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FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA

Per questo, nell’analizzare il funzionamento dei diversi sistemi economici nonché le

loro trasformazioni nel tempo, può essere utile adottare una sorta di prospettiva

evolutiva che consenta di studiare, con riferimento alle singole società, le forme

organizzative specifiche che, di volta in volta, esse sono venute assumendo.

Ciò consentirà di individuare, sia pure a grandi linee, i termini di una questione che

interessa non solo l’economia ma anche il diritto. Si tratta di tentare di trovare quella

connessione dinamica fra le due discipline che emerge quando si considerano, nella loro

specificità, sia i modelli di organizzazione sociale della “produzione” che il loro assetto

politico e istituzionale, quell’insieme di norme giuridiche e di consuetudini sociali che

connotano il sistema economico stesso e ne costituiscono una cornice istituzionale che

1

non è, né potrebbe essere, neutrale rispetto ai comportamenti degli agenti economici.

Al contrario, tale ”cornice” ne condiziona le scelte e ne determina l’esito così come, a

sua volta, attraverso complessi meccanismi di retroazione di natura culturale e politica,

tecnologica e sociale, ne viene influenzata e modificata.

In sostanza, per usare il linguaggio di Marx, nell’evoluzione economica assistiamo a un

continuo processo dinamico di reciproco adattamento fra la struttura e la

sovrastruttura, un oggetto di analisi giustamente al centro dell’interesse di numerose

discipline sociali.

In particolare, l’analisi dell’organizzazione della produzione e degli scambi - cioè lo

studio delle condizioni attraverso le quali si ottiene il prodotto sociale e lo si

distribuisce all’interno della collettività di riferimento - attiene, specificamente, al

campo d’indagine dell’economia politica; quella del secondo aspetto - le specifiche

modalità di regolazione dell’attività economica nonché i valori collettivi che ne sono

alla base e ne orientano le scelte - riguarda le scienze giuridiche e, più in generale, altre

discipline quali la sociologia, l’antropologia culturale, la politologia, la storia, la

psicologia, la filosofia stessa.

1 La decisione di considerare solo organizzazioni sociali fondate su qualche forma di “produzione” (e di

scambio) esclude tutte le esperienze primitive di vita associata nelle quali il rapporto fra la popolazione

umana e il territorio ha avuto quasi esclusivamente natura predatoria (nomadismo, caccia, raccolta),

piuttosto che incentrarsi su attività di trasformazione della materia.

Quanto importante sia il passaggio dall’una all’altra forma di organizzazione sociale si può comprendere

dall’opera di Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni,

Einaudi, 1998. Diamond tenta di trovare una spiegazione unitaria ai diversi percorsi economici e culturali dei

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Ciò premesso, si può riconoscere che la prospettiva tradizionalmente utilizzata

dall’economista consente d’individuare alcune fondamentali connessioni tra

l’evoluzione della struttura economica - un processo di per sé caratterizzato da un

alterno dinamismo nel tempo e nello spazio - e l’ambiente socio-istituzionale, così come

esso appare definito dai valori collettivi dominanti e dalle regole di comportamento dei

singoli soggetti all’interno del sistema economico.

Percorrere una simile strada analitica appare scelta assai complessa e ardua sul piano

teorico e, forse, per taluni versi, sin troppo ambiziosa. E, tuttavia, si può tentare di

batterla utilizzando uno strumento concettuale che chiameremo modo di produzione

(d’ora innanzi, mdp), sufficientemente maneggevole ma, non per questo, si spera,

eccessivamente semplificato e tale da introdurre ambiguità insostenibili nel

ragionamento.

2. Il modo di produzione: un tentativo di definizione.

Per modo di produzione s’intende, qui, quella forma di organizzazione della produzione

e degli scambi che si può considerare socialmente prevalente in un dato contesto storico

2

in uno specifico ambito territoriale.

Esso può essere definito come l’insieme delle modalità di utilizzo dei tradizionali fattori

produttivi - il lavoro umano, la terra, il capitale accumulato, le capacità imprenditoriali

- non solo tecnicamente possibile ma effettivamente praticato da una certa collettività al

fine di ottenere i beni e i servizi di cui direttamente abbisogna (cd. economia chiusa) e/o

di quelli che, specializzandosi nella produzione, scambia con altre comunità umane con

3

le quali intrattiene rapporti economici (cd. economia aperta).

popoli della terra; in particolare, alle profonde differenze createsi fra quelli che hanno dato vita a strutture

economiche e politiche complesse rispetto a quelli che sono rimasti a uno stadio più arretrato.

2 In una concezione evolutiva dell’uomo si può tentare di distinguere ciò che attiene alla genetica da ciò che

riguarda l’adeguamento alle condizioni ambientali e alla cultura. I processi di adattamento all’ambiente, fra i

quali rientrano le diverse modalità sociali di organizzazione economica, sono di fatto elementi di contenuto

culturale, soggetti a forte variabilità nel tempo e nello spazio, al contrario del dato genetico, più invariante e

omogeneamente distribuito nel pianeta. Su questo vedi Luigi Luca Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue,

Adelphi, 1996.

3 Lo scambio implica non solo una qualche forma di specializzazione produttiva (e di vantaggio reciproco

che ne giustifica l’attivazione) ma, se assume carattere sistematico e duraturo, presenta un elevato valore

simbolico sul piano sociale come indice di una volontà di collaborazione e di integrazione collettiva dei

comportamenti individuali.

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L’attenzione analitica che poniamo al processo di produzione di beni e servizi - ciò che

modernamente definisce il livello della ricchezza collettiva - è giustificata dal fatto che

quest’ultimo - il modo nel quale si produce e si scambia - é un aspetto assolutamente

centrale nella vita organizzata delle società umane.

Di fatto, quanto accade nella sfera economica - l’insieme delle decisioni relative al che

4

cosa, quanto, come, per chi produrre ai fini della sopravvivenza - interagisce

profondamente con il sistema sociale, politico e istituzionale. Anzi, entro determinati

limiti, lo determina o, quanto meno, lo condiziona fortemente.

Così, quanto accade in campo economico (nel processo produttivo e di scambio;

modernamente, si direbbe, nel mercato) interagisce con l’insieme dei valori collettivi e

con le istituzioni socio-politiche che, più in generale, qualificano il modello di

5

organizzazione del sistema economico.

Perciò, il mdp prevalente in un determinato tempo in una certa società (ciò che le dà il

segno e l’impronta economica) connota, sia pure in maniera stilizzata, non solo la

6

struttura economica in senso stretto ma anche gli atteggiamenti sociali, i valori

In particolare, lo scambio di mercato, sia nelle forma originaria del semplice baratto e, poi, in quella più

complessa di “merce contro denaro”, richiede una stabilizzazione dei rapporti fra singoli che consenta la

ripetizione nel tempo degli atti di scambio, impossibile senza l’esistenza di un rapporto fiduciario fra gli

individui e di un quadro istituzionale di garanzia.

4 Da decenni é questa la “formula” resa celebre dall’economista statunitense Paul Samuelson per individuare

la natura essenziale dei problemi economici che ogni sistema deve risolvere, quale ne sia la specifica forma

organizzativa: si tratti, ad esempio, di un’economia di mercato, ove le scelte economiche sono decentrate e

diffuse, oppure di un’economia centralizzata, pianificata dall’alto.

Nella “formuletta” di Samuelson il che cosa corrisponde al mix di produzione; il quanto evoca la capacità

produttiva; il come le opzioni tecniche e organizzative per produrre; il per chi la distribuzione del prodotto

(tra fattori produttivi, classi sociali, generazioni, ecc.).

5 Per una visione allargata della connessione concettuale fra lo “economico”e il “sociale” vedi il

fondamentale contributo di Max Weber, Economia e Società (1922), Volume primo, Edizioni di Comunità,

1980.

6 Sia pure con qualche cautela si suppone che la struttura produttiva di un sistema economico, il suo livello di

sviluppo tecnologico e il dinamismo sociale interno siano elementi fra loro fortemente correlati e interagenti.

In particolare, la struttura economica può essere descritta attraverso una serie di indicatori statistici

complessi quali, ad esempio, l’incidenza dei diversi settori (agricoltura, industria, servizi) sulla produzione ,

il volume e il grado di utilizzo delle forze di lavoro, la composizione professionale degli occupati, la

distribuzione spaziale delle attività economiche e della popolazione, il grado di apertura commerciale e di

finanziarizzazione del sistema, il ruolo economico dello Stato e così via.

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collettivamente condivisi, il quadro istituzionale e normativo che, nell’insieme,

7

caratterizzano dinamicamente la vita della collettività.

Ciò premesso, occorre rilevare che il tentativo di individuare relazioni tra fenomeni di

natura così articolata non sempre consente di definirne, in modo netto e univoco, sia la

natura sia il senso del rapporto. E’ arduo formulare giudizi del tipo: A dipende da B; A

influenza B, ecc. Spesso, ci si deve limitare a cogliere le correlazioni esistenti fra gli

accadimenti, senza poter identificare espliciti (e misurabili) nessi causativi.

Per ciò, é possibile (anzi, é assai probabile) che fra i processi dinamici che legano fra

loro la struttura economica e l’insieme dei valori sociali e del quadro istituzionale

esistano relazioni complesse connotate da una molteplicità di feedback, cioè di effetti di

ritorno o di retroazione, sia positivi che negativi.

In taluni casi questi effetti saranno autosostenentisi e si parlerà, allora, di feedback

positivi perché essi allontaneranno progressivamente il sistema dalla condizione

d’equilibrio preesistente, conducendolo a un risultato catastrofico (si pensi, ad esempio,

all’immagine di una valanga).

In altri casi, invece, tali effetti tenderanno a essere riequilibrantisi (feedback negativi),

8

determinando forme di convergenza progressiva verso una condizione d’equilibrio.

Come è facile intuire l’interazione fra tali fenomeni presenta una natura sistemica ed è,

quindi, solo utilizzando una simile visione, un simile apparato concettuale - cioè quello

di un sistema complesso e dinamico, colto nel suo continuo divenire - che sarà possibile

dapprima intuire, e successivamente tentare di definire, i nessi profondi tra i suoi

9

elementi costitutivi.

7 Che sia la “visione del mondo” a influenzare i comportamenti individuali e collettivi in campo economico è

fuori di dubbio, così come è altrettanto certo che il modo di produzione, nell’accezione utilizzata, definisca le

condizioni strutturali all’interno delle quali si forma la “visione del mondo”.

Difficile, perciò, individuare come nasca e si sviluppi il loro rapporto di causazione, il quale ha natura

palesemente circolare e si manifesta come un processo dinamico di continuo e reciproco adattamento.

8 Il concetto di feedback, ormai entrato nell’uso corrente del linguaggio, appartiene originariamente alla

cibernetica, disciplina che studia i metodi di controllo o autocontrollo di macchine e organismi.

Si veda, a questo proposito, di Norbert Wiener, uno dei suoi padri fondatori nei primi anni ’40 negli Stati

Uniti, La cibernetica, Il Saggiatore, 1968. Oggi i fondamenti della cibernetica confluiscono nella più

generale teoria dell’informazione e dei sistemi.

9 Questo è un aspetto di grande rilievo metodologico per l’analisi economica moderna che, a partire dalla

seconda metà dell’’800, con l’affermarsi dell’approccio marginalistico al comportamento economico, ha

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In quest’accezione, perciò, il modo di produzione delle merci non costituisce

l’espressione del semplice utilizzo collettivo di una tecnologia produttiva data, come

10

esito di un’evoluzione culturale precedente , bensì individua una forma complessa di

organizzazione sociale, connotata da specifiche relazioni dinamiche fra i soggetti

11

economici che la compongono.

Non a caso la storia delle collettività umane mostra come i modi sociali di produzione

siano sottoposti alla pressione di un continuo cambiamento, una sorta di perenne,

alterno e fortemente diversificato processo evolutivo. Non stupirà, quindi, che

l’estensione, la velocità e la direzione di tali cambiamenti possano assumere

12

connotazioni diverse per tempo e luogo.

quasi sempre utilizzato schemi di equilibrio parziale, evitando di proporre modelli interpretativi più

complessi, anche se meno formalizzabili e meno “eleganti” nella presentazione.

Così, spesso, l’economia politica, nel tentativo di acquisire uno statuto “scientifico”, di essere, cioè, scienza

“esatta”, si é avvalsa dei canoni metodologici proposti dalla fisica (nella versione della meccanica

newtoniana), piuttosto che rifarsi, ad esempio, ai più complessi modelli organicistici della biologia.

Secondo alcuni studiosi ne è derivata una forte limitazione rispetto alla capacità di comprensione sistemica

della realtà economica e sociale, soprattutto nel suo concreto divenire storico.

Su questo vedi Fritjof Capra, Il punto di svolta, Feltrinelli, 1982, in particolare il capitolo intitolato “Il punto

morto dell’economia”. Più in generale, per una nuova visione della natura e della scienza, del medesimo

autore, La rete della vita, Rizzoli, 1997 e La scienza della vita, Rizzoli, 2002.

Di recente, Jeremy Rifkin è ritornato sulla questione dell’approccio sistemico allo studio del rapporto fra

tecnologia ed economia nel suo Il sogno europeo, Mondadori, 2004, in particolare nel capitolo “Un secondo

Illuminismo”.

10 La tecnologia indica l’insieme delle tecniche di produzione, ingegneristicamente efficienti ( quelle che non

comportano sprechi in senso fisico), conosciute e accessibili alla totalità dei soggetti economici.

In particolare, una tecnica di produzione corrisponde a una specifica proporzione tra fattori produttivi (ad

esempio, fra capitale e lavoro), così che è possibile immaginare una molteplicità di tecniche produttive, fra

loro alternative, connotate da un diverso grado di intensità nell’utilizzo dei fattori produttivi. Ciò implica che

esista un qualche grado di sostituibilità tra i fattori produttivi stessi; quindi, in generale, una condizione di

“non necessità”.

Ora, dato il quadro tecnologico, la scelta della tecnica economicamente efficiente - quella più conveniente in

senso economico, oltre che efficiente in senso ingegneristico - dipenderà dalla scarsità relativa dei fattori

produttivi, il che, in mercati perfettamente funzionanti, si rifletterà nella struttura dei loro prezzi (ovvero, nei

prezzi relativi ,i loro rapporti di scambio).

11 Come diverrà chiaro più avanti, a mano a mano che il sistema economico si sviluppa e si accresce il livello

di reddito pro capite, i ruoli economici, da schematici ed elementari quali si manifestano inizialmente,

divengono via via più complessi e molteplici.

Ne derivano non solo difficoltà analitiche crescenti ma comportamenti individuali sempre più

“contraddittori” e sfumati nei loro confini. In tale situazione ogni tentativo di “riduzionismo” concettuale

appare destinato al fallimento. Per venire ai tempi nostri, ciò sarà evidente soprattutto nel passaggio da

un’organizzazione tradizionale della società a una nella quale prevalgono modelli comportamentali più

dinamici e “fluidi”, tipici nella modernità industriale e nella post-modernità.

12 J. M. Keynes, nella sua celeberrima “lettura”del 1930, Possibilità economiche dei nostri nipoti - di recente

ripubblicata da Adelphi, 2009, con un intervento “integrativo” di Guido Rossi - nota, quasi con stupore,

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Talora, accadrà che i mutamenti siano lenti e continui, estendendosi sull’arco di secoli,

con un ritmo di modificazione quasi impercettibile all’occhio di chi guarda, oggi.

In tal caso, il ritmo evolutivo nel modo di produzione potrà essere facilmente assorbito

nella vita e nelle istituzioni delle singole collettività le quali, al netto di eventi esterni

“catastrofici” (guerre, pestilenze, carestie), potranno mantenere una propria linea di

continuità storica e conservare (pressocché) immutate la propria organizzazione

economica, la propria identità sociale e il relativo quadro normativo e istituzionale.

Talora, invece, i cambiamenti nel modo di produzione potranno manifestarsi in maniera

assai rapida ed estesa, con violente accelerazioni (o autentici shock) in grado di

incidere, in tempi brevi, sull’intero assetto della vita collettiva, modificando

radicalmente le potenzialità produttive del sistema, i suoi vincoli economici nonché le

13

dinamiche sociali e politiche complessive.

E’ comprensibile, quindi, che l’economia politica - una disciplina che studia il

comportamento dell’uomo (sociale, interdipendente) allorché decide l’uso di risorse

14

scarse impiegabili a fini alternativi ( ma solo ex ante, fungibili a tali molteplici scopi )

come l’avvento della modernità economica abbia richiesto un’incubazione più che millenaria, segno di una

grande lentezza del “progresso economico”. E, come invece, in particolare dal Settecento in avanti,

l’umanità, con l’avvento dell’industrializzazione, abbia assistito a un cambiamento “inarrestabile e brutale”

di proporzioni mai provate prima, tradottosi in un imprevedibile e massiccio aumento della popolazione

mondiale oltre che in un mutamento del tenore di vita e dei comportamenti della stessa.

13 E’ centrale, in questo caso, il riferimento all’utilizzo delle fonti energetiche necessarie per la sopravvivenza

della società. Se la riduzione o l’esaurimento di tali fonti avviene in un ambito limitato (e ammette, quindi,

possibilità di sostituzione relativamente facili) non è detto che ne derivi un cambiamento profondo

dell’assetto sociale ma solo la ricerca di nuove fonti di energia con caratteristiche simili alle precedenti.

E’ interessante, a questo proposito, il caso citato dal famoso antropologo Claude Levi Strauss nel suo Tristi

tropici, Il Saggiatore, 1960, ove racconta l’esperienza dei Bororo, una tribù di nativi della foresta equatoriale

(siamo in Brasile, negli anni Trenta).

In caso di “esaurimento energetico” dei territori occupati, tale popolazione ricorreva alla “replica” dei propri

villaggi in parti contigue del territorio, non ancora sfruttate.

Il tutto avveniva mantenendo invariate sia la disposizione delle strutture fisiche che la dimensione spaziale

dell’abitato. Perciò, l’identità sociale e la forma organizzativa della “produzione” potevano permanere,

nonostante la modificazione significativa delle condizioni di accesso alle “fonti energetiche” (il territorio e la

sua dotazione di risorse naturali), essenziali per la sopravvivenza del gruppo.

Si tratta, ovviamente, di un caso limite, realizzabile solo per l’esiguità della popolazione coinvolta, per il

modesto effetto di impatto ambientale e per la staticità delle tecniche “produttive” utilizzate, in un quadro

sociale del tutto tradizionale e “ripetitivo”.

Più in generale sui complessi motivi della sopravvivenza, del declino o della morte di singole collettività,

vedi Jared Diamond, Collasso. Come le società scelgono di vivere o morire, Einaudi, 2005.

14 Si può ritenere che i processi di scelta implichino una buona dose di irreversibilità. Perciò, se prima della

decisione il campo delle opzioni è aperto, immediatamente dopo, lo spazio decisionale si riduce di molto e si

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- sia interessata ad approfondire le caratteristiche dei principali mdp susseguitisi, o

15

anche parzialmente compresenti, nelle varie fasi dell’evoluzione culturale umana.

Infatti, la conoscenza, anche sommaria e necessariamente schematica, di tali mdp non

potrà che agevolare la comprensione della natura specifica dei problemi economici che,

di tempo in tempo, ciascuna società ha affrontato e dovrà affrontare per sopravvivere (e

per riprodursi).

Diverrà, così, più facile capire il significato delle decisioni collettive che verranno

assunte al riguardo, cioè le particolari soluzioni date ai problemi economici, così come

16

essi sono percepiti.

Senza entrare nel dettaglio, qui, interessa cogliere l’essenza di alcune scelte, in

particolare quelle che:

1. definiscono il mix di produzione (l’insieme dei prodotti/ servizi);

2. identificano le specifiche tecniche produttive utilizzate;

assiste a un irrigidimento del processo adattivo. D’altronde, in condizioni dinamiche di tipo competitivo, la

possibilità di tenere aperte le opzioni (il che corrisponde al tempo della non decisione) è limitata e presenta

un costo fortemente crescente.

15 Di fatto, qui, si effettua una selezione drastica dei modelli storici dello sviluppo umano, facendo

riferimento, quasi esclusivamente, alla storia della civiltà occidentale nel cui ambito il ruolo del mercato (e,

nei secoli recenti, della forma di organizzazione capitalistica genericamente intesa) risulta fondamentale.

Per quanto riguarda, poi, più in generale, il fatto che le risorse economiche, scarse per definizione, siano

suscettibili di essere impiegate in modi alternativi, occorre notare che una volta effettuate le scelte di

impiego, le inerzie sistemiche sono molto elevate.

In altri termini, le decisioni economiche successive (sequenziali) sono fortemente condizionate da quelle

precedenti (path dependent), il che restringe i gradi di libertà effettivi dei soggetti economici.

Così, ad esempio, nel breve periodo, l’assetto produttivo di un’impresa o di una collettività ha un grado di

“plasticità” assai modesto. In un arco temporale limitato, infatti, le decisioni economiche riguardano solo il

grado di utilizzo, più o meno intenso, della capacità produttiva; non già la modificazione della sua struttura

interna che può avvenire solo in tempi lunghi e con elevati costi di adattamento, sia per ciò che concerne il

capitale fisico (gli impianti produttivi) che per il cd. “capitale umano”, le persone con la loro specifica

formazione (professionale).

Sul fronte dei comportamenti sociali sono soprattutto le dinamiche demografiche a presentare le maggiori

difficoltà a uscire dai trend secolari, una volta definiti.

In qualche misura, l’inerzia connessa alle scelte storiche coinvolge anche il quadro istituzionale, così che,

anche in questo campo, gli elementi di continuità tendono, di fatto, a prevalere. Si pensi alla palese difficoltà

(politica, sociale) di realizzare riforme - cioè rimodellamenti sostanziali - che modifichino gli schemi di

comportamenti, individuali e collettivi, precedentemente definiti, quali essi siano.

16 In particolare, nelle società moderne a impianto democratico-parlamentare, laddove il consenso sociale é

essenziale per assumere decisioni politiche in campo economico, la conoscenza collettiva dei problemi, e

delle relative soluzioni, influenza non poco le scelte di fondo. Sotto questo profilo, l’utilizzo di strumenti di

analisi economica agevola l’individuazione e l’esplicitazione di vantaggi e costi di ogni singola scelta

politica, sgombrando il campo da aspettative illusorie e inducendo (almeno, potendo indurre) comportamenti

economici più “razionali” e di fatto meno conflittuali.

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3. connotano la distribuzione del prodotto sociale, di per sé un aspetto economico

17 18

potenzialmente conflittuale .

17 Nella fase storica attuale i tre principali terreni di conflitto distributivo in campo economico sembrano

quelli fra:

a) capitale e lavoro per la determinazione delle rispettive quote di salari e profitti sul prodotto

complessivo.Tale conflitto è stato talmente centrale nella storia dell’economia capitalistica da modellare su

di sé gran parte della dialettica politica e delle istituzioni collettive che i sistemi economici moderni si sono

dati. Oggi, con il processo di globalizzazione e il mutamento delle condizioni produttive, esso appare in

declino, un declino forse non ancora interamente percepito dalle collettività e dalle istituzioni politiche;

b) territori o regioni, all’interno di uno stesso Paese e, soprattutto, fra Paesi o grandi aree geo-economiche a

livello internazionale. Anch’esso ha assunto forme rituali, consolidando nel tempo recente modi e luoghi di

mediazione, in particolare con riferimento al controllo delle importazioni, dei cambi valutari, dei flussi

finanziari a breve, dei movimenti migratori, dell’ambiente e così via;

c) generazioni di popolazione all’interno di un medesimo Paese. Quest’ultimo ambito di conflitto è il più

nuovo fra i tre citati e contrappone gli interessi economici di classi d’età diverse della popolazione o,

addirittura, se si vuole, quelli fra i nati (presenti,votanti) e i “non nati”.

L’intera questione della “sostenibilità” dello sviluppo economico si può fare rientrare in questa terza

fattispecie ove lo scambio fra interessi economici ha natura prettamente “intertemporale”.

E’ da notare come ancora non esistano modi consolidati, e socialmente accettati, per dirimere quest’ultima

forma di conflitto. Manca, in particolare, l’esperienza politica su un tema, sino a pochi decenni fa, del tutto

impensabile e legato alle dinamiche demografiche di recente manifestatesi nei Paesi economicamente

avanzati (ma anche in Cina, ad esempio) ove un drastico rallentamento della natalità e un “abbattimento” dei

tassi di fecondità della popolazione femminile hanno determinato profondi mutamenti nella struttura per età

e sesso della popolazione, talvolta impedendo il ricambio generazionale interno alla collettività considerata.

Per una panoramica generale della questione demografica e dei suoi riflessi socioeconomici vedi A. Golini,

La popolazione del pianeta, Il Mulino e anche il recentissimo Nicola Sartor, Invecchiamento, immigrazione,

economia. Quali politiche pubbliche?, Il Mulino, 2010 .

18 Anche se in questa sede non approfondiremo la questione delle modalità con le quali vengono effettuate le

scelte, ricordiamo che i modi sono essenzialmente due: quello centralizzato, secondo una concezione

gerarchica, oppure quello diffuso.

In questo secondo caso, l’esistenza di mercati efficienti e flessibili - il che richiede, comunque, una cornice

istituzionale adeguata - consentirà di effettuare un numero elevatissimo di scelte decentrate di tipo

individuale da parte dei consumatori e delle imprese di produzione, capaci di produrre effetti di natura

collettiva. Non a caso, con riferimento alle economie di mercato, si parla spesso dell’esistenza di una

“sovranità del consumatore”, assimilando le scelte di acquisto a una sorta di “voto” economico.

E’ possibile, tuttavia, che vi siano casi di “fallimento del mercato” che, astrattamente, solo il ruolo correttivo

di un soggetto “terzo” - lo Stato, l’ente pubblico in genere - potrebbero tentare di eliminare. Tali fattispecie si

manifesteranno ogni qual volta le scelte economiche individuali, siano esse di produzione o di consumo, non

riescano a tener conto di eventuali effetti esterni, positivi o negativi, in grado di generare economie o dis-

economie esterne nel sistema economico.

Ove ciò si verifichi, i prezzi di mercato potrebbero non riflettere adeguatamente la scarsità delle risorse

implicate e, quindi, indurre scelte economiche inefficienti: ad esempio, una produzione superiore (o inferiore)

a quella che verrebbe effettuata a prezzi in grado di registrare tali effetti.

Esempi tipici di ciò sono taluni comportamenti economici di produzione e consumo che implicano

“inquinamento” dell’ambiente, oppure congestione del traffico. Essi richiedono, perciò, interventi correttivi

sui costi di produzione e sui prezzi dei prodotti attraverso diversi strumenti: la fiscalità (al fine di modificare

le convenienze sociali nelle scelte economiche) e/o l’emanazione di norme esplicitamente repressive o

limitative di attività lesive d’interessi altrui.

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E’ probabile che, al di là di motivazioni più specifiche e dettagliate, l’obiettivo ultimo

di tali scelte - spesso, effettuate in modo istintivo - sia di garantire la stabilità del

sistema economico, la sua sopravvivenza nel tempo, la sua riproduzione più o meno

19

allargata.

In questa chiave interpretativa, taluni problemi economici assumeranno il carattere di

una costante storica e dovranno, quindi, essere affrontati sempre, comunque e

dovunque, quale che sia la forma nella quale si presentano e il modo attraverso il quale

si giunge alle scelte economiche.

Ciò che potrà variare sarà la specifica risposta data ai problemi. Essa dipenderà, come

vedremo meglio più avanti, dalle condizioni ambientali in senso lato e dal grado di

evoluzione sociale e culturale che connota il sistema economico considerato: in breve,

dal suo modo di produzione prevalente.

E’ tempo, perciò, di rivolgere un’attenzione specifica al’uso di questo concetto

20

fondamentale.

La tipologia dei modi di produzione

3.

Chiuso il preambolo metodologico, prendiamo in considerazione quattro diversi modi di

produzione i quali, di fatto, coincidono con possibili stadi dello sviluppo economico,

21

tecnologico e sociale di comunità umane organizzate.

Nel dettaglio, essi sono quattro: il modo di produzione agricolo, artigianale,

industriale manifatturiero e post-industriale.

Sull’argomento si veda un qualsiasi manuale di economia politica di livello intermedio. A titolo

esemplificativo, Marc Lieberman - Robert Hall, Principi di microeconomia, Apogeo, 2003, Cap. 10

19 Occorre, qui, almeno accennare ai diversi modi con i quali può formarsi la decisione sull’utilizzo delle

risorse economiche e non nascondere la possibile (assai probabile) esistenza di asimmetrie di potere e di

informazione fra i soggetti che compongono la società. Così, in molti casi, l’obiettivo collettivo (di

sopravvivenza, di riproduzione,ecc.) può, di fatto, coincidere con quello di un gruppo sociale o di una classe

che si trovino in posizione dominante.

20 Va tenuto presente, qui, ciò che dimostra Thomas S. Kuhn nel suo lavoro, La struttura delle rivoluzioni

scientifiche, Einaudi, 1969, cioè, che la definizione dei “problemi”, e ancor più le loro “soluzioni”,

dipendono dal paradigma scientifico che si utilizza. In sostanza, dipende dalla visione che si ha del

complesso rapporto fra i modelli di rappresentazione scientifica e la realtà sociale.

21 Il concetto di “stadio” di sviluppo deve essere usato con grande prudenza. Ce lo ricorda, fra gli altri,

Manuel De Landa, in Mille anni di storia non lineare. Rocce, germi e parole, InstarLibri, 2003, insistendo

sui rischi di “linearizzare” la storia e di immaginare un susseguirsi di “stadi”, laddove invece questi

coesistono e interagiscono reciprocamente e dinamicamente fra loro.

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Come anticipato, la pur schematica ricostruzione di alcune modalità produttive e

organizzative delle singole “fasi storiche”, attraversate dalla società umana, ci

consentirà di distinguere fra elementi di scelta collettiva che appaiono invarianti - le

costanti, sottese al problema economico della sopravvivenza - ed altri che, invece, non

lo sono. Così, le specifiche risposte date ai problemi di fondo potranno articolarsi e

diversificarsi fra loro in funzione della diversità spazio-temporale degli assetti

produttivi, sociali e politici presi in considerazione.

Ora, se da un lato, le scelte economiche appaiono accomunate universalmente

dall’ispirarsi a un qualche criterio di razionalità o ragionevolezza, in funzione della

scarsità percepita delle risorse economiche, notiamo anche una grande variabilità delle

forme sociali e delle specifiche modalità organizzative che, di volta in volta, sono (sono

22

state, saranno) utilizzate nell’affrontare tali scelte.

Ciò significa che, in ogni “stadio” dello sviluppo economico e all’interno di ogni

particolare modo di produzione, è possibile immaginare la presenza di modelli di

regolazione sociale e di rappresentanza politica degli interessi individuali e di gruppo

assai diversi tra loro, il che implica la sostanziale assenza di ogni condizione di tipo

23

deterministico, o di necessità storica, in senso stretto.

Di fatto, noteremo che ogni cambiamento nei mdp tende ad allentare e, comunque, a

modificare la natura dei vincoli economici percepiti, con ciò influendo in misura

sensibile sulla scelta dei modelli di organizzazione sociale.

22 L’utilizzo del termine “razionalità” evoca sempre difficoltà concettuali. Nel suo Al di là del principio di

piacere (1920), Boringhieri, 1975, Sigmund Freud ritiene che l’uomo persegua sì il principio economico del

piacere ma sia spinto (o attratto) anche da una pulsione di morte, una volontà autodistruttiva, spesso presente

nella mente inconscia.

A livello più generale di analisi, Freud ritorna sul medesimo tema ne Il disagio della civiltà (1929), Bollati

Boringhieri, 2001, pp. 199 e segg., una questione, quella del disagio sociale, sulla quale meritano di essere

lette le riflessioni, sempre attuali, dell’etologo Konrad Lorenz, ne Gli otto peccati capitali della civiltà,

Adelphi, 1974.

23 Proprio di recente, ad esempio, lo straordinario processo di sviluppo economico della Cina i cui tassi di

crescita del Prodotto Interno Lordo particolarmente elevati (sino al 2008 intorno al 10%, e dunque ben

superiori a quelli dei principali Paesi industrializzati, solo di recente un po’ attenuati) stanno modificando i

precedenti assetti di potere economico e finanziario a livello internazionale, ripropone l’interrogativo cui si

accenna nel testo: se, come e per quanto tempo sia possibile coniugare forme di libertà economica di tipo

capitalistico con modelli politici autoritari e repressivi sul fronte delle libertà personali (diritti umani).

L’esperienza cinese attuale, pur con qualche variante e con le dovute cautele, sembra in grado di diffondersi

ad altri Paesi (India, Indonesia) e divenire quindi un “modello” economico-politico estendibile a realtà in via

di prima e rapida industrializzazione nell’attuale contesto globale.

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Così, pur senza generalizzare, sembra di intuire l’esistenza di una tendenza storica che

va da modelli organizzativi semplici verso altri sempre più complessi, articolati e

multiformi.

Un tale trend appare coerente con il progressivo riconoscimento dell’emergere di

“bisogni” individuali e collettivi non solo crescenti ma sempre più differenziati e spesso

24

fortemente mutevoli.

Non stupirà, quindi, di osservare che negli ultimi secoli e, in particolare, negli ultimi

decenni della storia umana, sia cresciuta ovunque l’importanza di quella forma di

organizzazione sociale che si manifesta attraverso la libertà di iniziativa economica dei

singoli e trova la sua forma di coordinamento, essenzialmente, attraverso il meccanismo

di mercato: in molte realtà sociali, il principale, se non l’unico, strumento di

coordinamento delle scelte economiche individuali.

E’ da notare che, diversamente da forme di organizzazione sociale fondate sull’ipotesi

di programmazione o di piano, il mercato opera ex post sui comportamenti dei singoli,

siano essi produttori di merci o consumatori.

Ciascuno, in sostanza, è “libero” di decidere autonomamente l’uso delle risorse a

propria disposizione e sarà, poi, il meccanismo dei prezzi, come riflesso della legge

della domanda e dell’offerta, a coordinare (a rendere compatibili fra loro) le scelte dei

singoli operatori.

Una tale forma di coordinamento delle decisioni economiche implica, per ciò, la

presenza di soggetti dotati di un’ampia libertà d’azione la quale, a sua volta, é

storicamente collegata all’esistenza di mercati efficienti, flessibili e diffusi nel sistema

25

economico.

24 Un approccio critico (e fortemente polemico) alla natura evolutiva dei “bisogni” nelle società moderne si

trova in Ivan Illich, Per una storia dei bisogni, Mondadori, 1981. Il sociologo ritiene che lo sviluppo

industriale capitalistico abbia “indotto” una serie di bisogni connotati da scarsa attinenza con quelli

“naturali”. A seguito di ciò, le stesse misurazioni della ricchezza (e della povertà) ne verrebbero

compromesse, essendo fondate su immagini “false”. L’induzione storica del bisogno, nei servizi più che nei

beni materiali, verrebbe, poi, soddisfatta nelle economie “avanzate” da una nuova e sempre più potente èlite

di professionisti, proprio quella stessa che ha concorso culturalmente a generare il “bisogno”.

25 Sul tema della libertà, si veda il fondamentale saggio di Isaiah Berlin, Due concetti di libertà (1958),

Feltrinelli, 2000. L’A. distingue fra il concetto di libertà positiva (libertà di fare o di essere) da quello di

libertà negativa (libertà da qualcosa o da qualcuno); palesemente, quella economica è una libertà positiva.

Vedi anche Zygmunt Bauman, La libertà, Città Aperta Ed., 2002.

Sul tema dell’efficienza dei mercati vedi Giuseppe Bertola, Il mercato. Vantaggi, imperfezioni, alternative, Il

Mulino, 2006 mentre sulla questione delle forme di regolamentazione delle imprese e dei mercati vedi i

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Va rilevato che, in coerenza con l’espansione storica del ruolo del mercato, nelle società

moderne si registra una sempre minore importanza delle strutture gerarchiche e,

almeno a livello macroeconomico, un ricorso sempre meno frequente a modelli di

pianificazione e di controllo collettivo, tanto nella sfera della produzione che della

26

distribuzione del reddito.

Si noti che questi tentativi di generalizzazione soffrono di continue eccezioni: ad

esempio, e tanto per smentire quanto appena detto, le recentissime vicende economiche

mondiali (anni 2007-2009) hanno segnalato una rapida svolta (forte intervento dello

Stato nell’economia, salvataggi bancari, ecc.) in questo trend di politica economica e di

scelte istituzionali.

Sempre in linea di tendenza ma con andamenti altalenanti, è possibile notare anche una

contestuale crescita delle forme di regolazione pubblica delle attività economiche,

specificamente intese a garantire una relativa stabilità sociale ai rapporti di produzione

e di scambio, una condizione quest’ultima che, a parere di molti, rischierebbe di

27

mancare in assenza di un tale intervento istituzionale.

recenti contributi di Guido Rossi, Il conflitto epidemico, Adelphi 2003; Capitalismo opaco, Laterza 2005; Il

gioco delle regole, Adelphi 2006.

26 Questo tipo di evoluzione culturale, che ha manifestazioni in ambito tecnologico e sociale, diverrà sempre

più evidente nella fase di passaggio dalla prima modernità economica (allorquando si realizza lo sviluppo e il

consolidamento del mdp industriale manifatturiero) alla post-modernità, collocabile negli ultimi decenni del

Novecento e tuttora in atto.

La transizione dalla tecnologia meccanica a quella informatica o, meglio, l’integrazione fra le due, ha effetti

di grande rilievo sull’organizzazione del lavoro e sull’insieme dei nuovi “prodotti-servizi” che se ne possono

ottenere.

In particolare, si nota che il prodotto fisico (ad esempio, l’hardware, in campo informatico) perde

progressivamente di rilievo (e, perciò, ne diminuiscono sia costi che prezzi) a favore del servizio (il software)

che sempre più accompagna la vendita del bene e ne accresce la complessità tecnologica, estendendone le

funzioni e aumentandone il valore aggiunto.

27 Nel tempo la crescita del reddito pro capite, e l’accumulazione di ricchezza materiale e finanziaria che ne

deriva, vanno di pari passo con la richiesta collettiva di stabilizzazione dell’economia, in un quadro di

garanzie pubbliche rivolte al mantenimento dei livelli di consumo, oltre che di ricchezza patrimoniale e

status sociale e lavorativo per gruppi o categorie. Non a caso, la legislazione e la giurisprudenza moderne nel

campo del lavoro (un fattore produttivo considerato ancora economicamente debole e, come tale, meritevole

di protezione collettiva) si ispirano a questo bisogno.

Di fatto, ciò spiega come, dopo la crisi del 1929 negli USA e ancor più dopo la seconda guerra mondiale, sia

stata possibile una lunga fase storica nella quale le normative di controllo statale sono divenute sempre più

specifiche, accompagnandosi, sul piano macroeconomico, a un aumento del prelievo fiscale e della

corrispettiva spesa pubblica (spesso eccedente il vincolo di bilancio).

In generale, e soprattutto nell’Europa continentale, si è assistito a una crescita del ruolo dello Stato nella

regolazione delle attività economiche. Ne è derivata una sensibile modificazione dell’organizzazione

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Nonostante su ciò l’accordo non sia generale, entro determinati limiti, tali forme di

regolazione non appaiono necessariamente alternative o antagoniste rispetto alle

soluzioni raggiunte attraverso il “libero”gioco del mercato. Più spesso, invece, esse

possono considerarsi complementari e di supporto all’esercizio della libertà di iniziativa

dei soggetti economici. Ciò dipende dal fatto che, in un contesto storico caratterizzato

da una crescente complessità tecnologica, da un’articolazione sociale sempre più elevata

e da un processo spinto di internazionalizzazione delle economie, è possibile (anzi,

probabile) che si creino situazioni concrete assai difformi dai modelli ideali della

concorrenza perfetta sui quali si basa il convincimento della sostanziale “inutilità” di un

28

controllo pubblico sulle scelte private.

4. Il modo di produzione agricolo: un’economia senza crescita

Fatte queste premesse di carattere generale alle quali, di volta in volta, ritorneremo per

trarne spunti e proporne approfondimenti, analizziamo le caratteristiche e il significato

economico del primo modo di produzione, quello che chiameremo agricolo.

Si tratta, come si vedrà, di un modello stilizzato di funzionamento di un’economia e, in

quanto tale, privo della pretesa di rappresentare una qualche realtà effettiva di tipo

storico.

economica complessiva talché spesso, oggi, con riferimento alle società moderne, si parla di “economia

mista”, quasi a prendere atto di un parziale superamento dell’assetto capitalistico, inteso in senso stretto.

La recente crisi economico-finanziaria mondiale, iniziata negli USA nel 2007 e successivamente aggravatasi

con estensione a livello globale, ha indotto numerosi Paesi ad accentuare l’intervento pubblico in settori (ad

esempio, quello bancario e assicurativo) prima regolamentati in modo meno pesantemente “statalista”.

28 In generale, la rete normativa nella quale si inserisce lo svolgimento dell’attività economica tende a

dilatarsi a mano a mano che il sistema economico si sviluppa e si articola. Ora, dal momento che i mutamenti

strutturali che caratterizzano il percorso evolutivo delle economie vanno dal semplice al complesso, lo sforzo

di controllo esercitato a livello statuale (si pensi agli interventi di stabilizzazione macroeconomica o al

tentativo di fornire garanzie settoriali e individuali) implica di per sé un’espansione normativa. Il rischio

connesso a ciò è l’eccessiva analiticità e frammentarietà delle disposizioni normative.

Una ragione, non ultima, deriva dal fatto che i “livelli” di governo (e, quindi, di contrattazione) tendono a

moltiplicarsi sia per la crescente articolazione territoriale e settoriale interna ai Paesi sia per l’apertura

commerciale e politica dei sistemi economici nazionali (e relativi processi di integrazione): il che, di per sé,

impone la nascita e la diffusione di istituzioni sopranazionali dotate di potere regolamentare (semi)

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Il “modello” ci serve, quindi, solo come uno schema, come una traccia concettuale

relativa al funzionamento ideal-tipico di un sistema economico, colto a un particolare

stadio di sviluppo tecnologico e organizzativo.

In questo senso il modo di produzione agricolo (o economia agricola, per semplicità),

costituisce una modalità produttiva e una condizione economica generale nelle quali

l’elemento caratterizzante (rispetto all’oggi dei Paesi economicamente sviluppati) è il

basso livello di produttività del lavoro umano.

Data questa caratteristica strutturale, la società impegnerà quasi interamente le proprie

risorse economiche nella produzione di beni di prima necessità, identificati con gli

specifici prodotti dell’agricoltura e con quelli da essa immediatamente derivati (cibo,

vestiario e poco altro), non esclusi quelli strettamente funzionali alla sua operatività (ad

esempio, i beni strumentali semplici).

In un simile contesto, è ragionevole attendersi che gli scambi di mercato siano molto

scarsi, data la limitatezza della specializzazione produttiva. E,comunque, se mercato vi

é, esso avrà caratteristiche prevalentemente locali con scambi che avvengono in una

dimensione territoriale molto ristretta, se non addirittura isolata.

Ciò equivale a identificare un’economia connotata sia da una modesta articolazione

produttiva - pochi elementari prodotti, scarsa differenziazione - che da una relativa

chiusura agli scambi con l’esterno.

In particolare, la chiusura dell’economia, oltre che dalla modesta specializzazione

produttiva, deriverà dalla limitatezza dei mezzi di trasporto, lenti e costosi, e

dall’insicurezza dominante al di fuori di un ambito territoriale molto ristretto, quello sul

29

quale si può esercitare un diretto controllo politico e militare.

Così, la mancanza di un’adeguata rete infrastrutturale di comunicazione (via terra)

tenderà a impedire commerci e scambi rilevanti con altri territori, scoraggiando, ancor

più, la specializzazione produttiva e precludendo, di fatto, qualsiasi significativo

29 Si vede qui l’effetto di retroazione fra contesto economico e quadro istituzionale. Se il controllo politico e

militare sul territorio è limitato, altrettanto limitata sarà l’espansione dell’economia nella quale,di fatto, è

impedita la specializzazione produttiva e con essa lo scambio economico.

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elemento d’innovazione tecnico-organizzativa (e culturale) che inevitabilmente ne

30

conseguirebbe.

In tale contesto, ove, per altro, la residenzialità - la stanzialità sul territorio - della

popolazione costituisce un fattore di notevole stabilità delle relazioni sociali,

s’immagina che le tecniche di produzione, di per sé elementari, siano di tipo

tradizionale e sottoposte a un debolissimo processo evolutivo.

Per ciò, anche l’ambiente sociale, poco articolato e quasi immobile, sarà destinato a

31

riprodursi pressocché immutato nel tempo.

E’ facile intuire come, in tale contesto, manchino le condizioni necessarie alla creazione

32

di rilevanti innovazioni (assenza di progresso tecnico) che diano luogo a un

significativo surplus economico, inteso come quel sovrappiù di produzione annuale che

30 Si vedrà più avanti l’importanza determinante assunta dalle comunicazioni fra collettività

nell’accelerazione dei processi di integrazione economica. Per una visione allargata del rapporto fra

l’addensamento territoriale delle comunità umane e le reti di comunicazione vedi (a cura di) B.Cori e

R.Gasperoni, Introduzione alla geografia economica, Franco Angeli, 1997 e Philippe e Geneviève

Pinchemel, Lo spazio antropico. Fondamenti di geografia umana, Franco Angeli, 1996.

31 In realtà, ragionando su un arco di tempo più lungo di quello qui considerato e facendo riferimento

all’intera storia umana, l’avvento del modo di produzione agricolo costituisce un autentico salto di qualità,

un’innovazione evolutiva di grandissimo rilievo dalla quale sono derivati straordinari esiti in termini di

organizzazione della vita associata: primo fra tutti, l’imprevedibile aumento della popolazione umana

complessiva.

Ce lo ricorda,fra gli altri, il grande filosofo del diritto Carl Schmitt nel suo Il nomos della terra (1974),

Adelphi, 1991 allorché sottolinea la stretta connessione fra il concetto di “terra” come territorio elettivo

dell’uomo e la nascita del diritto che ne regolamenta l’utilizzo.

32 Per gli economisti il progresso tecnico può manifestarsi sotto varie forme: come un mutamento (un

miglioramento) delle tecniche di produzione di un bene identificato (innovazione di processo), come

introduzione di un bene nuovo (innovazione di prodotto) oppure, ancora, come scoperta e apertura di nuovi

mercati di sbocco

.

Di per sé, e la cosa non deve sorprendere, ogni innovazione contiene sia un aspetto distruttivo (di uno

schema comportamentale precedente) che uno creativo, modificativo delle precedenti routine (Joseph

Schumpeter).

Ai diversi livelli di approfondimento dell’analisi economica, il progresso tecnico può essere visto tanto come

un fenomeno esogeno (proveniente dall’esterno, non controllato né controllabile, ma capace di produrre

effetti dinamici sul sistema produttivo) quanto come un fenomeno endogeno, indotto e, almeno in parte,

controllato e incentivato attraverso l’impiego di risorse economiche ad esso finalizzate (per esempio,

attraverso la ricerca di base, lo sviluppo di nuove tecnologie o di nuovi prodotti, ecc.).

In quest’ultimo caso, i soggetti interessati ad attivare il p.t. possono essere sia privati (le imprese, le

associazioni) che pubblici (lo Stato).

In entrambi i casi, si pone un problema di appropriabilità giuridica (brevetti, marchi, ecc.) dei risultati

economici del progresso tecnico e, più in generale, di ogni tipo di innovazione o scoperta scientifica.

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solo consentirebbe di avviare un processo di accumulazione di capitale e, quindi, di

33

generare sviluppo economico nel senso moderno del termine.

Definiremo, infatti, lo sviluppo economico - inesistente nel modello di economia

“agricola” - come quel processo di cambiamento sociale esteso, pervasivo e duraturo

nel quale si realizzano tanto un’espansione produttiva continua - una crescita del

prodotto, rilevante e protratta nel tempo - quanto una modificazione strutturale

dell’economia che coinvolga, in varia misura, l’organizzazione settoriale e territoriale

della produzione, le tecniche produttive, il quadro demografico e quello socio-

34

istituzionale del sistema.

Così definito il concetto di sviluppo economico, il mdp agricolo s’identifica con

un’economia senza crescita, cioè con un sistema economico organizzato in forme di

mera sussistenza. Infatti, la bassissima produttività del lavoro umano implica che tutto il

33 Con il termine sviluppo economico si allude tanto a un processo di crescita del prodotto - una sorta di

“ingrandimento” quantitativo della produzione, a composizione interna invariata (growth) quanto a

un’evoluzione economica accompagnata da un cambiamento strutturale del sistema (development) ove la

crescita quantitativa del prodotto si accompagna a innovazioni tecnologiche, mutamento dei “pesi”dei settori

produttivi, variazione della dimensione e composizione demografica, e così via.

Di fatto, è quasi impossibile immaginare un aumento del prodotto pro capite, sostenuto e continuato nel

tempo, che avvenga a struttura produttiva immutata. Più ancora che la tecnologia e l’organizzazione della

produzione, è probabile (anzi, quasi certo che), a seguito dell’aumento del reddito pro capite, muti la

composizione della domanda, cioè della spesa effettuata dai soggetti economici.

Ciò è da mettere in relazione al rapido processo di saturazione relativa nel consumo di beni di prima

necessità (i prodotti alimentari, in primis) a mano a mano che il “tenore di vita” di una collettività si accresce

e si traduce in uno spostamento progressivo della spesa verso altri beni e servizi non primari, cioè, non

destinati alla soddisfazione di bisogni originari,di tipo elementare.

34 Storicamente, le prime fasi dello sviluppo economico, compresi gli iniziali processi di industrializzazione,

portano con sé un rilevante aumento della popolazione e ciò ha effetti di forte competizione ambientale

rispetto ad altre comunità umane, così come ad altre specie animali. Cresce, infatti, la tensione competitiva

per l’utilizzo della cd. “produttività primaria” della Terra, la massa complessiva delle piante prodotte in un

anno.

Notoriamente le piante sono in grado di utilizzare l’energia solare attraverso la fotosintesi e di accumulare

tale energia sotto forma di carboidrati, il principio sul quale si basa la “catena alimentare”.

Oggi, ad esempio, si stima che la popolazione mondiale umana (intorno ai 6.7 miliardi di individui, un valore

destinato ancora ad aumentare) consumi circa il 40% dell’intera “produttività primaria” della Terra il che,

inevitabilmente, comprime le possibilità di sopravvivenza delle altre specie animali.

Da anni i rapporti annuali delle Nazioni Unite sulla popolazione (“State of the World Population”) segnalano

le difficoltà di controllo dei comportamenti riproduttivi nei Paesi economicamente arretrati (in particolare,

nell’area sub-sahariana) da cui ci si attende possano derivare ulteriori squilibri demografici a livello globale.

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prodotto venga annualmente consumato, tranne quella parte che deve essere riutilizzata

(ad esempio, le sementi) per stabilizzare nel tempo il ciclo produttivo, per l’appunto di

durata annuale.

In sostanza, la parte di beni agricoli non consumati (cioè, risparmiati) verrà utilizzata

per (tentare di) riottenere l’anno successivo, a dimensioni sostanzialmente immutate, il

35

precedente volume di prodotto, e così via.

Di fatto, fermo il quadro tecnologico e in assenza di eventi esterni che possano alterare

significativamente la situazione strutturale, tanto le grandezze economiche (le risorse

impiegate nella produzione, il prodotto totale) quanto quelle demografiche (la

36

popolazione) tenderanno a ripetersi sostanzialmente invariate nel tempo , dando luogo

37

al cd. stato stazionario dell’economia.

Di fatto, su questo fronte, negli ultimi anni, sembra di assistere a un minore impegno, finanziario e

organizzativo, da parte delle economie sviluppate per modificare tale situazione.

35 Si parla di “tentare di ottenere”, di anno in anno, il medesimo volume di produzione poiché, in questa fase

storica, appare ancora modesto il controllo sull’esito dello sforzo produttivo.

I fattori esogeni hanno, qui, un peso rilevante tanto in senso positivo che negativo; nessuno è, quindi, in

grado di “garantire” il risultato produttivo e tanto meno la sua distribuzione collettiva.

Solo a stadi di sviluppo tecnologicamente superiori si riuscirà (sempre con fatica, per altro) ad accrescere la

probabilità di raggiungere gli obiettivi di produzione. Ciò avverrà solo con la modernità economica, dalla

fine del ‘700 in poi, e sempre, comunque, in ambiti territoriali molto limitati e all’interno di società

fortemente strutturate sul piano politico-istituzionale nelle quali, non a caso, crescerà il bisogno sociale di

stabilità economica.

36 S’immagina che, in questa situazione, la limitatezza delle risorse economiche contenga la spinta naturale

alla crescita della popolazione, un “potere di popolazione” che potrebbe annullare ogni miglioramento in

campo economico. Su questo si veda il classico lavoro di Thomas R. Malthus (1798), Saggio sul principio di

popolazione Einaudi, 1977 il quale riteneva che la popolazione fosse destinata a crescere a un ritmo ben

superiore a quello dei mezzi di sussistenza: la prima in progressione geometrica, i secondi solo in

progressione aritmetica. Di qui, una visione sociale di tipo “pessimistico”, ancor oggi associata spesso al

nome di Malthus. Ma per un inquadramento più complessivo della figura e dell’opera di questo discusso

autore, si veda J.-M. Poursin e G. Dupuy, Malthus, Laterza, 1974

37 Si noti che il concetto di “stato stazionario” può ritrovarsi in altri contesti teorici e con altro significato. Ad

esempio si parla di “stato stazionario” con riferimento ai sistemi viventi che, proprio perché vivi, non

possono mai raggiungere l’equilibrio (che, in tal caso, corrisponderebbe alla morte, il massimo di entropia).

Essendo sistemi aperti, essi si nutrono di energia disponibile, traendola dall’ambiente intorno a sé. Vedi

Jeremy Rifkin, Entropia. La fondamentale legge della natura da cui dipende la qualità della vita,

Mondadori, 1982.

Di “stato stazionario”parla anche l’antropologo Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi,

1977, in particolare con riferimento al sistema di “valori” culturali prevalenti negli anni precedenti al

seconda guerra mondiale nell’isola di Bali ove si realizzava una particolare forma di organizzazione sociale

nella quale tutti i componenti della collettività si sforzavano di evitare conflitti e attuavano scelte di

equilibrio. In tutto ciò erano coinvolte numerose dimensioni comportamentali (la musica,la gestualità) e non

solo quelle attinenti la sfera economica. Si veda, in particolare, nel testo citato di Bateson, il capitolo

intitolato: “Bali: il sistema di valori di uno stato stazionario”(1949) e, sempre con un approccio di tipo

antropologico, Margaret Mead, Paesi e popoli, Feltrinelli, 1962.

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Naturalmente, affinché possa perpetuarsi a struttura e dimensioni invarianti nel tempo,

il mdp agricolo implica l’esistenza di una cornice istituzionale caratterizzata da una

struttura sociale rigida, di tipo gerarchico, con forme di governo monarchiche od

38

oligarchiche di tipo tradizionale.

Per concludere, il mdp agricolo configura un’economia nella quale il gioco del mercato

ha ben poco spazio, dove la gamma delle merci disponibili è assai limitata (per la scarsa

differenziazione e specializzazione produttiva) e dove una quota rilevante del prodotto è,

di fatto, esclusa dal circuito (monetario) degli scambi di mercato.

Infatti, di frequente, la produzione famigliare assume la forma dell’autoconsumo diretto

oppure, nei casi in cui ciò non accade (o avviene solo parzialmente), si realizza un

trasferimento del prodotto da chi lo ha ottenuto ad altri (ad esempio, i proprietari

terrieri, i rentiers, coloro che godono di una rendita) secondo rapporti di subordinazione

giuridica che prescindono dal gioco di mercato, se non addirittura, lo escludono.

Come è intuibile, in un simile contesto ambientale, la divisione del lavoro e la

specializzazione produttiva sono assai contenute e, nell’economia come nella società,

tendono a prevalere fattori inerziali, di mera continuità.

Perciò, la “rottura” storica di preesistenti equilibri economici - sia in senso espansivo

che restrittivo - potrebbe dipendere più dal verificarsi di eventi di natura esogena

guerre, mutamenti climatici, ecc.) rispetto al “modello” di funzionamento dell’economia

39

che non da dinamiche interne all’organizzazione sociale.

5. ll modo di produzione artigianale

Nel definire le caratteristiche del mdp agricolo, si è lasciata in ombra una questione che

merita una specifica attenzione.

38 Queste affermazioni non devono impedire di rilevare l’aumento della complessità sociale: ad esempio, il

nuovo ruolo delle città e la spinta innovativa (e spesso distruttiva dei precedenti equilibri sociali ed

economici) che ne derivano. Si veda Edgard Morin, Il paradigma perduto, Feltrinelli, 1974, in particolare la

Parte Quinta.

39 Per un’originale prospettazione storica dei motivi che possono portare interi popoli e civiltà alla

crescita così come al declino, sino al loro definitivo tramonto, si veda il già citato libro di Diamond,

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Essa riguarda la produzione degli strumenti di lavoro - i cd. beni strumentali o beni

capitali - quelli che di per sé non danno alcuna utilità diretta a chi li impiega ma

servono, invece, a produrre altri beni.

Essi hanno la capacità di accrescere il potenziale produttivo del lavoro umano con il

quale essi si combinano e ne determinano, di fatto, la produttività (il rapporto fra

l’output ottenuto e l’input di lavoro). Sul piano dinamico e riferendosi ai processi di

produzione, sappiamo che gli incrementi di produttività del lavoro dipendono proprio

dalle innovazioni nei beni strumentali, oltre che dal miglioramento della qualità

professionale in senso lato.

Per loro natura, i beni strumentali sono richiesti solo dai produttori (modernamente

diremmo, dalle imprese di produzione) e la spesa corrispondente al loro acquisto

40

costituisce per il produttore stesso un investimento.

L’accumulazione nel tempo dei beni strumentali (i quali non esauriscono la propria

potenziale “utilità” in un tempo breve come, invece, fa la maggior parte dei beni di

40 Inevitabilmente questo tipo di terminologia fa riferimento implicito a una forma di organizzazione

economica nella quale la produzione è un atto economico ben identificato, così come identificati sono i

soggetti, le imprese, che tipicamente la fanno.

Al contrario, in società organizzate in modo relativamente “arcaico” ove la “divisione del lavoro” è modesta,

questi concetti perdono gran parte della loro nettezza.

Ne fornisce un esempio di grande efficacia letteraria, Luigi Meneghello nel suo Libera nos a Malo, Rizzoli,

1963 ove viene descritto il ruolo polifunzionale della “casa” - in questo caso, la cascina - non solo luogo

d’abitazione ma anche di produzione e di stoccaggio delle merci più varie.

Il luogo è, per l’appunto, Malo, un paese agricolo del Veneto e il tempo é l’Italia dell’anteguerra, ove c’è

lavoro per tutti, giovani e anziani, uomini e donne, ed è ancora assente la tipica rigidità dei rapporti

economici moderni (i ruoli, gli stereotipi,le categorie giuridiche) che si manifesterà nei decenni successivi.

All’interno di quest’organizzazione della vita associata, fluida e tradizionale, non c’è disoccupazione nel

senso proprio del termine: ciascuno collabora alla “produzione” in relazione al proprio saper fare e alle

proprie caratteristiche personali (età, sesso, ecc.) e, quindi, sono praticamente assenti quei processi di

marginalizzazione produttiva che diverranno così frequenti nelle società moderne, connotate da una forte

specializzazione professionale, da salari monetari rigidi verso il basso e da dettagliate normative circa i tempi

e le modalità del lavoro.

E’ da notare, per altro, come negli ultimi anni la forte spinta innovativa data dall’utilizzo delle tecnologie

informatiche stia ripresentando, sia pure in forme assai diverse, il medesimo fenomeno.

Infatti, la “casa” moderna si connota per una crescente dotazione di mezzi tecnologici (elettrodomestici,

computer,ecc.) il che la rende non molto dissimile da una work station, complessa e sempre più efficiente,

nello svolgere funzioni “produttive”, solo alcune delle quali intermediate dal mercato ed espresse in forma

monetaria.

Quasi una sorta di corso e ricorso storico, dopo le “separatezze” indotte dalle prime fasi dello sviluppo

manifatturiero sull’organizzazione economica del territorio, con la sua rigida divisione fra campagna e città,

fra lavoro agricolo e lavoro “industriale” moderno.

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41

consumo) costituirà, così, lo stock di capitale fisico il quale può essere riferito tanto

alla singola impresa (ad es. i suoi impianti produttivi) quanto, per sommatoria, all’intera

economia.

In quest’ultimo caso – con riferimento all’intero sistema economico - nello stock di

capitale compariranno tanto i beni strumentali in senso stretto (i macchinari, gli edifici

per la produzione, ecc.) quanto il cd. capitale fisso sociale, cioè quell’insieme di

infrastrutture fisiche (strade, e poi nel tempo ferrovie, porti, aeroporti, reti di

distribuzione dell’energia, fibre ottiche, ecc.) di cui il sistema necessita per realizzare, al

42

meglio, la propria attività economica.

Tenuto conto di ciò, è difficile credere che, nonostante la modesta specializzazione

produttiva che connota il mdp agricolo, manchino del tutto quelle abilità lavorative

specifiche necessarie per produrre i (pur semplici) beni strumentali necessari, oppure

alcuni pochi beni di consumo dotati di un minimo di durevolezza.

Ma, allora, se queste abilità professionali ci sono e si manifestano concretamente nella

loro produzione, occorre riconoscere l’esistenza di una certa qual specializzazione

produttiva.

Il che rinvia, quasi naturalmente, all’esistenza di una forma di produzione artigianale,

da immaginare come un passaggio economico più “avanzato” (nella logica schematica

delle “fasi” di sviluppo) o, quanto meno, come una funzione economica integrativa

rispetto al mdp agricolo, definito in senso stretto.

41 Esistono, e modernamente si sono largamente diffusi, anche beni di consumo durevoli (ad

esempio, l’automobile a uso privato). E, tuttavia, la durevolezza dei beni strumentali, per uno o più

cicli produttivi estendentisi su più annualità, rimane una loro caratteristica tipica.

E’ da notare che il cambiamento tecnologico, in atto sin dalla seconda metà del Novecento e

acceleratosi negli ultimi decenni, induce l’immissione nel mercato di prodotti sempre più

polivalenti (multifunzionali) per i quali è difficile una classificazione fra beni di consumo e beni

strumentali.

Per taluni prodotti della più sofisticata tecnologia informatica, la polifunzionalità e la mobilità sono

caratteristiche tali da determinare ampie possibilità di connessione del tutto indipendenti dalla

collocazione in sedi fisiche. In questo senso, salta non solo la distinzione fra beni strumentali e beni

di consumo ma viene meno anche il riferimento a una “casa” o a un’impresa, intesa come sede

elettiva della prestazione lavorativa.

42 Oltre che di capitale fisico, si parla spesso di capitale umano. Con ciò si intende riconoscere che gran parte

delle potenzialità di un sistema economico moderno è affidata alla risorsa umana che, attraverso processi

formativi di natura istituzionale e/o di apprendimento sul lavoro (learning by doing), può essere resa più

“produttiva” in senso lato. E’ per questo che si parla di “investimento in capitale umano” (e suo rendimento

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PAVIA

FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA

Come che sia, gli elementi tipici del mdp artigianale sembrano individuabili in

(almeno) tre dati strutturali: a) un discreto grado di specializzazione produttiva; b)

un’elevata qualità del lavoro impiegato; c) un primo accenno di complessità tecnologica

ed organizzativa nel processo produttivo.

Tutto ciò è coerente con la tradizionale immagine della professione dell’artigiano il

quale appare come un soggetto dotato tanto di capacità progettuali (l’ideazione) che di

notevoli abilità nel manipolare la materia prima (sia essa costituita da legno, metallo,

pietra, cuoio, ecc.) oppure i prodotti intermedi (ad esempio, i filati) di cui si serve per

realizzare il prodotto finale.

Ora, tenuto conto del tipo di energia semplice utilizzata nel processo produttivo

tradizionale (oltre a quella “animale”, si potrebbe pensare all’energia motrice derivante

dall’utilizzo della pressione idraulica), gli strumenti di lavoro dell’artigiano, per quanto

specializzati e tecnicamente raffinati, ci appaiono quasi semplici estensioni (o

appendici) del corpo dell’uomo e, in particolare, della sua mano.

Non a caso la mani.fattura costituisce il “cuore” del processo produttivo artigianale, di

per sé dominato dalla presenza di una figura professionale dotata di un’estesa

competenza lavorativa che si esprime su più livelli, oltre quello della manualità.

Così, nell’artigiano si realizza una sorta di commistione fra le figure dell’imprenditore e

quelle del semplice lavoratore.

Di certo, l’artigiano ha in sé iniziali capacità di intraprendere poiché, sia pure in modo

embrionale, organizza e coordina i fattori della produzione a supporto del proprio

lavoro personale. E, nel medesimo tempo, possiede un saper fare che si esprime nel

controllo integrale del processo produttivo che avviene secondo un ciclo completo.

Infatti, l’artigiano agisce sulla materia in modo diretto e unitario, senza soluzione di

continuità, iniziando da un abbozzo di progetto e giungendo sino alla realizzazione del

43

prodotto finito e, talvolta, persino, alla sua vendita.

atteso) con riferimento all’istruzione, sia essa generale o professionale di tipo specifico. Si veda il contributo

fondante di Gary Becker, Human Capital, New York, NBER, 1964.

43 Come vedremo più oltre, la modernità economica implicherà proprio la separazione tra la fase progettuale

e la fase esecutiva della produzione. Ne deriveranno conseguenze di grande portata sociale, oltre che

economica (per esempio, l’allungamento dei processi produttivi e di vendita).

Taluno ritiene che, su questa divaricazione, su questo sostanziale arretramento storico della qualità del

lavoro, si possa identificare uno dei punti critici, quasi un autentico decadimento antropologico, delle società


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Economia Politica, tenute dal Prof. Rodolfo Jannaccone Pazzi nell'anno accademico 2012.
Nel documento si analizzano le seguenti tipologie di produzione: agricola,artigianale, industriale. Si riflette, successivamente su prospettive future e globalizzazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia Politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Jannaccone Pazzi Rodolfo.

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