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presenti in certe circostanze permettevano di recuperare ricordi anche remoti.

Nella memoria autobiografica, inoltre, i ricordi possono essere distorti, inaccessibili o persino falsi.

Rabbitt e Winthorpe (1988) criticano il metodo sostenendo che produce un bias nel tipo di ricordi

che vengono recuperati. Se presentate parole-cue, i soggetti tendono a ricordare cose meno

personali, contrariamente a quanto avviene se viene chiesto ai soggetti di ricordare semplicemente

qualcosa del passato.

I ricordi inoltre sono soggetti a numerose distorsioni. Spesso sono i dettagli ad essere ricordati con

meno precisione; le persone tendono naturalmente a “riempire” le falle del ricordo con dettagli

inferenziali, spesso derivati da episodi simili (repisodic memory – Neisser 1981).

Esiste infine l’amnesia infantile, ossia la difficoltà o incapacità di ricordare eventi dei primi due/tre

anni di vita e la conseguente ricostruzione di questi ricordi sulla base dei racconti di altri.

1.4 Ricordare emozioni

Le emozioni rivestono enorme importanza per il ricordo o per l’oblio. Eventi di grande peso

emotivo sono ricordati con più vividezza e la stima della vividezza del ricordo ha forte correlazione

positiva con la stima della forza emozionale dell’evento. Ma vividezza non significa

necessariamente accuratezza. Per gli studiosi non è sempre possibile risalire alla veridicità

dell’accaduto e quindi misurare l’accuratezza del ricordo. Brown e Kulik (1977) definirono

flashbulb memories i ricordi correlati ad un evento particolarmente importante (es. dove erano,

con chi erano e che cosa facevano i soggetti sperimentali nel momento in cui avevano appreso della

morte di Kennedy).

Le flashbulb memories sono ricche di dettagli e si ritenne che fossero dovute ad un meccanismo

neuronali, definito now print, che “stampa” nella memoria a lungo termine un incredibile numero

di dettagli in seguito ad un evento particolarmente importante. Il “peso” dell’evento “carica” il

meccanismo e scatta l’istantanea.

Neisser e Harsch (1992) hanno confutato questo studio comparandolo con i ricordi di alcuni

soggetti a distanza di molto tempo sullo stesso evento. I risultati furono che le flashbulb memories

erano labili e soggette ad oblio.

Tuttavia alcune flashbulb memories sono davvero accurate e persistenti ma queste caratteristiche

dipendono dal significato che l’evento ha per ciascun soggetto (McCloskey, Wiblo, Cohen 1988;

Neisser 1996) e dalla ripetizione dell’evento nel tempo.

1.5 Ricordare procedure

È facilmente dimostrabile il ricordo di “come si fa” qualcosa solo dimostrando di saperlo fare. Gli

studiosi parlano di memoria procedurale, per distinguerla dalla memoria dichiarativa che si

riferisce invece alla conoscenza di fatti direttamente accessibili alla coscienza (Cohen, Squire).

La memoria procedurale è relativa ad abilità non solo motorie ma anche di altro tipo, come la

soluzione di problemi, che richiedono forme di “apprendimento senza ricordo” sul “come si fa

qualcosa”. Questo tipo di memoria è implicito, non consapevole e automatico.

1.6 Il lato oscuro della memoria: falsi ricordi e oblio

Nel 1992 nacque la “False Memory Sindrome Foundation”, dedita allo studio delle ragioni della

presenza in alcuni soggetti di ricordi traumatici di eventi mai effettivamente verificatisi. La

sindrome da falsi ricordi è in realtà solo una piccola parte dei fallimenti mnestici cui la nostra

memoria va incontro, con conseguenze più o meno gravi.

Schachter (2002) ha suggerito di dividere i diversi fallimenti mnestici in sette tipologie, a loro volta

appartenenti a tre categorie diverse:

1) Fenomeni di oblio: transitorietà, distrazione, blocco mentale;

2) Fenomeni di distorsione: erronea attribuzione, suggestionabilità, bias;

3) Ricordi patologici: persistenza.

I fenomeni di oblio riflettono la riduzione dell’accessibilità al ricordo, l’inattenzione o

un’elaborazione

superficiale che determina oblio (vuoti di memoria) e la temporanea inaccessibilità ad informazioni

della memoria a lungo termine (blocco).

Ebbinghaus, il padre della ricerca sperimentale sulla memoria, studiò su sé stesso le capacità di

ritenzione e oblio, arrivando a definire la “curva dell’oblio”, utilizzano i “punteggi di risparmio”

(il tempo necessario per giungere, tramite successive reiterazioni, alla “completa padronanza” del

materiale). Il decremento della percentuale di risparmio non è costante bens’ maggiore nel

brevissimo periodo e più lento nel lungo periodo.

Benché l’esperimento di Ebbinghaus fosse limitato ad un solo soggetto (lui stesso) e per questo sia

stato criticato, altri studi hanno mostrato che le curve dell’oblio rilevate in test successivi sono più o

meno simili a quella originaria di Ebbinghaus (Slamecka, McElree). Studi più recnei evidenziano

che il tasso di oblio viene descritto meglio con una funzione potenza: non è così rapido ma

diminuisce gradualmente nel tempo (Wixted, Ebbesen).

I fenomeni di distorsione riflettono in accuratezza del ricordo e sono riferiti a confusione della

fonte o del ricordo (erronea attribuzione), formazione di ricordi in seguito ad influenze esterne

(suggestionabilità) e alle influenze inconsce di credenze e conoscenze preesistenti (bias). Secondo

Bartlett, le trasformazioni cui è soggetta una traccia originaria riflettono ciò che avviene in

memoria.

Il ricordo quindi non è una riattivazione di tracce isolate ma una “massa attiva di reazioni passate

organizzate”, ossia uno schema che guida il comportamento.

Negli ultimi vent’anni è nata la neuroscienza cognitiva che ha dato notevole ed influente impulso

alla ricerca sulla memoria.

2 Ricordare il futuro

Ricordare, comunemente, può significare sia richiamare il passato sia ricordare ciò che intendiamo

fare in futuro. In questi due casi si parla di memoria retrospettiva e di memoria prospettica.

Solo di recente si è iniziato a parlare di “intenzione” come concetto applicabile agli studi sulla

memoria oltre che negli altri campi della scienza psicologica.

2.1 La multicomponenzialità della memoria prospettica

La multicomponenzialità della memoria prospettica implica l’ingresso in gioco di numerose

variabili:

cognitive, emotive e motivazionali.

Il processo prospettico si compone di almeno 5 fasi:

1) Formazione dell’intenzione;

2) Intervallo di ritenzione;

3) Intervallo di prestazione;

4) Esecuzione dell’azione intenzionale;

5) Valutazione del risultato.

Formazione dell’intenzione: fa riferimento alla codifica del contenuto di un’azione futura

(“cosa”), dell’intenzione (“decisione”) e del contesto di recupero (“quando”). Il compito di

memoria

prospettica ha sia una componente retrospettiva (contenuto e contesto) sia una prospettica (recupero

dell’intenzione: ricordarsi che si deve fare qualcosa).

L’intervallo di ritenzione si riferisce al lasso di tempo tra la codifica dell’intenzione e l’inizio

dell’intervallo potenziale di prestazione (da pochi minuti a diversi giorni). Una distinzione rispetto

al ricordo di azioni future (Baddeley, Wilkins) si riferisce alla memoria prospettica a breve

termine / memoria prospettica a lungo termine. La memoria prospettica a breve termine trattiene

in stato di “cosciente consapevolezza” il compito da svolgere per tutto l’intervallo di ritenzione.

Altri

sostengono invece che avvenga un recupero dalla memoria prospettica a lungo termine solo al

momento in cui deve essere ricordata l’azione da svolgere. Si distingue anche tra memoria

prospettica e vigilanza: quando il soggetto monitora costantemente l’intenzione, si parla di

vigilanza. Resta memoria prospettica quando il soggetto attende solo il momento di compiere

l’azione.

L’intervallo di prestazione è il periodo di tempo in cui deve essere recuperata l’intenzione,

legata al “quando”. Deve verificarsi il matching tra il contesto di recupero e la situazione attuale,

sovrapponendo le caratteristiche codificate con quelle percepite (Mandler 1980). Ovviamente sarà

necessario ricordare non solo che bisogna fare qualcosa ma anche cosa fare.

L’esecuzione dell’azione intenzionale implica che si deve fare qualcosa, cosa si deve fare e la

decisione di farlo. La valutazione del risultato confronta il risultato dell’azione con il contenuto

retrospettivo. Una eventuale cattiva prestazione prospettica può derivare anche da fattori esterni o

dalla mancanza di abilità o conoscenze necessarie per la prestazione. In questi casi è necessaria una

ricodifica dell’intenzione (Newell, Simon 1972).

Alcuni studiosi propongono di inserire anche una fase di cancellazione, che registra le azioni

compiute e quelle da compiere (Koriat, Ben-Zur, Sheffer 1988). Se questo processo di “output

monitoring” non funziona, capita di ripetere azioni già svolte o di non svolgere compiti previsti.

Di recente si è affermato un filone di ricerca che vede lo studio della memoria prospettica, per la sua

multidimensionalità, non solo come “memoria”, evidenziando la necessità di analizzare il processo

che la contraddistingue con un approccio interdisciplinare che comprende la psicologia dei processi

cognitivi, la psicologia delle emozioni e quella delle differenze individuali.

2.2 Quanti tipi di “intenzione”?

Di solito per “intenzione” si intende la disposizione di una persona a mettere in atto un’azione

futura in un certo modo. Searle parla di prior intention (risultato della decisione cosciente di agire

in un certo modo – precedente all’azione) e intention-in-action (non associato alla formazione

dell’intenzione di compiere un’azione in futuro. Es: azioni spontanee, non ritardate da intervalli di

tempo). I meccanismi di memoria prospettica entrano in gioco nel primo tipo di intenzione.

Un compito di memoria prospettica dipende da come le intenzioni sono codificate, immagazzinate e

recuperate. Kvavilashvili ed Ellis hanno proposto una classificazione delle intenzioni in fase di

codifica:

• Intenzioni basate su decisioni facili / difficili, che richiedono tempi diversi per la codifica;

• Intenzioni intrinseche / estrinseche, che producono una prestazione migliore o peggiore

(perché generate dall’individuo piuttosto che da chi lo circonda);

• Intenzioni importanti / non importanti; alcuni studi (sporadici) hanno evidenziato una

correlazione positiva tra l’importanza percepita e il ricordo delle intenzioni;

• Intenzioni piacevoli / spiacevoli / neutre, che hanno come caratteristica l’aspetto emotivo;

intenzioni piacevoli e spiacevoli vengono ricordate con più facilità.

Esiste poi un gruppo di intenzioni per la fase di immagazzinamento; vengono valutate in base

all’intervallo di tempo tra la formazione dell’intenzione e i recupero necessario all’azione. Baddeley

e Wilkins distinguono tra intenzioni a breve termine e intenzioni a lungo termine. All’aumentare

dell’intervallo di tempo tra intenzione e azione aumenta la complessità del processo di

mantenimento.

Ulteriori distinzioni vengono fatte per i processi di recupero:

• Intenzioni basate sul tempo / sull’evento (Einstein, McDaniel 1990): nel primo caso, il

recupero avviene spontaneamente quando è necessario compiere l’azione (self-initiated),

mentre nel secondo caso sono necessari cues esterni. Nel quotidiano le due forme possono

comparire separatamente o in forma combinata. Secondo West (1988) la forma combinata

facilita il ricordo;

• Intenzioni episodiche / abituali: non frequenti o più frequenti e quindi ricordate con

maggiore o minore facilità;

• Intenzioni pulse / intermediate / step: la distinzione è basata sulla specificità temporale

(Ellis – Harris – Wilkins). Pulse sono le intenzioni ricordate in un tempo breve (es. fare

una cosa subito); step sono le intenzioni con tempi lunghi (es. fare una cosa domani);

intermediate hanno durata intermedia.

Relativamente alla fase di prestazione, vengono distinte due classi di intenzioni:

• Intenzioni momentanee / brevi / lunghe, che dipendono dalla durata della prestazione

(rispettivamente: da pochi secondi a qualche minuto, alcuni minuti, ore). Le intenzioni lunghe

richiedono una riorganizzazione delle attività determinata dalla ricodifica del contesto; quindi i

processi coinvolti nel recupero dell’intenzione e nello svolgimento dell’azione sono diversi;

• Intenzioni a uno stadio / a due stadi, riferite al numero di volte che un individuo deve

recuperare un’intenzione per completare il compito di memoria prospettica.

2.3 Fattori che influenzano il recupero di un’intenzione

Il recupero è fondamentale per il compimento dell’azione prospettica. L’esito positivo dipende da

tre fattori interagenti:

1) Livello di attivazione sottostante la rappresentazione degli eventi (trace-dependent);

2) Caratteristiche dei cues che attivano l’azione intenzionale (cue-dependent);

3) Risorse attentive durante il compito e strategie autoattivate (capacity-dependent).

Secondo i ricercatori, intenzioni che prevedono target atipici vengono ricordate meglio così come

quelle che necessitano di attivazione di strategie infrequenti.

Caratteristica delle intenzioni è la persistenza. Lewin (1961) si ispirava al principio dell’omeostasi,

secondo cui due sistemi in tensione tendono verso l’equilibrio e considerava le intenzioni un

sistema di tensioni che si scaricano al compimento dell’azione. In vari esperimenti è stato

dimostrato che compiti interrotti da uno sperimentatore, anche se semplici, comportavano un

immediato recupero da parte del soggetto. Compiti interrotti inoltre si ricordavano più facilmente di

azioni portate a compimento. La tensione funge da stimolo interno in assenza di cues.

La rappresentazione delle intenzioni durante la fase di codifica o di intervallo di ritenzione ha

proprietà particolari e dinamiche. Goschke e Kuhl hanno dimostrato l’esistenza di un “effetto di

superiorità delle intenzioni”: particolari relativi ad azioni da compiere vengono ricordati meglio di

particolari relativi ad azioni da osservare.

Rispetto alle intenzioni basate sul tempo o sull’evento, è importante sottolineare il ruolo del

soggetto, superiore in compiti di memoria prospettica rispetto a compiti di memoria retrospettiva (in

cui il cue è fornito dallo sperimentatore).

Per il recupero delle intenzioni sono fondamentali anche le caratteristiche individuali. Persone con

profilo di “state-orientation” sono risultate più attivate rispetto ad un compito di persone orientate

all’azione (profilo di “action-orientation”).

Parte seconda: misure e paradigmi della memoria

3 Come si misura la memoria?

Nel 1885 Hermann Ebbinghaus pubblicò il primo saggio che conteneva la misurazione di una

prestazione mnestica. Fu importante perché:

a) Chiarì che la memoria può essere studiata sperimentalmente;

b) Presentava risultati nuovi, tuttora attuali, per la comprensione di alcune proprietà della

memoria;

c) Rispondeva alle critiche di coloro che affermavano che solo fenomeni osservabili direttamente

potevano essere misurati.

3.1 Le variabili della memoria

Le variabili che influenzano le prestazioni mnestiche sono di tre ordini: organismiche, antecedenti

e relative al compito.

• Variabili organismiche: sono relative alle caratteristiche permanenti della persona (attenzione,

motivazione, intelligenza, salute fisica e psicologica);

• Variabili antecedenti: sono fattori che se presenti alterano lo stato dell’organismo (sonno,

droghe, medicinali o altri incentivi che modificano il livello di motivazione al compito);

• Variabili relative al compito: consistono nel tipo di istruzioni, nel modo e nel tempo di

presentazione degli stimoli, nella natura degli stimoli stessi e nel contesto in cui il compito deve

essere svolto.

3.2 Compiti tradizionali

Esistono due compiti tradizionali di memoria: rievocazione (libera, seriale o guidata) e

riconoscimento (a scelta multipla o sì/no); entrambi richiedono che il soggetto sia consapevole di

ricordare eventi avvenuti in un particolare contesto spazio-temporale.

In un compito di rievocazione (recall), ai soggetti è chiesto di ricordare, con o senza l’aiuto di

cues, una lista di item in maniera libera (ossia nell’ordine preferito). Il risultato è il cosiddetto

effetto di posizione seriale, per il quale gli item in cima o in fondo alla lista sono ricordati meglio

di quelli posizionati al centro.

Gli effetti di posizione seriale possono essere primacy effect (o effetto di priorità) e recency effect

(o effetto di recenza).

La richiesta di rievocare gli item nell’ordine di presentazione è invece detta rievocazione seriale e

serve a misurare la capacità della memoria a breve termine attraverso lo span di memoria, ossia la

sequenza più lunga che il soggetto è in grado di ripetere in ordine esatto man mano che la lista di

item presentata si allunga.

La rievocazione guidata (cues recall) fa uso di suggerimenti di natura semantica o fonologica.

Produce una prestazione migliore rispetto alla rievocazione libera.

In compiti di riconoscimento a scelta multipla, il soggetto deve scegliere tra più stimoli

contemporaneamente quelli che gli sono stati presentati nella fase di apprendimento.

In compiti di riconoscimento sì/no, il soggetto deve identificare se l’item presentato nella fase di

test era presente o meno nella fase di studio.

3.3 Nuovi compiti di memoria

Ai compiti tradizionali, i ricercatori affiancano altre prove che tendono a verificare misure

soggettive,

del ricordo prospettico o misure implicite.

3.3.1 Compiti di memoria prospettica

In genere sono composti da un compito primario, che ingloba quello prospettico (memorizzare una

lista di parole), ed uno secondario (ricordarsi di compiere un’azione ad un certo momento). Nota

del redattore: secondo me il libro contiene un errore di battitura ed è il compito secondario ad

inglobare il compito prospettico.

In generale, un compito di memoria prospettica deve sempre possedere tre caratteristiche:

• Ritardo tra formazione dell’intenzione e opportunità di eseguirla;

• Assenza di un promemoria per eseguire l’intenzione al momento opportuno;

• Necessità di interrompere l’attività corrente per realizzare l’intenzione.

Contengono sempre una componente retrospettiva (contenuto dell’azione e contesto di recupero) e

una

componente prospettica (ricordarsi che si deve fare qualcosa) derivata da cues generati

internamente.

3.3.2 Compiti di memoria implicita

Non comportano riferimenti ad eventi della vita del soggetto ma hanno effetti sul comportamento.

Sono classificati come impliciti, indiretti o incidentali. Ad esempio si richiede al soggetto di

completare parole cui mancano frammenti dopo avergli presentato una lista di parole; quindi due

compiti distinti. La prestazione è migliore nel completamento delle parole che erano presenti nella

lista.

Questa metodologia è risultata molto utile per analizzare i processi mentali umani.

3.4 Misure dirette e indirette di memoria

Questa distinzione fa riferimento agli stati mentali che si attivano durante i test di memoria. I

testi “diretti” si riferiscono ad uno o più eventi della vita del soggetto, mentre i test “indiretti”

consistono in attività cognitive o motorie e sono divisi in due categorie:

• Test concettuali / lessicali / percettivi;

• Test sulla conoscenza procedurale (problem solving, abilità motoria).

3.5 Misure primarie e secondarie

Sono relative a due differenti modalità di misurazione: le misure primarie riguardano l’accuratezza,

ossia l’ammontare (quantità) di informazione ricordata. Poiché in questo tipo di misure può

accadere che si totalizzino zero risposte corrette, questo farebbe pensare a uno “zero” anche

nell’apprendimento.

Poiché queste misure sono fuorvianti, si usa accoppiarle a misure secondarie, relative ad un

accertamento della qualità dell’informazione ricordata.

Per questa misurazione si utilizza (Sternberg) il tempo di reazione (cronometria mentale); al

soggetto viene data una lista di item, non superiore allo span di memoria, detta set di memoria, che

cambia ad ogni prova. Dopo la presentazione del set, viene proposta al soggetto un altro item detto

probe; il soggetto deve dire se il probe è parte o meno del set di memoria. Poiché la quantità di

errori è bassa, è importante il tempo di reazione. Questo test permette di evidenziare processi

mentali che non possono essere colti da misure come l’accuratezza.

3.6 Lesioni cerebrali e memoria

Le lesioni provocano spesso deficit di memoria. Possono verificarsi disturbi di gravità minore o

maggiore; in questo caso si parla di sindrome amnesica, difficoltà ad acquisire e ritenere nuove

informazioni o a ricordare eventi recenti, mentre altre funzioni restano inalterate (intelligenza,

funzioni percettive, comprensione, produzione del linguaggio). Resta intatta anche la memoria di

lavoro, anche se dopo qualche tempo i pazienti amnesici non ricordano nulla di ciò che è stato

appreso durante le prove.

Normalmente la sindrome amnesica coinvolge i lobi temporali mediali (ippocampo / amigdala) o le

aree della regione di encefalica (corpi mammillari e nucleo talamico dorsomediale). Più

precisamente, le lesioni che provocano sindrome amnesica sembrano essere a danno del circuito

che connette lobi temporali, ippocampo, corpi mammillari e lobi frontali. Questo provoca deficit

gravissimi, anche se altre funzioni, come la memoria implicita, sembrano essere salvaguardate.

3.7 Tecniche di neuroimmagine funzionale

È estremamente difficile, dallo studio del comportamento dei pazienti amnesici, risalire al tipo di

lesioni che hanno provocato l’amnesia. Inoltre altre lesioni di tipo naturale possono distruggere

connessioni tra aree diverse del cervello, non permettendo di comprendere quali aree del cervello

siano preposte a specifiche funzioni.

Le tecniche di neuroimmagine funzionale permettono di visualizzare un cervello nel momento in

cui svolge un compito cognitivo. Queste tecniche sono:

• PET – Tomografia a Emissione di Positroni;

• fMRI – RIsonanza Magnetica Funzionale.

Entrambe misurano variazioni nel sangue: la PET nel flusso e la fMRI nelle proprietà magnetiche

successive all’ossigenazione. Il principio di fondo è che zone del cervello impegnate in determinate

attività necessitino di un maggiore afflusso di sangue. Queste tecniche hanno permesso di separare i

processi di codifica dai processi di recupero dalla memoria.

Tuttavia anche queste tecniche hanno limiti; per esempio, un maggiore flusso ematico può

dipendere sia da processi eccitatori che da processi inibitori.

3.8 Misure elettrofisiologiche

Tramite l’EEG, ElettroEncefaloGramma, è possibile rilevare le onde elettriche generate dal

cervello, in particolare le onde generate da stimoli specifici o ERP – Event-Related Potentials.

L’onda emessa dal cervello è nota come P300 e si presenta circa 1/3 di secondo dopo che il soggetto

ha ricevuto lo stimolo esterno. L’ERP permette di misurare efficacemente alcuni processi di

memoria; si è visto, ad esempio, che P300 più ampie in fase di codifica sono associate ad un ricordo

migliore.

L’ERP è stato utilizzato anche per studi sulla memoria prospettica, dai quali è emerso che onde

diverse corrispondono ad azioni diverse. L’onda N300, onda di negatività prospettica, sembra

essere associata alla rilevazone di un cue che attiva il ricordo dell’intenzione; la normale onda P300


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AUTORE

Sara F

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze e tecniche di psicologia cognitiva
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'apprendimento e della memoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Coluccia Emanuele.

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