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Ad avviso dei giudici della Cassazione infatti, la norma sarebbe stata incostituzionale “… nella

parte in cui, ai fini della determinazione dell’indennità di espropriazione dei suoli edificabili,

prevede il criterio di calcolo fondato sulla media tra il valore dei beni e il reddito dominicale

rivalutato, disponendone altresì l’applicazione ai giudizi in corso alla data dell’entrata in vigore

della legge n. 359 del 1992”.

Nella sentenza n. 349 (Redattore Tesauro) invece, sia la Corte di Cassazione, sia la Corte d’appello

di Palermo sollevavano la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 5-bis, comma 7-bis,

sempre del Decreto Legge n. 333 del 1992, in violazione dei medesimi parametri normativi della

sentenza precedente, a cui però si aggiungeva un ulteriore profilo di incostituzionalità, ex articolo

111 Cost., in relazione all’articolo 6 della CEDU, per violazione del “giusto processo” sotto il

profilo della parità delle parti, in ragione di un intervento del legislatore diretto ad imporre una

determinata soluzione ad una circoscritta e specifica categoria di controversie.

Prescindendo dalle questioni di merito risolte concretamente dalla Corte, in questa sede ci

soffermeremo sulla ricostruzione dei rapporti tra ordinamento interno ed ordinamento del Consiglio

d’Europa, così come elaborata dai giudici della Consulta sulla base dell'articolo 117, primo comma,

Cost.

Innanzitutto le due sentenze escludono la possibilità di una copertura costituzionale del sistema

CEDU, sulla base non solo dell’articolo 10, primo comma della Costituzione, ma soprattutto

dell’articolo 11 e questo perché la CEDU “… non crea un ordinamento giuridico sopranazionale e

non produce quindi norme direttamente applicabili negli Stati contraenti. Essa è configurabile

come un trattato internazionale multilaterale […] da cui derivano «obblighi» per gli Stati

contraenti, ma non l’incorporazione dell’ordinamento giuridico italiano in un sistema più vasto,

dai cui organi deliberativi possono promanare norme vincolanti, omisso medio, per tutte le

7

autorità interne degli stati membri” .

7 Punto 3. 3. del Considerato in diritto della sentenza n. 348/2007.

Più specificamente, al punto 6. 1. del Considerato in diritto della sentenza n. 349/2007, la Corte ha

escluso la possibilità di una copertura della Convenzione ai sensi dell’articolo 11 Cost., non

essendo individuabile, con riferimento alle specifiche norme convenzionali in esame, alcuna

limitazione della sovranità nazionale, ribadendo così un principio giuridico già espresso nella

sentenza n. 188 del 1980. Per la Corte quindi i Diritti fondamentali non possono considerarsi una

«materia» in relazione alla quale sia allo stato ipotizzabile, oltre che un’attribuzione di competenza

limitata all’interpretazione della Convenzione, anche una cessione di sovranità.

Escludendo quindi la possibilità di una copertura costituzionale della CEDU sulla base dell’articolo

11, la Corte ha di fatto escluso la possibilità, per i giudici ordinari, di ricorrere al criterio della

disapplicazione delle norme interne contrastanti con la Convenzione, inaugurando così un filone

giurisprudenziale opposto a quello che, nel corso degli ultimi anni, aveva trovato accoglimento non

solo tra i giudici di prima istanza, ma anche nella giurisprudenza delle Sezioni Unite civili della

8

Corte di Cassazione .

Pertanto, ad avviso della Corte, è alla luce della complessiva disciplina stabilita dalla Costituzione,

che del resto trova conferma anche nei precedenti della Consulta sul punto, “… che deve essere

preso in considerazione e sistematicamente interpretato l’art. 117, primo comma, Cost., in quanto

parametro rispetto al quale valutare la compatibilità della norma censurata con l’art. 1 del

8 Si veda ex multis, Tribunale di Genova, sentenza del 4 giugno 2001, reperibile in Foro Italiano, I, 2001, pp. 2653 e

ss.; Corte di Appello di Firenze, sez. I civile, sentenza del 14 luglio 2006 n. 1403 (red. Occhipinti, reperibile in

Giornale di diritto amministrativo, 2007, pp. 386 e ss., con un commento di M. Pacini); Tribunale di Palermo, decreto

del 18 gennaio 2007, reperibile in Foro Italiano, 2008, pp. 56 e ss.

Come sottolineato nel testo, anche la Corte di Cassazione, aveva esplicitamente avallato il ricorso al criterio della

disapplicazione da parte dei giudici ordinari, al fine di dirimere i contrasti normativi tra ordinamento interno e

Convenzione di Strasburgo.

Decidendo su un caso di accessione invertita, con sentenza n. 10.542 del 19 luglio 2002 (red. Benini; la sentenza è

reperibile in Foro Italiano, I, 2002, pp. 2606 e ss.), la I sezione civile della Suprema Corte, rilevando l’incompatibilità

dell’articolo 1, protocollo n. 1 della CEDU con il sistema di protezione italiano dei beni paesaggistici ed ambientali,

riteneva che qualora il giudice nazionale si fosse trovato in presenza di un contrasto tra la disciplina nazionale e la

Convenzione europea dei diritti dell’uomo, questi avrebbe dovuto dare prevalenza alla norma pattizia, in quanto dotata

di immediata precettività, rispetto alla norma interna applicabile al caso concreto.

Sempre la I sezione civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11.096 dell’ 11 giugno 2004 (il giudice

redattore, anche in quella circostanza, era il Consigliere Benini; la sentenza è reperibile in Foro Italiano, I, 2005, pp.

466 e ss.), ribadiva nuovamente questo suo orientamento giurisprudenziale.

Sul punto si veda inoltre la sentenza delle Sezioni Unite civili n. 28.507 del 2005 che, nel riconoscere la natura

immediatamente precettiva delle disposizioni CEDU nell’ordinamento italiano, stabiliva che la fonte di riconoscimento

del diritto all’indennizzo per irragionevole durata del processo non discende dalla normativa interna, ma direttamente

dall’articolo 6 della Convenzione. Di conseguenza, la Suprema Corte di Cassazione desume dall’immediata precettività

delle disposizioni della Convenzione: a) il carattere di diritto soggettivo fondamentale, così come previsto dalla CEDU

ed insopprimibile anche da parte del legislatore italiano, di ricorrere ad un giudice terzo ed imparziale; 2) la natura

sovra-ordinata della Convenzione all’interno del sistema delle fonti nazionali ed il correlato obbligo, in capo al giudice

ordinario, di disapplicare la normativa interna in contrasto con quella pattizia.

Per ulteriori approfondimenti sul punto, si rinvia alla giurisprudenza raccolta nei materiali didattici, in particolare alle

sentenze che si riferiscono all’efficacia della CEDU nell’ordinamento italiano.

Protocollo addizionale alla CEDU, così come interpretato dalla Corte dei diritti dell’uomo di

9

Strasburgo” .

Il nuovo testo dell’articolo 117, primo comma infatti, da una parte sancisce la maggior forza di

resistenza della Convenzione rispetto alle leggi nazionali ordinarie successive all’ordine di

esecuzione, dall’altra, secondo quanto argomentato nelle sentenze in esame, attrae le stesse norme

nella sfera di competenza esclusiva della Corte costituzionale che dovrà essere interpellata ogni

qualvolta si tratterà di valutare la compatibilità della normativa ordinaria con quella CEDU.

In questo modo, pertanto, “… il giudice comune non ha […] il potere di disapplicare la norma

legislativa ordinaria ritenuta in contrasto con una norma CEDU, poiché l’asserita incompatibilità

tra le due si presenta come una questione di legittimità costituzionale, per eventuale violazione

10

dell’art. 117, primo comma Cost., di esclusiva competenza del giudice delle leggi” .

Ciò ovviamente non significa che le norme della CEDU abbiano un rango costituzionale in quanto,

con il nuovo articolo 117, primo comma, esse assumono un rango sovra-legislativo o sub-

costituzionale rispetto alle altre leggi ordinarie, svolgendo così, nella quaestio legitimitatis

sollevata dinanzi alla Corte, il ruolo di norme interposte che integrano il suddetto art. 117, primo

comma, inteso come parametro costituzionale di riferimento.

In questo modo, pertanto, “… al giudice comune spetta interpretare la norma interna in modo

conforme alla disposizione internazionale, entro i limiti nei quali ciò sia permesso dai testi delle

norme.

Qualora ciò non sia possibile, ovvero [il giudice] dubiti della compatibilità della norma interna

con la disposizione convenzionale «interposta», egli deve investire questa Corte della relativa

questione di legittimità costituzionale rispetto al parametro dell’art. 117, primo comma, come

11

correttamente è stato fatto dai rimettenti in questa occasione” .

Ciò porta i Giudici della Consulta ad un’ulteriore precisazione: “L’esigenza che le norme che

integrano il parametro di costituzionalità siano esse stesse conformi alla Costituzione è assoluta e

inderogabile, per evitare il paradosso che una norma legislativa venga dichiarata incostituzionale

in base ad un’altra norma sub-costituzionale, a sua volta in contrasto con la Costituzione. […]

Nell’ipotesi di una norma interposta che risulti in contrasto con una norma costituzionale, questa

Corte ha il dovere di dichiarare l’inidoneità della stessa ad integrare il parametro, provvedendo,

12

nei modi rituali, ad espungerla dall’ordinamento giuridico italiano” .

9 Punto 6. 2. del Considerato in diritto della sentenza 349/2007.

10 Punto 4. 3. del Considerato in diritto della sentenza 348/2007.

11 Punto 6. 2. del Considerato in diritto della sentenza n. 349/2007.

12 Punto 4. 7. del Considerato in diritto della sentenza n. 348/2007.

Al punto 6. 2. del Considerato in diritto della sentenza n. 349, la Corte approfondisce ulteriormente

questo punto, precisando che “… qualora sia sollevata una questione di legittimità costituzionale di

una norma nazionale rispetto all’art. 117, primo comma, Cost. per contrasto – insanabile in via

interpretativa – con una o più norme della CEDU, spetta invece accertare il contrasto e, in caso

affermativo, verificare se le stesse norme CEDU, nell’interpretazione data dalla Corte di

Strasburgo, garantiscono una tutela dei diritti fondamentali almeno equivalente al livello garantito

13

dalla Costituzione italiana” .

In conclusione, lo scrutinio di legittimità costituzionale chiesto dal giudice a quo alla Corte, deve

svolgersi su un duplice livello: innanzitutto bisogna rilevare che vi sia un effettivo contrasto, non

risolvibile in via interpretativa, tra la norma censurata e le norme della Convenzione, così come

interpretate dalla Corte EDU ed assunte come fonti integratrici del parametro di costituzionalità di

cui all’articolo 117, primo comma, Cost.; successivamente, bisognerà verificare se le norme della

CEDU, utilizzate per integrare il parametro nell’interpretazione ad esse data dalla medesima Corte,

siano compatibili con l’ordinamento costituzionale italiano.

Da questo punto di vista, le sentenze in esame hanno sicuramente sancito una svolta nella

ricostruzione dei rapporti tra ordinamento interno ed ordinamento del Consiglio d’Europa e tuttavia,

pur avendo fatto finalmente chiarezza sul rango normativo della CEDU nel sistema delle fonti

italiano e sul ruolo in esso svolto dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, pongono una serie

di problemi – sui quali non possiamo in questa sede soffermarci – per quanto riguarda le modalità di

impiego del criterio dell’interpretazione adeguatrice (della legge interna rispetto alla Convenzione)

e dunque il ruolo del giudice ordinario in rapporto alla normativa convenzionale e alla

giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

Un’ulteriore conferma della validità dell’assetto teorico elaborato dai Giudici della Consulta nelle

sentenze nn. 348 e 349. la ritroviamo in alcune recentissime prese di posizione della Corte

costituzionale: si tratta delle decisioni nn. 39 e 129, rispettivamente del 27 febbraio e del 30 aprile

2008, che hanno contribuito a chiarire ulteriormente l’atteggiamento della Corte costituzionale nei

confronti delle norme e della giurisprudenza della CEDU.

Per quanto riguarda la sentenza n. 39, la Corte ha ulteriormente rafforzato il proprio controllo di

legittimità costituzionale della norma interna rispetto alle disposizioni CEDU, intese come

13 Come ben sottolinea N. Pignatelli, Le sentenze della Corte costituzionale nn. 348 e 349 del 2007: la dilatazione della

tecnica della «interposizione» (e del giudizio costituzionale), in Quaderni costituzionali, 2008, p. 141: “Nella sent. 349,

redatta da Giuseppe Tesauro, si presuppone che la norma convenzionale/pattizia sia «comunemente» qualificabile

come norma interposta; nella sent. 348, redatta da Gaetano Silvestri, emerge invece una attenzione più generale (al di

là della CEDU e degli obblighi internazionali) per il modello della interposizione e per la «struttura della norma

costituzionale»”.

parametri interposti del giudizio di costituzionalità, stabilendo di fatto che anche nel caso di

contrasto tra le suddette disposizioni e le leggi nazionali emanate precedentemente all’ordine di

esecuzione della Convenzione, è necessaria una declaratoria di illegittimità costituzionale e,

pertanto, il giudice a quo è tenuto a sollevare una quaestio legitimitatis, senza poter risolvere

l’antinomia accertata per mezzo del classico criterio cronologico, in base al quale lex posterior

14

derogat legi anteriori .

Per quanto riguarda invece la sentenza n. 129 del 2008, si trattava di una questione di legittimità

costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Bologna in riferimento agli articoli 3, 10, e 27 della

Costituzione, dell’articolo 630, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale nella parte in cui

non prevede, tra i casi di revisione del procedimento, l’impossibilità di conciliare i fatti stabiliti a

fondamento della sentenza (o del decreto penale di condanna) con quelli rilevati in una decisione

della Corte europea dei diritti dell’uomo che abbia accertato l’assenza di equità del procedimento

penale, ai sensi dell’articolo 6 della CEDU.

La Corte, in questo caso, si è limitata a scrivere una sentenza di tipo monitorio, con cui invitava il

legislatore “… ad adottare i provvedimenti ritenuti più idonei, per consentire all’ordinamento di

adeguarsi alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che abbiano riscontrato, nei

processi penali, violazioni ai principi sanciti dall’art. 6 della CEDU” (punto 7 del Considerato in

Diritto).

Anche nel corso del 2009, la Corte costituzionale è ritornata sul tema dei rapporti tra ordinamento

interno ed ordinamento CEDU, esplicitando ulteriormente i princìpi fissati nelle sentenze nn. 348 e

349.

In particolare, con la decisione n. 311 del 2009, la Consulta ha chiarito che solo quando ritiene che

non sia possibile comporre il contrasto in via interpretativa, il giudice comune, il quale non può

procedere all’applicazione della norma della CEDU, in luogo di quella interna contrastante, tanto

meno fare applicazione di una norma interna che egli stesso abbia ritenuto in contrasto con la

CEDU, e pertanto con la Costituzione, “… deve sollevare la questione di costituzionalità […], con

riferimento al parametro dell’art. 117, primo comma, Cost., ovvero anche dell’art. 10, primo

comma, Cost., ove si tratti di una norma convenzionale ricognitiva di una norma del diritto

internazionale generalmente riconosciuta.

14 In questo caso, la Corte ha sicuramente tenuto in considerazione quanto stabilito nella sua prima sentenza (la n. 1 del

1956), in cui affermò di essere competente a giudicare sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle

leggi e degli atti aventi forza di legge, anche se anteriori all’entrata in vigore della Costituzione.

E’ evidente quindi che, sulla base di questo importante precedente, la Corte non poteva non dichiararsi competente a

giudicare anche delle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi dell’ordinamento interno, entrate in

vigore prima del recepimento della CEDU (avvenuto, lo ricordiamo, con la legge n. 848 del 1955) ed in contrasto con le

disposizioni della Convenzione medesima.

La clausola del necessario rispetto dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali, dettata

dall’art. 117, primo comma, Cost., attraverso un meccanismo di rinvio mobile del diritto interno

alle norme internazionali pattizie di volta in volta rilevanti, impone infatti il controllo di

costituzionalità, qualora il giudice comune ritenga lo strumento dell’interpretazione insufficiente

15

ad eliminare il contrasto” .

Una volta sollevata dal giudice a quo la questione di legittimità costituzionale, spetterà comunque

sempre alla Corte il compito di verificare che il contrasto sussista e che sia effettivamente

insanabile attraverso un’interpretazione, anche di tipo sistematico, della norma interna rispetto alla

norma convenzionale, alla luce delle valutazioni espresse dalla Corte di Strasburgo nella propria

giurisprudenza.

La Consulta, inoltre, ha precisato che ad essa è “… precluso di sindacare l’interpretazione della

Convenzione europea fornita dalla Corte di Strasburgo, cui tale funzione è stata attribuita dal

nostro Paese senza apporre riserve; ma alla Corte costituzionale compete, questo sì, di verificare

se la norma della CEDU, nell’interpretazione data dalla Corte europea, non si ponga in conflitto

con altre norme conferenti della nostra Costituzione.

Il verificarsi di tale ipotesi, pure eccezionale, esclude l’operatività del rinvio alla norma

internazionale e, dunque, la sua idoneità ad integrare il parametro dell’art. 117, primo comma,

Cost.; e, non potendosi evidentemente incidere sulla sua legittimità, comporta – allo stato –

16

l’illegittimità, per quanto di ragione, della legge di adattamento” .

Con la sentenza n. 317 del 2009, invece, la Consulta, chiamata a valutare una questione di

legittimità costituzionale avente ad oggetto l’articolo 175, comma 2 c. p. p., alla luce degli artt. 117,

primo comma – in relazione anche all’art. 6 della CEDU, quale interpretato dalla Corte di

Strasburgo – 24 e 111, primo comma Cost., aveva modo di precisare che “… l’integrazione del

parametro costituzionale rappresentato dal primo comma dell’art. 117 Cost. non deve intendersi

come una sovraordinazione gerarchica delle norme CEDU – in sé e per sé e quindi a prescindere

dalla loro funzione di fonti interposte – rispetto alle leggi ordinarie e, tanto meno, rispetto alla

Costituzione”, e questo perché, con riferimento ad un Diritto fondamentale, “… il rispetto degli

obblighi internazionali non può mai essere causa di una diminuzione di tutela rispetto a quelle già

predisposte dall’ordinamento interno, ma può e deve, viceversa, costituire strumento efficace di

17

ampliamento della tutela stessa” .

Pertanto, ad avviso della Corte costituzionale, la valutazione circa la consistenza effettiva della

15 Così al punto 6 del Considerato in diritto.

16 Ibidem, grassetti nostri.

17 Così al punto 7 del Considerato in diritto.

tutela offerta, nelle singole fattispecie concrete, dalla Convenzione europea dei Diritti dell’uomo è

il frutto di una combinazione virtuosa tra: a) l’obbligo che incombe sul legislatore nazionale di

adeguarsi ai principi posti dalla CEDU, quanto meno nella sua interpretazione giudiziale elaborata

dalla Corte di Strasburgo; b) l’obbligo che incombe sul giudice comune di dare alle norme interne

un’interpretazione conforme ai precetti convenzionali; c) l’obbligo che incombe sulla Corte

costituzionale medesima di evitare che continui ad avere efficacia, nell’ordinamento giuridico

italiano, una norma di cui sia stato accertato il deficit di tutela riguardo ad uno specifico Diritto

fondamentale da parte di Strasburgo.

Inoltre, sempre ad avviso della Consulta, “… il confronto tra tutela convenzionale e tutela

costituzionale dei diritti fondamentali deve essere effettuato mirando alla massima espansione delle

garanzie, anche attraverso lo sviluppo delle potenzialità insite nelle norme costituzionali che hanno

ad oggetto i medesimi diritti. Nel concetto di massima espansione delle tutele deve essere compreso

[…] il necessario bilanciamento con altri interessi costituzionalmente protetti, cioè con altre norme

costituzionali, che a loro volta garantiscano diritti fondamentali che potrebbero essere incisi

18

dall’espansione di una singola tutela” .

Ciò nonostante, la Corte costituzionale ha avuto modo di precisare che essa “… non può sostituire

la propria interpretazione di una disposizione della CEDU a quella della Corte di Strasburgo, con

ciò uscendo dai confini delle proprie competenze […], ma può valutare come ed in qual misura il

prodotto dell’interpretazione della Corte europea si inserisca nell’ordinamento costituzionale

italiano. In sintesi, il «margine di apprezzamento» nazionale può essere determinato avuto

riguardo soprattutto al complesso dei diritti fondamentali, la cui visione ravvicinata e integrata

può essere opera del legislatore, del giudice delle leggi e del giudice comune, ciascuno nell’ambito

19

delle proprie competenze” .

Le precisazioni svolte dalla Corte costituzionale in queste ultime due sentenze – ma in particolar

modo nella n. 317 del 2009 -, ci mostrano un quadro molto più articolato dei rapporti tra

ordinamento interno ed ordinamento del Consiglio d’Europa. Da un lato, infatti, sono stati

sviluppati ulteriormente i profili di complessità “sistemica”, per quanto concerne il processo di

armonizzazione normativa tra Costituzione e Convenzione; dall’altro inoltre, si è ulteriormente

ampliata la strada per un ulteriore riconoscimento dell’importante ruolo svolto dai giudici ordinari,

per quanto riguarda il processo di adeguamento della legislazione interna alla normativa

internazionale.

18 Ibidem.

19 Ibidem, grassetto nostro.

E’ molto probabile, infatti, che la Corte abbia incominciato a tenere in grande considerazione anche

il seguito giurisprudenziale che le sentenze nn. 348 e 349 del 2007 hanno avuto presso i giudici a

quibus e, pertanto, il Giudice delle Leggi ha sentito la necessità di rivalutare ulteriormente il ruolo

della giurisdizione ordinaria nel delicato processo di adeguamento tra gli ordinamenti, incentivando

così l’implicito sviluppo della diffusione ermeneutica della CEDU e riconoscendo a sé stessa un

ruolo di chiusura dell’intero processo di coordinamento tra i due “sistemi”.

* * *

§ 3. Evoluzione dei rapporti tra ordinamento comunitario ed ordinamento CEDU: le sentenze

Bosphorus e Cooperatieve.

Aggiungere a pagina 70 dopo il paragrafo IV. 9

A sei anni di distanza dalla celebre e discussa decisione Matthews, la Corte europea dei diritti

dell’uomo è tornata nuovamente ad occuparsi della sindacabilità, ai sensi della CEDU, degli atti

promananti dall’ordinamento comunitario, con la sentenza Bosphorus Hava Jollari Turizm c.

Irlanda del 30 giugno 2005 (n. ric. 45036/98).

In questa circostanza, i giudici di Strasburgo si sono pronunciati su un ricorso volto a far valere la

violazione dell’art. 1 del 1° Protocollo integrativo alla Convenzione, ad opera di una serie di atti

nazionali adottati in applicazione di norme comunitarie. In particolare, la società ricorrente – una

compagnia aerea charter di nazionalità turca – si doleva del fatto che le autorità irlandesi, in

applicazione di un regolamento CE (n. 990/93) contenente misure di embargo nei confronti della ex

Repubblica Federale di Jugoslavia, avessero posto sotto sequestro dal 1993 al 1996 alcuni

aeromobili che aveva preso in locazione dalla compagnia di bandiera jugoslava (JAT).

Impugnata la decisione davanti alla Corte Suprema irlandese, quest’ultima sollevava una questione

pregiudiziale davanti ai giudici di Lussemburgo mentre, in pendenza di giudizio, il Ministro dei

Trasporti irlandese assoggettava nuovamente il veicolo a sequestro.

La Corte di Giustizia (sentenza del 30 luglio 1996, causa C-84/95, Bosphorus) dichiarava che il

regolamento n. 990/93 doveva essere interpretato alla luce della Risoluzione delle Nazioni Unite a

cui faceva riferimento, poiché esso mirava a garantire un interesse pubblico legittimo, consistente

nell’arrestare una guerra civile devastante e che, tenuto conto di tale scopo, le perdite finanziarie

patite dalla Bosphorus non erano irragionevoli, a fronte del superiore interesse pubblico tutelato.

La Corte Suprema irlandese pertanto si conformava alla decisione dei Giudici di Lussemburgo e

quindi non liquidava alcun indennizzo alla Società turca.

Chiamata a giudicare della conformità alla Convenzione dell’attività statale di esecuzione delle

norme comunitarie, la Corte di Strasburgo è nuovamente ritornata sui principi che (insieme alla

Commissione EDU) aveva sviluppato nel corso degli anni, riguardo all’estensione del suo controllo

anche sugli atti della Comunità Europea.

La società ricorrente chiedeva alla Corte di sanzionare il comportamento delle autorità irlandesi

poiché queste avrebbero attuato il regolamento comunitario de quo senza tenere conto delle

peculiari circostanze del caso di specie, violando così il diritto di proprietà tutelato dal primo

protocollo addizionale alla CEDU. Inoltre, il fatto che i giudici irlandesi fossero obbligati a dare

seguito alla pronuncia della Corte di Lussemburgo non dimostrerebbe, ad avviso della ricorrente, la

natura vincolata del comportamento statale, ma sarebbe semmai un indizio dell’assenza di

“protezione equivalente” tra il sistema comunitario e quello CEDU, dato che il giudice comunitario

non si è potuto pronunciare su un ricorso diretto del privato.

A questi argomenti la Corte replica sostenendo che:

a) la controversia in questione rientra nella giurisdizione della Corte europea, poiché il sequestro

dell’aereo è stato compiuto dall’Irlanda, sul suo territorio nazionale e sulla base di un atto di diritto

interno (cioè, il provvedimento di sequestro dell’aeromobile emanato dal Ministro dei Trasporti

irlandese);

b) il sequestro è avvenuto sulla base del regolamento comunitario n. 990/93, il cui contenuto

normativo risulta essere chiaro e prevedibile. Il regolamento inoltre non necessitava di

un’attuazione all’interno dell’ordinamento irlandese e quindi il sequestro che ne conseguiva era un

atto obbligato, non residuando alcun margine di discrezionalità né al Ministro dei Trasporti, in sede

di attuazione del sequestro, né alle Corti interne, in sede di interpretazione della norma;

c) il sequestro ha comunque perseguito un interesse pubblico legittimo, ai sensi della CEDU,

consistente nell’adeguamento agli obblighi derivanti dalla partecipazione dell’Irlanda alla UE/CE.

Ciò premesso, i Giudici di Strasburgo si chiedono se l’operato delle autorità nazionali possa

giustificarsi in ragione dell’adempimento di un obbligo comunitario. A questo riguardo, la sentenza

20

rimanda al principio della protezione equivalente elaborato nelle precedenti pronunce della Corte

EDU, ma provvede ad elaborare un test di giudizio molto più articolato di quanto fatto in passato.

In primo luogo, nella decisione viene precisato che – per poter soddisfare tale requisito –

l’organizzazione internazionale da cui promanano gli atti impugnati deve garantire in maniera

20 Si rinvia ai paragrafi 7 e 8 della IV parte del saggio di Panunzio.


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento propone un'analisi del rapporto tra l'ordinamento interno e il diritto comunitario, in particolare: commento all'ordinanza n. 103 del 2008 della Corte Costituzionale in tema di norme interposte, giurisdizione nazionale, applicazione della CEDU e sentenze n. 348 e 349 del 2007.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

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