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Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 10 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO CON DUMMIES SULLE

INTERAZIONI FRA GRUPPI OCCUPAZIONALI DI GENITORI E FIGLI

Dipendenti Autonomi e dipendenti

Donna -0,259*** -0,273***

Anzianità lavorativa 0,013*** 0,025***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,001***

Immigrato 0,038 0,066

Nord-Ovest 0,071*** 0,180***

Nord-Est 0,110*** 0,153***

Centro 0,096*** 0,161***

Part-time -0,434*** -0,443***

Al più diploma secondario inferiore -0,115*** -0,132***

Laurea 0,144*** 0,201***

Anzianità di servizio 0,007*** 0,005***

Sim1 0,210*** 0,200***

Up1 0,150*** 0,087***

Up2 0,007 -0,003

Down2 -0,007 0,000

Sim3 -0,115*** -0,077***

Down3 -0,114*** -0,084**

Parasubordinato -0,629***

Autonomo -0,050**

Costante 9,797 9,681

Numero di osservazioni 3.302 4.303

F 132,68 76,95

Prob. > F 0,000 0,000

0,434 0,274

2

R 0,431 0,271

2 corretto

R

Test F P value P value

: Sim1 = Up1 0,047 0,029

H o

H : Sim3 = Down3 0,967 0,838

o

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

L’esame delle interazioni fra destinazioni e provenienze evidenzia quanto sia invero

complesso e pieno di sfaccettature il processo di trasmissione intergenerazionale delle

diseguaglianze. D’altronde, in tale processo un ruolo importante può essere svolto dai

meccanismi di accesso sul mercato del lavoro. Laddove i canali di reperimento dell’oc-

cupazione fossero differenziati in base all’origine sociale potrebbero infatti concretarsi

ulteriori forme di riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze.

La letteratura economica e sociologica si è sovente interessata allo studio del ruolo

svolto dalla rete di parenti, amici e conoscenti (il cosiddetto canale informale) nell’in-

fluenzare le possibilità di accesso al lavoro ed i livelli salariali. Dal punto di vista teorico

un filone della letteratura ritiene che lo scambio informale di informazioni riduca le

- 34 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

asimmetrie fra datori e aspiranti lavoratori e, in tal modo, contribuisca ad accrescere l’ef-

33

ficienza del sistema economico . Sarebbe quindi lecito attendersi che, grazie a migliori

fra domanda e offerta di lavoro (che aumentano le possibilità occupazionali

mismatches

di chi usa la propria rete di contatti), chi ottiene il lavoro mediante il canale informale

possa ricevere un premio salariale. L’evidenza empirica è però controversa: mentre infat-

ti per gli Stati Uniti chi usufruisce del canale informale sembra essere, in media, meglio

retribuito (Granovetter, 1995), nei paesi europei il premio salariale scompare e, in molti

casi, si configura invece un significativo a discapito di chi fa uso di tale canale

wage gap

(Pellizzari, 2004). In particolare, per l’Italia alcuni studi mostrano che chi ottiene il posto

mediante conoscenze è pagato significativamente meno (Pistaferri, 1999; Pellizzari,

2004).

I dati dell’indagine ISFOL-PLUS confermano per il nostro paese tale risultato. In-

fatti, inserendo fra i regressori della una che assume valore unita-

wage equation dummy

rio quando l’intervistato dichiara di aver ottenuto l’attuale lavoro attraverso la rete

informale di parenti e conoscenti (il 28% del campione dichiara di aver usufruito di tale

34

rete) si conferma, per entrambi i campioni osservati, un significativo salariale a di-

gap

scapito di chi accede al lavoro mediante il canale informale (Tab. 11); questo risultato

suggerisce che tale canale può rappresentare essenzialmente un meccanismo residuale di

accesso, usato in prevalenza dagli individui meno dotati, che faticherebbero altrimenti a

reperire un lavoro (Datchet Loury, 2006).

Tuttavia, un effetto medio negativo della sul canale informale non implica

dummy

necessariamente che le modalità di ottenimento del posto di lavoro non possano contri-

buire in alcun caso alla trasmissione intergenerazionale dei vantaggi. In linea con quanto

discusso in precedenza, i metodi di reperimento dell’occupazione potrebbero infatti esse-

re diversi a seconda dell’origine sociale e, soprattutto, la “qualità” del canale informale a

cui accedono individui con differente potrebbe essere molto eterogenea,

background

comportando dunque esiti differenziati in termini salariali. A tale proposito Granovetter

(1995) e Lin, Ensel e Vaughn (1981) rilevano come le risorse a cui la relazione informale

33 A tale proposito si vedano Montgomery (1991) e Holzer (1988) e le rassegne critiche di Ioannides, Datchet Loury

(2004) e Sylos Labini (2005).

34 All’interno del canale informale potrebbero ricadere anche le “raccomandazioni” ricevute durante i concorsi pubblici. I

dati a disposizione non consentono di valutare appieno questo aspetto, dato che non viene chiesto agli intervistati nel

dettaglio in cosa si sia concretata la relazione con parenti e conoscenti e la gran parte di chi ha avuto accesso al pubblico

impiego mediante “raccomandazioni” potrebbe rispondere di aver usufruito di meccanismi formali, dal momento che

l’assunzione è stata comunque effettuata tramite concorso. Va ad ogni modo evidenziato che il 5,2% del campione dei

dipendenti del settore pubblico (dove l’accesso dovrebbe essere regolato, per definizione, in modo formale) dichiara di

avere ottenuto l’attuale posto di lavoro attraverso contatti informali. A segnale del possibile ruolo del social network

anche nell’accesso al settore pubblico, Scoppa (2009), sulla base dei dati dell’Indagine Banca d’Italia, rileva che la

probabilità di lavorare in tale settore è, rispettivamente, del 35% o del 24% a seconda che l’individuo sia o meno figlio di

un dipendente pubblico. - 35 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

dà accesso (in termini di prospettive occupazionali) siano fortemente diversificate in

35

base al di origine . Anche in riferimento al ruolo dei canali informali non

background

appare quindi sufficiente valutare l’impatto medio, ma bisogna esaminare attentamente,

dapprima, la diversa propensione degli individui di diversa origine a farne uso e, succes-

sivamente, l’impatto differenziale sui salari derivante dal suo utilizzo, a seconda del

dei lavoratori.

background

Tab. 11 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO CON DUMMY SULL’AVER

TROVATO L’ATTUALE LAVORO TRAMITE IL CANALE INFORMALE

Dipendenti Autonomi e dipendenti

Donna -0,259*** -0,271***

Anzianità lavorativa 0,013*** 0,024***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,001***

Immigrato 0,051 0,074

Nord-Ovest 0,071*** 0,184***

Nord-Est 0,109*** 0,155***

Centro 0,098*** 0,161***

Part-time -0,430*** -0,435***

Al più diploma secondario inferiore -0,104*** -0,130***

Laurea 0,142*** 0,223***

Anzianità di servizio 0,006*** 0,005***

Manager 0,160*** 0,111***

Professionista -0,039

Imprenditore 0,120***

Artigiano-commerciante -0,046*

Blue-collar -0,112*** -0,071***

Canale informale -0,050*** -0,040**

Parasubordinato -0,631***

Costante 9,818 9,680

Numero di osservazioni 3.302 4.303

F 181,81 89,95

Prob. > F 0,000 0,000

0,436 0,274

2

R 0,434 0,271

2 corretto

R

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

La stima sulla probabilità di aver trovato l’attuale lavoro tramite una relazione

logit

informale (Tab. 12) segnala come la probabilità di utilizzare la rete di parenti e cono-

scenti come canale di accesso decresca linearmente all’aumentare del titolo di studio,

35 Granovetter (1995) distingue fra legami forti (parenti e amici stretti con caratteristiche simili alle sue) e deboli,

rilevando che si accede più spesso al lavoro attraverso legami deboli (ambiti più distanti dal proprio). Ed il ricorso a

legami deboli, che egli ritiene più efficaci, è più frequente per chi proviene da background migliori.

- 36 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

confermando in molti casi la natura residuale di tale canale per chi ha limitati (che

skills

potrebbe quindi contribuire a spiegare il segno negativo del coefficiente stimato nella

tabella 11). Al contempo, l’osservazione della differente attitudine a basarsi sulla rete di

parenti e conoscenti per chi proviene da diversi - che ha caratteristiche di

background

non linearità, essendo maggiore fra i figli dei lavoratori ad alta qualifica e dei blue-col-

rispetto a chi discende da segnala, in linea con le teorie prima ricor-

lars white-collars -

date, l’esistenza di possibili eterogeneità sulle caratteristiche della relazione informale

fra individui ad alto o basso background.

Tab. 12 REGRESSIONE LOGIT SULLA PROBABILITÀ DI AVER TROVATO L’ATTUALE

LAVORO MEDIANTE IL CANALE INFORMALE

Modello 1 Modello 2

Coefficiente P value Coefficiente P value

Età -0,0419 0,002 -0,0305 0,036

Donna 0,3760 0,001 0,3605 0,008

Nord-Ovest -0,1265 0,382 -0,4250 0,006

Nord-Est -0,1521 0,333 -0,3528 0,040

Centro 0,0630 0,700 -0,1948 0,280

Immigrato 1,0139 0,039 0,6805 0,204

Al più diploma secondario inferiore 0,8569 0,000 0,6367 0,000

Laurea -0,8182 0,000 -0,4949 0,022

Voto alto -0,1295 0,339 -0,0498 0,737

Bocciato -0,0719 0,590 -0,0921 0,516

Genitore dirigente/professionista 0,5763 0,025 0,5850 0,037

Genitore imprenditore 0,7599 0,002 0,9590 0,001

Genitore artigiano/commerciante 0,1374 0,448 0,2719 0,158

Genitore blue-collar 0,3870 0,008 0,3341 0,035

Part-time 0,786 0,1559 0,387

Servizi 0,0054 0,970

Settore pubblico -2,4968 0,000

Parasubordinato 0,0682 0,790

Autonomo -1,4618 0,000

Costante 0,1573 0,000 0,5537 0,000

Numero di osservazioni 4.303 4.303

143,92 306,88

χ

2

Wald 0,000 0,000

> χ 2

Prob. 0,066 0,1841

2

Pseudo R

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

Per valutare tale aspetto si è quindi condotta un’ulteriore regressione sui redditi an-

nui da lavoro in cui si sono inserite delle di interazione fra l’origine (classifica-

dummies

- 37 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

36

ta in base a 3 categorie) e la variabile binaria relativa all’aver trovato o meno l’attuale

occupazione tramite relazioni informali (la variabile di riferimento è data dal caso dei di-

scendenti di che non hanno usato il canale informale).

blue-collars

Tab. 13 REGRESSIONE OLS DEI REDDITI ANNUI LORDI DA LAVORO CON DUMMIES

SULL’INTERAZIONE FRA CANALE INFORMALE E BACKGROUND

Dipendenti Autonomi e dipendenti

Donna -0,260*** -0,270***

Immigrato 0,049 0,082

Anzianità lavorativa 0,013*** 0,024***

Anzianità al quadrato -0,000*** -0,001***

Nord-Ovest 0,070*** 0,184***

Nord-Est 0,109*** 0,154***

Centro 0,098*** 0,159***

Part-time -0,426*** -0,444***

Al più diploma secondario inferiore -0,104*** -0,122***

Laurea 0,137*** 0,212***

Anzianità di servizio 0,006*** 0,005***

Manager 0,157*** 0,110***

Professionista -0,044

Imprenditore 0,106***

Artigiano-commerciante -0,053*

Blue-collar -0,114*** -0,061***

Genitore manager + informale -0,090** 0,104**

Genitore manager + formale 0,049* 0,016

Genitore white-collar + informale -0,057*** -0,014

Genitore white-collar + formale 0,009 0,033

Genitore blue-collar + informale -0,030* -0,061**

Parasubordinato -0,633***

Costante 9,810 9,669

Numero di osservazioni 3.302 4.303

F 141,82 74,26

Prob. > F 0,000 0,000

0,437 0,276

2

R 0,434 0,273

2

R corretto

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2006.

*** significativo al livello di probabilità del 99%; ** significativo al livello di probabilità del 95%; * significativo al livello di probabilità del 90%.

36 Come descritto in precedenza, la classificazione in tre categorie è basata sulle seguenti modalità: manager (dirigenti,

professionisti e imprenditori), white-collar (inclusi artigiani e commercianti) e blue-collar.

- 38 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

Fra i dipendenti si conferma come, per ogni origine, il canale informale sia associato

37

a minori salari . Tuttavia, analogamente a quanto visto nelle analisi precedenti, il quadro

cambia sostanzialmente quando si includono anche i redditi da attività autonome, in cui è

forse maggiore lo spazio per esprimere le relazioni sociali più “produttive” per chi pro-

viene da un contesto più favorevole: in questo caso, infatti, chi proviene dalle origini più

qualificate e si affida alle reti informali riceve un salario ben più elevato di chi, con le

stesse origini, non vi si affida (per i figli di e è invece confermato il

white blue-collars

differenziale a vantaggio di chi usa canali formali di accesso al lavoro).

CONCLUSIONI

Il processo di trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze è molto com-

plesso, è mediato dal funzionamento di numerosi canali (economici, familiari/culturali,

sociali), si snoda in diverse fasi della vita degli individui e può essere valutato da diversi

punti di vista, tra cui i principali solitamente considerati sono il livello di istruzione, la

qualifica occupazionale ed i redditi da lavoro e/o familiari (Franzini, Raitano, 2008).

Per indagare tale processo e valutare in quale misura i tre suddetti aspetti siano con-

dizionati dal familiare, nel presente lavoro si è proposta un’analisi empirica

background

sull’Italia, condotta sul sotto-campione degli occupati della fascia d’età 35-49 anni rile-

vato nell’indagine ISFOL-PLUS del 2006. Come variabile rappresentativa delle origini

ci si è concentrati sul gruppo occupazionale dei genitori (definito in base alla classifica-

zione delle professioni ISCO-88), che rappresenta una buona di una serie di aspetti

proxy

- reddito familiare, preferenze e stili di vita del nucleo di origine, sociale di rife-

network

rimento - che possono influenzare in maniera cruciale le prospettive dei figli.

Il lavoro si è sviluppato dapprima osservando, tramite tavole di mobilità intergene-

razionale, la persistenza delle occupazioni fra genitori e figli e, successivamente, inda-

gando, mediante analisi econometriche via via più dettagliate, le determinanti delle

occupazioni e dei redditi da lavoro, in modo da valutare se, a parità di caratteristiche in-

dividuali, le origini condizionino le prospettive professionali e salariali della prole.

L’associazione statistica evidenziata dalle tavole di mobilità, assoluta e relativa, ha

confermato come l’Italia sia un paese a limitata mobilità occupazionale. La maggiore

probabilità per i figli di ricadere nello stesso gruppo professionale dei genitori è stata

37 Per l’Italia Ballarino, Bratti (2009) e Sylos Labini (2005) hanno valutato, per diverse origini familiari (o diverse tipologie

di relazione informale, seguendo un approccio a là Granovetter), l’effetto sui salari dei neo-laureati di chi usa il canale

informale rispetto a chi segue meccanismi formali, rilevando come, in generale, il canale informale sia sempre associato

a minori salari, ma lo svantaggio relativo derivante dal suo utilizzo sia significativamente maggiore per chi proviene da

background più svantaggiati. - 39 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

inoltre confermata anche dalle analisi multivariate, e segnala come la persistenza occu-

pazionale costituisca un primo cruciale meccanismo di riproduzione intergenerazionale

delle diseguaglianze.

Si è poi valutato in quale misura chi proviene da contesti più favorevoli tenda a per-

cepire compensi più elevati e si è verificato che, considerando i redditi da lavoro del

complesso degli occupati (autonomi e dipendenti), discendere da genitori ad alta qualifi-

ca occupazionale garantisce un premio salariale anche a parità di istruzione e professione

dei figli. Per i lavoratori dipendenti, la maggiore retribuzione di chi proviene da origini

migliori sembra invece legata essenzialmente al vantaggio in termini di titolo di studio

conseguito e professione raggiunta.

Infine, per distinguere alcuni dei molteplici aspetti che possono influire sul vantag-

gio occupazionale e salariale goduto da chi proviene da un migliore si è ve-

background,

rificato se i privilegi in questione siano imputabili alla somiglianza dell’occupazione

svolta da genitori e figli o alle reti informali di parenti, conoscenti e amici nella fase di

accesso al lavoro e si è osservato che, fra i lavoratori più qualificati, migliori origini ga-

rantiscono un maggior reddito da lavoro e che (considerando insieme redditi da lavoro

autonomo e dipendente) chi proviene da più qualificati riesce a raggiungere,

background

grazie alla rete di relazioni sociali a cui ha accesso, occupazioni meglio retribuite.

In definitiva emerge come, a dimostrazione della complessità del fenomeno della

propagazione intergenerazionale della diseguaglianza, la considerazione di effetti medi

sull’intera popolazione tenda a nascondere molte delle specifiche dinamiche del proces-

so di trasmissione. I possibili meccanismi alla base di tale processo (in le opportu-

primis

nità attivabili mediante le reti informali) sono infatti fortemente eterogenei e background

e vanno quindi indagati studiando in dettaglio le interazioni fra le diverse origini

specific

e i vari canali di trasmissione.

In termini di reddito da lavoro, in qualsiasi modo si identifichino il e le

background

interazioni fra questo ed i fattori di trasmissione, il trasferimento dei vantaggi è molto più

evidente se nel campione stimato sono inclusi anche i lavoratori autonomi (i cui compen-

si sono, tuttavia, spesso imputati nella banca dati utilizzata dato l’alto numero di mancate

38

risposte) . Questa regolarità - che merita ulteriori approfondimenti, anche per valutare il

ruolo vincolante svolto da una serie di elementi quali le modalità di accesso agli ordini

professionali, la trasmissione ereditaria delle attività autonome e, più in generale, le forti

imperfezioni dei mercati dei capitali - porta dunque a ritenere che in Italia molte delle di-

seguaglianze intergenerazionali si trasmettono sia attraverso maggiori possibilità di ac-

cesso al lavoro autonomo e alla libera professione (attività il cui peso fra gli occupati è,

38 L’elevata correlazione intergenerazionale dei redditi di genitori e figli che, in comparazione internazionale, pone l’Italia

come uno dei paesi più rigidi (Franzini, Raitano, 2008) potrebbe quindi essere significativamente sottostimata dato che le

stime per l’Italia si basano unicamente sui salari da lavoro dipendente (Piraino, 2007; Mocetti, 2007).

- 40 -

La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell'occupazione dei genitori

peraltro, nettamente maggiore che nella media dei paesi UE), sia, ulteriormente, median-

te un premio salariale (una sorta di rendita) che viene ricevuto dagli autonomi provenien-

ti da favorevoli, anche grazie ai loro contatti con più

background social networks

influenti.

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Series, - 44 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che

uniforme

PREMESSA

Il timore di vedere ridotta la propria autonomia personale, o comunque di perdere la

capacità di svolgere alcune funzioni essenziali nello svolgimento della vita quotidiana,

probabilmente ha sempre suscitato apprensione. Tuttavia, di recente si è diffusa una par-

ticolare inquietudine nel nostro Paese, dovuta al contemporaneo verificarsi di due feno-

meni: da un lato, l’invecchiamento della popolazione espone maggiormente gli individui

al rischio di sperimentare, nella propria vita, periodi in cui la piena autosufficienza non è

garantita; dall’altro, i cambiamenti nella struttura della famiglia rendono più difficile e

meno scontato il sostegno da parte dei parenti.

In Italia non si è peraltro realizzata una piena e diffusa presa in carico di questi pro-

blemi da parte di un adeguato sistema di servizi pubblici, e soprattutto vi sono differenze

significative tra le possibilità di accesso a prestazioni e aiuti in kind tra una Regione e

l’altra (si veda Longo, Tediosi, 2009; Gori, 2008; Age.na.s., 2009).

L’introduzione di un sistema generalizzato di garanzia della long term care - sia

pure differenziato a livello regionale nella gestione e organizzazione - è da più parti au-

spicata dalla metà degli anni novanta, ma viene frenata dai vincoli di bilancio della finan-

za pubblica, da un lato, e dall’altro lato dall’attuale impostazione volta a contenere la

pressione fiscale, che contrasta con l’ipotesi di creare una qualche nuova forma di contri-

buzione/imposta per finanziare i servizi e/o per attivare un’assicurazione obbligatoria

contro il rischio di non autosufficienza.

Pertanto, malgrado le nuove caratteristiche del nucleo familiare (la riduzione del nu-

mero di componenti, la maggiore frequenza di interruzione dei legami e ricomposizione,

la partecipazione femminile al mercato del lavoro) rendano più difficile la gestione di

questi problemi, le famiglie si trovano spesso a fornire da sole, o con aiuti limitati da par-

te dei servizi pubblici, l’assistenza ai non autosufficienti, sostenendo i relativi oneri per

circa la metà, secondo recenti stime (Pesaresi, 2008). Tali oneri consistono principalmen-

te nelle rette pagate agli istituti di ricovero e nella remunerazione di servizi privati domi-

ciliari, in particolare le cosiddette “badanti”; vi è poi il costo in termini di tempo speso

- 45 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

dai familiari - spesso le donne - che trovano in questo necessario impegno un ostacolo

alla partecipazione al mercato del lavoro (si veda su quest’ultimo aspetto il sesto capitolo

del presente Rapporto).

Tuttavia, qualunque ragionamento sulle condizioni dei soggetti che non godono di

piena autonomia nella vita quotidiana, e sulle politiche per migliorarne l’esistenza e alle-

viare il peso dell’assistenza per le famiglie, deve partire da un’analisi della platea dei

soggetti coinvolti. Le informazioni in proposito si sono significativamente accresciute

grazie alle analisi multiscopo dell’ISTAT, in particolare quella sulle Condizioni di salute

e il ricorso ai servizi sanitari.

Preliminarmente ad ogni approfondimento, va osservato peraltro che la definizione

di non autosufficienza non è univoca. In genere si fa riferimento alla riduzione dell’auto-

nomia personale, non temporanea, legata ad una qualche menomazione, malattia cronica

fisica o mentale (ma in qualche caso anche a solitudine, indigenza), tale da richiedere

qualche forma di aiuto/assistenza nelle attività della vita quotidiana (ma anche di relazio-

ne); spesso, curiosamente, si collega tale situazione all’età avanzata, quasi il problema

non esistesse nelle fasce più giovani, e questo probabilmente perché ci si preoccupa di

delimitare il campo delle politiche e degli interventi al settore della popolazione più col-

pito. Per valutare il grado di autonomia si fa riferimento ad un qualche insieme di capaci-

tà funzionali e motorie, come le ADL (Activities of Daily Living), e ad una scala di

gradazione del disagio.

A livello internazionale non esiste uno standard riconosciuto (Age.na.s., 2009), ma

al contrario le definizioni di non autosufficienza differiscono in base al numero di ADL

che non vengono svolte autonomamente e al grado di difficoltà considerato o alla scala

di valutazione usata (le più note sono l’Indice di Katz e gli indici di Barthel); alcuni paesi

(ad esempio il Regno Unito) preferiscono fare riferimento anche alle IADL (Intrumental

Activities of Daily Living), ovvero le difficoltà connesse all’uso di strumenti e di tipo re-

lazionale (dall’uso del telefono a quello dei mezzi di trasporto, dal fare la spesa alla ge-

stione delle proprie finanze).

Le definizioni variano anche a livello regionale/locale, quando si tratta di indicare i

criteri di selezione di coloro che possono ottenere determinate prestazioni. Dal punto di

vista normativo, dopo la creazione del Fondo nazionale per le non autosufficienze si os-

serva una ripresa delle procedure di valutazione orientate in modo multidimensionale, e

in generale una revisione delle impostazioni regionali, ma non si è arrivati ad una classi-

ficazione ed un sistema di valutazione uniformi; a volte sono previsti criteri preselettivi

basati su una qualche certificazione di non autosufficienza (ad esempio quella dell’in-

dennità di accompagnamento) o sulla condizione economica (ISEE). In genere il punto

di partenza sono le abilità funzionali e motorie, valutate con scale e criteri differenziati

tra Regioni, mentre le abilità strumentali hanno un ruolo secondario (Gori, 2008).

- 46 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

L’indagine ISTAT adotta la definizione di disabilità, piuttosto che di non autosuffi-

cienza, intesa come «la riduzione o la perdita di capacità funzionali o dell’attività conse-

1 .

guente alla menomazione»

Di seguito proponiamo un contributo all’analisi delle condizioni dei soggetti disabi-

li, che si aggiunge ad altri studi sulla materia, come quelli dell’ISTAT (Solipaca, 2009),

dell’Age.na.s. (2009), del Gruppo di coordinamento per la demografia (Ongaro e Salvini,

2009). Nel prossimo paragrafo si delineano rapidamente le caratteristiche essenziali della

popolazione con disabilità (nella dizione ISTAT), distinguendo anche un gruppo di “qua-

si disabili”; quindi (terzo paragrafo) si approfondisce l’esplorazione attraverso metodo-

logie del tipo analisi fattoriale e cluster analysis, per verificare se sia possibile dipingere

un quadro omogeneo, o se ci si trovi di fronte a gruppi con comportamenti e problemi

molto diversi. Come vedremo, l’oggetto dello studio è più eterogeneo di quanto si possa

pensare, comprendendo individui con diversi gradi di disabilità, giovani e adulti oltre che

anziani, soggetti in grado di partecipare al mondo del lavoro e pensionati, persone in gra-

do di sostentarsi economicamente e altri che hanno bisogno di aiuto, individui che risie-

dono con nuclei familiari ampi e tante persone che vivono sole. Queste ultime

considerazioni saranno riprese nelle conclusioni.

LA DISABILITÀ NELLA POPOLAZIONE ITALIANA

Il fenomeno della disabilità «è una condizione difficile da identificare per chi è chia-

mato a produrre statistiche sulla popolazione e questa difficoltà nasce già dalla sua defi-

nizione che non coinvolge solo le limitazioni nelle funzioni fisiche e mentali di un

individuo, ma anche i fattori ambientali e culturali che lo circondano. Tale complessità è

testimoniata anche dalla Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabi-

lità e della Salute (ICF), elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001,

che propone un nuovo punto di vista per il concetto di disabilità. Infatti, questa viene de-

finita come “la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di

salute di un individuo e i fattori personali e i fattori ambientali che rappresentano le cir-

costanze in cui vive l’individuo”» (Baldassarre, 2009, p. 1).

Questa natura fortemente multidimensionale del fenomeno e la contemporanea as-

senza o grave insufficienza di informazioni da fonti amministrative comporta un quasi

esclusivo ricorso alle indagini campionarie. La fonte principale di questo tipo di informa-

zioni è attualmente in Italia l’indagine ISTAT Multiscopo 2004-2005 sulle Condizioni di

1 La definizione è quella riportata nella documentazione tecnica e descrizione dei files dell’Indagine Multiscopo sulle

Famiglie “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”, ISTAT, 2005.

- 47 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

salute della popolazione italiana, all’interno della quale, oltre alle informazioni sullo sta-

to di salute, sul ricorso ai servizi sanitari, sulla presenza di eventuali fattori di rischio o

sulle azioni preventive operate dagli intervistati, si rilevano un insieme di indicazioni che

consentono di individuare l’insieme della popolazione disabile, ovvero tutte quelle per-

sone che «escludendo le condizioni riferite a limitazioni temporanee, hanno dichiarato di

non essere in grado o di avere molta difficoltà nello svolgere le abituali funzioni quoti-

diane, pur tenendo conto dell’eventuale ausilio di apparecchi sanitari (protesi, bastoni,

occhiali, ecc.). Le funzioni essenziali della vita quotidiana comprendono: le Attività del-

la Vita Quotidiana (ADL: autonomia nel camminare, nel salire le scale, nel chinarsi, nel

coricarsi, nel sedersi, vestirsi, lavarsi, fare il bagno, mangiare), il confinamento a letto, su

2

.

una sedia (non a rotelle) o in casa, e le difficoltà sensoriali (sentire, parlare, vedere)»

A seconda della sfera di autonomia funzionale compromessa, l’ISTAT definisce

quattro tipologie di disabilità:

- confinamento, ovvero la costrizione permanente a letto, su una sedia (non a rotelle) o

nella propria abitazione a causa di motivi fisici o psichici;

- difficoltà nel movimento, ovvero la difficoltà nel camminare o nel salire e scendere da

soli una rampa di scale (fare soltanto qualche passo senza bisogno di soste) oppure non

riuscire a chinarsi per raccogliere oggetti in terra;

- difficoltà funzionali, che riguardano l’assenza di autonomia nello svolgimento delle es-

senziali attività quotidiane o di cura della persona quali mettersi a letto o sedersi da

soli, vestirsi, lavarsi, farsi il bagno o la doccia da soli, mangiare da soli tagliandosi il

cibo;

- difficoltà nella comunicazione, che comprendono limitazioni nel sentire (non riuscire a

seguire una trasmissione televisiva anche alzando il volume nonostante l’uso di appar-

ecchi acustici), nel vedere (non riconoscere un amico ad un metro di distanza) e le dif-

ficoltà nella parola (non essere in grado di parlare senza difficoltà).

In base a tali definizioni, si stima una popolazione italiana disabile di circa 2 milioni

e seicentomila unità, pari al 4,8% della popolazione italiana di 6 anni e più, dove tale in-

sieme di soggetti è considerato disabile in quanto presenta almeno un grave impedimento

allo svolgimento della propria vita quotidiana. Tale popolazione non comprende i bambi-

ni di età inferiore a 6 anni, per i quali una misurazione attenta delle ADL è pressoché im-

possibile, né comprende le persone con disabilità ricoverate in istituti, e nemmeno sono

incluse tutte quelle persone che, pur soffrendo di un qualche tipo di disabilità mentale,

riescono tuttavia a svolgere autonomamente le attività essenziali della propria vita.

2 ISTAT, Studio sulla tematica della “non autosufficienza”, a cura del Sistema di Informazione Statistica sulla Disabilità,

p. 7, reperibile sul sito http://www.disabilitaincifre.it/descrizioni/Terzo%20rapporto%20non%20autosufficienza2.pdf .

- 48 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Tuttavia, in base alle risultanze Tab. 1 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E

PIÙ PER LIVELLO DI DISABILITÀ

dell’indagine Multiscopo, esiste un ulte- Valori assoluti %

riore insieme di soggetti, molto più ampio

del precedente, composto di circa Nessun problema 45.885.257 83,8

6.300.000 individui, cioè l’11,5% della Qualche problema 6.271.204 11,5

popolazione italiana di 6 anni e più, che Disabile 2.609.372 4,8

presentano una situazione di “quasi disa- Totale 54.765.833 100,0

3 - ovvero dichiarano almeno un

bilità” Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

lieve impedimento, spesso anche abba-

stanza serio, in una delle attività essenziali della propria vita - e che potrebbero nel tempo

veder aumentare il rischio di una vera e propria disabilità.

In definitiva, oltre il 16% della popolazione italiana con età maggiore o uguale a 6

anni deve affrontare quotidianamente più o meno gravi impedimenti allo svolgimento

della propria vita.

Passando ad esaminare lo stato generale di salute della popolazione italiana, si evi-

denzia chiaramente in tabella 2 come questo sia ovviamente in stretta relazione con il li-

vello di disabilità dei soggetti: i “quasi disabili” sono effettivamente anche da questo

punto di vista dei soggetti in condizione intermedia tra coloro che non hanno problemi di

disabilità, da un lato, e coloro che invece sono definiti disabili, dall’altro. Infatti, mentre

tra coloro che non mostrano alcun problema legato alle molteplici articolazioni della di-

sabilità il 73% dichiara uno stato di salute buono o ottimo (oltre il 95% di tutti quelli che

dichiarano di stare bene o molto bene non presenta limitazioni dovute alla disabilità), i

quasi disabili definiscono le proprie condizioni come discrete nel 60% circa dei casi,

mentre tra i disabili veri e propri oltre il 73% dei soggetti è in condizione discrete o catti-

ve e il 17,4% in condizioni pessime (questi ultimi rappresentano quasi i tre quarti di tutti

i soggetti in pessime condizioni di salute).

Tab. 2 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO DI

DISABILITÀ E STATO GENERALE DI SALUTE

Livello di disabilità

Stato generale di salute Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Molto bene 25,3 3,9 2,2 21,7

Bene 47,8 17,3 7,1 42,3

Discretamente 25,2 60,7 35,0 29,7

Male 1,6 16,6 38,3 5,1

Molto male 0,2 1,6 17,4 1,2

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

3 Anche Ongaro e Salvini (2009) considerano una popolazione di “quasi disabili”.

- 49 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

L’autonomia dei disabili e dei “quasi disabili” In questo riquadro si illustra la distri-

DISTRIBUZIONE DEI DISABILI PER buzione delle diverse situazioni “disabiliz-

TIPOLOGIA DI DISABILITÀ zanti” considerate nella valutazione delle

Valori

assoluti % Attività della Vita Quotidiana (ADL), distin-

(migliaia) guendo inoltre tra disabili e “quasi disabili”

Confinamento 1.142 43,8 (coloro che non dichiarano alcun problema

di cui: sono ovviamente esclusi da questa analisi).

solo confinamento 195 7,5 Innanzitutto osserviamo che il confina-

confinamento più almeno un'altra tipologia 946 36,3 mento (costrizione permanente a letta, su

Non confinamento 1.467 56,2 sedia non a rotelle o in casa) è la condizione

di cui: di più intensa disabilità e riguarda oltre

difficoltà nel movimento 385 14,8 1.140.000 soggetti, di cui ben l’83% pre-

difficoltà funzionali 437 16,8 senta almeno un’altra tipologia di disabi-

difficoltà nella comunicazione 217 8,3 lità.

due o più tipologie di difficoltà 428 16,4 Tra i disabili in situazione di non con-

Totale 2.609 100,0 finamento (circa un milione e mezzo), ben

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005. 430.000 circa, cioè il 30% (e il 16,4% di

tutti i disabili), soffrono di almeno due delle altre tre tipologie di disabilità.

Ma quali sono le condizioni dei “quasi disabili” rispetto a quelle appena descritte dei disa-

bili? Per poterlo valutare è necessario scendere al livello delle singole ADL, escludendo quelle

relative al confinamento e confrontando, in definitiva, le condizioni dei disabili che non soffrono il

confinamento con quelle della categoria da noi introdotta dei “quasi disabili” (i quali, evidente-

mente, sono tutti in condizione di non confinamento).

Dal confronto di queste distribuzioni emergono principalmente le seguenti caratteristiche:

- ferma restando l’assenza delle vere e proprie sordità tra i “quasi disabili”, l’incidenza di coloro

che devono alzare significativamente il volume per seguire una trasmissione televisiva è molto

simile tra le due distribuzioni;

- piuttosto serie risultano le condizioni di disagio dei “quasi disabili” relative al masticare senza

difficoltà, e soprattutto allo scendere e salire una rampa di scale senza fermarsi, al chinarsi per

raccogliere una scarpa, al percorrere un tratto senza effettuare soste: l’incidenza della difficoltà

lieve o seria - non quella più grave, che è sempre ad esclusivo carico della popolazione disabile

- non è molto più bassa di quella registrata tra i disabili, ed in alcuni casi è addirittura superiore

(si può osservare che circa la metà dei “quasi disabili” ha qualche difficoltà nello scendere e

salire una rampa di scale o nel chinarsi a raccogliere una scarpa, mentre quasi il 10% lo fa con

grande difficoltà);

- il carattere meno grave dei problemi che riguardano la popolazione “quasi disabile” emerge

soprattutto in relazione alle rimanenti attività funzionali e del movimento; tra queste, solamente

la difficoltà nel farsi il bagno o la doccia da solo viene segnalata dalla popolazione “quasi

disabile” con una frequenza che raggiunge il 20%, quando invece tra la popolazione definita

disabile oltre la metà ha assoluto bisogno dell’aiuto di qualcuno;

- difficoltà decisamente minime, sempre relativamente alla popolazione disabile, presentano i

“quasi disabili” rispetto al lavarsi le mani da soli ed al mangiare da soli anche tagliando il

cibo. - 50 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

LE DIFFICOLTÀ DEI DISABILI E “QUASI DISABILI”

DIFFICOLTA' NEL MOVIMENTO

“Quasi “Quasi

Distanza piu' lunga da solo Disabile Sedersi ed alzarsi da solo Disabile

disabile” disabile”

200 metri o più 73,8 39,2 Senza difficoltà 89,8 52,4

Meno di 200 mt. 26,2 35,4 Con difficoltà 10,2 39,1

Solo qualche passo 0,0 25,4 Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 8,5

Totale 100,0 100,0 Totale 100,0 100,0

“Quasi

Scendere e salire una rampa di scale “Quasi Disabile

Disabile Lavarsi mani e viso da solo disabile”

senza fermarsi disabile”

Si, senza difficoltà 41,1 19,2 Senza difficoltà 97,4 75,1

Si, con qualche difficoltà 50,7 24,4 Con difficoltà 2,6 17,4

Si, con molta difficoltà 8,2 30,5 Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 7,5

No 0,0 25,9 Totale 100,0 100,0

Totale 100,0 100,0

“Quasi Mangiare da solo anche “Quasi

Chinarsi a raccogliere una scarpa Disabile Disabile

disabile” tagliando il cibo disabile”

Si, senza difficoltà 42,2 22,2 Senza difficoltà 96,2 73,8

Si, con qualche difficoltà 48,7 21,6 Con difficoltà 3,8 16,1

Si, con molta difficoltà 9,1 26,3 Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 10,1

No 0,0 29,9 Totale 100,0 100,0

Totale 100,0 100,0

“Quasi “Quasi

Coricarsi ed alzarsi dal letto da solo Disabile Masticare senza difficoltà Disabile

disabile” disabile”

Senza difficoltà 83,6 40,6 Si, senza difficoltà 79,6 64,1

Con difficoltà 16,4 43,3 Si, con qualche difficoltà 17,9 26,1

Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 16,1 Si, con molta difficoltà 2,4 8,4

Totale 100,0 100,0 No 0,1 1,4

Totale 100,0 100,0

DIFFICOLTA' NELLE ATTIVITA' FUNZIONALI DIFFICOLTA' NEL SENTIRE, VISTA, PAROLA

“Quasi “Quasi

Vestirsi e spogliarsi da solo Disabile Segue televisione a volume consono Disabile

disabile” disabile”

Senza difficoltà 87,7 41,7 Si 81,5 67,8

Con difficoltà 12,3 40,2 No, deve aumentare il volume 18,5 19,9

Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 18,1 No 0,0 12,3

Totale 100,0 100,0 Totale 100,0 100,0

“Quasi “Quasi

Farsi bagno o doccia da solo Disabile Riconosce un amico a 4 metri Disabile

disabile” disabile”

Senza difficoltà 79,6 26,2 Si 90,8 77,0

Con difficoltà 20,4 23,4 No, solo da un metro 9,2 14,0

Solo con l'aiuto di qualcuno 0,0 50,4 No 0,0 9,0

Totale 100,0 100,0 Totale 100,0 100,0

“Quasi

Parla senza difficoltà Disabile

disabile”

Si, senza difficoltà 96,0 82,0

Si, con qualche difficoltà 3,4 11,1

Si, con molta difficoltà 0,6 3,9

No 0,0 3,0

Totale 100,0 100,0

- 51 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Per analizzare lo stato psicologico della popolazione italiana si è utilizzato un indice

costruito dall’ISTAT (Battisti et al., 2009) elaborato a partire dalle risposte ad alcune do-

mande dell’indagine Multiscopo. I valori dell’indice, che variano da un minimo di 7,5%

ad un massimo pari a 72%, sono stati suddivisi in classi.

Come era plausibile attendersi, anche lo stato psicologico degli individui risulta de-

cisamente connesso con il livello di disabilità, con una situazione nettamente migliore da

un punto di vista psicologico da parte dei soggetti senza problemi di disabilità rispetto ai

disabili e con i “quasi disabili” sempre in posizione intermedia.

Tuttavia, appare interessante - fermo restando i limiti connaturati a qualunque inda-

gine campionaria - la decisa inversione di tendenza che si registra all’interno della situa-

zione nettamente minoritaria di massimo benessere psicologico. Infatti all’aumentare del

livello di disabilità cresce l’incidenza di soggetti con una eccellente situazione psicologi-

ca: mentre in questo stato si trova lo 0,3% di coloro che non presentano alcun problema

di disabilità, questa incidenza sale all’1% tra i “quasi disabili” ed all’1,4% tra i disabili,

al punto che risulta disabile ben il 15% di tutti coloro che mostrano una eccellente salute

psicologica.

Tab. 3 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO DI DISABILITÀ

E INDICE DI STATO PSICOLOGICO

Livello di disabilità

Indice di stato psicologico Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Fino al 25% 1,7 4,4 13,8 2,6

25-45% 17,6 33,8 49,3 21,1

45-55% 42,8 38,7 23,4 41,3

55-65% 37,6 22,2 12,2 34,5

Oltre il 65% 0,3 1,0 1,4 0,5

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

Passando invece al rapporto tra disabilità e genere della popolazione si verifica im-

mediatamente come la disabilità e, allo stesso modo, la “quasi disabilità” siano problemi

che colpiscono in misura decisamente maggiore la popolazione femminile, dal momento

che risulta di genere femminile oltre il 66% dei disabili ed il 60% dei quasi disabili. Per

contro, la distribuzione per genere di coloro che non presentano problemi di disabilità ri-

sulta equipartita. Ciò porta, in definitiva, a rilevare tra le donne un tasso di disabilità qua-

si doppio rispetto agli uomini (6,1% contro 3,3%) ed un tasso di “quasi disabilità”

superiore di quasi una volta e mezza (13,3% contro 9,4%).

L’età è, notoriamente, una delle variabili più connesse con la condizione di disabili-

tà, con il tasso che si mantiene piuttosto stabilmente sotto il 2% per tutte le classi di età

non anziane e che inizia ad aumentare proprio dopo i 65 anni, toccando il 7,5% nella fa-

scia 65-74 anni, il 25% in quella 75-84 anni ed il livello massimo (pari a quasi il 60%)

- 52 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

nella fascia 85 anni e più; di conseguenza, quasi il 63% di tutti i disabili ha un’età supe-

riore ai 75 anni.

Tab. 4 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO

DI DISABILITÀ E GENERE

Livello di disabilità

Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Uomini 87,2 9,4 3,3 100,0

Donne 80,5 13,3 6,1 100,0

Totale 83,8 11,5 4,8 100,0

Uomini 50,4 39,9 33,8 48,4

Donne 49,6 60,1 66,2 51,6

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

Il tasso di “quasi disabilità”, invece, risulta stabile intorno al 2,5% fino ai 44 anni, e

poi inizia il percorso di crescita fino al massimo del 43,5% nella classe 75-84 anni. Inte-

ressante, inoltre, come oltre il 10% della popolazione nella fascia di età 45-64 anni mo-

stri problemi di “quasi disabilità”.

Tab. 5 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO

DI DISABILITÀ E CLASSE DI ETÀ

Livello di disabilità

Classe di età Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

% di riga

6-24 anni 96,5 2,5 1,1 100,0

25-44 anni 96,5 2,7 0,8 100,0

45-64 anni 87,7 10,5 1,9 100,0

65-74 anni 60,9 31,7 7,5 100,0

75-84 anni 31,6 43,5 24,9 100,0

85 anni e oltre 11,8 28,6 59,6 100,0

Totale 83,8 11,5 4,8 100,0

% di colonna

6-24 anni 23,3 4,3 4,5 20,2

25-44 anni 37,6 7,8 5,3 32,7

45-64 anni 28,0 24,5 10,6 26,8

65-74 anni 8,0 30,6 17,3 11,1

75-84 anni 2,8 28,0 38,6 7,4

85 anni e oltre 0,3 4,8 23,8 1,9

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005.

In definitiva, dai risultati dell’indagine sembra proprio che la disabilità nel suo com-

plesso si mantenga su tassi contenuti per l’intera durata della vita non anziana, crescendo

poi rapidamente durante il periodo della terza età.

Tuttavia, in un contesto di interdipendenza come questo, per comprendere appieno il

reale impatto dell’età sulla probabilità di essere o meno disabili (così come per qualsiasi

altra singola variabile), bisognerebbe depurare da tutti gli altri effetti concomitanti.

- 53 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

A mero titolo esemplificativo si vuole

Tab. 6 TASSO DI DISABILITÀ PER GENERE ED ETÀ

NELLA POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ mostrare come il maggior tasso di disabili-

Tasso di disabilità tà registrato tra le donne abbia una forte

Classe di età Odds

Uomini Donne influenza nel determinare i risultati della

(a) (b) (b/a) tabella precedente: la presenza femminile

6-24 anni 1,1 1,0 0,99 tra le classi di età più anziane risulta cla-

25-44 anni 0,8 0,7 0,88

45-64 anni 1,8 2,0 1,12 morosamente preponderante, con il 54%

65-74 anni 5,9 8,8 1,51 dei soggetti 65-74 anni, il 61% dei sogget-

75-84 anni 18,9 28,8 1,53 ti 75-84 anni ed il 69% dei soggetti di 85

85 anni e oltre 50,4 63,7 1,26

Totale 3,3 6,1 anni e più. Osservando la seguente tabella,

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005. che mostra il tasso di disabilità per classi

di età distinto per uomini e donne, risulta evidente la netta maggior crescita per le secon-

de rispetto ai primi della probabilità di essere disabile al crescere dell’età: se l’impatto

dell’aumentare dell’età sulla frequenza della disabilità per le donne fosse stato il medesi-

mo registrato per gli uomini, si sarebbe verificato un numero complessivo di circa

440.000 disabili in meno .

Infine, la distribuzione territoriale della disabilità in Italia mostra una complessiva

tendenza ad una maggior presenza di problemi legati alla disabilità nelle regioni meridio-

nali del Paese piuttosto che in quelle settentrionali.

Tab. 7 POPOLAZIONE ITALIANA DI 6 ANNI E PIÙ PER LIVELLO DI DISABILITÀ E REGIONE DI RESIDENZA

Livello di disabilità

Regione di residenza Nessun problema Qualche problema Disabile Totale

Piemonte 84,4 10,9 4,7 100,0

Valle d'Aosta 86,7 9,2 4,1 100,0

Lombardia 86,3 9,9 3,8 100,0

Bolzano 87,7 9,8 2,5 100,0

Trento 88,5 8,5 2,9 100,0

Veneto 85,4 10,4 4,2 100,0

Friuli 86,5 9,0 4,6 100,0

Liguria 82,1 12,2 5,7 100,0

Emilia 86,1 9,5 4,4 100,0

Toscana 82,2 12,6 5,3 100,0

Umbria 82,0 12,0 6,0 100,0

Marche 83,3 11,5 5,2 100,0

Lazio 85,3 10,3 4,4 100,0

Abruzzo 81,8 12,8 5,4 100,0

Molise 80,4 13,7 5,8 100,0

Campania 82,7 12,6 4,7 100,0

Puglia 80,9 13,5 5,6 100,0

Basilicata 80,4 13,8 5,8 100,0

Calabria 78,4 16,1 5,5 100,0

Sicilia 80,7 13,2 6,1 100,0

Sardegna 84,6 10,8 4,6 100,0

Totale 83,8 11,5 4,8 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT 2004/2005. - 54 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Infatti, in Calabria si registra la più bassa presenza di popolazione senza problemi

di disabilità e la maggiore presenza di “quasi disabilità” (16,1%); di conseguenza, è ele-

vato il tasso di disabilità (5,5%) e l’incidenza complessiva della popolazione che presen-

ta almeno qualche problema legato alla disabilità è pari a oltre il 21,6 per cento.

Il più alto tasso di disabilità è rilevato in Sicilia (6,1%), mentre in Molise, Puglia e

Basilicata si registra ancora una presenza di quasi il 20% di soggetti in qualche modo

gravati da disabilità. Per contro, l’impatto complessivamente minore del fenomeno disa-

bilità è rilevabile in Trentino, Valle d’Aosta e Friuli.

LE TIPOLOGIE DI DISABILI

Dopo aver distinto la popolazione italiana a seconda del livello di disabilità, passia-

mo ad esaminare più a fondo il mondo dei disabili, nel tentativo, soprattutto, di eviden-

ziare eventuali legami tra la disabilità e le loro condizioni di vita e/o socio-economiche e

demografiche.

In buona sostanza, a partire sempre dalle informazioni rilevate dall’indagine Multi-

scopo 2004/2005, si è tracciato un profilo della popolazione disabile italiana in base alle

seguenti variabili:

condizioni di stato

- tipo di disabilità (disagio nel movimento; disagio nella vista, nell’udito, nella parola;

confinamento; disagio funzionale);

- stato generale di salute;

- indice di stato di salute;

- indice di stato psicologico;

condizioni demografiche e abitative

- genere;

- classe di età;

- regione di residenza;

- titolo di studio;

- stato civile;

- numero di componenti il nucleo familiare;

- tipologia familiare;

- tipologia dell’abitazione; - 55 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

condizioni socio-economiche

- condizione professionale;

- ha lavorato in passato;

- fonte principale di reddito;

- livello di adeguatezza del reddito,

In base a questo insieme di variabili sono state condotte una analisi fattoriale e una

successiva cluster analysis al fine di individuare la presenza di gruppi tipologici di disa-

bili, dove ciascun gruppo rappresenta, in qualche modo, una maniera differente di vivere

concretamente con la propria disabilità.

Il risultato del percorso elaborativo e di analisi dei dati ha portato all’individuazione

di 6 gruppi tipologici.

Innanzitutto osserviamo che i primi tre gruppi rappresentano le diverse caratterizza-

zioni legate alla disabilità in età non anziana (<65 anni), mentre i restanti tre gruppi

rappresentano quelle legate alla disabilità in età anziana. L’ordine dei gruppi, inoltre,

risulta sostanzialmente orientato dallo stato di salute complessivo, ordinato dal migliore

al peggiore.

Il primo gruppo, esiguo nella sua numerosità, con il 3,1% della popolazione disabile

(per una stima di circa 81.000 soggetti), risulta fortemente contraddistinto in primo luogo

dalla giovanissima età, compresa tra i 6 ed i 24 anni di tutti i suoi componenti; gli appar-

tenenti a questo gruppo rappresentano così circa il 70% di tutti i disabili in questa classe

di età.

I giovani componenti del primo gruppo risultano raramente colpiti da disagi nel

movimento, nella vista, nella parola o nell’udito o costretti al confinamento (circa il 10%

di loro soffre di questi problemi, contro una media generale che va da circa il 45% per

disagi nel movimento e confinamento al 20% circa per l’altro gruppo di problemi),

mentre quasi tutti (85% nel gruppo, contro una media generale del 64%) soffrono di un

disagio funzionale.

Il loro stato di salute, grazie anche alla loro giovanissima età, è decisamente il

migliore tra quelli rilevati nei gruppi, dal momento che oltre l’82% dei componenti

dichiara di sentirsi complessivamente molto bene o bene.

Si osserva una presenza appena più consistente del genere maschile, mentre

complessivamente tra i disabili vi è una netta preponderanza femminile. Inoltre, gli

appartenenti al primo gruppo vivono quasi tutti in famiglie numerose del tipo genitori

con due o più figli, con risorse a disposizione giudicate complessivamente meno spesso

adeguate rispetto agli altri gruppi di disabili non anziani (il 49% dei componenti questo

primo gruppo giudica le risorse economiche a disposizione scarse o assolutamente

insufficienti). - 56 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

A livello territoriale, infine, si registra una presenza massima del primo gruppo in

Campania (oltre il 30% del gruppo) ed in Lombardia (16,7% del gruppo).

Il secondo gruppo, che rappresenta il 3,2% della popolazione disabile (per una stima

di circa 83.500 soggetti), è anch’esso caratterizzato dalla sostanziale assenza di soggetti

anziani, dal momento che l’89% dei suoi appartenenti ha un’età compresa nelle classi

centrali (25-64 anni), ma la forte peculiarità che lo identifica risiede nel fatto che tutti i

componenti sono occupati; la quasi totalità dei disabili occupati nel nostro Paese è

collocata in questo gruppo. In questo gruppo si osserva la maggiore presenza maschile

(oltre il 67% degli appartenenti al gruppo) e il reddito principale è per il 72% da lavoro

dipendente e per il 17% dei casi da lavoro autonomo. Questo gruppo mostra una netta

maggior disponibilità di reddito rispetto a tutti gli altri, con il 6,6% che dichiara di

disporre di un reddito ottimo e il 64,5% che dichiara di disporre di un reddito adeguato.

Per circa la metà dei casi anche in questo gruppo i disabili vivono all’interno di una

struttura familiare formata da coppie con figli, ma la dimensione del nucleo è mediamen-

te inferiore al gruppo precedente. Si osserva la massima presenza di laureati (14,1% nel

gruppo contro il 2,5% medio) e di diplomati (28,9% nel gruppo contro il 5,8% medio).

Dal punto di vista della disabilità, i componenti risultano come nel precedente caso

molto poco spesso gravati da situazioni di confinamento (solo il 18% del secondo grup-

po, contro una media generale del 44%), ma questa volta sono i meno colpiti da disagi

funzionali (21%, contro una media del 64%), e i più colpiti da disagi alla vista, parola,

udito, con ben il 43% del gruppo in questa condizione (la media complessiva è del

22,1%). Infine, il loro stato di salute e psicologico è decisamente elevato.

Il terzo gruppo racchiude il 15,3% della popolazione disabile, per una stima di circa

400.000 soggetti, ed anche in questo caso, come accennato in precedenza, la

distribuzione per età risulta molto spostata verso le classi non anziane (oltre il 64% degli

appartenenti al gruppo ha un’età inferiore ai 65 anni), così come la distribuzione per

genere risulta ancora a maggioranza maschile (55% di genere maschile e 45% di genere

femminile).

Per quanto riguarda le condizioni di disagio e di salute fisica e psicologica, questo

gruppo mostra condizioni peggiori dei due gruppi precedenti, ma migliori dei successivi.

Nei tre quarti dei casi il disabile di questo gruppo vive all’interno di una tipologia

familiare di coppia con figli, generalmente di tre o quattro componenti.

Nonostante il gruppo comprenda, come si è detto, una grande maggioranza di

soggetti non anziani, fortissima risulta la presenza di individui che si dichiarano ritirati

dal lavoro o inabili al lavoro (oltre il 70%), mentre il 55% dichiara di aver lavorato in

passato.

Per quanto riguarda la fonte di reddito principale il terzo gruppo, oltre a registrare la

presenza di un 58% di soggetti la cui fonte essenziale di sostentamento è la pensione,

- 57 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

mostra anche il più intenso bisogno di sostegno al reddito, dal momento che oltre il 30%

dei suoi appartenenti dichiara di essere mantenuto da parte dei parenti (la media generale

è pari al 7%), e il 12% di sostentarsi grazie a indennità e provvidenze (la media generale

è del 4%), tanto che il terzo gruppo comprende il 63% di tutti i disabili mantenuti dai

parenti ed il 46% di quelli che vivono principalmente con indennità e provvidenze.

Non a caso in questo terzo gruppo si registra la più elevata presenza di soggetti che

considerano assolutamente insufficienti le risorse economiche disponibili (10%, contro

una media generale inferiore all’8%).

Il quarto gruppo tipologico è il più numericamente consistente, rappresentando il

35,1% della popolazione disabile italiana, per una stima di circa 915.000 soggetti, e

costituisce la prima tipologia di disabili anziani che incontriamo. Infatti, la distribuzione

per età dei soggetti appartenenti al quarto gruppo risulta molto spostata verso le classi

più anziane e soprattutto verso quelle oltre 75 anni, al punto che ben l’83% dei

componenti vi appartiene.

Per quanto riguarda il tipo di disabilità, massima risulta in questo gruppo la presenza

di soggetti con un disagio nel movimento (circa il 53% degli appartenenti al quarto grup-

po soffre di tale condizione), mentre la presenza delle altre tipologie di disagio risulta in

linea con la media generale.

Lo stato di salute e psicologico dei soggetti del quarto gruppo appare decisamente

peggiore di quello dei gruppi precedenti, ma complessivamente migliore rispetto agli ul-

timi due gruppi, su cui ci si soffermerà tra poco. Infatti, a fronte di un 45% di soggetti

che dichiara uno stato generale di salute almeno discreto, si registra un 41% che afferma

di stare male ed un 14% che risponde di stare molto male.

Il quarto gruppo risulta fortemente caratterizzato da soggetti che vivono da soli

(99%), e raggruppa sostanzialmente tutti i disabili italiani in questa condizione. Coeren-

temente, lo stato civile di questi soggetti, data anche l’età avanzata, risulta nella gran

maggioranza dei casi quello di vedovo, anzi di vedova, visto che ben l’85% degli appar-

tenenti al gruppo è di genere femminile.

Circa i due terzi degli appartenenti al gruppo hanno lavorato in passato e quasi tutti

vivono della propria pensione, che fornisce risorse giudicate nel 52% dei casi inadeguate

al sostentamento (la quota di soggetti insoddisfatti rispetto alla propria condizione eco-

nomica è la più alta tra tutti i gruppi).

Il quinto gruppo comprende il 25,8% della popolazione disabile, per una stima di

674.000 unità, ed è costituito per il 92% dei casi da soggetti anziani, estremamente con-

centrati particolarmente nelle classi tra 65 e 84 anni (circa il 75% del gruppo, contro una

media generale del 56% circa), al punto che il gruppo include il 45% di tutti i disabili

nella classe di età 65-74 anni. - 58 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Il gruppo risulta a maggioranza maschile (54%) e si trova complessivamente in uno

stato di salute che risulta essere - insieme a quello del sesto gruppo - il peggiore, con il

23% che dichiara di stare molto male ed il 41% che afferma di stare male. Tuttavia, lo

stato psicologico dei componenti di questo quinto gruppo sembra leggermente migliore

di quello del sesto.

Quasi tutti coniugati, i componenti del quinto gruppo vivono in linea di massima

con il proprio coniuge, ma senza figli, e risultano nella stragrande maggioranza degli ex-

lavoratori (quasi l’80% dei componenti dichiara di aver lavorato in passato).

Anche in questo caso elevatissima è la presenza della pensione come fonte di reddi-

to principale (89% dei componenti del quinto gruppo), tuttavia si rileva la più elevata

quota, tra i disabili anziani, di soggetti che si affidano al sostegno da parte dei familiari

(l’8,4% dichiara in tal senso), mentre il giudizio sulle risorse disponibili sembra essere

migliore rispetto a quello del gruppo precedente.

Il sesto gruppo, l’ultimo, racchiude il restante 17,5% della popolazione disabile ita-

liana, per una stima di 456.000 unità, e comprende la massima presenza di ultraottanta-

cinquenni (quasi il 39% dei componenti), a cui si affianca una molto consistente

presenza di soggetti in età compresa tra 75 e 84 anni (43%). Anche a causa di ciò, il

gruppo mostra la più elevata presenza femminile (87%) ed è caratterizzato da uno stato

di salute non buono (oltre il 62% dichiara di stare male o molto male), simile a quello del

gruppo precedente - se non leggermente migliore nel suo complesso -, ma cui corrispon-

de una condizione psicologica leggermente peggiore. Vero è, peraltro, che in questo

gruppo si presenta la massima incidenza dei casi di confinamento (59%) oltre a una ele-

vatissima diffusione del disagio funzionale (78%).

Come per il quarto gruppo, anch’esso caratterizzato dalla fortissima presenza di

donne molto anziane, la stragrande maggioranza dei componenti del sesto gruppo risulta

vedovo/a (79%), ma a differenza dei soggetti del quarto gruppo, questi vivono tutti in nu-

clei familiari di almeno due componenti.

Elevatissimo, anche in questo caso, è il peso della pensione sul reddito (per il 95%

la pensione è la fonte di reddito principale).

Infine, il sesto gruppo esprime, tra le tipologie di disabili anziani o molto anziani, il

migliore giudizio sull’adeguatezza delle risorse a propria disposizione, dal momento che

queste vengono giudicate appropriate da oltre il 61% dei componenti.

- 59 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 7 IL DISAGIO E LO STATO FISICO E PSICOLOGICO DEI GRUPPI

Disagio nel movimento per Gruppi

Disagio nel movimento Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,7 2,5 13,4 39,0 27,2 17,2 100,0

Si % colonna 10,0 37,0 41,6 52,8 50,2 46,8 47,5

% riga 5,3 3,9 17,1 31,5 24,5 17,7 100,0

No % colonna 90,0 63,0 58,4 47,2 49,8 53,2 52,5

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Disagio nella vista, nell'udito, nella parola per Gruppi

Disagio vista, udito, parola Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,7 6,2 17,4 32,6 24,2 17,9 100,0

Si % colonna 12,5 42,7 25,1 20,5 20,7 22,6 22,1

% riga 3,5 2,4 14,7 35,8 26,3 17,4 100,0

No % colonna 87,5 57,3 74,9 79,5 79,3 77,4 77,9

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Confinamento per Gruppi

Confinamento Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,6 1,3 14,3 35,5 24,9 23,5 100,0

Si % colonna 7,8 17,6 40,9 44,2 42,2 58,8 43,7

% riga 5,1 4,7 16,1 34,8 26,6 12,8 100,0

No % colonna 92,2 82,4 59,1 55,8 57,8 41,2 56,3

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Disagio funzionale per Gruppi

Disagio funzionale Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 4,1 1,1 13,0 35,4 25,1 21,3 100,0

Si % colonna 84,5 21,3 54,3 64,5 62,3 78,1 64,0

% riga 1,3 7,0 19,4 34,5 27,0 10,6 100,0

No % colonna 15,5 78,7 45,7 35,5 37,7 21,9 36,0

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 60 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Segue Tab. 7 IL DISAGIO E LO STATO FISICO E PSICOLOGICO DEI GRUPPI

Stato di salute generale per Gruppi

Stato di salute generale Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 46,2 16,5 18,8 5,4 6,0 7,0 100,0

Molto bene % colonna 32,5 11,2 2,7 0,3 0,5 0,9 2,2

% riga 21,8 14,7 25,9 19,6 10,9 7,1 100,0

Bene % colonna 50,0 32,3 12,0 4,0 3,0 2,9 7,1

% riga 0,9 3,4 14,1 40,8 23,6 17,2 100,0

Discretamente % colonna 10,3 37,2 32,1 40,8 32,0 34,5 35,0

% riga 0,2 1,1 14,3 37,1 27,7 19,5 100,0

Male % colonna 3,1 13,6 35,8 40,5 41,1 42,9 38,3

% riga 0,7 1,0 15,4 29,1 34,7 19,0 100,0

Molto male % colonna 4,1 5,7 17,5 14,4 23,3 18,9 17,4

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Indice di stato fisico per Gruppi

Indice di stato fisico Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,2 1,3 14,6 35,1 28,1 20,7 100,0

Fino 25% % colonna 2,0 13,7 33,0 34,7 37,7 41,1 34,6

% riga 0,1 2,1 14,1 38,9 26,7 18,0 100,0

25-45% % colonna 2,2 34,7 49,4 59,5 55,5 55,2 53,6

% riga 0,2 12,8 26,2 28,4 23,1 9,2 100,0

45-55% % colonna 0,4 25,1 10,8 5,1 5,6 3,3 6,3

% riga 5,2 31,6 39,1 10,1 11,4 2,5 100,0

Oltre 55% % colonna 4,5 26,5 6,9 0,8 1,2 0,4 2,7

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 90,9 2,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Indice di stato psicologico per Gruppi

Indice di stato psicologico Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 0,9 14,5 32,9 32,5 19,1 100,0

Fino 25% % colonna 3,9 12,7 12,6 16,8 14,6 13,4

% riga 0,1 1,9 15,0 36,6 25,9 20,6 100,0

25-45% % colonna 1,3 27,9 46,7 50,0 48,1 56,4 47,9

% riga 0,2 5,0 16,1 38,7 26,2 13,7 100,0

45-55% % colonna 1,7 35,6 24,0 25,1 23,1 17,9 22,8

% riga 1,5 8,0 19,4 32,8 23,5 14,8 100,0

Oltre 55% % colonna 6,2 32,6 16,6 12,3 12,0 11,1 13,1

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 90,9 2,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 61 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 8 LA DEMOGRAFIA DEI GRUPPI

Genere per Gruppi

Genere Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 4,7 6,4 25,1 15,7 41,5 6,6 100,0

Uomini % colonna 51,1 67,3 55,3 15,1 54,4 12,9 33,8

% riga 2,3 1,6 10,3 45,0 17,8 23,0 100,0

Donne % colonna 48,9 32,7 44,7 84,9 45,6 87,1 66,2

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Età in classi per Gruppi

Età in classi Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 69,3 3,7 26,4 0,7 100,0

6-24 anni % colonna 100,0 5,1 7,7 0,2 4,5

% riga 20,1 76,9 1,5 0,4 1,2 100,0

25-44 anni % colonna 33,0 26,4 0,2 0,1 0,4 5,3

% riga 17,0 43,9 9,9 20,1 9,0 100,0

45-64 anni % colonna 55,9 30,2 3,0 8,2 5,4 10,6

% riga 0,4 15,3 27,4 44,5 12,3 100,0

65-74 anni % colonna 2,0 17,3 13,6 29,9 12,2 17,3

% riga 0,3 5,9 44,2 30,2 19,5 100,0

75-84 anni % colonna 3,1 14,8 48,7 45,1 43,0 38,6

% riga 0,1 2,3 51,0 18,1 28,5 100,0

85 anni e oltre % colonna 1,0 3,6 34,5 16,7 38,8 23,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 62 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Segue Tab. 8 LA DEMOGRAFIA DEI GRUPPI

Regione di residenza per Gruppi

Regione di residenza Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,0 4,2 15,4 38,2 29,0 12,2 100,0

Piemonte % colonna 2,2 9,6 7,3 7,9 8,2 5,1 7,3

% riga 3,5 4,1 8,9 51,5 25,4 6,6 100,0

V.d'Aosta % colonna 0,2 0,2 0,1 0,3 0,2 0,1 0,2

% riga 4,0 4,5 13,0 38,3 22,2 18,0 100,0

Lombardia % colonna 16,7 18,2 11,0 14,1 11,1 13,3 12,9

% riga 1,8 3,9 15,7 34,3 23,9 20,4 100,0

Trentino % colonna 0,5 1,1 1,0 0,9 0,9 1,1 0,9

% riga 1,8 4,9 14,3 33,1 24,7 21,2 100,0

Veneto % colonna 4,0 10,6 6,5 6,6 6,7 8,5 7,0

% riga 1,9 3,7 14,2 46,6 20,3 13,3 100,0

Friuli % colonna 1,2 2,3 1,8 2,6 1,6 1,5 2,0

% riga 2,7 1,5 3,2 36,1 36,3 20,2 100,0

Liguria % colonna 2,9 1,6 0,7 3,4 4,6 3,8 3,3

% riga 1,7 3,0 14,8 35,2 28,0 17,4 100,0

Emilia % colonna 3,6 6,2 6,3 6,6 7,1 6,5 6,6

% riga 2,4 2,9 14,2 29,4 28,6 22,5 100,0

Toscana % colonna 5,2 6,1 6,4 5,8 7,6 8,9 6,9

% riga 1,7 5,3 14,0 27,2 23,1 28,8 100,0

Umbria % colonna 1,0 3,1 1,7 1,4 1,7 3,0 1,8

% riga 0,6 3,4 13,6 32,3 25,8 24,3 100,0

Marche % colonna 0,5 3,0 2,5 2,6 2,9 4,0 2,9

% riga 3,5 4,5 15,5 34,2 25,6 16,8 100,0

Lazio % colonna 9,4 11,6 8,4 8,1 8,2 8,0 8,3

% riga 1,2 2,8 16,0 31,4 33,2 15,3 100,0

Abruzzo % colonna 1,0 2,2 2,6 2,3 3,2 2,2 2,5

% riga 1,2 1,5 12,0 31,9 33,6 19,8 100,0

Molise % colonna 0,3 0,3 0,5 0,6 0,9 0,8 0,7

% riga 9,8 2,4 18,5 32,7 21,6 15,1 100,0

Campania % colonna 30,5 7,1 11,6 9,0 8,1 8,4 9,7

% riga 2,7 2,4 19,1 32,2 27,3 16,3 100,0

Puglia % colonna 7,1 6,2 10,1 7,5 8,6 7,5 8,1

% riga 4,6 3,0 16,8 30,8 28,4 16,4 100,0

Basilicata % colonna 1,9 1,2 1,4 1,1 1,4 1,2 1,3

% riga 3,4 2,7 17,1 39,0 23,9 13,8 100,0

Calabria % colonna 4,4 3,4 4,5 4,5 3,7 3,2 4,0

% riga 1,5 1,2 16,2 39,5 27,0 14,7 100,0

Sicilia % colonna 5,2 4,1 11,5 12,3 11,4 9,2 10,9

% riga 2,3 2,1 22,5 30,8 18,5 23,8 100,0

Sardegna % colonna 2,1 1,8 4,1 2,4 2,0 3,8 2,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 63 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Segue Tab. 8 LA DEMOGRAFIA DEI GRUPPI

Titolo di studio per Gruppi

Titolo di studio Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 17,8 17,4 26,9 29,7 8,2 100,0

Laurea o più % colonna 14,1 2,9 2,0 2,9 1,2 2,5

% riga 16,0 26,7 26,6 24,7 6,0 100,0

Diploma % colonna 28,9 10,1 4,4 5,6 2,0 5,8

% riga 0,9 7,4 28,7 25,4 25,0 12,6 100,0

Licenza media % colonna 5,3 43,6 35,5 13,7 18,3 13,7 18,9

% riga 0,8 0,8 11,8 38,8 29,2 18,7 100,0

Licenza elementare % colonna 12,6 12,2 38,4 55,2 56,4 53,3 49,9

% riga 11,1 0,2 8,8 38,1 19,0 22,8 100,0

Nessun titolo % colonna 82,1 1,1 13,1 24,8 16,8 29,8 22,8

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Tab. 9 FAMIGLIE, CONDIZIONI ABITATIVE E CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE DEI GRUPPI

Numero di componenti il nucleo familiare per Gruppi

N. comp. nucleo fam. Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,6 0,8 97,6 100,0

1 % colonna 15,8 1,6 88,9 31,9

% riga 0,1 1,9 2,9 9,7 69,2 16,2 100,0

2 % colonna 0,8 22,3 6,9 10,2 98,5 34,1 36,8

% riga 3,0 5,5 56,2 1,1 34,2 100,0

3 % colonna 15,5 27,2 57,9 0,5 30,9 15,8

% riga 16,4 8,5 40,3 1,5 1,5 31,8 100,0

4 % colonna 47,0 23,4 23,3 0,4 0,5 16,1 8,8

% riga 17,1 5,5 23,9 3,8 49,7 100,0

5 e più comp. % colonna 36,7 11,3 10,3 1,0 18,8 6,6

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Tipologia familiare per Gruppi

Tipologia familiare Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 1,5 1,7 94,3 0,8 1,8 100,0

Persona sola % colonna 17,3 4,0 99,1 1,1 3,8 36,9

% riga 1,6 0,2 98,1 0,0 100,0

Coppia senza figli % colonna 12,8 0,3 95,8 0,0 25,2

% riga 15,9 10,0 73,3 0,8 100,0

Coppia con figli % colonna 82,1 49,4 76,2 0,7 15,9

% riga 1,5 2,6 12,7 0,1 83,1 100,0

Coppia con o senza figli % colonna 4,6 7,7 7,9 0,0 45,3 9,5

% riga 2,2 3,3 13,6 2,7 4,0 74,2 100,0

Monogenitore % colonna 7,6 10,8 9,4 0,8 1,6 44,9 10,6

% riga 9,2 3,3 17,5 0,9 20,3 48,8 100,0

Altro % colonna 5,6 2,0 2,2 0,1 1,5 5,3 1,9

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 64 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

Segue Tab. 9 FAMIGLIE, CONDIZIONI ABITATIVE E CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE DEI GRUPPI

Tipologia dell'abitazione per Gruppi

Tipologia abitazione Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 4,0 3,4 15,2 21,4 30,8 25,2 100,0

Villa o villino % colonna 6,0 4,9 4,6 2,8 5,6 6,7 4,7

% riga 2,0 2,9 13,7 29,6 34,3 17,4 100,0

Signorile % colonna 3,2 4,4 4,4 4,1 6,5 4,9 4,9

% riga 3,1 3,3 14,9 33,4 26,6 18,7 100,0

Civile % colonna 58,3 58,8 55,9 54,7 59,1 61,4 57,4

% riga 3,3 2,7 15,7 42,4 22,9 13,1 100,0

Popolare % colonna 27,2 21,9 26,3 31,0 22,7 19,2 25,7

% riga 1,2 1,7 17,7 34,6 23,1 21,7 100,0

Rurale % colonna 1,8 2,5 5,4 4,6 4,2 5,8 4,7

% riga 14,2 62,7 12,1 11,0 100,0

Impropria % colonna 0,5 0,9 0,2 0,3 0,5

% riga 5,0 11,2 21,4 28,0 20,5 13,9 100,0

Non risponde % colonna 3,5 7,4 3,0 1,7 1,7 1,7 2,1

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Condizione professionale per Gruppi

Condizione professionale Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 94,8 2,0 3,3 100,0

Occupato % colonna 100,0 0,2 0,4 3,4

% riga 83,5 9,8 6,7 100,0

Disocc. o in cerca % colonna 4,6 0,3 0,3 0,9

% riga 13,6 42,1 23,2 21,0 100,0

Casalinga % colonna 17,5 23,7 17,7 23,7 19,7

% riga 100,0 100,0

Studente % colonna 3,1 0,5

% riga 17,0 34,8 30,6 17,7 100,0

Ritirato o inabile % colonna 70,6 63,1 75,3 64,4 63,6

% riga 7,1 51,8 18,2 22,9 100,0

Altra condizione % colonna 4,1 13,1 6,2 11,6 8,8

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 100,0 3,1

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 65 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Segue Tab. 9 FAMIGLIE, CONDIZIONI ABITATIVE E CONDIZIONI SOCIOECONOMICHE DEI GRUPPI

Condizione professionale per Gruppi

Ha lavorato in passato Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 21,5 39,8 16,3 22,4 100,0

No % colonna 45,1 36,4 20,3 41,2 32,1

% riga 13,7 36,2 33,3 16,7 100,0

Si % colonna 54,9 63,4 79,3 58,8 61,4

% riga 47,7 49,5 1,0 1,7 100,0

Non risponde % colonna 100,0 100,0 0,2 0,4 6,5

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte principale di reddito per Gruppi

Fonte principale di reddito Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 100,0 100,0

Reddito da lavoro di % colonna 72,1 2,3

% riga 92,3 3,2 4,5 100,0

Reddito da lavoro au % colonna 17,1 0,1 0,1 0,6

% riga 0,3 10,8 41,1 27,7 20,1 100,0

Pensione % colonna 7,6 58,2 97,0 88,8 95,0 82,7

% riga 2,1 45,9 22,2 18,1 11,7 100,0

Indennità e provvide % colonna 2,5 11,6 2,4 2,7 2,6 3,9

% riga 0,3 62,7 2,1 29,1 5,8 100,0

Mantenimento da parte dei familiari % colonna 0,7 30,3 0,5 8,4 2,5 7,4

% riga 100,0 100,0

Non risponde % colonna 100,0 3,1

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Le risorse disponibili sono: per Gruppi

Le risorse disponibili sono: Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% riga 100,0 100,0

Ottime % colonna 72,1 2,3

% riga 92,3 3,2 4,5 100,0

Adeguate % colonna 17,1 0,1 0,1 0,6

% riga 0,3 10,8 41,1 27,7 20,1 100,0

Scarse % colonna 7,6 58,2 97,0 88,8 95,0 82,7

% riga 2,1 45,9 22,2 18,1 11,7 100,0

Assolutamente insufficienti % colonna 2,5 11,6 2,4 2,7 2,6 3,9

% riga 3,1 3,2 15,3 35,1 25,8 17,5 100,0

Totale % colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

- 66 -

I disabili in Italia: una platea più differenziata che uniforme

CONCLUSIONI

In definitiva, l’analisi della disabilità condotta in questo Capitolo fa emergere un

quadro piuttosto differenziato, in cui l’età non appare certamente come l’unica variabile

di rilievo.

I cosiddetti “disabili”, cioè coloro che incontrano almeno un grave impedimento

nello svolgimento della propria vita quotidiana, rappresentano poco meno del 5% della

popolazione italiana di almeno sei anni che non risiede in istituti. Tuttavia, supera l’11%

la quota di individui che presenta almeno un lieve impedimento in una delle attività della

vita quotidiana (“quasi disabili”).

La disabilità è fortemente concentrata nelle fasce di età più elevate, soprattutto dopo

i 75 anni, mentre la quasi disabilità tocca quasi un terzo degli italiani già tra i 65 e i 74

anni, e si riduce dopo gli 84; proprio tra gli anziani la disabilità è molto più alta per le

donne che per gli uomini.

I gruppi tipologici di disabili individuati sono sei, di cui tre caratterizzati dalla pre-

ponderanza di giovani e adulti e tre da quella di anziani, e presentano condizioni e pro-

blemi molto diversificati tra loro.

I giovani del primo gruppo godono di uno stato di salute relativamente buono, ma le

loro famiglie, numerose, hanno spesso problemi economici. Il secondo gruppo compren-

de gli uomini adulti che sono ben inseriti nel nucleo familiare e nel mondo del lavoro, e

non soffrono frequentemente di problemi economici. Nel terzo gruppo, in cui le condi-

zioni di disagio sono più pesanti - tanto che il 40% vive in situazione di confinamento - si

risente dell’allontanamento dal mondo del lavoro (il 70% è ritirato o inabile al lavoro) e

si deve fare spesso ricorso all’aiuto di familiari o a indennità e provvidenze per sostentar-

si, mentre le condizioni di salute e psicologiche sono decisamente peggiori di quelle dei

due gruppi precedenti. Nel quarto gruppo, composto in larga misura di donne e da perso-

ne che vivono sole, ad un ulteriore aggravamento del disagio si accompagnano le diffi-

coltà economiche in più della metà dei casi, e raramente si può far conto su aiuti esterni

per integrare il reddito. Il quinto gruppo è quello delle coppie anziane, che vivono di pen-

sione, ma qualche volta con l’aiuto dei familiari. Il sesto gruppo comprende i soggetti più

anziani, soprattutto vedove che risiedono con un’altra persona, con gravi condizioni di

disabilità, di salute, psicologiche, ma relativamente scarsi problemi economici.

In definitiva, sembra che esistano fasce di popolazione disabile con caratteristiche e

problemi diversi, e pertanto le politiche sociali andrebbero adeguate a queste condizioni:

infatti, il grado di integrazione familiare è differenziato, in alcuni casi le risorse per la

sussistenza non sembrano essere sufficienti, in altri l’onere economico ricade pesante-

mente sui familiari, in altri ancora il livello di disabilità e il cattivo stato di salute rendo-

no la vita difficile anche in assenza di preoccupazioni di tipo economico.

- 67 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

BIBLIOGRAFIA

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Solipaca A. (2009), “La disabilità in Italia: il quadro della statistica ufficiale”, ISTAT, Argomenti, in corso

di pubblicazione. - 68 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e

privata in Italia

PREMESSA 1 verso l’Italia e, più in generale, verso i Paesi dell’Europa meridio-

L’immigrazione

nale è un fenomeno che ha avuto origine in tempi più recenti rispetto a quanto verificato-

si per l’area settentrionale del nostro continente. Grecia, Italia, Spagna e Portogallo,

infatti, sono stati caratterizzati per lungo tempo - almeno fino a tutti gli anni ottanta - da

saldi migratori negativi e ancora sperimentano una predominanza di immigrati di prima

generazione. In seguito ai profondi cambiamenti economici, culturali e politici che si

sono verificati nel corso degli ultimi decenni, all’aumento della pressione all’emigrazio-

ne nei paesi di origine e all’irrigidimento delle possibilità di accesso nei paesi tradizio-

2

nalmente di accoglienza , si è assistito ad un radicale spostamento delle usuali direttrici

dei flussi, che hanno così cominciato ad interessare anche quei paesi che, tradizional-

mente, avevano sperimentato consistenti fenomeni di emigrazione. Per quanto riguarda

l'Italia non va poi dimenticata l'espansione della domanda di lavoro nel settore dell’assi-

stenza alle famiglie.

L’esperienza dell’arrivo di stranieri in numero così elevato, quindi, è relativamente

recente; nel nostro Paese si assiste oggi, pertanto, al diffondersi di una serie di inquietu-

dini e paure nuove.

Le analisi relative alla percezione sugli immigrati da parte delle collettività di

accoglienza sembrano evidenziare che la diffidenza riscontrabile negli individui sia da

attribuire alle differenti condizioni socio-culturali dei diversi strati sociali della

popolazione, più che a timori legati al rischio di concorrenza nel mercato del lavoro tra

3 . La difficoltà di integrazione non

autoctoni e immigrati (Hainmueller, Hiscox, 2007)

nasce, quindi, solo dall’apprensione dovuta alla contraddizione irrisolta tra domanda di

1 Nel presente lavoro, ove non diversamente specificato, i dati relativi agli immigrati includono anche i cittadini dei paesi

di recente ammissione nell’Unione Europa, in quanto le caratteristiche socio-demografiche dei paesi neo comunitari

suggeriscono di considerarli tra quelli a forte pressione migratoria.

2 A questo proposito si vedano, tra gli altri, INPS (2008), D’Elia et al. (2007) e Sartor (2005).

- 69 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

lavoro straniero delle imprese e delle famiglie (bisognose di servizi di cura), e disagi -

reali o supposti -derivanti dalla pressione sempre più intensa degli immigrati sullo stesso

4 confermano,

mercato del lavoro e sui servizi. Alcuni studi condotti per il nostro Paese

infatti, che l’immigrazione suscita le maggiori tensioni nei contesti sociali periferici, fra

le persone di classe e istruzione medio bassa, che risiedono nelle città più piccole e fra

coloro che risultano meno coinvolti nelle reti di amicizie e di partecipazione sociale.

La tensione sociale conseguente all’arrivo di immigrati, rafforzata dall’apertura agli

scambi intra-UE, da un lato, e dal fenomeno, spesso drammatico, degli sbarchi

clandestini sulle coste italiane, dall’altro, è poi esasperata da alcune caratteristiche

peculiari del nostro Paese: ad esempio, con riguardo alle condizioni del mercato del

lavoro, il basso livello salariale (ISTAT, 2008a) e la scarsa crescita delle retribuzioni

negli ultimi 15 anni (Gabriele, Raitano, 2008); con riguardo agli aspetti sociali e di

sicurezza, il ruolo della criminalità organizzata, la presenza di un settore produttivo

irregolare dalle dimensioni abnormi, le carenze del nostro sistema di welfare.

Tra le altre, una delle questioni che più animano l’inquieto dibattito

sull’immigrazione nel nostro Paese è quella dei costi generati per il bilancio pubblico, in

rapporto a versamenti fiscali e contributivi che sono in qualche misura ridimensionati

dalla elevata partecipazione degli stranieri ad attività irregolari/illegali.

Nel dibattito teorico ed empirico relativo ai paesi caratterizzati da una ormai

consolidata esperienza di accoglienza è stata dedicata molta attenzione allo studio dei

rapporti tra immigrazione e Amministrazioni Pubbliche. Per quanto riguarda il nostro

Paese, le analisi relative a questo tema meritano ulteriori sviluppi, per cogliere i

differenti aspetti di un fenomeno tanto complesso e dinamico.

Questo capitolo rappresenta un ulteriore contributo all'analisi delle relazioni tra

immigrazione e finanza pubblica e privata nel nostro Paese.

Per quanto concerne la prima, si tratta evidentemente di esaminare i rapporti di dare

e avere con le Amministrazioni Pubbliche.

Relativamente ai rapporti con la finanza privata, malgrado di recente si siano molti-

plicate le indagini sull’argomento, ancora non appare del tutto soddisfacente la cono-

scenza del fenomeno, soprattutto per quel che riguarda scelte e preferenze degli

immigrati in tema di relazioni con il mondo bancario. Quest’ultimo è evidentemente in-

3 I due autori, nell’analizzare i dati dell’indagine condotta dall’European Social Survey, pervengono a conclusioni diverse

rispetto ai risultati di alcuni precedenti modelli sviluppati per indagare i comportamenti dei lavoratori autoctoni nei

confronti degli immigrati. In quei modelli, infatti, sembrava emergere che gli individui sono contrari all’ingresso di

immigrati di pari qualifica, ma favorevoli all’accesso di quelli con qualifiche superiori. Hainmueller e Hiscox concludono,

invece, che la disponibilità aumenta all’aumentare del grado di istruzione e skills forse perchè hanno meno concorrenza

La diffidenza, quindi, non sembrerebbe tanto collegata ai timori di concorrenza degli immigrati sul mercato del lavoro,

quanto piuttosto al differente contesto sociale, culturale ed economico degli individui.

4 A questo proposito si vedano Ambrosini (2005) e Diamanti, Bordignon (2005).

- 70 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

teressato alle opportunità cui l’arrivo degli immigrati nel nostro Paese può dare luogo, in

termini di crescita e sviluppo della propria attività; allo stesso tempo il settore bancario

può rappresentare un fattore di integrazione, laddove operi per favorire una maggiore in-

clusione finanziaria degli stranieri.

Nel presente capitolo, dopo aver ricordato alcune informazioni basilari sulle caratte-

ristiche demografiche e sociali degli immigrati presenti in Italia (primo paragrafo), si

presenta una rassegna molto sintetica degli studi che hanno analizzato i rapporti tra im-

migrati e finanza pubblica (secondo paragrafo). Nel terzo paragrafo si mostrano i dati

amministrativi disponibili sulle spese e sul gettito relativi agli immigrati in Italia e, senza

la pretesa di pervenire ad una misura esatta dell’impatto degli stranieri sui conti pubblici

nel nostro paese, si intende offrire qualche elemento di conoscenza sulle voci più rilevan-

ti che compongono questo bilancio. Si considerano alcune categorie di spesa sociale

come istruzione, assistenza sanitaria, prestazioni pensionistiche e assistenziali; quindi si

tenta di ricostruire l’apporto degli stranieri alla finanza pubblica italiana, esaminando il

lato fiscale, con particolare attenzione al prelievo sul reddito delle persone fisiche, e

quello contributivo. Laddove necessario, si adoperano o si elaborano apposite stime di

tali grandezze, realizzate comunque a partire da dati di natura amministrativa, alcuni dei

quali resi disponibili per la prima volta. Ad oggi, la ricostruzione dei rapporti di dare e

avere è possibile per una fascia abbastanza ampia di voci di entrata e di spesa. Tuttavia,

l’esercizio compiuto incontra un limite nel fatto che le informazioni reperite non sono

omogenee rispetto all’aggregato di riferimento (i residenti, i nati all’estero, gli iscritti

all’INPS, eccetera), oltre che rispetto all’anno di competenza.

Nel quarto paragrafo, infine, si presentano i risultati di un’inchiesta condotta

dall’ISAE presso gli immigrati presenti a Roma. La prima parte è volta ad indagare i

comportamenti dei migranti in relazione all’uso di servizi e prestazioni pubbliche, men-

tre la seconda mira ad analizzarne le scelte finanziarie: rapporti col sistema bancario, in-

debitamento, gestione delle rimesse. Nell'appendice si sintetizza la metodologia di tale

inchiesta.

DIMENSIONE E CARATTERISTICHE DEL FENOMENO MIGRATORIO

I residenti stranieri in Italia

Secondo quanto emerge dai dati delle anagrafi comunali, rielaborati dall’ISTAT

(Tab. 1), la crescita del numero dei residenti stranieri nel nostro paese si è concentrata in

un intervallo temporale relativamente breve (1995-2008): la popolazione di cittadini non

italiani è cresciuta, infatti, dalle 685.000 unità di inizio periodo a 3,4 milioni circa nel

- 71 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009 5.

2008; di questi, ben il 94% proviene da paesi a forte pressione migratoria (PFPM) Gli

stranieri rappresentano il 5,8% della popolazione totale, con un incremento delle presen-

6

ze tra il 2007 e il 2008 del 17% circa . Considerando l’analisi per caratteristiche del pae-

se di provenienza, come emerge dalla tabella, la dinamicità del fenomeno riguarda

prevalentemente coloro che provengono dai PFPM, la cui quota sul totale è aumentata,

rispetto a quella dai paesi a sviluppo avanzato (PSA), in modo molto consistente nel cor-

so degli ultimi 13 anni: i cittadini non italiani provenienti da aree a basso sviluppo eco-

nomico rappresentavano, infatti, nel 1995 il 75% circa dei residenti stranieri, mentre la

loro quota risulta pari al 4% nel 2008.

Tab. 1 STRANIERI RESIDENTI IN ITALIA

Anno PSA PFPM Totale

1995 173.000 513.000 685.000

1998 186.000 806.000 992.000

2000 198.000 1.072.000 1.271.000

2007 191.055 2.747.867 2.938.922

2008 200.288 3.232.363 3.432.651

Fonte: Conti, Strozza (2006); ISTAT (2007a, 2008b).

I permessi di soggiorno

L’evoluzione che il fenomeno immigrazione sta assumendo nel nostro paese può es-

sere evidenziata facendo riferimento anche al data-set sui permessi di soggiorno reso di-

sponibile dal Ministero dell’Interno e rielaborato dall'ISTAT. Questa fonte presenta

l’indubbio vantaggio di aggiungere alla sola quantificazione degli stranieri anche l’infor-

mazione sul motivo (per lavoro, familiare, di studio, eccetera) della loro presenza; tutta-

via, tali dati inducono ad una sottostima del numero di presenze, dato che alla gran parte

dei minorenni, registrati sui documenti dei genitori, non viene rilasciato un permesso in-

dividuale. Si consideri inoltre che gli stranieri che ottengono la cittadinanza italiana non

5 Secondo la definizione OCSE i paesi a forte pressione migratoria comprendono: quelli dell’Europa centro-orientale,

dell’America centro-meridionale, dell’Africa e dell’Asia (esclusi Giappone e Israele). I paesi a sviluppo avanzato sono

costituiti dai restanti paesi.

6 E’ necessario, tuttavia, ricordare che le informazioni di fonte comunale mostrano delle carenze nel rappresentare il

quadro della presenza degli stranieri, a causa della scarsa attitudine degli immigrati a comunicare tempestivamente i

cambiamenti di residenza e del ritardo con cui le anagrafi vengono aggiornate. Questa circostanza, oltre ad essere

segnalata da altre analisi, è stata direttamente sperimentata durante lo svolgimento delle rilevazioni effettuate dall’ISAE.

Su questo si veda l'appendice. - 72 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

richiedono più il permesso di soggiorno, e dunque non sono più rilevabili attraverso que-

sto strumento.

Nel corso degli ultimi due decenni gli incrementi, evidenziati sia dai dati delle ana-

grafi che da quelli del Ministero dell’Interno, sono stati determinati da vari ordini di mo-

tivi. Sulla dinamica degli stranieri regolarmente presenti, infatti, hanno influito diversi

fattori: l’esigenza di soddisfare la domanda di manodopera da parte di famiglie e impre-

se, per l’insufficiente offerta di forza lavoro nel mercato italiano, da un lato dovuta

all’accresciuta richiesta di nuove figure professionali addette alla cura della persona (ef-

fetto anche delle caratteristiche tipiche del nostro sistema di welfare) e, dall’altro, effetto

7 ; l’ado-

della sempre minore disponibilità degli italiani a svolgere mansioni tradizionali

zione di politiche più selettive sugli ingressi da parte dei paesi a lunga tradizione immi-

8

gratoria, circostanza che ha condizionato le destinazioni dei lavoratori con minori skills ;

infine, i cambiamenti politici e istituzionali avvenuti nei paesi in transizione verso

un’economia di mercato e le fasi di allargamento della UE.

In Italia, inoltre, così come avvenuto anche in Spagna, su ritmi e dimensioni di cre-

scita del fenomeno ha influito un ulteriore elemento: le ripetute procedure di regolarizza-

zione adottate nel corso degli ultimi anni. A questo proposito si ricordi che fra il 1986 e il

2002 in Italia sono state introdotte sei procedure di regolarizzazione, con consistenti ef-

fetti sulle presenze: fino al 1998, ad esempio, oltre 800.000 stranieri hanno ottenuto un

regolare permesso di soggiorno in seguito a tali procedure, mentre con il provvedimento

del 2002 gli stranieri regolarizzati sono stati circa 650.000, di cui il 46% di genere fem-

minile (ISTAT, 2007c). L’ultima regolarizzazione del 2009, come noto, ha riguardato

9

collaboratori domestici e badanti, e ad essa hanno aderito circa 300.000 persone . Attra-

verso le regolarizzazioni possono realizzarsi modifiche nei comportamenti dei soggetti

coinvolti, che da un lato cominciano a contribuire al bilancio pubblico, dall’altro otten-

gono la possibilità di usufruire dei servizi in maniera più completa (ad esempio potendo

scegliere un medico di base).

7 Come segnalato in INPS (2008), questi due fattori possono determinare il sorgere di quel fenomeno apparentemente

incongruente di contemporanea esistenza di disoccupazione italiana e diffuso ricorso all’impiego di forza lavoro straniera.

Si può inoltre evidenziare che la sostituzione di italiani con immigrati in alcuni settori a bassa qualifica presenta il duplice

vantaggio di garantire il soddisfacimento della domanda di lavoro espressa dal mercato italiano e di permettere ai

lavoratori italiani di rivolgersi verso settori più remunerativi e interessanti. E’ necessario sottolineare, tuttavia, che

l’assorbimento degli autoctoni in determinati settori può essere influenzato dall’impatto esercitato dagli immigrati stessi

sulle condizioni salariali e occupazionali, a seconda che lo straniero risulti complementare (con effetti positivi) o

sostitutivo (con effetti di segno negativo) rispetto al lavoratore nazionale. Secondo studi recenti relativi al mercato italiano

emerge che la forza lavoro straniera non costituisce un fattore di concorrenza per quella nazionale (Banca d'Italia, 2009).

8 Nell’esaminare l’evoluzione del fenomeno migratorio che interessa le aree meridionali europee, si può rilevare che,

come l’emigrazione da Grecia, Italia, Portogallo e Spagna riguardava prevalentemente individui non qualificati, così

l’immigrazione verso questi paesi è costituita in modo prevalente dalla stessa tipologia di lavoratori (Venturini, 2001).

9 Per un'analisi preliminare sulla procedura di emersione varata nel 2009 si veda Saraceno (2009).

- 73 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

I dati sui permessi di soggiorno possono essere, come detto, disaggregati in base al

motivo della presenza (Tab. 2). La quasi totalità degli stranieri arriva nel nostro Paese per

motivi di lavoro (61%) o per ricongiungimento familiare (32%); soprattutto per i paesi a

forte pressione migratoria, la motivazione economica rappresenta una causa molto im-

portante di arrivo in Italia (62%, contro 42% nell’altro gruppo), indotta presumibilmente

dalla prospettiva di ricevere una retribuzione ben maggiore di quella ottenibile nel paese

di origine.

Tab. 2 PERMESSI DI SOGGIORNO PER MOTIVO DELLA PRESENZA E

PER AREA DI PROVENIENZA (2007)

MOTIVO PSA PFPM TOTALE

% % %

Lavoro 79.490 41,5 1.383.568 62,2 1.463.058 60,6

Famiglia 54.577 28,5 709.167 31,9 763.744 31,6

Religione 12.455 6,5 19.626 0,9 32.081 1,3

Residenza elettiva 35.533 18,5 9.314 0,4 44.847 1,9

Studio 9.060 4,7 42.565 1,9 51.625 2,1

Asilo politico 12 0,0 8.601 0,4 8.613 0,4

Richiesta asilo 1 0,0 7.465 0,3 7.466 0,3

Umanitari 13 0,0 13.434 0,6 13.447 0,6

Altro 495 0,3 29.596 1,3 30.091 1,2

TOTALE 191.636 100,0 2.223.336 100,0 2.414.972 100,0

Fonte: ISTAT (2007b).

Le origini degli immigrati

Ulteriori elementi per comprendere le caratteristiche della presenza straniera in Ita-

lia si ricavano disaggregando i dati dei residenti per provincia di destinazione e per paese

di provenienza, e considerando le prime 15 nazionalità più rappresentative (Tab. 3). Da

una prima analisi, si può confermare la maggiore eterogeneità etnica degli immigrati ne-

gli anni recenti rispetto al passato, già evidenziata in altri studi (Sartor, 2005), sebbene si

possa rilevare una tendenza all’aumento delle collettività originarie dei paesi dell’Est eu-

ropeo.

Nel 2008 la comunità più numerosa è quella romena, che rappresenta poco meno di

1/3 degli stranieri residenti a Roma. Nella capitale, inoltre, a differenza di quanto si os-

serva a Milano, dove sono presenti diverse comunità straniere di consistente dimensione,

gli stranieri sono maggiormente concentrati in poche comunità (principalmente romena,

filippina e polacca). - 74 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Tab. 3 RESIDENTI PER PROVINCIA DI DESTINAZIONE E PER PAESE DI PROVENIENZA

(1° GENNAIO 2008)

Paese di cittadinanza Italia Milano Bologna Roma Napoli Palermo

Romania 625.278 32.643 10.909 92.258 2.817 2.174

Albania 401.949 23.367 6.206 11.856 1.586 636

Marocco 365.908 20.962 12.696 5.723 2.118 1.668

Cina, Rep. Pop. 156.519 20.194 3.359 8.840 4.522 974

Ucraina 132.718 9.247 3.175 9.627 13.408 173

Filippine 105.675 33.542 4.280 25.888 1.327 1.037

Tunisia 93.601 4.717 3.803 3.407 1.227 1.671

Polonia 90.218 2.279 2.007 18.151 4.469 532

Macedonia 78.090 919 651 3.000 236 12

India 77.432 1.683 679 5.905 313 132

Ecuador 73.235 25.264 320 7.417 225 209

Peru' 70.755 24.927 923 11.358 579 77

Egitto 69.572 34.789 637 7.899 63 19

Moldavia 68.591 3.331 2.662 5.913 528 23

Serbia Mont. 68.542 2.035 1.440 3.869 471 551

TOTALE 3.432.651 344.367 75.277 321.887 53.725 21.242

Fonte: ISTAT (2008b).

La disaggregazione delle comunità presenti nel nostro paese per area di residenza

permette di sottolineare la tendenza alla specializzazione settoriale degli stranieri. Gli

immigrati provenienti dal continente africano sono assorbiti in misura rilevante come la-

voratori dipendenti nelle aree settentrionali del Paese, mentre il loro impiego alle dipen-

denze del settore familiare è modesto se confrontato con quanto avviene per altri gruppi

etnici, quali ad esempio filippini, romeni e ucraini. Questi ultimi gruppi vengono, infatti,

assorbiti in modo relativamente più accentuato nel settore dei servizi di cura alla persona

(INPS, 2008).

Vale la pena di sottolineare che il nostro è uno di quei paesi con un modello di

welfare “mediterraneo”, caratterizzato dal ruolo centrale della famiglia nel fornire alcuni

servizi di tipo assistenziale; l’incremento della partecipazione femminile al mondo del

lavoro e l’invecchiamento della popolazione hanno modificato e messo in crisi questo si-

stema che, per continuare a garantire l’assistenza alla popolazione non autosufficiente,

ha dovuto far ricorso all’impiego degli stranieri per i servizi di cura alla persona. Così,

come evidenziato da alcuni (INPS, 2008), nel caso degli immigrati in Italia l’effetto so-

stituzione investe non tanto i lavoratori autoctoni, quanto piuttosto l’operatore pubblico

in quanto erogatore di talune prestazioni, nel senso che gli stranieri non andrebbero a

- 75 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

svolgere mansioni precedentemente svolte da nativi, ma piuttosto compiti di cui il pub-

blico, a differenza da altri paesi, ancora non si fa carico.

I lavoratori domestici tendono a concentrarsi nelle aree urbane, in particolare a Ro-

ma, dove la comunità filippina risulta la seconda per numerosità dopo quella romena. Si

può così individuare un tipo di insediamento che, come sottolineato da alcuni (Giovani,

Lorenzini e Versari, 2005), per le grandi città porta ad individuare il modello delle eco-

nomie metropolitane, in cui sono predominanti il basso terziario e gli impieghi di cura

alla famiglia e/o alla persona. In questo caso, quindi, i livelli retributivi sono relativa-

mente più bassi rispetto ad altri settori, i rischi di evasione più elevati e, conseguente-

mente, contribuzione e pagamento di IRPEF più contenuti.

Per quanto riguarda l’anzianità di insediamento, la comunità più vecchia è quella dei

filippini (il 55,8% degli individui è presente in Italia da più di 10 anni), seguita da quella

tunisina (il 47% degli immigrati risiedono nel nostro Paese da oltre un decennio); le col-

lettività più giovani, in termini di arrivo, sono quella ucraina e romena.

L’età e il genere dei residenti stranieri

Passando ad analizzare la disaggregazione per genere e classi di età della popolazio-

ne residente in Italia (grafico 1 e Tab. 4), si evidenzia come la popolazione straniera sia

piuttosto giovane (la quasi totalità dei cittadini dei paesi di nuova ammissione e degli im-

migrati extra UE27 ha meno di 60 anni), a fronte di una popolazione italiana orientata

verso le classi più anziane; la quota di autoctoni, inoltre, con meno di 20 anni, è pari a

circa il 20%, mentre tra gli stranieri provenienti dai paesi extraeuropei la quota è del

28%. Fra gli stranieri infine (Tab. 4) solo il 2% ha più di 65 anni (e le donne risultano re-

lativamente più anziane).

In definitiva in Italia stiamo ancora sperimentando le fasi iniziali del processo di im-

migrazione, caratterizzate dalla presenza di individui tendenzialmente giovani e in buona

salute. Di recente, soprattutto a partire dagli anni duemila, si è anche registrata una note-

vole crescita nella presenza delle donne, il cui numero ha già quasi raggiunto quello degli

uomini. Questo andamento è dovuto sia al considerevole aumento dell’assorbimento del-

le donne nel mercato del lavoro (non si deve d’altronde dimenticare che molte di loro

trovano oggi collocazione per svolgere servizi di cura della casa e alla persona), sia per la

tendenza all’aumento dei ricongiungimenti familiari.

- 76 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Graf. 1 - DISTRIBUZIONE PER CLASSI DI ETÀ E NAZIONALITÀ

DELLA POPOLAZIONE IN ITALIA (2008)

(%)

25,00

20,00

15,00

10,00

5,00

0,00 0-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49 50-55 55-59 60-64 65-69 70-74 >74

Italiani Stranieri UE15 Stranieri neo co munitari Stranieri extra UE27

Fonte: Eurostat.

Tab. 4 POPOLAZIONE STRANIERA RESIDENTE PER CLASSI DI ETÀ E SESSO

(1° gennaio 2007)

Classi età Maschi Femmine Totale

0-15 314.430 291.804 606.234

21,3 19,9 20,6

16-40 795.486 780.565 1.576.051

54,0 53,3 53,6

41-64 336.992 357.699 694.691

22,9 24,4 23,6

65 e più 26.165 35.781 61.946

1,78 2,44 2,11

TOTALE 1.473.073 1.465.849 2.938.922

Fonte: ISTAT (2007a). - 77 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

GLI IMMIGRATI E LA FINANZA PUBBLICA

L’arrivo di immigrati determina, nei paesi di accoglienza, effetti non trascurabili in

termini sia sociali che economici; in particolare, seguendo un approccio di tipo economi-

co, si può osservare che un aspetto probabilmente non sufficientemente approfondito nel

nostro paese - e forse per questo foriero di suggestioni e preoccupazioni non sempre fon-

date - è quello dell’impatto che il fenomeno produce sugli aggregati di finanza pubblica.

Per i paesi a più lunga tradizione di immigrazione le analisi in questo senso vengono

invece sviluppate già da diversi anni. L’impatto dell’immigrazione sulla finanza pubblica

nei paesi di destinazione è stato analizzato, ad esempio, per la Germania (Sinn et al.,

2003), i Paesi Bassi (Ter Rele, 2003), gli Stati Uniti (Borjas, 1999; Auerbach, Oreopou-

los, 1999) e la Svezia (Hansen, Lofstrom, 1999). In risposta alla crescente domanda di

analisi su questo tema in Italia è stata realizzata una prima, parziale stima a livello nazio-

nale (Sartor, 2005), alla quale sono stati affiancati un esame del caso specifico della To-

scana (Giovani, Lorenzini, Versari, 2005), in cui è analizzato il saldo netto degli stranieri

sul bilancio pubblico differenziando per classi di età, e alcuni studi riguardanti il contri-

buto degli immigrati alla sostenibilità del sistema previdenziale italiano (Coda Moscaro-

la, Fornero, 2005) e il loro apporto al sistema fiscale e contributivo (Caritas, 2008).

Molto di recente, la Banca d’Italia ha stimato i flussi economici degli immigrati nei con-

fronti delle finanze pubbliche, principalmente sulla base di dati campionari, (Banca

d’Italia, 2009).

Le conclusioni che emergono dalla letteratura non sono univoche. In alcuni casi

emerge che l’impatto dell’immigrazione sui sistemi di welfare dei paesi di destinazione

può essere considerato tendenzialmente positivo poiché, se da un lato è vero che gli im-

migrati hanno un’elevata probabilità di accedere alle prestazioni sociali (a causa del bas-

so livello di retribuzione rispetto alla popolazione autoctona) e quindi di costituire un

elemento di costo per il bilancio statale, dall’altro è indubbio che essi contribuiscono in

misura consistente al finanziamento delle prestazioni di cui beneficiano. Ulrich (1994)

stima per la Germania che il contributo netto degli immigrati è stato positivo in un primo

periodo di osservazione (fino al 1984), mentre più incerti sono i risultati per periodi suc-

cessivi a causa dell’invecchiamento della popolazione straniera e dei più alti livelli di di-

soccupazione riscontrabili tra gli immigrati.

Un altro filone di letteratura evidenzia che il bilancio netto degli immigrati può as-

sumere segno negativo o positivo in relazione a vari fattori. Secondo Smith Edmonston

(1997) e Borjas (1999), infatti, l’impatto fiscale degli immigrati negli USA dipende

dall’orizzonte temporale di riferimento: il bilancio risulterebbe negativo nel breve perio-

do, mentre diverrebbe positivo considerando il lungo periodo. Auerbach e Oreopoulos

(1999), invece, stimano che l’effetto sulla finanza pubblica è tanto più positivo quanto

- 78 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

più gli oneri di squilibri finanziari sono traslati sulle generazioni future, è alto il livello di

istruzione degli immigrati, ed è elevata la porzione di beni pubblici puri.

Per la Svezia Hansen e Lofstrom (1999), stimando i tassi di partecipazione al siste-

ma di welfare di immigrati, rifugiati e autoctoni, concludono che, in genere, per gli stra-

nieri tali tassi sono più alti rispetto a quelli riscontrabili per i nativi. Nel lungo periodo,

tuttavia, le differenze tra le varie comunità presenti nel paese tendono ad annullarsi e le

modalità di consumo dei servizi dello stato sociale da parte degli immigrati tendono ad

essere assimilate a quelle dei nazionali.

Il CER (2000) ha condotto un’analisi per pervenire ad una stima del saldo netto

dell’immigrato nei confronti dell’amministrazione pubblica per quattro paesi europei

(Francia, Germania, Italia e Spagna). Il risultato finale individua nell’immigrato un con-

tribuente netto per il sistema per tutti i paesi considerati, ad eccezione della Francia.

Secondo alcune analisi effettuate con riferimento al Regno Unito, il contributo dei

nati all’estero alla finanza pubblica sarebbe del 10% maggiore di quanto ricevuto dalla

spesa sociale (Glover et al., 2001). Questa evidenza trova conferma anche in studi analo-

ghi sviluppati per la Germania, da cui emerge che gli immigrati apportano in termini di

entrate più di quanto ricevano in termini di benefici (Spencer, 1994).

Per quanto riguarda le analisi relative al nostro Paese, Sartor (2005) indica nella

scarsa disponibilità di dati un preliminare ostacolo nella valutazione dell’impatto fiscale

degli immigrati; tuttavia, le verifiche empiriche tendono ad evidenziare che dopo un cer-

to numero di anni l’immigrato regolare diviene assimilabile al lavoratore indigeno, per

cui il saldo di bilancio deve essere valutato indipendentemente dalla condizione di stra-

niero.

Coda Moscarola e Fornero (2005), nello stimare il contributo degli stranieri alla so-

stenibilità, sottolineano alcuni risultati principali: gli introiti per il bilancio pubblico sono

versati solo dalla popolazione regolarmente presente, e di conseguenza dovrebbe essere

obiettivo delle politiche migratorie favorire l’inserimento nel mercato del lavoro, pro-

muovendo, al tempo stesso, integrazione e stabilizzazione.

Il risultato delle stime della Banca d’Italia (2009), riferite al 2006, è che gli stranieri

(il 5% della popolazione residente) contribuiscono in misura proporzionalmente minore

al gettito (il 4% delle entrate considerate, cioè IRPEF, IVA, accise, contributi sociali e

IRAP sul settore privato) e ricevono minori prestazioni (infatti assorbono il 2,5% delle

spese per istruzione, pensioni, sanità e sostegno al reddito).

Alcune analisi, inoltre, evidenziano che per gli immigrati l’accesso alle prestazioni

sociali tende ad essere selettivo e, per certi versi, limitativo (INPS, 2008). Nell’insieme

dei paesi europei, infatti, si sta affermando un sistema di protezione che, oltre a introdur-

re meccanismi differenziati per il riconoscimento del diritto all’accesso tra autoctoni e

stranieri, seleziona anche all’interno del gruppo di questi ultimi, discriminando in rela-

- 79 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

zione alla cittadinanza (provenienti da paesi UE o da paesi terzi), al motivo dell’ingresso

(lavoro, ricongiungimento o umanitario) e alle caratteristiche qualitative dei lavoratori

immigrati (qualificati o meno). Nel caso di stranieri provenienti dai paesi dell’Unione, si

sta affermando un processo di parificazione di trattamento con i cittadini del paese di ar-

rivo, mentre per gli immigrati di aree extra UE continuano a permanere svantaggi, sia per

quanto concerne i livelli retributivi, sia nell’accesso ai servizi sociali e sanitari. Tenden-

zialmente, come emerge in INPS (2008), i lavoratori non UE sono privi di un insieme di

diritti (libera circolazione all’interno dell’Unione, ricongiungimento familiare, accesso

al settore pubblico e ad alcune tipologie lavorative), e questo li rende maggiormente

esposti a rischi di emarginazione e vulnerabilità sociale e di assorbimento nel settore

10 . Questo aspetto può essere analizzato, in termini di impatto

dell’economia informale

sulla finanza pubblica, considerando due punti di vista principali: in primo luogo, il mag-

gior rischio di esclusione sociale (anche nel caso di immigrati regolari), dovuto alla diffi-

coltà di formazione di nuclei familiari e/o ai bassi livelli retributivi percepiti, può tradursi

in una maggiore richiesta di alcuni servizi, soprattutto sanitari (ISTAT, 2008e), con evi-

dente aggravio per i bilanci pubblici; in secondo luogo, gli immigrati assorbiti nel settore

informale sono più soggetti alla discontinuità nei servizi ricevuti e nella contribuzione

versata, con effetti non lineari sulla finanza pubblica.

Nel prossimo paragrafo si presentano alcuni dati sugli esborsi del bilancio pubblico

volti a fornire servizi agli immigrati e sui principali flussi di opposta direzione, fiscali e

contributivi.

L’IMMIGRAZIONE E LA FINANZA PUBBLICA IN ITALIA: COSA SAPPIAMO DAI

DATI DISPONIBILI

Come più volte segnalato in questa e in altre analisi, sebbene la disponibilità di ban-

che dati esaustive ed aggiornate costituisca il presupposto fondamentale per una appro-

priata valutazione degli effetti determinati dai nuovi cittadini nei paesi di accoglienza, il

livello delle informazioni accessibili non è pienamente soddisfacente. L’esistenza di fon-

ti informative estremamente diversificate e di rilevazioni non uniformi, sia da un punto

di vista temporale, sia per quanto riguarda la definizione della popolazione di riferimen-

10 Il diritto alla permanenza nel nostro Paese e l’accesso ad alcune prestazioni (ad esempio, CIG, indennità di

disoccupazione e assistenza sanitaria) sono subordinati al possesso di un regolare contratto di lavoro. Giunti alla

risoluzione di questo, l’immigrato può richiedere il rilascio di un permesso di durata temporanea (6 mesi) per la ricerca di

un nuovo impiego. In caso di mancato rinnovo o sottoscrizione di nuovo rapporto, l’immigrato diviene irregolare, con il

rischio di cadere nelle maglie del mercato sommerso. - 80 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

to, costituisce un vincolo restrittivo alle esigenze conoscitive di policy makers e studiosi

del fenomeno.

Nonostante i limiti segnalati in questo lavoro si è tentato di pervenire ad un prelimi-

nare quadro dell’impatto degli immigrati sulla finanza pubblica italiana, attraverso le ri-

flessioni suggerite dai dati disponibili e dai principali risultati ottenuti in letteratura.

Una prima valutazione degli effetti economici dell’immigrazione in Italia può essere

sviluppata partendo dall’analisi dell’anzianità del fenomeno. A questo proposito, infatti,

alcune evidenze (saldi migratori positivi da tempi relativamente brevi, immigrati preva-

lentemente di prima generazione, presenze ultradecennali ancora piuttosto contenute, nu-

clei prevalentemente monocomponenti) segnalano che quello a cui stiamo attualmente

assistendo è un processo ancora nelle sue fasi iniziali. La letteratura finalizzata ad analiz-

zare il rapporto tra immigrati e Amministrazioni Pubbliche evidenzia che, in tale fase,

l’immigrazione determina un impatto tendenzialmente positivo sul bilancio pubblico;

sotto questo aspetto, quindi, gli stranieri regolarmente presenti in Italia dovrebbero costi-

11

tuire una risorsa per la finanza pubblica italiana .

Passando ad esaminare direttamente gli aspetti quantitativi del fenomeno, con la ta-

bella 5 si offre una sintesi della fruizione di alcuni servizi sociali da parte degli immigra-

ti, analizzando alcune categorie di spesa sociale quali istruzione, assistenza sanitaria,

prestazioni pensionistiche e assistenziali, e si tenta di ricostruire l’apporto degli stranieri

dal lato delle entrate, esaminando il lato fiscale, con particolare attenzione al prelievo sul

reddito delle persone fisiche, e quello contributivo.

Tab. 5 GLI STRANIERI E ALCUNE VOCI DELLA FINANZA PUBBLICA IN ITALIA Euro

Fonte Anno Aggregato di riferimento (mld)

Individui Spese

Elaborazioni ISAE su dati Ministero A.S. 2003/2004 Alunni stranieri Istruzione 2,4

Pubblica istruzione Immigrati regolari provenienti da Sanità (spesa per ricoveri

Age.na.s 2005 0,6

PFPM ospedalieri)

Immigrati irregolari provenienti da Sanità (spesa per ricoveri osped- 0,1

Age.na.s 2005 PFPM alieri)

INPS 2004 Cittadini extra UE15 Ammortizzatori sociali 0,4

INPS 2005 Cittadini nati all’estero Erogazioni pensionistiche 1,8

Individui Entrate

Dipartimento delle Finanze 2004 Contribuenti nati all’estero Gettito IRPEF 4,5

Dipartimento delle Finanze 2004 Contribuenti nati all’estero Addizionali regionali IRPEF 0,3

Dipartimento delle Finanze 2004 Contribuenti nati all’estero Addizionali comunali IRPEF 0,06

Cittadini extracomunitari (extra Contributi previdenziali 4,6

Elaborazioni ISAE su dati INPS 2004 UE15)

11 A questo proposito si veda anche Naletto (2008). - 81 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

L’operazione di sintesi, tuttavia, non risulta priva di ostacoli. Le informazioni più

aggiornate sono riferite, ad esempio, ad anni diversi, come vedremo in seguito; si è cer-

cato pertanto in tabella 5 di riportare i dati di un unico anno (il 2004, ove disponibile, ma

in qualche caso si deve far riferimento al 2005).

Il tentativo qui seguito per pervenire ad un quadro di sintesi di spese e entrate relati-

ve agli immigrati ha incontrato un ulteriore elemento di difficoltà, oltre a quello appena

ricordato, legato alla mancata omogeneità dei criteri di definizione della popolazione cui

riferire le partite di bilancio. I dati pubblicati sulla spesa per istruzione sono riferiti alla

totalità degli alunni stranieri, senza distinguere tra extracomunitari e comunitari, oppure

tra immigrati originari da paesi a sviluppo avanzato e da quelli più poveri; i dati sulla

spesa sanitaria distinguono tra cittadini provenienti da paesi a forte pressione migratoria

e quelli originari di PSA, fornendo anche (a differenza di quanto riportato per la scuola)

il dettaglio per i non regolari. E’ necessario segnalare che anche i dati pubblicati da una

stessa fonte (INPS) fanno riferimento ad aggregati non coincidenti; se da un lato, infatti,

il valore delle erogazioni pensionistiche considera l’insieme dei cittadini nati all’estero

(che include non solo gli stranieri, ma anche quegli individui che, pur non essendo nati in

Italia, hanno cittadinanza italiana), dall’altro, invece, la spesa per gli ammortizzatori so-

ciali è relativa agli stranieri provenienti da paesi extra UE15.

Alcuni limiti di quantificazione sono riscontrabili anche per quanto riguarda le par-

tite di bilancio attive: in primo luogo, è necessario sottolineare che quelle qui considerate

non completano il valore complessivo delle entrate (si riportano infatti solo i dati relativi

al gettito IRPEF e alle addizionali e si stimano i contributi previdenziali). Il dato fornito

dal Dipartimento delle Finanze, inoltre, fornisce il gettito fiscale riferito ai contribuenti

nati all’estero (valendo quindi le stesse osservazioni svolte per le erogazioni pensionisti-

che), mentre, per quanto riguarda i contributi previdenziali, è possibile ricostruire il valo-

re riferito all’insieme dei cittadini extra UE15.

Sebbene le difficoltà ora illustrate non consentano di pervenire al saldo esatto di en-

trate e uscite, si può cercare di delineare un approssimativo e parziale quadro dell’impat-

to degli stranieri sulla nostra finanza pubblica.

Dal lato delle uscite, nel presente lavoro si è analizzato il valore di alcuni trasferi-

menti in natura: la spesa per istruzione e quella sanitaria.

Nel primo caso le erogazioni interessano la popolazione di immigrati in età scolare:

sebbene costituisca una quota ancora relativamente contenuta sulla popolazione stranie-

ra, l’incidenza sul totale risulta in crescita. Secondo i dati più recenti del Ministero della

Pubblica Istruzione (2008), nell’anno scolastico (a.s.) 2006/07 gli alunni non italiani nel

nostro paese erano circa 500.000, pari al 5,6% della popolazione scolastica totale, con un

incremento di quasi 80.000 individui rispetto all’anno precedente e un aumento dell’inci-

denza nell’ultimo decennio di circa 5 punti percentuali. Questo trend implica un aumento

- 82 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

della popolazione non attiva, che non solo non contribuisce in termini di imposte, ma è

12

destinataria di spesa , risultando quindi un elemento di costo per la finanza pubblica

che, per il 2004, è stimabile in circa 2,4 miliardi di euro, e per il 2006-07 in 2,9 miliardi.

Per quanto riguarda la spesa sanitaria è necessario ricordare che, ad oggi, il fenome-

no migratorio interessa prevalentemente una popolazione di prima generazione, caratte-

rizzata da individui giovani, relativamente sani, che arrivano in Italia principalmente per

motivi di lavoro; inoltre, si tratta di soggetti che, nel caso di peggioramento delle condi-

zioni di salute tendono a rientrare nei paesi di origine come evidenziato dall’indagine

ISTAT sulla popolazione immigrata residente (ISTAT, 2008e). Questi fattori spiegano un

impatto relativamente limitato della comunità straniera sui costi sanitari che, secondo

l’Age.na.s. (2008), sarebbero pari a circa 600 milioni di euro per gli immigrati regolari e

13

140 milioni per gli Stranieri Temporaneamente Presenti (STP) provenienti da PFPM

nel 2005 con riferimento alla spesa per ricoveri ospedalieri. Tuttavia, gli effetti sulla spe-

sa possono essere influenzati in prospettiva da due elementi legati alla dinamica dell'im-

migrazione in Italia. Da un lato, infatti, si può osservare un aumento della componente

femminile della popolazione straniera, e ciò determina un incremento dei ricoveri sia per

l'aumento delle nascite straniere (si consideri che il numero medio di figli per donna è

pari a 2,45, a fronte di una media per le italiane di 1,4) sia per il ricorso all'interruzione

volontaria di gravidanza. Dall'altro, l'invecchiamento della popolazione straniera, che

naturalmente accompagna il consolidamento dell’immigrazione nei paesi di accoglienza,

incide in termini di aumento sulle erogazioni sanitarie a favore della popolazione immi-

grata.

Ulteriori riflessioni sull’impatto degli stranieri sulla finanza pubblica di un paese

sono legate alla loro età media nel momento dell’ingresso nel paese di destinazione: se-

condo alcuni (Hu, 1998) infatti, più l’immigrato è anziano, maggiore è la probabilità che

il saldo della PA nei suoi confronti sia negativo, perché è più consistente il consumo in

termini di beni e servizi offerti dal settore pubblico (aumenta la possibilità di richiedere

12 E’ bene ricordare che le statistiche del Ministero della Pubblica Istruzione sugli alunni stranieri in Italia includono anche

i minori non regolari.

13 La legislazione italiana stabilisce il diritto all’assistenza per tutta la popolazione immigrata, regolare e irregolare, sia

pure con differenti modalità. Con il permesso di soggiorno (non di breve durata, come quelli per affari e turismo) ci si può

iscrivere al SSN, e dunque scegliere il medico di base o il pediatra; chi risiede in Italia per motivi di studio, religiosi o è

collocato alla pari può iscriversi volontariamente al SSN pagando una quota fissa che va rinnovata ogni anno; chi non ha

un permesso di soggiorno può essere curato in ospedale o in ambulatorio presentando la tessera STP (straniero

temporaneamente presente), che va richiesta alla ASL. Anche nel caso degli stranieri non “in regola” sono quindi

garantite le cure ambulatoriali urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia ed infortunio, e anche

la tutela della gravidanza e della maternità e quella della salute del minore (sempre in ambulatorio, ospedale o

consultorio), nonché le vaccinazioni, gli interventi di profilassi internazionale e di profilassi, diagnosi e cura delle malattie

infettive. Per ottenere la gratuità totale o parziale delle cure (applicazione del ticket) è necessario auto-certificare la

condizione di indigenza. - 83 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

servizi, ad esempio sanitari, o di accedere alle prestazioni pensionistiche) ed è inoltre più

breve il periodo di contributo alle entrate pubbliche (contributi e imposte). Come eviden-

ziato dai dati, la distribuzione per età degli stranieri regolarmente presenti in Italia resti-

tuisce il quadro di una popolazione piuttosto giovane, con un’età medio-bassa (di circa

30 anni) e con un peso relativamente contenuto degli anziani. Gli stessi dati INPS confer-

mano che la spesa pensionistica a favore degli immigrati risulta ancora piuttosto conte-

nuta (in questa fase gli esborsi per i cittadini nati all’estero per il 2005 ammontano a 1,8

miliardi di euro circa, pari all’1% del totale, e a circa 2 miliardi nel 2007) e, essendo il si-

stema previdenziale italiano a ripartizione, l’effetto sul bilancio è positivo.

Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, in base alle informazioni rese dispo-

nibili dall’INPS, emerge che sono state erogate ai lavoratori extracomunitari 143.000

prestazioni nel 2004 e 195.000 nel 2005. I pagamenti per la CIG rappresentano oltre il

40% dei trattamenti effettuati a favore degli immigrati, mentre le indennità di disoccupa-

zione (agricola e non) superano complessivamente il 50% delle prestazioni ricevute. In

termini di esborsi monetari, i dati INPS seganalano che l’8% circa degli interventi totali è

stato erogato a favore di cittadini extracomunitari, per un importo stimabile (nel 2004) in

circa 600 milioni di euro.

Dal lato delle entrate, invece, in base ai dati resi disponibili dal Dipartimento delle

Finanze sulla dichiarazioni IRPEF per il 2004, in Italia i contribuenti non italiani erano

quasi 2,4 milioni, di cui il 60% uomini, per un gettito complessivo di circa 4,8 miliardi di

euro di IRPEF e addizionali.

Per quanto riguarda l'ultima componente attiva del bilancio, a partire dal totale delle

retribuzioni per categoria (la massa retributiva) degli immigrati (extra UE15) che effet-

tuano versamenti all’INPS e considerando la relativa aliquota legale media, è possibile

pervenire ad una preliminare stima dell’ammontare dei contributi effettuati dai lavoratori

non italiani nel 2004. L'entità dei contributi degli immigrati (lavoratori dipendenti priva-

14

ti , artigiani, commercianti, agricoltori, parasubordinati) così calcolata risulta pari, per

l’anno di osservazione, a circa 4,6 miliardi di euro, corrispondenti a circa il 2,6% del to-

tale delle entrate per contribuzione previdenziale.

Come emerge dai dati, gli effetti positivi sulla finanza pubblica della presenza mi-

gratoria in Italia non sono trascurabili. Si tratterebbe, di conseguenza, di rafforzare quelle

pratiche che consentono di far emergere le potenzialità economiche della presenza immi-

grata. Diviene particolarmente urgente avviare una politica migratoria che favorisca e ac-

celeri i processi di inserimento nel mercato del lavoro regolare degli stranieri, sia per

limitare rischi di tensione sociale e di criminalità, sia per garantire condizioni di vita

14 Sono stati considerati i contributi pagati dai lavoratori e dai datori di lavoro.

- 84 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

meno precarie ai soggetti coinvolti, sia, infine, per assicurare l’emersione di risorse indi-

spensabili per il sistema economico.

Un’ulteriore analisi meriterebbe di essere sviluppata per approfondire gli effetti

dell’immigrazione in un contesto istituzionale di tipo federale; alcuni studi sugli USA se-

gnalano, infatti, che, a causa della accentuata decentralizzazione del sistema di welfare,

l’impatto fiscale degli immigrati sui bilanci dei vari stati è particolarmente articolato.

Questo risultato è attribuibile sia al tipo di struttura dei sistemi di protezione sociale, sia

15

. Questo

alle caratteristiche demografiche e professionali di ciascuna comunità straniera

filone di analisi sembra essere di particolare rilievo in un paese come l’Italia e meritevole

di futuri approfondimenti.

I RISULTATI DELL’INDAGINE

In questo paragrafo si riportano i principali risultati, dell'indagine condotta

dall'ISAE nel 2008 su circa 800 individui, considerando due distinti campioni, quello dei

16

residenti nel Comune di Roma e quello dei non residenti in Italia, e analizzando con-

giuntamente le risposte. Per l'approfondimento della metodologia statistica e per la deter-

minazione del campione si rimanda all'appendice al presente capitolo.

Le caratteristiche degli intervistati

La tabella 6 mostra le informazioni sulla nazionalità degli intervistati (si veda la

nota metodologica per i dati sulle percentuali relative, rispettivamente, ai residenti nel

Comune di Roma e ai non residenti). I rumeni risultano i più numerosi (più del 17%),

17

mentre le nazionalità del gruppo C1 (gli originari dei paesi dell’America Centro-Meri-

dionale, esclusi Perù, Equador, Brasile e Colombia) sono le meno frequenti (meno del

3%).

Di seguito presentiamo le informazioni relative all’insieme dei componenti dei nu-

clei in cui convivono gli intervistati: si tratta di 1.818 individui.

15 A questo prosito si veda Smith e Edmonston (1997).

16 La fase operativa sui residenti è stata gestita dal nostro Istituto con la collaborazione di un gruppo di tirocinanti che ha

portato alla rilevazione di 440 interviste; il lavoro sui non residenti, invece, è stato svolto da CODRES, che, con l'ausilio di

un gruppo di 10 operatori (di cui 7 stranieri) ha raccolto 402 interviste presso associazioni, centri di accoglienza e di

aggregazione presenti nel territorio cittadino.

17 Per la descrizione dei gruppi di nazionalità individuati per la presente indagine si rimanda alla Tabella 1 dell'appendice.

- 85 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

I capifamiglia rappresentano il 46%

Tab. 6 INTERVISTE PER GRUPPI DI NAZIONALITÀ dei componenti dei nuclei intervistati, i co-

GRUPPI Valore assoluto % intervistati niugi poco meno del 20%, i figli un quarto

A1 144 17,1 del totale, gli altri parenti quasi il 7%. Va

A2 100 11,9 osservato che il 3,5% dei componenti ha

A3 37 4,4 rapporti di convivenza, ma non di parente-

A4 37 4,4 la, con gli altri membri del nucleo. Solo per

B1 106 12,6 motivi di semplificazione adopereremo di

B2 93 11,0 seguito il termine “famiglie” come sinoni-

B3 64 7,6 mo di “nuclei”, anche se, come si è visto,

B4 42 5,0 non tutti i nuclei sono di tipo familiare.

B5 75 8,9 Quasi il 40% degli individui ha un’età

B6 43 5,1 compresa tra 30 e 45 anni, più del 20% ha

C1 22 2,6 meno di 30 anni e meno del 20% un’età

C2 45 5,3 compresa tra 46 e 64 anni. I minorenni

C3 34 4,0 rappresentano circa il 17%, mentre i mem-

Totale 842 100,0 bri ultrasessantaquattrenni non arrivano al

Fonte: ISAE. 3%. Il rapporto tra i generi è piuttosto equi-

librato (le donne rappresentano il 48%). La distribuzione per età e genere è sostanzial-

mente simile a quella rilevata dall’ISTAT per la popolazione straniera residente in Italia

(ISTAT, 2008), con una qualche concentrazione maggiore nelle fasce medio basse e una

quota un poco più contenuta di giovanissimi.

Pochi sono i soggetti con livello di istruzione molto basso (nessuno o scuola prima-

ria), mentre il 28% dei componenti possiede un titolo di studio di grado secondario infe-

riore e il 39% uno di grado secondario superiore; il 15% detiene una laurea. Anche

questi dati sono piuttosto coerenti con quelli rilevati dall’ISTAT (2008d) con l’indagine

sulle forze lavoro e riferiti agli individui in età attiva.

Come mostra la tabella 7, (l’insieme dei soggetti appartenenti ai nuclei che abbiamo

raggiunto) è formato per il 30% da operai, per il 23% da collaboratori domestici (com-

presi baby-sitter e badanti), per il 10% da imprenditori e liberi professionisti, per il 7%

da colletti bianchi; poco più del 3% è venditore di strada; è in cerca di occupazione meno

del 6% degli immigrati; una percentuale analoga dichiara di essere casalinga e meno del

18

3% pensionato, mentre gli studenti sfiorano l’11 per cento .

La percentuale di indipendenti (comprendendo in questa categoria i venditori di

strada) risulta pari al 13% di coloro che lavorano, a fronte del 14% desumibile dall’inda-

gine sulle forze lavoro dell’ISTAT con riferimento ai lavoratori stranieri nel Comune di

Roma (Villani, 2009). - 86 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Per quanto riguarda il tipo di CONDIZIONE PROFESSIONALE

Tab. 7

rapporto di lavoro, tra i 1.175 indivi- Condizione professionale di tutti Valore assoluto % risposte

i componenti

dui che rispondono a questa domanda Operaio 483 30,4

il 53% ha un contratto di lavoro di- Collaboratore domestico 363 22,8

pendente, in quasi tre quarti dei casi a Impiegato 112 7,0

tempo indeterminato, il 7% un con- Dirigente 6 0,4

Imprenditore 131 8,2

tratto cosiddetto “atipico” (compreso Socio di società 1 0,1

interinale, co.co.co., co.pro.), l’1% ha Libero professionista 32 2,0

più di un contratto, poco più Venditore di strada 54 3,4

dell’11% ha un’attività di lavoro au- In cerca di occupazione 88 5,5

tonomo. Circa il 25% degli immigrati Studente 171 10,7

Casalinga 100 6,3

appartenenti ai nuclei raggiunti si tro- Pensionato 45 2,8

va in condizione di irregolarità (e Altro 5 0,3

quasi il 3% di parziale irregolarità), Totale 1.591 100,0

mentre tra gli indipendenti solo l’1% Missing 227 12,5

ammette di non pagare imposte e Fonte ISAE.

contributi. Si può aggiungere che il 19

71% lavora a tempo pieno, il 21% a part-time , l’8% ha un impegno saltuario o stagio-

nale (ma anche in questo caso le non risposte superano il 35%).

Passando alla condizione giuridica degli individui, riportata in tabella 8, si osserva

che più del 60% possiede documenti regolari (una carta o un permesso di soggiorno, op-

pure documenti di identità rilasciati nel proprio paese, membro dell’Unione Europea) e il

10% è in attesa di avere il permesso, per cui ha fatto domanda, o lo sta rinnovando, men-

tre il 10% non ha mai avuto tale permesso, o lo ha, ma è scaduto e non lo sta rinnovando.

Inoltre, si deve osservare che nei nuclei con membri immigrati sono presenti anche sog-

getti di nazionalità italiana (13%) - si tratta probabilmente di partner o figli di stranieri -

e altri che hanno comunque ottenuto la cittadinanza (attraverso la permanenza in Italia o

20

il matrimonio) .

18 Secondo un’indagine (Margotti, 2008), realizzata dal Centro studi e ricerche IDOS in collaborazione con la

Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale e la Caritas e svolta telefonicamente su 916 immigrati soggiornanti sul

territorio di Roma e Provincia e aderenti a strutture di aggregazione e associazioni degli immigrati, l’80% di quanti

rispondono alla domanda sulla condizione professionale ha un’occupazione (Demanio, 2008), il 12% è disoccupato, il

6% è studente e il 2% è in condizione non professionale. Il 13% svolge un’attività autonoma, mentre l’87% degli occupati

è lavoratore dipendente, con uno o più datori di lavoro, con contratto a tempo determinato nel 16% dei casi,

indeterminato nel 57% e atipico nel 12%; il 15% dichiara una posizione irregolare sul mercato del lavoro. Il 49% degli

occupati svolge attività di lavoro domestico e di cura, a fronte del 22,8% nella nostra indagine.

19 Secondo Villani (2009), sulla base dei dati ISTAT nel Comune di Roma il 18% degli stranieri lavora a part-time.

- 87 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 8 CONDIZIONE GIURIDICA DEI COMPONENTI FAMILIARI.

Condizione giuridica di tutti i componenti Valore assoluto % risposte

E' in possesso di documenti regolari 1.059 62,4

E' in attesa di permesso o di rinnovo 165 9,7

Ha avuto il permesso di soggiorno ma è scaduto e non lo sta rinnovando 35 2,1

Non ha mai avuto il permesso di soggiorno 135 8,0

Nazionalità italiana 214 12,6

Cittadinanza italiana 89 5,2

Totale 1697 100

Missing 121 6,7

Fonte: ISAE. Passando alle informazioni fami-

Tab 9 ANNO DI ARRIVO IN ITALIA DEL CAPOFAMIGLIA liari, e osservando l’anno di arrivo del

Anno Valore assoluto % risposte capofamiglia (Tab. 9), la quota maggio-

1990 e precedenti 123 14,7 re, pari al 38%, è giunta in Italia tra il

1991 e il 2000, mentre poco più del

1991-2000 318 38,1 23% delle risposte è concentrato in

2001-2004 198 23,7 ognuno dei due quadrienni successivi e

2005-2008 195 23,4 il 15% è arrivato nel 1990 o ancora pri-

Totale 834 100,0 21

ma .

Missing 8 1,0 Il 23% dei capifamiglia ha dei figli nel

paese d’origine. Si può anche rilevare

Fonte: ISAE. (Tab. 10) che il 14% dei nuclei vive in

un’abitazione di proprietà, il 37% in affitto, il 15% presso il datore di lavoro; inoltre, il

25% dichiara di essere in affitto in modo informale/amichevole e il 9% non si ricono-

sce in nessuna di queste ipotesi. Coloro che hanno dichiarato di pagare un mutuo per

22

.

l’acquisto o la ristrutturazione dell’abitazione sono meno del 5 per cento

20 Dall’indagine IDOS, emerge che l’88% dispone di permesso o carta di soggiorno o è in attesa di rinnovo, il 7% è

divenuto cittadino italiano e solo il 5% non ha documenti (tra questi ultimi sono compresi i neocomunitari che non hanno

bisogno si permesso di soggiorno) (Ricci, 2008).

21 Dall’indagine IDOS sopra citata emerge che il 58% degli intervistati è giunto in Italia prima del 2000 (Ricci, 2008), a

fronte del 53% da noi riportato (comprendendo in questo caso l’anno 2000).

22 L’indagine IDOS rileva una percentuale di immigrati che vive in abitazione di proprietà del 10%, in affitto del 62%,

presso il luogo di lavoro del 15%, come ospite non pagante del 6%, in strutture di accoglienza o altro del 6% (Licata,

2008). La quota dei proprietari di casa con un mutuo risulta pari al 69%, a fronte di appena il 32% nella nostra indagine.

- 88 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Con riguardo al reddito (Tab. 11), Tab. 10 CONDIZIONE ABITATIVA

pur considerando le risposte con qual- Valore

che prudenza, trattandosi di informa- % risposte

Tipologia assoluto

zioni quantitative in materia di risorse Di proprieta' 120 14,4

economiche, osserviamo che la mag- In affitto 311 37,3

gior parte dei nuclei (circa il 60%) è

collocata nella seconda e terza fascia Affitto informale/amichevole 208 24,9

(600-1.000 euro e 1.000-1.500 euro), Datore di lavoro 122 14,6

poco meno del 20% nella prima (fino Altro 73 8,8

a 600 euro) e una percentuale appena Totale 834 100,0

più bassa (17%) nella quarta (1.500-

2.500 euro), mentre appena il 4% di- Missing 8,0 1,0

23

.

chiara più di 2.500 euro Fonte: ISAE.

Tab. 11 CLASSE DI REDDITO DEL NUCLEO FAMILIARE

Classe di reddito mensile Numero di componenti familiari

1 2 3 4 5 e più Totale

fino 600 euro 112 24 8 3 1 148

600-1.000 euro 172 42 27 14 6 261

1.000-1.500 euro 42 68 44 31 19 204

1.500-2.500 euro 6 45 32 40 12 135

oltre 2.500 euro 3 5 7 8 10 33

Totale risposte 335 184 118 96 48 781

% di riga 42,9 23,6 15,1 12,3 6,1 100,0

Missing 36 6 9 7 3 61

Totale 371 190 127 103 51 842

% di colonna (su risposte)

1 2 3 4 5 e più Totale

fino 600 euro 33,4 13,0 6,8 3,1 2,1 19,0

600-1.000 euro 51,3 22,8 22,9 14,6 12,5 33,4

1.000-1.500 euro 12,5 37,0 37,3 32,3 39,6 26,1

1.500-2.500 euro 1,8 24,5 27,1 41,7 25,0 17,3

oltre 2.500 euro 0,9 2,7 5,9 8,3 20,8 4,2

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Missing 9,7 3,2 7,1 6,8 5,9 7,2

Fonte: ISAE.

Come da attese, le frequenze risultano maggiormente concentrate verso i livelli

elevati di reddito man mano che si guarda a nuclei più numerosi, con più dell’80% dei

single nella prima e seconda fascia, circa l’85% delle famiglie di due, tre e quattro com-

23 Secondo l’indagine IDOS, quasi la metà degli intervistati percepisce retribuzioni comprese tra i 500 e i 1.000 euro

mensili (Nanni, 2009). - 89 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

24

ponenti collocate nella seconda, terza e quarta , l’85% circa dei nuclei con cinque e più

componenti nelle tre fasce superiori (e più del 20% nell’ultima fascia). Ricordiamo che i

nuclei monocomponenti rappresentano circa il 43% del totale, quelli con due, tre e quat-

tro membri rispettivamente il 24%, il 15% e il 12%, quelli più numerosi appena il 6 per

cento.

Infine, tra gli intervistati il 37% intende tornare al proprio paese di origine entro 5

anni, il 10% in un periodo più lungo, il 26% conta di restare in Italia, gli altri non han-

no deciso ancora. La tabella 12 mostra come l’anno di arrivo incida sulla decisione intor-

no al proprio futuro: quelli che vogliono tornare nel paese d’origine, e soprattutto coloro

che intendono farlo presto, sono più frequentemente giunti in anni recenti rispetto a

quanti hanno deciso di rimanere. Questo fa pensare che il progetto di immigrazione cam-

bi nel tempo, e che il desiderio di stabilizzarsi nel paese di arrivo si rafforzi man mano

che l’integrazione nel nuovo ambiente si consolida.

Tab. 12 PROGETTO DI RIENTRO NEL PAESE DI ORIGINE PER ANNO DI ARRIVO IN ITALIA

Anno di arrivo e rientro Si, entro 5 anni Sì, tra almeno 5 anni No Non saprei Totale

% risposte

1990 e precedenti 6,5 22,5 24,2 14,9 90

1991-2000 25,6 45,0 49,3 36,6 221

2001-1004 28,5 21,3 19,1 24,2 146

2005-2008 39,5 11,3 7,4 24,3 147

100,0 100,0 100,0 100,0

Totale (v.a.) 309 80 215 604

Fonte: ISAE.

Immigrazione e servizi pubblici

Passiamo ora all’esame dei risultati dell’indagine relativi all’utilizzo dei servizi

pubblici da parte degli immigrati.

Piuttosto diffusa è la presenza dei componenti dei nuclei degli intervistati nelle

scuole della Capitale (Tab. 13): nel 6% dei casi vi sono bambini iscritti alle materne, nel

10% allievi delle primarie, nel 5% delle secondarie inferiori, nel 7% studenti delle secon-

darie superiori. Questi risultati sembrano sostanzialmente coerenti con quelli degli archi-

vi del Ministero della Pubblica Istruzione (Demanio, 2008), che indicano in 45.879 gli

iscritti stranieri nella Provincia di Roma nell’anno scolastico 2007/08 (questo dato fa di

Roma la seconda provincia italiana per numero di studenti stranieri, dopo Milano), e, con

riferimento alla distribuzione di tali studenti tra i diversi ordini di scuole, rilevano una

24 Tuttavia i nuclei di quattro componenti hanno una concentrazione decisamente maggiore nella quarta fascia (più del

40% dei casi). - 90 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

percentuale più elevata nella primaria (37%), seguita dalla secondaria superiore (24%),

dalla secondaria inferiore (22%) e, infine, dalla scuola per l’infanzia (cioè la materna,

che assorbe il 17% degli allievi).

La mensa è un servizio molto uti- Tab. 13 ISCRIZIONE SCUOLE

lizzato dai bambini degli asili/materne Tipologia Valore assoluto %

(67%) e dagli allievi delle scuole

dell’obbligo (58%), mentre il tra- Asili nido/materne 51 6,1

pubbliche

sporto scolastico riguarda percentuali

comprese tra il 10 e il 20% degli iscrit- Primaria 84 10,0

ti. La quota di nuclei con figli iscritti Secondaria inferiore 39 4,6

che sostiene dei costi per assicurare Secondaria superiore 61 7,2

l’uso dei servizi scolastici (compresi Fonte: ISAE.

mensa e trasporti) ai figli stessi è intor-

no al 50% nel caso dell’asilo nido e delle scuole materne e dell’obbligo, mentre quasi

l’80% dei nuclei con figli alle secondarie superiori dichiara di pagare le relative tasse

scolastiche (e il 18% afferma di affrontare anche altri pagamenti), come mostra la tabella

14. Gli iscritti all’università sono pre-

Tab 14 COSTI SOSTENUTI PER SERVIZI SCOLASTICI senti nel 6% dei nuclei, e pagano nel

94% dei casi la tassa di iscrizione.

Pagamento tasse/rette/costo dei Valore assoluto % nuclei con

servizi di mensa/trasporto iscritti Non molto frequenti sono i casi di tra-

Asili nido/materne pubbliche 28 54,9 sferimenti monetari ricevuti dagli immi-

grati, riportati in tabella 15. La più alta

Primaria/secondaria inferiore 51 49,0 incidenza riguarda gli assegni al nucleo

Tasse secondaria superiore 48 78,7 familiare (3,6%) e l’indennità di malat-

Altri pagamenti secondaria supe- 11 18,0

riore tia e maternità (2,4%), ovvero prestazio-

ni che discendono da una condizione di

Fonte: ISAE. piena integrazione nel mondo del la-

voro, nonché le pensioni (2,5%). Nessuna delle altre forme di sostegno al reddito,

ammortizzatori o aiuti, da parte del Comune, giunge a toccare l’1% dei nuclei. Più ampio

è il ricorso ai servizi reali forniti dagli Enti Locali, soprattutto di informazione e forma-

zione (più del 13% ha utilizzato lo sportello informativo e quasi il 9% ha seguito corsi di

lingua).

L’utilizzo di servizi sanitari è articolato. Il 68% dei nuclei che abbiamo avvicinato

ha scelto il medico generico/pediatra, dunque ha accesso a tutte le prestazioni del SSN

con le stesse modalità dei cittadini italiani.

- 91 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab 15 ACCESSO ALLE PRESTAZIONI DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE (2007)

Tipologia prestazioni Valore assoluto % famiglie

Pensione 21 2,5

Disoccupazione/mobilità 3 0,4

Lavori soc.utili 1 0,1

Assegno di infortunio 4 0,5

Indennità malattia maternità 20 2,4

Assegni nucleo familiare 30 3,6

Aiuto per tanti figli 5 0,6

Aiuti per profughi politici 1 0,1

Indennità comunali 5 0,6

Fonte: ISAE.

Il 47% dei nuclei comprende individui che si sono sottoposti ad esami diagnostici

nel settore pubblico o convenzionato, pagando il cosiddetto “ticket” nel 73% dei casi.

Sono stati visitati da uno specialista presso strutture pubbliche o convenzionate uno o più

componenti del 41% dei nuclei, versando la quota di compartecipazione nel 68% dei ca-

si. Ha fatto uso di farmaci ottenuti gratuitamente in farmacia il 26% dei nuclei. Si deve

tuttavia osservare che la Regione Lazio ha introdotto un ticket sui farmaci da settembre

2008, e cioè mentre le interviste della nostra indagine erano in corso: questo può aver

creato qualche confusione nelle risposte.

Gli interventi di pronto soccorso hanno riguardato il 17% delle famiglie (il 6% più

di una volta), che nel 26% dei casi hanno dovuto pagare il ticket. Per quanto riguarda i

servizi ospedalieri e di altre strutture pubbliche, sono meno del 6% i nuclei cui appartie-

ne almeno una donna che ha affrontato un parto in tali strutture, mentre quasi il 7% dei

nuclei comprende un membro che ha subito un intervento chirurgico; il day-hospital è

stato utilizzato dal 4% delle famiglie; il 12% dei nuclei ha utilizzato i consultori pubblici.

Immigrazione e banche

In questa sezione vengono sintetizzati i principali risultati dell’indagine condotta

dall’ISAE relativamente al rapporto tra immigrati e finanza privata.

Il consistente afflusso di stranieri definisce una nuova struttura della società italiana

e il settore bancario scopre di fatto un segmento di mercato meno noto - che pone do-

mande (rispetto ai prodotti finanziari, ad esempio) ed esprime bisogni non ancora speri-

mentati -, a cui proporre nuovi strumenti e servizi (Marcocci, 2008). Secondo alcuni

(Borracchini, 2007), inoltre, le potenzialità dell’inclusione finanziaria degli stranieri co-

- 92 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

stituiscono un’opportunità non solo dal lato dell’offerta, ma anche dal lato della doman-

da: il miglioramento dell’accesso al sistema bancario può rappresentare, infatti, un

ulteriore strumento nel processo di acquisizione della piena cittadinanza nel paese d’ac-

coglienza e facilitare così l’integrazione sociale ed economica dei nuovi arrivati.

Per via dell’importanza assunta dal fenomeno migratorio per gli operatori finanziari,

25

nel corso degli ultimi anni sono state realizzate alcune indagini (ABI, COSPE, IDOS)

sul rapporto tra immigrati e finanza privata dalle quali emergono alcuni interessanti ri-

sultati. 26

Secondo i dati dell’ABI (2008), relativi alle sole banche, la nuova clientela presen-

ta un positivo trend di crescita, facendo registrare un aumento di circa 350.000 unità tra il

2005 e il 2007, mentre il relativo tasso di “bancarizzazione” misurato considerando il nu-

mero dei migranti con conto corrente bancario sul totale degli stranieri provenienti dai

Paesi non OCSE è aumentato dal 60% al 67%. Su queste percentuali esercita una qualche

influenza la zona di residenza: nelle aree del Nord, infatti, la percentuale di immigrati

bancarizzati risulta pari al 71,3%, a fronte del 52,6% a Roma e del 38% a Palermo.

L'indagine IDOS svolta per l’intera Provincia di Roma e (differentemente dalla pre-

cedente) relativa sia al circuito bancario che a quello postale, segnala che l’inclusione fi-

nanziaria degli immigrati riguarda il 55,7% del campione (Nanni, 2008).

Lo studio del Cospe (2009) - condotto su 674 immigrati in tre regioni (Emilia Ro-

magna, Toscana e Puglia) e relativo sia agli istituti bancari che al circuito Banco Posta -

rileva che il 61% degli intervistati risulta titolare di un conto corrente, mentre, se si con-

siderano solo i possessori di regolare permesso di soggiorno, la percentuale è pari al

66%. Per quanto riguarda la disaggregazione territoriale, vengono confermati i dati già

presentati dallo studio ABI: emerge, infatti, che il tasso di bancarizzazione degli immi-

grati è maggiore nelle regioni settentrionali rispetto a quelle meridionali.

I risultati della rilevazione svolta dall’ISAE nel Comune di Roma raffigurano un

quadro similare a quello delineato dalle altre indagini, sia in termini di dimensione

dell’accesso al sistema bancario, sia per le caratteristiche qualitative. Emerge, infatti, che

gli stranieri bancarizzati dell’area romana sono il 51,5% del totale del campione. L’inda-

gine ISAE considera tuttavia non solo la disponibilità di conti correnti bancari, ma anche

27

di conti postali e di libretti di risparmio .

25 A questo proposito, si può segnalare anche un’indagine svolta nel 2007 da Unioncamere (2007) sul livello di

bancarizzazione degli immigrati riferita al mondo dell’imprenditoria straniera.

26 Nel 2007 l’ABI e il CeSPI hanno elaborato una ricerca sul tasso di bancarizzazione degli immigrati, rilevando le

informazioni sia dal lato dell’offerta, utilizzando i dati forniti dalle banche, sia dal lato della domanda. In quest’ultimo caso

è stata realizzata un’indagine su un campione di 1.347 migranti di dieci nazionalità dislocati in 5 diverse aree: Sesto San

Giovanni, Cinisello Balsamo, Brescia, Perugia, Palermo e il VI Municipio del Comune di Roma.

- 93 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Dai risultati della nostra indagine si può evidenziare, inoltre, una forte differenza re-

lativamente alla percentuale di bancarizzati a seconda che si abbia la residenza a Roma o

meno: infatti, mentre il 73,4% dei residenti dichiara di avere un qualche rapporto con gli

istituti finanziari, meno del 28% dei non residenti risulta cliente di banca o posta.

Per quanto riguarda l’accesso al settore, la quasi totalità dei bancarizzati (circa

l’82%) dichiara di non aver incontrato difficoltà e per circa il 45% la scelta

dell’istituto cui rivolgersi è influenzata dalla comodità di locazione rispetto all’abitazio-

ne o al luogo di lavoro, mentre non sono molti coloro (circa 17%) che scelgono la pro-

pria banca in base alla convenienza delle condizioni di offerta.

Tab. 16 MOTIVI DI PREFERENZA DELLA BANCA/POSTA

Valore assoluto % bancarizzati

Comodità rispetto all’abitazione 149 34,3

Comodità rispetto all’lavoro 45 10,4

Interesse vantaggioso 31 7,1

Commissioni vantaggiose 41 9,4

Qualità servizi 27 6,2

Conoscenze personali 49 11,3

Banca datore lavoro 30 6,9

Banca famosa 38 8,8

Altro 64 14,7

Nessun motivo 65 15,0

Fonte: ISAE.

Il 27% circa dei bancarizzati utilizza il proprio conto corrente per effettuare paga-

menti (bollette o affitto), mentre solo 17,5% dichiara di usarlo per l’accredito dello sti-

pendio, a differenza di quanto rilevato dall’indagine ABI, secondo cui sarebbe superiore

al 50% la quota di bancarizzati che si serve di questo servizio a livello nazionale.

La nostra indagine conferma che, in genere, come emerso anche dal lavoro ABI-Ce-

SPI (2007), il migrante bancarizzato è prevalentemente un fruitore di servizi finanziari di

base, risultando infatti limitata la quota di quanti utilizzano, oltre al conto corrente, le va-

rie forme di moneta elettronica o ricorrono al debito presso le banche. Sebbene, come

mostra la tabella 17, tra i bancarizzati sia elevata la quota di coloro che posseggono una

qualche carta (Bancomat/Postamat, carta di credito o prepagata), dai dati si evidenzia

una scarsa attitudine dei migranti al ricorso a questi strumenti per fare fronte ai pagamen-

ti: infatti, tra i clienti di banche o posta, solo il 49% ha utilizzato una carta nel corso

dell’ultimo anno (Tab. 18).

27 La percentuale di coloro che dispongono di strumenti di risparmio è bassa (il 4% ha un libretto postale e il 2% un

libretto bancario). - 94 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Per quanto riguarda gli altri ser- Tab. 17 POSSESSO MONETA ELETTRONICA

vizi finanziari, il 21% dei bancarizzati Tipo di carta Valore assoluto % bancarizzati

ha emesso assegni e il 15% ha effet- Bancomat 205 47,2

tuato bonifici. Il canale informale ri- Postamat 111 25,6

sulta essere lo strumento principale

per l’accesso ai prestiti: da quanto di- Carta di credito 74 17,0

chiarato, infatti, è basso il ricorso alla Carta prepagata 55 12,7

banca per ottenere finanziamenti (il Fonte: ISAE.

5% circa del totale degli intervistati Tab. 18 UTILIZZO BANCOMAT/POSTAMAT

ha un mutuo e il 7% ha debiti verso NELL’ULTIMO ANNO

gli istituti finanziari), mentre è relati- Utilizzo della carta Valore assoluto % bancarizzati

vamente elevata la quota (13%) di co-

loro che richiedono prestiti ad amici o Si, spesso 77 17,7

parenti. Si, a volte 136 31,3

Dalla disaggregazione per paese No 221 50,9

di origine (Tab. 19), emerge che, tra i Totale 434 100,0

migranti inclusi nel campione, polac-

chi e cinesi sono gli stranieri più ban- Fonte: ISAE.

carizzati (70% e 68% rispettivamen- Tab. 19 BANCARIZZATI PER AREA

te), mentre gli appartenenti ai gruppi DI ORIGINE

B5 (coloro che provengono dai paesi Area di origine % intervistati Valore assoluto

ex URSS e alcune nazioni dell’Euro- A1 50,7 144

pa dell’Est) e C3 sono quelli con mi- A2 58,0 100

nori rapporti con il settore bancario. A3 70,3 37

E’ infine interessante notare A4 67,6 37

(Tab. 20) che l’inclusione finanziaria B1 53,8 106

è molto più elevata tra coloro che di- B2 58,1 93

chiarano di non avere intenzione di B3 50,0 64

rientrare nel proprio paese (il 75,3%), B4 45,2 42

mentre tra i migranti che pianificano B5 32,0 75

B6 48,8 43

una permanenza di breve periodo in C1 63,6 22

Italia appena il 30% dichiara di avere C2 44,4 45

un rapporto con banca o posta. C3 32,4 34

Passando alla questione delle ri- Totale 51,5 842

messe, il 60% degli intervistati di- Fonte: ISAE.

chiara di inviarne. - 95 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Questo dato è coerente con quello

Tab. 20 BANCARIZZATI E PROGETTO DI RIENTRO emerso dall’indagine IDOS, secondo

Progetto di rientro nel Sì Valore assoluto cui (nella Provincia di Roma) quasi

paese di origine % intervistati sei immigrati su dieci trasferiscono

Si, entro 5 anni 29,4 310 denaro nel paese d’origine (Nanni,

Si, tra almeno 5 anni 57,5 80 2008). I risultati relativi all’ammonta-

No 75,3 219 re (Tab. 21) vanno considerati con

Non saprei 56,7 233 cautela, trattandosi di quantificazioni

di risorse economiche. Sembra co-

Totale 51,5 842 munque che quasi la metà di coloro

Fonte: ISAE. che rispondono a tale domanda faccia

Tab. 21 RIMESSE PER CLASSI pervenire nel paese di origine cifre

28

, e

comprese tra 1.000 e 5.000 euro

Classi Valore assoluto % risposte più del 45% un ammontare inferiore,

fino 1.000 euro 224 45,6 mentre solo il 5% invia più di 5.000

euro. Il mezzo preferito per spedire le

1.000-5.000 euro 241 49,1 rimesse è rappresentato dagli operato-

oltre 5.000 euro 26 5,3 ri di Money Transfer (41%) e al se-

condo posto viene indicato l’invio

Totale 491 100,0 attraverso amici o persone di fiducia

Fonte: ISAE. (22%), mentre banche e uffici postali

sono scelti dal 19% degli intervistati

Tab. 22 VETTORE UTILIZZATO PER L’INVIO

DELLE RIMESSE (Tab. 22).

Vettore Valore assoluto % risposte Le strutture tipologiche

Banca/Ufficio Postale 94 18,7 In questo paragrafo ci si sofferma su

Per posta 16 3,2 analisi più complesse dei comporta-

Money Transfer 208 41,4 menti degli immigrati, volte ad indivi-

duare alcune “strutture tipologiche” di

Amici/persone di fiducia 111 22,1 natura multivariata con le quali sinte-

Consegna diretta 53 10,5 tizzare le relazioni descritte singolar-

Altro 21 4,2 mente dalle variabili rilevate. Sono

state condotte analisi statistiche basa-

Totale 503 100,0 te sulla combinazione di più tecniche

Fonte: ISAE. e metodi di analisi fattoriale e cluster

28 Secondo la ricerca IDOS l’importo medio inviato è pari a 2.250 euro.

- 96 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

analysis al fine di individuare la presenza di “strutture” familiari, o semplicemente di

convivenza, tipologie di rapporti e interrelazioni tra immigrazione e fruizione di alcuni

essenziali servizi pubblici e tipologie di rapporti dei migranti con la struttura creditizia e

finanziaria del nostro Paese. Le variabili utilizzate nei tre casi sono indicate nella nota

metodologica in appendice.

Nella tabella 23 sono presentate le principali informazioni sulla distribuzione dei

nuclei tra i vari gruppi.

Tab. 23 LE STRUTTURE TIPOLOGICHE

Gruppo Numerosità % degli intervistati

Tipologia di composizione familiare

1. Convivenze adulte 74 8,8

2. Nuclei molto numerosi con tanti bambini 22 2,6

3. Coppie 170 20,2

4. Anziani 37 4,4

5. Coppie con un figlio 83 9,9

6. Alta scolarizzazione 0 0

7. Singles 374 44,4

Tipologia dell'utilizzo dei servizi pubblici

1. Universitari 46 5,5

2. Studenti delle superiori 41 4,9

3. Studenti delle primarie 68 8,1

4. Niente scuola 209 24,9

5. Quasi nessun rapporto 427 50,7

6. Bambini piccoli 51 6,1

Tipologia dell'utilizzo del sistema creditizio

1. Senza problemi, scarsa attenzione 82 9,7

2. Pochi problemi, più attenzione 152 18

3. Postali 108 12,8

4. Utilizzo avanzato e critico 61 7,2

5. Mutuo 31 3,7

Fonte: ISAE.

La tipologia di composizione familiare

L’analisi dei dati ha individuato una partizione dei soggetti intervistati in 7 gruppi

tipologici di struttura familiare.

Il primo gruppo - “convivenze adulte” - è formato principalmente da nuclei familiari

abbastanza numerosi (il 61% dei nuclei presenta almeno 4 componenti), caratterizzati

tuttavia prevalentemente da convivenze differenti da quelle tipiche della famiglia

- 97 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

tradizionale di genitori con figli (80%). Alta è l’incidenza dell’abitazione in affitto

oneroso (65%, contro una media complessiva del 37%) o informale (20%), e bassa

quella di case di proprietà, mentre una parte non indifferente degli appartenenti a questo

gruppo vive col datore di lavoro (9,5%). L’anno di arrivo di questi nuclei risulta

abbastanza lontano nel tempo (per il 66% delle famiglie l'anno di arrivo in Italia è

precedente al 2000, contro una media complessiva del 53%). Nel 69% dei casi almeno

due soggetti svolgono il lavoro da operaio e nel 26% dei casi si riscontra almeno un

lavoratore autonomo (più di un autonomo nel 20,3% dei nuclei, contro una media

complessiva del 3,6%); minima è la presenza di impiegati, nulla quella dei pensionati.

Dal punto di vista del livello di istruzione, questo gruppo è caratterizzato dalla massiccia

presenza di diplomati (presenti nel 70% dei nuclei, contro un valore medio del 54%).

Il secondo gruppo - “nuclei molto numerosi con tanti bambini” - può essere

interpretato come una scissione dal precedente, essendo composto da famiglie molto

numerose (quasi tutte di oltre 5 componenti), con una forte presenza di “altre

convivenze” (50% di famiglie numerose con figli e 50% di altre convivenze), che vivono

frequentemente in una abitazione in affitto oneroso (50%) o informale (23%). Tuttavia

una elevata percentuale dei nuclei non definisce il titolo dell’abitazione né come

proprietà, né come affitto, e nemmeno risiede presso il datore di lavoro (il 13% ha

risposto altro). Ancora più marcata rispetto al gruppo precedente risulta l’anzianità della

migrazione: l’81,8% dei nuclei è arrivato in Italia prima del 2000, e soprattutto negli

anni ’90 (quasi il 64%, valore massimo tra i gruppi), e nessun appartenente a questo

gruppo è giunto dopo il 2004. Diversamente dal caso precedente, in questo appare

elevatissima la frequenza di minori, dal momento che ve ne sono più di due in oltre il

90% dei nuclei (il gruppo contiene tutte le famiglie con così tanti bambini/ragazzi). Non

si registra quasi nessun anziano o pensionato, mentre è alta la frequenza di soggetti in

condizione non professionale. Anche in questo caso, analogamente al precedente, è forte

la presenza operaia (nel 32% dei casi due componenti sono operai), con la sostanziale

assenza di impiegati e di autonomi. Significativa è la frequenza di venditori di strada

(13% dei casi). Infine, va registrata in questo gruppo una maggior presenza di non

residenti a Roma (54%) rispetto ai residenti (46%), in contrasto con quanto si registra a

livello complessivo.

Il terzo gruppo - “coppie”, - è formato da nuclei di due componenti, nella fattispecie

coppie sposate (57%) e altre convivenze (43%), e comprende ben l’89% di tutti i nuclei

familiari formati da una coppia. Interessante è inoltre notare che nel 7,7% dei casi i

nuclei di due persone sono formati da un genitore ed un figlio. Si osserva una consistente

quota di affitti onerosi (il 46,5% delle famiglie del gruppo) e informali (20%), anche se

iniziano ad essere presenti le case di proprietà (21,2%). I componenti di questo gruppo

non mostrano particolari associazioni con una determinata “anzianità” di immigrazione.

- 98 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Elevatissima è la presenza di operai e particolarmente rilevante risulta anche il caso in

cui la coppia è formata da due operai (44,7%), anche se si registra una discreta presenza

di impiegati (18,2%, contro una media del 12%). Dal punto di vista dell’istruzione

emerge un buon livello complessivo, con la presenza di almeno un diplomato nel 64%

dei casi, e di almeno un laureato nel 21%. Nel 29% dei casi si riscontrano due diplomati

e nel 9% dei casi due laureati. I componenti di questo gruppo sono più frequentemente

residenti nel Comune di Roma (66,5%).

Il quarto gruppo - “anziani” - è caratterizzato appunto dalla presenza di anziani

(nell’84% dei casi) e di pensionati (89%). Sembra scontato che l’86,4% di questi nuclei

sia immigrato prima del 2001, e ben il 40,5% prima del 1991, e che risultino quasi tutti

residenti nel Comune di Roma. Appare anche coerente che ben il 43% goda di abitazione

di proprietà. La metà dei nuclei è formata da due componenti, mentre gran parte dei

rimanenti consiste di oltre due persone; nel 32,4% dei casi si tratta di una coppia, ma nel

51,3% di altre convivenze.

Il quinto gruppo - “coppie con un figlio” - è interamente composto da famiglie con

tre componenti, quasi tutte coppie con un discendente, nella maggior parte dei casi mino-

re, con casa di proprietà nel 28% dei casi. Oltre il 71% dei nuclei è arrivato in Italia pri-

ma del 2001 ed essi sono più frequentemente residenti nel Comune di Roma. Si riscontra

una presenza di operai abbastanza elevata (due operai in quasi la metà dei casi), ma an-

che di impiegati (nel 33% dei nuclei). In questo gruppo si registra la massima presenza di

diplomati (almeno uno in quasi l’80% dei casi).

Il sesto gruppo - “ad alta scolarizzazione” - è formato essenzialmente da famiglie di

4 componenti, genitori con due figli entrambi minori (73% dei casi); nel complesso le fa-

miglie formate da genitori e più figli raggiungono quasi il 90% del gruppo. Si riscontra

anche in questo gruppo una elevata frequenza di abitazioni di proprietà (35,4%), e altis-

sima è la presenza di soggetti arrivati prima del 2001 (quasi l’85%). Si evidenzia un'ele-

vata presenza di diplomati (all’interno di queste famiglie si trova almeno un diplomato

nel 70% circa dei casi), e risulta massima la presenza di laureati (almeno un laureato nel

32% dei casi). Nonostante questo alto tasso di istruzione, è presente almeno un operaio

nel 66% dei casi (entrambi i genitori sono operai nel 33% dei casi), ad ulteriore conferma

di una evidente sottoutilizzazione del livello di formazione della popolazione immigrata.

Inoltre, risulta massima la presenza di autonomi (33% dei casi).

Il settimo ed ultimo gruppo - “singles” - di gran lunga il più numeroso, è formato

quasi esclusivamente da nuclei familiari monocomponente, che abitano per lo più presso

il datore di lavoro (24%) o in situazione di affitto informale (35%). Si tratta in massima

parte di non residenti nel Comune di Roma (soltanto il 32% di questi soggetti è residente

in Roma), arrivati dopo il 2001 (68%) e soprattutto dal 2004 in poi (38%). Presentano un

alto livello di istruzione, con il 21% di laureati ed il 36,9% di diplomati, a cui corrispon-

- 99 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

de una distribuzione occupazionale che vede il 64,7% di operai, il 5,3% di impiegati, il

6,7% di autonomi, a cui si aggiunge il 10,1% di soggetti che esercitano l’attività di ven-

ditori di strada (rappresentando così oltre l’80% di tutti i venditori di strada registrati

nell’indagine).

La tipologia dell’utilizzo di servizi pubblici

Si è quindi proceduto a raggruppare i soggetti intervistati in 6 tipologie relative

all’utilizzo di servizi pubblici o, più in generale, al rapporto dei soggetti intervistati e del-

le loro famiglie o dei loro conviventi con le Amministrazioni Pubbliche del nostro paese

(tabella 23).

Nel primo gruppo - “universitari” - in tutti i nuclei esistono componenti (l’intervi-

stato e/o un altro membro) iscritti all’Università, che ne pagano nella stragrande maggio-

ranza dei casi l’iscrizione. In questo gruppo, inoltre, è intenso l'utilizzo della struttura

sanitaria, con ricorso quasi esclusivo a diagnostica e specialistica (in più della metà dei

casi), generalmente dietro pagamento di un ticket. L’80% di questi nuclei ha optato per

un medico generico. Infine, si registra nel gruppo la massima incidenza di ricoveri ospe-

dalieri per interventi chirurgici (17,4%).

Come il gruppo precedente, anche gli “studenti delle superiori” sono caratterizzati

dalla frequenza di un determinato ciclo di studi -la scuola secondaria superiore -da parte

dell’intervistato o di un componente della famiglia o convivente. Infatti, in tutte queste

famiglie è presente almeno un soggetto che frequenta la secondaria superiore, a fronte di

una media complessiva del 7%; da un altro punto di vista, il secondo gruppo comprende

oltre il 67% di tutti gli intervistati che hanno in famiglia almeno uno studente delle supe-

riori. Si registra peraltro anche un certo numero di iscritti alle primarie e soprattutto alle

secondarie inferiori (31,7%, a fronte di una media del 4,6%). E' molto diffuso il ricorso

ai servizi sanitari; è alta, infatti, la percentuale di coloro che dichiarano di avere un medi-

co generico (98%), di aver effettuato esami diagnostici (quasi 60%) e visite specialisti-

che (40%) pagando un ticket e di aver fatto ricorso al Pronto Soccorso. L’incidenza dei

ricoveri per interventi chirurgici è abbastanza elevata (14%). Infine, il 12% dei nuclei ha

ottenuto l’assegno al nucleo familiare, mentre questo gruppo è l’unico in cui nessun

componente ha dovuto ricorrere allo sportello informativo del Comune, cui complessiva-

mente si è rivolto oltre il 13% degli intervistati.

Il terzo gruppo - gli “studenti delle primarie” - è caratterizzato dal massimo utilizzo

della scuola primaria (quasi l’87% degli intervistati dichiara la presenza di uno scolaro

del ciclo elementare all’interno della propria famiglia). Di conseguenza, questo gruppo

risulta largamente preponderante anche rispetto a tutte le altre variabili che riguardano

questo ordine di insegnamento (in più della metà dei nuclei è presente un bambino che si

avvantaggia della mensa e in più del 10% uno scolaro che fa uso dei trasporti scolastici).

- 100 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Per quanto riguarda la sanità, anche in questo gruppo si riscontra un elevato ricorso

ai servizi sanitari: medico generico e/o del pediatra convenzionato con il Servizio Sanita-

rio Nazionale (93%), utilizzo di strutture pubbliche per visite o esami diagnostici pagan-

do un ticket (50%), ma anche ricoveri per parto (19%) e ricorso a un consultorio pubblico

(26%). Inoltre, ben il 48,5% ha dichiarato di aver ottenuto farmaci gratuitamente.

Il 10,3% degli intervistati ha ricevuto assegni al nucleo familiare. Infine, il 17,6%

(una percentuale superiore a qualunque altro gruppo) ha avuto rapporti con gli sportelli

informativi del Comune.

La principale caratteristica del quarto gruppo - “niente scuola” - è di avere, al con-

trario dei precedenti, un rapporto nullo o quasi con la struttura scolastica (solo pochissi-

mi iscritti alle superiori o all’università), mentre è più ampio il rapporto con la struttura

sanitaria nel suo complesso, compreso l’ospedale (con un 15% di casi di ricovero per in-

tervento chirurgico e un 8%, la percentuale più elevata, di ricoveri in strutture pubbliche

per altre ragioni).

Inoltre, in questo gruppo si concentra la maggior parte delle erogazioni di pensioni

(incassate dal 6,7% dei nuclei, che rappresenta il 67% di tutti gli intervistati che hanno

dichiarato che almeno un pensionato è presente nel proprio nucleo familiare) e dell’in-

dennità di malattia/maternità (5,7% dei nuclei del gruppo, che rappresenta il 60% di tutti

gli intervistati che hanno dichiarato almeno un percettore di tali indennità all’interno del

proprio nucleo familiare).

Il quinto gruppo, caratterizzato da “quasi nessun rapporto” con i sevizi pubblici, è il

più numeroso, e si contraddistingue esclusivamente per l’assenza di significativi rapporti

con le strutture ed i servizi pubblici considerati nell’indagine.

E’ da segnalare soltanto qualche forma di utilizzo della struttura sanitaria (il 46%

degli intervistati appartenenti a questo gruppo dichiara di avere scelto il medico generi-

co, ma si tratta dell’incidenza di gran lunga più bassa tra i diversi gruppi).

Per contro, si registra la presenza molto elevata di ricorsi agli sportelli informativi

del Comune (il 16,4%, ovvero oltre il 61% di tutti coloro che ne hanno usufruito) e ai

corsi di lingua organizzati dallo stesso (l’11%, il 61% di tutti coloro che hanno riportato

la frequentazione a tali corsi).

L'ultimo gruppo - “bambini dei cicli scolastici inferiori” - è formato esclusivamente

da tutti gli intervistati che hanno dichiarato di avere bambini iscritti alla scuola materna

(metà hanno anche affermato di pagarla), e presenta anche un' alta incidenza di iscrizioni

alla scuola primaria (30% dei nuclei del gruppo). Emerge un ricorso frequente e diffuso

alla struttura sanitaria nel suo complesso (quasi tutti i nuclei hanno il medico generico,

quasi la metà ha ricevuto farmaci gratuitamente e si riscontrano molti ricoveri per parto).

Infine, è da registrare la più elevata presenza di assegni al nucleo familiare (15,7% nel

gruppo, contro la media del 3,6%). - 101 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

La tipologia di utilizzo del sistema creditizio

L’analisi dei dati individua anche in questo caso 6 gruppi tipologici, all’interno dei

quali la prima grande distinzione che emerge è quella tra coloro che hanno un qualche

rapporto con il sistema finanziario e creditizio del nostro Paese e coloro invece che non

lo hanno; questi ultimi rappresentano ben il 48,5% del totale intervistati e formano il se-

sto gruppo tipologico.

Tra quelli che hanno un qualche rapporto con il sistema finanziario e creditizio sono

state individuate le seguenti 5 tipologie.

Il primo gruppo - “senza problemi, scarsa attenzione” - è caratterizzato principal-

mente dal fatto di possedere almeno un conto corrente bancario (66%) o un conto postale

(25%). In realtà, il ricorso al servizio finanziario postale è maggiormente rivolto al libret-

to di deposito postale (il 13,5% dei soggetti appartenenti al gruppo, rispetto ad una media

del 4% sul totale degli intervistati). L’utilizzo di questi strumenti appare decisamente di

tipo “essenziale”, con un certo uso di assegni (il 23,2% dichiara di averne emessi) non-

chè di Bancomat o Postamat (strumenti posseduti rispettivamente dal 40,2% e dal 17,1%

dei nuclei), per mezzo dei quali “a volte” (nel 29,3% dei casi) o “spesso” (9%) sono ef-

fettuati pagamenti.

Il secondo fattore di forte caratterizzazione è legato al fatto di non aver avuto alcun

problema (o quasi) nell’apertura di questi rapporti finanziari, tanto che gli intervistati di-

chiarano nella maggior parte dei casi che non è stato richiesto loro alcun documento.

Inoltre, non vi sono state ragioni particolari che hanno indirizzato la scelta della banca/

posta - al punto che l’assenza di un vero motivo di scelta risulta di gran lunga la risposta

più frequente nel gruppo, con ben il 41,5% dei casi -, o tutt’al più gli immigrati sono stati

guidati da conoscenze personali (11%), dalla comodità rispetto al lavoro (12,2%) o ri-

spetto all’abitazione (23,2%, che tuttavia è il valore più basso tra i cinque gruppi ora in

esame).

Il secondo gruppo - “pochi problemi, più attenzione” - risulta sostanzialmente

molto simile al precedente rispetto al possesso di strumenti finanziari, con l’unica diffe-

renza di una maggior presenza di conti bancari (74,3% un conto e 7,2% più di uno) e di

una minor presenza di conti postali (9,2%). Si evidenzia infatti una forte omogeneità nel

modo di utilizzo di tali conti e non vengono segnalati particolari problemi nell’apertura

delle posizioni (il 75% non segnala alcun problema ed il 20% segnala di averne avuti, ma

di essere stato aiutato). Tuttavia, a differenza dal gruppo precedente, i soggetti ricordano

che sono stati richiesti loro diversi documenti (carta d’identità, permesso di soggiorno e

codice fiscale) al momento dell’apertura del conto alla banca o alla posta. Per quanto ri-

guarda le motivazioni della scelta dell'istituto cui rivolgersi, per oltre il 35% nella scelta

ha pesato la comodità rispetto all’abitazione e per il 20% le conoscenze personali; si re-

gistra tuttavia anche un 12,5% di soggetti (l’incidenza massima tra i gruppi) la cui deci-

- 102 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

sione è dipesa principalmente dal fatto che l’istituto fosse lo stesso del proprio datore di

lavoro.

Il gruppo dei “postali” è caratterizzato dal fatto di preferire il conto presso le Poste

(l’88% degli individui appartenenti a questo gruppo dispone di almeno un conto postale,

e questi soggetti rappresentano oltre il 68% di tutti gli intervistati che hanno un conto po-

stale), mentre soltanto il 17% possiede un conto bancario. Di conseguenza, il 75% dei

soggetti appartenenti al terzo gruppo possiede una carta Postamat ed il 32% dispone di

una carta prepagata (si tratta rispettivamente del 73% e del 64% dei possessori di questo

tipo di carte), con le quali ben oltre la metà dei soggetti (55,6%) dichiara di effettuare

“spesso” o “qualche volta” pagamenti. Tuttavia, l’utilizzo avanzato di strumenti finan-

ziari non sembra andare molto oltre queste operazioni.

Anche in questo gruppo non si segnalano particolari problemi all’apertura delle po-

sizioni. Per quanto riguarda invece i motivi della scelta, si determina la massima inciden-

za di soggetti che hanno scelto le Poste in ragione degli interessi e delle commissioni

vantaggiose (rispettivamente il 15% ed il 31%), e una elevata presenza di intervistati che

dichiarano di aver scelto la Posta (o in pochi casi un istituto bancario) per la qualità dei

servizi resi (10,2%, contro una media complessiva del 3,2%). Infine, in questo gruppo si

registra la più elevata presenza di coloro che hanno chiesto aiuto finanziario a parenti o

amici: si tratta quasi del 30% degli appartenenti al gruppo, contro una media complessiva

del 13,4 per cento.

Il quarto gruppo - “utilizzo avanzato e critico” - rappresenta quel segmento di mi-

granti che dichiarano un utilizzo piuttosto “avanzato” del sistema creditizio e finanziario,

probabilmente legato anche allo svolgimento di specifiche attività professionali.

Infatti, in questo gruppo si registra la massima presenza di soggetti che dichiarano di

possedere più di un conto bancario (41% del gruppo, ovvero più della metà di tutti gli in-

tervistati che dichiarano in tal senso). La quasi totalità dei soggetti appartenenti al quarto

gruppo possiede un Bancomat, con il quale ben l’85% dichiara di aver pagato le proprie

spese, mentre quasi il 60% possiede una carta di credito, con la quale poco meno del

30% dei soggetti dichiara di aver pagato alcune spese. Oltre la metà dei soggetti ha emes-

so assegni ed il 36% ha effettuato bonifici, contro medie complessive rispettivamente del

11% e dell’8 per cento.

Più del 75% degli appartenenti al quarto gruppo ha dichiarato di utilizzare anche al-

tri strumenti e servizi finanziari. Il 54% paga le bollette ed il 23% paga l’affitto sul pro-

prio conto (la media è rispettivamente dell’11% e del 3%), mentre il 30% vi accredita

direttamente il proprio stipendio.

Anche se la stragrande maggioranza degli appartenenti a questo gruppo dichiara di

non aver avuto difficoltà nell’apertura delle proprie posizioni o di essere stato aiutato a

- 103 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

risolverle, nel quarto gruppo si registra la massima presenza (11,5%) di coloro che di-

chiarano di aver avuto difficoltà di vario tipo. L’impressione è che la percezione delle

difficoltà per certi versi accompagni proprio l’uso più ampio e critico del servizio banca-

rio, piuttosto che caratterizzare i rapporti più superficiali. Tra i motivi della scelta

dell’istituto di credito primeggia la comodità rispetto all’abitazione (54%) o rispetto al

luogo di lavoro (26%). Infine, in questo gruppo si registra la massima presenza di casi di

utilizzo dello scoperto di conto corrente (64%, contro l’11% in media) e si rileva una di-

screta frequenza di soggetti indebitati verso le banche o altri istituti.

Il quinto gruppo - “mutuo” - dal punto di vista del possesso e delle modalità di uti-

lizzo degli strumenti finanziari risulta molto simile al gruppo precedente. Ciò che lo ca-

ratterizza e lo distingue nettamente da quest’ultimo è il fatto di avere a carico un mutuo:

nel gruppo oltre l’80% dichiara un mutuo casa (e questi nuclei rappresentano oltre il 65%

di tutti i detentori di tali mutui).

Le relazioni tra le tre tipologie

Da ultimo, avendo esaminato sin qui separatamente le tipologie familiari e quelle re-

lative ai rapporti degli immigrati con la finanza pubblica e con quella privata, ci appare

interessante proporre un quadro complessivo di sintesi che faccia emergere le relazioni

tra questi diversi aspetti.

Innanzitutto confrontiamo i gruppi di strutture familiari con le tipologie comporta-

mentali verso le Amministrazioni Pubbliche (Tab. 24).

La prima considerazione riguarda lo scarso rapporto tra le coppie (gruppo 3 della ti-

pologia di struttura familiare) e i servizi pubblici (gruppo 5): i nuclei con due componen-

ti nel 52% dei casi hanno rapporti minimi con la PA, e nel 40% sono tra coloro che non

usufruiscono affatto delle strutture scolastiche (gruppo 4).

Stesse caratteristiche manifestano i migranti single (gruppo 7 della tipologia di

struttura familiare), anche se per costoro si verifica molto più frequentemente il caso di

sostanziale assenza di rapporti con la PA (76,2% dei single).

Prevedibile, evidentemente, è l’assenza di rapporto con le strutture scolastiche da

parte delle famiglie anziane (il 62,2% della classe 4 di tipologia familiare si colloca nel

gruppo 4 della tipologia di rapporto con la PA).

Anche la relazione tra le famiglie numerose con molti minori (gruppo 2 delle strut-

ture familiari) ed un rapporto molto stretto con le strutture educative pubbliche di livello

materno, primario e superiore (rispettivamente i gruppi 6, 3 e 2 della tipologia di rapporti

con la PA) sembra corrispondere alle attese. Sia pure con intensità minore, le stesse con-

siderazioni si applicano alle famiglie ad alta scolarizzazione e alle coppie con un figlio

(gruppi 5 e 6). - 104 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Tab. 24 TIPOLOGIA DI STRUTTURA FAMILIARE E TIPOLOGIA DI RAPPORTO CON

LE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

Tipologia rapporto AA.PP.

Tipologia struttura familiare Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% di riga

Gruppo 1 9,5 6,8 6,8 31,1 43,2 2,7 100,0

Gruppo 2 4,5 27,3 31,8 9,1 4,5 22,7 100,0

Gruppo 3 2,4 1,2 3,5 40,0 51,8 1,2 100,0

Gruppo 4 5,4 8,1 2,7 62,2 16,2 5,4 100,0

Gruppo 5 4,8 10,8 27,7 25,3 9,6 21,7 100,0

Gruppo 6 7,3 19,5 30,5 7,3 8,5 26,8 100,0

Gruppo 7 5,9 0,0 0,3 17,6 76,2 0,0 100,0

Totale 5,5 4,9 8,1 24,8 50,7 6,1 100,0

% di colonna

Gruppo 1 15,2 12,2 7,4 11,0 7,5 3,9 8,8

Gruppo 2 2,2 14,6 10,3 1,0 0,2 9,8 2,6

Gruppo 3 8,7 4,9 8,8 32,5 20,6 3,9 20,2

Gruppo 4 4,3 7,3 1,5 11,0 1,4 3,9 4,4

Gruppo 5 8,7 22,0 33,8 10,0 1,9 35,3 9,9

Gruppo 6 13,0 39,0 36,8 2,9 1,6 43,1 9,7

Gruppo 7 47,8 0,0 1,5 31,6 66,7 0,0 44,4

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: ISAE.

Per quanto riguarda, invece, la relazione tra la tipologia di struttura familiare e quel-

la di rapporto con il sistema bancario e finanziario, riportata in tabella 25, la prima evi-

denza che conviene mettere in luce è il fatto che gli immigrati single (gruppo 7) sono

quelli che utilizzano meno il sistema bancario (il 70% non ha rapporti con banche, poste,

eccetera); quei pochi che lo utilizzano, inoltre, sono relativamente più presenti nel grup-

po 2 di rapporto con le banche (pochi problemi) e nel gruppo 3, che rappresenta gli uten-

ti/clienti delle Poste.

Al contrario, le famiglie a più elevata scolarizzazione (gruppo 6 delle strutture fami-

liari) sono quelle che massimamente utilizzano il sistema creditizio del nostro paese (sol-

tanto il 16% di queste famiglie non ha rapporti con le banche). Si noti inoltre la forte

presenza di nuclei del gruppo 6 nei seguenti gruppi di tipologia di rapporto con le ban-

che: nel 5, con il 16% delle famiglie ad alta scolarizzazione che detiene un mutuo, e rap-

presenta ben il 42% di tutti i nuclei intervistati che hanno un mutuo; nel gruppo 4,

relativo all’utilizzo più avanzato del sistema creditizio (15%); nel gruppo 1, ossia quello

di coloro che dichiarano di non aver avuto alcun problema nell’aprire un conto (quasi il

20%). - 105 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 25 TIPOLOGIA DI STRUTTURA FAMILIARE E TIPOLOGIA DI

RAPPORTO CON LE BANCHE

Tipologia rapporto Banche

Tipologia struttura familiare Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

% di riga

Gruppo 1 13,5 21,6 13,5 13,5 1,4 36,5 100,0

Gruppo 2 18,2 22,7 13,6 9,1 0,0 36,4 100,0

Gruppo 3 11,8 22,4 18,2 9,4 2,9 35,3 100,0

Gruppo 4 8,1 13,5 27,0 13,5 5,4 32,4 100,0

Gruppo 5 16,9 21,7 8,4 12,0 7,2 33,7 100,0

Gruppo 6 19,5 22,0 12,2 14,6 15,9 15,9 100,0

Gruppo 7 4,0 13,9 9,9 1,6 1,1 69,5 100,0

Totale 9,7 18,1 12,8 7,2 3,7 48,5 100,0

% di colonna

Gruppo 1 12,2 10,5 9,3 16,4 3,2 6,6 8,8

Gruppo 2 4,9 3,3 2,8 3,3 0,0 2,0 2,6

Gruppo 3 24,4 25,0 28,7 26,2 16,1 14,7 20,2

Gruppo 4 3,7 3,3 9,3 8,2 6,5 2,9 4,4

Gruppo 5 17,1 11,8 6,5 16,4 19,4 6,9 9,9

Gruppo 6 19,5 11,8 9,3 19,7 41,9 3,2 9,7

Gruppo 7 18,3 34,2 34,3 9,8 12,9 63,7 44,4

Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: ISAE.

Ancora un relativamente maggior ricorso ai servizi più avanzati si registra per le

convivenze adulte (gruppo 1 di tipologie familiari), le famiglie di/con anziani (classe 4) e

le coppie con un figlio (classe 5).

Per quanto riguarda ancora gli anziani, queste famiglie mostrano una maggior

propensione alla scelta del servizio postale (il 27% delle famiglie di/con anziani si

colloca nel gruppo 3).

Infine, concludiamo con un breve cenno sull’incrocio delle tipologie di utilizzo dei

due tipi di servizi esaminati (Tab. 26).

Il primo dato da sottolineare è la forte concordanza rilevata nell’assenza di rapporti.

Infatti, ben il 67% di coloro che non hanno rapporti con le banche (gruppo 6) hanno

anche relazioni molto scarse con le Amministrazioni Pubbliche (gruppo 5), e il 64% di

coloro che hanno pochi rapporti con le AA.PP. non ne hanno con le banche. In buona

sostanza, i soggetti che non hanno sostanzialmente alcun rapporto con Stato e banche

rappresentano il 32,5% del totale intervistati.

Si può inoltre osservare che coloro che hanno un mutuo (gruppo 5) mostrano una

netta maggior presenza nell’ambito delle tipologie di rapporti con la A.P. di gruppo 2, 3 e

- 106 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

4 (rispettivamente famiglie con studenti alle superiori e alle primarie, ma anche famiglie

che non hanno rapporti con la scuola).

Tab. 26 TIPOLOGIA DI RAPPORTO CON LE BANCHE E TIPOLOGIA DI

RAPPORTO CON LE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

Tipologia rapporto AA.PP.

Tipologia rapporto Gruppo 1 Gruppo 2 Gruppo 3 Gruppo 4 Gruppo 5 Gruppo 6 Totale

Banche % di riga

Gruppo 1 7,3 6,1 19,5 34,1 28 4,9 100

Gruppo 2 4,6 5,3 9,2 28,9 42,1 9,9 100

Gruppo 3 11,1 1,9 8,3 28,7 46,3 3,7 100

Gruppo 4 9,8 18 9,8 32,8 21,3 8,2 100

Gruppo 5 6,5 19,4 22,6 35,5 9,7 6,5 100

Gruppo 6 3,2 2,2 3,9 18,4 67,2 5,1 100

Totale 5,5 4,9 8,1 24,8 50,7 6,1 100

% di colonna

Gruppo 1 13 12,2 23,5 13,4 5,4 7,8 9,7

Gruppo 2 15,2 19,5 20,6 21,1 15 29,4 18,1

Gruppo 3 26,1 4,9 13,2 14,8 11,7 7,8 12,8

Gruppo 4 13 26,8 8,8 9,6 3 9,8 7,2

Gruppo 5 4,3 14,6 10,3 5,3 0,7 3,9 3,7

Gruppo 6 28,3 22 23,5 35,9 64,2 41,2 48,5

Totale 100 100 100 100 100 100 100

Fonte: ISAE.

CONCLUSIONI

Nel presente capitolo l’analisi sul fenomeno migratorio è stata svolta cercando di

approfondire caratteristiche socio-economiche e rapporto con le Amministrazioni Pub-

bliche sia nel contesto nazionale, utilizzando le fonti amministrative disponibili, sia a li-

vello locale - nel Comune di Roma - ricorrendo alle informazioni raccolte con l’indagine

svolta dall’ISAE nel 2008.

Gli stranieri regolarmente presenti in Italia sono pari a circa il 6% della popolazione

totale e costituiscono una realtà che, sebbene riguardi prevalentemente individui di prima

generazione, appare in via di consolidamento e forte radicamento nel contesto socio-eco-

nomico del nostro Paese. - 107 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Come più volte segnalato nella presente e in precedenti analisi, l’assenza o l’incer-

tezza dei dati non aiutano a cogliere tutti gli aspetti qualitativi e quantitativi del fenome-

no, rendendo, quindi, più difficoltoso il compito di valutazione degli effetti della

popolazione migrante sulle principali variabili socio-economiche del nostro Paese.

Pur con i limiti e le cautele più volte richiamati, l’analisi svolta sembra evidenziare

che, date le sue caratteristiche demografiche, l’impatto della presenza straniera sulla fi-

nanza pubblica - almeno nella fase attuale - possa essere considerato positivo per quanto

concerne sia il lato delle entrate (imposte e contributi), sia quello delle uscite (soprattutto

spese per sanità, previdenza e istruzione).

Tuttavia, non si può non considerare che il fenomeno migratorio è caratterizzato da

estrema dinamicità; in altri termini, segno e significatività dell’impatto della presenza

straniera in Italia potrebbero anche cambiare in modo radicale nei prossimi decenni.

Inoltre tale impatto sarà legato in primo luogo alle scelte di radicamento nel nostro Paese

o di rientro, che sono influenzate anche dagli indirizzi normativi adottati dai policy

makers.

Tralasciando in questa sede le considerazioni relative all’incidenza della presenza

straniera sul sistema produttivo italiano, una riflessione meritevole di approfondimento

in relazione agli effetti sul bilancio pubblico riguarda il lato delle spese. Infatti, per via

delle peculiarità del nostro sistema di welfare (che di fatto tende a delegare alle famiglie

l’oneroso compito di assistenza agli individui non autosufficienti attraverso il ricorso a

figure divenute insostituibili: badanti e baby sitter), un’analisi costi/benefici a carattere

esaustivo non può essere condotta considerando unicamente le voci di entrata e di spesa

direttamente imputabili agli stranieri, ma dovrebbe includere anche le eventuali voci di

risparmio per il bilancio pubblico conseguibili nel settore della cura della persona.

Per quanto riguarda il Comune di Roma, i risultati dell’indagine condotta dall’ISAE

delineano uno scenario locale coerente con quanto evidenziato dalle statistiche. Quella

straniera, infatti, è una popolazione relativamente giovane, assorbita in settori a bassa

qualifica e caratterizzata da basse retribuzioni, il cui accesso alle prestazioni delle Am-

ministrazioni Pubbliche riguarda in modo relativamente più marcato i livelli iniziali dei

cicli scolastici, i servizi sanitari di base o di prima emergenza. In relazione ai rapporti

con la finanza privata, infine, la nostra indagine rivela che la popolazione immigrata è

caratterizzata da un grado di bancarizzazione non ancora avanzato, evidenziandosi, infat-

ti, una fruizione limitata essenzialmente ai servizi finanziari di base.

L’analisi dei dati socio-economici (sia quelli amministrativi nazionali che quelli sca-

turiti dall’indagine sul Comune di Roma) rappresenta in sostanza una realtà in cui, alme-

no fino ad oggi, gli stranieri svolgono un ruolo marginale - sia in termini di mansioni che

di salario percepito - all’interno del contesto italiano. Per modificare tale situazione an-

drebbero prioritariamente rafforzate quelle pratiche che consentono di far emergere le

- 108 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

potenzialità economiche della presenza. Appare dunque urgente l’adozione di provvedi-

menti che favoriscano e accelerino i processi di inserimento nel contesto sociale e lavo-

rativo, per limitare i rischi di tensioni sociale e per assicurare l’emersione di risorse

indispensabili per il nostro sistema economico.

APPENDICE:

NOTA METODOLOGICA PER L’INDIVIDUAZIONE DI UN CAMPIONE DI

IMMIGRATI NEL COMUNE DI ROMA

La popolazione di riferimento

Nell'ottica di individuare un campione della popolazione immigrata che gravita sul-

la città di Roma il primo passo da effettuare è la definizione della popolazione di riferi-

mento.

A prima vista questa dovrebbe consistere nell’universo degli oltre 250.000 cittadini

di nazionalità straniera residenti nel Comune di Roma, così come registrati dall’anagrafe

comunale (al 31/12/2006).

Tuttavia, il campo di indagine della nostra ricerca è limitato alla platea dei soggetti

originari da paesi a forte pressione migratoria, perché obiettivo del lavoro è proprio ana-

lizzare il fenomeno sociale che discende dallo spostamento di persone da un paese all’al-

tro a causa dei dislivelli di sviluppo tra nazioni.

Sono state dunque eliminate, oltre a quelle unità di cui non si conosce con certezza

la cittadinanza e/o il domicilio (circa 12.000 unità al 31 dicembre 2006), anche tutte le

osservazioni relative ai cittadini di quei paesi che, a prescindere dall’appartenenza o

meno alla UE, non possono essere considerati a forte pressione migratoria - quali le na-

zioni dell’Europa Occidentale, gli Stati Uniti, il Giappone, eccetera Si giunge così ad

una popolazione di riferimento per la nostra indagine campionaria di 202.646 individui,

circa il 7,5% dei residenti a Roma, le cui nazionalità, per massimizzare l’efficacia della

successiva operazione di stratificazione, sono state accorpate in “gruppi”, così come ri-

portato nella seguente tabella A1. - 109 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. A1 SCHEMA DI AGGREGAZIONE DELLE NAZIONALITÀ

Nazionalità Gruppo Nazionalità Gruppo Nazionalità Gruppo

Romania A1 Argentina C1 Iran C3

Messico C1 Rep. Corea C3

Filippine A2 Cuba C1 Pakistan C3

Rep. Dominicana C1 Libano C3

Polonia A3 Venezuela C1 Iraq C3

Cile C1 Siria C3

Cina A4 Bolivia C1 Giordania C3

El Salvador C1 Indonesia C3

Bangladesh B1 Honduras C1 Thailandia C3

Sri Lanka (Ceylon) B1 Paraguay C1 Isola Mauritius C3

India B1 Uruguay C1 Vietnam C3

Nicaragua C1 Afghanistan C3

Perù B2 Guatemala C1 Isole Seychelles C3

Ecuador B2 Costarica C1 Yemen C3

Brasile B2 Haiti C1 Malaysia C3

Colombia B2 Panama C1 Taiwan (Formosa) C3

Trinidad e Tobago C1 Arabia Saudita C3

Egitto B3 Giamaica C1 Singapore C3

Marocco B3 Isole Cilene C1 Myanmar (Birmania) C3

Tunisia B3 Antille Olandesi Sud C1 Kuwait C3

Algeria B3 Bahamas C1 Nepal C3

Libia B3 Guyana C1 Kazakistan C3

Isola di Dominica C1 Terr. Autonomia Palestinese C3

Albania B4 Cambogia C3

Jugoslavia (Serbia-Montenegro) B4 Rep.Dem. Congo (Zaire) C2 Isole Samoa C3

Macedonia B4 Senegal C2 Sao Tomè e Principe C3

Bosnia-Erzegovina B4 Camerun C2 Rep. Pop. Dem. Corea C3

Croazia B4 Congo C2 Mongolia C3

Slovenia B4 Sudan C2 Oman C3

Serbia e Montenegro B4 Ghana C2 Djibouti C3

Bosnia-Erzegovina B4 Madagascar C2 Isole Marshall C3

Costa d'Avorio C2 Isole Figi C3

Ucraina B5 Sierra Leone C2 Timor Orientale C3

Moldova B5 Kenya C2

Bulgaria B5 Guinea C2 Francia NO

Federazione Russa B5 Togo C2 Spagna NO

Turchia B5 Burkina Faso (Alto Volta) C2 Stati Uniti d'America NO

U.R.S.S. B5 Tanzania C2 Regno Unito NO

Ungheria B5 Angola C2 Germania NO

Cecoslovacchia B5 Uganda C2 Grecia NO

Bielorussia B5 Benin (Dahomey) C2 Giappone NO

Slovacchia B5 Burundi C2 Portogallo NO

Repubblica Ceca B5 Ruanda C2 Paesi Bassi NO

Georgia B5 Rep. Sudafricana C2 Svizzera NO

Lituania B5 Liberia C2 Belgio NO

Armenia B5 Mozambico C2 Austria NO

Lettonia B5 Gabon C2 Israele NO

Uzbekistan B5 Rep. Centrafricana C2 Irlanda NO

Azerbaigian B5 Mali C2 Canada NO

Estonia B5 Zambia C2 Svezia NO

Kirghizistan B5 Zimbabwe (Rhodesia) C2 Australia NO

Turkmenistan B5 Niger C2 Danimarca NO

Unione Sovietica Asiatica B5 Mauritania C2 Malta NO

Malawi C2 Finlandia NO

Etiopia B6 Guinea Equatoriale C2 Norvegia NO

Nigeria B6 Gambia C2 San Marino NO

Eritrea B6 Guinea Bissau C2 Nuova Zelanda NO

Somalia B6 Ciad C2 Apolide NO

Capo Verde B6 Lesotho C2 Cipro NO

Botswana C2 Lussemburgo NO

Islanda NO

Città del Vaticano NO

Liechtenstein NO

- 110 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

Individuata la popolazione di riferi- Tab. A2 POPOLAZIONE IMMIGRATA RESIDENTE NEL COMUNE

DI ROMA PER GRUPPI DI CITTADINANZA

mento più consona agli obiettivi della ri- Gruppi di cittadinanza Valore assoluto %

cerca e la sua distribuzione (Tab. A2), si A1 30.355 15,0

può procedere alla determinazione della A2 28.909 14,3

numerosità campionaria ed all’allocazione A3 12.216 6,0

delle unità all’interno della griglia di stra- A4 8.805 4,3

tificazione predisposta. B1 22.266 11,0

B2 22.512 11,1

Il campione di immigrati residenti nel B3 16.685 8,2

Comune di Roma B4 11.689 5,8

La numerosità campionaria scelta per B5 13.602 6,7

questa indagine è di 500 individui, e B6 12.214 6,0

consente stime semplici con una C1 7.425 3,7

probabilità del 95% di ottenere un errore C2 7.023 3,5

che può arrivare al massimo al 4,4%. C3 8.945 4,4

Al fine di migliorare l’efficienza di Totale 202.646 100,0

questo campionamento semplice, si è Fonte: Ufficio statistica e censimento del Comune di Roma.

deciso di costruire il disegno campionario

sulla base di una doppia stratificazione, per nazionalità (o, meglio, per gruppi di

nazionalità) e per municipio di residenza.

Inoltre, va ricordato che si è determinato un campione iniziale molto più ampio di

quello effettivamente necessario per la ricerca (vedi Tab. A3), in rapporto 1 a 5, in modo

da poter supplire immediatamente con unità omogenee all’eventuale non adesione

all’intervista dei soggetti interpellati, fermo restando comunque il vincolo di “non

convivenza” per le unità da sostituire, vincolo assolutamente necessario ai fini della

ricerca (il campione finale ex-ante è dato dunque dai numeri di tabella A3 divisi per 5).

Per ottenere una stratificazione massimamente efficiente, è stato necessario

stratificare in maniera implicita per cittadinanza all’interno dei raggruppamenti ottenuti.

In pratica, prima di procedere all’estrazione casuale da ciascuna cella, è stato necessario

ordinare le unità per cittadinanza, garantendo così che non fossero selezionate per

ciascun gruppo soltanto alcune cittadinanze a scapito delle altre componenti.

Infine, può risultare utile qualche breve informazione sulla distribuzione territoriale

della popolazione immigrata, così come risulta dall’anagrafe comunale: come già visto

nella precedente tabella A2, il 15% di tutti gli immigrati residenti nel Comune di Roma è

di nazionalità rumena, mentre il 14,3% è di nazionalità filippina. Per quanto riguarda i

primi, ben il 20% risiede nell’VIII Municipio, dove rappresenta più del 35% degli immi-

grati presenti, il 9% nel XIII e una percentuale identica nel XX. Per quanto riguarda in-

vece i residenti di nazionalità filippina, essi risultano maggiormente distribuiti dei

- 111 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

precedenti, anche se nel II Municipio costituiscono quasi il 30% della popolazione immi-

grata residente. Grande concentrazione, infine, mostrano i residenti originari di paesi

dell’Africa Sub-Sahariana, con quasi un quarto degli appartenenti al gruppo C2 ed al

gruppo B6 collocato nel I Municipio.

Tab. A3 DISTRIBUZIONE DEL CAMPIONE ESTESO PER GRUPPO DI

CITTADINANZA E MUNICIPIO DI RESIDENZA

Municipio di residenza

Gruppi Totale

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 15 16 17 18 19 20

A1 10 10 5 15 15 15 20 75 10 20 10 15 35 25 15 5 20 20 35 375

A2 25 40 10 20 10 15 10 5 15 5 15 15 10 25 20 15 25 30 45 355

A3 10 5 5 10 5 5 5 5 5 5 5 5 20 10 10 5 10 15 10 150

A4 15 5 0 5 5 20 5 15 10 5 5 0 5 5 0 0 5 5 0 110

B1 45 15 5 5 10 30 15 15 10 10 15 10 15 10 10 5 10 15 25 275

B2 25 20 5 15 10 10 10 15 15 10 15 10 10 10 15 10 20 25 30 280

B3 10 10 5 10 10 15 15 20 5 5 10 5 20 20 10 5 10 10 10 205

B4 10 5 0 5 10 5 15 20 5 5 10 10 10 5 5 0 10 10 5 145

B5 20 10 5 10 10 5 5 10 10 5 10 10 15 5 5 5 10 10 10 170

B6 35 10 5 5 5 5 5 15 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 15 150

C1 10 5 0 5 5 0 0 5 5 5 5 5 5 5 5 5 10 5 5 90

C2 20 0 0 5 5 5 5 5 0 0 5 5 5 0 5 0 10 5 5 85

C3 20 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 5 0 5 5 10 110

Totale 255 140 50 115 105 135 115 210 100 85 115 100 160 130 110 60 150 160 205 2500

Fonte: Ufficio statistica e censimento del Comune di Roma.

Lo pseudo-campione di immigrati non residenti nel Comune di Roma

Terminata la fase del disegno campionario per i soggetti residenti, si è voluto inter-

vistare anche un gruppo di soggetti non residenti, al fine di raccogliere qualche informa-

zione su quella parte del fenomeno immigrazione meno stabile e meno conosciuta, e

dunque non rappresentabile attraverso le indicazioni disponibili.

Le informazioni raccolte in questo modo, pur non avendo la stessa valenza statisti-

co-scientifica di quelle relative ai residenti - non è possibile, infatti, costruire un vero

campione statistico, in quanto non si conosce né l’universo, né la distribuzione della po-

polazione oggetto di studio - ci sono sembrate comunque utili, avendo però un punto fer-

mo nel precedente campione di iscritti all’anagrafe.

Questa parte dell’indagine è stata affidata alla cooperativa CODRES, che ha raccol-

to altre 402 interviste. Anche in questo caso il piano delle interviste ha tenuto conto delle

diverse nazionalità presenti nel territorio romano, prendendo come riferimento di massi-

- 112 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

ma i dati relativi alla distribuzione della popolazione immigrata residente nel Comune di

Roma.

Come mostrato nella tabella A4, Tab. A4 DISTRIBUZIONE DEL CAMPIONE PER GRUPPO DI

CITTADINANZA DELLA POPOLAZIONE

la distribuzione degli intervistati non IMMIGRATA NON RESIDENTE(*)

residenti risulta abbastanza omogenea Gruppo Valore assoluto % Diff. distrib.

con quella dei residenti, eccettuati es- A1 63 15,7 0,7

A2 29 7,2 -7,1

senzialmente tre gruppi: è da segnalare A3 16 4,0 -2,0

infatti una maggiore presenza di sog- A4 13 3,2 -1,1

getti di nazionalità del gruppo B5 (so- B1 46 11,4 0,5

stanzialmente tutta l’Europa dell’Est, B2 43 10,7 -0,4

tranne Romania, Polonia, ex-Jugosla- B3 28 7,0 -1,3

via, Turchia ed ex Unione Sovietica) e B4 27 6,7 0,9

del gruppo C2 (gran parte dei paesi B5 52 12,9 6,2

B6 23 5,7 -0,3

dell’Africa Sub-Sahariana), mentre ri- C1 8 2,0 -1,7

sultano fortemente sottorappresentati C2 32 8,0 4,5

rispetto alla distribuzione anagrafica i C3 22 5,5 1,1

soggetti di nazionalità filippina (A2). Totale 402 100,0 100,0

A proposito di quest’ultimo dato, Fonte: ISAE.

(*) In questo caso il campione è riferito alla popolazione immigrata

è da sottolineare che la comunità filip- non residente nel Comune di Roma.

pina è molto radicata nella città di

Roma - i primi flussi si sono verificati fin dagli anni ’80 - ed è composta in grande mag-

gioranza da immigrati regolari residenti.

I soggetti da intervistare sono stati reperiti attraverso le associazioni e i centri

d’accoglienza e di aggregazione che operano nel territorio cittadino.

L’attività di rilevazione è stata svolta da un gruppo di 10 operatori, di cui 7 stranieri.

Anche questo elemento ha reso l’approccio con le persone da intervistare meno

problematico.

Il questionario dell’indagine

Il questionario proposto agli intervistati è mirato evidentemente sui due fenomeni

oggetto di indagine, i rapporti con la pubblica amministrazione e quelli con gli istituti

finanziari. Obiettivo dell’inchiesta era non solo l’osservazione del dispiegarsi di questi

rapporti, ma anche l’individuazione di modelli comportamentali. A tal fine, si sono

domandate innanzitutto una serie di informazioni di base relative all’intervistato e alla

29

struttura del nucleo familiare e/o di convivenza in Italia (paese di provenienza,

composizione e caratteristiche della famiglia, anno di arrivo, presenza di figli nel paese

- 113 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

di origine, reddito complessivo netto familiare, titolo di possesso dell’abitazione, mutuo

per l’abitazione).

La seconda sezione del questionario è rivolta ad approfondire in particolare gli

aspetti relativi all’uso di servizi pubblici da parte degli immigrati e della loro famiglia

(istruzione dall’asilo nido all’università, trasferimenti monetari, altri servizi forniti dagli

Enti Locali, trasporti, sanità).

La terza sezione è diretta ad esplorare i rapporti tra gli immigrati e gli istituti

finanziari (presenza di conti correnti/libretti di risparmio, banca prescelta o Poste

Italiane, difficoltà incontrate e documenti richiesti, motivi della scelta della banca, altri

prodotti/servizi utilizzati, richiesta di prestiti, indebitamento e risparmio, invio di rimesse

nel paese d’origine).

Una domanda finale, inserita per comodità nella terza sezione, riguarda l’eventuale

intenzione di tornare nel paese d’origine. Questa domanda, insieme a quelle sull’anno di

arrivo e sulla presenza di figli nel paese di origine, è stata posta per verificare se

emergano dei “progetti di emigrazione” coerenti, e come tali progetti si combinino con

le diverse strutture familiari e di utilizzo dei servizi pubblici e finanziari.

Il questionario nella sua interezza è a disposizione presso l'ISAE e sarà fornito su

richiesta, così come una più ampia nota metodologica.

Il risultato dell'operazione campionaria sui residenti

La fase operativa dell'indagine sui residenti nel Comune di Roma è stata gestita

dall'ISAE con la collaborazione di un gruppo di tirocinanti nell’ambito del progetto FIxO

- Formazione e Innovazione per l'Occupazione, promosso dall'Università La Sapienza di

Roma e dal Ministero del Lavoro - che ha portato alla rilevazione di 440 interviste ad

immigrati residenti nel Comune di Roma.

La rappresentatività del campione ex-post è da considerare a livello di intero

Comune - la stratificazione per Municipio aveva il mero intento di garantire un’equa

distribuzione territoriale delle interviste e non quello di fornire stime rappresentative per

municipio - ed appare sostanzialmente in linea con quanto stabilito a priori nel disegno

campionario.

Se si confrontano, infatti, le distribuzioni ex-ante ed ex-post del campione di

immigrati residenti nel Comune di Roma si può facilmente verificare come le differenze

risultino sempre molto contenute: la discrepanza più elevata per eccesso, pari a oltre 2

29 Le prime due domande del questionario, rivolte solamente al gruppo degli intervistati non appartenenti al campione dei

residenti nel Comune di Roma, sono servite esclusivamente a verificare che la persona cui ci si rivolgeva abitasse nella

capitale e non fosse ivi residente: si è cercato così di escludere qualsiasi sovrapposizione con il campione dei residenti e

di evitare anche di intervistare soggetti residenti in altri comuni.

- 114 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

punti percentuali, riguarda i rumeni (A1) e i soggetti provenienti dal subcontinente

indiano (B1), mentre differenze molto basse si registrano per il gruppo B2 (peruviani,

equadoregni, brasiliani e colombiani) e per il gruppo B3 (Africa mediterranea).

Tab. A5 DISTRIBUZIONE DEI GRUPPI DI NAZIONALITÀ NEL CAMPIONE DI POPOLAZIONE

IMMIGRATA RESIDENTE NEL COMUNE DI ROMA

Gruppo Campione ex-ante Campione ex-post Differenza

A1 15,0 17,3 2,3

A2 14,3 16,1 1,9

A3 6,0 4,8 -1,3

A4 4,3 5,5 1,1

B1 11,0 13,6 2,6

B2 11,1 11,4 0,3

B3 8,2 8,2 -0,1

B4 5,8 4,3 -1,5

B5 6,7 5,5 -1,3

B6 6,0 4,5 -1,5

C1 3,7 3,2 -0,5

C2 3,5 3,0 -0,5

C3 4,4 2,7 -1,7

Totale 100,0 100,0 0,0

Fonte: ISAE.

Dall’analisi dell’esito di tutti i tentativi di intervista al campione allargato volti a

giungere al campione effettivo, emerge un problema che limita la rappresentatività finale

del nostro campione, a causa della modifica, rispetto ai dati anagrafici, dell’universo di

riferimento.

Come può ben vedersi dalla Tab. A6 ESITO DELLE INTERVISTE

seguente tabella A6, dei circa 1.400

tentativi di intervista effettuati, i 440 Esito valore %

che sono stati portati a termine Portate a termine 31,7

rappresentano il 31,7%. Del restante Rifiuti 15,6

68,3%, che invece non ha risposto,

soltanto il 15,6% ha rifiutato Indirizzo errato 22,5

l’intervista, e questo è un fenomeno da Altro motivo di non intervista 30,2

sottolineare molto positivamente, data

la delicata natura dell’indagine e i Totale 100,0

motivi di inquietudine che toccavano Fonte: ISAE.

gli immigrati nel nostro Paese proprio - 115 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

nella fase in cui si è svolta l’intervista, per l’inasprimento del dibattito sui temi della

sicurezza e dell’impatto dell’immigrazione in Italia.

Pertanto, se oltre la metà dei tentativi di intervista non sono andati a buon fine, è

perché non si è riusciti a contattare i nominativi estratti, e questo a causa, nel 30,2% dei

casi, di un’assenza temporanea dalla propria abitazione (particolari turni di lavoro, va-

canze, eccetera), e nel 22,5% dei casi di un indirizzo errato del soggetto, il quale potreb-

be semplicemente aver cambiato indirizzo, o aver cambiato città, o aver dichiarato un

indirizzo presso il quale non ha il reale domicilio, oppure addirittura essere rientrato in

patria, come alcune volte dichiarato dai vicini ai nostri intervistatori.

Questo problema degli indirizzi errati, riscontrato nel corso della realizzazione

dell’indagine di campo, provoca almeno due importanti conseguenze.

La prima conseguenza di natura tecnica è che, data la non equidistribuzione degli

indirizzi errati rispetto alla nazionalità ed al municipio di residenza, una presenza così

massiccia di questo fenomeno altera in maniera troppo significativa la distribuzione della

popolazione di riferimento, ed il campione ex-ante che è stato realizzato risulta pertanto

sistematicamente distorto.

In altre parole, la distribuzione di tabella A2, che sta alla base del nostro disegno

campionario, risulta a posteriori viziata da un gran numero di dati errati, che alterano

significativamente le percentuali riportate nella tabella stessa; pertanto il campione,

costruito rispettando le percentuali di tabella A2, risulta distorto rispetto alla vera

distribuzione della popolazione già al momento della sua realizzazione.

Infatti, distinguendo per nazionalità, si nota come per quelle del gruppo B1

(subcontinente indiano) e C3 (tra cui spiccano tutti i paesi arabi dell’infuocato

Medioriente) l’indirizzo errato sia stato riscontrato in oltre il 30% dei casi;

approssimativamente simile è la situazione dei cinesi del gruppo A4 (che hanno per di

più fatto registrare la massima incidenza di rifiuti) e delle nazionalità del gruppo C2

(parte dell’Africa), con un indirizzo errato su quattro, mentre per rumeni e polacchi (A1

e A3) gli indirizzi errati sono risultati pari soltanto al 15% circa dei casi.

La seconda conseguenza, invece, è quella di aver evidenziato un numero stimabile

tra 38.000 e 52.000 circa da soggetti immigrati che risultano presenti nell’Anagrafe del

Comune di Roma, ma di cui l’Anagrafe stessa dispone di un indirizzo sbagliato, dove tali

soggetti non sono reperibili. Tale stima rappresenta un intervallo di confidenza

significativo al 99% con un margine di errore del 3,42%.

In definitiva, l’indubbio interesse che suscita comunque il fatto di mescolare dati di

fonti così diverse, malgrado i limiti poc’anzi evidenziati, ha suggerito di ricorrere

nell’ambito dei dati ad un approccio totalmente descrittivo, puntando su analisi

multidimensionali volte a individuare le principali interconnessioni tra le variabili

rilevate all’interno dei differenti gruppi di immigrati. Si è concentrata l’attenzione

- 116 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

proprio sull’individuazione di “gruppi strutturali” rispetto ai differenti aspetti toccati

dall’indagine (gruppi di strutture familiari, gruppi di tipologia di rapporto con le

Amministrazioni Pubbliche e gruppi di tipologia di rapporto con gli Istituti Finanziari).

Le strutture tipologiche

Ai fini della costruzione dei gruppi strutturali sono state prese in considerazione le

variabili che indichiamo di seguito.

Per le strutture familiari, sono state utilizzate 15 variabili: luogo di residenza;

numero di componenti del nucleo familiare; tipologia familiare; numero di minori

presenti; numero di anziani presenti; numero di diplomati presenti; numero di laureati

presenti; numero di operai presenti; numero di impiegati presenti; numero di lavoratori

autonomi presenti; numero di venditori di strada presenti; numero di soggetti in

condizione non professionale presenti (studenti, casalinghe, disoccupati); numero di

pensionati presenti; anno di arrivo in Italia; titolo di utilizzo dell’abitazione.

Per le tipologie di utilizzo dei servizi pubblici, si è fatto riferimento alle seguenti 34

variabili: numero di iscritti alla scuola materna; utilizzo della mensa presso la scuola

materna; utilizzo del trasporto scolastico nella scuola materna; pagamento della scuola

materna; numero di iscritti alla scuola primaria; numero di iscritti alla scuola secondaria

inferiore; utilizzo della mensa nella scuola primaria; utilizzo del trasporto scolastico

nella scuola primaria; presenza di insegnante di sostegno nella scuola primaria;

pagamento della scuola primaria; numero di iscritti alla scuola secondaria superiore;

pagamento delle tasse scolastiche nella scuola secondaria superiore; altri versamenti

nella scuola secondaria superiore; numero di iscritti all’università; pagamento

dell’iscrizione all’università; servizi AA.PP. ricevuti: pensione; servizi AA.PP. ricevuti:

indennità di malattia/maternità; servizi AA.PP. ricevuti: assegni al nucleo familiare;

servizi del Comune ricevuti: sportello informativo; servizi del Comune ricevuti: corsi di

lingua; servizi del Comune ricevuti: corsi di formazione; servizi AA.PP. ricevuti: altro;

servizi del Comune ricevuti: altro; servizi sanitari ricevuti: medico generico; servizi

sanitari ricevuti: esami diagnostici; servizi sanitari ricevuti: visite specialistiche/

diagnostiche; servizi sanitari ricevuti: farmaci gratuiti; servizi sanitari ricevuti: ricoveri

pronto soccorso; servizi sanitari ricevuti: ricoveri pronto soccorso pagando ticket; servizi

sanitari ricevuti: ricoveri struttura pubblica per parto; servizi sanitari ricevuti: ricoveri

struttura pubblica per intervento chirurgico; servizi sanitari ricevuti: ricoveri struttura

pubblica per altri problemi; servizi sanitari ricevuti: ricoveri in day-hospital; servizi

sanitari ricevuti: utilizzo consultorio pubblico.

Per quanto riguarda le tipologie di rapporti con il sistema bancario, infine, sono

state sintetizzate le relazioni descritte singolarmente dalle seguenti 38 variabili: numero

di c/c bancari; numero di libretti di risparmio bancari; numero di c/c postali; numero di

- 117 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

libretti di deposito postali; difficoltà incontrate in banca/posta; documenti richiesti in

banca/posta: documento di identità; documenti richiesti in banca/posta: permesso di

soggiorno; documenti richiesti in banca/posta: busta paga; documenti richiesti in banca/

posta: codice fiscale; documenti richiesti in banca/posta: altro; utilizzo scoperto; motivo

della scelta della scelta banca/posta: comodità rispetto all’abitazione; motivo della scelta

banca/posta: comodità rispetto al luogo di lavoro; motivo della scelta banca/posta:

interesse vantaggioso; motivo della scelta banca/posta: commissioni vantaggiose;

motivo della scelta banca/posta: qualità dei servizi; motivo della scelta banca/posta:

conoscenze personali; motivo della scelta banca/posta: banca del datore di lavoro;

motivo della scelta banca/posta: banca famosa; motivo della scelta banca/posta: altro;

motivo della scelta banca/posta: nessun motivo in particolare; possiede Bancomat;

possiede Postamat; possiede carta di credito; possiede carta prepagata; effettuazione di

spese con Bancomat/Postamat; prodotti e servizi finanziari oltre il conto: nessuno;

prodotti e servizi finanziari oltre il conto: pagamento delle bollette; prodotti e servizi

finanziari oltre il conto: pagamento dell’affitto; prodotti e servizi finanziari oltre il conto:

spese con carta di credito; prodotti e servizi finanziari oltre il conto: mutui e altri

pagamenti periodici; prodotti e servizi finanziari oltre il conto: accredito dello stipendio;

prodotti e servizi finanziari oltre il conto: altro; emissione assegni; effettuazione bonifici;

mutuo casa; prestiti da parenti/amici; debiti verso banche o altri istituti.

- 118 -

Effetti dell'immigrazione sulla finanza pubblica e privata in Italia

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- 121 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti

nelle aree sottoutilizzate

PREMESSA

Meccanismi di incentivazione all'investimento sono stati introdotti in Italia

1

prevalentemente per finalità di sviluppo economico regionale . Dopo l'esaurimento negli

anni settanta dell'intervento straordinario, con cui si era proceduto a massicci

trasferimenti di capitali dal Centro-Nord al Sud del Paese sotto forma di investimenti

diretti in attività produttive e opere infrastrutturali, a partire dalla seconda metà degli

anni novanta la politica di sviluppo regionale è stata imperniata su contribuzioni dirette

in conto capitale (legge 488/1992) e sui contratti di programma. L’esperienza acquisita in

quel periodo aveva fatto emergere l'esigenza di spostare l'accento dai meccanismi

discrezionali, che richiedono l'espletamento di lunghe procedure amministrative di

assegnazione delle risorse, agli incentivi fiscali, che riducono sensibilmente i tempi e i

costi amministrativi, e limitano le interferenze con i meccanismi di mercato ed il ricorso

all'intermediazione politica. Superati i vincoli posti dalla Commissione Europea all'uso

delle agevolazioni fiscali a favore delle regioni arretrate sul finire del 2000, con la

Finanziaria per il 2001 fu subito introdotto un ulteriore strumento per stimolare l'attività

d'investimento delle imprese nelle aree sottoutilizzate, un credito d'imposta differenziato

territorialmente e per dimensione dell'impresa. Le iniziative sono agevolate in ordine

cronologico di presentazione delle domande e fino ad esaurimento delle risorse

disponibili. Al fine di evitare di restringere la cerchia dei beneficiari alle imprese

profittevoli, la norma consente di utilizzare il credito d'imposta in compensazione verso

qualsiasi versamento per imposte o per contributi previdenziali.

Già a partire dal secondo periodo d'imposta dalla sua introduzione, l'intervento si è

rivelato finanziariamente non sostenibile. Ne è seguita una drastica riduzione dei massi-

mali di intervento e una rigida rimodulazione dell'utilizzo del credito in avanti nel tempo

per le imprese beneficiarie. Arrivato a scadenza nel 2006, l'intervento viene riproposto

1 Si veda la Relazione sugli interventi di sostegno alle attività economiche e produttive, Ministero dello Sviluppo

Economico, vari anni. - 123 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

per il periodo 2007-2013 dalla Finanziaria 2007. I nuovi crediti d'imposta diventano ope-

2

rativi solo con il periodo d'imposta 2008 , con uno stanziamento previsto per il periodo

2008-2015 che in media annua risulta dimezzato rispetto al precedente periodo di appli-

cazione (corrispondente a circa 1,2 miliardi di euro contro circa 560 milioni attuali). Le

domande presentate in soli pochi mesi (dal giugno all'agosto 2008) hanno esaurito le

risorse disponibili fino al 2015. Ciò anche per effetto della contestuale archiviazione del-

la legge 488/1992, che ha rappresentato un importante strumento per la promozione della

ricerca e dell'innovazione, oltre che degli investimenti e dell'occupazione, nel Mezzo-

giorno. I vincoli finanziari sono divenuti poi ancora più stringenti con l'acuirsi della crisi

economica originata dal collasso del mercato del credito a livello internazionale, cui han-

no fatto seguito consistenti tagli alle risorse del Fondo per le Aree Sottoutilizzate, impie-

gate per finanziare necessità di rilievo nazionale, tra cui come noto gli ammortizzatori

sociali (si veda il capitolo “Gli ammortizzatori sociali” di questo rapporto).

Il taglio degli incentivi diretti all'attrazione degli investimenti nelle aree arretrate,

che ha avuto inizio con il ridimensionamento del finanziamento alla legge n. 388/2000

nel 2002, potrebbe essere visto positivamente se fosse accompagnato da un altrettanto si-

gnificativo incremento nelle risorse finalizzate agli incentivi indiretti (investimenti pub-

blici, servizi di pubblica utilità, eccetera). Secondo la maggior parte degli osservatori le

diverse forme di incentivazione non hanno, infatti, prodotto nel loro insieme risultati si-

gnificativi in termini di riduzione degli squilibri territoriali, vista la persistenza del diva-

3

rio di crescita tra le regioni del Sud e il resto del paese da diversi decenni . Il mancato

raggiungimento degli obiettivi della politica regionale può solo in parte essere addebitato

all'ammontare delle risorse destinate. Nel periodo 2000-2006 gli strumenti riconducibili

a questa finalità hanno rappresentato in Italia oltre la metà (il 56%) del totale delle age-

volazioni per le imprese (pari a circa 65 miliardi di euro), di cui circa il 90% fruite da

quelle meridionali. Numerose sono le criticità del sistema riconosciute dagli addetti ai la-

vori, in particolare l’eccessiva proliferazione degli strumenti agevolativi, che ha conse-

guenze rilevanti in termini di diseconomie nella destinazione e utilizzo delle risorse per

4

. Inoltre, il sistema è ancora

effetto della sovrapposizione e duplicazione degli interventi

troppo sbilanciato sugli strumenti di tipo valutativo (o negoziale, circa l’86%) anche in-

dipendentemente dal rilievo finanziario dell’intervento, mentre solo la quota residuale

(circa il 14%) è somministrata attraverso strumenti di tipo automatico.

2 Per il ritardo, da parte della Commissione Europea nell'autorizzazione della carta degli aiuti a finalità regionale del

2007-2013.

3 Cfr. SVIMEZ (2009).

4 Nel periodo 2000-2007 sono stati censiti complessivamente 849 interventi, di cui 96 a livello nazionale, senza contare

la miriade di micro interventi gestiti a livello locale da organismi come le Camere di Commercio (cfr. Relazione del

Ministero dello Sviluppo Economico). - 124 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

Se, da un lato, va sollecitata una nuova riforma del sistema agevolativo, è altresì im-

5

portante ribadire la necessità di una politica industriale per le aree arretrate del paese . A

questo proposito, è necessario analizzare accuratamente i meccanismi di funzionamento

dei principali strumenti di agevolazione, verificando la coerenza tra obiettivi e risultati

conseguiti, al fine di individuare i possibili correttivi.

L'analisi di valutazione

In questo capitolo si propone una valutazione del credito d’imposta alle aree sottou-

tilizzate attuato negli anni 2001-2006, descritto in dettaglio nel primo paragrafo, cercan-

do di dare una risposta a una pluralità di quesiti. Un primo quesito riguarda l’allocazione

delle risorse: in particolare, ci chiediamo quali sono le determinanti della domanda di so-

stegno pubblico (secondo paragrafo). Trattandosi di una agevolazione soggetta a massi-

mali di intervento non tutte le imprese eligibili sono imprese agevolate. Nello specifico,

interessa qui verificare se le imprese piccole e piccolissime, che generalmente incontrano

notevoli difficoltà nell'accesso a fonti esterne di finanziamento, hanno fatto ricorso al

credito e se il ridimensionamento del programma di intervento ha avuto qualche implica-

zione sotto questo profilo.

Il secondo quesito concerne l'effetto incentivante dell'agevolazione sulle attività di

investimento delle imprese beneficiarie (terzo paragrafo). La metodologia utilizzata, in

accordo con i più recenti sviluppi nel campo degli studi di valutazione, si basa sull'idea

che è possibile confrontare il comportamento di imprese agevolate con quello di un grup-

po di imprese non agevolate selezionato mediante individuazione di coppie di imprese il

più possibile simili in termini delle caratteristiche osservabili ad esclusione dell'accesso

al beneficio (trattamento). Per valutare se lo strumento è efficace nello stimolare investi-

menti aggiuntivi rispetto a quelli che si sarebbero realizzati in assenza dell'intervento, si

stima un modello di domanda di beni d'investimento, che consente di calcolare l'elastici-

tà rispetto al prezzo come misura della risposta al provvedimento, tenendo conto della

struttura dinamica del processo di accumulazione del capitale. Dal momento che l'agevo-

lazione è di natura temporanea, si intende inoltre verificare se parte della reazione alla

policy è dovuta ad effetti di anticipazione, distinguendo tra la variazione del costo d'uso

del capitale derivante dal bonus fiscale e quella delle altre componenti non soggette a

scadenza temporale.

5 Una misura implicita dell’ampiezza degli squilibri territoriali esistenti può essere rintracciata nei differenziali nelle

condizioni di credito tra le regioni del Sud rispetto al resto del Paese, con riferimento sia al costo del finanziamento sia

delle garanzie richieste, che derivano dalla più elevata rischiosità delle imprese meridionali (fonte: Bollettino Economico

della Banca d'Italia). - 125 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Infine, si verificano gli effetti dell'agevolazione sui livelli della produzione nelle

imprese agevolate secondo uno schema di analisi costi-benefici (quarto paragrafo). Dopo

aver calcolato diverse misure di produttività totale dei fattori, si analizzano le

determinanti della dinamica di tali indicatori a livello d'impresa al fine di misurare

l'impatto del sostegno pubblico sulla performance delle imprese agevolate.

Un'altra caratteristica distintiva del presente lavoro rispetto ad altri sullo stesso tema

(Bronzini et al., 2008) consiste nell'utilizzo di un insieme informativo particolarmente

ricco, che deriva dall'integrazione di diverse fonti statistiche per l'intera popolazione

delle imprese eligibili lungo un arco temporale abbastanza esteso, comprendente tre anni

pre-intervento (1998-2000) e cinque anni post-intervento (2001-05). Ciò attribuisce al

campione di imprese selezionato la proprietà di rappresentatività della struttura

produttiva nelle aree obiettivo, aumentando il grado di confidenza per l'estrapolazione

dei risultati empirici all'intera economia delle aree sottoutilizzate.

CARATTERISTICHE DEL CREDITO D’IMPOSTA SUGLI INVESTIMENTI

NELLE AREE SOTTOUTILIZZATE

Come anticipato, la legge n. 388/2000 riconosce una agevolazione fiscale alle im-

6 7

prese che realizzano nuovi investimenti nelle aree depresse del territorio italiano entro

il termine del 31 dicembre 2006. Sono escluse dal beneficio le imprese che hanno goduto

di altri incentivi per l’acquisto dei medesimi beni strumentali (ad esempio legge 488/

1992 e legge 383/2001, art. 4). L’utilizzo del credito d’imposta sugli investimenti nelle

aree svantaggiate non è ristretto alle sole imprese profittevoli, essendo ammessa la com-

pensazione verso qualsiasi versamento dovuto alle Pubbliche Amministrazioni (incluse

le imposte dirette ed indirette, i contributi sociali e assicurativi, ed i versamenti effettuati

in qualità di sostituto d’imposta). La misura del beneficio varia in relazione alla dimen-

sione dell’impresa ed al grado di sviluppo dei territori eligibili. Per 100 euro di spesa per

investimenti, la detrazione fiscale passa dagli 8 euro riconosciuti alle grandi imprese con

sede nelle aree depresse del Centro-Nord del paese ai 65 euro per le piccole e medie im-

6 I beni strumentali coperti dal beneficio fiscale comprendono le immobilizzazioni materiali e immateriali, anche se

acquistate in leasing. Sono escluse le spese per pubblicità, ricerca e sviluppo, avviamento e veicoli da utilizzare per il

trasporto di terzi. Il credito d’imposta è commisurato al valore degli investimenti netti, determinato sottraendo dai nuovi

investimenti l’ammontare delle cessioni, dismissioni e del deprezzamento del capitale appartenente alla stessa tipologia

dei beni di investimento per cui si ha accesso al beneficio e per la stessa unità produttiva in cui si realizza l’investimento.

7 Si veda l’art. 87, par 3, lett. a) e c) del trattato dell’Unione Europea. Le aree di cui alla deroga 87.3.a riguardano l'intero

territorio delle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, e Basilicata; le aree di cui alla deroga 87.3.c comprendono solo

alcuni territori delle restanti regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise e Sardegna) e di quelle del Centro-Nord.

- 126 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

prese della Calabria, la regione meno sviluppata (si veda la tabella 1 per un maggior det-

taglio).

Tab. 1 INTENSITÀ DELL’AGEVOLAZIONE PER AREA GEOGRAFICA E DIMENSIONE D’IMPRESA

(in percentuale)

Piccole imprese Medie imprese Grandi imprese

Calabria (*) 65 65 50

Campania (*) 50 50 35

Basilicata (*) 50 50 35

Puglia (*) 50 50 35

Sicilia (*) 50 50 35

Sardegna (*) 50 50 35

Abruzzo 30 30 20

Molise 30 30 20

Centro-Nord 18 14 8

Fonte: Legge n. 388/2000. La definizione di piccola e media impresa discende dalla Raccomandazione 96/280/CE del 3 aprile 1996.

(*) Dopo il 7 agosto 2002 le percentuali di aiuto sono ridotte in misura dell'85% (L.138/2002).

Il massimale di intervento, inizialmente pari a circa due miliardi di euro annui,

nell’agosto 2002 fu bruscamente ridimensionato ad un ammontare pari a circa un terzo

del valore iniziale, per soddisfare i vincoli di finanza pubblica. Analogamente, l’intensità

dell’agevolazione venne tagliata in misura del 15%. Furono, inoltre, introdotti l’obbligo

di presentazione di un’apposita istanza preventiva, per garantire che tale limite fosse

rispettato, e limitazioni all’utilizzo del credito. In particolare, si configuravano diversi

casi. Alle imprese che avevano maturato il credito prima dell’agosto 2002 veniva

consentito di dedurre fino al 10% del suo ammontare nel 2003 e fino al 6% negli anni

successivi. Le imprese divenute beneficiarie tra l’agosto 2002 e il dicembre dello stesso

anno erano tenute ad utilizzare il credito fino al 35% del suo ammontare nel periodo

d'imposta 2003 e rispettivamente fino al 70% e al 100% nei due anni successivi. Infine,

alle imprese che avrebbero ottenuto il credito successivamente al gennaio 2003 veniva

consentito di portarlo in deduzione solo entro il secondo anno dalla data della richiesta in

misura non inferiore al 20% (60%) e non superiore al 30% (70%) nel primo (secondo)

anno, a condizione che in ciascun anno l’investimento fosse realizzato in misura almeno

pari al limite inferiore di utilizzo del credito, pena la revoca dell’incentivo. Infine,

mentre nei primi due casi non erano previste limitazioni ai riporti in avanti del credito

per incapienza, dal gennaio 2003 la quota di credito non detratta entro il secondo anno

dalla richiesta non è più recuperabile.

Durante il periodo che va dalla fine del 2000 al 2005 circa 14.000 imprese hanno

beneficiato del credito d’imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate, nella

maggioranza dei casi (il 75% circa) per un solo anno, nel 18,5% dei casi per due periodi

e nei rimanenti casi per almeno tre periodi, con riferimento alla popolazione delle

imprese localizzate nelle aree obiettivo che hanno compilato la dichiarazione dei redditi

- 127 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

(a scopo di semplificazione non si considerano le aree del Centro-Nord in ragione del

ruolo marginale sia in termini di risorse allocate sia in base alla numerosità delle

imprese). Come si può osservare dalla tabella 2, solo il 5,42% delle imprese eligibili ha

ottenuto il credito d’imposta durante il periodo citato. Le imprese appartenenti al settore

manifatturiero e del commercio hanno ottenuto oltre il 60% delle risorse allocate. I

maggiori utilizzatori del credito d’imposta si collocano nel quartile superiore della

distribuzione delle imprese in termini di fatturato. In media, il beneficio fiscale si traduce

in un risparmio della spesa per investimenti di circa il 48,5 percento. L’effetto medio

della riduzione è stato superiore nel 2001 e nel 2002 ed è sceso al 42% negli anni

successivi per effetto della riduzione dell’intensità del credito.

Tab. 2 DISTRIBUZIONE DEL CREDITO D’IMPOSTA PER SETTORE DI

ATTIVITÀ ECONOMICA E DIMENSIONE D’IMPRESA

(in percentuale)

Composizione della popolazione Imprese beneficiarie Percentuale del credito totale

100,00 5,42

Settori

Manufatturiero 19,22 19,20 30,59

Industrie tradizionali 9,22 5,37 11,21

Industrie a tecnologia med. avanzata 7,87 7,90 17,80

Industrie tecnologicamente avanzate 2,10 5,92 1,58

Costruzioni 23,96 4,49 19,83

Commercio 32,98 6,16 34,98

Trasporti 5,01 2,61 3,92

Servizi privati 18,86 4,97 10,67

Dimensione d’impresa

PMI 75,00 4,67 65,48

Grandi imprese 25,00 7,85 34,51

Fonte: elaborazioni ISAE su dati Unico Società di Capitali (Quadro RU), vari anni.

L’effettiva intensità dell’aiuto considerando il riporto in avanti del credito

Benché l’utilizzo del credito d’imposta non sia limitato alle sole imprese

profittevoli, un ampio numero di imprese non ne usufruisce per l’intero ammontare

nell'anno in cui matura il credito per motivi di incapienza, come mostra la tabella 3. Ciò

si è verificato anche nel primo anno di intervento, quando non erano previste restrizioni

all’utilizzo del credito. Il riporto in avanti del credito riduce il beneficio fiscale in misura

proporzionale al tasso di interesse ed alla distribuzione temporale dei versamenti futuri

alla PA, e pertanto influisce sul costo d’uso del capitale in misura diversa per le diverse

imprese. Se si definisce l’intensità dell’aiuto effettiva come la somma scontata del flusso

dei benefici realizzati alle diverse scadenze, è possibile calcolare tale misura a partire

dalle informazioni sull'utilizzo del credito per l’insieme delle imprese che hanno

maturato l'agevolazione negli anni dal 2001 al 2005. Nel complesso, per le imprese che

- 128 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

non hanno utilizzato il credito per intero nell’anno in cui ne hanno fatto richiesta,

l'intensità di aiuto effettiva risulta inferiore in media di 4,4 punti percentuali rispetto alle

aliquote fissate dalla legge.

Tab. 3 IL CREDITO D’IMPOSTA AGLI INVESTIMENTI NELLE AREE SOTTOUTILIZZATE,

STATISTICHE DESCRITTIVE, ANNI 2000-2005

2000 2001 2002 2003 2004 2005

N. di imprese 121 16.878 10.293 3.256 2.740 2.215

Credito d’imposta maturato Media (€) 576.075 131.343 92.708 203.881 186.490 231.323

N. di imprese 61 15.078 13.513 12.774 12.338 11.142

Riporto in avanti del credito Media (€) 154.839 100.765 77.836 93.804 95.238 89.950

Fonte: elaborazioni ISAE su dati Unico Società di Capitali (Quadro RU), vari anni.

Le restrizioni imposte all’utilizzo del credito introdotte dopo l’agosto 2002

contribuiscono a ridurre l’effetto incentivante del programma. A titolo d’esempio, per

una impresa con sede in Molise che ottiene il credito dopo l’agosto 2002 (gennaio 2003)

e che realizza l’investimento per intero nell’anno in cui ne fa richiesta, il beneficio

effettivo ammonta a 28,66 (29) punti percentuali, invece della detrazione spettante

fissata al 30 per cento, assumendo un tasso di sconto nominale del 5 percento. A ciò si

aggiungono le limitazioni al riporto in avanti cui sono sottoposti i beneficiari del credito

a partire dal 2003.

LA DOMANDA DI SOSTEGNO PUBBLICO DA PARTE DELLE IMPRESE

ELIGIBILI

Il primo quesito che ci poniamo nel valutare l’efficacia del credito d’imposta agli

investimenti nelle aree sottoutilizzate riguarda la distribuzione delle risorse tra le

imprese eligibili. In particolare, scopo del presente paragrafo è verificare se il

programma di incentivazione ha raggiunto imprese che non avrebbero altrimenti

intrapreso alcuna attività di investimento.

Essendo le richieste relative al credito d’imposta soddisfatte in ordine cronologico

entro il tetto di spesa stabilito, la distribuzione delle risorse tra le imprese è

principalmente il risultato delle scelte di partecipazione al programma compiute dalle

8

stesse. Assumendo che le imprese siano consapevoli dell’esistenza dell'agevolazione , ci

8 In realtà, una inchiesta condotta al termine del primo anno di intervento ha rivelato che circa il 30% delle imprese

intervistate non era a conoscenza dell’esistenza del programma (cfr. Ministero delle Attività Produttive, 2002).

- 129 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

possiamo attendere che tutte le imprese che ritengono un investimento profittevole anche

in assenza dell’incentivo inoltrino richiesta per il credito d’imposta. Per le altre imprese,

la decisione di intraprendere l’investimento e di fare domanda per il sostegno richiede di

tener conto di alcuni fattori chiave, in particolare: i) il costo dell’investimento e il

corrispondente rendimento atteso considerando il risparmio d’imposta; ii) il costo

associato alla richiesta stessa del credito; iii) la probabilità di ottenere il credito.

Seguendo Blanes e Busom (2004), analizziamo la probabilità di fare domanda per il

credito in relazione ad alcune caratteristiche delle imprese sulla base della allocazione

osservata. In particolare, il database a disposizione consente di distinguere tre categorie

di soggetti: le imprese che hanno intrapreso investimenti ed hanno maturato il credito, le

imprese che hanno realizzato investimenti ma non hanno ottenuto il credito (in tal caso

non sappiamo se l’impresa ha fatto domanda o meno), e le imprese che non hanno

realizzato alcun investimento.

In generale, come affermato dalla letteratura sull’argomento, ci attendiamo che la

probabilità di realizzare investimenti aumenti con la dimensione d’impresa e con la

disponibilità di risorse interne e diminuisca al crescere del costo della finanza esterna.

Per le imprese agevolate ci aspettiamo che la dimensione dell’impresa ed i vincoli di

finanziamento siano meno stringenti rispetto a quanto riscontrato per le imprese che non

hanno ottenuto il credito. Inoltre, è verosimile che la probabilità di intraprendere

l’investimento e fare richiesta del credito sia positivamente correlata con il debito

d’imposta dell’impresa. Va osservato, infatti, che il riconoscimento di un credito fiscale

non rimborsabile non è equivalente all'ottenimento di un contributo in conto capitale.

Ciò è vero anche nel presente contesto, sebbene il credito d’imposta sugli investimenti

nelle aree sottoutilizzate sia utilizzabile in compensazione verso qualsiasi pagamento

dovuto alle Pubbliche Amministrazioni. In effetti, sommando il debito d’imposta e i

contributi sociali delle imprese appartenenti al nostro database (con la sola esclusione

delle imposte indirette sul consumo, un dato non disponibile) circa il 25% delle imprese

eligibili presenta versamenti nulli verso le Pubbliche Amministrazioni. Pertanto, risulta

rilevante controllare per le differenze nell’effetto incentivo associate alla presenza di

oneri fiscali e contributivi. Seguendo la stessa linea di ragionamento, distinguiamo se

l’impresa è in utile o in perdita.

Il modello statistico utilizzato è il multinomial logit. La variabile dipendente di tipo

categoriale, denominata Status, assume valore 0 nel caso di impresa che non realizza in-

vestimenti, 1 per l’impresa che realizza investimenti ma non riceve il credito d’imposta e

2 per l’impresa che effettua investimenti e ottiene il credito d’imposta. Le variabili espli-

cative sono così definite: la dimensione d’impresa (misurata in termini di fatturato, lad-

dove le imprese appartenenti al quartile superiore della distribuzione sono considerate

grandi imprese), il rapporto tra liquidità e capitale totale, il tasso di interesse sui prestiti,

- 130 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

gli oneri fiscali e contributivi in percentuale del valore aggiunto, l'eventuale presenza di

perdite. Includiamo, inoltre, una variabile che assume il valore 1 se l’impresa è start-up,

per cogliere differenze nell’effetto incentivo associate alla diversa fase del ciclo di vita

dell’impresa. Infine, sono incorporate variabili dicotomiche settoriali e regionali al fine

di tener conto, rispettivamente, delle differenze nelle opportunità tecnologiche che pos-

sono dipendere dal settore di attività economica di appartenenza, dalla localizzazione

dell’impresa oppure dalla diversa intensità dell’aiuto previsto. Con riferimento alle

dummy settoriali, distinguiamo industrie tradizionali (alimentari, tessile e abbigliamento,

legno, lavorazione della pelle, carta e editoria, fabbricazione di mobili), industrie a tec-

nologia mediamente avanzata (metalli, macchinari, chimica, gomma e plastica, minerali

non metalliferi e prodotti in metallo) e industrie a tecnologia avanzata (apparecchiature

elettroniche, autoveicoli e altri mezzi di trasporto), le costruzioni, i trasporti e i servizi

privati.

La regressione è effettuata distinguendo le osservazioni precedenti la profonda

revisione del programma intervenuta nel 2002 (primo anno di intervento 2001) da quelle

relative agli anni successivi (2003-2005), per verificare in che misura la discontinuità

nella somministrazione dell’incentivo possa aver influenzato il processo di allocazione

delle risorse. La tabella 4 mostra l’effetto marginale associato a ciascuna variabile

esplicativa sulla probabilità di appartenere a ciascuna delle tre modalità della variabile

dipendente. Tutte le variabili entrano con il segno atteso e sono significative. Nel

complesso i risultati mostrano che le condizioni di finanziamento sono particolarmente

rilevanti nello spiegare la probabilità di intraprendere l’investimento. Con riferimento al

primo anno di intervento, la prima colonna della tabella 4 mostra che la probabilità di

non investire diminuisce con la dimensione d’impresa e la disponibilità di fonti interne di

finanziamento, mentre aumenta con il costo del finanziamento con debito. La probabilità

di non effettuare investimenti è più bassa nelle imprese di nuova costituzione rispetto

alle imprese mature. Confrontando gli effetti marginali della probabilità di realizzare

investimenti e ottenere il credito (colonna 3) con quelli associati alla probabilità di

realizzare investimenti senza il sostegno pubblico (colonna 2) è possibile evidenziare

l’impatto distributivo dello schema di incentivazione. L’evidenza empirica mostra che

l’incentivo ha contribuito ad alleviare gli ostacoli alla crescita dell’impresa. Si noti che

l’effetto sulle scelte di investimento dovuto alla dimensione aziendale si riduce

considerevolmente in presenza dell’incentivo, passando da un valore positivo e

significativo (0,14) in colonna 2 ad un valore negativo e significativo (-0,35) in colonna

3. Ciò suggerisce che nel primo anno di intervento il bonus fiscale ha raggiunto un

numero considerevole di piccole e medie imprese, riducendo così l’influenza della

dimensione d’impresa sulle scelte di investimento. Analogamente, i risultati mostrano

che il credito d’imposta ha sostanzialmente mitigato l’impatto delle condizioni di

- 131 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Tab. 4 ALLOCAZIONE DEL CREDITO D’IMPOSTA TRA LE IMPRESE, ANALISI BASATA SULLA

STIMA DI UN MODELLO MULTINOMIAL LOGIT, EFFETTI MARGINALI

Anno 2001 Anni 2003-2005

Status=0 Status=1 Status=2 Status=0 Status=1 Status=2

I =0 I >0 & C=0 I >0 & C>0 I =0 I >0 & C=0 I >0 & C>0

t t t t t t

Dimensione d’impresa -0,107* 0,143* -0,035* -0,077* 0,071* 0,006*

(0,009) (0,009) (0,005) (0,005) (0,005) (0,001)

Liquidità -0,259* 0,269* -0,010* -0,273* 0,282* -0,009*

(0,008) (0,007) (0,004) (0,005) (0,005) (0,001)

Oneri finanziari 0,404* -0,556* 0,152* 0,415* -0,449* 0,034*

(0,037) (0,041) (0,019) (0,025) (0,025) (0,003)

Oneri fiscali e contributivi 0,245* -0,382* 0,137* 0,258* -0,272* 0,014*

(0,008) (0,008) (0,003) (0,005) (0,005) (0,001)

Impresa in perdita 0,033* 0,004 -0,037* 0,057* -0,055* -0,001*

(0,003) (0,004) (0,019) (0,002) (0,002) (0,000)

Start-up -0,196* 0,086* 0,110* -0,215* 0,211* 0,004*

(0,003)

(0,003) (0,004) (0,003) (0,002) (0,002)

Micro imprese * Oneri fiscali e contributivi -0,095* 0,179* -0,083* -0,062* 0,066* -0,004*

(0,010) (0,011) (0,006) (0,006) (0,006) (0,001)

Industrie a tecnologie mediamente avanzate 0,051* -0,051* 0,000 0,064* -0,062* -0,001*

(0,006) (0,006) (0,003) (0,004) (0,004) (0,000)

Industrie tecnologicamente avanzate 0,029* -0,051* 0,021* 0,041* -0,048* 0,007*

(0,006) (0,006) (0,003) (0,004) (0,004) (0,000)

Costruzioni 0,043* -0,052* 0,008* 0,037* -0,038* 0,001

(0,010) (0,011) (0,005) (0,007) (0,007) (0,001)

Trasporti 0,065* -0,067* 0,001 0,070* -0,069* -0,000

(0,004) (0,004) (0,001) (0,002) (0,003) (0,000)

Servizi Privati 0,046* 0,008* -0,054* 0,024* -0,018* -0,006*

(0,007) (0,007) (0,002) (0,005) (0,005) (0,000)

Abruzzo 0,112* -0,066* -0,045* -0,030 0,014 0,016

(0,020) (0,019) (0,006) (0,022) (0,024) (0,017)

Basilicata 0,064* -0,132* 0,067* -0,039 -0,058 0,098

(0,021) (0,020) (0,016) (0,034) (0,039) (0,067)

Calabria 0,037 -0,141* 0,104* -0,027 -0,058 0,085

(0,019) (0,018) (0,016) (0,031) (0,039) (0,058)

Molise 0,069* -0,095* 0,027* -0,022 -0,001 0,023

(0,018) (0,018) (0,009) (0,022) (0,023) (0,015)

Puglie 0,104* -0,109* 0,005 -0,016 -0,005 0,021

(0,023) (0,022) (0,012) (0,024) (0,026) (0,022)

Sardegna 0,063* -0,117* 0,053* -0,014 -0,035 0,049

(0,018) (0,017) (0,012) (0,024) (0,028) (0,031)

Sicilia 0,087* -0,121* 0,034* -0,019 -0,017 0,037

(0,020) (0,018) (0,011) (0,024) (0,027) (0,029)

Osservazioni in ciascuna categoria 35.727 56.696 13.023 138.353 207.256 6.267

Fonte: elaborazioni ISAE.

I C

denota l'investimento e il credito d'imposta. Errori standard sono in parentesi. * Significativo al livello di confidenza del 5%.

Note:

Industrie tradizionali: alimentari, tessile e abbigliamento, legno, lavorazione della pelle, carta e editoria, fabbricazione di mobili, industrie a

tecnologia mediamente avanzata; metalli, macchinari, chimica, gomma e plastica, minerali non metalliferi e prodotti in metallo; industrie a

tecnologia avanzata: apparecchiature elettroniche, autoveicoli e altri mezzi di trasporto.

- 132 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

finanziamento. Le imprese con limitate disponibilità interne e/o che sperimentano elevati

costi di finanziamento presentano una probabilità più elevata di effettuare investimenti in

presenza del sostegno pubblico rispetto al caso alternativo di assenza del sostegno.

Inoltre, le imprese di nuova costituzione mostrano una più elevata probabilità di

domandare il credito rispetto alle imprese mature. In termini di distribuzione geografica,

le imprese della Calabria, la regione meno sviluppata tra le aree eligibili, mostrano una

più elevata probabilità di ricorso all’incentivo di circa 10 punti percentuali rispetto alle

imprese della Campania (la regione omessa con il maggior numero di imprese),

verosimilmente in risposta alla più elevata intensità d’aiuto. Infine, le imprese

appartenenti ai settori industriali tecnologicamente avanzati presentano una più elevata

probabilità di richiedere il credito rispetto alle imprese che operano nei settori

tradizionali.

Conformemente alle attese, la posizione fiscale dell’impresa gioca un ruolo

importante nelle scelte di partecipazione al programma di incentivazione delle imprese.

Specificamente, la probabilità di richiesta del beneficio fiscale aumenta di quasi 14 punti

percentuali nelle imprese che sostengono oneri fiscali e previdenziali. Tuttavia, le micro

imprese mostrano una probabilità inferiore di ricorso al credito d’imposta anche quando

effettuano versamenti alla PA. D’altro canto, nelle imprese in perdita la probabilità di

ricorso al credito d’imposta si riduce di circa 4 punti percentuali rispetto alle imprese con

profitti positivi.

Le stime dello stesso modello sulle osservazioni per gli anni 2003-2005 mostrano

che il programma di incentivazione ha avuto minore impatto sulle scelte di investimento

delle piccole e medie imprese e delle imprese con vincoli di finanziamento come

conseguenza delle severe restrizioni apportate nella somministrazione del credito

d’imposta. L’ultima colonna della tabella 4 mostra gli effetti marginali delle variabili

esplicative sulla probabilità di realizzare l’investimento facendo ricorso al credito

d’imposta. Si noti che l’effetto della dimensione aziendale è ora positivo e significativo,

diversamente da quanto osservato nel primo anno di intervento, sebbene inferiore

all’effetto della stessa variabile sulla probabilità di effettuare l’investimento in assenza di

agevolazione. Ciò suggerisce che la probabilità congiunta di intraprendere l'investimento

e di richiedere l'incentivo è più elevata per le imprese di maggiori dimensioni rispetto

alle imprese più piccole dopo le restrizioni al programma di incentivazione rispetto al

primo anno di intervento, anche se la dimensione dell'effetto è contenuta. Analogamente,

le imprese con minori disponibilità liquide e più dipendenti dalla finanza esterna

mostrano una più bassa probabilità di accesso al beneficio.

Per riassumere, i risultati evidenziano che il credito d'imposta agli investimenti nelle

aree svantaggiate è uno strumento efficace nel raggiungere le imprese che solitamente

affrontano maggiori difficoltà nel realizzare i loro piani di investimento, benché sia

- 133 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

decisivo l'ammontare delle risorse destinate. Nel complesso, le imprese di minori

dimensioni e quelle con vincoli di finanziamento mostrano una probabilità di

intraprendere un investimento superiore in presenza del programma di incentivazione.

Lo stesso dicasi per le imprese start up e per le imprese con sede in Calabria, la regione

in maggior ritardo di sviluppo tra quelle le cui imprese sono eligibili. Fanno eccezione le

imprese piccolissime, la cui probabilità di ricevere il bonus fiscale è significativamente

inferiore a quella delle imprese di maggiori dimensioni. L'impatto positivo del bonus

fiscale sulle categorie di imprese più bisognose del sostegno pubblico appare più

contenuto dopo la revisione del programma attuata nel 2002. Ciò suggerisce che una

larga fetta di risorse allocate attraverso meccanismi automatici è assorbita da imprese che

necessitano in misura minore dell'aiuto pubblico.

L’EFFETTO INCENTIVANTE DELL’AGEVOLAZIONE

In questo paragrafo l’analisi è rivolta a rispondere al quesito: l'agevolazione ha

stimolato investimenti addizionali? La metodologia adottata sfrutta i più recenti sviluppi

nel campo degli studi di valutazione per affrontare il problema della selezione non

casuale associata all'accesso al beneficio (trattamento). Nel presente contesto, tale

problema si pone in quanto le imprese scelgono se avvalersi o meno dell'incentivo. Tale

scelta può dipendere da differenze sistematiche tra imprese. Ad esempio, imprese che

dispongono di buone opportunità di investimento verosimilmente faranno richiesta

dell'agevolazione anche se potrebbero realizzare il progetto in assenza del sostegno

pubblico. Viceversa, imprese in sofferenza potrebbero non essere in grado di

intraprendere l'investimento in assenza dell'incentivo. In aggiunta, trattandosi di un

risparmio di imposta e non di un contributo in conto capitale, è probabile che imprese

incapienti siano meno incentivate ad intraprendere l'investimento rispetto ad imprese in

grado di utilizzare da subito il credito. Pertanto, il semplice confronto tra imprese

agevolate e non agevolate può condurre a risultati distorti. L'approccio utilizzato consiste

nella selezione di un controfattuale per ciascuna impresa che ha usufruito del credito

d'imposta, così da formare un valido gruppo di controllo ai fini della stima dell'effetto

causale dell'intervento, seguendo la procedura di matching proposta da Rosenbum e

Rubin (1983).

L'analisi proposta in questo capitolo si distingue dalla letteratura di valutazione re-

cente, che si limita a calcolare segno e dimensione dell'effetto causale di interesse. In

particolare, il campione ottenuto dalla procedura di matching è utilizzato per la stima di

un modello di domanda di beni d'investimento, da cui si desume l'insieme completo dei

parametri strutturali, a cominciare dall'elasticità rispetto al prezzo, che misura l'investi-

- 134 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

mento addizionale stimolato dall'intervento pubblico. Questo approccio presenta nume-

9

rosi vantaggi . In primo luogo, la stima di un modello comportamentale consente di

distinguere i diversi canali attraverso cui l'incentivo all'investimento si esplica, in parti-

colare l'effetto sostituzione derivante da variazioni del costo d'uso del capitale e l'effetto

reddito indotto dalla presenza di vincoli di finanziamento. In secondo luogo, questa strut-

tura permette di considerare il carattere dinamico della formazione del capitale, da cui

può dipendere la corretta identificazione del parametro di interesse (Capron, Van Pot-

telsbeghe, 1997; Lach, 2000). In terzo luogo, l'introduzione della variabile costo d'uso

del capitale nel modello, al posto di una semplice variabile indicatrice dell’accesso al

credito, consente di tener meglio conto dell'eterogeneità nella distribuzione del benefi-

cio, oltre che dell'insieme delle variazioni del costo d'uso del capitale che derivano dal

sistema fiscale e dalle variabili monetarie (Hall, Van Reenen, 2000). Sulla base di questa

struttura è anche possibile stimare la risposta delle imprese al credito d'imposta dis-

tinguendola dalle reazioni alle altre componenti del costo d'uso del capitale, al fine di

verificare se si sono manifestati effetti di anticipazione derivanti dalla natura temporanea

dell'incentivo. Da ultimo, ma non per importanza, questo approccio di stima consente di

affrontare il problema della distorsione da autoselezione per ricevere o non ricevere il

trattamento mediante una duplice strategia. Se la procedura di matching dovesse fallire

nel rimuovere completamente le differenze di partenza tra imprese agevolate e non

agevolate sarebbe possibile individuare e risolvere tale problema in fase di stima appli-

cando uno stimatore con variabili strumentali. D'altro canto, dopo l'implementazione del-

la procedura di matching, il bias da selezione sarà meno forte, aumentando così le

probabilità di successo della stima strumentale.

Per una descrizione del modello empirico di riferimento per le decisioni di

investimento delle imprese e per il calcolo del costo d'uso del capitale si rinvia al

riquadro “La domanda di beni di investimento e il costo d'uso del capitale”. Per ulteriori

indicazioni inerenti al computo del costo d'uso del capitale, con particolare riferimento

alle variabili fiscali, si veda il riquadro “Il calcolo del costo d'uso del capitale e l'aliquota

marginale effettiva d'imposta”. La procedura seguita per la costruzione del campione di

imprese sul quale sono state effettuate le stime è descritta nel prossimo paragrafo.

Successivamente sono presentati i risultati della valutazione.

Costruzione e descrizione del campione di imprese

Punto di partenza per valutare l'effetto causale del credito d'imposta per gli

investimenti nelle aree sottoutilizzate è la selezione di un gruppo di controllo simile

quanto più possibile alle imprese che ricevono l'incentivo in termini di caratteristiche

9 Per un approfondimento si veda Caiumi (2009). - 135 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

La domanda di beni di investimento e il costo d'uso del capitale

Il modello empirico utilizzato per la stima delle scelte di investimento dell'impresa consiste

nella seguente specificazione in forma ridotta del tasso di investimento:

I I

α β γ η λ ν

− (1)

= − + Χ − + + +

i , t i , t 1

(

1 ) ln(

C )

i , t i , t i t i , t

K K

− −

i , t 1 i , t 2

dove gli indici i e t rispettivamente indicano l'i-esima impresa (i =1, 2, …, N) e l'anno t (t=1, 2, …,

T). I rappresenta l'investimento netto realizzato nell'anno t e K è lo stock di capitale alla fine

i,t i,t-1 γ

del periodo t-1, ln(C) è il logaritmo del valore del costo d'uso del capitale, è la risposta del

i,t α misura la velocità di

tasso di investimento al suo prezzo e il parametro di aggiustamento

.

1

aggiustamento Inoltre, il modello di regressione include un vettore di variabili di controllo, X i,t

η

che sono elencate più sotto, un effetto fisso per tener conto delle caratteristiche non osservate

i

invarianti nel tempo che influenzano le decisioni di investimento, e un insieme di dummy temporali

λ per cogliere la presenza di un certo grado di dipendenza nel tempo delle scelte di investimento. I

t α β γ ν

parametri da stimare sono (1- ), e . Infine, è il termine di errore ortogonale.

i,t

L'equazione (1) fornisce un'approssimazione empirica al processo di aggiustamento

intertemporale che ha generato i dati (Bond, Van Reenen, 2005). Per controllare per la presenza

delle componenti fisse non osservate e per la potenziale endogeneità dei regressori è necessario

utilizzare un approccio di stima con variabili strumentali. In particolare, un aspetto rilevante nel

presente contesto è la possibilità che il livello di investimento e il prelievo fiscale che grava sul

rendimento dello stesso siano interconnessi. Lo stimatore utilizzato è il GMM che utilizza i ritardi

dei regressori come strumenti.

Le variabili di controllo X incorporate nella specificazione econometrica sono le seguenti:

i,t

• il cash flow sul capitale investito ritardato di un periodo; un coefficiente positivo indica

che le scelte di investimento sono vincolate dalla disponibilità di risorse interne;

• il fatturato sul capitale investito ritardato di un periodo; un coefficiente positivo

suggerisce la presenza di imperfezioni nel funzionamento del mercato dei beni;

• una variabile definita come l’output gap (la differenza tra produzione effettiva e

potenziale), volta a catturare l'effetto di eventuali shock macroeconomici;

• variabili dummy settoriali al fine di rimuovere shock relativi al settore economico di

appartenenza dalla struttura dell'errore;

• il quadrato del tasso di investimento ritardato di un periodo per cogliere la presenza di

componenti non lineari del processo di aggiustamento.

Si noti che, in presenza di mercati dei capitali imperfetti, la variabile cash flow può catturare

l'effetto "reddito" della politica indotto dalla presenza di vincoli di finanziamento. Pertanto,

l'introduzione del cash flow nella specificazione del modello di investimento (1) consente di inferire

il puro effetto di “sostituzione” derivante da variazioni nella variabile costo d'uso del capitale,

α

1 Quanto più è prossimo all'unità, più è veloce l'aggiustamento.

- 136 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

invece dell'effetto composito. Ne segue che la stima dell'elasticità del costo d'uso del capitale può

essere interpretata come l'effetto di lungo periodo di variazioni del costo d'uso del capitale sullo

stock di capitale desiderato, mantenendo costante il cash flow. L'effetto di reddito sulla spesa di

investimento attraverso il cash flow opera nel breve periodo.

Il costo d'uso del capitale è calcolato seguendo l'impostazione proposta da Hall e Jorgenson

(1967) e da King e Fullerton (1984). Come noto, il costo d'uso del capitale rappresenta la variabile

di policy nel modello comportamentale (1) dal momento che strumenti di intervento, quali

agevolazioni fiscali o incentivi diretti all'investimento, l'eventuale disallineamento concesso tra

ammortamento economico e fiscale dei beni strumentali e l'aliquota di prelievo sul reddito

d'impresa entrano esplicitamente nel suo computo. Per l'impresa i-esima nel periodo t il costo d'uso

del capitale si può esprimere come segue:

( )( )

τ κ ρ δ π

− − + −

1 A f

=

C (2)

( )

τ

1

dove τ è l'aliquota marginale effettiva di imposta sui profitti societari, A è il valore attuale

dell'ammortamento fiscale consentito, τA è il beneficio fiscale associato al deprezzamento

dell'investimento, fκ è la quota di investimento unitario che beneficia del credito d'imposta

moltiplicato per l'ammontare del credito (κ), ρ è il costo di finanziamento del capitale, δ è il tasso di

deprezzamento economico e π è il tasso di inflazione. Il costo di finanziamento del capitale può

essere espresso per semplicità come: φ

− r

(

1 )

ρ φ τ

= − + B

r (

1 ) (3)

L − z

(

1 )

φ

dove è la quota di debito, r il tasso di interesse sui prestiti applicato all'impresa, r è il tasso di

L B

interesse su un investimento privo di rischio, ovvero il costo opportunità degli utili reinvestiti e z è

l'aliquota fiscale sulle plusvalenze.

Seguendo Mairesse e Mulkay (2003), il costo d'uso del capitale può essere decomposto

linearmente in due indicatori: la componente del costo d'uso del capitale in assenza dell'incentivo

ω

( ) e la percentuale di riduzione del costo d'uso del capitale dovuta al bonus fiscale (ψ). In linea di

principio, questo approccio consente di stimare la risposta differenziale delle imprese ai diversi

componenti del costo d'uso del capitale e di rispondere in modo più preciso al quesito relativo

all'impatto incentivante del provvedimento a sostegno dell'attività di investimento. In particolare,

ai fini della presente analisi, è rilevante distinguere l'effetto del credito d'imposta da altre

variazioni del costo d'uso del capitale in considerazione della natura temporanea dell'incentivo

erogato dalla legge n. 388/2000, che rende plausibile l'ipotesi che le imprese abbiamo in una certa

misura modificato i tempi di realizzazione dei loro progetti d'investimento al fine di beneficare del

credito.

Sostituendo il costo d'uso del capitale con le sue componenti, il modello empirico (1) diventa:

I I

α β γ ω γ ψ η λ ν

= − + Χ + + + + +

i , t i , t 1

(

1 ) ln( ) ln( ) (4)

i , t 1 i , t 2 i , t i t i , t

K K

− −

i , t 1 i , t 2 - 137 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Il calcolo del costo d'uso del capitale e l'aliquota marginale effettiva d'imposta

La disponibilità delle dichiarazioni fiscali offre numerosi vantaggi per il computo del costo

d'uso del capitale. In particolare, si tiene conto delle seguenti informazioni:

• la possibilità per l'impresa di optare per l'ammortamento anticipato nel caso di profitti

1

positivi; alternativamente si applica il tasso di ammortamento ordinario ;

• l'intensità del credito d'imposta è quella effettiva calcolata a livello di impresa; in

particolare, per le società che non sono in grado di utilizzare il credito pienamente nel

momento in cui viene maturato, detta misura è corretta per un fattore di sconto;

• l'aliquota marginale effettiva d'imposta sui profitti societari è approssimata con una

variabile dummy che prende il valore dell'aliquota legale se la base imponibile è

positiva e zero altrimenti (taxable income dummy).

Va precisato che l'aliquota marginale effettiva di prelievo sui profitti dell'impresa si definisce

come il valore attuale delle imposte correnti e future attese associate ad una unità addizionale di

reddito realizzato nel periodo corrente. Può essere calcolata tenendo conto dell'articolazione del

sistema tributario e delle aspettative future sul flusso di profitti generati dall'investimento. Ne

discende che si tratta di un calcolo particolarmente complesso. D'altro canto, in presenza di

asimmetrie del sistema fiscale dovute alla possibilità di riporto in avanti delle perdite, è evidente

che il carico fiscale sul rendimento dell'investimento dipende dalla situazione specifica

dell'impresa e pertanto l'aliquota legale è inappropriata come approssimazione dell'aliquota

marginale effettiva. Si dimostra (Graham, 1996) che una valida alternativa all'aliquota marginale

effettiva è offerta dalla taxable income dummy. Come sopra definita, questa approssimazione

coglie la variabilità cross-sezionale e inter-temporale nella posizione dell'impresa verso l'Erario e,

pertanto, può essere molto utile nell'analisi del legame tra il prelievo fiscale e le scelte di

investimento.

La letteratura empirica sulle scelte di investimento ha generalmente trascurato le

implicazioni delle asimmetrie della tassazione sui profitti utilizzando l'aliquota legale in

sostituzione dell'aliquota marginale effettiva. Un numero ristretto di studi affronta questo tema

(Devereux, 1989; Devereux, Keen, Schiantarelli, 1994; Arachi, Biagi 2005), senza tuttavia

contribuire in misura definitiva ad evidenziarne la rilevanza nell'analisi del comportamento

dell'impresa. Va però osservato che tali studi condividono la caratteristica che la posizione fiscale

dell'impresa è valutata a partire dal bilancio civilistico. Poiché, come noto, ci può essere non esatta

coincidenza tra il contenuto dei bilanci e la base imponibile a fini fiscali, l'approssimazione

dell'aliquota marginale effettiva può risultare distorta. Al contrario, il vantaggio di utilizzare il

dato fiscale è che la base imponibile è accuratamente determinata e ciò dovrebbe consentire una

più precisa identificazione della relazione tra il costo d'uso del capitale e la domanda di

investimento.

1 Prima dell'anno d'imposta 2008, un'impresa poteva scegliere percorsi alternativi di ammortamento rispetto

all'ammortamento ordinario, l’ammortamento anticipato o quello accelerato, poi aboliti dalla Finanziaria 2008.

- 138 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

10

osservabili . Questa procedura si basa sulla probabilità condizionale di partecipazione al

programma, il cosidetto propensity score (Rosenbum, Rubin, 1983). Più precisamente, si

parte dalla stima di un modello di scelta binario (probit o logit) su un insieme di

covariate con riferimento al periodo di pre-intervento. La selezione di un controfattuale

per ciascuna impresa agevolata (matching) può essere effettuata stabilendo un criterio di

approssimazione per il propensity score, riducendo così un problema di matching

multidimensionale ad un problema unidimensionale. Dal momento che il propensity

score è una variabile continua, il matching esatto è difficilmente realizzabile, e una certa

distanza tra i due gruppi deve essere concessa. Il criterio di associazione qui adottato

consiste nel nearest neighbour senza reintroduzione. In particolare, in questo lavoro è

11

stata utilizzata la procedura implementata da Becker e Ichino (2002) .

Il gruppo di controllo è tratto dalla popolazione delle imprese localizzate nelle aree

svantaggiate che sono anche eligibili per il beneficio fiscale. Le imprese che attingono da

altre fonti di finanziamento pubblico durante gli anni di applicazione della legge n. 388/

2000 sono eliminate. Si tratta in particolare delle imprese che beneficiano degli incentivi

erogati dalla legge n. 488/1992 e dalla legge n. 383/2001 (art. 4). Dopo l'integrazione

delle diverse fonti di dati disponibili (si veda l'appendice) e dopo aver eliminato le osser-

vazioni con valori incongruenti con riferimento alle variabili utilizzate nella stima, il da-

tabase si compone di circa 60.000 imprese, di cui circa 10.300 sono imprese agevolate.

La procedura di matching è eseguita con riferimento alle osservazioni relative al periodo

d'imposta 2000. Il propensity score è stimato per tutte le società che hanno utilizzato il

credito d'imposta negli anni 2001-2005 e, inoltre, erano attive nel 2000. Le variabili uti-

lizzate per la stima del propensity score includono alcuni indicatori della struttura pro-

duttiva (quali il costo del lavoro e il fatturato in percentuale del capitale investito, e il

margine operativo lordo in percentuale del valore aggiunto), altri indicatori relativi alle

fonti di finanziamento (il cash flow sul capitale investito, la quota di finanziamento con

debito, il tasso di interesse sui prestiti), alla proprietà dell'impresa (se l'impresa è indi-

pendente oppure appartiene ad un gruppo di imprese), alla dimensione (misurata con ri-

ferimento alla distribuzione del fatturato, con le imprese che appartengono al quartile più

elevato considerate grandi imprese), all'età dell'impresa (in particolare, si distingue tra

imprese di nuova costituzione e imprese mature) e, infine, un indicatore di abilità

10 Si dimostra che è possibile utilizzare i risultati delle imprese che non hanno beneficiato dell'agevolazione per inferire la

situazione controfattuale di assenza dell'intervento a condizione che tutte le differenze rilevanti tra imprese beneficiarie e

non beneficiarie possano essere rilevate attraverso variabili osservabili (Conditional Independence Assumption), e che

partecipanti e non partecipanti allo schema di intervento con medesime caratteristiche siano osservati (Common

Support).

11 Si veda, inoltre, Leuven e Sianesi (2003). - 139 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

dell'impresa ad utilizzare l'incentivo (l'ammontare del debito d'imposta complessivo e

dei contributi previdenziali versati in percentuale del valore aggiunto).

La procedura adottata fornisce 10.078 abbinamenti tra imprese agevolate e non. Ciò

rappresenta un ampio insieme informativo che può consentirci di testare l'efficacia del

sostegno pubblico all'investimento privato nelle aree svantaggiate per diverse categorie

di imprese.

Per il campione di imprese così selezionato si estraggono dalla banca dati integrata

descritta in appendice le informazioni longitudinali relative alle variabili richieste per la

stima del modello di domanda di beni di investimento. Il panel di dati si compone di tre

anni pre-intervento (1998-2000) e di cinque anni post-intervento (2001-2005). Si tratta in

particolare di un panel non bilanciato, per evitare che l'analisi rifletta l'impatto del prov-

vedimento sulle imprese più consolidate e, pertanto, osservate ripetutamente nell'arco

12

. Dopo i controlli sulla congruità si è arrivati a un insieme di

temporale considerato

9.964 imprese con sede nelle principali aree obiettivo dell'Italia Centrale e Meridiona-

13

le . Il numero delle osservazioni si riduce a 7.852 nel 1998 e a 8.781 nel 2005. In parti-

colare, circa 1.200 imprese escono dal campione negli anni 2003-05, la maggior parte

per effetto della cessazione dell'attività.

La tabella A1 in appendice mostra la composizione del campione utilizzato nella sti-

ma. E' utile sottolineare che sono ben rappresentate le imprese piccole e piccolissime che

compongono l'ossatura della struttura produttiva italiana, pertanto si può escludere la

presenza di distorsione verso le grandi dimensioni, molto comune negli studi microeco-

nometrici. 14

La tabella 5 riporta le statistiche descrittive delle principali variabili utilizzate

nell'analisi econometrica, confrontando le imprese che hanno beneficiato degli incentivi

con quelle appartenenti al gruppo di controllo nel periodo 1998-2005.

Si noti che, con riferimento alle principali caratteristiche strutturali dell'impresa,

come il numero di occupati, l'età, la struttura proprietaria, il cash flow e il fatturato sul

capitale investito, e ad altre variabili come il costo d'uso del capitale senza l'incentivo, i

due gruppi di imprese appaiono molto simili. Tuttavia, il tasso di investimento è maggio-

re nelle imprese agevolate, verosimilmente per effetto del sostegno pubblico. La percen-

tuale di riduzione del costo d'uso del capitale dovuta al credito d'imposta è di circa 0,14

punti in media nel corso del periodo di intervento considerato (2001-05).

12 Tuttavia, trattandosi della stima di un modello dinamico, si è imposta la condizione che le imprese incluse nel

campione siano osservate per almeno 5 anni consecutivi.

13 Va precisato che l'eliminazione delle imprese dal campione è stata effettuata per coppie di imprese, sulla base degli

abbinamenti forniti dalla procedura di matching.

14 Si veda l'appendice statistica in merito alle definizioni puntuali.

- 140 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

Tab. 5 STATISTICHE DESCRITTIVE

(anni 1998-2005)

Imprese agevolate Imprese non agevolate

Variabili Media Dev. St. Mediana Media Dev. St. Mediana

Addetti 13 35,944 6 13 85,574 5

Età (anni) 11 37,765 7 12 46,465 8

Appartenenza ad un gruppo di imprese 0,069 0,255 - 0,072 0,260 -

Investimenti/Capitale 0,539 1,462 0,104 0,337 1,297 0,033

Investimenti/Capitale (t-1) 0,609 1,551 0,129 0,376 1,365 0,039

Cash Flow/Capitale 0,491 0,538 0,298 0,440 0,533 0,231

Fatturato/Capitale 1,504 1,480 1,208 1,515 3,387 1,103

Costo d'uso del cap. senza l'incentivo 0,072 0,030 0,075 0,073 0,032 0,076

Costo d'uso del cap. con l'incentivo 0,062 0,032 0,064 - - -

Fonte: elaborazioni ISAE.

E' inoltre utile mostrare la composizione delle fonti di finanziamento per i due grup-

pi di imprese durante gli anni di intervento. La tabella 6 mostra che le risorse interne rap-

presentano la principale fonte di finanziamento per le imprese del campione, coprendo

circa la metà della spesa per investimenti. La seconda fonte di finanziamento in ordine di

importanza è data dall'emissione di nuove azioni con una quota intorno al 25%, seguita

dall'indebitamento, che copre circa il 20% del flusso finanziario. Questa struttura delle

fonti di finanziamento è comune ai due gruppi di imprese. Tuttavia, si rileva che nelle

imprese non sussidiate la quota di risorse proprie (comprendente emissione di nuove

azioni e utili reinvestiti) è più elevata rispetto alle imprese sussidiate. Infine, il credito

d'imposta copre una quota modesta come media del periodo, appena superiore al 5 per

cento.

Tab. 6 FONTI DI FINANZIAMENTO PER LE IMPRESE AGEVOLATE E

NON AGEVOLATE (ANNI 2001-2005) Numero degli addetti

Totale imprese <30 >30

Imprese Imprese non Imprese Imprese non

agevolate agevolate agevolate agevolate

Fonti di finanziamento (in % sul totale)

Nuove azioni 25,9 24,8 27,8 17,2 26,8

Liquidità 47,7 49,1 52,9 39,3 39,5

Debito bancario 19,7 14,9 16,7 32,7 31,8

Credito d'imposta 2,7 5,5 0 6,2 0

Altre fonti 4,0 5,7 2,6 4,6 1,9

Importanza delle fonti di finanziamento

Quota di imprese senza debito bancario (in %) 36,8 39,7 40,1 16,3 18,7

Quota di imprese con debito bancario > 50% (in %) 19,2 18,1 19,0 28,31 26,6

Quota di imprese con liquidità > 50% (in %) 34,9 35,6 34,3 34,3 36,2

Quota di imprese con credito d'imposta > 50% (in %) - 5,1 - 5,6 -

Fonte: elaborazioni ISAE. - 141 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

Si noti che si apprezzano considerevoli differenze nelle scelte di finanziamento delle

piccole e medie imprese rispetto alle imprese più grandi. La quota di indebitamento

risulta molto inferiore per le imprese più piccole rispetto a quelle con più di 30 addetti.

Come si mostra nella parte inferiore della tabella, ciò è principalmente dovuto al fatto

che una quota molto elevata, tra le piccole imprese, non si rivolge alle banche. Ciò è

coerente con quanto affermato dalla letteratura sull'argomento, cioé che la limitata

esposizione finanziaria delle piccole imprese è principalmente dovuta al fatto che non

vengono utilizzate fonti esterne di finanziamento a sostegno della crescita dimensionale,

con conseguente detrimento per la capacità di crescita. L'analisi empirica di seguito

riportata ha lo scopo di accertare se i fondi pubblici riducono la sensitività

dell'investimento alla disponibilità di risorse interne, in particolare per le piccole

imprese.

I risultati di stima

Questa sezione è dedicata all'esame dei principali risultati dell'analisi di valutazione

che si desumono dalla stima del modello di domanda di beni di investimento. La tabella

7 riproduce la stima del modello di comportamento in base allo stimatore con variabili

strumentali system GMM che risulta preferibile sulla base del confronto con stimatori

alternativi (per maggiori dettagli si veda il riquadro “La stima della domanda di

investimento: alcuni stimatori a confronto”). Come si può osservare, la variabile

dipendente ritardata e le principali variabili di controllo sono significative al livello

convenzionale di significatività ed il loro segno corrisponde alle attese. In particolare, il

coefficiente del tasso di investimento ritardato è positivo, il che suggerisce un processo

15

di aggiustamento regolare verso l'obiettivo di lungo periodo . Inoltre, il valore del

coefficiente (0,033) indica che il processo di aggiustamento verso il valore di lungo

periodo è piuttosto veloce (α=1-0,033=0,967). Il coefficiente della variabile cash flow

sul capitale investito ritardata di un periodo è positivo e significativo, ma la dimensione è

modesta: ne potremmo dedurre che la sensitività delle scelte di investimento ai vincoli di

finanziamento non è un problema rilevante per le imprese appartenenti al nostro

16

. Questo aspetto dell'analisi verrà approfondito nel seguito. Il coefficiente del

campione

fatturato sul capitale investito è nullo e non significativo, pertanto non è coerente con la

presenza di imperfezioni nei mercati. La variabile che misura le variazioni del PIL dal

15 Il coefficiente del termine quadratico del tasso di investimento ritardato non risulta significativo, il che suggerisce che il

processo di aggiustamento è lineare. In aggiunta, è stata inserita una variabile aggiuntiva definita come il rapporto tra il

debito e il capitale investito che è risultata parimenti non significativa. Ciò indica che non siamo in presenza di sensitività

dell'investimento ai costi da fallimento, il che è compatibile con la limitata esposizione finanziaria delle imprese

appartenenti al campione. - 142 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

La stima della domanda di investimento: alcuni stimatori a confronto

La stima del modello empirico di scelta dell'investimento ottenuta sulla base di stimatori

alternativi è riprodotta in tabella. Come noto, in presenza di effetti fissi non osservati lo stimatore

dei minimi quadrati ordinari (OLS) fornisce una stima distorta verso l'alto del coefficiente relativo

alla variabile dipendente ritardata, mentre lo stesso coefficiente risulta distorto verso il basso

quando si applica lo stimatore within-groups. In questa situazione ed inoltre in presenza di

potenziale endogeneità dei regressori è necessario adottare uno stimatore con variabili

strumentali. Le altre stime riportate in tabella sono ottenute applicando lo stimatore first-difference

GMM (generalized method of moments) proposto da Arellano e Bond (1991) e lo stimatore system

GMM (Arellano, Bover, 1995; Blundell, Bond 1998). Lo stimatore system GMM combina un

sistema di equazioni nelle differenze prime in cui i valori ritardati delle variabili endogene sono

utilizzati come strumenti, così come nello stimatore GMM in differenze prime, con equazioni nei

livelli in cui i ritardi nelle differenze delle variabili endogene forniscono strumenti aggiuntivi.

Applicando entrambi gli stimatori GMM si ottengono stime per la variabile dipendente ritardata

che rientrano nell'intervallo credibile desunto sulla base delle stime OLS e within-groups. Le stime

GMM riportate sono stime in due stadi con la correzione degli errori proposta da Windmeijer

(2005). Gli strumenti utilizzati in questa stima consistono nei valori ritardati di tutti i regressori al

tempo t-2. In particolare, la matrice degli strumenti è collassata (Roodman 2008). La validità degli

strumenti nei livelli come strumenti nelle equazioni in differenze prime non è rigettata sulla base

dei test di sovra identificazione, Sargan test e Hansen test. La validità degli strumenti utilizzati

nella stima del system GMM non è rifiutata ancora sulla base di entrambe i test di sovra

identificazione. In particolare, il Difference Hansen test che specificamente testa gli strumenti

addizionali utilizzati nelle equazioni in livelli dallo stimatore system GMM ne accetta la validità.

Le stime system GMM sono pertanto da preferire.

MODELLO DI DOMANDA DI BENI DI INVESTIMENTO. STIME OLS, WITHIN GROUPS E GMM,

DATI PANEL 1998-2005 GMM DIF GMM SYS

Within

I /K

Variabile dipendente: OLS

it it-1 t-2 t-2

Groups

(I /K ) 0,045* -0,449* 0,033* 0,033*

Dipendente ritardata it-1 it-2 (0,004) (0,003) (0,005) (0,005)

(CF /K ) 0,00004 -0,00005* 0,003* 0,003*

Cash Flow/Capitale it-1 it-2 (0,00001) (0,0004) (0,001) (0,001)

(Y /K ) 0,018* 0,040* 0,0034 -0,004

Fatturato/Capitale it-1 it-1 (0,003) (0,004) (0,0008) (0,020)

ω

(ln ) -0,108* -0,156* -0,152* -0,170*

Costo d'uso del cap. senza l'incentivo it (0,010) (0,013) (0,030) (0,033)

ψ

ln -0,313* -0,311* -0,313* -0,309*

)

Var. costo d’uso del c. dovuta al credito d'imposta ( it (0,015) (0,014) (0,019) (0,021)

Deviazione del PIL 0,085 0,060* 0,031 0,109*

(0,013) (0,004) (0,017) (0,048)

Dummy temporali e settoriali SI SI SI SI

Costante NO NO NO NO

Numero di osservazioni 51.643 51.643 51.643 51.643

p 0,000 0,000

-value)

AR(1) (

p 0,176 0,187

AR(2) ( -value)

p 0,287 0,790

Sargan test ( -value)

p 0,437 0,662

Hansen test ( -value)

p 0,365

Dif-Hansen ( -value)

Fonte: elaborazioni ISAE.

Note: gli errori standard sono tra parentesi. * Significativo al livello di confidenza del 5%. Gli strumenti utilizzati sono i ritardi al

t-2 t-1

di tutte le variabili esplicative nell'equazione in differenze e al tempo nell'equazione in livelli (quest'ultima solo per

tempo

lo stimatore System GMM). - 143 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

suo trend influenza positivamente il tasso di investimento come atteso, il che suggerisce

che gli shock macroeconomici positivi stimolano l'accumulazione del capitale.

Le nostre stime mostrano inoltre che il costo d'uso del capitale è un'importante de-

terminante delle scelte di investimento delle imprese. Il valore del coefficiente del costo

d'uso del capitale escluso il credito d'imposta è negativo e significativo (-0,17). La corri-

spondente elasticità di lungo periodo dell'investimento è pari a -0,47 valutata a valori

medi del campione ed è molto significativa (Tab. 7). Questa stima è più elevata in con-

17

, seppure si tratti di un valore mol-

fronto all'evidenza fornita dalla letteratura per l'Italia

to inferiore all'unità. Il coefficiente per la componente residuale del costo d'uso del

capitale che rileva l'effetto differenziale dovuto al credito d'imposta è pari a -0,31 e signi-

ficativamente diverso dal precedente. E' importante notare che l'impatto stimato del cred-

ito d'imposta è invariante rispetto al metodo di stima, il che implica che la variabile di

policy non risulta endogena. In particolare, questo risultato si può interpretare come una

verifica indiretta della validità della procedura di matching seguita nel ridurre le dif-

ferenze tra imprese beneficiarie e non.

L'effetto incentivante del credito d'imposta espresso in termini dell'elasticità della

domanda di investimento è pari a -0,86 ed è molto significativo. Questo valore indica che

una riduzione del costo d'uso del capitale pari a circa il 10% determina un aumento

dell'investimento in misura di poco inferiore (l'8,6%). Si tratta di un effetto abbastanza

positivo se si tiene conto del fatto che l'incentivo consiste in uno sconto d'imposta su

18

spese di investimento già realizzate . Tale effetto supera di quasi due volte l'elasticità

del costo d'uso del capitale in assenza dell'incentivo. Il più forte impatto del bonus fiscale

rispetto a variazioni delle altre componenti del costo d'uso del capitale (non soggette a

termine) si può spiegare verosimilmente con la limitata durata dell'incentivo. In presenza

di un incentivo temporaneo la tempistica relativa alla realizzazione dell'investimento ne

risulta evidentemente influenzata, essendo le imprese incoraggiate, a seconda delle

situazioni, a posticipare o ad anticipare la spesa di investimento in modo da cogliere

l'opportunità del risparmio di spesa ad esso associato. Dal momento che il

provvedimento in esame è stato introdotto improvvisamente alla fine dell'anno 2000, la

possibilità che le imprese abbiano ritardato i loro piani di investimento per attendere

16 Dopo la crisi finanziaria che ha colpito il sistema bancario nel Mezzogiorno negli anni '90, stime ufficiali indicano che la

disponibilità di credito alle piccole e medie imprese è aumentata consistentemente negli anni più recenti. Tuttavia, in

base ad un'inchiesta condotta dall’ISAE in collaborazione con l’Associazione Nazionale Banche Popolari per il 2003,

l'incidenza delle imprese meridionali soggette a razionamento del credito risultava superiore quasi del doppio rispetto alle

imprese centro-settentrionali.

17 Ad esempio, Arachi e Biagi (2005) riportano un valore per l'elasticità dell'investimento al costo d'uso del capitale pari

a -0,2.

18 La letteratura internazionale sugli strumenti di intervento per ridurre gli squilibri regionali è molto limitata. Per una

rassegna in tema di efficacia degli incentivi fiscali alla ricerca e sviluppo si veda Hall e Van Reenen (2000).

- 144 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

l'entrata in vigore del provvedimento è marginale. Al contrario, effetti di sostituzione

intertemporale potrebbero essersi manifestati in misura sostanziale prima dello scadere

del provvedimento. Peraltro, le restrizioni all'erogazione del beneficio bruscamente

imposte nel corso del secondo anno di intervento potrebbero aver indotto una ulteriore

spinta ad anticipare i piani di investimento da parte degli operatori interessati. I nostri

risultati sembrano supportare tale ipotesi.

Tab. 7 RISULTATI DI STIMA PER L'INTERO CAMPIONE E PER SOTTOCAMPIONI

t-2)

(GMM-SYS Tutte le imprese Piccole imprese Imprese più grandi

I /K

Variabile dipendente: it it-1 (i) (ii) (iii)

I /K

( ) 0,033* 0,032* 0,117*

Dipendente ritardata it-1 it-2 (0,005) (0,005) (0,047)

CF /K ) 0,003* 0,003* 0,009

Cash Flow/Capitale ( it-1 it-2 (0,001) (0,001) (0,011)

Y /K ) -0,004 -0,004 0,001*

Fatturato/Capitale ( it-1 it-1 (0,020) (0,020) (0,094)

ω

ln -0,170* -0,170* -0,113*

)

Costo d'uso del capitale senza l'incentivo ( it (0,033) (0,033) (0,092)

ψ

ln -0,309* -0,312* -0,196*

)

Var. costo d’uso del capitale dovuta al credito d'imposta ( it (0,021) (0,021) (0,106)

Deviazione del PIL 0,109* 0,106* 0,127*

(0,048) (0,048) (0,167)

Dummy temporali e settoriali SI SI SI

Costante NO NO NO

Numero di osservazioni 51.643 49.932 1.711

p 0,000 0,000 0,002

-value)

AR(1) (

p 0,187 0,243 0,260

-value)

AR(2) ( p 0,790 0,887 0,245

-value)

Sargan test (

p 0,662 0,787 0,392

-value)

Hansen test (

p 0,365 0,489 0,459

-value)

Dif-Hansen ( Elasticità dell'investimento rispetto al costo d’uso del capitale (media del campione)

ω

ln -0,472* -0,464* -0,554

Costo d'uso del capitale senza l'incentivo ( )

it (0,092) (0,092) (0,453)

ψ

ln -0,857* -0,852* -0,955**

Var. costo d’uso del capitale dovuta al credito d'imposta ( )

it (0,058) (0,058) (0,515)

Fonte: elaborazioni ISAE.

Note: gli errori standard sono tra parentesi.* Significativo al livello di confidenza del 5%.** Significativo al livello del 10 %.

Gli strumenti utilizzati sono i ritardi al tempo t-2 di tutte le variabili esplicative nell'equazione in differenze e al tempo t-1 nell'equazione in

livelli. Con le stime per sottocampioni riportate in tabella 7 si esplora la possibilità che la

reazione innescata dall'incentivo possa variare in relazione alla dimensione d'impresa. I

risultati sull'intero campione sono messi a confronto con quelli per i sottocampioni delle

imprese con meno di 30 addetti e delle imprese più grandi. La scomposizione del

campione è ottenuta assegnando ciascuna impresa ai diversi sottoinsiemi in relazione al

numero degli occupati presenti nell'anno 2000 (pre-intervento). L'esame della tabella 7

rivela che i risultati per le piccole imprese riproducono molto strettamente i risultati

ottenuti per l’intero campione. Ciò non sorprende, dal momento che la quasi totalità delle

imprese appartenenti al nostro campione ha meno di 30 addetti. Quanto alle imprese

maggiori, queste sembrano caratterizzate da un processo di accumulazione del capitale

- 145 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

meno rapido (α=0,883) rispetto alle piccole (α =0,968), mentre gli effetti che derivano da

variazioni di entrambe le componenti del costo d’uso del capitale risultano stimate ad un

livello inferiore di precisione. Inoltre, la variabile cash flow ritardata risulta non

significativa, il che è coerente con l’ipotesi che le grandi imprese dovrebbero essere

meno esposte ai vincoli di finanziamento rispetto alle piccole imprese.

Il seguito di questo paragrafo è dedicato a verificare la rilevanza dei vincoli di

finanziamento nelle piccole imprese. Come già detto, tali vincoli sembrano avere un

impatto modesto sulle scelte di investimento nelle piccole imprese. Una interpretazione

alternativa è che i vincoli di finanziamento incidano sul processo di decisione in un

modo che non è catturato dalla variabile cash flow, che potrebbe invece cogliere

l’andamento delle aspettative correnti riguardo ai profitti futuri (Bond et al. 2004).

Verifichiamo pertanto la robustezza dei nostri risultati relativamente alla presenza di

errori di misurazione, introducendo nel modello di regressione un indicatore alternativo

19

di profittabilità attesa . Se la variabile cash flow contiene informazioni di questo tipo,

possiamo attenderci che perda di significatività con l’introduzione di una misura diretta

della profittabilità attesa. In tal caso, questa variabile sarebbe un indicatore non corretto

della presenza di vincoli di finanziamento. La colonna (i) della tabella 8 incorpora un

indicatore forward-looking di profittabilità attesa nel nostro modello di investimento per

le piccole imprese. Come si vede, il coefficiente della variabile cash flow rimane

significativo solo al livello di significatività del 10%, suggerendo che non possiamo

escludere la presenza di un certo grado di collinearità con l’indicatore di profittabilità

attesa. Tuttavia, va osservato che quest’ultima variabile è non significativa anche quando

omettiamo la variabile cash flow dal modello di investimento (colonna (ii) di tabella 8).

Ciò suggerisce che la variabile cash flow, benché soggetta a caveat come sopra

evidenziato, può essere interpretata come indicatore della presenza di vincoli di

finanziamento.

E’ nostro principale interesse in questo ambito verificare se il credito d’imposta ha

contribuito a ridurre la sensitività delle decisioni di investimento alle disponibilità di

fonti interne di finanziamento per le imprese più esposte al razionamento del credito.

Questa ipotesi potrebbe essere confermata dal momento che, come mostrato

precedentemente, le imprese di questo tipo mostrano una più elevata probabilità di

realizzare l’investimento in presenza del sostegno pubblico. In particolare, ci chiediamo

se le imprese agevolate appartengano a tipologie di imprese maggiormente esposte al

razionamento del credito rispetto alle imprese non agevolate e se il beneficio riduca

l’impatto dei vincoli di finanziamento. In colonna (iii) della tabella 8 abbiamo

incorporato alla specificazione di base un termine di interazione che cattura l’effetto

19 Questa misura è ottenuta come un indicatore forward-looking della profittabilità attesa come descritto in appendice.

- 146 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

della variabile cash flow sulle imprese trattate. Il coefficiente di quest’ultimo termine

risulta significativo e di dimensione molto maggiore rispetto al medesimo effetto

calcolato per l’intero campione. Ciò conferma l’evidenza fornita dalla sezione 2,

secondo cui sono proprio le imprese che subiscono il razionamento del credito a

richiedere il sostegno pubblico. Infine, la colonna (iv) della tabella 8 riporta le stime

della specificazione precedente modificata in quanto il termine di interazione incorpora

ora l’ammontare del beneficio d’imposta alla variabile cash flow per le imprese

agevolate. L’effetto di questa variabile è significativo e di circa dieci volte inferiore

rispetto al valore dell’analogo coefficiente in colonna (iii), a conferma del fatto che il

credito d’imposta si è rivelato alquanto efficace nel ridurre la sensitività alle fonti di

finanziamento interne nelle imprese soggette a razionamento del credito.

Tab. 8 LA PRESENZA DI VINCOLI DI FINANZIAMENTO PER LE PICCOLE IMPRESE

t-2)

(GMM-SYS

I /K (i) (ii) (iii) (iv)

Variabile dipendente: it-1 it-1

I /K 0,033* 0,034* 0,031* 0,029*

)

Dipendente ritardata ( it-1 it-2 (0,000) (0,006) (0,005) (0,005)

CF /K 0,003* 0,003* 0,003*

)

Cash Flow/Capitale ( it-1 it-2 (0,001) (0,001) (0,001)

EП -0,092 -0,000

)

Indicatore di profittabilità attesa ( t (0,333) (0,233)

CF /K 0,038*

* Impresa agevolata

it-1 it-2 (0,006)

CF RTC K 0,004*

+ )/ * Impresa agevolata

( it-1 it-2 (0,002)

Y /K 0,019 -0,002 0,001 -0,004

)

Fatturato/Capitale ( it-1 it-1 (0,081) (0,062) (0,020) (0,020)

ω

ln -0,185* -0,160* -0,188* -0,169*

)

Costo d'uso del capitale senza l'incentivo ( it (0,064) (0,035) (0,034) (0,030)

ψ

ln -0,320* -0,324* -0,325* -0,310*

Var. costo d’uso del capitale dovuta al credito d'imposta ( )

it (0,035) (0,033) (0,021) (0,021)

Deviazione del PIL 0,122 0,111 0,197* 0,103*

(0,073) (0,066) (0,039) (0,039)

Dummy temporali e settoriali SI SI SI SI

Costante NO NO NO NO

Numero di osservazioni 49.932 49.932 49.932 49.932

p 0,000 0,000 0,000 0,000

AR(1) ( -value)

p 0,268 0,150 0,148 0,273

-value)

AR(2) ( p 0,877 0,028 0,781 0,853

-value)

Sargan test (

p 0,807 0,337 0,656 0,721

-value)

Hansen test (

p 0,730 0,185 0,361 0,421

-value)

Dif-Hansen (

Fonte: elaborazioni ISAE.

Note: gli errori standard sono tra parentesi.* Significativo al livello di confidenza del 5%.

t-2

Gli strumenti utilizzati sono i ritardi al tempo di tutte le variabili esplicative nell'equazione in differenze e al tempo t-1 nell'equazione in

livelli. Nel complesso, i nostri risultati suggeriscono che il credito d’imposta erogato dalla

legge n. 388/2000 ha svolto un ruolo positivo nel sostenere gli investimenti nelle aree

- 147 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

20

svantaggiate . L’elasticità dell’investimento rispetto allo sconto d’imposta è piuttosto

elevata, sebbene non sia superiore all’unità. Ciò significa che per ciascun euro di

mancato gettito osserviamo quasi un euro di investimento aggiuntivo superiore al livello

dell’investimento che le imprese avrebbe altrimenti intrapreso. Il sostegno pubblico ha

inoltre ridotto sensibilmente la sensitività delle scelte di investimento alla disponibilità di

risorse interne per le imprese più esposte al razionamento del credito.

E’ stato inoltre dimostrato che la risposta delle imprese è in parte spiegata da effetti

di sostituzione intertemporale associati alla natura temporanea dell’incentivo. L’elasticità

dell'investimento a variazioni del costo d’uso del capitale escluso l’incentivo è infatti

molto inferiore rispetto all’impatto dell’incentivo temporaneo. A sua volta, l’elasticità

dell’investimento a variazioni delle componenti non transitorie del costo d’uso del

capitale suggerisce che le possibilità di sostituzione incorporate dalla tecnologia di

produzione sono limitate e, conseguentemente, gli incentivi all’investimento hanno un

impatto contenuto sul processo di accumulazione del capitale di lungo periodo.

L’EFFETTO DELL’AGEVOLAZIONE SULLA PRODUTTIVITÀ DELLE IMPRESE

AGEVOLATE

Questo paragrafo è dedicato a verificare l'impatto dell'agevolazione sulla

produttività delle imprese utilizzatrici del credito d'imposta. A questo fine, si

confrontano diverse misure di produttività totale dei fattori (TFP) e si esamina se la

distribuzione di questi indicatori tra i due gruppi di imprese, agevolate e non, differisce

in termini statistici. Successivamente, si misura l'incremento nella produttività generato

dall'incentivo mediante la stima di un modello dinamico di crescita della TFP a livello di

impresa (si veda il riquadro “Determinanti della dinamica della produttività a livello di

impresa”).

Le nostre stime della TFP sono ottenute utilizzando diversi approcci al fine di verifi-

care la sensitività dei risultati alla scelta della metodologia. Una misura della TFP è cal-

colata, applicando l'approccio non parametrico basato sui numeri indici (Caves et al.

1982), come il tasso di crescita della produzione non spiegato dalla crescita nell'impiego

dei fattori. Alternativamente, la TFP può essere calcolata come il residuo di stima di una

funzione di produzione a livello di impresa. In questo lavoro si utilizza la metodologia

proposta da Levinsohn e Petrin (2003), che affronta esplicitamente il problema di simul-

taneità che sorge quando l'impresa osserva variazioni nei livelli di produttività e reagisce

20 Questo risultato è confermato anche dal lavoro di Bronzini et al. (2008).

- 148 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

Determinanti della dinamica della produttività a livello di impresa

Seguendo l'approccio proposto da Griffith et al. (2006), la dinamica della produttività a

livello di impresa può essere descritta a partire dall'osservazione di alcuni fatti stilizzati che ne

caratterizzano la dispersione e l'evoluzione, quali la persistenza nei livelli di produttività, la

presenza di un certo grado di eterogeneità nei livelli di produttività tra imprese e, inoltre, la

convergenza verso la frontiera di produzione. In questo ambito, il livello di TFP a livello di

impresa, ln A , può essere espresso in funzione del suo ritardo (A ), di un termine specifico

it it-1

individuale (γ ) per tener conto dei differenziali di produttività, e della distanza dalla frontiera nel

i F / A ), al fine di cogliere il processo di convergenza:

settore di appartenenza j, ln(A j i ⎛ ⎞

Fj

A

⎜ ⎟

γ λ

= + + +

ln A ln A ln u (1)

⎜ ⎟

it it i it

1 A

⎝ ⎠

i −

t 1

dove λ è il parametro che misura la velocità di convergenza e u è un errore stocastico. Questa

it

specificazione implica che il tasso di incremento della produttività dipende dalla distanza relativa

rispetto alla frontiera tecnologica. Ricomponendo i termini e incorporando una variabile

F , si ottiene la seguente

aggiuntiva, la variazione della frontiera tecnologica di produzione ΔlnA j

rappresentazione a correzione dell'errore (ECM):

⎛ ⎞

Fj

A

⎜ ⎟ (2)

β λ δ γ ε

Δ = Δ + + + + +

Fjt

ln A ln A ln Treated * Post T

⎜ ⎟

it i t it

A

⎝ ⎠

i −

t 1

Δ ln A

dove è il tasso di crescita nella TFP dell'impresa i al tempo t. Questa formulazione

it

esplicita la relazione che intercorre tra l'impresa non di frontiera e la frontiera tecnologica in

Δ ln F

A

termini di trasferimento tecnologico. Il primo termine ( ) conferisce un certo grado di

it

flessibilità alla specificazione del processo di crescita della TFP, in quanto permette l'adeguamento

nel tasso di crescita della produttività dell'impresa non di frontiera in risposta alla crescita della

( )

( Fj )

ln A / A corrisponde alla distanza tra l'impresa non di

frontiera F. Il secondo termine i −

t 1

frontiera e la frontiera. Maggiore è tale distanza, maggiore è la crescita potenziale nella TFP

dell'impresa non di frontiera associata al trasferimento tecnologico. Ne segue che, mentre il

parametro β approssima l'effetto transitorio dato dall'aggiustamento di breve periodo, il parametro

λ, che ci si attende di segno positivo, esprime la velocità del trasferimento tecnologico e, pertanto,

coglie l'intensità del legame di lungo periodo.

L'impatto del credito d'imposta agli investimenti sui livelli di produttività è stimato, seguendo

una strategia di identificazione differences-in-differences, come il differenziale di crescita della

produttività tra imprese agevolate e non durante l'arco temporale successivo all'ottenimento del

credito. Più precisamente, la variabile di interesse per la stima dell'effetto causale è ottenuta

dall'interazione tra una variabile indicatrice che assume valore 1 se l'impresa ha ricevuto il bonus

fiscale e 0 altrimenti (Treated), e un'altra variabile binaria fissata a 1 per il periodo successivo al

ricevimento dell'incentivo (Post). In aggiunta, il modello empirico (2) incorpora dummy temporali,

settoriali e regionali al fine di controllare per la presenza di shock comuni alla tecnologia,

fluttuazioni macroeconomiche e per tener conto di un diverso grado di sviluppo economico tra le

diverse regioni. Infine, ε è il termine idiosincratico.

it - 149 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

21

modificando la composizione dei fattori di produzione . La frontiera di produzione è sti-

mata per ogni settore (Ateco 2-digit). 22

La crescita della produttività totale dei fattori nel nostro campione varia tra l'1,6 e

l'1,9% annuo, rispettivamente, sulla base dell'approccio basato sui numeri indici e della

procedura Levinsohn-Petrin (LP) con riferimento alla mediana della distribuzione

23

relativa all'intero arco temporale considerato 1998-2005 (Tab. 9). La deviazione

Tab. 9 LA PRODUTTIVITÀ TOTALE DEI FATTORI: STATISTICHE DESCRITTIVE

Variabile Mediana Media Deviazione Standard

Indice non parametrico

Δ 0,016 0,023 0,338

TFP

ijt 0,426 0,443 0,202

TFPGAP ijt-1

Δ 0,003 0,002 0,014

TFP

Fijt

Stimatore Levinsohn-Petrin

Δ 0,019 0,026 0,336

TFP

ijt 0,461 0,485 0,222

TFPGAP ijt-1

Δ 0,005 0,004 0,026

TFP

Fijt

Fonte: elaborazioni ISAE.

Nota: il campione comprende circa 67.000 osservazioni relative a imprese non di frontiera.

standard del tasso di crescita della TFP è in entrambi casi pari a 0,33, il che implica che

la distribuzione è caratterizzata da considerevole variazione nei tassi di crescita. La

variabile TFPgap, che misura la distanza in logaritmi tra le imprese non di frontiera e la

frontiera tecnologica, è in media pari a 0,44, il che implica che le imprese non di

frontiera presentano livelli di produttività che sono in media del 55% inferiori (62% in

base alle stime LP) a quelli delle imprese di frontiera. Il TFPgap fornisce una misura del

potenziale di crescita della produttività nelle imprese non di frontiera per effetto del

trasferimento tecnologico. La tabella mostra che tale distanza è soggetta a considerevole

variabilità (l'errore standard della variabile è pari a circa lo 0,20% in base ad entrambi gli

approcci di stima). Il livello della TFP delle imprese di frontiera è dato dalla media delle

TFP relativamente al 5% delle imprese più produttive considerando settori a 2-digit. La

crescita della TFP delle imprese di frontiera, che rappresenta una misura del progresso

tecnologico, è di circa lo 0,2 percento in media (0,04% in base alle stime LP).

21 Lo stimatore LP può essere agevolmente implementato, in quanto si basa sull’impiego degli input intermedi come

proxy per gli shock non osservati di produttività. Una limitazione dello stimatore LP è l'assunzione che la sottostante

forma funzionale sia Cobb-Douglas, laddove sarebbe più vantaggiosa una rappresentazione più flessibile della

tecnologia. L'approccio basato sui numeri indice può essere preferibile da questo punto di vista, in quanto si dimostra che

è consistente con una funzione di produzione translog che fornisce una approssimazione locale a qualunque tecnologia

di produzione sottostante i dati. Tuttavia, l’approccio dei numeri indice si fonda su un numero di assunzioni

potenzialmente critiche, come la concorrenza perfetta e la presenza di ritorni di scala costanti.

22 Il campione di imprese sul quale sono state effettuate le stime è il medesimo utilizzato nell'analisi delle scelte di

investimento.

23 Per un confronto con altre analisi per l'Italia basate su microdati si veda ad es. Barba Navaretti et al. (2007).

- 150 -

L'efficacia del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree sottoutilizzate

La figura mostra la distribuzione dei livelli di produttività stimati in base

all'approccio dei numeri indici e alla procedura LP per le imprese agevolate e non.

Il campione è suddiviso negli anni pre-intervento (1998-2000) e negli anni post-

intervento (2001-2005). Come si può osservare, le densità per i due gruppi di imprese

sono piuttosto sovrapposte negli anni pre-intervento, mentre nel periodo successivo le

imprese trattate collocate nella porzione inferiore della distribuzione della TFP mostrano

una crescita della produttività segnalata da un incremento significativo della densità

intorno alla mediana della distribuzione, a differenza del gruppo di controllo. Si è

effettuato il test non parametrico di Kolmogorov-Smirnov per verificare la dominanza

stocastica tra distribuzioni. I risultati del test confermano che la distribuzione dei livelli

di TFP per le imprese che hanno ricevuto il credito contiene valori più elevati rispetto al

gruppo di controllo. Ciò vale sulla base di entrambe le misure di produttività.

DISTRIBUZIONE DEI TASSI DI CRESCITA DELLA TFP, CONFRONTO TRA

IMPRESE AGEVOLATE E NON AGEVOLATE

Periodo pre-intervento 1998-2000 Periodo post-intervento 2001-2005

- 151 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - ottobre 2009

La tabella 10 mostra le frequenze delle imprese che transitano tra i diversi quintili

della distribuzione del TFP, distinguendo ancora una volta le imprese agevolate dal

gruppo di controllo. Le righe della matrice di transizione riportano la proporzione di

imprese per quintile nell'anno 2005 con riferimento a ciascun quintile della distribuzione

TFP nell'anno pre-intervento 2000. Ad esempio, la prima riga ci dice che, delle imprese

trattate ancora attive collocate nel quintile inferiore della distribuzione TFP del settore di

appartenenza nell'anno (2000), cinque anni dopo il 39% rimane nel quintile inferiore, il

25% raggiunge il secondo quintile, il 15% il terzo, l'8% il quarto e il 13% il quinto

quintile. La tabella 10 conferma alcuni risultati di base relativi alla dispersione e alla

dinamica della produttività, in accordo con la più recente letteratura basata su

24

. Il nostro campione è caratterizzato da un alto grado di persistenza nei livelli

microdati

di produttività, particolarmente accentuata agli estremi della distribuzione TFP, che si

accompagna ad un significativo grado di eterogeneità nei livelli di produttività e a

movimenti verso la frontiera per effetto della convergenza, come si assume nel modello

interpretativo della dinamica della produttività. Ai fini della nostra analisi, questa

matrice di transizione conferma inoltre che la distanza nella performance tra le imprese

trattate e non si addensa principalmente tra le imprese contraddistinte dai livelli inferiori

di produttività, come precedentemente mostrato dal grafico della densità della

distribuzione. In particolare, le imprese trattate che si trovavano nei quintili inferiori

nell'anno 2000 mostrano una probabilità più elevata di passare a quintili più elevati della

distribuzione di produttività rispetto al gruppo di controllo, oppure, il che è equivalente,

una minore probabilità di arretrare (quintile 2).

Tab. 10 LA MATRICE DI TRANSIZIONE DAL 2000 AL 2005

Quintile della distribuzione della TFP, anno 2005

Quintile della distribuzione TFP, anno 2000 1 2 3 4 5 Totale

Agevolate 39,48 25,09 14,98 7,73 12,72 100

1 Non agevolate 43,73 19,39 10,96 6,53 19,39 100

Agevolate 18,63 32,44 26,45 11,88 10,60 100

2 Non agevolate 25,80 27,18 19,61 12,04 15,37 100

Agevolate 11,41 22,39 28,96 23,90 13,35 100

3 Non agevolate 13,44 20,51 24,33 23,52 18,19 100

Agevolate 8,66 13,56 22,32 31,29 24,16 100

4 Non agevolate 9,72 12,44 19,08 30,09 28,67 100

Agevolate 9,96 9,96 11,65 23,40 45,02 100

5 Non agevolate 12,03 9,82 10,97 18,09 49,09 100

Fonte: elaborazioni ISAE.

Note: la tabella mostra le frequenze delle imprese per quintile della distribuizione della TFP nell'ambito del settore di appartenenza a

2-digit negli anni 2000 e 2005, in particolare si considerano le imprese attive in entrambi gli anni. La misura di produttività è calcolata con

l'approccio dei numeri indici. I quintili sono ordinati in ordine crescente, i.e. quintile 1 è il quintile inferiore.

24 Si veda ad esempio Griffith et al. (2006). - 152 -


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266

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1.23 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Scienza delle finanze della Prof.ssa Gaetana Trupiano. Trattasi del rapporto "Politiche pubbliche e redistribuzione" dell'ottobre 2009 dell'ISAE, Istituto di Studio e Analisi Economica, dedicato all’analisi strutturale di tematiche relative alla distribuzione del reddito e all’intervento pubblico in campo sociale e all’illustrazione degli effetti redistributivi delle manovre di finanza pubblica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche per il governo e l'amministrazione
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trupiano Gaetana.

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