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In tal senso, con riguardo all’esistenza si distingue tra uffici necessari e non

necessari: solo i primi sono espressamente costituiti da una norma. Un esempio

è dato dal Consiglio nazionale della scienza e della tecnologia, istituito dalla

legge 168/1989 quale organo di alta consulenza del Ministero dell’Università e

della Ricerca.

Con riguardo alla composizione la differenza è tra uffici monocratici e uffici

collegiali. I primi sono costituiti solamente da una persona fisica (ad es., il

questore), mentre i secondi da una pluralità di soggetti (ad es., il consiglio di

amministrazione di un ente pubblico).

A loro volta, gli uffici collegiali possono essere:

1. perfetti e imperfetti, a seconda che, ai fini di una decisione, sia

indispensabile una discussione tra i componenti oppure sia ammessa

solamente l’espressione di volontà di ciascuno tramite votazione (un

esempio del primo caso è costituito dalla commissione giudicatrice di un

concorso pubblico, del secondo da un collegio elettorale);

2. di ponderazione (o reali) e di composizione (o virtuali), a seconda che

debbano raggiungere una decisione oppure risolvere conflitti e comporre

interessi eterogenei (v., rispettivamente, l’esempio del Consiglio di Stato

e quello di una direzione provinciale del lavoro);

3. rappresentativi e non, a seconda che i titolari siano eletti oppure siano

designati da gruppi sociali o meno (il primo caso è quello di un consiglio

comunale, il secondo quello dei membri di una commissione di gara).

Con riguardo alla struttura si distingue, invece, tra uffici semplici e uffici

complessi, in cui i primi sono costituiti da una unità elementare non

scomponibile (ad es., una capitaneria di porto) ed i secondi formati da una

pluralità di uffici che agiscono in modo coordinato in relazione ad un fine

determinato (ad es., un’università).

Con riguardo alla natura giuridica, acquista rilevanza la già ricordata

distinzione tra uffici-organo e meri uffici, a seconda che gli apparati siano o

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meno dotati di personalità giuridica (il primo, ad esempio, è il caso della

Commissione nazionale per le società e la borsa-CONSOB, il secondo quello della

direzione generale di un ente pubblico).

Con riguardo alla durata, è possibile operare una distinzione tra uffici

ordinari, che sono quelli istituiti in modo permanente poiché assolvono compiti

di carattere continuativo (ad es., l’Istituto nazionale per la previdenza sociale-

INPS), e uffici straordinari, che sono quelli istituiti temporaneamente per

assolvere a compiti circoscritti e determinati (ad es., la commissione di un

concorso).

Con riguardo alla natura dei compiti attribuiti, si può parlare di uffici attivi

(ad es., un prefetto), uffici consultivi (ad es., il Consiglio nazionale

dell’economia e del lavoro-CNEL) e uffici di controllo (ad es., gli uffici di

controllo interno).

Con riguardo all’area di intervento esistono, invece, uffici centrali, che

hanno una competenza estesa a tutto il territorio nazionale (ad es., un

ministero), uffici periferici, che dipendono da uffici centrali ma operano in

periferia (ad es., una prefettura), uffici locali, che costituiscono

amministrazioni dotate di autonomia ed hanno una dimensione territorialmente

circoscritta (ad es., una provincia o un comune) e, infine, uffici misti, che

rappresentano allo stesso tempo interessi centrali e locali (ad es., il Comitato

per l’edilizia residenziale-CER).

Da ultimo, se si prendono in considerazione gli effetti dell’attività svolta, vi

sono uffici esterni, legittimati ad adottare provvedimenti che determinano

conseguenze nei confronti di soggetti estranei, oppure uffici interni, che

svolgono un’attività di solo rilievo interno alla propria organizzazione

3.2. I rapporti organizzativi: equiordinazione.

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Tra gli organi e gli uffici si sviluppa un’ampia serie di relazioni stabili,

interne ed esterne, fondate sulla posizione organizzativa reciproca delle

strutture, che si concretizzano nell’esercizio di poteri, di facoltà e di altre

situazioni giuridiche soggettive: si tratta dei c.d. rapporti organizzativi.

Questi possono essere suddivisi in:

rapporti di equiordinazione;

rapporti di sovraordinazione – subordinazione.

Nel primo caso, gli uffici sono tra loro in posizione paritaria: nessuno di essi,

dunque, ha poteri di supremazia nei confronti degli altri e nessuno, per contro,

si trova in posizione di soggezione.

Si pone, perciò, un problema di coordinamento, rispetto al quale sussistono

due modelli principali, ovvero:

1. la costituzione di un organo collegiale rappresentativo di tutti gli uffici

equiordinati, che provvede ad adottare atti, nei confronti dei medesimi

uffici, con efficacia assimilata a quella delle direttive nelle relazioni

gerarchiche (ad es., il Consiglio dei Ministri oppure le conferenze dei

servizi);

2. il conferimento ad opera della legge del compito di coordinamento ad

uno degli uffici equiordinati, che acquista poteri non di direttiva ma di

armonizzazione dell’azione dei diversi uffici (ad es., il Commissario del

Governo di cui al vecchio art. 124 della Costituzione).

Nell’ambito delle relazioni di equiordinazione, è più facile che si verifichino

conflitti di attribuzione tra i diversi organi. In particolare, i conflitti relativi ai

limiti della competenza, possono essere:

1. reali, se un organo esercita un potere ritenuto da un altro organo lesivo

della propria competenza;

2. virtuali, se un organo pretende di esercitare un potere ritenuto da un

altro organo lesivo della propria competenza;

3. positivi, se gli organi si dichiarano contemporaneamente competenti;

4. negativi, se gli organi si dichiarano contemporaneamente incompetenti.

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La risoluzione dei conflitti è solitamente rimessa alla legge (ad es., per i

conflitti tra ministeri la legge 400/1988 attribuisce la competenza al Consiglio

dei Ministri). Nel silenzio della stessa, invece, si verifica l’attribuzione della

controversia al massimo organo deliberativo dell’amministrazione

3.3. I rapporti organizzativi: sovraordinazione.

Si parla di rapporti di subordinazione se un ufficio posto in posizione

sottordinata viene assoggettato, in diversa misura, ai poteri di un ufficio posto

in posizione sovraordinata.

Questa modalità relazionale può essere definita, in generale, come

gerarchia, e comporta la sottoposizione ai poteri di comando, di indirizzo e di

controllo.

Detti poteri possono a loro volta esplicarsi attraverso ordini e istruzioni

nonché atti di coordinamento, di vigilanza, di annullamento, di riforma, di

decisione, di avocazione e di sostituzione.

Occorre, però, precisare che il modello originario di gerarchia,

precedentemente diffuso in larga parte dell’amministrazione statale, è ormai

ampiamente superato poiché incompatibile con un’organizzazione fondata sul

principio di competenza.

Per questo oggi si usa distinguere tra gerarchia in senso stretto e gerarchia

in senso lato o direzione.

Il primo modello è caratterizzato dal fatto che tra gli organi non sussiste

una vera e propria separazione di competenze, ma queste si vengono a

confondere con l’attribuzione proprio dell’organizzazione nel suo complesso,

nell’ambito della quale tutti gli organi agiscono secondo criteri di distribuzione

dei compiti fissati dal vertice dell’apparato. In altre parole, non è dato

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distinguere sfere di competenza proprie dei singoli organi, né propri poteri

amministrativi conferiti con legge.

Questo modello organizzativo si rinviene oggi nelle sole amministrazioni

militari e in amministrazioni che si ispirano a queste nei principi organizzativi

(come, ad esempio, le autorità di pubblica sicurezza).

Nella gerarchia in senso stretto, gli organi sovraordinati possono avvalersi

dei seguenti poteri:

1. poteri di ordine, che permettono di determinare il contenuto della

singola azione che l’organo subordinato deve porre in essere e che

quest’ultimo è tenuto ad ottemperare;

2. poteri di sostituzione, con cui l’organo sovraordinato può sempre

sostituirsi a quello subordinato nell’esercizio di attività proprie di

quest’ultimo;

3. poteri di controllo, in base ai quali si opera il controllo sull’ufficio

subordinato e sul suo complessivo funzionamento attraverso poteri

ispettivi e poteri di annullamento e revoca d’ufficio degli atti.

Nella gerarchia in senso lato i poteri spettanti agli organi sovraordinati sono

molto diversi da quelli presenti nella gerarchia in senso stretto, soprattutto

perché in luogo del potere di ordine c’è un potere di direzione.

In base a questo potere, il superiore gerarchico stabilisce i criteri e gli

obiettivi dell’azione amministrativa dell’inferiore gerarchico. Quest’ultimo deve

necessariamente considerare quanto stabilito dal superiore come criterio della

propria azione, ma non è tenuto ad ottemperarvi senz’altro. Ciò vuol dire che

detto ufficio può anche dissentire, a patto che motivi le ragioni di interesse

pubblico che l’hanno indotto in determinate circostanze ad agire in modo

difforme rispetto a quanto indicato dal proprio superiore.

Un esempio del rapporto organizzativo in esame è dato dal potere

ministeriale di impartire direttive agli organi centrali e periferici

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dell’amministrazione oppure ai poteri del Presidente del Consiglio dei Ministri

nei confronti dell’ARAN in ordine alla contrattazione collettiva.

Gli atti amministrativi tipici di questo potere sono chiamati “direttive”, che

si limitano a definire i fini dell’azione, lasciando al destinatario ampia

discrezionalità in ordine alla scelta delle modalità e dei mezzi. Nella pratica si

usa spesso il termine “circolare” per indicare i documenti contenenti le

medesime direttive.

Per quanto attiene agli altri poteri, nel rapporto di gerarchia in senso lato il

potere di sostituzione non esiste in via generale, ma può essere usato solo

laddove espressamente previsto dalla legge. I poteri di controllo, invece, si

presentano senza differenze rispetto al modello della gerarchia in senso stretto.

3.4. I rapporti organizzativi: avocazione e delegazione.

Al di là dei poteri indicati, nell’ambito delle relazioni organizzative tra i

diversi organi o uffici possono instaurarsi rapporti giuridici che sono ascrivibili,

principalmente, ai modelli dell’avocazione e della delegazione.

Nel primo caso, un organo adotta un atto con cui decide di esercitare, sulla

base di motivi di interesse pubblico o comunque di giustificate ragioni di ordine

organizzativo e funzionale, un potere espressamente attribuito alla competenza

di un altro organo.

Nella gerarchia in senso lato, questo potere non può essere esercitato se

non su espressa previsione di legge che lo consenta, mentre nella gerarchia in

sesto stretto può trovare sempre applicazione.

La delegazione, invece, è caratterizzata dal fatto che un organo (c.d.

delegante), titolare di un determinato potere o di complesso di poteri finalizzati

alla cura di determinati interessi pubblici, attribuisce con proprio atto (c.d.

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delega) ad un altro organo (c.d. delegato) la facoltà di esercizio del potere

medesimo.

Nell’atto di delega, che deve obbligatoriamente avere la forma scritta,

devono essere precisati la durata, le modalità e gli obiettivi del conferimento.

La delega può, inoltre, essere revocata dal delegante nelle stesse forme

ammesse per la sua adozione.

In via di principio, la delegazione non è ammessa se non nei casi

espressamente previsti dalla legge, a prescindere dal tipo di relazione

organizzativa nell’ambito della quale si instaura. Ciò è dovuto alla vigenza del

principio relativo all’ordine legale delle competenze.

Occorre distinguere la delegazione dalla delega di firma. Questa, infatti,

consiste nel fatto che un organo, pur mantenendo la piena titolarità circa

l’esercizio di un determinato potere, delega ad un altro organo (o anche ad un

funzionario non titolare di un organo) il compito di firmare gli atti attraverso i

quali il potere stesso si esercita.

L’atto firmato dal delegato, se anche è il frutto dell’attività decisionale del

delegato, resta formalmente imputato all’organo delegante. Di conseguenza, è

quest’ultimo che risponde verso i terzi degli atti firmati dal delegato.

4. L’organizzazione amministrativa statale e non statale

4.1. I modelli strutturali dell’organizzazione amministrativa

L’organizzazione amministrativa italiana è caratterizzata dalla presenza di

diversi modelli strutturali, che individuano gruppi di uffici caratterizzati da

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elementi comuni e si presentano come forme di vero e proprio ordinamento dei

poteri pubblici.

Ci sono quattro principali tipi di modelli strutturali pubblici, ovvero:

1. il modello del ministero (modello stabile, al di là di mutamenti

funzionali e organizzativi, come la creazione delle agenzie);

2. il modello dell’ente pubblico (in via di dispersione: nozione

proteiforme e privatizzazioni);

3. il modello dell’autorità indipendente (in via di rafforzamento ed

estensione);

4. il modello del soggetto privato controllato (in ampliamento, salvo poi

“transizione” al privato).

La suddivisione ha carattere indicativo: all’interno di ciascun modello ci sono

notevoli differenziazioni e l’organizzazione pubblica, in generale, è soggetta a

continui cambiamenti.

Si pensi, ad esempio, al modello, divenuto residuale, dell’azienda o

amministrazione autonoma. Questa figura, che indicava la parte di un ministero

destinata allo svolgimento di attività o di servizi che richiedevano particolari

regole di gestione, tanto da rendere necessaria l’adozione di un regime

derogatorio delle discipline generale relative al bilancio, alla contabilità, al

personale ed alle procedure, è ormai in via di estinzione, a seguito della

trasformazione delle aziende e delle agenzie in soggetti giuridici di diversa

natura.

Tra i casi più significativi ci sono quelli dell’Amministrazione dei monopoli di

Stato, trasformata in ente pubblico (d. lgs. 283/1998), dell’Azienda autonoma

delle ferrovie dello Stato e dell’Amministrazione delle poste e delle

telecomunicazioni, trasformate prima in ente pubblico e poi in società per

azioni (rispettivamente, legge 210/1985 e legge 71/1994), dell’Azienda di Stato

per i servizi telefonici, trasformata direttamente in società per azioni (legge

58/1992). 21

4.2. I ministeri

I ministeri sono uffici complessi, dotati di personale e mezzi propri, che operano

in settori di intervento omogenei. Si diversificano tra di loro in ordine:

1. ai tipi di funzioni;

2. alle soluzioni strutturali;

3. alla dimensione;

4. alla disciplina.

Si può, tuttavia, affermare che in tutti i ministeri ricorrano, più o meno

marcatamente, tre caratteri simili, ovvero:

1. il vertice è sempre mutuato dal governo, alla luce di quanto disposto

dall’art. 95, comma 1, della Costituzione, secondo cui a capo

dell’apparato amministrativo del ministero è posto un ministro, membro

del Consiglio dei ministri;

2. i poteri del ministro e del ministero sono identici, poiché il primo opera

nei limiti delle attribuzioni del secondo;

3. l’organizzazione interna è di tipo divisionale, in quanto le unità

elementari vengono progressivamente aggregate, sulla base di esigenze

funzionali, in uffici intermedi (c.d. divisioni) e questi, a loro volta, in

uffici generali (c.d. direzioni, dipartimenti o servizi); in alcuni casi, oltre

agli uffici centrali vi sono uffici periferici (prevalentemente, a scala

regionale o provinciale).

L’attuale configurazione del modello ministeriale è stata definita, in base

principi dell’art. 11 della legge 59/1997 (c.d. “legge Bassanini 1”), dal d.lgs.

300/1999 (successivamente più volte modificato ed integrato).

Le linee direttrici della legge e del decreto sono principalmente tre:

1. la riduzione degli apparati ministeriali, sia sotto il profilo del numero (da

diciotto a dodici), sia sotto il profilo delle unità di comando (identificate

in segretariati generali, dipartimenti e direzioni generali); in alcuni casi,

anche a seguito del riaccorpamento e della redistribuzione delle funzioni,

la denominazione dei ministeri è mutata rispetto a quella precedente;

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2. l’istituzione di agenzie, collegate ai ministeri ma distinte da essi, alcune

delle quali dotate di personalità giuridica, con funzioni tecnico-operative

e specifiche modalità di organizzazione del lavoro (tra le altre, si possono

citare le c.d. agenzie fiscali, collegate funzionalmente al Ministero

dell’Economia e delle Finanze);

3. la concentrazione degli uffici periferici dell’amministrazione statale,

prevedendo, al termine del processo di decentramento delle funzioni

amministrative avviato dalla stessa “legge Bassanini 1”, l’istituzione,

accanto ad amministrazioni periferiche specializzate di strutture a

carattere generale (trasformazione delle prefetture in uffici territoriali

del governo).

Un ulteriore aspetto da considerare, nell’attuale assetto degli apparati

ministeriali, attiene alla ormai compiutamente affermata distinzione (art. 4 del

d.lgs. 165/2001) fra funzioni di indirizzo politico-amministrativo, spettanti al

ministro (ed ai viceministri e sottosegretari), e compiti di gestione

amministrativa, demandati ai dirigenti (che, come già visto, esercitano anche

poteri di “microrganizzazione”). Per l’esercizio dei poteri di indirizzo, il

ministro si avvale di uffici di diretta collaborazione, affidati a personale di

nomina fiduciaria, con esclusive competenze di supporto al vertice politico e di

raccordo con l’amministrazione (art. 11, comma 1, lett. o), della legge 59/1997

e art. 14, comma 2, del d. lgs. 165/2001)

4.3. Numero, funzioni e struttura dei ministeri; le agenzie

Dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 300/1999, l’articolazione dei ministeri –

in contraddizione con lo spirito della riforma – erano stati modificati in aumento

(con tutta evidenza, per ragioni i ordine prevalentemente politico) all’inizio

delle due successive legislature: dapprima il d. l. 217/2001, convertito nella

legge 317/2001, aveva accresciuto il numero dei ministeri dai dodici previsti a

quattordici; poi, il d. l. 181/2006, convertito nella legge 233/2006, aveva

proceduto ad un ulteriore, consistente “spacchettamento” dei ministeri,

portandone il numero a diciotto. Peraltro, con la legge finanziaria 2008 (legge

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244/2007) si è stabilito che l’assetto ministeriale debba ritornare all’ordinaria

configurazione prevista dalla “riforma Bassanini”.

Occorre ricordare che ai ministri preposti a dicasteri normalmente si

aggiungono, nelle compagini governative, i ministri senza portafoglio, preposti a

dipartimenti della Presidenza del Consiglio (ad esempio, il Ministro per la

Funzione pubblica, quello per gli Affari Comunitari, quello per gli Affari

Regionali, quello per le Riforme Istituzionali).

Effettuando una classificazione dei ministeri per funzioni, si può operare la

seguente distinzione:

1. ministeri che esercitano funzioni di ordine e di indirizzo (come il

Ministero degli Affari Esteri, il Ministero dell’Interno, il Ministero della

Giustizia e il Ministero della Difesa);

2. ministeri che esercitano funzioni di natura economico-finanziaria (come il

Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero dello Sviluppo

Economico, il Ministero del Lavoro);

3. ministeri che esercitano funzioni di tipo sociale e culturale (come il

Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, il Ministero per i Beni e le

attività culturali, il Ministero della Salute);

4. ministeri che esercitano funzioni legate al settore delle infrastrutture e

al governo del territorio (come il Ministero delle Infrastrutture, il

Ministero dell’Ambiente).

Con riguardo, invece, alla struttura, esistono due differenti modelli, ovvero:

1. i ministeri suddivisi in dipartimenti, a capo dei quali è posto un capo

dipartimento;

2. i ministeri suddivisi in direzioni generali, in cui, tra direttori generali e

ministro, si inserisce la figura del segretario generale, con compiti di

coordinamento.

In particolare, i dipartimenti operano in grandi aree di materie omogenee e

dispongono di tutte le risorse strumentali necessarie al conseguimento dei

propri fini. Le direzioni generali, invece, agiscono in settori specifici di

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competenza di un dato ministero, ma si occupano anche delle necessarie

attività strumentali.

Presso ogni ministero è collocato un ufficio centrale del bilancio (già

ragioneria centrale) che fa riferimento alla Ragioneria generale dello Stato.

All’interno dei ministeri, inoltre, sono stati istituiti uffici di controllo interno (d.

lgs. 286/1999), ora riqualificati come Organismi indipendenti di valutazione-OIV

dal d. lgs. 150/2009. In diversi ministeri, poi, operano altri organi collegiali, con

prevalenti funzioni propositive e/o consultive (consigli superiori, consigli

nazionali).

Diversi ministeri sono funzionalmente collegati, come accennato, con

agenzie, alcune delle quali sono dotate di personalità giuridica: si tratta di

strutture che svolgono attività di carattere tecnico-operativo di interesse

nazionale al servizio delle amministrazioni pubbliche, in un regime di autonomia

organizzativa e di bilancio; a ciascuna agenzia è preposto un direttore generale.

A partire dagli anni Ottanta, sono state create varie agenzie di diverso tipo

e natura: ad es., Agenzia spaziale italiana-ASI, Agenzia per la rappresentanza

negoziale delle pubbliche amministrazioni-ARAN, Agenzia autonoma per la

gestione dell’albo dei segretari comunali e provinciali-AGES (poi

soppressa),Agenzia italiana del farmaco-AIF.

In particolare, il d. lgs. 300/1999 prevede due tipi di agenzie, ovvero:

1. agenzie soggette alle disposizioni generali di cui agli articoli 8 e 9 del

decreto, che ne regolano l’ordinamento, il personale e la dotazione

finanziaria, e prevedono che le stesse perseguano gli obiettivi stabiliti in

apposite convenzioni stipulate con le amministrazioni competenti nel

settore di riferimento (ad es., l’Agenzia industrie difesa, l’Agenzia per la

proprietà industriale, Agenzia per il servizio civile, Agenzia per

l’ambiente);

2. agenzie soggette ad un regime speciale, che deroga la disciplina generale

soprattutto per ciò che attiene allo statuto, ai rapporti con il ministro di

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riferimento, al personale, alla finanza ed ai controlli (ad es., l’Agenzia

del demanio e le altre agenzie fiscali).

4.4. L’organizzazione della Presidenza del Consiglio

L’organizzazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri è disciplinata

dal d. lgs. 303/1999 (anch’esso attuativo dell’art. 11 della legge 59/1997), che

ha operato:

1. una ridefinizione del centro di direzione del sistema amministrativo,

volta ad assicurare l’unità di indirizzo politico e amministrativo del

Governo nonché il potenziamento del ruolo di impulso, indirizzo e

coordinamento del Presidente del Consiglio, in applicazione di quanto

disposto dall’art. 95 della Costituzione;

2. la riallocazione presso ministeri, enti od altri organismi di funzioni (e

relative strutture) estranee ai compiti di impulso, indirizzo e

coordinamento propri del Presidente del Consiglio;

3. l’introduzione del principio di flessibilità dell’organizzazione, con la

previsione di un assetto variabile delle strutture e di una procedura

particolarmente snella ai fini dell’adozione dei regolamenti

amministrativi.

Il decreto prevede un’articolazione delle strutture della Presidenza secondo

due modelli, ovvero:

1. i dipartimenti, che svolgono sia attribuzioni connesse alle funzioni

politiche del Presidente, sia attribuzioni strumentali relative al

funzionamento degli apparati;

2. gli uffici, che possono essere a loro volta riuniti in dipartimenti ovvero

assumere una posizione autonoma.

Entrambe le tipologie di strutture sono collocate alle dipendenze del

segretario generale, posto al vertice dell’apparato amministrativo con compiti

di collaborazione e di supporto politico al Presidente, nonché di gestione

amministrativa e contabile delle strutture della Presidenza. Le uniche strutture

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che non sono direttamente dipendenti dal segretario generale sono quelle che,

di volta in volta, sono affidate ai ministri senza portafoglio (come è avvenuto,

ad esempio, con l’istituzione del Dipartimento per la digitalizzazione e

l’innovazione tecnologica).

La scelta tra la forma dipartimentale e l’ufficio dipende, invece, dalla

natura e dall’ampiezza delle funzioni da svolgere, ma non vi è alcun vincolo di

tipo normativo, come avviene, invece, per i ministeri. Inoltre, il Presidente del

Consiglio può, con proprio decreto, istituire altre unità organizzative per

l’esercizio di compiti espressamente previsti dalla legge.

4.5. L’ amministrazione periferica dello Stato

L’articolazione periferica dei ministeri è stata oggetto di tre recenti

provvedimenti, che hanno introdotto rilevanti innovazioni in materia.

Si tratta:

1. della legge 59/1997, che ha delegato al Governo il riordino

dell’amministrazione periferica secondo criteri di omogeneità,

complementarietà e organicità e, allo stesso tempo, ha attribuito agli

enti locali e regionali una competenza amministrativa generale,

riconoscendo all’amministrazione centrale solo funzioni tassativamente

individuate;

2. del d. lgs. 112/1998, che, nell’attuare in conferimento di funzioni statali

alle regioni e agli enti locali, ha soppresso alcuni uffici statali (ad es., gli

uffici metrici provinciali e gli uffici provinciali dell’industria, del

commercio e dell’artigianato) ed ha riorganizzato altre strutture

ministeriali con articolazione periferica;

3. del d. lgs. 300/1999, che ha previsto sia l’istituzione delle agenzie, sia la

trasformazione delle prefetture in uffici territoriali del governo (UTG).

Gli UTG, in particolare, in tale normativa sono stati concepiti come

strutture con competenze generali, in quanto titolari di tutte le attribuzioni che

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non sono espressamente conferite ad altri uffici, e raccolgono le articolazioni

periferiche di numerosi ministeri.

L’ordinamento dei nuovi uffici territoriali del governo è stato disciplinato

dal d.P.R. 287/2001, che ha previsto, da un lato, la separazione degli aspetti

funzionali ed organizzativi caratterizzati da una specifica tecnicità e/o

professionale e, dall’altro, l’unitario esercizio delle funzioni strumentali.

Il coordinamento tra le amministrazioni è assicurato da una conferenza

permanente presieduta dal titolare dell’ufficio territoriale del governo e

composta dai responsabili delle strutture periferiche dello Stato, delle agenzie e

degli enti pubblici nazionali e provinciali. Il raccordo con le amministrazioni

regionali e locali, invece, si realizza mediante apposite convenzioni se riguarda

le modalità di utilizzo da parte dello Stato e delle regioni di uffici statali e

regionali e attraverso conferenze di servizi in tutti gli altri .

Va, peraltro, rilevato che tale sistema è stato successivamente rivisto in

senso riduttivo con il d. lgs. 29/2004, che sostanzialmente ha ricondotto gli UTG

alla tradizionale configurazione delle prefetture.

4.6. Gli enti pubblici

Il modello organizzativo dell’ente pubblico è molto complesso, poiché

comprende in sé una molteplicità di strutture anche molto differenti tra di loro,

tanto da rendere impossibile l’individuazione di tratti comuni a tutte le

tipologie. E’ significativa la difficoltà di individuare sicuri “indici di

riconoscibilità” della natura pubblica degli enti.

Deve aggiungersi il notevole ridimensionamento che la forma organizzativa

in questione ha subito negli ultimi anni, soprattutto a seguito dei processi di

“privatizzazione”, che hanno condotto alla trasformazione di un grandissimo

numero di enti pubblici in società per azioni.

Con la generica locuzione ente pubblico si indicano soggetti dotati di

personalità giuridica (prevalentemente di diritto pubblico), che esercitano

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Atreyu

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in politiche pubbliche
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione amministrativa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof D'Alessio Gianfranco.

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