pubblici; in secondo luogo, gli immigrati assorbiti nel settore

informale sono più soggetti alla discontinuità nei servizi ricevuti e nella contribuzione

versata, con effetti non lineari sulla finanza pubblica.

Nel prossimo paragrafo si presentano alcuni dati sugli esborsi del bilancio pubblico

volti a fornire servizi agli immigrati e sui principali flussi di opposta direzione, fiscali e

contributivi.

L’IMMIGRAZIONE E LA FINANZA PUBBLICA IN ITALIA: COSA SAPPIAMO DAI

DATI DISPONIBILI

Come più volte segnalato in questa e in altre analisi, sebbene la disponibilità di ban-

che dati esaustive ed aggiornate costituisca il presupposto fondamentale per una appro-

priata valutazione degli effetti determinati dai nuovi cittadini nei paesi di accoglienza, il

livello delle informazioni accessibili non è pienamente soddisfacente. L’esistenza di fon-

ti informative estremamente diversificate e di rilevazioni non uniformi, sia da un punto

di vista temporale, sia per quanto riguarda la definizione della popolazione di riferimen-

10 Il diritto alla permanenza nel nostro Paese e l’accesso ad alcune prestazioni (ad esempio, CIG, indennità di

disoccupazione e assistenza sanitaria) sono subordinati al possesso di un regolare contratto di lavoro. Giunti alla

risoluzione di questo, l’immigrato può richiedere il rilascio di un permesso di durata temporanea (6 mesi) per la ricerca di

un nuovo impiego. In caso di mancato rinnovo o sottoscrizione di nuovo rapporto, l’immigrato diviene irregolare, con il

rischio di cadere nelle maglie del mercato sommerso. - 80 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

to, costituisce un vincolo restrittivo alle esigenze conoscitive di policy makers e studiosi

del fenomeno.

Nonostante i limiti segnalati in questo lavoro si è tentato di pervenire ad un prelimi-

nare quadro dell’impatto degli immigrati sulla finanza pubblica italiana, attraverso le ri-

flessioni suggerite dai dati disponibili e dai principali risultati ottenuti in letteratura.

Una prima valutazione degli effetti economici dell’immigrazione in Italia può essere

sviluppata partendo dall’analisi dell’anzianità del fenomeno. A questo proposito, infatti,

alcune evidenze (saldi migratori positivi da tempi relativamente brevi, immigrati preva-

lentemente di prima generazione, presenze ultradecennali ancora piuttosto contenute, nu-

clei prevalentemente monocomponenti) segnalano che quello a cui stiamo attualmente

assistendo è un processo ancora nelle sue fasi iniziali. La letteratura finalizzata ad analiz-

zare il rapporto tra immigrati e Amministrazioni Pubbliche evidenzia che, in tale fase,

l’immigrazione determina un impatto tendenzialmente positivo sul bilancio pubblico;

sotto questo aspetto, quindi, gli stranieri regolarmente presenti in Italia dovrebbero costi-

11

tuire una risorsa per la finanza pubblica italiana .

Passando ad esaminare direttamente gli aspetti quantitativi del fenomeno, con la ta-

bella 5 si offre una sintesi della fruizione di alcuni servizi sociali da parte degli immigra-

ti, analizzando alcune categorie di spesa sociale quali istruzione, assistenza sanitaria,

prestazioni pensionistiche e assistenziali, e si tenta di ricostruire l’apporto degli stranieri

dal lato delle entrate, esaminando il lato fiscale, con particolare attenzione al prelievo sul

reddito delle persone fisiche, e quello contributivo.

Tab. 5 GLI STRANIERI E ALCUNE VOCI DELLA FINANZA PUBBLICA IN ITALIA Euro

Fonte Anno Aggregato di riferimento (mld)

Individui Spese

Elaborazioni ISAE su dati Ministero A.S. 2003/2004 Alunni stranieri Istruzione 2,4

Pubblica istruzione Immigrati regolari provenienti da Sanità (spesa per ricoveri

Age.na.s 2005 0,6

PFPM ospedalieri)

Immigrati irregolari provenienti da Sanità (spesa per ricoveri osped- 0,1

Age.na.s 2005 PFPM alieri)

INPS 2004 Cittadini extra UE15 Ammortizzatori sociali 0,4

INPS 2005 Cittadini nati all’estero Erogazioni pensionistiche 1,8

Individui Entrate

Dipartimento delle Finanze 2004 Contribuenti nati all’estero Gettito IRPEF 4,5

Dipartimento delle Finanze 2004 Contribuenti nati all’estero Addizionali regionali IRPEF 0,3

Dipartimento delle Finanze 2004 Contribuenti nati all’estero Addizionali comunali IRPEF 0,06

Cittadini extracomunitari (extra Contributi previdenziali 4,6

Elaborazioni ISAE su dati INPS 2004 UE15)

11 A questo proposito si veda anche Naletto (2008). - 81 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

L’operazione di sintesi, tuttavia, non risulta priva di ostacoli. Le informazioni più

aggiornate sono riferite, ad esempio, ad anni diversi, come vedremo in seguito; si è cer-

cato pertanto in tabella 5 di riportare i dati di un unico anno (il 2004, ove disponibile, ma

in qualche caso si deve far riferimento al 2005).

Il tentativo qui seguito per pervenire ad un quadro di sintesi di spese e entrate relati-

ve agli immigrati ha incontrato un ulteriore elemento di difficoltà, oltre a quello appena

ricordato, legato alla mancata omogeneità dei criteri di definizione della popolazione cui

riferire le partite di bilancio. I dati pubblicati sulla spesa per istruzione sono riferiti alla

totalità degli alunni stranieri, senza distinguere tra extracomunitari e comunitari, oppure

tra immigrati originari da paesi a sviluppo avanzato e da quelli più poveri; i dati sulla

spesa sanitaria distinguono tra cittadini provenienti da paesi a forte pressione migratoria

e quelli originari di PSA, fornendo anche (a differenza di quanto riportato per la scuola)

il dettaglio per i non regolari. E’ necessario segnalare che anche i dati pubblicati da una

stessa fonte (INPS) fanno riferimento ad aggregati non coincidenti; se da un lato, infatti,

il valore delle erogazioni pensionistiche considera l’insieme dei cittadini nati all’estero

(che include non solo gli stranieri, ma anche quegli individui che, pur non essendo nati in

Italia, hanno cittadinanza italiana), dall’altro, invece, la spesa per gli ammortizzatori so-

ciali è relativa agli stranieri provenienti da paesi extra UE15.

Alcuni limiti di quantificazione sono riscontrabili anche per quanto riguarda le par-

tite di bilancio attive: in primo luogo, è necessario sottolineare che quelle qui considerate

non completano il valore complessivo delle entrate (si riportano infatti solo i dati relativi

al gettito IRPEF e alle addizionali e si stimano i contributi previdenziali). Il dato fornito

dal Dipartimento delle Finanze, inoltre, fornisce il gettito fiscale riferito ai contribuenti

nati all’estero (valendo quindi le stesse osservazioni svolte per le erogazioni pensionisti-

che), mentre, per quanto riguarda i contributi previdenziali, è possibile ricostruire il valo-

re riferito all’insieme dei cittadini extra UE15.

Sebbene le difficoltà ora illustrate non consentano di pervenire al saldo esatto di en-

trate e uscite, si può cercare di delineare un approssimativo e parziale quadro dell’impat-

to degli stranieri sulla nostra finanza pubblica.

Dal lato delle uscite, nel presente lavoro si è analizzato il valore di alcuni trasferi-

menti in natura: la spesa per istruzione e quella sanitaria.

Nel primo caso le erogazioni interessano la popolazione di immigrati in età scolare:

sebbene costituisca una quota ancora relativamente contenuta sulla popolazione stranie-

ra, l’incidenza sul totale risulta in crescita. Secondo i dati più recenti del Ministero della

Pubblica Istruzione (2008), nell’anno scolastico (a.s.) 2006/07 gli alunni non italiani nel

nostro paese erano circa 500.000, pari al 5,6% della popolazione scolastica totale, con un

incremento di quasi 80.000 individui rispetto all’anno precedente e un aumento dell’inci-

denza nell’ultimo decennio di circa 5 punti percentuali. Questo trend implica un aumento

- 82 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

della popolazione non attiva, che non solo non contribuisce in termini di imposte, ma è

12

destinataria di spesa , risultando quindi un elemento di costo per la finanza pubblica

che, per il 2004, è stimabile in circa 2,4 miliardi di euro, e per il 2006-07 in 2,9 miliardi.

Per quanto riguarda la spesa sanitaria è necessario ricordare che, ad oggi, il fenome-

no migratorio interessa prevalentemente una popolazione di prima generazione, caratte-

rizzata da individui giovani, relativamente sani, che arrivano in Italia principalmente per

motivi di lavoro; inoltre, si tratta di soggetti che, nel caso di peggioramento delle condi-

zioni di salute tendono a rientrare nei paesi di origine come evidenziato dall’indagine

ISTAT sulla popolazione immigrata residente (ISTAT, 2008e). Questi fattori spiegano un

impatto relativamente limitato della comunità straniera sui costi sanitari che, secondo

l’Age.na.s. (2008), sarebbero pari a circa 600 milioni di euro per gli immigrati regolari e

13

140 milioni per gli Stranieri Temporaneamente Presenti (STP) provenienti da PFPM

nel 2005 con riferimento alla spesa per ricoveri ospedalieri. Tuttavia, gli effetti sulla spe-

sa possono essere influenzati in prospettiva da due elementi legati alla dinamica dell'im-

migrazione in Italia. Da un lato, infatti, si può osservare un aumento della componente

femminile della popolazione straniera, e ciò determina un incremento dei ricoveri sia per

l'aumento delle nascite straniere (si consideri che il numero medio di figli per donna è

pari a 2,45, a fronte di una media per le italiane di 1,4) sia per il ricorso all'interruzione

volontaria di gravidanza. Dall'altro, l'invecchiamento della popolazione straniera, che

naturalmente accompagna il consolidamento dell’immigrazione nei paesi di accoglienza,

incide in termini di aumento sulle erogazioni sanitarie a favore della popolazione immi-

grata.

Ulteriori riflessioni sull’impatto degli stranieri sulla finanza pubblica di un paese

sono legate alla loro età media nel momento dell’ingresso nel paese di destinazione: se-

condo alcuni (Hu, 1998) infatti, più l’immigrato è anziano, maggiore è la probabilità che

il saldo della PA nei suoi confronti sia negativo, perché è più consistente il consumo in

termini di beni e servizi offerti dal settore pubblico (aumenta la possibilità di richiedere

12 E’ bene ricordare che le statistiche del Ministero della Pubblica Istruzione sugli alunni stranieri in Italia includono anche

i minori non regolari.

13 La legislazione italiana stabilisce il diritto all’assistenza per tutta la popolazione immigrata, regolare e irregolare, sia

pure con differenti modalità. Con il permesso di soggiorno (non di breve durata, come quelli per affari e turismo) ci si può

iscrivere al SSN, e dunque scegliere il medico di base o il pediatra; chi risiede in Italia per motivi di studio, religiosi o è

collocato alla pari può iscriversi volontariamente al SSN pagando una quota fissa che va rinnovata ogni anno; chi non ha

un permesso di soggiorno può essere curato in ospedale o in ambulatorio presentando la tessera STP (straniero

temporaneamente presente), che va richiesta alla ASL. Anche nel caso degli stranieri non “in regola” sono quindi

garantite le cure ambulatoriali urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio, e anche

la tutela della gravidanza e della maternità e quella della salute del minore (sempre in ambulatorio, ospedale o

consultorio), nonché le vaccinazioni, gli interventi di profilassi internazionale e di profilassi, diagnosi e cura delle malattie

infettive. Per ottenere la gratuità totale o parziale delle cure (applicazione del ticket) è necessario auto-certificare la

condizione di indigenza. - 83 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

servizi, ad esempio sanitari, o di accedere alle prestazioni pensionistiche) ed è inoltre più

breve il periodo di contributo alle entrate pubbliche (contributi e imposte). Come eviden-

ziato dai dati, la distribuzione per età degli stranieri regolarmente presenti in Italia resti-

tuisce il quadro di una popolazione piuttosto giovane, con un’età medio-bassa (di circa

30 anni) e con un peso relativamente contenuto degli anziani. Gli stessi dati INPS confer-

mano che la spesa pensionistica a favore degli immigrati risulta ancora piuttosto conte-

nuta (in questa fase gli esborsi per i cittadini nati all’estero per il 2005 ammontano a 1,8

miliardi di euro circa, pari all’1% del totale, e a circa 2 miliardi nel 2007) e, essendo il si-

stema previdenziale italiano a ripartizione, l’effetto sul bilancio è positivo.

Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, in base alle informazioni rese dispo-

nibili dall’INPS, emerge che sono state erogate ai lavoratori extracomunitari 143.000

prestazioni nel 2004 e 195.000 nel 2005. I pagamenti per la CIG rappresentano oltre il

40% dei trattamenti effettuati a favore degli immigrati, mentre le indennità di disoccupa-

zione (agricola e non) superano complessivamente il 50% delle prestazioni ricevute. In

termini di esborsi monetari, i dati INPS seganalano che l’8% circa degli interventi totali è

stato erogato a favore di cittadini extracomunitari, per un importo stimabile (nel 2004) in

circa 600 milioni di euro.

Dal lato delle entrate, invece, in base ai dati resi disponibili dal Dipartimento delle

Finanze sulla dichiarazioni IRPEF per il 2004, in Italia i contribuenti non italiani erano

quasi 2,4 milioni, di cui il 60% uomini, per un gettito complessivo di circa 4,8 miliardi di

euro di IRPEF e addizionali.

Per quanto riguarda l'ultima componente attiva del bilancio, a partire dal totale delle

retribuzioni per categoria (la massa retributiva) degli immigrati (extra UE15) che effet-

tuano versamenti all’INPS e considerando la relativa aliquota legale media, è possibile

pervenire ad una preliminare stima dell’ammontare dei contributi effettuati dai lavoratori

non italiani nel 2004. L'entità dei contributi degli immigrati (lavoratori dipendenti priva-

14

ti , artigiani, commercianti, agricoltori, parasubordinati) così calcolata risulta pari, per

l’anno di osservazione, a circa 4,6 miliardi di euro, corrispondenti a circa il 2,6% del to-

tale delle entrate per contribuzione previdenziale.

Come emerge dai dati, gli effetti positivi sulla finanza pubblica della presenza mi-

gratoria in Italia non sono trascurabili. Si tratterebbe, di conseguenza, di rafforzare quelle

pratiche che consentono di far emergere le potenzialità economiche della presenza immi-

grata. Diviene particolarmente urgente avviare una politica migratoria che favorisca e ac-

celeri i processi di inserimento nel mercato del lavoro regolare degli stranieri, sia per

limitare rischi di tensione sociale e di criminalità, sia per garantire condizioni di vita

14 Sono stati considerati i contributi pagati dai lavoratori e dai datori di lavoro.

- 84 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

meno precarie ai soggetti coinvolti, sia, infine, per assicurare l’emersione di risorse indi-

spensabili per il sistema economico.

Un’ulteriore analisi meriterebbe di essere sviluppata per approfondire gli effetti

dell’immigrazione in un contesto istituzionale di tipo federale; alcuni studi sugli USA se-

gnalano, infatti, che, a causa della accentuata decentralizzazione del sistema di welfare,

l’impatto fiscale degli immigrati sui bilanci dei vari stati è particolarmente articolato.

Questo risultato è attribuibile sia al tipo di struttura dei sistemi di protezione sociale, sia

15

. Questo

alle caratteristiche demografiche e professionali di ciascuna comunità straniera

filone di analisi sembra essere di particolare rilievo in un paese come l’Italia e meritevole

di futuri approfondimenti.

I RISULTATI DELL’INDAGINE

In questo paragrafo si riportano i principali risultati, dell'indagine condotta

dall'ISAE nel 2008 su circa 800 individui, considerando due distinti campioni, quello dei

16

residenti nel Comune di Roma e quello dei non residenti in Italia, e analizzando con-

giuntamente le risposte. Per l'approfondimento della metodologia statistica e per la deter-

minazione del campione si rimanda all'appendice al presente capitolo.

Le caratteristiche degli intervistati

La tabella 6 mostra le informazioni sulla nazionalità degli intervistati (si veda la

nota metodologica per i dati sulle percentuali relative, rispettivamente, ai residenti nel

Comune di Roma e ai non residenti). I rumeni risultano i più numerosi (più del 17%),

17

mentre le nazionalità del gruppo C1 (gli originari dei paesi dell’America Centro-Meri-

dionale, esclusi Perù, Equador, Brasile e Colombia) sono le meno frequenti (meno del

3%).

Di seguito presentiamo le informazioni relative all’insieme dei componenti dei nu-

clei in cui convivono gli intervistati: si tratta di 1.818 individui.

15 A questo prosito si veda Smith e Edmonston (1997).

16 La fase operativa sui residenti è stata gestita dal nostro Istituto con la collaborazione di un gruppo di tirocinanti che ha

portato alla rilevazione di 440 interviste; il lavoro sui non residenti, invece, è stato svolto da CODRES, che, con l'ausilio di

un gruppo di 10 operatori (di cui 7 stranieri) ha raccolto 402 interviste presso associazioni, centri di accoglienza e di

aggregazione presenti nel territorio cittadino.

17 Per la descrizione dei gruppi di nazionalità individuati per la presente indagine si rimanda alla Tabella 1 dell'appendice.

- 85 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

I capifamiglia rappresentano il 46%

Tab. 6 INTERVISTE PER GRUPPI DI NAZIONALITÀ dei componenti dei nuclei intervistati, i co-

GRUPPI Valore assoluto % intervistati niugi poco meno del 20%, i figli un quarto

A1 144 17,1 del totale, gli altri parenti quasi il 7%. Va

A2 100 11,9 osservato che il 3,5% dei componenti ha

A3 37 4,4 rapporti di convivenza, ma non di parente-

A4 37 4,4 la, con gli altri membri del nucleo. Solo per

B1 106 12,6 motivi di semplificazione adopereremo di

B2 93 11,0 seguito il termine “famiglie” come sinoni-

B3 64 7,6 mo di “nuclei”, anche se, come si è visto,

B4 42 5,0 non tutti i nuclei sono di tipo familiare.

B5 75 8,9 Quasi il 40% degli individui ha un’età

B6 43 5,1 compresa tra 30 e 45 anni, più del 20% ha

C1 22 2,6 meno di 30 anni e meno del 20% un’età

C2 45 5,3 compresa tra 46 e 64 anni. I minorenni

C3 34 4,0 rappresentano circa il 17%, mentre i mem-

Totale 842 100,0 bri ultrasessantaquattrenni non arrivano al

Fonte: ISAE. 3%. Il rapporto tra i generi è piuttosto equi-

librato (le donne rappresentano il 48%). La distribuzione per età e genere è sostanzial-

mente simile a quella rilevata dall’ISTAT per la popolazione straniera residente in Italia

(ISTAT, 2008), con una qualche concentrazione maggiore nelle fasce medio basse e una

quota un poco più contenuta di giovanissimi.

Pochi sono i soggetti con livello di istruzione molto basso (nessuno o scuola prima-

ria), mentre il 28% dei componenti possiede un titolo di studio di grado secondario infe-

riore e il 39% uno di grado secondario superiore; il 15% detiene una laurea. Anche

questi dati sono piuttosto coerenti con quelli rilevati dall’ISTAT (2008d) con l’indagine

sulle forze lavoro e riferiti agli individui in età attiva.

Come mostra la tabella 7, (l’insieme dei soggetti appartenenti ai nuclei che abbiamo

raggiunto) è formato per il 30% da operai, per il 23% da collaboratori domestici (com-

presi baby-sitter e badanti), per il 10% da imprenditori e liberi professionisti, per il 7%

da colletti bianchi; poco più del 3% è venditore di strada; è in cerca di occupazione meno

del 6% degli immigrati; una percentuale analoga dichiara di essere casalinga e meno del

18

3% pensionato, mentre gli studenti sfiorano l’11 per cento .

La percentuale di indipendenti (comprendendo in questa categoria i venditori di

strada) risulta pari al 13% di coloro che lavorano, a fronte del 14% desumibile dall’inda-

gine sulle forze lavoro dell’ISTAT con riferimento ai lavoratori stranieri nel Comune di

Roma (Villani, 2009). - 86 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Per quanto riguarda il tipo di CONDIZIONE PROFESSIONALE

Tab. 7

rapporto di lavoro, tra i 1.175 indivi- Condizione professionale di tutti Valore assoluto % risposte

i componenti

dui che rispondono a questa domanda Operaio 483 30,4

il 53% ha un contratto di lavoro di- Collaboratore domestico 363 22,8

pendente, in quasi tre quarti dei casi a Impiegato 112 7,0

tempo indeterminato, il 7% un con- Dirigente 6 0,4

Imprenditore 131 8,2

tratto cosiddetto “atipico” (compreso Socio di società 1 0,1

interinale, co.co.co., co.pro.), l’1% ha Libero professionista 32 2,0

più di un contratto, poco più Venditore di strada 54 3,4

dell’11% ha un’attività di lavoro au- In cerca di occupazione 88 5,5

tonomo. Circa il 25% degli immigrati Studente 171 10,7

Casalinga 100 6,3

appartenenti ai nuclei raggiunti si tro- Pensionato 45 2,8

va in condizione di irregolarità (e Altro 5 0,3

quasi il 3% di parziale irregolarità), Totale 1.591 100,0

mentre tra gli indipendenti solo l’1% Missing 227 12,5

ammette di non pagare imposte e Fonte ISAE.

contributi. Si può aggiungere che il 19

71% lavora a tempo pieno, il 21% a part-time , l’8% ha un impegno saltuario o stagio-

nale (ma anche in questo caso le non risposte superano il 35%).

Passando alla condizione giuridica degli individui, riportata in tabella 8, si osserva

che più del 60% possiede documenti regolari (una carta o un permesso di soggiorno, op-

pure documenti di identità rilasciati nel proprio paese, membro dell’Unione Europea) e il

10% è in attesa di avere il permesso, per cui ha fatto domanda, o lo sta rinnovando, men-

tre il 10% non ha mai avuto tale permesso, o lo ha, ma è scaduto e non lo sta rinnovando.

Inoltre, si deve osservare che nei nuclei con membri immigrati sono presenti anche sog-

getti di nazionalità italiana (13%) - si tratta probabilmente di partner o figli di stranieri -

e altri che hanno comunque ottenuto la cittadinanza (attraverso la permanenza in Italia o

20

il matrimonio) .

18 Secondo un’indagine (Margotti, 2008), realizzata dal Centro studi e ricerche IDOS in collaborazione con la

Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale e la Caritas e svolta telefonicamente su 916 immigrati soggiornanti sul

territorio di Roma e Provincia e aderenti a strutture di aggregazione e associazioni degli immigrati, l’80% di quanti

rispondono alla domanda sulla condizione professionale ha un’occupazione (Demanio, 2008), il 12% è disoccupato, il

6% è studente e il 2% è in condizione non professionale. Il 13% svolge un’attività autonoma, mentre l’87% degli occupati

è lavoratore dipendente, con uno o più datori di lavoro, con contratto a tempo determinato nel 16% dei casi,

indeterminato nel 57% e atipico nel 12%; il 15% dichiara una posizione irregolare sul mercato del lavoro. Il 49% degli

occupati svolge attività di lavoro domestico e di cura, a fronte del 22,8% nella nostra indagine.

19 Secondo Villani (2009), sulla base dei dati ISTAT nel Comune di Roma il 18% degli stranieri lavora a part-time.

- 87 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 8 CONDIZIONE GIURIDICA DEI COMPONENTI FAMILIARI.

Condizione giuridica di tutti i componenti Valore assoluto % risposte

E' in possesso di documenti regolari 1.059 62,4

E' in attesa di permesso o di rinnovo 165 9,7

Ha avuto il permesso di soggiorno ma è scaduto e non lo sta rinnovando 35 2,1

Non ha mai avuto il permesso di soggiorno 135 8,0

Nazionalità italiana 214 12,6

Cittadinanza italiana 89 5,2

Totale 1697 100

Missing 121 6,7

Fonte: ISAE. Passando alle informazioni fami-

Tab 9 ANNO DI ARRIVO IN ITALIA DEL CAPOFAMIGLIA liari, e osservando l’anno di arrivo del

Anno Valore assoluto % risposte capofamiglia (Tab. 9), la quota maggio-

1990 e precedenti 123 14,7 re, pari al 38%, è giunta in Italia tra il

1991 e il 2000, mentre poco più del

1991-2000 318 38,1 23% delle risposte è concentrato in

2001-2004 198 23,7 ognuno dei due quadrienni successivi e

2005-2008 195 23,4 il 15% è arrivato nel 1990 o ancora pri-

Totale 834 100,0 21

ma .

Missing 8 1,0 Il 23% dei capifamiglia ha dei figli nel

paese d’origine. Si può anche rilevare

Fonte: ISAE. (Tab. 10) che il 14% dei nuclei vive in

un’abitazione di proprietà, il 37% in affitto, il 15% presso il datore di lavoro; inoltre, il

25% dichiara di essere in affitto in modo informale/amichevole e il 9% non si ricono-

sce in nessuna di queste ipotesi. Coloro che hanno dichiarato di pagare un mutuo per

22

.

l’acquisto o la ristrutturazione dell’abitazione sono meno del 5 per cento

20 Dall’indagine IDOS, emerge che l’88% dispone di permesso o carta di soggiorno o è in attesa di rinnovo, il 7% è

divenuto cittadino italiano e solo il 5% non ha documenti (tra questi ultimi sono compresi i neocomunitari che non hanno

bisogno si permesso di soggiorno) (Ricci, 2008).

21 Dall’indagine IDOS sopra citata emerge che il 58% degli intervistati è giunto in Italia prima del 2000 (Ricci, 2008), a

fronte del 53% da noi riportato (comprendendo in questo caso l’anno 2000).

22 L’indagine IDOS rileva una percentuale di immigrati che vive in abitazione di proprietà del 10%, in affitto del 62%,

presso il luogo di lavoro del 15%, come ospite non pagante del 6%, in strutture di accoglienza o altro del 6% (Licata,

2008). La quota dei proprietari di casa con un mutuo risulta pari al 69%, a fronte di appena il 32% nella nostra indagine.

- 88 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Con riguardo al reddito (Tab. 11), Tab. 10 CONDIZIONE ABITATIVA

pur considerando le risposte con qual- Valore

che prudenza, trattandosi di informa- % risposte

Tipologia assoluto

zioni quantitative in materia di risorse Di proprieta' 120 14,4

economiche, osserviamo che la mag- In affitto 311 37,3

gior parte dei nuclei (circa il 60%) è

collocata nella seconda e terza fascia Affitto informale/amichevole 208 24,9

(600-1.000 euro e 1.000-1.500 euro), Datore di lavoro 122 14,6

poco meno del 20% nella prima (fino Altro 73 8,8

a 600 euro) e una percentuale appena Totale 834 100,0

più bassa (17%) nella quarta (1.500-

2.500 euro), mentre appena il 4% di- Missing 8,0 1,0

23

.

chiara più di 2.500 euro Fonte: ISAE.

Tab. 11 CLASSE DI REDDITO DEL NUCLEO FAMILIARE

Classe di reddito mensile Numero di componenti familiari

1 2 3 4 5 e più Totale

fino 600 euro 112 24 8 3 1 148

600-1.000 euro 172 42 27 14 6 261

1.000-1.500 euro 42 68 44 31 19 204

1.500-2.500 euro 6 45 32 40 12 135

oltre 2.500 euro 3 5 7 8 10 33

Totale risposte 335 184 118 96 48 781

% di riga 42,9 23,6 15,1 12,3 6,1 100,0

Missing 36 6 9 7 3 61

Totale 371 190 127 103 51 842

% di colonna (su risposte)

1 2 3 4 5 e più Totale

fino 600 euro 33,4 13,0 6,8 3,1 2,1 19,0

600-1.000 euro 51,3 22,8 22,9 14,6 12,5 33,4

1.000-1.500 euro 12,5 37,0 37,3 32,3 39,6 26,1

1.500-2.500 euro 1,8 24,5 27,1 41,7 25,0 17,3

oltre 2.500 euro 0,9 2,7 5,9 8,3 20,8 4,2

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Missing 9,7 3,2 7,1 6,8 5,9 7,2

Fonte: ISAE.

Come da attese, le frequenze risultano maggiormente concentrate verso i livelli

elevati di reddito man mano che si guarda a nuclei più numerosi, con più dell’80% dei

single nella prima e seconda fascia, circa l’85% delle famiglie di due, tre e quattro com-

23 Secondo l’indagine IDOS, quasi la metà degli intervistati percepisce retribuzioni comprese tra i 500 e i 1.000 euro

mensili (Nanni, 2009). - 89 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

24

ponenti collocate nella seconda, terza e quarta , l’85% circa dei nuclei con cinque e più

componenti nelle tre fasce superiori (e più del 20% nell’ultima fascia). Ricordiamo che i

nuclei monocomponenti rappresentano circa il 43% del totale, quelli con due, tre e quat-

tro membri rispettivamente il 24%, il 15% e il 12%, quelli più numerosi appena il 6 per

cento.

Infine, tra gli intervistati il 37% intende tornare al proprio paese di origine entro 5

anni, il 10% in un periodo più lungo, il 26% conta di restare in Italia, gli altri non han-

no deciso ancora. La tabella 12 mostra come l’anno di arrivo incida sulla decisione intor-

no al proprio futuro: quelli che vogliono tornare nel paese d’origine, e soprattutto coloro

che intendono farlo presto, sono più frequentemente giunti in anni recenti rispetto a

quanti hanno deciso di rimanere. Questo fa pensare che il progetto di immigrazione cam-

bi nel tempo, e che il desiderio di stabilizzarsi nel paese di arrivo si rafforzi man mano

che l’integrazione nel nuovo ambiente si consolida.

Tab. 12 PROGETTO DI RIENTRO NEL PAESE DI ORIGINE PER ANNO DI ARRIVO IN ITALIA

Anno di arrivo e rientro Si, entro 5 anni Sì, tra almeno 5 anni No Non saprei Totale

% risposte

1990 e precedenti 6,5 22,5 24,2 14,9 90

1991-2000 25,6 45,0 49,3 36,6 221

2001-1004 28,5 21,3 19,1 24,2 146

2005-2008 39,5 11,3 7,4 24,3 147

100,0 100,0 100,0 100,0

Totale (v.a.) 309 80 215 604

Fonte: ISAE.

Immigrazione e servizi pubblici

Passiamo ora all’esame dei risultati dell’indagine relativi all’utilizzo dei servizi

pubblici da parte degli immigrati.

Piuttosto diffusa è la presenza dei componenti dei nuclei degli intervistati nelle

scuole della Capitale (Tab. 13): nel 6% dei casi vi sono bambini iscritti alle materne, nel

10% allievi delle primarie, nel 5% delle secondarie inferiori, nel 7% studenti delle secon-

darie superiori. Questi risultati sembrano sostanzialmente coerenti con quelli degli archi-

vi del Ministero della Pubblica Istruzione (Demanio, 2008), che indicano in 45.879 gli

iscritti stranieri nella Provincia di Roma nell’anno scolastico 2007/08 (questo dato fa di

Roma la seconda provincia italiana per numero di studenti stranieri, dopo Milano), e, con

riferimento alla distribuzione di tali studenti tra i diversi ordini di scuole, rilevano una

24 Tuttavia i nuclei di quattro componenti hanno una concentrazione decisamente maggiore nella quarta fascia (più del

40% dei casi). - 90 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

percentuale più elevata nella primaria (37%), seguita dalla secondaria superiore (24%),

dalla secondaria inferiore (22%) e, infine, dalla scuola per l’infanzia (cioè la materna,

che assorbe il 17% degli allievi).

La mensa è un servizio molto uti- Tab. 13 ISCRIZIONE SCUOLE

lizzato dai bambini degli asili/materne Tipologia Valore assoluto %

(67%) e dagli allievi delle scuole

dell’obbligo (58%), mentre il tra- Asili nido/materne 51 6,1

pubbliche

sporto scolastico riguarda percentuali

comprese tra il 10 e il 20% degli iscrit- Primaria 84 10,0

ti. La quota di nuclei con figli iscritti Secondaria inferiore 39 4,6

che sostiene dei costi per assicurare Secondaria superiore 61 7,2

l’uso dei servizi scolastici (compresi Fonte: ISAE.

mensa e trasporti) ai figli stessi è intor-

no al 50% nel caso dell’asilo nido e delle scuole materne e dell’obbligo, mentre quasi

l’80% dei nuclei con figli alle secondarie superiori dichiara di pagare le relative tasse

scolastiche (e il 18% afferma di affrontare anche altri pagamenti), come mostra la tabella

14. Gli iscritti all’università sono pre-

Tab 14 COSTI SOSTENUTI PER SERVIZI SCOLASTICI senti nel 6% dei nuclei, e pagano nel

94% dei casi la tassa di iscrizione.

Pagamento tasse/rette/costo dei Valore assoluto % nuclei con

servizi di mensa/trasporto iscritti Non molto frequenti sono i casi di tra-

Asili nido/materne pubbliche 28 54,9 sferimenti monetari ricevuti dagli immi-

grati, riportati in tabella 15. La più alta

Primaria/secondaria inferiore 51 49,0 incidenza riguarda gli assegni al nucleo

Tasse secondaria superiore 48 78,7 familiare (3,6%) e l’indennità di malat-

Altri pagamenti secondaria supe- 11 18,0

riore tia e maternità (2,4%), ovvero prestazio-

ni che discendono da una condizione di

Fonte: ISAE. piena integrazione nel mondo del la-

voro, nonché le pensioni (2,5%). Nessuna delle altre forme di sostegno al reddito,

ammortizzatori o aiuti, da parte del Comune, giunge a toccare l’1% dei nuclei. Più ampio

è il ricorso ai servizi reali forniti dagli Enti Locali, soprattutto di informazione e forma-

zione (più del 13% ha utilizzato lo sportello informativo e quasi il 9% ha seguito corsi di

lingua).

L’utilizzo di servizi sanitari è articolato. Il 68% dei nuclei che abbiamo avvicinato

ha scelto il medico generico/pediatra, dunque ha accesso a tutte le prestazioni del SSN

con le stesse modalità dei cittadini italiani.

- 91 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab 15 ACCESSO ALLE PRESTAZIONI DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE (2007)

Tipologia prestazioni Valore assoluto % famiglie

Pensione 21 2,5

Disoccupazione/mobilità 3 0,4

Lavori soc.utili 1 0,1

Assegno di infortunio 4 0,5

Indennità malattia maternità 20 2,4

Assegni nucleo familiare 30 3,6

Aiuto per tanti figli 5 0,6

Aiuti per profughi politici 1 0,1

Indennità comunali 5 0,6

Fonte: ISAE.

Il 47% dei nuclei comprende individui che si sono sottoposti ad esami diagnostici

nel settore pubblico o convenzionato, pagando il cosiddetto “ticket” nel 73% dei casi.

Sono stati visitati da uno specialista presso strutture pubbliche o convenzionate uno o più

componenti del 41% dei nuclei, versando la quota di compartecipazione nel 68% dei ca-

si. Ha fatto uso di farmaci ottenuti gratuitamente in farmacia il 26% dei nuclei. Si deve

tuttavia osservare che la Regione Lazio ha introdotto un ticket sui farmaci da settembre

2008, e cioè mentre le interviste della nostra indagine erano in corso: questo può aver

creato qualche confusione nelle risposte.

Gli interventi di pronto soccorso hanno riguardato il 17% delle famiglie (il 6% più

di una volta), che nel 26% dei casi hanno dovuto pagare il ticket. Per quanto riguarda i

servizi ospedalieri e di altre strutture pubbliche, sono meno del 6% i nuclei cui appartie-

ne almeno una donna che ha affrontato un parto in tali strutture, mentre quasi il 7% dei

nuclei comprende un membro che ha subito un intervento chirurgico; il day-hospital è

stato utilizzato dal 4% delle famiglie; il 12% dei nuclei ha utilizzato i consultori pubblici.

Immigrazione e banche

In questa sezione vengono sintetizzati i principali risultati dell’indagine condotta

dall’ISAE relativamente al rapporto tra immigrati e finanza privata.

Il consistente afflusso di stranieri definisce una nuova struttura della società italiana

e il settore bancario scopre di fatto un segmento di mercato meno noto - che pone do-

mande (rispetto ai prodotti finanziari, ad esempio) ed esprime bisogni non ancora speri-

mentati -, a cui proporre nuovi strumenti e servizi (Marcocci, 2008). Secondo alcuni

(Borracchini, 2007), inoltre, le potenzialità dell’inclusione finanziaria degli stranieri co-

- 92 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

stituiscono un’opportunità non solo dal lato dell’offerta, ma anche dal lato della doman-

da: il miglioramento dell’accesso al sistema bancario può rappresentare, infatti, un

ulteriore strumento nel processo di acquisizione della piena cittadinanza nel paese d’ac-

coglienza e facilitare così l’integrazione sociale ed economica dei nuovi arrivati.

Per via dell’importanza assunta dal fenomeno migratorio per gli operatori finanziari,

25

nel corso degli ultimi anni sono state realizzate alcune indagini (ABI, COSPE, IDOS)

sul rapporto tra immigrati e finanza privata dalle quali emergono alcuni interessanti ri-

sultati. 26

Secondo i dati dell’ABI (2008), relativi alle sole banche, la nuova clientela presen-

ta un positivo trend di crescita, facendo registrare un aumento di circa 350.000 unità tra il

2005 e il 2007, mentre il relativo tasso di “bancarizzazione” misurato considerando il nu-

mero dei migranti con conto corrente bancario sul totale degli stranieri provenienti dai

Paesi non OCSE è aumentato dal 60% al 67%. Su queste percentuali esercita una qualche

influenza la zona di residenza: nelle aree del Nord, infatti, la percentuale di immigrati

bancarizzati risulta pari al 71,3%, a fronte del 52,6% a Roma e del 38% a Palermo.

L'indagine IDOS svolta per l’intera Provincia di Roma e (differentemente dalla pre-

cedente) relativa sia al circuito bancario che a quello postale, segnala che l’inclusione fi-

nanziaria degli immigrati riguarda il 55,7% del campione (Nanni, 2008).

Lo studio del Cospe (2009) - condotto su 674 immigrati in tre regioni (Emilia Ro-

magna, Toscana e Puglia) e relativo sia agli istituti bancari che al circuito Banco Posta -

rileva che il 61% degli intervistati risulta titolare di un conto corrente, mentre, se si con-

siderano solo i possessori di regolare permesso di soggiorno, la percentuale è pari al

66%. Per quanto riguarda la disaggregazione territoriale, vengono confermati i dati già

presentati dallo studio ABI: emerge, infatti, che il tasso di bancarizzazione degli immi-

grati è maggiore nelle regioni settentrionali rispetto a quelle meridionali.

I risultati della rilevazione svolta dall’ISAE nel Comune di Roma raffigurano un

quadro similare a quello delineato dalle altre indagini, sia in termini di dimensione

dell’accesso al sistema bancario, sia per le caratteristiche qualitative. Emerge, infatti, che

gli stranieri bancarizzati dell’area romana sono il 51,5% del totale del campione. L’inda-

gine ISAE considera tuttavia non solo la disponibilità di conti correnti bancari, ma anche

27

di conti postali e di libretti di risparmio .

25 A questo proposito, si può segnalare anche un’indagine svolta nel 2007 da Unioncamere (2007) sul livello di

bancarizzazione degli immigrati riferita al mondo dell’imprenditoria straniera.

26 Nel 2007 l’ABI e il CeSPI hanno elaborato una ricerca sul tasso di bancarizzazione degli immigrati, rilevando le

informazioni sia dal lato dell’offerta, utilizzando i dati forniti dalle banche, sia dal lato della domanda. In quest’ultimo caso

è stata realizzata un’indagine su un campione di 1.347 migranti di dieci nazionalità dislocati in 5 diverse aree: Sesto San

Giovanni, Cinisello Balsamo, Brescia, Perugia, Palermo e il VI Municipio del Comune di Roma.

- 93 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Dai risultati della nostra indagine si può evidenziare, inoltre, una forte differenza re-

lativamente alla percentuale di bancarizzati a seconda che si abbia la residenza a Roma o

meno: infatti, mentre il 73,4% dei residenti dichiara di avere un qualche rapporto con gli

istituti finanziari, meno del 28% dei non residenti risulta cliente di banca o posta.

Per quanto riguarda l’accesso al settore, la quasi totalità dei bancarizzati (circa

l’82%) dichiara di non aver incontrato difficoltà e per circa il 45% la scelta

dell’istituto cui rivolgersi è influenzata dalla comodità di locazione rispetto all’abitazio-

ne o al luogo di lavoro, mentre non sono molti coloro (circa 17%) che scelgono la pro-

pria banca in base alla convenienza delle condizioni di offerta.

Tab. 16 MOTIVI DI PREFERENZA DELLA BANCA/POSTA

Valore assoluto % bancarizzati

Comodità rispetto all’abitazione 149 34,3

Comodità rispetto all’lavoro 45 10,4

Interesse vantaggioso 31 7,1

Commissioni vantaggiose 41 9,4

Qualità servizi 27 6,2

Conoscenze personali 49 11,3

Banca datore lavoro 30 6,9

Banca famosa 38 8,8

Altro 64 14,7

Nessun motivo 65 15,0

Fonte: ISAE.

Il 27% circa dei bancarizzati utilizza il proprio conto corrente per effettuare paga-

menti (bollette o affitto), mentre solo 17,5% dichiara di usarlo per l’accredito dello sti-

pendio, a differenza di quanto rilevato dall’indagine ABI, secondo cui sarebbe superiore

al 50% la quota di bancarizzati che si serve di questo servizio a livello nazionale.

La nostra indagine conferma che, in genere, come emerso anche dal lavoro ABI-Ce-

SPI (2007), il migrante bancarizzato è prevalentemente un fruitore di servizi finanziari di

base, risultando infatti limitata la quota di quanti utilizzano, oltre al conto corrente, le va-

rie forme di moneta elettronica o ricorrono al debito presso le banche. Sebbene, come

mostra la tabella 17, tra i bancarizzati sia elevata la quota di coloro che posseggono una

qualche carta (Bancomat/Postamat, carta di credito o prepagata), dai dati si evidenzia

una scarsa attitudine dei migranti al ricorso a questi strumenti per fare fronte ai pagamen-

ti: infatti, tra i clienti di banche o posta, solo il 49% ha utilizzato una carta nel corso

dell’ultimo anno (Tab. 18).

27 La percentuale di coloro che dispongono di strumenti di risparmio è bassa (il 4% ha un libretto postale e il 2% un

libretto bancario). - 94 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Per quanto riguarda gli altri ser- Tab. 17 POSSESSO MONETA ELETTRONICA

vizi finanziari, il 21% dei bancarizzati Tipo di carta Valore assoluto % bancarizzati

ha emesso assegni e il 15% ha effet- Bancomat 205 47,2

tuato bonifici. Il canale informale ri- Postamat 111 25,6

sulta essere lo strumento principale

per l’accesso ai prestiti: da quanto di- Carta di credito 74 17,0

chiarato, infatti, è basso il ricorso alla Carta prepagata 55 12,7

banca per ottenere finanziamenti (il Fonte: ISAE.

5% circa del totale degli intervistati Tab. 18 UTILIZZO BANCOMAT/POSTAMAT

ha un mutuo e il 7% ha debiti verso NELL’ULTIMO ANNO

gli istituti finanziari), mentre è relati- Utilizzo della carta Valore assoluto % bancarizzati

vamente elevata la quota (13%) di co-

loro che richiedono prestiti ad amici o Si, spesso 77 17,7

parenti. Si, a volte 136 31,3

Dalla disaggregazione per paese No 221 50,9

di origine (Tab. 19), emerge che, tra i Totale 434 100,0

migranti inclusi nel campione, polac-

chi e cinesi sono gli stranieri più ban- Fonte: ISAE.

carizzati (70% e 68% rispettivamen- Tab. 19 BANCARIZZATI PER AREA

te), mentre gli appartenenti ai gruppi DI ORIGINE

B5 (coloro che provengono dai paesi Area di origine % intervistati Valore assoluto

ex URSS e alcune nazioni dell’Euro- A1 50,7 144

pa dell’Est) e C3 sono quelli con mi- A2 58,0 100

nori rapporti con il settore bancario. A3 70,3 37

E’ infine interessante notare A4 67,6 37

(Tab. 20) che l’inclusione finanziaria B1 53,8 106

è molto più elevata tra coloro che di- B2 58,1 93

chiarano di non avere intenzione di B3 50,0 64

rientrare nel proprio paese (il 75,3%), B4 45,2 42

mentre tra i migranti che pianificano B5 32,0 75

B6 48,8 43

una permanenza di breve periodo in C1 63,6 22

Italia appena il 30% dichiara di avere C2 44,4 45

un rapporto con banca o posta. C3 32,4 34

Passando alla questione delle ri- Totale 51,5 842

messe, il 60% degli intervistati di- Fonte: ISAE.

chiara di inviarne. - 95 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Questo dato è coerente con quello

Tab. 20 BANCARIZZATI E PROGETTO DI RIENTRO emerso dall’indagine IDOS, secondo

Progetto di rientro nel Sì Valore assoluto cui (nella Provincia di Roma) quasi

paese di origine % intervistati sei immigrati su dieci trasferiscono

Si, entro 5 anni 29,4 310 denaro nel paese d’origine (Nanni,

Si, tra almeno 5 anni 57,5 80 2008). I risultati relativi all’ammonta-

No 75,3 219 re (Tab. 21) vanno considerati con

Non saprei 56,7 233 cautela, trattandosi di quantificazioni

di risorse economiche. Sembra co-

Totale 51,5 842 munque che quasi la metà di coloro

Fonte: ISAE. che rispondono a tale domanda faccia

Tab. 21 RIMESSE PER CLASSI pervenire nel paese di origine cifre

28

, e

comprese tra 1.000 e 5.000 euro

Classi Valore assoluto % risposte più del 45% un ammontare inferiore,

fino 1.000 euro 224 45,6 mentre solo il 5% invia più di 5.000

euro. Il mezzo preferito per spedire le

1.000-5.000 euro 241 49,1 rimesse è rappresentato dagli operato-

oltre 5.000 euro 26 5,3 ri di Money Transfer (41%) e al se-

condo posto viene indicato l’invio

Totale 491 100,0 attraverso amici o persone di fiducia

Fonte: ISAE. (22%), mentre banche e uffici postali

sono scelti dal 19% degli intervistati

Tab. 22 VETTORE UTILIZZATO PER L’INVIO

DELLE RIMESSE (Tab. 22).

Vettore Valore assoluto % risposte Le strutture tipologiche

Banca/Ufficio Postale 94 18,7 In questo paragrafo ci si sofferma su

Per posta 16 3,2 analisi più complesse dei comporta-

Money Transfer 208 41,4 menti degli immigrati, volte ad indivi-

duare alcune “strutture tipologiche” di

Amici/persone di fiducia 111 22,1 natura multivariata con le quali sinte-

Consegna diretta 53 10,5 tizzare le relazioni descritte singolar-

Altro 21 4,2 mente dalle variabili rilevate. Sono

state condotte analisi statistiche basa-

Totale 503 100,0 te sulla combinazione di più tecniche

Fonte: ISAE. e metodi di analisi fattoriale e cluster

28 Secondo la ricerca IDOS l’importo medio inviato è pari a 2.250 euro.

- 96 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

analysis al fine di individuare la presenza di “strutture” familiari, o semplicemente di

convivenza, tipologie di rapporti e interrelazioni tra immigrazione e fruizione di alcuni

essenziali servizi pubblici e tipologie di rapporti dei migranti con la struttura creditizia e

finanziaria del nostro Paese. Le variabili utilizzate nei tre casi sono indicate nella nota

metodologica in appendice.

Nella tabella 23 sono presentate le principali informazioni sulla distribuzione dei

nuclei tra i vari gruppi.

Tab. 23 LE STRUTTURE TIPOLOGICHE

Gruppo Numerosità % degli intervistati

Tipologia di composizione familiare

1. Convivenze adulte 74 8,8

2. Nuclei molto numerosi con tanti bambini 22 2,6

3. Coppie 170 20,2

4. Anziani 37 4,4

5. Coppie con un figlio 83 9,9

6. Alta scolarizzazione 0 0

7. Singles 374 44,4

Tipologia dell'utilizzo dei servizi pubblici

1. Universitari 46 5,5

2. Studenti delle superiori 41 4,9

3. Studenti delle primarie 68 8,1

4. Niente scuola 209 24,9

5. Quasi nessun rapporto 427 50,7

6. Bambini piccoli 51 6,1

Tipologia dell'utilizzo del sistema creditizio

1. Senza problemi, scarsa attenzione 82 9,7

2. Pochi problemi, più attenzione 152 18

3. Postali 108 12,8

4. Utilizzo avanzato e critico 61 7,2

5. Mutuo 31 3,7

Fonte: ISAE.

La tipologia di composizione familiare

L’analisi dei dati ha individuato una partizione dei soggetti intervistati in 7 gruppi

tipologici di struttura familiare.

Il primo gruppo - “convivenze adulte” - è formato principalmente da nuclei familiari

abbastanza numerosi (il 61% dei nuclei presenta almeno 4 componenti), caratterizzati

tuttavia prevalentemente da convivenze differenti da quelle tipiche della famiglia

- 97 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

tradizionale di genitori con figli (80%). Alta è l’incidenza dell’abitazione in affitto

oneroso (65%, contro una media complessiva del 37%) o informale (20%), e bassa

quella di case di proprietà, mentre una parte non indifferente degli appartenenti a questo

gruppo vive col datore di lavoro (9,5%). L’anno di arrivo di questi nuclei risulta

abbastanza lontano nel tempo (per il 66% delle famiglie l'anno di arrivo in Italia è

precedente al 2000, contro una media complessiva del 53%). Nel 69% dei casi almeno

due soggetti svolgono il lavoro da operaio e nel 26% dei casi si riscontra almeno un

lavoratore autonomo (più di un autonomo nel 20,3% dei nuclei, contro una media

complessiva del 3,6%); minima è la presenza di impiegati, nulla quella dei pensionati.

Dal punto di vista del livello di istruzione, questo gruppo è caratterizzato dalla massiccia

presenza di diplomati (presenti nel 70% dei nuclei, contro un valore medio del 54%).

Il secondo gruppo - “nuclei molto numerosi con tanti bambini” - può essere

interpretato come una scissione dal precedente, essendo composto da famiglie molto

numerose (quasi tutte di oltre 5 componenti), con una forte presenza di “altre

convivenze” (50% di famiglie numerose con figli e 50% di altre convivenze), che vivono

frequentemente in una abitazione in affitto oneroso (50%) o informale (23%). Tuttavia

una elevata percentuale dei nuclei non definisce il titolo dell’abitazione né come

proprietà, né come affitto, e nemmeno risiede presso il datore di lavoro (il 13% ha

risposto altro). Ancora più marcata rispetto al gruppo precedente risulta l’anzianità della

migrazione: l’81,8% dei nuclei è arrivato in Italia prima del 2000, e soprattutto negli

anni ’90 (quasi il 64%, valore massimo tra i gruppi), e nessun appartenente a questo

gruppo è giunto dopo il 2004. Diversamente dal caso precedente, in questo appare

elevatissima la frequenza di minori, dal momento che ve ne sono più di due in oltre il

90% dei nuclei (il gruppo contiene tutte le famiglie con così tanti bambini/ragazzi). Non

si registra quasi nessun anziano o pensionato, mentre è alta la frequenza di soggetti in

condizione non professionale. Anche in questo caso, analogamente al precedente, è forte

la presenza operaia (nel 32% dei casi due componenti sono operai), con la sostanziale

assenza di impiegati e di autonomi. Significativa è la frequenza di venditori di strada

(13% dei casi). Infine, va registrata in questo gruppo una maggior presenza di non

residenti a Roma (54%) rispetto ai residenti (46%), in contrasto con quanto si registra a

livello complessivo.

Il terzo gruppo - “coppie”, - è formato da nuclei di due componenti, nella fattispecie

coppie sposate (57%) e altre convivenze (43%), e comprende ben l’89% di tutti i nuclei

familiari formati da una coppia. Interessante è inoltre notare che nel 7,7% dei casi i

nuclei di due persone sono formati da un genitore ed un figlio. Si osserva una consistente

quota di affitti onerosi (il 46,5% delle famiglie del gruppo) e informali (20%), anche se

iniziano ad essere presenti le case di proprietà (21,2%). I componenti di questo gruppo

non mostrano particolari associazioni con una determinata “anzianità” di immigrazione.

- 98 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Elevatissima è la presenza di operai e particolarmente rilevante risulta anche il caso in

cui la coppia è formata da due operai (44,7%), anche se si registra una discreta presenza

di impiegati (18,2%, contro una media del 12%). Dal punto di vista dell’istruzione

emerge un buon livello complessivo, con la presenza di almeno un diplomato nel 64%

dei casi, e di almeno un laureato nel 21%. Nel 29% dei casi si riscontrano due diplomati

e nel 9% dei casi due laureati. I componenti di questo gruppo sono più frequentemente

residenti nel Comune di Roma (66,5%).

Il quarto gruppo - “anziani” - è caratterizzato appunto dalla presenza di anziani

(nell’84% dei casi) e di pensionati (89%). Sembra scontato che l’86,4% di questi nuclei

sia immigrato prima del 2001, e ben il 40,5% prima del 1991, e che risultino quasi tutti

residenti nel Comune di Roma. Appare anche coerente che ben il 43% goda di abitazione

di proprietà. La metà dei nuclei è formata da due componenti, mentre gran parte dei

rimanenti consiste di oltre due persone; nel 32,4% dei casi si tratta di una coppia, ma nel

51,3% di altre convivenze.

Il quinto gruppo - “coppie con un figlio” - è interamente composto da famiglie con

tre componenti, quasi tutte coppie con un discendente, nella maggior parte dei casi mino-

re, con casa di proprietà nel 28% dei casi. Oltre il 71% dei nuclei è arrivato in Italia pri-

ma del 2001 ed essi sono più frequentemente residenti nel Comune di Roma. Si riscontra

una presenza di operai abbastanza elevata (due operai in quasi la metà dei casi), ma an-

che di impiegati (nel 33% dei nuclei). In questo gruppo si registra la massima presenza di

diplomati (almeno uno in quasi l’80% dei casi).

Il sesto gruppo - “ad alta scolarizzazione” - è formato essenzialmente da famiglie di

4 componenti, genitori con due figli entrambi minori (73% dei casi); nel complesso le fa-

miglie formate da genitori e più figli raggiungono quasi il 90% del gruppo. Si riscontra

anche in questo gruppo una elevata frequenza di abitazioni di proprietà (35,4%), e altis-

sima è la presenza di soggetti arrivati prima del 2001 (quasi l’85%). Si evidenzia un'ele-

vata presenza di diplomati (all’interno di queste famiglie si trova almeno un diplomato

nel 70% circa dei casi), e risulta massima la presenza di laureati (almeno un laureato nel

32% dei casi). Nonostante questo alto tasso di istruzione, è presente almeno un operaio

nel 66% dei casi (entrambi i genitori sono operai nel 33% dei casi), ad ulteriore conferma

di una evidente sottoutilizzazione del livello di formazione della popolazione immigrata.

Inoltre, risulta massima la presenza di autonomi (33% dei casi).

Il settimo ed ultimo gruppo - “singles” - di gran lunga il più numeroso, è formato

quasi esclusivamente da nuclei familiari monocomponente, che abitano per lo più presso

il datore di lavoro (24%) o in situazione di affitto informale (35%). Si tratta in massima

parte di non residenti nel Comune di Roma (soltanto il 32% di questi soggetti è residente

in Roma), arrivati dopo il 2001 (68%) e soprattutto dal 2004 in poi (38%). Presentano un

alto livello di istruzione, con il 21% di laureati ed il 36,9% di diplomati, a cui corrispon-

- 99 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

de una distribuzione occupazionale che vede il 64,7% di operai, il 5,3% di impiegati, il

6,7% di autonomi, a cui si aggiunge il 10,1% di soggetti che esercitano l’attività di ven-

ditori di strada (rappresentando così oltre l’80% di tutti i venditori di strada registrati

nell’indagine).

La tipologia dell’utilizzo di servizi pubblici

Si è quindi proceduto a raggruppare i soggetti intervistati in 6 tipologie relative

all’utilizzo di servizi pubblici o, più in generale, al rapporto dei soggetti intervistati e del-

le loro famiglie o dei loro conviventi con le Amministrazioni Pubbliche del nostro paese

(tabella 23).

Nel primo gruppo - “universitari” - in tutti i nuclei esistono componenti (l’intervi-

stato e/o un altro membro) iscritti all’Università, che ne pagano nella stragrande maggio-

ranza dei casi l’iscrizione. In questo gruppo, inoltre, è intenso l'utilizzo della struttura

sanitaria, con ricorso quasi esclusivo a diagnostica e specialistica (in più della metà dei

casi), generalmente dietro pagamento di un ticket. L’80% di questi nuclei ha optato per

un medico generico. Infine, si registra nel gruppo la massima incidenza di ricoveri ospe-

dalieri per interventi chirurgici (17,4%).

Come il gruppo precedente, anche gli “studenti delle superiori” sono caratterizzati

dalla frequenza di un determinato ciclo di studi -la scuola secondaria superiore -da parte

dell’intervistato o di un componente della famiglia o convivente. Infatti, in tutte queste

famiglie è presente almeno un soggetto che frequenta la secondaria superiore, a fronte di

una media complessiva del 7%; da un altro punto di vista, il secondo gruppo comprende

oltre il 67% di tutti gli intervistati che hanno in famiglia almeno uno studente delle supe-

riori. Si registra peraltro anche un certo numero di iscritti alle primarie e soprattutto alle

secondarie inferiori (31,7%, a fronte di una media del 4,6%). E' molto diffuso il ricorso

ai servizi sanitari; è alta, infatti, la percentuale di coloro che dichiarano di avere un medi-

co generico (98%), di aver effettuato esami diagnostici (quasi 60%) e visite specialisti-

che (40%) pagando un ticket e di aver fatto ricorso al Pronto Soccorso. L’incidenza dei

ricoveri per interventi chirurgici è abbastanza elevata (14%). Infine, il 12% dei nuclei ha

ottenuto l’assegno al nucleo familiare, mentre questo gruppo è l’unico in cui nessun

componente ha dovuto ricorrere allo sportello informativo del Comune, cui complessiva-

mente si è rivolto oltre il 13% degli intervistati.

Il terzo gruppo - gli “studenti delle primarie” - è caratterizzato dal massimo utilizzo

della scuola primaria (quasi l’87% degli intervistati dichiara la presenza di uno scolaro

del ciclo elementare all’interno della propria famiglia). Di conseguenza, questo gruppo

risulta largamente preponderante anche rispetto a tutte le altre variabili che riguardano

questo ordine di insegnamento (in più della metà dei nuclei è presente un bambino che si

avvantaggia della mensa e in più del 10% uno scolaro che fa uso dei trasporti scolastici).

- 100 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Per quanto riguarda la sanità, anche in questo gruppo si riscontra un elevato ricorso

ai servizi sanitari: medico generico e/o del pediatra convenzionato con il Servizio Sanita-

rio Nazionale (93%), utilizzo di strutture pubbliche per visite o esami diagnostici pagan-

do un ticket (50%), ma anche ricoveri per parto (19%) e ricorso a un consultorio pubblico

(26%). Inoltre, ben il 48,5% ha dichiarato di aver ottenuto farmaci gratuitamente.

Il 10,3% degli intervistati ha ricevuto assegni al nucleo familiare. Infine, il 17,6%

(una percentuale superiore a qualunque altro gruppo) ha avuto rapporti con gli sportelli

informativi del Comune.

La principale caratteristica del quarto gruppo - “niente scuola” - è di avere, al con-

trario dei precedenti, un rapporto nullo o quasi con la struttura scolastica (solo pochissi-

mi iscritti alle superiori o all’università), mentre è più ampio il rapporto con la struttura

sanitaria nel suo complesso, compreso l’ospedale (con un 15% di casi di ricovero per in-

tervento chirurgico e un 8%, la percentuale più elevata, di ricoveri in strutture pubbliche

per altre ragioni).

Inoltre, in questo gruppo si concentra la maggior parte delle erogazioni di pensioni

(incassate dal 6,7% dei nuclei, che rappresenta il 67% di tutti gli intervistati che hanno

dichiarato che almeno un pensionato è presente nel proprio nucleo familiare) e dell’in-

dennità di malattia/maternità (5,7% dei nuclei del gruppo, che rappresenta il 60% di tutti

gli intervistati che hanno dichiarato almeno un percettore di tali indennità all’interno del

proprio nucleo familiare).

Il quinto gruppo, caratterizzato da “quasi nessun rapporto” con i sevizi pubblici, è il

più numeroso, e si contraddistingue esclusivamente per l’assenza di significativi rapporti

con le strutture ed i servizi pubblici considerati nell’indagine.

E’ da segnalare soltanto qualche forma di utilizzo della struttura sanitaria (il 46%

degli intervistati appartenenti a questo gruppo dichiara di avere scelto il medico generi-

co, ma si tratta dell’incidenza di gran lunga più bassa tra i diversi gruppi).

Per contro, si registra la presenza molto elevata di ricorsi agli sportelli informativi

del Comune (il 16,4%, ovvero oltre il 61% di tutti coloro che ne hanno usufruito) e ai

corsi di lingua organizzati dallo stesso (l’11%, il 61% di tutti coloro che hanno riportato

la frequentazione a tali corsi).

L'ultimo gruppo - “bambini dei cicli scolastici inferiori” - è formato esclusivamente

da tutti gli intervistati che hanno dichiarato di avere bambini iscritti alla scuola materna

(metà hanno anche affermato di pagarla), e presenta anche un' alta incidenza di iscrizioni

alla scuola primaria (30% dei nuclei del gruppo). Emerge un ricorso frequente e diffuso

alla struttura sanitaria nel suo complesso (quasi tutti i nuclei hanno il medico generico,

quasi la metà ha ricevuto farmaci gratuitamente e si riscontrano molti ricoveri per parto).

Infine, è da registrare la più elevata presenza di assegni al nucleo familiare (15,7% nel

gruppo, contro la media del 3,6%). - 101 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

La tipologia di utilizzo del sistema creditizio

L’analisi dei dati individua anche in questo caso 6 gruppi tipologici, all’interno dei

quali la prima grande distinzione che emerge è quella tra coloro che hanno un qualche

rapporto con il sistema finanziario e creditizio del nostro Paese e coloro invece che non

lo hanno; questi ultimi rappresentano ben il 48,5% del totale intervistati e formano il se-

sto gruppo tipologico.

Tra quelli che hanno un qualche rapporto con il sistema finanziario e creditizio sono

state individuate le seguenti 5 tipologie.

Il primo gruppo - “senza problemi, scarsa attenzione” - è caratterizzato principal-

mente dal fatto di possedere almeno un conto corrente bancario (66%) o un conto postale

(25%). In realtà, il ricorso al servizio finanziario postale è maggiormente rivolto al libret-

to di deposito postale (il 13,5% dei soggetti appartenenti al gruppo, rispetto ad una media

del 4% sul totale degli intervistati). L’utilizzo di questi strumenti appare decisamente di

tipo “essenziale”, con un certo uso di assegni (il 23,2% dichiara di averne emessi) non-

chè di Bancomat o Postamat (strumenti posseduti rispettivamente dal 40,2% e dal 17,1%

dei nuclei), per mezzo dei quali “a volte” (nel 29,3% dei casi) o “spesso” (9%) sono ef-

fettuati pagamenti.

Il secondo fattore di forte caratterizzazione è legato al fatto di non aver avuto alcun

problema (o quasi) nell’apertura di questi rapporti finanziari, tanto che gli intervistati di-

chiarano nella maggior parte dei casi che non è stato richiesto loro alcun documento.

Inoltre, non vi sono state ragioni particolari che hanno indirizzato la scelta della banca/

posta - al punto che l’assenza di un vero motivo di scelta risulta di gran lunga la risposta

più frequente nel gruppo, con ben il 41,5% dei casi -, o tutt’al più gli immigrati sono stati

guidati da conoscenze personali (11%), dalla comodità rispetto al lavoro (12,2%) o ri-

spetto all’abitazione (23,2%, che tuttavia è il valore più basso tra i cinque gruppi ora in

esame).

Il secondo gruppo - “pochi problemi, più attenzione” - risulta sostanzialmente

molto simile al precedente rispetto al possesso di strumenti finanziari, con l’unica diffe-

renza di una maggior presenza di conti bancari (74,3% un conto e 7,2% più di uno) e di

una minor presenza di conti postali (9,2%). Si evidenzia infatti una forte omogeneità nel

modo di utilizzo di tali conti e non vengono segnalati particolari problemi nell’apertura

delle posizioni (il 75% non segnala alcun problema ed il 20% segnala di averne avuti, ma

di essere stato aiutato). Tuttavia, a differenza dal gruppo precedente, i soggetti ricordano

che sono stati richiesti loro diversi documenti (carta d’identità, permesso di soggiorno e

codice fiscale) al momento dell’apertura del conto alla banca o alla posta. Per quanto ri-

guarda le motivazioni della scelta dell'istituto cui rivolgersi, per oltre il 35% nella scelta

ha pesato la comodità rispetto all’abitazione e per il 20% le conoscenze personali; si re-

gistra tuttavia anche un 12,5% di soggetti (l’incidenza massima tra i gruppi) la cui deci-

- 102 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

sione è dipesa principalmente dal fatto che l’istituto fosse lo stesso del proprio datore di

lavoro.

Il gruppo dei “postali” è caratterizzato dal fatto di preferire il conto presso le Poste

(l’88% degli individui appartenenti a questo gruppo dispone di almeno un conto postale,

e questi soggetti rappresentano oltre il 68% di tutti gli intervistati che hanno un conto po-

stale), mentre soltanto il 17% possiede un conto bancario. Di conseguenza, il 75% dei

soggetti appartenenti al terzo gruppo possiede una carta Postamat ed il 32% dispone di

una carta prepagata (si tratta rispettivamente del 73% e del 64% dei possessori di questo

tipo di carte), con le quali ben oltre la metà dei soggetti (55,6%) dichiara di effettuare

“spesso” o “qualche volta” pagamenti. Tuttavia, l’utilizzo avanzato di strumenti finan-

ziari non sembra andare molto oltre queste operazioni.

Anche in questo gruppo non si segnalano particolari problemi all’apertura delle po-

sizioni. Per quanto riguarda invece i motivi della scelta, si determina la massima inciden-

za di soggetti che hanno scelto le Poste in ragione degli interessi e delle commissioni

vantaggiose (rispettivamente il 15% ed il 31%), e una elevata presenza di intervistati che

dichiarano di aver scelto la Posta (o in pochi casi un istituto bancario) per la qualità dei

servizi resi (10,2%, contro una media complessiva del 3,2%). Infine, in questo gruppo si

registra la più elevata presenza di coloro che hanno chiesto aiuto finanziario a parenti o

amici: si tratta quasi del 30% degli appartenenti al gruppo, contro una media complessiva

del 13,4 per cento.

Il quarto gruppo - “utilizzo avanzato e critico” - rappresenta quel segmento di mi-

granti che dichiarano un utilizzo piuttosto “avanzato” del sistema creditizio e finanziario,

probabilmente legato anche allo svolgimento di specifiche attività professionali.

Infatti, in questo gruppo si registra la massima presenza di soggetti che dichiarano di

possedere più di un conto bancario (41% del gruppo, ovvero più della metà di tutti gli in-

tervistati che dichiarano in tal senso). La quasi totalità dei soggetti appartenenti al quarto

gruppo possiede un Bancomat, con il quale ben l’85% dichiara di aver pagato le proprie

spese, mentre quasi il 60% possiede una carta di credito, con la quale poco meno del

30% dei soggetti dichiara di aver pagato alcune spese. Oltre la metà dei soggetti ha emes-

so assegni ed il 36% ha effettuato bonifici, contro medie complessive rispettivamente del

11% e dell’8 per cento.

Più del 75% degli appartenenti al quarto gruppo ha dichiarato di utilizzare anche al-

tri strumenti e servizi finanziari. Il 54% paga le bollette ed il 23% paga l’affitto sul pro-

prio conto (la media è rispettivamente dell’11% e del 3%), mentre il 30% vi accredita

direttamente il proprio stipendio.

Anche se la stragrande maggioranza degli appartenenti a questo gruppo dichiara di

non aver avuto difficoltà nell’apertura delle proprie posizioni o di essere stato aiutato a

- 103 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

risolverle, nel quarto gruppo si registra la massima presenza (11,5%) di coloro che di-

chiarano di aver avuto difficoltà di vario tipo. L’impressione è che la percezione delle

difficoltà per certi versi accompagni proprio l’uso più ampio e critico del servizio banca-

rio, piuttosto che caratterizzare i rapporti più superficiali. Tra i motivi della scelta

dell’istituto di credito primeggia la comodità rispetto all’abitazione (54%) o rispetto al

luogo di lavoro (26%). Infine, in questo gruppo si registra la massima presenza di casi di

utilizzo dello scoperto di conto corrente (64%, contro l’11% in media) e si rileva una di-

screta frequenza di soggetti indebitati verso le banche o altri istituti.

Il quinto gruppo - “mutuo” - dal punto di vista del possesso e delle modalità di uti-

lizzo degli strumenti finanziari risulta molto simile al gruppo precedente. Ciò che lo ca-

ratterizza e lo distingue nettamente da quest’ultimo è il fatto di avere a carico un mutuo:

nel gruppo oltre l’80% dichiara un mutuo casa (e questi nuclei rappresentano oltre il 65%

di tutti i detentori di tali mutui).

Le relazioni tra le tre tipologie

Da ultimo, avendo esaminato sin qui separatamente le tipologie familiari e quelle re-

lative ai rapporti degli immigrati con la finanza pubblica e con quella privata, ci appare

interessante proporre un quadro complessivo di sintesi che faccia emergere le relazioni

tra questi diversi aspetti.

Innanzitutto confrontiamo i gruppi di strutture familiari con le tipologie comporta-

mentali verso le Amministrazioni Pubbliche (Tab. 24).

La prima considerazione riguarda lo scarso rapporto tra le coppie (gruppo 3 della ti-

pologia di struttura familiare) e i servizi pubblici (gruppo 5): i nuclei con due componen-

ti nel 52% dei casi hanno rapporti minimi con la PA, e nel 40% sono tra coloro che non

usufruiscono affatto delle strutture scolastiche (gruppo 4).

Stesse caratteristiche manifestano i migranti single (gruppo 7 della tipologia di

struttura familiare), anche se per costoro si verifica molto più frequentemente il caso di

sostanziale assenza di rapporti con la PA (76,2% dei single).

Prevedibile, evidentemente, è l’assenza di rapporto con le strutture scolastiche da

parte delle famiglie anziane (il 62,2% della classe 4 di tipologia familiare si colloca nel

gruppo 4 della tipologia di rapporto con la PA).

Anche la relazione tra le famiglie numerose con molti minori (gruppo 2 delle strut-

ture familiari) ed un rapporto molto stretto con le strutture educative pubbliche di livello

materno, primario e superiore (rispettivamente i gruppi 6, 3 e 2 della tipologia di rapporti

con la PA) sembra corrispondere alle attese. Sia pure con intensità minore, le stesse con-

siderazioni si applicano alle famiglie ad alta scolarizzazione e alle coppie con un figlio

(gruppi 5 e 6). - 104 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Tab. 24 TIPOLOGIA DI STRUTTURA FAMILIARE E TIPOLOGIA DI RAPPORTO CON

LE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

Tipologia rapporto AA.PP.

Tipologia struttura familiare Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% di riga

Gruppo 1 9,5 6,8 6,8 31,1 43,2 2,7 100,0

Gruppo 2 4,5 27,3 31,8 9,1 4,5 22,7 100,0

Gruppo 3 2,4 1,2 3,5 40,0 51,8 1,2 100,0

Gruppo 4 5,4 8,1 2,7 62,2 16,2 5,4 100,0

Gruppo 5 4,8 10,8 27,7 25,3 9,6 21,7 100,0

Gruppo 6 7,3 19,5 30,5 7,3 8,5 26,8 100,0

Gruppo 7 5,9 0,0 0,3 17,6 76,2 0,0 100,0

Totale 5,5 4,9 8,1 24,8 50,7 6,1 100,0

% di colonna

Gruppo 1 15,2 12,2 7,4 11,0 7,5 3,9 8,8

Gruppo 2 2,2 14,6 10,3 1,0 0,2 9,8 2,6

Gruppo 3 8,7 4,9 8,8 32,5 20,6 3,9 20,2

Gruppo 4 4,3 7,3 1,5 11,0 1,4 3,9 4,4

Gruppo 5 8,7 22,0 33,8 10,0 1,9 35,3 9,9

Gruppo 6 13,0 39,0 36,8 2,9 1,6 43,1 9,7

Gruppo 7 47,8 0,0 1,5 31,6 66,7 0,0 44,4

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: ISAE.

Per quanto riguarda, invece, la relazione tra la tipologia di struttura familiare e quel-

la di rapporto con il sistema bancario e finanziario, riportata in tabella 25, la prima evi-

denza che conviene mettere in luce è il fatto che gli immigrati single (gruppo 7) sono

quelli che utilizzano meno il sistema bancario (il 70% non ha rapporti con banche, poste,

eccetera); quei pochi che lo utilizzano, inoltre, sono relativamente più presenti nel grup-

po 2 di rapporto con le banche (pochi problemi) e nel gruppo 3, che rappresenta gli uten-

ti/clienti delle Poste.

Al contrario, le famiglie a più elevata scolarizzazione (gruppo 6 delle strutture fami-

liari) sono quelle che massimamente utilizzano il sistema creditizio del nostro paese (sol-

tanto il 16% di queste famiglie non ha rapporti con le banche). Si noti inoltre la forte

presenza di nuclei del gruppo 6 nei seguenti gruppi di tipologia di rapporto con le ban-

che: nel 5, con il 16% delle famiglie ad alta scolarizzazione che detiene un mutuo, e rap-

presenta ben il 42% di tutti i nuclei intervistati che hanno un mutuo; nel gruppo 4,

relativo all’utilizzo più avanzato del sistema creditizio (15%); nel gruppo 1, ossia quello

di coloro che dichiarano di non aver avuto alcun problema nell’aprire un conto (quasi il

20%). - 105 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 25 TIPOLOGIA DI STRUTTURA FAMILIARE E TIPOLOGIA DI

RAPPORTO CON LE BANCHE

Tipologia rapporto Banche

Tipologia struttura familiare Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% di riga

Gruppo 1 13,5 21,6 13,5 13,5 1,4 36,5 100,0

Gruppo 2 18,2 22,7 13,6 9,1 0,0 36,4 100,0

Gruppo 3 11,8 22,4 18,2 9,4 2,9 35,3 100,0

Gruppo 4 8,1 13,5 27,0 13,5 5,4 32,4 100,0

Gruppo 5 16,9 21,7 8,4 12,0 7,2 33,7 100,0

Gruppo 6 19,5 22,0 12,2 14,6 15,9 15,9 100,0

Gruppo 7 4,0 13,9 9,9 1,6 1,1 69,5 100,0

Totale 9,7 18,1 12,8 7,2 3,7 48,5 100,0

% di colonna

Gruppo 1 12,2 10,5 9,3 16,4 3,2 6,6 8,8

Gruppo 2 4,9 3,3 2,8 3,3 0,0 2,0 2,6

Gruppo 3 24,4 25,0 28,7 26,2 16,1 14,7 20,2

Gruppo 4 3,7 3,3 9,3 8,2 6,5 2,9 4,4

Gruppo 5 17,1 11,8 6,5 16,4 19,4 6,9 9,9

Gruppo 6 19,5 11,8 9,3 19,7 41,9 3,2 9,7

Gruppo 7 18,3 34,2 34,3 9,8 12,9 63,7 44,4

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: ISAE.

Ancora un relativamente maggior ricorso ai servizi più avanzati si registra per le

convivenze adulte (gruppo 1 di tipologie familiari), le famiglie di/con anziani (classe 4) e

le coppie con un figlio (classe 5).

Per quanto riguarda ancora gli anziani, queste famiglie mostrano una maggior

propensione alla scelta del servizio postale (il 27% delle famiglie di/con anziani si

colloca nel gruppo 3).

Infine, concludiamo con un breve cenno sull’incrocio delle tipologie di utilizzo dei

due tipi di servizi esaminati (Tab. 26).

Il primo dato da sottolineare è la forte concordanza rilevata nell’assenza di rapporti.

Infatti, ben il 67% di coloro che non hanno rapporti con le banche (gruppo 6) hanno

anche relazioni molto scarse con le Amministrazioni Pubbliche (gruppo 5), e il 64% di

coloro che hanno pochi rapporti con le AA.PP. non ne hanno con le banche. In buona

sostanza, i soggetti che non hanno sostanzialmente alcun rapporto con Stato e banche

rappresentano il 32,5% del totale intervistati.

Si può inoltre osservare che coloro che hanno un mutuo (gruppo 5) mostrano una

netta maggior presenza nell’ambito delle tipologie di rapporti con la A.P. di gruppo 2, 3 e

- 106 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

4 (rispettivamente famiglie con studenti alle superiori e alle primarie, ma anche famiglie

che non hanno rapporti con la scuola).

Tab. 26 TIPOLOGIA DI RAPPORTO CON LE BANCHE E TIPOLOGIA DI

RAPPORTO CON LE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

Tipologia rapporto AA.PP.

Tipologia rapporto Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

Banche % di riga

Gruppo 1 7,3 6,1 19,5 34,1 28 4,9 100

Gruppo 2 4,6 5,3 9,2 28,9 42,1 9,9 100

Gruppo 3 11,1 1,9 8,3 28,7 46,3 3,7 100

Gruppo 4 9,8 18 9,8 32,8 21,3 8,2 100

Gruppo 5 6,5 19,4 22,6 35,5 9,7 6,5 100

Gruppo 6 3,2 2,2 3,9 18,4 67,2 5,1 100

Totale 5,5 4,9 8,1 24,8 50,7 6,1 100

% di colonna

Gruppo 1 13 12,2 23,5 13,4 5,4 7,8 9,7

Gruppo 2 15,2 19,5 20,6 21,1 15 29,4 18,1

Gruppo 3 26,1 4,9 13,2 14,8 11,7 7,8 12,8

Gruppo 4 13 26,8 8,8 9,6 3 9,8 7,2

Gruppo 5 4,3 14,6 10,3 5,3 0,7 3,9 3,7

Gruppo 6 28,3 22 23,5 35,9 64,2 41,2 48,5

Totale 100 100 100 100 100 100 100

Fonte: ISAE.

CONCLUSIONI

Nel presente capitolo l’analisi sul fenomeno migratorio è stata svolta cercando di

approfondire caratteristiche socio-economiche e rapporto con le Amministrazioni Pub-

bliche sia nel contesto nazionale, utilizzando le fonti amministrative disponibili, sia a li-

vello locale - nel Comune di Roma - ricorrendo alle informazioni raccolte con l’indagine

svolta dall’ISAE nel 2008.

Gli stranieri regolarmente presenti in Italia sono pari a circa il 6% della popolazione

totale e costituiscono una realtà che, sebbene riguardi prevalentemente individui di prima

generazione, appare in via di consolidamento e forte radicamento nel contesto socio-eco-

nomico del nostro Paese. - 107 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Come più volte segnalato nella presente e in precedenti analisi, l’assenza o l’incer-

tezza dei dati non aiutano a cogliere tutti gli aspetti qualitativi e quantitativi del fenome-

no, rendendo, quindi, più difficoltoso il compito di valutazione degli effetti della

popolazione migrante sulle principali variabili socio-economiche del nostro Paese.

Pur con i limiti e le cautele più volte richiamati, l’analisi svolta sembra evidenziare

che, date le sue caratteristiche demografiche, l’impatto della presenza straniera sulla fi-

nanza pubblica - almeno nella fase attuale - possa essere considerato positivo per quanto

concerne sia il lato delle entrate (imposte e contributi), sia quello delle uscite (soprattutto

spese per sanità, previdenza e istruzione).

Tuttavia, non si può non considerare che il fenomeno migratorio è caratterizzato da

estrema dinamicità; in altri termini, segno e significatività dell’impatto della presenza

straniera in Italia potrebbero anche cambiare in modo radicale nei prossimi decenni.

Inoltre tale impatto sarà legato in primo luogo alle scelte di radicamento nel nostro Paese

o di rientro, che sono influenzate anche dagli indirizzi normativi adottati dai policy

makers.

Tralasciando in questa sede le considerazioni relative all’incidenza della presenza

straniera sul sistema produttivo italiano, una riflessione meritevole di approfondimento

in relazione agli effetti sul bilancio pubblico riguarda il lato delle spese. Infatti, per via

delle peculiarità del nostro sistema di welfare (che di fatto tende a delegare alle famiglie

l’oneroso compito di assistenza agli individui non autosufficienti attraverso il ricorso a

figure divenute insostituibili: badanti e baby sitter), un’analisi costi/benefici a carattere

esaustivo non può essere condotta considerando unicamente le voci di entrata e di spesa

direttamente imputabili agli stranieri, ma dovrebbe includere anche le eventuali voci di

risparmio per il bilancio pubblico conseguibili nel settore della cura della persona.

Per quanto riguarda il Comune di Roma, i risultati dell’indagine condotta dall’ISAE

delineano uno scenario locale coerente con quanto evidenziato dalle statistiche. Quella

straniera, infatti, è una popolazione relativamente giovane, assorbita in settori a bassa

qualifica e caratterizzata da basse retribuzioni, il cui accesso alle prestazioni delle Am-

ministrazioni Pubbliche riguarda in modo relativamente più marcato i livelli iniziali dei

cicli scolastici, i servizi sanitari di base o di prima emergenza. In relazione ai rapporti

con la finanza privata, infine, la nostra indagine rivela che la popolazione immigrata è

caratterizzata da un grado di bancarizzazione non ancora avanzato, evidenziandosi, infat-

ti, una fruizione limitata essenzialmente ai servizi finanziari di base.

L’analisi dei dati socio-economici (sia quelli amministrativi nazionali che quelli sca-

turiti dall’indagine sul Comune di Roma) rappresenta in sostanza una realtà in cui, alme-

no fino ad oggi, gli stranieri svolgono un ruolo marginale - sia in termini di mansioni che

di salario percepito - all’interno del contesto italiano. Per modificare tale situazione an-

drebbero prioritariamente rafforzate quelle pratiche che consentono di far emergere le

- 108 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

potenzialità economiche della presenza. Appare dunque urgente l’adozione di provvedi-

menti che favoriscano e accelerino i processi di inserimento nel contesto sociale e lavo-

rativo, per limitare i rischi di tensioni sociale e per assicurare l’emersione di risorse

indispensabili per il nostro sistema economico.

APPENDICE:

NOTA METODOLOGICA PER L’INDIVIDUAZIONE DI UN CAMPIONE DI

IMMIGRATI NEL COMUNE DI ROMA

La popolazione di riferimento

Nell'ottica di individuare un campione della popolazione immigrata che gravita sul-

la città di Roma il primo passo da effettuare è la definizione della popolazione di riferi-

mento.

A prima vista questa dovrebbe consistere nell’universo degli oltre 250.000 cittadini

di nazionalità straniera residenti nel Comune di Roma, così come registrati dall’anagrafe

comunale (al 31/12/2006).

Tuttavia, il campo di indagine della nostra ricerca è limitato alla platea dei soggetti

originari da paesi a forte pressione migratoria, perché obiettivo del lavoro è proprio ana-

lizzare il fenomeno sociale che discende dallo spostamento di persone da un paese all’al-

tro a causa dei dislivelli di sviluppo tra nazioni.

Sono state dunque eliminate, oltre a quelle unità di cui non si conosce con certezza

la cittadinanza e/o il domicilio (circa 12.000 unità al 31 dicembre 2006), anche tutte le

osservazioni relative ai cittadini di quei paesi che, a prescindere dall’appartenenza o

meno alla UE, non possono essere considerati a forte pressione migratoria - quali le na-

zioni dell’Europa Occidentale, gli Stati Uniti, il Giappone, eccetera Si giunge così ad

una popolazione di riferimento per la nostra indagine campionaria di 202.646 individui,

circa il 7,5% dei residenti a Roma, le cui nazionalità, per massimizzare l’efficacia della

successiva operazione di stratificazione, sono state accorpate in “gruppi”, così come ri-

portato nella seguente tabella A1. - 109 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. A1 SCHEMA DI AGGREGAZIONE DELLE NAZIONALITÀ

Nazionalità Gruppo Nazionalità Gruppo Nazionalità Gruppo

Romania A1 Argentina C1 Iran C3

Messico C1 Rep. Corea C3

Filippine A2 Cuba C1 Pakistan C3

Rep. Dominicana C1 Libano C3

Polonia A3 Venezuela C1 Iraq C3

Cile C1 Siria C3

Cina A4 Bolivia C1 Giordania C3

El Salvador C1 Indonesia C3

Bangladesh B1 Honduras C1 Thailandia C3

Sri Lanka (Ceylon) B1 Paraguay C1 Isola Mauritius C3

India B1 Uruguay C1 Vietnam C3

Nicaragua C1 Afghanistan C3

Perù B2 Guatemala C1 Isole Seychelles C3

Ecuador B2 Costarica C1 Yemen C3

Brasile B2 Haiti C1 Malaysia C3

Colombia B2 Panama C1 Taiwan (Formosa) C3

Trinidad e Tobago C1 Arabia Saudita C3

Egitto B3 Giamaica C1 Singapore C3

Marocco B3 Isole Cilene C1 Myanmar (Birmania) C3

Tunisia B3 Antille Olandesi Sud C1 Kuwait C3

Algeria B3 Bahamas C1 Nepal C3

Libia B3 Guyana C1 Kazakistan C3

Isola di Dominica C1 Terr. Autonomia Palestinese C3

Albania B4 Cambogia C3

Jugoslavia (Serbia-Montenegro) B4 Rep.Dem. Congo (Zaire) C2 Isole Samoa C3

Macedonia B4 Senegal C2 Sao Tomè e Principe C3

Bosnia-Erzegovina B4 Camerun C2 Rep. Pop. Dem. Corea C3

Croazia B4 Congo C2 Mongolia C3

Slovenia B4 Sudan C2 Oman C3

Serbia e Montenegro B4 Ghana C2 Djibouti C3

Bosnia-Erzegovina B4 Madagascar C2 Isole Marshall C3

Costa d'Avorio C2 Isole Figi C3

Ucraina B5 Sierra Leone C2 Timor Orientale C3

Moldova B5 Kenya C2

Bulgaria B5 Guinea C2 Francia NO

Federazione Russa B5 Togo C2 Spagna NO

Turchia B5 Burkina Faso (Alto Volta) C2 Stati Uniti d'America NO

U.R.S.S. B5 Tanzania C2 Regno Unito NO

Ungheria B5 Angola C2 Germania NO

Cecoslovacchia B5 Uganda C2 Grecia NO

Bielorussia B5 Benin (Dahomey) C2 Giappone NO

Slovacchia B5 Burundi C2 Portogallo NO

Repubblica Ceca B5 Ruanda C2 Paesi Bassi NO

Georgia B5 Rep. Sudafricana C2 Svizzera NO

Lituania B5 Liberia C2 Belgio NO

Armenia B5 Mozambico C2 Austria NO

Lettonia B5 Gabon C2 Israele NO

Uzbekistan B5 Rep. Centrafricana C2 Irlanda NO

Azerbaigian B5 Mali C2 Canada NO

Estonia B5 Zambia C2 Svezia NO

Kirghizistan B5 Zimbabwe (Rhodesia) C2 Australia NO

Turkmenistan B5 Niger C2 Danimarca NO

Unione Sovietica Asiatica B5 Mauritania C2 Malta NO

Malawi C2 Finlandia NO

Etiopia B6 Guinea Equatoriale C2 Norvegia NO

Nigeria B6 Gambia C2 San Marino NO

Eritrea B6 Guinea Bissau C2 Nuova Zelanda NO

Somalia B6 Ciad C2 Apolide NO

Capo Verde B6 Lesotho C2 Cipro NO

Botswana C2 Lussemburgo NO

Islanda NO

Città del Vaticano NO

Liechtenstein NO

- 110 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Individuata la popolazione di riferi- Tab. A2 POPOLAZIONE IMMIGRATA RESIDENTE NEL COMUNE

DI ROMA PER GRUPPI DI CITTADINANZA

mento più consona agli obiettivi della ri- Gruppi di cittadinanza Valore assoluto %

cerca e la sua distribuzione (Tab. A2), si A1 30.355 15,0

può procedere alla determinazione della A2 28.909 14,3

numerosità campionaria ed all’allocazione A3 12.216 6,0

delle unità all’interno della griglia di stra- A4 8.805 4,3

tificazione predisposta. B1 22.266 11,0

B2 22.512 11,1

Il campione di immigrati residenti nel B3 16.685 8,2

Comune di Roma B4 11.689 5,8

La numerosità campionaria scelta per B5 13.602 6,7

questa indagine è di 500 individui, e B6 12.214 6,0

consente stime semplici con una C1 7.425 3,7

probabilità del 95% di ottenere un errore C2 7.023 3,5

che può arrivare al massimo al 4,4%. C3 8.945 4,4

Al fine di migliorare l’efficienza di Totale 202.646 100,0

questo campionamento semplice, si è Fonte: Ufficio statistica e censimento del Comune di Roma.

deciso di costruire il disegno campionario

sulla base di una doppia stratificazione, per nazionalità (o, meglio, per gruppi di

nazionalità) e per municipio di residenza.

Inoltre, va ricordato che si è determinato un campione iniziale molto più ampio di

quello effettivamente necessario per la ricerca (vedi Tab. A3), in rapporto 1 a 5, in modo

da poter supplire immediatamente con unità omogenee all’eventuale non adesione

all’intervista dei soggetti interpellati, fermo restando comunque il vincolo di “non

convivenza” per le unità da sostituire, vincolo assolutamente necessario ai fini della

ricerca (il campione finale ex-ante è dato dunque dai numeri di tabella A3 divisi per 5).

Per ottenere una stratificazione massimamente efficiente, è stato necessario

stratificare in maniera implicita per cittadinanza all’interno dei raggruppamenti ottenuti.

In pratica, prima di procedere all’estrazione casuale da ciascuna cella, è stato necessario

ordinare le unità per cittadinanza, garantendo così che non fossero selezionate per

ciascun gruppo soltanto alcune cittadinanze a scapito delle altre componenti.

Infine, può risultare utile qualche breve informazione sulla distribuzione territoriale

della popolazione immigrata, così come risulta dall’anagrafe comunale: come già visto

nella precedente tabella A2, il 15% di tutti gli immigrati residenti nel Comune di Roma è

di nazionalità rumena, mentre il 14,3% è di nazionalità filippina. Per quanto riguarda i

primi, ben il 20% risiede nell’VIII Municipio, dove rappresenta più del 35% degli immi-

grati presenti, il 9% nel XIII e una percentuale identica nel XX. Per quanto riguarda in-

vece i residenti di nazionalità filippina, essi risultano maggiormente distribuiti dei

- 111 -


PAGINE

266

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1.23 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Scienza delle finanze della Prof.ssa Gaetana Trupiano. Trattasi del rapporto "Politiche pubbliche e redistribuzione" dell'ottobre 2009 dell'ISAE, Istituto di Studio e Analisi Economica, dedicato all’analisi strutturale di tematiche relative alla distribuzione del reddito e all’intervento pubblico in campo sociale e all’illustrazione degli effetti redistributivi delle manovre di finanza pubblica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche per il governo e l'amministrazione
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trupiano Gaetana.

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