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Introduzione

minario svoltosi a Catania nel dicembre 1998. Il volume, intitolato Cento

idee per lo sviluppo, esponeva i lineamenti della “nuova programmazio-

ne” per il Mezzogiorno e le altre aree ricomprese nell’Obiettivo 1.

La “nuova programmazione” è una strategia di sviluppo molto inno-

vativa, almeno nelle intenzioni. Segue, infatti, alcuni principi in linea

con gli orientamenti della politica di coesione territoriale dell’Unione

Europea, primo tra tutti il principio di sussidiarietà, esplicitamente ri-

chiamato dal Trattato di Maastricht del febbraio 1992, che ha avviato il

processo di costituzione di una moneta unica europea.

La sussidiarietà si articola su tre proposizioni. La prima vuole che l’Am-

ministrazione pubblica faccia ciò che i soggetti privati singoli o associati

non sono in grado di fare con le proprie forze. La seconda propone che

gli interventi pubblici siano temporanei, tali da porre i diversi soggetti in

grado di operare in seguito in piena autonomia. La terza suggerisce che

l’intervento pubblico sia in primo luogo di competenza del livello di go-

verno più vicino ai bisogni dei cittadini e poi dei livelli via via più alti; dun-

que compete in primo luogo agli Enti locali minori, ai Comuni, poi a quel-

li d’ordine superiore, alle Province, successivamente alle Regioni, infine al

governo nazionale e alle istituzioni sovranazionali dell’Unione Europea.

La sussidiarietà comporta la collaborazione tra le istituzioni pubbliche,

tra i diversi livelli di governo, e tra le istituzioni e i portatori d’interessi, le

rappresentanze d’imprenditori e di lavoratori. Si parla in proposito di

partenariato istituzionale (dove i partner sono a livello locale le Ammini-

strazioni pubbliche regionali, provinciali e comunali e ai livelli più alti il

governo centrale e le istituzioni comunitarie) e di partenariato sociale (in

cui i partner sono gli Enti pubblici, i sindacati dei lavoratori, le associa-

zioni di categoria degli imprenditori e dei ceti professionali).

Questo fitto reticolo d’organismi dovrebbe favorire l’ascolto, da parte

dei politici, degli interessi diffusi sul territorio e consentire una progetta-

zione degli interventi che parta dal basso e sia coordinata ai livelli più al-

ti, dando luogo infine alla verifica, alla valutazione di questi interventi

per effettuare correzioni di tiro, per introdurre i cambiamenti necessari.

Nel passato le procedure di programmazione degli interventi pubbli-

ci partivano dall’alto e si calavano verso il basso (le procedure erano

perciò dette Con il nuovo orientamento della politica terri-

top-down).

toriale europea, a quelle procedure si sostituiscono i procedimenti op-

posti, che dal basso muovono verso l’alto (procedure dette bottom-up).

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Mariano D’Antonio

Diviene così prioritario l’obiettivo dello sviluppo endogeno, fondato su

risorse ed energie locali, che prende il posto dello sviluppo esogeno,

affidato prevalentemente a risorse esterne.

Un vantaggio non trascurabile di quest’innovazione nella politica di svi-

luppo territoriale è dato dalla trasparenza e dalla responsabilità che richie-

de ai comportamenti del ceto politico e degli apparati amministrativi, del-

la burocrazia pubblica. Un altro vantaggio è rappresentato dalla condivi-

sione delle politiche da parte dei soggetti beneficiari, i quali non si senti-

ranno esclusi dalle decisioni, bensì avvertiranno d’esserne compartecipi.

La politica regionale europea, che interessa anche il Mezzogiorno d’Ita-

lia, enfatizza insomma il ruolo dei fattori immateriali, in particolare delle

istituzioni pubbliche, nei processi di sviluppo del territorio. Segna dun-

que il passaggio da una concezione tradizionale della politica di svilup-

po, che assegnava una funzione preminente all’accumulazione di capita-

le fisico (nelle imprese e nelle infrastrutture), a una nuova concezione,

che pone in primo piano le regole che vincolano i comportamenti degli

operatori economici, le norme sociali (valori condivisi) che motivano

questi comportamenti, la qualità del fattore umano (l’accumulazione di

conoscenza), che è alla base dei comportamenti stessi, del rispetto delle

regole così come favorisce l’aumento di produttività del lavoro.

Il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e Coesione (DPS) si è per-

ciò impegnato a fare da cerniera tra le Regioni del Mezzogiorno, i Mini-

steri e la Commissione Europea per la preparazione e poi per l’attua-

zione di questa strategia di sviluppo. Il DPS ha predisposto il Quadro

Comunitario di Sostegno (QCS) per l’uso dei Fondi strutturali europei

negli anni 2000-2006, una massa cospicua di risorse finanziarie che ini-

zialmente ammontavano a quasi 51 miliardi di euro (circa 22 come con-

tributi della Comunità Europea, 18 di contributi nazionali, ripartiti tra lo

Stato italiano e le Regioni, e 11 miliardi di risorse private). In seguito,

nel 2004, le risorse disponibili sono state stimate in 46 miliardi di euro

(24 di contributi comunitari, poco più di 21 come contributi nazionali e

appena 600 milioni di euro di risorse private).

In quest’ultima versione i finanziamenti sono stati distribuiti tra i sei

assi prioritari del programma, ponendo al primo posto l’asse denomi-

nato “Sistemi locali” al quale è stato assegnato il 33% di tutte le risorse;

al secondo posto è stato collocato l’asse “Reti e nodi di servizio” (col

20% delle risorse), seguito dall’asse “Risorse umane” (19%), dalle “Ri-

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Introduzione

sorse naturali” (17%); mentre più modeste sono state le assegnazioni

agli assi intitolati “Risorse culturali” (6%) e “Città” (5%).

La distribuzione di queste risorse finanziarie tra le Regioni del Mezzo-

giorno e le Amministrazioni pubbliche centrali è stata effettuata con una

procedura di concertazione: ai Programmi Operativi Nazionali (PON)

gestiti dai Ministeri è stato assegnato il 30% delle risorse (14 miliardi di

euro sui 46 disponibili); ai Programmi Operativi Regionali (POR) gestiti

dalle Regioni è stata invece attribuita la quota maggiore, il 70% (32 mi-

liardi di euro). L’assegnazione dei finanziamenti è stata accompagnata

con il monitoraggio e la valutazione degli interventi programmati.

Il DPS ha attivato presso le Amministrazioni regionali una rete di organi-

smi (i nuclei di valutazione e di verifica degli investimenti pubblici) incari-

cati di seguire la realizzazione degli interventi e ha introdotto due premi –

che ammontano complessivamente al 10% dei finanziamenti disponibili –

a vantaggio di quegli Enti centrali (i Ministeri) e locali (le Regioni) che rie-

scono a conseguire miglioramenti istituzionali, l’integrazione territoriale

degli investimenti, la concentrazione delle risorse sugli obiettivi ritenuti

preminenti, progressi nella realizzazione fisica delle opere pubbliche,

nella qualità della gestione dei fondi, nell’attuazione dei piani finanziari.

La cosiddetta premialità, introdotta con l’assegnazione di una quota

delle risorse finanziarie, rappresenta, almeno in teoria, un autentico cam-

biamento nelle politiche di sviluppo: i premi, essendo attribuiti alle Am-

ministrazioni pubbliche che documentano di soddisfare al meglio alcuni

indicatori di qualità progettuale e gestionale, pongono gli Enti pubblici

in concorrenza gli uni con gli altri, stimolando gli amministratori a privi-

legiare, negli interventi, obiettivi di efficacia (rapporto tra risultato realiz-

zato e risultato previsto) e di efficienza (rapporto tra risorse utilizzate e ri-

sultato ottenuto) piuttosto che l’osservanza formale delle procedure.

La “nuova programmazione” sperimentata con i fondi strutturali europei

per gli anni 2000-2006 ha dato luogo a risultati controversi, giudicati da al-

cuni osservatori soddisfacenti, da altri invece giudicati fallimentari. Il ciclo

del programma si è formalmente concluso a dicembre del 2006, ma la Com-

missione Europea concede altri due anni per completare la procedura di

spesa, per cui una valutazione più meditata del Quadro Comunitario di So-

stegno potrà aversi alla fine del 2008, anzi, negli anni successivi, quando gli

investimenti pubblici avranno dispiegato i loro effetti di lungo periodo sulle

economie esterne alle imprese e sulla crescita della capacità produttiva. 33

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Mariano D’Antonio

Un primo giudizio può essere dato in base ai dati di spesa delle risor-

se disponibili: la Ragioneria generale dello Stato ha valutato che, al 31

ottobre del 2007, i pagamenti ammontavano al 73,1% delle risorse di-

sponibili. Per i Programmi Operativi Nazionali la percentuale dei paga-

menti a questa data è stata nel complesso pari all’85,6% dei fondi asse-

gnati, mentre per i Programmi Operativi Regionali è stata di gran lunga

inferiore, pari al 67,6% delle risorse. Le Amministrazioni centrali sono

state dunque più efficienti nell’uso dei fondi comunitari, mentre le Am-

ministrazioni regionali sono state meno efficienti.

Tra le Regioni dell’Obiettivo 1, a fine ottobre 2007, il Molise ha conta-

bilizzato la percentuale più alta di pagamenti (81,6%), la Sicilia la per-

centuale più bassa (62,2%). Tra le altre Regioni meridionali, quelle più

popolose hanno registrato percentuali intermedie di pagamenti: la Pu-

glia il 63,9%, la Campania il 72,4%, la Sardegna il 70,6%. La Basilicata e

la Calabria si sono collocate invece rispettivamente al 71,3% e al 68,2%

dei pagamenti sul totale delle risorse disponibili.

La lentezza con cui sono state in gran parte spese le risorse gestite

dalle Regioni ha contribuito a mantenere bassa la quota della spesa

pubblica in conto capitale attribuita al Mezzogiorno sul totale naziona-

le. Tale quota non è aumentata nel tempo e non ha né raggiunto e nep-

pure avvicinato l’obiettivo programmatico del 45% del totale nazionale,

attestandosi al di sotto del 40% nel periodo 2000-2005, fatta eccezione

per l’anno 2001 (41%), che però ha risentito del completamento del ci-

clo precedente di fondi strutturali europei.

Più difficile è valutare la qualità della spesa pubblica alimentata dalle ri-

sorse comunitarie. I critici sostengono che, in alcune Regioni del Mezzo-

giorno, le Amministrazioni, per evitare il disimpegno delle risorse, cioè la

revoca degli stanziamenti da parte della Commissione Europea, hanno

fatto ricorso a progetti d’investimento preesistenti oppure inseriti in pro-

grammi diversi dal QCS – i cosiddetti progetti coerenti ovvero progetti in

itinere –, che sono stati contabilmente attribuiti ai fondi europei. Si tratta

in molti casi di piccoli progetti di opere pubbliche per lo più di compe-

tenza dei Comuni, progetti che, se risolvono problemi d’interesse locale,

danno scarsi contributi allo sviluppo del territorio.

Perciò la spesa pubblica in conto capitale, secondo i critici, si sarebbe

dispersa ancora una volta nel Mezzogiorno in mille rivoli, come accade-

va in passato.

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Introduzione

In un documento del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo dedi-

cato alla valutazione intermedia del QCS-Obiettivo 1, reso pubblico nel

gennaio 2007, si stima che i pagamenti effettuati a valere su questi pro-

getti cosiddetti coerenti ovvero in itinere ammontavano a fine 2005 a

circa un terzo di tutta la spesa. Le Regioni che hanno contabilizzato im-

porti superiori alla media per tali progetti erano, a quella data, la Cam-

pania (oltre il 50% dei pagamenti), la Sardegna (oltre il 40%) e la Sicilia

(oltre il 40%), mentre le Regioni con importi inferiori alla media erano

la Basilicata, la Puglia e il Molise.

Altri critici sostengono che l’impiego dei fondi europei avrebbe sof-

ferto dello scarso coordinamento tra le decisioni assunte a livello cen-

trale per i PON (Programmi Operativi Nazionali) e quelle assunte a li-

vello locale per i POR (Programmi Operativi Regionali).

Ancora, si afferma che le risorse finanziarie europee non si sarebbero

aggiunte agli investimenti pubblici di competenza delle Amministrazio-

ni ordinarie, ma avrebbero in parte sostituito queste ultime, sicchè il bi-

lancio complessivo della spesa in conto capitale destinata al Mezzo-

giorno avrebbe mancato l’obiettivo di destinare a quest’area investi-

menti pubblici tendenzialmente prossimi al 45% del totale nazionale.

L’altro nuovo strumento di politica territoriale, la società pubblica Svi-

luppo Italia, creata agli inizi del 1999, non ha avuto migliore sorte. Nata

per unificare e razionalizzare sei società già controllate dal Ministero

dell’Economia e delle Finanze, Sviluppo Italia ha dato vita, nell’arco di

pochi anni, a ben altre 11 società con missioni specifiche (per il turi-

smo, per le attività portuali, per la logistica, per le aree industriali, per

l’innovazione, per il e così via) e ha creato altresì una rete di

factoring,

17 società regionali dedicate, in particolare, ai cosiddetti incubatori

d’impresa.

Con la legge finanziaria per il 2007, approvata nel dicembre 2006,

Sviluppo Italia è stata trasformata in una società per azioni denominata

“Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo

d’impresa”. La legge ha stabilito anche che il numero di società control-

late da quest’Agenzia sia ridotto a non più di tre; che siano cedute le

partecipazioni di minoranza acquisite in altre società private; che le so-

cietà regionali siano cedute a titolo gratuito alle Regioni o ad altre Am-

ministrazioni pubbliche. 35

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Mariano D’Antonio

3. Le Regioni del Mezzogiorno dell’Obiettivo 1, interessate appieno dai

nuovi fondi strutturali europei per gli anni 2007-2013, sono ora soltanto

quattro (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), mentre le altre sono

uscite dal nuovo QCS avendo superato la soglia del 75% del PIL per

abitante rispetto alla media comunitaria, che ne giustificava in passato

l’inclusione tra le aree in ritardo di sviluppo. Le risorse dell’Unione

Europea destinate alle quattro Regioni rimanenti, negli anni 2007-2013,

sono cospicue: 23 miliardi di euro, a cui va aggiunto il cofinanziamento

nazionale e regionale, all’incirca di pari importo. L’auspicio è che siano

amministrate meglio rispetto al passato.

L’obiettivo primo – al quale la politica regionale dovrebbe mirare nei

prossimi anni – è di accelerare l’inserimento dell’economia meridiona-

le nei mercati, tenendo conto dei nuovi vincoli (maggiore concorren-

za) e delle opportunità (mobilità dei capitali) che si presentano nel

contesto internazionale.

Negli ultimi anni, lo scenario di riferimento è molto cambiato: l’Unione

Europea si è allargata ad altri paesi, specie a quelli dell’Est, e nel secondo

decennio del secolo si amplierà ulteriormente con l’adesione al mercato

comune di alcuni paesi dell’area mediterranea. In questo scenario, il

Mezzogiorno è costretto ad accelerare la sua trasformazione partendo da

una posizione poco favorevole.

Attualmente è bassa la capacità competitiva del Sud d’Italia a confronto

con l’Unione Europea allargata a 27 paesi: secondo stime contenute nel

pubblicato nel luglio

Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno

2007, fatto pari a 100 un indice sintetico di competitività della media

Unione Europea a 27 paesi, il Sud d’Italia raggiunge la quota 66, mentre il

Centro-Nord tocca la quota 97. Il Mezzogiorno risulterebbe essere meno

competitivo rispetto ad alcuni paesi di recente ammissione all’Unione,

come la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria, di poco più compe-

titivo a confronto con Polonia, Lituania e Lettonia.

La competizione tra i territori è influenzata non solo da fattori stretta-

mente economici, come la vitalità dell’apparato produttivo, bensì an-

che dalle istituzioni e dalla dotazione di risorse umane. Non va poi tra-

scurata la reputazione dei cittadini del Sud agli occhi dell’opinione

pubblica italiana e internazionale.

La popolazione del Mezzogiorno è ancora afflitta dalla carenza di be-

ni pubblici fondamentali, come la sicurezza delle persone e la tutela

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Introduzione

dei diritti, che sono causa ed effetto al tempo stesso di scarso spirito ci-

vico, di bassa partecipazione alle attività sociali, di debole fiducia e col-

laborazione tra i cittadini.

In alcune regioni meridionali, come la Campania, più di metà della po-

polazione avverte il rischio della criminalità. Nel Sud il lavoro irregolare

rappresenta, in media, più di un quinto del totale, raggiungendo punte di

un terzo e di un quarto, rispettivamente in Calabria e in Sicilia. Le attività

di volontariato, fatta eccezione per la Sardegna e la Basilicata, coinvolgo-

no pochi meridionali; ampio è il disinteresse dei cittadini per la politica.

L’amministrazione della giustizia civile nel Mezzogiorno è oberata dalle

cause di lavoro, mentre la durata media dei procedimenti fallimentari è

eccezionalmente elevata. Ciò dice che i diritti dei lavoratori, degli impren-

ditori, dei creditori sono poco tutelati ovvero sono soggetti a incertezza.

Diffusa sregolatezza, tempi lunghi per la conclusione delle cause ci-

vili, deboli rapporti di fiducia e di collaborazione tra i cittadini creano

un ambiente ostile alla crescita delle attività imprenditoriali e, contri-

buendo a diffondere un’immagine poco lusinghiera della popolazione

meridionale, ostacolano, insieme con altri fattori, l’afflusso d’imprese

da altre regioni, in particolare gli investimenti d’imprese estere.

Le classi dirigenti del Mezzogiorno, i politici che guidano gli Enti locali,

il ceto delle professioni liberali, molti imprenditori locali, i rappresentan-

ti degli interessi, specie i sindacati dei lavoratori, cercano una via d’uscita

dalle difficoltà ricorrendo al consueto paradigma di un Mezzogiorno bi-

sognoso di risorse finanziarie pubbliche, di finanziamenti dello Stato, ne-

cessari per costruire infrastrutture, per erogare incentivi alle imprese, per

sostenere le fasce sociali più deboli, vale a dire le famiglie povere e i di-

soccupati, gruppi sociali che sono in gran parte coincidenti. È ricorrente

la tentazione d’invocare un “grande progetto” per il Sud, una specie di

nuovo “Piano Marshall” per il rilancio dell’economia meridionale. La li-

beralizzazione dei mercati, la competizione internazionale sono accolte

per lo più con diffidenza se non con atteggiamenti ostili.

Il grumo degli interessi che contrastano la crescita delle produzioni

orientate al mercato è ampio e variegato. In prima fila ci sono gli occupati

nelle Amministrazioni pubbliche: nel Sud d’Italia sfiorano il 10% di tutti gli

occupati, mentre nell’Italia Settentrionale sono appena il 4% e nell’Italia

Centrale superano di poco l’8%, nonostante che nel Lazio, anzi a Roma, si

concentrino gli impiegati dei Ministeri. Di converso, gli occupati nell’in-

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dustria in senso stretto, per lo più addetti al settore manifatturiero, il setto-

re più esposto alla concorrenza, sono nel Mezzogiorno il 14% del totale,

mentre al Nord superano il 28% e nell’Italia Centrale sono il 19%.

Le attività che invece possono dirsi in maggioranza protette dalla

concorrenza – vale a dire l’industria delle costruzioni, le attività com-

merciali, gli alberghi e ristoranti e l’Amministrazione pubblica – danno

lavoro nelle regioni meridionali e insulari al 41% della popolazione oc-

cupata, nelle regioni settentrionali al 31%, nel Centro d’Italia al 36%.

Queste informazioni, desunte dall’indagine sulle forze di lavoro, mo-

strano quanto siano estese nel Mezzogiorno le resistenze al cambia-

mento, alla ricerca di maggiore efficienza, a un’espansione delle attività

che operano in mercato aperto. Mostrano altresì quanto possano esse-

re forti le pressioni che il lavoro protetto esercita sulle istituzioni pub-

bliche, sul ceto politico, sugli amministratori degli Enti locali.

Gli impiegati pubblici sono tutelati da aggressivi sindacati di categoria,

confederali e autonomi, perciò nella generalità dei casi lavorano poco e

così facendo aggravano la condizione dei cittadini fornendo loro servizi

poveri, specie nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti collettivi. Agli occhi

del ceto politico gli impiegati pubblici appaiono più come potenziali elet-

tori, meno come prestatori d’opera, per cui sindaci, presidenti, assessori si

guardano bene dal pretendere che essi lavorino al servizio della comunità.

L’indolenza degli impiegati e la conseguente cattiva gestione dei servi-

zi pubblici comportano costi diretti e indiretti per gli imprenditori a cau-

sa della lentezza con cui sono sbrigate le pratiche di autorizzazione, di

concessione, per l’inefficienza dei servizi a rete come le forniture idriche

e di energia, soggette a interruzioni più frequenti che altrove, per la

pressione salariale alimentata dal tentativo dei lavoratori dipendenti di

sostituire consumi pubblici carenti con consumi privati alternativi.

La povertà e la disoccupazione, che nel Mezzogiorno sono più diffuse ri-

spetto al resto d’Italia, condizionano altresì le scelte del ceto politico, degli

amministratori pubblici: le famiglie relativamente povere, definite come

quelle i cui consumi sono al di sotto della media nazionale, rappresentano

il 24% di tutte le famiglie meridionali, contro il 4,5% al Nord e il 6% nell’Ita-

lia Centrale. Delle famiglie italiane dette sicuramente povere (che consu-

mano meno del 20% della media nazionale), i tre quarti vivono nel Mezzo-

giorno. Il tasso di disoccupazione è nel Sud più di tre volte maggiore ri-

spetto al Nord. Particolarmente acuta è infine al Sud la disoccupazione di

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Introduzione

lunga durata, composta da persone disoccupate da più di dodici mesi.

Famiglie povere e disoccupati vivono di sussidi pubblici oppure gua-

dagnano redditi saltuari nelle attività irregolari, nelle imprese cosiddet-

te sommerse. Il ceto politico tiene conto di questa larga fascia della po-

polazione meridionale che, da un lato, con la domanda di sussidi pre-

me sui bilanci delle amministrazioni pubbliche; dall’altro, impedisce

una vigorosa politica di regolarizzazione delle imprese sommerse.

Il quadro che emerge da questa rappresentazione è quello di un’eco-

nomia e di una società bloccate in un equilibrio di basso livello, che è

difficile smuovere. La composizione degli interessi in campo è un’ope-

razione molto ardua. Rispettando le prerogative e le pretese degli im-

piegati pubblici, i politici al governo degli Enti locali colpiscono gli in-

teressi degli utenti dei servizi collettivi e, in particolare, danneggiano

gli imprenditori. Se i politici largheggiano in sussidi ai poveri e ai disoc-

cupati, sottraggono risorse agli investimenti pubblici e agli incentivi per

le imprese e favoriscono indirettamente l’occupazione in attività irrego-

lari. Se frenano liberalizzazioni e privatizzazioni dei settori protetti,

consolidano le posizioni di rendita che si sono costituite nelle profes-

sioni liberali, nelle attività commerciali, nelle imprese di pubblica utilità

e danneggiano i consumatori.

Il debole orientamento delle attività produttive alla concorrenza, la

presenza estesa di attività protette, l’elargizione di sussidi non favorisco-

no la mobilità sociale. Nel Mezzogiorno è bassa la probabilità che i gio-

vani seguano un percorso professionale diverso da quello dei genitori.

Secondo la più recente indagine dell’ISTAT sulla mobilità sociale, a con-

fronto con il Centro-Nord, i figli della borghesia meridionale sono i più

avvantaggiati nell’accesso alla classe sociale d’origine, così come ap-

paiono relativamente più ostacolati a uscire dalla classe d’origine i gio-

vani meridionali i cui genitori appartengono alla classe operaia agricola,

alla classe operaia urbana e alla piccola borghesia urbana. Maggiori pro-

babilità di uscire dalla classe d’origine si presentano nel Sud d’Italia, ri-

spetto al resto del Paese, ai figli della piccola borghesia agricola. I ram-

polli della classe media impiegatizia sono poi socialmente solo di poco

più mobili nel Mezzogiorno di quanto lo siano al Nord d’Italia.

Spezzare i circoli viziosi nei quali si muovono le popolazioni meridio-

nali, inserire nell’economia e nella società locale alcuni germi di cam-

biamento non sarà agevole. Si dice spesso che la speranza del Mezzo-

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Valutazione e finanziamento dei progetti del Prof. Alessandro Cataldo riguardante lo sviluppo e la situazione economica del Mezzogiorno italiano. Trattasi dell'introduzione al numero 4 del gennaio 2008 della rivista "Quaderni di Economia Italiana" scritta da Mariano D'Antonio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in analisi economica delle istituzioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Valutazione e finanziamento dei progetti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cataldo Alessandro.

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