Che materia stai cercando?

Rapporto Isae 2005 Appunti scolastici Premium

Dispensa al corso di Scienza delle finanze della Prof.ssa Gaetana Trupiano. Trattasi del rapporto "Politiche pubbliche e redistribuzione" dell'ottobre 2005 dell'ISAE, Istituto di Studio e Analisi Economica, dedicato all’analisi strutturale di tematiche relative alla distribuzione del reddito e all’intervento pubblico in campo sociale e... Vedi di più

Esame di Scienza delle finanze docente Prof. G. Trupiano

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

pravviventi, mentre la seconda non soffre di tale limite, ma richiede una disponibilità di

dati molto più dettagliati.

Il problema è che simili dati (anche solo di fonte campionaria) non sono sempre di-

sponibili, malgrado le analisi econometriche (si veda Seshamani e Gray, 2004a) mostri-

no, come si è visto, che l’impatto della distanza dal decesso è significativo per un elevato

numero di anni. Tenere conto dei costi da decesso solo per un unico anno può quindi

comportare una sottostima dell’impatto previsto della componente dei death costs sulla

spesa sanitaria.

Tab. 3 STUDI DI PREVISIONE DELLA SPESA SANITARIA CHE INCLUDONO GLI

EFFETTI DEL COSTO DEL DECESSO

Anno di Paese

Autori Principali risultati

pubblicazione studiato La spesa sanitaria pro capite aumenta nel periodo 2005-2050 da 2.596 euro a

Breyer, Felder 2004 Germania 3.217 euro con le proiezioni standard, a 2.959 con una proiezione che include i

costi del decesso.

Proiezione sulle quantità. Il numero di giorni di ospedalizzazione passa da 172

Schulz, Leidl e Konig 2004 Germania milioni nel 1998 a 231 milioni con una proiezione standard, e a 212 milioni con

una proiezione che include i costi del decesso, nel 2050.

USA I risultati della proiezione standard sono più alti del 14% rispetto a quelli che

Miller 2001 (Medicare) includono i costi del decesso.

USA I risultati della proiezione standard sono più alti del 15% rispetto a quelli che

Stearns, Norton 2004 (Medicare) includono i costi del decesso.

Nel periodo 2005-2020 la spesa sanitaria aumenta del 18,5% con una proie-

et al. 2002 Danimarca

Serup-Hansen zione standard, e del 15,1% con una proiezione che include i costi del decesso.

La spesa ospedaliera, pari al 2,9% del Pil nel 2000, nel 2050 tocca il 3,79% nello

et al. 2002 Austria scenario base e il 3,60% o il 3,44% (secondo le ipotesi adottate) includendo i

Riedel costi del decesso.

Se si includono i costi del decesso, le proiezioni di spesa risultano più basse di

Madsen 2004 Danimarca 0,75 punti percentuali rispetto a quelle standard.

Se si incorporano i costi del decesso, le previsioni sul tasso di crescita annuo

Seshamani 2004 Regno Unito della spesa ospedaliera nazionale si dimezzano (dallo 0,85% allo 0,42%).

Con una proiezione standard, il tasso di crescita annuo della spesa sanitaria è

pari allo 0,6% nel periodo 2002-2010 e allo 0,7% nel 2010-2020; esso cala

Polder, Achterberg 2004 Paesi Bassi rispettivamente di 0,02 e di 0,04 punti percentuali se si tiene conto dell’effetto dei

costi del decesso.

Sovrastima molto significativa con lo scenario base rispetto a quello che include

EPC 2001 Paesi Bassi i costi del decesso (nel 2050 l’aumento risulta più basso di 0,4 punti percentuali,

cioè dal 4,7% nel 2000 al 5,2% o al 5,6% nel 2050).

Sovrastima significativa con lo scenario base rispetto a quello che include i costi

EPC 2001 Svezia del decesso (nel 2050 l’aumento risulta più basso di 0,3 punti percentuali, cioè

dal 6,0% nel 2000 al 6,7% o al 7,0% nel 2050).

Sovrastima significativa con lo scenario base rispetto a quello che include i costi

EPC 2001 Italia del decesso (nel 2050 l’aumento risulta più basso di 0,3 punti percentuali, cioè

dal 4,9% nel 2000 al 6,2% o al 6,5% nel 2050).

Fonte: autori citati.

N.B.: Queste proiezioni analizzano solo i costi sanitari, non quelli della long-term care.

I diversi metodi di proiezione utilizzati e le fonti di dati disponibili possono spiegare

i molteplici risultati ricavati negli studi presentati nella tabella 3; va tuttavia rilevato che

tutte le analisi dimostrano che l’esclusione dei costi da decesso comporta una sovrastima

della spesa per la salute. - 39 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Un risparmio di spesa di entità limitata (rispetto al caso in cui non si considerino i

death costs) è rilevato per la Danimarca, da Serup-Hansen et al. (2001), per i Paesi Bassi,

da Polder e Achterberg (2004), e per gli USA, da Miller (2001) e Stearns e Norton

(2004).

Va tuttavia osservato che un risparmio di spesa limitato nelle proiezioni che includo-

no l’effetto dei costi da decesso non implica che tali costi abbiamo un impatto di scarsa

entità. Esso può essere infatti spiegato da un incremento consistente della proporzione

dei sopravviventi nelle classi d’età anziane. Nonostante, a livello individuale, la prossi-

mità al decesso sia il principale fattore di influenza della spesa sanitaria (come dimostra-

to dall’analisi econometrica), nell’aggregato l’invecchiamento può causare un

incremento di spesa. Dato che la proporzione dei sopravviventi nella popolazione è di

gran lunga maggiore di quella dei deceduti e cresce con l’aumento dell’aspettativa di vita

nelle classi d’età anziane, se i costi dei sopravviventi aumentano con l’età si può infatti

generare un incremento della spesa aggregata, contrastato solo in parte dall’inclusione

dei costi da decesso nelle proiezioni.

Nondimeno, altri lavori descritti nella tabella 3 mostrano che la considerazione di

tale componente di costo ha un effetto relativamente molto significativo sulle proiezioni

di spesa (si vedano anche Riedel et al., 2002, Madsen, 2004, Seshamani, 2004, ed EPC,

2001). Per quanto riguarda le previsioni presentate in EPC (2001), sono state utilizzate

varie metodologie. Mentre le proiezioni per Italia e Paesi Bassi sono basate su una distin-

zione dei costi fra gli individui sopravviventi o deceduti in un determinato periodo (un

anno), quelle relative alla Svezia tengono conto di una più dettagliata divisione della po-

polazione in base al numero di anni di vita residua.

In ogni caso, va ribadito come anche gli studi di proiezione confermino che la sola

età non è una variabile sufficiente per prevedere gli effetti dell’invecchiamento sulla spe-

sa sanitaria. In tutti i lavori considerati, infatti, le proiezioni che includono i costi da de-

cesso sono caratterizzate da minori incrementi di spesa rispetto a quelle standard, anche

se l’inclusione dei death costs non è sufficiente a contrastare del tutto l’impatto sulla spe-

sa dell’invecchiamento. - 40 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

METODOLOGIA E DATI DELLA STIMA PER L’ITALIA

La decentralizzazione del Servizio Sanitario Nazionale italiano, con la possibilità

per le regioni di sviluppare un proprio differente modello, ha incrementato le storiche

differenze fra i sistemi sanitari regionali, ed ha generato una divisione nell’insieme infor-

mativo che non è semplice superare.

Ai fini del presente studio è stato creato un network di istituti di ricerca (ISAE e Ma-

rio Negri Sud) e regioni (ARS - Agenzia Regionale di Sanità Toscana, Regione Lombar-

dia) al fine di condividere le informazioni disponibili e valutare la comparabilità dei dati.

E’ stato così possibile ottenere informazioni su quattro regioni, una del Nord (Lombar-

6

. In tal modo si può ve-

dia), una del Centro (Toscana) e due del Sud (Puglia e Abruzzo)

rificare se le differenze regionali fra le varie macroaree dell’Italia (in termini di

divergenze nel benessere e nell’offerta di servizi sanitari) influenzino i risultati ottenuti.

Metodologia

L’analisi riportata nel presente studio ha seguito un modello a 2 stadi.

Nel primo sono state riunite le banche dati delle informazioni sui consumi sanitari a

livello individuale. Nel secondo tali banche dati, contenenti le caratteristiche demografi-

7

che dei pazienti, sono state usate per calcolare le spese sanitarie per età e sesso e le spe-

se nel periodo precedente la morte (gli ultimi 12 mesi di vita) per età e sesso. A tal fine il

database amministrativo sui consumi sanitari è stato collegato a quello sulle cause di

morte, tramite una procedura di abbinamento dei record basata sul codice fiscale per

identificare gli individui. In alcuni casi (Abruzzo e Puglia) è stata utilizzata una procedu-

ra di linkage statistico per gruppi (clustering) che oltre al codice fiscale ha fatto uso di al-

8 .

tre variabili (nome, cognome, data di nascita e sesso)

Al fine di calcolare le spese sanitarie nell’ultimo anno di vita gli individui sono stati

divisi in “casi” (i deceduti) e “controlli” (i sopravviventi), e alcuni servizi sono stati

esclusi dall’analisi. Riguardo ai costi delle cure ospedaliere, si è pertanto seguito lo sche-

ma seguente:

“Casi”: soggetti deceduti nell’anno 2000, ovvero:

• deceduti nel 2000 e ricoverati in ospedale nel 2000;

• deceduti nel 2000 e ricoverati in ospedale nel 1999 entro 12 mesi dal decesso;

6 Si noti che la popolazione delle quattro regioni è di poco inferiore al 35% del totale nazionale.

7 L’età è stata calcolata come differenza negli anni fra la nascita e il primo ricovero ospedaliero. Non c’è pertanto piena

coerenza con l’età degli individui mai ricoverati in ospedale, che è stata calcolata alla morte o al termine dell’anno.

8 La procedura di linkage per cluster è stata elaborata da Antonio D’Ettorre, Mario Negri Sud.

- 41 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

• deceduti nel 2000 e mai ricoverati in ospedale negli ultimi 12 mesi di vita;

“Controlli”: soggetti vivi al 1/1/2001 e sopravvissuti per almeno 12 mesi dopo il ricovero

in ospedale. Tali soggetti includono quelli:

• ricoverati nel 2000 e nel 1999 (solo i ricoveri nel 2000 sono inclusi);

• ricoverati fra il 1999 e il 2000 o fra il 2000 e il 2001 (sono considerati solo i giorni

di ricovero del 2000);

• deceduti nel 2001 e ricoverati nel 2000 unicamente per i giorni di ricovero precedenti i

12 mesi prima del decesso;

• mai ricoverati e vivi il 1/1/2001.

I ricoveri ospedalieri degli individui deceduti nel 2001 sono stati esclusi. Ciò com-

porta l’esclusione dei soggetti ricoverati nel 2000 entro 12 mesi prima della morte e de-

ceduti nel 2001.

Il numero totale di sopravviventi è stato calcolato come media dei sopravvissuti nel

2000 (residenti al 1/1/2000 più residenti al 1/1/2001 moltiplicato per 0,5) meno la metà

del numero dei deceduti nel 2000 meno la metà del numero dei deceduti nel 2001.

Banche dati

In Italia le banche dati amministrative dei consumi sanitari individuali sono disponi-

bili per quanto riguarda le cure ospedaliere e (soltanto in alcune regioni) le cure speciali-

stiche extraospedaliere, i servizi di riabilitazione ambulatoriali o a domicilio, le case di

cura e la spesa farmaceutica. Questi database forniscono informazioni sulle caratteristi-

che dei pazienti, i tipi di servizi sanitari erogati (le procedure e le terapie a carico dei ser-

vizi sanitari regionali) e le loro tariffe.

Data la diversa disponibilità di dati e la loro differente qualità, è stato possibile lavo-

rare con le informazioni relative ad alcune regioni per le cure ospedaliere e avviare

un’analisi del tutto preliminare sulle cure farmaceutiche e specialistiche in Toscana. Va a

tale proposito ricordato che, nelle regioni considerate, le cure ospedaliere assorbono fra

il 43% e il 49% del bilancio sanitario.

I dati sulle cure ospedaliere sono stati ricavati dal database regionale sulle cause di

dismissione negli anni 1999, 2000 e 2001. I bambini con meno di un anno di età sono

stati esclusi dall’analisi. Si tiene conto della cosiddetta “mobilità passiva” nelle quattro

regioni considerate: in altri termini, sono stati considerati tutti i ricoveri dei residenti, sia

nella loro regione di residenza che in altre. Non si è invece tenuto conto della “mobilità

attiva”, ovvero dei ricoveri dei non residenti nella regione in esame.

I tariffari ospedalieri sono decisi a livello nazionale, ma a ogni regione è consentito

modificarli a seconda degli incentivi che si vogliono offrire ai fornitori per favorire il

raggiungimento degli obiettivi sanitari regionali. La maggior parte delle regioni italiane

- 42 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

ha attualmente un proprio tariffario. Per rendere i dati comparabili è stato utilizzato il ta-

riffario nazionale definito dal Ministero della Salute (Decreto Ministeriale del 30 giugno

1997); fatta eccezione per la Lombardia, per la quale si è fatto uso del tariffario regionale

(le tariffe lombarde sono in media del 10% circa più elevate di quelle nazionali).

Le tariffe sono solamente una proxy dei costi e della spesa sanitaria, ma sono le uni-

che informazioni disponibili che possono essere usate a livello di singolo paziente. Le ta-

riffe giornaliere, utili per definire i costi mensili, sono state calcolate dividendo i costi

del ricovero per il numero di giorni trascorsi in ospedale, nonostante nella realtà i costi

varino nelle diverse fasi del ricovero.

I dati sulla mortalità sono stati ricavati dalle schede regionali sulle cause di morte

per la Toscana, dall’anagrafe degli assistiti per la Lombardia e dalla banca dati nazionale

ISTAT per le altre regioni (Mortalità per causa nelle regioni; anni 2000, 2001 e 2002). I

dati demografici, forniti dall’ISTAT, includono tutti i residenti nelle regioni. Si è fatto

uso dei dati sulla mortalità per gli anni 2000 e 2001 e delle schede di dismissione ospeda-

liera relative agli anni 1999, 2000 e 2001.

Risultati

Mediante il metodo descritto in precedenza, abbiamo distinto la spesa ospedaliera

fra deceduti e sopravviventi (si noti che la percentuale di successo della procedura di col-

legamento è stata dell’ordine del 95%).

La spesa media per sopravvivente è stata calcolata in 406 euro in Lombardia, 419 in

Toscana, 568 in Abruzzo e 460 in Puglia. Il grafico 1 mostra il profilo di spesa pro capite

per età dei sopravviventi nelle quattro regioni. Le curve, quasi sovrapposte nelle età più

giovani, divergono successivamente, soprattutto al limite destro del grafico.

Come previsto dalla letteratura, le curve hanno una forma a “J”. La spesa per le

donne è minore di quella per gli uomini ad ogni età, con l’eccezione (come atteso) del

picco che si registra nella fascia 30-34, come conseguenza degli anni di maggior fertilità.

Inoltre, in tre delle quattro regioni, nelle classi d’età più anziane la crescita della

spesa pro capite si interrompe. In Lombardia essa si riduce dopo gli 80 anni per gli uomi-

ni e gli 85 per le donne; in Abruzzo e Puglia, rispettivamente, diminuisce gradualmente e

si stabilizza dai 90 anni in poi. Solo in Toscana la spesa continua a crescere, anche se con

tassi più limitati, anche dopo i 90 anni. Va tuttavia rilevato come la Toscana presenti in

genere la minor spesa pro capite, ma non per la popolazione ultra-ottantenne, il cui costo

pro capite minore si registra in Lombardia. Questo è probabilmente dovuto all’ampia di-

sponibilità in tale regione di RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali), istituzioni che for-

niscono un mix di servizi sociali e sanitari, e spesso sostituiscono gli ospedali nell’offerta

di cure agli anziani. In altri termini, la domanda per i servizi ospedalieri (così come di al-

tri servizi) da parte dei più anziani è ridotta dalla presenza di numerose RSA.

- 43 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Graf. 1 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE PER ETA’ E

GENERE DEI SOPRAVVIVENTI

Uom ini

2.200

2.000

1.800

1.600

capite 1.400

1.200

pro 1.000

Spesa 800

600

400

200

0 +

4 9 9 4 4

4 9 4 9

9 4 9 4 9

9 4

9

4 90

-1 -1 -2 -3 -4

-2 -4 -5 -5

-3 -6 -7 -8 -8

-6 -7

1- 5- 10 15 20 25 30 40

35 45 50 55 60 65 70 75 80 85

Età

Pu g lia Ab ru zzo To s ca n a L o m b a rd ia

Donne

2.200

2.000

1.800

1.600

€ 1.400

capite 1.200

pro 1.000

Spesa 800

600

400

200

0 +

9 4 9 4 4 9 4 9

4 4 9 4 9 9

9 4

4 9 90

-5 -6 -7 -8

-1 -3 -4 -5 -7

-2 -6 -8

-1 -2 -3 -4

1- 5- 45 70

20 50 60 75 85

10 25 35 55 80

65

15 30 40 Età

P u g lia Ab ru zzo To s ca n a L o m b a rd ia

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. - 44 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

Graf. 2 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE PER ETA’ E

GENERE DEI DECEDUTI

Uo m ini

25.000

20.000

capite 15.000

pro

Spesa 10.000

5.000

0 +

4 9 4 9 4 9 4 9 9 4

4 9

4 9 4

9

4 9 90

-1 -1 -2 -2 -3 -3 -4 -4 -7 -8

-5 -6 -6 -7 -8

-5

1- 5- 10 15 20 25 30 35 40 45 50 75

60 65 70 80

55 85

Età

Puglia Abruzzo Tos cana Lom bardia

Donne

25.000

20.000

capite 15.000

pro

Spesa 10.000

5.000

0 +

4

4 9 4 9 4 9 4 9 4 9 4 9 9 4 9

4 9 90

-7

-1 -1 -2 -2 -3 -3 -4 -4 -5 -5 -6 -6 -7 -8 -8

1- 5- 10 15 20 25 30 35 40 45 50 55 60 65 75 80 85

70

Età

Puglia Abruzzo Tos cana Lom bardia

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. - 45 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Il grafico 2, che mostra la spesa pro capite dei deceduti, conferma i risultati dei pre-

cedenti studi sull’andamento dei costi nei periodi prossimi al decesso. Tali costi sono de-

cisamente più alti di quelli dei sopravviventi, e diminuiscono dopo una certa età. In

media la spesa ospedaliera ammonta a 5.593 euro in Lombardia, 5.868 in Toscana, 5.770

in Abruzzo e 5.481 in Puglia. Nella parte sinistra del grafico si osserva un’ampia volatili-

tà, che man mano si riduce fino alla fascia d’età 55-59 (in qualche caso un po’ prima per

le donne). Tali fluttuazioni e la variabilità fra le diverse regioni possono essere spiegate

dal limitato numero di osservazioni nelle età più giovani (specialmente per l’Abruzzo, la

regione con la popolazione minore) e dalla grande proporzione di morti per incidenti

(che non comportano spese) in tali età. Ciò che si osserva dopo la mezza età è molto inte-

ressante: la spesa si riduce costantemente e i valori pro capite delle diverse regioni tendo-

no a coincidere. Graf. 3 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE PER ETA’ E GENERE

DEI SOPRAVVIVENTI E DEI DECEDUTI - TUTTE LE REGIONI

2 5 .0 0 0

2 0 .0 0 0

capite 1 5 .0 0 0

pro

Spesa 1 0 .0 0 0

5 .0 0 0

0 +

9

4 9 4

9 4

9 9

4

9 4

9 4

4 9

4

9

4 90

-8

-8

-7 -7

-6

-6

-5

-4 -4

-3

-2 -5

-1 -1 -3

-2

5-

1- 85

80

70

65 75

55

40 60

25 45 50

10 30 35

15 20 Età

D e c e d u ti - u o m in i D e c e d u ti - d o n n e

S o p ra vvive n ti - u o m i n i S o p ra vvive n ti - d o n n e

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT.

Il grafico 3 è forse ancora più chiaro. Esso riassume i profili di spesa pro capite per

9

deceduti e sopravviventi in tutte e quattro le regioni . La curva dei deceduti si colloca co-

stantemente al di sopra di quella relativa ai sopravviventi. Si evidenziano gli alti costi pro

9 In questo caso il valore pro capite per ogni fascia d’età è calcolato come la somma delle spese dei sopravviventi

(deceduti) di tutte le regioni in quella fascia, divisa per la somma di tutti i sopravviventi (deceduti) della stessa fascia

d’età. - 46 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

capite per i molto giovani, una riduzione fino ai 20 anni (che di nuovo dipende probabil-

mente dall’alta frequenza di decessi per incidenti a tale età) seguita poi da un incremento.

Dopo i 55-59 anni (le donne raggiungono un massimo relativo intorno ai 35 anni) i

costi calano invece rapidamente, riducendo la distanza dalla curva dei sopravviventi.

Come mostra la tabella 4, la spesa dei deceduti oltre i novant’anni è pari al 26% di quella

nella fascia 55-59 per gli uomini, al 18% per le donne. Tale percentuale tende a crescere

al ridursi dell’età, toccando il 51% nella classe 80-84 (il 42% per le donne) e l’81% in

quella 70-74 (il 70% per le donne).

Tab. 4 SPESA PRO CAPITE DEI DECEDUTI IN % DI QUELLA DELLA FASCIA DI ETA’ 55-59

Lombardia Toscana Puglia Abruzzo Tutte le regioni

Età Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Uomini Donne Tutti

60-64 94 85 90 91 94 82 92 98 93 86 91

65-69 89 81 92 89 84 76 90 77 89 81 86

70-74 81 70 80 72 76 68 87 69 81 70 77

75-79 68 55 66 58 62 48 70 58 67 55 62

80-84 51 41 50 46 49 39 56 44 51 42 46

85-89 36 29 41 34 33 25 43 31 38 30 33

90+ 24 17 27 21 24 16 27 19 26 18 21

Tutti 69 45 64 48 63 45 66 47 67 46 57

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. 10

Il grafico 4 mostra la somma delle spese di deceduti e sopravviventi ; la pendenza

ricorda più da vicino la curva dei sopravviventi (a causa della maggior frequenza dei so-

pravviventi), ma i punti di massimo sono più alti e la riduzione per le classi d’età più an-

ziane è maggiormente pronunciata.

Il grafico 5 mostra il rapporto per età fra le spese pro capite di deceduti e sopravvi-

venti (i dati sono presentati nella tabella 5). Nel complesso il rapporto è compreso fra 10

e 14 nelle diverse regioni (12-16 per gli uomini e 8-12 per le donne). A causa delle flut-

tuazioni del numeratore (le spese per i deceduti), il rapporto mostra volatilità nelle classi

più giovani. Il grafico 6 si concentra sugli ultra-quarantenni, e mostra un trend costante-

mente decrescente. Per gli ultra-novantenni il rapporto è compreso fra 1 e 2, mentre nella

fascia 35-39 varia fra 36 e 43 per gli uomini e fra 21 e 40 per le donne.

Nonostante metodi, dati e ipotesi diverse, la misura del rapporto medio e il rapporto

alle età più avanzate è piuttosto simile a quello ricavato in altri paesi (si veda la Tab. 1),

11 12

(11,5 per tutte le età), gli USA (circa 9 nella fascia 70-74, 7

per esempio i Paesi Bassi

10 Si noti che la spesa pro capite media di sopravviventi e deceduti mostrata nel grafico 4 non coincide con la spesa pro

capite media del 2000, a causa della specifica definizione di sopravviventi e deceduti da noi utilizzata (ad esempio, sono

stati esclusi i soggetti ricoverati in ospedale nel 2000 entro 12 mesi prima del decesso e deceduti nel 2001).

11 Polder e Achterberg (2004). - 47 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Graf. 4 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE PER ETA’ E GENERE,

SOPRAVVIVENTI E DECEDUTI

Uom ini

2.400

2.100

1.800

capite 1.500

pro 1.200

Spesa 900

600

300

0 +

4 9 4 9 4

4 4

9 9 4 9

9 4 9 4 9

4 9 -1 -4

-2 -2 -3 -4 -7

-3 -5 -7

-5 -6 -6 -8 -8

-1 90

1- 5- 10 40

15 20 25 30 45 70

35 50 75

55 60 65 80 85

Età

P u g lia Ab ru zzo To s ca n a L o m b a rd ia

Donne

2 .4 0 0

2 .1 0 0

1 .8 0 0

capite 1 .5 0 0

1 .2 0 0

pro

Spesa 900

600

300

0 +

9

4 9 4 9 4 9

4 4 9 9 4 4 9 9 4 4 9

1- 5- 90

-1 -3 -4 -6 -7

-1 -2 -2 -3 -4 -5 -5 -6 -7 -8 -8

10 20 25 35 40 50 55 65 70 80 85

15 30 45 60 75

Età

P u g lia Ab ru zzo To s c a n a L o m b a rd ia

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. - 48 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

Graf. 5 - RAPPORTO TRA LA SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE DEI

DECEDUTI E DEI SOPRAVVIVENTI PER ETA’ E GENERE

Uo m in i

210

180

150

Rapporto 120

90

60

30

0 +

9

4 4

4 9

9 4 9

9 4

4 9

9 4

4

4 9 9

5_

1_ _1 _2

_1 _4

_2 _3 _5

_3 _4 _8

_7

_5 _6 _6 _7 _8 90

10 15 20 25 30 35 40 45 50 55 60 65 70 75 80 85

Età

Pu g lia Ab ru zzo To s ca n a L o m b a rd ia

Donne

210

180

150

Rapporto 120

90

60

30

0 +

4 9 9

4 4 9 9

4 9

9 4

4 9 4 9

4 4 9

1_ 5_ _1

_1 _2 _2 _3 _3 _4 _4 _5 _5 _7

_6 _6 _8 _8

_7 90

20

10 15 30

25 35 40 45 50 55 60 65 70 75 80 85

Età

P u g lia Ab ru zzo To s c a n a L o m b a rd ia

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. - 49 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Tab. 5 RAPPORTO TRA LA SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE DEI DECEDUTI E

DEI SOPRAVVIVENTI PER ETA’ E GENERE

Lombardia Toscana Puglia Abruzzo

Età Uomini Donne Tutti Uomini Donne Tutti Uomini Donne Tutti Uomini Donne Tutti

1-4 77,1 67,8 71,8 50,1 151,6 101,3 56,6 63,0 58,8 74,0 91,9 81,8

5-9 109,9 144,4 124,1 12,1 204,4 102,5 71,8 165,9 113,5 0,0 116,5 60,5

10-14 88,7 134,1 109,0 12,5 125,4 73,2 99,5 51,0 81,5 14,0 60,0 32,8

15-19 35,3 46,1 39,4 60,0 38,7 54,6 41,4 60,6 47,3 20,8 23,4 22,0

20-24 30,0 30,3 29,6 22,7 41,4 27,4 27,6 44,0 28,8 7,1 5,0 6,3

25-29 33,4 27,9 28,1 39,0 36,2 32,8 18,0 16,1 14,5 19,3 22,8 17,8

30-34 32,3 28,6 26,8 36,8 24,6 27,3 29,9 22,5 23,0 8,1 45,0 25,0

35-39 42,9 40,0 38,8 42,5 38,8 38,7 36,3 37,5 33,9 35,8 21,4 28,1

40-44 38,4 44,6 40,3 36,9 54,5 43,9 31,7 31,6 31,2 25,0 21,0 22,9

45-49 29,1 31,4 30,1 43,8 44,0 44,2 29,1 26,7 28,0 24,9 23,8 24,3

50-54 21,4 28,0 24,0 27,0 35,2 30,3 18,4 23,9 20,5 16,1 14,4 15,8

55-59 16,9 25,5 20,2 21,2 28,5 24,4 15,5 18,6 17,0 14,1 18,0 15,8

60-64 11,9 17,4 14,3 14,5 21,2 17,4 11,5 12,9 12,5 10,0 14,6 11,9

65-69 8,1 12,4 10,0 10,9 15,5 13,0 7,7 9,3 8,6 7,4 8,9 8,3

70-74 6,1 8,6 7,4 7,6 9,9 8,9 5,5 6,8 6,3 5,6 6,6 6,3

75-79 4,5 5,6 5,2 5,4 6,5 6,1 3,9 4,1 4,2 3,9 4,6 4,4

80-84 3,4 3,8 3,8 3,7 4,3 4,1 2,9 3,2 3,2 3,0 3,2 3,2

85-89 2,5 2,8 2,7 3,0 2,9 3,0 1,8 1,9 1,9 2,2 2,1 2,2

90+ 1,8 1,8 1,8 1,9 1,8 1,8 1,3 1,2 1,3 1,5 1,3 1,4

Tutti 15,9 11,7 13,8 16,1 12,0 14,0 14,2 9,7 11,9 11,7 8,5 10,2

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT.

Graf. 6 - RAPPORTO TRA LA SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE DEI

DECEDUTI E DEI SOPRAVVIVENTI PER ETA’ E GENERE (40 +)

UOMINI DONNE

60 60

50 50

40 40

Rapporto Rapporto

30 30

20 20

10 10

0 0

+ +

44 49 54 59 64 69 74 79 84 89 44 49 54 59 64 69 74 79 84 89

90 90

_ _ _ _ _ _ _

_ _ _ _ _ _

_ _ _ _ _ _ _

40 55 60 70 75 80 40 50 55 65 70 80 85

45 50 65 85 45 60 75

Età Età

Puglia Abruzzo Toscana Lombardia Puglia Abruzzo Toscana Lombardia

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. - 50 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia 13

in quella 75-79, 5 in quella 80-84, e 4 per gli ultra-ottantacinquenni), e la Spagna (circa

9 nella classe 70-74, 7 in quella 75-79, 6 in quella 80-84, 5 per gli ultra-ottantacinquenni,

ma per tutte le età il rapporto è pari a 24). Molto simili sono i dati rilevabili da altri studi

su regioni italiane, ad esempio la Toscana (si veda ancora la tabella 1) e l’Emilia

14

Romagna .

I grafici 7-10 mostrano, per prossimità al decesso, le spese ospedaliere pro capite

dei deceduti negli ultimi 12 mesi della loro vita nelle quattro regioni. Considerando tutte

le età, la spesa cresce costantemente dal dodicesimo all’ultimo mese, e il tasso di crescita

è molto elevato nel mese finale. Il trend relativo a tutte le età è fortemente influenzato da

quello dei più anziani (ultra-sessantacinquenni), che vi si posiziona poco sotto. Nelle fa-

sce più giovani (1-44) la spesa per i deceduti è molto più elevata fra le donne che fra gli

uomini, mentre l’osservazione su tutte le età mostra una spesa maggiore per gli uomini

che per le donne.

In Abruzzo e Puglia la spesa sembra divenire significativa solo 11 mesi prima del

decesso. In Lombardia e Toscana, al contrario, i deceduti sono ricoverati in ospedale per

periodi più lunghi; la spesa per tutte le età nel dodicesimo mese è, in Lombardia, di 498

euro per gli uomini e 396 per le donne, e in Toscana di 161 e 124 per uomini e donne, ri-

spettivamente.

Nell’ultimo mese di vita la spesa pro capite per tutte le età supera i 2.000 euro per

gli uomini e i 1.500 per le donne in Puglia, si colloca fra i 2.000 e i 2.500 per gli uomini

e fra i 1.500 e i 2.000 per le donne in Abruzzo e Toscana e fra i 3.000 e i 3.500 per gli uo-

mini e i 2.000 e i 2.500 per le donne in Lombardia.

Sebbene si siano scelte quattro regioni situate nelle diverse aree dell’Italia (Nord,

Centro e Sud), si può concludere che non si osservano tra esse differenze significative

con riguardo alle spese sanitarie nel periodo prossimo al decesso, nonostante l’esistenza

di forti divari terrritoriali e l’uso di diversi modelli di servizio sanitario. Il principale ri-

sultato del presente studio è dunque che sia lo specifico profilo delle spese pro capite per

i deceduti, sia il trend caratteristico del rapporto di spesa fra deceduti e sopravviventi, in-

dividuati negli studi precedenti per la Toscana e per altri paesi, possono essere conferma-

ti per l’Italia. Inoltre, il valore del rapporto calcolato su tutte le età è, per le quattro

regioni italiane, simile a quello di diversi altri paesi.

Abbiamo finora rilevato che la concentrazione dei costi ospedalieri negli ultimi

mesi di vita è un fattore importante per spiegare il profilo di spesa per età. Tale fenomeno

12 Lubitz e Riley (1993), e Calfo, Smith e Zezza (2003).

13 Ahn, Garcia e Herce (2003).

14 Mediante i dati di Taroni e Nobilio (Taroni e Nobilio, 2004) abbiamo calcolato il rapporto anche per l’Emilia-Romagna,

che è risultato (per uomini e donne) intorno a 14. - 51 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Graf. 7 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE DEI DECEDUTI NEGLI ULTIMI

12 MESI DI VITA PER DISTANZA DAL DECESSO - LOMBARDIA

UOMINI DONNE

4.000 4.000

3.500 3.500

3.000 3.000

€ €

2.500 2.500

capite capite 2.000

2.000

pro pro

Spesa Spesa 1.500

1.500 1.000

1.000 500

500 0

0 -12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1

-12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1

Mesi dal decesso Mesi dal decesso

Tutti + 65 anni 1-44 anni Tutti + 65 anni 1-44 anni

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT.

Graf. 8 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE DEI DECEDUTI NEGLI ULTIMI

12 MESI DI VITA PER DISTANZA DAL DECESSO - TOSCANA

UOMINI DONNE

3.500 3.500

3.000 3.000

2.500 2.500

€ €

capite capite 2.000

2.000

pro pro 1.500

1.500

Spesa Spesa 1.000

1.000 500

500 0

0 -12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1

-12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1 Mesi dal decesso

Mesi dal decesso Tutti + 65 anni 1-44 anni

Tutti + 65 anni 1-44 anni

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. - 52 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

Graf. 9 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE DEI DECEDUTI NEGLI ULTIMI

12 MESI DI VITA PER DISTANZA DAL DECESSO - ABRUZZO

UOMINI DONNE

4000 4.000

3500 3.500

3000 3.000

€ €

2500 2.500

capite capite

2000 2.000

pro pro

Spesa Spesa

1500 1.500

1.000

1000 500

500 0

0 -12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1

-12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1 Mesi dal decesso

Mesi dal decesso Tutti + 65 anni 1-44 anni

Tutti + 65 anni 1-44 anni

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT.

Graf. 10 - SPESA OSPEDALIERA PRO CAPITE DEI DECEDUTI NEGLI ULTIMI

12 MESI DI VITA PER DISTANZA DAL DECESSO - PUGLIA

UOMINI DONNE

4000 4.000

3500 3.500

3000 3.000

€ capite 2.500

2500

capite 2.000

2000 pro

pro

Spesa Spesa 1.500

1500 1.000

1000 500

500 0

0 -12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1

-12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1 Mesi dal decesso

Mesi dal decesso Tuttil + 65 anni 1-44 anni

Tutti + 65 anni 1-44 anni

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT. - 53 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

può, tuttavia, essere meno importante per le altre voci della spesa sanitaria. Infatti, i costi

ospedalieri sono generalmente maggiori. Inoltre, tutte le spese dei ricoverati (comprese

quelle per farmaceutica, specialistica, diagnostica) sono attribuite agli ospedali, e non ai

presidi territoriali. In ogni caso, resta da valutare se la distinzione fra deceduti e soprav-

viventi conti anche per quanto concerne il profilo per età della spesa pro capite extra

ospedaliera. Graf. 12 - SPESA SPECIALISTICA E

Graf. 11 - SPESA SPECIALISTICA E FARMACEUTICA PRO CAPITE DEI

FARMACEUTICA PRO CAPITE DECEDUTI NEGLI ULTIMI 12 MESI

DEI DECEDUTI PER ETA’ DI VITA PER DISTANZA DAL DECESSO

35

700

600 30

500 25

capite capite

400 20

pro pro

300

Spesa 15

Spesa

200 10

100 5

0 0

+

4 9 4 9 4 9 4 9 4 9 4 9 4 9 4

9

4 -1 -2 -2 -3 -3 -4 -7 -8

-1 85

-4 -5 -5 -6 -6 -7

5-

0- -12 -11 -10 -9 -8 -7 -6 -5 -4 -3 -2 -1

10 15 20 25 30 35 40 45 50 55 60 65 70 75 80 Mesi dal decesso

Età

Ambulatorio Laboratorio Farmaceutica Ambulatorio Laboratorio Farmaceutica

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT.

Fonte: elaborazioni su dati regionali e ISTAT.

Per avere un’idea, per quanto approssimativa, abbiamo intrapreso uno studio preli-

minare sulle prescrizioni di farmaci e le cure specialistiche in Toscana, utilizzando la

stessa metodologia usata per il database ospedaliero. Il grafico 11 mostra la spesa pro ca-

pite per età dei deceduti relativa alle cure specialistiche ambulatoriali, agli esami di labo-

ratorio e ai farmaci prescritti. Come nel caso della spesa ospedaliera, il grafico mostra

ampie fluttuazioni fino circa ai 55 anni, dopodiché la spesa si riduce costantemente. I co-

sti pro capite delle cure specialistiche extra-ospedaliere per gli ultra-ottantacinquenni

sono solo il 17% di quelli nella fascia d’età 60-64, mentre per quelli compresi fra gli 80 e

gli 84 anni sono pari al 43%. Gli stessi rapporti sono, rispettivamente, del 35% e del 56%

per gli esami di laboratorio, e del 9% e del 20% per la spesa farmaceutica.

Il grafico 12, che presenta le spese pro capite negli ultimi 12 mesi di vita, evidenzia

un trend crescente per tali tre componenti di spesa quando ci si avvicina al decesso.

Nell’ultimo mese la pendenza cresce, ma la curva non diventa così inclinata come si os-

serva, invece, per le spese ospedaliere. La spesa pro capite nel dodicesimo mese è solo il

- 54 -

Fattori demografici e profili di spesa sanitaria per età: il caso dell’Italia

55% di quella dell’ultimo mese per la spesa ambulatoriale, il 43% per gli esami medici, e

il 16% per la prescrizione di farmaci.

I risultati preliminari relativi alle spese specialistiche e farmaceutiche confermano,

quindi, il profilo dei death costs evidenziato per l’ospedaliera.

CONCLUSIONI

Come si è già accennato, il presente studio conferma i risultati delle recenti ricerche

sui costi sanitari nel periodo precedente il decesso condotte in altri paesi OCSE. Esso ri-

leva inoltre come le differenze istituzionali e socio-economiche fra le regioni italiane non

siano particolarmente significative con riguardo alla problematica in esame. Sebbene le

quattro regioni siano situate in tre diverse macro-aree geografiche, esse sono caratteriz-

zate da un simile andamento calante del profilo per età dei costi da decesso. Il rapporto

tra le spese sostenute da deceduti e sopravviventi mostra un trend per età simile nelle

quattro regioni, riducendosi drasticamente sopra i quarant’anni e presentando un valore

compreso fra uno e due per gli ultra-novantenni (per tutte le età considerate insieme, i va-

lori delle diverse regioni sono compresi fra 10 e 14).

Va tuttavia ricordato che la presente analisi è concentrata principalmente sulla spesa

ospedaliera. Quindi, per approfondire l’argomento, è necessario estendere lo studio alle

altre componenti della spesa sanitaria (i primi risultati emersi per la Toscana devono es-

sere controllati e comparati con quelli delle altre regioni). Si attende una conferma per le

cure specialistiche e la spesa farmaceutica, mentre non si ritiene probabile che l’assisten-

za a lungo termine (long-term care) mostri un andamento simile, dal momento che la

concentrazione della spesa negli ultimi mesi (anni) di vita è dovuta all’emergere di pato-

logie acute.

Un secondo passo da compiere per ottenere una migliore comprensione del profilo

di spesa sanitaria per età è quello di estendere la distinzione tra deceduti e sopravviventi

su parecchi anni. Per l’Italia non è tuttavia possibile sviluppare tale analisi, dal momento

che il database amministrativo dei consumi sanitari individuali non è disponibile, com-

pleto e affidabile per una lunga serie di anni passati.

Da un punto di vista macroeconomico la distinzione fra “costi da vecchiaia” (spese

sanitarie causate dall’invecchiamento) e “costi da decesso” (spese sanitarie causate

dall’evento morte) può essere usata come base per le proiezioni di spesa a lungo termine.

Una tale operazione è stata effettuata dalla Ragioneria Generale dello Stato (RGS, 2001)

con i dati relativi alla Toscana; i risultati sono stati inclusi in EPC (2001). Alla luce della

nostra nuova indagine multi-regionale si può confermare che, qualora si includano i

death costs, la crescita attesa della spesa sanitaria risulta inferiore a quanto previsto

- 55 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

senza prendere in considerazione tali costi. Grosso modo, la misura della riduzione di

15

spesa prevista dalla Ragioneria Generale può essere confermata sulla base delle nostre

informazioni sulle quattro regioni situate nelle diverse aree d’Italia.

Anche da un punto di vista microeconomico la prossimità al decesso è un fattore ri-

levante nella spiegazione della concentrazione della spesa sanitaria in alcuni gruppi di

individui. A tale proposito, sarebbe utile analizzare i trattamenti sanitari e i costi di alcu-

ne patologie croniche e terminali, anche al fine di identificare e promuovere pratiche di

efficienza dal lato dei costi.

15 Per le proiezioni più aggiornate si veda RGS (2004); si veda anche Aprile e Palombi (2005), per gli aspetti

metodologici relativi all’inclusione dei death costs come fattore da considerare nelle proiezioni di spesa sanitaria.

- 56 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del

microcredito in Italia

INTRODUZIONE

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 53/198, ha proclama-

to il 2005 “Anno Internazionale del Microcredito”, per diffondere il ruolo del microcre-

1

dito nella eliminazione della povertà e nello sviluppo sociale . A tal fine, numerose

iniziative sono state organizzate negli ultimi mesi dai Comitati Nazionali dei vari stati

membri, compresa l’Italia, per promuovere la conoscenza di questo strumento e per indi-

viduare, insieme agli studiosi, i modelli operativi di microfinanza più idonei ai diversi

contesti. Nel 2005 i beneficiari dei programmi di microcredito, appartenenti alla fascia

più povera della popolazione, dovrebbero essere circa 100 milioni: durante il Microcredit

Summit del 1997, infatti, le principali organizzazioni di microfinanza si sono poste que-

2

sto ambizioso obiettivo .

3 , strumento innovativo sperimentato in Bangladesh agli inizi degli

Il microcredito

anni settanta (Yunus, 2000), possiede caratteristiche che lo rendono idoneo a finanziare,

in particolare, la creazione di piccole attività imprenditoriali, contribuendo in tal modo

alla riduzione della povertà, allo sviluppo economico locale e al rafforzamento del ruolo

economico e sociale di categorie svantaggiate. In genere, il microcredito consiste nell’of-

ferta di prestiti di piccolo importo, da restituire a scadenze molto ravvicinate; la maggio-

re accessibilità dipende dal fatto che molte istituzioni (ma non tutte) non chiedono

4

garanzie collaterali tradizionali, perché si avvalgono di differenti, ma molto efficaci ,

meccanismi di incentivazione al rimborso, in cui di regola gioca un ruolo decisivo la co-

1 Per un approfondimento sul contributo che il microcredito può dare al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del

Millennio, si veda Littlefield et al. (2003).

2 Le risorse necessarie per raggiungere 100 milioni di destinatari sono state stimate in 21,6 miliardi di dollari (CGAP,

1997). Altri importanti obiettivi definiti in occasione del Vertice del Microcredito sono: raggiungere con i servizi di

microcredito e altri servizi finanziari i più poveri tra i poveri, migliorare la condizione delle donne, creare istituzioni di

microfinanza autosufficienti e ottenere miglioramenti significativi e quantificabili nella qualità della vita dei poveri.

3 La letteratura teorica ed empirica sul microcredito è molto ampia, per una survey si veda ISAE (2003) e il recente libro

di Armendariz de Aghion e Morduch (2005). - 57 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005 5

struzione di reti collettive di garanzia fra poveri (gruppi solidali) . Talvolta questi micro-

prestiti sono accompagnati dall’offerta di servizi non finanziari che contribuiscono al

successo delle iniziative imprenditoriali (ad esempio, consulenza, formazione tecnica e

6

gestionale, assistenza e monitoraggio) .

Numerosi studi di valutazione dell’impatto del microcredito hanno riscontrato che

7

l'accesso dei poveri al credito contribuisce a migliorare le loro condizioni di vita . Tale

importante risultato ha spinto la Banca Mondiale ad avviare, nel 1995, un programma

specifico, chiamato SBP (Sustainable Banking with the Poor), per promuovere e soste-

8 . Un altro riconoscimento importante è venuto dalle Nazio-

nere progetti di microcredito

ni Unite che, il 18 dicembre 1997, hanno approvato una risoluzione, la 52/194, che

riconosce il microcredito come strumento per sradicare la povertà, e ne hanno, pertanto,

promosso il sostegno. Il potenziale del microcredito, come imprescindibile strumento di

sviluppo locale, è stato riconosciuto, in più occasioni, anche dalla Commissione Europea

e dal Consiglio Europeo.

A partire dai primi anni novanta, al termine microcredito viene affiancato quello di

microfinanza; è importante precisare che, sebbene siano spesso utilizzati come sinonimi,

esiste una profonda differenza concettuale fra le due espressioni. Si parla di microfinanza

se le istituzioni non offrono solo prestiti, ma anche altri servizi finanziari di modesto am-

montare, come la raccolta dei risparmi presso i propri clienti, assicurazioni, servizi di tra-

9

sferimento e altri prodotti e servizi finanziari . Le due definizioni hanno comunque in

comune, oltre al termine “micro”, il target di riferimento costituito dalla clientela “mar-

ginale” non servita dagli intermediari finanziari tradizionali perché ritenuta poco redditi-

zia e non solvibile.

4 Nei programmi di microcredito sperimentati nei diversi paesi, l’incidenza delle insolvenze, cioè la mancata restituzione

dei crediti concessi, è molto contenuta. Questo mette in evidenza come la clientela considerata “non bancabile” dagli

intermediari finanziari formali non sia caratterizzata di fatto da un rischio creditizio oggettivamente più elevato. Il

problema principale consisterebbe pertanto nell’individuare una metodologia appropriata di valutazione del merito di

credito per questo segmento di clientela.

5 La peculiarità di questo innovativo strumento consiste proprio nella possibilità concessa agli esclusi dal sistema

finanziario tradizionale di accedere al credito secondo modalità a loro adeguate.

6 La letteratura distingue tra approccio “minimalista” adottato dalle istituzioni di microfinanza che erogano

esclusivamente servizi finanziari e approccio “integrato” quando l’istituzione offre anche servizi accessori non finanziari.

7 A partire dagli anni ’90 si sono andati sviluppando un gran numero di studi tesi ad analizzare l’impatto (economico,

sociale, culturale e psicologico) che i programmi di microfinanza hanno sulla vita delle persone che vi partecipano. Si

veda al riguardo Morduch e Haley (2002). Per una survey delle metodologie più significative di valutazione dell’impatto si

rinvia a Hulme (2000).

8 E’ stato anche istituito il Gruppo Consultivo per l’Assistenza dei più Disagiati (CGAP) volto a coordinare gli sforzi

internazionali nel settore del microcredito, raccogliere informazioni attendibili e promuovere le best practises.

9 Il microcredito è quindi solo un aspetto della complessa realtà della microfinanza.

- 58 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

La maggior parte delle istituzioni che erogano microcredito opera nei paesi in via di

sviluppo (in particolare Asia, Africa e America Latina), dove il fenomeno del raziona-

mento del credito risulta più grave: la quasi totalità degli abitanti dei paesi più poveri non

ha, infatti, accesso al credito in quanto non possiede le garanzie collaterali richieste dalle

istituzioni finanziarie formali per tutelarsi dal rischio di insolvenza. Negli ultimi quindici

anni questo strumento si è diffuso anche nei paesi con economie in transizione, nei paesi

10 e nei paesi industrializzati. La presenza di programmi di mi-

usciti da conflitti bellici

crocredito nei paesi economicamente più sviluppati potrebbe apparire inutile, dal mo-

mento che essi detengono quasi il 95% del credito commerciale complessivamente

erogato nel mondo (World Bank, 2002). Tuttavia alcuni studi empirici condotti negli Sta-

ti Uniti e in Europa hanno evidenziato l’esistenza di particolari categorie di soggetti

esclusi dal sistema creditizio tradizionale che possono essere considerati come espressio-

ne di una domanda potenziale di servizi microfinanziari. Sebbene il fenomeno dell’esclu-

sione finanziaria nei paesi industrializzati non sia di intensità paragonabile a quella dei

paesi in via di sviluppo, lo strumento del microcredito, con numerosi adattamenti, po-

trebbe comunque contribuire a migliorare le condizioni di vita di alcune fasce deboli del-

la popolazione, come giovani, donne in situazione di disagio, immigrati, disoccupati,

lavoratori precari, favorendone l’integrazione sociale.

ESCLUSIONE FINANZIARIA: DIMENSIONE, CAUSE E POSSIBILI RIMEDI

L’esclusione finanziaria di soggetti economicamente e socialmente deboli è oggetto

11 . Un adeguato accesso ai servizi fi-

di significativo e crescente interesse in molti paesi

nanziari è infatti diventato indispensabile per molti ambiti della vita economica e socia-

12

le , in particolare per alcune forme di consumo, di risparmio e di sviluppo dell’attività

10 Da qualche anno il numero dei programmi di microfinanza attivati con lo scopo di favorire la ripresa economica dei

Paesi che sono stati afflitti da conflitti, attraverso l’incremento dell’imprenditorialità privata, è in continua crescita. Si veda

Doyle (1998).

11 Da alcuni anni l’esclusione finanziaria è oggetto di analisi approfondite nel Nord America e in Europa, in particolare in

Inghilterra, in Francia, in Svezia, in Belgio e in Germania. Numerosi sforzi sono stati compiuti, anche attraverso appositi

provvedimenti legislativi, per diffondere i servizi finanziari a soggetti tradizionalmente esclusi (IFF, 2001; Pesaresi e

Pilley, 2003). Nonostante gli sforzi compiuti per aumentare il grado di bancarizzazione, la quota di popolazione europea

che non ha accesso ai servizi finanziari è ancora piuttosto consistente. L'offerta di servizi bancari e finanziari, ritenuti

socialmente necessari, a segmenti di clientela caratterizzati da redditi, cultura economica e altre condizioni che li

qualificano come marginali è definito in letteratura “social banking”. Per un approfondimento delle caratteristiche e delle

prospettive di social banking in Italia e in altri paesi europei, si rinvia ad Anderloni (2003).

12 Secondo alcuni studiosi l’accesso ai servizi finanziari è equiparabile all’accesso ad altri servizi essenziali, come

l’istruzione, i servizi sanitari e l’acqua potabile (Peachey e Roe, 2004).

- 59 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

13

economica (Claessens, 2005) . L’inaccessibilità ai servizi finanziari è un fenomeno piut-

tosto diffuso, anche se presenta intensità diversa nei vari paesi: nei paesi in via di svilup-

po coinvolge la quasi totalità della popolazione, mentre in quelli industrializzati riguarda

14

una percentuale ridotta di soggetti .

L’analisi del fenomeno dell’esclusione finanziaria sotto il profilo quantitativo pre-

15

senta notevoli problemi (Claessens, 2005) : è infatti difficile ottenere stime attendibili a

causa della dinamicità del fenomeno (un soggetto può essere escluso in modo tempora-

neo o permanente) e della sua complessità (può riguardare diverse prestazioni del merca-

16

). Per giungere ad una stima, molti lavori definiscono

to bancario e finanziario

“unbanked” un soggetto che non sia titolare di un conto corrente bancario, di un conto

17

corrente postale o di un conto similare .

Questa definizione agevola la stima nei paesi industrializzati, che possono ricavare

le informazioni sugli unbanked attraverso diverse fonti, in particolare indagini sugli indi-

vidui e sulle imprese; questo, però, non vale per i paesi in via di sviluppo dove è molto

difficile quantificare il numero degli unbanked (individui/famiglie e imprese), sia per la

carenza di dati sui servizi finanziari di base erogati dagli intermediari finanziari formali,

sia per la sottostima che caratterizza le informazioni disponibili, in quanto trascurano

18

l’importante ruolo svolto dalla finanza informale nei paesi poveri . Scarsi sono quindi

gli studi empirici per questi paesi, e quelli disponibili si basano, principalmente, su indi-

catori macroeconomici utilizzati come proxy dell’esclusione finanziaria (Beck et al.,

2005; Peachey e Roe, 2004). In base ai dati riportati nel lavoro di Claessens (2005, pag.

35), in media solo il 26% degli individui dei paesi poveri utilizza i servizi finanziari di

13 A livello macroeconomico, un ampio accesso ai servizi finanziari potrebbe contribuire alla crescita economica e alla

riduzione della povertà (Levine, 2005).

14 Come recentemente affermato da Peachey e Roe (2004, p. 4): “the percentage rate of access in poorer developing

economies is about equal to the percentage rate of exclusion in richer advanced industrial economies”.

15 Si veda il lavoro di Honohan (2005) per una analisi critica dei dataset disponibili per valutare l’accesso ai servizi

finanziari da parte di soggetti poveri o con redditi bassi.

16 Ad esempio, l’accesso al conto corrente, ai servizi di pagamento, ai servizi assicurativi e previdenziali, al credito per

elasticità di cassa, per l’avvio o il sostegno di un’attività economica.

17 Tale scelta è giustificata in primis dalla relativa semplicità della stima, ma anche dal fatto che avere un conto corrente

rappresenta: un segnale di serietà e di affidabilità; una delle condizioni per la concessione di un finanziamento; uno dei

principali modi per instaurare una relazione con il sistema bancario che può rivelarsi utile nel tempo per ottenere un

credito; un mezzo per contenere i costi connessi ai sistemi di pagamento. Tuttavia questa definizione non aiuta a

comprendere il fenomeno dell’esclusione finanziaria se considerato invece sotto altri aspetti, ad esempio quello

dell’accessibilità al credito. Stime relative all’accesso al credito da parte di famiglie e imprese sono più difficili da ottenere

e richiedono indagini ad hoc per individuare in modo preciso i soggetti che hanno bisogno di credito e lo vogliono, ma che

per qualche motivo sono esclusi dal sistema creditizio. Diversi paesi, in cui da più tempo si è sviluppata la sensibilità per

le problematiche finanziarie delle fasce marginali, hanno condotto ricerche empiriche per giungere ad una stima di

questo fenomeno. Si rinvia a Peachey e Roe (2004). - 60 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

base offerti dalle istituzioni finanziarie formali, anche se tale percentuale è comunque

molto variabile (dall’1,3% del Kirghizistan al 59,4% della Giamaica); nella maggior par-

te dei paesi dell’OCSE, l’utilizzo è invece quasi universale: molti paesi hanno percentua-

li superiori al 95%, e il valore medio si attesta intorno al 90%. Negli Stati Uniti, ad

esempio, solo il 9,1% delle famiglie è priva di conto (Caskey et al. 2004). In Europa (EU

15), secondo le statistiche di Eurobarometer (Eurobarometer52, 2000), l’8,6% della po-

19 20

non dispone di un conto corrente, con un range di variabilità che va

polazione adulta 21

.

dallo 0,5% dell’Olanda al 22,4% dell’Italia

La definizione di unbanked, riportata in precedenza, non sembra particolarmente

appropriata e utile per quantificare l’esclusione finanziaria per le imprese. Dalle scarse

informazioni disponibili se ne deduce, comunque, che l’accesso al conto corrente non

rappresenta un problema particolarmente rilevante per questi soggetti economici, soprat-

22

tutto nei paesi industrializzati .

Per quanto riguarda il profilo degli esclusi finanziari, in base a quanto emerge dalle

numerose indagini empiriche, condotte in prevalenza in Inghilterra (FSA, 2000) e in

America (Caskey, 2002), i principali aspetti socio-economici che influiscono sul manca-

23

to accesso ai servizi finanziari, variamente intesi, nei paesi industrializzati sono:

- per gli individui: bassi livelli di reddito e/o elevato grado di vulnerabilità connesso di

norma a situazioni di disoccupazione o di occupazione instabile, gravi problemi di sa-

lute, età avanzata, scarsa scolarizzazione e/o formazione professionale, status di immi-

grato, donne;

- per le famiglie: bassi livelli di reddito, presenza di soggetti vulnerabili, di bambini ed

anziani, struttura monogenitoriale (soprattutto se femminile), residenza in aree geogra-

fiche marginali o depresse, assistenza sociale (means tested benefits), abitazione prin-

cipale non di proprietà;

- per le attività imprenditoriali: piccola o piccolissima dimensione, titolare appartenente

18 In molti PVS esistono da tempo varie forme di finanza informale, per le esigenze dei più poveri. Una di queste è quella

degli usurai (o prestatori di denaro locali) che offrono prestiti ad un tasso d’interesse molto elevato (anche 10-20% al

giorno), altre forme sono: i fondi di rotazione (o “tontine”), in cui gruppi di persone si mettono insieme, versano

mensilmente una quota al gruppo e i soldi raccolti vengono dati in prestito a turno a ciascun componente; i cosiddetti

“banchieri ambulanti” (“deposit-takers”) che in certi paesi dell’Africa occidentale raccolgono piccoli risparmi loro affidati

quotidianamente per restituirli alla fine del mese; piccole cooperative di risparmio e credito, che reimpiegano in piccoli

crediti le somme raccolte. Per una descrizione delle caratteristiche della finanza informale e degli intermediari che vi

operano, si rinvia a Robinson (2001) e Mauri (2000).

19 La popolazione di riferimento è costituita da tutti gli individui con più di 15 anni. Per un approfondimento sulle opinioni

dei cittadini europei sui servizi finanziari si veda Eurobarometer 58.1 (2003).

20 È importante sottolineare che questo range di variazione dipende da un insieme di fattori esogeni che possono

incidere in modo rilevante sui risultati (ad esempio la percentuale di non rispondenti, pari allo 0,2% in Danimarca e al

7,2% in Italia). - 61 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

ad una particolare categoria di soggetti vulnerabili, prodotti/servizi realizzati per il

mercato locale e finalizzati al soddisfacimento dei bisogni locali, operanti in contesti

geografici e sociali depressi, caratterizzati da elevata rischiosità e da scarse dotazioni

infrastrutturali.

Le principali cause dell’esclusione finanziaria sono riconducibili a sei fattori (Kem-

pson e Whyley, 1999a, 1999b):

1) access exclusion: le istituzioni finanziarie per una serie di motivi (asimmetrie in-

formative, costi di transazione, problemi di enforcement) non sono interessate ad avere

rapporti con i soggetti a basso reddito. La principale spiegazione teorica del razionamen-

to del credito da parte di istituzioni finanziarie si basa sull’esistenza di asimmetrie infor-

24

. Le asimmetrie informative si possono verificare

mative tra finanziatori e finanziati

prima della concessione del prestito, e riguardano le difficoltà che il creditore incontra

nella conoscenza dei suoi potenziali clienti e nella valutazione della loro effettiva capaci-

tà di restituire sia il capitale sia gli interessi. Se il contratto che il creditore propone non è

in grado di discriminare fra soggetti con caratteristiche diverse, il risultato sarà quello di

selezionare la tipologia di clienti con i quali la banca meno desidera avere rapporti, ossia

25

quelli più rischiosi (adverse selection) . Inoltre, una volta definite le condizione del pre-

stito, il creditore avrà difficoltà ad osservare il comportamento dei debitori dal momento

successivo alla stipulazione del contratto di credito fino al rimborso del prestito e a cono-

scere i risultati effettivamente ottenuti dal progetto finanziato. Questo potrebbe incenti-

vare il debitore a comportarsi ex post in modo difforme rispetto a quanto inizialmente

pattuito (moral hazard), ad esempio scegliendo un progetto più rischioso o riducendo

l’impegno nel progetto iniziale, con riflessi negativi sulla sua solvibilità, oppure pianifi-

21 Secondo questi dati, dunque, l’Italia è il paese dell’Unione Europea con la più elevata percentuale di unbanked.

Conferme circa l’entità del fenomeno provengono anche da fonti italiane: secondo una recente indagine Eurisko, il 23,4%

della popolazione adulta non ha un conto corrente, mentre secondo l’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle

famiglie italiane relativa al 2002 il 14% delle famiglie non possiede nessuna attività finanziaria, neanche nelle forme del

conto corrente bancario o postale. Da un’indagine condotta dalla Fondazione Giordano Dell’Amore nel 2001 (Anderloni,

2003) sulle caratteristiche degli “unbanked” in Italia (definiti come coloro che non possiedono un conto corrente bancario

o un conto di deposito bancario), emerge che questo fenomeno riguarda sia gli individui in condizioni di povertà, sia quelli

che appartengono a differenti gruppi caratterizzati da disponibilità economiche, stili di vita e grado di inserimento socio-

economico differenti (i giovani adulti con occupazione precaria che vivono ancora nella famiglia di origine, gli studenti

universitari, le donne giovani o anziane, residenti soprattutto al Sud e appartenenti alla categoria dei non occupati, gli

immigrati). L’esclusione è principalmente dovuta all’insufficienza di reddito, ma anche ad altri fattori, come ad esempio, il

timore di andare in scoperto e quindi di dover pagare interessi passivi, il ricorso al conto di un familiare, la disponibilità di

un conto con la Posta, la complessità e la burocrazia, precedenti esperienze negative con le banche. Per gli immigrati il

basso livello di bancarizzazione dipende da barriere linguistiche, religiose e dalla limitata conoscenza del sistema

bancario italiano.

22 La letteratura empirica si è concentrata soprattutto sulle difficoltà di accesso al credito da parte delle varie tipologie di

imprese. Si rinvia alla bibliografia riportata nei lavori di: Beck et al. (2005), Peachey e Roe (2004) e Claessens (2005).

23 Per i paesi in via di sviluppo si rinvia a Beck et al. (2005), Peachey e Roe (2004) e Claessens (2005).

- 62 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

cando un fallimento “strategico” in modo tale da non restituire il prestito (voluntary de-

fault).

Allo scopo di eliminare o perlomeno attenuare le conseguenze negative dovute

all’esistenza delle asimmetrie informative, le istituzioni finanziare cercano di fissare in

modo appropriato le condizioni del contratto di credito (ammontare, durata, tasso di inte-

26

, quale condizione per l’ero-

resse, garanzie e altre condizioni). La richiesta di garanzie

gazione del prestito, consente alle banche di ridurre il rischio creditizio cui esse sono

esposte a causa della particolare natura dell'attività svolta. Le garanzie ridurrebbero i

problemi di selezione avversa e azzardo morale perché lascerebbero fuori dal mercato i

27

debitori rischiosi e renderebbero meno attraente il fallimento strategico . Questo mecca-

nismo di razionamento, ampiamente utilizzato dalle istituzioni finanziarie formali, deter-

mina tuttavia una discriminazione a danno di una consistente fascia della popolazione

mondiale che non possiede garanzie adeguate, ma che potrebbe essere in grado, comun-

que, di restituire il prestito. L’esclusione finanziaria della clientela marginale rappresenta

quindi un effetto indesiderato delle asimmetrie informative.

I problemi di selezione avversa e di azzardo morale rappresentano un primo genere

di imperfezioni; la letteratura teorica ha messo in evidenza come l’intermediazione cre-

ditizia sia caratterizzata anche da altri aspetti che possono determinare fenomeni di ra-

zionamento. Ad esempio, è possibile che si verifichino problemi di enforcement.

L’enforcement consiste nella possibilità di far rispettare gli accordi contrattuali, ed è le-

gato alla definizione dei diritti di proprietà ed alle caratteristiche del sistema legale e giu-

diziario. In alcuni paesi (in particolare nei paesi in via di sviluppo) e in alcune zone

24 Si è in presenza di asimmetrie informative nel mercato creditizio quando la banca (cosiddetto “principale”) fissa i

termini del contratto ma ha un’informazione minore rispetto al debitore (cosiddetto “agente”). Il razionamento può essere

definito come un eccesso (positivo) di domanda (aggregata) di credito ai termini del contratto di equilibrio di mercato fra

debitori e creditori. Questa definizione comprende almeno tre tipi di razionamento del credito di equilibrio (Jaffee e

Stiglitz, 1990, pp. 847-849): il “razionamento di tipo I”, il “razionamento di tipo II”, e il “red lining”. Il razionamento di tipo I

è caratterizzato dal fatto che al tasso di interesse e ad altri termini contrattuali di mercato, alcuni o tutti i richiedenti

ottengono un ammontare di credito positivo ma minore di quello desiderato. Il razionamento di tipo II si ha quando dato

un insieme di richiedenti che la banca valuta a priori con un identico rischio di insolvenza, una parte di tale insieme

ottiene l’intero ammontare di credito richiesto mentre l’altra parte - in vari modelli estratta casualmente - non ottiene alcun

credito anche se sarebbe disposta a sottoscrivere gli stessi termini contrattuali o addirittura contratti con termini più

onerosi. Si ha red lining quando tutti i richiedenti appartenenti a determinate classi con i rischi di insolvenza più elevati e

rendimenti attesi più bassi non ottengano alcun credito in quanto il profitto atteso dalla banca per il finanziamento di

queste classi è negativo a qualsiasi livello di tasso di interesse. Per un’analisi approfondita di queste tematiche si rinvia ai

lavori di Hoff e Stiglitz (1993, 1998), Stiglitz e Weiss (1981, 1987), Stiglitz (1986, 1990). Per una survey dei principali

modelli proposti dalla letteratura sul razionamento del credito di equilibrio in presenza di asimmetrie informative, si veda

Ardeni e Messori (1996).

25 All’atto della definizione del contratto di debito ciascun potenziale richiedente presenta “rischiosità” diversa e non

osservabile e le banche non sono in grado di discriminare perfettamente i propri potenziali clienti rispetto al loro diverso

rischio di insolvenza. Inoltre le condizioni di offerta del credito stabilite dalle banche influenzano la rischiosità dei progetti

finanziati. - 63 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

geografiche, è difficile far rispettare gli accordi in quanto l’inefficienza del sistema giu-

diziario rende spesso molto arduo, se non impossibile, il recupero dei crediti. Un altro

tipo di problema è rappresentato dagli elevati costi di transazione che caratterizzano l’at-

tività creditizia. I costi di transazione si riferiscono, in generale, ai costi per ottenere le

informazioni necessarie, ai costi per prendere le decisioni e negoziare gli accordi fra le

parti, ai costi per verificare ed eventualmente imporre il rispetto dei vincoli contrattuali.

In molte situazioni questi costi possono rendere le transazioni di mercato non vantaggio-

se dal punto di vista economico. I prestiti richiesti dai soggetti a basso reddito sono di ri-

dotta entità e dispersi sul territorio, e poiché i costi di transazione che la banca deve

sostenere sono, entro certi limiti, indipendenti dall’ammontare del prestito, servire que-

sto segmento di clientela non è un’operazione remunerativa per la banca.

2) geographical access: la scarsa capillarizzazione sul territorio di banche ed altre

istituzioni finanziarie può rendere difficile l’accesso ad alcune fasce della clientela;

3) condition exclusion: le condizioni di erogazione diverse dal prezzo (tempi di va-

lutazione della richiesta, documentazione, ammontare e durata del prestito, frequenza di

rimborso, possibilità di rinegoziazione) possono rendere i servizi finanziari inappropriati

28

a soddisfare le esigenze di persone con redditi bassi e discontinui ;

4) price exclusion: alcuni servizi finanziari hanno costi insostenibili per certe fasce

di popolazione;

5) marketing exclusion: le politiche di marketing delle banche (canali di promozione

e commercializzazione dei prodotti) possono escludere alcuni segmenti di mercato;

6) self-exclusion: alcuni segmenti della popolazione rinunciano a formulare la do-

manda di servizi bancari e finanziari. Questo comportamento di auto-esclusione dipende-

rebbe da una percepita inadeguatezza, dal timore/convinzione di essere rifiutati, da

precedenti esperienze negative, dalla difficoltà di confrontarsi con procedure burocrati-

29

che complesse, dalla scarsa confidenza con tematiche finanziarie , dalla mancanza di fi-

ducia nelle istituzioni finanziarie, da barriere linguistiche e culturali.

Da qualche anno la microfinanza fornisce un contributo rilevante nell’ampliare l’ac-

cesso ai servizi finanziari, in particolare credito, a soggetti tradizionalmente esclusi. Seb-

26 Due sono le principali tipologie di garanzie richieste dalle istituzioni finanziarie formali: garanzie reali, rappresentate da

beni fungibili che la banca utilizza in caso di inadempienza del debitore, per ridurre la perdita tramite la vendita; garanzie

personali, rappresentate dall’impegno di un soggetto terzo ad accollarsi l’onere del rimborso alla banca qualora il

debitore principale non ottemperi. Si veda Pozzolo (2004).

27 La disponibilità da parte del richiedente di concedere garanzie è, quindi, considerata un segnale di affidabilità

creditizia. Tuttavia è importante tenere presente che la garanzia è uno strumento di selezione imperfetto, in quanto non

fornisce nessuna informazione sulla effettiva capacità del debitore di restituire il prestito.

28 Per un approfondimento di questo aspetto si rinvia a Caskey (2000).

29 Fornire un’adeguata educazione finanziaria ai segmenti esclusi potrebbe contribuire a ridurre questo problema. Per un

approfondimento sul tema della “financial literacy” in Italia si veda Anderloni (2004).

- 64 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

bene non ci sia un consenso unanime su quale sia il fattore principale di successo di

questo strumento, si può sicuramente affermare che l’offerta di servizi di microcredito

presenta un mix di caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto ai soggetti pove-

ri o a basso reddito (Armendariz de Aghion e Morduch, 2005). Facendo riferimento alla

classificazione proposta da Kempson e Whyley, il microcredito contribuisce a contenere:

1) access exclusion: ampliare l'accesso al credito significa rivolgersi principalmente

a soggetti economici respinti dalle banche tradizionali perché privi di adeguate garanzie.

Questo ha stimolato le istituzioni di microfinanza ad adottare metodologie innovative

30

, che valorizzino,

nella concessione dei prestiti che si basino su garanzie alternative

soprattutto, il patrimonio relazionale dei richiedenti i fondi. La metodologia del prestito

di gruppo (group lending) con responsabilità solidale sembra particolarmente utile per

31

superare le inefficienze del mercato del credito . Questa forma di prestito prevede che

un insieme di soggetti economici (peers), preferibilmente su base volontaria, si mettano

32

insieme per fruire del credito . Ognuno è responsabile solidalmente per il rimborso del

prestito erogato al gruppo e l'insolvenza anche di un solo membro determina l'esclusione

33

di tutti dal credito ; questo dà luogo ad una forma di controllo reciproco (peer

34

monitoring) che, insieme alla minaccia di sanzioni economiche e sociali (peer

pressure) in caso di comportamenti non corretti, riduce il rischio di moral hazard. Il

prestito di gruppo, per come è strutturato, ha infatti il vantaggio di disincentivare i

componenti ad intraprendere progetti più rischiosi (Stiglitz, 1990 e Besley e Coate,

1995); inoltre il timore di incorrere in sanzioni sociali incentiva i debitori a dichiarare il

35

vero profitto e a restituire il prestito quando sono in grado di farlo ex post, riducendo

l’incidenza del fallimento strategico (Besley e Coase, 1995; Armendariz de Aghion,

36

. Altro vantaggio è la riduzione dei costi di transazione e dell’adverse selection

1999)

(Ghatak, 2000; Armendariz de Aghion e Collier, 2000): i gruppi sono formati

30 Alcune istituzioni di microfinanza richiedono garanzie reali per la concessione dei prestiti, in particolare per i prestiti

individuali. E’ prevista comunque una certa flessibilità nella tipologia delle garanzie reali richieste, possono anche avere

un valore economico simbolico, ciò che conta è il valore del bene per il cliente.

31 Rai e Sjöström (2004) sostengono che il prestito di gruppo con responsabilità solidale può dar luogo ad inefficienze.

L’applicazione rigida della regola di interruzione dei prestiti in caso di insolvenza di un membro del gruppo non

rappresenta sempre una soluzione ottimale. Ad esempio quando il gruppo è composto quasi interamente da debitori

altamente affidabili (ad eccezione del soggetto insolvente), l’istituzione di microfinanza preferirebbe continuare ad

operare con loro, data la difficoltà di trovare “buoni” clienti, ma per essere credibile dovrebbe escluderli dal credito.

32 Il credito può essere concesso secondo differenti procedure: a) a rotazione, dove il membro successivo riceve il

prestito soltanto quando il precedente ha completamente ripagato il proprio prestito; b) il credito è concesso

contemporaneamente ad ogni membro del gruppo; nessuno può ricevere un secondo prestito se tutti i componenti del

gruppo non hanno ripagato. Per una descrizione dei principali modelli del prestito di gruppo si rinvia a Waterfield e Duval

(1996).

33 Questa punizione costituisce l’enforcement del contratto.

- 65 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

autonomamente, tra persone della stessa comunità, cosicché la profonda conoscenza tra i

soggetti coinvolti consente una accurata selezione (peer selection) a basso costo (la

responsabilità reciproca sulla concessione di nuovi prestiti costringe, in un certo senso, a

valutare attentamente le reali possibilità e il livello di rischio degli altri membri).

Altri particolari sistemi di incentivazione introdotti allo scopo di favorire la restitu-

zione del prestito concesso sono: richiesta di un deposito di risparmio utilizzato come ga-

ranzia di prestito (cash collateral) che non viene restituito, anche se remunerato, fino a

37 ; concessione di prestiti di importo crescente, dopo

che il prestito non è stato ripagato

che sono stati rimborsati quelli precedenti (Morduch, 1999). Una innovazione particolar-

mente importante è rappresentata dalla preferenza accordata nella concessione dei presti-

ti alle donne rivelatesi più affidabili e più solvibili (Hulme e Mosley, 1996 e Ranis et al.,

2000).

2) geographical exclusion: la scelta della collocazione geografica da parte delle isti-

tuzioni di microfinanza (IMF) è fortemente influenzata dal target scelto, in ogni caso le

IMF si sono principalmente diffuse in contesti rurali e in aree urbane disagiate. La vici-

nanza “fisica” con la clientela è molto importante perché permette di avere maggiori in-

formazioni sulle caratteristiche (situazione e bisogni) del richiedente e di costruire una

relazione di fiducia tra IMF e cliente che influenza il tasso di restituzione del prestito;

3) condition exclusion: i prestiti erogati dalle IMF hanno particolari caratteristiche

che li rendono idonei ai bisogni delle persone a basso reddito: i tempi di valutazione del-

la richiesta sono piuttosto veloci, consentendo un accesso rapido al credito a soggetti che

hanno di solito tempi stretti; la documentazione richiesta per la valutazione è quella mi-

nima, in modo tale da evitare di imporre barriere burocratiche che possono essere insupe-

34 La conoscenza e il controllo tra i vari membri del gruppo sono agevolati dalla vicinanza fisica e sociale. In questa

tipologia di prestiti un ruolo importante è svolto dal capitale sociale. Secondo Trigilia (1998, pp. 397-398): “Il capitale

sociale è l’insieme delle relazioni sociali di cui un soggetto collettivo dispone in un determinato momento. Attraverso il

capitale di relazioni si rendono disponibili risorse cognitive, come le informazioni, o normative, come la fiducia, che

permettono ai soggetti di realizzare obiettivi che non sarebbero altrimenti raggiungibili”. Le relazioni esistenti tra i membri

del gruppo hanno quindi un valore in quanto creano una forma di condizionamento del comportamento utilizzando

sanzioni sociali al posto delle sanzioni legali ed economiche tipiche delle banche. La presenza di un livello elevato di

capitale sociale è, pertanto, un punto di forza dei progetti, proprio perché attenua gli aspetti negativi legati alle asimmetrie

informative (Besley e Coate 1995). Uno studio effettuato su numerosi programmi di microfinanza (Van Bastelaer, 2000),

ridimensiona, però, l’importanza del capitale sociale nell’ambito dei prestiti di gruppo e mostra come, in molti casi, la

riuscita del programma non sia stata pregiudicata dalla rottura delle responsabilità reciproche. Ulteriore punto chiave del

successo di questi programmi sarebbe il rapporto che si viene a creare tra il cliente e l’operatore di microfinanza (detto

anche “banchiere ambulante”); quest’ultimo, producendo una pressione morale, permette di disciplinarne le abitudini e di

aumentare le capacità di rimborso.

35 Questo si verifica se i risultati ottenuti dal progetto finanziato sono visibili agli altri membri del gruppo.

36 Secondo alcuni studiosi ci sarebbe la possibilità che i membri del gruppo decidano, in certe situazioni, di colludere tra

loro contro la banca. Tale rischio non sembra confermato dall’evidenza empirica disponibile.

37 Questa richiesta può essere fatta solo dalle istituzioni abilitate alla raccolta del risparmio.

- 66 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

rabili per soggetti con una scarsa o nulla conoscenza delle materie economico-

finanziarie; l’ammontare del prestito concesso è molto contenuto, in linea con le richieste

38

; le scadenze fissate per il rimborso delle diverse rate del

di questa fascia di clientela

prestito sono molto ravvicinate (di solito con cadenza settimanale) in modo da andare in-

39

contro al cliente che preferisce restituire piccoli importi con una certa frequenza ; possi-

bilità di rinegoziare le condizioni del prestito in caso di difficoltà del cliente; l’importo

erogato è in alcuni casi associato all’offerta di servizi non finanziari appropriati alle ne-

cessità specifiche del target;

4) price exclusion: i tassi di interesse applicati dalle IMF alla clientela sono di im-

40 41

porto molto variabile e di regola molto più elevati di quelli praticati dalle banche .

Tuttavia, i tassi di riferimento rilevanti per i soggetti esclusi dal sistema bancario non

sono quelli utilizzati dal sistema bancario tradizionale, ma quelli degli intermediari fi-

nanziari informali (ad esempio usurai), che rappresentano di regola l’unica fonte finan-

ziaria alternativa;

5) marketing exclusion: le istituzioni di microfinanza hanno cercato di individuare

canali di promozione adeguati al segmento di clientela che intendono servire. Una delle

principali difficoltà incontrate dalle IMF è diffondere la conoscenza dell’esistenza di

questo strumento presso il target scelto in modo tale da stimolarne la domanda. Partico-

larmente efficaci si sono rivelati i canali informali (ad esempio il “passaparola” da parte

di persone che ne hanno già beneficiato e da parte di associazioni operanti nel territorio);

6) self-exclusion: le istituzioni di microfinanza pongono alla base della relazione

con la clientela la fiducia: danno infatti fiducia per ottenere fiducia. Questo elemento ri-

sulta particolarmente importante per ridurre la diffidenza di alcuni segmenti della popo-

lazione nei confronti degli intermediari finanziari e per limitare il fenomeno

dell’autoesclusione.

38 È importante sottolineare che l’erogazione di prestiti di piccolo ammontare consente alle IMF di ridurre il rischio.

39 Questa modalità prevista per la restituzione presenta vantaggi anche per le istituzione di microfinanza, che possono

verificare con una certa rapidità la solvibilità del beneficiario e intervenire tempestivamente nel caso in cui si verificassero

delle difficoltà che possono compromettere la restituzione dell’intero prestito.

40 La variabilità dei tassi di interesse applicati ai programmi di microcredito dipende dalle fonti di finanziamento utilizzate

dalle istituzioni di microfinanza, dagli obiettivi che si pongono in termini di sostenibilità finanziaria e dall’offerta di servizi

non finanziari.

41 Gli elevati tassi di interesse richiesti dalle istituzioni di microfinanza riflettono gli alti costi, in particolare di gestione e di

personale, a cui sono soggette e la maggior rischiosità che caratterizza in genere questa clientela.

- 67 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

IL MICROCREDITO NEL MONDO: RILEVANZA DEL FENOMENO E

PRINCIPALI CARATTERISTICHE

Secondo l’ultimo rapporto della campagna internazionale del microcredito (Daley-

Harris, 2004), che riporta i dati aggiornati a fine 2003, i beneficiari totali dei 2.931 pro-

42 sono quasi 81 milioni; di questi il 67,7% si trova in una

grammi di microcredito censiti 43

situazione di povertà estrema (tabella 1) .

Negli ultimi sette anni il tasso medio annuo di crescita dei clienti “poverissimi” si

aggira intorno al 34%: se questo incremento si verificasse anche nel biennio 2004-2005,

l’importante obiettivo di raggiungere 100 milioni di beneficiari appartenenti agli strati

44

.

più poveri della popolazione diverrebbe realtà

Tab. 1 DIMENSIONI DEL MICROCREDITO: EVOLUZIONE

Numero dei programmi di Numero di destinatari Numero di destinatari

Anno microfinanza censiti raggiunti “poverissimi” raggiunti

31/12/1997 618 13.478.797 7.600.000

31/12/1998 925 20.938.899 12.221.918

31/12/1999 1.065 23.555.689 13.779.872

31/12/2000 1.567 30.681.107 19.327.451

31/12/2001 2.186 54.932.235 26.878.332

31/12/2002 2.572 67.606.080 41.594.778

31/12/2003 2.931 80.868.343 54.785.433

Fonte: Daley-Harris (2004).

Nonostante il numero di beneficiari del microcredito cresca di anno in anno, la per-

centuale di persone poverissime raggiunte, rispetto ai destinatari potenziali, è ancora

45 varia comunque notevolmente in base

molto bassa, pari al 23,3%. Il tasso di copertura

all’area geografica considerata: si va dal 31% in Asia allo 0,6% in Europa e nei Paesi in

42 Bisogna sottolineare che il numero di istituzioni di microfinanza effettivamente esistenti è molto più elevato. Secondo

l'UNCTAD (1998) nel mondo esistono circa 7.000 entità organizzate distributrici di servizi di microcredito, che coprono il

5% della domanda potenziale. I dati riportati sono quindi parziali, anche se riguardano le istituzioni più grandi e

maggiormente conosciute. Per un approfondimento sulle dimensioni della microfinanza si veda Christen et al. (2004).

43 I poveri sono coloro che hanno un reddito inferiore alla linea di povertà dei rispettivi paesi. I poverissimi sono coloro

che si trovano, come livello di reddito, nella metà inferiore della fascia di popolazione che vive sotto la soglia nazionale di

povertà oppure coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. La condizione di povero si valuta all’inizio della

partecipazione al programma.

44 È importante sottolineare che l’aumento del numero dei clienti che si verifica annualmente dipende da diversi fattori: in

parte è dovuto all'ampliamento della rilevazione, che include nuove istituzioni prima non censite, in parte all'effettivo

incremento dell'operatività delle microfinanziarie già rilevate. Inoltre il numero dei beneficiari poverissimi dipende dal

concetto di povertà adottato: negli ultimi anni la definizione di “poorest” è divenuta meno restrittiva.

45 Il tasso di copertura è dato dal rapporto tra clienti effettivamente raggiunti e clienti potenziali. Questi ultimi sono

identificati con coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno.

- 68 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

transizione. Nel valutare i risultati ottenuti si deve tenere presente che il microcredito è

un fenomeno relativamente recente e che il 74% delle istituzioni ha dimensioni piuttosto

ridotte (ciascuna ha al massimo 2.500 clienti “poorest”) raggiungendo complessivamen-

te poco più di un milione (1.184.729) di beneficiari poverissimi.

Le donne poverissime sono un importante target dei programmi di microcredito atti-

vi nel mondo: rappresentano infatti il 55,9% dei clienti totali e l’82,6% dei quelli consi-

derati “poorest”. Numerosi studi relativi ad iniziative di microcredito di “successo” nei

paesi in via di sviluppo hanno notato che le donne sono molto più affidabili degli uomini

nella restituzione dei prestiti. Inoltre, la concessione di microprestiti alle donne ha un im-

patto molto maggiore sul consumo familiare e sulla qualità della vita dei figli (in partico-

46

. Sono stati riscontrati anche effetti sociali positivi: la

lare istruzione e salute)

condizione delle donne, sia all’interno della famiglia che nell’ambito della comunità, mi-

gliora quando esse hanno la responsabilità dei prestiti e la gestione dei risparmi. Con il

microcredito le donne conquistano quindi un certo grado di potere, che consente loro di

47

prendere decisioni in modo autonomo e godere di maggior rispetto (empowerment) .

La tabella 2 riporta i dati relativi ai microprestiti ripartiti per area geografica. La mi-

crofinanza è ampiamente presente in Asia, con il 54,7% dei programmi, l’88,5% del tota-

le dei destinatari e il 91% dei poorest. Per quanto riguarda gli altri paesi in via di

sviluppo, l’Africa, con 919 programmi, raggiunge circa l’8% dei destinatari, mentre i be-

neficiari che risiedono in America Latina e nei Caraibi sono il 2,9%, ed appena lo 0,1%

in Medio Oriente.

Tab. 2 RIPARTIZIONE GEOGRAFICA DEI PROGRAMMI DI MICROFINANZA A FINE 2003

Programmi di Beneficiari Beneficiari “poverissimi”

Area Beneficiari

microfinanza “poverissimi” donne

Africa 919 6.438.587 4.725.912 3.180.419

Asia 1.603 71.585.413 48.797.590 41.272.188

America Latina e Caraibi 261 2.519.299 1.121.324 719.191

Medio Oriente 30 106.464 54.039 22.785

Totale Paesi in via di sviluppo 2.813 80.649.763 54.698.865 45.194.583

Nord America 48 53.147 24.817 10.782

Europa e paesi in transizione 70 165.433 61.751 37.360

Totale paesi industrializzati 118 218.580 86.568 48.142

Totale generale 2.931 80.868.343 54.785.433 45.242.725

Fonte: Daley-Harris (2004).

Nei paesi industrializzati, i risultati sono molto più modesti sia in termini di numero

di programmi (118), sia di beneficiari (218.580). La maggior parte di questi clienti

46 Si veda Khandker (1998).

47 Con il termine empowerment si indica il potere sociale di una persona all’interno dell’ambiente in cui vive.

- 69 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

(76,5%) risiede in Europa, in particolare dell’Est e nei Paesi in transizione, la rimanente

è raggiunta da programmi attivi nel Nord America.

I dati appena commentati mettono in evidenza come il fenomeno del microcredito

sia ampiamente diffuso nei paesi in via di sviluppo, caratterizzati da un’elevata incidenza

di povertà, mentre risulta di modeste dimensioni nei paesi più ricchi. A spiegare in parte

questa discrepanza nella diffusione del microcredito nelle due grandi aree geografiche

48 , dei livelli di sviluppo economico e

sono le notevoli differenze dei mercati finanziari

dei redditi pro capite. E’ importante tuttavia sottolineare che nei dati riportati da questa

fonte vi è una sottostima del numero di programmi di microcredito attivi nei paesi indu-

strializzati, dovuta al fatto che diverse istituzioni finanziarie non sono, per diversi motivi,

comprese nel calcolo.

Sebbene il fenomeno del microcredito nei paesi ricchi sia soggetto ad una

sottostima, è comunque possibile trarre alcune considerazioni circa alcune peculiarità di

questo strumento nelle due aree geografiche. Le differenze non si limitano al numero di

49

programmi esistenti e di clienti serviti , ma riguardano anche alcune caratteristiche del

target. In particolare, per quanto riguarda il genere, le donne non sembrano essere il

target privilegiato delle istituzioni di microfinanza dei paesi industrializzati,

rappresentando infatti solo il 22% dei clienti serviti in quest’area, contro il 56% dei paesi

più poveri. Inoltre, considerando solo i clienti poverissimi, nei paesi in via di sviluppo le

donne sono l’82,6%, contro il 55,6% dei paesi sviluppati. L’obiettivo di raggiungere i più

poveri tra i poveri non sembra prioritario in Europa e nel Nord America, dove i poorest

sono solo il 39,6% del totale, mentre tale percentuale raggiunge il 67,8% nei PVS.

Altre caratteristiche dei programmi attivati in Europa e negli Stati Uniti, che non

emergono direttamente dai dati sopra esposti ma che sono state evidenziate dalla lettera-

tura, sono (Viganò, 2004):

1) il numero medio dei clienti per programma è più basso. Questo aspetto ha un’in-

fluenza notevole sulla redditività e sulla sopravvivenza dell’istituzione di microfinanza.

La quasi totalità delle IMF dei paesi industrializzati non riesce infatti a remunerare tutte

le fonti di finanziamento a tassi di mercato e solo alcune sono in grado di coprire i costi

operativi. L’esiguità numerica della clientela rende inoltre l’attività delle IMF più ri-

schiosa, perché permette una minore redistribuzione del rischio;

2) i destinatari potenziali sono solo una parte esigua della popolazione totale. Il set-

tore delle microimprese, target principale del microcredito, è di per sé molto più piccolo

48 È importante tenere presente che la normativa esistente nei paesi industrializzati per la creazione di istituzioni

finanziarie è molto più restrittiva soprattutto se è prevista la raccolta del risparmio, e questo può porre seri vincoli alla

diffusione del microcredito. Su questo tema si veda Reifner (2002).

49 Il 99,7% dei clienti totali e il 96% dei programmi appartengono ai paesi in via di sviluppo.

- 70 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

rispetto ai paesi in via di sviluppo e la creazione di una piccola impresa è più difficile

(Schreiner, 2001);

3) l’ammontare unitario del prestito concesso è più alto, e questo è dovuto al fatto

che l’avvio di una attività imprenditoriale ha costi molto più elevati nei paesi industria-

lizzati;

4) il tasso d’interesse è sensibilmente più basso: nei paesi industrializzati il tasso di

interesse annuo si attesta attorno al 10-15%, mentre nei paesi in via di sviluppo varia tra

il 40 e il 60%. La differenza è dovuta a diversi fattori, tra i quali rientra l’elevato tasso

d’inflazione che caratterizza i PVS e l’esistenza, nei paesi industrializzati, di soglie ai

tassi di interesse, definite dalla legge per tutelare il cliente, che vincolano le istituzioni

che concedono credito;

5) è più difficile trovare forme “non tradizionali” di garanzia del debito: l’utilizzo

della metodologia del prestito di gruppo e la relativa responsabilità solidale dei membri

che vi fanno parte non sembrano una soluzione appropriata ai paesi industrializzati dove

le relazioni sociali, sulle quali si costruiscono le reti di solidarietà, sono più disgregate e

50

frammentate . Le istituzioni dei paesi ricchi devono impegnarsi, in assenza di garanzie

reali, ad identificare modelli innovativi di valutazione del rischio creditizio;

6) è molto frequente trovare, accanto alle operazioni di finanziamento, programmi

di formazione soprattutto all’imprenditorialità (di accompagnamento nei progetti, di for-

mazione e gestione dell’idea imprenditoriale):

7) la durata di rimborso del prestito è più lunga: i crediti sono rimborsati nel medio-

lungo periodo, piuttosto che nel breve (entro 12 mesi) come avviene di solito nei PVS.

Nei paesi industrializzati è necessario più tempo per rendere produttivo un investimento

o una attività.

Il microcredito pertanto non corrisponde ad una formula unica di intervento. I diver-

si contesti economico-sociali in cui si è diffuso il microcredito hanno dato origine a di-

versi modelli che si distinguono per missione e obiettivi, per il modo in cui interagiscono

con il contesto stesso, per i modelli operativi e gestionali adottati. Per poter ottenere ri-

sultati apprezzabili da un progetto di microcredito è dunque fondamentale tenere in con-

siderazione l’ambiente geografico, economico, sociale e culturale.

50 La metodologia del prestito di gruppo è adottata da molte istituzioni di microfinanza operanti nei paesi in via di sviluppo

(ISAE, 2003). Nei paesi industrializzati le IMF preferiscono, per una serie di motivi, erogare prestiti individuali, comunque

ci sono anche progetti di microcredito che adottano il group lending. Si veda al riguardo l’articolo di Dalla Pellegrina e

Masciandaro (2004) che propone un modello teorico sul credito di gruppo in un contesto di mercati competitivi.

- 71 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

LE ESPERIENZE DI MICROFINANZA IN EUROPA: TARGET ED OBIETTIVI

Come affermato in precedenza, il microcredito può assumere forme e modalità dif-

ferenti a seconda dei contesti culturali e socio-economici nei quali viene applicato. In

questo paragrafo si descrivono le principali caratteristiche del “modello” di microfinanza

51 .

che si è diffuso negli ultimi anni in Europa

52

A partire dalla fine degli anni ottanta , l’interesse per il fenomeno del microcredito

53

; i primi paesi a speri-

e per la sua diffusione in ambito europeo è in continua crescita

mentare questo strumento sono Francia ed Inghilterra, ma negli ultimi otto anni gli istitu-

ti di microfinanza si sviluppano in quasi tutti i paesi europei. Il diffondersi della

microfinanza sembra dipendere da una serie fattori specifici: persistenza di situazioni

macroeconomiche critiche; elevati tassi di disoccupazione che colpiscono in modo parti-

54 55

colare i giovani e le donne; aumento del rischio povertà e di esclusione sociale per al-

cune tipologie di individui; crescente richiesta di accesso al credito da parte degli

immigrati; necessità di contenere la spesa sociale che ha determinato, in alcuni paesi, una

56

contrazione dell’intervento statale nell’assistenza, radicata cultura della microimpresa

e più in generale esclusione finanziaria di alcuni segmenti della popolazione.

Molte iniziative di microfinanza attualmente attive in Europa si prefiggono di con-

tribuire alla riduzione della povertà, di promuovere lo sviluppo locale, l’inclusione socia-

57

, soprattutto attraverso il lavoro autonomo e la

le e finanziaria delle fasce più fragili

51 Per una analisi delle iniziative di microfinanza che si sono sviluppate negli Stati Uniti si rinvia a Schreiner e Morduch

(2002).

52 Secondo gli studiosi, le prime istituzioni di microfinanza sarebbero sorte, in Europa, alla fine dell’800, con le piccole

banche di villaggio basate sulla responsabilità solidale create da Raffeisen e le cooperative di risparmio e credito in

ambiente urbano, ideate da Schulze-Delitzsch. Per un approfondimento degli aspetti storici della microfinanza in Europa

si veda Vigano (2004). Interessante è l’articolo di Hollis e Sweetman (1998) che analizza, con notevole dettaglio, sei

programmi di microcredito esistenti nel diciannovesimo secolo in Europa, mettendone in evidenza i fattori critici di

successo. Per gli autori il risparmio gioca un ruolo chiave per la sostenibilità delle istituzioni e per perdurare nel tempo. Lo

studio dei metodi di funzionamento di tali istituzioni e l’analisi del loro successo o fallimento è di grande aiuto per capire

quali sono stati gli errori commessi, e quali scelte invece sono risultate vincenti nell’attuazione di programmi di

microfinanza.

53 Inizialmente, in Europa, il concetto di microcredito si confondeva con quello di finanza etica. Oggi il microcredito può

essere considerato uno dei tre filoni della finanza etica. Gli altri due sono: diffusione di prodotti finanziari “socialmente

responsabili” (fondi etici), attività finanziaria “socialmente orientata”, con investimenti basati su criteri di sostenibilità

sociale e ambientale. Per un quadro della finanza etica in Europa e in Italia, si veda Lunaria (2000a) e Viganò (2001a).

54 La Commissione Europea definisce, convenzionalmente, povero un individuo che vive in una famiglia il cui reddito

equivalente è inferiore al 60% della mediana dei redditi equivalenti del proprio paese. Nel 2003, secondo recenti stime

fornite da Eurostat per 25 paesi europei (Eurostat, 2005), il 16% cittadini (circa 72 milioni di individui) versava in

condizioni di povertà. Questa percentuale variava dal 10-13% di Svezia, Danimarca, Finlandia, Francia, Austria,

Lussemburgo e Olanda, al 18-21% di Grecia, Irlanda, Italia, Spagna, Inghilterra e Portogallo. Sempre per il 2003

l’intensità media della povertà (poverty gap), a livello europeo, è stata stimata nel 22% e l’indice di Gini nel 29 per cento.

- 72 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

creazione di microimprese, ma anche erogando prestiti al consumo che consentano di

fare fronte a temporanee situazioni di difficoltà economica.

L’importanza del microcredito per le microimprese è stata sottolineata anche in un

rapporto della Commissione Europea (2003): la difficoltà di accedere al prestito banca-

58

rio , a causa dell’inadeguatezza o assenza di garanzie reali e delle dimensioni delle mi-

croattività, ritenute troppo ridotte dalle banche tradizionali, non consente alle

microimprese di svilupparsi o di liberarsi dai forti vincoli dell’usura. L’accesso a servizi

finanziari specifici permetterebbe ai microimprenditori di rimuovere questi ostacoli, con

notevoli opportunità di crescita.

L’utilizzo del microcredito in progetti di auto-impiego, in particolare a favore di

soggetti disoccupati e di altre categorie fragili ma con potenzialità (ad esempio, immigra-

ti), mette in evidenza come questo strumento possa rappresentare una proposta innovati-

va di politica attiva del lavoro, con effetti positivi sulla spesa sociale (ILO, 2002).

L’inclusione sociale di questi individui, ottenuta attraverso l’auto-impiego, contribuireb-

be infatti a ridurre la dipendenza dai programmi pubblici di assistenza e il fenomeno del-

la “trappola della povertà” (Evers et al., 2005). Anche l’erogazione di microprestiti di

“emergenza” a favore di famiglie che stanno affrontando seri, ma temporanei, problemi

di liquidità potrebbe essere considerata uno strumento nuovo di politica sociale.

Sebbene le potenzialità del microcredito in ambito europeo siano state ampiamente

analizzate dagli studiosi, le informazioni sulla sua dimensione quantitativa sono ancora

59

piuttosto scarse. La Rete Europea di Microfinanza (REM) , fondata nel 2003 a Barcello-

na per promuovere questo strumento, ha recentemente svolto un’indagine avente ad og-

60

getto 32 organizzazioni di microcredito in Europa (EMN, 2004) . Gli esiti dell’indagine

61

.

mostrano un quadro variegato dell’attività di microfinanza nell’Europa occidentale

L’Inghilterra e la Germania hanno il più alto numero di istituzioni di microfinanza, ri-

55 Il fenomeno dell’esclusione sociale, intesa come forma di deprivazione materiale e di fragilità che non riguarda

esclusivamente la povertà economica e il disagio estremo ma anche il graduale depauperamento dei legami familiari e

sociali, è sempre più diffuso in Europa. Per un approfondimento sull’esclusione sociale in Europa si veda: Bossert et al.

(2005), CNEL (2002), Atkinson et al. (2005) e Figari (2005).

56 Il termine microimpresa in Europa, secondo la definizione adottata dalla Commissione Europea, indica ogni azienda

che impieghi meno di dieci dipendenti, con un fatturato annuo inferiore ai 2 milioni di euro e un totale di stato patrimoniale

inferiore ai 2 milioni di euro. Secondo questa definizione, il 93% delle piccole e medie imprese esistenti in Europa sono

microimprese (Commissione Europea, 2003).

57 Dal vertice di Lisbona, l’inclusione sociale è diventato uno degli obiettivi prioritari nella maggior parte dei paesi europei

(ISAE, 2002).

58 Il problema di accesso al credito è molto sentito fra i microimprenditori e si è accentuato nell’ultimo decennio in molti

paesi europei, in seguito all’aumento delle microimprese avviate da soggetti marginali (Whyley e Kempson, 2000,

Commissione europea, 2001).

59 Si tratta di una rete che unisce moltissime istituzioni di microfinanza operanti in Europa occidentale. A fine 2004

appartenevano al network 28 membri di 15 paesi europei.

- 73 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

spettivamente il 41 e il 23% del totale delle organizzazioni considerate. È importante tut-

tavia precisare che in questi due paesi non esistono iniziative di microcredito a livello

62

. Considerando il nu-

nazionale, pertanto l’operatività è solo a livello locale o regionale

mero di microcrediti erogati nel 2003 il primato spetta alla Francia, con una quota pari al

52,7%, seguita dalla Finlandia (27,3%). Nei rimanenti paesi questo valore è inferiore al

10 per cento.

Il fenomeno della microfinanza nell’Europa occidentale è piuttosto recente: le istitu-

zioni considerate sono state fondate nel periodo 1982-2003, ma la maggior parte (76%) è

sorta nell’ultima decade e quasi la metà negli ultimi quattro anni. Questo in parte spiega

l’attuale fase di sperimentazioni, con riferimento ai modelli operativi e agli approcci, che

si riscontra nelle diverse realtà.

Il target principale (target market) è rappresentato dalle microimprese: la maggior

parte delle istituzioni (78%) eroga, infatti, microprestiti a imprese con meno di cinque di-

pendenti. Con riferimento alle caratteristiche della clientela servita (target group), quasi

un quinto delle organizzazioni non ha un target specifico; tra quelle che invece lo hanno,

notevole rilevanza assumono i poveri, le donne e i disoccupati.

Per quanto riguarda i criteri adottati per la concessione del prestito, le 24 organizza-

zioni che hanno risposto a questa domanda valutano la richiesta sulla base della validità

del progetto imprenditoriale e delle caratteristiche personali del soggetto richiedente.

Molte istituzioni non richiedono alcune garanzia, mentre alcune richiedono garanzie per-

sonali e poche sono quelle che richiedono garanzie reali.

L’82% delle istituzioni valuta, utilizzando diversi metodi, l’impatto della propria at-

63

. I principali indicatori utilizzati per misurare l’impatto sono piuttosto

tività sui clienti

semplici (numero di imprese avviate, numero di posti di lavoro creati, tasso di sopravvi-

venza delle imprese), più complicato è valutare gli effetti (economici e sociali) sulle con-

dizioni di vita degli individui e più in generale sulla comunità di appartenenza.

Per quanto riguarda le caratteristiche dei prestiti, la durata varia tra i sei mesi e i die-

ci anni, con un valore medio pari a 29 mesi. Il tasso di interesse medio applicato è 8%,

l’intervallo di variazione è 0-20%. L’8% delle organizzazioni eroga prestiti a tasso zero,

il 65% applica un tasso tra l’1 e il 10%, il 4% tra il 10 e il 15%, e infine il 23% tra il 15 e

60 Le istituzioni contattate sono state 51, di queste solo 32 hanno risposto al questionario. I paesi inclusi nell’analisi sono:

Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Inghilterra. Sebbene la ricerca non

includa tutte le realtà attualmente operanti in Europa nel settore della microfinanza, è comunque utile per avere una

visione d’insieme.

61 Per un’analisi dello stato della microfinanza in Europa orientale si veda il lavoro di Foster et al. (2003).

62 Considerando invece tutte le organizzazioni, si nota che il 47% opera a livello locale, il 33% a livello nazionale e il 20%

a livello regionale.

63 Il 18% non effettua studi di impatto e il 10% non ha risposto alla domanda.

- 74 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

il 20%. I tassi più elevati sono applicati in prevalenza dalle organizzazioni operanti in In-

ghilterra. L’importo minimo del prestito oscilla tra i 50 e i 5.000 euro, mentre quello

64

. Conside-

massimo varia da 2.000 a 300.000 euro, ma l’importo medio è 12.000 euro

rando la distribuzione dei prestiti per classi di importo emergono due gruppi: quelli che

fanno prestiti fino a 5.000 euro e quelli tra i 7.500 ed i 10.000 euro. La metodologia prin-

cipale è l’erogazione di prestiti individuali, effettuati dal 79% delle organizzazioni; solo

il 4% fa prestiti di gruppo, e il 17% usa entrambe le tecniche. La metà eroga prestiti di

importo crescente nel tempo agli individui che hanno dato prova con il loro comporta-

mento di essere solvibili. La maggior parte offre, unitamente ai prestiti, anche supporto

professionale e consulenza su diverse tematiche. Questi servizi di supporto, in alcuni casi

obbligatori, sono previsti sia prima dell’avvio della microimpresa, sia durante.

Il numero medio di prestiti erogati in un anno è piuttosto contenuto: nel 2003 il 36%

delle organizzazioni ha erogato, in media, meno di 20 prestiti e circa il 25% rientra nella

classe 50-100 prestiti. Nello stesso anno l’ammontare totale erogato da ogni istituzione

oscilla da meno di 20.000 euro a oltre 5.000.000 di euro, mentre l’importo totale dei pre-

65

stiti concessi dalla totalità istituzioni è, sempre nel 2003, pari a 88,5 milioni di euro . È

interessante mettere in evidenza che le istituzioni che hanno raggiunto alti volumi di pre-

stiti (1.000.000 di euro) operano a livello nazionale e sono state costituite prima del

1996. Inoltre l’ammontare medio dei prestiti concessi è piuttosto elevato (10.271 euro), e

il numero di clienti servito in un anno da ciascun impiegato addetto ai prestiti è 54, con-

tro un valore medio di 17 relativo a tutte le istituzioni.

La performance dell’attività di microfinanza, valutata in base al tasso di restituzio-

66

ne, è piuttosto buona: il 91% dei prestiti concessi è stato rimborsato . Disaggregando il

dato, si nota che il 23% delle istituzioni ha un tasso di rimborso tra il 75 e l’85%, oltre la

metà (62%) tra l’86 e il 95%, mentre il 15% ha tassi superiori al 95 per cento.

Le risorse finanziarie utilizzate dalle organizzazioni per la loro attività provengono

principalmente da fonti esterne: fondi pubblici (Stato, Unione Europea, Regioni), fondi

privati (famiglie e istituzioni finanziari) e donazioni. Dai dati emerge il ruolo cruciale

delle risorse erogate dal settore pubblico.

Secondo quanto riportato dalle organizzazioni, i principali ostacoli al raggiungimen-

to degli obiettivi di crescita e sostenibilità sono in ordine di importanza: mancanza di

fondi per coprire i costi operativi, difficoltà nello stimolare la domanda e nel reperire

64 L’importo medio è stato calcolato senza considerare il valore più elevato, offerto solo da una organizzazione. Il valore

medio ottenuto rientra ampiamente nel valore soglia al di sotto del quale si può parlare di microcredito nei paesi europei.

Secondo la Commissione Europea (2001), si definisce microcredito qualunque prestito non superiore ai 25.000 euro.

65 Questo importo è leggermente sottostimato, in quanto include solo i valori delle istituzioni che hanno fornito i dati per il

biennio 2002-2003.

66 Si rinvia al lavoro per altri indicatori inerenti la qualità del portafoglio prestiti.

- 75 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

clienti eleggibili, clienti non propensi all’indebitamento, carenza di capacità/spirito im-

prenditoriale. Le risorse per erogare i finanziamenti non rappresentano un problema per

queste istituzioni.

Un quadro abbastanza simile sullo stato della microfinanza in Europa emerge da un

altro studio comparativo condotto dalla Fondazione Giordano Dell’Amore e dalla Fon-

dazione Europea Guido Venosta (Viganò, 2004) su un campione di paesi e organizzazio-

67

. Alcune informazioni interessanti, non presenti

ni parzialmente diverso dal precedente

nello studio sopra richiamato, emergono da questo lavoro. In particolare, per quanto ri-

guarda la forma istituzionale, il 7% delle istituzioni opera come istituto finanziario a sta-

tuto bancario, mentre oltre il 43% è costituito da ONG, associazioni e fondazioni. Il

restante 50% è rappresentato da istituti finanziari non bancari ed organizzazioni in forma

cooperativa. Per quanto riguarda le collaborazioni che le istituzioni intervistate manten-

gono con altre organizzazioni del settore e non, emerge che nell’84% dei casi le IMF

hanno relazioni con enti no profit (probabilmente per avere informazioni sulla clientela o

sul contesto socio-economico) e nell’81% con istituzioni finanziarie (per reperire risorse

finanziarie o per formazione); seguono gli Enti pubblici (78%), le Università e i centri di

ricerca (68%).

Le diverse organizzazioni di microfinanza operanti in Europa occidentale, pur nella

tipicità che le contraddistingue, presentano molti elementi comuni. Esse condividono

l’obiettivo di intervenire in ambito sociale attraverso l’erogazione di risorse finanziarie a

persone e imprese che non possono ottenerne altrove, condividono il medesimo mercato-

obiettivo delle piccole imprese e concepiscono la microfinanza quale strumento per com-

battere povertà ed esclusione finanziaria.

IL MERCATO DEL MICROCREDITO IN ITALIA: POTENZIALI DESTINATARI E

PRINCIPALI INIZIATIVE

Il fenomeno del microcredito sta ricevendo anche in Italia un’attenzione crescente

da parte di una pluralità di soggetti. L’Anno Internazionale del Microcredito ha rappre-

sentato un’occasione importante per interrogarsi sul ruolo che questo strumento può ave-

re nel contesto italiano e su quale sia il modello operativo adeguato. Sebbene il dibattito

su questo argomento abbia fornito spunti interessanti e le iniziative di microcredito av-

viate negli ultimi anni abbiano prodotto buoni risultati, la letteratura economica sul mer-

68

cato potenziale del microcredito in Italia è piuttosto limitata . L’individuazione delle

67 Anche in questo caso le istituzioni intervistate sono 32, di cui otto italiane.

- 76 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

varie tipologie dei possibili destinatari di questo strumento richiede analisi approfondite

su chi siano e quali caratteristiche abbiano i soggetti (individui/famiglie, imprese) esclusi

69 70

, sul loro bisogno di credito e sulla loro capacità e

dal mercato tradizionale del credito

71

disponibilità ad indebitarsi . Come spiegato da Claessens (2005), coloro che in un certo

momento non utilizzano il credito non necessariamente sono definibili “esclusi involon-

72

tari”: il non utilizzo va valutato insieme alle possibilità di accesso . Per identificare

l’escluso è necessario quindi studiare il lato dell’offerta, per verificare se i servizi di cre-

dito erogati e le loro caratteristiche siano inappropriati per alcuni segmenti di popolazio-

ne e se siano presenti fenomeni di razionamento del credito. A tal fine le istituzioni

finanziarie formali potrebbero fornire un prezioso contributo: le informazioni di cui di-

73

spongono rappresentano, infatti, un importante dataset per gli studiosi . I segmenti di

clientela non serviti per qualche motivo dalle banche rappresentano l’insieme dei sogget-

ti che non hanno accesso al credito. Gli studi che si concentrano sulla domanda dovreb-

bero consentire di suddividere i soggetti privi di accesso in base al loro effettivo bisogno

di credito e alla loro disponibilità ad indebitarsi. Il target potenziale del microcredito do-

vrebbe essere costituito da coloro che non hanno accesso al sistema tradizionale, ma han-

no effettivo bisogno di credito e sono disposti ad utilizzare questo strumento per

soddisfare le loro esigenze. Ovviamente questi soggetti devono anche avere la capacità e

la volontà di rimborsare quanto ricevuto. La carenza in Italia di letteratura su queste te-

matiche, dovuta molto probabilmente alla difficoltà di reperire le informazioni necessa-

68 Si veda Anderloni (2003) e Viganò (2004).

69 Per un’analisi microeconometrica dei fattori che influenzano la probabilità che il credito venga negato a una famiglia da

parte di un intermediario finanziario, si veda Magri (2002). Guiso et al. (2004) costruiscono un indice di sviluppo

finanziario locale legato alla probabilità che una famiglia o un’impresa ottengano un finanziamento. In base alle stime

ottenute dagli autori, le regioni con il più alto tasso di rifiuto nella concessione di credito sono quelle localizzate nel

Mezzogiorno.

70 Per un approfondimento sui bisogni di credito dei soggetti privi di un conto corrente, si rinvia a Anderloni (2003).

71 Negli ultimi anni i prestiti bancari concessi alle famiglie e alle piccole imprese hanno registrato una forte crescita. Per

un approfondimento sui fattori di domanda e di offerta che spiegano le caratteristiche del mercato del credito alle famiglie

in Italia si rinvia a Casolaro et al. (2005) e Magri (2002).

72 In letteratura alcuni lavori distinguono tra accesso ai servizi finanziari e utilizzo degli stessi. Con il primo termine si fa

riferimento alla disponibilità di un’offerta di servizi finanziari di qualità e a costi ragionevoli, con il secondo si intende

l’effettivo consumo di servizi finanziari. Gli esclusi finanziari sarebbero quindi coloro che non hanno accesso, ma hanno

bisogno di servizi finanziari e vorrebbero utilizzarli (“esclusione involontaria”). Non andrebbero considerati esclusi coloro

che non hanno accesso e non ne hanno bisogno e coloro che possono averne bisogno ma non intendono utilizzarli. Tra

quelli ai quali l’accesso è consentito ci sono quelli che li utilizzano e quelli che, per qualche motivo, non li utilizzano;

questi ultimi non sono definibili esclusi. Tuttavia a livello empirico non è semplice capire se il non utilizzo dipenda da un

problema di accesso o da un problema di domanda.

73 Su questo argomento si veda il lavoro di Bertola e Hochguertel (2005). Cosma e Filotto (2003) hanno condotto un

interessante studio sulle caratteristiche socio-economico-demografiche dei soggetti considerati dagli intermediari

finanziari a rischio medio-alto (cosiddetto segmento “sub-prime”), utilizzando i dati della Centrale dei Rischi.

- 77 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

rie, non consente pertanto di avere né una stima accurata del numero di soggetti

potenzialmente interessati al microcredito né un’analisi dettagliata del loro profilo, che è

invece cruciale per definire le caratteristiche del programma di microcredito che si inten-

de attuare. Nonostante queste difficoltà, è possibile, tuttavia, avere un’idea dei potenziali

segmenti di domanda di microcredito basandosi sul alcuni indicatori che possono essere

considerati espressioni di esigenze di credito da parte di certe fasce di popolazione.

Il fenomeno dell’usura in Italia rappresenta, sicuramente, un importante indicatore

di bisogno di credito non soddisfatto. La domanda di usura proviene più frequentemente

da famiglie e piccole e medie imprese che per qualche motivo decidono di ricorrere al

mercato illegale. In genere il soggetto che si rivolge al mercato dell’usura è un cliente ri-

74 o un cliente che preferisce il credito usurario, senza avere

fiutato dal creditore legale

subito alcun razionamento dai canali legali.

La valutazione dell’entità e della diffusione dell’usura è molto difficile e le stime

empiriche sulla dimensione di questo mercato in Italia sono poche. In un lavoro che risa-

le a qualche anno fa, Guiso (1995) stima la dimensione potenziale del mercato dell’usu-

ra, utilizzando la quota di famiglie e imprese cui è stato negato il credito ed ipotizzando

che le persone razionate nel mercato ufficiale siano potenziali richiedenti in quello ille-

gale. Secondo l’autore, 660.000 famiglie avrebbero potuto nel 1993 far ricorso al merca-

to del credito usurario soprattutto (circa due terzi) per finanziare esigenze connesse con

l’esercizio della propria attività, per un volume di credito potenzialmente erogato di circa

7.600 miliardi di vecchie lire. L’autore fornisce anche, sulla base di una serie di ipotesi,

una stima della domanda effettiva di usura: nel 1993 le famiglie che avrebbero fatto ri-

corso al mercato del credito illegale sarebbero state 342.000, per un volume totale dei

prestiti intorno ai 3.900 miliardi di vecchie lire. Recentemente, Macis e Masciandaro

(2004) hanno calcolato un indice globale di rischio usura per ciascuna provincia italiana,

basato su indicatori di anomalia e di vulnerabilità ambientali, finanziari ed economici. In

base a questo indice, il mercato dell’usura risulta molto concentrato nel Mezzogiorno:

tutte le province del Sud presentano, infatti, valori molto superiori alla media nazionale,

mentre la maggior parte delle province del Centro e del Nord appartengono ad una classe

di rischio basso. Dalla Pellegrina e Manera (2004) propongono un’analisi econometrica

basata sui dati ufficiali relativi alle denunce di usura e su alcune variabili relative al siste-

ma bancario e creditizio, alla situazione economica delle province italiane, e all’offerta

di usura. Dalle loro stime empiriche emerge che il numero di denunce per usura presenta

una relazione positiva e statisticamente significativa con le seguenti variabili: tasso di di-

soccupazione provinciale, valore aggiunto provinciale, delitti per associazione di tipo

74 Il razionamento del credito da parte delle banche può riguardare (Macis e Masciandaro, 2004 pp. 37-38): soggetti

meritevoli (solvibili e affidabili); soggetti immeritevoli ma bisognosi; immeritevoli e non bisognosi. Solo le prime due

categorie meriterebbero protezione in base a criteri di efficienza e solidarietà.

- 78 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

mafioso. La relazione è invece negativa con il numero di sportelli delle banche popolari e

di credito cooperativo e con il numero di finanziamenti agevolati.

La gravità e la persistenza del fenomeno dell’usura hanno sollevato l’attenzione del

75 . Questa legge

legislatore, che ha introdotto nel 1996 una legge antiusura (L. 108/96)

contiene alcune importanti misure che hanno l’obiettivo di ridurre il rischio di usura. In-

nanzitutto è stata prevista la fissazione di un tasso legale al di sopra del quale gli interessi

sono sempre usurari: la soglia di usura è pari al tasso effettivo globale medio aumentato

della metà. Sono stati inoltre costituiti due fondi: il Fondo per la prevenzione del feno-

76

meno dell’usura e il Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura. Come si desume dal-

le loro denominazioni, il primo è finalizzato ad agevolare l’accesso al credito legale di

soggetti a “elevato rischio finanziario”, mentre il secondo ad aiutare, attraverso l’eroga-

zione di mutui senza interesse, le vittime dell’usura, incentivandone la collaborazione

con la giustizia.

Poiché la diffusione dell’usura in Italia potrebbe dipendere soprattutto dalla man-

canza di istituzioni finanziarie specificatamente dedicate alla clientela debole, il micro-

credito potrebbe fornire un contributo rilevante alla riduzione delle richieste di prestiti

illegali.

Un altro indicatore è rappresentato dalle situazioni di incertezza e fragilità economi-

ca cui sono soggette molte famiglie italiane. In base alle ultime stime diffuse dall’ISTAT

77

(2005a), nel 2004 la percentuale di famiglie italiane in condizioni di povertà relativa

78

era pari all’11,7% ; tale valore è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi otto anni,

mettendo in evidenza come il fenomeno della povertà in Italia sia da considerarsi un pro-

blema strutturale. L’incidenza della povertà è significativamente più elevata nelle regioni

del Mezzogiorno (25%), per le famiglie più numerose (in particolare quelle con cinque o

più componenti: 23,9%), per quelle con tre o più figli (in particolare minori: 26,1%) e

quelle con due o più componenti di oltre 64 anni di età (17,3%). Le tipologie familiari

monogenitore hanno livelli di povertà leggermente superiori alla media in particolare nel

Nord (5,7%) e nel Centro (8,3%). Il rischio povertà è molto elevato per le famiglie con

persona di riferimento con bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali o in cerca

75 Per una valutazione dei possibili effetti economici di questa legge si veda Masciandaro (2002).

76 Il fondo di prevenzione ha l’obiettivo di evitare che la mancanza di sufficienti garanzie impedisca la concessione di un

prestito. A tal fine il legislatore ha previsto lo stanziamento di fondi da assegnare alle associazioni antiusura, fondazioni e

confidi che così possono concedere (dopo opportune verifiche) garanzie presso gli istituti di credito convenzionati a

favore di soggetti a rischio di usura.

77 Per l’ISTAT, è povera, in termini relativi, una famiglia di due persone con una spesa mensile per consumi pari o

inferiore alla spesa media pro capite nazionale. L’incidenza della povertà relativa corrisponde quindi al rapporto tra il

numero di famiglie povere e il totale delle famiglie residenti.

78 L’intensità della povertà, che misura di quanto, in termini percentuali, la spesa delle famiglie povere è mediamente al di

sotto della linea di povertà, è pari al 21,9 per cento. - 79 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

di occupazione (quest’ultima tipologia di famiglie ha un livello di povertà pari al 28,9%);

la situazione si aggrava ulteriormente quando il numero di persone in cerca di occupazio-

ne all’interno della stessa famiglia è due o più (37,4%). La condizione occupazionale è

quindi particolarmente importante per prevenire situazioni di povertà; questo non signifi-

ca che il fenomeno dei working poor non sia presente in Italia, ma si intende sottolineare

come avere un lavoro autonomo o dipendente garantisca una forma di tutela contro il ri-

schio povertà. L’avvio di microimprese, come forma di occupabilità realizzata attraverso

il microcredito, potrebbe pertanto consentire a queste famiglie di migliorare la loro situa-

zione economica.

L’utilizzo di un’unica soglia di povertà per discriminare tra famiglie povere e non

povere ha dei limiti. L’ISTAT propone, pertanto, una classificazione maggiormente arti-

colata utilizzando due soglie aggiuntive, pari rispettivamente all’80% e al 120% di quella

standard. La percentuale di famiglie “a rischio di povertà” (o quasi povere), con consumi

compresi tra la linea standard e quella al 120%, è il 7,9%, mentre il 6,2%, con consumi

compresi tra l’80% e la linea stessa, è “appena povera”. Le famiglie classificate come

“quasi povere” potrebbero rappresentare un target interessante per il microcredito; que-

sto strumento potrebbe, infatti, aiutare questa tipologia di famiglie ad affrontare difficol-

tà impreviste, evitando di trasformare situazioni di vulnerabilità in situazioni di povertà.

Anche le famiglie “appena povere” potrebbero ricavare benefici dall’utilizzo di questo

strumento: la loro situazione economica, grave ma non gravissima, potrebbe essere af-

frontata con adeguate iniziative di microcredito.

I dati diffusi dall’ISTAT consentono di avere un quadro del fenomeno della povertà

in termini statici, nel senso che forniscono una fotografia delle caratteristiche di chi in un

determinato anno risulta in stato di povertà, senza fornire informazioni, tuttavia, sulla sua

evoluzione dinamica, ovvero sulla transitorietà o sulla permanenza della povertà. Il

fenomeno della povertà può infatti interessare solo occasionalmente determinate

famiglie, mentre per altre può rivelarsi una condizione duratura. In quest’ultimo caso, la

situazione di disagio economico è più problematica e l’impiego del microcredito

potrebbe non essere appropriato. Se invece la povertà può potenzialmente colpire

chiunque, ma per periodi piuttosto brevi, allora è presumibile che il microcredito possa

contribuire ad alleviare i disagi che comunque essa comporta. Nell’ultimo rapporto sulle

Politiche contro la Povertà e l’Esclusione Sociale (Commissione di Indagine

sull’Esclusione Sociale, 2005), è presente un approfondimento sull’aspetto dinamico

della povertà, basato sui dati longitudinali ECHP (European Community Household

Panel) relativi al periodo 1994-2001. Le stime riportate nel rapporto evidenziano un

elevato turnover: circa il 48% di quelli che cadono in povertà riescono ad uscirne dopo

solo un anno; una percentuale compresa tra il 33 e il 40% rischia di rimanervi per un

totale di almeno quattro anni su sette, mentre si colloca tra il 7 e il 14% la quota di coloro

- 80 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

che hanno una elevata probabilità di rimanere al di sotto della soglia per tutti e sette gli

anni. Situazioni di povertà temporanea dovute a riduzioni non durature di reddito o a

spese impreviste sono dunque frequenti in Italia e potrebbero essere affrontate dalla

famiglie utilizzando anche i microprestiti.

Il microcredito potrebbe svolgere inoltre un ruolo importante per quelle famiglie

che, pur non trovandosi in una situazione di povertà, hanno pressanti esigenze finanziarie

dovute a disagi economici temporanei. In base a quanto riportato nella Nota mensile

ISAE dello scorso luglio (ISAE, 2005), nel 2005 il 13,0% delle famiglie italiane ha di-

chiarato di avere avuto difficoltà ad acquistare generi alimentari, il 31,1% a pagare le

utenze domestiche, il 21,4% a pagare le spese mediche.

La recente estensione delle forme di impiego precario, flessibile o temporaneo, in

particolare tra i giovani, potrebbe rendere difficile l’accesso al credito a questa tipologia

di lavoratori. Secondo il CENSIS (2005), nel 2003 gli occupati atipici, ossia coloro che

avevano un lavoro temporaneo oppure un contratto di collaborazione coordinata e conti-

nuativa, erano 2.690.000, pari al 12,2% del totale degli occupati; i contratti atipici inte-

ressano il 21,5% degli occupati fino a 35 anni mentre, considerando solo l’universo degli

atipici, il 61,5% è piuttosto giovane (meno di 36 anni). Secondo una ricerca condotta da

Eurispes (2005), l’instabilità occupazionale è associata a redditi da lavoro più incerti e

79

molto modesti soprattutto per i giovani . Il 76,5% dei lavoratori atipici percepisce una

retribuzione mensile che non supera i 1.000 euro, il 15,9% percepisce tra i 1.000 e i

1.400 euro. Inoltre questa tipologia di lavoratori si deve confrontare molto spesso con

l’irregolarità dei pagamenti. La condizione professionale precaria, e in molti casi duratu-

80

, potrebbe influenzare notevolmente la capacità proget-

ra, associata a vincoli creditizi

tuale di quei soggetti che si trovano nella fascia di età in cui si compiono scelte di vita

81

importanti . L’indagine Eurispes contiene anche un approfondimento circa l’impatto

della flessibilità sulla capacità progettuale dei lavoratori e sulla possibilità di accedere al

credito. Il 71,3% degli intervistati afferma che il fatto di essere un lavoratore atipico ha

influito molto (51,8%) o abbastanza (19,5%) sulla possibilità di comperare casa ricorren-

82

do a un mutuo . Per oltre il 65% del campione, il contratto atipico ha influito molto

83

(33,4%) o abbastanza (33,2%) sulla possibilità di accedere al credito e per il 58,8% ha

condizionato negativamente perfino la possibilità di prendere in affitto un appartamento.

79 L’Eurispes ha realizzato un’indagine su un campione rappresentativo di 446 lavoratori atipici di età compresa tra i 18 e

i 39 anni.

80 I lavoratori atipici sono considerati dalle banche clienti sub-prime. Si veda al riguardo Cosma e Filotto (2003).

81 Per un approfondimento su questo tema si rinvia a Salvini e Ferro (2005) e Mencarini e Tanturri (2005).

82 Per un approfondimento sul fabbisogno abitativo dei lavoratori atipici, si rinvia a CENSIS (2005).

- 81 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Oltre al rischio di precarietà lavorativa, i giovani devono affrontare gravi situazioni

di disoccupazione soprattutto in alcune aree geografiche: nel 2005 in Italia il tasso di di-

soccupazione giovanile (15-24 anni) è il 22,9% e supera il 35% nel Mezzogiorno (ISTAT

2005b). Consentire l’accesso al microcredito a disoccupati giovani che desiderino dare

vita a una microimpresa rappresenta un’importante politica attiva del lavoro, che agevo-

84

. È importante ricordare a tal

lerebbe l’inclusione economica e sociale di questi soggetti

proposito che la microimpresa è una caratteristica specifica della struttura produttiva del

85

. Secondo recenti stime diffuse dall’ISTAT (2005c) le microimprese (con

nostro paese

meno di 10 addetti) rappresentano il 94,9% del totale delle imprese italiane che operano

86

nel settore dell’industria e dei servizi , occupano il 48% degli addetti, il 24,9% dei di-

pendenti, realizzano il 29,6% del fatturato ed il 32,9% del valore aggiunto.

L’impiego del microcredito per la promozione e il sostegno delle microimprese

potrebbe migliorare le condizioni di vita di un altro segmento di popolazione ad elevato

87

rischio di esclusione sociale: gli immigrati . Secondo recenti stime relative solo alla

regione Lombardia (Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale, 2005),

l’incidenza della povertà relativa tra gli stranieri risulta molto elevata: nel 2004

riguardava il 43,4% delle famiglie. Il rischio povertà è maggiore per coloro che lavorano

irregolarmente (sia autonomi che dipendenti) e per i disoccupati. L’inserimento nel

mercato del lavoro tramite forme di auto-impiego rappresenterebbe quindi un’importante

politica di integrazione degli immigrati in Italia. Il fenomeno dell’imprenditorialità

88

immigrata ha registrato in Italia una forte crescita negli ultimi anni . Nel 2003 erano

83 Considerando solo la componente femminile del campione, la percentuale sale al 75%. In relazione alla tipologia

contrattuale, la percentuale è pari all’87,5% per gli intervistati con contratto di inserimento, all’80,4% per i collaboratori

occasionali, al 75,6% per i collaboratori a progetto, al 60,5% per i lavoratori interinali, al 57,6% per i lavoratori part-time e

al 47,3% per i collaboratori coordinati e continuativi.

84 Politiche di incentivo alla creazione di attività lavorative indipendenti in Italia sono state sempre marginali.

Recentemente il legislatore (decreto 250 del 16 luglio 2004) ha definito i criteri e le modalità di concessione degli incentivi

statali a favore dell’autoimprenditorialità. È inoltre importante ricordare l’esperienza italiana del “prestito d’onore” (L. 608/

96): si tratta di uno strumento di incentivo all’imprenditorialità per soggetti disoccupati, attualmente gestito dall’agenzia

“Sviluppo Italia”, che ha molti aspetti in comune con il microcredito. Le domande presentate a Sviluppo Italia, dal 1996 al

2004, sono oltre 223.000, di cui circa la metà inoltrate da donne. Il tasso di ammissione si attesta intorno al 27% e il tasso

di restituzione è piuttosto elevato (superiore all’80%).

85 Sulle difficoltà di accedere al credito da parte delle piccole e medie imprese in Italia si rinvia a Costa (2003) e Angelini

e Generale (2005).

86 La dimensione media delle aziende italiane è di circa 3,8 addetti.

87 Un altro aspetto importante per garantire l’integrazione degli stranieri è l’inserimento abitativo. Sul tema dell’accesso

all’alloggio per gli immigrati extracomunitari regolarmente presenti sul territorio italiano, il Ministero del Lavoro e delle

Politiche Sociali sta conducendo una ricerca.

88 Sulla ragioni dell’espansione di questo fenomeno si veda Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2004) e

Formaper (2005). - 82 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

89 90

145.885 le imprese individuali con titolare nato in un paese extracomunitario

(Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2004), mentre nel 2000 erano 84.452,

con un incremento complessivo nel quadriennio pari al 73%. Per quanto riguarda la

diffusione territoriale delle imprese degli stranieri, non emerge una concentrazione in

91

particolari macroaree del paese . Le imprese attivate da stranieri extracomunitari

92

appartengono principalmente al settore terziario (58,6%) ed a quello industriale

(37,1%), e una piccola quota (4%) al settore agricolo. Per quanto riguarda la nazionalità,

il 62% delle imprese è gestito da soggetti che provengono dai seguenti paesi (in ordine di

importanza): Marocco, Cina, Albania, Senegal, Romania, Tunisia, Jugoslavia, Egitto ed

Argentina. Tra le principali difficoltà che gli imprenditori stranieri incontrano per l’avvio

93

e lo sviluppo delle loro imprese rientra il problematico accesso al credito bancario , a

causa delle eccessive richieste di garanzia, dei tempi lunghi di erogazione e del minore

94

importo concesso rispetto alle richieste avanzate alla banca . La promozione

dell’imprenditoria immigrata, attraverso programmi che prevedono anche l’utilizzo del

microcredito, potrebbe inoltre consentire di ridurre il fenomeno, piuttosto diffuso, del

lavoro sommerso ed irregolare tra gli immigrati, con possibili riflessi positivi sul bilancio

dello Stato e sulla società in generale.

Sulla base degli indicatori appena commentati, si può dedurre che esiste una doman-

da potenziale, probabilmente consistente anche se ancora non quantificabile. Negli ulti-

mi anni, numerose iniziative di microcredito sono state avviate con l’obiettivo di offrire

microprestiti alle fasce deboli della popolazione. È piuttosto difficile al momento avere

un quadro completo di questi programmi, soprattutto perché si tratta di una realtà in con-

tinua evoluzione, ma anche perché manca una definizione precisa del concetto di micro-

credito che consenta di classificare correttamente e senza ambiguità le diverse iniziative.

89 Per una classificazione delle imprese degli immigrati in base al loro livello di “etnicità” si veda Waldinger et al. (1990).

90 L’incidenza dell’imprenditorialità immigrata sul totale delle ditte individuali si attesta al 4,3%.

91 Considerando le regioni, la Lombardia è quella con il maggior numero di imprese (26mila imprese, pari al 17,8%

nazionale), seguita da Toscana (15mila, 10,4%), Emilia Romagna (14mila, 9,5%), Veneto (13mila, 9,1%), Lazio (13mila,

8,9%).

92 In particolare attività commerciali (42%).

93 Sul tema dell’accesso al credito ed ai servizi bancari da parte degli immigrati si veda anche: Lunaria (2000b), CER

(2000), Fondazione Choros (2001). Nel 2002 la Fondazione Risorsa Donna di Roma ha condotto una ricerca

approfondita, dal titolo “microcredito sociale in Italia”, sul bisogno di credito degli immigrati durante le diverse fasi del loro

percorso migratorio.

94 Il fenomeno migratorio è oggetto di attenzione del sistema bancario italiano solo da qualche anno. Le istituzioni

finanziarie stanno mostrando un interesse particolare per gli ingenti flussi di rimesse. Attraverso il miglioramento degli

strumenti esistenti e la creazione di nuovi, le banche si propongono di attirare e far confluire le rimesse nei canali ufficiali.

Attualmente solo una piccola parte delle rimesse transitano, infatti, tramite il sistema bancario. Su questo tema si veda

Anderloni (2003) e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2004).

- 83 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Le informazioni sulla numerosità e sulle caratteristiche delle esperienze di microcredito

in atto in Italia provengono dai pochi lavori che hanno cercato di effettuare una “mappa”

di questo fenomeno. 95 è quello redatto dalla società di consulenza

Il rapporto più recente 96

“c.borgomeo&co.” per conto di UniCredito Italiano . Questo lavoro raccoglie numerose

informazioni sulle iniziative di microcredito in atto o in fase di realizzazione al 31

dicembre 2004. I programmi censiti rientrano in una delle seguenti tipologie: prestiti per

97

, prestiti per l’avvio o lo sviluppo di attività di impresa o di lavoro autonomo,

studenti 98

prestiti erogati senza destinazione particolare . Le iniziative di microcredito rilevate

sono 59, con il seguente stato di avanzamento: il 52,5% dei programmi è stato avviato

prima del 2004, il 15,3% è attivo dal 2004, il 18,6% non è ancora operativo ma ha già

concluso la fase di progettazione (pertanto l’avvio potrebbe essere piuttosto veloce),

mentre il 13,6% è ancora in una fase di progettazione. Considerando l’insieme dei

programmi, la maggior parte (59,3%) eroga prestiti non finalizzati ad un fabbisogno

finanziario preciso, mentre circa un terzo (32,2%) ha come obiettivo l’avvio o il sostegno

di un’attività economica. I soggetti promotori, ossia coloro che si sono resi disponibili a

promuovere l’iniziativa, facendosi carico di alcuni costi senza necessariamente

coincidere con i finanziatori o con quelli che la attuano, rientrano in tre grandi categorie:

la principale (che ha promosso circa il 41% delle iniziative) è composta da fondazioni

non bancarie, enti religiosi e no profit, mutue di autogestione (MAG); le altre due sono

fondazioni bancarie e banche (27,1%) e università ed enti pubblici (32,2%). Le risorse

finanziarie necessarie per la concessione dei prestiti sono fornite prevalentemente dagli

istituti di credito (83% dei programmi), seguiti con percentuali notevolmente inferiori da

soggetti privati (11,9%) e da soggetti pubblici (5,1%). I programmi censiti utilizzano

99

soprattutto fondi di garanzia pubblici (42,4%) e privati (33,9%) ; è interessante notare

che alcuni programmi operano senza fondi di garanzia (5,1%). Per quanto riguarda

95 Per quanto a nostra conoscenza, ci sono altri tre rapporti sullo stato del microcredito in Italia. In ordine cronologico, il

primo è quello realizzato da Etimos in collaborazione con Sodalitas (Etimos-Sodalitas, 2004); questo studio, presentato

in occasione di un convegno organizzato a Milano nel giugno del 2004, riporta informazioni dettagliate su 16 esperienze

di microcredito attive nel 2003, o in fase di avvio, rappresentative delle diverse tipologie di microprestiti esistenti in Italia.

Il secondo è una ricerca condotta da Lunaria in collaborazione con l’Associazione Finanza Etica (Lunaria-Associazione

Finanza Etica, 2004), ma non ancora pubblicata. Una sintesi dei primi risultati è stata presentata alla IV Giornata

nazionale della finanza etica nel novembre del 2004. Dai dati diffusi, relativi ai programmi di microcredito attivati dalle 15

realtà intervistate, emerge che dal 2000 al 2004 sono stati erogati microprestiti per un importo complessivo di 550.000

euro e sono stati raggiunti circa 330 beneficiari. Infine ricordiamo il lavoro di Liberatore e Andreani (2005), che contiene

schede molto dettagliate relative ai progetti di microcredito attivati dalle 23 istituzioni censite.

96 Questo studio, dal titolo “I Rapporto sul microcredito in Italia”, sarà pubblicato prossimamente da Rubbettino Editore.

97 Anche per tali individui il legislatore ha istituito degli appositi “prestiti d’onore” (L. 390/91) volti a garantire l’accesso

all’istruzione superiore ai soggetti meritevoli, ma privi di risorse economiche adeguate.

98 Sono quindi esclusi dall’analisi i progetti che erogano crediti al consumo.

- 84 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

l’operatività a livello territoriale, la quasi totalità delle iniziative opera a livello

regionale, mentre sono pochissime quelle attive a livello nazionale. Nella maggior parte

dei casi è previsto l’importo massimo da erogare per ciascun prestito: oltre il 50% dei

programmi non eroga prestiti superiori ai 10.000 euro, l’11,9% tra i 10.000 e i 20.000

euro, ma vi sono parecchie iniziative (circa il 27%) che erogano prestiti superiori ai

20.000 euro. I principali destinatari scelti dai diversi programmi sono i singoli individui

(67,8%), mentre le famiglie e le persone giuridiche rivestono un’importanza

notevolmente più bassa. Il lavoro non riporta, per mancanza di dati, le tipologie di

beneficiari effettivamente raggiunti dai diversi programmi; in generale, comunque, è

emerso che la clientela privilegiata è costituita da studenti, giovani inoccupati, donne,

extracomunitari ed ex detenuti.

Viene riportata inoltre un’analisi più approfondita, che si basa sui risultati effettiva-

mente raggiunti (numero dei prestiti e loro volume) dai 40 programmi già operativi nel

2004. Complessivamente sono stati erogati 7.950 prestiti per un ammontare che supera i

75,6 milioni di euro. Circa il 75% di questo importo totale ha finanziato fabbisogni fi-

nanziari indistinti, mentre il 20,5% ha finanziato l’avvio o il sostegno di un’attività eco-

nomica e il rimanente 4,9% ha finanziato gli studi universitari o post-laurea. I programmi

promossi da fondazioni non bancarie, associazioni e diocesi o altri enti religiosi rappre-

sentano il 70,4% del volume di prestiti, mentre l’84,9% dei fondi erogati sono stati messi

a disposizione da istituti di credito. Il fondo pubblico di garanzia ha coperto il 75,1% dei

prestiti, mentre i fondi privati solo il 20,5%. Oltre la metà del valore dei crediti totali ha

un importo massimo di 10.000 euro e quasi l’80% dell’ammontare dei prestiti è stato ero-

gato a singoli individui. I programmi di microcredito che prevedono l’utilizzo di risorse

finanziarie messe a disposizione dagli istituti di credito (7.362 su 7.950) erogano in me-

dia prestiti di importo inferiore ai 10.000 euro, hanno fondi di garanzia pubblici, ed il

principale target è il singolo individuo; i promotori sono soprattutto fondazioni non ban-

carie, associazioni, enti no profit e università ed enti pubblici. I programmi che, invece,

erogano risorse provenienti dalla raccolta privata (588) concedono prestiti di importo

unitario mediamente più elevato, hanno fondi di garanzia privati, il loro target è costitui-

to soprattutto da società, ed i promotori sono solo fondazioni non bancarie, associazioni

e diocesi. I tassi di interesse applicati ai microprestiti sono in genere quelli di mercato;

sono inferiori al tasso di mercato o addirittura nulli quando il finanziatore non chiede re-

munerazioni del capitale prestato oppure quando un promotore (pubblico) si accolla tutti

gli oneri finanziari o solo una parte. Alcuni programmi prevedono la corresponsione da

parte del beneficiario di oneri aggiuntivi, richiesti per coprire le spese di gestione. In

base a quanto riportato dagli intervistati il tasso di rimborso dei prestiti è molto buono e i

99 Di regola non vengono richieste al beneficiario particolari forme di garanzia. Le principali forme di garanzia sono quindi

rappresentate dai fondi privati e da quelli pubblici. - 85 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

casi di insolvenza sono limitati. Nella quasi totalità dei programmi rilevati non sono pre-

visti servizi di assistenza tecnica, particolarmente utili per l’avvio di iniziative di lavoro

autonomo o di microimpresa. Questa mancanza è dovuta soprattutto alla scarsità di risor-

se finanziarie a disposizione che condizionano notevolmente le scelte degli operatori cir-

ca i servizi da offrire.

L’Associazione Bancaria Italiana, in collaborazione con la Fondazione Giordano

dell’Amore, ha promosso una rilevazione sul tema “Banche Commerciali e Microfinan-

100

za: indagine sul territorio italiano” , con l’obiettivo di analizzare la gamma di servizi di

microfinanza offerti dalle banche commerciali italiane alla clientela marginale e le meto-

101

dologie utilizzate . Agli inizi di ottobre, in occasione del Forum bancario dedicato alla

102

responsabilità sociale, sono stati presentati alcuni risultati di questa indagine . Le ban-

che che fanno parte del campione rappresentano il 68,9% in termini di totale attivo del si-

103

stema bancario italiano e il 66,2,% in termini di sportelli . L’82,1% delle banche

intervistate ha dichiarato di operare nel settore della microfinanza, offrendo servizi fi-

nanziari di credito, risparmio, pagamento (trasferimento fondi e rimesse) principalmente

nel Nord Italia. Tali servizi sono erogati a specifiche categorie di clientela che risultano

essere soprattutto: immigrati, studenti, famiglie, seguiti da microimprese e cooperative,

organizzazioni no profit, lavoratori atipici, anziani. Prendendo ad esempio in considera-

zione i servizi di credito, le principali tipologie di clienti sono: immigrati, famiglie, mi-

croimprese, studenti, lavoratori atipici. È interessante sottolineare che alcune banche

erogano prestiti anche ai senza fissa dimora. La maggior parte delle banche che al mo-

mento non sono attive in questo settore ha dichiarato di essere intenzionate ad offrire

prodotti e servizi di microfinanza entro i prossimi cinque anni.

Il panorama italiano, come emerge dai lavori commentati, è molto articolato: da un

lato opera una moltitudine di intermediari di natura privata, alcuni dei quali per la loro

origine mutualistica e/o cooperativa da sempre si sono occupati dei fenomeni di esclusio-

ne ed emarginazione finanziaria, dall'altro vi sono molte misure promosse da soggetti

pubblici locali (alcuni Comuni e diverse Province), da numerose Regioni ed anche diret-

tamente dallo Stato. L’offerta di microcredito esiste quindi anche in Italia e presenta mol-

te similitudini con le altre esperienze europee. Si tratta di iniziative molto recenti e

prevalentemente di tipo sperimentale, ma sicuramente utili, anche se ulteriori sforzi sa-

100 L’ABI ha promosso, insieme al Centro Studi di Politica Internazionale (CESPI), anche un altro progetto di ricerca sul

tema “Migrant banking e microfinanza. Una proposta italiana per il co-sviluppo e l’inclusione sociale”.

101 Sui mutamenti necessari affinché le banche tradizionali si possano inserire efficacemente sui segmenti marginali si

veda l’articolo di Viganò (2001b).

102 Alcuni risultati preliminari erano stati già diffusi durante il convegno del 18 novembre 2004 a Milano dal Direttore

generale dell’ABI.

103 La rilevazione non ha riguardato le banche di credito cooperativo.

- 86 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

L’utilità di un prestito di modesto importo per le famiglie italiane:

risultati dell’indagine ISAE

Nell’indagine sui consumatori condotta nel mese di ottobre dall’ISAE su un campione di

2000 intervistati è stata inserita una domanda volta a cogliere l’utilità, per le famiglie italiane,

dell’accesso ad un prestito di modesto importo in tre casi concreti relativi all’anno 2004. Il primo

caso si riferisce a famiglie che dichiarano di avere incontrato alcune particolari difficoltà

economiche (acquisto di generi alimentari, spese della casa, pagamento bollette, spese scolastiche,

spese mediche, estinguere un debito): tra coloro che hanno avuto nel 2004 almeno una di queste

difficoltà, circa il 24% ha affermato che questo strumento avrebbe fornito un aiuto. In secondo

luogo, risulta che il 14,7% delle famiglie intervistate giudica che un prestito di modesto importo

sarebbe stato importante per superare situazioni di disagio economico temporaneo. Infine,

l’accesso ad un modesto credito avrebbe aiutato il 5,7% delle famiglie ad iniziare o proseguire una

piccola attività imprenditoriale. Dalle elaborazioni emerge che in tutti e tre i casi considerati il

bisogno di un piccolo prestito è maggiormente sentito nel Sud e nelle Isole, da parte delle famiglie

più numerose, di quelle meno avverse all’indebitamento, di quelle con nessuno o un percettore di

reddito, con persona di riferimento in età compresa tra i 30 e i 60 anni e lavoratore autonomo.

Inoltre, tra le famiglie che hanno risposto affermativamente alle domande relative ai primi due casi

si trovano più frequentemente nuclei con una situazione finanziaria precaria: non riescono a

risparmiare, hanno difficoltà a far quadrare il bilancio e in molti casi sono già indebitate. Per

quanto riguarda il reddito, le famiglie che hanno avuto difficoltà nell’affrontare alcune tipologie di

spese appartengono più spesso ai primi quintili di reddito netto familiare.

- 87 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

ranno necessari in futuro per soddisfare la domanda potenziale e per assicurare una certa

stabilità nell’offerta.

CONCLUSIONI

Da oltre trent’anni il microcredito rappresenta nei paesi in via di sviluppo un impor-

tante strumento di contrasto all’esclusione finanziaria che colpisce la quasi totalità della

popolazione. L’accesso a prestiti di piccolo ammontare finalizzati principalmente all’av-

vio di microimprese ha consentito a milioni di poveri (in particolare donne), privi delle

garanzie tradizionali richieste dagli intermediari creditizi ma con elevato capitale sociale,

di migliorare le loro condizioni di vita. Il ridotto tasso di insolvenza e i positivi risultati

in termini di impatto economico e sociale hanno incentivato l’America e l’Europa ad im-

piegare questo strumento a favore di alcune fasce deboli che, a causa di molteplici fatto-

ri, hanno notevoli difficoltà nell’accesso al credito. La diffusione delle iniziative di

microprestito nei paesi ricchi ha richiesto una serie di adattamenti, in modo tale da rende-

re questo strumento adatto al contesto di riferimento. Il ridotto importo erogato, l’assen-

za di garanzie tradizionali e il finanziamento di microimprese rappresentano i principali

elementi in comune dei modelli di microcredito impiegati nei vari paesi. Le principali

differenze riguardano il livello di povertà dei beneficiari, il genere degli stessi e la tecno-

logia dei prestiti: nei paesi industrializzati i clienti sono poveri o con redditi bassi, ma

non poverissimi, e le donne non rappresentano, nella maggior parte dei casi, il target pri-

vilegiato; inoltre, il prestito è concesso a singoli individui e non ad un gruppo di persone

responsabili in solido.

In Italia questo strumento potrebbe rappresentare un’efficace risposta al fenomeno

dell’usura, ad alcune forme di povertà, ai problemi di liquidità delle famiglie a basso red-

dito, alla disoccupazione giovanile, alla precarietà lavorativa ed allo spirito imprendito-

riale degli immigrati. A partire dalla fine degli anni novanta sono sorti progetti pilota di

microcredito soprattutto nelle Regioni del Centro-Nord, per soddisfare le esigenze di cre-

dito di soggetti che hanno difficoltà ad accedere al sistema bancario tradizionale. Secon-

do dati recenti, i programmi avviati o in fase di avvio sono 59 e operano prevalentemente

a livello regionale, e i prestiti erogati sono quasi 8mila, per un ammontare complessivo

che supera i 75 milioni di euro.

Allo stato attuale, risulta molto difficile identificare il “modello” italiano di micro-

credito e valutarne l’impatto: le esperienze sono ancora poche e molto recenti, le infor-

mazioni a disposizione degli studiosi sulle diverse caratteristiche dei programmi attivati

sono molto limitate e infine l’elevata dinamicità del fenomeno complica l’osservazione.

Un aspetto degno di nota che caratterizza le maggior parte delle iniziative intraprese è la

- 88 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

partecipazione nel singolo progetto di un network di soggetti appartenenti al sistema ban-

cario (banche e fondazioni), al settore no profit (associazioni, fondazioni non bancarie,

enti religiosi) e al settore pubblico. La suddivisione dei compiti in base alle competenze

specifiche rappresenta sicuramente un punto di forza dei programmi. Un punto debole

delle varie esperienze, che potrebbe influire sulla durata del fenomeno del microcredito

in Italia, è invece rappresentato dall’ampio ricorso al volontariato: infatti, molte risorse

umane altamente qualificate sono impiegate nelle varie fasi del programma senza essere

retribuite.

Per quanto riguarda le finalità, molti programmi prevedono l’erogazione di micro-

prestiti per l’avvio o il sostegno di microimprese. L’utilizzo di questo strumento per atti-

vità produttive ha un duplice vantaggio: migliora le condizioni di vita dei titolari e delle

relative famiglie e inoltre può avere effetti positivi sullo sviluppo locale. È evidente che

il microcredito, pur avendo molte potenzialità, non è in grado di promuovere da solo la

crescita dell’economia italiana, ma esso può sicuramente fornire un contributo rilevante,

a condizione che venga utilizzato in modo appropriato e sia affiancato da una molteplici-

tà di interventi di politica economica.

L’impiego del microcredito per finalità di tipo non produttivo, ossia per fare fronte a

temporanee esigenze di liquidità (“social microlending”), sembra invece piuttosto ridot-

to. Questa carenza di offerta non sembra attribuibile ad una ridotta domanda per questo

tipo di microprestiti: sono infatti numerose le famiglie italiane in condizioni di povertà

temporanea o di vulnerabilità economica che potrebbero beneficiare di tale strumento.

Per promuovere maggiormente questo tipo di programmi è necessario quindi un più am-

pio coinvolgimento del settore pubblico, che finora ha operato principalmente attraverso

l’offerta di fondi di garanzia sui prestiti per l’avvio o il sostegno di microimprese da par-

te di soggetti svantaggiati. Infatti, il microcredito può essere considerato non solo uno

strumento innovativo di politica attiva del lavoro, ma anche di politica sociale. Nel pros-

simo futuro è quindi auspicabile una riflessione sul ruolo del settore pubblico nei pro-

grammi di microcredito con finalità di tipo socio-assistenziale.

- 89 -

Le previsioni per l’economia italiana

ECONOMIA INTERNAZIONALE

Dopo la forte crescita del 2004 (5% in termini di PIL mondiale), sia l’attività pro-

duttiva sia gli scambi mondiali hanno segnato una moderata decelerazione nella prima

parte del 2005; in una prospettiva storica, sia l’una che gli altri hanno, peraltro, mantenu-

to un passo relativamente elevato.

Nel secondo trimestre, negli Stati Uniti e nell’area dell’euro si è rilevata una crescita

più contenuta; in Giappone, dove i dati del primo trimestre erano risultati notevolmente

positivi, la frenata è stata più marcata. Nello stesso periodo, la maggior parte delle eco-

nomie emergenti dell’America Latina e dell’Asia hanno, invece, messo a segno un ritmo

di espansione sostanzialmente invariato quando non, addirittura, più elevato. Molto viva-

ce ha continuato ad essere l’evoluzione della Cina (9,5% nel primo semestre nel confron-

to tendenziale) che ha trainato buona parte degli altri paesi del continente asiatico (in

particolare, Hong Kong, India e Indonesia). Anche Argentina, Cile, Venezuela ed Uru-

guay hanno segnato incrementi del PIL, nello stesso periodo di riferimento, compresi tra

il 6 ed il 9 per cento.

Nel complesso, la crescita dell’attività economica globale è pertanto stimata, per il

2005, ancora superiore al 4%; gli scambi mondiali dovrebbero crescere a un ritmo di

poco inferiore al 7 per cento.

Al perdurare della buona performance dell’attività si è accompagnato un forte rialzo

dei prezzi delle materie prime, soprattutto di quelle energetiche, spinte dagli eccezionali

rincari delle quotazioni del greggio. Anche le altre commodity industriali, malgrado qual-

che spunto al ribasso a fine primavera-inizio estate, hanno segnato consistenti incrementi

tanto da risultare, sulla base dell’indice HWWA, nel terzo trimestre, ancora al di sopra di

circa il 12% rispetto ai livelli del corrispondente periodo dello scorso anno.

Malgrado le preoccupazioni relative alla decelerazione dell’attività economica in al-

cuni paesi e i timori suscitati dalle distruzioni prodotte dagli uragani che hanno, negli ul-

timi mesi, colpito alcuni stati americani, le informazioni più recenti inducono a delineare

una congiuntura internazionale ancora positivamente orientata, il cui ritmo di crescita

potrebbe attenuarsi solo molto gradualmente nell’arco del periodo in esame. Nei risultati

- 91 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

medi annui l’incremento del PIL potrebbe, quindi, risultare, nel 2005 ancora superiore al

4% e solo marginalmente inferiore a tale livello nel 2006.

La continua lievitazione delle quotazioni petrolifere ha portato sia il WTI (greggio

di riferimento per il mercato nordamericano), sia il Brent (per il mercato europeo) a “pol-

verizzare” di giorno in giorno nuovi record storici, sfiorando, a fine agosto-inizio settem-

bre, nel primo caso, i 70 dollari a barile e, nel secondo, i 68 dollari. La persistenza di

quotazioni elevate (con aumenti tendenziali tra il 45 e il 55% dalla metà dello scorso an-

no) malgrado i ripetuti interventi, da parte del Cartello OPEC, volti a perseguire la stabi-

lizzazione del mercato (ultimo, in ordine di tempo, la messa a disposizione, per un

periodo di tre mesi a partire dal 1 ottobre scorso, di una ulteriore quota di 2 milioni di ba-

rili al giorno, corrispondente alla capacità produttiva residua), sembra indicare che le

quotazioni del greggio scontano, più che un eventuale squilibrio tra domanda e offerta,

una molteplicità di fattori destabilizzanti del mercato: dalle tensioni politico-militari in

Medio Oriente agli effetti delle catastrofi naturali che colpiscono le zone di estrazione e/

o di raffinazione del petrolio. Proprio queste considerazioni, unite alle stime dei tempi

necessari per ripristinare le condizioni pre-uragani, portano ad immaginare che la quota-

zione del Brent, pur in presenza di oscillazioni giornaliere anche di non trascurabile enti-

tà, possa rimanere, per un certo periodo di tempo, al di sopra dei 60 dollari a barile per

poi riportarsi al di sotto di tale livello solo nella seconda parte del 2006.

L’impatto negativo di tali rincari, in termini di crescita, almeno per i principali paesi

industrializzati è stato fin qui nettamente inferiore a quello temuto, anche sulla base

dell’esperienza dei precedenti shock degli anni settanta e ottanta. Ciò è stato dovuto alla

maggiore efficienza dei sistemi produttivi e all’aumentata offerta di prodotti a basso co-

sto da parte delle economie emergenti che ha consentito di compensare in parte gli au-

menti petroliferi. Negli ultimi mesi, però, il rincaro energetico si è traslato in maniera più

evidente sui prezzi alla produzione e al consumo, facendo crescere le preoccupazioni per

la dinamica inflazionistica, soprattutto se si manifestassero, oltre agli effetti dei ritardi

nella trasmissione, anche i cosiddetti impulsi di second-round sulle componenti meno

volatili. Nei paesi europei un’accentuazione dell’inflazione potrebbe indurre le autorità

monetarie a un aumento dei tassi: una simile decisione, se da un lato potrebbe offrire un

sostegno all’euro, dall’altro verrebbe a incidere sfavorevolmente sulla fase congiunturale

in un momento in cui la ripresa appare ancora ai passi iniziali.

Dopo il brusco deprezzamento del dollaro nei primi mesi dell’anno e il suo successi-

vo apprezzamento nel secondo trimestre, nettamente più “tranquilla”, appare ora la situa-

zione sui mercati dei cambi, dove le oscillazioni sembrano assestate entro una banda

molto ristretta. Le fluttuazioni della valuta statunitense, nei confronti delle principali mo-

nete e in particolare dell’euro e dello yen, presentano solo qualche momentaneo spunto

di indebolimento o di rafforzamento in coincidenza con le attese di notizie economiche

- 92 -

Le previsioni per l’economia italiana

sulle due sponde dell’Atlantico e con il prevalere, da una parte o dall’altra, delle aspetta-

tive di aumenti dei tassi di riferimento. Pur non escludendo la possibilità di temporanee

più marcate oscillazioni, al momento l’ISAE ritiene che la quotazione del dollaro rispetto

all’euro rimanga nel range osservato dall’inizio della scorsa estate (1,20-1,22 dollari)

fino al primo trimestre del 2006, per poi mostrare un moderato indebolimento, nella re-

stante parte del prossimo anno, quando le indicazioni congiunturali e l’azione delle auto-

rità monetarie potrebbero offrire un maggiore sostegno all’euro. In termini di risultati

medi annui tali ipotesi comporterebbero un rapporto intorno a 1,25 dollari per euro nel

2005 e a 1,20 nel 2006.

Tab. 1 PREVISIONI PER L'ECONOMIA INTERNAZIONALE - QUADRO RIASSUNTIVO

(variazioni percentuali salvo diversa indicazione)

2004 2005* 2006*

Cambio

Dollari/euro (livello) 1,24 1,25 1,20

Tassi di interesse ufficiali (1)

Area euro 2,0 2,0 2,5

Stati Uniti 2,0 4,0 4,5

Prezzi materie prime in dollari

Brent (dollari a barile) 38,2 55,9 61,0

Variazione % 33,9 46,2 9,1

Altre materie prime 16,7 5,0 -1,6

Domanda mondiale

Media importazioni-esportazioni 10,4 6,6 7,5

Area industrializzata 7,6 5,0 5,9

Economie emergenti 15,6 9,4 9,1

Prodotto Interno Lordo

Mondo 5,0 4,2 3,9

Economie industrializzate 3,1 2,4 2,3

Area euro 1,8 1,3 1,5

Stati Uniti 4,2 3,4 2,8

Giappone 2,6 2,2 1,9

Economie emergenti 7,0 6,1 5,5

Prezzi al consumo

Economie industrializzate 2,0 2,0 1,8

Area euro (2) 2,1 2,2 2,2

Stati Uniti 2,7 3,1 2,0

Giappone 0,0 -0,3 0,5

Fonte: elaborazioni su dati FMI, HWWA.

* Previsioni ISAE.

(1) Tassi annui di fine periodo.

(2) Prezzi armonizzati. - 93 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Per quanto riguarda i tassi d’interesse, negli Stati Uniti la FED dovrebbe continuare

nella sua politica di moderati incrementi (manovra iniziata nel giugno 2004) fino a tutto

il primo semestre 2006. Nelle nostre stime il tasso sui Federal Funds, attualmente al

3,75% potrebbe essere ritoccato ancora di 25 punti base entro la fine dell’anno e poi sali-

re fino al 4,50% alla metà del 2006. Anche la BCE, per mantenere sotto controllo le cre-

scenti spinte inflazionistiche, potrebbe essere indotta, nella previsione ISAE, a ritoccare

il tasso repo a partire dai primi mesi del prossimo anno, mettendo un freno all’allarga-

mento del differenziale a favore degli Stati Uniti. Le correzioni porterebbero il tasso di

riferimento europeo al 2,5% alla fine del 2006.

Dopo la perdita di velocità dell’inizio 2005, gli scambi mondiali sono tornati a

mostrare un notevole dinamismo. Nel periodo gennaio-agosto, grazie ancora alla buona

performance della domanda statunitense, di gran parte dei paesi emergenti guidati dal

continente asiatico e dalla ripresa di quella nipponica, i traffici di merci sono cresciuti a

un tasso prossimo al 6,5%. Nell’ipotesi di un solo graduale rallentamento dell’attività

produttiva globale, l’ISAE stima che l’evoluzione più favorevole degli scambi possa

confermarsi nella restante parte del 2005 e nel 2006: sulla base di questo profilo, la

crescita del commercio mondiale dovrebbe risultare poco al di sotto del 7% nell’anno in

corso e poco al di sopra dello stesso livello nel 2006, rimanendo, quindi superiore

all’incremento medio di lungo periodo (6,2% all’anno nell’ultimo ventennio).

La moderata decelerazione attesa nelle economie che fino a tutta la prima parte del

2005 hanno svolto il ruolo di locomotive del ciclo mondiale implica una analoga attenua-

zione della dinamica della congiuntura internazionale, anche se l’espansione rimarrà co-

munque relativamente elevata per tutto il periodo in esame.

I recenti uragani che si sono abbattuti sui territori affacciati sul golfo del Messico,

pur causando ingenti danni a persone e cose, non sembrano aver modificato la tendenza

di fondo dell’economia statunitense. Ne avrebbero risentito le famiglie, come si evince

dal deterioramento del clima di fiducia dei consumatori, (in forte discesa in settembre,

sulla base delle rilevazioni sia dell’Università del Michigan, sia del Conference Board),

dal rialzo delle richieste dei sussidi di disoccupazione (salite,con un ulteriore incremento

di 21mila nell’ultima settimana di settembre, fino a quota 390mila, la maggior parte do-

vute ai licenziamenti indotti dagli uragani Katrina e Rita) e dall’effettivo aumento, sem-

pre in settembre (pur se inferiore alle aspettative) del numero dei disoccupati.

Se il comportamento delle famiglie appare dunque più incerto, nella previsione

ISAE la crescita dovrebbe mantenere, nei prossimi mesi, ritmi leggermente più moderati

rispetto a quelli rilevati nel primo semestre. Gli effetti delle distruzioni degli uragani

sono previsti manifestarsi principalmente nei due trimestri a cavallo dell’anno. Nel quar-

to trimestre del 2005 ci si attende una riduzione della crescita dovuta alla chiusura di im-

pianti produttivi, di raffinazione e porti, mentre gli sforzi di ricostruzione/ripristino

- 94 -

Le previsioni per l’economia italiana

dovrebbero produrre ricadute positive nella prima parte del prossimo anno, inducendo un

consistente rimbalzo nella crescita. Nella media del 2005 l’incremento del PIL dovrebbe

quindi risultare pari al 3,4%. Nel 2006, quando agli effetti degli ulteriori aumenti dei tas-

si di interesse potrebbe aggiungersi un avvio di correzione degli squilibri di lungo perio-

do (per la prima volta sotto la presidenza Bush, si stima una riduzione del disavanzo di

bilancio di circa un punto percentuale in termini di PIL nell’anno fiscale 2004-05), si do-

vrebbe registrare un rallentamento che porterebbe, nella previsione ISAE, a una crescita

del PIL di poco inferiore al 3 per cento.

In Giappone, le ultime indicazioni consentono di prospettare una accelerazione del

profilo di crescita su base trimestrale, anche se questa tendenza non appare evidente nei

risultati espressi in termini medi annui. L’esito delle elezioni per il rinnovo della Camera

Bassa, volute dal primo ministro Koizumi in seguito alla bocciatura del progetto di priva-

tizzazione delle poste giapponesi, ha favorito un generalizzato miglioramento del clima

di fiducia sia tra le imprese che tra i consumatori. Un ulteriore elemento di stimolo per i

consumi potrebbe derivare dal mantenimento, almeno per tutto il primo semestre 2006,

di tassi d’interesse prossimi allo zero. A mitigare l’ottimismo concorre, d’altra parte, la

considerazione che il possibile rallentamento della crescita della Cina, dell’India e degli

altri paesi asiatici emergenti, indotto dai rialzi del prezzo del greggio, comporterà una

loro minore domanda e potrebbe, quindi, tradursi in una perdita di dinamismo delle

esportazioni nipponiche. Proprio sulla base di queste ipotesi l’aumento del PIL è previ-

sto, nel risultato medio annuo, intorno al 2% sia nel 2005 che nel 2006.

Nell’area dell’euro i dati più recenti indicano segni di rafforzamento del tono con-

giunturale complessivo. Il clima di opinione degli imprenditori è sensibilmente migliora-

to nei mesi estivi, soprattutto nel settore manifatturiero - più orientato all’esportazione -

dove l’indicatore di fiducia è tornato, in settembre, su livelli relativamente elevati. Il rial-

zo ha riflesso principalmente l’andamento più sostenuto del portafoglio ordini prove-

nienti dall’estero, in sintonia con l’accelerazione sperimentata dalla domanda mondiale e

il ripiegamento delle quotazioni dell’euro. Più cauti sono apparsi invece i giudizi dei

consumatori, il cui indice di fiducia, sceso in luglio ai livelli più bassi dalla fine del 2003,

è aumentato solo marginalmente in agosto e settembre, condizionato dalle preoccupazio-

ni sulle tensioni nei prezzi.

Sulla base di queste indicazioni, l’ISAE, nella stima congiunta effettuata lo scorso

13 ottobre con l’Ifo di Berlino e l’INSEE di Parigi per la nota trimestrale Euro-zone

Economic Outlook, prevede che il PIL dell’area euro cresca dello 0,4% nel terzo

trimestre e dello 0,3% nel quarto, con una variazione nella media dell’anno pari

all’1,3%. Questo ritmo positivo, ancorché contenuto, verrebbe mantenuto anche nei

primi tre mesi del 2006 e nei trimestri successivi. Al maggior sostegno delle esportazioni

si accompagnerebbe un andamento della domanda interna modesto, seppur positivo; la

- 95 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

spesa dei cittadini europei risulterebbe ancora condizionata dalle incertezze legate alle

debolezze strutturali del mercato del lavoro e all’evoluzione dell’inflazione (che

potrebbe raggiungere il 2,4-2,5% all’inizio del 2006). Nell’insieme, l’incremento del PIL

nella media del prossimo anno si situerebbe all’1,5 per cento.

La moderata decelerazione prevista per i maggiori paesi industrializzati dovrebbe

interessare anche le aree emergenti. La penalizzazione dovuta all’eccezionale aumento

del prezzo del petrolio appare, infatti, più rilevante per molti di questi paesi il cui svilup-

po è ancora caratterizzato da un uso intensivo e meno efficiente delle risorse energetiche.

Sulla base delle ipotesi ISAE, la crescita del PIL accuserebbe, nel 2005, un ridimensio-

namento, rispetto al 2004, di 7 decimi di punto percentuale nei paesi industrializzati e di

9 in quelli emergenti. Per quest’ultima area, tale risultato sintetizza un ridimensionamen-

to meno accentuato in Asia (6 decimi di punto), e ben più sostenuto in America Latina

(1,6 punti percentuali) e nei paesi dell’Europa centro-orientale (1,9 punti percentuali).

Ancora più marcata sarebbe la divergenza nel 2006. Mentre nell’ambito dei paesi indu-

strializzati il rallentamento statunitense e, sebbene molto più moderato, giapponese po-

trebbe risultare sostanzialmente neutralizzato dalla maggior crescita europea (2 decimi di

punto per l’area euro e 7 decimi se si considera l’Europa a 25), nell’ambito dei paesi

emergenti si avrebbe, invece, una ulteriore decelerazione (7 decimi), che intesserebbe in

misura analoga tutte le principali aree. Anche la stessa economia cinese, che finora sem-

bra essere passata indenne attraverso gli aumenti del prezzo del greggio, potrebbe scon-

tare una decelerazione relativamente forte (la crescita del PIL è attesa scendere dal 9,2%

nel 2005 intorno all’8% nel 2006) attribuibile in gran parte ad un ridimensionamento più

che proporzionale della crescita degli investimenti.

ECONOMIA ITALIANA: EVOLUZIONE CONGIUNTURALE

L’economia italiana ha accusato una forte flessione tra la fine del 2004 e l’inizio del

2005: nell’arco di due trimestri il PIL è sceso dello 0,9% (-0,4 nel quarto 2004 e -0,5%

nel primo 2005). Tale evoluzione è risultata in parziale controtendenza rispetto al resto

dell’area euro che ha mostrato nello stesso periodo andamenti positivi, seppure modesti.

Sulla flessione di inizio 2005 hanno influito, dal lato dell’offerta, la prosecuzione della

fase di indebolimento dell’attività industriale (il valore aggiunto dell’industria in senso

stretto è diminuito dell’1% sui precedenti tre mesi) e l’improvviso arretramento nelle co-

struzioni (-1,5%) e nei servizi (-0,2%); dal lato della domanda, il consistente calo delle

esportazioni (-4,7%, dopo un -4,5% dei tre mesi precedenti) e degli investimenti (-0,8%,

dopo due trimestri col segno meno) ha più che compensato la sostanziale tenuta dei con-

sumi delle famiglie (+0,1%). - 96 -

Le previsioni per l’economia italiana

Nel secondo trimestre, il PIL ha segnato un aumento significativo (+0,7% rispetto ai

precedenti tre mesi). Il rialzo - in controtendenza con la frenata sperimentata negli stessi

mesi dall’area euro - è stato favorito da un miglioramento dell’industria (+0,9%), pur in

un quadro erratico negli andamenti mensili, e dall’evoluzione nuovamente positiva dei

servizi (+0,7%) e, soprattutto, delle costruzioni (che hanno avuto un balzo del 2,9%). I

segnali sono stati confortanti anche per quanto riguarda la dinamica complessiva della

domanda. Le esportazioni, in parte in virtù del rientro dalla fase di eccessivo apprezza-

mento dell’euro che aveva caratterizzato la prima parte dell’anno, sono aumentate del

5,5% rispetto al primo trimestre, in misura più consistente delle importazioni (+4,8%);

ciò ha dato luogo a un contributo positivo per due decimi di punto della domanda estera

netta (esportazioni meno importazioni) alla variazione del PIL (tale contributo era stato

negativo nei due trimestri precedenti). Il secondo trimestre ha riservato una sorpresa po-

sitiva anche per quel che concerne la domanda interna. I consumi delle famiglie sono au-

mentati dello 0,6%, mentre gli investimenti, in sintonia con il recupero delle

esportazioni, hanno sperimentato una crescita dell’1,5%. Il quadro favorevole è stato

completato dal ridimensionamento del processo di accumulo delle scorte in magazzino,

che si erano invece notevolmente gonfiate (in misura presumibilmente involontaria a

fronte della carenza della domanda) a fine 2004: nel secondo trimestre le scorte hanno

“sottratto” tre decimi di punto alla variazione del PIL; l’alleggerimento dei magazzini è

un fatto da interpretare positivamente perché rende l’attività produttiva (in particolare

dell’industria) più reattiva a rialzi della domanda.

I segnali congiunturali più recenti evidenziano che il rialzo dell’attività economica

nel periodo aprile-giugno non è stato un rimbalzo transitorio. Le attese per il terzo trime-

stre scontavano, fino all’inizio del mese di settembre, un andamento dell’attività econo-

mica positivo, ma in sensibile decelerazione rispetto allo 0,7% del secondo trimestre

(con un PIL più vicino allo zero che allo 0,5%). Le informazioni delle ultime settimane

mostrano, invece, una congiuntura più tonica rispetto a quanto era anticipato. Secondo le

indicazioni diffuse dall’ISTAT in ottobre, la produzione industriale è aumentata dello

0,9% a luglio e dell’1,3% ad agosto, riportandosi su valori che non erano stati più toccati

dalla fine del 2004. Peraltro, la rettifica del profilo per i mesi precedenti operata

dall’ISTAT nel comunicato di ottobre ha condotto a fare emergere, in modo ben più netto

che nella vecchia serie, un punto di svolta inferiore collocato nel primo trimestre dell’an-

no; in altri termini, la ripresa dell’industria sembra avere già alcuni mesi “alle spalle”,

fatto che non si evidenziava prima che si effettuasse la revisione sulla base delle nuove

informazioni resesi disponibili presso l’Istituto di statistica. Un simile andamento, in

rialzo dall’inizio del 2005, viene indicato dai dati ISTAT sul valore del fatturato (+10,8%

tra gennaio e agosto) e, pur con qualche sfasatura, da quelli sul flusso degli ordinativi

(+9,6% nello stesso arco di tempo). - 97 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Evidenze più dettagliate sulla performance manifatturiera possono essere ricavate

dall’indice di diffusione che l’ISAE elabora mensilmente per misurare la percentuale di

settori (su circa 180) in espansione e in recessione. Dall’esame dell’indicatore emerge

che la quota dei settori in espansione ha in effetti superato il 50% già all’inizio del secon-

do trimestre. Ciò confermerebbe, quindi, il segnale fornito dall’indice aggregato della

produzione industriale: si può fare risalire all’inizio della primavera il superamento del

periodo di recessione per la maggioranza dei settori industriali. Nei mesi successivi, la

tendenza positiva ha sperimentato un’accelerazione per poi assestarsi, nella fase più re-

cente, sui livelli relativamente elevati raggiunti (i più alti dalla fine del 2000, quando

però l’industria appariva già in graduale ripiegamento). Peraltro, la ripresa ha riguardato

in misura ugualmente intensa sia i settori che producono prevalentemente per il mercato

interno, sia quelli orientati principalmente all’estero.

Graf. 1 - ITALIA: INDICE DI DIFFUSIONE NELL'INDUSTRIA

1

0 ,9

0 ,8

0 ,7

0 ,6

0 ,5

0 ,4

0 ,3

0 ,2

0 ,1

0 2001 2002 2003 2004 2005

in te r n o e s te r o to ta le

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Per quanto riguarda la prospettiva di breve periodo, l’eccezionale effervescenza

dell’attività manifatturiera registrata nel corso dei mesi estivi potrebbe subire, nelle stime

dell’ISAE, una moderazione nella parte finale dell’anno, anche in conseguenza di qual-

che ripercussione derivante dalle elevate quotazioni del greggio. Ciò, però, non dovrebbe

comportare una sostanziale interruzione della tendenza positiva avviata nel secondo tri-

mestre. Sulla base di tali valutazioni, in settembre la produzione industriale sperimente-

rebbe ancora un leggero aumento (di 0,2%) che consentirebbe di chiudere il terzo

trimestre in rialzo di circa l’1,5% rispetto ai tre mesi precedenti (quando l’accelerazione

- 98 -

Le previsioni per l’economia italiana

era stata dell’1,3%); una parziale frenata si determinerebbe nei mesi autunnali, quantifi-

cata, nelle ultime stime, in una leggera riduzione dei livelli produttivi in ottobre (-0,3%)

e in una sostanziale stabilità nel mese di novembre.

I risultati favorevoli sul fronte indu- Graf. 2 - ITALIA: INDICE DELLA

striale appaiono in linea con la batteria de- PRODUZIONE INDUSTRIALE

gli indicatori congiunturali normalmente (2000=100) (1)

monitorata per studiare gli andamenti di

breve periodo dell’economia e che ha for- 104

nito segnalazioni quasi univocamente po- 102

sitive nell’ultimo periodo. Le

immatricolazioni di autoveicoli hanno ri- 100

preso a crescere in modo stabile dall’inizio 98

dell’estate (rispetto a un anno prima:

+19,2% a giugno, +2,3% a luglio, +13,4% 96

ad agosto, +3,5% a settembre), con un re- 94

cupero di quote delle marche italiane sul

totale delle auto vendute. La fiducia delle 92 2002 2003 2004 2005

imprese industriali, rilevata dalle inchieste dati destagionalizzati ciclo-trend

dell’ISAE, è aumentata a settembre per il

quarto mese consecutivo, recuperando la Fonte: ISTAT ed elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

(1) L'area ombreggiata rappresenta il periodo di previsione.

flessione che aveva interessato la prima

metà dell’anno. In particolare, è risultato in significativo rialzo il portafoglio degli ordini

provenienti tanto dall’interno quanto dall’estero, mentre si sono segnalati ancora ridi-

Graf. 3 - CLIMA DI FIDUCIA DELLE IMPRESE

(inchieste ISAE; dati destagionalizzati, 2000=100)

110

105

100

95

90

85

80

75 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

- 99 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

mensionamenti nel magazzino prodotti (fatto da interpretare favorevolmente per le pre-

cedenti considerazioni). Dal punto di vista settoriale, il rialzo di fiducia più consistente lo

si è riscontrato nelle imprese che producono beni di investimento e in quelle dei beni in-

termedi, in linea con i riscontri manifestatisi sul fronte della produzione. Nel mese di ot-

tobre, il clima di opinione degli imprenditori ha registrato una certa stabilizzazione, a

fronte di un leggero aumento delle aspettative di produzione, di una sostanziale staziona-

rietà delle scorte e di una lieve diminuzione degli ordini.

Graf. 4 - CLIMA DI FIDUCIA DEI CONSUMATORI

(inchieste ISAE; dati destagionalizzati, 2000=100)

135

130

125

120

115

110

105 serie grezza

serie destagio nalizzata

100 serie dest. e dep.dai fatto ri erratici

95 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Miglioramenti sono stati osservati in settembre e ottobre anche nella fiducia dei

consumatori riportatasi, nell’ultimo mese, sui valori di un anno prima; il livello rimane

comunque storicamente basso, risentendo di incertezze che riguardano non tanto la situa-

zione personale degli intervistati (che, nelle risposte degli intervistati, ha evidenziato ne-

gli ultimi mesi una sostanziale tenuta), quanto la percezione sull’andamento generale

dell’economia; quest’ultima, peraltro, ha mostrato un sensibile incremento nella rileva-

zione di ottobre.

L’evoluzione dell’attività industriale e le componenti del clima di opinione degli

operatori confluiscono, unitamente a vari altri indicatori, nell’indice sintetico anticipato-

re, elaborato dall’ISAE, che stima l’evoluzione dell’attività economica complessiva con

alcuni mesi di anticipo. Tale indicatore, dopo l’indebolimento sperimentato alla fine del-

lo scorso anno e nei primi mesi del 2005, ha ripreso a puntare verso l’alto nella scorsa

primavera e, in misura più decisa, dall’inizio dell’estate. Una dinamica che suggerisce il

- 100 -

Le previsioni per l’economia italiana

permanere dell’attività economica su un sentiero di crescita nel corso della seconda metà

dell’anno e in avvio del 2006.

Tenuto conto dell’insieme di Graf. 5 - ITALIA: INDICATORE ANTICIPATORE ISAE

questi segnali, si stima che anche nel (1995=100)

terzo trimestre la dinamica del PIL sia 2,0 122

rimasta sostenuta, risultando sospinta 120

da un andamento ancora favorevole 1,5

della domanda estera e in presenza di 118

una tenuta di quella interna; la 1,0 116

valutazione dell’ISAE della 114

0,5

variazione del prodotto interno lordo 112

nel terzo trimestre si situa intorno allo 0,0

0,7%, non molto difforme, quindi, 110

dall’incremento conseguito nel -0,5 108

secondo trimestre. L’evoluzione 2002 2003 2004 2005

variazioni percentuali sul mese precedente

potrebbe essersi poi attenuata, pur indicatore anticipatore (scala destra)

rimanendo positiva, negli ultimi tre Fonte: elaborazioni ISAE.

mesi dell’anno.

PREVISIONI PER L’ECONOMIA ITALIANA NEL 2005 E 2006

Nel complesso, le indicazioni congiunturali sopra descritte portano a fare ritenere

che la variazione del PIL nella media del 2005 risulterà marginalmente positiva: nelle

stime dell’ISAE l’incremento annuo si attesta allo 0,2% nella valutazione che non cor-

regge per il diverso numero di giorni di lavoro rispetto al 2004 (quattro in meno), allo

0,3% tenendo conto del differente calendario. Tale risultato medio è fortemente condi-

zionato dalle cadute produttive della fine del 2004 e dell’inizio del 2005 ed è conseguito,

come già ricordato, grazie al significativo recupero produttivo sperimentato a partire dal

secondo trimestre. In virtù di un simile profilo congiunturale, il 2005 chiuderebbe con un

incremento tendenziale (variazione del quarto trimestre di quest’anno rispetto allo stesso

periodo dell’anno precedente) dell’1,2% e comporterebbe un trascinamento sul 2006 -

vale a dire una crescita acquisita che si realizzerebbe se l’attività economica rimanesse

ferma per tutto il prossimo anno sui livelli della fine del 2005 - nell’ordine di sei decimi

di punto.

Per quanto riguarda il 2006, le prospettive economiche risentono, oltre che dell’ac-

quisito congiunturale ereditato dall’anno precedente, di un’evoluzione del quadro inter-

nazionale ancora sostanzialmente positiva, pur se in moderata decelerazione, e

- 101 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

dell’azione del Governo volta alla correzione delle tendenze della finanza pubblica e al

sostegno dell’economia.

Tab. 2 PREVISIONE PER L'ECONOMIA ITALIANA: QUADRO RIASSUNTIVO

( variazioni percentuali salvo diversa indicazione ) 2004 2005* 2006*

Quadro interno

Prodotto interno lordo 1,2 0,2 1,3

PIL corretto per le giornate lavorative 1,0 0,3 1,4

Importazione di beni e servizi 2,5 1,8 3,2

Esportazioni di beni e servizi 3,2 0,2 2,9

Spesa per consumi delle famiglie residenti 1,0 1,0 1,3

Spesa per consumi della AA.PP. e delle ISP 0,7 1,1 0,3

Investimenti fissi lordi 2,1 -0,8 2,1

Contributo alla crescita del PIL

- della domanda interna al netto della var. scorte 1,1 0,6 1,3

- variazioni delle scorte ed oggetti di valore -0,1 0,0 0,1

- esportazioni nette 0,2 -0,4 -0,1

Saldo conto corrente e conto capitale (in % del Pil) -0,7 -1,3 -1,5

Prezzi al consumo 2,2 2,0 2,2

Prezzi alla produzione 2,7 4,0 2,6

Propensione al consumo (livello percentuale) 86,4 85,8 85,5

Retribuzione pro capite nell'economia 3,0 3,0 3,2

Occupazione totale (1) 0,8 0,4 0,6

Tasso di disoccupazione 8,0 7,8 7,6

Indebitamento netto delle AA.PP. (in % del PIL) -3,2 -4,3 -3,9

Avanzo primario delle AA.PP. (in % del PIL) 1,8 0,7 1,0

Pressione fiscale delle AA.PP. 41,7 41,1 40,9

Debito delle AA.PP. (in % del PIL) 106,5 108,6 108,1

Tasso sui Bot a 12 mesi (2) 2,2 2,3 3,2

Fonte: ISTAT, Banca d'Italia.

* Previsioni ISAE.

(1) In unità di lavoro standard.

(2) Tassi annui di fine periodo. Per i Bot tasso composto lordo. - 102 -

Le previsioni per l’economia italiana

Nell’insieme, il PIL italiano dovrebbe GRAF. 6 - PRODOTTO INTERNO LORDO

aumentare, nelle valutazioni dell’ISAE, (milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e non

dell’1,3%; dell’1,4% correggendo per il corretti per diverso numero di giornate lavorative)

numero di giornate lavorative (due in 275.000

meno rispetto al 2005), con un conseguen-

te contenimento della distanza dalla dina- 271.000

mica del PIL della zona euro (atteso, come 1,3

267.000

sopra indicato, aumentare dell’1,5%). 1,2 0,2

Il modesto risultato di crescita del 263.000 0,3

0,4

2005 risentirebbe del freno derivante dal 1,8

259.000

contributo negativo della domanda estera 3,0

netta (esportazioni meno importazioni), 255.000

pari a 4 decimi di punto, cui si contrappor-

rebbe un apporto favorevole della doman- 251.000 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

da interna, nell’ordine di 7 decimi di

punto. Quest’ultimo rifletterebbe esclusi- Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

vamente lo stimolo dei consumi nazionali,

mentre gli investimenti contribuirebbero negativamente. Nel 2006, l’accelerazione del

PIL beneficerebbe di un rafforzamento della domanda nazionale (che apporterebbe 1,4

punti percentuali alla crescita economica), con un irrobustimento dei consumi e il recu-

pero degli investimenti. Anche il contributo delle esportazioni nette risulterebbe in mi-

glioramento, pur se ancora marginalmente negativo.

Tab. 3 CONTRIBUTI ALLA CRESCITA DEL PIL IN TERMINI REALI

(punti percentuali) 2004 2005* 2006*

Prodotto interno lordo (variazioni %) 1,2 0,2 1,3

Saldo estero merci e servizi 0,2 -0,4 -0,1

Domanda interna 1,0 0,7 1,4

Investimenti fissi lordi 0,4 -0,2 0,4

- costruzioni 0,3 0,1 0,2

Spesa per consumi nazionali 0,7 0,8 0,9

- delle famiglie residenti 0,6 0,6 0,8

Variazioni delle scorte ed oggetti di valore -0,1 0,0 0,1

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

La spesa per consumi delle famiglie, dopo la frenata dell’inizio dell’anno e il recu-

pero del secondo trimestre, dovrebbe proseguire ad evolvere su ritmi moderatamente po-

sitivi nella seconda metà del 2005, riflettendo l’andamento favorevole dei redditi

personali e il parziale miglioramento registrato nella parte finale dell’anno dal clima di

- 103 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

fiducia. Il reddito disponibile risentirebbe della dinamica delle retribuzioni pro capite,

del mantenimento di un profilo positivo, seppure in decelerazione, dell’occupazione e

del ripiegamento, in media d’anno, dell’inflazione (particolarmente accentuato nella

componente dei beni non energetici). In questo quadro, i consumi privati crescerebbero

dell’1%, un ritmo analogo a quello che aveva caratterizzato l’anno precedente.

Tab. 4 REDDITO DISPONIBILE DELLE FAMIGLIE (a)

(variazioni percentuali) 2004 2005* 2006*

ENTRATE

Redditi nazionali da lavoro 3,6 3,8 3,3

Altri redditi 3,8 3,5 3,2

Prestazioni sociali e altri trasferimenti netti 4,2 3,8 4,8

USCITE

Imposte correnti sul reddito e sul patrimonio 3,6 2,2 2,7

Contributi sociali netti 3,7 3,5 2,4

Reddito lordo disponibile 4,1 3,9 3,8

Spesa per consumi delle famiglie residenti 3,2 3,0 3,6

Propensione media al consumo 86,4 85,8 85,5

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(a) Famiglie consumatrici.

Nel 2006, permarrebbero i fattori di stimolo alla capacità di spesa delle famiglie; in

particolare, la dinamica retributiva e una leggera accelerazione dell’occupazione conti-

Graf. 7 - SPESA DELLE FAMIGLIE Graf. 8 - REDDITI E CONSUMI DELLE FAMIGLIE

(milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti (variazioni percentuali in termini nominali)

per diverso numero di giornare lavorative) 6

166.000 5

1,3

163.000 4

1,0

160.000 3

1,0

1,4 2

157.000 0,4

0,8 1

2,7

154.000 0 2003 2004 2005* 2006*

151.000 Reddito lordo dis ponibile

2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006* Cons umi s pes a f amiglie res identi

Fonte: ISTAT. Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE. * Previsioni ISAE.

- 104 -

Le previsioni per l’economia italiana

nuerebbero a sospingere i redditi pro capite, a fronte di un lieve rialzo, nella media

dell’anno, della dinamica inflazionistica.

La spesa delle famiglie residenti si in- Graf. 9 - INVESTIMENTI FISSI LORDI

crementerebbe dell’1,3%, con una atte- (milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti

per diverso numero di giornare lavorative)

nuazione della crescita della propensione 59.000

al risparmio che ha caratterizzato gli ulti- TOTA LE

mi anni. 57.500

Per quel che concerne gli investimen- 56.000

ti, il rimbalzo registrato nel secondo trime- 2,1

stre del 2005 ha consentito di invertire 2,1

1,2

54.500

l’evoluzione negativa che aveva interessa- -0,8

1,9 -1,8

to la seconda metà del 2004 e l’inizio di 6,9

53.000

quest’anno. Le indicazioni congiunturali

disponibili (ordini interni, attività produt- 51.500 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

tiva delle industrie di beni strumentali, in-

dice delle costruzioni) mostrano la 35.000

prosecuzione, nel secondo semestre, della M A CCHINE , A TTREZZA TURE,

M EZZI DI TRA SPORTO E B ENI IM M A TERIA LI

34.000

tendenza al recupero; a causa dei cali pre-

gressi, però, la ripresa in corso d’anno non 33.000

eviterebbe una variazione negativa a con- 1,1 -0,2

32.000

suntivo del 2005. 7,7 1,3

Il rafforzamento del processo di 31.000 -4,2

accumulazione nella componente dei 2,2

-2,7

30.000

macchinari e mezzi di trasporto si

avvantaggerebbe essenzialmente del 29.000 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

miglioramento del tono congiunturale

interno, del più positivo andamento delle 26.500

esportazioni e, in generale, del clima di C OSTRUZION I

opinione più favorevole tra le imprese 25.500

industriali. Nella media dell’anno si 1,9

24.500 1,5

avrebbe una flessione (-2,7%) che 3,1

sottenderebbe, però, un sostanziale 23.500 1,7

miglioramento nel secondo semestre. Nel 3,2

22.500

2006, anche grazie al trascinamento 3,0

5,9

positivo derivante dal profilo in 21.500

accelerazione che caratterizza l’anno 20.500

corrente, questa componente di spesa 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

mostrerebbe un irrobustimento, con un Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

tasso di incremento del 2,2 per cento. - 105 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Per le costruzioni, dopo il sensibile arretramento sperimentato tra la fine del 2004 e

l’inizio del 2005, il cospicuo rialzo del secondo trimestre ha usufruito di una accelerazio-

ne che ha riguardato tanto l’edilizia abitativa, quanto quella non residenziale.

Dopo questo aumento, le stime dell’ISAE scontano, per il secondo semestre, un cer-

to assestamento della dinamica che rimarrebbe comunque positiva. Nella media del

2005, la crescita sarebbe dell’1,5%; nel 2006, la spesa per costruzioni, avvantaggiandosi

ancora, per la parte residenziale degli incentivi fiscali alle ristrutturazioni, potrebbe salire

dell’1,9 per cento.

Nell’insieme, a sintesi di queste evoluzioni, gli investimenti complessivi (compren-

denti macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto, beni immateriali e costruzioni) dimi-

nuirebbero dello 0,8% nel 2005, per poi aumentare del 2,1% nella media del prossimo

anno. Le esportazioni di beni e servizi

Graf. 10 - ESPORTAZIONI E MERCATI hanno interrotto nel secondo trimestre,

DI SBOCCO DELL'ITALIA con un notevole balzo, la fase di flessione

(variazioni percentuali)

10 che aveva contrassegnato i sei mesi prece-

denti. L’accelerazione della domanda

8 internazionale dopo un periodo di pausa e

il ridimensionamento della fase di apprez-

6 zamento del tasso di cambio hanno stimo-

4 lato un recupero di vitalità delle nostre

vendite all’estero. Pur scontando un

2 andamento ancora relativamente favore-

0 vole nella seconda metà dell’anno, il risul-

tato medio del 2005 potrebbe, però, essere

-2 solo molto modesto (+0,2%). Sull’abbri-

vio del miglioramento che caratterizza

-4 2003 2004 2005* 2006* l’anno corrente e ipotizzando un’evoluzio-

Es portaz ioni in v olume Merc ato di es portaz ione ne dell’euro, nel 2006, che, pur tra fluttua-

Fonte: ISTAT. zioni, non si discosta dai valori delle

* Previsioni ISAE. ultime settimane, la ripresa dell’export

diverrebbe maggiormente visibile il prossimo anno, quando l’incremento potrebbe

attestarsi al 2,9%. Tenuto conto della crescita attesa per il commercio mondiale (+7,5%

in aggregato; +7% circa considerando la dinamica dei mercati di sbocco del nostro

paese), tale andamento non consentirebbe di evitare una nuova flessione della quota di

mercato italiana, misurata a prezzi costanti, nel commercio globale; la diminuzione risul-

terebbe comunque di entità più contenuta rispetto a quella sperimentata mediamente nel

corso della prima metà di questo decennio.

- 106 -

Le previsioni per l’economia italiana

Dal lato delle importazioni di beni e servizi, l’accelerazione dell’attività economica

favorirebbe un maggior ricorso agli acquisti dall’estero, che crescerebbero dell’1,8%

quest’anno e del 3,2% nel 2006.

Graf. 11 - ESPORTAZIONI DI BENI E SERVIZI Graf. 12 - IMPORTAZIONI DI BENI E SERVIZI

(milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti (milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti

per diverso numero di giornare lavorative) per diverso numero di giornare lavorative)

85.000 84.000

82.000 81.000 3,2

3,2

1,6

79.000 78.000

2,9 1,8

2,5

0,2

9,7

76.000 75.000

-3,2 0,5

-1,9 1,3

-0,5

7,1

73.000 72.000

70.000 69.000

2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006* 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006**

Fonte: ISTAT. Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE. * Previsioni ISAE.

Nel mercato del lavoro, l’indebolimento dell’attività economica, riscontrato tra la

fine del 2004 e l’inizio del 2005, ha finito col ripercuotersi sulle dinamiche occupaziona-

li del primo semestre dell’anno, anche se l’aumento della popolazione residente di origi-

ne straniera, conseguente ai fenomeni di regolarizzazione, ha contribuito a “nascondere”

Tab. 5 UNITA' DI LAVORO

(variazioni percentuali)

IN COMPLESSO DIPENDENTI

2004 2005* 2006* 2004 2005* 2006*

Agricoltura 0,4 -1,1 0,1 2,6 0,0 -2,2

Industria 0,6 -0,1 0,6 0,1 0,4 0,4

- in senso stretto -0,4 -1,2 0,0 -0,7 -0,8 -0,3

- costruzioni 3,4 2,8 2,1 3,4 5,6 3,0

Servizi 0,9 0,8 0,7 0,6 1,2 1,0

- Privati (1) 1,3 1,3 1,2 1,1 1,9 1,9

- Pubblici (2) 0,4 -0,1 0,0 0,0 0,4 -0,1

TOTALE 0,8 0,4 0,6 0,5 0,9 0,7

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Comprendono commercio, alberghi, trasporti, intermediazione creditizia, servizi vari ad imprese e famiglie.

(2) Comprendono Amministrazioni Pubbliche, istruzione, sanità e altri servizi pubblici, servizi domestici presso le famiglie.

- 107 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

(in particolare nelle costruzioni e nei servizi) il rallentamento nei dati della Rilevazione

delle forze di lavoro. In termini di unità standard - misura dell’input di lavoro che do-

vrebbe essere maggiormente al riparo dalle distorsioni prodotte dagli episodi di emersio-

ne - l’occupazione è rimasta nei primi sei mesi praticamente stagnante rispetto al

semestre precedente (contro un aumento dello 0,7% in termini di “teste”) e in rialzo dello

0,5% nei confronti dello stesso periodo dell’anno precedente (+1,1% sulla base delle for-

ze di lavoro).

Nella previsione ISAE, si stima che l’evoluzione delle unità standard di lavoro sia

marginalmente positiva negli ultimi due trimestri dell’anno, dando luogo a un incremen-

to nella media del 2005 dello 0,4%. La dinamica occupazionale potrebbe tornare gra-

dualmente a rafforzarsi nel 2006, in sintonia con il miglioramento dell’attività

economica, fino a registrare un incremento medio annuo dello 0,6%. Tenuto conto della

variazione attesa per il PIL, l’elasticità delle ULA al prodotto lordo si attesterebbe a circa

0,5, un valore quindi inferiore a quelli anormalmente elevati sperimentati negli ultimi an-

ni, ma pur sempre superiore agli standard storici che hanno caratterizzato l’Italia.

L’abbassamento dell’elasticità degli

occupati alla variazione dell’attività eco-

Graf. 13 - OCCUPAZIONE TOTALE

(unità di lavoro dati destagionalizzati)

standard nomica, rispetto all’esperienza della prima

25.180 metà degli anni duemila, si traduce in

un’accelerazione ciclica della produttività

0,6 del lavoro.

24.780 0,4 In questo quadro, il tasso di disoccupa-

0,8 zione, risentendo nell’anno in corso anche

0,4

24.380 1,3 di fenomeni di scoraggiamento dal lato

dell’offerta in alcune zone del paese e per

23.980 1,7 alcune categorie di persone, si attesterebbe

al 7,8% nella media di quest’anno (8% nel

1,7

23.580 2004); nel 2006, la percentuale dei disoc-

cupati potrebbe calare ancora leggermen-

te, situandosi al 7,6 per cento.

23.180 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006* Per quel che concerne le dinamiche re-

Fonte: ISTAT. tributive, le stime per il 2005-06 si fonda-

* Previsioni ISAE. no sugli andamenti noti per l’anno in

corso, sulle erogazioni previste negli accordi in essere e sui rinnovi contrattuali che si

stanno effettuando e che riguardano il periodo di previsione. Nella previsione, le retribu-

zioni pro capite aumentano nell’intera economia del 3% quest’anno e del 3,2% nel 2006.

Il costo del lavoro per unità di prodotto, tenuto conto dell’attesa accelerazione della pro-

duttività degli occupati e della riduzione degli oneri sociali a carico delle imprese decisa

- 108 -

Le previsioni per l’economia italiana

nell’ambito della manovra di finanza pubblica per il 2006, si incrementerebbe il prossi-

mo anno dell’1,9%, dopo avere registrato un aumento del 3% nel corso del 2005.

Tab. 6 RETRIBUZIONE E COSTO DEL LAVORO PRO CAPITE

(variazioni percentuali)

Retribuzione Costo del lavoro

2004 2005* 2006* 2004 2005* 2006*

Agricoltura 0,8 5,7 2,4 0,8 6,1 2,2

Industria 3,1 2,3 2,8 3,2 2,5 2,1

-in senso stretto 3,2 2,9 3,1 3,3 2,9 2,5

Servizi 3,0 3,1 3,3 2,8 2,9 2,7

-Privati(1) 2,3 3,6 2,9 2,4 3,3 2,2

-Pubblici(2) 3,8 2,6 3,8 3,2 2,4 3,3

TOTALE 3,0 3,0 3,2 2,9 2,8 2,6

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Comprendono commercio, alberghi, trasporti, intermediazione creditizia, servizi vari a imprese e famiglie.

(2) Comprendono Amministrazioni Pubbliche, istruzione, sanità, altri servizi pubblici, servizi domestici presso le famiglie.

Quanto all’inflazione, nei mesi estivi la dinamica dei prezzi al consumo ha segnato

una accelerazione molto contenuta, nonostante gli stimoli provenienti dai sostenuti rinca-

ri del petrolio. L’impatto degli aumenti dei costi per gli input energetici è stato fin qui

particolarmente evidente per i listini industriali, ma il trasferimento agli stadi successivi

di formazione dei prezzi è risultato lento e incompleto. A livello di distribuzione finale,

in particolare, le spinte al rialzo sono rimaste circoscritte alle voci più strettamente con-

dizionate dagli aumenti dei costi energetici (carburanti, trasporti, abitazione), mentre la

debolezza che ancora caratterizza importanti componenti del consumo e, per taluni beni,

l’intensificarsi della concorrenza da parte delle importazioni a basso costo hanno atte-

nuato le tensioni sull’intero sistema dei prezzi interni.

Tab. 7 PREZZI INTERNI

(variazioni percentuali)

2004 2005* 2006*

Indice generale prezzi al consumo 2,2 2,0 2,2

alimentari 3,0 1,0 2,0

energetici 2,4 9,0 5,3

non alimentari e non energetici 2,0 1,7 2,0

- beni 0,7 0,4 1,1

- servizi 3,1 2,7 2,6

p.m.

Indice armonizzato prezzi al consumo 2,3 2,1 2,3

Indice generale prezzi alla produzione 2,7 4,0 2,6

alimentari 1,4 -0,1 1,7

energetici 2,6 14,5 5,8

non alimentari e non energetici 3,1 2,3 1,9

Fonte: elaborazione ISAE su dati ISTAT.

* Previsioni ISAE. - 109 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Il tasso di crescita tendenziale dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’inte-

ra collettività, sostanzialmente stabile all’1,9% nel primo semestre, ha messo in evidenza

in luglio una risalita al 2,1% e si è attestato al 2% nei due mesi successivi. Secondo le

elaborazioni effettuate dall’ISAE, l’evoluzione congiunturale al netto dei fattori stagio-

nali mostra, peraltro, un profilo dell’inflazione in più forte ripresa: la variazione calcola-

ta tra luglio e settembre, ed espressa in ragione d’anno, è salita al 2,4% dal 2,2%

precedente. Nei mesi autunnali è probabile che si verifichi un nuovo aumento del ritmo

di crescita dei prezzi, anche per il manifestarsi con maggiore intensità degli effetti dei

rincari petroliferi sull’adeguamento trimestrale delle tariffe energetiche. L’evoluzione

sostanzialmente moderata delle altre principali componenti dell’inflazione consente, pe-

raltro, di confermare per il 2005 una crescita media dei prezzi al consumo al 2%, con una

riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto al 2004. L’aumento dell’indice armonizzato a

livello europeo risulterebbe appena superiore, attestandosi al 2,1% e comportando un di-

vario inflazionistico con l’area euro a nostro favore per un decimo di punto (a nostro sfa-

vore per 0,2 punti percentuali nel 2004). Riguardo all’evoluzione dei prezzi nel

2006, le previsioni dell’ISAE indicavano

Graf. 14 - PREZZI AL CONSUMO

(indice nazionale intera collettività, variazioni percentuali) nel quadro previsivo di luglio un tasso di

inflazione medio pari al 2,1%. Gli sviluppi

3,0 recenti sui mercati petroliferi, e la prospet-

2,7

2,8 tiva per i primi mesi del prossimo anno di

prezzi leggermente superiori a quelli medi

2,6 della seconda parte del 2005, lasciano in-

2,2

2,4 travedere la possibilità di una dinamica in-

2,2 flazionistica appena più sostenuta. La

2,2 revisione al rialzo dipenderebbe peraltro

2,0

2,0 esclusivamente dalle maggiori spinte pro-

venienti dal costo delle materie prime e

1,8 del petrolio in particolare, solo in parte

1,6 compensate, sul piano delle componenti

2003 2004 2005* 2006* endogene, dal netto rallentamento della di-

Fonte: ISTAT. namica del costo del lavoro favorito anche

* Previsioni ISAE. dal recupero ciclico della produttività. Le

quotazioni in euro del petrolio, sebbene previste in discesa dal secondo trimestre dell’an-

no, in media dovrebbero, infatti, risultare di quasi il 15% più elevate rispetto al 2005, con

ricadute sull’inflazione in termini sia di effetti immediati, sia di effetti indiretti e ritardati

sui prezzi dei beni non energetici e sulle tariffe energetiche.

- 110 -

Le previsioni per l’economia italiana

Le attuali previsioni dell’ISAE scontano nel corso del 2006 un lento rientro del tas-

so tendenziale di inflazione che, dopo un rimbalzo a inizio anno, dovrebbe riportarsi in-

torno al 2% nel terzo trimestre; l’incremento medio annuo sarebbe pari al 2,2%, di poco

superiore a quello stimato per il 2005. In termini di indice armonizzato a livello europeo,

la crescita dei prezzi al consumo dovrebbe attestarsi al 2,3%, con una leggera riapertura

del divario a nostro sfavore (uno decimo di punto) rispetto all’inflazione media dell’area

dell’euro.

Tab. 8 RISORSE E IMPIEGHI

(variazioni percentuali)

2004 2005* 2006*

Q P V Q P V Q P V

Prodotto interno lordo 1,2 2,6 3,9 0,2 2,3 2,6 1,3 2,1 3,5

Importazioni di beni e servizi 2,5 3,6 6,3 1,8 5,6 7,5 3,2 3,1 6,4

Esportazioni di beni e servizi 3,2 3,8 7,1 0,2 4,9 5,2 2,9 2,5 5,5

Domanda interna 1,0 2,6 3,6 0,7 2,5 3,2 1,4 2,3 3,7

Spesa per consumi delle famiglie residenti 1,0 2,2 3,2 1,0 2,0 3,0 1,3 2,2 3,6

Spesa per consumi della AA.PP. e delle ISP 0,7 2,1 2,8 1,1 2,4 3,5 0,3 2,0 2,3

Investimenti fissi lordi 2,1 3,2 5,3 -0,8 3,8 3,0 2,1 2,8 5,0

- costruzioni 3,1 4,4 7,7 1,5 5,2 6,8 1,9 3,6 5,6

- macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto e beni immateriali 1,3 2,1 3,4 -2,7 2,4 -0,3 2,2 2,1 4,4

Variazioni delle scorte ed oggetti di valore (1) -0,1 0,0 0,1

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Contributo alla variazione del PIL.

Tab. 9 FORMAZIONE DEL PRODOTTO INTERNO LORDO IN TERMINI REALI

(variazioni percentuali) 2004 2005* 2006*

Agricoltura 10,8 -1,5 3,0

Industria 0,8 -1,0 1,5

- in senso stretto 0,3 -1,4 1,4

Servizi 1,2 0,8 1,2

- Privati (1) 0,6 0,8 1,4

- Pubblici (2) 2,7 0,7 0,8

Prodotto interno lordo 1,2 0,2 1,3

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE. - 111 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

RISCHI PER LO SCENARIO DI PREVISIONE

Elementi di rischio per lo scenario di previsione al 2006 riguardano principalmente

il prezzo del petrolio e, conseguentemente, la tenuta della congiuntura internazionale. Gli

incrementi petroliferi hanno avuto, finora, impatti contenuti sulle economie industriali.

Ciò è stato dovuto alla minore dipendenza dal greggio di questi paesi rispetto agli anni

settanta e ottanta e ad alcuni effetti benefici indotti dalla globalizzazione, assenti in occa-

sione degli shock degli anni settanta.

Tra quest’ultimi rientra, evidentemente, l’offerta, ben più ampia che trenta anni fa,

di prodotti a basso costo da parte delle economie emergenti che compensano gli impulsi

inflazionistici derivanti dal petrolio. Ma alla cosiddetta globalizzazione è da ricondurre

anche la maggiore integrazione nei traffici internazionali dei paesi produttori di greggio

che riversano, in misura più forte che trenta anni fa, i maggiori guadagni nell’acquisto di

manufatti dell’area industrializzata (con conseguente sostegno della domanda mondiale).

La capacità di assorbimento delle economie petrolifere è in effetti sostanzialmente supe-

riore agli anni settanta, grazie sia a un miglioramento delle infrastrutture fisiche necessa-

rie per il transito delle maggiori importazioni (porti e aeroporti dell’area petrolifera) sia a

possibilità di spesa effettivamente più elevate per quanto riguarda particolari categorie di

beni (di investimento per il settore estrattivo e di lusso per il consumo). In questa pro-

spettiva i paesi europei, che destinano una quota delle loro esportazioni verso l’area

OPEC più che doppia rispetto a quanto si osserva per gli Stati Uniti, sembrano collocarsi

potenzialmente meglio dell’economia americana.

Accanto a ciò si deve tenere conto che la dipendenza dal petrolio dei paesi indu-

striali si è ridotta negli ultimi decenni, proprio in risposta degli shock passati. Secondo

1

, tra il 1980 e il 2000 il

nostre stime effettuate con l’ausilio delle tavole intersettoriali

fabbisogno diretto e indiretto di greggio importato che viene attivato da ogni euro speso

da operatori interni o stranieri per l’acquisto dell’output nazionale si è ridotto del 70% in

Italia, del 60% in Germania e del 9% in Francia. La variabilità di queste percentuali ri-

flette livelli di partenza (nel 1980) differenziati tra i vari paesi (molto elevati in Italia,

notevolmente più bassi in Francia), sicché nel punto di arrivo, l’anno 2000, il nostro

paese continua a caratterizzarsi per un fabbisogno petrolifero più elevato che nei due

maggiori partner europei. Il minore uso relativo di greggio ha comportato il sostanziale

ridimensionamento dell’impatto complessivo (diretto e indiretto) sui pezzi finali causato

dagli aumenti della materia prima: sempre sulla base di stime che utilizzano matrici in-

put-ouput delle tre nazioni prese in considerazione, tale impatto si è ridotto, tra il 1980 e

il 2000, di tre volte in Italia, di sei volte in Francia e di 8 volte in Germania.

1 Cfr. ISAE, Nota mensile, settembre 2005. - 112 -

Le previsioni per l’economia italiana

Pur tenendo conto di queste considerazioni, è, tuttavia, evidente che se il prezzo del

petrolio dovesse subire ulteriori tensioni di carattere non transitorio, non si potrebbero

evitare ripercussioni (per quanto più contenute di quelle sperimentate negli anni settanta)

sulle prospettive di crescita dei paesi industrializzati.

ANDAMENTO DEI CONTI PUBBLICI NEL BIENNIO 2005-2006

Nell’anno in corso l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche dovrebbe

attestarsi al 4,3% del PIL, come previsto negli ultimi documenti ufficiali. Il peggiora-

mento rispetto ai risultati del 2004 è ascrivibile a vari elementi: da una parte, il forte ral-

lentamento congiunturale e, dall’altra, la non piena realizzazione degli effetti correttivi,

oltre che la minore presenza di interventi di carattere una tantum. Nel 2006, la ripresa

della crescita e una piena efficacia della manovra recentemente approdata in Parlamento

potrebbero consentire un miglioramento del deficit, che potrebbe collocarsi al 3,9% del

prodotto, anche in relazione a operazioni di manutenzione della base imponibile, laddove

confermate dalla prosecuzione del processo di decisione finanziaria. In particolare, un

eventuale rafforzamento della manovra in discussione in Parlamento potrebbe consentire

di raggiungere l’obiettivo del 3,8% per il rapporto disavanzo/PIL, indicato alla Commis-

sione Europea.

Per il 2005, le stime dell’ISAE incorporano gli effetti delle misure recentemente

adottate tramite il decreto legge n. 211; inoltre, esse scontano entrate per 2,5 miliardi de-

rivanti dal condono edilizio e introiti dovuti ad operazioni sul patrimonio pubblico infe-

riori sia a quelli ottenuti nello scorso anno sia, soprattutto, rispetto a quelli inizialmente

previsti dal Governo.

Le previsioni per il 2006 tengono conto, come accennato, dei provvedimenti di cor-

rezione disposti tramite il disegno di legge Finanziaria appena disposto, nonché di una

ipotesi di realizzazione di dismissioni immobiliari pari a quattro miliardi di euro, a par-

ziale recupero di quanto non realizzato nel 2005.

L’eventualità di una efficacia della manovra inferiore alle attese - qualora non si riu-

scisse a contenere la spesa per gli ingenti importi programmati - comporterebbe ovvia-

mente un peggioramento dei risultati di finanza pubblica.

Secondo le stime dell’ISAE, l’avanzo primario si riduce notevolmente nell’anno in

corso, per poi risalire lievemente nel prossimo, sia in valore che in percentuale del PIL.

Esso passerebbe dall’1,8% del prodotto del 2004 allo 0,7% nel 2005 e all’ 1% nell’anno

successivo.

Nel 2005, all’aumento di sei decimi di PIL delle spese al netto degli interessi - do-

vuto all’incremento di quattro decimi delle uscite correnti primarie e a quello di due de-

- 113 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Tab. 10 CONTO ECONOMICO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

(milioni di euro) Variazioni percentuali

2004 2005* 2006* 2004 2005 2006

USCITE

Redditi da lavoro dipendente 148.248 153.200 158.300 3,0 3,3 3,3

Consumi intermedi e prestazioni sociali in natura 103.057 106.700 106.800 2,2 3,5 0,1

Altre poste consumi finali 8.758 9.400 10.300 5,8 7,3 9,6

Spesa per consumi finali 260.063 269.300 275.400 2,8 3,6 2,3

Contributi alla produzione 14.471 14.900 14.100 2,0 3,0 -5,4

Prestazioni sociali in denaro 234.181 243.100 254.700 4,3 3,8 4,8

Altre spese correnti 22.141 23.000 24.000 6,3 3,9 4,3

Spese correnti al netto interessi 530.856 550.300 568.200 3,6 3,7 3,3

Interessi passivi 68.434 69.000 70.600 -1,2 0,8 2,3

TOTALE SPESE CORRENTI 599.290 619.300 638.800 3,0 3,3 3,1

Investimenti 34.927 37.100 33.300 2,3 6,2 -10,2

Contributi agli investimenti 17.638 18.500 18.300 -7,4 4,9 -1,1

Altre spese in c/capitale 2.997 3.600 3.300 -42,8 20,1 -8,3

TOTALE SPESE IN CONTO CAPITALE 55.562 59.200 54.900 -4,9 6,5 -7,3

TOTALE SPESE AL NETTO INTERESSI 586.418 609.500 623.100 2,7 3,9 2,2

TOTALE SPESE 654.852 678.500 693.700 2,3 3,6 2,2

ENTRATE

Imposte dirette 184.175 184.500 192.000 3,4 0,2 4,1

Imposte indirette 195.207 201.500 208.400 4,2 3,2 3,4

Contributi sociali 174.756 180.900 185.200 3,5 3,5 2,4

Altre entrate correnti 44.055 45.500 47.300 8,5 3,3 4,0

TOTALE ENTRATE CORRENTI 598.193 612.400 632.900 4,0 2,4 3,3

ENTRATE IN CONTO CAPITALE 13.007 6.500 4.200 -44,6 -50,0 -35,4

TOTALE ENTRATE 611.200 618.900 637.100 2,1 1,3 2,9

SALDO CORRENTE -1.097 -6.900 -5.900

SALDO IN CONTO CAPITALE -42.555 -52.700 -50.700

INDEBITAMENTO NETTO -43.652 -59.600 -56.600

INDEB. NETTO AL NETTO INTERESSI 24.782 9.400 14.000

Fonte: ISTAT.

*Previsioni ISAE. - 114 -

Le previsioni per l’economia italiana

Tab. 11 CONTO ECONOMICO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

(in percentuale del PIL) 2004 2005* 2006*

USCITE

Redditi da lavoro dipendente 11,0 11,1 11,0

Consumi intermedi e prestazioni sociali in natura 7,6 7,7 7,4

Altre poste consumi finali 0,6 0,7 0,7

Spesa per consumi finali 19,2 19,4 19,2

Contributi alla produzione 1,1 1,1 1,0

Prestazioni sociali in denaro 17,3 17,5 17,8

Altre spese correnti 1,6 1,7 1,7

Spese correnti al netto interessi 39,3 39,7 39,6

Interessi passivi 5,1 5,0 4,9

TOTALE SPESE CORRENTI 44,3 44,7 44,6

Investimenti 2,6 2,7 2,3

Contributi agli investimenti 1,3 1,3 1,3

Altre spese in c/capitale 0,2 0,3 0,2

TOTALE SPESE IN CONTO CAPITALE 4,1 4,3 3,8

TOTALE SPESE AL NETTO INTERESSI 43,4 44,0 43,5

TOTALE SPESE 48,5 49,0 48,4

ENTRATE

Imposte dirette 13,6 13,3 13,4

Imposte indirette 14,4 14,5 14,5

Contributi sociali 12,9 13,1 12,9

Altre entrate correnti 3,3 3,3 3,3

TOTALE ENTRATE CORRENTI 44,3 44,2 44,1

ENTRATE IN CONTO CAPITALE 1,0 0,5 0,3

TOTALE ENTRATE 45,2 44,7 44,4

SALDO CORRENTE -0,1 -0,5 -0,4

SALDO IN CONTO CAPITALE -3,1 -3,8 -3,5

INDEBITAMENTO NETTO -3,2 -4,3 -3,9

INDEB. NETTO AL NETTO INTERESSI (1) 1,8 0,7 1,0

PRESSIONE FISCALE INTERNA (2) 41,7 41,1 40,9

DEBITO PUBBLICO 106,5 108,6 108,1

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Eventuali mancate quadrature sono dovute all'arrotondamento delle cifre decimali.

(2) (Imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, imposte in conto capitale)/PIL. Al netto della quota delle risorse proprie IVA di per-

tinenza dell'Unione Europea. - 115 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

cimi dei pagamenti in conto capitale - si somma la riduzione di mezzo punto di prodotto

delle entrate, dovuta soprattutto al venir meno del gettito relativo alle sanatorie fiscali del

2004 e alla forte contrazione di alcune imposte sostitutive. Nel prossimo anno, si dovreb-

bero verificare una diminuzione pari allo 0,5% del PIL delle spese primarie e una di tre

decimi del complesso delle entrate. Per quanto riguarda queste ultime, l’andamento ris-

pecchia gli effetti dovuti agli sgravi tributari e contributivi disposti con la manovra e

l’esaurirsi dell’impatto di gran parte delle misure straordinarie. Nel caso delle uscite, la

minore incidenza è ascrivibile agli interventi della manovra e all’ipotesi di realizzazione

di più consistenti dismissioni immobiliari rispetto a quanto atteso per il 2005.

L’onere per il servizio del debito torna a salire in valore assoluto, ma continua a

scendere seppure marginalmente in percentuale del PIL, in entrambi gli anni della previ-

sione dell’ISAE. Tale andamento sconta un livello dei tassi stabile nel 2005 e in crescita

nell’anno successivo; in particolare, il saggio medio sui BOT a 12 mesi rimarrebbe nel

2005 al 2,2% registrato nel 2004, per poi salire al 2,8% il prossimo anno. L’incidenza sul

PIL della spesa per interessi si ridurrebbe di un decimo in entrambi gli anni, passando dal

5,1% del 2004 al 5% nell’anno in corso e al 4,9% nel 2006.

Il saldo di natura corrente registra ancora valori negativi nel biennio, collocandosi

intorno al mezzo punto percentuale del PIL. Il disavanzo in conto capitale, a causa della

notevole attenuazione degli interventi di carattere straordinario sia di entrata che di usci-

ta, aumenta nel 2005 e dopo, grazie alle dismissioni incorporate nella previsione, si ridu-

ce nuovamente. In termini di PIL, il deficit di conto capitale sale dal 3,1% del 2004 al

3,8% per poi scendere al 3,5 per cento.

La pressione fiscale, secondo l’ISAE, cala di oltre mezzo punto di PIL nell’anno in

corso e si riduce ancora di due decimi nel 2006: dal 41,7% registrato nel 2004 si porte-

rebbe al 41,1%, per poi discendere al 40,9%. Al netto delle imposte in conto capitale,

cioè sostanzialmente al netto delle misure una tantum di entrata, l’onere fiscale sul pro-

dotto si ridurrebbe di un decimo in entrambi gli anni, passando dal 41% del 2004 al

40,9%, e successivamente al 40,8% sostanzialmente grazie agli sgravi contributivi e

all’esaurirsi degli introiti derivanti dal condono edilizio.

Il rapporto debito/PIL risulta in crescita nel 2005 per poi tornare a ridursi, seppure in

lieve misura, nel 2006. Esso salirebbe dal 106,5% dello scorso anno al 108,6%, per scen-

dere in seguito al 108,1%. Nell’anno in corso, infatti, il debito risente dell’aggravarsi dei

saldi delle Amministrazioni Pubbliche, in peggioramento rispetto all’anno precedente, e

della non favorevole congiuntura; inoltre, la stima risulta più elevata rispetto alle indica-

zioni ufficiali (108,2%) sostanzialmente a causa di incassi da dismissioni mobiliari infe-

riori a quanto ipotizzato nel Documento di programmazione economico-finanziaria. Nei

primi dieci mesi dell’anno sono stati, infatti, realizzati 4 miliardi - per la vendita di parte

delle partecipazioni nell’ENEL - a fronte dei 15 miliardi indicati nel DPEF. Nel 2006, il

- 116 -

Le previsioni per l’economia italiana

rientro del debito appare condizionato alla realizzazione dei 15 miliardi di privatizzazio-

ni riportate nel DPEF e all’utilizzo del conto disponibilità del Tesoro presso la Banca

d’Italia.

MANOVRA DI FINANZA PUBBLICA PER IL 2006

La manovra di finanza pubblica per il 2006 - che ammonta a un importo lordo di ol-

tre 19 miliardi di euro - secondo le valutazioni ufficiali dovrebbe consentire di raggiun-

gere un obiettivo per l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche pari al 3,8%

del PIL nel 2006, dopo l’atteso 4,3% del prodotto per l’anno in corso. Sottostante tali an-

damenti è una previsione di crescita nulla nel 2005 e di una ripresa del ritmo di espansio-

ne del reddito reale dell’1,5% nel prossimo anno, come delineato nella recente Relazione

previsionale e programmatica, che ha confermato quanto evidenziato nel DPEF dello

scorso luglio.

E’ inoltre prevista la possibilità di finanziare progetti, individuati dal Piano per l’in-

novazione, la crescita e l’occupazione per il raggiungimento degli obiettivi elaborati nel

quadro del rilancio della strategia di Lisbona - secondo quanto deciso al Consiglio Euro-

peo del 16-17 giugno 2005 - tramite i maggiori proventi, rispetto alle previsioni di bilan-

cio per l’anno 2006, derivanti da operazioni di dismissione o alienazione di beni dello

Stato, nel limite massimo di 3 miliardi di euro. In tal caso la manovra supererebbe i 22

miliardi di euro.

Alle azioni correttive per 11,5 miliardi, volte a ottenere un aggiustamento strutturale

dello 0,8% del PIL del deficit tendenziale, si aggiungono ulteriori misure - per un valore

pari a circa 8 miliardi - predisposte per fornire la copertura finanziaria di provvedimenti

a sostegno dell’economia, di oneri inderogabili ed eccedenze di spesa.

Gli interventi di correzione sono contenuti nel disegno di legge finanziaria (AS n.

3613) e in un decreto legge ad essa collegato (D.L. n. 203, AS n. 3617). In accordo con

quanto concordato a livello europeo, viene rispettato l’impegno a realizzare una

correzione strutturale pari allo 0,8% del PIL. A parte la norma che prevede che gli

incassi effettivi delle dismissioni siano indirizzati ai possibili, eventuali interventi

individuati nell’Agenda di Lisbona, tra le misure della parte di manovra che va oltre

l’impegno europeo (di una correzione strutturale dello 0,8% del PIL), hanno natura

transitoria alcune disposizioni di entrata e talune limitazioni di cassa di spese in conto

capitale, che tuttavia si possono considerare, in buona parte, a copertura di spese sempre

di carattere temporaneo.

Sul versante delle entrate, gli interventi di incremento di gettito riguardano in larga

misura le imprese, anche quelle bancarie e assicurative. Sul fronte delle spese, i risparmi

- 117 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

derivano per oltre il 45% da abbattimenti ascrivibili ai livelli decentrati di governo, com-

prendendo anche le minori uscite del settore sanitario.

Il maggior peso della manovra si riscontra dal lato delle spese e, in particolare, è do-

vuto al contenimento delle uscite per consumi finali, con interventi particolarmente re-

strittivi sui consumi intermedi e di razionalizzazione in materia di pubblico impiego.

Sono chiamati a partecipare in maniera rilevante al risanamento finanziario anche gli

Enti Territoriali che, in luogo dei tetti di spesa fissati dalla legge finanziaria dello scorso

anno, si vedono richiedere tagli stringenti delle uscite di natura corrente rispetto a quelle

sostenute nel 2004, resi probabilmente ancora più efficaci in quanto realizzati in primo

luogo con riduzioni di trasferimenti da parte dello Stato. Rilevante, inoltre, appare il ridi-

mensionamento dei trasferimenti - correnti e in conto capitale - alle imprese pubbliche e

private; un ulteriore contenimento origina dalle limitazioni agli investimenti fissi e ad al-

tre spese in conto capitale.

Dal lato delle entrate, le misure correttive riguardano sostanzialmente le imprese,

con disposizioni sulla svalutazione dei crediti bancari, estensione e ampliamenti sulle ri-

valutazioni dei beni e delle aree fabbricabili delle imprese, imposizione sulle grandi reti

di trasmissione dell’energia e di distribuzione del gas, oltre a un rinnovato intervento sui

giochi e le scommesse, azioni di contrasto all’evasione fiscale, riforma del sistema della

riscossione e inasprimenti sull’imposizione delle imprese assicurative.

Quanto agli interventi di sostegno allo sviluppo, tra le minori entrate si annoverano

provvedimenti volti a ridurre il costo del lavoro attraverso una significativa decurtazione

dei contributi sociali (in particolare, quelli relativi agli assegni per il nucleo familiare e,

in parte, per maternità e disoccupazione), la proroga di taluni sgravi fiscali nonché age-

volazioni ai distretti produttivi - inserite in un più ampio e innovativo inquadramento

istituzionale di tali realtà industriali - e l’eliminazione della tassa sui brevetti. Le maggio-

ri spese derivano essenzialmente dall’istituzione di un fondo per la famiglia e lo sviluppo

e da norme sulla previdenza. Completano i fattori di incremento del deficit tendenziale

alcuni oneri inderogabili e delle eccedenze di spesa.

Con riferimento all’efficacia della manovra, lo sforzo richiesto alle Amministrazio-

ni, centrali e periferiche, appare assai rilevante, e il pieno controllo dell’andamento delle

spese dovrà essere costantemente sostenuto dalla forte consapevolezza circa l’importan-

za del mantenimento del bilancio pubblico lungo un sentiero di rientro del disavanzo.

Ciò riguarda soprattutto il contenimento della spesa per consumi intermedi, sulla quale

sarà necessario un monitoraggio attento, sia a livello centrale che di enti decentrati.

In tale contesto l’ISAE, sottolineando ancora una volta l’importanza del progetto

SIOPE (Sistema informativo delle operazioni degli Enti pubblici), ritiene necessario che

esso possa proseguire nella sua implementazione in accordo con quanto previsto dal di-

segno di legge finanziaria, in relazione al pieno coinvolgimento di tutte le componenti

- 118 -

Le previsioni per l’economia italiana

delle Amministrazioni nell’utilizzo di un sistema di controllo in tempo reale delle gran-

dezze di finanza pubblica.

Quanto alle entrate aggiuntive, sembra realizzabile l’aumento di gettito previsto, in

considerazione anche della prudenziale valutazione effettuata circa gli introiti attesi dalla

lotta all’evasione.

E’ necessario, comunque, che il passaggio parlamentare della manovra non si tradu-

ca in un indebolimento delle misure correttive predisposte a fine settembre.

Entrando più in dettaglio nell’articolazione dei principali provvedimenti di correzio-

ne e della loro quantificazione, l’intervento più consistente, dal lato delle spese, riguarda

il Patto di stabilità interno, da cui sono attesi risparmi per oltre 3,1 miliardi di euro. Le

disposizioni prevedono una distinzione per livelli di governo e per tipologia di uscite.

Gli impegni e i pagamenti di parte corrente delle Regioni (al netto della spesa per il

personale e per il settore sanitario) dovranno risultare nel 2006 inferiori del 3,8% rispetto

a quelli registrati nel 2004; le uscite correnti degli Enti Locali (al netto di quelle per il

personale e di carattere sociale) dovranno essere ridotte maggiormente, del 6,7%, sempre

rispetto a due anni prima.

Quanto agli investimenti, si conferma la mancanza di una golden rule “territoriale”

e la presenza di vincoli alla spesa, ma i limiti alla crescita di quest’ultima sono meno for-

ti di quelli precedentemente disposti per il 2006: per il prossimo anno, infatti, le Regioni

potranno incrementare le uscite del 6,9% rispetto al 2004 e gli Enti Locali del 10%. Sono

consentite espansioni oltre tali limiti solo se compensate da riduzioni delle spese correnti

aggiuntive rispetto a quelle sopra citate.

Viene confermato il principio della virtuosità a livello locale, in base al quale è con-

cessa una maggiore flessibilità (da individuare con un decreto del Ministro dell’Econo-

mia e delle Finanze, sentita la Conferenza Stato-Città) a quegli enti che hanno mostrato

una spesa media procapite inferiore a quella della fascia demografica di appartenenza.

Per quanto riguarda la sanità, il livello di finanziamento del SSN assicurato da parte

dello Stato viene portato a 92.560 milioni di euro (in aumento rispetto agli 89.960 prece-

dentemente previsti dalla legge finanziaria dello scorso anno), cui sono aggiunti 1.000

milioni da ripartirsi tra le regioni interessate alla stipula di specifici accordi diretti all’in-

dividuazione di obiettivi di riduzione strutturale del disavanzo. La spesa sanitaria tenden-

ziale essendo stimata pari a 96.110 milioni nel DPEF scorso (considerando anche 500

milioni di oneri relativi ai contratti), la manovra richiesta è di circa 2.500 milioni. E’ pre-

visto anche un concorso dello Stato al ripiano dei disavanzi pregressi del periodo 2002-

2004 per un importo di 2.000 milioni di euro, che comunque non incidono sul conto delle

Amministrazioni Pubbliche.

Sono, tra l’altro, istituiti una Commissione nazionale sull’appropriatezza delle pre-

scrizioni, un Sistema di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria (SiVeAS), volto al ri-

- 119 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

scontro dell’appropriatezza delle prestazioni sanitarie; vengono confermate le funzioni

affidate alla Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), con particolare riguardo all’obbligo

di vigilare sul rispetto del mantenimento del tetto della spesa farmaceutica (13%).

Per quanto riguarda le spese statali, i consumi intermedi non aventi natura obbliga-

toria (e con esclusione del comparto della sicurezza) dovranno essere ridotti di 1.445 mi-

lioni rispetto al tendenziale. Dovranno, inoltre, essere contenute le spese per studi e

incarichi di consulenza (esclusa quella di Università, Enti di ricerca e organismi equipa-

rati), per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza nonché

quella per le autovetture, che non potranno eccedere il 50% delle stesse spese sostenute

nel 2004.

In relazione al pubblico impiego, i risparmi per 984,7 milioni derivano da un insie-

me di misure. I principali provvedimenti riguardano: restrizioni nel ricorso di personale a

tempo determinato, con convenzioni o con contratti di collaborazione coordinata e conti-

nuativa (ad eccezione di quello di Università ed Enti di ricerca, relativamente a progetti

di ricerca i cui oneri non risultino a carico), nei limiti del 60% della spesa sostenuta nel

2003; un tetto massimo per la contrattazione integrativa, pari all’entità dei fondi relativi

al 2004; una riduzione dell’1%, sempre rispetto al 2004, della spesa per il personale di

Regioni ed Enti Locali, con autonoma individuazione delle misure ritenute più idonee.

Sono, inoltre, disposte una rideterminazione delle risorse stanziate nel bilancio dello

Stato per i trasferimenti correnti alle imprese pubbliche (con un risparmio atteso di 1.150

milioni) e varie misure riguardanti le spese in conto capitale. Tra queste ultime, rientra-

no: una limitazione di 1.200 milioni dei contributi di capitali alle imprese e del fondo ro-

tativo per l’innovazione tecnologica; contenimenti di spese relative a investimenti fissi

lordi dello Stato (al netto di quelli per il comparto della sicurezza) per 696 milioni e

dell’ANAS per 300 milioni.

Quanto ai principali interventi correttivi dal lato delle entrate, la norma che garanti-

sce il maggior incremento del gettito (per 1.103 milioni) è quella che riduce la deducibi-

lità fiscale delle svalutazioni dei crediti e degli accantonamenti al fondo rischi su crediti

degli Enti creditizi e finanziari.

L’addizionale erariale al canone e alla tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbli-

che dovuta dai proprietari delle condotte di grandi reti di trasmissione di energia, inizial-

mente prevista, è stata sostituita con un provvedimento di rideterminazione delle quote di

ammortamento deducibili. Quest’ultimo, disposto con il decreto legge n. 211, è riferito

alle società di distribuzione di gas naturale e di energia elettrica, nonché a quelle di ge-

stione della rete di trasmissione nazionale dell’energia elettrica. Sono confermati gli 800

milioni di introiti previsti.

Viene anche riproposta la riapertura dei termini per la rivalutazione dei beni delle

imprese e delle partecipazioni in società controllate e collegate dietro pagamento di una

- 120 -

Le previsioni per l’economia italiana

imposta sostitutiva delle imposte sui redditi (pari al 12% e al 6% dell’importo della riva-

lutazione, rispettivamente per i beni ammortizzabili e per quelli non ammortizzabili),

con riferimento ai beni risultanti dal bilancio relativo all’esercizio chiuso entro il 31 di-

cembre 2004. E’ inoltre possibile la rivalutazione delle aree edificabili possedute dalle

imprese, dietro versamento di una imposta sostitutiva del 19% e a condizione che l’uti-

lizzazione edificatoria dell’area avvenga entro i cinque anni successivi. Il gettito atteso

da queste due misure ammonta a 912,4 milioni ed è di natura transitoria; si verificheran-

no, infatti, riduzioni di entrate nel biennio 2008-2009.

Gli interventi previsti in materia di giochi e tabacchi dovrebbero fornire introiti ag-

giuntivi per 690 milioni. Con riferimento ai giochi, si dispongono azioni di sostegno di

quelli legali (ad esempio, aumento del numero di apparecchi, ampliamento delle tipolo-

gie di esercizi autorizzabili, introduzioni di formule più interessanti, elevazione della

vincita massima, gestione oculata e differenziata della leva fiscale), di contrasto di quelli

illegali (ad esempio, inasprimento delle sanzioni pecuniarie, previsione di nuove fatti-

specie illecite, estensione della possibile sospensione delle licenze, depenalizzazione) e

di sviluppo del gioco a distanza (tramite siti internet, telefono fisso o mobile, televisione

interattiva e offerta sui mercati internazionali). Per quanto riguarda i tabacchi, viene in-

trodotto un criterio di calcolo trimestrale, al fine di un più rapido aggiornamento del si-

stema di adeguamento della tassazione al reale andamento dei prezzi.

Altre norme si propongono sia, da un lato, di potenziare l’attività di contrasto

all’evasione fiscale sia, dall’altro, di razionalizzare il sistema della riscossione. Riguardo

al primo tipo di obiettivo, oltre all’Agenzia delle Entrate, all’Agenzia delle Dogane e alla

Guardia di Finanza, dovrebbero essere coinvolti nell’azione di contrasto anche i Comuni.

Per questi ultimi, in particolare, si prospetta una quota di partecipazione all’accertamento

fiscale pari al 30% delle somme riscosse a titolo definitivo relative a tributi statali.

E’ prevista la possibilità di procedere ad assunzioni da destinare al contrasto

dell’evasione: l’Agenzia delle Entrate può, infatti, effettuare assunzioni a tempo indeter-

minato di personale dotato di elevata professionalità e all’Agenzia delle Dogane è, inve-

ce, consentito di reclutare personale con contratto di formazione e lavoro al fine di poter

riallocare, contestualmente, unità di personale esperto verso attività di verifica. La politi-

ca gestionale da intraprendere dovrebbe essere dunque volta all’incremento dell’organi-

co, all’ottenimento di una maggiore qualità delle risorse disponibili e ad una più

consistente ubicazione di tali risorse nel Centro-Nord, caratterizzato da carenza di orga-

nici e da un rapporto “maggiore imposta accertata/organico” superiore al dato medio na-

zionale. Il gettito atteso è pari a 300 milioni di euro.

Quanto alle disposizione in materia di servizio nazionale della riscossione, si pro-

getta una riforma della disciplina della riscossione coattiva dei crediti degli enti pubblici,

che prevede la riappropriazione in mano pubblica del servizio di riscossione mediante

- 121 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

ruolo, con il passaggio della titolarità di tale attività dai soggetti privati concessionari a

una società per azioni (“Riscossione Spa”) di proprietà pubblica, costituita dall’Agenzia

delle Entrate e dall’INPS.

E’ previsto che il personale, che alla fine del 2004 prestava servizio presso le 42

aziende concessionarie della riscossione, passi alla nuova società pubblica e sono speci-

ficati i termini per la restituzione alle concessionarie stesse delle anticipazioni da queste

corrisposte all’erario in forza del cosiddetto “obbligo del non riscosso come riscosso”.

L’incremento delle riscossioni atteso è pari a 300 milioni e dovrebbe derivare sia dal po-

tenziamento degli strumenti normativi sia dalla progressiva estensione, a tutto il territo-

rio nazionale, dei risultati attualmente raggiunti nelle realtà di eccellenza.

Tab. 12 MANOVRA PER IL 2006 (1)

(milioni di euro)

INTERVENTI A SOSTEGNO DELL’ECONOMIA E ALTRO 6.288,1

Minori entrate 3.302,5

Proroga di sgravi tributari 1.216,5

Abolizione tassa sui brevetti 40,0

Agevolazioni distretti 50,0

Riduzione costo del lavoro 1.996,0

Maggiori spese 2.985,6

Fondo famiglia e sviluppo 1.140,0

Eccedenze di spesa 589,0

Pubblico impiego (adeguamenti contrattuali e altro) 526,4

Investimenti 196,0

Altre minori correnti 534,2

INTERVENTI CORRETTIVI 17.003,3

Maggiori entrate 4.658,6

Svalutazione crediti banche 1.103,0

Tassazione sulle reti di energia e gas 800,0

Rivalutazioni beni e aree edificabili di impresa 912,4

Giochi e tabacchi 690,0

Lotta evasione 300,0

Incremento riscossioni 300,0

Assicurazioni 214,0

Altre minori 339,2

Minori spese 12.344,7

Patto stabilità interno 3.120,0

Interventi settore sanitario 2.500,0

Consumi intermedi Ministeri 1.445,0

Trasferimenti correnti alle imprese 1.150,0

Pubblico impiego 984,7

Altre minori correnti 544,0

Contributi in c/capitale alle imprese 1.200,0

Limitazione investimenti fissi 696,0

Altre minori in c/capitale 705,0

Fonte: disegno di legge finanziaria per il 2006.

(1) La tavola non include gli effetti delle misure contenute nelle tabelle allegate al disegno di legge finanziaria.

- 122 -

Le previsioni per l’economia italiana

Infine, tra i principali interventi di entrata, si trova la norma che limita la deducibili-

tà fiscale (da una quota non superiore al 90% ad una non superiore al 60%) degli accan-

tonamenti della riserva sinistri delle società e degli enti che esercitano attività

assicurativa nel ramo danni, per la parte riferibile al lungo periodo (pari al 50%). La sti-

ma di incremento di gettito è pari a 214,2 milioni di euro.

- 123 -

Effetti distributivi sulle imprese

INTRODUZIONE

Questo capitolo compone un quadro d’insieme della distribuzione del prelievo fi-

scale e contributivo a carico delle imprese a partire dall’analisi dei provvedimenti attual-

mente all’attenzione del Parlamento o comunque al centro del dibattito corrente.

La prima sezione sviluppa alcune considerazioni sulle caratteristiche dell’IRAP e

sulle ipotesi di superamento o trasformazione, a partire dall’analisi della distribuzione ef-

fettiva del tributo per i vari soggetti passivi - imprese individuali e professionisti, società

di persone, società di capitali, enti non commerciali ed enti pubblici -, come risulta da un

campione rappresentativo delle dichiarazioni relative all’anno di imposta 2002. Come

noto, il dibattito sulle possibilità di riforma o sostituzione dell’IRAP è stato recentemente

riaperto ed ampliato a seguito dell’intervento dell’Avvocato generale della Corte di Giu-

stizia europea che ritiene questa imposta incompatibile con la normativa comunitaria. A

tutt’oggi si è in attesa della sentenza, che potrebbe risultare cogente per una profonda re-

visione dell’IRAP o per la sua eliminazione (o sostituzione con una o più imposte).

La seconda sezione è dedicata all’esame degli effetti sul costo del lavoro della

riduzione di un punto percentuale dei contributi dovuti dai datori di lavoro prevista dal

disegno di legge Finanziaria per il 2006. Questa misura rappresenta un modo efficace di

ridurre il costo del lavoro e migliorare la competitività delle imprese, senza ridurre i

redditi e le prestazioni, attuali o differite, dei lavoratori. L’impatto della riforma è

simulato applicando la riduzione dell’aliquota a ciascun dipendente interessato in base

alla qualifica professionale ed al settore di attività economica (esclusa la Pubblica

Amministrazione), tenendo conto dell’eventuale “incapienza” dell’aliquota da abbattere

in via prioritaria (quella per gli assegni familiari). Nel complesso, il taglio risulta

crescente rispetto al livello del costo del lavoro.

La terza sezione è, infine, rivolta all’analisi degli effetti distributivi della nuova

IRES, istituita con il D. Lgs. 344/2003 che ha profondamente modificato il sistema im-

positivo sui redditi delle società di capitali, nell’ottica di una più efficace competizione

con gli altri ordinamenti. Perno della riforma IRES è il nuovo regime impositivo dei di-

videndi societari e delle plusvalenze su partecipazioni aventi determinati requisiti che,

insieme all’eliminazione della rilevanza fiscale della svalutazione delle partecipazioni

- 125 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

societarie, ha segnato il definitivo abbandono del previgente sistema di consolidamento

della società partecipata nell’imponibile della società controllante. Il nuovo sistema fi-

scale di esenzione (c.d. participation exemption) trova completamento nell’introduzione

dei regimi opzionali di tassazione consolidata di gruppo, sia nazionale che mondiale, e di

imputazione “per trasparenza” dei redditi delle società di capitali. L’analisi contenuta in

questo capitolo estende le valutazioni presentate nel rapporto di Ottobre 2003 relativa-

mente agli effetti dell’introduzione del consolidato nazionale sul debito di imposta dei

contribuenti.

IRAP: CONSIDERAZIONI, DISTRIBUZIONE 2002 E PROSPETTIVE

Generalità e caratteristiche dell’IRAP

L’Imposta regionale sulle attività produttive (IRAP), introdotta con il decreto legi-

slativo n. 466/97, costituisce un cardine della riforma fiscale attuata nel 1997 e fu ispirata

da diversi obiettivi, tra i quali si ricordano la maggiore neutralità del sistema tributario ri-

guardo all’impiego dei fattori, una semplificazione attraverso la riduzione del numero di

imposte e contributi, l’ampliamento dell’autonomia finanziaria regionale.

La maggiore neutralità fu perseguita attraverso un’aliquota tendenzialmente uni-

1

forme sul valore aggiunto d’impresa e dunque sulle sue componenti lavoro e capitale,

invece di imposte e contributi caratterizzati da una molteplicità di incidenze molto diffe-

renziate per settore, area geografica, tipo di qualifiche e livello delle retribuzioni, livello

del patrimonio netto, superfici immobiliari occupate ed altre numerose caratteristiche

non considerarabili qui compiutamente. Come risultato, la maggiore neutralità si tramutò

in una consistente azione redistributiva, che arrivò ad appesantire il carico su alcuni seg-

menti precedentemente favoriti (chi non era soggetto all’ILOR, ad es., ed era fortemente

agevolato per i contributi sanitari). Si ridusse inoltre in qualche misura il vantaggio fisca-

le per il finanziamento con debito, rispetto a quello con capitale proprio.

In tema di neutralità va però considerato negativamente l’effetto dell’indeducibilità

dell’IRAP dal reddito. Tale indeducibilità, introdotta per evitare che le prerogative delle

Regioni in tema di aliquote e basi imponibili IRAP potessero alterare ripetutamente ed in

misura percettibile il gettito erariale, ha però comportato articolati e difficilmente indivi-

duabili impatti redistributivi, che tendono comunque a non premiare le imprese che fan-

no e dichiarano utili.

1 Il progetto di riforma prevedeva una iniziale differenziazione in sole tre aliquote - 4,25%, 5,4%, 1,9%, rispettivamente

per la generalità dei soggetti, per il settore del credito ed assicurazioni, per l’agricoltura - destinate però a confluire

nell’aliquota ordinaria in breve tempo, salvo limitate differenziazioni regionali.

- 126 -

Effetti distributivi sulle imprese

La semplificazione del sistema tributario è derivata invece dal fatto che l’istituzione

dell’IRAP è stata accompagnata dall’abolizione di diversi tributi e contributi, quali

l’ILOR, i contributi sanitari, la cosiddetta tassa sulla salute, l’imposta patrimoniale sulle

imprese, la tassa di concessione governativa sulla partita IVA, e l’ICIAP. Contestualmen-

te, tuttavia, va sottolineato che il valore aggiunto ai fini IRAP va calcolato con la compi-

lazione di una specifica riclassificazione dei conti aziendali con variazioni in aumento e

diminuzione, il cosiddetto “terzo binario”, che si è aggiunto alle precedenti compilazioni

civilistiche e fiscali.

Tra gli effetti dell’IRAP va annoverata la riduzione media del prelievo a carico delle

imprese e la leggera attenuazione del costo del lavoro. La riduzione del livello di tassa-

zione seguita all’introduzione dell’IRAP può essere quantificata in circa 5 miliardi di

euro a valori 1997-1998. La relazione tecnica al D. Lgs. 466/97 stimò in circa 35 miliardi

di euro il gettito complessivo dei tributi e contributi aboliti per il periodo di imposta

1997, a fronte del quale il prelievo complessivo IRAP raggiunse l’equivalente di 20 mi-

liardi di euro nel 1998 (una somma nettamente inferiore a quanto preventivato). La ridu-

zione effettiva nel prelievo è stata però più contenuta, tenendo conto del recupero di

gettito conseguente alla indeducibilità dell’IRAP ai fini delle imposte sui redditi, pari a

circa 9,5 miliardi di euro.

La diminuzione del costo del lavoro totale, originata dalla sostituzione dei contributi

sanitari, deducibili e parametrati alla retribuzione lorda, con un’IRAP indeducibile e pa-

rametrabile al costo del lavoro, è stata stimata a valori medi in circa un punto percentuale

(Di Nicola et al. 2001).

A livello della singola impresa, i risultati del confronto, in termini di incidenza, tra

l’IRAP e l’insieme dei prelievi pre-esistenti dipendono strettamente dalla struttura dei

costi, piuttosto che dalla dimensione dell’attività economica. Imprese soggette ad ILOR

e caratterizzate da una elevata quota di profitto sul valore aggiunto hanno

particolarmente beneficiato della sostituzione dell’ILOR, un’imposta gravante sul

reddito d’impresa con aliquota del 16,2%, con un prelievo sul valore aggiunto ad

aliquota inferiore (4,25%). Analogamente, imprese che non godevano di elevata

2

fiscalizzazione dei contributi sanitari, specie se con basse retribuzioni medie , hanno

conseguito un alleggerimento del carico fiscale sul costo del lavoro; l’opposto vale per le

imprese che beneficiavano di una bassa aliquota effettiva, al netto della fiscalizzazione,

per contributi sanitari, o che corrispondevano stipendi elevati. Va, poi, ricordato che le

imprese di dimensioni molto piccole, la cui attività si presumeva basata sul lavoro del

titolare e dei suoi collaboratori, godevano dell’esenzione dal pagamento dell’ILOR dal

2 I previgenti contributi sanitari avevano una struttura di aliquote molto articolata per livello e tipo di reddito ma

nettamente regressiva, che partiva dal 9,6% per i redditi più bassi fino ad arrivare all’esenzione per le quote di reddito

superiori ai 150 milioni di lire - 127 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

1992. E’ pertanto probabile che per queste imprese l’introduzione dell’IRAP abbia

rappresentato un aggravio del carico fiscale.

Il presupposto dell’imposta è “l’esercizio abituale di una attività autonomamente or-

ganizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servi-

zi”. Soggetti passivi sono, com’è noto, tutte le imprese (imprenditori individuali e

società), gli esercenti arti e professioni, gli enti commerciali e non commerciali e le am-

ministrazioni pubbliche. La peculiarità dell’IRAP consiste nell’adozione di una base im-

ponibile assai ampia al fine di contenere l’aliquota e, nelle intenzioni, di stabilizzare il

gettito rispetto a variazioni congiunturali e restringere il campo all’evasione e all’elusio-

ne fiscale.

Su quest’ultimo punto, tuttavia, l’unificazione della base imponibile operata

dall’IRAP in sostituzione di imposte indipendenti ha ottenuto un effetto opposto, consi-

stente nel rafforzare il vantaggio dell’occultamento del reddito. Si consideri infatti che la

base imponibile IRAP coincide con il valore aggiunto netto della produzione, e si calcola

nella maggior parte dei casi come differenza tra il valore della produzione (ricavi, varia-

zioni delle rimanenze e lavori in corso) e una parte dei costi di produzione, tra cui i costi

per le materie prime e per i servizi, i costi di ammortamento e quelli delle immobilizza-

zioni materiali e immateriali. Non sono invece deducibili i costi del personale (comprese

le collaborazioni, occasionali o continuative) e gli interessi passivi (compresi quelli im-

pliciti nei contratti di leasing). Poiché gli schemi di redazione dei bilanci prevedono voci

che accorpano sia componenti deducibili che indeducibili ai fini IRAP, è necessario com-

pilare uno schema specifico di variazioni, in aumento o diminuzione, per pervenire al va-

lore aggiunto. Più semplicemente, la stessa base imponibile potrebbe essere ottenuta per

addizione, effettuando la somma delle remunerazioni dei fattori produttivi: lavoro (costo

del lavoro, collaborazioni, reddito professionale), capitale di debito (interessi passivi net-

ti), capitale proprio (profitti lordi).

Per quanto detto, poiché il calcolo viene effettuato per differenza, ed equivale ad

una somma algebrica di tre componenti, l’eventuale presenza di perdite comporta la

riduzione di pari importo della base imponibile potenzialmente gravante, ad esempio, sul

costo del lavoro, che invece era precedentemente gravato dai contributi sanitari a

prescindere dal risultato economico. Nella misura in cui le eventuali perdite di

un’impresa sono originate da evasione, essa con l’IRAP accresce il proprio vantaggio

anziché attenuarlo.

La determinazione della base imponibile è, peraltro, differenziata in relazione alle

diverse categorie di contribuenti al fine di tener conto delle particolari caratteristiche

dell’attività svolta (banche e intermediari finanziari, imprese di assicurazione e ammini-

strazioni pubbliche) o dei diversi obblighi di contabilità (come per gli esercenti arti e

professioni). Ad esempio, nel caso delle banche e degli enti finanziari, in deroga al crite-

- 128 -

Effetti distributivi sulle imprese

rio generale, è riconosciuta la deducibilità degli interessi passivi su depositi. Per le am-

ministrazioni pubbliche e gli enti non commerciali, il valore della produzione è costituito

esclusivamente dall’ammontare del costo del lavoro. Per gli esercenti arti e professioni la

base imponibile è determinata dalla differenza tra l’ammontare dei compensi percepiti e

l’ammontare dei costi sostenuti inerenti all’attività esercitata, inclusi gli ammortamenti

per beni materiali e immateriali ed escluse le spese per il personale dipendente. Analoga-

mente, per le imprese agricole il valore della produzione è dato dalla differenza tra l’am-

montare dei corrispettivi e l’ammontare degli acquisti destinati alla produzione.

Evoluzione normativa

Con decorrenza dall’anno 2000, sono previste dal regime IRAP agevolazioni per le

imprese di piccole dimensioni. In particolare, la base imponibile, se non supera i

180.984,91 euro, è ridotta forfetariamente fino ad un massimo di 7.500 euro. La Legge

Finanziaria per il 2003 ha, inoltre, introdotto una deduzione legata al numero di dipen-

denti impiegati, concessa solo ai soggetti con componenti positivi che concorrono alla

formazione del valore della produzione non superiori a 400.000 euro. La deduzione è

pari 2.000 euro per ogni lavoratore dipendente impiegato nel periodo di imposta fino a

un massimo di cinque (sono esclusi gli apprendisti, i disabili e il personale assunto con

contratti di formazione lavoro).

Poiché l’IRAP è un’imposta di natura regionale, a partire dall’anno di imposta 2000

le regioni hanno avuto facoltà di variare l’aliquota di un punto percentuale rispetto al va-

lore base per settori di attività economica e soggetti passivi. Ne è conseguita un’ampia

varietà di misure adottate che vanno dalla totale assenza di intervento ad interventi mar-

ginali, come la concessione di agevolazioni limitatamente alle Onlus e alle cooperative

sociali, ovvero alle nuove attività imprenditoriali e al settore montano, fino a fissare un

ventaglio di aliquote differenziate in base al settore di attività economica. Caratteristica

comune per quest’ultima tipologia di interventi è la maggiorazione delle aliquote per le

società finanziarie, che avevano per la verità beneficiato maggiormente dell’introduzione

dell’IRAP, e la contestuale riduzione a favore di altri settori.

In tabella 1, le regioni sono state suddivise in relazione alla tipologia di intervento

normativo. Come si può osservare, sono poche quelle che si sono astenute da legiferare

in materia di aliquote (Valle d’Aosta, Campania e Calabria). Tuttavia, nel complesso si

riscontra una prevalenza di misure a favore dei settori marginali dal punto di vista della

rilevanza economica, adottati in ben 13 regioni. Tra queste, alcune, oltre ad operare inter-

venti a favore delle Onlus e/o cooperative sociali, hanno esteso l’aliquota agevolata (nor-

malmente del 3,25%) ad altre categorie di contribuenti “meritevoli” di sostegno, quali le

nuove attività imprenditoriali e le piccole imprese ubicate nei territori montani, lasciando

inalterate le altre aliquote (Liguria, Friuli Venezia Giulia e Abruzzo), oppure hanno co-

- 129 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

perto la perdita di gettito maggiorando l’aliquota al settore finanziario (Lombardia, Ve-

neto e Toscana). Con riferimento all’ultima tipologia di provvedimenti, il caso più

significativo è quello del Lazio, dove le scelte di politica tributaria appaiono mirate alla

tutela delle produzioni locali e a colpire i settori meno sensibili alla maggiorazione delle

aliquote. In particolare, aliquote ridotte sono applicate al settore agricolo (2,75%) alle

nuove imprese giovanili e femminili (3,25%), al settore manifatturiero e del turismo

(3,75%); l’aliquota massima (5,25%) è riservata all’intermediazione finanziaria (escluse

assicurazioni e fondi pensione), ma anche al settore chimico, a quello delle poste e tele-

comunicazioni e delle attività radiotelevisive, alle attività immobiliari e di noleggio.

Tab. 1 LE REGIONI PER TIPO DI INTERVENTO IN MATERIA DI ALIQUOTE IRAP

Agevolazioni a particolari soggetti o settori Aliquote differenziate per settore di

Nessun intervento attività economica

Onlus e/o cooperative sociali Nuove impreseSettore montano

Valle d’Aosta Piemonte Liguria Marche

Campania Provincia di Bolzano Friuli Venezia Giulia Lazio

Calabria Emilia Romagna Veneto Molise

Umbria Lombardia Sicilia

Puglia Toscana Provincia di Trento

Basilicata Abruzzo

Sardegna

Fonte: www.finanze.gov.it

La distribuzione dell’IRAP osservata con riferimento all’anno d’imposta 2002

Per approfondire la conoscenza della distribuzione effettiva dell’IRAP si è scelto di

attingere alle informazioni presenti nelle dichiarazioni per il quadro (IQ), dedicato al

calcolo di questa imposta e della sua base imponibile. Si é detto infatti che la base

imponibile IRAP è calcolata attraverso riclassificazioni dei dati di bilancio che

comportano uno specifico calcolo, non ricavabile in maniera soddisfacente da un altro

tipo di informazioni. 3

Attraverso l’utilizzo di un campione rappresentativo delle dichiarazioni dei vari

soggetti passivi (imprese individuali e professionisti, società di persone, società di capi-

tali, enti non commerciali ed enti pubblici) per l’anno d’imposta 2002 (dichiarazioni

2003), è stato possibile individuare le basi imponibili e l’imposta disaggregate per alcune

essenziali modalità:

- tipo di dichiarazione, che per semplicità sarà richiamato con i vecchi simboli di 740

3 Il campione, realizzato dal Secit, è stato reso disponibile nell’ambito di una collaborazione istituzionale con il Ministero

dell’economia e delle finanze. Per l’IRAP esso si compone di oltre 350.000 soggetti ripartiti tra i vari tipi di dichiarazione e

selezionati casualmente all’interno di una stratificazione che prevedeva anche una selezione censuaria per i redditi più

elevati e per gli enti non commerciali. - 130 -

Effetti distributivi sulle imprese

(persone fisiche), 750 (società di persone), 760 (società di capitali), 760bis-PA (enti

pubblici), 760bis-NC (enti non commerciali);

- regione di competenza IRAP, che differisce dal tradizionale concetto di regione di

domicilio fiscale, per adottare il più pertinente criterio di regione nella quale è prodotta

ogni quota del valore aggiunto imponibile;

- classi di “dimensione d’impresa”, qui definita con riferimento all’indicatore più

coerente con l’oggetto dell’approfondimento, e cioè con il valore aggiunto come

4

.

individuato ai fini IRAP

Appare preliminarmente utile individuare l’entità dei vari aggregati nazionali nel re-

cente anno d’imposta 2002: il numero dei soggetti IRAP, distinti a seconda della loro na-

tura giuridica e dunque del tipo di dichiarazione, quelli con imposta dovuta, cioè

maggiore di zero, le classi dimensionali di valore aggiunto IRAP.

Nella tabella 2 sono riportate diverse distribuzioni del numero dei soggetti. In primo

luogo va registrato che la distribuzione dei soggetti IRAP, ammontanti complessivamen-

te a oltre 5,5 milioni, vede una netta prevalenza delle imprese individuali e dei professio-

nisti, entrambi tenuti a compilare l’Unico persone fisiche, con 3,6 milioni di soggetti

passivi in valore assoluto, pari ad oltre il 65% del totale.

Tab. 2 NUMERO DI SOGGETTI IRAP PER CLASSI DIMENSIONALI E TIPO DI DICHIARAZIONE

Classi di valore Tipo Persone Società di Società di Enti non Pubblica Totale

aggiunto IRAP dichiarazione fisiche persone capitali commerciali Amministrazione

Numero 1.091.449 281.416 293.895 53.031 118 1.719.909

Valore aggiunto nullo % colonna 30,3 27,7 37,0 61,7 0,5 31,1

Numero 2.146.124 428.553 167.316 20.143 2.660 2.764.796

Tra 0 e 50mila % colonna 59,5 42,2 21,1 23,4 10,6 50,0

Numero 341.196 249.714 174.990 8.998 12.492 787.390

Tra 50mila e 250mila % colonna 9,5 24,6 22,0 10,5 49,9 14,2

Numero 29.160 56.591 158.009 3.800 9.765 257.325

Oltre 250mila % colonna 0,8 5,6 19,9 4,4 39,0 4,7

Numero 3.607.929 1.016.274 794.210 85.972 25.035 5.529.420

Totale % riga 65,2 18,4 14,4 1,6 0,5 100,0

% colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

Ma è la distribuzione per classi di valore aggiunto a dare l’informazione più interes-

5

sante : oltre il 31% delle imprese italiane ed il 37% delle sole società di capitali risultano

non avere base imponibile IRAP (cioè valore aggiunto) maggiore di zero. Questo dato,

4 Si è ritenuto anche che questo indicatore attenui i difetti delle alternative costituite dai ricavi (o meglio componenti

positivi), che non rivelano generalmente quanta parte di essi sia effettivamente frutto dell’attività dell’impresa, o dagli

addetti, che non colgono le differenze di produzione dovute alla diversa produttività per addetto.

5 Di recente l’argomento è stato affrontato da A.Santoro (2005).

- 131 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

indicatore di un’anomalia del sistema produttivo, può essere spiegato con diversi argo-

menti:

- è fisiologica la presenza di una piccola percentuale di soggetti che per un determinato

6

anno non produce reddito ;

- è altrettanto fisiologica la presenza di un’altra piccola percentuale che per circoscritte

annualità è in effettiva perdita;

- esistono numerose società ed imprese individuali non operative, senza attività e senza

personale;

- permane in Italia un’elevatissima evasione ed elusione;

- nell’anno 2002 erano già operanti agevolazioni che riducevano la base imponibile, an-

nullandola per i soggetti più piccoli;

- il citato meccanismo di calcolo dell’IRAP per differenza algebrica consente sia a chi è

effettivamente in perdita, sia a chi dichiara comunque redditi-utili negativi, di ridurre,

fino ad annullarle, le altre componenti della base imponibile (costo del lavoro e inter-

essi passivi netti).

In definitiva, quando osserveremo le distribuzioni dell’imposta andrà tenuto presen-

te che dei 5,5 milioni di soggetti potenziali sono in effetti 3,8 milioni a versare l’IRAP,

con un’imposta aggregata pari a 30 miliardi generata da una base imponibile di 611 mi-

liardi. E’ facendo riferimento a questi soggetti che vanno calcolate più correttamente le

medie, che per la globalità dei citati 3,8 milioni con base imponibile positiva risultano

essere di 7.880 euro per l’imposta e 160.363 euro per l’imponibile.

Guardando ancora alla distribuzione per dimensione, si osserva che solo il 4,7% del-

le imprese dichiara un valore aggiunto superiore a 250.000 euro, una soglia tutto somma-

to non elevata, se si pensa che essa comprende i redditi da lavoro (comprese le

collaborazioni) e quelli da capitale (proprio o di debito).

Le distribuzioni dell’IRAP e della sua base imponibile per classi dimensionali e tipo

di dichiarazione sono osservabili rispettivamente nelle tabelle 3 e 4.

Dalla tabella 3 si può cogliere la ripartizione dell’IRAP complessiva tra le varie ti-

pologie, tra le quali spiccano le società di capitali, con quasi il 55% del gettito, a fronte di

un peso numerico pari al 14%. Anche gli Enti pubblici contribuiscono in misura ingente

al gettito, con quasi 8 miliardi, mentre appare modesto il contributo delle persone fisiche

(3 miliardi, l’1% del gettito che proviene dal 65% dei soggetti), delle società di persone

6 Va comunque detto che questa percentuale non comprende le imprese che non fatturano ma che producono per lavori

pluriennali, in quanto il calcolo del valore aggiunto IRAP considera tutti i componenti positivi, compresi gli ordini in corso

di lavorazione. - 132 -

Effetti distributivi sulle imprese

(2,7 miliardi, il 9% dell’imposta che proviene dal 18% dei soggetti) e degli enti non com-

merciali (meno di 0,3 miliardi).

Tab. 3 IRAP PER CLASSI DIMENSIONALI E TIPO DI DICHIARAZIONE

Persone Società di Società di Enti non Pubblica

IRAP Totale

fisiche persone capitali commerciali Amministrazione

Totale (mln _) 1.219 362 142 13 5 1.742

Tra 0 e 50mila Media (_) 568 846 849 657 1.844 630

Num. con IRAP>0 2.146.124 428.553 167.316 20.143 2.660 2.764.795

Totale (mln _) 1.264 1.142 919 43 152 3.519

Tra 50mila e 250mila Media 3.704 4.573 5.249 4.748 12.128 4.469

Num. con IRAP>0 341.196 249.714 174.990 8.998 12.492 787.390

Totale (mln _) 541 1.194 15.261 230 7.532 24.758

Oltre 250mila Media 18.540 21.091 96.586 60.516 771.346 96.212

Num. con IRAP>0 29.160 56.591 158.009 3.800 9.765 257.325

Totale (mln _) 3.024 2.698 16.322 286 7.689 30.018

Totale Media 1.202 3.671 32.624 8.680 308.569 7.880

Num. con IRAP>0 2.516.480 734.858 500.314 32.941 24.917 3.809.510

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

Tab. 4 BASE IMPONIBILE IRAP PER CLASSI DIMENSIONALI E TIPO DI DICHIARAZIONE

Persone Società di Società di Enti non Pubblica

Base Imponibile IRAP Totale

fisiche persone capitali commerciali Amministrazione

Ammontare 30.152 8.646 3.356 313 58 42.524

Imponibile tra 1 e 50mila Media 14.049 20.176 20.055 15.515 21.839 15.381

Numero 2.146.124 428.553 167.316 20.143 2.660 2.764.795

Ammontare 31.303 27.339 21.669 1.013 1.785 83.109

Tra 50mila e 250mila Media 91.745 109.482 123.828 112.579 142.869 105.549

Numero 341.196 249.714 174.990 8.998 12.492 787.390

Ammontare 13.356 28.572 348.994 5.537 88.814 485.272

Oltre 250mila Media 458.019 504.887 2.208.701 1.457.004 9.095.110 1.885.835

Numero 29.160 56.591 158.009 3.800 9.765 257.325

Ammontare 74.811 64.557 374.018 6.862 90.657 610.905

Totale Media 29.728 87.850 747.566 208.316 3.638.342 160.363

Numero 2.516.480 734.858 500.314 32.941 24.917 3.809.510

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

La distribuzione della base imponibile riproduce gli aspetti già visti, con l’eccezione

della maggiore vicinanza tra il dato degli enti pubblici (90 mld), delle persone fisiche (75

mld) e delle società di persone (65 mld), che invece in termini d’imposta vedevano i

primi contribuire per oltre il doppio rispetto a ciascuno degli altri due. Ciò si spiega con

il calcolo della base e dell’imposta, radicalmente diverso per gli enti pubblici, che

devono conteggiare il proprio monte retribuzioni (anche qui comprensive delle

7

collaborazioni) ed applicare poi un’aliquota dell’8,5% ; sebbene le retribuzioni lorde

7 Come disciplinato dagli art.11 e 16 del D. Lgs. 446/1997.

- 133 -


PAGINE

212

PESO

2.56 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Scienza delle finanze della Prof.ssa Gaetana Trupiano. Trattasi del rapporto "Politiche pubbliche e redistribuzione" dell'ottobre 2005 dell'ISAE, Istituto di Studio e Analisi Economica, dedicato all’analisi strutturale di tematiche relative alla distribuzione del reddito e all’intervento pubblico in campo sociale e all’illustrazione degli effetti redistributivi delle manovre di finanza pubblica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche per il governo e l'amministrazione
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trupiano Gaetana.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Scienza delle finanze

Rapporto Isae 2006
Dispensa
Rapporto Isae 2009
Dispensa
Rapporto Isae 2003
Dispensa
Rapporto Isae 2008
Dispensa