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Dipartimento di Istituzioni

Pubbliche Economia e Società

Gianfranco D’Alessio

L’organizzazione delle pubbliche amministrazioni:

nozioni, principi e modelli

1. Nozioni generali sull’organizzazione amministrativa

2. Principi generali e fonti dell’organizzazione amministrativa

3. I modelli organizzativi

4. L’organizzazione amministrativa statale e non statale

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1. Nozioni generali sull’organizzazione amministrativa

1.1. Il concetto di organizzazione amministrativa: organizzazione-apparato

e organizzazione-attività.

Nella teoria del diritto amministrativo l’espressione “organizzazione

amministrativa” ha due distinti significati.

Essa può essere intesa:

1. come il complesso dei soggetti e delle strutture che svolgono attività di

pubblica amministrazione (profilo statico) : si fa riferimento ai diversi tipi

di strutture che compongono il sistema organizzativo pubblico (ministero,

ente pubblico, agenzia, azienda autonoma, ecc.);

2. come l’esercizio della attività organizzativa degli uffici pubblici (profilo

dinamico): oggetto dell’analisi sono gli strumenti attraverso i quali si

esercita la funzione di organizzazione (leggi, regolamenti, statuti, atti

amministrativi, ecc.).

Peraltro, i due significati sono strettamente connessi, in quanto collegati da

un rapporto di continuità e, quindi, si presentano come aspetti diversi di uno

stesso fenomeno.

1.2. Elementi che influenzano l’analisi dell’organizzazione amministrativa:

funzioni degli apparati, personale e mezzi finanziari, procedure.

L’organizzazione amministrativa non è un “corpo” estraneo e sovrapposto

rispetto alla comunità in cui si inserisce, ma rappresenta un elemento di

integrazione, di rafforzamento e di potenziamento dei valori presenti nella

medesima comunità: ogni assetto organizzativo, infatti, si modella sulle finalità

(interessi pubblici) che deve perseguire.

2

Le strutture organizzative, a loro volta, incidono nel processo di

soddisfazione dei fini pubblici: quindi, le scelte inerenti l’assetto

dell’organizzazione condizionano lo svolgimento dell’azione amministrativa.

In generale, l’analisi dell’organizzazione amministrativa è influenzata da

una molteplicità di strumenti e di modalità di esercizio delle funzioni ad essa

sottostanti, con riferimento, in particolare:

1. ai compiti che ogni apparato deve svolgere per la realizzazione

dell’interesse pubblico ad esso affidato;

2. al personale ed ai mezzi finanziari attribuiti a ciascuna unità per

l’esercizio dei medesimi compiti;

3. alle procedure amministrative attraverso le quali si svolge l’attività.

1.3. La manifestazione della volontà dell’amministrazione all’esterno.

L’organo e il rappresentante.

Per poter svolgere concretamente la propria attività, la pubblica

amministrazione ha bisogno di strumenti idonei ad esprimere la sua volontà e,

pertanto, necessita di persone fisiche che ricoprano tale ruolo di “mediazione”

con i soggetti esterni.

La figura che permette questo processo è, nella nostra tradizione giuridico-

amministrativa, quella dell’organo, che nasce all’interno di una visione della

pubblica amministrazione – e, in particolare, dell’amministrazione statale –

come persona giuridica unica, seppure articolata in diverse unità organizzative:

pertanto, l’organizzazione appare sostanzialmente costituita da un insieme di

organi, tra loro distinti, ma in vario modo collegati e coordinati.

La nozione di organo è sempre stata molto dibattuta dalla dottrina.

Seguendo l’orientamento prevalente, si può affermare che:

1. l’organo coincide con la persona fisica titolare dell’ufficio se si guarda

all’elemento soggettivo;

2. l’ufficio rientra nella sfera di competenza assegnata all’organo se si

guarda all’elemento oggettivo; 3

3. nell’organo confluiscono elementi istituzionali diversi come, ad esempio,

il titolare, l’ufficio, la sede, le risorse del patrimonio, e così via.

L’organo può essere definito come l’elemento interno all’amministrazione-

persona giuridica che una norma qualifica come idoneo ad esprimerne la

volontà, consentendo che si realizzi in capo alla stessa l’imputazione non solo

degli atti adottati ma anche dei relativi effetti.

Questo strumento consente alle persone giuridiche di diventare titolari di

fattispecie giuridiche, permettendo allo stesso tempo, attraverso il rapporto

organico, di imputare all’ente di appartenenza sia l’atto che l’effetto, a

differenza di quanto avviene nel rapporto di rappresentanza.

Nel caso della rappresentanza, infatti, l’attività è imputata direttamente al

rappresentante, ma gli effetti della stessa ricadono solo sul rappresentato.

Rappresentante e rappresentato sono, dunque, due soggetti distinti, il primo dei

quali imputa al secondo gli effetti del suo atto giuridico, ma non l’atto in sé .

Nel rapporto organico, invece, non ci sono due distinti soggetti giuridici,

poiché l’organo è un elemento che compone la stessa persona giuridica,

configurandosi una vera e propria “immedesimazione organica”. È per questo

che l’imputazione dell’atto e dei connessi effetti è univoca.

1.4. Gli elementi tipici dell’organo e la sua incidenza sui caratteri

dell’organizzazione pubblica.

Gli elementi che caratterizzano l’organo sono:

1. il titolare: corrisponde alla persona fisica della quale l’ente si avvale per

manifestare la propria volontà; detto soggetto deve essere considerato in

termini impersonali, non essendo importante l’identità dell’individuo che

di volta in volta agisce (ciò si connette ai principi di continuità, secondo

cui l’attività dell’organo non può subire interruzioni, e di

4

intercambiabilità, secondo cui, salvo per i casi espressamente previsti,

come delega o supplenza, solo una persona è abilitata ad agire);

2. l’ufficio: rappresenta, al contrario, la “frazione” di potestà assegnata

dalla legge ad un certo organo e delimitata dalla competenza, come

distribuita nel complesso dell’intera struttura organizzativa.

Tradizionalmente, inoltre, in ogni organizzazione amministrativa si

riconoscono tre distinti elementi, che possono incidere indirettamente sulla

configurazione assunta dagli organi:

1. le funzioni in sé, che costituiscono la ragion d’essere di ogni

amministrazione pubblica e indicano il compito o il complesso di compiti

che vengono attribuiti ad un ufficio;

2. l’articolazione delle funzioni, che sono distribuite tra gli uffici, i quali, a

loro volta, si strutturano in relazione alla complessità delle medesime

funzioni assegnate;

3. la distribuzione dei poteri fra gli uffici, condizione necessaria per

l’operatività dei medesimi uffici.

Questi caratteri servono, in primo luogo, per distinguere gli organi dai meri

uffici: solamente ai primi, infatti, la legge riconosce l’attitudine a manifestare

all’esterno la volontà dell’amministrazione attraverso l’esercizio di attività

propriamente giuridiche. Si dice, quindi, che ai meri uffici non sono assegnate

competenze ma solo compiti.

1.5. Criteri e modalità di attribuzione delle funzioni ad una

amministrazione e di distribuzione dei compiti fra gli uffici.

In generale, l’attribuzione a ciascuna autorità amministrativa delle funzioni

da esercitare, nonché del connesso ambito di intervento, avviene attraverso il

seguente processo:

1. il legislatore definisce e ordina un’attività giuridica finalizzata ad uno

scopo;

2. l’attività viene assegnata ad una articolazione organizzativa;

5

3. l’articolazione riceve i poteri necessari allo svolgimento dell’attività.

Per poter individuare le attribuzioni comprese in una funzione è, però,

necessaria l’indicazione di quattro ulteriori fattori, ovvero:

1. la materia, che definisce il campo di attività della struttura attraverso le

indicazioni contenute in una legge (ad es., in agricoltura ci sono funzioni

di protezione attribuite allo Stato e funzioni di promozione di pertinenza

delle regioni);

2. la dimensione, che determina l’insieme degli specifici compiti conferiti

ad un livello di governo in merito da una certa materia (ad es., la tutela

ambientale compete allo Stato o alle regioni a seconda che il problema

riguardi tutto il territorio nazionale o solo una parte di esso);

3. i fini, che servono a precisare lo scopo complessivo, a prescindere dai

singoli atti adottati (ad es., l’assicurazione di mezzi adeguati ai lavoratori

in caso di malattia o infortunio nel settore della protezione sociale);

4. i destinatari, ovvero i soggetti cui si rivolge l’azione amministrativa (ad

es., un ente pubblico - l’INPS - si occupa delle pensioni dei lavoratori del

settore privato, mentre un altro - l’INPDAP - delle pensioni dei lavoratori

del settore pubblico).

Con riferimento all’assetto delle funzioni di ciascuna amministrazione, alla

luce della quale l’organizzazione è suddivisa in tanti settori di intervento

all’interno dei quali operano a loro volta più uffici, la dottrina ha ritenuto che vi

sia un legame tra il principio di articolazione e quello di imparzialità di cui

all’art. 97, comma 1, della Costituzione (“I pubblici uffici sono organizzati

secondo disposizioni di legge, in modo che sia assicurati il buon andamento e

l’imparzialità dell’amministrazione”): alla luce di questo principio la

ripartizione delle funzioni fra uffici diversi dovrebbe, almeno teoricamente,

servire da garanzia per l’azione imparziale della pubblica amministrazione nel

suo complesso.

Esistono, infine, alcuni criteri fondamentali attraverso i quali il legislatore

realizza la distribuzione delle funzioni tra i diversi uffici (ovvero, assegna le

competenze). 6

Si tratta, in particolare:

1. del criterio delle materie, in base al quale queste ultime sono

espressamente attribuite dalle legge ad un dato soggetto;

2. del criterio delle attribuzioni, per cui le materie spettano

indistintamente a soggetti diversi, ma variano i compiti specifici di

ciascuno di essi.

1.6. La nozione di competenza e il suo rapporto con il concetto di

attribuzione.

Nell’ambito della distribuzione del “potere” all’interno degli uffici, assume

rilevanza anche la nozione di competenza, con cui si indica il complesso dei

poteri riconosciuto dalla legge ad un certo ufficio, ovvero la sfera di attribuzioni

che l’ordinamento assegna ad uno specifico organo.

La competenza è disposta dalla legge e, quindi, in linea di massima non può

essere derogata se non su espressa previsione normativa.

Ma quale è il rapporto che esiste tra competenza e attribuzione?

La competenza è definita come il complesso delle funzioni giuridiche

affidate da norme dell’ordinamento ad un determinato ufficio organo, mentre

l’attribuzione indica tutto l’insieme delle funzioni giuridiche attribuite ad

un’organizzazione pubblica nella pluralità dei suoi organi.

In generale, quindi, le attribuzioni di un ente risultano dalla somma delle

competenze dei suoi organi, mentre la competenza di ciascun organo è una

frazione delle attribuzioni dell’ente.

Come le attribuzioni, anche le competenze sono ripartite fra gli enti

secondo alcuni indici di riferimento, che sono:

1. la materia: vi sono uffici a competenza generale su tutte le materie della

propria funzione e uffici a competenza limitata ;

7

2. il grado: a parità di competenza per materia questa può essere ripartita

fra più uffici in modo differente;

3. il territorio: può accadere che un ufficio possa esercitare i poteri ad esso

conferiti esclusivamente nei limiti della propria circoscrizione

territoriale.

1.7. Vicende storiche dell’organizzazione amministrativa italiana:

dall’uniformità al pluralismo

In Italia, immediatamente dopo l’unificazione nazionale, lo Stato italiano ha

un’organizzazione amministrativa di tipo semplice, ordinata intorno al governo

e caratterizzata da una notevole uniformità: l’amministrazione è composta da

pochi ministeri e da un limitato numero di altre strutture (essenzialmente, enti

locali, università e accademie, ordini professionali).

Il modello ministeriale è quello già definito nel Regno di Sardegna da Cavour

con la legge 1483/1853, i cui caratteri sono:

1. netta separazione tra amministrazione e politica (ma senza responsabilità

dei dirigenti per l’adozione degli atti a rilevanza esterna);

2. posizione di un ministro, espressione del corpo politico e responsabile sia

della direzione che dell’esecuzione, a capo di ciascun ministero;

3. utilizzo del segretario generale come tramite tra il ministro e la

burocrazia;

4. assunzione da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri anche della

carica di Ministro dell’Interno;

5. dipendenza dell’organizzazione statale periferica dal prefetto, posto a

sua volta alle dipendenze del Ministro dell’Interno cui compete, invece, il

controllo sulle amministrazioni locali.

Nel periodo dalla fine dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale si assiste

ad un progressivo aumento delle funzioni pubbliche, dovuto all’affermazione

dello Stato pluriclasse. In questo periodo si verificano profonde trasformazioni,

che contribuiscono all’affermazione graduale del pluralismo amministrativo, in

8

conseguenza del quale non vi è più un unico organo che esprime la volontà

dell’amministrazione ma diversi organi.

Nel secondo dopoguerra, si accentua ancora di più il pluralismo, poiché la

molteplicità dei fini da perseguire e la necessità di assicurare un’ampia

partecipazione dei soggetti portatori di interessi giuridicamente rilevanti

provocano una tendenza alla diversificazione dei modelli organizzativi, dando

una crescente importanza al momento delle scelte legate all’organizzazione

rispetto a quelle relative all’attività amministrativa.

2. Principi generali e fonti dell’organizzazione amministrativa

2.1. I principi costituzionali e legislativi sull’organizzazione amministrativa

L’attuale sistema organizzativo della pubblica amministrazione in Italia –

conformemente a quanto avviene in tutti i principali ordinamenti europei - ha

carattere reticolare, pluralistico, multiforme e decentrato (assetto

“multiorganizzativo”)

I principi fondamentali di riferimento contenuti nella Costituzione italiana

(nell’attuale versione, derivante dalle modifiche al Titolo V della Parte Seconda

apportate dalla l. cost. 3/2001) sono i seguenti:

1. riserva (relativa) di legge, imparzialità e buon andamento

nell’organizzazione dei pubblici uffici (art. 97, comma 1);

2. determinazione delle sfere di competenza, delle attribuzioni e delle

responsabilità dei funzionari (art. 97, comma 2);

3. autonomia e decentramento (art. 5, art. 33, art. 114 e seguenti);

4. sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione nella distribuzione delle

funzioni amministrative (art. 118).

9

L’attuale fisionomia dell’organizzazione amministrativa trova un esplicito

riconoscimento, in particolare, negli articoli 5, 97 e 114 della Costituzione.

Nello specifico, l’art. 97 – istituendo, come detto, una riserva di legge relativa

in materia di ordinamento dei pubblici uffici - individua nella legge la fonte

primaria della materia dell’organizzazione pubblica, anche se permette che

aspetti non essenziali possano essere decisi da atti di normazione secondaria.

Si parla di riserva di legge in tema di organizzazione, intendendo con questa

espressione il fatto che l’istituzione, la modificazione e la soppressione di uffici

esterni, ivi compresa la definizione dei loro assetti organizzativi, spettano al

Parlamento, mentre per gli uffici interni la competenza è rimessa al Governo,

che agisce con atti di normazione secondaria. In altre parole, l’istituzione di un

nuovo ministero deve essere fatta con legge del Parlamento, mentre la

soppressione di una direzione generale può essere disposta con regolamento

governativo.

Anche i canoni di imparzialità e di buon andamento, del resto, impongono di

operare delle scelte organizzative anche con strumenti non rigidi, in modo da

garantire la possibilità di adeguare le strutture alle esigenze che di volta in

volta possono prospettarsi.

Agli stessi canoni costituzionali si ispirano, inoltre, alcuni principi generali

determinati con disposizioni di legge, tra i quali vanno menzionati quelli di:

1. efficacia, economicità, efficienza (legge 241/1990), chiaramente

riconducibili al buon andamento;

2. distinzione fra politica e amministrazione (d. lgs. 165/2001), che

costituisce, evidentemente, un’applicazione dell’imparzialità.

Sono corollari del principio di buon andamento anche i criteri richiamati

prima dal d. lgs. 29/1993 e poi dal d. lgs. 165/2001 (Norme generali

sull’ordinamento del lavoro nelle pubbliche amministrazioni), secondo cui le

amministrazioni pubbliche devono definire la propria organizzazione in modo da

assicurare la rispondenza al pubblico interesse dell’azione amministrativa,

garantendo al contempo: 10

1. la funzionalità rispetto ai suoi compiti e programmi;

2. il perseguimento di obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità;

3. l’ampia flessibilità delle strutture;

4. il collegamento delle attività degli uffici;

5. l’imparzialità e la trasparenza dell’azione;

6. il soddisfacimento delle esigenze degli utenti.

Gli artt. 5 e 114 della Costituzione, invece, affermano e tutelano il principio

del decentramento nell’ambito dell’amministrazione statale e quello

dell’autonomia degli enti regionali e locali. Questi due principi sono stati

fortemente ribaditi nelle numerose leggi successive che, gradualmente, hanno

portato all’affermazione, prima, di un sistema di decentramento

amministrativo, e poi, con la modifica al Titolo V della Costituzione, di

un’ampia assegnazione agli enti regionali anche di poteri legislativi.

Tra l’altro, alla luce del principio di sussidiarietà, dapprima introdotto dalla

legge 59/1997 (c.d. “legge Bassanini 1”), e ora sancito dall’art. 118 della

Costituzione, un’istituzione di rango superiore può intervenire al posto di

un’altra che opera a livello inferiore solamente quando quest’ultima non è in

grado di svolgere in modo adeguato i propri compiti, poiché le relative

dimensioni non permettono di realizzare sufficientemente gli obiettivi

dell’azione prevista.

2.2. Le fonti dell’organizzazione amministrativa

L’organizzazione delle strutture amministrative pubbliche è disciplinata da

disposizioni contenute nei seguenti tipi di fonti:

1. atti normativi del diritto europeo;

2. Costituzione e leggi costituzionali;

3. leggi e atti con forza di legge (principi generali);

4. statuti, regolamenti e atti amministrativi generali (lineamenti

fondamentali);

5. determinazioni dirigenziali (atti di natura privatistica);

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6. atti convenzionali (accordi, intese, convenzioni organizzative fra soggetti

pubblici o fra pubblici e privati).

L’organizzazione amministrativa, oltre ad essere regolata dai principi

fondamentali rintracciabili in Costituzione, è contenuta anche in atti normativi,

primari e secondari, e in atti amministrativi.

Agli atti di rango legislativo è demandata la fissazione dei principi generali

(art. 2, comma 1, del d. lgs. 165/2001).

Tra gli atti normativi di carattere secondario, rilevano in primo luogo i

regolamenti statali e, tra questi, i regolamenti disciplinati dall’art. 17 della

legge 400/1988, che tratta dei regolamenti governativi e ministeriali stabilendo

che con essi si può disciplinare l’organizzazione ed il funzionamento delle

amministrazioni pubbliche, sia pure secondo le disposizioni dettate dalla legge.

Detti regolamenti sono stati definiti come regolamenti di organizzazione.

Altra specie di atti normativi secondari sono i regolamenti degli enti

pubblici, che sono espressione della potestà organizzativa loro riconosciuta dalla

legge, e gli statuti dei medesimi enti, che ne definiscono le principali regole di

organizzazione e funzionamento.

Regole organizzative, infine, possono essere contenute in atti, variamente

denominati, che assumono la veste di decisioni di carattere amministrativo.

Queste differenti fonti sublegislative, normative o amministrative, sono

accomunate dalla loro natura di atti di diritto pubblico: essi hanno a oggetto la

c. d. “macrorganizzazione”, cioè la definizione delle linee fondamentali di

organizzazione degli uffici, l’individuazione degli uffici di maggiore rilevanza e

dei modi di conferimento della titolarità dei medesimi, la determinazione delle

dotazioni organiche complessive (v. ancora l’art. 2, comma 1, del d. lgs.

165/2001). 12

Tutte le ulteriori determinazioni organizzative, quelle concernenti la c. d.

“microrganizzazione”, invece, sono assunte – assieme alle misure inerenti alla

gestione dei rapporti di lavoro - dagli organi preposti alla gestione, cioè dai

dirigenti delle amministrazioni, con atti di natura privatistica (art. 5, comma 2,

del d. lgs. 165/2001).

Se, poi, è necessario coinvolgere più soggetti in attività amministrative che

hanno rilevanza esterna, si può ricorrere a strumenti di natura convenzionale,

come, ad esempio, gli accordi di programma di cui all’art. 34 del d. lgs.

267/2000 (Testo unico sull’ordinamento degli enti locali) per la realizzazione di

opere ed interventi che richiedono l’azione integrata di più amministrazioni,

oppure le conferenze di servizi di cui alla legge 241/1990 per il coordinamento

di più soggetti nell’adozione di una decisione comune. Un’ulteriore ipotesi di

strumenti organizzativi di tipo convenzionale è data dai provvedimenti

costitutivi di consorzi per la gestione associata di uno o più servizi tra enti locali

differenti di cui all’art. 31 d. lgs. 267/2000, oppure dai provvedimenti per

l’affidamento a terzi della gestione di servizi pubblici locali.

3. I modelli organizzativi

3.1. Pluralità dei modelli organizzativi e classificazioni degli uffici

pubblici.

L’organizzazione pubblica si articola in una pluralità di modelli e di apparati

dotati di personalità giuridica, che si affiancano a quelli centrali dello Stato,

operando autonomamente a livello nazionale, periferico e comunitario.

Esistono, quindi, molte classificazioni degli uffici pubblici, ciascuna basata

su un singolo carattere o indice come, ad esempio, la composizione, la

struttura, la natura, la durata, i compiti e così via.

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In tal senso, con riguardo all’esistenza si distingue tra uffici necessari e non

necessari: solo i primi sono espressamente costituiti da una norma. Un esempio

è dato dal Consiglio nazionale della scienza e della tecnologia, istituito dalla

legge 168/1989 quale organo di alta consulenza del Ministero dell’Università e

della Ricerca.

Con riguardo alla composizione la differenza è tra uffici monocratici e uffici

collegiali. I primi sono costituiti solamente da una persona fisica (ad es., il

questore), mentre i secondi da una pluralità di soggetti (ad es., il consiglio di

amministrazione di un ente pubblico).

A loro volta, gli uffici collegiali possono essere:

1. perfetti e imperfetti, a seconda che, ai fini di una decisione, sia

indispensabile una discussione tra i componenti oppure sia ammessa

solamente l’espressione di volontà di ciascuno tramite votazione (un

esempio del primo caso è costituito dalla commissione giudicatrice di un

concorso pubblico, del secondo da un collegio elettorale);

2. di ponderazione (o reali) e di composizione (o virtuali), a seconda che

debbano raggiungere una decisione oppure risolvere conflitti e comporre

interessi eterogenei (v., rispettivamente, l’esempio del Consiglio di Stato

e quello di una direzione provinciale del lavoro);

3. rappresentativi e non, a seconda che i titolari siano eletti oppure siano

designati da gruppi sociali o meno (il primo caso è quello di un consiglio

comunale, il secondo quello dei membri di una commissione di gara).

Con riguardo alla struttura si distingue, invece, tra uffici semplici e uffici

complessi, in cui i primi sono costituiti da una unità elementare non

scomponibile (ad es., una capitaneria di porto) ed i secondi formati da una

pluralità di uffici che agiscono in modo coordinato in relazione ad un fine

determinato (ad es., un’università).

Con riguardo alla natura giuridica, acquista rilevanza la già ricordata

distinzione tra uffici-organo e meri uffici, a seconda che gli apparati siano o

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meno dotati di personalità giuridica (il primo, ad esempio, è il caso della

Commissione nazionale per le società e la borsa-CONSOB, il secondo quello della

direzione generale di un ente pubblico).

Con riguardo alla durata, è possibile operare una distinzione tra uffici

ordinari, che sono quelli istituiti in modo permanente poiché assolvono compiti

di carattere continuativo (ad es., l’Istituto nazionale per la previdenza sociale-

INPS), e uffici straordinari, che sono quelli istituiti temporaneamente per

assolvere a compiti circoscritti e determinati (ad es., la commissione di un

concorso).

Con riguardo alla natura dei compiti attribuiti, si può parlare di uffici attivi

(ad es., un prefetto), uffici consultivi (ad es., il Consiglio nazionale

dell’economia e del lavoro-CNEL) e uffici di controllo (ad es., gli uffici di

controllo interno).

Con riguardo all’area di intervento esistono, invece, uffici centrali, che

hanno una competenza estesa a tutto il territorio nazionale (ad es., un

ministero), uffici periferici, che dipendono da uffici centrali ma operano in

periferia (ad es., una prefettura), uffici locali, che costituiscono

amministrazioni dotate di autonomia ed hanno una dimensione territorialmente

circoscritta (ad es., una provincia o un comune) e, infine, uffici misti, che

rappresentano allo stesso tempo interessi centrali e locali (ad es., il Comitato

per l’edilizia residenziale-CER).

Da ultimo, se si prendono in considerazione gli effetti dell’attività svolta, vi

sono uffici esterni, legittimati ad adottare provvedimenti che determinano

conseguenze nei confronti di soggetti estranei, oppure uffici interni, che

svolgono un’attività di solo rilievo interno alla propria organizzazione

3.2. I rapporti organizzativi: equiordinazione.

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Atreyu

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in politiche pubbliche
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione amministrativa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof D'Alessio Gianfranco.

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