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Archivio selezionato: Sentenze di merito

ESTREMI

Autorità: Tribunale Bologna

Data: 01 ottobre 2003

Numero:

CLASSIFICAZIONE

CONIUGI (Rapporti patrimoniali tra) Comunione dei beni legale

MANDATO E RAPPRESENTANZA Mandato trust

OBBLIGAZIONI E CONTRATTI Contratto innominato

PROCEDIMENTO CIVILE Interesse ad agire

INTESTAZIONE

(Omissis). 1. Deve essere esaminata preliminarmente l'eccezione della convenuta Società Fiduciaria che

ha obiettato la carenza di interesse dell'attrice in merito alla contestazione della validità del trust.

L'interesse ad agire ex articolo 100 c.p.c. va considerato con riguardo alla domanda proposta nel

giudizio e nell'ambito dello stesso, ovvero con riferimento al vantaggio che l'istante si è ripromesso nel

proporre la domanda (da ultimo, Cassazione n. 8236 del 2003).

La verifica sulla sussistenza della menzionata condizione dell'azione, poi, non può che svolgersi in

astratto valutando l'intento finale o, con altra terminologia, il bene della vita a cui aspira il richiedente,

indipendentemente dalla fondatezza delle allegazioni e delle argomentazioni addotte a sostegno della

domanda giudiziale: in altre parole, l'interesse ad agire prescinde dalla validità delle tesi sostenute e

deve essere ritenuto sussistente qualora dall'ipotetico accoglimento delle istanze possa conseguire un

vantaggio giuridicamente apprezzabile per l'istante.

Nel caso de quo, L. M. ha prospettato la nullità del trust perché, secondo le argomentazioni attoree, lo

stesso non sarebbe riconducibile alla disciplina dettata dalla Convenzione de L'Aja, non avrebbe

elementi di estraneità tali da giustificare la scelta della legge inglese come norma regolatrice del

negozio (con conseguente inoperatività della succitata Convenzione) e, inoltre, i suoi effetti sarebbero in

contrasto con l'articolo 2740 c. c., che - si assume - è norma imperativa ed inderogabile

dell'ordinamento italiano.

La Società Fiduciaria lamenta che la questione di nullità con riferimento all'articolo 2740 c.c. è

richiamata a sproposito in quanto l'attrice non vanta alcun diritto di credito verso il coniuge disponente,

né ha rapporti di debito - credito con il trustee (il fenomeno segregativo, difatti, si limita ad impedire

che i beni, effettivamente ceduti dal settlor, entrino nel patrimonio personale del trustee e quindi che gli

stessi possano mai costituire oggetto di garanzia patrimoniale da parte di terzi creditori personali del

trustee stesso); aggiunge che la questione sollevata riguarda l'intero negozio di trust e non si limita ai

beni sui quali la L. M. accampa pretese.

A parere di questo Giudice l'attrice ha un interesse tutt'altro che astratto a sostenere la nullità del trust,

perché le sue critiche si dirigono nei confronti dell'istituto nel suo complesso e, recependo alcune

indicazioni della dottrina (oramai minoritaria), sottolineano profili di presunta incompatibilità del trust (e

soprattutto del trust c. d. «interno») con l'ordinamento nazionale; ciò vale anche con riferimento alla

pretesa contrarietà all'articolo 2740 c. c., la quale diviene rilevante ove si discuta dell' «importazione»

o, melius, del riconoscimento del trust assoggettato a legge straniera in relazione alle categorie

giuridiche «tradizionali» di un Paese di civil law.

Se le argomentazioni della L. M. fossero accoglibili (e, come si vedrà, non è questo il caso; tuttavia,

come già detto, si deve prescindere dall'esame della fondatezza della domanda per compiere l'esame ex

articolo 100 c. p. c.), il negozio sarebbe affetto da radicale e totale nullità (si potrebbe addirittura

parlare di una sua estraneità all'ordinamento), e, quindi, all'avvenuto trasferimento degli immobili al

trustee non potrebbe riconoscersi alcuna efficacia e tutti i beni (e, in particolare, quegli immobili sui

quali l'attrice vanta diritti ex articoli 177 ss. c. c.) «rientrerebbero» nel patrimonio del disponente come

oggetto - sempre secondo le tesi attoree - della comunione legale (in realtà, il termine «rientrerebbero»

è usato in senso atecnico perché la sanzione di nullità priverebbe di effetti il trasferimento ab origine e

quindi non potrebbe propriamente parlarsi di beni «usciti» dal patrimonio).

È dunque innegabile che L. M. abbia interesse a sollevare la questione di nullità del trust,

impregiudicata, però, ogni considerazione (nel merito) sulla bontà delle tesi addotte a sostegno della

domanda principale.

2. Venendo al merito, a più di dieci anni dall'entrata in vigore della Convenzione de L'Aja dell'1 ° luglio

1985 (resa esecutiva con la l. n. 364 del 1989 e vigente dall'1 ° gennaio 1992), può ritenersi

ampliamente superata la tesi che prospetta la contrarietà all'ordinamento italiano del trust (come

osserva un'autorevole dottrina, sarebbe più opportuno parlare di trusts al plurale, ma - con larga

approssimazione giuridica e in ossequio alle regole grammaticali del nostro Paese - è possibile proporre

una nozione dell'istituto al singolare, astratta ed onnicomprensiva, facendo riferimento al trust

«shapeless» o «amorfo» descritto nell'articolo 2 del testo convenzionale) e la sua conseguente

irriconoscibilità: ne danno conferma sia il vivace dibattito dottrinale (che, in alcuni casi, ha raggiunto

toni polemici e persino rissosi tra i sostenitori e i detrattori di una o dell'altra teoria), nel quale la

stragrande maggioranza degli autori si è schierata su posizioni favorevoli all'istituto, sia le numerose

pronunce giurisprudenziali, che, quasi unanimemente, hanno risolto in senso positivo la questione della

compatibilità col nostro ordinamento (per un panorama delle decisioni che, anche incidentalmente,

hanno affrontato vicende attinenti all'istituto del trust: Tribunale di Milano 27 dicembre 1996; Tribunale

di Genova 24 marzo 1997; Tribunale di Lucca 23 settembre 1997; Corte appello di Milano 6 febbraio

1998; Pretura di Roma 13 aprile 1999; Tribunale di Roma 8 luglio 1999; Tribunale di Chieti 10 marzo

2000; Tribunale di Bologna 18 aprile 2000; Tribunale di Perugia 26 giugno 2001; Corte di appello di

Firenze 9 agosto 2001; Tribunale di Pisa 22 dicembre 2001; Tribunale di Perugia 16 aprile 2002;

Tribunale di Firenze 23 ottobre 2002; Tribunale di Milano 29 ottobre 2002; Tribunale di Verona 6

dicembre 2002; Tribunale di Roma 4 aprile 2003; Tribunale di Bologna 28 maggio 2003,; Tribunale di

Bologna 16 giugno 2003; in senso sfavorevole all'istituto, Tribunale di Santa Maria Capua Vetere 14

luglio 1999 e Tribunale di Belluno 25 settembre 2002).

Conformemente ad altri precedenti giurisprudenziali (Tribunale di Lucca 23 settembre 1997; Corte

appello Milano 6 febbraio 1998; Tribunale di Bologna 18 aprile 2000, che ha ordinato al Conservatore

dei RR. II. di trascrivere proprio l'atto di cui si discute in questa sede; Tribunale di Pisa 22 dicembre

2001), questo Giudice ritiene che «definire illecito l'istituto del trust è, in diritto, carente di significato

ove solamente si consideri essere il nostro Paese parte della Convenzione de L'Aja del 1 ° luglio 1985

sulla legge applicabile ai trust e sul loro riconoscimento... Non è revocabile in dubbio, infatti, che gli

Stati firmatari della Convenzione, pur considerando il trust come un «istituto peculiare creato dai

tribunali di equità dei paesi di common law», hanno espressamente convenuto di stabilire «disposizioni

comuni relative alla legge applicabile ai trust» e di risolvere in nuce «i problemi più importanti relativi al

suo riconoscimento»... dimostrando quindi di considerare l'istituto, sia pure per il tramite delle

disposizioni suddette, non incompatibile con gli ordinamenti interni».

In altri termini, sostenere che il trust è inconciliabile col diritto positivo italiano non ha significato

perché, per addivenire a tale conclusione, bisognerebbe affermare che tutta la l. n. 364 del 1989 si ha

per non scritta.

Queste prime considerazioni fanno giustizia anche di alcune delle obiezioni formulate dal Tribunale di

Belluno (decreto del 25 settembre 2002) nel precedente giurisprudenziale citato dalla difesa dell'attrice:

non è possibile, infatti, sanzionare con la nullità l'atto di trasferimento dei beni dal settlor al trustee in

quanto «negozio astratto di trasferimento» (si legge nel menzionato decreto che «facendo riferimento ai

tipi negoziali propri del nostro ordinamento non si vede a quale schema causale le parti abbiano voluto

fare riferimento per operare la costituzione dei beni in trust [... mentre ] il nostro ordinamento prevede

la causa come requisito di validità del contratto [... e ] non ammette in via di principio negozi astratti»),

sia perché, anche secondo la più recente lettura dottrinale degli articoli 1324 e 1322 c.c. (che sembra

ammettere la costituzione di atti unilaterali atipici), «la configurabilità di negozi traslativi atipici, purché

sorretti da causa lecita, trova fondamento nello stesso principio dell'autonomia contrattuale posto

dall'articolo 1322 comma 2 ° c. c.» (così Cassazione 9 ottobre 1991 n. 10612), sia (e soprattutto)

perché la causa del trasferimento, che è ben lungi dall'essere «astratto», si deve rinvenire nel collegato

negozio istitutivo di trust (che si concretizza nei suoi scopi proprio attraverso il predetto trasferimento)

per il quale la meritevolezza degli interessi realizzati è stata ex lege sancita dalla Convenzione de L'Aja

del 1985 e dalla disciplina legislativa che ne ha dato esecuzione.

L'articolo 6 della Convenzione de L'Aja stabilisce: «Il trust è regolato dalla legge scelta dal disponente».

Nel caso de quo, che riguarderebbe un trust c. d. «interno» (e cioè - secondo la definizione dottrinale -

un trust che ha la localizzazione preponderante dei suoi beni, la sede, la sua amministrazione e la

residenza dei beneficiari e del settlor in un ordinamento diverso da quello scelto dalle parti per

disciplinarlo), l'attrice sostiene che la scelta effettuata dal disponente non può essere libera ed

incondizionata, perché, essendo la Convenzione de L'Aja una convenzione di diritto internazionale

privato, essa contiene norme la cui operatività richiede, come presupposto necessario, la presenza nella

fattispecie concreta di elementi oggettivi di estraneità ulteriori rispetto alla mera volontà del disponente

di scegliere la legge straniera (deve trattarsi, quindi, di un trust «straniero») e, inoltre, perché l'articolo

13 della Convenzione costituisce un insormontabile ostacolo al riconoscimento di un trust i cui elementi

significativi siano strettamente collegati ad uno Stato non - trust.

La premessa è corretta: nel caso di specie gli unici elementi di estraneità al nostro ordinamento (oltre

alla legge inglese prescelta per la disciplina del negozio) sono dati dal domicilio del disponente e dalla

residenza e cittadinanza di uno soltanto dei tre beneficiari, mentre sono legati all'Italia il luogo di

amministrazione del trust designato dal disponente (in Bologna), l'ubicazione dei beni trasferiti (in

Bologna, Monghidoro e Dimaro, limitando l'analisi agli immobili in controversia), il domicilio del trustee

(in Bologna), il luogo dove deve essere realizzato lo scopo del trust (gestione degli stabili trasferiti,

divisione degli stessi, esecuzione delle volontà testamentarie del settlor relativamente a beni ubicati sul

territorio italiano, ecc.). Questi ultimi criteri, indicati dall'articolo 7 della Convenzione per determinare la

legge con cui il trust ha il collegamento più stretto nel caso in cui questa non sia stata individuata dal

disponente (e non è questo il caso), possono essere qui impiegati come parametri definiti ex lege (l. n.

364 del 1989) per giungere alla conclusione che siamo in presenza di un c. d. trust «interno» o

«domestico».

Sono tuttavia errate le conseguenze che l'attrice (nonché parte della dottrina e la menzionata pronuncia

Tribunale di Belluno 25 settembre 2002) trae dalla precedente considerazione: difatti, da qui (e, cioè,

dal carattere «interno» del negozio) a sostenere l'automatica impossibilità di riconoscere gli effetti di un

trust i cui elementi significativi (salvo la legge di disciplina) non presentano caratteri di estraneità

rispetto all'ordinamento italiano, «il passo è troppo lungo».

Al contrario, è elemento sicuro, che emerge dalla Convenzione, l'assoluta libertà di scelta della legge

regolatrice del trust da parte del settlor (secondo autorevole dottrina «la libertà incondizionata del

disponente... costituisce il pilastro della Convenzione de L'Aja»); infatti:

- non ha senso affermare che la Convenzione riguarda esclusivamente i trust «stranieri»

La Convenzione non indica quale presupposto per la sua applicazione la presenza di elementi di

estraneità ulteriori rispetto alla scelta della legge straniera applicabile, purché il diritto applicabile ex

articolo 6 (o, eventualmente, ex articolo 7) della Convenzione conosca il trust o la categoria di trust in

questione, secondo l'espressa prescrizione dell'articolo 5; proprio quest'ultima disposizione conferma

che l'unico presupposto applicativo della disciplina convenzionale (e del consequenziale riconoscimento

del trust istituito) è la specificazione di una legge secondo le disposizioni del Capitolo II.

Ragionando sul significato da attribuire al concetto di trust «straniero», da una parte, pare scontato che

il riconoscimento del trust (articoli 11 ss. Convenzione) postula l'esistenza di un fenomeno giuridico

estraneo al diritto interno (quale è, pacificamente, l'istituto del trust); dall'altra, poiché i lavori

preparatori della Convenzione - sui quali di dirà in seguito - hanno escluso qualsiasi limitazione legata al

sito dei beni in trust o alla nazionalità / residenza del disponente o dei beneficiari, il «riconoscimento»

può prospettarsi anche quando il trust è soltanto regolato da una legge straniera e questo è l'unico

elemento di estraneità, necessario e sufficiente, per farsi applicazione della disciplina convenzionale e

delle norme di conflitto in essa contenute.

In definitiva, «non esiste il trust che, retto da una legge straniera, sia «non abbastanza straniero» per

alcun effetto previsto dalla Convenzione»: questa trova il presupposto della propria applicazione tutte le

volte che un trust si trovi a spiegare effetti in un ordinamento diverso da quello dal quale è disciplinato.

Del resto, la stessa previsione dell'articolo 13, relativo alla facoltà concessa agli Stati di escludere il

riconoscimento dei cosiddetti trust «interni», sta proprio a significare che, almeno in linea di principio,

detti trust sono compresi nell'ambito di applicazione della disciplina di cui alla Convenzione de L'Aja.

Altro problema (sul quale si tornerà in seguito), differente e logicamente successivo rispetto a quello

della determinazione della legge applicabile, riguarda gli esiti del riconoscimento del trust e le

preclusioni al riconoscimento o all'efficacia previste dalla stessa Convenzione qualora la scelta del

disponente sia «abusiva» e, cioè, quando i suoi effetti determinino, nel Paese con cui il trust presenta i

collegamenti più stretti, l'elusione di norme imperative inderogabili con atto negoziale (articolo 15) e/o

di norme di applicazione necessaria (articolo 16) oppure quando gli effetti appaiano in manifesto

contrasto con l'ordine pubblico (articolo 18) o, infine, in tutti i casi in cui il riconoscimento sia

«ripugnante» per l'ordinamento (articolo 13)...

... Poiché il trust «interno» non può essere ritenuto invalido ex se per la carenza di elementi di

estraneità (si rinvia alle considerazioni sopra svolte a proposito della libertà di scelta della legge

regolatrice ex articolo 6), né per il suo contrasto con norme inderogabili o di applicazione necessaria o

di ordine pubblico (a garanzia delle quali presiedono gli articoli 15, 16, 18, che, però, incidono sugli

effetti di un trust già riconosciuto), l'unica possibile e ragionevole soluzione ermeneutica (a meno di non

voler dare all'articolo 13 un'interpretatio abrogans degli articoli 6 e 11) è quella, appunto, di considerare

la disposizione come una «norma di chiusura della Convenzione» (paragonabile all'articolo 1344 c. c.),

che mira a cogliere le fattispecie che sfuggono alle norme di natura specifica: in altri termini, l'articolo

13 costituisce l'estremo ed eccezionale rimedio apprestato per i casi in cui le modalità e gli scopi di un

trust, i cui effetti sfuggono alle previsioni degli articoli 15, 16 e 18, siano comunque valutati dal giudice

come ripugnanti ad un ordinamento che non conosca quella particolare figura di trust, ma nel quale

tuttavia il negozio esplichi in concreto i suoi effetti.

Il percorso logico da seguire è, dunque, il seguente: i trust «interni» sorgono in conseguenza della

scelta, da parte del settlor, di una legge regolatrice idonea; la scelta è da ritenersi libera e legittima ex

articolo 6 della Convenzione; secondo la regola generale di cui all'articolo 11, i trust istituiti in

conformità alla legge determinata in base al Capitolo II (e, quindi, anche i trust «domestici») devono


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute nell'anno accademico dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza del Tribunale di Bologna emessa nel 2003 in tema di rapporti patrimoniali tra coniugi con riferimento al mandato trust e al contratto innominato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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