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L'effetto distributivo dell'intervento pubblico nell'UE

questa differenziazione di genere tra i poveri è più marcata (21% contro 17%), mentre è

meno forte in Belgio, Portogallo, Regno Unito e Svezia, ed è addirittura nulla in Dani-

marca, Lussemburgo e Olanda. Nell’Unione europea a 15, le persone con età inferiore a

25 anni presentano livelli di povertà più elevati (circa il 18%), e questo si verifica, sia

pure con percentuali diverse, in quasi tutti i paesi considerati. In Danimarca, Finlandia,

Grecia e Svezia il rischio è più elevato solo nella classe di età compresa tra i 16 e i 24 an-

ni, mentre in Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna sono i bambini di età inferiore a

16 anni a presentare un maggiore rischio di povertà. Le persone con 65 o più anni hanno

un’incidenza della povertà superiore alla media (20,0%). Il rischio per questa classe di

età è particolarmente alto in Irlanda (33% di poveri anziani contro il 20% della popola-

zione), mentre è minore in Lussemburgo (7 contro il 13%) e Olanda (5 contro l’11%).

Nell’Ue15 presentano maggiori livelli di povertà coloro che vivono in famiglie monoge-

nitori (32%), in nuclei familiari con 3 o più figli (22%) e le persone sole indipendente-

mente dall’età, mentre sono a basso rischio di povertà le coppie senza figli con entrambi

i componenti con meno di 65 anni. Considerando i singoli paesi emergono alcune speci-

ficità: Olanda e Lussemburgo si caratterizzano per un’incidenza inferiore alla media per

le famiglie monocompenti anziane, mentre in Finlandia, Germania e Svezia le famiglie

con 3 o più figli non hanno un più elevato rischio di cadere in situazioni di povertà. In

Italia, Lussemburgo, Portogallo e Spagna è sufficiente la presenza di due figli all’interno

di un nucleo familiare per incrementare la probabilità di dover affrontare situazioni di di-

sagio economico. In quasi tutti i paesi, abitare in una casa di proprietà riduce la possibili-

tà di incorrere in situazioni di povertà; di converso, il pagamento di un canone di

locazione per la casa di residenza incrementa, e in alcuni casi di molto, il rischio.

L’incidenza della povertà tende ad essere notevolmente più elevata fra i disoccupati:

il rischio per questa categoria è più che doppio rispetto a quello medio calcolato sui sog-

56

getti con 16 o più anni in quasi tutti i paesi considerati. In Italia, Austria, Germania, Ir-

landa, Lussemburgo e Regno Unito quasi un disoccupato su due è povero. Essere

occupati sicuramente riduce il rischio, ma non lo annulla: il fenomeno dei working poor

57 , e particolarmente grave in Lussemburgo e in Olanda, dove i

è presente in tutti i paesi

lavoratori hanno una probabilità di sperimentare situazioni di povertà di poco inferiore

alla media. In genere gli occupati con un contratto a tempo determinato hanno un mag-

gior rischio; questo è vero soprattutto in Italia, Grecia e Lussemburgo; anche avere un

contratto di lavoro part-time incide positivamente sulla probabilità di diventare poveri,

58

ad eccezione del caso dell’Olanda . Il numero di percettori di reddito da lavoro presenti

56 La tabella non riporta l’incidenza media per questo gruppo, comunque le differenze rispetto all’incidenza calcolata con

riferimento all’intera popolazione sono minime.

57 Eurostat classifica un occupato come quando appartiene ad una famiglia povera.

working poor - 27 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

in un nucleo familiare influenza notevolmente la probabilità di diventare poveri: a livello

europeo gli individui appartenenti a famiglie con figli con un’intensità lavorativa pari a

59 presentano una’incidenza pari al 63%; nel caso in cui, invece, non siano presenti

zero

figli, tale percentuale scende al 28%. Anche il livello di istruzione svolge un ruolo im-

portante nel ridurre la probabilità di cadere in situazioni di difficoltà economica: il pos-

sesso di un titolo di studio medio o alto è associato ad un’incidenza pari rispettivamente

al 12 e al 7%. Infine, risulta che i pensionati hanno una probabilità di sperimentare una

condizione di disagio economico leggermente superiore alla media; in alcuni paesi, tutta-

via, tale gruppo non sembra particolarmente svantaggiato sotto questo aspetto: si tratta

dell’Italia, dell’Austria, della Francia, del Lussemburgo e dell’Olanda.

I dati appena commentati consentono di delineare un quadro del fenomeno della po-

vertà in termini statici, nel senso che producono una “fotografia” delle caratteristiche di

chi in un determinato anno risulta povero, ma non forniscono informazioni circa i pro-

cessi di entrata/uscita dalla condizione di povertà o di permanenza in tale situazione. Il

fenomeno della povertà può difatti interessare solo occasionalmente determinati indivi-

dui (povertà transitoria), mentre per altri può rivelarsi una condizione più o meno duratu-

ra (povertà persistente) e questa distinzione è particolarmente rilevante nel definire

efficaci politiche di contrasto della povertà. Secondo Eurostat, nel 2000 il 9% della po-

polazione dell’Ue15 risultava persistentemente povera, ossia si trovava in una situazione

di disagio economico da almeno quattro anni. Considerando che in quell’anno l’inciden-

za della povertà era del 21%, sempre a livello euroepo, ciò significa che oltre il 40% dei

poveri si trovava in una condizione di difficoltà non transitoria. Nella maggior parte dei

paesi considerati la percentuale di soggetti persistentemente poveri oscillava tra il 40 e il

50%; solo Olanda e Germania presentavano un valore intorno al 30%. Vale la pena di

sottolineare ancora l’esistenza di una relazione positiva tra incidenza e persistenza: i pae-

si con il più alto rischio di povertà (tra cui l’Italia) sono anche quelli con la più alta quota

60

di poveri persistenti .

Come evidenziato da numerosi studiosi (Jenkins e Micklewright, 2007; Förster et

al. (2004); Atkinson et al. 2005), considerazioni sulla povertà basate unicamente su una

varibile monetaria quale il reddito non sono sufficienti a fornire un quadro esaustivo del

disagio. A questo proposito, Eurostat considera altre dimensioni non reddituali di

58 Per un approfondimento sulle caratteristiche dei si veda EFILWC European Foundation for the

working poor

Improvement of Living and Working Conditions (2004) e Eurostat (2005a).

59 L’intensità dello stato lavorativo è calcolata, per la famiglia, sulla base del numero di mesi in cui tutti i componenti in età

lavorativa hanno lavorato durante l’anno in proporzione al numero totale di mesi in cui gli stessi avrebbero potuto

lavorare. L’intensità varia tra 0 (famiglie in cui nessuno lavora) ed 1 (piena intensità lavorativa).

60 Per un approfondimento sul fenomeno della povertà persistente si veda Istat (2004); OECD (2006a; 2001) e

Andriopoulou (2006). - 28 -

L'effetto distributivo dell'intervento pubblico nell'UE

privazione, che consentono di articolare con maggiore dettaglio la descrizione dei

fenomeni di povertà. Si tratta comunque di dimensioni riguardanti la disponibilità di de-

61 , che, in rapporto al livello medio di sviluppo socio-economico

terminati beni materiali

e al contesto culturale dei paesi considerati, rappresentano la risposta a bisogni diffusi e

sono quindi un possibile benchmark di benessere (e, per converso, di privazione). Secon-

62

do recenti stime Eurostat (2005b) , esiste una relazione positiva tra povertà e mancanza

di alcuni beni materiali: i paesi con la quota più elevata di soggetti che soffrono di qual-

che forma di deprivazione sono anche quelli con il più alto rischio di povertà (Italia, Spa-

gna, Portogallo, Grecia; non così l’Irlanda, che pur mostrando un’elevata diffusione della

povertà non presenta in proporzione un alto rischio di deprivazione) e viceversa per quel-

li a basso rischio di disagio economico. Inoltre i paesi con il più contenuto rischio di de-

privazione (inferiore al 10%) mostrano una diffusione di quest’ultima di molto inferiore

al tasso di povertà (Olanda, Lussemburgo, Danimarca e Francia), mentre in quelli con

maggiori problemi di deprivazione questa presenta un tasso molto maggiore di quello di

povertà (Portogallo, Grecia e Spagna). La relazione tra povertà e condizioni abitative

precarie è meno ovvia: ad esempio Lussemburgo e Olanda, paesi con un contenuto ri-

schio di povertà, si caratterizzano per un rischio particolarmente elevato (intorno al 20%)

per quanto riguarda il disagio abitativo; in Finlandia, Danimarca, Austria e Italia i due ri-

schi presentano percentuali molto simili. Un altro aspetto interessante da analizzare è la

verifica della compresenza di povertà e di almeno due forme di privazione materiale nel-

la stessa persona. A questo proposito la minor sovrapposizione si verifica in Olanda,

Lussemburgo e Francia, dove i soggetti poveri e deprivati rappresentano tra il 18 e il

27% dei poveri; percentuali comprese tra il 30 e il 40% si riscontrano in Austria, Beglio

e Irlanda; la quota supera il 60% per Spagna, Grecia e Portogallo (paese dove l’interse-

zione degli eventi coinvolge l’80 dei soggetti poveri).

61 Si veda il lavoro di Szeles (2004) per una stima della povertà multidimensionale che considera anche aspetti non

materiali.

62 Sulla persistenza delle situazioni di deprivazione si veda l’interessante rapporto CER-SPI (2007). Per una analisi delle

determinanti dello stato di deprivazione nei paesi europei si veda Figari (2006).

- 29 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

EFFETTI REDISTRIBUTIVI DELL’INTERVENTO PUBBLICO IN EUROPA

In generale, gli elementi che incidono sui livelli di equità di un sistema sono costitu-

iti dai processi di formazione dei redditi, che operano attraverso il mercato, e dall’azione

dello Stato, attraverso la quale vengono attenuate le disuguaglianze derivanti dalla distri-

buzione primaria. Un aspetto che merita, dunque, un’attenzione particolare riguarda

l’analisi degli effetti che i differenti sistemi di tassazione e di protezione sociale induco-

no sulla distribuzione del reddito familiare. Come è emerso dall’analisi svolta finora, i

paesi della Ue15 sono eterogenei con riferimento sia alla dimensione e alla composizio-

ne dei trasferimenti sociali, sia al prelievo fiscale; appare quindi interessante analizzare

se essi presentino differenti livelli di efficacia delle politiche pubbliche nella riduzione

della disuguaglianza e della povertà.

Attraverso il confronto fra le distribuzioni dei redditi familiari calcolati includendo

ed escludendo l’intervento pubblico è possibile quantificare gli effetti prodotti dalle di-

63

verse politiche redistributive . A nostra conoscenza vi è un unico studio recente (Immer-

64

voll et al., 2005) che stima, per tutti e quindici i paesi considerati, gli effetti diretti sulla

65

disuguaglianza prodotti dall’operatore pubblico in un determinato anno attraverso i tra-

66

. Questo tipo di analisi è particolarmente comples-

sferimenti sociali e il prelievo fiscale

so, dal momento che richiede la disponibilità di microdati armonizzati e comparabili,

contenenti dettagliate informazioni sulle componenti primarie e redistributive dei redditi

familiari per ciascun paese. Per realizzare questo lavoro gli autori hanno potuto utilizzare

dati omogenei, che includono anche le imposte dirette a carico delle famiglie e i princi-

pali trasferimenti sociali monetari, ottenuti con il modello di microsimulazione fiscale

67

EUROMOD . Il vantaggio di questa base dati consiste quindi nella possibilità di svolge-

re analisi comparate per i 15 paesi della UE facilmente realizzabili e consistenti.

63 Si veda Raitano (2007) per una spiegazione sulle difficoltà di misurare gli effetti redistributivi.

64 È importante ricordare che lo Stato può, con la sua azione, influenzare anche i prezzi di mercato e il comportamento

delle famiglie e quindi, in modo indiretto, i redditi di mercato (Kim, 2000). Pertanto l’analisi di Immervoll . (2005) non

et al

è in grado di stimare tutti gli effetti prodotti dall’intervento pubblico.

65 Esistono alcuni studi che valutano per i paesi Ue15 l’impatto redistributivo limitandosi a considerare esclusivamente

l’imposizione fiscale o i trasferimenti sociali (Verbist, 2004; Heady ., 2001). Vi sono inoltre diversi lavori (ad esempio,

et al

Kenworkthy e Pontusson 2005; Mahler e Jesuit 2006) che analizzano contemporaneamente gli effetti della tassazione e

delle prestazioni sociali monetarie; si tratta però di studi che, utilizzando la base dati del Lis (Luxembourg Income Study),

non possono includere nell’analisi i paesi non presenti in questa fonte e quelli per i quali non sono disponibili informazioni

sulle componenti fiscali (Italia, Spagna, Lussemburgo, Irlanda, Grecia e Austria).

66 L’analisi essendo statica non permette di stimare gli effetti dei programmi pubblici che redistribuiscono le risorse nel

corso della vita di un individuo piuttosto che tra individui. Si veda lo studio di Liberati (2000) sull’impatto intertemporale

dell’intervento pubblico.

67 Per una descrizione dettagliata del modello si rinvia a Immervoll (1999).

et al.

- 30 -

L'effetto distributivo dell'intervento pubblico nell'UE 68

La tabella 14 riporta il coefficiente di Gini dei redditi di mercato , cioè considerati

a prescindere dall’intervento redistributivo, e dei redditi disponibili, che tengono conto

anche dell’imposizione fiscale e di alcuni trasferimenti sociali monetari. Ex ante, i paesi

Tab. 14 EFFETTI REDISTRIBUTIVI DELL'INTERVENTO PUBBLICO NEI PAESI UE15 - INDICE DI GINI

Reddito di mercato Reddito disponibile Variazione assoluta Variazione relativa

Italia 0,497 0,352 0,145 29,2

Austria 0,441 0,233 0,208 47,2

Belgio 0,462 0,250 0,212 45,9

Danimarca 0,457 0,235 0,222 48,6

Finlandia 0,482 0,246 0,236 49,0

Francia 0,486 0,287 0,199 40,9

Germania 0,470 0,259 0,211 44,9

Grecia 0,484 0,336 0,148 30,6

Irlanda 0,516 0,324 0,192 37,2

Lussemburgo 0,481 0,256 0,225 46,8

Olanda 0,412 0,250 0,162 39,3

Portogallo 0,514 0,358 0,156 30,4

Regno Unito 0,502 0,313 0,189 37,6

Spagna 0,520 0,328 0,192 36,9

Svezia 0,501 0,299 0,202 40,3

Media Ue15 0,473 0,300 0,173 36,6

Fonte: Immervoll et al. (2005). 69

con la maggior disuguaglianza sono Spagna, Irlanda, Portogallo e Regno Unito, mentre

Olanda, Austria e Danimarca presentano valori molto inferiori alla media. Si nota inoltre

che in Finlandia e in Svezia la distribuzione dei redditi di mercato è piuttosto disuguale:

ordinando i paesi in base a valori crescenti dell’indice di Gini, essi occupano rispettiva-

mente la settima e l’undicesima posizione. L’effetto perequativo della redistribuzione

pubblica è positivo in tutti i paesi Ue15: il valore dell’indice di Gini calcolato sul reddito

familiare disponibile è infatti sempre inferiore a quello dei redditi di mercato, con una ri-

duzione media del 36,6 per cento. L’entità di tale effetto, ottenuta calcolando la variazio-

70 del coefficiente di Gini prima e dopo l’intervento, è però molto

ne (assoluta e relativa)

71

diversa nei vari paesi . In particolare, l’Italia mostra la minor capacità redistributiva,

mentre la Finlandia presenta l’impatto maggiore. La riduzione della disuguaglianza è

68 Che si ottiene sommando per tutti i componenti del nucleo familiare il reddito da lavoro dipendente (al netto dei

contributi sociali a carico dei datori di lavoro) e autonomo, i redditi da capitale (mobiliare e immobiliare), le pensioni

private e i trasferimenti monetari tra famiglie (ad esempio, assegni per alimenti per il coniuge e per i figli in caso di

separazione).

69 Incidono, in modo particolare, sulla distribuzione dei redditi di mercato la disuguaglianza nei redditi da lavoro e la

composizione familiare (Kenworkthy e Pontusson, 2005).

- 31 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

piuttosto elevata, oltre il 45 per cento, in Belgio, Austria, Danimarca, Lussemburgo; i pa-

esi meno virtuosi dopo l’Italia, con variazioni molto inferiori alla media, sono Grecia e

72 deter-

Portogallo. L’intervento pubblico nei paesi anglosassoni, in Spagna e in Olanda

73

mina una diminuzione dell’indice di Gini leggermente superiore alla media . Dopo

l’azione redistributiva, i paesi con redditi meno concentrati risultano essere Austria, Da-

nimarca e Finlandia, mentre Portogallo, Italia e Grecia hanno quelli più disuguali. È inte-

ressante notare che nel passaggio da ex ante a ex post la posizione relativa si modifica

solo in pochi casi in modo rilevante; ordinando infatti i paesi Ue15 per valori crescenti

dell’indice di Gini per entrambi i tipi di reddito, si registrano cambiamenti significativi

per l’Olanda (dalla 1° alla 5° posizione), la Finlandia (dalla 7° alla 3° posizione), la Gre-

74

.

cia (dall’8° alla 13° posizione), l’Italia (dalla 10° alla 14° posizione)

Oltre alla valutazione complessiva dell’impatto del meccanismo redistributivo pub-

blico sulla disuguaglianza, è importante analizzare le proprietà distributive dei singoli

strumenti utilizzati dallo Stato per rendere meno concentrata la distribuzione dei redditi.

La tabella 15 riporta il contributo di alcuni programmi di spesa e di prelievo (pensioni

75 76

pubbliche , altri trasferimenti sociali monetari con e senza controllo dei mezzi , impo-

ste personali sul reddito e contributi sociali a carico dei lavoratori) alla diminuzione della

disuguaglianza; tale contributo è valutato calcolando a quanto ammonterebbe l’indice di

77

Gini dei redditi disponibili familiari se quello specifico strumento non venisse adottato.

A livello europeo, i trasferimenti sociali monetari non pensionistici, valutati nel loro

complesso, sono in grado di attenuare la disuguaglianza distributiva molto più di altri

strumenti: in assenza di tali trasferimenti l’indice di Gini sarebbe infatti molto più alto

70 Per misurare l’effetto redistributivo si può utilizzare la variazione assoluta e relativa nell’indice di Gini prima e dopo

l’intervento pubblico. La variazione assoluta è pari alla semplice differenza tra i due indici; quella relativa, invece, è

calcolata in rapporto all’indice iniziale e tiene quindi in considerazione le differenze nei livelli di disuguaglianza dei redditi

di mercato. Per un approfondimento sulle implicazioni associate all’utilizzo di queste due misurazioni si veda Kenworkthy

e Pontusson (2005).

71 La differenza tra il valore minimo e quello massimo è pari a 0,091 nel caso della variazione assoluta e a 19,8 per cento

nel caso di variazione relativa.

72 Si ricorda tuttavia che Olanda e Spagna, sebbene simili per entità degli effetti redistributivi dell’intervento pubblico,

hanno rispettivamente la più bassa e la più alta disuguaglianza dei redditi di mercato.

73 Il lavoro di Mahler e Jesuit (2006) stima l’impatto redistributivo dell’intervento pubblico per alcuni dei paesi qui

considerati (Belgio, Svezia, Olanda, Finlandia, Francia, Danimarca, Germania e Regno Unito) e ottiene risultati simili.

74 Per un’analisi dei cambiamenti intervenuti nella capacità redistributiva dello Stato tra gli anni ottanta e novanta in

alcuni paesi europei si veda Kenworkthy e Pontusson (2005) e Mahler e Jesuit (2006) .

75 Sono considerate pensioni pubbliche solo quelle erogate a persone con almeno 65 anni al fine di garantire un reddito

nella vecchiaia. Pensioni erogate ad individui più giovani o altre prestazioni monetarie concesse agli anziani sono

pertanto incluse negli altri trasferimenti sociali.

76 Per un elenco dettagliato dei diversi programmi considerati, si rinvia all’appendice del lavoro di Immervoll (2005,

et al.

pp. 22-24). - 32 -

L'effetto distributivo dell'intervento pubblico nell'UE

(+29,3%). Considerando le diverse realtà, si notano notevoli differenze circa l’entità

dell’impatto perequativo di questo strumento: in molti paesi l’incremento percentuale

Tab. 15 EFFETTI REDISTRIBUTIVI DEI TRASFERIMENTI E DELLA TASSAZIONE NEI PAESI UE15

INDICE DI GINI

Senza le Senza le Senza i

Senza le Senza tutte le Senza l'imposta

Reddito prestazioni prestazioni contributi sociali

pensioni prestazioni personale sui

disponibile sociali non sociali a carico dei

pubbliche sociali redditi

means-tested means-tested lavoratori

Italia 0,352 0,43 0,419 0,406 0,364 0,357 0,382

Austria 0,233 0,359 0,331 0,318 0,243 0,245 0,283

Belgio 0,25 0,344 0,36 0,343 0,263 0,263 0,317

Danimarca 0,235 0,324 0,414 0,38 0,259 0,253 0,293

Finlandia 0,246 0,366 0,402 0,371 0,27 0,255 0,294

Francia 0,287 0,389 0,39 0,356 0,316 0,302 0,309

Germania 0,259 0,362 0,349 0,338 0,268 0,264 0,313

Grecia 0,336 0,423 0,384 0,38 0,339 0,337 0,372

Irlanda 0,324 0,346 0,463 0,358 0,423 0,331 0,371

Lussemburgo 0,256 0,365 0,351 0,335 0,269 0,262 0,319

Olanda 0,25 0,311 0,352 0,323 0,276 0,255 0,3

Portogallo 0,358 0,42 0,416 0,396 0,377 0,366 0,401

Regno Unito 0,313 0,354 0,448 0,356 0,395 0,321 0,347

Spagna 0,328 0,426 0,4 0,386 0,341 0,328 0,374

Svezia 0,299 0,427 0,458 0,415 0,336 0,301 0,326

Media Ue15 0,3 0,376 0,388 0,358 0,327 0,312 0,338

Fonte: Immervoll et al. (2005).

oscilla tra il 40 e il 50% circa (Regno Unito, Irlanda, Olanda, Belgio, Svezia e Austria),

fino a superare il 60% (Danimarca e Finlandia). L’effetto redistributivo è piuttosto limi-

tato nell’Europa meridionale, con percentuali comprese tra il 14 e il 22%; i rimanenti pa-

esi (Germania, Francia e Lussemburgo) presentano valori superiori alla media di circa 5-

7 punti percentuali. Con riferimento all’insieme dei paesi europei, si nota che l’effetto

complessivo prodotto dai diversi trasferimenti sociali è dovuto principalmente alle pre-

stazioni non means-tested, che riducono la disuaglianza di circa il 19%, mentre quelle

78

sottoposte alla prova dei mezzi la attenuano in misura molto minore (9%) . Quest’ulti-

ma affermazione è valida, seppur in misura diversa, per quasi tutti i paesi Ue15. Le ecce-

zioni riguardano Irlanda e Regno Unito, dove il contributo dei trasferimenti sociali

selettivi è decisamente più elevato di quello dei trasferimenti sociali universali. Le pen-

77 In questo modo si supera il problema della scelta della sequenza in base alla quale valutare gli effetti dei diversi

strumenti. Non esiste infatti un ordine naturale, la decisione è arbitraria e i risultati dipendono dalla sequenza scelta. Ad

esempio, aggiungere al reddito di mercato i trasferimenti sociali e poi sottrarre le imposte sul reddito e i contributi

determina effetti redistributivi diversi rispetto al caso in cui prima si toglie la componente fiscale e poi si aggiunge quella

sociale. Per un approfondimento su questo aspetto si rinvia a Immervoll . (2005, p. 6). Si veda inoltre Mahler e Jesuit

et al

(2006), i quali adottano nella loro analisi una precisa sequenza.

- 33 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

sioni pubbliche sono il secondo strumento per entità di riduzione della disuguaglianza:

senza questa misura si avrebbe, in media, una distribuzione delle risorse molto più spere-

quata (+25,3%). Il ruolo perequativo delle pensioni pubbliche è molto consistente (con

percentuali superiori al 40%) in Svezia, Lussemburgo, Finlandia e Austria; anche Belgio,

Danimarca, Francia e Germania hanno valori piuttosto alti rispetto alla media, mentre in

Irlanda, Portogallo e Regno Unito l’effetto redistributivo svolto da tale strumento è mol-

to limitato, con valori compresi tra il 7 e il 17%. In Italia il contributo è inferiore al valo-

re medio di circa tre punti percentuali, mentre in Spagna è superiore di circa 4 punti;

infine Olanda e Grecia non si discostano dalla media. Anche la tassazione è in grado di

modificare la distribuzione dei redditi rendendola meno concentrata. In particolare, l’ef-

fetto è maggiore, in media, per le imposte dirette (+13%), e minore, sempre in media,

79 . Le imposte dirette hanno un ruolo piuttosto rilevante,

per i contributi sociali (+4%)

con percentuali comprese tra il 19 e il 27, in Finlandia, Olanda, Germania, Austria, Lus-

semburgo, Danimarca e Belgio, e inferiore al 10% in Francia, Italia e Svezia; i rimanenti

paesi si collocano intorno alla media. Ovunque i contributi sociali producono un modesto

impatto sulla distribuzione del reddito: le percentuali sono inferiori al valore medio in

tutti i paesi ad esclusione di Francia, Danimarca, Belgio ed Austria, dove l’effetto redi-

stributivo oscilla tra il 5 e l’8 per cento.

Prima di concludere il commento dei risultati dello studio di Immervoll et al.

(2005), è interessante analizzare la graduatoria dei diversi strumenti nei singoli paesi, per

verificare se esistono differenze rispetto all’ordine emerso con riferimento ai valori me-

di. In Italia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Austria Portogallo e Spagna le pensioni

pubbliche producono gli effetti redistributivi maggiori, seguite dai trasferimenti sociali

complessivi, dalle imposte dirette, e infine dai contributi sociali. In Irlanda, dopo i trasfe-

rimenti sociali complessivi, primi per importanza, contano le imposte dirette e le pensio-

ni, seguite dai contributi sociali; i rimanenti paesi rispecchiano la graduatoria media

europea. Infine, per quasi tutti i paesi considerati, i trasferimenti sociali selettivi produ-

cono un impatto redistributivo inferiore a quello delle imposte dirette e in un caso anche

dei contributi sociali; questo invece non si verifica in Irlanda e Regno Unito, dove tali

80

trasferimenti garantiscono effetti superiori a tutti gli altri , e in Francia e Svezia, dove

81

sono più importanti delle imposte dirette .

78 Lo studio di Mahler e Jesuit (2006) analizza il peso che i trasferimenti sociali hanno sul reddito iniziale e il livello di

concentrazione dei trasferimenti ordinando le famiglie per reddito di mercato. Tra gli otto paesi Ue15 considerati, quelli

con programmi molto selettivi sono il Regno Unito e, anche se in misura minore, la Danimarca e la Germania, mentre

l’Olanda mostra un basso livello di selettività. A differenza dal Regno Unito, che emerge come il paese con la più alta

efficienza e il minor impatto redistributivo, per gli altri paesi non si evidenzia una relazione tra efficienza e effetto

redistributivo.

79 Verbist (2004) ottiene risultati simili. - 34 -

L'effetto distributivo dell'intervento pubblico nell'UE

Gli effetti redistributivi dell’intervento pubblico appena commentati riguardano solo

alcuni strumenti: non è valutato l’impatto derivante dalle imposte indirette e dai trasferi-

menti in natura, quali, ad esempio, educazione e cure sanitarie. Con riguardo a questi ul-

timi, un recente studio dell’OECD (OECD, 2006b) ha provato, nonostante le numerose

difficoltà metodologiche insite in questo tipo di valutazione, a stimarne la capacità redi-

stributiva per alcuni paesi industrializzati, compresi quelli Ue15. Come si nota dal grafi-

co 3, che riporta la differenza tra l’indice di Gini calcolato sul solo reddito monetario

82

, in quasi tutti i

disponibile e quello che invece include le cure sanitarie o l’istruzione

paesi la sanità determina una variazione relativa dell’indice di Gini superiore a quella

prodotta dall’istruzione; solo in Olanda si verifica il risultato opposto (per il Lussembur-

go non è disponibile l’informazione circa l’impatto redistributivo dell’istruzione). Consi-

derando i servizi sanitari, si nota che l’impatto oscilla tra il 9,9% (Spagna) e il 15,7%

(Danimarca); inoltre non risultano concentrazioni di paesi appartenenti alla medesima

area geografica nella graduatoria (come invece era in genere emerso in precedenza). Per

quanto riguarda l’istruzione, l’entità dell’effetto redistributivo è all’incirca pari a quello

Graf. 3 - EFFETTI REDISTRIBUTIVI DI SANITÀ ED ISTRUZIONE NEI PAESI UE15

18

16

14

12

10

8

6

4

2

0 Lussemburgo

Finlandia Germania Irlanda

Grecia

Belgio Danimarca Francia

Austria Unito Spagna Svezia

Olanda

Italia Portogallo Regno

Sanità Istruzio ne

Fonte: OECD (2006).

80 In questi due paesi le pensioni pubbliche hanno una ridotta capacità redistributiva; si deve però ricordare l’importanza

delle pensioni private.

81 La maggior importanza dei trasferimenti sociali (incluse le pensioni) rispetto alle imposte nel ridurre la disuguaglianza

trova conferma anche nel lavoro di Mahler e Jesuit (2006): negli otto paesi Ue15 analizzati i trasferimenti sociali

determinano il 70% della riduzione dell’indice di Gini.

82 Il lavoro considera tutti i livelli di istruzione obbligatoria e non.

- 35 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

delle cure sanitarie in Italia (con il valore più elevato), Austria, Olanda, Portogallo, Spa-

gna e Svezia; il divario è invece piuttosto accentuato (tra i 6 e i 9 punti percentuali) in

Grecia, Finlandia, Danimarca e Belgio.

Per quanto riguarda l’impatto delle imposte indirette, il lavoro di O’Donoghue et al.

(2004) stima per 12 dei paesi europei analizzati in questo capitolo l’indice di Gini dopo

aver sottratto dal reddito disponibile tale forma di prelievo. In base alle stime degli auto-

83

, le imposte indirette determinano un peggioramento nella distribuzione dei redditi in

ri

tutti i paesi: l’effetto minore si ha in Belgio (2%), il maggiore in Francia e Finlandia (cir-

ca 15%); in Grecia, Svezia, Spagna, Olanda e Lussemburgo l’impatto oscilla tra il 4 e il

7% e nei rimanenti paesi si colloca tra il 9 e l’11 per cento.

Un’altra misura per valutare l’impatto redistributivo dell’intervento pubblico è la

variazione della povertà. A nostra conoscenza esiste un unico lavoro (Corak et al., 2005)

che considera tutti i paesi Ue15; tale analisi si concentra però solo sull’effetto delle poli-

tiche pubbliche sull’incidenza della povertà tra gli individui con meno di 18 anni. La ta-

84

bella 16 riporta la diffusione della povertà tra i minori calcolata dopo aver sottratto dal

reddito disponibile tutti i trasferimenti sociali monetari e aver eliminato, oltre alle presta-

Tab. 16 EFFETTI REDISTRIBUTIVI DELL'INTERVENTO PUBBLICO NEI PAESI UE15 SULLA

POVERTÀ RELATIVA TRA I MINORI Senza i trasferimenti sociali,

Reddito disponibile Senza i trasferimenti sociali l'imposta personale sui redditi e i

contributi sociali

Italia 26,0 37,8 27,0

Austria 10,5 38,2 20,3

Belgio 8,8 30,7 16,6

Danimarca 6,1 31,6 15,9

Finlandia 10,1 33,1 20,7

Francia 19,1 38,0 25,9

Germania 15,0 33,1 20,9

Grecia 17,7 24,6 18,4

Irlanda 26,6 38,6 33,3

Lussemburgo 15,5 37,5 27,2

Olanda 13,8 25,0 13,6

Portogallo 28,8 40,2 33,4

Regno Unito 21,4 42,0 34,8

Spagna 25,3 34,6 27,9

Svezia 8,7 39,2 20,8

Fonte: Corak et al. (2005).

83 Che si basano su Euromod.

84 Un individuo con meno di 18 anni è definito povero se vive in una famiglia con un reddito disponibile equivalente

inferiore al 60% del reddito equivalente mediano nazionale.

- 36 -

L'effetto distributivo dell'intervento pubblico nell'UE

zioni, il prelievo fiscale (imposte personali sul reddito e contributi sociali a carico dei la-

voratori). In quasi tutti i paesi dell’Ue15, l’assenza di programmi di spesa sociale e di

tassazione determina un incremento della povertà piuttosto rilevante, soprattutto nel caso

in cui si escludano i soli trasferimenti sociali: in tale situazione le variazioni percentuali

registrate dall’indice di povertà oscillerebbero tra il 37% della Grecia e il 420% della Da-

nimarca. Non si discostano molto dal valore minimo Grecia (39%), Portogallo (39,6%),

Irlanda (45,1%) e Italia (45,4%), mentre Svezia, Austria, Belgio e Finlandia presentano

percentuali di incremento superiori al 200%. Interessanti indicazioni emergono dall’ana-

lisi dei dati relativi alla diffusione della povertà calcolata dopo l’eliminazione di entram-

bi i programmi: le variazioni percentuali si riducono ovunque rispetto al caso precedente,

ma rimangono comunque piuttosto elevate (superiori al 100%) in Danimarca, Svezia e

Finlandia, mentre l’impatto sulla povertà risulta molto contenuto in Spagna, Grecia, Ita-

lia; in Olanda si verifica addirittura un leggero aumento. Germania, Francia e Irlanda re-

gistrano variazioni percentuali comprese tra il 25 e il 39, Regno Unito, Lussemburgo,

Belgio e Austria presentano valori compresi tra il 63 e il 93.

Per avere, comunque, un’idea del ruolo dello Stato nel ridurre le situazioni di disa-

gio economico in generale - e non limitatamente alla condizione, seppur importante, di

povertà tra i minori - si riportano i risultati del lavoro di Mahler e Jesuit (2006) per otto

paesi appartenenti all’Ue15 (non sono compresi quelli dell’Europa meridionale) (tabella

85

17). Questo studio stima l’impatto sulla povertà (diffusione e intensità) considerando

l’intervento pubblico nel suo complesso, non distinguendo quindi tra trasferimenti e tas-

Tab. 17 EFFETTI REDISTRIBUTIVI DELL'INTERVENTO PUBBLICO SULLA POVERTÀ RELATIVA

IN ALCUNI PAESI DELL'UE15 Variazione

Reddito privato Reddito disponibile Incidenza Intensità

Incidenza Intensità Incidenza Intensità Assoluta Relativa Assoluta Relativa

Belgio 32,0 0,9 8,0 0,6 -24,0 -75,0 -0,3 -30,8

Danimarca 29,3 0,9 7,2 0,7 -22,1 -75,4 -0,2 -23,3

Finlandia 27,2 0,8 5,4 0,6 -21,8 -80,1 -0,2 -27,7

Francia 29,5 0,9 7,9 0,6 -21,6 -73,2 -0,3 -29,1

Germania 29,8 0,9 8,3 0,6 -21,5 -72,1 -0,2 -25,6

Olanda 28,3 0,9 8,4 0,7 -19,9 -70,3 -0,2 -21,3

Svezia 27,7 0,8 6,5 0,7 -21,2 -76,5 -0,2 -21,4

Regno Unito 26,2 0,9 12,5 0,6 -13,7 -52,3 -0,2 -27,6

Fonte: Mahler e Jesuit (2006).

85 È considerata povera una famiglia il cui reddito equivalente sia inferiore al 50% del reddito mediano nazionale. La

scala di equivalenza utilizzata è pari alla radice quadrata del numero di componenti il nucleo familiare. L’intensità della

povertà è pari alla differenza tra reddito mediano della popolazione e reddito, standardizzato per il reddito mediano della

popolazione. - 37 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

sazione. In assenza del meccanismo redistributivo pubblico, emergerebbe una diffusione

della povertà molto maggiore: l’incremento sarebbe compreso tra il 70 e l’80% per tutte

le realtà considerate ad esclusione del Regno Unito, con una percentuale pari al 52,3%.

Per quanto riguarda il ruolo svolto dall’intervento pubblico nell’attenuare la gravità della

povertà, si nota che in tutti i paesi l’intensità sarebbe più elevata del 21-31% se non fos-

sero previsti i programmi di spesa e di tassazione. Considerando congiuntamente i risul-

tati conseguiti con riferimento ad entrambi gli indicatori, si nota che in Finlandia

l’intervento pubblico è in grado di contrastare efficacemente sia la diffusione che l’inten-

sità, mentre in Olanda (e in misura minore in Germania) i risultati conseguiti sono limita-

ti in entrambi i casi; Belgio, Francia e Regno Unito ottengono migliori performance per

quanto riguarda la gravità, l’opposto si verifica invece per Svezia e Danimarca.

CONCLUSIONI

L’analisi quantitativa dei sistemi di protezione sociale e dei sistemi fiscali dei paesi

Ue15 ha messo in evidenza le numerose differenze ancora esistenti tra le diverse realtà

considerate. Sebbene sia emersa in alcuni casi una tendenza alla convergenza, le

differenze tra i paesi circa il peso relativo dei settori, la scelta degli strumenti

(trasferimenti monetari o servizi in kind), le regole di accesso (con accertamento, o

meno, delle condizioni di bisogno) e le forme di finanziamento (imposte, contributi)

appaiono ancora rilevanti.

È plausibile pensare che le specificità che attualmente caratterizzano i sistemi dei

singoli paesi si riflettano sull’intensità dell’azione redistributiva svolta dallo Stato. Sulla

base dei pochi lavori empirici disponibili tale ipotesi risulta confermata: ovunque l’inter-

vento pubblico determina una distribuzione dei redditi meno concentrata, ma l’impatto

presenta rilevanti differenze sia per quanto riguarda l’effetto complessivo, sia per il

contributo che i singoli strumenti offrono. In media gli effetti redistributivi sono tali da

ridurre di più di 17 punti (-37%) l’indice di concentrazione di Gini; in Italia, Grecia e

Portogallo la capacità redistributiva risulta minore (con una diminuzione dell’indice pari

al 30% circa), mentre produce l’impatto maggiore in Finlandia (quasi il 50%), seguita da

Danimarca, Austria, Lussemburgo e Belgio. Per quanto riguarda l’impatto dei diversi

strumenti, in tutti i paesi i trasferimenti sociali monetari diversi dalle pensioni sembrano

particolarmente adatti, anche se in misura diversa, a determinare effetti redistributivi rile-

vanti. L’entità di tale impatto potrebbe dipendere dal fatto che le prestazioni sociali

diverse dalla funzione vecchiaia rappresentano, in media, circa il 15% del PIL e quasi il

60% della spesa pro capite. E’ interessante inoltre sottolineare che il 30% dell’effetto

perequativo determinato dai trasferimenti è attribuibile alle erogazioni monetarie means-

- 38 -

L'effetto distributivo dell'intervento pubblico nell'UE

tested. Si tratta di un impatto piuttosto significativo, considerando che in generale le

prestazioni monetarie selettive rappresentano solo l’1,4% del PIL e l’8 per cento dei

trasferimenti monetari. Per quanto riguarda gli effetti attribuibili alle pensioni, strumento

il cui fine principale è peraltro la redistributizione intragenerazionale, si nota una capaci-

tà perequativa leggermente inferiore, in media, a quella dell’insieme degli altri trasferi-

menti sociali.

Dall’evidenza empirica considerata si nota inoltre che l’azione redistributiva pro-

dotta attraverso l’imposizione diretta e i contributi sociali è piuttosto contenuta in quasi

tutti i paesi. Tale risultato può essere compreso analizzando l’aliquota media e il livello

di progressività di questi tributi. Da uno studio condotto da Verbist (Verbist, 2004) sui si-

stemi fiscali dei paesi dell’Ue15, emerge per la maggior parte dei paesi una relazione ne-

gativa tra la progressività dell’imposta personale sul reddito e il livello dell’aliquota

(compresa tra il 2,5% della Svezia e il 16,8% Belgio). Inoltre troviamo una correlazione

positiva tra aliquota media ed effetto redistributivo (0,40), ma una addirittura negativa

tra quest’ultimo e grado di progressività (-0,2). Tale risultato, di non immediata com-

prensione, sottolinea la necessità di considerare congiuntamente aliquota e progressività

per comprendere l’entità dell’impatto redistributivo. Ad esempio, in Francia e Svezia

una combinazione caratterizzata da aliquote basse ed elevata progressività determina un

effetto redistributivo minimo, ma un risultato simile emerge anche per l’Italia, con

un’aliquota media elevata e un basso livello di progressività.

Per quanto rigurda i contributi sociali, la correlazione tra entità degli effetti redistri-

butivi attribuibili a questa forma di prelievo e le due componenti che contribuiscono a

determinarne l’impatto (da noi calcolata) è positiva. I paesi (Austria, Belgio, Francia e

Danimarca) che presentano effetti redistributivi attribuibili ai contributi sociali superiori

alla media sono quelli con le aliquote medie più elevate e un livello di progressività me-

dio-alto, o al limite neutrale, che rafforza l’impatto. In Spagna e Grecia, dove l’effetto è

praticamente nullo, il tributo è regressivo e l’aliquota media non è in grado di contrastare

la mancanza di progressività.

Prima di concludere si ritiene importante precisare che queste riflessioni circa l’effi-

cacia redistributiva dei diversi strumenti sono da considerare assolutamente preliminari.

Per formulare valutazioni più precise non si può prescindere da un’analisi che sia in gra-

do di definire un preciso collegamento tra effetti redistributivi valutati a livello micro-

economico ed entità dell’intervento a livello macro, e di prendere in esame il grado di

complementarietà tra i diversi strumenti nel perseguire l’effetto complessivo.

- 39 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

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- 42 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e

1

background familiare: l’evidenza italiana

E’ difficile che gli uomini politici intelligenti siano

rimpiazzati da successori ugualmente abili. La speranza

che l’eredità biologica potesse produrre questi

successori si è rivelata assai poco affidabile, ma l’amore

paterno continua a rendere ciechi i politici, che

seguitano a credere nella trasmissione del potere di

padre in figlio.”

Luigi Luca Cavalli-Sforza,

Geni, popoli e lingue, 1996 Adelphi

INTRODUZIONE

Mobilità sociale e nei titoli di studio tra generazioni successive sono strettamente le-

gate. In Italia ci si interroga sulla scarsa fluidità sociale, sui bassi livelli medi di istruzio-

ne della popolazione rispetto a quanto si osserva negli altri paesi avanzati (con un

evidente ritardo del nostro Paese soprattutto riguardo alla quota di individui che comple-

ta l’istruzione terziaria) e sull’influenza che il background familiare esercita sui titoli di

studio ottenuti dagli individui. Di recente l’attenzione si è soffermata più diffusamente su

questi temi.

In questo lavoro intendiamo valutare in quale misura, e attraverso quali canali, la

provenienza sociale dapprima influenzi le scelte formative individuali e successivamen-

te, anche a parità di titolo di studio conseguito, dia luogo a differenziazioni nelle prospet-

tive di carriera individuali e, dunque, nei salari e nei rendimenti dell’investimento in

istruzione.

Per verificare i numerosi canali sottostanti a questi fenomeni si applicheranno meto-

dologie di analisi micro-econometrica basate su una banca dati recente e ancora relativa-

mente poco utilizzata, ma molto interessante, l’indagine ISFOL Plus-2005.

Dopo questa introduzione, ci soffermeremo brevemente sulla mobilità sociale inter-

generazionale e sulla sua complessa relazione con l’istruzione (secondo paragrafo). Se-

1 Gli autori desiderano ringraziare per i preziosi suggerimenti Corrado Pollastri, Elena Granaglia e i partecipanti alla XIX

Conferenza Siep tenutasi a Pavia il 13-14 settembre 2007 nella quale è stata presentata una versione preliminare del

presente lavoro. Eventuali errori rimangono, ovviamente, di esclusiva responsabilità degli autori.

- 43 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

guirà una descrizione dei dati utilizzati, del campione su cui sono state elaborate le stime

e della metodologia di analisi adottata (terzo paragrafo). Saranno poi presentati i risultati

relativi alla dipendenza dei percorsi formativi intrapresi dal contesto di origine, rappre-

sentato mediante il titolo di studio del padre (quarto paragrafo), e successivamente le evi-

denze intorno ai livelli salariali e ai rendimenti dell’istruzione per titolo di studio e

background familiare (quinto paragrafo). Nell’ultimo paragrafo si esprimeranno alcune

considerazioni conclusive.

LA CONTROVERSA RELAZIONE TRA ISTRUZIONE E MOBILITÀ SOCIALE

La mobilità sociale intergenerazionale è il processo attraverso cui ci si muove tra

condizioni socio-economiche diverse. La letteratura internazionale sull’argomento è or-

mai molto ampia attraverso due diversi approcci: i sociologi si sono foca-

e si è sviluppata

lizzati principalmente sull’associazione tra classe occupazionale dei genitori e dei loro

figli, mentre gli economisti hanno approfondito la questione della correlazione tra i red-

diti delle generazioni successive L’analisi della mobilità intergenerazionale ha evidenzia-

to il forte condizionamento che la famiglia di origine esercita sulle chances individuali in

2

tutte le moderne società .

Per quanto riguarda l’Italia, nelle tabelle 1 e 2 sono presentate le tavole di mobilità

intergenerazionale assoluta e relativa, elaborate dall’ISTAT (ISTAT, 2006) sulla base dei

3 . Esse sono riferite al 2003 e basate su una

dati dell’Indagine multiscopo sulle famiglie

4

articolazione in sei classi occupazionali .

La tavola di mobilità assoluta (Tab. 1) incrocia le posizioni degli occupati di 18 anni

e più con quelle dei relativi genitori quando i primi erano adolescenti (14 anni), dunque

confronta la “classe sociale” di origine degli intervistati (definita in base alla professione

dei padri) con quella di destinazione. Le caratteristiche della tavola dipendono dai cam-

biamenti nella struttura dell’occupazione. La percentuale di individui che hanno cambia-

to classe sociale rispetto ai padri è pari al 63,6% (tasso di mobilità assoluta), ed è

5 . Questo dipende dalla più

maggiore per le donne (66,5%) rispetto agli uomini (61,6%)

2 Recenti analisi sul livello di mobilità sociale in alcuni paesi occidentali sono contenute nel volume collettaneo curato da

Breen (2004), nel quale, seguendo un approccio sociologico, ci si concentra sul legame intergenerazionale delle classi

occupazionali di genitori e figli, e in quello di Corak (2004), dove, privilegiando un’ottica da economisti, si analizza il grado

di elasticità intergenerazionale dei redditi conseguiti da genitori e figli.

3 “Indagine multiscopo sulle famiglie: famiglia, soggetti sociali e condizioni dell’infanzia”, anni 1998 e 2003.

4 Per una descrizione di dettaglio delle sei posizioni si veda ISTAT (2000), che comunque si rifà a Cobalti e Schizzerotto

(1994) e Pisati (2000). - 44 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

alta quota di donne che sono entrate a far parte della classe media impiegatizia (45,3%,

contro il 24% degli uomini). Il tasso di mobilità assoluta è maggiore per i figli degli ope-

rai agricoli e della piccola borghesia agricola che, rispettivamente nel 90% e nell’84%

dei casi, riescono a pervenire ad una classe diversa da quella dei padri, in seguito al proc-

esso di ridimensionamento dell’occupazione nel settore primario. Lo stesso tasso è in-

vece molto basso per la classe operaia urbana e per quella media impiegatizia (56% e

51%, rispettivamente). Tuttavia, quest’ultima ha assorbito anche molti individui proven-

ienti da altre classi, espandendosi fino a comprendere il 32% degli occupati, contro il

17% tra i padri.

Tab. 1 OCCUPATI DI 18 ANNI E PIÙ PER CLASSE OCCUPAZIONALE ATTUALE

E CLASSE OCCUPAZIONALE DEL PADRE

(percentuali di riga; anno 2003)

Classe occupazionale attuale

Classe occupazionale Classe Piccola Piccola Classe Classe Occupati Distribuzione

del padre(1) Borghesia media borghesia borghesia operaia operaia Totale che hanno delle origini

impiegatizia urbana agricola urbana agricola cambiato

Borghesia 34,0 34,0 16,7 0,8 14,0 0,4 100,0 66,0 10,0

Classe media impiegatizia 17,0 49,4 13,1 0,7 18,4 0,4 100,0 50,6 16,9

Piccola borghesia urbana 12,1 31,0 30,4 1,0 24,4 1,1 100,0 69,6 18,5

Piccola borghesia agricola 8,1 23,6 20,3 15,5 29,6 3,0 100,0 84,5 9,1

Classe operaia urbana 7,3 30,1 16,6 0,6 44,4 1,0 100,0 55,6 38,1

Classe operaia agricola 4,7 16,6 19,8 2,6 46,2 10,1 100,0 89,9 7,4

Totale 12,5 32,3 19,2 2,2 32,1 1,7 100,0 63,6 100,0

Fonte: ISTAT, Indagine multiscopo sulle famiglie: famiglia e soggetti sociali.

(1) Si fa riferimento alla condizione occupazionale del padre quando la persona occupata considerata (figlio/a) aveva 14 anni.

La tavola di mobilità relativa (Tab. 2) evidenzia le relazioni tra classe del padre e

classe del figlio al netto degli effetti strutturali (cioè della mobilità assoluta), comparan-

do le opportunità di pervenire ad una certa destinazione, piuttosto che ad un’altra, speri-

mentate da soggetti provenienti da classi diverse. In ogni casella è indicato infatti il

coefficiente concorrenziale medio, ovvero il vantaggio (svantaggio) medio della classe

di origine rispetto a tutte le altre origini, ai fini del raggiungimento della classe di desti-

nazione corrispondente. Tale coefficiente, se positivo, indica la presenza di un vantaggio

relativo della classe di origine considerata sulle altre, e viceversa.

5 ISTAT (2006). - 45 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Tab. 2 INDICI DI MOBILITÀ RELATIVA PER GLI OCCUPATI DI 18 ANNI E PIÙ

(coefficienti concorrenziali medi; anno 2003)

Classe occupazionale attuale

Classe occupazionale Piccola Piccola

Classe media Classe operaia Classe operaia

del padre(1) Borghesia borghesia borghesia

impiegatizia urbana agricola

urbana agricola

Borghesia 1,91 0,55 0,15 -0,62 -0,62 -1,37

Classe media impiegatizia 1,11 1,21 -0,07 -0,73 -0,10 -1,41

Piccola borghesia urbana 0,14 0,12 0,72 -0,63 -0,11 -0,23

Piccola borghesia agricola -1,15 -0,97 -0,56 2,66 -0,53 0,55

Classe operaia urbana -0,35 0,32 0,10 -0,98 1,00 -0,09

Classe operaia agricola -1,67 -1,22 -0,34 0,32 0,36 2,54

Fonte: ISTAT, Indagine multiscopo sulle famiglie: famiglia e soggetti sociali.

(1) Si fa riferimento alla condizione occupazionale del padre quando la persona occupata considerata (figlio/a) aveva 14 anni.

I valori collocati sulla diagonale principale sono alti, e mostrano quanto sia forte la

tendenza a restare nella classe dei genitori; allontanandosi da tale diagonale i coefficienti

generalmente via via si riducono, segnalando che la mobilità è più scarsa tra classi più

lontane. La piccola borghesia agricola e la classe operaia agricola mostrano meno mobi-

lità relativa (fluidità sociale) delle altre. Se si guarda alle opportunità relative di entrare

nella borghesia, si osserva come queste siano più alte per chi proviene dalla medesima

origine, seguiti dai figli della classe media impiegatizia, e poi da quelli della piccola bor-

ghesia urbana; per i soggetti di altra origine si osserva uno svantaggio concorrenziale (il

coefficiente è negativo) e inoltre la piccola borghesia agricola ha meno opportunità degli

operai urbani. Nel complesso, emerge dunque la scarsa fluidità sociale intergeneraziona-

le, ovvero la limitatezza delle opportunità di mobilità da una classe all’altra.

Tale quadro è confermato dai risultati dei primi studi che hanno calcolato per l’Italia

il livello dell’elasticità intergenerazionale dei redditi tra genitori e figli (Piraino 2006 e

Mocetti 2007), i quali hanno evidenziato come l’Italia sia, al pari di Stati Uniti e Regno

Unito (Corak 2006), fra i paesi occidentali con il più elevato grado di persistenza nella

trasmissione delle diseguaglianze salariali fra le generazioni successive.

L’istruzione viene generalmente ritenuta il principale strumento per favorire la mo-

bilità intergenerazionale (Checchi e Zollino, 2001). Tuttavia, in Italia si osserva una no-

tevole persistenza dei titoli di studio nell’ambito delle famiglie da una generazione

all’altra (si vedano, ad esempio, Schizzerotto e Barone, 2006; Flabbi 2001; Checchi,

Ichino e Rustichini, 1996 e 1997; Checchi, 2003).

Questo fenomeno è stato rilevato anche in altri paesi (d’Addio 2007) e, come si

discute nel paragrafo 4, può essere imputato a diverse cause. Le motivazioni sulle quali

si è più spesso concentrata la letteratura economica sono il ruolo dei vincoli di liquidità -

che potrebbero impedire ai giovani discendenti delle fasce deboli della popolazione di

affrontare lunghi periodi di studio - e/o l’esistenza di una sorta di auto-selezione nelle

scelte scolastiche: gli individui più abili (che generalmente hanno genitori più istruiti)

- 46 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

riescono meglio a scuola, studiano di più e godono di maggiori rendimenti

6

dell’istruzione .

Per quanto riguarda l’Italia, le ragioni della persistenza intergenerazionale dei titoli

di studio sono state ricercate anche nella scarsità degli incentivi a far studiare i figli, do-

vuta alla ridotta dispersione delle retribuzioni (Ichino, Checchi e Rustichini, 1996). I ren-

dimenti dell’investimento in capitale umano nel nostro Paese sono ritenuti infatti

relativamente bassi in comparazione internazionale. Tuttavia – e ancor più se si tiene

conto della probabilità di essere disoccupati – essi risultano positivi (OCSE, 2005; Chec-

chi, 2003; Tanda e Rossetti, 2001; Ciccone, Cingano e Cipollone, 2006). La semplice os-

servazione dei rendimenti del capitale umano non appare dunque sufficiente a spiegare il

7

ritardo di istruzione della popolazione italiana .

E’ emerso tuttavia un ulteriore aspetto che rende più complessa l’analisi delle rela-

zioni causali tra livello di istruzione e posizione sociale. Si è osservato infatti che le po-

tenzialità di allentamento della rigidità sociale attraverso l’istruzione sono

ridimensionate dal fatto che, anche a parità di titolo di studio, le probabilità di accedere

alle diverse professioni (o alle diverse “classi sociali”) variano ampiamente in base

all’origine familiare, anche a causa dei meccanismi di ingresso e di carriera sul mercato

del lavoro (Schizzerotto e Barone, 2006; Gabriele e Kostoris, 2007).

Il fenomeno dell’auto-selezione degli individui per scelte scolastiche (Checchi e

Zollino, 2001; Checchi, Ichino e Rustichini, 1999) potrebbe allora dipendere in parte

8

proprio da questa situazione , che, soprattutto se associata ad una significativa disper-

sione di salari e rendimenti in funzione del background familiare, potrebbe rendere “razi-

onale” per chi proviene da un contesto meno favorevole non proseguire gli studi fino al

6 Nella letteratura internazionale (si veda ad esempio Cameron e Taber, 2000), si è ipotizzato in una prima fase che le

stime dei rendimenti dell’istruzione ottenute con il metodo dei minimi quadrati ordinari (OLS nell’acronimo anglosassone)

fossero distorte verso l’alto, perché veniva omessa la variabile abilità: alcuni ottengono titoli più elevati, e rendimenti più

elevati, anche perché sono più capaci. Infatti, se si considerano i risultati dei test sulla bravura scolastica, insieme ai livelli

di istruzione, tra le variabili indipendenti, i rendimenti dell’istruzione risultano più bassi. Ma anche i test score non sono

che indicatori parziali dell’abilità, e pertanto permangono dubbi sull’abilità inosservabile. Dunque, si è provato a usare

alcune variabili strumentali che potessero depurare l’effetto dell’abilità; la variabile strumentale dovrebbe essere correlata

con l’istruzione - che probabilmente è a sua volta legata all’abilità - ma non con i rendimenti. In questo caso, l’istruzione

stimata permetterebbe di costruire un’equazione del salario corretta (Checchi, 2006). Tuttavia, sorprendentemente, le

stime con variabili strumentali hanno prodotto come risultati rendimenti dell’istruzione più alti. Secondo alcuni questo

potrebbe dipendere dai vincoli finanziari (un problema inizialmente evidenziato da Loury, 1981): infatti, se si investe

nell’istruzione finché il rendimento è uguale al tasso di interesse richiesto sul mercato, e gli individui con vincoli di liquidità

sopportano un elevato tasso di interesse, essi hanno un più elevato rendimento dell’istruzione al margine (perché

investono meno di quanto corrisponderebbe al livello efficiente). Se i rendimenti dell’istruzione variano tra gli individui per

una diversa possibilità di accesso al credito necessario per realizzare gli investimenti nel capitale umano, il risultato

paradossale di cui si è detto potrebbe conseguire dal fatto che le variabili strumentali identificano l’effetto causale

dell’istruzione per gli individui con vincoli di liquidità che ricevono rendimenti al margine superiori a quelli medi della

popolazione. Ma Carneiro e Heckman (2002), in una rassegna sulla letteratura empirica, rilevano che i rendimenti

sarebbero più alti per gli individui più abili e l’abilità sarebbe correlata positivamente al reddito familiare; essi ritengono

che ci si dovrebbe aspettare rendimenti più alti per i giovani con famiglie più benestanti e concludono che non rilevano

tanto i vincoli finanziari, bensì soprattutto l’effetto di lungo periodo del background familiare.

- 47 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

livello terziario; tale fenomeno, dato il basso livello di istruzione media delle coorti più

anziane, contribuirebbe quindi a spiegare perché in Italia la quota di laureati mostra una

crescita meno sostenuta che altrove.

Il background familiare è spesso usato come variabile di controllo nelle equazioni di

salario volte a calcolare i rendimenti dell’istruzione, o come variabile strumentale per sti-

mare il titolo di studio dei figli. Tuttavia, non è stata prestata sinora molta attenzione ad

investigare approfonditamente il differenziale nei salari e nei rendimenti dovuto all’ori-

gine sociale in Italia; un primo (a quanto ci risulta) tentativo focalizzato essenzialmente

sulla misura delle differenze nel rendimento dell’istruzione per origine sociale, e del di-

verso rischio ad esso associato, è contenuto in Checchi, Fiorio e Leonardi (2006). Passia-

mo dunque all’analisi empirica, volta appunto ad approfondire questi temi.

LA BASE DATI E LA METODOLOGIA

Per indagare empiricamente i legami fra percorsi formativi di genitori e figli e, suc-

cessivamente, con i salari conseguiti da questi ultimi, si utilizzano i micro-dati raccolti

nell’indagine campionaria di tipo cross section ISFOL PLUS05, condotta nel corso del

9

2005 su un campione di oltre 40.000 individui di età compresa fra i 15 e i 64 anni .

Tale indagine risulta particolarmente utile ai nostri fini dal momento che in essa

vengono rilevate con dettaglio le carriere scolastiche e lavorative. Per ogni individuo vie-

ne infatti registrato il titolo di studio più elevato conseguito – distinguendo il tipo di di-

ploma secondario superiore (ma non la facoltà) ed il voto di diploma e/o laurea – e se

egli si sia comunque iscritto, pur senza raggiungere il titolo, al livello di istruzione suc-

cessivo a quello raggiunto. Inoltre, vengono rilevati i redditi da lavoro percepiti nel 2004,

l’anzianità di servizio complessiva e quella presso l’attuale datore ed una serie di caratte-

7 Come mostrato da alcuni studi (Laj e Raitano, 2006; ISTAT, 2006), nell’analisi dei tassi di rendimento dell’investimento

in capitale umano non va trascurato il fatto che in Italia si osserva un preoccupante fenomeno di over-education,

evidenziato dal fatto che una percentuale non irrilevante della quota di lavoratori ad alto livello di istruzione (quota, come

detto, in Italia ben minore che altrove) risulta impiegata in mansioni per il cui svolgimento il titolo di studio conseguito non

è necessario. Oltre a dipendere da un mismatch fra competenze acquisite dai lavoratori e richieste dalle imprese, tale

fenomeno potrebbe segnalare l’esistenza di un vincolo dal lato della domanda di lavoratori qualificati (Franzini e Raitano,

2005): un eccesso di laureati (per quanto essi siano relativamente poco numerosi) si concreterebbe allora, oltre che in

“disoccupazione intellettuale”, nell’assunzione degli stessi in posti di lavoro per i quali è sufficiente il diploma di scuola

secondaria superiore.

8 Sono state date parecchie spiegazioni del meccanismo auto-selettivo che perpetua la disuguaglianza. Per una

descrizione delle possibili motivazioni basate sull’ipotesi di convinzioni che si auto-realizzano si veda la rassegna di

Piketty (2000), che prende in esame tanto la letteratura economica, quanto quella sociologica. Per quest’ultima si veda

anche Schizzerotto e Barone (2006).

9 Per una descrizione dettagliata della metodologia sottostante tale indagine si veda Mandrone e Radicchia (2006).

- 48 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

ristiche relative al tipo di occupazione: settore, tipo di contratto – autonomo, dipendente

a tempo indeterminato o a termine, parasubordinato – ed eventuale presenza di overedu-

cation (rilevata chiedendo ai lavoratori se, a loro parere, il titolo di studio di cui dispon-

10 .

gono è necessario per lo svolgimento dell’attività)

L’indagine ISFOL PLUS05 consente anche di analizzare l’influenza del background

familiare, dal momento che per ogni individuo viene rilevato il titolo di studio del padre,

che utilizzeremo quindi di seguito come una proxy del contesto sociale di provenienza

(nell’indagine non vengono invece rilevate le tipologie occupazionali ed i livelli salariali

della famiglia di provenienza; non sono quindi possibili analisi della mobilità sociale

delle professioni e del grado di trasferimento intergenerazionale delle diseguaglianze dei

11

redditi da lavoro) . Meno dell’8% degli intervistati non ha risposto alla domanda sul ti-

tolo di studio del padre; pur se è forte la sensazione che chi non risponde si concentri fra

chi proviene da un background meno vantaggioso, si è deciso di eliminare dal campione

le osservazioni relative a chi non ha fornito informazioni relative all’istruzione del padre.

Ai nostri fini, dall’indagine in questione sono stati estratti tre diversi sotto-

campioni:

1. un campione di 27.464 individui nella fascia d’età 25-64 (ovvero nati nelle coorti

1941-1980) che non risultano più iscritti a corsi scolastici o universitari, considerati

indipendentemente dalla loro condizione professionale al momento dell’intervista

(sono quindi inclusi occupati, disoccupati ed inattivi/pensionati). Mediante tale

campione si analizzano i percorsi scolastici e la correlazione fra istruzione del padre

e dei figli (quarto paragrafo);

2. un campione di 14.824 occupati (autonomi, dipendenti, anche part-time, e parasu-

bordinati) che dichiarano il reddito lordo da lavoro percepito nel corso del 2004 ed il

12 . Mediante tale campione si analizzano, attraverso

titolo di studio del padre

10 Per un’analisi del fenomeno dell’overeducation registrata tramite l’indagine ISFOL PLUS05 e dei limiti connessi al

modo in cui tale fenomeno viene rilevato, si veda Laj e Raitano (2006).

11 Nel presente lavoro, ai fini sia dell’analisi della trasmissione dei titoli di studio che di quella dei rendimenti

dell’istruzione, si è scelto di utilizzare come proxy del background familiare il titolo di studio del padre, anziché quello

della madre (o un indicatore dei titoli di entrambi i genitori), per una duplice ragione: in primo luogo, il tasso di non

risposte alla domanda sul titolo del padre è decisamente minore; in secondo luogo, le stime condotte utilizzando come

proxy il livello di istruzione della madre o di entrambi i genitori mostrano risultati sostanzialmente simili a quelli ottenuti

considerando il solo titolo del padre. In aggiunta, soprattutto riguardo allo studio dei salari per contesto di provenienza, il

riferimento al padre sembra coerente col modello sociale del “male breadwinner”, che ha a lungo caratterizzato, e ancora

in parte continua a caratterizzare, l’Italia, dove, a causa della limitata partecipazione attiva delle donne, gran parte della

possibilità di accedere attraverso canali informali al mercato del lavoro dipende dalla rete di relazioni creata dal padre nel

corso della propria attività lavorativa (si pensi alla prassi seguita in molti uffici e aziende di assumere il figlio al posto del

padre quando quest’ultimo si pensiona). - 49 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

un’equazione del salario (in linea quindi con l’approccio suggerito da Mincer,

13 14

1974) i rendimenti dell’investimento in capitale umano (quinto paragrafo) ;

15

3. un campione di 10.007 lavoratori dipendenti a tempo pieno . Nell’indagine ISFOL

i salari di chi non risponde alla sezione relativa ai redditi da lavoro (essenzialmente

gli autonomi) sono imputati attraverso una procedura statistica di “donazione”, in

base alla quale si associano le informazioni dichiarate da individui “statisticamente

16

simili” (Mandrone e Radicchia, 2006) . Per sfuggire all’incertezza derivante

dall’applicazione di numerosi redditi imputati, i rendimenti del capitale umano ven-

gono quindi stimati anche attraverso un’equazione dei salari avente come dipenden-

te il reddito mensile netto dichiarato dai soli lavoratori dipendenti a tempo pieno. La

maggiore omogeneità nella definizione della variabile retributiva implica tuttavia

l’impossibilità di includere fra le esplicative le diverse tipologie contrattuali e lavo-

rative.

Nelle regressioni presentate nei paragrafi successivi l’istruzione (dei figli e dei pa-

dri) non viene espressa in anni (quindi mediante una variabile continua), ma attraverso

dummies relative al titolo più elevato conseguito, distinguendo, salvo ove diversamente

specificato, fra chi ottiene al più una licenza di scuola media inferiore (d’ora in poi me-

dia), chi arriva al diploma secondario superiore e chi raggiunge la laurea; per valutare

l’impatto delle dummies (e quindi le differenze percentuali medie sui livelli salariali),

come modalità di riferimento dell’influenza dell’istruzione si considera l’avere conse-

guito come massimo titolo di studio il diploma secondario superiore.

12 Quando si analizza la funzione del salario senza tener conto del background familiare (Tab. 8a) si include nel campione

anche chi non risponde alla domanda sul titolo di studio del padre; in tal caso il campione è costituito da 15.868

osservazioni.

13 Per una descrizione dei diversi approcci di stima dei rendimenti del capitale umano si vedano Johnes (2000), Checchi

(2006) e Ciccone, Cingano e Cipollone (2006).

14 I salari utilizzati come variabile endogena sono considerati in forma logaritmica. Nelle stime non vengono invece

considerate proxy dei costi opportunità (i salari non percepiti durante gli anni di istruzione) e delle spese dirette (tasse

universitarie o costi per gli studenti fuori sede) sostenute ai fini del conseguimento dei diversi titoli di studio.

15 Il campione è di 10.742 lavoratori quando si include anche chi non risponde alla domanda sul titolo di studio del padre

(Tab. 8b).

16 Per i lavoratori parasubordinati il reddito annuo viene invece imputato moltiplicando per dodici il salario mensile lordo

dichiarato. - 50 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

IL PERCORSO SCOLASTICO PER BACKGROUND FAMILIARE

L’analisi degli effetti del background familiare (sintetizzato mediante il titolo di stu-

dio del padre) sulla carriera scolastica degli individui viene effettuata mediante due stadi

successivi. Nel primo (tabelle 3-5) si valutano le distribuzioni campionarie congiunte

(pesate mediante i coefficienti di riporto all’universo) dei titoli di studio di genitori e fi-

gli, distinti per coorte di nascita, in modo da valutare la dimensione della trasmissione in-

tergenerazionale dei livelli di istruzione e la sua evoluzione nel tempo. Nel secondo

(tabelle 6-7) si osservano i vari snodi del processo formativo – ovvero, prosecuzione ol-

tre la scuola dell’obbligo, conseguimento del diploma e sua tipologia, iscrizione all’uni-

versità e, poi, raggiungimento della laurea – e si analizza, mediante frequenze

campionarie e stime econometriche, se, ed in quali fasi, il background familiare influenzi

le scelte dei figli.

Osservando la frequenza campionaria pesata dei titoli di studio dei figli condizionati

a quelli dei padri (tabelle 3a-3e, ottenute come percentuali di riga dalle tavole di mobilità

assolute dei titoli di studio fra padri e figli) risulta evidente come nel corso degli anni in

entrambe le distribuzioni si sia ridotto significativamente il peso delle modalità inferiori,

in particolare di coloro che non conseguono neppure la licenza media (quota praticamen-

te azzerata nelle coorti successive agli anni ’70). Al contempo, in linea con quanto evi-

denziato dai dati internazionali (OCSE, 2005), ancora limitata, e ben minore di quanto

registrato negli altri paesi UE, appare la quota di chi raggiunge la laurea.

D’altro canto dall’osservazione delle frequenze condizionate appare evidente come,

pur in presenza di un processo di crescita lento, ma generalizzato, della diffusione del ti-

tolo di studio medio superiore, ma anche in qualche misura di quello terziario, l’influen-

za del background familiare sugli esiti scolastici dei figli sia rimasta pressoché immutata.

Nelle due coorti più giovani (tabelle 3b e 3c) per i figli dei laureati si evidenzia una pro-

babilità campionaria di compiere gli studi universitari di poco inferiore al 70%, a fronte

di valori intorno al 35% per chi ha un padre diplomato e addirittura inferiori o uguali al

15% per i figli di individui con al più un’istruzione secondaria inferiore.

Il vantaggio di provenire da una famiglia con un padre più istruito appare evidente

anche qualora (attraverso le percentuali di colonna delle tavole di mobilità dei titoli di

studio mostrate nelle tabelle 4a-4e) si consideri l’origine dei figli in base al loro titolo di

studio. Nell’insieme del campione e per tutte le coorti considerate circa il 20% dei laure-

ati ha un padre laureato (a fronte del 3,9% di padri laureati nella popolazione, che arriva

appena al 5,3% nella coorte di figli nata fra il 1971 e il 1980).

- 51 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Tab. 3a FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DEI TITOLI DI STUDIO DEI FIGLI CONDIZIONATAMENTE A

QUELLI DEI PADRI (percentuale di riga); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1941-1980

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 20,0 43,7 31,2 5,1 65,6

Licenza media 1,4 27,3 55,5 15,9 19,3

Diploma secondario superiore 1,3 9,7 53,0 36,1 11,3

Laurea 0,4 0,8 29,9 68,9 3,9

Distribuzione dei figli 13,5 35,0 38,3 13,2 100,0

Tab. 3b FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DEI TITOLI DI STUDIO DEI FIGLI CONDIZIONATAMENTE A

QUELLI DEI PADRI (percentuale di riga); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1971-1980

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 3,1 48,2 41,6 7,2 42,8

Licenza media 0,5 27,6 56,8 15,1 32,8

Diploma secondario superiore 0,9 7,2 55,8 36,2 19,0

Laurea 0,0 0,8 29,9 69,3 5,3

Distribuzione dei figli 1,7 31,1 48,6 18,6 100,0

Tab. 3c FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DEI TITOLI DI STUDIO DEI FIGLI CONDIZIONATAMENTE A

QUELLI DEI PADRI (percentuale di riga); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1961-1970

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 7,6 51,3 35,9 5,2 64,0

Licenza media 1,0 29,8 54,1 15,1 20,6

Diploma secondario superiore 1,9 12,0 51,6 34,5 11,5

Laurea 0,0 0,6 31,8 67,6 3,9

Distribuzione dei figli 5,3 40,4 41,3 13,0 100,0

Tab. 3d FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DEI TITOLI DI STUDIO DEI FIGLI CONDIZIONATAMENTE A

QUELLI DEI PADRI (percentuale di riga); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1951-1960

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 21,9 44,2 29,0 4,9 77,4

Licenza media 1,7 22,4 57,8 18,1 12,2

Diploma secondario superiore 0,9 7,3 51,8 40,0 7,0

Laurea 0,0 0,4 29,0 70,6 3,4

Distribuzione dei figli 17,2 37,5 34,1 11,2 100,0

Tab. 3e FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DEI TITOLI DI STUDIO DEI FIGLI CONDIZIONATAMENTE A

QUELLI DEI PADRI (percentuale di riga); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1941-1950

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 47,3 28,7 20,1 3,9 82,6

Licenza media 7,0 23,1 50,7 19,2 8,3

Diploma secondario superiore 1,1 14,5 48,8 35,6 6,5

Laurea 3,6 1,5 26,2 68,7 2,6

Distribuzione dei figli 39,8 26,6 24,7 8,9 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043. - 52 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

Tab. 4a FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DELL’ISTRUZIONE DEL PADRE PER TITOLO DI STUDIO

CONSEGUITO DAL FIGLIO (percentuale di colonna); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1941-1980

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 96,9 81,8 53,4 25,5 65,6

Licenza media 1,9 15,0 27,9 23,2 19,3

Diploma secondario superiore 1,1 3,1 15,6 31,0 11,3

Laurea 0,1 0,1 3,0 20,3 3,9

Distribuzione dei figli 13,5 35,0 38,3 13,2 100,0

Tab. 4b FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DELL’ISTRUZIONE DEL PADRE PER TITOLO DI STUDIO

CONSEGUITO DAL FIGLIO (percentuale di colonna); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1971-1980

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 80,4 66,3 36,6 16,4 42,8

Licenza media 9,1 29,1 38,3 26,7 32,8

Diploma secondario superiore 10,5 4,4 21,8 37,0 19,0

Laurea 0,0 0,1 3,3 19,9 5,3

Distribuzione dei figli 1,7 31,1 48,6 18,6 100,0

Tab. 4c FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DELL’ISTRUZIONE DEL PADRE PER TITOLO DI STUDIO

CONSEGUITO DAL FIGLIO (percentuale di colonna); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1961-1970

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 91,9 81,3 55,7 25,5 64,0

Licenza media 3,9 15,2 27,0 23,8 20,6

Diploma secondario superiore 4,2 3,4 14,4 30,5 11,5

Laurea 0,0 0,1 3,0 20,3 3,9

Distribuzione dei figli 5,3 40,4 41,3 13,0 100,0

Tab. 4d FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DELL’ISTRUZIONE DEL PADRE PER TITOLO DI STUDIO

CONSEGUITO DAL FIGLIO (percentuale di colonna); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1951-1960

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 98,4 91,3 65,7 34,0 77,4

Licenza media 1,2 7,3 20,7 19,7 12,2

Diploma secondario superiore 0,4 1,4 10,6 25,0 7,0

Laurea 0,0 0,0 2,9 21,3 3,4

Distribuzione dei figli 17,2 37,5 34,1 11,2 100,0

Tab. 4e FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DELL’ISTRUZIONE DEL PADRE PER TITOLO DI STUDIO

CONSEGUITO DAL FIGLIO (percentuale di colonna); COORTI DEI FIGLI NATI NEL PERIODO 1941-1950

Istruzione del figlio Distribuzione

Istruzione del padre Licenza dei padri

Licenza media Diploma Laurea

elementare

Licenza elementare 98,1 89,1 67,4 36,0 82,6

Licenza media 1,4 7,2 17,0 17,9 8,3

Diploma secondario superiore 0,2 3,5 12,8 26,0 6,5

Laurea 0,2 0,1 2,7 20,0 2,6

Distribuzione dei figli 39,8 26,6 24,7 8,9 100,0

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043. - 53 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Tab. 5 RAPPORTO FRA LE FREQUENZE CAMPIONARIE PESATE DEL CONSEGUIMENTO DELLA LAUREA

CONDIZIONATO AL TITOLO DI STUDIO DEL GENITORE PER COORTE DI NASCITA DEL FIGLIO

Coorte di nascita

1971-1980 1961-1970 1951-1960 1941-1950 1941-1980

Padre laureato/padre con 9,7 13,0 14,3 17,8 13,5

licenza elementare

Padre laureato/padre con 4,6 4,5 3,9 3,6 4,3

licenza media

Padre laureato/padre diplomato 1,9 2,0 1,8 1,9 1,9

Padre diplomato/padre con 5,1 6,7 8,1 9,2 7,1

licenza elementare

Padre diplomato/padre con 2,4 2,3 2,2 1,8 2,3

licenza media

Padre con licenza media/padre con 2,1 2,9 3,7 5,0 3,1

licenza elementare

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043.

Il vantaggio, in termini di opportunità di conseguire una laurea, per chi nasce da un

padre maggiormente istruito, e la sostanziale costanza di tale vantaggio al succedersi del-

le coorti, appaiono particolarmente evidenti nella tabella 5, nella quale si rapportano tra

loro le frequenze campionarie condizionate mostrate nelle tabelle 3a-3e; in tutte le coorti

considerate un figlio di laureato mantiene infatti una probabilità di laurearsi doppia ri-

spetto ai figli di diplomati e di circa 4 volte superiore rispetto ai figli di chi ha completato

soltanto la scuola media. In relazione anche alla sempre maggior esiguità del loro nume-

ro, unicamente per gli individui con padri che si sono fermati all’istruzione elementare

sembra ridursi lo svantaggio relativo, sia pure ancora molto elevato, nel conseguimento

della laurea.

In linea con quanto evidenziato da Checchi, Fiorio e Leonardi (2006) e Schizzerotto

(2002), appare quindi confermata l’esistenza in Italia di un’elevata e sostanzialmente sta-

bile correlazione fra i livelli di istruzione di padri e figli; le diseguaglianze di opportunità

fra chi proviene da contesti sociali diversi non sembrano pertanto diminuite negli ultimi

decenni.

Nelle tabelle 6a e 6b si mostrano le frequenze campionarie condizionate all’aver su-

perato lo stadio precedente, e nella tabella 7 l’analisi è condotta mediante regressioni lo-

git e logit multinomiali sul campione di chi oltrepassa il passaggio formativo

antecedente. E’ interessante osservare come il titolo di studio del padre eserciti un’in-

fluenza rilevante in ogni stadio del percorso formativo dei figli, indipendentemente dalla

coorte di appartenenza (sintetizzata nelle regressioni dalla variabile “età”): chi proviene

da una famiglia “a maggior capitale umano” in misura probabilisticamente più significa-

tiva prosegue gli studi oltre l’obbligo,– e sceglie con maggiore probabilità i licei –, con-

segue un diploma superiore, si iscrive all’università e infine si laurea (come evidente

osservando i P values delle regressioni logit e logit multinomiali riferite alle dummies sui

titoli di studio laddove, come già detto, la modalità di riferimento è “padre diplomato”).

- 54 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

la conseguono

iscrive, conseguono iscrive, laurea

laurea 62,7

51,0 79,7 59,2

62,5

46,6 56,0

81,4

si si

chi chi la

quanti

quanti

Fra Fra

PADRE PADRE

iscrivono iscrivono

DEL diplomati, diplomati,

all’università? all’università?

DEL

STUDIO 68,6

39,0 89,6 50,3

67,2

41,1 50,3

87,5 STUDIO

si si

quanti

i 1966-1975). quanti

i

1940-1980) Fra Fra

DI DI

TITOLO TITOLO

professionale professionale

nascita triennale nascita

Qualifica triennale

Qualifica 13,3 10,7

13,5 11,1 4,2 4,4

PER 4,7 3,0 PER

di di

SCOLASTICI coorte coorte

SCOLASTICI

scolastico scolastico

diploma? diploma?

professionale professionale

alla alla

Tecnico Tecnico 60,8

56,8 73,0 22,5

71,1 66,1

64,7

22,9

appartenenti appartenenti

Percorso Percorso

Quale

OBIETTIVI Quale

OBIETTIVI

studenti

DEGLI studenti

Liceo Liceo

38,5

15,4 74,1 24,2 DEGLI 35,0

13,7 73,1 23,2

CONSEGUIMENTO più più

CONSEGUIMENTO

non non

diploma? diploma?

quanti quanti

“figli” “figli”

iscritti, iscritti,

il il

95,0

79,2 99,5 83,2

dei 95,6

76,9 99.9 81,9

dei

conseguono conseguono

campione campione

gli gli

DEL Fra Fra

DEL

PESATE PESATE

percentuali; percentuali; alle

iscrivono superiori? iscrivono superiori?

CAMPIONARIE 93,7

55,9 99,3 61,9 93,8

64,6 99.6 70,4

CAMPIONARIE

si 2005-043. 2005-043.

Quanti

(valori alle (valori si

Quanti

ISFOL-PLUS ISFOL-PLUS

FREQUENZE FREQUENZE superiore

superiore dati dati

media media

padre padre

su su

secondario

secondario elaborazioni elaborazioni

scuola scuola

del del

studio studio

massimo massimo Diploma

Diploma Tab.6b

Tab.6a di di Laurea

Laurea Fonte: Fonte:

Totale

Totale

Titolo Titolo Al

Al - 55 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

laurea value 0,215 0,000

0,000 0,000

0,006 0,000 0,000

0,000

laureati

laureati;

della P

8.855

Conseguimento non Coefficiente

5.701 -0,255 -0,079

-0,006 -0,340

3.154 1,306

0,444

0,561

0,192

qualifica value

all'università iscritti 0,000 0,000 0,000

0,074

0,000 0,000

0,000 0,000

i

fra

iscritti P

con 8.855

16.138 (non

non Coefficiente

inferiore);

Iscrizione -0,220 -0,138

-0,875

-0,417

0,352 2,187

0,624

0,010

FAMILIARE; diplomati

7.283

professionale/ value

tecnico/ 0,000 0,000 0,000

0,000 0,000

0,000 0,117

BACKGROUND logit inferiore P

liceo diploma

(stima Coefficiente -0,470 -2,731

-1,234

qualifica

Qualifica 0,120 1,897

0,012 0,483

conseguito

MULTINOMIALI multinomiale) 11.059

18.211

PER 2.053

liceo, value 0,001 0,078 0,705

0,000

0,000

0,373 0,004

STUDIO diploma professionale,

Tecnico/liceo di P

diploma

LOGIT di Coefficiente

DI Tipo -0,087 -1,277

0,127 0,028

1,153

0,120

0,001

PERCORSO 5.079

E

LOGIT del diploma titolo value 0,412 0,041 0,000

0,000

0,654 0,000

0,786

conseguimento

STIME con

DEL P

il superiore

diploma 20.142 conseguono 18.211

PROSECUZIONE Coefficiente -0,142 -3,597

-1,346

0,042 0,024 1,605

0,001

1.931;

Mancato Non in

superiori value

7.322;

alla 0,000 0,000 0,000

0,001 0,000

0,000 0,000

superiore

DI iscrizione

SCELTE P

in 2005-043.

alle

27.464 Abbandonano

secondaria iscritti Coefficiente

Mancata -0,444 -0,245 -4,923

-0,105 -2,325

2,487

0,043 ISFOL-PLUS

20.142

endogena istruzione dati

campionaria

osservazioni su

elaborazioni

della con liceale

laureato

pesata) più dell’obbligo

Frequenza

di Costante

Maschio al Diploma

Numero

7 Centro Fonte:

Padre

Padre

Tab. (non Nord

Età - 56 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

Si conferma (Checchi e Zollino, 2001, Schizzerotto e Barone, 2006) che uno snodo

fondamentale della scelta individuale risulta il tipo di scuola superiore intrapreso, dal

momento che, come evidente dalla tabella 7, il conseguimento di un diploma liceale con-

diziona fortemente le probabilità successive di iscrizione all’università e di ottenimento

della laurea.

Tuttavia, come visto, l’impatto dell’origine condiziona, a parità di diploma conse-

guito, anche la scelta di iscrizione all’università e la probabilità di completarla con suc-

cesso; in altri termini, chi proviene da un background più svantaggiato, anche superati i

primi stadi di selezione (ad esempio il diploma), continua a risultare significativamente

penalizzato in termini di titolo di studio conseguito (e, dato il legame positivo fra istru-

zione e retribuzioni – come si vedrà nel prossimo paragrafo – anche in termini di redditi

conseguibili).

Ovviamente, anche nella riflessione sulle politiche auspicabili, bisogna attentamen-

te indagare i motivi retrostanti questa evidente forte correlazione fra titoli di studio inter-

17

generazionali . Per spiegare tale correlazione nella letteratura economica sono stati

richiamati una serie di elementi (di tipo sia monetario che non), spesso interagenti,

18

(Checchi, Fiorio e Leonardi, 2006; Becker, 1967; Card, 1998) :

- una trasmissione genetica dell’abilità e delle capacità cognitive (peraltro mai dimo-

19

strata scientificamente dagli studi di genetica) ;

- un peer effect che, attraverso processi di apprendimento e stimoli extra-scolastici,

amplifica le capacità di chi proviene da contesti più favorevoli;

- una maggiore attenzione dei genitori con titoli più elevati al percorso scolastico dei

figli;

- l’esistenza di modelli di ruolo e di imitazione delle scelte dei genitori;

- la disponibilità economica delle famiglie (che può essere approssimata dal titolo di

studio), il cui peso discriminatorio viene aggravato dall’esistenza di vincoli al credi-

to e agisce sugli esborsi monetari (limitati se il sistema è pubblico) e sul costo op-

portunità del proseguimento degli studi;

17 Bjorklund, Jantti e Solon (2005) rilevano come la valutazione fondamentale, anche a fini di policy, sia capire quanta

parte della correlazione sia legata a semplice trasmissione delle abilità (nature) e quanta invece all’impatto di maggiori

risorse (monetarie e non) sugli esiti scolastici dei figli (nurture).

18 Franzini-Raitano (2007) rilevano come la letteratura economica individui quattro canali (che agiscono, spesso in

interazione fra loro e mediante molteplici meccanismi) attraverso i quali può avvenire il processo di trasmissione

intergenerazionale delle posizioni di vantaggio – e quindi degli stessi titoli di studio: 1) genetico, relativo al modo in cui

alcuni tratti (abilità cognitive e non cognitive) dai quali dipendono le prospettive socio-economiche individuali sono

trasmessi per via ereditaria dai genitori ai figli; 2) economico, relativo all’impatto diretto che reddito e ricchezza familiare

hanno sulle scelte di istruzione e sulle opportunità occupazionali della prole; 3) culturale/familiare, relativo al modo in cui

l’ambiente familiare condiziona scelte, preferenze e comportamenti dei figli e, di conseguenza, le loro future probabilità di

successo; 4) sociale, relativo al modo in cui le abilità, le preferenze e le stesse opportunità di scelta degli individui sono

influenzate dal contesto sociale (social network) in cui crescono.

- 57 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

- un maggior rischio dell’investimento in capitale umano per chi proviene da contesti

più svantaggiati, dovuto ad una maggiore probabilità di fallimento nel percorso sco-

lastico (legata anche alla trasmissione di abilità e capacità) e/o di incorrere in perio-

20

;

di di disoccupazione e precariato

- una maggior avversione al rischio da parte di chi proviene da contesti più sfavorevo-

li, che amplifica il tasso di sconto ed il divario fra costi e benefici nella valutazione

21

della convenienza ad investire in capitale umano ;

- un minor incentivo all’investimento in capitale umano per le famiglie con livelli di

istruzione e condizioni economiche peggiori, a causa di salari e rendimenti - e quin-

di una dinamica di carriera - differenziati per background di provenienza.

Fra le cause qui identificate, ci si concentra di seguito sull’ultima, ovvero sulla veri-

fica dell’esistenza di un impatto del background di provenienza, tramite i redditi da lavo-

ro, sui rendimenti dell’investimento in capitale umano e, quindi, sugli incentivi monetari

22

a proseguire gli studi oltre il livello dell’obbligo .

SALARI E RENDIMENTI DELL’ISTRUZIONE PER BACKGROUND FAMILIARE

Nel presente paragrafo, in linea con l’approccio suggerito da Mincer (1974), si cal-

colano i rendimenti dell’investimento in capitale umano stimando una funzione dei salari

23

individuali mediante il metodo dei minimi quadrati ordinari (OLS) ; come detto in pre-

19 Come ricorda Ballarino (2007), “le spiegazioni basate sull'ereditarietà genetica dell'intelligenza non hanno mai

superato la prova della verifica empirica; non è certa neppure l'esistenza di qualcosa come l'intelligenza per non dirne la

misurabilità e anche le misurazioni più accurate del quoziente intellettivo mostrano che esso può spiegare solo una

piccola parte della variazione del successo scolastico”. Bowles e Gintis (2002) raccolgono in effetti le evidenze riguardo

all’ultima affermazione, sulla quale si può vedere anche Cavalli-Sforza (1996). Per quanto riguarda il concetto di

intelligenza bisogna fare ricorso all’opera di biologi e genetisti. Ad esempio Rose (1980) spiega che “L’errata concezione

secondo cui i test per il Q.I. misurano l’intelligenza è un classico esempio di ragionamento a circuito chiuso, basato su

una serie di presupposti insostenibili: (a) che l’intelligenza è un qualcosa di materiale, una quantità fissa racchiusa nel

cervello, (b) che la sua quantità può essere valutata come quando si pesa del burro in un negozio, (c) che è possibile

catalogare e ordinare per gradi le persone in base alla quantità di intelligenza di cui sono dotate. Ma il fatto è che

possiamo osservare un comportamento intelligente solo nei nostri simili e nel contesto di un processo storico e di

sviluppo in cui singoli individui sono attori entro un sistema complesso”. Lewontin (1993) ribadisce che le “Differenze che

possono essere attribuite a differenze genetiche e che compaiono in un dato ambiente possono sparire completamente

in un altro. …Vale a dire che in qual misura la differenza tra noi sia conseguenza di differenze genetiche dipende,

curiosamente, dall’ambiente. ...Il contrasto tra genetico e ambientale, tra natura e cultura, non è un contrasto tra fisso e

mutevole.”. Più di recente Rose (2006), polemizzando con gli specialisti di psicometria e comportamentismo, ribadisce

che “Under these circumstances, one might imagine that the useless quantity of heritability would have been discarded.

…Biological systems are complex, non-linear, and non additive. Heritability estimates are attempts to impose a simplistic

and reified dichotomy (nature/nurture) on non-dichotomous processes”.

20 Su questo si vedano Checchi, Fiorio e Leonardi (2006) e Belzil e Leonardi (2006).

- 58 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

cedenza, la stima dei redditi da lavoro viene condotta sia sull’intero insieme di lavorato-

24

ri, sia sul solo sotto-campione dei dipendenti con contratto full-time .

L’analisi si articola in tre passi successivi: nel primo si stimano i rendimenti del ca-

pitale umano senza includere fra le esplicative il background familiare; nel secondo si

aggiunge ai regressori il titolo di studio del padre; nel terzo, infine, anziché valutare in

modo distinto istruzione di padri e figli – per evitare anche gli effetti della loro inevitabi-

le collinearità –, si considerano una serie di dummies indicanti la combinazione dei titoli

di studio di padri e figli e si valutano gli effetti differenziali di tali combinazioni su salari

ed incentivi retributivi ad investire in formazione.

Le equazioni dei salari nei primi due passi sono stimate rendendo via via più

complesso il modello, ovvero aggiungendo fra i regressori alle tradizionali variabili

esplicative tipiche dell’approccio minceriano (titolo di studio, sesso, area di residenza,

esperienza – in termini lineari e quadratici –, una dummy sulla tenure che indica se si

lavora da più di 10 anni nello stesso posto e la tipologia contrattuale di riferimento)

dapprima le variabili relative al settore di attività (che non risultano tuttavia mai

significative) e poi due ulteriori dummies che indicano se il lavoratore si considera sovra-

istruito rispetto alla mansione che svolge e se ha conseguito un voto elevato agli esami di

25

laurea o di licenza secondaria superiore . Nel terzo passaggio, vengono invece

presentate unicamente le stime relative al modello più “parsimonioso” (quello col minor

numero di esplicative).

21 Si veda Belzil e Leonardi (2006). A tale proposito va rilevato come recentemente la letteratura sulla mobilità sociale

(Bowles-Gintis 2002, Osborne Groves 2005) abbia posto un’enfasi particolare sull’impatto del background socio-familiare

nello sviluppo di tratti caratteriali non di tipo cognitivo (ad esempio l’avversione al rischio, l’estroversione, la disponibilità

al lavoro di gruppo, il senso di disciplina o di leadership, fino a fattori, almeno in parte geneticamente trasmettibili, quali

altezza, peso e bellezza) che sembrano determinanti nello spiegare sia l’attitudine a proseguire gli studi, sia il successo

sul mercato del lavoro e, di conseguenza, vanno considerati una causa primaria della trasmissione intergenerazionale

dei vantaggi.

22 In questo lavoro non si affronta l’esame dell’influenza del background sui rischi di “fallimento” sul mercato del lavoro,

dato che si ritiene che per tale analisi sarebbero necessari dati di carattere longitudinale, per meglio osservare in più

punti del tempo le dinamiche di carriera individuali ed un eventuale effetto delle reti sociali su tali dinamiche; a

quest’ultimo proposito, ad esempio, ben diverso sarebbe se un genitore riuscisse a “cedere” al figlio un suo precedente

posto di lavoro a bassa dinamica di carriera (ad esempio operaio in una piccola impresa) o fosse in grado di “influenzare”

la sua assunzione in una posizione ad alte prospettive di crescita occupazionali e salariali.

23 Ricordiamo che i rendimenti sono analizzati in base ai soli salari conseguiti, senza quindi prendere in considerazione

alcuna proxy dei costi diretti o indiretti del proseguimento degli studi.

24 La letteratura economica sulla trasmissione intergenerazionale dei redditi (Corak, 2006; Solon, 2002) suggerisce che

questa sia maggiormente evidente laddove si considerino individui nelle età centrali (intorno ai 35-45 anni), nelle quali i

livelli salariali dovrebbero essere più stabili e meno soggetti a shock transitori. Nel presente lavoro si mostrano tuttavia i

risultati relativi all’intero campione dei lavoratori, dal momento che non si sono osservate differenze sostanziali nei

risultati delle stime condotte nel sotto-campione dei lavoratori di età centrali (35-45, 40-45 e 40-50). Anche le stime

elaborate separatamente nei due sotto-campioni di lavoratori maschi e femmine confermano i risultati ottenuti.

- 59 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

value 0,000 0,000

0,000 0,000 0,000

0,000 0,000

0,000 0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,000 0,000

P 15.868

0,2937

Coefficiente -0,0675 -0,6401

-0,0004 -0,0604 -0,3337

0,0256 9,1034

0,1772 0,2408 0,2601

0,2733 0,0805

0,1278 0,4737

0,0814

value 0,000 0,000

0,488 0,000

0,000 0,000

0,000

0,000 0,717

0,000 0,000 0,000

0,000 0,000

0,000 0,000 0,000

P 15.868

0,2958

Coefficiente -0,2054

-0,0076 -0,0636

-0,6340

-0,0655 -0,0039

-0,0004 -0,0558 -0,3256

0,0256 9,3603

0,2777 0,0527

0,1284 0,0755

0,0829 0,2012

OSSERVAZIONI value 0,000 0,000

0,542 0,000

0,000 0,000

0,000

0,000 0,685

0,000 0,000 0,000 0,000

0,000

0,000 0,000

P

15.868 15.868

0,2950

Coefficiente

ANNUI; -0,2109

-0,0067 -0,0651

-0,6335

-0,0657 -0,0044

-0,3261

-0,0004 -0,0568

0,0254

0,2748 9,3714

0,1271 0,0843 0,0761 0,2266

LORDI value 0,000

0,000 0,691

0,000 0,000

0,000

0,000 0,000 0,000 0,000 0,000

0,852

0,000

0,000 0,000

SALARI P 15.868

0,2930

DEI Coefficiente -0,2345

-0,6360

-0,0679 -0,0020

-0,3321

-0,0004 -0,0573 0,0043

0,0255

0,2738 9,3408

0,1265 0,0816 0,0806 0,2373

OLS

REGRESSIONE value 0,000

0,000

0,000 0,000

0,000

0,000 0,000 0,000 0,000 0,000

0,000

0,000 0,000

P 15.868

0,2958

Coefficiente 2005-043.

-0,2347

-0,0675 -0,6367 -0,3331

-0,0004 -0,0589

0,2737 0,0255 9,3403

0,1261 0,0814 0,0812 0,2380 ISFOL-PLUS

dell’obbligo tecnico-professionale dati

osservazioni

Variabili professionale su

istruzione

termine elaborazioni

impiego

Parasubordinato

anni Overeducation

a

2 massimo

Dipendente

Esperienza Esperienza Tenure>10 corretto di

Autonomo Part-time Costante

alto Qualifica

8a Pubblico

Maschio Diploma Numero

Laurea

Centro Servizi Fonte:

Liceo

Tab. Nord Voto 2

Al R

- 60 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

0,000 0,000 0,000

0,000

0,000 0,000

0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,000 10.742

0,3640

-0,1067

-0,0003 0,1379 0,1922 0,2128

0,0217

0,1973 6,4317

0,0800 0,0541 0,0546 0,4295

value 0,000

0,000 0,000

0,000

0,000 0,000

0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,650 0,000

0,119

TIME P 10.742

0,3702

FULL Coefficiente -0,1045 -0,0626

-0,0003 -0,1554

-0,0115

0,2028 0,0219 0,0570 6,6339

0,0808 0,0553 0,0495 0,0035 0,2048

DIPENDENTI value

LAVORATORI 0,000 0,146

0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,714 0,000

P 10.742

0,3676

Coefficiente -0,0107

-0,1047 -0,0647

-0,0003 -0,1612

0,1997 0,0217 6,6460

0,0791 0,0568 0,0501 0,0028 0,2325

DEI

MENSILI value

NETTI 0,000 0,962

0,000 0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,000

0,000 0,394 0,000

P 10.742

0,3625

SALARI Coefficiente -0,1072

-0,0003 -0,1855

0,1985 0,0004

0,0217 6,6151

0,0792 0,0544 0,0543 0,0066 0,2409

DEI

OLS

REGRESSIONE value 0,000 0,000 0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,000

0,000 0,000

P 10.742

0,3626 2005-043.

Coefficiente -0,1070

-0,0003 -0,1867

0,1972 0,0218 6,6204

0,0786 0,0541 0,0551 0,2420 ISFOL-PLUS

dell’obb- tecnico-professionale dati

osservazioni

professionale su

istruzione

termine

Variabili elaborazioni

impiego

anni Overeducation

a

2 massimo

Dipendente

Esperienza Esperienza Tenure>10 corretto di

Costante

alto Qualifica

8b Pubblico

Maschio Diploma Numero

Laurea

Centro Servizi Fonte:

Liceo

Tab. Nord Voto ligo 2

Al R

- 61 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

L’equazione dei salari senza background evidenzia in ogni modello (tabb. 8a e 8b)

un positivo e significativo effetto dell’istruzione sui redditi da lavoro. Con l’eccezione

26

, tut-

delle dummies relative al settore di attività (industria o servizi, pubblico o privato)

te le variabili esplicative sono statisticamente altamente significative, in ambedue i sotto-

campioni stimati. Riferendosi alla totalità dei lavoratori (Tab. 8a), dal modello più sem-

plice si evince un differenziale salariale della laurea rispetto al diploma superiore positi-

vo e pari al 23,8%; al contrario un lavoratore con al più la licenza media ha, rispetto a un

27 . A prescindere dal tipo di salario (e quindi sotto-

diplomato, un gap salariale del 23,5%

campione) utilizzato, si nota che gli appartenenti al genere maschile ed i dipendenti a

tempo indeterminato ricevono un salario significativamente maggiore; al contrario, i re-

28

sidenti al sud e i sovra-istruiti ne ottengono uno inferiore . Viene inoltre confermata la

relazione non lineare (positiva ma concava) fra retribuzione ed esperienza, mentre un

differenziale aggiuntivo viene attribuito alla “fedeltà” presso lo stesso datore.

Come noto, le stime dei rendimenti del capitale umano potrebbero d’altronde essere

distorte verso l’alto dall’effetto “abilità”, in base al quale sono gli individui più capaci a

laurearsi con maggiore probabilità (Ciccone, Cingano e Cipollone, 2006; Card, 1998). Il

differenziale salariale sarebbe quindi, almeno in parte, legato alla maggiore abilità più

che alla più elevata istruzione.

Fra le esplicative abbiamo aggiunto, come detto, una dummy che assegna valore

unitario a chi ottiene un voto di laurea o diploma molto elevato, malgrado si tratti di una

proxy solo approssimativa dell’abilità. Inserendo fra i regressori tale variabile, con ambe-

due le formulazioni dell’endogena il differenziale fra i rendimenti dei diversi titoli di

studio si comprime significativamente, a dimostrazione della probabile esistenza di una

distorsione nelle stime legata all’omissione della difficilmente misurabile variabile

29

.

“abilità”

Da ultimo, si osserva un vantaggio salariale significativo per chi consegue un diplo-

ma liceale o tecnico rispetto a chi si limita a conseguire una qualifica professionale trien-

nale. Il differenziale salariale fra diplomati con corsi quinquennali in licei e in istituti

tecnici o professionali non risulta invece significativo, anche al livello del 10%, in ambe-

25 In particolare, la dummy assume valore 1 (“voto alto”) quando il soggetto ha ottenuto, se solo diplomato, almeno 55/

60 o, se laureato, almeno 105/110.

26 Nelle tabelle, per facilitare la lettura, le dummies sono indicate con il nome della modalità che assume valore unitario.

27 Pur nella diversità delle formulazioni delle variabili endogene ed esogene, i rendimenti stimati appaiono in linea con

quanto solitamente rilevato per l’Italia; per una rassegna degli studi sui rendimenti del capitale umano in Italia si veda

Brunello, Comi e Lucifora (2000).

28 Sul legame fra overeducation e livello salariale si veda Laj e Raitano (2006).

29 Va osservato che la variabile “voto alto” in questione risulta, come lecito attendersi, molto correlata con il livello

dell’istruzione dei genitori. - 62 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

value 0,000

0,000 0,045

0,000 0,399 0,000

0,000

0,000

0,790

0,000

0,000 0,000

0,000 0,000 0,000

0,018

0,000

0,000 0,000

P 14.824

0,3008

Coefficiente -0,0706 -0,0237

-0,0096 -0,2017

-0,0655

-0,0030

-0,3342

-0,0004 -0,0612 -0,6452

0,0259 0,0751 0,0449

0,2773 9,3796

0,0462

0,1958

0,1267 0,0788

OSSERVAZIONI value 0,000

0,000 0,038

0,000 0,437 0,000

0,000 0,000

0,000 0,000 0,013

0,000

0,000

0,764

0,000

0,000

0,000 0,000

14.824 P 14.824

0,3002

FAMILIARE; Coefficiente -0,0709 -0,0246

-0,0088 -0,2061

-0,0669

-0,3347 -0,0033

-0,6449

-0,0004 -0,0622

0,0257 0,0757

0,2747 9,3897

0,1256 0,0800 0,0485

0,2168

BACKGROUND value 0,028

0,000

0,000 0,000

0,795

0,000 0,000 0,000

0,000 0,000 0,000 0,000 0,012

0,000

0,915

0,000 0,000

PER P

ANNUI 14.824

0,2982

Coefficiente

LORDI -0,0260

-0,2304

-0,0732 -0,6478 -0,3408 -0,0012

-0,0004 -0,0626 0,0029

0,0257

0,2736 0,0799 9,3598

0,1251 0,0773 0,0492

0,2269

SALARI

DEI value 0,028

0,000

0,000

0,000

0,000 0,000 0,000 0,000

0,000

0,000 0,000 0,000 0,012

0,000

0,000

OLS P

REGRESSIONE 14.824

0,2982 2005-043.

Coefficiente -0,0260

-0,2306

-0,0729 -0,6482 -0,3415

-0,0004 -0,0637

0,2735 0,0258 0,0804 9,3596

0,1249 0,0771 0,0492

0,2274 ISFOL-PLUS

dell’obbligo

dell’obbligo dati

osservazioni

istruzione su

istruzione

termine

Variabili elaborazioni

impiego

Parasubordinato

anni laureato

Overeducation

a

2 più

massimo

Dipendente

Esperienza Esperienza Tenure>10 corretto di

Autonomo Part-time Costante

alto

9a Pubblico

Maschio al Numero

Laurea

Centro Servizi Fonte:

Padre

Padre

Tab. Nord Voto 2

Al R

- 63 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

value 0,000 0,000 0,000

0,000 0,000

0,000

0,071

0,000 0,000 0,654

0,000 0,000

0,000

0,000

0,000 0,073

P 10.007

0,3753

Coefficiente -0,1069 -0,0412

-0,1519

-0,0632

-0,0137

-0,0003 0,0529 6,6640

0,2030 0,0036

0,0227 0,1936

0,0496

0,0535

0,0779 0,0257

value 0,000 0,000 0,000

0,000

0,000 0,000 0,713 0,000

0,000

0,000

0,000 0,085 0,000 0,041

0,000

P 10.007

0,3730

DIPENDENTI Coefficiente -0,0426

-0,1073 -0,1570

-0,0131 -0,0651

-0,0003 6,6762

0,1999 0,0225 0,0030

0,0503 0,2184

0,0549

0,0764 0,0292

LAVORATORI FAMILIARE value 0,000

0,000

0,000

0,000 0,000

0,000 0,841

0,424

0,000

0,000

0,000 0,000 0,044

0,000

P

BACKGROUND

DEI 10.007

0,3678

MENSILI Coefficiente -0,0449

-0,1814

-0,1098 -0,0015

-0,0003

0,1988 0,0225 6,6473

0,0064

0,0523 0,0541

0,0765 0,2259 0,0290

NETTI PER

SALARI TIME

FULL value 0,000

0,000

0,000 0,000

0,000 0,000

0,000 0,000

0,000 0,000 0,045

0,000

DEI P

OLS 10.007

0,3679

REGRESSIONE Coefficiente -0,0451

-0,1823

-0,1098

-0,0003

0,1979 0,0225 6,6521

0,0522

0,0762 0,0544 0,2265 0,0289 2005-043.

ISFOL-PLUS

dell’obbligo

dell’obbligo

Variabili dati

osservazioni

istruzione su

istruzione

termine elaborazioni

impiego

anni laureato

Overeducation

a

2 più

massimo

Dipendente

Esperienza Esperienza Tenure>10 corretto di

Costante

alto

9b Pubblico

Maschio al Numero

Laurea

Centro Servizi Fonte:

Padre

Padre

Tab. Nord Voto 2

Al R

- 64 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

due le formulazioni del modello (ovvero con il campione comprensivo di tutti i lavorato-

ri o limitato ai soli dipendenti full time).

Al di là dei rendimenti “medi” per titolo di studio, al fine di spiegare la costanza nel-

le diseguaglianze nell’accesso ai livelli di istruzione più elevati che si osserva in Italia in-

teressa studiare come tali rendimenti si differenzino per background familiare. Ovvero,

indipendentemente dal valore medio dell’incentivo a formarsi, ciò che interessa per valu-

tare le scelte individuali è come tale incentivo si distribuisca fra i diversi gruppi sociali.

Nel secondo passaggio del nostro ragionamento (tabelle 9a e 9b) abbiamo replicato

le stime mostrate in precedenza, aggiungendo fra i regressori il titolo di studio del padre.

Con entrambe le variabili endogene considerate la significatività delle esplicative non

muta rispetto a quanto evidenziato dai modelli “senza background”, ma si osserva come,

a parità di condizioni, l’avere un padre laureato piuttosto che diplomato comporti un in-

cremento medio dei redditi da lavoro significativo e pari rispettivamente, nella versione

più parsimoniosa dei due modelli, al 4,9% ed al 2,9% (il decremento, per chi ha un padre

che si è fermato alle medie, è anch’esso significativo e pari, rispettivamente, al 2,6% e al

4,5%).

L’interpretazione dei coefficienti di questa stima può tuttavia essere distorta dalla

collinearità fra i due regressori che rappresentano l’istruzione del padre e del figlio

(come mostrato in precedenza, i percorsi scolastici presentano un’elevata correlazione

in-tergenerazionale). In aggiunta, l’effetto del background familiare qui stimato è quello

ottenuto in media, ovvero non si differenzia a seconda del titolo di studio raggiunto dal

figlio.

Ai fini dell’analisi degli incentivi e delle possibili risposte di policy risulta invece ri-

levante verificare se l’impatto del titolo del padre si differenzi a seconda che il figlio sia

laureato o abbia titoli inferiori.

Abbiamo pertanto costruito (tabelle 10a e 10b) otto dummies relative alla combina-

zione dei titoli di studio di padri e figli (adottando come modalità di riferimento “padre

diplomato/figlio diplomato”) ed abbiamo condotto le stime con il modello più parsimo-

nioso considerando fra le esplicative tali dummies (ottenute dalle nove possibili combi-

nazione dell’istruzione calcolata su tre livelli: massimo media, diploma, laurea), anziché

i titoli di studio detenuti da padri e figli separatamente.

Nelle stime condotte sull’intero campione dei lavoratori tutte le dummies di intera-

zione hanno un coefficiente significativamente diverso da quella presa a riferimento, con

l’eccezione dei casi in cui il figlio si ferma all’obbligo provenendo da un padre con lau-

rea o il figlio di un individuo a basso titolo raggiunge il diploma (Tab. 10a). I numeri in-

dice dei salari lordi annui per combinazione dei titoli di studio di padri e figli sono

presentati nella tabella 11a, nella quale, muovendosi per colonna, si evidenzia come, a

30

parità di titolo, il reddito da lavoro cresca con l’istruzione del padre .

- 65 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Tab.10a REGRESSIONE OLS DEI SALARI LORDI ANNUI PER COMBINAZIONE DEI TITOLI

DI STUDIO PADRI-FIGLI.

Variabili esplicative Coefficiente Errore standard t P value

Maschio 0,2733 0,0093 29,51 0,0000

Nord 0,1246 0,0100 12,43 0,0000

Centro 0,0767 0,0124 6,19 0,0000

Esperienza 0,0258 0,0015 17,04 0,0000

-0,0004 0,0000 -11,11 0,0000

2

Esperienza

Tenure>10 anni 0,0802 0,0123 6,50 0,0000

Dipendente a termine -0,0732 0,0147 -4,97 0,0000

Autonomo -0,0627 0,0125 -5,01 0,0000

Parasubordinato -0,6487 0,0233 -27,90 0,0000

Part-time -0,3419 0,0141 -24,33 0,0000

Padre obbligo/Figlio obbligo -0,2569 0,0175 -14,68 0,0000

Padre diplomato/Figlio obbligo -0,1510 0,0503 -3,00 0,0030

Padre laureato/Figlio obbligo -0,1420 0,1541 -0,92 0,3570

Padre obbligo/Figlio diplomato -0,0244 0,0155 -1,58 0,1150

Padre laureato/Figlio diplomato 0,1060 0,0344 3,08 0,0020

Padre obbligo/Figlio laureato 0,2146 0,0184 11,66 0,0000

Padre diplomato/Figlio laureato 0,2273 0,0206 11,02 0,0000

Padre laureato/Figlio laureato 0,2590 0,0239 10,85 0,0000

Costante 9,3561 0,0201 465,33 0,0000

Numero di osservazioni 14.824

F (18, 14.805) 351,28

P value test F 0,000

0,299

2

R 0,298

2

R corretto

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043.

Tab. 11a NUMERI INDICE DEI SALARI LORDI ANNUI PER TITOLO DI STUDIO DI PADRE E FIGLIO

(diplomato figlio di diplomato = 100)

Titolo di studio del figlio Differenze percentuali

Diploma

Al massimo Diploma/ Laurea/

secondario Laurea

scuola media media diploma

superiore

Al massimo 74,3 97,6 121,5 31,4 24,5

scuola media

Titolo di studio Diploma

del padre secondario 84,9 100,0 122,7 17,8 22,7

superiore

Laurea non affidabile 110,6 125,9 non affidabile 13,8

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043.

Tramite i test F sull’eguaglianza dei coefficienti (Tab. 12a), ragionando per titolo di

studio del figlio, si evidenzia tuttavia fra i laureati una differenza significativa unicamen-

te nel caso in cui abbiano padri laureati piuttosto che a bassa “cultura” (e questo è d’al-

tronde coerente col fatto che nella generazione dei padri anche i diplomati godevano di

un ruolo sociale rilevante); fra i diplomati invece essere figli di un laureato consente

30 Data l’esiguità del loro numero, si preferisce non attribuire affidabilità ai salari campionari dei figli di laureati che non

superano il livello della scuola dell’obbligo (Tabb. 11a e 11b).

- 66 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

Tab. 12a TEST DI UGUAGLIANZA DEI COEFFICIENTI DELLE COMBINAZIONI DEI TITOLI DI STUDIO

(PER TITOLO DI STUDIO DEL FIGLIO) DELLA REGRESSIONE OLS DEI SALARI LORDI ANNUI

Restrizioni testate Test F P value

Padre laureato/Figlio laureato = Padre diplomato/Figlio laureato 1,64 0,1999

Padre laureato/Figlio laureato = Padre obbligo/Figlio laureato 3,77 0,0522

Padre diplomato/Figlio laureato = Padre obbligo/Figlio laureato 0,42 0,5148

Padre laureato/Figlio diplomato = Padre diplomato/Figlio diplomato 9,50 0,0021

Padre laureato/Figlio diplomato = Padre obbligo/Figlio diplomato 16,28 0,0001

Padre diplomato/Figlio diplomato = Padre obbligo/Figlio diplomato 2,49 0,1148

Padre laureato/Figlio obbligo = Padre diplomato/Figlio obbligo non affidabile

Padre laureato/Figlio obbligo = Padre obbligo/Figlio obbligo non affidabile

Padre diplomato/Figlio obbligo = Padre obbligo/Figlio obbligo 4,59 0,0323

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043.

Tab. 10b REGRESSIONE OLS DEI SALARI NETTI MENSILI DEI LAVORATORI DIPENDENTI FULL TIME

PER COMBINAZIONE DEI TITOLI DI STUDIO PADRI-FIGLI

Variabili esplicative Coefficiente Errore standard t P value

Maschio 0,1978 0,0063 31,54 0,0000

Nord 0,0758 0,0070 10,88 0,0000

Centro 0,0519 0,0087 5,97 0,0000

Esperienza 0,0226 0,0012 19,52 0,0000

-0,0003 0,0000 -12,4 0,0000

2

Esperienza

Tenure>10 anni 0,0541 0,0089 6,11 0,0000

Dipendente a termine -0,1097 0,0098 -11,15 0,0000

Padre obbligo/Figlio obbligo -0,2231 0,0126 -17,75 0,0000

Padre diplomato/Figlio obbligo -0,1392 0,0360 -3,87 0,0000

Padre laureato/Figlio obbligo -0,0099 0,1252 -0,08 0,9370

Padre obbligo/Figlio diplomato -0,0372 0,0110 -3,38 0,0010

Padre laureato/Figlio diplomato 0,0329 0,0262 1,26 0,2090

Padre obbligo/Figlio laureato 0,1857 0,0128 14,49 0,0000

Padre diplomato/Figlio laureato 0,2370 0,0147 16,14 0,0000

Padre laureato/Figlio laureato 0,2607 0,0175 14,93 0,0000

Costante 6,6456 0,0143 463,52 0,0000

Numero di osservazioni 10.007

F (15, 9.991) 389,20

P value test F 0,000

0,369

2

R 0,368

2 corretto

R

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043. - 67 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

31

sempre di godere di un significativo differenziale salariale . L’origine sembra quindi av-

vantaggiare soprattutto i figli di laureati che si fermano a livelli d’istruzione bassi, nono-

stante si sarebbe potuto immaginare che conseguire un titolo inferiore a quello del padre,

come segnale di scarsa abilità, inducesse un differenziale salariale negativo.

Ma nel sotto-campione dei dipendenti full time scompare il vantaggio relativo dei

diplomati figli di laureati finora discusso (tabelle 10b, 11b e 12b). Questa divaricazione

nei risultati potrebbe dipendere da una non piena comparabilità, nel campione più ampio,

dei dati sul reddito, ma potrebbe anche suggerire che un genitore laureato – con, in me-

dia, una maggiore disponibilità economica – potrebbe avere maggiore facilità a destinare

un figlio tutt’al più diplomato verso attività remunerative di lavoro autonomo.

Tab. 11b NUMERI INDICE DEI SALARI NETTI MENSILI DEI LAVORATORI DIPENDENTI FULL TIME

PER TITOLO DI STUDIO DI PADRE E FIGLIO (DIPLOMATO FIGLIO DI DIPLOMATO = 100)

Titolo di studio del figlio Differenze percentuali

Diploma

Al massimo Diploma/ Laurea/

secondario Laurea

scuola media media diploma

superiore

Al massimo 77,7 96,3 118,6 23,9 23,2

scuola media

Titolo di studio Diploma

del padre secondario 86,1 100 123,7 16,1 23,7

superiore

Laurea non affidabile 103,3 126,1 non affidabile 22,1

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043.

Tab. 12b TEST DI UGUAGLIANZA DEI COEFFICIENTI DELLE COMBINAZIONI DEI TITOLI DI STUDIO

(PER TITOLO DI STUDIO DEL FIGLIO) DELLA REGRESSIONE OLS DEI SALARI NETTI MENSILI

DEI LAVORATORI DIPENDENTI FULL TIME

Restrizioni testate Test F P value

Padre laureato/Figlio laureato = Padre diplomato/Figlio laureato 1,74 0,1873

Padre laureato/Figlio laureato = Padre obbligo/Figlio laureato 20,88 0,0000

Padre diplomato/Figlio laureato = Padre obbligo/Figlio laureato 14,52 0,0001

Padre laureato/Figlio diplomato = Padre diplomato/Figlio diplomato 1,58 0,2090

Padre laureato/Figlio diplomato = Padre obbligo/Figlio diplomato 8,03 0,0046

Padre diplomato/Figlio diplomato = Padre obbligo/Figlio diplomato 11,43 0,0070

Padre laureato/Figlio obbligo = Padre diplomato/Figlio obbligo non affidabile

Padre laureato/Figlio obbligo = Padre obbligo/Figlio obbligo non affidabile

Padre diplomato/Figlio obbligo = Padre obbligo/Figlio obbligo 5,61 0,0179

Fonte: elaborazioni su dati ISFOL-PLUS 2005-043.

31 Data la presenza di poche unità campionarie di figli con scuola dell’obbligo e padri con laurea i risultati dei test F

relativi ai coefficienti di tali variabili combinatorie non sono da ritenersi affidabili (tabb. 12a e 12b).

- 68 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

Va inoltre osservato come, in entrambi i campioni, chi nasce da padre con al più

l’istruzione dell’obbligo abbia, a parità di titolo di studio, uno svantaggio salariale signi-

ficativo (non sono significative solo le due coppie di confronti con i figli di diplomati nel

campione più ampio, come mostra la tabella 12a).

L’incentivo ad accumulare capitale umano, più che dal salario in sé conseguibile, di-

pende d’altra parte dalla differenza tra i salari ottenibili da un individuo, per dato back-

ground, a seconda dei vari livelli di istruzione (rilevabile nelle tabelle 11a ed 11b,

confrontando le righe). Interessa soprattutto, data la limitata diffusione di titoli terziari in

Italia, il rendimento differenziale della laurea rispetto al diploma. Questo non sembra

crescere col background familiare, e nel campione completo, a causa del vantaggio com-

parato dei diplomati figli di laureati, è maggiore per chi non ha un padre laureato (nel

campione dei soli lavoratori dipendenti i rendimenti risultano invece sostanzialmente in-

dipendenti dall’origine).

Per quanto riguarda il rendimento del diploma, rispetto alla scuola dell’obbligo,

escludendo il caso dei (troppo pochi) figli di laureati che si sono fermati alle medie, in

entrambi i campioni si evidenzia un vantaggio per chi ha un genitore meno istruito. An-

che in questo caso questo sembra dipendere soprattutto dall’evidente maggior salario re-

lativo dei figli di diplomati che hanno studiato meno dei loro padri.

In linea con i risultati di studi condotti su altri paesi (Godde e Schnabel, 1998;

Ashenfelter e Rouse, 1998; Bennett, Glennerster e Nevison, 1992), per dato livello di

istruzione dei figli i livelli salariali sarebbero quindi crescenti per background familiare,

suggerendo la possibile esistenza di un “effetto classe”, ma i rendimenti ottenibili dal

proseguire gli studi (quelli che, in linea con Becker, 1967, dovrebbero influenzare le

scelte individuali), resterebbero positivi per tutti i gruppi sociali e non crescenti – in alcu-

ni casi decrescenti – col livello di studio del padre.

D’altronde, come detto più volte, nel presente lavoro ci siamo limitati a confrontare

unicamente gli incentivi differenziali per contesto di origine relativi ai differenziali sala-

riali. Altri, fra gli elementi elencati nel paragrafo precedente potrebbero limitare gli in-

centivi all’istruzione per chi proviene da contesti familiari meno “acculturati” e, in

aggiunta con le dinamiche salariali qui analizzate, contribuire quindi a motivare la rego-

larità empirica di forte correlazione fra i percorsi scolastici intergenerazionali che si os-

serva in Italia. - 69 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

CONCLUSIONI

In questo lavoro si è cercato di proporre qualche elemento di chiarificazione intorno

alla complessa relazione tra origine sociale, scelte di investimento in capitale umano e

prospettive di carriera e di guadagno.

Si è confermato innanzitutto che l’aumento generalizzato dei titoli di studio verifi-

catosi nel tempo non ha sostanzialmente modificato la struttura classista delle scelte di

proseguimento degli studi. Chi ha un padre poco istruito più raramente decide di conti-

nuare a seguire un percorso scolastico dopo la scuola dell’obbligo, se continua preferisce

gli istituti professionali o tecnici al liceo, se ottiene un diploma di secondaria superiore

più raramente si iscrive all’università. Inoltre, una volta avviato un ciclo di studio dopo

la scuola dell’obbligo o un corso accademico, meno spesso lo conclude.

Questi comportamenti sono probabilmente dovuti a ragioni diverse che si sovrap-

pongono. Qui abbiamo cercato di capire se si evidenzi un deficit di motivazione a conti-

nuare gli studi legato a un rendimento degli stessi troppo basso o troppo incerto, e su

questo si tornerà tra poco. La maggiore frequenza di abbandono da parte dei giovani con

un padre che si è fermato a livelli di istruzione limitati è tuttavia anche un indice del

maggiore rischio che essi incontrano quando decidono di affrontare un ciclo di studi

avanzato (anche se non si è in grado di discernere quanto l’abbandono dipenda da mera

incapacità nel proseguire o sia il frutto di una preferenza verso un più immediato reddito

da lavoro, eventualmente acuita da vincoli di liquidità). Questo rafforza le ipotesi di

auto-selezione degli individui nelle scelte di studio, avanzata tanto dalla letteratura eco-

nomica che da quella sociologica, mostrando che il pessimismo sulla riuscita scolastica

dei propri figli può trovare un fondamento nella realtà concreta della classe di apparte-

nenza delle famiglie che decidono di non rischiare un fallimento negli studi e preferisco-

no un inserimento immediato nel mercato del lavoro e un flusso di reddito basso, ma

immediatamente ottenibile. Si verificherebbe insomma un circolo vizioso in cui le basse

percentuali di successo potrebbero influire sulle basse percentuali di iscrizione ai cicli

secondari superiori o universitari.

Quanto all’analisi della distribuzione dei guadagni e dei rendimenti, si è verificato

che i primi, a parità di titolo di studio, sono più alti per i lavoratori che provengono da fa-

miglie con background più solido dal punto di vista dell’istruzione (e probabilmente an-

che da quello socio-economico). Questo potrebbe creare una sorta di disillusione nei

giovani che provengono da famiglie più “deboli”. Tuttavia, assumendo piena razionalità

degli individui, il fattore di incentivo più importante dovrebbe essere costituito dal rendi-

mento dell’istruzione, non dal salario. A tale proposito, pur osservando differenze a se-

conda della variabile retributiva presa come riferimento nelle stime, si osserva che i

rendimenti della laurea sono in media positivi, il più elevato titolo di studio del padre

- 70 -

Incentivi ad accumulare capitale umano e background familiare: l’evidenza italiana

sembra esercitare un effetto positivo in media, ma, distinguendo per livello di istruzione

del lavoratore, il rendimento non aumenta (e in alcuni casi diminuisce) al crescere del li-

vello di istruzione dei genitori. Infatti, i figli diplomati di genitori più istruiti sono forte-

mente avvantaggiati rispetto a quelli con analogo titolo di studio (eppure, in assenza di

un “effetto background”, si dovrebbe supporre che gli individui con un livello di istruzio-

ne discendente rispetto a quello dei padri siano meno abili e, quindi, in grado di ottenere

salari meno elevati). Le famiglie “forti” godrebbero evidentemente di un ruolo nella so-

cietà che consentirebbe loro di aiutare i figli a raggiungere posizioni lavorative soddisfa-

centi anche se non sono stati in grado di condurre gli studi fino ai livelli più alti (magari

aiutandoli a intraprendere, grazie a una maggiore disponibilità economica, attività auto-

nome remunerative). I giovani che provengono da famiglie deboli, invece, se riescono ad

arrivare a titoli di studio elevati, in particolare alla laurea, sembrano sbarazzarsi in parte

della zavorra delle origini, e avvicinarsi ai livelli salariali dei lavoratori istruiti con origi-

ni “forti”.

Non si è riusciti dunque a spiegare completamente in base ai soli rendimenti

dell’istruzione le cause del meccanismo di auto-selezione – anzi, l’operare di tale mecca-

nismo dovrebbe essere contrastato dai rendimenti elevati dell’investimento in capitale

umano dei figli delle famiglie “deboli” - ma si è evidenziata la durezza dei meccanismi

di classe che ancora operano nella nostra società.

Il passaggio successivo da prendere in considerazione è quello della ricerca di un la-

voro (soprattutto per verificare quanto della relazione fra salari e background dipenda

dalla prassi di intraprendere – per modelli di ruolo e/o a causa dell’azione dei canali in-

formali di entrata e carriera nel mercato del lavoro – la stessa occupazione del genito-

32

re ); purtroppo, come si è detto, i dati utilizzati non sono adatti ad evidenziare eventuali

maggiori difficoltà a trovare un’occupazione, o a trovarne una non precaria, da parte dei

soggetti con genitori meno istruiti.

Dal punto di vista delle politiche da attuare, tanto l’equità che l’efficienza richiedo-

no misure per far funzionare il mercato del lavoro secondo meccanismi più meritocratici

e genuinamente competitivi, sempre che questo sia possibile. Appare pure difficile indi-

care provvedimenti che possano influire sulle differenze di abilità vere o presunte che

sono alla base dei meccanismi di auto-selezione, eppure è qui che bisogna incidere. La

letteratura si è focalizzata sui primi cinque anni di vita del bambino – quando è ancora

possibile intervenire per accrescere le abilità – ma questo porta al centro della questione i

32 Ben diversi sarebbero d’altronde gli esiti sulle prospettive salariali laddove attraverso il canale informale attivato dal

genitore si avesse accesso a un posto di lavoro a maggiore o minore dinamica di carriera. Qualora ad esempio padri più

istruiti riuscissero a influenzare l’accesso dei figli non tanto semplicemente a un posto di lavoro adeguato al loro titolo di

studio – da questo punto di vista la prassi italiana di sostituire padri con figli sembra pervasiva in ogni tipo di occupazione

–, quanto a un posto di lavoro (o a un’attività autonoma/professionale) a elevata dinamica di carriera e reddituale, ne

risulterebbe significativamente rafforzata la trasmissione intergenerazionale delle posizioni di vantaggio.

- 71 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

33

ruoli rispettivi dei comportamenti familiari e delle politiche pubbliche . Più esplicita-

mente, se la fonte della disuguaglianza è nella famiglia, si deve valutare quale sia il limi-

te socialmente accettabile di interventi che potrebbero essere percepiti come invasivi

34

dello spazio familiare , ma non si deve abbandonare lo sforzo di accrescere le opportu-

nità di coloro che altrimenti saranno condannati per tutta la vita ad una condizione di

svantaggio.

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33 Su tali temi si veda Esping Andersen (2005).

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Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale

1

umano in Marocco nel corso degli anni novanta

INTRODUZIONE

Nel corso degli ultimi anni l’analisi delle principali tematiche relative allo sviluppo

socio-economico dei paesi più poveri si è arricchita di una crescente attenzione allo stu-

dio della disuguaglianza. Dopo una prima fase, nella quale ci è soffermati principalmente

sulla dimensione globale e sullo studio della disuguaglianza tra paesi (between countries

inequality), l’attenzione si è spostata sull’analisi della disuguaglianza all’interno dei sin-

goli paesi (within country inequality).

Parallelamente è emerso un sostanziale consenso circa la rilevanza, nello studio

delle condizioni di vita delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, dei cosiddetti

“earnings effects” e, in particolare, dell’evoluzione e dinamica dei salari. Tale attenzione

è giustificata dalla rilevanza del lavoro quale risorsa principale, o spesso unica, della

quale la popolazione più povera è dotata (Hertel e Winters, 2005). Nel caso delle fasce

più deboli della popolazione ottenere un lavoro è accreditata come una delle vie più

sicure per uscire dalla povertà, mentre perderlo è comunemente considerata una delle

cause principali dell’emergere di situazioni di indigenza (Winters, 2004). D’altro canto,

le categorie più povere possono essere colpite anche da mutamenti nella distribuzione

del salario. Di qui la crescente attenzione all’evoluzione e alla dinamica dei salari nei

diversi paesi. Tale attenzione è spiegata, inoltre, dalla più immediata reazione di questi

ultimi, rispetto al reddito, ad interventi di politica economica nazionale o a mutamenti

indotti dal contesto internazionale (effetti della liberalizzazione commerciale, della

diffusione dell’ITC, ecc.). I salari, a differenza del reddito, non sono, infatti, influenzati

dalla disponibilità di risorse aggiuntive, quali i risparmi, il ricorso all’indebitamento o

altre forme di integrazione del reddito (Milanovic e Squire, 2005).

Il presente capitolo analizza la dinamica salariale e quella dei rendimenti

dell’istruzione in Marocco negli anni Novanta sulla base di dati provenienti da due

1 L’autrice desidera ringraziare Marilena Giannetti per gli utili suggerimenti. Eventuali errori rimangono, ovviamente, di

esclusiva responsabilità dell’autrice. - 75 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Living Standard Measument Household Surveys (LSMS), realizzate dalla Banca

2

mondiale e dall’Istituto di Statistica del Marocco nel 1990/91 e nel 1998/99 . Tale

decade è stata caratterizzata, per il Paese, da profondi cambiamenti, dovuti

all’implementazione di riforme interne e di un ampio processo di liberalizzazione

commerciale, che possono aver indotto conseguenze rilevanti in termini di

disuguaglianza salariale. Pur non mirando in questo lavoro a individuare nessi causali tra

3

tali fenomeni , si intende fornire un quadro dell’andamento dei salari e dei rendimenti di

capitale umano, con una particolare attenzione alla situazione femminile. Infatti, lo

studio della condizione specifica delle lavoratrici assume particolare rilievo nell’analisi

dello status delle classi più povere della popolazione. E’ noto, infatti, che uomini e donne

fronteggiano condizioni diverse nel mercato del lavoro e che tali disuguaglianze sono

acuite nel caso dei paesi in via di sviluppo, dove la partecipazione delle donne all’attività

economica è ancora piuttosto limitata e caratterizzata da situazioni di evidente

svantaggio.

Il capitolo è articolato come segue. Nel prossimo paragrafo sono specificate le ra-

gioni sottostanti la scelta del Marocco quale oggetto dell’analisi e sono presentate le ca-

ratteristiche e l’evoluzione della situazione socio-economica di tale Paese nel corso degli

anni Novanta. Questa analisi fornisce il quadro di riferimento necessario per l’interpreta-

zione dei risultati dell’analisi empirica, presentata nei paragrafi successivi. Conclusioni e

suggerimenti di policy chiudono il capitolo.

LA SITUAZIONE SOCIO-ECONOMICA DEL MAROCCO NEL CORSO DEGLI

ANNI NOVANTA

Il Marocco appartiene ad una regione, il Medio Oriente e Nord Africa (MENA),

particolarmente rilevante sia nell’ambito delle relazioni esterne dell’Unione europea, sia

nel più immediato contesto delle relazioni internazionali dell’Italia. Tale regione è

caratterizzata da un forte legame economico e commerciale con la Ue, testimoniato non

solo dall’entità dei flussi di commercio, ma anche dall’implementazione di una serie di

Accordi di Associazione Euro-Mediterranei, che costituiscono uno degli elementi

2 Inchieste sul livello di vita delle famiglie comparabili con tali dati non sono disponibili per gli anni successivi. Ciò

impedisce, purtroppo, di estendere l’analisi empirica fino ai nostri giorni.

3 L’analisi degli effetti della liberalizzazione commerciale sui salari in Marocco mostra una correlazione negativa tra salari

e livello delle barriere tariffarie. Tale risultato, confermato per il sotto-campione composto dai soli lavoratori non

qualificati, sembra escludere la presenza di un effetto negativo della liberalizzazione commerciale sui salari in generale,

e su quelli dei lavoratori meno qualificati in particolare (Muzi, 2007).

- 76 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

centrali dell’ambizioso progetto di creazione di un’Area di Libero scambio euro-

mediterranea, pilastro fondamentale della politica europea di vicinato (European

Neighbourhood Policy - ENP) (Commissione europea, 2004). La rilevanza di tali

relazioni è ancora più evidente nel caso dell’Italia che, per posizione geografica ed

esperienza storica, ha avuto da sempre importanti legami storici, culturali ed economici

con i paesi della sponda sud del Mediterraneo.

All’interno di tale insieme di nazioni, il Marocco costituisce un caso di analisi

particolarmente interessante. Esso non solo è, insieme alla Tunisia, il Paese più avanzato

nel processo di integrazione con la Ue, ma è anche stato caratterizzato da incisive

riforme, sia a livello nazionale, con rilevanti investimenti a sostegno di settori quali

salute, istruzione e formazione, sia nelle relazioni internazionali, con un ampio processo

di liberalizzazione commerciale (Economist Intelligence Unit, vari anni). Inoltre il

Marocco ha forti legami con l’Europa, e con l’Italia, a causa della recente storia

migratoria. Secondo dati dell’ISTAT (2007), la comunità marocchina in Italia e’ una

4

delle più numerose (seconda solo all’Albania e pari alla Romania) e di più antico

insediamento.

Malgrado le recenti riforme, il Marocco è ancora caratterizzato da una notevole

incidenza della povertà e dalla presenza di un’ampia e crescente forza lavoro, cui non si

accompagna la disponibilità di risorse naturali, come il petrolio, che, viceversa,

contribuisce a sostenere l’economia di molti paesi dell’area. Il Marocco, con Egitto,

Giordania, Libano e Tunisia appartiene, infatti, al sotto-insieme dei paesi MENA

cosiddetti “labor abundant, resource-poor” (World Bank, 2003). Assicurare adeguate

condizioni di vita, anche attraverso il miglioramento della situazione dal punto di vista

del mercato del lavoro, per tale crescente popolazione è una delle priorità per lo sviluppo

di questo Paese.

Infine, il Marocco, come la maggior parte dei paesi dell’area, si trova ad affrontare

un’importante sfida legata al miglioramento delle condizioni di vita delle donne e alla

loro maggiore integrazione nella vita economica e sociale. Tale necessità, fortemente

evidenziata ormai da tempo sia da istituzioni nazionali, sia da organizzazioni

internazionali, ha acquistato una rilevanza crescente nel corso degli ultimi anni, anche

alla luce dei significativi investimenti realizzati per accrescere il livello di istruzione e

formazione delle donne. L’entità degli sforzi realizzati rende, infatti, il mancato utilizzo

di tale risorsa più costoso per l’intera società.

La difficile situazione economica del Marocco è testimoniata dall’analisi dei

principali indicatori socio-economici, quali il PIL, il PIL pro capite, l’Indice di sviluppo

umano e gli indicatori specifici della disuguaglianza di genere, tra cui il Gender Related

4 La sua consistenza ha superato, al 1° gennaio 2007, le 340mila unità.

- 77 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007 5

Development Index (GDI) e la Gender Empowerment Measure (GEM) . Come

evidenziato dal grafico 1, nel corso degli anni Novanta il PIL e il PIL pro-capite del

Marocco si sono mantenuti su livelli decisamente inferiori rispetto alla media regionale.

Nel 1990 il PIL del Marocco era, infatti, pari a 27 miliardi di dollari, contro una media

regionale di 37 miliardi, e le differenze si sono acuite alla fine della decade, con un

prodotto interno lordo di 33 miliardi di dollari, rispetto ai 51 della media regionale.

Fig. 1 - PIL E PIL PRO CAPITE IN SELEZIONATI PAESI MENA

(prezzi costanti 2000 US$)

P IL P IL p ro -c a p it e

(m ilia rd i d i U S $ ) (U $ )

M e d ia R e g io n e

M e d ia R e g io n e E m ira t i A ra b i U n it i

Is ra e le

Is ra e le B a h re in

A ra b ia S a u d it a

E g it t o O m an

L ib a n o

A lg e ria T u n is ia

A lg e ria

O m an G io rd a n ia

Ira n

T u n is ia E g it t o .

M a ro c c o

Yem en, R ep. S iria

B a h re in Yem en

0 50 10 0 15 0 200 0 10 .0 0 2 0 .0 0 3 0 .0 0

0 0 0

19 9 0 19 9 8 19 9 0 19 9 8

Fonte: World Bank, World Development Indicators.

La difficile condizione economica del paese, anche relativamente all’area geografi-

ca di appartenenza, appare ancora più evidente se si considera il livello del PIL pro-capi-

te. In entrambi gli anni considerati, quest’ultimo non solo è stato tra i più bassi dall’area,

insieme a Siria e Yemen, ma è stato anche caratterizzato dall’assenza di miglioramenti di

rilievo. Esso era pari a 1.117 dollari annui pro-capite nel 1990 contro i 5.617 dollari della

media regionale (3.163 escludendo dal campione i due paesi con il PIL più elevato, Isra-

ele ed Arabia Saudita) e a 1.215 dollari annui pro-capite nel 1998, rispetto alla media di

6.056 dollari pro-capite (3.700 senza considerare Israele ed Arabia Saudita).

5 Entrambi tali indicatori, così come l’indice di sviluppo umano, sono elaborati dall’UNDP. Il Gender Related

Development Index considera le stesse tre dimensioni dello sviluppo sintetizzate dall’Indice di sviluppo umano tenendo

conto, inoltre, della presenza di disuguaglianza di genere nei tre indicatori. La Gender Empowerment Measure (GEM),

invece, tiene conto della disuguaglianza di genere in tre specifiche aree: la partecipazione politica e ai processi

decisionali, la partecipazione economica e il potere esercitato relativamente alle risorse economiche.

- 78 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

Il quadro viene confermato anche se si estende l’analisi ad altri indicatori di svi-

luppo socio-economico, come l’Indice di sviluppo umano, che fornisce una misura sinte-

tica di tre dimensioni dello sviluppo combinando gli indicatori relativi alla speranza di

6

.

vita alla nascita, al tasso di scolarizzazione e al livello del reddito pro capite (tab. 1)

Anche in tale caso, il Marocco presenta, in tutti gli anni del periodo, la situazione peg-

giore nell’ambito dei paesi considerati, dopo lo Yemen L’indice di sviluppo umano del

.

Marocco, infatti, non solo è sensibilmente inferiore rispetto a quello di Bahrein, Emirati

Arabi o Israele, ma anche rispetto a quello di altri paesi labor-abundant e resource-poor

quali Egitto, Giordania, Libano e Tunisia.

Tab. 1 INDICE DI SVILUPPO UMANO, GENDER RELATED DEVELOPMENT INDEX E

GENDER EMPOWERMENT MEASURE IN SELEZIONATI PAESI MENA

HDI GDI GEM

VALORE RANKING VALORE VALORE

1990 1995 2000 2000 2000 2000

Algeria 0,650 0,672 0,701 100 0,673 -

Arabia Saudita 0,708 0,742 0,650 68 0,719 -

Bahrein 0,812 0,828 0,842 40 0,814 -

Egitto 0,580 0,613 0,654 105 0,620 0,258

Emirati Arabi Uniti 0,810 0,819 0,833 45 0,798 0,353

Giordania 0,685 0,710 0,744 88 0,698 -

Iran 0,651 0,695 0,723 90 0,693 0,326

Israele 0,867 0,890 0,918 22 0,888 0,569

Libano 0,682 0,729 0,748 65 0,741 -

Marocco 0,549 0,580 0,610 112 0,579 -

Oman 0,695 0,740 0,776 71 0,715 -

Siria 0,646 0,673 0,690 97 0,677 -

Tunisia 0,659 0,700 0,739 89 0,700 -

Yemen, Rep. 0,394 0,438 0,467 133 0,410 0,128

Fonte: UNDP, Human Development Report (vari anni).

Come precedentemente anticipato, un quadro della condizione femminile è offerto

dall’analisi del Gender Related Development Index (GDI) e, laddove disponibile, dalla

Gender Empowerment Measure. In particolare, indicazioni circa la condizione femmini-

le sono fornite dall’analisi comparata del Gender Related Development Index e dell’Indi-

ce di sviluppo umano. A tale proposito, la presenza di un valore del primo inferiore

rispetto all’indice di sviluppo umano testimonia l’esistenza di una situazione relativa-

mente svantaggiata delle donne rispetto agli uomini. Come mostra la tabella 1, nella

maggior parte dei paesi del Medio Oriente e Nord Africa il valore del GDI è inferiore ri-

6 Per una descrizione più approfondita delle modalità di costruzione dell’indice di sviluppo umano si rimanda al Rapporto

sullo sviluppo umano pubblicato annualmente dall’UNDP. - 79 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

spetto a quello dell’indice di sviluppo umano, a testimonianza di una più difficile situa-

zione femminile. Purtroppo, l’analisi della condizione femminile in Marocco non può

beneficiare delle indicazioni provenienti dalla GEM. I valori di tale indicatore non sono,

infatti, disponibili per questo Paese, così come per molti altri dell’area. Una indicazione,

pur limitata, della difficile situazione femminile nell’area può essere, tuttavia, tratta dai

7

.

valori estremamente bassi di tale indice nei paesi per i quali esso è disponibile

La consapevolezza della difficile situazione del paese e della complessità e rilevan-

za delle sfide che esso, così come tutti quelli della regione, è chiamato ad affrontare è

stata alla base dell’adozione, sia da parte delle autorità nazionali, sia da parte della comu-

nità internazionale, di importanti interventi. Una particolare attenzione è stata dedicata

alle politiche volte ad accrescere il livello di istruzione e di formazione di una ampia,

giovane e crescente forza lavoro (World Bank, 2003). Molteplici sforzi sono stati realiz-

zati al fine di rendere l’istruzione un diritto fondamentale, sia tramite una maggiore at-

tenzione da parte delle autorità all’offerta di servizi formativi, sia tramite la promozione

di un maggiore consenso tra la popolazione circa la necessità di accrescere gli investi-

menti in capitale umano. Interventi specifici sono stati realizzati anche in favore delle

donne, con l’obiettivo di favorire un loro maggiore coinvolgimento nell’attività econo-

mica del paese (World Bank, 2003).

Tali politiche hanno riguardato l’intera regione del Mediterraneo e Medio Oriente e

si sono tradotte in un sensibile miglioramento del livello di istruzione, che ha rafforzato

l’andamento positivo già registrato nel corso degli anni Ottanta (Fig. 2).

In Marocco, tuttavia, tale miglioramento ha riguardato principalmente il livello di

istruzione primaria (Fig. 3). A tale proposito è indicativo considerare che, se il tasso di

scolarizzazione è aumentato dal 39% del 1990 al 49% del 1998, un aumento ancora più

significativo ha riguardato il tasso di scolarizzazione primaria, che dal 64% del 1990 è

8

arrivato a toccare, nel 1998, l’87% . Meno significativi i mutamenti relativi all’istruzione

secondaria che, nel 1998, era pari al 37%, rispetto al 35% del 1990 (World Bank, vari

anni).

Progressi significativi sono stati registrati, sia in Marocco sia nell’intera area del

Medio Oriente e Nord Africa, anche per il sotto-campione composto dalle donne. Il tasso

di scolarizzazione primaria delle donne è passato, infatti, dal 52% del 1990 al 78% del

7 Al fine di fornire indicazioni utili a completare il quadro di riferimento si ricorda che nel 2006 il PIL del Marocco era pari

a 44 miliardi di dollari, mentre il PIL pro capite ammontava a 1.439 dollari (entrambi i valori sono a prezzi costanti 2000).

L’indice di sviluppo umano era pari a 0,640 e il gender related development index a 0,615. Informazioni relative al valore

della Gender Empowerment Measure non sono disponibili.

8 Un importante contributo all’aumento del tasso di scolarizzazione primaria è venuto anche dagli investimenti realizzati

al fine di migliorare le infrastrutture. La costruzione di strade ha, infatti, contribuito ad aumentare la frequenza scolastica,

soprattutto nelle aree rurali (World Bank, 2005). - 80 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

Fig. 2 - SCOLARIZZAZIONE MEDIA IN DIVERSE REGIONI, 1960, 1980, 1990

7

6

5

4

3

2

1

0 A f ric a Sub- Sud A s ia M EN A Sud Es t A s iat ic o A m eric a Lat ina Es t A s ia

Sahariana 1960 1980 1999

Fonte: World Bank, 2004.

Fig. 3 - PRINCIPALI INDICATORI SOCIALI IN MAROCCO NEL CORSO DEGLI ANNI NOVANTA

1990 1998

Scolarizzazione

96,2 uomini 41,3 uomini

Scolarizzazione primaria (%)

75,7 uomini 40.7 uomini 78,3 donne 32,7 donne

primaria (%) 100,0

100

52,1 donne 29.5 donne 50,0

50 Speranza di vita Scolarizzazione

Speranza di vita Scolarizzazione 0,0

0 (anni) secondaria (%)

(anni) secondaria (%)

63 uomini 52.7 uomini 66,7 uomini 61,8 uomini

66 donne 24.9 donne donne donne

71,0 36,1

Tasso di Tasso di

alfabetizzazione alfabetizzazione

(%) (%)

uomini donne uomini donne

Fonte: elaborazione autore su dati World Bank, World Development Indicators (vari anni).

- 81 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

1998, mentre quello di scolarizzazione secondaria, pari al 30% nel 1990, ha raggiunto

nel 1998 il 33%. Un sensibile incremento ha riguardato anche il tasso di

alfabetizzazione, aumentato dal 25% del 1990 al 36% del 1998. Malgrado tali

miglioramenti, la condizione femminile in Marocco rimane ancora caratterizzata da

notevoli disparità. Come evidenziato nel grafico 3, il divario tra donne e uomini per quel

che concerne gli indicatori relativi all’istruzione non è ancora stato colmato e a ciò si

deve aggiungere il permanere di sensibili differenze per quanto riguarda, più in generale,

sia le opportunità economiche, sia la partecipazione delle donne alla vita politica del

Paese e ai processi decisionali (World Bank, 2003). Differenze tra uomini e donne

Fig. 4 - TASSO DI OCCUPAZIONE IN MAROCCO, MENA permangono anche relativamente al

E PAESI OECD NEL CORSO DEGLI ANNI NOVANTA mercato del lavoro. Malgrado, infat-

Tasso di occupazione in Marocco nel corso degli anni Novanta ti, a livello legislativo sia assicurata

100 la parità di condizioni, la partecipa-

zione femminile al mercato del lavo-

80 ro è ancora molto bassa, come

60 mostrato sia dai dati individuali pro-

venienti dalle due inchieste sulle

40 quali è basato il presente lavoro, sia

da quelli raccolti a livello nazionale

20 dalle indagini sulla forza lavoro

0 (Fig. 4). Un ulteriore elemento da

10-16 16-20 20-25 25-30 30-35 35-40 40-45 45-50 50-55 55-60 60-65 65-70 evidenziare è che la già contenuta

Uomini Donne partecipazione delle donne al merca-

Fonte: calcoli autore su LSMS 1990/91 e 1998/99.

Nota: media nei due anni considerati. to del lavoro si riduce anche con

l’avanzare dell’età, suggerendo la

Tasso di occupazione femminile in Nord Africa e nel mondo, 1990 presenza di una influenza negativa

80 legata alla condizione familiare: le

donne non giovanissime, e conse-

60 guentemente più probabilmente spo-

sate, sembrano essere meno inclini a

40 mantenere la propria posizione lavo-

rativa. Il limitato coinvolgimento

20 delle donne nel mercato del lavoro

non è una caratteristica esclusiva-

0 mente del Marocco. Come eviden-

10-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49 50-54 55-59

Nord Africa Mondo ziato nel grafico 4, il tasso di

Fonte: ILO, Yearbook of Labour Statistics, 1991. occupazione femminile nei paesi del

- 82 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

Nord Africa nella scorsa decade era sensibilmente inferiore rispetto alla media mondiale,

e tale andamento è confermato anche negli anni più recenti.

Un secondo elemento di interesse nello studio della condizione lavorativa delle don-

ne è costituito dalla dinamica salariale relativamente agli uomini. Prima di procedere

all’analisi di tale andamento, cui è dedicato il paragrafo che segue, sembra utile accenna-

re, pur brevemente, ad alcune delle caratteristiche principali del mercato del lavoro ma-

rocchino in grado di influenzare tale dinamica. In particolare, deve essere sottolineata la

presenza di una elevata segmentazione in questo mercato. Una prima importante distin-

zione riguarda la presenza di un settore formale, dove è forte l’incidenza di impieghi

pubblici, cui si affianca un esteso settore informale. In secondo luogo, diversi studi han-

no evidenziato la presenza di elevati differenziali salariali tra lavoratori con caratteristi-

che simili in termini di istruzione, formazione ed esperienza lavorativa. Si osservano

infatti alti guadagni per lavoratori (anche poco qualificati) collocati in specifici segmenti

del mercato del lavoro. Questo dipende sia dalla stessa dicotomia settore formale- settore

informale, sia dal fatto che i salari nel settore pubblico sono piuttosto rigidi, sia dal com-

portamento di alcune imprese operanti nel settore privato che, in linea con la toeria rela-

tiva ai salari di efficienza, sembrano essere disposte a corrispondere ai propri lavoratori

salari piu’ elevati (Agenor e El Aynaoui, 2003).

LE PRINCIPALI CARATTERISTICHE DEI LAVORATORI SALARIATI IN

MAROCCO

Come precedentemente accennato, i dati relativi ai salari e alle caratteristiche dei la-

voratori utilizzati nell’analisi che segue provengono da due inchieste nazionali sul livello

di vita delle famiglie realizzate dall’Istituto di Statistica del Marocco, con la collabora-

9

. Entrambe le inchieste

zione della Banca Mondiale, nel 1990/1991 e nel 1998/1999

sono rappresentative della distribuzione della popolazione marocchina tra aree urbane ed

aree rurali. Il campione è geograficamente stratificato e, grazie alla disponibilità di pesi

forniti dall’Istituto Statistico Marocchino, rappresentativo della reale distribuzione della

10

popolazione a livello nazionale .

9 Le due inchieste non effettuano rilevazioni per gli stessi individui nei due anni considerati. Esse non costituiscono,

conseguentemente, lo strumento più adeguato per lo studio della dinamica della distribuzione dei salari, la cui analisi

richiederebbe l’utilizzo di dati panel. Tuttavia, poiché nel caso dei paesi in via di sviluppo tali dati sono raramente

disponibili, l’impiego di dati cross-section costituisce il second best al quale è spesso necessario ricorrere. Tali dati sono,

inoltre, quelli più aggiornati disponibili a livello disaggregato.

10 Un uguale numero di famiglie è stato intervistato in ognuna delle sette aree geografiche nelle quali è diviso il Paese

(Sud, Tensif, Centro, Centro-Sud, Centro-Nord, Est, Nord-Ovest).

- 83 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Le inchieste rendono disponibili numerose informazioni circa le caratteristiche so-

cio-economiche delle famiglie e dei singoli individui al loro interno. In particolare, oltre

alla composizione dei nuclei familiari e alle principali caratteristiche dei relativi compo-

nenti, esse informano sulle attività di lavoro svolte dai singoli individui, indicando la

condizione occupazionale, il tipo di datore di lavoro, il settore di impiego, la professione,

11 .

il salario percepito e l’unità di tempo in base alla quale esso viene corrisposto

Sulla base di tali informazioni è stato possibile individuare un sotto-campione costi-

tuito dai soli lavoratori salariati, selezionato sulla base delle risposte fornite alla doman-

da: “qual è la vostra situazione nella professione principale attuale”. Il campione è stato

quindi ristretto ai lavoratori di età compresa tra i 15 ed i 70 anni. Nel 1990/91 gli indivi-

dui che hanno dichiarato di appartenere a tale categoria costituivano il 33% del totale,

12

mentre nel 1998/99 essi erano pari al 40% . La numerosità del campione finale è, per-

tanto, di 1.758 unità per il 1990/1991 e di 3.921 unità per il 1998/1999. I settori di impie-

go considerati nell’indagine sono classificati secondo la Nomenclatura Marocchina delle

Attività fornita dal Ministero della Previsione Economica e della Pianificazione. Tale

classificazione è assimilabile e confrontabile con quella delle attività delle Nazioni Unite

13

ISICrev2 (vedi riquadro pagina successiva) .

Come emerge dai dati presentati nella tabella 4, nel 1991 il salario orario medio per-

cepito dai lavoratori adulti di età compresa tra i 15 ed i 70 anni era pari a 6,6 dirham per

gli uomini e 5,0 dirham per le donne, contro 6,8 e 5,5 dirham, rispettivamente, nel

14 . In entrambi gli anni, le dichiarazioni dei lavoratori evidenziano la presenza di un

1998

salario orario medio inferiore rispetto a quello minimo previsto in Marocco (8 dirham).

Tale circostanza, apparentemente in contraddizione con la regolamentazione del mercato

del lavoro marocchino, può essere in parte spiegata da una diffusa tendenza degli indivi-

dui intervistati a dichiarare meno di quanto effettivamente percepito; si tratta di un limite

15

comune alla maggior parte delle inchieste di questo tipo . Parallelamente, deve essere

11 In merito al salario, agli individui intervistati viene posta la domanda “Qual è il salario in denaro percepito nel vostro

lavoro?”.

12 Nel 1990-91 la categoria più numerosa del campione era costituita da quanti dichiaravano di svolgere attività di aiuto

familiare (36%), mentre il 25% dichiarava di svolgere attività indipendente. Nel 1998/99 i lavoratori salariati costituivano

la categoria più numerosa, seguiti da quanti dichiaravano di svolgere un‘attività di aiuto familiare (26%) e dai lavoratori

indipendenti (21%). Purtroppo, per tali categorie di lavoratori non è stato possibile individuare una variabile assimilabile al

salario, non essendo presenti nelle due inchieste domande sull’ammontare dei guadagni da loro percepiti. Esse sono

state, pertanto, escluse dal campione.

13 L’analisi è stata effettuata a livello di disaggregazione 2 digit.

14 I salari del 1998 sono stati deflazionati utilizzando il deflatore del PIL. Nel 1999 il tasso di cambio dirham/dollaro era

pari a 10 dirham/1$. I risultati dell’analisi sono confermati anche se si considera il salario nominale.

15 Ad esempio si può vedere, con riferimento all’Indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, Brandolini

(1999). - 84 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

considerata, tuttavia, l’influenza della diffusione del lavoro informale che, per sua stessa

natura, non è sottoposto al rispetto della legislazione nazionale, né all’influenza dei sin-

16

. A

dacati, e che impiega, in Marocco, almeno un terzo dei lavoratori (Bougzhala, 1997)

tale proposito è verosimile che i lavoratori impiegati nel settore informale abbiano perce-

pito salari inferiori rispetto a quelli minimi. Purtroppo, i dati disponibili non consentono

di verificare tale ipotesi e di determinare se, e quanto, la presenza di lavoro informale

pesi sul salario orario medio.

Come evidenziato dal grafico che segue (graf. 5), il sotto-insieme delle donne è sta-

to caratterizzato non solo da salari orari medi inferiori in entrambi gli anni considerati,

ma anche da una maggiore incidenza nella distribuzione di valori molto bassi. Tuttavia,

deve essere pure sottolineato che le lavoratrici di genere femminile sembrano aver speri-

mentato cambiamenti più rilevanti della propria situazione nel corso della decade. Se da

un lato, infatti, tra il 1990/91 e il 1998/99 si è assistito ad un lieve aumento della numero-

sità delle donne che percepiscono salari molto bassi, dall’altro la parte centrale della di-

stribuzione è stata caratterizzata da un aumento della quota di lavoratrici con salari

medio-alti. Fig. 5 - DISTRIBUZIONE DEL SALARIO ORARIO PER UOMINI E DONNE

NEL 1990/1991 E 1998/1999

UO M INI D O NNE

.8

.8

.6 .6

kernel kernel

densità

densità .4

.4

di di

funzione funzione .2

.2

0 0

0 1 2 3 4 0 1 2 3 4

l o g a ri t m o sa l a ri o o ra ri o l o g a ri tm o sa l a ri o o ra ri o

91 98 91 98

Fonte: elaborazioni su LSMS 1990/91 e 1998/99.

Nota: i salari del 1998 sono stati deflazionati utilizzando il deflettore del PIL (World Bank database integrato Global Develpoment

Finance and World Development Indicators).

16 La presenza di significative evidenze di uno scarso rispetto della disposizione relativa al salario minimo è stata

sottolineata anche da Currie e Harrison (1997). I dati da essi impiegati, raccolti a livello di impresa, sono caratterizzati,

infatti, dalla presenza di un salario medio al di sotto della salario minimo per almeno la metà del campione.

- 85 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

TAVOLA DI CORRISPONDENZA TRA I DATI LSMS E LA CLASSIFICAZIONE DELLE

ATTIVITÀ DELLE NAZIONI UNITE ISICrev2

ISICrev2_II digit Nomenclatura Marocco 1991 Nomenclatura Marocco 1998

1 Agricoltura, caccia, foreste e pesca

11 Agricoltura e caccia 01 Agricoltura, foreste 01 Agricoltura, caccia

12 Silivicoltura e foreste 02 Allevamento 02 Silivicoltura e foreste

13 Pesca e acquacoltura 03 Pesca 05 Pesca e acquacoltura

2 Miniere ed estazione mineraria

21 Estrazione di carbone 04 Minerali non metallici 10 Estazione di carbone, lignite e torba

22 Estrazione di petrolio grezzo e gas naturale 11 Estazione di idrocarburi e gas naturale

23 Estazione di minerali metallici 05 Minerali metallici 13 Estrazione di minerali metallici

29 Estrazione di altri minerali 14 Altre industrie estrattive

3 Manifatture 10/

31 Industria agro-alimentare, bevande e tabacco 11 Industrie alimentari 15 Industria alimentare

12 Produzione di bevande e industria del tabacco 16 Industria del tabacco

32 Industria tessile, dell'abbligliamento e del cuoio 13 Industria tessile 17 Industria tessile

14 Industria dell'abbigliamento e delle pellicce 18 Industria dell'abbigliamento e delle pellicce

15 Industria del cuoio e delle calzature 19 Industria del cuoio e delle calzature

33 Industria del legno e prodotti in legno 16 Industria del legno e prodotti in legno 20 Industria del legno e prodotti in legno

34 Industria della carta, prodotti in carta, edizioni 17 Industria della carta, prodotti in carta, edizioni 21 Industria della carta e del cartone

22 edizioni, stampa e riproduzione

35 Industria chimica, prodotti chimici, plastica,ecc. 07 Raffinazione petrolio, carbone no petrolchimica 23 Raffinazione petrolio, carbone no petrolchimica

25 Industria chimica 24 Industria chimica

26 Industria del caoutchouc e della plastica 25 Industria del caoutchouc e della plastica

36 Fabbricazione di prodotti minerali non metallici 18 Fabbricazione di prodotti minerali non metallici 26 Fabbricazione di prodotti minerali non metallici

37 Industria metallurgica di base 19 Industria metallurgica di base 27 Metallurgia

38 Prodotti metallici, macchinari ed attrezzature 20 Prodotti metallici 28 Lavori di metalli

21 Fabbricazione di macchine e attrezzature 29 Fabbricazione di macchine e attrezzature

22 Materiale di trasporto 30 Macchine per ufficio e materiale informatico

23 Materiale elettrico ed elettronico 31 Macchine e apparecchi elettrici

24 Macchine di ufficio, strumenti di precisione 32 Apperrecchi radio-televisivi e per le

comunicazioni

33 Fabbricazione di strumenti medici, di precisione

34 Industria automobilistica

35 Fabbricazione di altro materiale di trasporto

39 Altre industrie manifatturiere 27 Altre industrie manifatturiere 36 Fabbricazione di mobili, industrie diverse

37 Recupero

4 Elettricità, gas e acqua

41 Elettricità, gas e vapore 13 Elettricità, gas e acqua 40 Produz e distribuzione di elettricità, gas

42 Acqua 41 Raccolta, trattamento e distribuzione di acqua

5 Costruzioni 29 Costruzioni 45 Costruzioni

6 Commercio, ristoranti e hotel

61 Commercio all'ingrosso 30 Commercio all'ingrosso 51 Commercio all'ingrosso ed intermediari di

commercio

62 Commercio al dettaglio 31 Commercio al dettaglio e riparazione 50 Commercio e riparazione di automobili

32 52 Commercio al dettaglio e riparazione di articoli

63 Ristoranti e Alberghi 41 Alberghi e ristoranti 55 Alberghi e ristoranti

7 Trasporti

71 Trasporti 34 Trasporti 60 Trasporti terrestri

61 Trasporti via acqua

62 Trasporti aerei

35 Servizi ausilari per il trasporto 63 Servizi ausilari per il trasporto

72 Comunicazioni 36 Comunicazioni 64 Poste e telecomunicazioni

8 Finanze, assicuraz e servizi alle imprese

81 Istituzioni finanziarie 37 Istituzioni finanziarie 65 Intermediari finanziari

82 Assicurazioni 38 Assicurazioni 66 Assicurazioni

67 Servizi ausiliari

83 Immobiliari e servizi forniti alle imprese 40 Attività immobiliari 70 Attività immobiliari

71 Affitti

72 Consulenze in sistemi informatici

73 Ricerca e sviluppo

39 Servizi forniti alle imprese 74 Servizi forniti alle imprese

9 Servizi

91 Amministrazione Pubblica e difesa nazionale 49 Amministrazione pubblica 75 Amministrazione pubblica

92 Servizi sanitari e servizi analoghi 45 Sanità 85 Sanità e servizi analoghi

93 Servizi sociali e servizi forniti alla collettività 46 Igiene pubblica 80 Istruzione

47 Insegnamento e ricerca 90 Gestione dei rifiuti

48 Servizi associativi 91 Servizi associativi

94 Servizi ricreativi e servizi culturali 44 Attività ricreative, culturali e sportive 92 Attività ricreative, culturali e sportive

95 Servizi forniti ad individui e famiglie 42 Servizi domestici 93 Servizi personali

43 Servizi personali 95 Servizi domestici

96 Organizzazioni internazionali ed altri organismi 99 Attività extra-territoriali

- 86 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

Tale andamento è stato accompagnato, inoltre, da una riduzione della numerosità

della categoria composta da quanti percepiscono salari più elevati. Tale circostanza, ri-

scontrabile anche tra i lavoratori di genere maschile, offre prime indicazioni circa una

possibile riduzione del grado di disuguaglianza salariale totale, in entrambi i sotto-cam-

pioni, nel corso del periodo considerato.

Prima di procedere ad una ulteriore analisi dell’evoluzione della condizione lavora-

tiva delle donne, le tabelle che seguono (tabb. 2 e 3) presentano i dati relativi alle caratte-

ristiche dei lavoratori, quali il livello di istruzione, l’età, l’occupazione, il settore di

attività. Al fine di individuare eventuali specificità, laddove possibile, tali informazioni

sono state affiancate da quelle relative all’intera popolazione.

Come evidenziato nella tabella 2, in entrambi i periodi l’età media dei lavoratori è di

33 anni per le donne e 35 per gli uomini. Essa non si discosta significativamente da quel-

la della popolazione. Tale caratteristica è l’unica nella quale si riscontra una sostanziale

uguaglianza tra uomini e donne e tra il sottocampione dei lavoratori e l’intera popolazio-

ne. Tutti gli altri indicatori evidenziano, viceversa, la presenza di sensibili differenze sia

tra donne e uomini, sia tra la popolazione marocchina nel suo complesso ed i soli lavora-

tori. In entrambi i periodi gli uomini costituiscono la maggior parte dei lavoratori salaria-

ti, circa l’80%, rispetto al 20% delle donne. Differenze rilevanti si riscontrano anche per

quel che concerne lo stato civile, con circa due terzi dei lavoratori salariati di genere ma-

schile composti da individui sposati, rispetto a solo un terzo delle lavoratrici. Ciò fa sup-

porre che la partecipazione al mercato del lavoro, almeno nella forma di lavoro

subordinato, si riduca sensibilmente per le donne una volta contratto il matrimonio. Più

del 50% degli uomini, ancora nel 1998/99, è inoltre nella condizione di capo-famiglia.

Tale percentuale è di gran lunga inferiore al 20% per le donne.

Tab. 2 CARATTERISTICHE DEMOGRAFICHE DEI LAVORATORI SALARIATI E DELLA POPOLAZIONE

1990/1991 1998/1999

Caratteristiche Demografiche Salariati Popolazione Salariati Popolazione

Donna Uomo Donna Uomo Donna Uomo Donna Uomo

Genere (%) 18,4 81,6 53,9 46,10 22,6 77,4 52,46 46,54

Età (anni) 33,0 35,3 35,29 35,48 33,1 35,10 35,10 34,90

Sposato (%) 36,6 65,0 58,42 56,29 31,7 62,0 56,93 52,91

Capo Famiglia (%) 17,7 62,9 9,14 50,45 13,7 52,8 7,96 44,91

Istruzione

No scuola (%) 53,8 59,3 84,58 69,25 37,2 36,49 64,88 40,09

Istruzione primaria completata (%) 21,5 26,8 11,44 22,64 35,2 44,6 24,46 41,89

Istruzione secondaria completata (%) 15,7 8,8 3,04 5,50 16,8 11,4 7,05 11,70

Superiore o Università completata (%) 9,1 5,1 0,94 2,61 10,9 7,6 3,61 6,32

Fonte: calcoli autore su LSMS 1990/91 e 1998/99. - 87 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Per quel che concerne il livello di istruzione, devono essere sottolineate due impor-

tanti tendenze. Da un lato, nel corso del decennio considerato, si è verificato un innalza-

mento del livello di istruzione sia femminile, sia maschile. Se, infatti, nel 1990/91 oltre il

50% dei lavoratori marocchini aveva un titolo di studio inferiore a quello primario, nel

1998/99 tale percentuale era scesa al 37%. Dall’altro lato, si evidenzia una maggiore pre-

senza, in entrambi gli anni, di donne con istruzione superiore o universitaria tra i lavora-

tori, rispetto alla popolazione totale. Nel 1990/91 solo l’1% delle donne nella

popolazione complessiva era in possesso di un diploma di istruzione superiore o univer-

sitario (il 4% nel 1998/99), mentre nel sotto-insieme dei lavoratori salariati la percentua-

le saliva a circa il 10%. Tale circostanza induce a sottolineare l’esistenza di un legame tra

livello di istruzione e scelte occupazionali femminili, con un più alto livello di istruzione

legato alla maggiore presenza nel mercato del lavoro. Malgrado tale positivo andamento,

l’incidenza di lavoratori caratterizzati da assenza di qualunque tipo di istruzione scolasti-

ca è ancora molto elevata. Essa era pari, nel 1998/99, a oltre un terzo.

Per quel che riguarda, invece, il

Tab. 3 PRINCIPALI ATTIVITÀ E SETTORI D’IMPIEGO tipo di occupazione, nel decennio

DEI LAVORATORI SALARIATI considerato si è riscontrata una sen-

1990/1991 1998/1999 sibile riduzione nella percentuale di

Donna Uomo Donna Uomo

Tipo di occupazione individui impiegati in lavori alta-

Manager/Quadro (%) 30,6 20,9 17,8 12,6 mente qualificati, con una contrazio-

Impiegato (%) 22,4 13,5 14,4 13,9 ne maggiore per il sotto-insieme

Operaio Agricolo (%) 22,8 10,3 15,8 15,2 delle donne. Nel 1990/91, il 31%

Operaio Non Agricolo (%) 24,2 55,3 57,3 55,1 delle donne e il 21% degli uomini

Settore di impiego aveva mansioni manageriali, rispet-

Impresa Pubblica e Semi Pubblica (%) 34,3 37,3 25,1 24,6

Impresa privata non agricola (%) 39,7 49,1 50,3 59,2 to al 18% e al 13%, rispettivamente,

Impresa privata agricola (%) 10,1 10,0 8,2 12,5 del 1998/99. Anche la percentuale di

Impresa privata familiare(%) 14,1 2,2 15,3 1,0 donne impiegate si è ridotta nello

Altro (%) 1,8 1,5 1,1 2,7 stesso periodo, passando dal 22% al

Fonte: calcoli autore su LSMS 1990/91 e 1998/99. 14%. Parallelamente, si è riscontrato

un notevole aumento nella percentuale di operaie nel settore non agricolo. Infine, deve

essere evidenziato che, nel 1998/99, oltre la metà dei lavoratori salariati, uomini e donne,

era operaio non agricolo.

Mutamenti significativi hanno riguardato anche la quota di lavoratori salariati im-

piegata nel settore pubblico, la cui incidenza si è ridotta ampiamente sia per le donne, sia

per gli uomini. Tale variazione sembra essere, in parte, legata alla sospensione, da parte

del governo del Marocco, della politica volta a sostenere l’impiego pubblico, ed in parti-

colare quello di lavoratori altamente qualificati, ai quali il paese aveva a lungo assicurato

occupazioni altamente remunerative (Said e El-Hamidi, 2005). Per quel che concerne il

- 88 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

settore di attività deve essere evidenziata, infine, la forte prevalenza tra il sottoinsieme

delle lavoratrici di genere femminile di donne occupate in imprese private familiari (in

entrambi gli anni, circa il 15% del totale delle donne salariate, rispetto all’1%-2% degli

uomini).

L’EVOLUZIONE DELLA DISUGUAGLIANZA SALARIALE E LA SITUAZIONE

FEMMINILE

L’analisi dell’evoluzione dei più noti indicatori di disuguaglianza presentata in

questo paragrafo è condotta sia a livello aggregato, sia separatamente per i due sotto-

campioni di uomini e donne (tab. 4). A livello aggregato, essa conferma quanto già

evidenziato sulla base dell’analisi grafica discussa nel paragrafo precedente (graf. 5). Tra

il 1990/1991 ed il 1998/1999, tutti gli indicatori calcolati sono stati caratterizzati da una

riduzione. Il coefficiente di Gini, pari nel 1990/1991 a 0,402, è diminuito, nel 1998/1999,

a 0,361. Un calo ha caratterizzato anche le tre misure considerate all’interno Generalised

17

Entropy Class Measures ed il rapporto tra i due decili estremi (90/10) della

distribuzione (che ha mostrato una sensibile compressione, passando da 7,714 nel 1990/

1991 a 6,000 nel 1998/1999). A ciò deve aggiungersi che la diminuzione del rapporto tra

i decili 90/50 (pari a 2,700 nel 1990/1991 e a 2,308 nel 1998/1999) ha più che

controbilanciato il lieve aumento della dispersione tra il salario mediano ed il salario

percepito dagli individui appartenenti alla coda inferiore della distribuzione (il rapporto

tra i decili 50/10 è passato, infatti, da 0,350 del 1990/1991 a 0,385).

Per quel che concerne l’analisi della disuguaglianza di genere, i dati relativi alle due

inchieste confermano la presenza di sensibili differenze tra i due sotto-insiemi. In parti-

colare, in entrambi gli anni considerati, una lavoratrice media ha percepito un salario

orario pari a circa l’80% di quello ottenuto da un lavoratore medio. Come evidenziato

dalle misure di disuguaglianza riportate nella tabella 4, il sottocampione dei lavoratori di

17 Tali misure di disuguaglianza sono costruite sulla base della seguente formula:

α

⎡ ⎤

⎛ ⎞

n w

( ) 1 1 ∑

α = −

⎜ ⎟

⎢ ⎥

i

GE 1

α α

− ⎝ ⎠

2 ⎢ ⎥

n w

⎣ ⎦

=

i 1 ∈ w

i (

1

, 2

,...., n )

dove n è il numero degli individui nel campione, w è, nel caso in questione, il salario dell’individuo i, e =1/n S w .

i i

Il valore di GE varia da 0 ad , dove 0 rappresenta una distribuzione equa. Il parametro a, che può assumere qualsiasi valore reale, rap-

presenta il peso dato alla distanza tra individui posti in diverse parti della distribuzione. Per valori più bassi di a GE è più sensibile a variazi-

oni nella coda inferiore della distribuzione, mentre valori più elevati attribuiscono un peso maggiore a quanto accade nella parte alta della

distribuzione. Le misure di disuguaglianza GE con parametri pari a 0 ed 1 coincidono, applicando la Hopital’s rule, a due delle misure di

disuguaglianza proposte da Theil (1967), rispettivamente la “mean log deviation” e l’Indice di Theil. Con un valore di a=2 la misura GE(2) è

rapportabile al coefficiente di variazione. - 89 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

genere femminile è stato caratterizzato, inoltre, da una disuguaglianza sensibilmente più

marcata rispetto agli uomini, con una differenza inter-quantile tra il decile più ricco ed il

decile più povero della distribuzione particolarmente elevata nel 1990/1991, quando il

rapporto tra il 90° e il 10° percentile del sottocampione composto dalle sole donne era

pari a 12,5, contro il 6,1 per gli uomini. Le differenze rimangono sensibili anche nel caso

del coefficiente di Gini, pari nel 1990/1991 a 0,383 per gli uomini e 0,468 per le donne, e

Generalised Entropy Class Measures

delle tre misure che fanno parte delle .

Tab. 4 MISURE DI DISUGUAGLIANZA SALARIALE

Uomini Donne Totale

1990-91 1998-99 1990-91 1998-99 1990-91 1998-99

Salario orario medio (dirham reali) 6,8 6,6 5,5 5,3 6,5 6,2

Salario orario mediano (dirham reali) 5,2 5,1 3,9 4,1 5,0 5,1

Quota della popolazione totale (%) 81,6 77,4 18,4 22,6 … …

Quota del reddito da salario (%) 84,7 80,6 15,3 19,4 … …

Salario medio per i diversi livelli di istruzione

Nessuna scuola 4,6 5,0 2,6 2,9 4,1 4,3

Istruzione primaria 8,1 5,6 7,5 4,5 8,0 5,4

Istruzione secondaria 11,5 10,2 10,0 8,5 11,0 9,7

Superiore o Universitaria 19,0 13,7 14,0 11,2 17,9 12,9

Rapporto salario superiore/no scuola 4,1 2,7 5,4 3,9 4,4 3,0

Misure di disuguaglianza salariale

Rapporto inter-quantile (90/10) 6,111 5,200 12,500 7,714 7,714 6,000

Rapporto inter-quantile (90/50) 2,644 2,400 3,846 2,769 2,700 2,308

Rapporto inter-quantile (50/10) 0,433 0,462 0,308 0,359 0,350 0,385

Coefficiente di Gini 0,383 0,344 0,468 0,404 0,402 0,361

Mean Log Deviation, GE(0) 0,255 0,210 0,415 0,290 0,292 0,235

Theil index, GE(1) 0,246 0,193 0,358 0,264 0,269 0,212

Half squared coeff. Variazione, GE(2) 0,300 0,215 0,405 0,301 0,321 0,236

Fonte: calcoli autore su LSMS 1990/91 e 1998/99.

Nota: i dati in corsivo indicano che le differenze tra uomini e donne sono significative (il livello di significatività del t-test è pari all’1%).

Parallelamente, tuttavia, come già evidenziato precedentemente, il sotto-insieme di

lavoratori di genere femminile è stato caratterizzato, nella decade considerata, da un

sensibile incremento dell’eguaglianza a seguito del quale, ad esempio, il rapporto

interquantile 90p/10p si è quasi dimezzato, e il coefficiente di Gini e le tre misure

Generalised Entropy Class Measures

disuguaglianza parte delle si sono sensibilmente

ridotte. Malgrado tale andamento positivo, devono essere sottolineati due elementi. In

primo luogo, le lavoratrici sono ancora caratterizzate da una condizione svantaggiata

rispetto ai lavoratori. In secondo luogo, sebbene si sia registrato un miglioramento nella

parte centrale della distribuzione, la riduzione della disuguaglianza interquantile tra il

- 90 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

primo e l’ultimo decile della distribuzione è in parte dovuta al peggioramento che ha

caratterizzato il decile superiore.

In sintesi, il quadro generale fornito dalla presente analisi consente di evidenziare la

presenza di una tendenza alla riduzione della disuguaglianza salariale, tra il 1990 ed il

18

1999, che interessa tanto gli uomini quanto le donne .

DISUGUAGLIANZA SALARIALE E RENDIMENTI DELL’ISTRUZIONE

Al fine di controllare per i possibili effetti dovuti alla presenza di sostanziali diffe-

renze nelle caratteristiche dei lavoratori di genere maschile e femminile e di un mercato

del lavoro altamente segmentato, l’analisi della disuguaglianza è stata affiancata dalla

augmented mincerian wage equation

stima di due “ ” per i due anni considerati. La varia-

bile di interesse è il logaritmo del salario reale orario dei singoli lavoratori. I controlli in-

dummy

cludono le caratteristiche dei lavoratori (quali età, età al quadrato, una per il

dummy

genere, un set di per il livello di istruzione, uno per il settore di appartenenza

dell’industria di riferimento, uno per la tipologia di occupazione del lavoratore), l’indu-

stria di appartenenza (secondo la classificazione delle Nazioni Unite ISICrev2, livello di

disaggregazione 2 digit), la regione. I risultati dell’analisi sono presentati nella tabella 5.

Per quel che concerne gli effetti delle principali caratteristiche demografiche sul lo-

garitmo del salario orario, i coefficienti relativi all’età (lineari e quadratici) sono entram-

bi statisticamente significativi ad un livello di significatività dell’1%. Essi mostrano,

come atteso, un effetto lineare positivo ed un effetto quadratico negativo, a sostegno

dell’ipotesi di una relazione tra logaritmo del salario orario ed età a forma di U rovescia-

ta. Anche la situazione familiare incide sul salario orario dei lavoratori marocchini. In

ceteris paribus

particolare, in media e , l’essere sposato è associato ad un salario orario

più elevato del 15% nel 1990/1991 e del 13% nel 1998/1999. E’ interessante, ai fini della

dummy

nostra analisi, il coefficiente associato alla inserita al fine di catturare l’effetto del

genere sul salario percepito. A conferma di quanto emerso dall’esame dei principali indi-

catori di disuguaglianza, nel 1990/1991 il salario percepito dalle donne era del 25% infe-

riore rispetto a quello ottenuto da un lavoratore di genere maschile con le stesse

caratteristiche ed impiegato nelle stessa professione e nel medesimo settore. Nel 1998/

wage gender gap

1999 il , pur rimanendo significativo, si era ridotto al 20 per cento.

18 La tendenza ad una riduzione della disuguaglianza salariale in Marocco è confermata anche dai risultati dell’analisi

condotta dal gruppo di ricerca UTIP-Università del Texas sulla base dei dati UTIP-UNIDO, raccolti a livello di impresa ed

aggregati per le diverse industrie. - 91 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Tab. 5 STIME DELL’ EQUAZIONE DEL SALARIO, 1990/1991 E 1998/1999

Logaritmo del salario reale orario

1990/1991 1998/1999

Coefficiente "z" P>z Coefficiente "z" P>z

Età 0.585 8,37 0.000 0.678 15,47 0.000

Età al quadrato -0.001 -7,75 0.000 -0.001 -13,65 0.000

Donna -0.247 -7,02 0.000 -0.196 -8,68 0.000

Sposato 0,152 4,53 0.000 0.129 5,88 0.000

Residente in aree rurali -0.109 -3,25 0.001 -0.042 -1,78 0.075

Elementare 0.404 11,61 0.000 0.168 8,42 0.000

Secondaria 0,712 13,33 0.000 0,414 12,61 0.000

Università 1,153 17,09 0.000 0,615 13,92 0.000

Impiegato -0.094 -1,75 0,081 -0.278 -7,21 0.000

Operaio Agricolo -0.129 -1,99 0.047 -0.470 -7,05 0.000

Operaio Non Agricolo -0.171 -3,18 0.001 -0.376 -9,01 0.000

Impresa privata -0.233 -4,77 0.000 -0.303 -7,82 0.000

Impresa privata agricola -0.303 -4,21 0.000 -0.454 -5,08 0.000

Impresa privata familiare -0.472 -5,55 0.000 -0.560 -8,87 0.000

Altro -0.573 -6,34 0.000 -0.520 -8,05 0.000

Dummy Industria SI SI

Dummy Regione SI SI

Adjusted R-squared 0,5768 0,5172

Nr. Osservazioni 1.651 3.983

Fonte: Stime autore su LSMS 1990/91 e 1998/99

Nota: Categorie omesse: Livello di istruzione inferiore al primario; Occupazione: Manager/Quadro; Tipo di impresa: Pubblica.

Per quanto attiene ai rendimenti dell’istruzione, la categoria di lavoratori omessa

nella stima è costituita da quanti posseggono un titolo di istruzione inferiore a quello di

scuola primaria. Coerentemente con la letteratura sui rendimenti dell’istruzione, i coeffi-

cienti relativi a tale insieme di dummy sono positivi e significativi. Essi, tuttavia, mostra-

no una sensibile diminuzione nei due anni considerati. Tale diminuzione sembra

suggerire, quindi, una riduzione del premio relativo all’istruzione, a conferma di quanto

già evidenziato nella precedente analisi di disuguaglianza. Più in particolare, se nel 1990/

1991 i lavoratori caratterizzati da un livello di istruzione primaria, secondaria ed univer-

sitaria guadagnavano, rispettivamente, un salario orario più elevato del 40%, del 71% e

del 115% rispetto a quelli privi di istruzione, tale percentuale scendeva, nel 1998/1999,

rispettivamente al 17%, al 41% e al 62%. Nel tempo si è quindi mantenuta la maggiore

remunerazione relativa dei lavoratori più qualificati, anche se si sono ridotte le disparità

- 92 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

nel salario. Particolarmente sensibile sembra essere la riduzione del premio legato al li-

vello di istruzione universitaria. Tale andamento rispecchia quanto registrato anche nel

caso di altri paesi in via di sviluppo tra i quali, ad esempio, Messico (Costa-Font e Rodri-

guez-Oreggia, 2005) ed Egitto (Said, 2002). Una possibile spiegazione di tale fenomeno

risiede nella presenza di un eccesso di offerta di lavoratori con livelli di istruzione elevati

rispetto alla disponibilità di occupazioni adeguate (Sicherman, 1991; Dolton e Vignoles,

1997). L’impiego di tale eccesso di forza lavoro qualificata in occupazioni che non ri-

return to education

chiedono alti livelli di istruzione tenderebbe a far crollare il “ ” (Free-

man, 1976). A ciò deve aggiungersi l’effetto indotto dalla sospensione, da parte di molti

governi dei paesi in via di sviluppo, della politica volta a sostenere l’assunzione dei lavo-

ratori più qualificati in impieghi altamente remunerativi nel settore pubblico. Circostan-

za, quest’ultima, manifestatasi nel corso della scorsa decade in molti dei paesi della

sponda sud del Mediterraneo, tra cui, oltre al Marocco, l’ Egitto (Said e El-Hamidi,

2005).

Per quel che concerne, infine, il ruolo della tipologia di professione svolta, l’analisi

evidenzia la tendenza ad un inasprimento della differenza tra le categorie considerate e

quella di riferimento (manager e quadri), suggerendo un peggioramento delle condizioni

salariali di impiegati, operai agricoli ed operai non agricoli rispetto a manager e quadri.

ceteris paribus

Nel 1990/1991, l’entità della disparità nei salari mediamente percepiti, ,

era pari a -9% nel caso degli impiegati, -13% per gli operai agricoli e -17% per gli operai

non agricoli. Nel 1998/1999, tali percentuali erano pari, rispettivamente, a -28% (impie-

gati); -47% (operai agricoli) e -38% (operai non agricoli). Se è vero che, come si è visto

sopra, si è verificata una riduzione della domanda di lavoratori “qualificati” (in particola-

re nel settore pubblico, dove gli stipendi potrebbero non essere diminuiti in seguito a

questa circostanza), questo potrebbe aver gonfiato l’offerta di lavoro per le posizioni che

richiedono manodopera meno qualificata (impiegati, operai agricoli e operai non agricoli

che, nel 1998/1999, hanno visto un aumento della loro incidenza sull’occupazione tota-

le). Tale circostanza potrebbe aver determinato una diminuzione dei salari di tali catego-

rie di lavoratori relativamente a quella omessa.

Il fatto che molti lavoratori altamente qualificati si siano dovuti accontentare di

posizioni caratterizzate da rendimenti piu’ bassi potrebbe contribuire a spiegare anche la

riduzione nei rendimenti dell’istruzione evidenziata sopra. Se da un lato, infatti, i mana-

ger e quadri hanno visto migliorare la loro remunerazione relativamente alle altre catego-

rie di lavoratori, dall’altro l’incidenza di tale categoria di lavoratori sul totale si è

overeducation

sensibilmente ridotta, ed emerge un problema di . La presenza di un nume-

ro sensibilmente inferiore di lavoratori caratterizzati da remunerazioni relativamente più

elevate potrebbe essere, ancora, tra le cause del peggioramento che ha riguardato i decili

più abbienti. - 93 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

CONCLUSIONI

Il Marocco, e più in generale tutti i paesi del Medio Oriente e Nord Africa, si trova-

no a fronteggiare tre sfide principali. La prima è legata alla necessità di assicurare lavoro

sufficiente ed adeguato ad una crescente e sempre maggiormente qualificata forza lavo-

ro; la seconda riguarda l’opportunità di diversificare la propria economia, riducendo il

peso di settori tradizionali, come agricoltura, costruzioni e impieghi pubblici, a favore di

altri rivolti alle esportazioni e con maggiore capacità innovative; l’ultima è relativa alla

condizione femminile, con una sempre più forte esigenza di favorire la maggiore parteci-

pazione delle donne alla vita economica, politica e sociale del Paese.

In particolare i due aspetti, strettamente complementari, delle possibilità lavorative

per la forza lavoro qualificata e di una maggiore partecipazione delle donne alla vita eco-

nomica giocano un ruolo centrale alla luce degli elevati investimenti effettuati dal Paese

nella promozione di un maggior livello di istruzione per l’intera popolazione, ed in parti-

colare per quella femminile. L’adozione di politiche per accrescere il capitale umano, in-

fatti, ha accresciuto il potenziale economico ed aumentato le opportunità di crescita del

Marocco. Tuttavia, la non piena utilizzazione di tale potenziale potrebbe tradursi in sen-

sibili perdite per l’intera collettività, in quanto il costo-opportunità di lasciare sotto-uti-

lizzate le risorse disponibili aumenta con l’aumentare degli investimenti realizzati per

migliorarne il livello di qualificazione.

L’analisi dell’evoluzione dei rendimenti del capitale umano in Marocco nel corso

degli anni Novanta, effettuata nel presente capitolo, fornisce alcune indicazioni utili circa

la capacità del Paese di sfruttare le potenzialità del proprio capitale umano. Essa

evidenzia la presenza di tendenze contrastanti. Se da un lato, infatti, si assiste ad una

riduzione della disuguaglianza salariale e ad un, sia pur contenuto, miglioramento delle

condizioni relative delle donne, dall’altro si deve evidenziare come tali cambiamenti

siano legati, principalmente, a peggioramenti registrati nella coda superiore della

distribuzione dei salari, con una riduzione nei rendimenti dell’istruzione per i lavoratori

maggiormente qualificati. Il manifestarsi di tale tendenza sembra essere legato all’ampio

processo di riforma volto a ridurre il ruolo dello Stato come “

employer ” privilegiato nel

mercato del lavoro. Come atteso, poiché in Marocco gli impieghi governativi tendono ad

essere caratterizzati da remunerazioni particolarmente alte per i lavoratori con elevati

livelli di istruzione, la contrazione della capacità di assorbimento di tale forza lavoro da

parte dello Stato ha determinato la riduzione nei premi relativi all’istruzione che, a sua

volta, ha contributo a determinare la maggiore eguaglianza evidenziata nella

distribuzione dei salari.

Tale circostanza fa emergere un’ulteriore riflessione legata alla necessità, più volte

policy maker,

sottolineata da studiosi e di accompagnare gli investimenti in capitale uma-

- 94 -

Disuguaglianza salariale e rendimenti di capitale umano in Marocco nel corso degli anni novanta

investment climate

no con interventi volti a migliorare il cosiddetto e a favorire, più in

generale, la maggiore efficienza e produttività del settore privato. Infatti, in assenza di

tali interventi e di una accresciuta capacità del settore privato di assorbire forza lavoro

skilled

qualificata, la domanda di lavoratori rischia di non crescere quanto l’offerta.

L’impossibilità di accedere a posizioni lavorative in grado di compensare gli sforzi effet-

tuati per accrescere i livelli di istruzione potrebbe costituire un disincentivo alla realizza-

zione di maggiori investimenti in capitale umano, con conseguenze negative per l’intera

collettività. - 95 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

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- 97 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le

1

famiglie: effetti distributivi

INTRODUZIONE

La liberalizzazione del segmento domestico del mercato elettrico si è realizzata a

partire dal luglio 2007. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG) ha preparato

questo evento con una riforma del sistema tariffario rivolto alle famiglie, da realizzarsi a

tappe (sono previste cioè regole particolari per un periodo transitorio), poiché il regime

precedente appariva incoerente con l’applicazione di meccanismi concorrenziali (AEEG,

2007). 2

Infatti, la maggior parte degli utenti (il 74% ) aveva accesso ad una tariffa - conces-

sa sulle abitazioni di residenza con potenza impegnata fino a 3kW - che agevolava molto

i consumi limitati. Il meccanismo previsto era fortemente progressivo, prevedendo un

recupero dello sgravio al crescere dei consumi e sussidi incrociati tra utenti, a carico

delle famiglie con domanda elevata e di quelle (circa il 20%) con tariffa amministrata

3

. Il regime agevolato, applicato anche su componenti della tariffa che dovevano

standard

essere liberalizzate, avrebbe reso conveniente il passaggio al libero mercato per i forti

consumatori e per le utenze con tariffa non progressiva, creando problemi di sostenibilità

dello sconto assicurato alle prime case con domanda di energia contenuta (AEEG, 2007).

Inoltre la specifica struttura della progressività della tariffa vigente era fonte di di-

storsioni nell’equità complessiva del sistema. Il meccanismo di disincentivo dei consu-

mi, applicato in modo generalizzato, non teneva conto della dimensione del nucleo

familiare, e quindi penalizzava i nuclei composti da più persone, che necessariamente

consumano più energia.

1 Gli autori desiderano ringraziare Annalisa Vinella e i partecipanti alla XIX Conferenza Siep, tenutasi a Pavia il 13-14

settembre 2007, nella quale è stata presentata una versione preliminare del presente lavoro. Eventuali errori rimangono,

ovviamente, di esclusiva responsabilità degli autori.

2 Autorità per l’energia elettrica e il gas (2007a).

3 Un ulteriore 5% delle utenze domestiche godeva di tariffe diverse da quelle amministrate dall’Autorità. Infatti, dal 2001

è stata introdotta la possibilità, da parte delle imprese distributrici, di offrire ai clienti opzioni tariffarie ulteriori (ad esempio

biorarie) rispetto a quelle obbligatorie. - 99 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Per queste ragioni, l’Autorità ha proposto diverse ipotesi di riforma del sistema ta-

riffario, rivolte alla riduzione/eliminazione dei meccanismi di progressività e del sussidio

incrociato, oppure al loro spostamento su componenti della tariffa che restano ammini-

strate. Dal punto di vista distributivo simili interventi, se da un lato potrebbero avere il

pregio di ridimensionare o annullare la penalizzazione delle famiglie numerose - che pre-

sentano una più elevata domanda di energia - dall’altro potrebbero implicare incrementi

significativi della spesa per le famiglie con bassi consumi, come si vedrà di seguito. Per-

tanto l’Autorità ha disposto una fase transitoria, anche in attesa dell’introduzione di un

nuovo meccanismo di tutela sociale rivolto alle fasce economicamente disagiate, even-

tualmente basato sull’ISEE (Indicatore di situazione economica equivalente), la cui pre-

4 .

disposizione rientra tuttavia nella competenza del Governo

Col presente studio si intendono valutare gli effetti distributivi sui clienti domestici

delle proposte di modifica dello schema tariffario amministrato presentate dall’Autorità

e dell’introduzione della nuova tariffa sociale, a partire dai microdati dell’Indagine Istat

sui consumi relativi alla spesa per energia elettrica delle famiglie. È invece rimandata ad

un successivo approfondimento l’analisi delle scelte delle famiglie in favore di opzioni

tariffarie offerte sul mercato (componente liberalizzata).

Questo lavoro aggiorna ed amplia un’analisi condotta in passato (Gabriele e Polla-

stri, 1999), considerando questa volta anche gli effetti della tassazione. Non ci risulta che

siano state realizzate altre simili stime microeconomiche ex ante degli effetti distributivi

sul reddito disponibile della revisione delle tariffe elettriche. 5

Gli studi sugli effetti distributivi dal lato degli utenti-consumatori delle riforme

dell’assetto regolatorio del settore elettrico in Italia sono riferiti ad una fase che precede

la liberalizzazione del segmento domestico. Li ricorderemo nel prossimo paragrafo, de-

dicato a richiamare le principali caratteristiche di tale liberalizzazione e del processo nel

quale essa si inserisce. Nel terzo paragrafo descriveremo in dettaglio il sistema tariffario

e le ipotesi di riforma avanzate dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Nel quarto

presenteremo i dati utilizzati e la metodologia di calcolo degli effetti distributivi adottata

in questo lavoro, mostrando nel quinto paragrafo la distribuzione dei consumi tra le fami-

glie. A questo punto esporremo, nel sesto e settimo paragrafo, gli effetti delle principali

modifiche proposte, rispettivamente sulla generalità degli utenti e sulle fasce più deboli.

Le conclusioni sintetizzeranno i nostri commenti critici.

4 Si è considerata l’opportunità di concedere anche sconti particolari ai soggetti in gravi condizioni di salute che

necessitano di apparecchiature elettriche.

5 Ulteriori effetti distributivi sono quelli sugli utenti diversi da quelli domestici, sui lavoratori, sui contribuenti e sugli

azionisti - nonché gli effetti indiretti sui consumatori di eventuali variazioni degli input delle imprese, qualora vengano

trasferiti sui prezzi di altri beni (Florio, 2005). Di tutti questi aspetti non tratteremo in questo lavoro.

- 100 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

LA LIBERALIZZAZIONE DEL SEGMENTO DOMESTICO

La riforma dell’assetto organizzativo e regolatorio del settore elettrico in Italia, ver-

so un modello caratterizzato da liberalizzazione, privatizzazione e separazione delle reti,

è un processo in corso dai primi anni novanta, anche sulla spinta delle direttive della

Commissione Europea del 1996 e del 2003 (direttiva 96/92/CE e direttiva 2003/54/CE). I

passi fondamentali possono essere sintetizzati come segue: trasformazione dell’ENEL in

società per azioni (1992); costituzione dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (legge

n. 481/95); approvazione del cosiddetto decreto “Bersani” (decreto legislativo n. 79/99) -

volto alla liberalizzazione delle fasi di produzione, importazione, esportazione, vendita e

acquisto e alla separazione verticale societaria -, che introduce una società pubblica per

la gestione della rete di trasmissione nazionale (GRTN, ora GSE, Gestore dei Servizi

6

Elettrici ) e che stabilisce l’unicità della concessione di distribuzione per ambito comu-

nale, imponendo forme di aggregazione o cessioni di rami d’azienda dell’ENEL alle

aziende municipalizzate; istituzione della Borsa Elettrica (2001), la cui gestione è affida-

ta al Gestore del Mercato Elettrico (GME), società per azioni controllata dal GSE; ces-

sione da parte dell’ENEL di tre sue società, le GenCo (Generation Company), costituite

appositamente per favorire l’alienazione di una parte degli impianti, per complessivi

15.057 MW, al fine di limitare al 50% la quota di mercato detenuta da un singolo opera-

tore, come richiesto dal decreto Bersani entro gennaio 2003.

Nell’ambito del processo di riforma sono stati creati due mercati, uno libero, cui

hanno accesso i cosiddetti clienti idonei, ed uno vincolato, in cui gli utenti possono stipu-

lare contratti di fornitura esclusivamente con il distributore che esercita il servizio nella

propria area territoriale. L’Acquirente Unico (società per azioni costituita nel 1999 e con-

trollata dal GSE) è incaricato di garantire ai clienti vincolati la disponibilità di energia

elettrica attraverso l’acquisto della capacità necessaria di energia sulla Borsa elettrica o

attraverso contratti bilaterali con un produttore/grossista e la rivendita ai distributori, a

condizioni non discriminatorie e idonee a consentire l’applicazione di una tariffa unica

nazionale.

La platea dei clienti idonei, che possono concludere direttamente contratti con i pro-

duttori o i distributori sulla borsa elettrica, è stata progressivamente allargata, riguardan-

do inizialmente i grandi utenti non domestici, e in seguito fasce più ampie, grazie alla

6 Di cui è azionista unico il Ministero dell'Economia e delle Finanze, che esercita i diritti dell'azionista con il Ministero

delle Attività Produttive. In seguito il ramo d’azienda relativo a dispacciamento, trasmissione e sviluppo della rete è stato

trasferito a Terna S.p.a (DPCM dell’11 maggio 2004). Terna, la cui quota di maggioranza è attualmente detenuta dalla

Cassa Depositi e Prestiti, è dunque responsabile in Italia della trasmissione e del dispacciamento dell’energia elettrica

sulla rete ad alta e altissima tensione su tutto il territorio nazionale. Il GSE si concentra invece sulla gestione, promozione

e incentivazione delle fonti rinnovabili in Italia. - 101 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

riduzione del consumo annuale minimo per avere diritto all’accesso - eventualmente at-

traverso l’aggregazione in consorzi - (da 30 GWh per il 1999 a 20 nel 2000, a 9 nel 2002,

a livelli inferiori ad 1 in seguito); dal luglio 2004 la libertà di scelta è stata estesa a tutti i

clienti non domestici, in conformità con la direttiva 2003/54/CE, e questo ha provocato,

nel 2005, una riduzione del 4% dei consumi sul mercato vincolato da parte di clienti qua-

li piccole aziende, artigiani, professionisti (AEEG, 2006). Più in generale, tra il 2000 e il

2005 il peso del mercato vincolato, in termini di volumi, sul totale, al netto degli auto-

consumi, si è ridotto dall’82% al 53%. Tuttavia, molti clienti idonei con scarsa forza con-

trattuale non hanno ancora scelto un venditore sul mercato libero. La direttiva del 2003

prevedeva che dal 1° luglio 2007 fossero idonei tutti i clienti finali, compresi quelli do-

mestici, e questa disposizione è stata recepita con la legge n. 239/04, che stabilisce il di-

ritto, per i clienti vincolati che diventano idonei, di recedere dal preesistente contratto.

Qualora questo diritto non sia esercitato, l’Acquirente unico continua a garantire la forni-

tura. La legge 3 agosto 2007, n. 125 (che converte il decreto 18 giugno 2007, n. 73), con-

ferma sostanzialmente questa impostazione, attribuendo all’Autorità il compito di

indicare condizioni standard di erogazione e definire transitoriamente i prezzi di riferi-

7

mento , nell’attesa che l’ulteriore disegno di legge sul completamento della liberalizza-

zione dell’energia (AS 691, all’esame del Senato), il cui iter appare ancora piuttosto

8

lungo, giunga all’approvazione . Anche per quanto riguarda le fasce deboli viene ribadi-

ta una precedente disposizione (legge 266/2005), la quale stabilisce che, con decreto mi-

nisteriale, siano adottate misure volte a tutelare gli utenti in particolari condizioni di

salute o di svantaggio economico.

Alcuni osservatori hanno già avviato studi volti alla valutazione degli effetti sugli

utenti consumatori delle riforme intervenute nel settore elettrico, in Italia e in Europa.

Miniaci, Scarpa e Valbonesi (2005) si interrogano sulle conseguenze, eventualmente do-

vute all’eliminazione o riduzione di sussidi pubblici o ai benefici di una maggiore effi-

cienza, delle ristrutturazioni nel settore dell’elettricità (e dell’acqua) nel nostro Paese, e

concludono che non si sono verificati effetti negativi sulle famiglie deboli nel periodo

1997-2002. Tuttavia Poggi e Florio (2007), guardando a sette paesi europei, tra cui l’Ita-

lia, negli anni 1994-2001, trovano evidenza di un aumento della probabilità di sperimen-

tare condizioni di deprivazione in seguito a privatizzazioni ed eliminazione

dell’integrazione verticale.

7 Che le imprese dovranno continuare a inserire tra le proprie offerte commerciali.

8 Onde assicurare condizioni di concorrenza anche dal lato dell’offerta, il decreto contiene inoltre disposizioni per la

separazione societaria tra attività di vendita (svolta in regime di mercato libero) e di distribuzione (esercitata in

concessione), per la separazione funzionale delle attività di gestione di infrastrutture del sistema elettrico da altre attività,

nonché per garantire l’accesso non discriminatorio ai dati sui consumi attualmente detenuti dalle imprese di distribuzione.

- 102 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

Florio (2005), sulla base di uno studio comparato dell’andamento dei prezzi (e delle

quantità), non individua alcuna precisa relazione in Europa tra struttura del settore e

prezzo dell’energia (tra il 1989 e il 1997), o tra liberalizzazione del settore elettrico e va-

riazione del benessere sociale (dal 1980 al 1998): quest’ultimo sarebbe aumentato in Ita-

lia (prima della realizzazione delle riforme) in misura simile al Regno Unito (dopo la

privatizzazione nel 1990), e inferiore alla Francia; Costa e Sciandra (2006) non osserva-

no una relazione chiara tra l’attitudine degli utenti e il livello di attuazione delle riforme:

in particolare, notano che in Italia il processo di liberalizzazione del settore elettrico non

si è accompagnato ad un aumento della soddisfazione (ma anzi quest’ultima è diminui-

ta); Fiorio et al. (2007) stimano l’impatto delle riforme della regolamentazione in Europa

sia sui prezzi offerti ai consumatori, sia sulla soddisfazione, ed escludono un effetto si-

stematico di riduzione dei primi e di aumento della seconda.

Gli studi realizzati finora non sembrano dunque evidenziare un cambiamento signi-

ficativo delle condizioni offerte ai consumatori e della percezione del servizio da parte di

questi ultimi in seguito alle riforme del settore elettrico, anche se in genere si sottolinea

che i risultati vanno considerati come provvisori, in quanto il processo di apertura dei

mercati non è ancora completo.

Appare comunque particolarmente rilevante concentrare ora gli sforzi per valutare i

possibili effetti distributivi, dal momento che, come si è visto, la liberalizzazione del seg-

mento domestico del mercato elettrico in Italia si è avviata solo nel luglio 2007.

LA RIFORMA DEL REGIME TARIFFARIO AMMINISTRATO

Si può osservare che la modifica del regime tariffario legata all’apertura del mercato

per le famiglie è in gestazione da parecchio tempo. Già alla fine degli anni novanta l’Au-

torità aveva indicato un percorso di revisione (AEEG, 1999), che è stato rallentato in at-

tesa della definizione, da parte del Governo, dei criteri a cui attenersi per la definizione

della tariffa sociale.

A tale proposito si deve sottolineare che, dal punto di vista dell’equità, il meccani-

smo vigente prima del luglio 2007 lasciava molto a desiderare, garantendo sconti in caso

di consumi bassi a prescindere dalle condizioni economiche delle famiglie e non tutelan-

do sufficientemente le fasce deboli.

Una recente indagine dell’ISAE (Costa e Sciandra, 2006; Malgarini, 2007) ha evi-

denziato che esiste una percentuale non irrilevante di famiglie, nel nostro Paese, che di-

chiara di avere problemi a pagare le bollette dell’elettricità (circa il 23%, ma più del 30%

al Sud, e quasi il 40% degli appartenenti al primo quintile di reddito). Tra questi nuclei,

- 103 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

più dell’80% sostiene di aver dovuto modificare i propri piani di consumo. Inoltre, tanto

le difficoltà di accesso quanto il conseguente auto-razionamento decrescono all’aumen-

tare dei componenti il nucleo familiare fino a tre, probabilmente in seguito all’operare di

economie di scala, ma aumentano per i nuclei più numerosi, che necessitano di consumi

elevati. La nuova tariffa sociale rappresenta dunque una sfida importante se si vuole ga-

rantire una tutela più efficace alle fasce deboli ed una più accorta ed equa selezione dei

beneficiari.

Nei periodi di regolazione 2000-2003 e 2004-2007 l’Autorità per l’energia elettrica

e il gas ha introdotto alcune modifiche nel sistema tariffario amministrato, con la defini-

zione di due tariffe obbligatorie (D2, per le abitazioni di residenza con potenza impe-

gnata non superiore a 3 kW, e D3, per le altre) ed una di riferimento (D1), non applicata,

9

. Le

tale da garantire la copertura dei costi riconosciuti alle imprese di distribuzione

componenti delle tariffe D2 e D3 sono state ridefinite annualmente e progressivamente

riallineate, sia nella struttura, sia nei livelli, a quelle della tariffa D1. Tuttavia l’Autorità

(delibera n. 153/02) ha stabilito il rinvio dell'applicazione della D1 riallineate inizial-

mente previsto per l'anno 2003. A partire dal 2001, inoltre, come sopra accennato, è stata

10

consentita l’offerta di opzioni tariffarie ulteriori .

Nella fase precedente la liberalizzazione del mercato dei clienti domestici, la tariffa

11

era determinata da tre principali componenti : un corrispettivo fisso (centesimi di euro/

punto di prelievo/anno), un corrispettivo di potenza (centesimi di euro/kW di potenza

impegnata) e alcuni corrispettivi di energia (centesimi di euro/kWh). Il primo era volto a

coprire i costi sostenuti annualmente per la vendita dell’energia elettrica (costi commer-

ciali e di misura, come la fatturazione, l’installazione, la manutenzione, la lettura del

contatore) ed era indipendente dalla quantità consumata e dalla potenza impegnata (in-

fatti i costi di vendita dell'esercente dipendono soltanto dal numero di clienti serviti). Il

secondo doveva pagare una parte dei costi di distribuzione dell'energia, dipendeva dalla

potenza impegnata da ogni utenza e dunque prescindeva dai consumi effettuati nel bime-

12 . I corrispettivi di energia, commisurati al consumo, dovevano corrispondere ai co-

stre

sti di trasmissione e ai rimanenti costi di distribuzione, a quelli di generazione (costi di

9 Le tariffe sono applicate a servizi le cui condizioni di fornitura e i cui livelli di qualità sono regolati dall'Autorità stessa.

10 Si potevano applicare sconti sul prezzo dell'energia per determinate forniture di potenza, oppure potevano essere

assicurati livelli di continuità più elevati di quelli minimi imposti dall’Autorità, o modalità di lettura o fatturazione

personalizzate, o ancora potevano essere offerte tariffe multiorarie o biorarie.

11 Per la descrizione del regime tariffario si fa riferimento al sito dell’AEEG, www.autorita.energia.it, e ai documenti

dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (AEEG, 2007b; 2007c).

12 I distributori devono offrire livelli di potenza pari a multipli di 1,5 kW fino a 6 kW, e multipli di 5 kW da 10 a 30 kW; se

vogliono, possono presentare anche opzioni diverse. - 104 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

13

produzione e dispacciamento dell'energia elettrica ), ad altri oneri generali e componen-

14

ti ulteriori .

La tariffa D1 prevedeva un costo unitario per kWh costante al variare dei consumi e

indipendente dalla potenza impegnata e dal fatto che il contratto riguardasse o meno la

casa di abitazione (si veda il riquadro “Le tariffe elettriche amministrate per il mercato

domestico D1-D2-D3 al netto delle imposte”).

La tariffa D2 prevedeva un incremento del corrispettivo unitario di energia per fasce

di consumo (come nel regime precedente), con un vantaggio fino a 2640 kWh mensili e

un recupero dello sconto oltre questo livello, garantito da un forte aumento della progres-

sività. Per consumi ancora più alti, la progressività della tariffa si riduceva.

La tariffa D3 comprendeva un corrispettivo di energia proporzionale.

Le D2 e D3 prevedevano anche l'applicazione di altre componenti tariffarie (A,

MCT, UC1, UC3, UC4 ed UC5, indicate dettagliatamente nel riquadro “Le tariffe elettri-

che amministrate per il mercato domestico D1-D2-D3 al netto delle imposte”), mentre la

componente per i miglioramenti di continuità (UC6) era inclusa implicitamente.

15

Dal primo luglio non sono più amministrate le componenti del prezzo a copertura

dei costi di acquisto e dispacciamento dell’energia elettrica e di commercializzazione re-

lativa all’erogazione del servizio di acquisto e vendita.

Per quanto riguarda la tassazione, come è noto sull’energia elettrica per uso dome-

stico sono applicate le imposte sui consumi e l’imposta sul valore aggiunto, quest’ultima

nella misura agevolata del 10%. Quanto alle prime, l’aliquota dell’imposta erariale di

consumo è pari a 0,0047 euro per kWh, con esenzione dei primi 150 kWh mensili per le

utenze relative ad abitazioni di residenza fino a 3 kW e un meccanismo di recupero

dell’agevolazione oltre questo livello di consumo; l’aliquota dell’addizionale comunale è

di 0,0204 euro per kWh per le utenze diverse da prime case e 0,01859 euro per kWh per

tutte le case di abitazione, anche in questo caso con l’esenzione dei primi 150 kWh men-

sili (per potenza impegnata fino a 3 kW) e con un meccanismo di recupero. Tale recupero

interviene oltre i 150 kWh al mese per le potenze fino a 1,5 kW e oltre i 220 kWh per

potenze superiori, e implica l’annullamento dell’esenzione su un numero di kWh pari a

quelli consumati oltre queste soglie (fino alla totale soppressione dello sconto). Il decreto

legislativo del 2 febbraio 2007, n. 26, ha riconfermato il sistema di tassazione esistente.

13 Compresi gli oneri derivanti dall'applicazione della normativa sui certificati verdi; all'interno di questa voce di costo

erano inoltre remunerati il servizio di interrompibilità e la disponibilità di capacità produttiva.

14 Costi sostenuti per interventi sul sistema elettrico nel suo complesso onde realizzare finalità di interesse dell'intera

collettività nazionale, ad esempio obiettivi di carattere sociale, ambientale e di uso efficiente delle risorse o per garantire

l'equilibrio del sistema tariffario basato sul principio di corrispondenza dei prezzi ai costi medi del servizio.

15 Salvo il mantenimento del prezzo di riferimento, che dovrà essere assicurato tra le opzioni disponibili per il

consumatore, come si visto. - 105 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Si è visto che, secondo l’impostazione proposta in passato dall’Autorità, le tariffe

D2 e D3 avrebbero dovuto cedere il posto alla D1, cui si sarebbe dovuta affiancare la ta-

riffa sociale. In questo modo si sarebbero eliminati i sussidi incrociati, si sarebbero evi-

denziate chiaramente le componenti tariffarie a copertura dei costi di fasi del servizio

liberalizzate (generazione e commercializzazione dell’attività di vendita) e si sarebbero

16

. Questo tuttavia avrebbe implicato effetti redis-

coperti gli oneri del servizio elettrico

tributivi molto ampi, con aumento consistente della spesa per le famiglie con consumi

contenuti, qualora non inserite nella fascia soggetta ad agevolazione, e alleggerimenti

dell’onere per i grandi consumatori, come tra poco si mostrerà. Inoltre, la D1 non

prevedeva forme di disincentivo allo spreco di energia.

Per limitare tali conseguenze l’Autorità aveva ipotizzato altre tre possibili opzioni

17

alternative alla D1 (AEEG, 2007b). La prima di queste (con mantenimento della tariffa-

zione differenziata per abitazioni principali e secondarie) prevedeva il superamento della

progressività e dei meccanismi di recupero solo per la componente relativa ai costi di ge-

nerazione (ma con esplicitazione della quota parte a copertura dei costi di commercializ-

zazione dell’attività di vendita), eliminando così il sussidio incrociato dalle componenti

relative a fasi del servizio in via di liberalizzazione e assicurando la copertura dei soli co-

sti di produzione e vendita dell’energia. La seconda opzione (con tariffa unica e costo

crescente, denominata D ), oltre ad essere adeguata alla D1 sulla componente relati-

base1

va alla generazione, sarebbe stata identica anche per quanto concerne le quote fisse per

punto di prelievo e per kW impegnato, ma avrebbe mantenuto una progressività con

meccanismo di recupero sulla componente relativa ai costi di rete (trasmissione e distri-

buzione), pagata in funzione dei consumi (una parte della tariffa soggetta a regolazione),

consentendo nel complesso la copertura dei costi del servizio, ma mantenendo un fattore

di incentivo all’uso efficiente dell’energia. Anche l’ultima opzione (con tariffa unica,

quote fisse ridotte e costo crescente, denominata D ) avrebbe implicato l’eliminazio-

base2

ne del sussidio incrociato sulla fase di generazione, ma le quote fisse per punto di prelie-

vo e per kW impegnato sarebbero state ridimensionate rispetto alla D1, mentre quelle

variabili a copertura dei costi di rete sarebbero state più fortemente progressive; nel com-

plesso, anche questo regime avrebbe consentito la copertura dei costi.

Su queste, come su precedenti proposte dell’Autorità, si è svolta la consultazione

dei soggetti coinvolti e interessati. In particolare, la questione distributiva è emersa in

16 L’Autorità ha sottolineato anche i benefici in termini di semplificazione, sia per l’eliminazione degli scaglioni di

consumo, sia per il superamento della distinzione tra prima casa e altre abitazioni, e dunque della necessità di

raccogliere documenti comprovanti la residenza. Il problema resterebbe tuttavia dal lato delle imposte, a meno di nuovi

interventi sul lato fiscale.

17 Gli effetti distributivi possono essere limitati anche agendo sulle caratteristiche e l’ampiezza della platea dei beneficiari

della tariffa sociale. Su questo torneremo più oltre. - 106 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

LE TARIFFE ELETTRICHE AMMINISTRATE PER IL MERCATO DOMESTICO D1-D2-D3

AL NETTO DELLE IMPOSTE

(II° trimestre 2007) Tariffa Tariffa

Tariffa kWh/anno D2 D3

D1

Corrispettivo fisso costi commerciali e di misura dell’energia 3237,37 240 2988

(cent. €/punto di prelievo/anno) elettrica

componenti a copertura dei costi

riconosciuti derivanti da recuperi di 80,64

Corrispettivo di potenza qualità del servizio (componente UC6)*

(cent. €/kW/anno) 1386,42 732 1548

1,33 fino a 900 - 4,11

da 901 a 1800 1,90

da 1801 a 2640 4,11

costi di trasmissione e di distribuzione da 2641 a 3540 11,08

da 3541 a 4440 9,21

oltre 4440 4,11

8,41 fino a 900 7,09 9,54

da 901 a 1800 7,12

da 1801 a 2640 9,54

costi di generazione da 2641 a 3540 11,38

da 3541 a 4440 11,38

oltre 4440 9,54

componenti a copertura degli oneri

sostenuti nell'interesse generale del 1,59 1,59 1,59

sistema elettrico (componenti "A").

componente a copertura degli squilibri

del sistema di perequazione dei costi di 0,54 0,54 0,54

acquisto dell'energia elettrica destinata al

mercato vincolato (componente UC1).

Corrispettivi di energia componenti a copertura degli squilibri dei

(cent. €/ kWh ) sistemi di perequazione dei costi di

trasporto dell'energia elettrica sulle reti di 0,04 0,04 0,04

trasmissione e di distribuzione e dei

meccanismi di integrazione (componente

UC3).

componenti a copertura delle integrazioni

di cui al Capitolo VII, comma 3, lettera a) 0,04 0,04 0,04

del provvedimento CIP n. 34/74 e

successivi aggiornamenti (componente

UC4).

componente a copertura dei costi a

carico del Gestore della rete connessi

all'approvvigionamento dell'energia 0,04 0,04 0,04

elettrica necessaria a compensare la

differenza tra perdite effettive e perdite

standard nelle reti. (componenti UC5).

componente per il finanziamento delle

misure di compensazione territoriale di 0,02 0,02 0,02

cui all'articolo 4, comma 1-bis, della

legge n. 368/03 (componente MCT).

componenti a copertura dei costi

riconosciuti derivanti da recuperi di 0,02

qualità del servizio (componente UC6)*. 12,03 fino a 900 9,36 15,92

da 901 a 1800 11,29

da 1801 a 2640 15,92

Totale corrispettivi energia da 2641 a 3540 24,73

da 3541 a 4440 22,86

oltre 4440 15,92

Fonte: AEEG (2007 b, c), AEEG, sito web, www.autorita.energia.it

* Compreso implicitamente nelle tariffe D2 e D3. - 107 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

termini di grave preoccupazione, soprattutto da parte di sindacati e organizzazioni dei

consumatori, per uno stravolgimento del regime tariffario che avrebbe potuto implicare

sostanziali incrementi di spesa per ampie fasce di famiglie, malgrado la tutela da attivarsi

per quelle più disagiate. L’istituto che avrebbe dovuto assicurare tale tutela, peraltro, non

era stato ancora messo a punto. A seguito di questa situazione, l’Autorità ha avanzato

un’ulteriore proposta (AEEG, 2007c), basata sulla definizione di una fase transitoria, va-

lida per il secondo semestre del 2007, ed una definitiva, da avviare eventualmente con

l’anno successivo. Tra le considerazioni che hanno spinto l’Autorità a modificare – inci-

sivamente, come si vedrà tra poco – la propria impostazione, vi è la presa d’atto della

conferma, con il decreto legislativo 26/07, di cui si è detto, del sistema di imposizione fi-

scale sull’energia elettrica erogata alle famiglie; tale conferma da un lato avrebbe limita-

to i vantaggi, in termini di semplificazione, dell’eventuale unificazione delle tariffe a

prescindere dalla residenza e dalla potenza impegnata, e dall’altro è stato considerato un

segnale intorno alle preferenze del legislatore anche con riguardo al meccanismo dei

prezzi netti.

La tariffa transitoria, istituita con deliberazione 13 giugno 2007, n.135, sostanzial-

mente mantiene (salvo variazioni di spesa di un ordine di grandezza inferiore a 5 euro

l’anno, secondo stime dell’Autorità) l’andamento attuale delle D2 e D3, spostando il sus-

sidio incrociato della D2 dalla componente a copertura dei costi di generazione a quelle,

18

precedentemente fisse, A e UC4, ed enucleando dalla componente relativa ai costi

commerciali la parte (214,19 centesimi di euro per punto di prelievo per anno) relativa

alla commercializzazione della vendita.

Quanto al regime definitivo, l’Autorità suggerisce (AEEG, 2007c) ancora tre ipotesi.

La prima prevede una tariffa unica (D1 2008), a prescindere dalla potenza impegnata e

dalla residenza, con quote fisse solo in parte riallineate alla D1 (e parte relativa ai costi

commerciali enucleata), recupero della differenza di gettito rispetto alla stessa D1 attra-

verso un meccanismo progressivo sulla componente relativa ai costi di trasmissione e di-

stribuzione e un sussidio incrociato sulle componenti A e UC4, simile a quello del

regime transitorio. La seconda consiste nel mantenimento del regime transitorio stesso.

La terza (D2 2008) si differenzia da quest’ultimo in quanto riallinea parzialmente i cor-

rispettivi tariffari (in particolare quello fisso e quello di potenza) verso i valori della D1,

con una riduzione degli effetti di sussidio incrociato e dell’agevolazione diffusa attual-

mente garantita. L’Autorità sembra raccomandare quest’ultima ipotesi, per “gli elementi

di maggiore correlazione della tariffa al relativo costo del servizio” e perché “in presenza

di una tutela di massa attenuata, gli interventi di tutela sociale specifici potranno essere

18 A2, A3, A4 e A5, mentre la componente A6 viene applicata, da luglio, in funzione della potenza impegnata

(deliberazione 29 marzo 2007, n.76). - 108 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

maggiormente incisivi nei confronti degli utenti effettivamente disagiati” (AEEG,

2007c).

Quanto alla tutela della “clientela vulnerabile” rivolta ai soggetti in condizione di

disagio economico l’Autorità ha recentemente ipotizzato di utilizzare l’ISEE per la sele-

zione dei beneficiari e - anche a seguito delle consultazioni realizzate e degli incontri con

i potenziali portatori di interessi - di rinunciare alla definizione di uno specifico meccani-

smo tariffario, prevedendo invece un sistema compensativo che agisca attraverso uno

sconto sulla bolletta, tale da coprire le quote fisse nonché una parte, differenziata in base

al numero di componenti il nucleo familiare, dei costi variabili (AEEG, 2007b). Questo

meccanismo sarebbe coerente con il passaggio sul libero mercato e con la possibilità di

cambiare fornitore, sarebbe trasparente e semplice, consentendo di mantenere il “segnale

di prezzo” rispetto ai comportamenti di consumo. La decisione comunque, come sopra

accennato, spetta al Governo. La legge 125/2007 ha stabilito un termine di due mesi, a

partire dal 14 agosto scorso, per la messa a punto del decreto ministeriale volto a definire

il sistema di agevolazione. Tuttavia tale decreto non è stato ancora emanato. Anticipazio-

19

ni di stampa sulla bozza di decreto riportano l’ipotesi di concessione dello sconto ai

soggetti con ISEE fino a 7500 euro.

Per quanto riguarda gli utenti con gravi problemi di salute, anch’essi oggetto di spe-

cifica attenzione nella definizione di un meccanismo di tutela, si può ricordare innanzi-

tutto che la delibera 200/99 dell’Autorità esclude la sospensione per morosità a coloro

20

che hanno bisogno di energia elettrica per far funzionare apparati di cura . Lo sconto per

ragioni sanitarie potrebbe essere applicato anche per potenze superiori a 3kW, dovrebbe

essere tale da annullare o limitare l’eventuale progressività della tariffa applicata alla

generalità degli utenti e potrebbe essere cumulato con quello per motivi economici.

19 Il Sole 24ore del 17 ottobre scorso.

20 Tuttavia l’Autorità osserva (AEEG, 2007b) che gli esercenti lamentano difficoltà ad individuare i soggetti “non

interrompibili”, in assenza di una definizione delle apparecchiature essenziali alla salute, e suggerisce di limitare l’aiuto

all’uso di strumenti salvavita. - 109 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

I DATI E LA METODOLOGIA DI CALCOLO DEGLI EFFETTI DISTRIBUTIVI

Purtroppo, non sono disponibili microdati sul consumo di energia elettrica da parte

delle famiglie. Tuttavia, esistono informazioni sulla spesa, desumibili dall’Indagine Istat

sui consumi, condotta annualmente. In particolare, in questa indagine gli intervistati indi-

cano l’esborso relativo all’ultima bolletta (bimestrale) pagata. Conoscendo il meccani-

smo tariffario, è possibile risalire dalla spesa ai consumi, e una volta calcolati questi

ultimi le ipotesi alternative di tariffazione possono essere applicate.

La struttura dei consumi è stata ricostruita sulla base dei dati relativi all’anno 2003,

quando tutti i nuclei familiari erano sottoposti al regime amministrato deciso dall’Autori-

tà, non essendo ancora molto diffuse le proposte tariffarie ulteriori (come ad esempio le

tariffe biorarie). Si è fatto riferimento alle abitazioni di residenza, ipotizzando che il

95% di esse sia sottoposto alla tariffa D2. Il 5% cui si applica la D3 (utenze con potenza

impegnata superiore ai 3 Kw) è stato selezionato in base al livello elevato dei consumi.

La distribuzione dei consumi delle prime case così ottenuta, verificata ulteriormente con-

frontandola con quella ricostruibile dai dati dell’Indagine sulle condizioni di vita EU

SILC (ISTAT, anno 2004, redditi 2003), presenta delle differenze significative rispetto

alle stime della distribuzione dei consumi in tariffa D2 fornite dall’Autorità. È stato at-

tuato un controllo sulle “seconde case”, per verificare queste differenze, considerando

anche l’eventualità che una parte non irrilevante di abitazioni secondarie sia dichiarata

all’erogatore di energia come residenza di un membro della famiglia; i risultati di queste

analisi hanno evidenziato che questo fenomeno non spiega le difformità tra la distribu-

zione desumibile dai dati ISTAT e quella fornita dall’Autorità . Le nostre analisi si limi-

teranno alla rappresentazione di ciò che accade alle sole utenze domestiche delle

abitazioni principali con potenza impegnata fino a 3 Kw.

Le nuove tariffe sociali sembrano prevedere l’attribuzione delle agevolazioni sulla

base di una prova dei mezzi regolata da Isee. Poiché l’indagine sui consumi delle fami-

glie, su cui è basata la nostra analisi, non contiene tutti gli elementi necessari per il calco-

lo dell’indicatore, è stato necessario integrare le informazioni con altre fonti. È stata

adottata una procedura di matching statistico che ha permesso di utilizzare le informazio-

ni desumibili dall’indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d’Italia. Si

sono stimate le probabilità di appartenere a diverse aree di agevolazione (definite da di-

21

verse soglie ISEE) mediante un modello di regressione logistica le cui variabili dipen-

21 I modelli utilizzati hanno stimato la probabilità di appartenere al gruppo degli agevolati in corrispondenza di diverse

soglie Isee, in funzione di un set di variabili indipendenti quali: genere, professione, età e titolo di studio del capofamiglia,

area di residenza, reddito equivalente, possesso dell’abitazione principale, numero di percettori.

- 110 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

22

denti sono presenti in entrambe le indagini . L’applicazione dei coefficienti stimati alle

famiglie del campione ISTAT sui consumi ha permesso di disporre di una banca dati in

cui sono compresenti informazioni sui consumi elettrici e sulla condizione economica

dei nuclei familiari.

LA DISTRIBUZIONE DEI CONSUMI DI ENERGIA ELETTRICA DELLE

FAMIGLIE

Il grafico 1 mostra la distribuzione delle utenze elettriche relative alla prima casa,

con potenza impegnata fino a 3kW (tariffa D2), per classi di consumo. Le classi sono in-

dividuate in base agli scaglioni sui quali è costruita la tariffa (si veda sopra il riquadro).

Emerge una concentrazione delle utenze nelle due classi centrali (consumi compresi tra

1800 e 3540), in ognuna delle quali si colloca più del 30% degli utenti, mentre quelle

estreme presentano frequenze limitate (6% l’ultima, 2% la prima).

Graf. 1 - DISTRIBUZIONE DELLE UTENZE DOMESTICHE (PRIME CASE) CON POTENZA IMPEGNATA

PARI A 3 kW PER CLASSI DI CONSUMO ANNUO

(composizione percentruale)

35

30

25

20

15

10

5

0 Fino a 900 Da 900 a 1'800 Da 1'800 a 2'640 Da 2'640 a 3'540 Da 3'540 a 4'440 Oltre 4'400

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

22 Le stime sono state condotte sul modello di microsimulazione del Cer, che è alimentato dall’indagine campionaria

condotta dalla Banca d’Italia. Ai dati di questa rilevazione è applicata una procedura di post – stratificazione al fine di

riprodurre le distribuzioni desumibili dall’anagrafe tributaria e le principali caratteristiche socio – economiche delle

famiglie italiane. Inoltre, i patrimoni riportati nell’indagine sono stati corretti attraverso un procedimento inferenziale, al

fine di riprodurre i dati macroeconomici dei conti finanziari delle famiglie, anch’essi di fonte Banca d’Italia.

- 111 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Come accennato sopra, la struttura dei consumi ricostruita a partire dall’Indagine

ISTAT risulta abbastanza diversa da quella indicata dall’Autorità con riferimento alla ta-

riffa D2 (AEEG 2007b), soprattutto con riguardo alle prime due classi (cui noi attribuia-

mo una frequenza meno elevata di circa 10 punti percentuali) e alla quarta (la differenza

questa volta è di segno opposto, e supera i 10 punti). Pertanto, come sopra accennato, si è

ritenuto utile confrontare la distribuzione dei consumi con quella calcolabile a partire

dall’Indagine EU SILC. L’evidenza è molto simile a quella ottenuta sulla base dell’altra

inchiesta ISTAT. Resta da chiarire la ragione della differenza tra le stime condotte sui

dati delle indagini campionarie e le informazioni fornite dall’Autorità. Naturalmente, si

dovrà tenere conto di questo problema nell’interpretazione dei risultati.

Il grafico 2 mostra l’andamento dei consumi delle famiglie, a prescindere dalla po-

tenza impegnata (dunque in questo caso si considerano anche le utenze con più di 3 kW),

per numero di componenti il nucleo familiare. L’incremento marginale del consumo si ri-

duce all’aumento dei componenti: esso è pari al 25% per la coppia rispetto al single, e

cala fino al 15% circa per quattro o più componenti. Quindi, ogni famiglia con tre com-

ponenti utilizza quasi 1,5 volte l’energia consumata da una monocomponente.

La variazione del consumo all’aumento del numero di componenti risulta decisa-

23

mente maggiore di quanto indicato dall’Autorità (AEEG, 2007c).

Graf. 2 - CONSUMO MEDIO ANNUO PER NUMEROSITÀ DEL NUCLEO FAMILIARE

GENERALITÀ DELL'UTENZA DOMESTICA

(consumo medio annuo in kWh) 30,0

5.000 (%)

consumo

25,0

4.500 20,0

4.000 del

marginale

15 ,0

3.500 10 ,0

3.000 Incremento

5,0

2.500 0,0

2.000 1 2 3 4 5 6 7 8

N um ero di c o m po n ent i

Inc re m ent o m arginale del c o ns um o al c re s c ere dei c o m po nent i (%) - s c ala dx

C o ns u m o m edio pro c apit e (K wh/ anno ) - s c ala s x

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

N.B.: I dati relativi alle numerosità 7 e 8 sono ottenuti tramite una media, poiché queste classi scontano una numerosità

campionaria molto esigua.

23 Sulla base di informazioni provenienti da alcune società di distribuzione e da uno specifico rapporto commissionato a

Econpubblica. - 112 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

D’ora in poi faremo riferimento alle sole utenze con tariffa D2. Quanto alla distribu-

24

zione per fasce di reddito (Graf. 3), i consumi mostrano un trend crescente (con l’ec-

cezione della classe tra 4000 e 5000 euro). Il livello medio è pari a 2673 kWh. Si osservi

che una famiglia con reddito familiare mensile compreso tra 2000 e 2500 euro consuma

in media l’11,6% in più rispetto ad una con reddito tra 1000 e 1250 euro.

Graf. 3 - DISTRIBUZIONE DELLE UTENZE DOMESTICHE (PRIME CASE) CON POTENZA IMPEGNATA

PARI A 3 kW PER CLASSI DI REDDITO FAMILIARE

3.600

3.400

(kW/h) 3.200

3.000

annuo

medio 2.800

Consumo 2.600

2.400

2.200

2.000 fino a da 300 da 500 da 750 1000 a da 1250 da 1500 da 2000 da 2500 da 3000 da 3500 da 4000 da 5000 oltre

300 a 500 a 750 a 1000 1250 a 1500 a 2000 a 2500 a 3000 a 3500 a 4000 a 5000 a 6000 6000

Consumo annuo in kWh Consumo medio

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Infine, dal grafico 4 si evince che le famiglie degli imprenditori consumano più

energia elettrica, seguite da quelle dei dirigenti, mentre si collocano sui livelli più bassi,

nell’ordine, i nuclei con capofamiglia di altra condizione professionale (per lo più sog-

getti che percepiscono pensioni non da lavoro), pensionati, operai, disoccupati, impiega-

ti. Plausibilmente, nei primi due casi il limitato consumo dipende, oltre che dai vincoli

finanziari che spingono a contenere la domanda, anche dal fatto che si tratta generalmen-

te di nuclei formati da pochi componenti (in genere uno o due), anziani.

24 L’Indagine sui consumi dell’ISTAT rileva il reddito familiare mensile degli intervistati per classi.

- 113 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Graf. 4 -DISTRIBUZIONE DELLE UTENZE DOMESTICHE (PRIME CASE) CON POTENZA IMPEGNATA

PARI A 3 KW PER CONDIZIONE PROFESSIONALE DEL CAPOFAMIGLIA

3.400

3.200

(kW/h) 3.000

annuo 2.800

medio 2.600

Consumo 2.400

2.200

2.000 Operaio Impiegato Dirigente Aut onomo Prof essionista Imprenditore Pensionato Disoccupat o Altra

condizione

Co nsumo annuo in Kw/h Co nsumo medio

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

GLI EFFETTI DELLA RIFORMA DELLE TARIFFE DOMESTICHE

Il primo passo, ai fini della valutazione degli effetti della riforma, non può che con-

sistere nell’esame delle caratteristiche del regime precedentemente in vigore. La tariffa

D3 riguarda una percentuale molto contenuta di utenze, come si è visto, dunque d’ora in

poi ci concentreremo sulla D1 e sulla D2. La spesa annua per livello di consumo è indi-

cata nel grafico 5. Emerge il carattere proporzionale della D1 e quello progressivo della

D2, la cui inclinazione si riduce solo per consumi molto alti.

Il costo marginale del kW/h (Graf. 6) è quindi costante nel caso della tariffa D1,

mentre risulta variabile per la D2. In questo caso esso è crescente fino alla fascia 2641-

3540 kW/h, per poi ridursi e infine stabilizzarsi oltre i 4400 kW/h.

L’andamento della tariffa D2 garantisce quindi un’agevolazione a chi consuma me-

no, disincentivando al contempo la domanda con un meccanismo di recupero che genera

un costo marginale crescente. Il disincentivo cessa di operare una volta superata una de-

terminata soglia di consumo. - 114 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

Graf. 5 - SPESA ANNUA PER LIVELLO DI CONSUMO, TARIFFE D1 E D2 AL NETTO DELLE IMPOSTE

(I° trimestre 2007)

1000

900

800

700

600

Euro 500

400

300

200

100

0 0 1000 2000 3000 4000 5000

C o ns um o in k W/h

T ariffa D 1 T ariffa D 2

Fonte: elaborazioni ISAE. Graf. 6 -COSTO MARGINALE DEL kW/h, TARIFFE D1 E D2

(I° trimestre 2007)

0,3

0,25

euro 0,2

di

Centesimi 0,15

0,1

0,05

0 0 1000 2000 3000 4000 5000

C o ns um o in k W/ h

T arif fa D 1 T arif f a D 2

Fonte: elaborazioni ISAE.

Il costo medio del kW/h (Graf. 7), invece, nel caso della tariffa D1 si riduce all’au-

mento dei consumi per effetto della presenza dei costi fissi (per punto di prelievo e per

potenza impegnata), tendendo asintoticamente al costo marginale che è costante. Questo

andamento risulta lievemente modificato dall’impatto delle imposte. Nel caso della D2,

- 115 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

il decremento dovuto ai costi fissi è presto più che compensato dall’aumento del corri-

spettivo di energia, e dunque il costo medio segue, con qualche ritardo, l’andamento di

quest’ultimo, crescendo da meno di 2000 a più di 4000 kW/h, e poi riducendosi.

Graf. 7 - COSTO MEDIO PER kW/h AL NETTO DELLE IMPOSTE IN FUNZIONE DEL CONSUMO ANNUO

(analisi per regimi tariffari alternativi)

20

19

18

17

euro 16

di

Centesimi 15

14

13

12

11

10

1.000 1.500 2.000 2.500 3.000 3.500 4.000 4.500 5.000

Co nsumo annuo in kW/h

Tariffa D1 Tariffa D2

Fonte: elaborazioni ISAE.

Vediamo ora cosa avviene in coincidenza con la liberalizzazione del mercato dome-

stico, esaminando gli effetti del regime transitorio e delle altre proposte sul tappeto.

La tabella 1 mostra le variazioni medie per fascia di consumo derivanti dall’introdu-

zione della tariffa transitoria. Si confermano le valutazioni dell’Autorità, e anche al lordo

delle imposte gli aumenti/diminuzioni di spesa toccano al massimo i 5 euro annui. Il si-

stema ricostruisce quasi perfettamente le caratteristiche distributive della vecchia D2,

spostando semplicemente il meccanismo della progressività e il sussidio incrociato dalle

componenti liberalizzate a quelle che restano amministrate.

Chi si aspettasse le novità dal regime definitivo rischierebbe di restare deluso. In ta-

bella 2 presentiamo gli effetti differenziali della proposta per il 2008 basata su una par-

25

ziale revisione del regime transitorio . Le variazioni della spesa annua con questa

tariffa, detta D2 2008, sono appena più consistenti rispetto al caso del regime transitorio,

non arrivando a 30 euro nemmeno qualora si tenga conto della fiscalità.

25 Non consideriamo invece l’altra ipotesi indicata nel più recente documento dell’autorità (sopra descritta), molto simile

al regime transitorio. - 116 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

Tab. 1 IMPATTO DEL REGIME TRANSITORIO PER LIVELLI DI CONSUMO

TARIFFA D2T (TRANSITORIA) RISPETTO ALLA D2 VIGENTE NEL II° TRIMESTRE 2007

(spesa annua)

Al netto delle imposte Al lordo delle imposte

Consumo Tariffa D2 Tariffa D2 Variazione Tariffa D2 Tariffa D2 Variazione

annuo in kWh II° trim 2007 transitoria spesa annua II° trim 2007 transitoria spesa annua

Euro Euro Euro Euro Euro Euro

900 108,60 109,68 1,08 119,46 120,64 1,18

1.800 210,21 206,88 -3,33 231,23 227,56 -3,67

2.700 358,78 358,70 -0,08 419,10 419,02 -0,08

3.000 432,97 431,54 -1,43 515,34 513,77 -1,57

3.200 482,43 480,10 -2,33 579,50 576,94 -2,56

3.600 580,22 576,93 -3,29 706,58 702,96 -3,62

4.440 772,25 776,85 4,60 958,78 963,84 5,06

5.000 861,40 865,33 3,93 1.071,19 1.075,52 4,33

5.400 925,08 928,53 3,45 1.151,49 1.155,28 3,80

5.900 1.004,68 1.007,53 2,85 1.251,86 1.254,99 3,14

6.400 1.084,28 1.086,53 2,25 1.352,22 1.354,70 2,48

Fonte: elaborazioni ISAE.

Tab. 2 IMPATTO DEL REGIME TARIFFARIO D2 2008 PER LIVELLI DI CONSUMO

TARIFFA D2 2008 (REGIME DEFINITIVO) RISPETTO ALLA D2 VIGENTE NEL II° TRIMESTRE 2007

(spesa annua)

Al netto delle imposte Al lordo delle imposte

Consumo Tariffa D2 Tariffa D2 Variazione Tariffa D2 Tariffa D2 Variazione

annuo in kWh II° trim 2007 2008 spesa annua II° trim 2007 2008 spesa annua

Euro Euro Euro Euro Euro Euro

900 108,60 126,89 18,29 119,46 139,57 20,11

1.800 210,21 213,29 3,08 231,23 234,61 3,38

2.700 358,78 362,26 3,48 419,10 422,93 3,83

3.000 432,97 425,89 -7,08 515,34 507,56 -7,78

3.200 482,43 468,31 -14,12 579,50 563,97 -15,53

3.600 580,22 555,03 -25,19 706,58 678,88 -27,71

4.440 772,25 759,57 -12,67 958,78 944,84 -13,94

5.000 861,40 846,15 -15,25 1.071,19 1.054,42 -16,77

5.400 925,08 907,99 -17,09 1.151,49 1.132,69 -18,80

5.900 1.004,68 985,29 -19,39 1.251,86 1.230,53 -21,33

6.400 1.084,28 1.062,59 -21,69 1.352,22 1.328,37 -23,86

Fonte: elaborazioni ISAE.

Come mostra il grafico 8, le nuove opzioni tariffarie non risolvono il problema

dell’iniquità distributiva che penalizza i nuclei con maggior numero di componenti. Il

costo medio del kWh resta fortemente crescente all’aumento del numero di componenti

fino a 7 sia con la vecchia tariffa D2, sia con il regime transitorio, sia ancora con la D2

2008 (da 14,5-15 centesimi di euro a valori compresi tra 18,5 e 19 centesimi). Appare pe-

raltro difficile trovare una giustificazione di tale situazione nell’esigenza di stimolare

comportamenti di risparmio energetico per tutelare l’ambiente, perché un opportuno si-

- 117 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

stema di disincentivi non dovrebbe prescindere dalla diversa valutazione dei bisogni di

famiglie di differente numerosità.

Graf. 8 - COSTO MEDIO DEL kW/h PER NUMERO DI COMPONENTI

REGIMI TARIFFARI A CONFRONTO

20

19

euro 18

di

Centesimi 17

16

15

14 Uno D ue T re Quattro C inque Sei Sette

N um ero di c o m po nenti

T ariffa D 1 T ariffa D 2 T ariffa D 2 trans ito ria T ariffa D 2 2008 T ariffa D base1

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Tanto rumore per nulla? Le conseguenze della riforma sarebbero state abbastanza

diverse se si fosse mantenuta, come obiettivo per il regime definitivo, la tariffa D1. La ta-

bella 3 evidenzia maggiori oneri decisamente più elevati per i primi tre scaglioni (al lor-

do delle imposte tali oneri superano rispettivamente 80 e 90 euro per i primi due e si

avvicinano a 50 euro per il terzo). Allo stesso modo, il vantaggio per i grandi consumato-

ri sarebbe divenuto significativo, arrivando a superare i 260 euro.

Per completare il ventaglio delle ipotesi, ci sia consentito ricordare anche la propo-

sta intermedia del documento dell’Autorità del gennaio scorso (AEEG 2007b), quella de-

nominata D , che prevedeva tariffa unica (quindi superamento della differenziazione

base1

per residenza e potenza impegnata) e costo dei consumi crescente. Gli effetti differenzia-

li – calcolati rispetto alle tariffe vigenti nel primo trimestre 2007 - in questo caso sareb-

bero quelli indicati in tabella 4, con un maggior onere compreso tra 60 e 70 euro annui

per i primi due scaglioni e limitato a 7 euro per il terzo, e vantaggi fino a 165 euro per gli

utenti collocati negli altri scaglioni, soprattutto oltre 4400 euro. Un regime di questo tipo

presenterebbe a nostro avviso alcuni importanti aspetti positivi dal punto di vista distri-

butivo, in quanto consentirebbe, se affiancato da un opportuno sistema di tutela basato su

means-test, di superare i problemi di equità impliciti nell’attuale meccanismo (quello

pre-riforma, così come quello previsto per il periodo transitorio), in particolare l’attribu-

- 118 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

zione di agevolazioni sulla base dei consumi piuttosto che delle condizioni socio-econo-

miche e la discriminazione all’aumento della numerosità familiare.

Tab. 3 IMPATTO DELLA TARIFFA D1 PER LIVELLI DI CONSUMO

TARIFFA D1 RISPETTO ALLA D2 (II° TRIMESTRE 2007)

(spesa annua)

Al netto delle imposte Al lordo delle imposte

Consumo Tariffa D2 Tariffa D1 Variazione Tariffa D2 Tariffa D1 Variazione

annuo in kWh II trim 2007 II° trim 2007 spesa annua II trim 2007 II trim 2007 spesa annua

Euro Euro Euro Euro Euro Euro

900 108,60 184,65 76,05 119,46 203,12 83,66

1.800 210,21 292,92 82,71 231,23 322,21 90,98

2.700 358,78 401,19 42,41 419,10 465,76 46,66

3.000 432,97 437,28 4,31 515,34 520,08 4,75

3.200 482,43 461,34 -21,09 579,50 556,30 -23,19

3.600 580,22 509,46 -70,76 706,58 628,74 -77,84

4.440 772,25 610,51 -161,74 958,78 780,87 -177,91

5.000 861,40 677,88 -183,52 1.071,19 869,32 -201,87

5.400 925,08 726,00 -199,08 1.151,49 932,50 -218,99

5.900 1.004,68 786,15 -218,53 1.251,86 1.011,47 -240,38

6.400 1.084,28 846,30 -237,98 1.352,22 1.090,45 -261,78

Fonte: elaborazioni ISAE.

Tab. 4 IMPATTO DELLA TARIFFA D PER LIVELLI DI CONSUMO

BASE1

TARIFFA D RISPETTO ALLA D2 (I° TRIMESTRE 2007)

BASE1 (spesa annua)

Al netto delle imposte Al lordo delle imposte

Consumo Tariffa D2 primo Tariffa Dbase1 Variazione spesa Tariffa D2 primo Tariffa Dbase1 Variazione spesa

annuo in kWh trim 2007 annua trim 2007 annua

Euro Euro Euro Euro Euro Euro

900 109,05 170,71 61,66 119,96 187,78 67,83

1.800 211,20 267,46 56,26 232,32 294,21 61,89

2.700 360,50 366,68 6,18 420,99 427,80 6,80

3.000 434,99 411,29 -23,70 517,56 491,50 -26,06

3.200 484,65 441,03 -43,62 581,94 533,97 -47,98

3.600 582,85 500,51 -82,33 709,47 618,90 -90,57

4.440 775,71 625,42 -150,29 962,58 797,27 -165,32

5.000 865,87 723,14 -142,73 1.076,11 919,11 -157,00

5.400 930,27 792,94 -137,33 1.157,19 1.006,13 -151,06

5.900 1.010,77 880,19 -130,58 1.258,55 1.114,92 -143,64

6.400 1.091,27 967,44 -123,83 1.359,91 1.223,70 -136,21

Fonte: elaborazioni ISAE.

Infatti, il grafico 8 mostra che il costo del kWh è molto più uniforme al variare della

numerosità familiare con le tariffe D1 e D , rispetto a quelle sopra analizzate. Inoltre,

base1

quella che risulta più equa, in quanto il costo medio oscilla moderatamente

è la D base1

intorno a 17 centesimi di euro e la penalizzazione per i single, legata evidentemente alla

presenza di costi fissi (indipendenti dai consumi), è più limitata.

- 119 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Con l’aiuto di alcuni grafici, proviamo ad approfondire ancora gli effetti distributivi

delle nuove tariffe.

Il grafico 9 mostra sinteticamente l’impatto dei diversi regimi per classi di consumo,

di cui si è già detto con riferimento alla spesa per scaglioni. Naturalmente, guardando ai

valori medi riscontrati nel campione di riferimento, si conferma che il sistema transitorio

non apporta alcuna significativa variazione rispetto al passato, e che anche il regime de-

finitivo ipotizzato di recente (la tariffa D2 2008) non implica che cambiamenti limitati,

concentrati essenzialmente nei primi due scaglioni. Quanto alle altre due proposte, inve-

ce, l’incremento percentuale della bolletta potrebbe toccare l’80% (quasi il 70% con la

versione “ammorbidita” D ) nel primo scaglione e il 50% circa nel secondo (poco

base1

meno del 40% con la D ), mentre per i maggiori consumatori si verificherebbe una ri-

base1

duzione degli oneri contenuta sempre entro il 20 per cento.

Graf. 9 - IMPATTO DISTRIBUTIVO DEI DIVERSI REGIMI TARIFFARI PER CLASSI DI CONSUMO ANNUALE

(variazione percentuale della spesa annua rispetto alla tariffa vigente)

100

80

60

40

20

0

-20

-40 Fino a 900 Da 900 a 1800 Da 1800 a 2640 Da 2640 a 3540 Da 3540 a 4440 Oltre 4400

Tariffa D1 Tariffa Dbase1 Tariffa D2 2008 Tariffa D2 transito ria

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Ineressante è anche la distribuzione degli effetti per classi di reddito (Graf. 10). Ol-

tre all’appiattimento del regime transitorio sulla vecchia D2, emergono limitati effetti di

aggravio del probabile regime definitivo (D2 2008) sulle fasce a reddito basso (meno del

5% di spesa in più), ma anche sui percettori di redditi più elevati. Il consistente impatto

sulle fasce di reddito medio-basse spiega invece probabil-

del regime D1 e del D

base1

mente le preoccupazioni delle parti sociali, recepite dall’Autorità: con la D1 la maggiore

- 120 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

Graf. 10 - IMPATTO DISTRIBUTIVO DEI DIVERSI REGIMI TARIFFARI PER CLASSI DI

REDDITO FAMILIARE MENSILE

(variazione percentuale della spesa annua rispetto alla tariffa vigente)

30

25

20

15

10

5

0

-5

-10 fino a da 300 da 500 da 750 1000 a da 1250 da 1500 da 2000 da 2500 da 3000 da 3500 da 4000 da 5000 o ltre

300 a 500 a 750 a 1000 1250 a 1500 a 2000 a 2500 a 3000 a 3500 a 4000 a 5000 a 6000 6000

Tariffa D1 Tariffa D base1 Tariffa D 2 2008 Tariffa D2 transito ria

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Graf. 11 - IMPATTO DISTRIBUTIVO DEI DIVERSI REGIMI TARIFFARI PER CONDIZIONE

PROFESSIONALE DEL CAPOFAMIGLIA

(variazione percentuale della spesa annua rispetto alla tariffa vigente)

25

20

15

10

5

0

-5 Operaio Impiegato Dirigente Autonomo Professionista Imprenditore Pensionato Disoccupato Altra condizione

Tariffa D1 Tariffa Dbase1 Tariffa D2 2008 Tariffa D2 transitoria

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT. - 121 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

spesa supera il 25% per le famiglie più deboli dal punto di vista economico (15% con la

D ), e resta superiore al 10% fino alla fascia di reddito tra 1500 e 2000 euro al mese

base1

(tra 750 e 1000 con la D . Come mostra il grafico 11, i maggiori aumenti sarebbero

base1)

sopportati dai nuclei con capofamiglia in altra condizione professionale o pensionato

(circa il 20%, in media, con la D1, più del 10% con la D ), seguiti da disoccupati,

base1

operai e impiegati (tra il 10 e il 15% con la D1, intorno al 5% con la D ).

base1

Colpisce anche l’impatto per numerosità familiare, come emerge dal grafico 12: per

),

i single la tariffa D1 implicherebbe in media un 30% di aumento (il 20% circa la D

base1

e per le coppie più del 15% (poco meno del 10%), ma le famiglie numerose otterrebbero

un vantaggio, soprattutto con la D .

base1

Graf. 12 - IMPATTO DISTRIBUTIVO DEI DIVERSI REGIMI TARIFFARI PER NUMERO DEI

COMPONENTI DEL NUCLEO FAMILIARE

(variazione percentuale della spesa annua rispetto alla tariffa vigente)

35

30

25

20

15

10

5

0

-5

-10

-15 Uno Due Tre Quattro Cinque Sei Sette Otto

Tariffa D1 Tariffa Dbase1 Tariffa D2 2008 Tariffa D2 transitoria

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

In ultima analisi, l’apertura del mercato elettrico domestico è stata realizzata sin qui

senza effetti distributivi di rilievo, grazie allo spostamento del sussidio incrociato dalla

parte liberalizzata a quella amministrata della tariffa. Modificare incisivamente la

struttura del regime tariffario avrebbe provocato al contrario conseguenze rilevanti, che

forse si è ritenuto opportuno non far emergere in coincidenza con la liberalizzazione. Il

grafico 13 e la tabella 5 offrono sinteticamente qualche elemento riguardo alla severità di

impatto delle diverse opzioni, utile a formarsi un’idea dell’entità di tali conseguenze.

- 122 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

Graf. 13 - DISTRIBUZIONE DELLA VARIAZIONE DELLA SPESA RISPETTO ALLA TARIFFA VIGENTE

100

80

spesa Il 40% delle utenze subisce

60

della un incremento della spesa

superio re al 20% passando

percentuale alla tariffa D1

40

20

Variazione 0

-20

-40 0 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100

P ercentili delle utenze

Tariffa D1 Tariffa Dbase1 Tariffa D2 transito ria Tariffa D2 2008

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Il primo mostra che quasi il 70% delle famiglie con la tariffa D1 subirebbe un aggra-

vio, poco meno del 60% con la D . Con queste due tariffe, inoltre, incrementi di spe-

base1

sa molto pesanti coinvolgerebbero una fascia molto estesa dell’utenza: il 40% dei nuclei

sarebbe colpito da un aumento di spesa superiore al 20% nel caso della D1, il 25% circa

. I nuclei con aumenti tariffari superiori al 20%, come mostra la tabella 5,

con la D base1

sarebbero concentrati negli scaglioni di consumo fino a 2640 kWh. Essi rappresentereb-

bero, nel caso della D1, il 50-60% circa delle famiglie appartenenti a classi di reddito

fino a 1000 euro mensili (il 30-45% con la D ), il 50% circa dei soggetti in altra con-

base1

dizione professionale e dei pensionati (30%), quote vicine al 35% dei disoccupati, degli

operai e degli impiegati (20%), il 66% delle famiglie monocomponenti (45%) e il 44%

delle coppie (24%). - 123 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Tab. 5 QUOTA DELLE UTENZE CON AGGRAVI DI SPESA SUPERIORI AL 20% PER

CARATTERISTICHE DELL'UTENZA

IMPATTO CONNESSO ALLA VARIAZIONE DELLA SPESA RISPETTO ALLA TARIFFA D2 (*)

Tariffa Tariffa D2 Tariffa D2 Tariffa Tariffa D2 Tariffa D2

Tariffa D1 Tariffa D1

Dbase1 2008 transitoria Dbase1 2008 transitoria

Totale 39 23 2 0 Totale 39 23 2 0

Classi di consumo (kWh) Condizione professionale del capofamiglia

Fino a 900 100 100 50 0 Operaio 35 19 1 0

Da 900 a 1800 100 100 0 0 Impiegato 34 19 1 0

Da 1800 a 2640 67 16 0 0 Dirigente 23 10 2 0

Da 2640 a 3540 0 0 0 0 Autonomo 27 13 1 0

Da 3540 a 4440 0 0 0 0 Professionista 29 16 1 0

Oltre 4400 0 0 0 0 Imprenditore 20 10 2 0

Pensionato 47 29 2 0

Classi di reddito medio familiare (euro) Disoccupato 37 22 2 0

fino a 300 60 45 4 0 Altra condizione 50 30 2 0

da 300 a 500 61 42 3 0

da 500 a 750 58 38 3 0 Numero di componenti

da 750 a 1000 48 30 2 0 Uno 66 45 3 0

1000 a 1250 43 23 1 0 Due 44 24 1 0

da 1250 a 1500 37 20 1 0 Tre 28 12 1 0

da 1500 a 2000 32 17 1 0 Quattro 18 7 1 0

da 2000 a 2500 28 14 1 0 Cinque 12 5 2 0

da 2500 a 3000 24 11 1 0 Sei 11 6 1 0

da 3000 a 3500 23 11 1 0 Sette 9 2 2 0

da 3500 a 4000 18 10 1 0 Otto 15 9 8 0

da 4000 a 5000 16 8 1 0

da 5000 a 6000 10 4 3 0

oltre 6000 20 11 3 0

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

(*) La tariffa Dbase1 è confrontata con la tariffa D2 vigente nel primo trimestre 2007, le altre con quella vigente nel secondo trimestre.

- 124 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

LA TUTELA DELLE FASCE DEBOLI

Passiamo ora alla questione della tutela delle fasce deboli. Si è detto precedente-

mente che la nuova tariffa sociale era stata immaginata per colmare una lacuna dell’at-

tuale sistema tariffario, che non prevede uno specifico strumento di sostegno rivolto ai

soggetti in condizioni di disagio socio-economico, reindirizzando su di essi le agevola-

zioni precedentemente concesse a tutti coloro che, indipendentemente dalla situazione

economica, consumano poco. Tuttavia, l’occasione doveva essere colta anche per limita-

re l’impatto distributivo della transizione al nuovo sistema tariffario, escludendo le fami-

glie a reddito medio basso dagli incrementi di spesa dovuti alla riduzione della

progressività delle tariffe, e riducendo così le resistenze al cambiamento.

Vediamo di seguito quali sarebbero gli effetti dell’ipotesi intorno a cui il governo

starebbe ragionando, secondo le anticipazioni di stampa, cioè quella di attribuire lo scon-

to a chi abbia un ISEE minore o uguale a 7500 euro. Non conoscendo i dettagli della pro-

posta per quanto riguarda la misura dello sgravio, ipotizziamo che venga adottata la più

recente ipotesi avanzata dall’Autorità (AEEG, 2007b) che prevede uno sconto pari alla

bolletta relativa ad un consumo di 480, 600 e 840 kWh/anno per i nuclei composti, ri-

spettivamente, da 1, da 2- 4 e da più di 4 componenti.

Un’agevolazione siffatta riguarderebbe una platea molto ampia di utenti, che stimia-

mo in circa il 25% del totale. Questa scelta tenderebbe a privilegiare il raggiungimento

del secondo degli obiettivi sopra enunciati: la compensazione (estesa anche alle fasce di

reddito medio-basse) delle perdite dovuta alla riforma delle tariffe per la generalità

dell’utenza. Ma tale riforma non è stata ancora attuata, e non è noto se alla fine risulterà

veramente innovativa; se la scelta definitiva dovesse cadere sulle tariffe ad oggi proposte

dall’autorità per il 2008 (D2T o D2 2008), che non modificano sostanzialmente la pro-

gressività del sistema e non generano perdite sensibili per i cittadini, l’esigenza di com-

pensazione cadrebbe e l’agevolazione per condizione economica si andrebbe a

sovrapporre alla tariffa ridotta sui bassi consumi.

Evidentemente, solo in coincidenza con una revisione più decisa del regime tariffa-

rio, comunque auspicabile perché consentirebbe di affrontare il problema della variazio-

ne dei costi medi per numerosità familiare, apparirebbe coerente introdurre il

meccanismo compensativo.

Quanto all’altro obiettivo, quello della tutela delle fasce in condizioni di disagio so-

cio-economico, la soluzione offerta dal decreto - sempre che i suoi contenuti siano quelli

riportati dalla stampa - appare insufficiente. Il sostegno delle fasce povere avrebbe ri-

chiesto un intervento incisivo e molto selettivo, contrariamente alla compensazione, che

invece come si è visto implica un’agevolazione diffusa.

- 125 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

Una soglia unica ISEE molto elevata può essere stata prescelta per motivi di sempli-

cità dell’intervento, ma non risolve i problemi in modo efficace.

Valutiamo pertanto anche un’ipotesi alternativa, che, a parità di costo e di platea

complessiva di agevolati, è caratterizzata da due fasce di sgravio, la prima volta a tutela-

re più efficacemente i più poveri, la seconda a ridurre l’impatto distributivo di un’even-

tuale variazione dei meccanismi tariffari.

Abbiamo svolto un esercizio di simulazione in cui il 25% dei benficiari totali è sud-

diviso in una prima fascia, che riguarda il 10%, e una seconda fascia, che comprende il

26 . Al gruppo dei meno favoriti dal punto di vista economico (prima

15% delle famiglie

fascia) si potrebbe fornire un’agevolazione pari al costo della metà circa del consumo

medio stimato dei nuclei che dispongono degli elettrodomestici generalmente ritenuti

27

necessari a garantire i consumi di base (frigorifero, lavabiancheria e televisore ); alla

seconda fascia si potrebbe offrire un contributo ridotto, pari ad esempio alla sola quota

fissa per punto di prelievo. La simulazione è stata condotta utilizzando gli importi delle

agevolazioni riportati in tabella 6.

Tab. 6 IPOTESI DI TARIFFA SOCIALE A DUE FASCE - STRUTTURA DELLE AGEVOLAZIONI

Prima fascia Seconda fascia

Numero componenti Consumo agevolato Agevolazione Agevolazione

kW/h Euro Euro

1 1000 200 41,59

2 1200 223 41,59

3 1400 247 41,59

4 1600 271 41,59

5 1700 282 41,59

6 1800 309 41,59

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Le stime di impatto che presentiamo sono elaborate nell’ipotesi che entrino in vigo-

re contemporaneamente il provvedimento a tutela delle fasce deboli e la tariffa D ,

base1

quella che modifica significativamente le caratteristiche del regime tariffario, ma più

26 Volendo operare la selezione attraverso l’ISEE, non si ritiene di ridurre ulteriormente la platea dei beneficiari, perché lo

strumento risulta di difficile utilizzo per individuare le famiglie in condizione di povertà estrema. Se tuttavia si

immaginasse in futuro di organizzare interventi più mirati contro la povertà assoluta, del tipo RMI (reddito minimo di

inserimento), e si individuassero i soggetti da aiutare sfruttando anche la conoscenza del territorio a livello locale e da

parte dei servizi di assistenza, nonché controlli fisici sul luogo di abitazione, l’erogazione gratuita o semigratuita di servizi

reali potrebbe divenire un tassello di tali politiche, e la percentuale di famiglie indigenti potrebbe essere ridimensionata.

27 Queste famiglie non dispongono di altri elettrodomestici, tranne eventualmente lo scaldabagno elettrico. In realtà

quest’ultimo è sicuramente uno strumento necessario a soddisfare le necessità di base di una famiglia, ma non sempre è

alimentato con elettricità. La questione richiede pertanto un approfondimento, che rinviamo ad altra sede.

- 126 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

moderatamente della D1. Sono dunque esaminati gli effetti congiunti. Sottolineiamo an-

cora che, laddove il regime tariffario definitivo fosse invece identico a quello transitorio,

o molto simile (come è nel caso della tariffa D2 2008), le esigenze di compensazione de-

gli incrementi di bolletta sarebbero praticamente assenti; la natura dell’intervento sul

versante delle agevolazioni sociali si configurerebbe pertanto come puramente redistri-

butiva in senso verticale, a sostegno del potere di acquisto delle famiglie meno abbienti.

In media, sulla base della distribuzione dei consumi da noi stimata, gli utenti non

raggiunti dall’agevolazione subirebbero un incremento dell’onere del 7%, mentre il gua-

dagno medio assicurato ai più poveri (prima fascia) sarebbe pari al 60% della vecchia

bolletta, e in media gli utenti appartenenti alla seconda fascia otterrebbero un risparmio

di circa il 2%. L’agevolazione media sui più poveri sarebbe circa doppia rispetto a quan-

to garantito dall’ipotesi di tariffa sociale ad una fascia prospettata nel decreto (30%).

Lo sconto concesso agli utenti in seconda fascia, anche se non scongiura aggravi

della bolletta, riduce sensibilmente la severità dell’impatto della revisione tariffaria per i

redditi medi e bassi. Il grafico 14 è costruito come il 13, e mostra la variazione della spe-

sa a seguito delle ipotesi adottate. La linea che rappresenta gli effetti dell’introduzione

della D (ante agevolazione) ci è già nota, perché compariva appunto nel precedente

base1

grafico. Quella quasi sovrapponibile alla precedente riguarda i soggetti con ISEE supe-

riore a 7500 euro, che non ottengono alcuna agevolazione. La linea collocata più in basso

riguarda la prima fascia, e mostra come sia raggiunto l’obiettivo di aiutare significativa-

mente i più sfavoriti: tutti godono di una riduzione dell’onere della bolletta, in una misu-

Graf. 14 - DISTRIBUZIONE DELLA VARIAZIONE DELLA SPESA PER EFFETTO DELLA CONTESTUALE

INTRODUZIONE DELLA TARIFFA D E DELLE TARIFFE SOCIALI IN DUE FASCE

BASE1

80

60

40

20

0

-20

-40

-60

-80

-100

-120 0 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100

P erc en t ili delle ut e nze

A n t e age v o lazio ne N o n a gev o la t i P rim a f as c ia S ec o nda f a s c ia

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT. - 127 -

Rapporto ISAE: Politiche pubbliche e redistribuzione - novembre 2007

ra che varia dal 40% al 100% circa. Tra gli utenti della seconda fascia, più della metà

ottiene un vantaggio netto, ma resta una quota superiore al 40% che continua a subire un

aumento di costo. Tuttavia, l’agevolazione interviene incisivamente anche su questi sog-

getti, riducendo l’impatto della nuova tariffa in misura consistente: solo il 5% è toccato

da un aumento superiore al 20%, e l’incremento massimo è inferiore al 30%.

Ci si può chiedere comunque quali siano gli utenti che, pur presentando ISEE non

superiore a 7500 euro, subiscono un aggravio. Si veda allora il grafico 15, che mostra

l’impatto distributivo medio per classi di consumo. Come sapevamo, il nuovo regime ta-

riffario ridistribuisce a favore delle utenze con consumi più alti. La prima fascia ottiene

però sgravi più elevati per le classi di consumo più basse, tali da più che controbilanciare

l’andamento della tariffa.

Graf. 15 - IMPATTO DISTRIBUTIVO DELL'INTRODUZIONE DELLA TARIFFA D E DELLA

BASE1

TARIFFA SOCIALE IN DUE FASCE - ANALISI PER CLASSI DI CONSUMO

10 0

vigente 80

tariffa 60

alla 40

rispetto 20

annua 0

tariffa -2 0

della -4 0

% -6 0

Variazione -8 0

-10 0 F in o a 9 0 0 D a 9 0 0 a 18 0 0 D a 18 0 0 a 2 6 4 0 D a 2640 a 3540 D a 3540 a 4440 O lt re 4 4 0 0

C la s s i d i c o n s u m o

P rim a f a s c ia S e c o n d a f a s c ia N o n a g e v o la t i

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Inoltre, per i più poveri, la precisa commisurazione dell’agevolazione con i consumi

per numerosità familiare consente di conseguire un risparmio omogeneo per le famiglie

di diversa dimensione (Graf. 16), nonostante tale risparmio sia generalmente correlato

negativamente con i consumi.

La seconda fascia gode di uno sconto troppo limitato per compensare l’elevato in-

cremento delle tariffe a bassi livelli di consumo. Rispetto al numero di componenti, lo

sconto riconosciuto alla seconda fascia, in cifra fissa, non riesce a portare in vantaggio i

single, ma riduce il maggiore onere ad appena il 5 per cento.

- 128 -

Il processo di riforma delle tariffe elettriche per le famiglie: effetti distributivi

Graf. 16 - IMPATTO DISTRIBUTIVO DELL'INTRODUZIONE DELLA TARIFFA Dbase1 E DELLA

TARIFFA SOCIALE IN DUE FASCE - ANALISI PER NUMERO DI COMPONENTI

100

tariffa 80

alla 60

rispetto 40

annua 20

vigente 0

tariffa -20

della -40

% -60

Variazione -80

-100 1

co mpo nente 2 co mpo nenti 3 e 4 co mpo nenti o ltre 4 co mpo nenti

Numero di co mpo nenti

P rima fascia Seco nda fascia No n agevo lati

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Naturalmente, l’ipotesi avanzata potrebbe essere modificata, in modo da rendere

meno variabile il guadagno/perdita nella seconda fascia. Resterebbe tuttavia un vantag-

gio inferiore a quello dell’altra proposta. D’altronde, riteniamo che sia importante assi-

curare ai più poveri un maggiore beneficio, a prescindere dalla riforma delle tariffe,

mentre per gli altri l’obiettivo dovrebbe essere quello di limitare l’impatto di una riforma

i cui effetti sono ritenuti comunque condivisibili.

- 129 -


PAGINE

231

PESO

1.03 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Scienza delle finanze della Prof.ssa Gaetana Trupiano. Trattasi del rapporto "Politiche pubbliche e redistribuzione" del novembre 2007 dell'ISAE, Istituto di Studio e Analisi Economica, dedicato all’analisi strutturale di tematiche relative alla distribuzione del reddito e all’intervento pubblico in campo sociale e all’illustrazione degli effetti redistributivi delle manovre di finanza pubblica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche per il governo e l'amministrazione
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trupiano Gaetana.

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