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Rapporto Isae 2005 Appunti scolastici Premium

Dispensa al corso di Scienza delle finanze della Prof.ssa Gaetana Trupiano. Trattasi del rapporto "Politiche pubbliche e redistribuzione" dell'ottobre 2005 dell'ISAE, Istituto di Studio e Analisi Economica, dedicato all’analisi strutturale di tematiche relative alla distribuzione del reddito e all’intervento pubblico in campo sociale e... Vedi di più

Esame di Scienza delle finanze docente Prof. G. Trupiano

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L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

rispetto ai paesi in via di sviluppo e la creazione di una piccola impresa è più difficile

(Schreiner, 2001);

3) l’ammontare unitario del prestito concesso è più alto, e questo è dovuto al fatto

che l’avvio di una attività imprenditoriale ha costi molto più elevati nei paesi industria-

lizzati;

4) il tasso d’interesse è sensibilmente più basso: nei paesi industrializzati il tasso di

interesse annuo si attesta attorno al 10-15%, mentre nei paesi in via di sviluppo varia tra

il 40 e il 60%. La differenza è dovuta a diversi fattori, tra i quali rientra l’elevato tasso

d’inflazione che caratterizza i PVS e l’esistenza, nei paesi industrializzati, di soglie ai

tassi di interesse, definite dalla legge per tutelare il cliente, che vincolano le istituzioni

che concedono credito;

5) è più difficile trovare forme “non tradizionali” di garanzia del debito: l’utilizzo

della metodologia del prestito di gruppo e la relativa responsabilità solidale dei membri

che vi fanno parte non sembrano una soluzione appropriata ai paesi industrializzati dove

le relazioni sociali, sulle quali si costruiscono le reti di solidarietà, sono più disgregate e

50

frammentate . Le istituzioni dei paesi ricchi devono impegnarsi, in assenza di garanzie

reali, ad identificare modelli innovativi di valutazione del rischio creditizio;

6) è molto frequente trovare, accanto alle operazioni di finanziamento, programmi

di formazione soprattutto all’imprenditorialità (di accompagnamento nei progetti, di for-

mazione e gestione dell’idea imprenditoriale):

7) la durata di rimborso del prestito è più lunga: i crediti sono rimborsati nel medio-

lungo periodo, piuttosto che nel breve (entro 12 mesi) come avviene di solito nei PVS.

Nei paesi industrializzati è necessario più tempo per rendere produttivo un investimento

o una attività.

Il microcredito pertanto non corrisponde ad una formula unica di intervento. I diver-

si contesti economico-sociali in cui si è diffuso il microcredito hanno dato origine a di-

versi modelli che si distinguono per missione e obiettivi, per il modo in cui interagiscono

con il contesto stesso, per i modelli operativi e gestionali adottati. Per poter ottenere ri-

sultati apprezzabili da un progetto di microcredito è dunque fondamentale tenere in con-

siderazione l’ambiente geografico, economico, sociale e culturale.

50 La metodologia del prestito di gruppo è adottata da molte istituzioni di microfinanza operanti nei paesi in via di sviluppo

(ISAE, 2003). Nei paesi industrializzati le IMF preferiscono, per una serie di motivi, erogare prestiti individuali, comunque

ci sono anche progetti di microcredito che adottano il group lending. Si veda al riguardo l’articolo di Dalla Pellegrina e

Masciandaro (2004) che propone un modello teorico sul credito di gruppo in un contesto di mercati competitivi.

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Rapporto ISAE - ottobre 2005

LE ESPERIENZE DI MICROFINANZA IN EUROPA: TARGET ED OBIETTIVI

Come affermato in precedenza, il microcredito può assumere forme e modalità dif-

ferenti a seconda dei contesti culturali e socio-economici nei quali viene applicato. In

questo paragrafo si descrivono le principali caratteristiche del “modello” di microfinanza

51 .

che si è diffuso negli ultimi anni in Europa

52

A partire dalla fine degli anni ottanta , l’interesse per il fenomeno del microcredito

53

; i primi paesi a speri-

e per la sua diffusione in ambito europeo è in continua crescita

mentare questo strumento sono Francia ed Inghilterra, ma negli ultimi otto anni gli istitu-

ti di microfinanza si sviluppano in quasi tutti i paesi europei. Il diffondersi della

microfinanza sembra dipendere da una serie fattori specifici: persistenza di situazioni

macroeconomiche critiche; elevati tassi di disoccupazione che colpiscono in modo parti-

54 55

colare i giovani e le donne; aumento del rischio povertà e di esclusione sociale per al-

cune tipologie di individui; crescente richiesta di accesso al credito da parte degli

immigrati; necessità di contenere la spesa sociale che ha determinato, in alcuni paesi, una

56

contrazione dell’intervento statale nell’assistenza, radicata cultura della microimpresa

e più in generale esclusione finanziaria di alcuni segmenti della popolazione.

Molte iniziative di microfinanza attualmente attive in Europa si prefiggono di con-

tribuire alla riduzione della povertà, di promuovere lo sviluppo locale, l’inclusione socia-

57

, soprattutto attraverso il lavoro autonomo e la

le e finanziaria delle fasce più fragili

51 Per una analisi delle iniziative di microfinanza che si sono sviluppate negli Stati Uniti si rinvia a Schreiner e Morduch

(2002).

52 Secondo gli studiosi, le prime istituzioni di microfinanza sarebbero sorte, in Europa, alla fine dell’800, con le piccole

banche di villaggio basate sulla responsabilità solidale create da Raffeisen e le cooperative di risparmio e credito in

ambiente urbano, ideate da Schulze-Delitzsch. Per un approfondimento degli aspetti storici della microfinanza in Europa

si veda Vigano (2004). Interessante è l’articolo di Hollis e Sweetman (1998) che analizza, con notevole dettaglio, sei

programmi di microcredito esistenti nel diciannovesimo secolo in Europa, mettendone in evidenza i fattori critici di

successo. Per gli autori il risparmio gioca un ruolo chiave per la sostenibilità delle istituzioni e per perdurare nel tempo. Lo

studio dei metodi di funzionamento di tali istituzioni e l’analisi del loro successo o fallimento è di grande aiuto per capire

quali sono stati gli errori commessi, e quali scelte invece sono risultate vincenti nell’attuazione di programmi di

microfinanza.

53 Inizialmente, in Europa, il concetto di microcredito si confondeva con quello di finanza etica. Oggi il microcredito può

essere considerato uno dei tre filoni della finanza etica. Gli altri due sono: diffusione di prodotti finanziari “socialmente

responsabili” (fondi etici), attività finanziaria “socialmente orientata”, con investimenti basati su criteri di sostenibilità

sociale e ambientale. Per un quadro della finanza etica in Europa e in Italia, si veda Lunaria (2000a) e Viganò (2001a).

54 La Commissione Europea definisce, convenzionalmente, povero un individuo che vive in una famiglia il cui reddito

equivalente è inferiore al 60% della mediana dei redditi equivalenti del proprio paese. Nel 2003, secondo recenti stime

fornite da Eurostat per 25 paesi europei (Eurostat, 2005), il 16% cittadini (circa 72 milioni di individui) versava in

condizioni di povertà. Questa percentuale variava dal 10-13% di Svezia, Danimarca, Finlandia, Francia, Austria,

Lussemburgo e Olanda, al 18-21% di Grecia, Irlanda, Italia, Spagna, Inghilterra e Portogallo. Sempre per il 2003

l’intensità media della povertà (poverty gap), a livello europeo, è stata stimata nel 22% e l’indice di Gini nel 29 per cento.

- 72 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

creazione di microimprese, ma anche erogando prestiti al consumo che consentano di

fare fronte a temporanee situazioni di difficoltà economica.

L’importanza del microcredito per le microimprese è stata sottolineata anche in un

rapporto della Commissione Europea (2003): la difficoltà di accedere al prestito banca-

58

rio , a causa dell’inadeguatezza o assenza di garanzie reali e delle dimensioni delle mi-

croattività, ritenute troppo ridotte dalle banche tradizionali, non consente alle

microimprese di svilupparsi o di liberarsi dai forti vincoli dell’usura. L’accesso a servizi

finanziari specifici permetterebbe ai microimprenditori di rimuovere questi ostacoli, con

notevoli opportunità di crescita.

L’utilizzo del microcredito in progetti di auto-impiego, in particolare a favore di

soggetti disoccupati e di altre categorie fragili ma con potenzialità (ad esempio, immigra-

ti), mette in evidenza come questo strumento possa rappresentare una proposta innovati-

va di politica attiva del lavoro, con effetti positivi sulla spesa sociale (ILO, 2002).

L’inclusione sociale di questi individui, ottenuta attraverso l’auto-impiego, contribuireb-

be infatti a ridurre la dipendenza dai programmi pubblici di assistenza e il fenomeno del-

la “trappola della povertà” (Evers et al., 2005). Anche l’erogazione di microprestiti di

“emergenza” a favore di famiglie che stanno affrontando seri, ma temporanei, problemi

di liquidità potrebbe essere considerata uno strumento nuovo di politica sociale.

Sebbene le potenzialità del microcredito in ambito europeo siano state ampiamente

analizzate dagli studiosi, le informazioni sulla sua dimensione quantitativa sono ancora

59

piuttosto scarse. La Rete Europea di Microfinanza (REM) , fondata nel 2003 a Barcello-

na per promuovere questo strumento, ha recentemente svolto un’indagine avente ad og-

60

getto 32 organizzazioni di microcredito in Europa (EMN, 2004) . Gli esiti dell’indagine

61

.

mostrano un quadro variegato dell’attività di microfinanza nell’Europa occidentale

L’Inghilterra e la Germania hanno il più alto numero di istituzioni di microfinanza, ri-

55 Il fenomeno dell’esclusione sociale, intesa come forma di deprivazione materiale e di fragilità che non riguarda

esclusivamente la povertà economica e il disagio estremo ma anche il graduale depauperamento dei legami familiari e

sociali, è sempre più diffuso in Europa. Per un approfondimento sull’esclusione sociale in Europa si veda: Bossert et al.

(2005), CNEL (2002), Atkinson et al. (2005) e Figari (2005).

56 Il termine microimpresa in Europa, secondo la definizione adottata dalla Commissione Europea, indica ogni azienda

che impieghi meno di dieci dipendenti, con un fatturato annuo inferiore ai 2 milioni di euro e un totale di stato patrimoniale

inferiore ai 2 milioni di euro. Secondo questa definizione, il 93% delle piccole e medie imprese esistenti in Europa sono

microimprese (Commissione Europea, 2003).

57 Dal vertice di Lisbona, l’inclusione sociale è diventato uno degli obiettivi prioritari nella maggior parte dei paesi europei

(ISAE, 2002).

58 Il problema di accesso al credito è molto sentito fra i microimprenditori e si è accentuato nell’ultimo decennio in molti

paesi europei, in seguito all’aumento delle microimprese avviate da soggetti marginali (Whyley e Kempson, 2000,

Commissione europea, 2001).

59 Si tratta di una rete che unisce moltissime istituzioni di microfinanza operanti in Europa occidentale. A fine 2004

appartenevano al network 28 membri di 15 paesi europei.

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Rapporto ISAE - ottobre 2005

spettivamente il 41 e il 23% del totale delle organizzazioni considerate. È importante tut-

tavia precisare che in questi due paesi non esistono iniziative di microcredito a livello

62

. Considerando il nu-

nazionale, pertanto l’operatività è solo a livello locale o regionale

mero di microcrediti erogati nel 2003 il primato spetta alla Francia, con una quota pari al

52,7%, seguita dalla Finlandia (27,3%). Nei rimanenti paesi questo valore è inferiore al

10 per cento.

Il fenomeno della microfinanza nell’Europa occidentale è piuttosto recente: le istitu-

zioni considerate sono state fondate nel periodo 1982-2003, ma la maggior parte (76%) è

sorta nell’ultima decade e quasi la metà negli ultimi quattro anni. Questo in parte spiega

l’attuale fase di sperimentazioni, con riferimento ai modelli operativi e agli approcci, che

si riscontra nelle diverse realtà.

Il target principale (target market) è rappresentato dalle microimprese: la maggior

parte delle istituzioni (78%) eroga, infatti, microprestiti a imprese con meno di cinque di-

pendenti. Con riferimento alle caratteristiche della clientela servita (target group), quasi

un quinto delle organizzazioni non ha un target specifico; tra quelle che invece lo hanno,

notevole rilevanza assumono i poveri, le donne e i disoccupati.

Per quanto riguarda i criteri adottati per la concessione del prestito, le 24 organizza-

zioni che hanno risposto a questa domanda valutano la richiesta sulla base della validità

del progetto imprenditoriale e delle caratteristiche personali del soggetto richiedente.

Molte istituzioni non richiedono alcune garanzia, mentre alcune richiedono garanzie per-

sonali e poche sono quelle che richiedono garanzie reali.

L’82% delle istituzioni valuta, utilizzando diversi metodi, l’impatto della propria at-

63

. I principali indicatori utilizzati per misurare l’impatto sono piuttosto

tività sui clienti

semplici (numero di imprese avviate, numero di posti di lavoro creati, tasso di sopravvi-

venza delle imprese), più complicato è valutare gli effetti (economici e sociali) sulle con-

dizioni di vita degli individui e più in generale sulla comunità di appartenenza.

Per quanto riguarda le caratteristiche dei prestiti, la durata varia tra i sei mesi e i die-

ci anni, con un valore medio pari a 29 mesi. Il tasso di interesse medio applicato è 8%,

l’intervallo di variazione è 0-20%. L’8% delle organizzazioni eroga prestiti a tasso zero,

il 65% applica un tasso tra l’1 e il 10%, il 4% tra il 10 e il 15%, e infine il 23% tra il 15 e

60 Le istituzioni contattate sono state 51, di queste solo 32 hanno risposto al questionario. I paesi inclusi nell’analisi sono:

Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Inghilterra. Sebbene la ricerca non

includa tutte le realtà attualmente operanti in Europa nel settore della microfinanza, è comunque utile per avere una

visione d’insieme.

61 Per un’analisi dello stato della microfinanza in Europa orientale si veda il lavoro di Foster et al. (2003).

62 Considerando invece tutte le organizzazioni, si nota che il 47% opera a livello locale, il 33% a livello nazionale e il 20%

a livello regionale.

63 Il 18% non effettua studi di impatto e il 10% non ha risposto alla domanda.

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L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

il 20%. I tassi più elevati sono applicati in prevalenza dalle organizzazioni operanti in In-

ghilterra. L’importo minimo del prestito oscilla tra i 50 e i 5.000 euro, mentre quello

64

. Conside-

massimo varia da 2.000 a 300.000 euro, ma l’importo medio è 12.000 euro

rando la distribuzione dei prestiti per classi di importo emergono due gruppi: quelli che

fanno prestiti fino a 5.000 euro e quelli tra i 7.500 ed i 10.000 euro. La metodologia prin-

cipale è l’erogazione di prestiti individuali, effettuati dal 79% delle organizzazioni; solo

il 4% fa prestiti di gruppo, e il 17% usa entrambe le tecniche. La metà eroga prestiti di

importo crescente nel tempo agli individui che hanno dato prova con il loro comporta-

mento di essere solvibili. La maggior parte offre, unitamente ai prestiti, anche supporto

professionale e consulenza su diverse tematiche. Questi servizi di supporto, in alcuni casi

obbligatori, sono previsti sia prima dell’avvio della microimpresa, sia durante.

Il numero medio di prestiti erogati in un anno è piuttosto contenuto: nel 2003 il 36%

delle organizzazioni ha erogato, in media, meno di 20 prestiti e circa il 25% rientra nella

classe 50-100 prestiti. Nello stesso anno l’ammontare totale erogato da ogni istituzione

oscilla da meno di 20.000 euro a oltre 5.000.000 di euro, mentre l’importo totale dei pre-

65

stiti concessi dalla totalità istituzioni è, sempre nel 2003, pari a 88,5 milioni di euro . È

interessante mettere in evidenza che le istituzioni che hanno raggiunto alti volumi di pre-

stiti (1.000.000 di euro) operano a livello nazionale e sono state costituite prima del

1996. Inoltre l’ammontare medio dei prestiti concessi è piuttosto elevato (10.271 euro), e

il numero di clienti servito in un anno da ciascun impiegato addetto ai prestiti è 54, con-

tro un valore medio di 17 relativo a tutte le istituzioni.

La performance dell’attività di microfinanza, valutata in base al tasso di restituzio-

66

ne, è piuttosto buona: il 91% dei prestiti concessi è stato rimborsato . Disaggregando il

dato, si nota che il 23% delle istituzioni ha un tasso di rimborso tra il 75 e l’85%, oltre la

metà (62%) tra l’86 e il 95%, mentre il 15% ha tassi superiori al 95 per cento.

Le risorse finanziarie utilizzate dalle organizzazioni per la loro attività provengono

principalmente da fonti esterne: fondi pubblici (Stato, Unione Europea, Regioni), fondi

privati (famiglie e istituzioni finanziari) e donazioni. Dai dati emerge il ruolo cruciale

delle risorse erogate dal settore pubblico.

Secondo quanto riportato dalle organizzazioni, i principali ostacoli al raggiungimen-

to degli obiettivi di crescita e sostenibilità sono in ordine di importanza: mancanza di

fondi per coprire i costi operativi, difficoltà nello stimolare la domanda e nel reperire

64 L’importo medio è stato calcolato senza considerare il valore più elevato, offerto solo da una organizzazione. Il valore

medio ottenuto rientra ampiamente nel valore soglia al di sotto del quale si può parlare di microcredito nei paesi europei.

Secondo la Commissione Europea (2001), si definisce microcredito qualunque prestito non superiore ai 25.000 euro.

65 Questo importo è leggermente sottostimato, in quanto include solo i valori delle istituzioni che hanno fornito i dati per il

biennio 2002-2003.

66 Si rinvia al lavoro per altri indicatori inerenti la qualità del portafoglio prestiti.

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Rapporto ISAE - ottobre 2005

clienti eleggibili, clienti non propensi all’indebitamento, carenza di capacità/spirito im-

prenditoriale. Le risorse per erogare i finanziamenti non rappresentano un problema per

queste istituzioni.

Un quadro abbastanza simile sullo stato della microfinanza in Europa emerge da un

altro studio comparativo condotto dalla Fondazione Giordano Dell’Amore e dalla Fon-

dazione Europea Guido Venosta (Viganò, 2004) su un campione di paesi e organizzazio-

67

. Alcune informazioni interessanti, non presenti

ni parzialmente diverso dal precedente

nello studio sopra richiamato, emergono da questo lavoro. In particolare, per quanto ri-

guarda la forma istituzionale, il 7% delle istituzioni opera come istituto finanziario a sta-

tuto bancario, mentre oltre il 43% è costituito da ONG, associazioni e fondazioni. Il

restante 50% è rappresentato da istituti finanziari non bancari ed organizzazioni in forma

cooperativa. Per quanto riguarda le collaborazioni che le istituzioni intervistate manten-

gono con altre organizzazioni del settore e non, emerge che nell’84% dei casi le IMF

hanno relazioni con enti no profit (probabilmente per avere informazioni sulla clientela o

sul contesto socio-economico) e nell’81% con istituzioni finanziarie (per reperire risorse

finanziarie o per formazione); seguono gli Enti pubblici (78%), le Università e i centri di

ricerca (68%).

Le diverse organizzazioni di microfinanza operanti in Europa occidentale, pur nella

tipicità che le contraddistingue, presentano molti elementi comuni. Esse condividono

l’obiettivo di intervenire in ambito sociale attraverso l’erogazione di risorse finanziarie a

persone e imprese che non possono ottenerne altrove, condividono il medesimo mercato-

obiettivo delle piccole imprese e concepiscono la microfinanza quale strumento per com-

battere povertà ed esclusione finanziaria.

IL MERCATO DEL MICROCREDITO IN ITALIA: POTENZIALI DESTINATARI E

PRINCIPALI INIZIATIVE

Il fenomeno del microcredito sta ricevendo anche in Italia un’attenzione crescente

da parte di una pluralità di soggetti. L’Anno Internazionale del Microcredito ha rappre-

sentato un’occasione importante per interrogarsi sul ruolo che questo strumento può ave-

re nel contesto italiano e su quale sia il modello operativo adeguato. Sebbene il dibattito

su questo argomento abbia fornito spunti interessanti e le iniziative di microcredito av-

viate negli ultimi anni abbiano prodotto buoni risultati, la letteratura economica sul mer-

68

cato potenziale del microcredito in Italia è piuttosto limitata . L’individuazione delle

67 Anche in questo caso le istituzioni intervistate sono 32, di cui otto italiane.

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L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

varie tipologie dei possibili destinatari di questo strumento richiede analisi approfondite

su chi siano e quali caratteristiche abbiano i soggetti (individui/famiglie, imprese) esclusi

69 70

, sul loro bisogno di credito e sulla loro capacità e

dal mercato tradizionale del credito

71

disponibilità ad indebitarsi . Come spiegato da Claessens (2005), coloro che in un certo

momento non utilizzano il credito non necessariamente sono definibili “esclusi involon-

72

tari”: il non utilizzo va valutato insieme alle possibilità di accesso . Per identificare

l’escluso è necessario quindi studiare il lato dell’offerta, per verificare se i servizi di cre-

dito erogati e le loro caratteristiche siano inappropriati per alcuni segmenti di popolazio-

ne e se siano presenti fenomeni di razionamento del credito. A tal fine le istituzioni

finanziarie formali potrebbero fornire un prezioso contributo: le informazioni di cui di-

73

spongono rappresentano, infatti, un importante dataset per gli studiosi . I segmenti di

clientela non serviti per qualche motivo dalle banche rappresentano l’insieme dei sogget-

ti che non hanno accesso al credito. Gli studi che si concentrano sulla domanda dovreb-

bero consentire di suddividere i soggetti privi di accesso in base al loro effettivo bisogno

di credito e alla loro disponibilità ad indebitarsi. Il target potenziale del microcredito do-

vrebbe essere costituito da coloro che non hanno accesso al sistema tradizionale, ma han-

no effettivo bisogno di credito e sono disposti ad utilizzare questo strumento per

soddisfare le loro esigenze. Ovviamente questi soggetti devono anche avere la capacità e

la volontà di rimborsare quanto ricevuto. La carenza in Italia di letteratura su queste te-

matiche, dovuta molto probabilmente alla difficoltà di reperire le informazioni necessa-

68 Si veda Anderloni (2003) e Viganò (2004).

69 Per un’analisi microeconometrica dei fattori che influenzano la probabilità che il credito venga negato a una famiglia da

parte di un intermediario finanziario, si veda Magri (2002). Guiso et al. (2004) costruiscono un indice di sviluppo

finanziario locale legato alla probabilità che una famiglia o un’impresa ottengano un finanziamento. In base alle stime

ottenute dagli autori, le regioni con il più alto tasso di rifiuto nella concessione di credito sono quelle localizzate nel

Mezzogiorno.

70 Per un approfondimento sui bisogni di credito dei soggetti privi di un conto corrente, si rinvia a Anderloni (2003).

71 Negli ultimi anni i prestiti bancari concessi alle famiglie e alle piccole imprese hanno registrato una forte crescita. Per

un approfondimento sui fattori di domanda e di offerta che spiegano le caratteristiche del mercato del credito alle famiglie

in Italia si rinvia a Casolaro et al. (2005) e Magri (2002).

72 In letteratura alcuni lavori distinguono tra accesso ai servizi finanziari e utilizzo degli stessi. Con il primo termine si fa

riferimento alla disponibilità di un’offerta di servizi finanziari di qualità e a costi ragionevoli, con il secondo si intende

l’effettivo consumo di servizi finanziari. Gli esclusi finanziari sarebbero quindi coloro che non hanno accesso, ma hanno

bisogno di servizi finanziari e vorrebbero utilizzarli (“esclusione involontaria”). Non andrebbero considerati esclusi coloro

che non hanno accesso e non ne hanno bisogno e coloro che possono averne bisogno ma non intendono utilizzarli. Tra

quelli ai quali l’accesso è consentito ci sono quelli che li utilizzano e quelli che, per qualche motivo, non li utilizzano;

questi ultimi non sono definibili esclusi. Tuttavia a livello empirico non è semplice capire se il non utilizzo dipenda da un

problema di accesso o da un problema di domanda.

73 Su questo argomento si veda il lavoro di Bertola e Hochguertel (2005). Cosma e Filotto (2003) hanno condotto un

interessante studio sulle caratteristiche socio-economico-demografiche dei soggetti considerati dagli intermediari

finanziari a rischio medio-alto (cosiddetto segmento “sub-prime”), utilizzando i dati della Centrale dei Rischi.

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Rapporto ISAE - ottobre 2005

rie, non consente pertanto di avere né una stima accurata del numero di soggetti

potenzialmente interessati al microcredito né un’analisi dettagliata del loro profilo, che è

invece cruciale per definire le caratteristiche del programma di microcredito che si inten-

de attuare. Nonostante queste difficoltà, è possibile, tuttavia, avere un’idea dei potenziali

segmenti di domanda di microcredito basandosi sul alcuni indicatori che possono essere

considerati espressioni di esigenze di credito da parte di certe fasce di popolazione.

Il fenomeno dell’usura in Italia rappresenta, sicuramente, un importante indicatore

di bisogno di credito non soddisfatto. La domanda di usura proviene più frequentemente

da famiglie e piccole e medie imprese che per qualche motivo decidono di ricorrere al

mercato illegale. In genere il soggetto che si rivolge al mercato dell’usura è un cliente ri-

74 o un cliente che preferisce il credito usurario, senza avere

fiutato dal creditore legale

subito alcun razionamento dai canali legali.

La valutazione dell’entità e della diffusione dell’usura è molto difficile e le stime

empiriche sulla dimensione di questo mercato in Italia sono poche. In un lavoro che risa-

le a qualche anno fa, Guiso (1995) stima la dimensione potenziale del mercato dell’usu-

ra, utilizzando la quota di famiglie e imprese cui è stato negato il credito ed ipotizzando

che le persone razionate nel mercato ufficiale siano potenziali richiedenti in quello ille-

gale. Secondo l’autore, 660.000 famiglie avrebbero potuto nel 1993 far ricorso al merca-

to del credito usurario soprattutto (circa due terzi) per finanziare esigenze connesse con

l’esercizio della propria attività, per un volume di credito potenzialmente erogato di circa

7.600 miliardi di vecchie lire. L’autore fornisce anche, sulla base di una serie di ipotesi,

una stima della domanda effettiva di usura: nel 1993 le famiglie che avrebbero fatto ri-

corso al mercato del credito illegale sarebbero state 342.000, per un volume totale dei

prestiti intorno ai 3.900 miliardi di vecchie lire. Recentemente, Macis e Masciandaro

(2004) hanno calcolato un indice globale di rischio usura per ciascuna provincia italiana,

basato su indicatori di anomalia e di vulnerabilità ambientali, finanziari ed economici. In

base a questo indice, il mercato dell’usura risulta molto concentrato nel Mezzogiorno:

tutte le province del Sud presentano, infatti, valori molto superiori alla media nazionale,

mentre la maggior parte delle province del Centro e del Nord appartengono ad una classe

di rischio basso. Dalla Pellegrina e Manera (2004) propongono un’analisi econometrica

basata sui dati ufficiali relativi alle denunce di usura e su alcune variabili relative al siste-

ma bancario e creditizio, alla situazione economica delle province italiane, e all’offerta

di usura. Dalle loro stime empiriche emerge che il numero di denunce per usura presenta

una relazione positiva e statisticamente significativa con le seguenti variabili: tasso di di-

soccupazione provinciale, valore aggiunto provinciale, delitti per associazione di tipo

74 Il razionamento del credito da parte delle banche può riguardare (Macis e Masciandaro, 2004 pp. 37-38): soggetti

meritevoli (solvibili e affidabili); soggetti immeritevoli ma bisognosi; immeritevoli e non bisognosi. Solo le prime due

categorie meriterebbero protezione in base a criteri di efficienza e solidarietà.

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L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

mafioso. La relazione è invece negativa con il numero di sportelli delle banche popolari e

di credito cooperativo e con il numero di finanziamenti agevolati.

La gravità e la persistenza del fenomeno dell’usura hanno sollevato l’attenzione del

75 . Questa legge

legislatore, che ha introdotto nel 1996 una legge antiusura (L. 108/96)

contiene alcune importanti misure che hanno l’obiettivo di ridurre il rischio di usura. In-

nanzitutto è stata prevista la fissazione di un tasso legale al di sopra del quale gli interessi

sono sempre usurari: la soglia di usura è pari al tasso effettivo globale medio aumentato

della metà. Sono stati inoltre costituiti due fondi: il Fondo per la prevenzione del feno-

76

meno dell’usura e il Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura. Come si desume dal-

le loro denominazioni, il primo è finalizzato ad agevolare l’accesso al credito legale di

soggetti a “elevato rischio finanziario”, mentre il secondo ad aiutare, attraverso l’eroga-

zione di mutui senza interesse, le vittime dell’usura, incentivandone la collaborazione

con la giustizia.

Poiché la diffusione dell’usura in Italia potrebbe dipendere soprattutto dalla man-

canza di istituzioni finanziarie specificatamente dedicate alla clientela debole, il micro-

credito potrebbe fornire un contributo rilevante alla riduzione delle richieste di prestiti

illegali.

Un altro indicatore è rappresentato dalle situazioni di incertezza e fragilità economi-

ca cui sono soggette molte famiglie italiane. In base alle ultime stime diffuse dall’ISTAT

77

(2005a), nel 2004 la percentuale di famiglie italiane in condizioni di povertà relativa

78

era pari all’11,7% ; tale valore è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi otto anni,

mettendo in evidenza come il fenomeno della povertà in Italia sia da considerarsi un pro-

blema strutturale. L’incidenza della povertà è significativamente più elevata nelle regioni

del Mezzogiorno (25%), per le famiglie più numerose (in particolare quelle con cinque o

più componenti: 23,9%), per quelle con tre o più figli (in particolare minori: 26,1%) e

quelle con due o più componenti di oltre 64 anni di età (17,3%). Le tipologie familiari

monogenitore hanno livelli di povertà leggermente superiori alla media in particolare nel

Nord (5,7%) e nel Centro (8,3%). Il rischio povertà è molto elevato per le famiglie con

persona di riferimento con bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali o in cerca

75 Per una valutazione dei possibili effetti economici di questa legge si veda Masciandaro (2002).

76 Il fondo di prevenzione ha l’obiettivo di evitare che la mancanza di sufficienti garanzie impedisca la concessione di un

prestito. A tal fine il legislatore ha previsto lo stanziamento di fondi da assegnare alle associazioni antiusura, fondazioni e

confidi che così possono concedere (dopo opportune verifiche) garanzie presso gli istituti di credito convenzionati a

favore di soggetti a rischio di usura.

77 Per l’ISTAT, è povera, in termini relativi, una famiglia di due persone con una spesa mensile per consumi pari o

inferiore alla spesa media pro capite nazionale. L’incidenza della povertà relativa corrisponde quindi al rapporto tra il

numero di famiglie povere e il totale delle famiglie residenti.

78 L’intensità della povertà, che misura di quanto, in termini percentuali, la spesa delle famiglie povere è mediamente al di

sotto della linea di povertà, è pari al 21,9 per cento. - 79 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

di occupazione (quest’ultima tipologia di famiglie ha un livello di povertà pari al 28,9%);

la situazione si aggrava ulteriormente quando il numero di persone in cerca di occupazio-

ne all’interno della stessa famiglia è due o più (37,4%). La condizione occupazionale è

quindi particolarmente importante per prevenire situazioni di povertà; questo non signifi-

ca che il fenomeno dei working poor non sia presente in Italia, ma si intende sottolineare

come avere un lavoro autonomo o dipendente garantisca una forma di tutela contro il ri-

schio povertà. L’avvio di microimprese, come forma di occupabilità realizzata attraverso

il microcredito, potrebbe pertanto consentire a queste famiglie di migliorare la loro situa-

zione economica.

L’utilizzo di un’unica soglia di povertà per discriminare tra famiglie povere e non

povere ha dei limiti. L’ISTAT propone, pertanto, una classificazione maggiormente arti-

colata utilizzando due soglie aggiuntive, pari rispettivamente all’80% e al 120% di quella

standard. La percentuale di famiglie “a rischio di povertà” (o quasi povere), con consumi

compresi tra la linea standard e quella al 120%, è il 7,9%, mentre il 6,2%, con consumi

compresi tra l’80% e la linea stessa, è “appena povera”. Le famiglie classificate come

“quasi povere” potrebbero rappresentare un target interessante per il microcredito; que-

sto strumento potrebbe, infatti, aiutare questa tipologia di famiglie ad affrontare difficol-

tà impreviste, evitando di trasformare situazioni di vulnerabilità in situazioni di povertà.

Anche le famiglie “appena povere” potrebbero ricavare benefici dall’utilizzo di questo

strumento: la loro situazione economica, grave ma non gravissima, potrebbe essere af-

frontata con adeguate iniziative di microcredito.

I dati diffusi dall’ISTAT consentono di avere un quadro del fenomeno della povertà

in termini statici, nel senso che forniscono una fotografia delle caratteristiche di chi in un

determinato anno risulta in stato di povertà, senza fornire informazioni, tuttavia, sulla sua

evoluzione dinamica, ovvero sulla transitorietà o sulla permanenza della povertà. Il

fenomeno della povertà può infatti interessare solo occasionalmente determinate

famiglie, mentre per altre può rivelarsi una condizione duratura. In quest’ultimo caso, la

situazione di disagio economico è più problematica e l’impiego del microcredito

potrebbe non essere appropriato. Se invece la povertà può potenzialmente colpire

chiunque, ma per periodi piuttosto brevi, allora è presumibile che il microcredito possa

contribuire ad alleviare i disagi che comunque essa comporta. Nell’ultimo rapporto sulle

Politiche contro la Povertà e l’Esclusione Sociale (Commissione di Indagine

sull’Esclusione Sociale, 2005), è presente un approfondimento sull’aspetto dinamico

della povertà, basato sui dati longitudinali ECHP (European Community Household

Panel) relativi al periodo 1994-2001. Le stime riportate nel rapporto evidenziano un

elevato turnover: circa il 48% di quelli che cadono in povertà riescono ad uscirne dopo

solo un anno; una percentuale compresa tra il 33 e il 40% rischia di rimanervi per un

totale di almeno quattro anni su sette, mentre si colloca tra il 7 e il 14% la quota di coloro

- 80 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

che hanno una elevata probabilità di rimanere al di sotto della soglia per tutti e sette gli

anni. Situazioni di povertà temporanea dovute a riduzioni non durature di reddito o a

spese impreviste sono dunque frequenti in Italia e potrebbero essere affrontate dalla

famiglie utilizzando anche i microprestiti.

Il microcredito potrebbe svolgere inoltre un ruolo importante per quelle famiglie

che, pur non trovandosi in una situazione di povertà, hanno pressanti esigenze finanziarie

dovute a disagi economici temporanei. In base a quanto riportato nella Nota mensile

ISAE dello scorso luglio (ISAE, 2005), nel 2005 il 13,0% delle famiglie italiane ha di-

chiarato di avere avuto difficoltà ad acquistare generi alimentari, il 31,1% a pagare le

utenze domestiche, il 21,4% a pagare le spese mediche.

La recente estensione delle forme di impiego precario, flessibile o temporaneo, in

particolare tra i giovani, potrebbe rendere difficile l’accesso al credito a questa tipologia

di lavoratori. Secondo il CENSIS (2005), nel 2003 gli occupati atipici, ossia coloro che

avevano un lavoro temporaneo oppure un contratto di collaborazione coordinata e conti-

nuativa, erano 2.690.000, pari al 12,2% del totale degli occupati; i contratti atipici inte-

ressano il 21,5% degli occupati fino a 35 anni mentre, considerando solo l’universo degli

atipici, il 61,5% è piuttosto giovane (meno di 36 anni). Secondo una ricerca condotta da

Eurispes (2005), l’instabilità occupazionale è associata a redditi da lavoro più incerti e

79

molto modesti soprattutto per i giovani . Il 76,5% dei lavoratori atipici percepisce una

retribuzione mensile che non supera i 1.000 euro, il 15,9% percepisce tra i 1.000 e i

1.400 euro. Inoltre questa tipologia di lavoratori si deve confrontare molto spesso con

l’irregolarità dei pagamenti. La condizione professionale precaria, e in molti casi duratu-

80

, potrebbe influenzare notevolmente la capacità proget-

ra, associata a vincoli creditizi

tuale di quei soggetti che si trovano nella fascia di età in cui si compiono scelte di vita

81

importanti . L’indagine Eurispes contiene anche un approfondimento circa l’impatto

della flessibilità sulla capacità progettuale dei lavoratori e sulla possibilità di accedere al

credito. Il 71,3% degli intervistati afferma che il fatto di essere un lavoratore atipico ha

influito molto (51,8%) o abbastanza (19,5%) sulla possibilità di comperare casa ricorren-

82

do a un mutuo . Per oltre il 65% del campione, il contratto atipico ha influito molto

83

(33,4%) o abbastanza (33,2%) sulla possibilità di accedere al credito e per il 58,8% ha

condizionato negativamente perfino la possibilità di prendere in affitto un appartamento.

79 L’Eurispes ha realizzato un’indagine su un campione rappresentativo di 446 lavoratori atipici di età compresa tra i 18 e

i 39 anni.

80 I lavoratori atipici sono considerati dalle banche clienti sub-prime. Si veda al riguardo Cosma e Filotto (2003).

81 Per un approfondimento su questo tema si rinvia a Salvini e Ferro (2005) e Mencarini e Tanturri (2005).

82 Per un approfondimento sul fabbisogno abitativo dei lavoratori atipici, si rinvia a CENSIS (2005).

- 81 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Oltre al rischio di precarietà lavorativa, i giovani devono affrontare gravi situazioni

di disoccupazione soprattutto in alcune aree geografiche: nel 2005 in Italia il tasso di di-

soccupazione giovanile (15-24 anni) è il 22,9% e supera il 35% nel Mezzogiorno (ISTAT

2005b). Consentire l’accesso al microcredito a disoccupati giovani che desiderino dare

vita a una microimpresa rappresenta un’importante politica attiva del lavoro, che agevo-

84

. È importante ricordare a tal

lerebbe l’inclusione economica e sociale di questi soggetti

proposito che la microimpresa è una caratteristica specifica della struttura produttiva del

85

. Secondo recenti stime diffuse dall’ISTAT (2005c) le microimprese (con

nostro paese

meno di 10 addetti) rappresentano il 94,9% del totale delle imprese italiane che operano

86

nel settore dell’industria e dei servizi , occupano il 48% degli addetti, il 24,9% dei di-

pendenti, realizzano il 29,6% del fatturato ed il 32,9% del valore aggiunto.

L’impiego del microcredito per la promozione e il sostegno delle microimprese

potrebbe migliorare le condizioni di vita di un altro segmento di popolazione ad elevato

87

rischio di esclusione sociale: gli immigrati . Secondo recenti stime relative solo alla

regione Lombardia (Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale, 2005),

l’incidenza della povertà relativa tra gli stranieri risulta molto elevata: nel 2004

riguardava il 43,4% delle famiglie. Il rischio povertà è maggiore per coloro che lavorano

irregolarmente (sia autonomi che dipendenti) e per i disoccupati. L’inserimento nel

mercato del lavoro tramite forme di auto-impiego rappresenterebbe quindi un’importante

politica di integrazione degli immigrati in Italia. Il fenomeno dell’imprenditorialità

88

immigrata ha registrato in Italia una forte crescita negli ultimi anni . Nel 2003 erano

83 Considerando solo la componente femminile del campione, la percentuale sale al 75%. In relazione alla tipologia

contrattuale, la percentuale è pari all’87,5% per gli intervistati con contratto di inserimento, all’80,4% per i collaboratori

occasionali, al 75,6% per i collaboratori a progetto, al 60,5% per i lavoratori interinali, al 57,6% per i lavoratori part-time e

al 47,3% per i collaboratori coordinati e continuativi.

84 Politiche di incentivo alla creazione di attività lavorative indipendenti in Italia sono state sempre marginali.

Recentemente il legislatore (decreto 250 del 16 luglio 2004) ha definito i criteri e le modalità di concessione degli incentivi

statali a favore dell’autoimprenditorialità. È inoltre importante ricordare l’esperienza italiana del “prestito d’onore” (L. 608/

96): si tratta di uno strumento di incentivo all’imprenditorialità per soggetti disoccupati, attualmente gestito dall’agenzia

“Sviluppo Italia”, che ha molti aspetti in comune con il microcredito. Le domande presentate a Sviluppo Italia, dal 1996 al

2004, sono oltre 223.000, di cui circa la metà inoltrate da donne. Il tasso di ammissione si attesta intorno al 27% e il tasso

di restituzione è piuttosto elevato (superiore all’80%).

85 Sulle difficoltà di accedere al credito da parte delle piccole e medie imprese in Italia si rinvia a Costa (2003) e Angelini

e Generale (2005).

86 La dimensione media delle aziende italiane è di circa 3,8 addetti.

87 Un altro aspetto importante per garantire l’integrazione degli stranieri è l’inserimento abitativo. Sul tema dell’accesso

all’alloggio per gli immigrati extracomunitari regolarmente presenti sul territorio italiano, il Ministero del Lavoro e delle

Politiche Sociali sta conducendo una ricerca.

88 Sulla ragioni dell’espansione di questo fenomeno si veda Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2004) e

Formaper (2005). - 82 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

89 90

145.885 le imprese individuali con titolare nato in un paese extracomunitario

(Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2004), mentre nel 2000 erano 84.452,

con un incremento complessivo nel quadriennio pari al 73%. Per quanto riguarda la

diffusione territoriale delle imprese degli stranieri, non emerge una concentrazione in

91

particolari macroaree del paese . Le imprese attivate da stranieri extracomunitari

92

appartengono principalmente al settore terziario (58,6%) ed a quello industriale

(37,1%), e una piccola quota (4%) al settore agricolo. Per quanto riguarda la nazionalità,

il 62% delle imprese è gestito da soggetti che provengono dai seguenti paesi (in ordine di

importanza): Marocco, Cina, Albania, Senegal, Romania, Tunisia, Jugoslavia, Egitto ed

Argentina. Tra le principali difficoltà che gli imprenditori stranieri incontrano per l’avvio

93

e lo sviluppo delle loro imprese rientra il problematico accesso al credito bancario , a

causa delle eccessive richieste di garanzia, dei tempi lunghi di erogazione e del minore

94

importo concesso rispetto alle richieste avanzate alla banca . La promozione

dell’imprenditoria immigrata, attraverso programmi che prevedono anche l’utilizzo del

microcredito, potrebbe inoltre consentire di ridurre il fenomeno, piuttosto diffuso, del

lavoro sommerso ed irregolare tra gli immigrati, con possibili riflessi positivi sul bilancio

dello Stato e sulla società in generale.

Sulla base degli indicatori appena commentati, si può dedurre che esiste una doman-

da potenziale, probabilmente consistente anche se ancora non quantificabile. Negli ulti-

mi anni, numerose iniziative di microcredito sono state avviate con l’obiettivo di offrire

microprestiti alle fasce deboli della popolazione. È piuttosto difficile al momento avere

un quadro completo di questi programmi, soprattutto perché si tratta di una realtà in con-

tinua evoluzione, ma anche perché manca una definizione precisa del concetto di micro-

credito che consenta di classificare correttamente e senza ambiguità le diverse iniziative.

89 Per una classificazione delle imprese degli immigrati in base al loro livello di “etnicità” si veda Waldinger et al. (1990).

90 L’incidenza dell’imprenditorialità immigrata sul totale delle ditte individuali si attesta al 4,3%.

91 Considerando le regioni, la Lombardia è quella con il maggior numero di imprese (26mila imprese, pari al 17,8%

nazionale), seguita da Toscana (15mila, 10,4%), Emilia Romagna (14mila, 9,5%), Veneto (13mila, 9,1%), Lazio (13mila,

8,9%).

92 In particolare attività commerciali (42%).

93 Sul tema dell’accesso al credito ed ai servizi bancari da parte degli immigrati si veda anche: Lunaria (2000b), CER

(2000), Fondazione Choros (2001). Nel 2002 la Fondazione Risorsa Donna di Roma ha condotto una ricerca

approfondita, dal titolo “microcredito sociale in Italia”, sul bisogno di credito degli immigrati durante le diverse fasi del loro

percorso migratorio.

94 Il fenomeno migratorio è oggetto di attenzione del sistema bancario italiano solo da qualche anno. Le istituzioni

finanziarie stanno mostrando un interesse particolare per gli ingenti flussi di rimesse. Attraverso il miglioramento degli

strumenti esistenti e la creazione di nuovi, le banche si propongono di attirare e far confluire le rimesse nei canali ufficiali.

Attualmente solo una piccola parte delle rimesse transitano, infatti, tramite il sistema bancario. Su questo tema si veda

Anderloni (2003) e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2004).

- 83 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Le informazioni sulla numerosità e sulle caratteristiche delle esperienze di microcredito

in atto in Italia provengono dai pochi lavori che hanno cercato di effettuare una “mappa”

di questo fenomeno. 95 è quello redatto dalla società di consulenza

Il rapporto più recente 96

“c.borgomeo&co.” per conto di UniCredito Italiano . Questo lavoro raccoglie numerose

informazioni sulle iniziative di microcredito in atto o in fase di realizzazione al 31

dicembre 2004. I programmi censiti rientrano in una delle seguenti tipologie: prestiti per

97

, prestiti per l’avvio o lo sviluppo di attività di impresa o di lavoro autonomo,

studenti 98

prestiti erogati senza destinazione particolare . Le iniziative di microcredito rilevate

sono 59, con il seguente stato di avanzamento: il 52,5% dei programmi è stato avviato

prima del 2004, il 15,3% è attivo dal 2004, il 18,6% non è ancora operativo ma ha già

concluso la fase di progettazione (pertanto l’avvio potrebbe essere piuttosto veloce),

mentre il 13,6% è ancora in una fase di progettazione. Considerando l’insieme dei

programmi, la maggior parte (59,3%) eroga prestiti non finalizzati ad un fabbisogno

finanziario preciso, mentre circa un terzo (32,2%) ha come obiettivo l’avvio o il sostegno

di un’attività economica. I soggetti promotori, ossia coloro che si sono resi disponibili a

promuovere l’iniziativa, facendosi carico di alcuni costi senza necessariamente

coincidere con i finanziatori o con quelli che la attuano, rientrano in tre grandi categorie:

la principale (che ha promosso circa il 41% delle iniziative) è composta da fondazioni

non bancarie, enti religiosi e no profit, mutue di autogestione (MAG); le altre due sono

fondazioni bancarie e banche (27,1%) e università ed enti pubblici (32,2%). Le risorse

finanziarie necessarie per la concessione dei prestiti sono fornite prevalentemente dagli

istituti di credito (83% dei programmi), seguiti con percentuali notevolmente inferiori da

soggetti privati (11,9%) e da soggetti pubblici (5,1%). I programmi censiti utilizzano

99

soprattutto fondi di garanzia pubblici (42,4%) e privati (33,9%) ; è interessante notare

che alcuni programmi operano senza fondi di garanzia (5,1%). Per quanto riguarda

95 Per quanto a nostra conoscenza, ci sono altri tre rapporti sullo stato del microcredito in Italia. In ordine cronologico, il

primo è quello realizzato da Etimos in collaborazione con Sodalitas (Etimos-Sodalitas, 2004); questo studio, presentato

in occasione di un convegno organizzato a Milano nel giugno del 2004, riporta informazioni dettagliate su 16 esperienze

di microcredito attive nel 2003, o in fase di avvio, rappresentative delle diverse tipologie di microprestiti esistenti in Italia.

Il secondo è una ricerca condotta da Lunaria in collaborazione con l’Associazione Finanza Etica (Lunaria-Associazione

Finanza Etica, 2004), ma non ancora pubblicata. Una sintesi dei primi risultati è stata presentata alla IV Giornata

nazionale della finanza etica nel novembre del 2004. Dai dati diffusi, relativi ai programmi di microcredito attivati dalle 15

realtà intervistate, emerge che dal 2000 al 2004 sono stati erogati microprestiti per un importo complessivo di 550.000

euro e sono stati raggiunti circa 330 beneficiari. Infine ricordiamo il lavoro di Liberatore e Andreani (2005), che contiene

schede molto dettagliate relative ai progetti di microcredito attivati dalle 23 istituzioni censite.

96 Questo studio, dal titolo “I Rapporto sul microcredito in Italia”, sarà pubblicato prossimamente da Rubbettino Editore.

97 Anche per tali individui il legislatore ha istituito degli appositi “prestiti d’onore” (L. 390/91) volti a garantire l’accesso

all’istruzione superiore ai soggetti meritevoli, ma privi di risorse economiche adeguate.

98 Sono quindi esclusi dall’analisi i progetti che erogano crediti al consumo.

- 84 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

l’operatività a livello territoriale, la quasi totalità delle iniziative opera a livello

regionale, mentre sono pochissime quelle attive a livello nazionale. Nella maggior parte

dei casi è previsto l’importo massimo da erogare per ciascun prestito: oltre il 50% dei

programmi non eroga prestiti superiori ai 10.000 euro, l’11,9% tra i 10.000 e i 20.000

euro, ma vi sono parecchie iniziative (circa il 27%) che erogano prestiti superiori ai

20.000 euro. I principali destinatari scelti dai diversi programmi sono i singoli individui

(67,8%), mentre le famiglie e le persone giuridiche rivestono un’importanza

notevolmente più bassa. Il lavoro non riporta, per mancanza di dati, le tipologie di

beneficiari effettivamente raggiunti dai diversi programmi; in generale, comunque, è

emerso che la clientela privilegiata è costituita da studenti, giovani inoccupati, donne,

extracomunitari ed ex detenuti.

Viene riportata inoltre un’analisi più approfondita, che si basa sui risultati effettiva-

mente raggiunti (numero dei prestiti e loro volume) dai 40 programmi già operativi nel

2004. Complessivamente sono stati erogati 7.950 prestiti per un ammontare che supera i

75,6 milioni di euro. Circa il 75% di questo importo totale ha finanziato fabbisogni fi-

nanziari indistinti, mentre il 20,5% ha finanziato l’avvio o il sostegno di un’attività eco-

nomica e il rimanente 4,9% ha finanziato gli studi universitari o post-laurea. I programmi

promossi da fondazioni non bancarie, associazioni e diocesi o altri enti religiosi rappre-

sentano il 70,4% del volume di prestiti, mentre l’84,9% dei fondi erogati sono stati messi

a disposizione da istituti di credito. Il fondo pubblico di garanzia ha coperto il 75,1% dei

prestiti, mentre i fondi privati solo il 20,5%. Oltre la metà del valore dei crediti totali ha

un importo massimo di 10.000 euro e quasi l’80% dell’ammontare dei prestiti è stato ero-

gato a singoli individui. I programmi di microcredito che prevedono l’utilizzo di risorse

finanziarie messe a disposizione dagli istituti di credito (7.362 su 7.950) erogano in me-

dia prestiti di importo inferiore ai 10.000 euro, hanno fondi di garanzia pubblici, ed il

principale target è il singolo individuo; i promotori sono soprattutto fondazioni non ban-

carie, associazioni, enti no profit e università ed enti pubblici. I programmi che, invece,

erogano risorse provenienti dalla raccolta privata (588) concedono prestiti di importo

unitario mediamente più elevato, hanno fondi di garanzia privati, il loro target è costitui-

to soprattutto da società, ed i promotori sono solo fondazioni non bancarie, associazioni

e diocesi. I tassi di interesse applicati ai microprestiti sono in genere quelli di mercato;

sono inferiori al tasso di mercato o addirittura nulli quando il finanziatore non chiede re-

munerazioni del capitale prestato oppure quando un promotore (pubblico) si accolla tutti

gli oneri finanziari o solo una parte. Alcuni programmi prevedono la corresponsione da

parte del beneficiario di oneri aggiuntivi, richiesti per coprire le spese di gestione. In

base a quanto riportato dagli intervistati il tasso di rimborso dei prestiti è molto buono e i

99 Di regola non vengono richieste al beneficiario particolari forme di garanzia. Le principali forme di garanzia sono quindi

rappresentate dai fondi privati e da quelli pubblici. - 85 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

casi di insolvenza sono limitati. Nella quasi totalità dei programmi rilevati non sono pre-

visti servizi di assistenza tecnica, particolarmente utili per l’avvio di iniziative di lavoro

autonomo o di microimpresa. Questa mancanza è dovuta soprattutto alla scarsità di risor-

se finanziarie a disposizione che condizionano notevolmente le scelte degli operatori cir-

ca i servizi da offrire.

L’Associazione Bancaria Italiana, in collaborazione con la Fondazione Giordano

dell’Amore, ha promosso una rilevazione sul tema “Banche Commerciali e Microfinan-

100

za: indagine sul territorio italiano” , con l’obiettivo di analizzare la gamma di servizi di

microfinanza offerti dalle banche commerciali italiane alla clientela marginale e le meto-

101

dologie utilizzate . Agli inizi di ottobre, in occasione del Forum bancario dedicato alla

102

responsabilità sociale, sono stati presentati alcuni risultati di questa indagine . Le ban-

che che fanno parte del campione rappresentano il 68,9% in termini di totale attivo del si-

103

stema bancario italiano e il 66,2,% in termini di sportelli . L’82,1% delle banche

intervistate ha dichiarato di operare nel settore della microfinanza, offrendo servizi fi-

nanziari di credito, risparmio, pagamento (trasferimento fondi e rimesse) principalmente

nel Nord Italia. Tali servizi sono erogati a specifiche categorie di clientela che risultano

essere soprattutto: immigrati, studenti, famiglie, seguiti da microimprese e cooperative,

organizzazioni no profit, lavoratori atipici, anziani. Prendendo ad esempio in considera-

zione i servizi di credito, le principali tipologie di clienti sono: immigrati, famiglie, mi-

croimprese, studenti, lavoratori atipici. È interessante sottolineare che alcune banche

erogano prestiti anche ai senza fissa dimora. La maggior parte delle banche che al mo-

mento non sono attive in questo settore ha dichiarato di essere intenzionate ad offrire

prodotti e servizi di microfinanza entro i prossimi cinque anni.

Il panorama italiano, come emerge dai lavori commentati, è molto articolato: da un

lato opera una moltitudine di intermediari di natura privata, alcuni dei quali per la loro

origine mutualistica e/o cooperativa da sempre si sono occupati dei fenomeni di esclusio-

ne ed emarginazione finanziaria, dall'altro vi sono molte misure promosse da soggetti

pubblici locali (alcuni Comuni e diverse Province), da numerose Regioni ed anche diret-

tamente dallo Stato. L’offerta di microcredito esiste quindi anche in Italia e presenta mol-

te similitudini con le altre esperienze europee. Si tratta di iniziative molto recenti e

prevalentemente di tipo sperimentale, ma sicuramente utili, anche se ulteriori sforzi sa-

100 L’ABI ha promosso, insieme al Centro Studi di Politica Internazionale (CESPI), anche un altro progetto di ricerca sul

tema “Migrant banking e microfinanza. Una proposta italiana per il co-sviluppo e l’inclusione sociale”.

101 Sui mutamenti necessari affinché le banche tradizionali si possano inserire efficacemente sui segmenti marginali si

veda l’articolo di Viganò (2001b).

102 Alcuni risultati preliminari erano stati già diffusi durante il convegno del 18 novembre 2004 a Milano dal Direttore

generale dell’ABI.

103 La rilevazione non ha riguardato le banche di credito cooperativo.

- 86 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

L’utilità di un prestito di modesto importo per le famiglie italiane:

risultati dell’indagine ISAE

Nell’indagine sui consumatori condotta nel mese di ottobre dall’ISAE su un campione di

2000 intervistati è stata inserita una domanda volta a cogliere l’utilità, per le famiglie italiane,

dell’accesso ad un prestito di modesto importo in tre casi concreti relativi all’anno 2004. Il primo

caso si riferisce a famiglie che dichiarano di avere incontrato alcune particolari difficoltà

economiche (acquisto di generi alimentari, spese della casa, pagamento bollette, spese scolastiche,

spese mediche, estinguere un debito): tra coloro che hanno avuto nel 2004 almeno una di queste

difficoltà, circa il 24% ha affermato che questo strumento avrebbe fornito un aiuto. In secondo

luogo, risulta che il 14,7% delle famiglie intervistate giudica che un prestito di modesto importo

sarebbe stato importante per superare situazioni di disagio economico temporaneo. Infine,

l’accesso ad un modesto credito avrebbe aiutato il 5,7% delle famiglie ad iniziare o proseguire una

piccola attività imprenditoriale. Dalle elaborazioni emerge che in tutti e tre i casi considerati il

bisogno di un piccolo prestito è maggiormente sentito nel Sud e nelle Isole, da parte delle famiglie

più numerose, di quelle meno avverse all’indebitamento, di quelle con nessuno o un percettore di

reddito, con persona di riferimento in età compresa tra i 30 e i 60 anni e lavoratore autonomo.

Inoltre, tra le famiglie che hanno risposto affermativamente alle domande relative ai primi due casi

si trovano più frequentemente nuclei con una situazione finanziaria precaria: non riescono a

risparmiare, hanno difficoltà a far quadrare il bilancio e in molti casi sono già indebitate. Per

quanto riguarda il reddito, le famiglie che hanno avuto difficoltà nell’affrontare alcune tipologie di

spese appartengono più spesso ai primi quintili di reddito netto familiare.

- 87 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

ranno necessari in futuro per soddisfare la domanda potenziale e per assicurare una certa

stabilità nell’offerta.

CONCLUSIONI

Da oltre trent’anni il microcredito rappresenta nei paesi in via di sviluppo un impor-

tante strumento di contrasto all’esclusione finanziaria che colpisce la quasi totalità della

popolazione. L’accesso a prestiti di piccolo ammontare finalizzati principalmente all’av-

vio di microimprese ha consentito a milioni di poveri (in particolare donne), privi delle

garanzie tradizionali richieste dagli intermediari creditizi ma con elevato capitale sociale,

di migliorare le loro condizioni di vita. Il ridotto tasso di insolvenza e i positivi risultati

in termini di impatto economico e sociale hanno incentivato l’America e l’Europa ad im-

piegare questo strumento a favore di alcune fasce deboli che, a causa di molteplici fatto-

ri, hanno notevoli difficoltà nell’accesso al credito. La diffusione delle iniziative di

microprestito nei paesi ricchi ha richiesto una serie di adattamenti, in modo tale da rende-

re questo strumento adatto al contesto di riferimento. Il ridotto importo erogato, l’assen-

za di garanzie tradizionali e il finanziamento di microimprese rappresentano i principali

elementi in comune dei modelli di microcredito impiegati nei vari paesi. Le principali

differenze riguardano il livello di povertà dei beneficiari, il genere degli stessi e la tecno-

logia dei prestiti: nei paesi industrializzati i clienti sono poveri o con redditi bassi, ma

non poverissimi, e le donne non rappresentano, nella maggior parte dei casi, il target pri-

vilegiato; inoltre, il prestito è concesso a singoli individui e non ad un gruppo di persone

responsabili in solido.

In Italia questo strumento potrebbe rappresentare un’efficace risposta al fenomeno

dell’usura, ad alcune forme di povertà, ai problemi di liquidità delle famiglie a basso red-

dito, alla disoccupazione giovanile, alla precarietà lavorativa ed allo spirito imprendito-

riale degli immigrati. A partire dalla fine degli anni novanta sono sorti progetti pilota di

microcredito soprattutto nelle Regioni del Centro-Nord, per soddisfare le esigenze di cre-

dito di soggetti che hanno difficoltà ad accedere al sistema bancario tradizionale. Secon-

do dati recenti, i programmi avviati o in fase di avvio sono 59 e operano prevalentemente

a livello regionale, e i prestiti erogati sono quasi 8mila, per un ammontare complessivo

che supera i 75 milioni di euro.

Allo stato attuale, risulta molto difficile identificare il “modello” italiano di micro-

credito e valutarne l’impatto: le esperienze sono ancora poche e molto recenti, le infor-

mazioni a disposizione degli studiosi sulle diverse caratteristiche dei programmi attivati

sono molto limitate e infine l’elevata dinamicità del fenomeno complica l’osservazione.

Un aspetto degno di nota che caratterizza le maggior parte delle iniziative intraprese è la

- 88 -

L’esclusione finanziaria: l’opportunità del microcredito in Italia

partecipazione nel singolo progetto di un network di soggetti appartenenti al sistema ban-

cario (banche e fondazioni), al settore no profit (associazioni, fondazioni non bancarie,

enti religiosi) e al settore pubblico. La suddivisione dei compiti in base alle competenze

specifiche rappresenta sicuramente un punto di forza dei programmi. Un punto debole

delle varie esperienze, che potrebbe influire sulla durata del fenomeno del microcredito

in Italia, è invece rappresentato dall’ampio ricorso al volontariato: infatti, molte risorse

umane altamente qualificate sono impiegate nelle varie fasi del programma senza essere

retribuite.

Per quanto riguarda le finalità, molti programmi prevedono l’erogazione di micro-

prestiti per l’avvio o il sostegno di microimprese. L’utilizzo di questo strumento per atti-

vità produttive ha un duplice vantaggio: migliora le condizioni di vita dei titolari e delle

relative famiglie e inoltre può avere effetti positivi sullo sviluppo locale. È evidente che

il microcredito, pur avendo molte potenzialità, non è in grado di promuovere da solo la

crescita dell’economia italiana, ma esso può sicuramente fornire un contributo rilevante,

a condizione che venga utilizzato in modo appropriato e sia affiancato da una molteplici-

tà di interventi di politica economica.

L’impiego del microcredito per finalità di tipo non produttivo, ossia per fare fronte a

temporanee esigenze di liquidità (“social microlending”), sembra invece piuttosto ridot-

to. Questa carenza di offerta non sembra attribuibile ad una ridotta domanda per questo

tipo di microprestiti: sono infatti numerose le famiglie italiane in condizioni di povertà

temporanea o di vulnerabilità economica che potrebbero beneficiare di tale strumento.

Per promuovere maggiormente questo tipo di programmi è necessario quindi un più am-

pio coinvolgimento del settore pubblico, che finora ha operato principalmente attraverso

l’offerta di fondi di garanzia sui prestiti per l’avvio o il sostegno di microimprese da par-

te di soggetti svantaggiati. Infatti, il microcredito può essere considerato non solo uno

strumento innovativo di politica attiva del lavoro, ma anche di politica sociale. Nel pros-

simo futuro è quindi auspicabile una riflessione sul ruolo del settore pubblico nei pro-

grammi di microcredito con finalità di tipo socio-assistenziale.

- 89 -

Le previsioni per l’economia italiana

ECONOMIA INTERNAZIONALE

Dopo la forte crescita del 2004 (5% in termini di PIL mondiale), sia l’attività pro-

duttiva sia gli scambi mondiali hanno segnato una moderata decelerazione nella prima

parte del 2005; in una prospettiva storica, sia l’una che gli altri hanno, peraltro, mantenu-

to un passo relativamente elevato.

Nel secondo trimestre, negli Stati Uniti e nell’area dell’euro si è rilevata una crescita

più contenuta; in Giappone, dove i dati del primo trimestre erano risultati notevolmente

positivi, la frenata è stata più marcata. Nello stesso periodo, la maggior parte delle eco-

nomie emergenti dell’America Latina e dell’Asia hanno, invece, messo a segno un ritmo

di espansione sostanzialmente invariato quando non, addirittura, più elevato. Molto viva-

ce ha continuato ad essere l’evoluzione della Cina (9,5% nel primo semestre nel confron-

to tendenziale) che ha trainato buona parte degli altri paesi del continente asiatico (in

particolare, Hong Kong, India e Indonesia). Anche Argentina, Cile, Venezuela ed Uru-

guay hanno segnato incrementi del PIL, nello stesso periodo di riferimento, compresi tra

il 6 ed il 9 per cento.

Nel complesso, la crescita dell’attività economica globale è pertanto stimata, per il

2005, ancora superiore al 4%; gli scambi mondiali dovrebbero crescere a un ritmo di

poco inferiore al 7 per cento.

Al perdurare della buona performance dell’attività si è accompagnato un forte rialzo

dei prezzi delle materie prime, soprattutto di quelle energetiche, spinte dagli eccezionali

rincari delle quotazioni del greggio. Anche le altre commodity industriali, malgrado qual-

che spunto al ribasso a fine primavera-inizio estate, hanno segnato consistenti incrementi

tanto da risultare, sulla base dell’indice HWWA, nel terzo trimestre, ancora al di sopra di

circa il 12% rispetto ai livelli del corrispondente periodo dello scorso anno.

Malgrado le preoccupazioni relative alla decelerazione dell’attività economica in al-

cuni paesi e i timori suscitati dalle distruzioni prodotte dagli uragani che hanno, negli ul-

timi mesi, colpito alcuni stati americani, le informazioni più recenti inducono a delineare

una congiuntura internazionale ancora positivamente orientata, il cui ritmo di crescita

potrebbe attenuarsi solo molto gradualmente nell’arco del periodo in esame. Nei risultati

- 91 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

medi annui l’incremento del PIL potrebbe, quindi, risultare, nel 2005 ancora superiore al

4% e solo marginalmente inferiore a tale livello nel 2006.

La continua lievitazione delle quotazioni petrolifere ha portato sia il WTI (greggio

di riferimento per il mercato nordamericano), sia il Brent (per il mercato europeo) a “pol-

verizzare” di giorno in giorno nuovi record storici, sfiorando, a fine agosto-inizio settem-

bre, nel primo caso, i 70 dollari a barile e, nel secondo, i 68 dollari. La persistenza di

quotazioni elevate (con aumenti tendenziali tra il 45 e il 55% dalla metà dello scorso an-

no) malgrado i ripetuti interventi, da parte del Cartello OPEC, volti a perseguire la stabi-

lizzazione del mercato (ultimo, in ordine di tempo, la messa a disposizione, per un

periodo di tre mesi a partire dal 1 ottobre scorso, di una ulteriore quota di 2 milioni di ba-

rili al giorno, corrispondente alla capacità produttiva residua), sembra indicare che le

quotazioni del greggio scontano, più che un eventuale squilibrio tra domanda e offerta,

una molteplicità di fattori destabilizzanti del mercato: dalle tensioni politico-militari in

Medio Oriente agli effetti delle catastrofi naturali che colpiscono le zone di estrazione e/

o di raffinazione del petrolio. Proprio queste considerazioni, unite alle stime dei tempi

necessari per ripristinare le condizioni pre-uragani, portano ad immaginare che la quota-

zione del Brent, pur in presenza di oscillazioni giornaliere anche di non trascurabile enti-

tà, possa rimanere, per un certo periodo di tempo, al di sopra dei 60 dollari a barile per

poi riportarsi al di sotto di tale livello solo nella seconda parte del 2006.

L’impatto negativo di tali rincari, in termini di crescita, almeno per i principali paesi

industrializzati è stato fin qui nettamente inferiore a quello temuto, anche sulla base

dell’esperienza dei precedenti shock degli anni settanta e ottanta. Ciò è stato dovuto alla

maggiore efficienza dei sistemi produttivi e all’aumentata offerta di prodotti a basso co-

sto da parte delle economie emergenti che ha consentito di compensare in parte gli au-

menti petroliferi. Negli ultimi mesi, però, il rincaro energetico si è traslato in maniera più

evidente sui prezzi alla produzione e al consumo, facendo crescere le preoccupazioni per

la dinamica inflazionistica, soprattutto se si manifestassero, oltre agli effetti dei ritardi

nella trasmissione, anche i cosiddetti impulsi di second-round sulle componenti meno

volatili. Nei paesi europei un’accentuazione dell’inflazione potrebbe indurre le autorità

monetarie a un aumento dei tassi: una simile decisione, se da un lato potrebbe offrire un

sostegno all’euro, dall’altro verrebbe a incidere sfavorevolmente sulla fase congiunturale

in un momento in cui la ripresa appare ancora ai passi iniziali.

Dopo il brusco deprezzamento del dollaro nei primi mesi dell’anno e il suo successi-

vo apprezzamento nel secondo trimestre, nettamente più “tranquilla”, appare ora la situa-

zione sui mercati dei cambi, dove le oscillazioni sembrano assestate entro una banda

molto ristretta. Le fluttuazioni della valuta statunitense, nei confronti delle principali mo-

nete e in particolare dell’euro e dello yen, presentano solo qualche momentaneo spunto

di indebolimento o di rafforzamento in coincidenza con le attese di notizie economiche

- 92 -

Le previsioni per l’economia italiana

sulle due sponde dell’Atlantico e con il prevalere, da una parte o dall’altra, delle aspetta-

tive di aumenti dei tassi di riferimento. Pur non escludendo la possibilità di temporanee

più marcate oscillazioni, al momento l’ISAE ritiene che la quotazione del dollaro rispetto

all’euro rimanga nel range osservato dall’inizio della scorsa estate (1,20-1,22 dollari)

fino al primo trimestre del 2006, per poi mostrare un moderato indebolimento, nella re-

stante parte del prossimo anno, quando le indicazioni congiunturali e l’azione delle auto-

rità monetarie potrebbero offrire un maggiore sostegno all’euro. In termini di risultati

medi annui tali ipotesi comporterebbero un rapporto intorno a 1,25 dollari per euro nel

2005 e a 1,20 nel 2006.

Tab. 1 PREVISIONI PER L'ECONOMIA INTERNAZIONALE - QUADRO RIASSUNTIVO

(variazioni percentuali salvo diversa indicazione)

2004 2005* 2006*

Cambio

Dollari/euro (livello) 1,24 1,25 1,20

Tassi di interesse ufficiali (1)

Area euro 2,0 2,0 2,5

Stati Uniti 2,0 4,0 4,5

Prezzi materie prime in dollari

Brent (dollari a barile) 38,2 55,9 61,0

Variazione % 33,9 46,2 9,1

Altre materie prime 16,7 5,0 -1,6

Domanda mondiale

Media importazioni-esportazioni 10,4 6,6 7,5

Area industrializzata 7,6 5,0 5,9

Economie emergenti 15,6 9,4 9,1

Prodotto Interno Lordo

Mondo 5,0 4,2 3,9

Economie industrializzate 3,1 2,4 2,3

Area euro 1,8 1,3 1,5

Stati Uniti 4,2 3,4 2,8

Giappone 2,6 2,2 1,9

Economie emergenti 7,0 6,1 5,5

Prezzi al consumo

Economie industrializzate 2,0 2,0 1,8

Area euro (2) 2,1 2,2 2,2

Stati Uniti 2,7 3,1 2,0

Giappone 0,0 -0,3 0,5

Fonte: elaborazioni su dati FMI, HWWA.

* Previsioni ISAE.

(1) Tassi annui di fine periodo.

(2) Prezzi armonizzati. - 93 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Per quanto riguarda i tassi d’interesse, negli Stati Uniti la FED dovrebbe continuare

nella sua politica di moderati incrementi (manovra iniziata nel giugno 2004) fino a tutto

il primo semestre 2006. Nelle nostre stime il tasso sui Federal Funds, attualmente al

3,75% potrebbe essere ritoccato ancora di 25 punti base entro la fine dell’anno e poi sali-

re fino al 4,50% alla metà del 2006. Anche la BCE, per mantenere sotto controllo le cre-

scenti spinte inflazionistiche, potrebbe essere indotta, nella previsione ISAE, a ritoccare

il tasso repo a partire dai primi mesi del prossimo anno, mettendo un freno all’allarga-

mento del differenziale a favore degli Stati Uniti. Le correzioni porterebbero il tasso di

riferimento europeo al 2,5% alla fine del 2006.

Dopo la perdita di velocità dell’inizio 2005, gli scambi mondiali sono tornati a

mostrare un notevole dinamismo. Nel periodo gennaio-agosto, grazie ancora alla buona

performance della domanda statunitense, di gran parte dei paesi emergenti guidati dal

continente asiatico e dalla ripresa di quella nipponica, i traffici di merci sono cresciuti a

un tasso prossimo al 6,5%. Nell’ipotesi di un solo graduale rallentamento dell’attività

produttiva globale, l’ISAE stima che l’evoluzione più favorevole degli scambi possa

confermarsi nella restante parte del 2005 e nel 2006: sulla base di questo profilo, la

crescita del commercio mondiale dovrebbe risultare poco al di sotto del 7% nell’anno in

corso e poco al di sopra dello stesso livello nel 2006, rimanendo, quindi superiore

all’incremento medio di lungo periodo (6,2% all’anno nell’ultimo ventennio).

La moderata decelerazione attesa nelle economie che fino a tutta la prima parte del

2005 hanno svolto il ruolo di locomotive del ciclo mondiale implica una analoga attenua-

zione della dinamica della congiuntura internazionale, anche se l’espansione rimarrà co-

munque relativamente elevata per tutto il periodo in esame.

I recenti uragani che si sono abbattuti sui territori affacciati sul golfo del Messico,

pur causando ingenti danni a persone e cose, non sembrano aver modificato la tendenza

di fondo dell’economia statunitense. Ne avrebbero risentito le famiglie, come si evince

dal deterioramento del clima di fiducia dei consumatori, (in forte discesa in settembre,

sulla base delle rilevazioni sia dell’Università del Michigan, sia del Conference Board),

dal rialzo delle richieste dei sussidi di disoccupazione (salite,con un ulteriore incremento

di 21mila nell’ultima settimana di settembre, fino a quota 390mila, la maggior parte do-

vute ai licenziamenti indotti dagli uragani Katrina e Rita) e dall’effettivo aumento, sem-

pre in settembre (pur se inferiore alle aspettative) del numero dei disoccupati.

Se il comportamento delle famiglie appare dunque più incerto, nella previsione

ISAE la crescita dovrebbe mantenere, nei prossimi mesi, ritmi leggermente più moderati

rispetto a quelli rilevati nel primo semestre. Gli effetti delle distruzioni degli uragani

sono previsti manifestarsi principalmente nei due trimestri a cavallo dell’anno. Nel quar-

to trimestre del 2005 ci si attende una riduzione della crescita dovuta alla chiusura di im-

pianti produttivi, di raffinazione e porti, mentre gli sforzi di ricostruzione/ripristino

- 94 -

Le previsioni per l’economia italiana

dovrebbero produrre ricadute positive nella prima parte del prossimo anno, inducendo un

consistente rimbalzo nella crescita. Nella media del 2005 l’incremento del PIL dovrebbe

quindi risultare pari al 3,4%. Nel 2006, quando agli effetti degli ulteriori aumenti dei tas-

si di interesse potrebbe aggiungersi un avvio di correzione degli squilibri di lungo perio-

do (per la prima volta sotto la presidenza Bush, si stima una riduzione del disavanzo di

bilancio di circa un punto percentuale in termini di PIL nell’anno fiscale 2004-05), si do-

vrebbe registrare un rallentamento che porterebbe, nella previsione ISAE, a una crescita

del PIL di poco inferiore al 3 per cento.

In Giappone, le ultime indicazioni consentono di prospettare una accelerazione del

profilo di crescita su base trimestrale, anche se questa tendenza non appare evidente nei

risultati espressi in termini medi annui. L’esito delle elezioni per il rinnovo della Camera

Bassa, volute dal primo ministro Koizumi in seguito alla bocciatura del progetto di priva-

tizzazione delle poste giapponesi, ha favorito un generalizzato miglioramento del clima

di fiducia sia tra le imprese che tra i consumatori. Un ulteriore elemento di stimolo per i

consumi potrebbe derivare dal mantenimento, almeno per tutto il primo semestre 2006,

di tassi d’interesse prossimi allo zero. A mitigare l’ottimismo concorre, d’altra parte, la

considerazione che il possibile rallentamento della crescita della Cina, dell’India e degli

altri paesi asiatici emergenti, indotto dai rialzi del prezzo del greggio, comporterà una

loro minore domanda e potrebbe, quindi, tradursi in una perdita di dinamismo delle

esportazioni nipponiche. Proprio sulla base di queste ipotesi l’aumento del PIL è previ-

sto, nel risultato medio annuo, intorno al 2% sia nel 2005 che nel 2006.

Nell’area dell’euro i dati più recenti indicano segni di rafforzamento del tono con-

giunturale complessivo. Il clima di opinione degli imprenditori è sensibilmente migliora-

to nei mesi estivi, soprattutto nel settore manifatturiero - più orientato all’esportazione -

dove l’indicatore di fiducia è tornato, in settembre, su livelli relativamente elevati. Il rial-

zo ha riflesso principalmente l’andamento più sostenuto del portafoglio ordini prove-

nienti dall’estero, in sintonia con l’accelerazione sperimentata dalla domanda mondiale e

il ripiegamento delle quotazioni dell’euro. Più cauti sono apparsi invece i giudizi dei

consumatori, il cui indice di fiducia, sceso in luglio ai livelli più bassi dalla fine del 2003,

è aumentato solo marginalmente in agosto e settembre, condizionato dalle preoccupazio-

ni sulle tensioni nei prezzi.

Sulla base di queste indicazioni, l’ISAE, nella stima congiunta effettuata lo scorso

13 ottobre con l’Ifo di Berlino e l’INSEE di Parigi per la nota trimestrale Euro-zone

Economic Outlook, prevede che il PIL dell’area euro cresca dello 0,4% nel terzo

trimestre e dello 0,3% nel quarto, con una variazione nella media dell’anno pari

all’1,3%. Questo ritmo positivo, ancorché contenuto, verrebbe mantenuto anche nei

primi tre mesi del 2006 e nei trimestri successivi. Al maggior sostegno delle esportazioni

si accompagnerebbe un andamento della domanda interna modesto, seppur positivo; la

- 95 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

spesa dei cittadini europei risulterebbe ancora condizionata dalle incertezze legate alle

debolezze strutturali del mercato del lavoro e all’evoluzione dell’inflazione (che

potrebbe raggiungere il 2,4-2,5% all’inizio del 2006). Nell’insieme, l’incremento del PIL

nella media del prossimo anno si situerebbe all’1,5 per cento.

La moderata decelerazione prevista per i maggiori paesi industrializzati dovrebbe

interessare anche le aree emergenti. La penalizzazione dovuta all’eccezionale aumento

del prezzo del petrolio appare, infatti, più rilevante per molti di questi paesi il cui svilup-

po è ancora caratterizzato da un uso intensivo e meno efficiente delle risorse energetiche.

Sulla base delle ipotesi ISAE, la crescita del PIL accuserebbe, nel 2005, un ridimensio-

namento, rispetto al 2004, di 7 decimi di punto percentuale nei paesi industrializzati e di

9 in quelli emergenti. Per quest’ultima area, tale risultato sintetizza un ridimensionamen-

to meno accentuato in Asia (6 decimi di punto), e ben più sostenuto in America Latina

(1,6 punti percentuali) e nei paesi dell’Europa centro-orientale (1,9 punti percentuali).

Ancora più marcata sarebbe la divergenza nel 2006. Mentre nell’ambito dei paesi indu-

strializzati il rallentamento statunitense e, sebbene molto più moderato, giapponese po-

trebbe risultare sostanzialmente neutralizzato dalla maggior crescita europea (2 decimi di

punto per l’area euro e 7 decimi se si considera l’Europa a 25), nell’ambito dei paesi

emergenti si avrebbe, invece, una ulteriore decelerazione (7 decimi), che intesserebbe in

misura analoga tutte le principali aree. Anche la stessa economia cinese, che finora sem-

bra essere passata indenne attraverso gli aumenti del prezzo del greggio, potrebbe scon-

tare una decelerazione relativamente forte (la crescita del PIL è attesa scendere dal 9,2%

nel 2005 intorno all’8% nel 2006) attribuibile in gran parte ad un ridimensionamento più

che proporzionale della crescita degli investimenti.

ECONOMIA ITALIANA: EVOLUZIONE CONGIUNTURALE

L’economia italiana ha accusato una forte flessione tra la fine del 2004 e l’inizio del

2005: nell’arco di due trimestri il PIL è sceso dello 0,9% (-0,4 nel quarto 2004 e -0,5%

nel primo 2005). Tale evoluzione è risultata in parziale controtendenza rispetto al resto

dell’area euro che ha mostrato nello stesso periodo andamenti positivi, seppure modesti.

Sulla flessione di inizio 2005 hanno influito, dal lato dell’offerta, la prosecuzione della

fase di indebolimento dell’attività industriale (il valore aggiunto dell’industria in senso

stretto è diminuito dell’1% sui precedenti tre mesi) e l’improvviso arretramento nelle co-

struzioni (-1,5%) e nei servizi (-0,2%); dal lato della domanda, il consistente calo delle

esportazioni (-4,7%, dopo un -4,5% dei tre mesi precedenti) e degli investimenti (-0,8%,

dopo due trimestri col segno meno) ha più che compensato la sostanziale tenuta dei con-

sumi delle famiglie (+0,1%). - 96 -

Le previsioni per l’economia italiana

Nel secondo trimestre, il PIL ha segnato un aumento significativo (+0,7% rispetto ai

precedenti tre mesi). Il rialzo - in controtendenza con la frenata sperimentata negli stessi

mesi dall’area euro - è stato favorito da un miglioramento dell’industria (+0,9%), pur in

un quadro erratico negli andamenti mensili, e dall’evoluzione nuovamente positiva dei

servizi (+0,7%) e, soprattutto, delle costruzioni (che hanno avuto un balzo del 2,9%). I

segnali sono stati confortanti anche per quanto riguarda la dinamica complessiva della

domanda. Le esportazioni, in parte in virtù del rientro dalla fase di eccessivo apprezza-

mento dell’euro che aveva caratterizzato la prima parte dell’anno, sono aumentate del

5,5% rispetto al primo trimestre, in misura più consistente delle importazioni (+4,8%);

ciò ha dato luogo a un contributo positivo per due decimi di punto della domanda estera

netta (esportazioni meno importazioni) alla variazione del PIL (tale contributo era stato

negativo nei due trimestri precedenti). Il secondo trimestre ha riservato una sorpresa po-

sitiva anche per quel che concerne la domanda interna. I consumi delle famiglie sono au-

mentati dello 0,6%, mentre gli investimenti, in sintonia con il recupero delle

esportazioni, hanno sperimentato una crescita dell’1,5%. Il quadro favorevole è stato

completato dal ridimensionamento del processo di accumulo delle scorte in magazzino,

che si erano invece notevolmente gonfiate (in misura presumibilmente involontaria a

fronte della carenza della domanda) a fine 2004: nel secondo trimestre le scorte hanno

“sottratto” tre decimi di punto alla variazione del PIL; l’alleggerimento dei magazzini è

un fatto da interpretare positivamente perché rende l’attività produttiva (in particolare

dell’industria) più reattiva a rialzi della domanda.

I segnali congiunturali più recenti evidenziano che il rialzo dell’attività economica

nel periodo aprile-giugno non è stato un rimbalzo transitorio. Le attese per il terzo trime-

stre scontavano, fino all’inizio del mese di settembre, un andamento dell’attività econo-

mica positivo, ma in sensibile decelerazione rispetto allo 0,7% del secondo trimestre

(con un PIL più vicino allo zero che allo 0,5%). Le informazioni delle ultime settimane

mostrano, invece, una congiuntura più tonica rispetto a quanto era anticipato. Secondo le

indicazioni diffuse dall’ISTAT in ottobre, la produzione industriale è aumentata dello

0,9% a luglio e dell’1,3% ad agosto, riportandosi su valori che non erano stati più toccati

dalla fine del 2004. Peraltro, la rettifica del profilo per i mesi precedenti operata

dall’ISTAT nel comunicato di ottobre ha condotto a fare emergere, in modo ben più netto

che nella vecchia serie, un punto di svolta inferiore collocato nel primo trimestre dell’an-

no; in altri termini, la ripresa dell’industria sembra avere già alcuni mesi “alle spalle”,

fatto che non si evidenziava prima che si effettuasse la revisione sulla base delle nuove

informazioni resesi disponibili presso l’Istituto di statistica. Un simile andamento, in

rialzo dall’inizio del 2005, viene indicato dai dati ISTAT sul valore del fatturato (+10,8%

tra gennaio e agosto) e, pur con qualche sfasatura, da quelli sul flusso degli ordinativi

(+9,6% nello stesso arco di tempo). - 97 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Evidenze più dettagliate sulla performance manifatturiera possono essere ricavate

dall’indice di diffusione che l’ISAE elabora mensilmente per misurare la percentuale di

settori (su circa 180) in espansione e in recessione. Dall’esame dell’indicatore emerge

che la quota dei settori in espansione ha in effetti superato il 50% già all’inizio del secon-

do trimestre. Ciò confermerebbe, quindi, il segnale fornito dall’indice aggregato della

produzione industriale: si può fare risalire all’inizio della primavera il superamento del

periodo di recessione per la maggioranza dei settori industriali. Nei mesi successivi, la

tendenza positiva ha sperimentato un’accelerazione per poi assestarsi, nella fase più re-

cente, sui livelli relativamente elevati raggiunti (i più alti dalla fine del 2000, quando

però l’industria appariva già in graduale ripiegamento). Peraltro, la ripresa ha riguardato

in misura ugualmente intensa sia i settori che producono prevalentemente per il mercato

interno, sia quelli orientati principalmente all’estero.

Graf. 1 - ITALIA: INDICE DI DIFFUSIONE NELL'INDUSTRIA

1

0 ,9

0 ,8

0 ,7

0 ,6

0 ,5

0 ,4

0 ,3

0 ,2

0 ,1

0 2001 2002 2003 2004 2005

in te r n o e s te r o to ta le

Fonte: elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

Per quanto riguarda la prospettiva di breve periodo, l’eccezionale effervescenza

dell’attività manifatturiera registrata nel corso dei mesi estivi potrebbe subire, nelle stime

dell’ISAE, una moderazione nella parte finale dell’anno, anche in conseguenza di qual-

che ripercussione derivante dalle elevate quotazioni del greggio. Ciò, però, non dovrebbe

comportare una sostanziale interruzione della tendenza positiva avviata nel secondo tri-

mestre. Sulla base di tali valutazioni, in settembre la produzione industriale sperimente-

rebbe ancora un leggero aumento (di 0,2%) che consentirebbe di chiudere il terzo

trimestre in rialzo di circa l’1,5% rispetto ai tre mesi precedenti (quando l’accelerazione

- 98 -

Le previsioni per l’economia italiana

era stata dell’1,3%); una parziale frenata si determinerebbe nei mesi autunnali, quantifi-

cata, nelle ultime stime, in una leggera riduzione dei livelli produttivi in ottobre (-0,3%)

e in una sostanziale stabilità nel mese di novembre.

I risultati favorevoli sul fronte indu- Graf. 2 - ITALIA: INDICE DELLA

striale appaiono in linea con la batteria de- PRODUZIONE INDUSTRIALE

gli indicatori congiunturali normalmente (2000=100) (1)

monitorata per studiare gli andamenti di

breve periodo dell’economia e che ha for- 104

nito segnalazioni quasi univocamente po- 102

sitive nell’ultimo periodo. Le

immatricolazioni di autoveicoli hanno ri- 100

preso a crescere in modo stabile dall’inizio 98

dell’estate (rispetto a un anno prima:

+19,2% a giugno, +2,3% a luglio, +13,4% 96

ad agosto, +3,5% a settembre), con un re- 94

cupero di quote delle marche italiane sul

totale delle auto vendute. La fiducia delle 92 2002 2003 2004 2005

imprese industriali, rilevata dalle inchieste dati destagionalizzati ciclo-trend

dell’ISAE, è aumentata a settembre per il

quarto mese consecutivo, recuperando la Fonte: ISTAT ed elaborazioni ISAE su dati ISTAT.

(1) L'area ombreggiata rappresenta il periodo di previsione.

flessione che aveva interessato la prima

metà dell’anno. In particolare, è risultato in significativo rialzo il portafoglio degli ordini

provenienti tanto dall’interno quanto dall’estero, mentre si sono segnalati ancora ridi-

Graf. 3 - CLIMA DI FIDUCIA DELLE IMPRESE

(inchieste ISAE; dati destagionalizzati, 2000=100)

110

105

100

95

90

85

80

75 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

- 99 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

mensionamenti nel magazzino prodotti (fatto da interpretare favorevolmente per le pre-

cedenti considerazioni). Dal punto di vista settoriale, il rialzo di fiducia più consistente lo

si è riscontrato nelle imprese che producono beni di investimento e in quelle dei beni in-

termedi, in linea con i riscontri manifestatisi sul fronte della produzione. Nel mese di ot-

tobre, il clima di opinione degli imprenditori ha registrato una certa stabilizzazione, a

fronte di un leggero aumento delle aspettative di produzione, di una sostanziale staziona-

rietà delle scorte e di una lieve diminuzione degli ordini.

Graf. 4 - CLIMA DI FIDUCIA DEI CONSUMATORI

(inchieste ISAE; dati destagionalizzati, 2000=100)

135

130

125

120

115

110

105 serie grezza

serie destagio nalizzata

100 serie dest. e dep.dai fatto ri erratici

95 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005

Miglioramenti sono stati osservati in settembre e ottobre anche nella fiducia dei

consumatori riportatasi, nell’ultimo mese, sui valori di un anno prima; il livello rimane

comunque storicamente basso, risentendo di incertezze che riguardano non tanto la situa-

zione personale degli intervistati (che, nelle risposte degli intervistati, ha evidenziato ne-

gli ultimi mesi una sostanziale tenuta), quanto la percezione sull’andamento generale

dell’economia; quest’ultima, peraltro, ha mostrato un sensibile incremento nella rileva-

zione di ottobre.

L’evoluzione dell’attività industriale e le componenti del clima di opinione degli

operatori confluiscono, unitamente a vari altri indicatori, nell’indice sintetico anticipato-

re, elaborato dall’ISAE, che stima l’evoluzione dell’attività economica complessiva con

alcuni mesi di anticipo. Tale indicatore, dopo l’indebolimento sperimentato alla fine del-

lo scorso anno e nei primi mesi del 2005, ha ripreso a puntare verso l’alto nella scorsa

primavera e, in misura più decisa, dall’inizio dell’estate. Una dinamica che suggerisce il

- 100 -

Le previsioni per l’economia italiana

permanere dell’attività economica su un sentiero di crescita nel corso della seconda metà

dell’anno e in avvio del 2006.

Tenuto conto dell’insieme di Graf. 5 - ITALIA: INDICATORE ANTICIPATORE ISAE

questi segnali, si stima che anche nel (1995=100)

terzo trimestre la dinamica del PIL sia 2,0 122

rimasta sostenuta, risultando sospinta 120

da un andamento ancora favorevole 1,5

della domanda estera e in presenza di 118

una tenuta di quella interna; la 1,0 116

valutazione dell’ISAE della 114

0,5

variazione del prodotto interno lordo 112

nel terzo trimestre si situa intorno allo 0,0

0,7%, non molto difforme, quindi, 110

dall’incremento conseguito nel -0,5 108

secondo trimestre. L’evoluzione 2002 2003 2004 2005

variazioni percentuali sul mese precedente

potrebbe essersi poi attenuata, pur indicatore anticipatore (scala destra)

rimanendo positiva, negli ultimi tre Fonte: elaborazioni ISAE.

mesi dell’anno.

PREVISIONI PER L’ECONOMIA ITALIANA NEL 2005 E 2006

Nel complesso, le indicazioni congiunturali sopra descritte portano a fare ritenere

che la variazione del PIL nella media del 2005 risulterà marginalmente positiva: nelle

stime dell’ISAE l’incremento annuo si attesta allo 0,2% nella valutazione che non cor-

regge per il diverso numero di giorni di lavoro rispetto al 2004 (quattro in meno), allo

0,3% tenendo conto del differente calendario. Tale risultato medio è fortemente condi-

zionato dalle cadute produttive della fine del 2004 e dell’inizio del 2005 ed è conseguito,

come già ricordato, grazie al significativo recupero produttivo sperimentato a partire dal

secondo trimestre. In virtù di un simile profilo congiunturale, il 2005 chiuderebbe con un

incremento tendenziale (variazione del quarto trimestre di quest’anno rispetto allo stesso

periodo dell’anno precedente) dell’1,2% e comporterebbe un trascinamento sul 2006 -

vale a dire una crescita acquisita che si realizzerebbe se l’attività economica rimanesse

ferma per tutto il prossimo anno sui livelli della fine del 2005 - nell’ordine di sei decimi

di punto.

Per quanto riguarda il 2006, le prospettive economiche risentono, oltre che dell’ac-

quisito congiunturale ereditato dall’anno precedente, di un’evoluzione del quadro inter-

nazionale ancora sostanzialmente positiva, pur se in moderata decelerazione, e

- 101 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

dell’azione del Governo volta alla correzione delle tendenze della finanza pubblica e al

sostegno dell’economia.

Tab. 2 PREVISIONE PER L'ECONOMIA ITALIANA: QUADRO RIASSUNTIVO

( variazioni percentuali salvo diversa indicazione ) 2004 2005* 2006*

Quadro interno

Prodotto interno lordo 1,2 0,2 1,3

PIL corretto per le giornate lavorative 1,0 0,3 1,4

Importazione di beni e servizi 2,5 1,8 3,2

Esportazioni di beni e servizi 3,2 0,2 2,9

Spesa per consumi delle famiglie residenti 1,0 1,0 1,3

Spesa per consumi della AA.PP. e delle ISP 0,7 1,1 0,3

Investimenti fissi lordi 2,1 -0,8 2,1

Contributo alla crescita del PIL

- della domanda interna al netto della var. scorte 1,1 0,6 1,3

- variazioni delle scorte ed oggetti di valore -0,1 0,0 0,1

- esportazioni nette 0,2 -0,4 -0,1

Saldo conto corrente e conto capitale (in % del Pil) -0,7 -1,3 -1,5

Prezzi al consumo 2,2 2,0 2,2

Prezzi alla produzione 2,7 4,0 2,6

Propensione al consumo (livello percentuale) 86,4 85,8 85,5

Retribuzione pro capite nell'economia 3,0 3,0 3,2

Occupazione totale (1) 0,8 0,4 0,6

Tasso di disoccupazione 8,0 7,8 7,6

Indebitamento netto delle AA.PP. (in % del PIL) -3,2 -4,3 -3,9

Avanzo primario delle AA.PP. (in % del PIL) 1,8 0,7 1,0

Pressione fiscale delle AA.PP. 41,7 41,1 40,9

Debito delle AA.PP. (in % del PIL) 106,5 108,6 108,1

Tasso sui Bot a 12 mesi (2) 2,2 2,3 3,2

Fonte: ISTAT, Banca d'Italia.

* Previsioni ISAE.

(1) In unità di lavoro standard.

(2) Tassi annui di fine periodo. Per i Bot tasso composto lordo. - 102 -

Le previsioni per l’economia italiana

Nell’insieme, il PIL italiano dovrebbe GRAF. 6 - PRODOTTO INTERNO LORDO

aumentare, nelle valutazioni dell’ISAE, (milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e non

dell’1,3%; dell’1,4% correggendo per il corretti per diverso numero di giornate lavorative)

numero di giornate lavorative (due in 275.000

meno rispetto al 2005), con un conseguen-

te contenimento della distanza dalla dina- 271.000

mica del PIL della zona euro (atteso, come 1,3

267.000

sopra indicato, aumentare dell’1,5%). 1,2 0,2

Il modesto risultato di crescita del 263.000 0,3

0,4

2005 risentirebbe del freno derivante dal 1,8

259.000

contributo negativo della domanda estera 3,0

netta (esportazioni meno importazioni), 255.000

pari a 4 decimi di punto, cui si contrappor-

rebbe un apporto favorevole della doman- 251.000 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

da interna, nell’ordine di 7 decimi di

punto. Quest’ultimo rifletterebbe esclusi- Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

vamente lo stimolo dei consumi nazionali,

mentre gli investimenti contribuirebbero negativamente. Nel 2006, l’accelerazione del

PIL beneficerebbe di un rafforzamento della domanda nazionale (che apporterebbe 1,4

punti percentuali alla crescita economica), con un irrobustimento dei consumi e il recu-

pero degli investimenti. Anche il contributo delle esportazioni nette risulterebbe in mi-

glioramento, pur se ancora marginalmente negativo.

Tab. 3 CONTRIBUTI ALLA CRESCITA DEL PIL IN TERMINI REALI

(punti percentuali) 2004 2005* 2006*

Prodotto interno lordo (variazioni %) 1,2 0,2 1,3

Saldo estero merci e servizi 0,2 -0,4 -0,1

Domanda interna 1,0 0,7 1,4

Investimenti fissi lordi 0,4 -0,2 0,4

- costruzioni 0,3 0,1 0,2

Spesa per consumi nazionali 0,7 0,8 0,9

- delle famiglie residenti 0,6 0,6 0,8

Variazioni delle scorte ed oggetti di valore -0,1 0,0 0,1

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

La spesa per consumi delle famiglie, dopo la frenata dell’inizio dell’anno e il recu-

pero del secondo trimestre, dovrebbe proseguire ad evolvere su ritmi moderatamente po-

sitivi nella seconda metà del 2005, riflettendo l’andamento favorevole dei redditi

personali e il parziale miglioramento registrato nella parte finale dell’anno dal clima di

- 103 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

fiducia. Il reddito disponibile risentirebbe della dinamica delle retribuzioni pro capite,

del mantenimento di un profilo positivo, seppure in decelerazione, dell’occupazione e

del ripiegamento, in media d’anno, dell’inflazione (particolarmente accentuato nella

componente dei beni non energetici). In questo quadro, i consumi privati crescerebbero

dell’1%, un ritmo analogo a quello che aveva caratterizzato l’anno precedente.

Tab. 4 REDDITO DISPONIBILE DELLE FAMIGLIE (a)

(variazioni percentuali) 2004 2005* 2006*

ENTRATE

Redditi nazionali da lavoro 3,6 3,8 3,3

Altri redditi 3,8 3,5 3,2

Prestazioni sociali e altri trasferimenti netti 4,2 3,8 4,8

USCITE

Imposte correnti sul reddito e sul patrimonio 3,6 2,2 2,7

Contributi sociali netti 3,7 3,5 2,4

Reddito lordo disponibile 4,1 3,9 3,8

Spesa per consumi delle famiglie residenti 3,2 3,0 3,6

Propensione media al consumo 86,4 85,8 85,5

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(a) Famiglie consumatrici.

Nel 2006, permarrebbero i fattori di stimolo alla capacità di spesa delle famiglie; in

particolare, la dinamica retributiva e una leggera accelerazione dell’occupazione conti-

Graf. 7 - SPESA DELLE FAMIGLIE Graf. 8 - REDDITI E CONSUMI DELLE FAMIGLIE

(milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti (variazioni percentuali in termini nominali)

per diverso numero di giornare lavorative) 6

166.000 5

1,3

163.000 4

1,0

160.000 3

1,0

1,4 2

157.000 0,4

0,8 1

2,7

154.000 0 2003 2004 2005* 2006*

151.000 Reddito lordo dis ponibile

2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006* Cons umi s pes a f amiglie res identi

Fonte: ISTAT. Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE. * Previsioni ISAE.

- 104 -

Le previsioni per l’economia italiana

nuerebbero a sospingere i redditi pro capite, a fronte di un lieve rialzo, nella media

dell’anno, della dinamica inflazionistica.

La spesa delle famiglie residenti si in- Graf. 9 - INVESTIMENTI FISSI LORDI

crementerebbe dell’1,3%, con una atte- (milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti

per diverso numero di giornare lavorative)

nuazione della crescita della propensione 59.000

al risparmio che ha caratterizzato gli ulti- TOTA LE

mi anni. 57.500

Per quel che concerne gli investimen- 56.000

ti, il rimbalzo registrato nel secondo trime- 2,1

stre del 2005 ha consentito di invertire 2,1

1,2

54.500

l’evoluzione negativa che aveva interessa- -0,8

1,9 -1,8

to la seconda metà del 2004 e l’inizio di 6,9

53.000

quest’anno. Le indicazioni congiunturali

disponibili (ordini interni, attività produt- 51.500 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

tiva delle industrie di beni strumentali, in-

dice delle costruzioni) mostrano la 35.000

prosecuzione, nel secondo semestre, della M A CCHINE , A TTREZZA TURE,

M EZZI DI TRA SPORTO E B ENI IM M A TERIA LI

34.000

tendenza al recupero; a causa dei cali pre-

gressi, però, la ripresa in corso d’anno non 33.000

eviterebbe una variazione negativa a con- 1,1 -0,2

32.000

suntivo del 2005. 7,7 1,3

Il rafforzamento del processo di 31.000 -4,2

accumulazione nella componente dei 2,2

-2,7

30.000

macchinari e mezzi di trasporto si

avvantaggerebbe essenzialmente del 29.000 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

miglioramento del tono congiunturale

interno, del più positivo andamento delle 26.500

esportazioni e, in generale, del clima di C OSTRUZION I

opinione più favorevole tra le imprese 25.500

industriali. Nella media dell’anno si 1,9

24.500 1,5

avrebbe una flessione (-2,7%) che 3,1

sottenderebbe, però, un sostanziale 23.500 1,7

miglioramento nel secondo semestre. Nel 3,2

22.500

2006, anche grazie al trascinamento 3,0

5,9

positivo derivante dal profilo in 21.500

accelerazione che caratterizza l’anno 20.500

corrente, questa componente di spesa 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006*

mostrerebbe un irrobustimento, con un Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

tasso di incremento del 2,2 per cento. - 105 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Per le costruzioni, dopo il sensibile arretramento sperimentato tra la fine del 2004 e

l’inizio del 2005, il cospicuo rialzo del secondo trimestre ha usufruito di una accelerazio-

ne che ha riguardato tanto l’edilizia abitativa, quanto quella non residenziale.

Dopo questo aumento, le stime dell’ISAE scontano, per il secondo semestre, un cer-

to assestamento della dinamica che rimarrebbe comunque positiva. Nella media del

2005, la crescita sarebbe dell’1,5%; nel 2006, la spesa per costruzioni, avvantaggiandosi

ancora, per la parte residenziale degli incentivi fiscali alle ristrutturazioni, potrebbe salire

dell’1,9 per cento.

Nell’insieme, a sintesi di queste evoluzioni, gli investimenti complessivi (compren-

denti macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto, beni immateriali e costruzioni) dimi-

nuirebbero dello 0,8% nel 2005, per poi aumentare del 2,1% nella media del prossimo

anno. Le esportazioni di beni e servizi

Graf. 10 - ESPORTAZIONI E MERCATI hanno interrotto nel secondo trimestre,

DI SBOCCO DELL'ITALIA con un notevole balzo, la fase di flessione

(variazioni percentuali)

10 che aveva contrassegnato i sei mesi prece-

denti. L’accelerazione della domanda

8 internazionale dopo un periodo di pausa e

il ridimensionamento della fase di apprez-

6 zamento del tasso di cambio hanno stimo-

4 lato un recupero di vitalità delle nostre

vendite all’estero. Pur scontando un

2 andamento ancora relativamente favore-

0 vole nella seconda metà dell’anno, il risul-

tato medio del 2005 potrebbe, però, essere

-2 solo molto modesto (+0,2%). Sull’abbri-

vio del miglioramento che caratterizza

-4 2003 2004 2005* 2006* l’anno corrente e ipotizzando un’evoluzio-

Es portaz ioni in v olume Merc ato di es portaz ione ne dell’euro, nel 2006, che, pur tra fluttua-

Fonte: ISTAT. zioni, non si discosta dai valori delle

* Previsioni ISAE. ultime settimane, la ripresa dell’export

diverrebbe maggiormente visibile il prossimo anno, quando l’incremento potrebbe

attestarsi al 2,9%. Tenuto conto della crescita attesa per il commercio mondiale (+7,5%

in aggregato; +7% circa considerando la dinamica dei mercati di sbocco del nostro

paese), tale andamento non consentirebbe di evitare una nuova flessione della quota di

mercato italiana, misurata a prezzi costanti, nel commercio globale; la diminuzione risul-

terebbe comunque di entità più contenuta rispetto a quella sperimentata mediamente nel

corso della prima metà di questo decennio.

- 106 -

Le previsioni per l’economia italiana

Dal lato delle importazioni di beni e servizi, l’accelerazione dell’attività economica

favorirebbe un maggior ricorso agli acquisti dall’estero, che crescerebbero dell’1,8%

quest’anno e del 3,2% nel 2006.

Graf. 11 - ESPORTAZIONI DI BENI E SERVIZI Graf. 12 - IMPORTAZIONI DI BENI E SERVIZI

(milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti (milioni di euro, base 1995, dati destagionalizzati e corretti

per diverso numero di giornare lavorative) per diverso numero di giornare lavorative)

85.000 84.000

82.000 81.000 3,2

3,2

1,6

79.000 78.000

2,9 1,8

2,5

0,2

9,7

76.000 75.000

-3,2 0,5

-1,9 1,3

-0,5

7,1

73.000 72.000

70.000 69.000

2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006* 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006**

Fonte: ISTAT. Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE. * Previsioni ISAE.

Nel mercato del lavoro, l’indebolimento dell’attività economica, riscontrato tra la

fine del 2004 e l’inizio del 2005, ha finito col ripercuotersi sulle dinamiche occupaziona-

li del primo semestre dell’anno, anche se l’aumento della popolazione residente di origi-

ne straniera, conseguente ai fenomeni di regolarizzazione, ha contribuito a “nascondere”

Tab. 5 UNITA' DI LAVORO

(variazioni percentuali)

IN COMPLESSO DIPENDENTI

2004 2005* 2006* 2004 2005* 2006*

Agricoltura 0,4 -1,1 0,1 2,6 0,0 -2,2

Industria 0,6 -0,1 0,6 0,1 0,4 0,4

- in senso stretto -0,4 -1,2 0,0 -0,7 -0,8 -0,3

- costruzioni 3,4 2,8 2,1 3,4 5,6 3,0

Servizi 0,9 0,8 0,7 0,6 1,2 1,0

- Privati (1) 1,3 1,3 1,2 1,1 1,9 1,9

- Pubblici (2) 0,4 -0,1 0,0 0,0 0,4 -0,1

TOTALE 0,8 0,4 0,6 0,5 0,9 0,7

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Comprendono commercio, alberghi, trasporti, intermediazione creditizia, servizi vari ad imprese e famiglie.

(2) Comprendono Amministrazioni Pubbliche, istruzione, sanità e altri servizi pubblici, servizi domestici presso le famiglie.

- 107 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

(in particolare nelle costruzioni e nei servizi) il rallentamento nei dati della Rilevazione

delle forze di lavoro. In termini di unità standard - misura dell’input di lavoro che do-

vrebbe essere maggiormente al riparo dalle distorsioni prodotte dagli episodi di emersio-

ne - l’occupazione è rimasta nei primi sei mesi praticamente stagnante rispetto al

semestre precedente (contro un aumento dello 0,7% in termini di “teste”) e in rialzo dello

0,5% nei confronti dello stesso periodo dell’anno precedente (+1,1% sulla base delle for-

ze di lavoro).

Nella previsione ISAE, si stima che l’evoluzione delle unità standard di lavoro sia

marginalmente positiva negli ultimi due trimestri dell’anno, dando luogo a un incremen-

to nella media del 2005 dello 0,4%. La dinamica occupazionale potrebbe tornare gra-

dualmente a rafforzarsi nel 2006, in sintonia con il miglioramento dell’attività

economica, fino a registrare un incremento medio annuo dello 0,6%. Tenuto conto della

variazione attesa per il PIL, l’elasticità delle ULA al prodotto lordo si attesterebbe a circa

0,5, un valore quindi inferiore a quelli anormalmente elevati sperimentati negli ultimi an-

ni, ma pur sempre superiore agli standard storici che hanno caratterizzato l’Italia.

L’abbassamento dell’elasticità degli

occupati alla variazione dell’attività eco-

Graf. 13 - OCCUPAZIONE TOTALE

(unità di lavoro dati destagionalizzati)

standard nomica, rispetto all’esperienza della prima

25.180 metà degli anni duemila, si traduce in

un’accelerazione ciclica della produttività

0,6 del lavoro.

24.780 0,4 In questo quadro, il tasso di disoccupa-

0,8 zione, risentendo nell’anno in corso anche

0,4

24.380 1,3 di fenomeni di scoraggiamento dal lato

dell’offerta in alcune zone del paese e per

23.980 1,7 alcune categorie di persone, si attesterebbe

al 7,8% nella media di quest’anno (8% nel

1,7

23.580 2004); nel 2006, la percentuale dei disoc-

cupati potrebbe calare ancora leggermen-

te, situandosi al 7,6 per cento.

23.180 2000 2001 2002 2003 2004 2005* 2006* Per quel che concerne le dinamiche re-

Fonte: ISTAT. tributive, le stime per il 2005-06 si fonda-

* Previsioni ISAE. no sugli andamenti noti per l’anno in

corso, sulle erogazioni previste negli accordi in essere e sui rinnovi contrattuali che si

stanno effettuando e che riguardano il periodo di previsione. Nella previsione, le retribu-

zioni pro capite aumentano nell’intera economia del 3% quest’anno e del 3,2% nel 2006.

Il costo del lavoro per unità di prodotto, tenuto conto dell’attesa accelerazione della pro-

duttività degli occupati e della riduzione degli oneri sociali a carico delle imprese decisa

- 108 -

Le previsioni per l’economia italiana

nell’ambito della manovra di finanza pubblica per il 2006, si incrementerebbe il prossi-

mo anno dell’1,9%, dopo avere registrato un aumento del 3% nel corso del 2005.

Tab. 6 RETRIBUZIONE E COSTO DEL LAVORO PRO CAPITE

(variazioni percentuali)

Retribuzione Costo del lavoro

2004 2005* 2006* 2004 2005* 2006*

Agricoltura 0,8 5,7 2,4 0,8 6,1 2,2

Industria 3,1 2,3 2,8 3,2 2,5 2,1

-in senso stretto 3,2 2,9 3,1 3,3 2,9 2,5

Servizi 3,0 3,1 3,3 2,8 2,9 2,7

-Privati(1) 2,3 3,6 2,9 2,4 3,3 2,2

-Pubblici(2) 3,8 2,6 3,8 3,2 2,4 3,3

TOTALE 3,0 3,0 3,2 2,9 2,8 2,6

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Comprendono commercio, alberghi, trasporti, intermediazione creditizia, servizi vari a imprese e famiglie.

(2) Comprendono Amministrazioni Pubbliche, istruzione, sanità, altri servizi pubblici, servizi domestici presso le famiglie.

Quanto all’inflazione, nei mesi estivi la dinamica dei prezzi al consumo ha segnato

una accelerazione molto contenuta, nonostante gli stimoli provenienti dai sostenuti rinca-

ri del petrolio. L’impatto degli aumenti dei costi per gli input energetici è stato fin qui

particolarmente evidente per i listini industriali, ma il trasferimento agli stadi successivi

di formazione dei prezzi è risultato lento e incompleto. A livello di distribuzione finale,

in particolare, le spinte al rialzo sono rimaste circoscritte alle voci più strettamente con-

dizionate dagli aumenti dei costi energetici (carburanti, trasporti, abitazione), mentre la

debolezza che ancora caratterizza importanti componenti del consumo e, per taluni beni,

l’intensificarsi della concorrenza da parte delle importazioni a basso costo hanno atte-

nuato le tensioni sull’intero sistema dei prezzi interni.

Tab. 7 PREZZI INTERNI

(variazioni percentuali)

2004 2005* 2006*

Indice generale prezzi al consumo 2,2 2,0 2,2

alimentari 3,0 1,0 2,0

energetici 2,4 9,0 5,3

non alimentari e non energetici 2,0 1,7 2,0

- beni 0,7 0,4 1,1

- servizi 3,1 2,7 2,6

p.m.

Indice armonizzato prezzi al consumo 2,3 2,1 2,3

Indice generale prezzi alla produzione 2,7 4,0 2,6

alimentari 1,4 -0,1 1,7

energetici 2,6 14,5 5,8

non alimentari e non energetici 3,1 2,3 1,9

Fonte: elaborazione ISAE su dati ISTAT.

* Previsioni ISAE. - 109 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Il tasso di crescita tendenziale dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’inte-

ra collettività, sostanzialmente stabile all’1,9% nel primo semestre, ha messo in evidenza

in luglio una risalita al 2,1% e si è attestato al 2% nei due mesi successivi. Secondo le

elaborazioni effettuate dall’ISAE, l’evoluzione congiunturale al netto dei fattori stagio-

nali mostra, peraltro, un profilo dell’inflazione in più forte ripresa: la variazione calcola-

ta tra luglio e settembre, ed espressa in ragione d’anno, è salita al 2,4% dal 2,2%

precedente. Nei mesi autunnali è probabile che si verifichi un nuovo aumento del ritmo

di crescita dei prezzi, anche per il manifestarsi con maggiore intensità degli effetti dei

rincari petroliferi sull’adeguamento trimestrale delle tariffe energetiche. L’evoluzione

sostanzialmente moderata delle altre principali componenti dell’inflazione consente, pe-

raltro, di confermare per il 2005 una crescita media dei prezzi al consumo al 2%, con una

riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto al 2004. L’aumento dell’indice armonizzato a

livello europeo risulterebbe appena superiore, attestandosi al 2,1% e comportando un di-

vario inflazionistico con l’area euro a nostro favore per un decimo di punto (a nostro sfa-

vore per 0,2 punti percentuali nel 2004). Riguardo all’evoluzione dei prezzi nel

2006, le previsioni dell’ISAE indicavano

Graf. 14 - PREZZI AL CONSUMO

(indice nazionale intera collettività, variazioni percentuali) nel quadro previsivo di luglio un tasso di

inflazione medio pari al 2,1%. Gli sviluppi

3,0 recenti sui mercati petroliferi, e la prospet-

2,7

2,8 tiva per i primi mesi del prossimo anno di

prezzi leggermente superiori a quelli medi

2,6 della seconda parte del 2005, lasciano in-

2,2

2,4 travedere la possibilità di una dinamica in-

2,2 flazionistica appena più sostenuta. La

2,2 revisione al rialzo dipenderebbe peraltro

2,0

2,0 esclusivamente dalle maggiori spinte pro-

venienti dal costo delle materie prime e

1,8 del petrolio in particolare, solo in parte

1,6 compensate, sul piano delle componenti

2003 2004 2005* 2006* endogene, dal netto rallentamento della di-

Fonte: ISTAT. namica del costo del lavoro favorito anche

* Previsioni ISAE. dal recupero ciclico della produttività. Le

quotazioni in euro del petrolio, sebbene previste in discesa dal secondo trimestre dell’an-

no, in media dovrebbero, infatti, risultare di quasi il 15% più elevate rispetto al 2005, con

ricadute sull’inflazione in termini sia di effetti immediati, sia di effetti indiretti e ritardati

sui prezzi dei beni non energetici e sulle tariffe energetiche.

- 110 -

Le previsioni per l’economia italiana

Le attuali previsioni dell’ISAE scontano nel corso del 2006 un lento rientro del tas-

so tendenziale di inflazione che, dopo un rimbalzo a inizio anno, dovrebbe riportarsi in-

torno al 2% nel terzo trimestre; l’incremento medio annuo sarebbe pari al 2,2%, di poco

superiore a quello stimato per il 2005. In termini di indice armonizzato a livello europeo,

la crescita dei prezzi al consumo dovrebbe attestarsi al 2,3%, con una leggera riapertura

del divario a nostro sfavore (uno decimo di punto) rispetto all’inflazione media dell’area

dell’euro.

Tab. 8 RISORSE E IMPIEGHI

(variazioni percentuali)

2004 2005* 2006*

Q P V Q P V Q P V

Prodotto interno lordo 1,2 2,6 3,9 0,2 2,3 2,6 1,3 2,1 3,5

Importazioni di beni e servizi 2,5 3,6 6,3 1,8 5,6 7,5 3,2 3,1 6,4

Esportazioni di beni e servizi 3,2 3,8 7,1 0,2 4,9 5,2 2,9 2,5 5,5

Domanda interna 1,0 2,6 3,6 0,7 2,5 3,2 1,4 2,3 3,7

Spesa per consumi delle famiglie residenti 1,0 2,2 3,2 1,0 2,0 3,0 1,3 2,2 3,6

Spesa per consumi della AA.PP. e delle ISP 0,7 2,1 2,8 1,1 2,4 3,5 0,3 2,0 2,3

Investimenti fissi lordi 2,1 3,2 5,3 -0,8 3,8 3,0 2,1 2,8 5,0

- costruzioni 3,1 4,4 7,7 1,5 5,2 6,8 1,9 3,6 5,6

- macchinari, attrezzature, mezzi di trasporto e beni immateriali 1,3 2,1 3,4 -2,7 2,4 -0,3 2,2 2,1 4,4

Variazioni delle scorte ed oggetti di valore (1) -0,1 0,0 0,1

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Contributo alla variazione del PIL.

Tab. 9 FORMAZIONE DEL PRODOTTO INTERNO LORDO IN TERMINI REALI

(variazioni percentuali) 2004 2005* 2006*

Agricoltura 10,8 -1,5 3,0

Industria 0,8 -1,0 1,5

- in senso stretto 0,3 -1,4 1,4

Servizi 1,2 0,8 1,2

- Privati (1) 0,6 0,8 1,4

- Pubblici (2) 2,7 0,7 0,8

Prodotto interno lordo 1,2 0,2 1,3

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE. - 111 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

RISCHI PER LO SCENARIO DI PREVISIONE

Elementi di rischio per lo scenario di previsione al 2006 riguardano principalmente

il prezzo del petrolio e, conseguentemente, la tenuta della congiuntura internazionale. Gli

incrementi petroliferi hanno avuto, finora, impatti contenuti sulle economie industriali.

Ciò è stato dovuto alla minore dipendenza dal greggio di questi paesi rispetto agli anni

settanta e ottanta e ad alcuni effetti benefici indotti dalla globalizzazione, assenti in occa-

sione degli shock degli anni settanta.

Tra quest’ultimi rientra, evidentemente, l’offerta, ben più ampia che trenta anni fa,

di prodotti a basso costo da parte delle economie emergenti che compensano gli impulsi

inflazionistici derivanti dal petrolio. Ma alla cosiddetta globalizzazione è da ricondurre

anche la maggiore integrazione nei traffici internazionali dei paesi produttori di greggio

che riversano, in misura più forte che trenta anni fa, i maggiori guadagni nell’acquisto di

manufatti dell’area industrializzata (con conseguente sostegno della domanda mondiale).

La capacità di assorbimento delle economie petrolifere è in effetti sostanzialmente supe-

riore agli anni settanta, grazie sia a un miglioramento delle infrastrutture fisiche necessa-

rie per il transito delle maggiori importazioni (porti e aeroporti dell’area petrolifera) sia a

possibilità di spesa effettivamente più elevate per quanto riguarda particolari categorie di

beni (di investimento per il settore estrattivo e di lusso per il consumo). In questa pro-

spettiva i paesi europei, che destinano una quota delle loro esportazioni verso l’area

OPEC più che doppia rispetto a quanto si osserva per gli Stati Uniti, sembrano collocarsi

potenzialmente meglio dell’economia americana.

Accanto a ciò si deve tenere conto che la dipendenza dal petrolio dei paesi indu-

striali si è ridotta negli ultimi decenni, proprio in risposta degli shock passati. Secondo

1

, tra il 1980 e il 2000 il

nostre stime effettuate con l’ausilio delle tavole intersettoriali

fabbisogno diretto e indiretto di greggio importato che viene attivato da ogni euro speso

da operatori interni o stranieri per l’acquisto dell’output nazionale si è ridotto del 70% in

Italia, del 60% in Germania e del 9% in Francia. La variabilità di queste percentuali ri-

flette livelli di partenza (nel 1980) differenziati tra i vari paesi (molto elevati in Italia,

notevolmente più bassi in Francia), sicché nel punto di arrivo, l’anno 2000, il nostro

paese continua a caratterizzarsi per un fabbisogno petrolifero più elevato che nei due

maggiori partner europei. Il minore uso relativo di greggio ha comportato il sostanziale

ridimensionamento dell’impatto complessivo (diretto e indiretto) sui pezzi finali causato

dagli aumenti della materia prima: sempre sulla base di stime che utilizzano matrici in-

put-ouput delle tre nazioni prese in considerazione, tale impatto si è ridotto, tra il 1980 e

il 2000, di tre volte in Italia, di sei volte in Francia e di 8 volte in Germania.

1 Cfr. ISAE, Nota mensile, settembre 2005. - 112 -

Le previsioni per l’economia italiana

Pur tenendo conto di queste considerazioni, è, tuttavia, evidente che se il prezzo del

petrolio dovesse subire ulteriori tensioni di carattere non transitorio, non si potrebbero

evitare ripercussioni (per quanto più contenute di quelle sperimentate negli anni settanta)

sulle prospettive di crescita dei paesi industrializzati.

ANDAMENTO DEI CONTI PUBBLICI NEL BIENNIO 2005-2006

Nell’anno in corso l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche dovrebbe

attestarsi al 4,3% del PIL, come previsto negli ultimi documenti ufficiali. Il peggiora-

mento rispetto ai risultati del 2004 è ascrivibile a vari elementi: da una parte, il forte ral-

lentamento congiunturale e, dall’altra, la non piena realizzazione degli effetti correttivi,

oltre che la minore presenza di interventi di carattere una tantum. Nel 2006, la ripresa

della crescita e una piena efficacia della manovra recentemente approdata in Parlamento

potrebbero consentire un miglioramento del deficit, che potrebbe collocarsi al 3,9% del

prodotto, anche in relazione a operazioni di manutenzione della base imponibile, laddove

confermate dalla prosecuzione del processo di decisione finanziaria. In particolare, un

eventuale rafforzamento della manovra in discussione in Parlamento potrebbe consentire

di raggiungere l’obiettivo del 3,8% per il rapporto disavanzo/PIL, indicato alla Commis-

sione Europea.

Per il 2005, le stime dell’ISAE incorporano gli effetti delle misure recentemente

adottate tramite il decreto legge n. 211; inoltre, esse scontano entrate per 2,5 miliardi de-

rivanti dal condono edilizio e introiti dovuti ad operazioni sul patrimonio pubblico infe-

riori sia a quelli ottenuti nello scorso anno sia, soprattutto, rispetto a quelli inizialmente

previsti dal Governo.

Le previsioni per il 2006 tengono conto, come accennato, dei provvedimenti di cor-

rezione disposti tramite il disegno di legge Finanziaria appena disposto, nonché di una

ipotesi di realizzazione di dismissioni immobiliari pari a quattro miliardi di euro, a par-

ziale recupero di quanto non realizzato nel 2005.

L’eventualità di una efficacia della manovra inferiore alle attese - qualora non si riu-

scisse a contenere la spesa per gli ingenti importi programmati - comporterebbe ovvia-

mente un peggioramento dei risultati di finanza pubblica.

Secondo le stime dell’ISAE, l’avanzo primario si riduce notevolmente nell’anno in

corso, per poi risalire lievemente nel prossimo, sia in valore che in percentuale del PIL.

Esso passerebbe dall’1,8% del prodotto del 2004 allo 0,7% nel 2005 e all’ 1% nell’anno

successivo.

Nel 2005, all’aumento di sei decimi di PIL delle spese al netto degli interessi - do-

vuto all’incremento di quattro decimi delle uscite correnti primarie e a quello di due de-

- 113 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Tab. 10 CONTO ECONOMICO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

(milioni di euro) Variazioni percentuali

2004 2005* 2006* 2004 2005 2006

USCITE

Redditi da lavoro dipendente 148.248 153.200 158.300 3,0 3,3 3,3

Consumi intermedi e prestazioni sociali in natura 103.057 106.700 106.800 2,2 3,5 0,1

Altre poste consumi finali 8.758 9.400 10.300 5,8 7,3 9,6

Spesa per consumi finali 260.063 269.300 275.400 2,8 3,6 2,3

Contributi alla produzione 14.471 14.900 14.100 2,0 3,0 -5,4

Prestazioni sociali in denaro 234.181 243.100 254.700 4,3 3,8 4,8

Altre spese correnti 22.141 23.000 24.000 6,3 3,9 4,3

Spese correnti al netto interessi 530.856 550.300 568.200 3,6 3,7 3,3

Interessi passivi 68.434 69.000 70.600 -1,2 0,8 2,3

TOTALE SPESE CORRENTI 599.290 619.300 638.800 3,0 3,3 3,1

Investimenti 34.927 37.100 33.300 2,3 6,2 -10,2

Contributi agli investimenti 17.638 18.500 18.300 -7,4 4,9 -1,1

Altre spese in c/capitale 2.997 3.600 3.300 -42,8 20,1 -8,3

TOTALE SPESE IN CONTO CAPITALE 55.562 59.200 54.900 -4,9 6,5 -7,3

TOTALE SPESE AL NETTO INTERESSI 586.418 609.500 623.100 2,7 3,9 2,2

TOTALE SPESE 654.852 678.500 693.700 2,3 3,6 2,2

ENTRATE

Imposte dirette 184.175 184.500 192.000 3,4 0,2 4,1

Imposte indirette 195.207 201.500 208.400 4,2 3,2 3,4

Contributi sociali 174.756 180.900 185.200 3,5 3,5 2,4

Altre entrate correnti 44.055 45.500 47.300 8,5 3,3 4,0

TOTALE ENTRATE CORRENTI 598.193 612.400 632.900 4,0 2,4 3,3

ENTRATE IN CONTO CAPITALE 13.007 6.500 4.200 -44,6 -50,0 -35,4

TOTALE ENTRATE 611.200 618.900 637.100 2,1 1,3 2,9

SALDO CORRENTE -1.097 -6.900 -5.900

SALDO IN CONTO CAPITALE -42.555 -52.700 -50.700

INDEBITAMENTO NETTO -43.652 -59.600 -56.600

INDEB. NETTO AL NETTO INTERESSI 24.782 9.400 14.000

Fonte: ISTAT.

*Previsioni ISAE. - 114 -

Le previsioni per l’economia italiana

Tab. 11 CONTO ECONOMICO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE

(in percentuale del PIL) 2004 2005* 2006*

USCITE

Redditi da lavoro dipendente 11,0 11,1 11,0

Consumi intermedi e prestazioni sociali in natura 7,6 7,7 7,4

Altre poste consumi finali 0,6 0,7 0,7

Spesa per consumi finali 19,2 19,4 19,2

Contributi alla produzione 1,1 1,1 1,0

Prestazioni sociali in denaro 17,3 17,5 17,8

Altre spese correnti 1,6 1,7 1,7

Spese correnti al netto interessi 39,3 39,7 39,6

Interessi passivi 5,1 5,0 4,9

TOTALE SPESE CORRENTI 44,3 44,7 44,6

Investimenti 2,6 2,7 2,3

Contributi agli investimenti 1,3 1,3 1,3

Altre spese in c/capitale 0,2 0,3 0,2

TOTALE SPESE IN CONTO CAPITALE 4,1 4,3 3,8

TOTALE SPESE AL NETTO INTERESSI 43,4 44,0 43,5

TOTALE SPESE 48,5 49,0 48,4

ENTRATE

Imposte dirette 13,6 13,3 13,4

Imposte indirette 14,4 14,5 14,5

Contributi sociali 12,9 13,1 12,9

Altre entrate correnti 3,3 3,3 3,3

TOTALE ENTRATE CORRENTI 44,3 44,2 44,1

ENTRATE IN CONTO CAPITALE 1,0 0,5 0,3

TOTALE ENTRATE 45,2 44,7 44,4

SALDO CORRENTE -0,1 -0,5 -0,4

SALDO IN CONTO CAPITALE -3,1 -3,8 -3,5

INDEBITAMENTO NETTO -3,2 -4,3 -3,9

INDEB. NETTO AL NETTO INTERESSI (1) 1,8 0,7 1,0

PRESSIONE FISCALE INTERNA (2) 41,7 41,1 40,9

DEBITO PUBBLICO 106,5 108,6 108,1

Fonte: ISTAT.

* Previsioni ISAE.

(1) Eventuali mancate quadrature sono dovute all'arrotondamento delle cifre decimali.

(2) (Imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, imposte in conto capitale)/PIL. Al netto della quota delle risorse proprie IVA di per-

tinenza dell'Unione Europea. - 115 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

cimi dei pagamenti in conto capitale - si somma la riduzione di mezzo punto di prodotto

delle entrate, dovuta soprattutto al venir meno del gettito relativo alle sanatorie fiscali del

2004 e alla forte contrazione di alcune imposte sostitutive. Nel prossimo anno, si dovreb-

bero verificare una diminuzione pari allo 0,5% del PIL delle spese primarie e una di tre

decimi del complesso delle entrate. Per quanto riguarda queste ultime, l’andamento ris-

pecchia gli effetti dovuti agli sgravi tributari e contributivi disposti con la manovra e

l’esaurirsi dell’impatto di gran parte delle misure straordinarie. Nel caso delle uscite, la

minore incidenza è ascrivibile agli interventi della manovra e all’ipotesi di realizzazione

di più consistenti dismissioni immobiliari rispetto a quanto atteso per il 2005.

L’onere per il servizio del debito torna a salire in valore assoluto, ma continua a

scendere seppure marginalmente in percentuale del PIL, in entrambi gli anni della previ-

sione dell’ISAE. Tale andamento sconta un livello dei tassi stabile nel 2005 e in crescita

nell’anno successivo; in particolare, il saggio medio sui BOT a 12 mesi rimarrebbe nel

2005 al 2,2% registrato nel 2004, per poi salire al 2,8% il prossimo anno. L’incidenza sul

PIL della spesa per interessi si ridurrebbe di un decimo in entrambi gli anni, passando dal

5,1% del 2004 al 5% nell’anno in corso e al 4,9% nel 2006.

Il saldo di natura corrente registra ancora valori negativi nel biennio, collocandosi

intorno al mezzo punto percentuale del PIL. Il disavanzo in conto capitale, a causa della

notevole attenuazione degli interventi di carattere straordinario sia di entrata che di usci-

ta, aumenta nel 2005 e dopo, grazie alle dismissioni incorporate nella previsione, si ridu-

ce nuovamente. In termini di PIL, il deficit di conto capitale sale dal 3,1% del 2004 al

3,8% per poi scendere al 3,5 per cento.

La pressione fiscale, secondo l’ISAE, cala di oltre mezzo punto di PIL nell’anno in

corso e si riduce ancora di due decimi nel 2006: dal 41,7% registrato nel 2004 si porte-

rebbe al 41,1%, per poi discendere al 40,9%. Al netto delle imposte in conto capitale,

cioè sostanzialmente al netto delle misure una tantum di entrata, l’onere fiscale sul pro-

dotto si ridurrebbe di un decimo in entrambi gli anni, passando dal 41% del 2004 al

40,9%, e successivamente al 40,8% sostanzialmente grazie agli sgravi contributivi e

all’esaurirsi degli introiti derivanti dal condono edilizio.

Il rapporto debito/PIL risulta in crescita nel 2005 per poi tornare a ridursi, seppure in

lieve misura, nel 2006. Esso salirebbe dal 106,5% dello scorso anno al 108,6%, per scen-

dere in seguito al 108,1%. Nell’anno in corso, infatti, il debito risente dell’aggravarsi dei

saldi delle Amministrazioni Pubbliche, in peggioramento rispetto all’anno precedente, e

della non favorevole congiuntura; inoltre, la stima risulta più elevata rispetto alle indica-

zioni ufficiali (108,2%) sostanzialmente a causa di incassi da dismissioni mobiliari infe-

riori a quanto ipotizzato nel Documento di programmazione economico-finanziaria. Nei

primi dieci mesi dell’anno sono stati, infatti, realizzati 4 miliardi - per la vendita di parte

delle partecipazioni nell’ENEL - a fronte dei 15 miliardi indicati nel DPEF. Nel 2006, il

- 116 -

Le previsioni per l’economia italiana

rientro del debito appare condizionato alla realizzazione dei 15 miliardi di privatizzazio-

ni riportate nel DPEF e all’utilizzo del conto disponibilità del Tesoro presso la Banca

d’Italia.

MANOVRA DI FINANZA PUBBLICA PER IL 2006

La manovra di finanza pubblica per il 2006 - che ammonta a un importo lordo di ol-

tre 19 miliardi di euro - secondo le valutazioni ufficiali dovrebbe consentire di raggiun-

gere un obiettivo per l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche pari al 3,8%

del PIL nel 2006, dopo l’atteso 4,3% del prodotto per l’anno in corso. Sottostante tali an-

damenti è una previsione di crescita nulla nel 2005 e di una ripresa del ritmo di espansio-

ne del reddito reale dell’1,5% nel prossimo anno, come delineato nella recente Relazione

previsionale e programmatica, che ha confermato quanto evidenziato nel DPEF dello

scorso luglio.

E’ inoltre prevista la possibilità di finanziare progetti, individuati dal Piano per l’in-

novazione, la crescita e l’occupazione per il raggiungimento degli obiettivi elaborati nel

quadro del rilancio della strategia di Lisbona - secondo quanto deciso al Consiglio Euro-

peo del 16-17 giugno 2005 - tramite i maggiori proventi, rispetto alle previsioni di bilan-

cio per l’anno 2006, derivanti da operazioni di dismissione o alienazione di beni dello

Stato, nel limite massimo di 3 miliardi di euro. In tal caso la manovra supererebbe i 22

miliardi di euro.

Alle azioni correttive per 11,5 miliardi, volte a ottenere un aggiustamento strutturale

dello 0,8% del PIL del deficit tendenziale, si aggiungono ulteriori misure - per un valore

pari a circa 8 miliardi - predisposte per fornire la copertura finanziaria di provvedimenti

a sostegno dell’economia, di oneri inderogabili ed eccedenze di spesa.

Gli interventi di correzione sono contenuti nel disegno di legge finanziaria (AS n.

3613) e in un decreto legge ad essa collegato (D.L. n. 203, AS n. 3617). In accordo con

quanto concordato a livello europeo, viene rispettato l’impegno a realizzare una

correzione strutturale pari allo 0,8% del PIL. A parte la norma che prevede che gli

incassi effettivi delle dismissioni siano indirizzati ai possibili, eventuali interventi

individuati nell’Agenda di Lisbona, tra le misure della parte di manovra che va oltre

l’impegno europeo (di una correzione strutturale dello 0,8% del PIL), hanno natura

transitoria alcune disposizioni di entrata e talune limitazioni di cassa di spese in conto

capitale, che tuttavia si possono considerare, in buona parte, a copertura di spese sempre

di carattere temporaneo.

Sul versante delle entrate, gli interventi di incremento di gettito riguardano in larga

misura le imprese, anche quelle bancarie e assicurative. Sul fronte delle spese, i risparmi

- 117 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

derivano per oltre il 45% da abbattimenti ascrivibili ai livelli decentrati di governo, com-

prendendo anche le minori uscite del settore sanitario.

Il maggior peso della manovra si riscontra dal lato delle spese e, in particolare, è do-

vuto al contenimento delle uscite per consumi finali, con interventi particolarmente re-

strittivi sui consumi intermedi e di razionalizzazione in materia di pubblico impiego.

Sono chiamati a partecipare in maniera rilevante al risanamento finanziario anche gli

Enti Territoriali che, in luogo dei tetti di spesa fissati dalla legge finanziaria dello scorso

anno, si vedono richiedere tagli stringenti delle uscite di natura corrente rispetto a quelle

sostenute nel 2004, resi probabilmente ancora più efficaci in quanto realizzati in primo

luogo con riduzioni di trasferimenti da parte dello Stato. Rilevante, inoltre, appare il ridi-

mensionamento dei trasferimenti - correnti e in conto capitale - alle imprese pubbliche e

private; un ulteriore contenimento origina dalle limitazioni agli investimenti fissi e ad al-

tre spese in conto capitale.

Dal lato delle entrate, le misure correttive riguardano sostanzialmente le imprese,

con disposizioni sulla svalutazione dei crediti bancari, estensione e ampliamenti sulle ri-

valutazioni dei beni e delle aree fabbricabili delle imprese, imposizione sulle grandi reti

di trasmissione dell’energia e di distribuzione del gas, oltre a un rinnovato intervento sui

giochi e le scommesse, azioni di contrasto all’evasione fiscale, riforma del sistema della

riscossione e inasprimenti sull’imposizione delle imprese assicurative.

Quanto agli interventi di sostegno allo sviluppo, tra le minori entrate si annoverano

provvedimenti volti a ridurre il costo del lavoro attraverso una significativa decurtazione

dei contributi sociali (in particolare, quelli relativi agli assegni per il nucleo familiare e,

in parte, per maternità e disoccupazione), la proroga di taluni sgravi fiscali nonché age-

volazioni ai distretti produttivi - inserite in un più ampio e innovativo inquadramento

istituzionale di tali realtà industriali - e l’eliminazione della tassa sui brevetti. Le maggio-

ri spese derivano essenzialmente dall’istituzione di un fondo per la famiglia e lo sviluppo

e da norme sulla previdenza. Completano i fattori di incremento del deficit tendenziale

alcuni oneri inderogabili e delle eccedenze di spesa.

Con riferimento all’efficacia della manovra, lo sforzo richiesto alle Amministrazio-

ni, centrali e periferiche, appare assai rilevante, e il pieno controllo dell’andamento delle

spese dovrà essere costantemente sostenuto dalla forte consapevolezza circa l’importan-

za del mantenimento del bilancio pubblico lungo un sentiero di rientro del disavanzo.

Ciò riguarda soprattutto il contenimento della spesa per consumi intermedi, sulla quale

sarà necessario un monitoraggio attento, sia a livello centrale che di enti decentrati.

In tale contesto l’ISAE, sottolineando ancora una volta l’importanza del progetto

SIOPE (Sistema informativo delle operazioni degli Enti pubblici), ritiene necessario che

esso possa proseguire nella sua implementazione in accordo con quanto previsto dal di-

segno di legge finanziaria, in relazione al pieno coinvolgimento di tutte le componenti

- 118 -

Le previsioni per l’economia italiana

delle Amministrazioni nell’utilizzo di un sistema di controllo in tempo reale delle gran-

dezze di finanza pubblica.

Quanto alle entrate aggiuntive, sembra realizzabile l’aumento di gettito previsto, in

considerazione anche della prudenziale valutazione effettuata circa gli introiti attesi dalla

lotta all’evasione.

E’ necessario, comunque, che il passaggio parlamentare della manovra non si tradu-

ca in un indebolimento delle misure correttive predisposte a fine settembre.

Entrando più in dettaglio nell’articolazione dei principali provvedimenti di correzio-

ne e della loro quantificazione, l’intervento più consistente, dal lato delle spese, riguarda

il Patto di stabilità interno, da cui sono attesi risparmi per oltre 3,1 miliardi di euro. Le

disposizioni prevedono una distinzione per livelli di governo e per tipologia di uscite.

Gli impegni e i pagamenti di parte corrente delle Regioni (al netto della spesa per il

personale e per il settore sanitario) dovranno risultare nel 2006 inferiori del 3,8% rispetto

a quelli registrati nel 2004; le uscite correnti degli Enti Locali (al netto di quelle per il

personale e di carattere sociale) dovranno essere ridotte maggiormente, del 6,7%, sempre

rispetto a due anni prima.

Quanto agli investimenti, si conferma la mancanza di una golden rule “territoriale”

e la presenza di vincoli alla spesa, ma i limiti alla crescita di quest’ultima sono meno for-

ti di quelli precedentemente disposti per il 2006: per il prossimo anno, infatti, le Regioni

potranno incrementare le uscite del 6,9% rispetto al 2004 e gli Enti Locali del 10%. Sono

consentite espansioni oltre tali limiti solo se compensate da riduzioni delle spese correnti

aggiuntive rispetto a quelle sopra citate.

Viene confermato il principio della virtuosità a livello locale, in base al quale è con-

cessa una maggiore flessibilità (da individuare con un decreto del Ministro dell’Econo-

mia e delle Finanze, sentita la Conferenza Stato-Città) a quegli enti che hanno mostrato

una spesa media procapite inferiore a quella della fascia demografica di appartenenza.

Per quanto riguarda la sanità, il livello di finanziamento del SSN assicurato da parte

dello Stato viene portato a 92.560 milioni di euro (in aumento rispetto agli 89.960 prece-

dentemente previsti dalla legge finanziaria dello scorso anno), cui sono aggiunti 1.000

milioni da ripartirsi tra le regioni interessate alla stipula di specifici accordi diretti all’in-

dividuazione di obiettivi di riduzione strutturale del disavanzo. La spesa sanitaria tenden-

ziale essendo stimata pari a 96.110 milioni nel DPEF scorso (considerando anche 500

milioni di oneri relativi ai contratti), la manovra richiesta è di circa 2.500 milioni. E’ pre-

visto anche un concorso dello Stato al ripiano dei disavanzi pregressi del periodo 2002-

2004 per un importo di 2.000 milioni di euro, che comunque non incidono sul conto delle

Amministrazioni Pubbliche.

Sono, tra l’altro, istituiti una Commissione nazionale sull’appropriatezza delle pre-

scrizioni, un Sistema di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria (SiVeAS), volto al ri-

- 119 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

scontro dell’appropriatezza delle prestazioni sanitarie; vengono confermate le funzioni

affidate alla Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), con particolare riguardo all’obbligo

di vigilare sul rispetto del mantenimento del tetto della spesa farmaceutica (13%).

Per quanto riguarda le spese statali, i consumi intermedi non aventi natura obbliga-

toria (e con esclusione del comparto della sicurezza) dovranno essere ridotti di 1.445 mi-

lioni rispetto al tendenziale. Dovranno, inoltre, essere contenute le spese per studi e

incarichi di consulenza (esclusa quella di Università, Enti di ricerca e organismi equipa-

rati), per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza nonché

quella per le autovetture, che non potranno eccedere il 50% delle stesse spese sostenute

nel 2004.

In relazione al pubblico impiego, i risparmi per 984,7 milioni derivano da un insie-

me di misure. I principali provvedimenti riguardano: restrizioni nel ricorso di personale a

tempo determinato, con convenzioni o con contratti di collaborazione coordinata e conti-

nuativa (ad eccezione di quello di Università ed Enti di ricerca, relativamente a progetti

di ricerca i cui oneri non risultino a carico), nei limiti del 60% della spesa sostenuta nel

2003; un tetto massimo per la contrattazione integrativa, pari all’entità dei fondi relativi

al 2004; una riduzione dell’1%, sempre rispetto al 2004, della spesa per il personale di

Regioni ed Enti Locali, con autonoma individuazione delle misure ritenute più idonee.

Sono, inoltre, disposte una rideterminazione delle risorse stanziate nel bilancio dello

Stato per i trasferimenti correnti alle imprese pubbliche (con un risparmio atteso di 1.150

milioni) e varie misure riguardanti le spese in conto capitale. Tra queste ultime, rientra-

no: una limitazione di 1.200 milioni dei contributi di capitali alle imprese e del fondo ro-

tativo per l’innovazione tecnologica; contenimenti di spese relative a investimenti fissi

lordi dello Stato (al netto di quelli per il comparto della sicurezza) per 696 milioni e

dell’ANAS per 300 milioni.

Quanto ai principali interventi correttivi dal lato delle entrate, la norma che garanti-

sce il maggior incremento del gettito (per 1.103 milioni) è quella che riduce la deducibi-

lità fiscale delle svalutazioni dei crediti e degli accantonamenti al fondo rischi su crediti

degli Enti creditizi e finanziari.

L’addizionale erariale al canone e alla tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbli-

che dovuta dai proprietari delle condotte di grandi reti di trasmissione di energia, inizial-

mente prevista, è stata sostituita con un provvedimento di rideterminazione delle quote di

ammortamento deducibili. Quest’ultimo, disposto con il decreto legge n. 211, è riferito

alle società di distribuzione di gas naturale e di energia elettrica, nonché a quelle di ge-

stione della rete di trasmissione nazionale dell’energia elettrica. Sono confermati gli 800

milioni di introiti previsti.

Viene anche riproposta la riapertura dei termini per la rivalutazione dei beni delle

imprese e delle partecipazioni in società controllate e collegate dietro pagamento di una

- 120 -

Le previsioni per l’economia italiana

imposta sostitutiva delle imposte sui redditi (pari al 12% e al 6% dell’importo della riva-

lutazione, rispettivamente per i beni ammortizzabili e per quelli non ammortizzabili),

con riferimento ai beni risultanti dal bilancio relativo all’esercizio chiuso entro il 31 di-

cembre 2004. E’ inoltre possibile la rivalutazione delle aree edificabili possedute dalle

imprese, dietro versamento di una imposta sostitutiva del 19% e a condizione che l’uti-

lizzazione edificatoria dell’area avvenga entro i cinque anni successivi. Il gettito atteso

da queste due misure ammonta a 912,4 milioni ed è di natura transitoria; si verificheran-

no, infatti, riduzioni di entrate nel biennio 2008-2009.

Gli interventi previsti in materia di giochi e tabacchi dovrebbero fornire introiti ag-

giuntivi per 690 milioni. Con riferimento ai giochi, si dispongono azioni di sostegno di

quelli legali (ad esempio, aumento del numero di apparecchi, ampliamento delle tipolo-

gie di esercizi autorizzabili, introduzioni di formule più interessanti, elevazione della

vincita massima, gestione oculata e differenziata della leva fiscale), di contrasto di quelli

illegali (ad esempio, inasprimento delle sanzioni pecuniarie, previsione di nuove fatti-

specie illecite, estensione della possibile sospensione delle licenze, depenalizzazione) e

di sviluppo del gioco a distanza (tramite siti internet, telefono fisso o mobile, televisione

interattiva e offerta sui mercati internazionali). Per quanto riguarda i tabacchi, viene in-

trodotto un criterio di calcolo trimestrale, al fine di un più rapido aggiornamento del si-

stema di adeguamento della tassazione al reale andamento dei prezzi.

Altre norme si propongono sia, da un lato, di potenziare l’attività di contrasto

all’evasione fiscale sia, dall’altro, di razionalizzare il sistema della riscossione. Riguardo

al primo tipo di obiettivo, oltre all’Agenzia delle Entrate, all’Agenzia delle Dogane e alla

Guardia di Finanza, dovrebbero essere coinvolti nell’azione di contrasto anche i Comuni.

Per questi ultimi, in particolare, si prospetta una quota di partecipazione all’accertamento

fiscale pari al 30% delle somme riscosse a titolo definitivo relative a tributi statali.

E’ prevista la possibilità di procedere ad assunzioni da destinare al contrasto

dell’evasione: l’Agenzia delle Entrate può, infatti, effettuare assunzioni a tempo indeter-

minato di personale dotato di elevata professionalità e all’Agenzia delle Dogane è, inve-

ce, consentito di reclutare personale con contratto di formazione e lavoro al fine di poter

riallocare, contestualmente, unità di personale esperto verso attività di verifica. La politi-

ca gestionale da intraprendere dovrebbe essere dunque volta all’incremento dell’organi-

co, all’ottenimento di una maggiore qualità delle risorse disponibili e ad una più

consistente ubicazione di tali risorse nel Centro-Nord, caratterizzato da carenza di orga-

nici e da un rapporto “maggiore imposta accertata/organico” superiore al dato medio na-

zionale. Il gettito atteso è pari a 300 milioni di euro.

Quanto alle disposizione in materia di servizio nazionale della riscossione, si pro-

getta una riforma della disciplina della riscossione coattiva dei crediti degli enti pubblici,

che prevede la riappropriazione in mano pubblica del servizio di riscossione mediante

- 121 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

ruolo, con il passaggio della titolarità di tale attività dai soggetti privati concessionari a

una società per azioni (“Riscossione Spa”) di proprietà pubblica, costituita dall’Agenzia

delle Entrate e dall’INPS.

E’ previsto che il personale, che alla fine del 2004 prestava servizio presso le 42

aziende concessionarie della riscossione, passi alla nuova società pubblica e sono speci-

ficati i termini per la restituzione alle concessionarie stesse delle anticipazioni da queste

corrisposte all’erario in forza del cosiddetto “obbligo del non riscosso come riscosso”.

L’incremento delle riscossioni atteso è pari a 300 milioni e dovrebbe derivare sia dal po-

tenziamento degli strumenti normativi sia dalla progressiva estensione, a tutto il territo-

rio nazionale, dei risultati attualmente raggiunti nelle realtà di eccellenza.

Tab. 12 MANOVRA PER IL 2006 (1)

(milioni di euro)

INTERVENTI A SOSTEGNO DELL’ECONOMIA E ALTRO 6.288,1

Minori entrate 3.302,5

Proroga di sgravi tributari 1.216,5

Abolizione tassa sui brevetti 40,0

Agevolazioni distretti 50,0

Riduzione costo del lavoro 1.996,0

Maggiori spese 2.985,6

Fondo famiglia e sviluppo 1.140,0

Eccedenze di spesa 589,0

Pubblico impiego (adeguamenti contrattuali e altro) 526,4

Investimenti 196,0

Altre minori correnti 534,2

INTERVENTI CORRETTIVI 17.003,3

Maggiori entrate 4.658,6

Svalutazione crediti banche 1.103,0

Tassazione sulle reti di energia e gas 800,0

Rivalutazioni beni e aree edificabili di impresa 912,4

Giochi e tabacchi 690,0

Lotta evasione 300,0

Incremento riscossioni 300,0

Assicurazioni 214,0

Altre minori 339,2

Minori spese 12.344,7

Patto stabilità interno 3.120,0

Interventi settore sanitario 2.500,0

Consumi intermedi Ministeri 1.445,0

Trasferimenti correnti alle imprese 1.150,0

Pubblico impiego 984,7

Altre minori correnti 544,0

Contributi in c/capitale alle imprese 1.200,0

Limitazione investimenti fissi 696,0

Altre minori in c/capitale 705,0

Fonte: disegno di legge finanziaria per il 2006.

(1) La tavola non include gli effetti delle misure contenute nelle tabelle allegate al disegno di legge finanziaria.

- 122 -

Le previsioni per l’economia italiana

Infine, tra i principali interventi di entrata, si trova la norma che limita la deducibili-

tà fiscale (da una quota non superiore al 90% ad una non superiore al 60%) degli accan-

tonamenti della riserva sinistri delle società e degli enti che esercitano attività

assicurativa nel ramo danni, per la parte riferibile al lungo periodo (pari al 50%). La sti-

ma di incremento di gettito è pari a 214,2 milioni di euro.

- 123 -

Effetti distributivi sulle imprese

INTRODUZIONE

Questo capitolo compone un quadro d’insieme della distribuzione del prelievo fi-

scale e contributivo a carico delle imprese a partire dall’analisi dei provvedimenti attual-

mente all’attenzione del Parlamento o comunque al centro del dibattito corrente.

La prima sezione sviluppa alcune considerazioni sulle caratteristiche dell’IRAP e

sulle ipotesi di superamento o trasformazione, a partire dall’analisi della distribuzione ef-

fettiva del tributo per i vari soggetti passivi - imprese individuali e professionisti, società

di persone, società di capitali, enti non commerciali ed enti pubblici -, come risulta da un

campione rappresentativo delle dichiarazioni relative all’anno di imposta 2002. Come

noto, il dibattito sulle possibilità di riforma o sostituzione dell’IRAP è stato recentemente

riaperto ed ampliato a seguito dell’intervento dell’Avvocato generale della Corte di Giu-

stizia europea che ritiene questa imposta incompatibile con la normativa comunitaria. A

tutt’oggi si è in attesa della sentenza, che potrebbe risultare cogente per una profonda re-

visione dell’IRAP o per la sua eliminazione (o sostituzione con una o più imposte).

La seconda sezione è dedicata all’esame degli effetti sul costo del lavoro della

riduzione di un punto percentuale dei contributi dovuti dai datori di lavoro prevista dal

disegno di legge Finanziaria per il 2006. Questa misura rappresenta un modo efficace di

ridurre il costo del lavoro e migliorare la competitività delle imprese, senza ridurre i

redditi e le prestazioni, attuali o differite, dei lavoratori. L’impatto della riforma è

simulato applicando la riduzione dell’aliquota a ciascun dipendente interessato in base

alla qualifica professionale ed al settore di attività economica (esclusa la Pubblica

Amministrazione), tenendo conto dell’eventuale “incapienza” dell’aliquota da abbattere

in via prioritaria (quella per gli assegni familiari). Nel complesso, il taglio risulta

crescente rispetto al livello del costo del lavoro.

La terza sezione è, infine, rivolta all’analisi degli effetti distributivi della nuova

IRES, istituita con il D. Lgs. 344/2003 che ha profondamente modificato il sistema im-

positivo sui redditi delle società di capitali, nell’ottica di una più efficace competizione

con gli altri ordinamenti. Perno della riforma IRES è il nuovo regime impositivo dei di-

videndi societari e delle plusvalenze su partecipazioni aventi determinati requisiti che,

insieme all’eliminazione della rilevanza fiscale della svalutazione delle partecipazioni

- 125 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

societarie, ha segnato il definitivo abbandono del previgente sistema di consolidamento

della società partecipata nell’imponibile della società controllante. Il nuovo sistema fi-

scale di esenzione (c.d. participation exemption) trova completamento nell’introduzione

dei regimi opzionali di tassazione consolidata di gruppo, sia nazionale che mondiale, e di

imputazione “per trasparenza” dei redditi delle società di capitali. L’analisi contenuta in

questo capitolo estende le valutazioni presentate nel rapporto di Ottobre 2003 relativa-

mente agli effetti dell’introduzione del consolidato nazionale sul debito di imposta dei

contribuenti.

IRAP: CONSIDERAZIONI, DISTRIBUZIONE 2002 E PROSPETTIVE

Generalità e caratteristiche dell’IRAP

L’Imposta regionale sulle attività produttive (IRAP), introdotta con il decreto legi-

slativo n. 466/97, costituisce un cardine della riforma fiscale attuata nel 1997 e fu ispirata

da diversi obiettivi, tra i quali si ricordano la maggiore neutralità del sistema tributario ri-

guardo all’impiego dei fattori, una semplificazione attraverso la riduzione del numero di

imposte e contributi, l’ampliamento dell’autonomia finanziaria regionale.

La maggiore neutralità fu perseguita attraverso un’aliquota tendenzialmente uni-

1

forme sul valore aggiunto d’impresa e dunque sulle sue componenti lavoro e capitale,

invece di imposte e contributi caratterizzati da una molteplicità di incidenze molto diffe-

renziate per settore, area geografica, tipo di qualifiche e livello delle retribuzioni, livello

del patrimonio netto, superfici immobiliari occupate ed altre numerose caratteristiche

non considerarabili qui compiutamente. Come risultato, la maggiore neutralità si tramutò

in una consistente azione redistributiva, che arrivò ad appesantire il carico su alcuni seg-

menti precedentemente favoriti (chi non era soggetto all’ILOR, ad es., ed era fortemente

agevolato per i contributi sanitari). Si ridusse inoltre in qualche misura il vantaggio fisca-

le per il finanziamento con debito, rispetto a quello con capitale proprio.

In tema di neutralità va però considerato negativamente l’effetto dell’indeducibilità

dell’IRAP dal reddito. Tale indeducibilità, introdotta per evitare che le prerogative delle

Regioni in tema di aliquote e basi imponibili IRAP potessero alterare ripetutamente ed in

misura percettibile il gettito erariale, ha però comportato articolati e difficilmente indivi-

duabili impatti redistributivi, che tendono comunque a non premiare le imprese che fan-

no e dichiarano utili.

1 Il progetto di riforma prevedeva una iniziale differenziazione in sole tre aliquote - 4,25%, 5,4%, 1,9%, rispettivamente

per la generalità dei soggetti, per il settore del credito ed assicurazioni, per l’agricoltura - destinate però a confluire

nell’aliquota ordinaria in breve tempo, salvo limitate differenziazioni regionali.

- 126 -

Effetti distributivi sulle imprese

La semplificazione del sistema tributario è derivata invece dal fatto che l’istituzione

dell’IRAP è stata accompagnata dall’abolizione di diversi tributi e contributi, quali

l’ILOR, i contributi sanitari, la cosiddetta tassa sulla salute, l’imposta patrimoniale sulle

imprese, la tassa di concessione governativa sulla partita IVA, e l’ICIAP. Contestualmen-

te, tuttavia, va sottolineato che il valore aggiunto ai fini IRAP va calcolato con la compi-

lazione di una specifica riclassificazione dei conti aziendali con variazioni in aumento e

diminuzione, il cosiddetto “terzo binario”, che si è aggiunto alle precedenti compilazioni

civilistiche e fiscali.

Tra gli effetti dell’IRAP va annoverata la riduzione media del prelievo a carico delle

imprese e la leggera attenuazione del costo del lavoro. La riduzione del livello di tassa-

zione seguita all’introduzione dell’IRAP può essere quantificata in circa 5 miliardi di

euro a valori 1997-1998. La relazione tecnica al D. Lgs. 466/97 stimò in circa 35 miliardi

di euro il gettito complessivo dei tributi e contributi aboliti per il periodo di imposta

1997, a fronte del quale il prelievo complessivo IRAP raggiunse l’equivalente di 20 mi-

liardi di euro nel 1998 (una somma nettamente inferiore a quanto preventivato). La ridu-

zione effettiva nel prelievo è stata però più contenuta, tenendo conto del recupero di

gettito conseguente alla indeducibilità dell’IRAP ai fini delle imposte sui redditi, pari a

circa 9,5 miliardi di euro.

La diminuzione del costo del lavoro totale, originata dalla sostituzione dei contributi

sanitari, deducibili e parametrati alla retribuzione lorda, con un’IRAP indeducibile e pa-

rametrabile al costo del lavoro, è stata stimata a valori medi in circa un punto percentuale

(Di Nicola et al. 2001).

A livello della singola impresa, i risultati del confronto, in termini di incidenza, tra

l’IRAP e l’insieme dei prelievi pre-esistenti dipendono strettamente dalla struttura dei

costi, piuttosto che dalla dimensione dell’attività economica. Imprese soggette ad ILOR

e caratterizzate da una elevata quota di profitto sul valore aggiunto hanno

particolarmente beneficiato della sostituzione dell’ILOR, un’imposta gravante sul

reddito d’impresa con aliquota del 16,2%, con un prelievo sul valore aggiunto ad

aliquota inferiore (4,25%). Analogamente, imprese che non godevano di elevata

2

fiscalizzazione dei contributi sanitari, specie se con basse retribuzioni medie , hanno

conseguito un alleggerimento del carico fiscale sul costo del lavoro; l’opposto vale per le

imprese che beneficiavano di una bassa aliquota effettiva, al netto della fiscalizzazione,

per contributi sanitari, o che corrispondevano stipendi elevati. Va, poi, ricordato che le

imprese di dimensioni molto piccole, la cui attività si presumeva basata sul lavoro del

titolare e dei suoi collaboratori, godevano dell’esenzione dal pagamento dell’ILOR dal

2 I previgenti contributi sanitari avevano una struttura di aliquote molto articolata per livello e tipo di reddito ma

nettamente regressiva, che partiva dal 9,6% per i redditi più bassi fino ad arrivare all’esenzione per le quote di reddito

superiori ai 150 milioni di lire - 127 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

1992. E’ pertanto probabile che per queste imprese l’introduzione dell’IRAP abbia

rappresentato un aggravio del carico fiscale.

Il presupposto dell’imposta è “l’esercizio abituale di una attività autonomamente or-

ganizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servi-

zi”. Soggetti passivi sono, com’è noto, tutte le imprese (imprenditori individuali e

società), gli esercenti arti e professioni, gli enti commerciali e non commerciali e le am-

ministrazioni pubbliche. La peculiarità dell’IRAP consiste nell’adozione di una base im-

ponibile assai ampia al fine di contenere l’aliquota e, nelle intenzioni, di stabilizzare il

gettito rispetto a variazioni congiunturali e restringere il campo all’evasione e all’elusio-

ne fiscale.

Su quest’ultimo punto, tuttavia, l’unificazione della base imponibile operata

dall’IRAP in sostituzione di imposte indipendenti ha ottenuto un effetto opposto, consi-

stente nel rafforzare il vantaggio dell’occultamento del reddito. Si consideri infatti che la

base imponibile IRAP coincide con il valore aggiunto netto della produzione, e si calcola

nella maggior parte dei casi come differenza tra il valore della produzione (ricavi, varia-

zioni delle rimanenze e lavori in corso) e una parte dei costi di produzione, tra cui i costi

per le materie prime e per i servizi, i costi di ammortamento e quelli delle immobilizza-

zioni materiali e immateriali. Non sono invece deducibili i costi del personale (comprese

le collaborazioni, occasionali o continuative) e gli interessi passivi (compresi quelli im-

pliciti nei contratti di leasing). Poiché gli schemi di redazione dei bilanci prevedono voci

che accorpano sia componenti deducibili che indeducibili ai fini IRAP, è necessario com-

pilare uno schema specifico di variazioni, in aumento o diminuzione, per pervenire al va-

lore aggiunto. Più semplicemente, la stessa base imponibile potrebbe essere ottenuta per

addizione, effettuando la somma delle remunerazioni dei fattori produttivi: lavoro (costo

del lavoro, collaborazioni, reddito professionale), capitale di debito (interessi passivi net-

ti), capitale proprio (profitti lordi).

Per quanto detto, poiché il calcolo viene effettuato per differenza, ed equivale ad

una somma algebrica di tre componenti, l’eventuale presenza di perdite comporta la

riduzione di pari importo della base imponibile potenzialmente gravante, ad esempio, sul

costo del lavoro, che invece era precedentemente gravato dai contributi sanitari a

prescindere dal risultato economico. Nella misura in cui le eventuali perdite di

un’impresa sono originate da evasione, essa con l’IRAP accresce il proprio vantaggio

anziché attenuarlo.

La determinazione della base imponibile è, peraltro, differenziata in relazione alle

diverse categorie di contribuenti al fine di tener conto delle particolari caratteristiche

dell’attività svolta (banche e intermediari finanziari, imprese di assicurazione e ammini-

strazioni pubbliche) o dei diversi obblighi di contabilità (come per gli esercenti arti e

professioni). Ad esempio, nel caso delle banche e degli enti finanziari, in deroga al crite-

- 128 -

Effetti distributivi sulle imprese

rio generale, è riconosciuta la deducibilità degli interessi passivi su depositi. Per le am-

ministrazioni pubbliche e gli enti non commerciali, il valore della produzione è costituito

esclusivamente dall’ammontare del costo del lavoro. Per gli esercenti arti e professioni la

base imponibile è determinata dalla differenza tra l’ammontare dei compensi percepiti e

l’ammontare dei costi sostenuti inerenti all’attività esercitata, inclusi gli ammortamenti

per beni materiali e immateriali ed escluse le spese per il personale dipendente. Analoga-

mente, per le imprese agricole il valore della produzione è dato dalla differenza tra l’am-

montare dei corrispettivi e l’ammontare degli acquisti destinati alla produzione.

Evoluzione normativa

Con decorrenza dall’anno 2000, sono previste dal regime IRAP agevolazioni per le

imprese di piccole dimensioni. In particolare, la base imponibile, se non supera i

180.984,91 euro, è ridotta forfetariamente fino ad un massimo di 7.500 euro. La Legge

Finanziaria per il 2003 ha, inoltre, introdotto una deduzione legata al numero di dipen-

denti impiegati, concessa solo ai soggetti con componenti positivi che concorrono alla

formazione del valore della produzione non superiori a 400.000 euro. La deduzione è

pari 2.000 euro per ogni lavoratore dipendente impiegato nel periodo di imposta fino a

un massimo di cinque (sono esclusi gli apprendisti, i disabili e il personale assunto con

contratti di formazione lavoro).

Poiché l’IRAP è un’imposta di natura regionale, a partire dall’anno di imposta 2000

le regioni hanno avuto facoltà di variare l’aliquota di un punto percentuale rispetto al va-

lore base per settori di attività economica e soggetti passivi. Ne è conseguita un’ampia

varietà di misure adottate che vanno dalla totale assenza di intervento ad interventi mar-

ginali, come la concessione di agevolazioni limitatamente alle Onlus e alle cooperative

sociali, ovvero alle nuove attività imprenditoriali e al settore montano, fino a fissare un

ventaglio di aliquote differenziate in base al settore di attività economica. Caratteristica

comune per quest’ultima tipologia di interventi è la maggiorazione delle aliquote per le

società finanziarie, che avevano per la verità beneficiato maggiormente dell’introduzione

dell’IRAP, e la contestuale riduzione a favore di altri settori.

In tabella 1, le regioni sono state suddivise in relazione alla tipologia di intervento

normativo. Come si può osservare, sono poche quelle che si sono astenute da legiferare

in materia di aliquote (Valle d’Aosta, Campania e Calabria). Tuttavia, nel complesso si

riscontra una prevalenza di misure a favore dei settori marginali dal punto di vista della

rilevanza economica, adottati in ben 13 regioni. Tra queste, alcune, oltre ad operare inter-

venti a favore delle Onlus e/o cooperative sociali, hanno esteso l’aliquota agevolata (nor-

malmente del 3,25%) ad altre categorie di contribuenti “meritevoli” di sostegno, quali le

nuove attività imprenditoriali e le piccole imprese ubicate nei territori montani, lasciando

inalterate le altre aliquote (Liguria, Friuli Venezia Giulia e Abruzzo), oppure hanno co-

- 129 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

perto la perdita di gettito maggiorando l’aliquota al settore finanziario (Lombardia, Ve-

neto e Toscana). Con riferimento all’ultima tipologia di provvedimenti, il caso più

significativo è quello del Lazio, dove le scelte di politica tributaria appaiono mirate alla

tutela delle produzioni locali e a colpire i settori meno sensibili alla maggiorazione delle

aliquote. In particolare, aliquote ridotte sono applicate al settore agricolo (2,75%) alle

nuove imprese giovanili e femminili (3,25%), al settore manifatturiero e del turismo

(3,75%); l’aliquota massima (5,25%) è riservata all’intermediazione finanziaria (escluse

assicurazioni e fondi pensione), ma anche al settore chimico, a quello delle poste e tele-

comunicazioni e delle attività radiotelevisive, alle attività immobiliari e di noleggio.

Tab. 1 LE REGIONI PER TIPO DI INTERVENTO IN MATERIA DI ALIQUOTE IRAP

Agevolazioni a particolari soggetti o settori Aliquote differenziate per settore di

Nessun intervento attività economica

Onlus e/o cooperative sociali Nuove impreseSettore montano

Valle d’Aosta Piemonte Liguria Marche

Campania Provincia di Bolzano Friuli Venezia Giulia Lazio

Calabria Emilia Romagna Veneto Molise

Umbria Lombardia Sicilia

Puglia Toscana Provincia di Trento

Basilicata Abruzzo

Sardegna

Fonte: www.finanze.gov.it

La distribuzione dell’IRAP osservata con riferimento all’anno d’imposta 2002

Per approfondire la conoscenza della distribuzione effettiva dell’IRAP si è scelto di

attingere alle informazioni presenti nelle dichiarazioni per il quadro (IQ), dedicato al

calcolo di questa imposta e della sua base imponibile. Si é detto infatti che la base

imponibile IRAP è calcolata attraverso riclassificazioni dei dati di bilancio che

comportano uno specifico calcolo, non ricavabile in maniera soddisfacente da un altro

tipo di informazioni. 3

Attraverso l’utilizzo di un campione rappresentativo delle dichiarazioni dei vari

soggetti passivi (imprese individuali e professionisti, società di persone, società di capi-

tali, enti non commerciali ed enti pubblici) per l’anno d’imposta 2002 (dichiarazioni

2003), è stato possibile individuare le basi imponibili e l’imposta disaggregate per alcune

essenziali modalità:

- tipo di dichiarazione, che per semplicità sarà richiamato con i vecchi simboli di 740

3 Il campione, realizzato dal Secit, è stato reso disponibile nell’ambito di una collaborazione istituzionale con il Ministero

dell’economia e delle finanze. Per l’IRAP esso si compone di oltre 350.000 soggetti ripartiti tra i vari tipi di dichiarazione e

selezionati casualmente all’interno di una stratificazione che prevedeva anche una selezione censuaria per i redditi più

elevati e per gli enti non commerciali. - 130 -

Effetti distributivi sulle imprese

(persone fisiche), 750 (società di persone), 760 (società di capitali), 760bis-PA (enti

pubblici), 760bis-NC (enti non commerciali);

- regione di competenza IRAP, che differisce dal tradizionale concetto di regione di

domicilio fiscale, per adottare il più pertinente criterio di regione nella quale è prodotta

ogni quota del valore aggiunto imponibile;

- classi di “dimensione d’impresa”, qui definita con riferimento all’indicatore più

coerente con l’oggetto dell’approfondimento, e cioè con il valore aggiunto come

4

.

individuato ai fini IRAP

Appare preliminarmente utile individuare l’entità dei vari aggregati nazionali nel re-

cente anno d’imposta 2002: il numero dei soggetti IRAP, distinti a seconda della loro na-

tura giuridica e dunque del tipo di dichiarazione, quelli con imposta dovuta, cioè

maggiore di zero, le classi dimensionali di valore aggiunto IRAP.

Nella tabella 2 sono riportate diverse distribuzioni del numero dei soggetti. In primo

luogo va registrato che la distribuzione dei soggetti IRAP, ammontanti complessivamen-

te a oltre 5,5 milioni, vede una netta prevalenza delle imprese individuali e dei professio-

nisti, entrambi tenuti a compilare l’Unico persone fisiche, con 3,6 milioni di soggetti

passivi in valore assoluto, pari ad oltre il 65% del totale.

Tab. 2 NUMERO DI SOGGETTI IRAP PER CLASSI DIMENSIONALI E TIPO DI DICHIARAZIONE

Classi di valore Tipo Persone Società di Società di Enti non Pubblica Totale

aggiunto IRAP dichiarazione fisiche persone capitali commerciali Amministrazione

Numero 1.091.449 281.416 293.895 53.031 118 1.719.909

Valore aggiunto nullo % colonna 30,3 27,7 37,0 61,7 0,5 31,1

Numero 2.146.124 428.553 167.316 20.143 2.660 2.764.796

Tra 0 e 50mila % colonna 59,5 42,2 21,1 23,4 10,6 50,0

Numero 341.196 249.714 174.990 8.998 12.492 787.390

Tra 50mila e 250mila % colonna 9,5 24,6 22,0 10,5 49,9 14,2

Numero 29.160 56.591 158.009 3.800 9.765 257.325

Oltre 250mila % colonna 0,8 5,6 19,9 4,4 39,0 4,7

Numero 3.607.929 1.016.274 794.210 85.972 25.035 5.529.420

Totale % riga 65,2 18,4 14,4 1,6 0,5 100,0

% colonna 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

Ma è la distribuzione per classi di valore aggiunto a dare l’informazione più interes-

5

sante : oltre il 31% delle imprese italiane ed il 37% delle sole società di capitali risultano

non avere base imponibile IRAP (cioè valore aggiunto) maggiore di zero. Questo dato,

4 Si è ritenuto anche che questo indicatore attenui i difetti delle alternative costituite dai ricavi (o meglio componenti

positivi), che non rivelano generalmente quanta parte di essi sia effettivamente frutto dell’attività dell’impresa, o dagli

addetti, che non colgono le differenze di produzione dovute alla diversa produttività per addetto.

5 Di recente l’argomento è stato affrontato da A.Santoro (2005).

- 131 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

indicatore di un’anomalia del sistema produttivo, può essere spiegato con diversi argo-

menti:

- è fisiologica la presenza di una piccola percentuale di soggetti che per un determinato

6

anno non produce reddito ;

- è altrettanto fisiologica la presenza di un’altra piccola percentuale che per circoscritte

annualità è in effettiva perdita;

- esistono numerose società ed imprese individuali non operative, senza attività e senza

personale;

- permane in Italia un’elevatissima evasione ed elusione;

- nell’anno 2002 erano già operanti agevolazioni che riducevano la base imponibile, an-

nullandola per i soggetti più piccoli;

- il citato meccanismo di calcolo dell’IRAP per differenza algebrica consente sia a chi è

effettivamente in perdita, sia a chi dichiara comunque redditi-utili negativi, di ridurre,

fino ad annullarle, le altre componenti della base imponibile (costo del lavoro e inter-

essi passivi netti).

In definitiva, quando osserveremo le distribuzioni dell’imposta andrà tenuto presen-

te che dei 5,5 milioni di soggetti potenziali sono in effetti 3,8 milioni a versare l’IRAP,

con un’imposta aggregata pari a 30 miliardi generata da una base imponibile di 611 mi-

liardi. E’ facendo riferimento a questi soggetti che vanno calcolate più correttamente le

medie, che per la globalità dei citati 3,8 milioni con base imponibile positiva risultano

essere di 7.880 euro per l’imposta e 160.363 euro per l’imponibile.

Guardando ancora alla distribuzione per dimensione, si osserva che solo il 4,7% del-

le imprese dichiara un valore aggiunto superiore a 250.000 euro, una soglia tutto somma-

to non elevata, se si pensa che essa comprende i redditi da lavoro (comprese le

collaborazioni) e quelli da capitale (proprio o di debito).

Le distribuzioni dell’IRAP e della sua base imponibile per classi dimensionali e tipo

di dichiarazione sono osservabili rispettivamente nelle tabelle 3 e 4.

Dalla tabella 3 si può cogliere la ripartizione dell’IRAP complessiva tra le varie ti-

pologie, tra le quali spiccano le società di capitali, con quasi il 55% del gettito, a fronte di

un peso numerico pari al 14%. Anche gli Enti pubblici contribuiscono in misura ingente

al gettito, con quasi 8 miliardi, mentre appare modesto il contributo delle persone fisiche

(3 miliardi, l’1% del gettito che proviene dal 65% dei soggetti), delle società di persone

6 Va comunque detto che questa percentuale non comprende le imprese che non fatturano ma che producono per lavori

pluriennali, in quanto il calcolo del valore aggiunto IRAP considera tutti i componenti positivi, compresi gli ordini in corso

di lavorazione. - 132 -

Effetti distributivi sulle imprese

(2,7 miliardi, il 9% dell’imposta che proviene dal 18% dei soggetti) e degli enti non com-

merciali (meno di 0,3 miliardi).

Tab. 3 IRAP PER CLASSI DIMENSIONALI E TIPO DI DICHIARAZIONE

Persone Società di Società di Enti non Pubblica

IRAP Totale

fisiche persone capitali commerciali Amministrazione

Totale (mln _) 1.219 362 142 13 5 1.742

Tra 0 e 50mila Media (_) 568 846 849 657 1.844 630

Num. con IRAP>0 2.146.124 428.553 167.316 20.143 2.660 2.764.795

Totale (mln _) 1.264 1.142 919 43 152 3.519

Tra 50mila e 250mila Media 3.704 4.573 5.249 4.748 12.128 4.469

Num. con IRAP>0 341.196 249.714 174.990 8.998 12.492 787.390

Totale (mln _) 541 1.194 15.261 230 7.532 24.758

Oltre 250mila Media 18.540 21.091 96.586 60.516 771.346 96.212

Num. con IRAP>0 29.160 56.591 158.009 3.800 9.765 257.325

Totale (mln _) 3.024 2.698 16.322 286 7.689 30.018

Totale Media 1.202 3.671 32.624 8.680 308.569 7.880

Num. con IRAP>0 2.516.480 734.858 500.314 32.941 24.917 3.809.510

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

Tab. 4 BASE IMPONIBILE IRAP PER CLASSI DIMENSIONALI E TIPO DI DICHIARAZIONE

Persone Società di Società di Enti non Pubblica

Base Imponibile IRAP Totale

fisiche persone capitali commerciali Amministrazione

Ammontare 30.152 8.646 3.356 313 58 42.524

Imponibile tra 1 e 50mila Media 14.049 20.176 20.055 15.515 21.839 15.381

Numero 2.146.124 428.553 167.316 20.143 2.660 2.764.795

Ammontare 31.303 27.339 21.669 1.013 1.785 83.109

Tra 50mila e 250mila Media 91.745 109.482 123.828 112.579 142.869 105.549

Numero 341.196 249.714 174.990 8.998 12.492 787.390

Ammontare 13.356 28.572 348.994 5.537 88.814 485.272

Oltre 250mila Media 458.019 504.887 2.208.701 1.457.004 9.095.110 1.885.835

Numero 29.160 56.591 158.009 3.800 9.765 257.325

Ammontare 74.811 64.557 374.018 6.862 90.657 610.905

Totale Media 29.728 87.850 747.566 208.316 3.638.342 160.363

Numero 2.516.480 734.858 500.314 32.941 24.917 3.809.510

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

La distribuzione della base imponibile riproduce gli aspetti già visti, con l’eccezione

della maggiore vicinanza tra il dato degli enti pubblici (90 mld), delle persone fisiche (75

mld) e delle società di persone (65 mld), che invece in termini d’imposta vedevano i

primi contribuire per oltre il doppio rispetto a ciascuno degli altri due. Ciò si spiega con

il calcolo della base e dell’imposta, radicalmente diverso per gli enti pubblici, che

devono conteggiare il proprio monte retribuzioni (anche qui comprensive delle

7

collaborazioni) ed applicare poi un’aliquota dell’8,5% ; sebbene le retribuzioni lorde

7 Come disciplinato dagli art.11 e 16 del D. Lgs. 446/1997.

- 133 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

siano circa i 2/3 del costo del lavoro, che è il parametro di riferimento per le imprese

commerciali, l’aliquota applicata è doppia e la base imponibile non può in alcun caso

ridursi a causa delle perdite.

Poiché l’IRAP è un’imposta regionale, la base imponibile viene ripartita da ogni

soggetto per ogni regione secondo quanto prescritto dall’art.4 del D. Lgs. 446/1997, cioè,

salvo casi particolari quali banche ed assicurazioni, sulla quota “delle retribuzioni spet-

tanti al personale a qualunque titolo utilizzato, compresi i redditi assimilati a quelli di la-

voro dipendente, i compensi ai collaboratori coordinati e continuativi e gli utili agli

associati in partecipazione di cui all'articolo 11, comma 1, lettera c), n. 5, addetto, con

continuità, a stabilimenti, cantieri, uffici o basi fisse, operanti per un periodo di tempo

non inferiore a tre mesi nel territorio di ciascuna regione”.

E’ questo un aspetto importante, che per la prima volta ha consentito alle banche

dati di origine tributaria di ripartire il valore aggiunto delle imprese sulla base dell’effet-

tiva operatività sul territorio. E’ dunque possibile, a partire dalle dichiarazioni IRAP, in-

dividuare la ripartizione regionale dell’attività delle imprese ovunque queste siano

domiciliate civilisticamente e fiscalmente. Sono state quindi individuate le basi imponi-

bili per regione di operatività, disaggregandole successivamente per le già usate variabili

incrocianti della dimensione dell’impresa e del tipo di soggetto passivo.

Nella tabelle 6 e 7 si possono osservare le basi imponibili regionali per ognuna delle

due variabili indicate. Come già osservato, le medie di sottogruppo sono ottenute rappor-

tando gli ammontari ai soli soggetti con base imponibile positiva nella determinata regio-

ne; nella tabella 5 è preliminarmente presentata la distribuzione dei soggetti attivi (cioè

con base imponibile positiva) per ogni regione.

Nella tabella 6 si osserva che anche nel settore degli enti pubblici la Lombardia ha la

massima base imponibile, superiore anche a quella del Lazio, che pure è sede prevalente

delle Amministrazioni centrali.

Dalla tabella 7 emerge chiaramente come le imprese medio-grandi, che rappresenta-

no meno del 5% dei soggetti passivi, rappresentano circa l’80% della base imponibile

IRAP, caratteristica che, nel confermare la polverizzazione del sistema produttivo italia-

no, sembra dare spazio alle preoccupazioni di chi ritiene tale aspetto un fattore di freno e

non di sviluppo economico.

Nelle tabelle 8 e 9, infine, è possibile osservare la distribuzione regionale dell’impo-

sta, sempre disaggregata rispettivamente per natura giuridica (tipo di dichiarazione) e per

dimensione (classi di base imponibile).

Si noti che l’IRAP affluente alla Lombardia, costituente circa il 23% di quella na-

zionale, è dovuta principalmente all’attività delle società di capitali, che da sole versano

4,8 miliardi di euro sui 7 complessivi incassati da questa regione. La netta prevalenza

della quota di gettito dalle società di capitali si osserva, pur con minore intensità, in tutte

- 134 -

Effetti distributivi sulle imprese

Tab. 5 NUMERO SOGGETTI ATTIVI PER REGIONE

(con imponibile ed IRAP positivi)

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Abruzzo 89.200

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Basilicata 31.809

Numero soggetti con IRAP>0 per provincia Bolzano 48.645

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Calabria 83.181

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Campania 259.403

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Emilia 354.024

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Friuli 82.060

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Lazio 329.025

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Liguria 116.681

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Lombardia 693.085

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Marche 115.420

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Molise 19.401

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Piemonte 309.234

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Puglia 216.481

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Sardegna 91.975

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Sicilia 230.522

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Toscana 290.124

Numero soggetti con IRAP>0 per provincia Trento 43.786

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Umbria 61.808

Numero soggetti con IRAP>0 per regione valdaosta 10.861

Numero soggetti con IRAP>0 per regione Veneto 368.870

Totale 3.809.510

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

Tab. 6 BASE IMPONIBILE IRAP REGIONALE PER TIPO DI DICHIARAZIONE

(in milioni di euro) Enti non Pubblica Totale

740 750 760 commerciali Amministrazione

Basi imp. IRAP nella regione Abruzzo 1.615 1.063 5.880 75 1.906 10.539

Basi imp. IRAP nella regione Basilicata 495 267 1.775 35 1.082 3.654

Basi imp. IRAP nella provincia di Bolzano 1.698 1.353 3.326 109 1.254 7.742

Basi imp. IRAP nella regione Calabria 1.377 730 3.144 67 3.659 8.976

Basi imp. IRAP nella regione Campania 4.316 2.793 15.540 379 8.028 31.055

Basi imp. IRAP nella regione Emilia 6.760 7.297 38.533 453 6.050 59.093

Basi imp. IRAP nella regione Friuli 2.011 1.769 9.074 110 2.243 15.208

Basi imp. IRAP nella regione Lazio 5.874 3.172 40.516 1.385 10.977 61.923

Basi imp. IRAP nella regione Liguria 2.182 1.797 8.599 171 2.803 15.552

Basi imp. IRAP nella regione Lombardia 14.147 15.001 108.067 1.374 11.468 150.058

Basi imp. IRAP nella regione Marche 1.973 2.261 8.319 98 2.335 14.986

Basi imp. IRAP nella regione Molise 320 176 969 9 1.622 3.096

Basi imp. IRAP nella regione Piemonte 5.560 6.068 33.122 484 5.579 50.812

Basi imp. IRAP nella regione Puglia 4.173 1.734 9.898 463 4.477 20.745

Basi imp. IRAP nella regione Sardegna 1.595 1.058 4.710 127 3.360 10.850

Basi imp. IRAP nella regione Sicilia 4.586 1.954 11.229 319 6.832 24.920

Basi imp. IRAP nella regione Toscana 5.568 5.373 24.232 368 5.095 40.636

Basi imp. IRAP nella provincia di Trento 872 1.058 3.535 111 2.405 7.981

Basi imp. IRAP nella regione Umbria 1.274 1.128 4.254 79 2.306 9.041

Basi imp. IRAP nella regione Val d'Aosta 150 189 802 17 1.575 2.733

Basi imp. IRAP nella regione Veneto 8.266 8.316 38.494 629 5.599 61.304

Totali basi imponibili IRAP 74.811 64.557 374.018 6.862 90.657 610.905

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi. - 135 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Tab.7 BASE IMPONIBILE IRAP REGIONALE PER CLASSI DIMENSIONALI

(in milioni di euro)

1-50mila 50-250mila oltre 250mila Totale

Basi imp. IRAP nella regione Abruzzo 935 1.684 7.920 10.539

Basi imp. IRAP nella regione Basilicata 299 449 2.906 3.654

Basi imp. IRAP nella provincia di Bolzano 554 1.419 5.768 7.742

Basi imp. IRAP nella regione Calabria 859 1.346 6.771 8.976

Basi imp. IRAP nella regione Campania 2.696 4.627 23.732 31.055

Basi imp. IRAP nella regione Emilia 4.042 8.625 46.426 59.093

Basi imp. IRAP nella regione Friuli 925 2.096 12.186 15.208

Basi imp. IRAP nella regione Lazio 3.697 6.164 52.062 61.923

Basi imp. IRAP nella regione Liguria 1.320 2.287 11.945 15.552

Basi imp. IRAP nella regione Lombardia 7.681 18.108 124.268 150.058

Basi imp. IRAP nella regione Marche 1.319 2.586 11.081 14.986

Basi imp. IRAP nella regione Molise 209 329 2.558 3.096

Basi imp. IRAP nella regione Piemonte 3.404 6.656 40.752 50.812

Basi imp. IRAP nella regione Puglia 2.291 3.536 14.918 20.745

Basi imp. IRAP nella regione Sardegna 961 1.703 8.187 10.850

Basi imp. IRAP nella regione Sicilia 2.477 3.671 18.772 24.920

Basi imp. IRAP nella regione Toscana 3.278 6.503 30.854 40.636

Basi imp. IRAP nella provincia di Trento 500 1.078 6.402 7.981

Basi imp. IRAP nella regione Umbria 694 1.347 7.000 9.041

Basi imp. IRAP nella regione Val d'Aosta 139 187 2.407 2.733

Basi imp. IRAP nella regione Veneto 4.242 8.706 48.356 61.304

Totali basi imponibili IRAP 42.524 83.109 485.272 610.905

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

Tab.8 IMPOSTA IRAP REGIONALE PER TIPO DI DICHIARAZIONE

(in milioni di euro) Enti non Pubblica

740 750 760 Totale

commerciali Amministrazione

IRAP nella regione Abruzzo 65 44 243 3 162 518

IRAP nella regione Basilicata 19 11 71 1 92 195

IRAP nella provincia di Bolzano 66 57 141 4 106 374

IRAP nella regione Calabria 55 31 134 3 310 533

IRAP nella regione Campania 173 118 660 21 682 1.654

IRAP nella regione Emilia 271 299 1.639 19 512 2.741

IRAP nella regione Friuli 77 71 386 4 190 729

IRAP nella regione Lazio 236 132 1.849 58 932 3.207

IRAP nella regione Liguria 89 76 369 7 238 779

IRAP nella regione Lombardia 591 619 4.796 52 972 7.030

IRAP nella regione Marche 98 114 423 5 198 838

IRAP nella regione Molise 13 7 41 0 138 199

IRAP nella regione Piemonte 224 252 1.422 21 473 2.392

IRAP nella regione Puglia 159 72 420 17 380 1.048

IRAP nella regione Sardegna 64 44 200 5 283 597

IRAP nella regione Sicilia 183 81 485 13 580 1.341

IRAP nella regione Toscana 221 224 1.036 15 432 1.929

IRAP nella provincia di Trento 30 43 148 4 204 430

IRAP nella regione Umbria 53 48 180 3 196 480

IRAP nella regione Val d'Aosta 6 8 34 1 134 183

IRAP nella regione Veneto 330 346 1.645 27 474 2.822

Totali IRAP 3.024 2.698 16.322 286 7.689 30.018

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi. - 136 -

Effetti distributivi sulle imprese

le regioni più sviluppate del Centro-Nord. Nelle regioni del Mezzogiorno, invece, la quo-

ta prevalente del gettito proviene quasi sempre dagli enti pubblici, a conferma della de-

bolezza del tessuto produttivo privato.

Tab. 9 IMPOSTA IRAP REGIONALE PER CLASSI DIMENSIONALI

(in milioni di euro)

1-50mila 50-250mila oltre 250mila Totale

IRAP nella regione Abruzzo 38 73 407 518

IRAP nella regione Basilicata 12 19 163 195

IRAP nella provincia di Bolzano 20 57 297 374

IRAP nella regione Calabria 35 58 440 533

IRAP nella regione Campania 112 198 1.344 1.654

IRAP nella regione Emilia 163 356 2.222 2.741

IRAP nella regione Friuli 37 84 608 729

IRAP nella regione Lazio 150 261 2.796 3.207

IRAP nella regione Liguria 55 96 628 779

IRAP nella regione Lombardia 322 766 5.943 7.030

IRAP nella regione Marche 65 131 641 838

IRAP nella regione Molise 8 15 176 199

IRAP nella regione Piemonte 138 283 1.971 2.392

IRAP nella regione Puglia 88 145 815 1.048

IRAP nella regione Sardegna 39 73 485 597

IRAP nella regione Sicilia 99 155 1.088 1.341

IRAP nella regione Toscana 136 276 1.517 1.929

IRAP nella provincia di Trento 18 42 370 430

IRAP nella regione Umbria 29 58 393 480

IRAP nella regione Val d'Aosta 6 8 169 183

IRAP nella regione Veneto 172 365 2.285 2.822

Totali IRAP 1.742 3.519 24.758 30.018

Fonte: elaborazioni su campioni. Dichiarazioni dei redditi.

Se si guarda invece alla distribuzione regionale per dimensione d’impresa non si no-

tano differenze tra nord centro e sud: in tutte le regioni sono le grandi imprese a rappre-

sentare la quasi totalità del gettito IRAP (anche se questo fenomeno è accentuato dalle

recenti riduzioni di imponibile concesse alle piccole imprese).

Cenni sulle ipotesi di superamento o trasformazione dell’IRAP e sulla attesa

sentenza della corte europea

Tassando i redditi non in capo al percettore, bensì in capo a coloro che esercitano at-

tività produttive, l’IRAP ha alimentato posizioni discordanti riguardo alla sua stessa na-

tura. Infatti, mentre gli enti statistici (ISTAT, EUROSTAT, OCSE) la considerano

un’imposta indiretta sui fattori della produzione, i principi contabili fissati dall’ordine

dei commercialisti considerano l’intera IRAP come imposta diretta sul reddito d’impresa

(contribuendo a ciò la sua citata indeducibilità). Proprio la percezione diffusa tra le im-

prese di un’imposta gravante sul reddito d’impresa, ma commisurata oltre che agli utili ai

costi di produzione (di cui il costo del lavoro è la componente principale), è all’origine

- 137 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

delle critiche rivolte a questo tributo dagli operatori economici.

La prevista graduale abolizione dell’IRAP (legge delega per la riforma fiscale n. 80/

2003, peraltro decaduta), con prioritaria e progressiva esclusione dalla base imponibile

del costo del lavoro, è rimasta sotto questo aspetto sostanzialmente inattuata.

Un ampio dibattito sulle possibilità di riforma o sostituzione dell’IRAP con altre en-

trate tributarie è dapprima sorto sulla base di sentenze che hanno messo in dubbio la sua

applicabilità ad operatori minori senza adeguata ed effettiva organizzazione d’impresa,

mentre in qualche caso estremo è stata discussa perfino la sua applicabilità all’intera ca-

tegoria dei professionisti.

Questo dibattito si è riaperto e ampliato di recente con l’intervento dell’Avvocato

generale della Corte di Giustizia europea (la quale deve però ancora esprimersi sul tema),

che ha ritenuto l’IRAP incompatibile con la normativa comunitaria, in particolare con

l’art. 33 della VI direttiva che vieta agli Stati membri di introdurre imposte sulla cifra

d’affari ulteriori rispetto all’IVA. A tutt’oggi si è in attesa della sentenza, che potrebbe ri-

sultare cogente per una radicale riforma dell’IRAP o per una sua cancellazione (e sostitu-

zione con una o più imposte).

In attesa della sentenza, e nella consapevolezza che un gettito di oltre 30 miliardi de-

stinato ai fabbisogni regionali va in ogni caso sostituito con una o più fonti di entrata di

ammontare paragonabile, appare utile una riflessione preliminare sulla natura stessa che

si vuol attribuire a questa imposta regionale.

Se infatti l’IRAP è vista come un’imposta sulla produzione tesa a compensare il

consumo di risorse, ambientali e finanziarie, da parte delle imprese operanti sui territori

regionali, allora sarebbe meglio renderla deducibile, come altri costi, anche di natura tri-

butaria, con possibilità di compensare la perdita di gettito allargando la base imponibile

fino a ricomprendere gli ammortamenti, così avvicinandosi all’aggregato del prodotto

lordo (ed allontanando ulteriormente i sospetti di duplicazione dell’IVA, che a dispetto

del nome era e resta sostanzialmente un’imposta sui consumi).

Se invece l’IRAP è vista come un’altra imposta sul reddito d’impresa, percezione

molto diffusa anche se poco fondata, allora sarebbe forse meglio esplicitare questa impo-

stazione tornando a separare l’imposta tra una parte gravante sugli utili, che potrebbe in

questo caso tornare erariale ed essere riassorbita, con grande semplificazione, dall’IRES

stessa, e quella gravante sul costo del lavoro, che potrebbe restare di competenza delle

regioni e beneficiare della citata impermeabilità alle riduzioni di gettito dovute alle per-

dite. Quanto agli interessi passivi netti, nell’ambito di questo secondo approccio, essi po-

trebbero essere assorbiti dalle diverse misure che già oggi tentano di attenuare le

convenienze e gli usi elusivi dell’indebitamento.

Per entrambi gli approcci, sarebbe comunque auspicabile una reale semplificazione

del calcolo che eliminasse le riclassificazioni e le variazioni del “terzo binario” e, nel

- 138 -

Effetti distributivi sulle imprese

caso dell’approccio “imposta sul valore aggiunto”, adottasse per tutti i soggetti passivi il

metodo di calcolo “per somma”, in grado di garantire insieme alla semplicità anche una

maggiore flessibilità di intervento per il decisore politico.

CARATTERISTICHE ED IMPATTO DELLA RIDUZIONE DEI CONTRIBUTI

SOCIALI PREVISTA DAL DISEGNO DI LEGGE FINANZIARIA

Il provvedimento

Il disegno di legge Finanziaria per il 2006 intende realizzare, con l’art.51, un conte-

nimento del costo del lavoro, circoscritto al settore privato, attraverso la diminuzione di

8

un punto percentuale dei contributi dovuti dai datori di lavoro alla Gestione delle presta-

9

zioni temporanee ai lavoratori dipendenti (GPT) presso l’INPS. In via prioritaria si pre-

vede l’abbattimento dell’aliquota contributiva legale per gli assegni al nucleo familiare

(CUAF), procedendo in modo analogo a quanto sancito dalla legge Finanziaria 2001

10

nell’art. 120 (L388/2000) .

Attualmente, l’aliquota contributiva legale per gli assegni al nucleo familiare risulta

per la maggioranza dei datori di lavoro pari all’1,68% della retribuzione lorda. Tuttavia,

nel caso degli Enti pubblici - non tenuti al versamento di questi contributi, in quanto ero-

gano direttamente gli assegni ai propri dipendenti -, di alcune tipologie di aziende com-

merciali e artigiane, e per la generalità delle aziende agricole, sorge un problema di

“incapienza” dell’aliquota da abbattere, perché quella per gli assegni familiari non esiste

o è già stata interamente fiscalizzata (L.388/2000). Pertanto, nel c.2 dell’art. 51 del dise-

gno di legge Finanziaria per il 2006, analogamente a quanto stabilito nell’articolo richia-

mato della Finanziaria per il 2001, si prevede che, al verificarsi di tali situazioni, il taglio

delle aliquote riguarderà altri contributi dovuti dai medesimi datori di lavoro alla GPT, e

8 Le aliquote contributive (del lavoratore e del datore) sono calcolate, come è noto, in percentuale delle retribuzioni lorde,

il parametro contrattuale di riferimento. Essendo il costo del lavoro ottenuto come somma delle retribuzioni lorde e dei

contributi sociali, la diminuzione di un punto percentuale di oneri sociali corrisponde a meno di un punto, se espressa in

quota del costo del lavoro.

9 Si tratta di una gestione dell’INPS che è stata istituita con L. 88/1989. Nell’art. 24 c.1 della legge istitutiva sono elencate

le gestioni incluse: l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria, il fondo di garanzia per il trattamento di fine

rapporto, la cassa per l’integrazione guadagni degli operai dell’industria e dell’edilizia, la cassa per l’integrazione salariale

ai lavoratori agricoli, la cassa unica per gli assegni familiari, la gestione dei trattamenti economici di malattia ed ogni altra

forma di previdenza a carattere temporaneo diversa dalle pensioni.

10 L’art.120 della L. 388/2000 stabiliva la riduzione, pari a 0,8 punti percentuali, dei contributi dovuti dai datori di lavoro

per assegni al nucleo familiare. Di conseguenza, a partire dal 2001, l’aliquota legale si è ridotta dal 2,48 all’1,68 per cento

della retribuzione lorda. - 139 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

in particolare saranno abbassati quelli per le prestazioni di maternità e di disoccupazione,

fino ad un limite massimo complessivo pari ad 1 punto percentuale della retribuzione. Si

escludono invece dall’intervento le aliquote contributive al fondo di garanzia per il trat-

tamento di fine rapporto (0,2% delle retribuzioni lorde, istituito con L.297/1982, art. 2) e

il contributo integrativo per l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione invo-

lontaria (0,3% delle retribuzioni lorde, istituito con L.845/19789, art. 25).

Il taglio delle aliquote contributive comporta che il finanziamento degli istituti ri-

chiamati dall’art.51 della Finanziaria per il 2006, come le prestazioni per gli assegni al

nucleo familiare, per la maternità e per la disoccupazione, venga garantito, per la quota

non più coperta dai contributi sociali, dalla fiscalità generale.

E’ stato osservato che questa scelta, per quanto riguarda gli assegni al nucleo fami-

liare “mal si concilia con il fatto che gli assegni non hanno natura universale, ma catego-

riale, sono cioè riservati ai soli lavoratori dipendenti (che fino ad ora sono

11

conseguentemente stati i soli a pagare i relativi contributi)” . Analoga considerazione

può essere estesa ai contributi per la disoccupazione. Per contro, la considerazione non

può essere estesa ai contributi per la maternità, le cui prestazioni hanno natura universa-

le, in quanto erogate anche ai lavoratori autonomi, che peraltro sono soggetti al paga-

mento dei relativi contributi.

Va inoltre evidenziato che la riduzione del CUAF è una tendenza degli ultimi anni

che sembra rispondere all’esigenza di abbassare il contributo ad un fondo il cui bilancio

risulta in costante attivo, e viene perciò sistematicamente utilizzato per attenuare il defi-

cit delle gestioni pensionistiche INPS. Con la diminuzione di questo tipo di contributi so-

ciali si persegue, attraverso la riduzione del cuneo fiscale-contributivo, anche il

miglioramento della competitività delle imprese italiane senza intaccare i redditi netti

presenti e futuri dei dipendenti, incentivando contestualmente l’utilizzo relativo del fat-

tore lavoro e, dunque, l’aumento dell’occupazione.

Un richiamo a precedenti riduzioni di aliquote contributive (1997-2001)

Nel 1998, l’aliquota legale dei contributi sociali a carico del datore di lavoro nel set-

tore manifatturiero è stata ridotta nella media nazionale di 11,5 punti percentuali, a segui-

to dell’introduzione dell’IRAP e della contestuale soppressione dei contributi sanitari

(9,6%), di una quota del contributo all’assicurazione contro la tubercolosi (1,66%) e del

contributo per l’assistenza di malattia dei pensionati (0,2%). L’introduzione dell’IRAP

ha comportato anche la diminuzione di un punto percentuale dell’aliquota contributiva a

carico dei lavoratori (dal 10,2% al 9,2% della retribuzione lorda).

11 S. Giannini e M.C. Guerra (2005). - 140 -

Effetti distributivi sulle imprese

A partire dal 1998 e fino al 2001, l’aliquota legale a carico del datore di lavoro é sta-

ta ulteriormente diminuita di 1,82 punti percentuali. Nel 1998, la riduzione è stata pari a

0,82 punti, a seguito della soppressione dei rimanenti “oneri impropri”, destinati in origi-

ne al finanziamento degli asili nido, dell’assistenza agli orfani dei lavoratori italiani

(Enaoli), dell’assicurazione contro la tubercolosi e del contributo per la gestione delle

case per i lavoratori (Gescal). In seguito, rispettivamente nel 2000 e 2001, è stato deciso

lo spostamento parziale sulla fiscalità generale del finanziamento di quelle funzioni che

afferiscono alla sfera sociale (garanzie di reddito in caso di maternità, assegni al nucleo

familiare), riducendo l’aliquota legale a carico dei datori di 1 punto percentuale, di cui

0,2 per la riduzione del contributo per la maternità e 0,8, come già ricordato, del CUAF.

In definitiva, l’aliquota legale per il datore di lavoro nell’industria manifatturiera, pari al

46,4% della retribuzione nel 1997, si è abbassata di 13,3 punti nel 2001, attestandosi al

12

, tuttora in vigore.

33,1%

Con riferimento ad una figura rappresentativa di lavoratore dell’industria - celibe o

con familiari a carico - (APW - average production worker), e sulla base di un approccio

13

standard di calcolo delle componenti del costo del lavoro, impiegato dall’OCSE , la di-

minuzione del costo del lavoro conseguente alla riduzione dell’aliquota legale dovuta dal

datore nell’intervallo considerato, e a parità di retribuzione lorda, è stata superiore al 9

per cento.

Gli impatti redistributivi della manovra sul costo del lavoro

Si è detto che la diminuzione dei contributi sociali a carico del datore è stata prevista

in misura pari ad un punto percentuale della retribuzione lorda. Se l’abbattimento unifor-

me di un punto tende ad appiattire l’impatto redistributivo tra tipologie di dipendenti e di

imprese, il diverso peso dei contributi sociali in rapporto alla retribuzione e, soprattutto,

la quota del costo del lavoro dipendente sul totale del valore aggiunto d’impresa determi-

nano i principali impatti redistributivi.

Si è deciso qui di simulare l’impatto della misura prevista dal disegno di legge Fi-

nanziaria distinguendo per livello del costo del lavoro (otto classi), per qualifica (opera-

io, impiegato, dirigente), per settore di attività (sette settori cui si applica la riduzione più

la Pubblica Amministrazione, comprensiva di istituzioni internazionali e servizi non de-

stinabili alla vendita).

12 Le aliquote indicate sono riportate annualmente nel vol.2^ della Relazione Generale sulla Situazione Economica del

Paese e non includono: l’accantonamento al fondo trattamento di fine rapporto, il contributo al fondo pensioni

(rispettivamente pari a 6,91% e 0,5%) e il contributo per l’assicurazione infortuni sul lavoro (quest’ultimo è correlato allo

specifico rischio connesso al tipo di lavorazione dell’impresa).

13 OECD (2005). Le valutazioni del costo del lavoro in Italia, fornite dall’OCSE, non includono l’IRAP.

- 141 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Metodologia e dati impiegati per valutare gli effetti del provvedimento

Le elaborazioni sulla riduzione dei contributi sociali sono state effettuate con il modello di

microsimulazione delle imposte dirette e dei contributi sociali ITAXMOD dell’ISAE, basato sui dati

1

dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane condotta dalla Banca d’Italia per l’anno 2002 ,

aggiornato al 2005 e all’anno di simulazione 2006.

E’ stata utilizzata la sezione di ITAXMOD che ricostruisce i contributi sociali dovuti dai

lavoratori dipendenti, le retribuzioni lorde, le singole aliquote contributive dovute dai datori di

lavoro e il costo del lavoro di ciascun dipendente, aggregabile per settori di attività economica e

qualifiche professionali. In particolare, in primo luogo sono state applicate alle retribuzioni lorde

stimate dal modello le aliquote “legali nette”, ovvero quelle legali vigenti al netto degli

2

abbattimenti per sgravi previsti da diverse disposizioni , ottenendo il gettito “potenziale”.

3

Si è poi proceduto ad una rettifica delle aliquote e quindi del gettito potenziale dei contributi,

differenziata per settore, introducendo dei fattori di correzione per meglio allineare le aliquote

4

legali nette a quelle effettive, desumibili dalla Contabilità nazionale . Va osservato che

preliminarmente, con riguardo alle informazioni disponibili di Contabilità nazionale, si sono

5

stimate le retribuzioni lorde per settori di attività economica dei soli lavoratori “regolari” e il

relativo costo del lavoro. Per i vari settori economici, la differenza tra costo del lavoro e

retribuzioni lorde, rapportata alle retribuzioni lorde, fornisce le aliquote effettive dovute dai datori

di lavoro, a cui i dati teorici sono stati confrontati.

Le aliquote corrette, applicate alle retribuzioni lorde stimate dal modello, producono un

gettito campionario che, riportato all’universo, ha mostrato un buon accostamento ai dati effettivi

di Contabilità nazionale nelle varie componenti delle retribuzioni lorde, dei contributi sociali e del

costo del lavoro.

La simulazione, infine, è consistita nell’inserire nel modello la riduzione dell’aliquota dovuta

dal datore di lavoro prevista nell’art. 51 del disegno di legge Finanziaria per il 2006, applicandola

a ciascun dipendente interessato in base alla qualifica professionale ed al settore di attività

economica (esclusa la Pubblica Amministrazione), tenendo conto dell’eventuale “incapienza”

dell’aliquota da abbattere in via prioritaria (quella per gli assegni familiari). E’ stato così stimato

il minore gettito contributivo e il conseguente minore costo del lavoro, confrontando entrambi con

quelli valutati prima della simulazione. Le variazioni sono state calcolate in valore assoluto ed in

percentuale del costo del lavoro prima della manovra e sono presentate per classi di costo del

lavoro, settori di attività e qualifica professionale del lavoratore.

1 Banca d’Italia (2004).

2 In particolare, sono stati considerati gli abbattimenti di aliquote previsti dalla normativa per i nuovi assunti nel

Mezzogiorno, per l’agricoltura e per alcune qualifiche del settore dell’edilizia, compatibilmente con la possibilità di

applicarli ai microdati disponibili nella banca dati utilizzata.

3 Le divergenze risultano determinate non soltanto da sfasamenti tra i dati di competenza (quelli del modello) e

quelli di Contabilità nazionale (costruiti con criteri parzialmente diversi), da alcune approssimazioni e integrazioni

di dati mancanti nell’attribuzione delle aliquote, date anche dalla difficoltà nel trovare la corrispondenza tra i

microdati, la contabilità nazionale e la normativa, ma soprattutto da mancati versamenti, dovuti a evasione.

4 Sono aliquote, al netto degli abbattimenti per i numerosi sgravi disponibili e per i mancati versamenti

(economia sommersa), che danno luogo al gettito di competenza economica acquisito dagli Enti di previdenza

pubblica, dai fondi pensione di categoria e dalle gestioni interne alle imprese (TFR).

5 Ottenute moltiplicando le retribuzioni lorde settoriali pro capite di tutti i lavoratori dipendenti (regolari e

irregolari) per le unità di lavoro regolari e applicando un fattore di rivalutazione del 20%, al fine di tenere conto del

fatto che la retribuzione lorda media è inferiore a quella dei soli regolari.

- 142 -

Effetti distributivi sulle imprese

L’aggregazione dei benefici attesi dai datori per il complesso dei dipendenti coin-

volti rappresenta anche la perdita di gettito stimata.

Nella tabella 10 si può appunto osservare l’ammontare dei principali aggregati inte-

ressati (retribuzioni lorde, contributi sociali, costo del lavoro) e l’impatto in termini di

gettito della riduzione prevista.

Tab. 10 EFFETTI COMPLESSIVI DELLA RIDUZIONE DEI CONTRIBUTI SOCIALI

Aggregati di riferimento Ammontari (milioni di euro) Medie (euro)

Retribuzioni lorde da lavoro dipendente 2006 438.714 26.121

Contributi sociali a carico del datore - tendenziale 2006 163.259 9.720

Contributi sociali a carico del datore - con finanziaria 2006 160.794 9.574

Costo del lavoro - tendenziale 2006 601.973 35.841

Costo del lavoro - con finanziaria 2006 599.508 35.694

Variazione costo del lavoro con finanziaria 2006 -2.466 -147

Numero dipendenti 2006 (inclusa PA) 16.795.685

Fonte: elaborazioni ISAE su dati Banca d’Italia (2004).

Il minor gettito, di circa 2,5 miliardi di euro, appare un apprezzabile contributo

14

all’alleggerimento del costo del lavoro e, per questa via, ai conti d’impresa .

Le medie pro capite presentate in tabella 10 sono calcolate sul totale dei dipendenti.

Nelle tabelle successive escludiamo invece, più correttamente, le Amministrazioni Pub-

bliche e le istituzioni internazionali, non interessate, come si è visto, dal provvedimento

di riforma.

In tabella 11 si presentano gli effetti redistributivi per classi di costo del lavoro.

Si noti che il minore onere medio è pari a circa 226 euro, se calcolato sui soli sog-

getti interessati dalla riduzione dei contributi. In termini percentuali, il punto di riduzione

sulla retribuzione lorda diventa lo 0,66% sul costo del lavoro.

La distribuzione per classe della minore incidenza percentuale registra lievi scosta-

menti rispetto allo 0,66% medio; le differenze sono ascrivibili al fatto che l’aliquota, per

il complesso dei contributi sociali, è massima per gli operai, caratterizzati da un costo del

lavoro minore, e minima per i dirigenti.

Ne consegue un peso percentuale crescente all’aumento del costo del lavoro, più

chiaramente osservabile nella tabella 12, che presenta direttamente gli impatti per

qualifica.

Il profilo redistributivo della riduzione contributiva sarebbe stato diverso se lo sgra-

vio avesse riguardato specifiche voci presenti solo per le qualifiche operaie o, in minore

14 La relazione tecnica di accompagnamento alla finanziaria (Senato della Repubblica, 2005 “Disposizioni per la

formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato”, Disegno di Legge, atti parlamentari, n. 3.613, p. 281) stima in

circa 2 miliardi il minor gettito. Il fatto che in questo lavoro si sia ritenuto di attribuire ai dipendenti “regolari” una

retribuzione media maggiore rispetto a quelli “sommersi” ha contribuito a determinare, insieme al diverso metodo di

quantificazione, la differenza di stima. - 143 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

misura, per quelle impiegatizie. La possibilità, espressamente prevista dalla norma, di ri-

partire il punto di sgravio su più voci in caso di incapienza consente a tutte le qualifiche,

in tutti i settori, di godere appieno della riduzione.

Tab. 11 IMPATTO DELLA RIDUZIONE DEI CONTRIBUTI SOCIALI PER CLASSI DI COSTO DEL LAVORO

Medie (esclusa P.A.)

Classi di costo del lavoro Retribuzioni Costo del lavoro Variazioni costo del Variazioni %

Numero lorde 2006 2005 lavoro con riforma costo del lavoro

<10mila euro 795.613 4.237 5.829 -36 -0,62%

10-16mila euro 992.461 9.555 13.167 -82 -0,62%

16-22mila euro 918.869 13.878 19.415 -126 -0,65%

22-28mila euro 1.576.018 17.945 25.201 -161 -0,64%

28-34mila euro 2.228.803 22.192 31.189 -203 -0,65%

34-40mila euro 1.546.873 26.247 36.915 -240 -0,65%

40-50mila euro 1.300.108 31.456 44.446 -290 -0,65%

50-80mila euro 1.115.140 42.450 59.600 -398 -0,67%

oltre 80mila euro 435.672 81.902 113.519 -786 -0,69%

Totale 10.909.557 24.554 34.427 -226 -0,66%

Ammontari (esclusa P.A.)

Classi di costo del lavoro Retribuzioni Costo del lavoro Variazioni costo del Variazioni %

Numero lorde 2006 2005 lavoro con riforma costo del lavoro

<10mila 795.613 3.371 4.637 -29 -0,62%

10-16mila euro 992.461 9.482 13.068 -82 -0,62%

16-22mila euro 918.869 12.752 17.840 -115 -0,65%

22-28mila euro 1.576.018 28.282 39.717 -254 -0,64%

28-34mila euro 2.228.803 49.463 69.515 -452 -0,65%

34-40mila euro 1.546.873 40.601 57.103 -371 -0,65%

40-50mila euro 1.300.108 40.897 57.785 -376 -0,65%

50-80mila euro 1.115.140 47.338 66.462 -444 -0,67%

oltre 80mila euro 435.672 35.682 49.457 -343 -0,69%

Totale 10.909.557 267.868 375.584 -2.466 -0,66%

Fonte: elaborazioni ISAE su dati Banca d’Italia (2004).

Tab. 12 IMPATTO DELLA RIDUZIONE DEI CONTRIBUTI SOCIALI PER QUALIFICA

Medie (esclusa P.A.)

Qualifiche Retribuzioni lorde Costo del lavoro Variazioni costo del Variazioni %

Numero 2006 2005 lavoro con riforma costo del lavoro

Operaio 6.494.423 20.457 28.822 -182 -0,63%

Impiegato 3.793.143 25.881 36.389 -245 -0,67%

Dirigente 621.991 59.235 80.987 -566 -0,70%

Totale 10.909.557 24.554 34.427 -226 -0,66%

Ammontari (esclusa P.A.)

Qualifiche Retribuzioni lorde Costo del lavoro Variazioni costo del Variazioni %

Numero 2006 2005 lavoro con riforma costo del lavoro

Operaio 6.494.423 132.856 187.183 -1.184 -0,63%

Impiegato 3.793.143 98.169 138.028 -930 -0,67%

Dirigente 621.991 36.844 50.373 -352 -0,70%

Totale 10.909.557 267.868 375.584 -2.466 -0,66%

Fonte: elaborazioni ISAE su dati Banca d’Italia (2004). - 144 -

Effetti distributivi sulle imprese

Nella tabella 13 sono riportati gli effetti per settore di attività; in questo caso le lievi

differenze sono ascrivibili al diverso mix interno di qualifiche.

Le minori incidenze per i settori di agricoltura, industria ed edilizia dipendono per-

ciò dalla maggiore presenza di qualifiche operaie.

Tab. 13 IMPATTO DELLA RIDUZIONE DEI CONTRIBUTI SOCIALI PER SETTORI DI ATTIVITA’

Medie (esclusa P.A.)

Settori Retribuzioni lorde Costo del lavoro Variazioni costo del Variazioni %

Numero 2006 2005 lavoro con riforma costo del lavoro

Agricoltura 902.019 15.464 20.915 -125 -0,60%

Industria in senso stretto 4.690.194 26.259 36.485 -234 -0,64%

Edilizia 907.064 21.796 32.975 -201 -0,61%

Commercio e pubblici esercizi 1.594.790 22.046 30.022 -198 -0,67%

Trasporti e comunicazioni 710.586 28.808 40.169 -271 -0,68%

Credito e assicurazioni 626.373 38.763 55.670 -411 -0,74%

Servizi alle imprese e alle famiglie 1.478.532 21.021 30.024 -208 -0,70%

Totale 10.909.557 24.554 34.427 -226 -0,66%

Ammontari (esclusa P.A.)

Settori Numero Retribuzioni lorde Costo del lavoro Variazioni costo del Variazioni %

2006 2005 lavoro con riforma costo del lavoro

Agricoltura 902.019 13.949 18.866 -113 -0,60%

Industria in senso stretto 4.690.194 123.159 171.123 -1.096 -0,64%

Edilizia 907.064 19.771 29.911 -183 -0,61%

Commercio e pubblici esercizi 1.594.790 35.159 47.880 -316 -0,67%

Trasporti e comunicazioni 710.586 20.470 28.543 -192 -0,68%

Credito e assicurazioni 626.373 24.280 34.870 -257 -0,74%

Servizi alle imprese e alle famiglie 1.478.532 31.081 44.391 -308 -0,70%

Totale 10.909.557 267.868 375.584 -2.466 -0,66%

Fonte: elaborazioni ISAE su dati Banca d’Italia (2004).

In conclusione, si può confermare che la riduzione dei contributi sociali non aventi

natura di accantonamento previdenziale a prestazione differita risulta un modo efficace

di ridurre il costo del lavoro e migliorare la competitività delle imprese, senza ridurre i

redditi e le prestazioni, attuali o differiti, dei dipendenti.

Qualora si volesse aggiungere a questi obiettivi quello di accentuare la riduzione del

cuneo fiscale per le qualifiche a più basso reddito, allo scopo di attenuarne il maggior ri-

schio di espulsione da processi produttivi in rapida evoluzione, basterebbe concentrare

l’intervento di riduzione su voci dei contributi sociali maggiormente presenti tra tali ca-

tegorie, che sopportano ancor oggi una percentuale di contributi sociali più elevata.

- 145 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

EFFETTI DELLA TASSAZIONE CONSOLIDATA DI GRUPPO

La nuova IRES, istituita con il D. Lgs. 344/2003, ha profondamente modificato il si-

stema impositivo sui redditi delle società di capitali, nell'ottica di una più efficace com-

petizione con gli altri ordinamenti. Le novità introdotte sono numerose: l'adozione di

un'aliquota unica, la contestuale abolizione della Dual Income Tax, l'introduzione di un

nuovo regime impositivo dei dividendi societari e delle plusvalenze su partecipazioni

aventi determinati requisiti, l'eliminazione della rilevanza fiscale della svalutazione delle

partecipazioni societarie, ed, infine, l'introduzione dei regimi opzionali di tassazione

consolidata di gruppo, sia nazionale che mondiale, e di imputazione "per trasparenza"

dei redditi delle società di capitali, con i quali si realizza la trasmissione tra società colle-

gate di utili e perdite fiscali.

Per una discussione della riforma ed una valutazione di alcuni provvedimenti in essa

contenuti si rinvia al rapporto di Ottobre 2003. L'analisi che segue si concentra sugli ef-

fetti dell'introduzione del consolidato nazionale sul debito di imposta dei contribuenti.

Descrizione sintetica della disciplina della tassazione di gruppo

Il consolidato nazionale consente, su opzione facoltativa delle singole società che vi

partecipano, di determinare in capo alla controllante un'unica base imponibile, corrispon-

dente alla somma algebrica degli imponibili delle società partecipanti. Tale facoltà può

essere esercitata congiuntamente da parte della società o ente controllante e da ciascuna

società controllata, ed è vincolante per un periodo di tre esercizi sociali. Sono ammessi

alla tassazione di gruppo:

- in qualità di controllanti, i soggetti residenti a cui si applica l'IRES e i soggetti non res-

identi, a condizione che siano residenti in paesi con i quali è in vigore un accordo per

evitare la doppia imposizione ed esercitino nel territorio dello Stato italiano un'attività

d'impresa, attraverso una stabile organizzazione alla quale la partecipazione di ciascu-

na società controllata sia effettivamente connessa;

- in qualità di controllate, le società di capitali residenti (società per azioni, società in ac-

comandita per azioni e società a responsabilità limitata).

L'esercizio dell'opzione per la tassazione di gruppo esige, a pena di inammissibilità,

il possesso di una "partecipazione rilevante", che si definisce tale al verificarsi dei se-

guenti requisiti:

a) esiste un rapporto di controllo di diritto, nel senso precisato dall'art. 2359, comma 1,

n.1 del codice civile; - 146 -

Effetti distributivi sulle imprese

b) viene superata la soglia di partecipazione del 50 per cento tanto in relazione al capitale

sociale quanto agli utili di bilancio della società controllata di diritto. Nel verificare

l'esistenza di tale ultimo requisito, occorre, quindi effettuare una duplice verifica a

livello:

1) di partecipazione al capitale sociale. Per questa partecipazione si considerano

"controllate" le società il cui soggetto controllante partecipa, direttamente o indi-

rettamente, per una percentuale superiore al 50%, del relativo capitale sociale (utile

di bilancio), tenuto conto dell'eventuale demoltiplicazione prodotta dalla catena so-

cietaria di controllo e senza considerare le azioni prive di voto.

2) di partecipazione all'utile di bilancio. Per questa partecipazione si considerano

"controllate" le società il cui soggetto controllante partecipa, direttamente o indi-

rettamente, per una percentuale superiore al 50%, del relativo utile di bilancio, te-

nuto conto dell'eventuale demoltiplicazione prodotta dalla catena societaria di

controllo e senza considerare le azioni prive di voto.

Trattandosi di un rapporto bilaterale, all'interno dei gruppi di imprese si configurano

pertanto tante opzioni a coppia quante sono le società controllate che partecipano al con-

solidato. A fini esplicativi si riportano alcuni esempi (cfr. Circolare N. 53/E). Si suppon-

ga che il soggetto A detiene il 100% della società B che a sua volta detiene il 51% della

società C. 100% 51%

B C

A

La società A può esercitare l'opzione con la società B, così come con l'altra control-

lata C, possedendo in entrambi i casi una partecipazione rilevante (superiore al 50%). La

partecipazione di A in C, posseduta tramite la partecipata B di "primo livello" è, infatti,

superiore alla percentuale legale per accedere al regime, tenuto conto della demoltiplica-

zione della quota partecipativa (100% x 51% =51%). Nell'ambito di tale gruppo, i conso-

lidati possibili sono:

- A con B e/o A con C;

- A con B o B con C.

Si noti che, se A cede anche solo il 2% delle partecipazioni della società B, viene

meno il requisito per il consolidato di A con C. Occorre quindi porre attenzione alle ope-

razioni infragruppo (cessioni, conferimenti, scambi) che hanno a oggetto partecipazioni

di società del gruppo, in quanto l'applicazione dell'effetto demoltiplicatore modifica sen-

sibilmente i rapporti di controllo tra le società facendo fuoriuscire o rientrare dal perime-

- 147 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

tro di consolidamento le società del gruppo. Il nuovo Tuir disciplina le conseguenze

fiscali connesse al venir meno del requisito di controllo o al mancato rinnovo dell'opzio-

ne a favore del consolidamento. Si consideri inoltre il seguente caso.

La società A detiene un rapporto di

A controllo con le società C e D, ma non

con B. Pertanto B è esclusa dal perimetro

10

% 0%

20 del consolidato. Inoltre, ai fini di valutare

60% la quota partecipativa di A con Z, non ri-

leva la quota partecipativa in Z detenuta

in via indiretta attraverso la società B. Ne

B C D segue che la partecipazione rilevante di A

con Z è data dalla somma delle quote par-

tecipative di A tramite le partecipate di

30% "primo livello" controllate di diritto. La

%

5% 45 partecipazione (indiretta) di A in Z trami-

Z te C equivale al 18%; la quota di A in Z

tramite D è pari al 45%. Ne segue che A

controlla di diritto Z (18%+45%=63%).

Qualora la controllante eserciti l'opzione con più di una controllata, il consolidato fi-

scale è, comunque, unico: il reddito complessivo si ottiene dalla compensazione degli

imponibili positivi e negativi di tutte le società che hanno esercitato l'opzione con la con-

trollante, per l'intero importo indipendentemente dalla quota di partecipazione riferibile

al soggetto controllante. Poiché l'opzione è facoltativa, tanto per la controllante quanto

per le controllate, e poiché non è previsto che la controllante coincida con il vertice del

gruppo, è pienamente legittimo che all'interno di un gruppo si possano generare più con-

solidati autonomi. Ciò può risultare inevitabile in presenza di catene societarie molto

lunghe, in quanto la demoltiplicazione del rapporto di controllo non consentirà di conso-

lidare le società più distanti dalla controllante. Unico vincolo per ciascuna entità legale è

l'esercizio dell'opzione solo in qualità di consolidante o solo in qualità di consolidata.

In sede di dichiarazione dei redditi del gruppo, le società dovranno dapprima com-

pensare le perdite pregresse (anteriori all'introduzione della tassazione di gruppo) fino a

concorrenza con i propri imponibili positivi e successivamente trasferire il "saldo" (se

positivo) ovvero la perdita d'esercizio alla controllante. Al soggetto controllante compete

la liquidazione dell'unica imposta dovuta o il riporto a nuovo della eventuale perdita ri-

sultante dalla somma algebrica degli imponibili.

I principali vantaggi che possono conseguire all'opzione per una tassazione consoli-

data consistono: - 148 -

Effetti distributivi sulle imprese

- nella possibilità di compensare immediatamente le perdite fiscali delle società parteci-

panti con gli utili generati dalle altre società del gruppo. Come noto, il regime ordinar-

io prevede il riporto delle perdite d'esercizio, nei limiti temporali fissati, al fine di

essere eventualmente compensate con i redditi futuri generati dagli stessi soggetti. La

tassazione di gruppo consente quindi di massimizzare l'utilizzo delle perdite che sono

riportabili per un numero limitato di periodi;

- nella possibilità di effettuare cessioni di beni plusvalenti (partecipazioni, rami d'azien-

da, etc.) tra i soggetti aderenti in regime la neutralità fiscale, su opzione congiunta del

cedente e del cessionario;

- nella possibilità di usufruire immediatamente delle eccedenze d'imposta (quali ritenute

d'acconto, detrazioni d'imposta, crediti d'imposta ad es. per le imposte pagate all'este-

ro) fruibili nei limiti dell'imposta dovuta, non dedotti dalle singole entità legali cui

competono;

- nell'esenzione integrale dei dividenti distribuiti dalle società controllate;

- ed, infine, in una più favorevole rideterminazione del pro-rata patrimoniale.

E’ esplicitamente previsto che la distribuzione dei benefici fiscali (o dei mancati be-

nefici) all'interno del gruppo non concorrono alla formazione del reddito imponibile.

Sulla scelta dell'opzione a favore del consolidamento pesano invece:

- i costi amministrativi che ne precludono l'accesso alle imprese di piccole dimensioni;

- l'applicazione della norma transitoria del “riallineamento” dei valori fiscali a quelli

contabili della società partecipata nelle ipotesi individuate dall’art. 128 del Tuir e

dall'art. 16 del decreto di attuazione. Detta norma può comportare un aggravio di im-

posizione, in quanto prevede un correttivo volto ad evitare che, nel passaggio da un

sistema che ammette la svalutazione delle partecipazioni ad un sistema che prevede la

tassazione di gruppo, gli stessi costi concorrano più volte alla riduzione del reddito im-

ponibile;

- il regime di responsabilità solidale cui è sottoposta la controllante per le somme do-

vute da ciascuna società controllata per le maggiori imposte accertate, sanzioni ed in-

teressi, riferite alla dichiarazione delle medesime. La controllante è, inoltre,

responsabile per l'adempimento degli obblighi connessi alla determinazione del reddi-

to complessivo;

- la disciplina delle perdite maturate in esercizi anteriori al consolidamento che prevede

che tali perdite possano essere utilizzate solo dalla società che le abbia sofferte, diver-

samente dal regime di tassazione per trasparenza fiscale delle società di capitali (art.

115 del Tuir).

Come noto, il regime della trasparenza fiscale concede la facoltà alle società i cui

soci siano a loro volta società di capitali residenti – ciascuna con una percentuale di dirit-

- 149 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

ti di voto e di partecipazione agli utili non inferiore al 10 per cento e non superiore al 50

per cento – di imputare ai soci medesimi il reddito imponibile conseguito dalla società

partecipata indipendentemente dalla effettiva distribuzione e in misura corrispondente

alle rispettive quote di partecipazione agli utili. Pertanto, l’adozione del regime di traspa-

renza fiscale permette di ottenere vantaggi analoghi a quelli derivanti dal consolidato fi-

scale, senza la necessità di possedere le percentuali di partecipazione richieste dalla

legge per accedere a quest’ultimo regime. Essendo preclusa la possibilità di beneficiare

di entrambi i regimi da parte della società partecipata, è verosimile che le restrizioni

all’utilizzo delle perdite pregresse previste dalla disciplina del consolidato possano moti-

vare l’opzione per il sistema alternativo, come sembrano confermare le statistiche sulle

adesioni per l’anno d’imposta 2004 con circa 30.000 comunicazioni relative al regime di

tassazione per trasparenza nell’ambito delle società di capitali e soltanto 3.000 per il con-

15

solidato nazionale.

Simulazione degli effetti della riforma

Gli effetti dell'introduzione del consolidato nazionale sono valutati in termini di get-

tito e di conseguenze distributive per le imprese attraverso alcune simulazioni microeco-

nomiche. Le fonti di informazione utilizzate sono:

- Dichiarazioni dei redditi modello Unico2003 presentate dalle società di capitali e dagli

enti commerciali;

- Archivio completo dei gruppi nazionali 2001 predisposto dal CERVED (com-

prendente circa 28 mila capogruppo e 75 mila partecipate residenti).

Le società in possesso dei requisiti per l’esercizio dell’opzione al consolidato nazio-

nale sono state individuate, riproducendo la procedura descritta nella relazione tecnica

del dicembre 2003, come segue:

1. sulla base dell'archivio dei gruppi nazionali 2001 CERVED è stata ricostruita l'in-

tera struttura di ogni singolo gruppo, con le quote di partecipazione dirette ed indi-

rette per ogni livello gerarchico;

2. all'interno di ogni singolo gruppo si è proceduto in maniera iterativa lungo la linea

dei rapporti gerarchici partendo dalla capogruppo per il calcolo della quota parteci-

pativa della capogruppo sulle partecipate di ogni livello gerarchico, tenendo ovvia-

mente conto della demoltiplicazione della quota di partecipazione dovuta alle

percentuali dei livelli intermedi. Le partecipate sono state ricondotte così alla soci-

età che detiene, attraverso la quota demoltiplicata, ad ogni livello, il controllo e la

partecipazione agli utili per una percentuale almeno pari a 50%+1. Raggiunto il

15 Si veda anche ABI, Comunicazione del 30/04/2004. - 150 -

Effetti distributivi sulle imprese

livello gerarchico che, data la demoltiplicazione scende sotto il limite del 50%+1, si

è proceduto ad effettuare con il medesimo criterio tutte le altre possibili opzioni di

consolidamento, fino al più basso livello gerarchico;

3. sono state escluse le società controllate la cui natura giuridica sia diversa da società

per azioni, in accomandita per azioni ed a responsabilità limitata;

Al termine dell'elaborazione l'archivio risultante è costituito da 22.182 capogruppo

e da 41.989 controllate. Tale risultato è sostanzialmente simile a quanto riportato nella

relazione tecnica (rispettivamente 22.529 capogruppo e 42.721 controllate).

Ai fini della determinazione del reddito imponibile e dell'imposta si è proceduto

come segue:

1. a partire dalle dichiarazioni dei redditi per l'anno di imposta 2002 è stata calcolata la

base imponibile IRES:

1) il reddito imponibile Irpeg è stato aumentato della quota esente derivante dall'ap-

plicazione della Tremonti-bis, in vigore nell'anno di imposta considerato;

2) le modifiche introdotte dalla nuova disciplina del reddito societario (IRES) prese in

esame sono nell'ordine:

- Riduzione dell'aliquota ordinaria al 33%

- Ritorno ad un'aliquota unica con l'abolizione della DIT

- Indeducibilità delle svalutazioni iscritte sulle partecipazioni immobilizzate

- Abolizione del credito d'imposta sui dividendi

- Parziale detassazione dei dividendi (95%)

- Thin capitalization;

3) è stato calcolato il reddito complessivo del gruppo come somma algebrica degli

imponibili delle singole entità legali partecipanti. Il reddito consolidato è ottenuto

per somma algebrica degli imponibili positivi e negativi delle singole società rien-

tranti nel perimetro del consolidato;

4) l'imponibile di gruppo è stato rettificato togliendo la quota imponibile (5%) dei di-

videndi distribuiti dalle società controllate;

5) l'imposta dovuta del gruppo è costituita dall'imposta calcolata sul reddito comples-

sivo consolidato, al netto delle detrazioni, dei crediti d'imposta e delle ritenute.

Il risparmio di imposta per le imprese (perdita di gettito per lo Stato) risultante dal

reddito complessivamente determinato per il gruppo è pari a circa 3.554 milioni di euro

(3.376 mln. di euro secondo la relazione tecnica).

Stimiamo il numero di consolidati strettamente vantaggiosi, ovvero che danno luogo

ad un risparmio di imposta in 7.824 capogruppo, un valore molto inferiore al numero po-

tenziale degli aventi diritto (22.182), ma sostanzialmente più vicino a quello delle ade-

- 151 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

sioni al consolidato (Comunicazioni relative al regime di tassazione del consolidato

nazionale, D.M. 09/06/2004) per l'anno di imposta 2004 che è apparso molto inferiore

alle attese, circa 3.000. Si noti, a tal proposito che il perimetro del consolidato risulta li-

mitato a 2 entità legali nel 65% dei casi (Tab. 1), mentre i consolidati fino a 4 partecipan-

ti rappresentano oltre il 93% della distribuzione. Sulla base del presente esercizio

Tab. 14 DISTRIBUZIONE DEI GRUPPI FISCALI IN BASE AL NUMERO DI SOCIETA’ PARTECIPANTI

Società appartenenti al gruppo Frequenze Percentuali

2 5.125 65,26

3 1.382 17,68

<5 838 10,80

<10 383 4,98

>10 96 1,27

Totale 7.824 100,00

Fonte: elaborazione ISAE su archivio dei gruppi nazionali 2001 CERVED.

sembrerebbe che un limite all'utilizzo del consolidato si debba rintracciare, in misura si-

gnificativa, sul fronte della convenienza economica (in particolare, del risparmio fiscale)

riconducibile alle condizioni restrittive che limitano fortemente il perimetro di consoli-

damento, oltre che nella competizione con il regime alternativo di trasparenza fiscale.

Gli effetti distributivi sono stati calcolati, per approssimazione, imputando tutto il

beneficio del consolidamento alla società consolidante anche in considerazione dei mag-

giori oneri che ricadono sulla capogruppo (quali l'adempimento di obblighi connessi alla

determinazione del reddito complessivo globale, responsabilità solidale, etc.). Come si

può osservare dalla tabella 2 sono le imprese localizzate nel Nord-Est e con un numero di

addetti superiore a 50 a beneficiare maggiormente del consolidato nazionale. Tra i settori

economici, minerali non metalliferi, tessile e abbigliamento, mezzi di trasporto, interme-

diazione monetaria e finanziaria realizzano un risparmio di imposta più elevato.

- 152 -

Effetti distributivi sulle imprese

Tab. 15 EFFETTI DISTRIBUTIVI DEL CONSOLIDATO DI GRUPPO

Composizione Variazione percentuale

percentuale del prelievo

TOTALE IMPRESE 100,00 -9,73

Ripartizione geografica

Nord-Ovest 30,96 -5,06

Nord-Est 21,13 -18,66

Centro 27,06 -8,39

Sud e Isole 20,85 -8,38

Classe dimensionale

1-2 47,85 -7,55

3-9 30,29 -5,42

10-49 18,40 -7,53

50-249 2,96 -13,26

>250 0,50 -9,66

Settore produttivo

Attività manifatturiera

Tessile e abbigliamento 2,95 -20,07

Pelletteria 0,97 -10,39

Legno 0,77 -26,42

Carta e stampa 2,11 -8,42

Chimica 0,77 -7,25

Gomma 1,22 -12,44

Minerali non metalliferi 1,31 -21,11

Siderurgia 4,05 -15,54

Meccanica 3,01 -11,39

Macchine elettriche 2,35 -4,39

Mezzi di trasporto 0,70 -17,90

Estrazione di minerali, raffinerie 0,54 -2,03

Altre 1,28 -12,64

Commercio 27,99 -8,16

Alberghi e ristoranti 5,76 -8,32

Trasporti e comunicazioni 5,03 -4,98

Intermediazione finanziaria 2,50 -12,15

Attività immobiliari e diverse 15,85 -9,72

Attività immobiliari 0,70 -1,00

Noleggio macchinari 4,89 -0,95

Informatica 0,31 -6,06

Attivita’ di servizi alle imprese 14,39 -7,49

Servizi pubblici e sociali

Smaltimento rifiuti 0,53 -1,19

Fonte: elaborazioni ISAE su dati Unico 2003. - 153 -

Il trasferimento del TFR ai fondi pensione:

le preferenze dei lavoratori tra incentivi e incertezze

INTRODUZIONE

La legge delega varata nell’estate del 2004 (Legge 23/8/2004, n. 243) interviene

sull’assetto della previdenza complementare, cercando di incentivare l’adesione ai fondi

pensione e di dirottare a finanziamento di una pensione integrativa il flusso di risparmi

fino ad ora mantenuto presso le imprese sotto forma di accantonamenti per il trattamento

di fine rapporto (TFR).

Non è la prima volta che si tenta, attraverso una riforma, di utilizzare il TFR come

fonte primaria di finanziamento per i fondi pensione. Sin dai primi interventi volti a

regolamentare la previdenza complementare - e a favorire il passaggio ad un sistema in

cui la copertura pensionistica pubblica fosse integrata da uno schema privato organizzato

a capitalizzazione - l’impiego del TFR è stato incentivato. Ad esempio, a seguito di

passati interventi normativi, le agevolazioni fiscali sui versamenti di datori e lavoratori

vengono concesse solo se almeno una parte del TFR - inizialmente fissata nel 100% dei

versamenti effettuati come contributi di datore e lavoratore, ma poi dimezzata - viene

1 .

destinata al fondo

Nel corso del 1999 si è intervenuti con la legge 144, che ha esplicitamente ribadito

l’utilizzo del TFR come fonte di finanziamento dei fondi pensione, e con il D.Lgs. 299

sulla cosiddetta cartolarizzazione del TFR (rivelatasi però un insuccesso), che prevedeva

e incentivava fiscalmente la possibilità, nei tre anni successivi, di trasformare diretta-

mente gli accantonamenti futuri di TFR, dirottati al fondo pensione, in titoli dell’impresa

sponsor del fondo (se chiuso), o aderente al fondo (se aperto).

Sugli aspetti fiscali si è ripetutamente intervenuti nel corso della seconda metà degli

anni novanta, con l’obiettivo di eliminare le disomogeneità nel trattamento delle diverse

forme di risparmio previdenziale che rendevano relativamente meno conveniente l’ac-

cantonamento nei fondi pensione.

1 In particolare, in base alla normativa vigente, i contributi totali di datore e lavoratore al fondo di categoria sono

deducibili per un ammontare pari al minore fra il doppio della quota di TFR versata al fondo, il 12% della retribuzione

complessiva e 5.165 euro. - 155 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

Di fatto, solo nel 2000 (D.L. 47/2000) si è giunti alla definizione di regole fiscali per

2

il TFR omogenee a quelle applicate ai fondi e si sono disciplinati in modo più organico

e compiuto i diversi strumenti pensionistici collettivi e individuali.

Nonostante gli sforzi compiuti in questa direzione, le dimensioni e la diffusione dei

fondi pensione appaiono a tutt’oggi limitate ed insufficienti a garantire un secondo livel-

lo di copertura, finanziato a capitalizzazione, che coinvolga un’ampia platea dei lavora-

3

tori potenzialmente interessati. L’ultimo rapporto della COVIP indica un tasso di

adesione tra i lavoratori dipendenti di circa il 14 per cento.

D’altronde le dimensioni del sistema pensionistico di base influiscono sulla doman-

da di copertura integrativa. Le riforme attuate nel corso degli anni novanta hanno modifi-

cato regole di accesso e modalità di calcolo dei benefici pensionistici in misura e con

modalità molto diverse tra le varie coorti di lavoratori: la copertura pensionistica pubbli-

ca è ridotta in misura significativa solo per i più giovani (non ancora entrati o entrati da

pochi anni nel mondo del lavoro al momento delle riforme).

L’onere contributivo richiesto per il finanziamento della pensione pubblica limita le

risorse per lo sviluppo di schemi di previdenza integrativa: data una certa propensione a

risparmiare per motivi previdenziali, un elevato carico contributivo riduce la quota di

reddito disponibile per una tutela pensionistica aggiuntiva.

Una diversa allocazione dei fondi che attualmente affluiscono al TFR può, d’altra

parte, avere conseguenze negative sia per le imprese - soprattutto per le piccole e medie,

4

che perdono una fonte importante di finanziamento - sia per i lavoratori, per i quali il

TFR rappresenta una forma di risparmio precauzionale a copertura di rischi legati alla sa-

5

, è

lute e alla disoccupazione con un rendimento che, a meno di una quota di inflazione

fissato e percepito come sicuro e con un alto grado di liquidità.

La legge delega mira a modificare le convenienze di lavoratori e datori di lavoro a

favore dei fondi pensione. Sulle scelte dei lavoratori si agisce principalmente attraverso

la concessione di agevolazioni fiscali per il risparmio allocato a scopo previdenziale e,

per dare un impulso forte iniziale, si prevede l’introduzione del sistema del silenzio-as-

senso per il conferimento del TFR al fondo. Dal punto di vista delle imprese, la destina-

2 Le rivalutazioni del TFR accantonato, prima totalmente esenti, dopo il D.L. 47/2000 sono soggette annualmente, al pari

dei rendimenti conseguiti presso le forme di previdenza integrativa, all’imposta dell’11%. Per gli aspetti fiscali e

relativamente all’influenza della normativa sulle convenienze tra TFR e fondo pensione si vedano Fornero e Fugazza

(2002), ISAE (1999) e Forni (2003).

3 Si veda COVIP (2005).

4 IL TFR consente alle imprese di ridurre i problemi di razionamento del credito e, in periodi di alta inflazione, di

contenere i costi di finanziamento. Dato il meccanismo previsto per la rivalutazione degli accantonamenti, infatti, il

rendimento reale dovuto sulle somme versate per TFR si abbassa al crescere dell’inflazione, fino a diventare negativo

per tassi più alti del 6 per cento.

5 Gli accantonamenti per TFR vengono rivalutati annualmente ad un tasso pari all’1,5% più il 75% dell’inflazione.

- 156 -

Il trasferimento del TFR ai Fondi Pensione: le preferenze dei lavoratori tra incentivi e...

zione dell’intero flusso di TFR ai fondi viene subordinata all’individuazione di forme di

compensazione per i datori di lavoro e di accesso a canali agevolati per la richiesta di

crediti.

La riforma affida, dunque, ai lavoratori la decisione sulla destinazione dei flussi

annui di TFR - seppur mediante la forma del silenzio-assenso. Dopo il varo del decreto

attuativo - atteso, dopo il rinvio alle Camere da parte del Consiglio dei Ministri, per

Dicembre - si dovrà dichiarare esplicitamente (tra gennaio e giugno 2006) la volontà di

mantenerli presso l’impresa (ma la scelta a favore dell’impresa sarà comunque

6 . In caso contrario i flussi verranno versati presso un fondo pensione.

reversibile)

Le opportunità di successo della normativa nel far affluire risorse rilevanti alla pre-

videnza complementare dipenderanno quindi - compensati i costi che una diversa alloca-

zione del TFR comporta per le imprese - da quanto le nuove regole modificheranno le

convenienze dei lavoratori a favore dei fondi pensione rispetto al TFR.

Nel prossimo paragrafo vengono analizzate le variabili che possono influire sulle

preferenze tra TFR e fondi pensione e si descrive come il decreto, attualmente all’esame

parlamentare, rivede la regolamentazione in materia. Un riquadro è dedicato alla valuta-

zione degli effetti di quattro possibili schemi di disciplina fiscale della previdenza inte-

grativa sul gettito fiscale e sull’importo della rendita maturata in caso di adesione ad un

programma pensionistico integrativo e sul loro impatto redistributivo. La normativa vi-

gente e quella proposta dal decreto legislativo vengono confrontate con due diversi sce-

nari, che si differenziano per entità e distribuzione nel tempo delle agevolazioni fiscali.

Infine, vengono presentati i risultati di due indagini condotte dall’ISAE, la prima tra set-

tembre e dicembre del 2004 (ISAE, 2004a) e la seconda nell’autunno del 2005 (ISAE,

2005), sulla propensione dei lavoratori italiani ad esercitare o meno il “silenzio assenso”

e sulle loro preferenze tra TFR e fondi. I risultati ottenuti consentono di analizzare le ca-

ratteristiche individuali rilevanti ai fini della scelta che i lavoratori dovranno effettuare e

forniscono primi elementi per valutare l’efficacia della riforma in corso di approvazione

nell’incentivare l’accumulazione del risparmio previdenziale nei fondi pensione.

6 Viene, peraltro, introdotto un meccanismo per incentivare i lavoratori (almeno i più giovani) a non allungare

eccessivamente i tempi della scelta: le agevolazioni fiscali accordate in fase di erogazione della prestazione aumentano

infatti in funzione degli anni di permanenza nel fondo pensione.

- 157 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

SOSTITUIBILITA’ FRA L’ACCANTONAMENTO PRESSO L’IMPRESA E IL

FONDO PENSIONE

Per valutare quali variabili possano influire sulla scelta fra le due forme di destina-

zione alternative è utile confrontare TFR e fondo pensione in merito a tipologia dei servi-

zi offerti, disciplina fiscale e profilo di rischio e rendimento.

Nella tabella 1 si riportano, innanzitutto, le modalità con le quali il risparmio accu-

mulato può essere erogato e il relativo trattamento fiscale, distinguendo tra le quattro

possibili cause di liquidazione del capitale, ovvero pensionamento, licenziamento, dimis-

sioni o richiesta di anticipazione (possibile dopo 8 anni di rapporto di lavoro o di iscri-

zione al fondo).

Tab. 1 NORMATIVA SU TFR E FONDI PENSIONE: PRESTAZIONI E DISCIPLINA FISCALE

TFR in azienda Fondi pensione

Normativa vigente Decreto legislativo

Pensionamento Erogazione interamente come capi- Erogazione come capitale al

Erogazione come capitale al

tale; tassazione separata in base massimo del 50% di quanto accu-

massimo del 50% di quanto accu-

all’aliquota media IRPEF sui redditi mulato; sia sul capitale che sulla

mulato; sul capitale tassazione

da lavoro percepiti nel quinquennio parte erogata come rendita tassazi-

1 , al netto dei rendimenti

separata

precedente l’erogazione al netto dei one (al netto dei rendimenti) sepa-

già tassati, unicamente se si ritira

rendimenti già tassati. rata con aliquota del 15% ridotta di

non più di 1/3 del montante, altri- 0,3 punti percentuali per ogni anno

menti doppia tassazione sui rendi- di anzianità nel fondo>15 anni fino

menti. Sulla parte erogata come a un max. di 6 punti.

rendita tassazione progressiva, al

netto dei rendimenti già tassati.

Erogazione interamente come capi- Il riscatto parziale (50%) nel caso di

Licenziamento Erogazione interamente come capi- disoccupazione di durata com-

con la in base

tale; tassazione separata,

tale; tassazione separata presa tra 1 e 4 anni o di ricorso a

stessa aliquota prevista in caso di all’aliquota media IRPEF a cui è procedure di mobilità e cassa

pensionamento al netto dei rendi- stato assoggettato il lavoratore nel integrazione; il riscatto totale se dis-

menti già tassati. quinquennio precedente l’erogazi- occupati da più di 4 anni o in caso

one della prestazione, al netto dei di invalidità permanente. Tassazi-

rendimenti già tassati. one separata con le stesse modal-

ità previste in caso di

pensionamento.

Dimissioni Erogazione interamente come capi- Erogazione interamente come capi- Trasferimento ad altra forma pen-

tale; tassazione separata con le tale; tassazione al netto dei rendi- sionistica alla quale il lavoratore

stesse aliquota prevista in caso di menti già tassati, ma in base accede in seguito all’eventuale

pensionamento al netto dei rendi- all’aliquota marginale. cambio di lavoro o come in caso di

menti già tassati. licenziamento se segue periodo di

non occupazione.

Per un importo >= 75% del mon-

Anticipazioni Erogazione al massimo del 70% del Erogazione dell’intero montante tante maturato per spese sanitarie

montante accumulato dopo almeno in

accumulato; tassazione separata, senza vincoli di anzianità minima e

8 anni di anzianità; tassazione sep- base all’aliquota media IRPEF a cui con tassazione separata con ali-

arata con la stessa aliquota prevista è stato assoggettato il lavoratore quota del 15% ulteriormente ridotta

in caso di pensionamento al netto nel quinquennio precedente per anzianità >15. Per un importo

dei rendimenti già tassati. l’erogazione della prestazione, al >=50% per acquisto prima casa o

netto dei rendimenti già tassati solo del 30% per altre esigenze ma

per quote inferiori ad 1/3 del mon- dopo almeno 8 anni di iscrizione al

tante, altrimenti doppia tassazione fondo e con tassazione separata

dei rendimenti. con aliquota del 23 per cento. (2)

Fonte: Decreto Legislativo 18 febbraio 2000, n.47 ; Schema di Decreto Legislativo “Testo Unico della Previdenza Complementare” in

attuazione della delega conferita dalla legge 23 agosto 2004, n. 243.

1) La tassazione separata è calcolata in base all’aliquota media IRPEF a cui è stato assoggettato il lavoratore nel quinquennio precedente

l’erogazione del beneficio.

2) Le somme percepite a titolo di anticipazione possono essere reintegrate in qualsiasi momento e su tali somme viene concesso un cre-

dito di imposta pari all’imposta pagata al momento dell’anticipazione.

- 158 -

Il trasferimento del TFR ai Fondi Pensione: le preferenze dei lavoratori tra incentivi e...

In base alla normativa vigente, esiste uniformità di trattamento tra TFR - che viene

sempre e interamente erogato sotto forma di capitale e soggetto a tassazione separata e

agevolata - e risparmio gestito dai fondi pensione unicamente se il riscatto avviene in se-

guito a licenziamento. Differenze (anche dal punto di vista fiscale) emergono, invece, in

caso di pensionamento - per i fondi vengono imposti limiti alla quota di montante che

può essere ottenuta come capitale - o se l’interruzione del rapporto di lavoro e il conse-

guente riscatto avvengono a seguito di dimissioni. Il TFR ha, quindi, un maggior grado

di liquidità e, in alcuni casi, è fiscalmente più conveniente. Maggiore omogeneità tra i

trattamenti riservati alle due categorie sussiste invece per le richieste di anticipo. Le con-

dizioni di anzianità minima per il diritto all’anticipo e i rischi coperti sono gli stessi; an-

zi, gli statuti dei fondi pensione negoziali prevedono, generalmente, la possibilità di

riscattare integralmente (anziché nel limite del 70%) l’intero capitale accumulato (e non

solo quello generato dai versamenti di quote di TFR). Sulle anticipazioni si applicano,

tuttavia, le stesse differenze di trattamento fiscale previste al pensionamento a seconda

dell’entità del montante erogato come capitale (inferiore o superiore ad 1/3 di quanto

7

maturato) .

Lo schema di decreto legislativo, attualmente in discussione, modifica sia le regole

per anticipazioni e riscatti sia il trattamento fiscale. Da un lato, vengono introdotti vinco-

li più stringenti alla possibilità di riscatto dal fondo pensione in caso di licenziamento - il

riscatto può essere totale solo per periodi lunghi di disoccupazione - e alla quota di mon-

tante che può essere anticipata per finanziare l’acquisto della prima casa o per altre esi-

genze. Viene invece ampliata la possibilità di anticipi a copertura di spese sanitarie, che

potranno essere richiesti anche dopo brevi periodi di adesione al fondo (inferiori agli otto

anni) e in misura maggiore rispetto al TFR. Il grado di liquidità delle somme investite nel

fondo aumenta dunque per il rischio malattia, mentre si abbassa negli altri casi.

Dall’altro, viene significativamente ridotta l’imposizione prevista nella fase di godi-

mento dei benefici: sia sulle rendite - attualmente soggette all’IRPEF - sia sulla parte di

montante erogata come capitale - ora tassata separatamente con un’aliquota media calco-

lata sulla base dei redditi degli ultimi anni - si applica un’aliquota proporzionale pari al

15% (ulteriormente ridotta, nel caso si aderisca al fondo per più di quindici anni, di 0,3

punti percentuali all’anno fino ad un’aliquota separata minima del 9% con 35 anni di

8 . Il trattamento fiscale previsto dalla riforma diventa più favorevole ri-

partecipazione)

spetto a quello previsto per il TFR (prima colonna della tabella 1). Attualmente, infatti il

TFR è soggetto a tassazione separata con un’aliquota media IRPEF (riferita ai redditi de-

7 Va peraltro considerato che la possibilità, offerta dai fondi pensione, di riscattare anticipatamente il risparmio

accumulato può riflettersi sui costi amministrativi della previdenza integrativa e determinare una riduzione del rendimento

netto conseguibile. - 159 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

gli ultimi cinque anni precedenti l’erogazione del trattamento), che nell’ipotesi di redditi

9

mediani (circa 17.000 euro) è pari al 20% circa .

Il beneficio fiscale modifica in misura significativa la convenienza a favore dei fon-

di pensione soprattutto per i giovani, che hanno la possibilità di usufruire di una riduzio-

ne della tassazione fino al 9%. La modulazione dell’incentivo risponde allora senza

dubbio all’obiettivo di spingere verso la pensione integrativa la gran parte delle coorti

meno anziane, che avranno tassi di sostituzione della pensione pubblica ridotti dalle re-

centi riforme e che sono proprio quelle che più vanno incentivate. Tuttavia, come eviden-

ziato anche nel riquadro dedicato agli aspetti fiscali, l’incentivo viene dato al momento

dell’erogazione delle prestazioni, evento che si verificherà al raggiungimento del pensio-

namento (o prima nei soli casi di anticipo o riscatto) e quindi lontano nel tempo. L’entità

del beneficio verrà presumibilmente scontata per tener conto dell’incertezza rispetto al

futuro e della probabilità che vi siano nuove riforme che aumentino la tassazione e

riducano perciò il vantaggio.

Dal punto di vista delle prestazioni offerte, differenze rilevanti continuano a sussi-

stere nella fase di erogazione dei benefici al momento del pensionamento. In questo ca-

so, infatti, dalle imprese si riceve un capitale di cui si può decidere liberamente la

destinazione, mentre il montante accumulato presso i fondi deve essere erogato parzial-

mente (almeno la metà) come rendita vitalizia. Ceteris paribus, chi ha un’immediata esi-

genza di liquidità dopo il pensionamento, o ha un tasso di sconto intertemporale elevato

(ad esempio perché ritiene il futuro particolarmente incerto), dovrebbe preferire il TFR

presso le imprese.

Oltre che per trattamento fiscale e grado di liquidità, le due forme di risparmio sono

caratterizzate anche da un differente profilo di rischio e rendimento, e sulla scelta tra

l’una e l’altra può, dunque, influire una maggiore o minore avversione al rischio degli in-

dividui. Anticipando i risultati ottenuti nell’indagine effettuata, va notato che proprio

questa variabile sembra rappresentare uno dei motivi più importanti che spiegano le scel-

te espresse dagli intervistati.

Innanzitutto vi è una differenza nel grado di certezza dei rendimenti conseguibili.

Sulle somme accantonate presso le imprese viene garantito un tasso di rendimento nomi-

nale pari all’1,5%, maggiorato dei 3/4 del tasso di inflazione e, dunque, a meno di alta in-

flazione (superiore al 6%), si matura un rendimento reale positivo e certo. Sul risparmio

8 Lo schema di decreto legislativo, inoltre, amplia i limiti di deducibilità concessi sui contributi versati ai fondi. Ricordiamo

che in base alla normativa corrente sono deducibili sia i contributi del lavoratore sia quelli versati dal datore di lavoro per

un importo massimo compreso tra i 5.164 euro e il 12% della retribuzione annua lorda. La deducibilità spetta comunque

su un ammontare non superiore al doppio dell’accantonamento che deriva dal TFR. Il decreto prevede invece

l’eliminazione di questo vincolo.

9 Il reddto mediano è calcolato considerando il reddito complessivo dei percettori di reddito da lavoro dipendente;

l’aliquota è calcolata, in base all’interpretazione data dall’Agenzia delle entrate, senza considerare le deduzioni. .

- 160 -

Il traferimento del TFR ai fondi pensione: le preferenze dei lavoratori tra incentivi e...

Il trattamento fiscale dei fondi pensione: scenari alternativi

La volontà di favorire il decollo della previdenza integrativa trova riscontro evidente nella

tassazione fortemente agevolata che si intende accordare alle prestazioni previdenziali integrative.

La tassazione sostitutiva del 15% (riducibile fino ad un minimo del 9% con 35 anni di versamenti),

prevista dallo schema di decreto legislativo attualmente all’esame del Parlamento, sarebbe non

solo inferiore al regime fiscale attualmente riservato alle prestazioni della previdenza integrativa

ed al TFR, ma risulterebbe più vantaggiosa anche del trattamento riservato alla previdenza

pubblica e, con un sufficiente periodo di accantonamento, ad un qualsiasi investimento finanziario

alternativo.

Sull’agevolazione proposta si possono avanzare due ordini di considerazioni: da un lato essa

permette di introdurre un incentivo fiscale senza procurare alcun aggravio in termini di gettito, il

costo essendo rinviato al futuro; dall’altro lato introduce elementi di incertezza tra i risparmiatori

sull’entità dei benefici attesi. Data l’estrema distanza temporale dalla corresponsione dei

trattamenti mensili pensionistici, infatti, lo sconto aggiunge alla ingente e fisiologica aleatorietà di

questi ultimi, legata alle probabilità di sopravvivenza ed ai rendimenti attesi, ulteriori motivi di

incertezza che riguardano almeno due aspetti:

1) l’aliquota che sarà effettivamente applicata alla pensione integrativa negli anni di fruizione

della stessa, considerando non solo l’incertezza sul livello della futura aliquota separata, ma

anche quella sulla stessa permanenza del regime di tassazione separata piuttosto che l’eventuale

riconduzione della pensione integrativa alla tassazione in IRPEF;

2) l'aliquota cui sarà assoggettato il TFR nell'anno di percezione, e quindi (indirettamente), il

regime IRPEF operante a quella data.

Poiché il rinvio al futuro della copertura dei costi di una riforma si traduce inevitabilmente in

successive modifiche peggiorative (aumento delle entrate o riduzione delle spese), è ragionevole

pensare che un trattamento pensionistico a tassazione separata con aliquota tanto bassa, ma così

lontano nel tempo, appaia agli interessati una promessa difficilmente sostenibile e perciò poco

credibile, a maggior ragione per l’assenza di nuovi benefici fiscali accordati invece alla

componente più immediata dei rendimenti degli accantonamenti.

Anche la continua evoluzione dell’IRPEF ed i progetti di modifica della tassazione del TFR

rendono meno certe le aspettative e le valutazioni di convenienza tra i due strumenti, le cui aliquote

effettive di tassazione potrebbero registrare anche un avvicinamento consistente.

Oltre agli elementi tradizionali di valutazione (tassi, aliquote, preferenze tra una somma una

tantum ed un trattamento periodico) è altrettanto cruciale, ai fini della scelta tra TFR e fondo

pensione, quanto di queste considerazioni sarà percepito dagli interessati, e come pertanto essi

reagiranno alle novità oggi prospettate.

La recente inchiesta ISAE tra i cittadini sulle preferenze tra TFR e fondi pensione integrativi

sembra confermare quanto qui ipotizzato: alla domanda sui motivi di perplessità sulla convenienza

della nuova normativa che si prospetta, quasi il 50% di coloro che la ritengono poco o per nulla

conveniente ha indicato l’insufficiente certezza sui benefici promessi.

In questo riquadro si analizza il mix degli strumenti di tassazione (incentivazione) a

disposizione del policy maker, presentando un confronto tra diversi possibili trattamenti fiscali

della previdenza integrativa. A tal fine sono stati simulati quattro diversi scenari:

- 161 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

(1) l’impianto ETT (detassazione degli accantonamenti periodici, tassazione dei rendimenti e

tassazione della quota di pensione corrispondente agli accantonamenti) delineato dallo sche-

ma di decreto legislativo in discussione;

(2) l’impianto attualmente esistente (che possiamo definire come “ETT a parziale tassazione in

IRPEF”);

(3) uno schema ETT con tassazione più agevolata dei rendimenti (6,25%), ma con tassazione

separata al 20% della quota di pensione derivante dagli accantonamenti detassati;

(4) uno schema EET (detassazione degli accantonamenti e dei rendimenti ma tassazione dei trat-

tamenti) con tassazione dell’intera pensione integrativa in IRPEF.

I quattro scenari si differenziano dal punto di vista della pensione netta attesa dall’individuo

- che qui quantifichiamo -, ma anche, specularmente, da quello del gettito per le Amministrazioni

Pubbliche, con riferimento alla distribuzione tra breve e lungo periodo, nonché ad altri aspetti

redistributivi.

Per ogni scenario sono stati ipotizzati:

• retribuzione lorda iniziale a 25 anni pari a 25.000 euro, interruzione del lavoro a 65 anni con 40

anni di accantonamenti (o combinazioni inferiori, fino a 60 anni con 35 anni di

accantonamenti), trasformazione dell’intero montante in pensione integrativa;

• una pensione INPS derivante dalla previdenza obbligatoria pari a 22.000 euro lordi, circa il

1 ;

50% dell’ultima retribuzione

• tasso di crescita reale della retribuzione dell’1,5% annuo, accantonamento annuo commisurato

al 7% della retribuzione lorda, tasso di rendimento reale atteso pari al 2 per cento;

• livello dei prezzi costante (in questo modo i diversi tassi d’inflazione ed il fiscal drag operante in

un arco di 40 anni, insieme alle eventuali contromisure, non influenzano i risultati);

• coefficienti di trasformazione dei montanti in pensioni lorde derivati dalle tavole di mortalità

ISTAT 1998 e da un rendimento del montante residuo pari al 2 per cento;

• aliquota dell’11% eventualmente gravante sui rendimenti da accantonamenti per previdenza

integrativa;

Nella quantificazione della rendita netta non sono stati considerati i costi di intermediazione,

né considerate possibili reversibilità.

Scenario 1: ETT come da schema di decreto legislativo

Questo scenario si caratterizza per un alto beneficio a favore del contribuente (tassazione

separata della pensione integrativa al 9%, contro aliquote marginali effettive IRPEF quasi sempre

comprese tra il 30 ed il 40%), senza alcun decremento di gettito nel breve e medio periodo.

Per quanto riguarda il beneficio per il contribuente, va richiamato brevemente il particolare

impianto IRPEF emerso con le riforme 2003 e 2005 e fondato su deduzioni decrescenti per tipo di

reddito e per carichi familiari. Tale decrescenza, a prescindere dalla particolare forma analitica

che assume, implica che al crescere del reddito la base imponibile aumenti maggiormente, a causa

della minore deduzione spettante: ciò determina un’aliquota effettiva sull’incremento di reddito

1 Questa ipotesi è necessaria per il corretto calcolo dell’eventuale aliquota marginale IRPEF sulla pensione

integrativa, risultando perciò di rilievo solo negli scenari che ipotizzano una tassazione IRPEF su almeno una

quota di pensione integrativa. - 162 -

Il traferimento del TFR ai fondi pensione: le preferenze dei lavoratori tra incentivi e...

2

maggiore di quella legale di scaglione. E’ calcolabile che con questo meccanismo l’aliquota

marginale effettiva di un pensionato, che si colloca al 29% al superamento della no tax area, può

arrivare, con qualche salto intermedio, al 43% in corrispondenza di redditi superiori ai 100.000

euro. Dunque, ogni tassazione separata inferiore al citato 29% implica una più o meno intensa

riduzione del carico fiscale sul contribuente ed un aumento della pensione netta attesa, ma anche

una perdita di gettito per lo Stato, pur se lontana nel tempo.

Allo stesso tempo, la tassazione sui rendimenti dei fondi mantenuta costante all’11% implica

l’invarianza del gettito fino alla corresponsione della prima pensione, cioè per 35-40 anni.

Dal punto di vista redistributivo, la tassazione separata, anziché quella IRPEF, determina un

netto vantaggio relativo per i redditi più elevati e per coloro che, grazie a basse aliquote

3

contributive obbligatorie , potranno accantonare a fini previdenziali integrativi maggiori quote - a

parità di reddito - e beneficiare, dunque, della minore tassazione separata su una quota maggiore

della pensione.

Tuttavia, si è visto che il rinvio della detassazione per 35-40 anni crea una forte incertezza

per il contribuente sulla tassazione che sarà effettivamente applicata alla pensione futura, in

quanto esigenze di gettito ed eventuali modifiche dell’IRPEF in un periodo così ampio potrebbero

avvicinare decisamente l’onere della tassazione separata rispetto a quello IRPEF e ridurre, se non

annullare, il maggior vantaggio dell’opzione fondo pensione nell’ipotesi in esame. Questo aspetto,

da solo, potrebbe attenuare la misura delle auspicate maggiori adesioni ai fondi pensione.

La tabella R1 illustra i principali meccanismi di formazione del debito di imposta e l’esito

atteso.

Tab. R1 SCENARIO 1 -ETT COME DA SCHEMA D.LGS. GIUGNO 2005

ETT ibrido con tassazione separata al 9% (15%) quota pensione

Accant. Montante Rendimento netto (1)

Anni Età Montante capi- Pens. int. Quota IRPEF Pens. int.

7% annuo capitale tale e interessi lorda pens. tax 9% netta

annuo cumulato

0 25 1.750 1.750 31 31 1.781 57 56 5 52

1 26 1.776 3.526 63 94 3.621 117 114 10 107

2 27 1.803 5.329 96 191 5.520 181 175 16 165

…omissis…

35 60 2.947 82.733 1.982 30.619 113.352 7.419 5.415 487 6.932

36 61 2.991 85.724 2.071 32.690 118.414 8.029 5.812 523 7.506

37 62 3.036 88.760 2.162 34.852 123.612 8.692 6.242 562 8.131

38 63 3.081 91.841 2.255 37.107 128.948 9.414 6.705 603 8.810

39 64 3.128 94.969 2.351 39.458 134.427 10.200 7.206 649 9.551

40 65 3.175 98.143 2.449 41.907 140.051 11.058 7.749 697 10.360

Fonte: elaborazioni ISAE.

(1) Al netto delle imposte.

Nota: le ipotesi alla base della simulazione sono:

- tasso di crescita retribuzione reale: 1,5%; retribuzione lorda iniziale: 25.000; aliquota su rendimenti: 11%;

- tasso rendimento atteso reale: 2,0%; pensione base INPS: 22.000; aliquota IRPEF separata: 9%.

Come si vede, con 40 anni di contribuzione la previdenza integrativa assicurerebbe oltre

2 Per un maggior dettaglio analitico si veda Di Nicola e Paladini (2005).

3 E’ il caso di commercianti, artigiani, professionisti e collaboratori iscritti alla specifica gestione separata.

- 163 -

Rapporto ISAE - ottobre 2005

10.000 euro netti annui, che si aggiungerebbero ai quasi 18.000 euro netti della pensione INPS

base-obbligatoria, arrivando a superare l’86% dell’ultima retribuzione netta.

Scenario 2: ETT vigente ante schema di decreto legislativo

Questo scenario si caratterizza per un beneficio ridotto per l’aderente, in quanto, per i citati

meccanismi di calcolo dell’imposta sui redditi delle persone fisiche (ipotizzando la normativa a

fine periodo uguale a quella vigente), sulla quota di pensione integrativa soggetta ad IRPEF grava

un’aliquota effettiva di circa il 33%, date le ipotesi adottate. In questo caso, quindi, la pensione

netta integrativa con 40 anni di accantonamento è di circa 8.500 euro annui a fine periodo,

inferiore di quasi 2.000 euro rispetto a quella dello Scenario 1.

Dal punto di vista del gettito, questo scenario conserva temporalmente il profilo del

precedente fino alla corresponsione della prima pensione integrativa, mentre produce un netto

maggior gettito nella fase successiva.

Dal punto di vista redistributivo si registra, rispetto al caso precedente (riforma in fieri), una

diminuzione della pensione netta più consistente per i redditi più elevati, che verrebbero gravati da

IRPEF ad aliquota progressiva, anziché costante (tab.R.2).

Tab. R2 SCENARIO 2 - ETT COME DA SCHEMA VIGENTE

ETT ibrido con tassazione in IRPEF quota pensione

Accant. Rendimento netto Mon-

Montante Quota

Anni Età 7% (1) tante Pens. int. Deduz. IRPEF Deduz IRPEF Pens. int.

capitale pens.

annuo cap. e lorda totale totale P. inps P. inps netta

tax

annuo cumulato interessi

0 25 1.750 1.750 31 31 1.781 57 56 2.946 4.395 2.962 4.379 41

1 26 1.776 3.526 63 94 3.621 117 114 2.931 4.412 2.962 4.379 84

2 27 1.803 5.329 97 191 5.520 181 175 2.914 4.430 2.962 4.379 130

..omissis..

35 60 2.947 82.733 1.982 30.619 113.352 7.419 5.415 1.504 5.960 2.962 4.379 5.838

36 61 2.991 85.724 2.071 32.690 118.414 8.029 5.812 1.397 6.117 2.962 4.379 6.291

37 62 3.036 88.760 2.162 34.852 123.612 8.692 6.242 1.281 6.297 2.962 4.379 6.774

38 63 3.081 91.841 2.255 37.107 128.948 9.414 6.705 1.156 6.491 2.962 4.379 7.302

39 64 3.128 94.969 2.351 39.458 134.427 10.200 7.206 1.022 6.701 2.962 4.379 7.878

40 65 3.175 98.143 2.449 41.907 140.051 11.058 7.749 875 6.928 2.962 4.379 8.508

Fonte: elaborazioni ISAE.

(1) Al netto delle imposte.

Note: le ipotesi alla base della simulazione sono:

- tasso di crescita retribuzione reale: 1,5% ; retribuzione lorda iniziale: 25.000; aliquota su rendimenti: 11%;

- tasso rendimento atteso reale: 2,0% ; pensione base INPS : 22.000.

Scenario 3: ETT con 6,25% sui rendimenti e 20% su quota pensione

Questo scenario rappresenta un tentativo di collocarsi ad un livello intermedio tra i due

precedenti, per conseguire sia una maggiore credibilità delle agevolazioni fiscali (in quanto in

parte immediate), sia una minore perdita di gettito nei lontani anni di corresponsione delle

pensioni integrative.

All’interno dello schema ETT si ipotizza infatti un’aliquota di tassazione del 6,25% sui

rendimenti dei fondi (come da più parti proposto nel corso del lungo periodo di formazione della

riforma) ed un’aliquota separata del 20% sulla quota di pensione derivante dai soli

accantonamenti precedentemente detassati.

In termini di distribuzione temporale del gettito, questo scenario, comparato con lo schema in

- 164 -

Il traferimento del TFR ai fondi pensione: le preferenze dei lavoratori tra incentivi e...

discussione, dapprima riduce le entrate (a causa della minore imposta sui rendimenti), per poi

accrescerle decisamente (con la tassazione delle quote pensione al 20%, rispetto al 9% della

riforma in fieri).

In termini redistributivi, si può dire, semplificando, che permane (grazie alla tassazione

separata) il maggior favore per i redditi più elevati, che però risulta nettamente attenuato.

Dal punto di vista del numero di nuove adesioni ai fondi, questa soluzione potrebbe dare un

impulso nettamente superiore, in quanto gli sgravi sarebbero più credibili, dato che il livello di

tassazione futura non verrebbe ridotto in misura drastica, e la tassazione più vantaggiosa dei

rendimenti sarebbe immediatamente percepibile.

La tabella R.3 riporta il profilo quantitativo del gettito.

Tab. R3 SCENARIO 3 - ETT CON 6,25% SUI RENDIMENTI E 20% SU QUOTE PENSIONI.

ETT con tassazione rendimenti al 6,25% e quota pensione al 20%

Accant. Montante Rendimento netto (1) Montante

Anni Età Pens. int. Quota IRPEF Pens. int.

7% annuo capitale capitale e lorda pens. tax 9% netta

annuo cumulato interessi

0 25 1.750 1750,00 32,81 32,81 1.783 57 56 11 46

1 26 1.776 3.526,25 66,73 99,54 3.626 118 114 23 95

2 27 1.803 5.329,14 101,79 201,33 5.530 181 175 35 146

…omissis…

35 60 2.947 82.732,95 2123,24 32629,89 115.363 7.551 5.415 1.083 6.468

36 61 2.991 85.723,94 2219,13 34849,03 120.573 8.175 5.812 1.162 7.013

37 62 3.036 88.759,80 2317,67 37166,69 125.926 8.855 6.242 1.248 7.607

38 63 3.081 91.841,20 2418,90 39585,59 131.427 9.595 6.705 1.341 8.254

39 64 3.128 94.968,81 2522,90 42108,49 137.077 10.401 7.206 1.441 8.960

40 65 3.175 98.143,35 2629,72 44738,21 142.882 11.281 7.749 1.550 9.732

Fonte: elaborazioni ISAE.

(1) Al netto delle imposte.

Note: le ipotesi alla base della simulazione sono:

- tasso di crescita retribuzione reale: 1,5%; retribuzione lorda iniziale: 25.000; aliquota su rendimenti: 6,25 per cento;

- tasso rendimento atteso reale: 2,0%; pensione base inps : 22.000; aliquota IRPEF separata: 20 per cento.

Si noti come in questo scenario si conseguirebbe una pensione integrativa netta decisamente

superiore allo Scenario 2 (situazione preesistente) e di poco inferiore allo Scenario 1 (riforma),

perciò con riduzione del costo attualizzato della riforma in fieri in termini di gettito.

Scenario 4: EET classico con tassazione intera pensione in IRPEF

Questo scenario modifica lo schema di tassazione da ETT a EET classica, cioè con

detassazione dei rendimenti realizzati e tassazione in IRPEF dell’intera pensione integrativa.

Dal punto di vista redistributivo si consegue la massima azione di riequilibrio tra redditi alti

e bassi, ma anche la massima neutralità di trattamento tra diversi tipi di reddito ed

accantonamento (ad es. dipendente vs autonomo), continuando ad attribuire all’imponibile IRPEF

il ruolo di base più idonea per la tassazione personale del “reddito-entrata”, nella quale far

confluire i vari redditi.

Considerata la diversa necessità di accantonamenti previdenziali tra dipendenti (soggetti ad

un prelievo obbligatorio attorno al 33%) e autonomi (soggetti ad aliquote inferiori o uguali al 19%

del reddito “dichiarato”), a parità di reddito e di accantonamento pensionistico desiderato,

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Scienza delle finanze della Prof.ssa Gaetana Trupiano. Trattasi del rapporto "Politiche pubbliche e redistribuzione" dell'ottobre 2005 dell'ISAE, Istituto di Studio e Analisi Economica, dedicato all’analisi strutturale di tematiche relative alla distribuzione del reddito e all’intervento pubblico in campo sociale e all’illustrazione degli effetti redistributivi delle manovre di finanza pubblica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche per il governo e l'amministrazione
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trupiano Gaetana.

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