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che se ne poté trarre a quell'ora, notoriamente fervida d'interessi di

carattere sociale! E penso a quando, invece, si mantengono a

bollore gli argomenti più adescanti della vita privata nelle

trasmissioni chiamate d'intrattenimento, soprattutto pomeridiano.

Senza dire delle volte in cui, se l'argomento è sufficientemente

pruriginoso, lo si tiene in vita ricorrendo a continui rilanci. Non

siamo tanto ingenui, tutti quanti, da non renderci conto del perché

di queste scelte. Vi si vede la strada per la visibilità, e quindi per

chissà quale viatico. Ed ecco il terzo esempio: anche gli ospiti

della politica che non hanno l'obbligo di dare prova di grande

sottigliezza possono assicurarsi la loro porzione di successo,

rendendo anche qualche servizio: si può sempre annuire o

disapprovare, sorridere o persino ridere - quando si sia inquadrati

dalla telecamera - per distogliere l'attenzione dall'avversario;

oppure frantumandone gli argomenti con il montare di continuo

sulle sue parole. Che cosa caverà lo spettatore da quella sorta di

eretismo psichico instaurato dal "calor bianco" che non di rado si

sprigiona negli studi della Tv, per altri versi fin troppo

climatizzati? Eppure occorre credere che non c'è mai tanto

bisogno di politica come quando essa stessa sembra autorizzarci a

voltarle le spalle.

Il quarto esempio è, francamente, tirato per la giacca, anzi per la

tonaca. Mi riferisco a quel coraggioso e benemerito segretario

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della CEI, Monsignor Mariano Crociata, che si è espresso

criticamente sul linguaggio di un gran numero di omelie. Ne ho

preso nota perché, avendo scritto molti anni fa la prefazione di un

dizionario di omiletica - come vedete non c'è limite agli azzardi - e

avendo riprovato l'uso spesso improprio di argomenti così delicati,

pensavo di essere in odore di zolfo per gli amanti della predica,

qualunque forma essa prenda, canonica o laica. L'autorevole

prelato si è riferito alle responsabilità del pulpito quando,

rinunziando a essere cattedra, trasforma l'omelia - passatemi lo

spericolato legame - in qualcosa che sembra avere in sé la forma e

la funzione, ecco l'azzardo, di un prodotto televisivo con la pretesa

di esprimere, ad libitum, il punto più alto della parola e

dell'immagine. Non oso spingere l'esempio, e ancor meno

l'accostamento, al di là del lecito, ma nella riflessione del prelato

si può cogliere una ragionevole inquietudine per il potere

esercitato dalla Tv quando trasmette modelli nei quali il

destinatario finisce per identificarsi, e invita i sacerdoti a rivedere

il loro impegno, compresi i rispettivi linguaggi. Monsignore

Vincenzo Paglia, guida spirituale della Comunità di Sant'Egidio,

ha avuto l'arguzia di ricordare, a questo proposito, le parole di

Carlo Bo: "La predica, tormento dei fedeli!"

Al di là dei paragoni, siamo certi che una ridondanza

comunicativa, e un suo uso strumentale, appartengano alla

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"qualità" che si esige dalla Tv? Sulla base di quale scuola

mediatica, non dico di quale tecnica propagandistica, la politica ha

assunto, in Tv, una così marcata attitudine alla perentorietà in

luogo del dialogo? Perché tanto spazio al pregiudizio, potendo

disporre del giudizio? Non è possibile raffreddare le parole e i

toni, cioè sfebbrare la Tv, quando esca dalla misura che le

raccomanda la sua funzione, insieme, informativa e formativa?

Non si tratta di inscenare lo scontro dei foderi invece che delle

spade: basterebbe che, magari con una visione un po' più netta del

pluralismo, e più sobria del confronto, ciascuno facesse la sua

parte nello sfoderare e, ove occorra, nel rinfoderare.

Non è neppure il problema di chiedere alla ragione d'essere

ragionevole, perché la ragione non viene mai prima del suo

fondamento. E' certo, in ogni caso, che la qualità - la quale non è,

in assoluto, un principio estetico né, in senso stretto, morale - è il

modo di applicare nel migliore dei modi la già citata sintesi di

Croce: "ciò che sai e puoi". Non è, per esempio, esteticamente né

moralmente in linea con le premesse della qualità preferire ai

capaci gli obbedienti. Il "servizio pubblico", va da sé, ha molte

benemerenze di cui può compiacersi: sono nomi e sigle molto noti

e molto apprezzati. Ma la cultura di un Paese passa per la sua

sistematicità e non per i suoi eventi, per le regole che l'autenticano

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e non per i suoi empiti. Credo avesse qualche ragione Aragon

quando scrisse che "Solo il normale é poetico".

E veniamo all'informazione - chissà, coi tempi che corrono, se più

croce o delizia. Nel momento in cui fra i cittadini cresce il bisogno

di una lettura selettiva, cioè ragionata e approfondita, di quanto

accade, va saputo e occorre capire. La questione comunicativa è

destinata a toccare il suo apice scoprendo che la colpa più grave è

l'omissione, e che l'unico rimedio sta nella molteplicità delle fonti,

per cui quel che non è detto dall'uno può esser detto dall'altro.

Non credo di dover ribadire, se non retoricamente, che

"conoscere" non è un privilegio, ma un diritto. Nel frattempo,

però, l'affievolirsi dello spirito critico sta consegnando alla

televisione il luogo primario e la nuova forma dell'esistenza; in cui

la qualità, se la si guarda solo volgendoci indietro, corre l'alea di

diventare una semplice clausola dello stile. Senza mai venir meno

alle regole del pluralismo che, come spesso ripeto, non può

configurarsi come una somma di contrapposte faziosità. Non si

contesta, nell'ambito del "servizio pubblico", il diritto di esprimere

opinioni, ma la pretesa di fare del proprio pensiero quello di tutti.

Bisognerebbe battersi perché ogni volta sia garantita la voce di

tutti i soggetti chiamati in causa, rispettando così contestualità e

trasparenza. 13

Mi avvio a concludere, come dicono gli oratori: si è indotti, non di

rado, a vivere con la testa e l'animo voltati indietro, scordandoci

che la velocità ci induce a rivedere i nostri propositi nello stesso

momento in cui li concepiamo. Occorre guardare allo sforzo

generoso di chi sa che la televisione ci spinge ineluttabilmente a

vivere di continuo nel dopo. Si tratta, allora, di concepirla come

annuncio e segno di ciò che ci aspetta, non di ciò che ci

attarderebbe se ci ostinassimo a guardarla con il cannocchiale

rovesciato.

"Si percepisce solo quello che si sa", sosteneva un grande filosofo.

Ma il famoso "Approdo" televisivo, per dirne una, oggi sarebbe

una vetrina elitaria, prestigiosa e tuttavia sperduta in una galassia

colma di astri ormai spenti. Quanto alla scienza e alla tecnologia,

alla filosofia e alla teologia, all'etica e all'estetica, al civismo e alla

morale - in tempi che interpellano ogni giorno queste categorie e

discipline - non è semplice chiedere a una Tv incline a difendere

un criterio competitivo prevalentemente commerciale di dedicarsi,

con pari efficacia, al problema della conoscenza specie mentre si

fa largo una legittima richiesta di ottimismo sociale, alla quale la

funzione culturalmente e civilmente garante del "servizio

pubblico" non può restare estranea. Il Paese trarrebbe grandi

vantaggi da un progetto che prendesse il nome dalla sua qualità. E

il "contratto di servizio" dovrebbe avere in capo a tutto, come

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un'epigrafe, questo spirito. Gli italiani vogliono sapere sempre

meglio - ma vedendo con i propri occhi, cioè in Tv - se la politica,

quando le salta la catena, sa anche mettere il piede a terra e

risistemarla. Per esempio, facendo un passo indietro rispetto alla

cosiddetta "occupazione della Rai", un'espressione brutale, ma non

priva di fondamento. Il "sapere come bene comune, quello libero e

diffuso" scrive Rodotà "è tutt'uno con la democrazia. [...]. Ma

l'accesso alla conoscenza deve sempre implicare la possibilità di

esporsi alle opinioni più diverse, per poterle confrontare, e quindi

per sviluppare dialoghi e confronti". Penso a chi legge, a chi

guarda, a chi ascolta, ai fedeli destinatari della "conoscenza

consapevole": certo, non si fa quel mestiere se ci si consegna al

disincanto e alla rassegnazione. Occorre un ottimismo non inteso

come una imperturbabile attitudine fiduciosa, ma vissuto come

lievito critico, cioè nel senso più vicino alla sua interpretazione

concreta ed etica. Il "servizio pubblico", d'altronde, non ha solo

degli obblighi formali verso gli italiani, ha anche dei principi da

interpretare e da trasmettere.

Mi torna alla mente un ammonimento: eravamo nel lebbrosario di

Lambaréné, c'era uno di quei tramonti che all'improvviso

incendiano l'Africa, e Albert Schweitzer, che negli intervalli del

nostro lavoro si era molto interessato al mio mestiere, ne discuteva

con una certa competenza. Quando fummo ai saluti, come per

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concludere un suo pensiero, disse: "Ma fino a quando non diremo

cose che a qualcuno dispiaceranno non diremo mai, per intero, la

verità". Parlava di un aspetto cruciale della "qualità televisiva".

In un passaggio dell'intervista a Ermanno Olmi, su La Repubblica

di qualche settimana fa, il grande regista, richiesto di spiegare il

suo rapporto con le immagini, confidava che per lui la qualità,

cioè la regola, è questa: "La ragione della mia vita è la vita. Ecco

perché l'energia che mi resta è ogni giorno rivolta all'attesa di

qualcosa che possa farmi sentire ancora vivo, e presente, nel

mondo". Una motivazione da affiggere negli studi di una

televisione, non necessariamente solo italiana, protesa ad esaurirsi

nella logica del giorno per giorno. Lo storico Biagio De Giovanni

ci esortò, anni fa, a pensare che la cronaca, per effetto della

velocità televisiva, sta già trasformandosi nella nostra storia. Ciò

che "sai e puoi", dunque, dovrebbe essere speso tenendo conto di

questa realistica, ineluttabile consapevolezza; sapendo, secondo un

paradosso non solo filosofico, che i fatti, alla fine dei conti, non

esisterebbero se non si facessero ricordare per le loro

interpretazioni. Questo perché non i percorsi della Storia, che ci

sovrastano, ma l'intelletto e l'interiorità, che rimangono

quotidianamente nel nostro dominio, sono lo spazio, questo sì, da

colmare ogni giorno. Non potevano toccare, proprio alla

televisione, un compito e una responsabilità più grandi.

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. In questo intervento, il sen. Sergio Zavoli si esprime in merito alla qualità televisiva soprattutto a quella del Servizio pubblico che dovrebbe rappresentare la realtà culturale, etica e civile dell'Italia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in industria culturale e comunicazione digitale
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gavrila Mihaela.

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