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- nel nostro ordinamento sono sempre più numerose le disposizioni legislative derogatorie all'articolo

2740 c. c., il quale, quindi, non può assurgere al rango di supremo (e come tale inderogabile) principio

di ordine pubblico economico.

Come già detto, l'effetto principale ed essenziale del trust è quello di segregare una posizione

soggettiva e destinarla ad una specifica finalità, con l'effetto - tutt'altro che secondario - di renderla

intangibile ai creditori del trustee.

La possibilità di costituire patrimoni autonomi (o separati) non costituisce affatto un'assoluta novità per

il nostro ordinamento: l'articolo 1707 c.c. prevede un meccanismo di separazione per i beni mobili o i

crediti acquistati in proprio dal mandatario per conto del mandante in forza di atto avente data certa

anteriore al pignoramento; gli articoli 167 ss. c.c. vincolano alle esigenze della famiglia i beni costituiti

in fondo patrimoniale, sui quali possono soddisfarsi solo i creditori indicati all'articolo 170 c. c.; ex

articolo 1881 c.c. può divenire «patrimonio separato» (e non aggredibile) la rendita vitalizia costituita a

titolo gratuito nei limiti del bisogno alimentare del beneficiario; l'articolo 1923 c.c. sottrae le somme

dovute dall'assicuratore (per assicurazione sulla vita) all'azione esecutiva dei creditori del contraente o

del beneficiario, frantumando l'unicità del patrimonio; significativamente, l'articolo 490 c.c. statuisce

che «l'effetto del beneficio d'inventario consiste nel tener distinto il patrimonio del defunto da quello

dell'erede»; l'articolo 2117 c.c. (richiamato dal d. lg. n. 124 del 1993) consente la creazione di

«patrimoni di destinazione» (così definiti da Cassazione n. 2824 del 1975) come fondi speciali per la

previdenza e l'assistenza.

Ancor più pregnanti sono gli esempi di «segregazione» offerti dalla legislazione speciale più recente (sul

punto, Tribunale di Bologna, decreto 18 aprile 2000): l'articolo 3 della l. n. 77 del 1983 sui fondi comuni

di investimento immobiliare (ora abrogato dal d. lg. n. 58 del 1998) prevedeva: «ciascun fondo comune

costituisce patrimonio distinto a tutti gli effetti dal patrimonio della società di gestione e da quelli dei

partecipanti, nonché da ogni altro fondo gestito dalla medesima società di gestione. Sul fondo non sono

ammesse azioni dei creditori della società gerente»; la norma suddetta è stata ripresa ed ampliata dal

testo unico in materia di intermediazione finanziaria (d. lg. n. 58 del 1998) il quale, all'articolo 22

(rubricato «Separazione patrimoniale»), stabilisce che «nella prestazione dei servizi di investimento e

accessori gli strumenti finanziari e le somme di denaro dei singoli clienti, a qualunque titolo detenuti

dall'impresa di investimento, dalla società di gestione del risparmio o dagli intermediari finanziari

iscritti... nonché gli strumenti finanziari dei singoli clienti a qualsiasi titolo detenuti dalla banca,

costituiscono patrimonio distinto a tutti gli effetti da quello dell'intermediario e da quello degli altri

clienti. Su tale patrimonio non sono ammesse azioni dei creditori dell'intermediario o nell'interesse degli

stessi, né quelle dei creditori dell'eventuale depositario o sub - depositario o nell'interesse degli stessi»;

l'articolo 4 del già menzionato d. lg. n. 124 del 1993, riformato dalla l. n. 335 del 1995, stabilisce che

«fondi pensione possono essere costituiti... attraverso la formazione con apposita deliberazione di un

patrimonio di destinazione, separato ed autonomo, nell'ambito del patrimonio della medesima società

od ente, con gli effetti di cui all'articolo 2117 del codice civile»; la disposizione dell'articolo 3 della l. n.

130 del 1999 prevede che «i crediti relativi a ciascuna operazione [ di cartolarizzazione di crediti ]

costituiscono patrimonio separato a tutti gli effetti da quello della società e da quello relativo alle altre

operazioni. Su ciascun patrimonio non sono ammesse azioni da parte di creditori diversi dai portatori

dei titoli emessi per finanziare l'acquisto dei crediti stessi»; statuizioni analoghe a quella ora richiamata

sono previste dalle leggi sulla cartolarizzazione dei crediti Inps (articolo 13 l. n. 448 del 1998, come

modificato dalla l. n. 402 del 1999) e sulla privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (articolo

2 l. n. 410 del 2001); da ultimo, la recente riforma del diritto societario ha inserito nel codice civile

l'articolo 2447bis sui «patrimoni destinati ad uno specifico affare» che, come sostiene un autore,

consente alle società di realizzare un trust autodichiarato dato che l'articolo 2447quinquies c.c. esclude

la possibilità per i creditori societari di far valere diritti su quel fondo così costituito.

Concludendo questa rassegna normativa, il Giudice rileva che il fenomeno della separazione

patrimoniale è ricorrente nella legislazione speciale e anche in quella «tradizionale» e tale circostanza

sembra dunque smentire la portata di principio generale di ordine pubblico attribuita all'articolo 2740 c.

c., il quale pone come eccezionali le ipotesi di limitazione della responsabilità patrimoniale (un autore

afferma che il rapporto è stato addirittura «capovolto»): proprio per l'univocità dei più recenti interventi

del legislatore, la segregazione patrimoniale non può più essere considerata un «tabù» e, di contro,

l'unitarietà della garanzia patrimoniale di cui all'articolo 2740 c.c. non può valere come un «dogma

sacro ed intangibile» del nostro ordinamento.

Per tutte le considerazioni sin qui svolte, il trust «interno» costituito da T. G. (settlor) che vede la

convenuta Società Fiduciaria come trustee non può essere tacciato di invalidità: esso soddisfa i requisiti

richiesti dalla Convenzione de L'Aja per il suo riconoscimento (con la conseguente realizzazione degli

effetti propri del negozio secondo la legge scelta dal disponente oltre che della segregazione rispetto al

patrimonio del trustee ex articolo 11), non appare contrastante con norme imperative inderogabili o di

applicazione necessaria o con principi di ordine pubblico e, anche in assenza di qualsivoglia allegazione

dell'attrice, non può dirsi costituito in frode all'ordinamento interno.

La domanda principale di L. M. deve essere, pertanto, rigettata.

3. Fermo restando quanto detto sulla validità ed efficacia dell'atto istitutivo di trust, occorre ora

esaminare la questione relativa al trasferimento dei beni dal settlor al trustee, atto che nel citato

negozio trova causa, ma che ne è separato logicamente (anche se non materialmente in questo caso).

La validità del trasferimento deve essere sindacata in base alla normativa interna come prevede, tra

l'altro, l'articolo 4 della Convenzione de L'Aja: in particolare, l'attrice sostiene che la cessione al trustee

sia contraria alle norme del codice civile sul regime di comunione legale tra coniugi, avendo il T. G.

disposto illegittimamente di beni rientranti nell'elencazione di cui all'articolo 177 c. c..

È indispensabile, prima di passare all'esame delle doglianze della L. M., stabilire se i beni sui quali

l'attrice avanza pretese costituiscano oggetto di comunione legale oppure no: data per pacifica tra le

parti la vigenza del regime patrimoniale di comunione in costanza di matrimonio (peraltro, il matrimonio

è stato celebrato il 28 giugno 1975 e non risulta che i coniugi abbiano optato, all'entrata in vigore della

l. n. 151 del 1975, per il diverso regime di separazione dei beni) e rilevato il carattere inequivoco

dell'articolo 191 c.c. secondo cui «la comunione si scioglie... per la separazione personale», si rilevano,

nella causa, opposte interpretazioni sul momento in cui sia avvenuto il mutamento di status dei coniugi

T. G. e L. M..

L'attrice sostiene che la separazione personale si sia realizzata con il passaggio in giudicato della

sentenza della Corte d'Appello di Bologna (emessa il 20 giugno 2001 e passata in giudicato nel

novembre dello stesso anno), mentre il convenuto offre interpretazioni alternative facendo risalire la

separazione giudiziale (o, quantomeno, i suoi effetti) e lo scioglimento della comunione legale alla

comparizione dei coniugi nell'udienza ex articolo 708 c.p.c. (in data 12 gennaio 1994) o alla

presentazione del ricorso per la separazione.

L'accoglimento dell'una o dell'altra tesi non è questione di poco conto se si considerano le circostanze

del caso concreto: il trasferimento al trustee di 1 / 2 degli immobili in Monghidoro e Dimaro è visto

come un'illecita cessione di quote della comunione legale dalla L. M. e come una legittima disposizione

di quote di comunione ordinaria (sorta in seguito alla separazione) dal T. G.; inoltre, l'attrice sostiene

che lo stabile in Palazzo M. a Bologna (acquistato dal T. G. con atto del 20 aprile 1994 registrato il 6

maggio 1994 e, quindi, nel corso del giudizio di I grado sulla separazione personale) sia oggetto di

comunione legale perché comprato in vigenza di tale regime, mentre il convenuto afferma l'esatto

contrario e così difende anche l'atto di conferimento nel trust (realizzato il 29 settembre 1999 e

registrato il 26 ottobre 1999 e, quindi, in pendenza dell'appello proposto dall'odierna attrice).

Riguardo al momento in cui si verifica la separazione personale tra i coniugi, questo Giudice ritiene di

aderire all'orientamento «granitico» della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la separazione

personale che produce lo scioglimento della comunione è quella consensuale omologata o quella

giudiziale consacrata nella relativa sentenza passata in giudicato, mentre nessuna efficacia sullo status

possono spiegare i provvedimenti presidenziali resi nell'udienza ex articolo 708 c.p.c. (Cassazione n.

4325 del 1987; n. 560 del 1990; n. 8463 del 1992; n. 12523 del 1993; n. 652 del 1995; n. 9325 del

1998; n. 11036 del 1999; n. 2844 del 2001)...

... 5. Una volta stabilito che tutti gli immobili per cui è causa formavano oggetto della comunione legale

(che, secondo Cassazione sezione seconda n. 1252 del 1995, prescinde rigorosamente dal dato formale,

ossia dall'intestazione formale dei beni nei pubblici registri) quando il T. G. ne ha disposto conferendoli

nel trust, restano da esaminare le conseguenze di tale disposizione che è avvenuta senza

l'autorizzazione della L. M. (come risulta evidente dall'atto istitutivo di trust, documento nr. 2

dell'attrice).

L'attrice sostiene la nullità assoluta della cessione delle quote della comunione legale sui fabbricati in

Monghidoro e Dimaro e l'annullabilità del trasferimento dello stabile in Palazzo M. a Bologna.

Riguardo alla prima tesi (dell'annullabilità si parlerà nel capo successivo), si osserva che non rientra tra

gli atti di disposizione, che possono essere compiuti dai coniugi in comunione legale, l'alienazione

dell'intera «quota» spettante a ciascun coniuge sul patrimonio complessivo: la comunione legale non

può essere considerata una fattispecie di contitolarità di diritti, sicché il complesso patrimoniale,

costituito dall'insieme dei cespiti facenti parte delle categorie indicate nell'articolo 177 c. c., non è

oggetto di un sovraordinato diritto di ciascun coniuge, che differisca dal diritto avente ad oggetto

ciascun bene. Anche in una prospettiva di «contitolarità», d'altra parte, la Corte costituzionale

(sentenza n. 311 del 1988) ha sottolineato che i coniugi sono solidalmente titolari, in quanto tali, di un

diritto avente ad oggetto i beni della comunione e che la quota non rappresenta un elemento strutturale

dell'istituto. Conseguentemente, deve escludersi che il coniuge possa alienare ad un terzo la sua

partecipazione nella comunione legale, determinando l'inconcepibile effetto giuridico di una comunione

legale tra soggetti non coniugi.

Costituisce autorevole avallo delle suesposte considerazioni la recente sentenza Cassazione sezione

prima n. 4033 del 2003 (che riprende le argomentazioni già svolte in Cassazione sezione seconda n.

284 del 1997): «La peculiarità della comunione legale dei beni tra coniugi... consiste nel fatto che

questa, a differenza della comunione ordinaria, come ha affermato la Corte cost. con la sentenza n. 311

del 1988 nel dichiarare infondata la questione di legittimità dell'articolo 184 c. c., non è una comunione

per quote in cui ciascuno dei partecipanti può disporre del proprio diritto nei limiti della quota, bensì una

comunione senza quote nella quale i coniugi sono solidamente titolari di un diritto avente per oggetto i

beni di essa e non è ammessa la partecipazione di estranei, sicché la quota, caratterizzata dalla

indivisibilità e dalla indisponibilità, ha soltanto la funzione di stabilire la misura entro cui tali beni

possono essere aggrediti dai creditori particolari (articolo 189 c. c.), la misura della responsabilità

sussidiaria di ciascuno dei coniugi con propri beni personali verso i creditori della comunione (articolo

190 c. c.) e, infine, la proporzione in cui, sciolta la comunione, l'attivo e il passivo saranno ripartiti tra i

coniugi o i loro eredi (articolo 194 c. c.), (Cassazione n. 284 del 1997). Ne consegue che, nei rapporti

con i terzi, ciascun coniuge, mentre non ha diritto di disporre della propria quota, perché ciò avrebbe

l'inconcepibile effetto di far entrare nella comunione degli estranei, può tuttavia disporre, in forza di

detta titolarità solidale dell'intero bene comune (Cassazione n. 284 del 1997). Alla luce di tale principio

va osservato che il codice civile stabilisce, nell'ambito della comunione familiare, una disciplina

differenziata per gli atti relativi ai beni immobili ed ai mobili registrati rispetto a quelli relativi a tutti gli

altri beni ed in particolare a quelli mobili. Per i primi, l'articolo 184 comma 1 c. c., prevede per il loro

compimento il consenso dell'altro coniuge, conformemente al modulo dell'amministrazione congiuntiva

adottato dall'articolo 180, comma 2, c.c. per gli atti di straordinaria amministrazione. Tale consenso si

pone come negozio (unilaterale) autorizzativo, ma non nel senso di atto che attribuisce un potere, bensì

nel senso di atto che rimuove un limite all'esercizio di tale potere, con l'ulteriore conseguenza che esso

rappresenta un requisito di regolarità del procedimento di formazione dell'atto di disposizione la cui

mancanza, ove si tratti di bene immobile o di bene mobile registrato, si traduce in un vizio del negozio

da far valere, giusta il disposto del citato articolo 184, entro l'anno dalla data di effettiva conoscenza

dell'atto e, in ogni caso, dalla data della sua trascrizione oppure, ove l'atto non sia stato trascritto (o

non sia trascrivibile) e non se ne sia avuta conoscenza prima dello scioglimento della comunione, dalla

data di tale scioglimento (Cassazione n. 284 del 1997).... Tale disposizione corrisponde alla natura

peculiare della comunione legale dinanzi evidenziata in virtù della quale ciascun coniuge dispone della

piena titolarità di disposizione del bene comune per l'intero che, se per quanto concerne i beni immobili

e quelli mobili registrati necessita del consenso dell'altro coniuge al fine di non rendere l'atto dispositivo

annullabile, essendo tale atto equiparato ad un atto di straordinaria amministrazione ai sensi

dell'articolo 180 c.c. e come tale sottoposto a particolare vincolo cautelativo da parte del legislatore per

impedire che uno dei coniugi possa unilateralmente depauperare il patrimonio familiare».

Nel caso de quo, tuttavia, non si verte nell'ipotesi di cessione dell'intera quota di comunione legale (atto

certamente nullo), bensì nella fattispecie di cessione di una quota su singoli beni facenti parte della

comunione dei quali il T. G., proprio in forza delle suddette osservazioni, avrebbe potuto disporre anche

per l'intero.

Rileva un'autorevole dottrina, che in tale ipotesi, non si configura uno scioglimento della comunione

legale relativamente al bene oggetto dell'atto di alienazione, bensì un atto di alienazione, riguardante

un bene della comunione, non già per l'intero ma nei limiti di una quota: sarebbe illogico ritenere che -

mentre l'alienazione di un intero bene, da parte di uno solo dei coniugi, è valida ed efficace (salve, in

ipotesi, le conseguenze dell'articolo 184 c. c.) - l'alienazione di una quota di quello stesso bene sia, al

contrario, assolutamente inefficace; peraltro, nulla impedisce ai coniugi di essere comproprietari di beni

insieme a terzi, salva l'applicazione del regime di comunione legale relativamente alla quota posseduta.

Difatti, se i coniugi possono ab origine detenere in comunione legale quote di un bene, allo stesso modo

è ammissibile che un bene, in precedenza oggetto di comunione legale per l'intero, divenga, poi,

oggetto di comproprietà con terzi. Nel caso in cui l'alienazione della quota sia compiuta da uno dei

coniugi separatamente, valgono le conseguenze stabilite dall'articolo 184 c.c. per le alienazioni solitarie

(coi limiti temporali previsti per l'impugnazione): i rapporti giuridici tra i coniugi ed il terzo

comproprietario saranno regolati, a loro volta, dalle norme sulla comunione ordinaria, restando

operante, invece, il regime di comunione legale quanto alla quota ancora appartenente ai coniugi.

Con altre parole, poiché il coniuge è «proprietario solidale» del bene in comunione (Corte costituzionale

311 / 88), lo stesso è legittimato a disporne a favore di un terzo per l'intero o anche in parte (nella

misura di 1 / 2, ma anche di 1 / 3 o di 1 / 4); ove l'atto dispositivo sia stato compiuto in carenza

dell'autorizzazione ex articolo 184 c. c., l'altro coniuge potrà, entro un anno, ottenerne l'annullamento;

in mancanza di impugnazione, tuttavia la cessione si consoliderà col duplice effetto di «restringere»

l'oggetto della comunione legale alla quota residua e di costituire una comunione ordinaria tra il terzo

da un lato e i due coniugi dall'altro (come si esprime la dottrina, infatti, «nessuno può concepire una

comunione legale tra soggetti che non siano coniugi, ma nessuno può impedire, parimenti, che i coniugi

possiedano, in comunione legale, una quota di comproprietà di beni intestati, per le restanti quote, a

terzi; conseguentemente, non si può escludere che una situazione di comproprietà ordinaria tra i

coniugi ed un terzo, salva l'applicazione dell'articolo 184 c. c., possa essere il frutto di un atto di

alienazione compiuto da uno dei coniugi senza il consenso dell'altro»).

Non può, dunque, ritenersi nullo il trasferimento, realizzato dal T. G., delle quote di 1 / 2 sugli immobili

di Monghidoro e Dimaro: tale atto è, piuttosto, annullabile (alle condizioni previste dall'articolo 184 c.

c.) e - come si vedrà - nel caso specifico la diversa qualificazione data alla causa di invalidità non

influisce in maniera sostanziale sulla decisione finale.

Invero, la L. M. ha chiesto l'annullamento del trasferimento delle quote sui citati edifici adducendo a

fondamento della domanda pretese ragioni di nullità e non di annullabilità; tuttavia, conformemente al

costante orientamento giurisprudenziale (da ultimo Cassazione sezione lavoro n. 10316 del 2002), si

ritiene che, qualora non si pongano a fondamento della pronuncia fatti giuridici costitutivi diversi da


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Civile, tenute nell'anno accademico dal Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza del Tribunale di Bologna emessa nel 2003 in tema di rapporti patrimoniali tra coniugi con riferimento al mandato trust e al contratto innominato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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