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Rai e qualità televisiva Appunti scolastici Premium

Questa documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. In questo intervento, il sen. Sergio Zavoli si esprime in merito alla qualità televisiva soprattutto a quella del Servizio pubblico che dovrebbe rappresentare la realtà culturale,... Vedi di più

Esame di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI docente Prof. M. Gavrila

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Certo, non la faremmo franca se negassimo alla RAI di essere il

più grande laboratorio culturale e civile del Paese; ma ho qualche

resistenza a credere che ciò si esprima pienamente secondo lo

spirito e le modalità di un "servizio pubblico"; e parrebbe dunque

lecito domandarsi perché la politica non lascia a un'Azienda di

tanta rilevanza un'autonomia che, fatte salve le premesse

istituzionali e statutarie, sia libera di gestire la sua sfera

imprenditoriale e pienamente responsabile del problema non solo

di tutelare, ma anche di produrre, cultura e civismo. Non penso

affatto a una Tv virtuosa, che ci prende per mano, ma mi domando

come agire perché siano salvaguardate le ricchezze di cui

s'imprime un patrimonio identitario che coinvolge l'intera

comunità.

Senza dar troppo peso agli slogan - neppure a quello che recita

"L'audience come ambizione e non come ossessione" - avanza il

progetto del digitale terrestre della Rai; il quale, ricomponendo

l'offerta precedente, frammentata su piattaforme diverse, permette

che l'utente del "servizio pubblico" disponga di un unico

telecomando per una decina di canali, sia generalisti sia tematici,

rispondenti anche a un ordine, per così dire, "democratico". Un

canale "nicchia" dovrebbe valere quanto un altro di grande

ascolto. Purchè, beninteso, alla cultura se ne assegni lo strumento,

cioè il canale. Uno su dieci: non è una svendita, un salasso, una

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privazione. Si sono create, in realtà, le condizioni per abolire la

"dittatura dell'audience" nella prima serata: alle 21 ciascuno potrà

scegliere, in un triplicato genere di programmi, quello che più gli

garba. Sta alla Rai, e quindi al "servizio pubblico", cogliere questa

opportunità per dare finalmente diritto di cittadinanza a quel

patrimonio di prodotti culturali lasciati, per anni, negli archivi o ai

confini del palinsesto. Le duemila interviste ai più autorevoli

uomini di cultura della seconda metà del 900, realizzate in 34

Paesi del mondo e raccolte nell' "Enciclopedia multimediale delle

scienze filosofiche" (realizzata dalla Rai in collaborazione con la

Treccani e l'Istituto per gli Studi Filosofici) sono in gran parte

inedite o trasmesse in condizioni pressoché vicine all' "ascolto -

zero". Orbene, dovrebbero poter entrare di diritto in un canale

tematico che abbia nella cultura il suo carattere distintivo: inteso

non come genere per addetti ai lavori, ma come avventura

dell'intelletto, che comporta sollievo mentale, facoltà critica e di

giudizio, buongusto, ironia. Un tale canale, oltre a rispondere a

una domanda ormai inespressa per un fenomeno di mera

rassegnazione, ma sicuramente viva in milioni di telespettatori,

raccoglierebbe il favore di tutta l'industria culturale; a cominciare

dall'editoria e dalla pubblicità: oggi quasi del tutto assenti, l'una e

l'altra, nella programmazione della Tv generalista tranne qualche,

del resto ottima, eccezione; il Parlamento ha dunque il diritto e

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l'obbligo di istruire un indirizzo mirante alla costituzione di un

canale cosiffatto: cioè di una presenza, una scelta, in definitiva una

risposta corrispondente alla dignità di chi verrà chiamato a

governare una nuova e complessa questione comunicativa.

Non sarebbe monco un "contratto di servizio" che non includesse

anche questo aspetto del "servizio pubblico"? Non andranno

coinvolte le specifiche culture di volta in volta chiamate in causa

per affrontare i grandi, rinnovantisi nodi dell'esistenza sociale in

funzione del sempre più necessario "conoscere per capire e capire

per provvedere", una saggezza ormai logorata dal marketing

intellettuale? Un altro esempio ci viene dalla scuola: perché, di

norma, si sollevano le questioni "di giornata", suggerite dalle

cronache dell'indisciplina, della ribalderia e del bullismo,

lasciando le famiglie e la società sprovvedute e inerti rispetto a

problemi come la deriva pedagogica dell'infanzia, la temperie

dell'adolescenza, la precarietà del suo futuro, la sua fuga nella

delusione e nella paura di una sconfitta? Perché la Tv non si

riappropria dei grandi cicli informativi - penso a Piovene, a

Soldati, a Rossellini, a Zatterin, a Sabel, a Comencini - le cui

inchieste diventavano un patrimonio di dati e di riflessioni utili

alle famiglie, alla società, alla politica stessa? L'ultima inchiesta

televisiva, dedicata alla scuola nel 1999 per iniziativa di Renato

Parascandalo, è stata trasmessa all'una di notte. Con il beneficio

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che se ne poté trarre a quell'ora, notoriamente fervida d'interessi di

carattere sociale! E penso a quando, invece, si mantengono a

bollore gli argomenti più adescanti della vita privata nelle

trasmissioni chiamate d'intrattenimento, soprattutto pomeridiano.

Senza dire delle volte in cui, se l'argomento è sufficientemente

pruriginoso, lo si tiene in vita ricorrendo a continui rilanci. Non

siamo tanto ingenui, tutti quanti, da non renderci conto del perché

di queste scelte. Vi si vede la strada per la visibilità, e quindi per

chissà quale viatico. Ed ecco il terzo esempio: anche gli ospiti

della politica che non hanno l'obbligo di dare prova di grande

sottigliezza possono assicurarsi la loro porzione di successo,

rendendo anche qualche servizio: si può sempre annuire o

disapprovare, sorridere o persino ridere - quando si sia inquadrati

dalla telecamera - per distogliere l'attenzione dall'avversario;

oppure frantumandone gli argomenti con il montare di continuo

sulle sue parole. Che cosa caverà lo spettatore da quella sorta di

eretismo psichico instaurato dal "calor bianco" che non di rado si

sprigiona negli studi della Tv, per altri versi fin troppo

climatizzati? Eppure occorre credere che non c'è mai tanto

bisogno di politica come quando essa stessa sembra autorizzarci a

voltarle le spalle.

Il quarto esempio è, francamente, tirato per la giacca, anzi per la

tonaca. Mi riferisco a quel coraggioso e benemerito segretario

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della CEI, Monsignor Mariano Crociata, che si è espresso

criticamente sul linguaggio di un gran numero di omelie. Ne ho

preso nota perché, avendo scritto molti anni fa la prefazione di un

dizionario di omiletica - come vedete non c'è limite agli azzardi - e

avendo riprovato l'uso spesso improprio di argomenti così delicati,

pensavo di essere in odore di zolfo per gli amanti della predica,

qualunque forma essa prenda, canonica o laica. L'autorevole

prelato si è riferito alle responsabilità del pulpito quando,

rinunziando a essere cattedra, trasforma l'omelia - passatemi lo

spericolato legame - in qualcosa che sembra avere in sé la forma e

la funzione, ecco l'azzardo, di un prodotto televisivo con la pretesa

di esprimere, ad libitum, il punto più alto della parola e

dell'immagine. Non oso spingere l'esempio, e ancor meno

l'accostamento, al di là del lecito, ma nella riflessione del prelato

si può cogliere una ragionevole inquietudine per il potere

esercitato dalla Tv quando trasmette modelli nei quali il

destinatario finisce per identificarsi, e invita i sacerdoti a rivedere

il loro impegno, compresi i rispettivi linguaggi. Monsignore

Vincenzo Paglia, guida spirituale della Comunità di Sant'Egidio,

ha avuto l'arguzia di ricordare, a questo proposito, le parole di

Carlo Bo: "La predica, tormento dei fedeli!"

Al di là dei paragoni, siamo certi che una ridondanza

comunicativa, e un suo uso strumentale, appartengano alla

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"qualità" che si esige dalla Tv? Sulla base di quale scuola

mediatica, non dico di quale tecnica propagandistica, la politica ha

assunto, in Tv, una così marcata attitudine alla perentorietà in

luogo del dialogo? Perché tanto spazio al pregiudizio, potendo

disporre del giudizio? Non è possibile raffreddare le parole e i

toni, cioè sfebbrare la Tv, quando esca dalla misura che le

raccomanda la sua funzione, insieme, informativa e formativa?

Non si tratta di inscenare lo scontro dei foderi invece che delle

spade: basterebbe che, magari con una visione un po' più netta del

pluralismo, e più sobria del confronto, ciascuno facesse la sua

parte nello sfoderare e, ove occorra, nel rinfoderare.

Non è neppure il problema di chiedere alla ragione d'essere

ragionevole, perché la ragione non viene mai prima del suo

fondamento. E' certo, in ogni caso, che la qualità - la quale non è,

in assoluto, un principio estetico né, in senso stretto, morale - è il

modo di applicare nel migliore dei modi la già citata sintesi di

Croce: "ciò che sai e puoi". Non è, per esempio, esteticamente né

moralmente in linea con le premesse della qualità preferire ai

capaci gli obbedienti. Il "servizio pubblico", va da sé, ha molte

benemerenze di cui può compiacersi: sono nomi e sigle molto noti

e molto apprezzati. Ma la cultura di un Paese passa per la sua

sistematicità e non per i suoi eventi, per le regole che l'autenticano

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e non per i suoi empiti. Credo avesse qualche ragione Aragon

quando scrisse che "Solo il normale é poetico".

E veniamo all'informazione - chissà, coi tempi che corrono, se più

croce o delizia. Nel momento in cui fra i cittadini cresce il bisogno

di una lettura selettiva, cioè ragionata e approfondita, di quanto

accade, va saputo e occorre capire. La questione comunicativa è

destinata a toccare il suo apice scoprendo che la colpa più grave è

l'omissione, e che l'unico rimedio sta nella molteplicità delle fonti,

per cui quel che non è detto dall'uno può esser detto dall'altro.

Non credo di dover ribadire, se non retoricamente, che

"conoscere" non è un privilegio, ma un diritto. Nel frattempo,

però, l'affievolirsi dello spirito critico sta consegnando alla

televisione il luogo primario e la nuova forma dell'esistenza; in cui

la qualità, se la si guarda solo volgendoci indietro, corre l'alea di

diventare una semplice clausola dello stile. Senza mai venir meno

alle regole del pluralismo che, come spesso ripeto, non può

configurarsi come una somma di contrapposte faziosità. Non si

contesta, nell'ambito del "servizio pubblico", il diritto di esprimere

opinioni, ma la pretesa di fare del proprio pensiero quello di tutti.

Bisognerebbe battersi perché ogni volta sia garantita la voce di

tutti i soggetti chiamati in causa, rispettando così contestualità e

trasparenza. 13


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa documento fa riferimento al corso di Laboratorio sui formati e i generi televisivi tenuto dalla Prof.ssa Gavrila. In questo intervento, il sen. Sergio Zavoli si esprime in merito alla qualità televisiva soprattutto a quella del Servizio pubblico che dovrebbe rappresentare la realtà culturale, etica e civile dell'Italia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in industria culturale e comunicazione digitale
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di LABORATORIO SUI FORMATI E I GENERI TELEVISIVI e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gavrila Mihaela.

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