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Produzione e sistemi economici

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Economia Politica, tenute dal Prof. Rodolfo Jannaccone Pazzi nell'anno accademico 2012.
Nel documento si sa una definizione di produzione e se ne analizzano le seguenti tipologie: agricola, artigianale, industriale.... Vedi di più

Esame di Economia Politica docente Prof. R. Jannaccone Pazzi

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Data questa condizione tecnologica ed economica generale, l’alto costo unitario del

prodotto artigianale (la brevità della serie, il tipo di energia semplice utilizzata, ecc.)

consentirà solo una modesta estensione del consumo sociale.

E’ evidente che, in queste condizioni, il mercato non potrà svolgere un ruolo

particolarmente significativo negli scambi economici per cui le dimensioni dell’impresa

- la sua potenzialità produttiva, il numero dei suoi addetti, ecc. - raramente eccederanno

le capacità lavorative del singolo artigiano.

Quest’ultimo, poi, non lavorerà per il magazzino, accumulando scorte in anticipo, quasi

indipendentemente da una specifica “domanda” del consumatore ma, più

probabilmente, agirà su commissione, realizzando solo una produzione ad hoc, in modo

personalizzato. In sostanza, il rapporto commerciale - le quantità da produrre, i prezzi di

vendita, ecc. - sarà ben poco intermediato dai meccanismi di mercato che, per loro

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natura, sono prevalentemente anonimi.

Così, nel mdp artigianale, i rapporti economici fra soggetti appaiono ancora molto

influenzati da collegamenti e relazioni di natura personale o sociale e le forme di

contrattazione - in particolare, i metodi utilizzati per la fissazione dei prezzi, i tempi e i

modi della distribuzione fisica del prodotto - sono assai poco tipizzati e formalizzati: il

materie prime), quanto nella contraddizione insita nell’immaginare un uso sempre più esteso, cioè

“democratico”, di beni o servizi posizionali od oligarchici, di per sé limitati nel consumo agli happy few.

Per esempio, tutti i fenomeni di congestione, legati al consumo di massa, così frequenti nella vita sociale

attuale (si pensi al turismo nelle città d’arte oppure all’utilizzo, paralizzato e paralizzante, dell’automobile

negli agglomerati urbani), rientrano in tale fattispecie. Al di là del facile gioco di parole, l’esito economico di

questi processi sembra configurare forme di sostanziale “auto.distruzione”.

La ricerca collettiva (di massa) di una crescente libertà d’azione individuale (cui si pensa corrisponda più

distinzione e personalizzazione) crea spesso - se non sempre - i presupposti del proprio annullamento.

Per una chiave di lettura più generale sul concetto di massa, nelle sue mille possibili “sfaccettature”, vedi la

straordinaria e insuperata opera dello scrittore Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, 1981.

46 In senso moderno, anche oggi, in epoca di tardo sviluppo industriale, si producono meno scorte di

magazzino rispetto a qualche decennio fa. Ciò deriva dalla recente adozione di un metodo di produzione

industriale, il cd. just in time, che consente di ottimizzare l’uso delle risorse produttive, riducendo al minimo

le scorte. La disponibilità di una rete telematica di interconnessione consente di acquisire informazioni

tempestive e analitiche sui flussi di consumo così che è possibile effettuare e, poi, distribuire la produzione

su un territorio ampio, nei tempi e nei modi desiderati dal mercato.

Si realizza, così, attraverso un potenziamento della logistica e della gestione finanziaria complessiva, un

collegamento sempre più stretto fra il sistema produttivo e il sistema distributivo, sia all’ingrosso che al

dettaglio.

Ne deriva una diversa forma di organizzazione economica, concentrata e disposta in filiera, dalla produzione

alla distribuzione del prodotto: il che elimina alcuni passaggi, alcune fasi dello scambio, e consente al

produttore di acquisire quel valore aggiunto che, precedentemente, era destinato alla fase distributiva, a valle

della produzione. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PAVIA

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contrario di quanto accade in mercati territorialmente estesi ed efficienti, tipici del modo

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di produzione industriale manifatturiero.

Detto ciò, occorre rilevare che, su un piano generale, la presenza di un ceto artigianale

significativo comporterà, rispetto a un contesto meramente agricolo, un ampliamento

dell’articolazione sociale, anche se ciò potrà, forse, non essere sufficiente a generare

quel dinamismo tecnico-produttivo che sarà poi all’origine del mondo industriale

moderno.

E’ pensabile, tuttavia, che l’apparizione di questo mdp e il suo consolidamento nel

tempo abbiano effetti significativi sulle modalità di collegamento fra territori per via di

terra; e che, quindi, già in questa “fase”, si assista a un rafforzamento dell’apparato

amministrativo territoriale e a un accentramento del potere politico su basi (vagamente)

“nazionali”.

6. La produzione industriale manifatturiera e lo sviluppo economico

moderno

E’ solo con l’avvento del modo di produzione industriale manifatturiero - collocabile

storicamente a partire dalla seconda metà del Settecento in Inghilterra e nell’Europa

continentale, e poi via via estesosi in altre aree del mondo - che si determinano profondi

cambiamenti nell’organizzazione dei sistemi economici nazionali.

Mutano, infatti, i protagonisti sociali e i loro valori di riferimento, cambiano gli

strumenti di lavoro e il tipo di energia utilizzata, si modifica la natura stessa della

produzione, aumenta in misura sensibile il reddito complessivo dei sistemi economici

coinvolti, e anche quello pro capite. Cresce la popolazione e ne muta la struttura

professionale e la distribuzione nello spazio; si intensificano i rapporti commerciali fra i

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territori; si trasforma il quadro istituzionale e politico dei e fra i Paesi.

47 Si pensi, per contrasto, alla situazione che caratterizza i mercati moderni, soprattutto quelli globalizzati,

dove l’assenza di un rapporto personale stabile fra chi compra e chi vende un prodotto implica di fornire una

serie di garanzie formali e di certificazioni sulla provenienza dei beni e sulla natura dei processi produttivi

cui sono stati sottoposti. L’efficacia di queste procedure è sempre più dubbia a mano a mano che esse si

diffondono e, necessariamente, si moltiplicano.

48 Non è un caso che lo sviluppo industriale venga identificato come un’autentica “rivoluzione”, la seconda

“rivoluzione” economica della storia umana, dopo quella agricola, avvenuta alcune migliaia di anni prima di

Cristo. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PAVIA

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Nel complesso, il dinamismo produttivo e sociale accelera, si estende e, con esso,

mutano le forme di coordinamento delle decisioni economiche, con una crescita sia del

ruolo del mercato che anche, successivamente, di quello dello Stato nazionale.

E’ legittimo, quindi, chiedersi quali siano le caratteristiche specifiche di questo mdp, gli

elementi differenziali che, rispetto al passato, consentono di qualificare un tale

cambiamento dell’assetto strutturale come un’autentica rivoluzione economica.

Senza alcuna pretesa di completezza e rinviando alla ricchissima bibliografia

sull’argomento, potremmo indicarne almeno due: il primo attiene ai soggetti sociali che

hanno innescato il cambiamento e successivamente lo hanno consolidato nella sua

forma capitalistica; il secondo è relativo all’importanza crescente dello sviluppo

scientifico e tecnologico nel determinare e sostenere il processo di cambiamento, sia in

campo economico che sociale.

Quanto al primo “fattore”, quello attinente ai protagonisti, basti dire che la rivoluzione

industriale nasce e si consolida in un quadro di nuovi valori etico-sociali,

specificamente quelli della borghesia capitalistica, già definiti al meglio da Max Weber

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oltre un secolo fa .

Weber ritiene di identificare lo spirito del capitalismo nell’impegno etico di

guadagnare, di fare fruttare il denaro (una sorta di vocazione), non (sol)tanto al fine di

soddisfare le proprie esigenze personali ma come scopo primario della propria vita

(attiva).

Di qui, l’immagine di un capitalista (e di un capitalismo) dominato da valori di ascesi

spirituale, di dovere professionale, di forte impegno lavorativo, teso alla continua

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innovazione. Una visione di sé e del mondo circostante, quindi, che va ben al di là del

semplice desiderio di arricchimento individuale e che, non a caso, mette in moto un

49 Su questo tema vedi l’opera fondamentale di Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo,

Rizzoli, 1991.

50 Saranno proprio questi atteggiamenti collettivi a modificarsi notevolmente nella fase di passaggio alla

postmodernità negli ultimi decenni del Novecento, allorché il ruolo dei fattori finanziari tenderà spesso a

prevalere rispetto alle logiche produttive di tipo industriale. Si accorceranno, così, gli orizzonti temporali

delle scelte di investimento e si allargheranno le aree di mercato, dando inizio alla globalizzazione

economica. In tutto ciò la capacità di controllo diretto dei singoli soggetti economici sull’esito delle proprie

scelte andrà, inevitabilmente, riducendosi in quanto i processi di delega tenderanno a estendersi.

L’allungamento della catena di controllo e la crescente differenziazione dei prodotti finanziari accresceranno

le asimmetrie informative fra soggetti, dando luogo a possibili esiti “catastrofici” nel funzionamento dei

mercati. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PAVIA

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processo di cambiamento profondo, e quasi inarrestabile, della società e ne articola

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dinamicamente (e dialetticamente) “classi sociali” e gruppi d’interesse.

Un secondo fattore innovativo da sottolineare è il peso dominante assunto dallo

sviluppo scientifico e tecnologico nell’evoluzione economica, e in particolare la capacità

di imprimere una straordinaria accelerazione al mutamento strutturale dei sistemi

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produttivi e sociali.

E’, infatti, l’applicazione delle scoperte scientifiche al modo di produrre le merci e il

conseguente rafforzamento tecnologico che induce una crescente specializzazione

produttiva delle imprese (e dei lavoratori); quindi, un progressivo aumento della

divisione sociale del lavoro da mettere in relazione con l’introduzione sistematica delle

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macchine nei processi di produzione.

Su questo punto - assolutamente centrale nell’evoluzione economica e sociale del

capitalismo industriale - è doveroso soffermarsi in termini analitici, così da poterne

cogliere le tantissime implicazioni sistemiche.

Va, quindi, notato che, nello svolgimento delle proprie funzioni produttive, la

macchina, cioè il tipico bene strumentale mosso da energia non animale e in grado di

contribuire a produrre altri beni, intermedi o finali, ha una velocità e una precisione di

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movimenti nettamente superiori rispetto agli strumenti usati in precedenza.

La macchina moderna, azionata da nuove fonti di energia di origine fossile (carbone,

petrolio) che consentono di mettere in modo meccanismi (attraverso l’utilizzo del

51 Ciò emerge con grande vivacità, e con un stile letterario straordinariamente efficace, proprio dal Manifesto

del Partito Comunista (1848) di Karl Marx e Friedrich Engels (Einaudi, 1963). Sia pure con un intento

politico fortemente critico, in questo famoso scritto i due autori testimoniano l’eccezionale forza

trasformatrice della borghesia capitalistica nel modellare i nuovi scenari nazionali e internazionali dei

sistemi industriali e, per estensione, della società moderna.

52 Per una visione, non propriamente ottimistica, dell’evoluzione in corso vedi i contributi dei filosofi

Emanuele Severino, Il destino della tecnica, Rizzoli, 1998 e Umberto Galimberti, Psiche e techné,

Feltrinelli, 1998.

53 E’ obbligatorio qui il rinvio ad Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Utet, 1976 che, nella seconda

metà del ‘700, analizza, per primo, le cause dello sviluppo economico moderno. La divisione sociale del

lavoro, e il connesso ruolo dei prezzi e del mercato, assurgono, così, a fondamentale veicolo della

“rivoluzione industriale”, colta, con grande tempestività e intuito, al suo nascere e in pieno divenire.

54 Per un inquadramento storico-economico della trasformazione produttiva in atto nella fase di prima

industrializzazione si veda Armando de Palma, Le macchine e l’industria da Smith a Marx, Einaudi, 1971.

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vapore, dell’elettricità, ecc. sotto il controllo dell’uomo), è in grado di realizzare

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prestazioni di lavoro (tagliare, piegare, torcere, trasportare, filare, ecc.) molto elevate.

E’ vero che essa, originariamente, svolge quasi esclusivamente funzioni rigide e

predeterminate, in qualche modo elementari e ripetitive, ma ciò avviene con una

velocità, una precisione e una potenza incomparabili rispetto agli strumenti del passato.

Qui, sta il vero “salto di qualità” che si realizza nell’economia con il nuovo modo di

produzione industriale manifatturiero.

Ne deriva che il lavoro umano, combinato con quello della macchina (della quale, di

fatto, in molti casi, si pone al servizio, caricandola, controllandone il funzionamento,

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ecc.), aumenta straordinariamente la propria produttività.

Si realizza, così, un netto miglioramento nel rapporto fra la quantità di fattori immessi

nel processo produttivo (gli input e,in particolare, il lavoro umano) e il prodotto che ne

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esce (l’output). In altre parole, aumentando il rendimento dei fattori, il costo di

produzione delle merci si riduce drasticamente.

L’uso esteso delle macchine accresce, come si è detto, la divisione sociale del lavoro e

con essa la specializzazione produttiva delle imprese così come quella professionale dei

lavoratori. Tutto ciò diviene, di fatto, la regola economica e sociale dominante.

Inevitabilmente, il processo di produzione manifatturiero si fa più “lungo” e indiretto

rispetto a quello artigianale. Si moltiplicano le singole fasi di produzione (cresce,

quindi, la parcellizzazione del processo produttivo) il che implica, oltre a una

progettazione sempre più analitica delle procedure di lavoro, un maggiore scambio di

55 Il cambiamento di utilizzo energetico più significativo, in questo passaggio da un modo di produzione

all’altro, è il sostanziale abbandono del legno (in gran parte esauritosi in Europa a fine Settecento) a favore

del carbone; ciò segna emblematicamente l’ingresso in un’era nella quale il ricorso all’energia fossile diviene

dominante, come poi, più tardi, si confermerà con il ricorso su ampia scala al petrolio.

56 Meglio sarebbe dire “le macchine” poiché ora il processo di produzione richiede di coordinare fra loro le

singole macchine, capaci di semplici funzioni elementari, disponendole in modo tale che le fasi di

lavorazione abbiano come risultato un prodotto finito. Ciò può avvenire sia all’interno di un singolo impianto

produttivo o fra più impianti o, addirittura, fra più imprese specializzate nelle singole produzioni

(intermedie).

57 Come già ricordato sopra, ogni innovazione tecnologica ha un effetto “distruttivo” sui modi di produzione

presenti e, quindi, nel passaggio dall’uno all’altro, alcuni fattori produttivi (compreso il lavoro umano)

possono subire un effetto di “spiazzamento”. Ad esempio, talune figure professionali rischiano di scomparire

o di vedere fortemente ridotto il proprio spazio economico nella nuova organizzazione produttiva.

L’avvento di un diverso modo di produzione ha sempre effetti traumatici ma il fatto che venga storicamente

adottato significa che la società nel suo complesso ne trae un oggettivo “miglioramento economico”. Il che,

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prodotti intermedi e semi-manufatti fra le imprese, divenute nel frattempo sempre più

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specializzate.

La maggiore complessità economica che ne deriva - nel frattempo, sono cresciuti non

solo i volumi di produzione ma si è ampliata, e di molto, la gamma produttiva - rende

necessaria una crescente intermediazione e un maggior coordinamento decisionale fra i

soggetti. Ciò avviene, per lo più, attraverso il mercato, quel “luogo” nel quale, più

efficientemente rispetto ad altri modi di coordinamento delle decisioni, vengono

scambiate le informazioni che possono rendere coerenti fra loro (cioè, compatibili) le

scelte economiche di una grande molteplicità di operatori.

Ne deriverà un allargamento del mercato - e non solo in senso territoriale - per

realizzare quel coordinamento decisionale sempre più complesso richiesto da un

sistema economico in rapida trasformazione strutturale e in grande espansione delle

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quantità prodotte e dei soggetti coinvolti.

(A titolo d’esempio, per quanto concerne il coordinamento, si possono ricordare le

scelte che portano alla necessaria omologazione delle “misure” e alla standardizzazione

60

dei prodotti industriali, sempre più spesso ottenuti in “serie lunga”)

Lo stesso lavoro umano, a differenza di quanto osservato nel mdp artigianale - tende a

divenire simile a quello delle macchine, e spesso, almeno nelle fasi iniziali del processo

di industrializzazione, ne integra le funzioni produttive: talvolta, quasi, vi si

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subordina.

di solito, mette in grado di “indennizzare”) coloro - e possono essere tanti - che ne hanno uno svantaggio

immediato, attenuandone così le inevitabili resistenze al cambiamento

58 I prodotti intermedi, contrapposti a quelli finali, non hanno un’utilità in sé ma entrano nella produzione dei

beni finali di cui sono componenti; quindi, essi vengono acquistati dalle imprese, e non dai consumatori. In

questo senso la loro produzione è socialmente quasi invisibile poiché le transazioni che li riguardano

avvengono in mercati paralleli a quelli ben conosciuti dai consumatori (di beni finali). Ad esempio, la

pubblicità avviene su rivista specializzate e lungo canali comunicativi del tutto separati da quelli che

connotano i beni di consumo finali.

59 Il tentativo di coordinare ex ante, in modo pianificato, i rapporti fra le imprese diviene tanto più difficile

(e, quindi, inefficiente) quanto più ampia è l’articolazione produttiva e quanto maggiore è il dinamismo

tecnologico e organizzativo nell’economia. Di qui il ruolo storicamente crescente del mercato e l’importanza

del suo funzionamento su ampia scala.

60 Si pensi alla necessità di omologare alcuni standard al fine di creare reti integrate nazionali o

sopranazionali: ad es. definire lo scartamento dei binari ferroviari oppure il voltaggio nella distribuzione di

energia elettrica, ecc.

61 A differenza del mdp artigianale, nella prima fase dello sviluppo industriale manifatturiero, la qualità del

lavoro impiegato tende a calare poiché le “macchine” (i beni strumentali con i quali si opera) assumono una

centralità nuova nel processo produttivo. Non solo esse sostituiscono numerose funzioni specifiche del

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In generale e come si è già ricordato sopra, rispetto al precedente modo di produzione, il

costo unitario dei prodotti diminuisce in misura significativa poiché il contenuto di

lavoro umano, il cd. lavoro necessario, si riduce per ogni unità di prodotto.

Non a caso, sotto la pressione concorrenziale fra le imprese, i metodi di produzione si

orientano verso scelte tecniche e organizzative fortemente “risparmiatrici di lavoro”

così che il progresso tecnico tende a divenire sempre più labor saving, come riflesso di

un mutamento dei prezzi relativi fra il capitale (i macchinari che divengono sempre

meno cari) e il lavoro umano che diviene sempre più costoso.

In questo cambiamento operano due spinte contrapposte: da un lato, il progresso tecnico

induce a sostituire lavoro umano con le “macchine”; dall’altro, lo sviluppo economico

accresce la domanda di lavoro e tendenzialmente spinge verso la piena occupazione

delle forze di lavoro.

Così, la distribuzione del reddito fra le “classi sociali” (schematicamente, fra lavoro e

capitale, fra profitti e salari) subisce mutamenti legati agli alterni andamenti di queste

due spinte: l’una verso l’aumento della cd. disoccupazione tecnologica allorché tende a

prevalere l’effetto labor saving del progresso tecnico; l’altra verso l’esaurimento delle

riserve di forza lavoro quando lo sviluppo produttivo è particolarmente impetuoso e

implica un rilevante aumento della domanda di lavoro da parte delle imprese.

A lungo andare, sembra prevalere la seconda spinta, il che fa crescere, sia pure con

andamenti alterni, il potere contrattuale del fattore “lavoro”,anche in forza dei

mutamenti istituzionali in atto ( sindacalizzazione, democrazie elettive, ecc.).

lavoro umano ma di fatto, spesso, lo “subordinano” nell’organizzazione produttiva cosicché esso diviene

fortemente intercambiabile, proprio per la limitatezza della sua qualificazione professionale(

specializzazione). In tale contesto, e non a caso, la produzione dei beni, il loro consumo e lo stesso lavoro

umano divengono di massa.

Storicamente, ciò appare evidente nei primi decenni del Novecento negli Stati Uniti a seguito dei

cambiamenti produttivi avvenuti, in particolare, nel settore automobilistico allorché nell’organizzazione del

lavoro si afferma il cd. modello taylorista-fordista. (L’opera teorica fondamentale, che ne giustifica

l’adozione, è dell’ingegner Frederick W. Taylor, L’organizzazione scientifica del lavoro, Roma, Athenaeum,

1919 mentre Henry Ford ne effettua l’applicazione concreta).

L’introduzione della “catena di montaggio” consente, infatti, il pieno sfruttamento delle cd.“economie di

scala” (o economie di dimensione) e la conseguente riduzione dei costi medi di produzione. Ciò aumenta i

profitti industriali e permette un contestuale aumento dei salari reali.

Si consolida, per ciò, nel nuovo sistema economico un circolo virtuoso (maggiore produzione - minori costi

unitari - minori prezzi - maggiore consumo - maggiore produzione), il tutto con una continua crescita

economica, salve alcune “crisi” congiunturali che solo parzialmente intaccano il meccanismo dello sviluppo

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A livello macroeconomico queste tendenze implicano un aumento del “monte salari”

(più occupazione, più salario orario), il che rende possibile l’estensione del consumo a

un numero di soggetti ben più ampio di prima.

Comincia, così, a formarsi la massa dei lavoratori-consumatori (divenuti, ora, anche

risparmiatori e cittadini) che, nei decenni successivi alla prima industrializzazione,

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connoterà in modo esplicito la modernità economica e sociale dei Paesi avanzati.

E’ da notare che le trasformazioni strutturali connesse all’industrializzazione

coinvolgono direttamente il territorio nel quale, ora, si diffondono le fabbriche, i luoghi

tipici di questo modo produttivo. Esse si concentrano prevalentemente nelle città le

quali, con le loro periferie in via di estensione, acquistano una nuova e crescente

63

rilevanza economica.

Il miglioramento dei mezzi di trasporto e delle reti infrastrutturali (strade, porti,

ferrovie) rende possibile una maggiore mobilità territoriale di persone e di cose, un

a lungo termine: uno sviluppo, frenato, semmai, dalla minore fluidità dell’offerta di fonti energetiche e

materie prime a basso costo.

62 Come si è detto, l’aumento della produttività del lavoro influisce sulla distribuzione del reddito così che i

salari reali tendono a crescere, di pari passo con lo sviluppo produttivo.

E’ in questo quadro che una quota crescente di popolazione attiva inizierà a risparmiare parte del proprio

reddito e ad accedere, in varie forme, al mercato finanziario, divenendo direttamente compartecipe sia del

rischio che della redditività delle imprese private.

Nasce, così, il fenomeno delle borse valori ove avviene giornalmente la quotazione dell’insieme dei titoli

(non solo azioni, ma anche obbligazioni, titoli di Stato, ecc.) presenti sul mercato finanziario.

In prospettiva, soprattutto nella seconda metà del Novecento, questo tipo di evoluzione strutturale

dell’economia - la creazione di un elevato volume di risparmio finanziario presso le famiglie - influirà non

poco sulle modalità di gestione del conflitto distributivo fra capitale e lavoro e, nel contempo, si creeranno le

premesse, oltre che per dar vita a una nuova forma giuridica d’impresa (la cd. public company, impresa ad

azionariato diffuso), per una crescente articolazione sociale e per una diversa e più complessa dialettica

economica e politica nei sistemi avanzati.

63 Nel modo di produzione agricolo, la popolazione è quasi uniformemente distribuita sul territorio

coltivabile mentre, con l’avvento dell’industrializzazione, almeno per un lungo tempo, si manifesta una forte

(e talora drammatica) concentrazione territoriale degli occupati e delle loro famiglie.

Il processo di addensamento della popolazione nello spazio avviene solitamente attraverso massicce

migrazioni interne dalle aree agricole, economicamente meno sviluppate, a quelle industriali e terziarie, più

dinamiche sul piano produttivo.

Solo a seguito dell’aumento dei costi, privati e pubblici, derivanti dai processi di “congestione” si assisterà,

in un secondo momento, ma solo dopo decenni e in modo parziale, a qualche forma di riequilibrio nella

distribuzione territoriale delle attività economiche e della popolazione residente.

A questo proposito si possono osservare le differenze che caratterizzano, oggi, i paesi economicamente

sviluppati da quelli in via di sviluppo i quali ultimi, spesso in fase di prima industrializzazione, ci consentono

di vedere, quasi fosse un esperimento di laboratorio, i processi di concentrazione territoriale della

popolazione indotti da un cambiamento repentino e su larga scala delle modalità di produzione.

Si tratta di una sorta di “ripetizione”, talvolta a scala dimensionale ben maggiore e su tempi fortemente

ridotti, di quanto accaduto in Occidente nei secoli e nei decenni precedenti.

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fenomeno essenziale per la movimentazione fisica di un’economia nella quale cresce

notevolmente sia la capacità produttiva complessiva che l’articolazione settoriale e

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territoriale della produzione.

E’ da notare che il forte aumento della produttività - per convenzione, misurata rispetto

al lavoro umano - non rimane confinato al solo settore industriale manifatturiero, dove

inizialmente nascono e si concentrano i principali processi innovativi, ma si diffonde

all’intero sistema economico.

Ne sono coinvolti, direttamente o indirettamente, sia pure in misura e in tempi diversi,

tutti i comparti produttivi: dai trasporti all’agricoltura (la coltivazione della terra,

65

l’allevamento degli animali), dalla sanità alle costruzioni, e così via, nessuno escluso.

In particolare, già dai primi anni del ‘900, l’uso delle macchine (oltre che dei metodi

66 si estende all’agricoltura, determinandovi fortissimi

“scientifici” di produzione)

64 Si entra, così, in una diversa fase storica nella quale gli elementi della producibilità (e riproducibilità)

delle merci sembrano oscurare la questione della loro scarsità, almeno sino a che i prezzi delle fonti

energetiche e delle materie prime rimangono relativamente stabili e contenuti.

Ne deriva che, nei sistemi economici sviluppati, è piuttosto l’eccesso di capacità produttiva (non la sua

carenza) il principale problema con il quale hanno a che fare imprese e governi. Le prime ricercano sbocchi

di mercato stabili e a prezzi predefiniti per la propria potenzialità produttiva; i secondi, temono che

l’andamento ciclico della produzione e dell’occupazione abbia riflessi negativi sulla stabilità politica.

Non a caso ciò costituirà il fondamento delle innovative teorie economiche sulla determinazione del reddito

di breve periodo le quali, ispirate al pensiero di J. M. Keynes (La teoria generale,1936), sottolineano il

rischio congiunturale di una possibile carenza di domanda di merci (demand deficiency nel settore privato

dell’economia); raramente, il contrario, cioè rilevanti fenomeni inflattivi determinati da eccesso di domanda.

Così, per lungo tempo, l’incubo dei sistemi economici moderni sarà il ristagno produttivo, o quanto meno il

rallentamento della crescita, ascrivibile a insufficienza di domanda.

Si può spiegare, in tal modo, l’espansione storica del ruolo economico dello Stato sia sul fronte del prelievo

fiscale che della spesa pubblica: uno Stato cui viene delegata una generica e generale funzione di

stabilizzazione dell’economia - per l’eliminazione o, quanto meno, l’attenuazione della ciclicità produttiva -

con l’obiettivo di portarsi su un sentiero di sviluppo economicamente sostenibile (in senso politico-

ambientale).

65 Si parla non a caso di “sistema economico” perché sono le interdipendenze settoriali, gli scambi di

prodotti (ma anche di informazioni, di persone qualificate, di finanziamenti) che avvengono fra i settori

produttivi, a determinare questa sorta di fall out tecnologico, di ricaduta benefica dall’industria

manifatturiera, il settore originariamente più dinamico, verso altri comparti produttivi.

Fra questi, taluni sono sufficientemente ricettivi del dinamismo tecnologico manifatturiero (agricoltura,

trasporti, comunicazioni, ecc.); altri meno, per esempio, i cd. servizi alla persona, l’istruzione, in parte la

sanità, ecc. Nel lungo periodo, questi ultimi settori registreranno una modesta crescita della produttività del

lavoro e, quindi, un forte aumento del livello di occupazione di forze lavoro a basso salario.

66 Si veda, a proposito del tentativo moderno di superamento della visione aziendale legata allo scientific

management di stampo tayloristico, il lavoro di Minghetti M.- Cutrano F. (a cura di), Le nuove frontiere

della cultura d’impresa, Milano, Etas libri, 2004.

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incrementi della produttività del lavoro e una consistente - ma non nella stessa misura -

crescita della “produzione lorda vendibile”.

L’effetto combinato di ciò - lo straordinario aumento della produttività del lavoro

agricolo e il moderato incremento della produzione - fa emergere un’immediata

sovrabbondanza di forza lavoro il cui impiego risulta, in gran parte, economicamente

ridondante, non necessario.

Si tratta di un mutamento strutturale di grande portata e vale la pena di spiegarne

dettagliatamente i motivi.

Si tenga presente che il forte aumento della produttività in agricoltura - ove vengono

progressivamente utilizzati metodi e strumenti di lavoro mutuati dall’industria

manifatturiera - avviene in un comparto produttivo che fronteggia una domanda di

prodotto assai rigida, cioè scarsamente reattiva sia alle variazioni del reddito pro capite

67

che dei prezzi di vendita.

E’ noto, infatti, che il prodotto agricolo é destinato a soddisfare prevalentemente i

bisogni primari della popolazione: fra tutti, e il più importante, quello alimentare.

Così, l’aumento del potenziale produttivo in agricoltura trova solo un parziale sbocco di

mercato né vale immaginare che l’aumento della popolazione, determinatosi nel medio

periodo a seguito dell’incremento del reddito pro capite, possa assorbire i volumi

crescenti di produzione agricola.

Ne deriva che una quota rilevantissima di occupati in agricoltura sarà indotta - o,meglio,

sarà economicamente costretta - a lasciare le precedenti attività agricole, spostandosi

fisicamente verso i luoghi nei quali si sviluppano le nuove produzioni industriali e

terziarie.

Così, in questa fase di trasformazione strutturale dell’economia, da agricola a industriale

manifatturiera e poi terziaria, si assiste a uno spostamento massiccio (una vera

67 Tecnicamente, si parla di una modesta elasticità di domanda dei prodotti agricoli rispetto al reddito (e

anche ai prezzi). Ne deriva il rischio di frequenti eccedenze produttive, non facilmente smaltibili per la via

del mercato. Nasce, qui, la pressante e sistematica richiesta politica di interventi (dapprima statali,e poi

sovranazionali) di rigida regolamentazione dei mercati agricoli nei Paesi economicamente sviluppati per

stabilizzare, con varie modalità, i prezzi delle merci e, di riflesso, i redditi complessivi degli agricoltori.

Questo ha come effetto secondario una segmentazione del mercato mondiale dei prodotti agricoli a palese

svantaggio dei produttori dei Paesi “terzi” nei quali il grado di protezione economico-politica del settore

agricolo è minore.

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migrazione interna, quasi un’espulsione economica) di gran parte della popolazione

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dalle campagne verso le città.

E’, infatti, nei centri urbani, che si concentrano non solo le attività industriali

manifatturiere ma anche i servizi alla persona e quelli, più moderni, alle imprese: tutte

attività destinate a registrare nel corso dello sviluppo economico i maggiori tassi di

69

crescita sia in termini di prodotto settoriale che, soprattutto, di occupazione.

E’ per questo che il progressivo inurbamento della popolazione costituisce uno dei

principali cambiamenti strutturali connessi all’espansione dell’industria manifatturiera e

si accompagna a fenomeni sociali e culturali di grande rilievo, coerenti con il tipo di

70

sviluppo produttivo in atto. Non a caso, nelle fasi successive alla prima

industrializzazione, si assiste a un sensibile aumento del livello medio d’istruzione della

popolazione, a una rapida crescita dei servizi di trasporto privati e pubblici, allo

71

sviluppo dei servizi di tutela e cura della salute, ecc.

Il tutto avviene all’interno di un quadro di crescente articolazione sociale e di aumento

della mobilità professionale nel quale si modificano i modelli individuali di

comportamento (in particolare, si riducono le differenze di genere) e mutano

72

drasticamente le forme della rappresentanza economica e politica degli interessi.

68 Le migrazioni possono assumere anche la forma di uno spostamento fuori dal Paese di riferimento. Si

avranno, così, flussi migratori dai Paesi meno “ricchi”ed economicamente meno dinamici verso altri. Questo

tipo di fenomeno è ancora attualmente ben presente nella società postmoderna dove ha assunto caratteristiche

più complesse (e non prive di forti implicazioni socio.politiche) rispetto a quelle indicate nel testo.

69 La quota di occupati nel settore industriale manifatturiero sul totale degli addetti appare, dapprima, in

crescita, poi si avvia alla stazionarietà e, successivamente, si riduce. Ne deriva che, nel corso dello sviluppo

economico, la maggior parte dei nuovi impieghi professionali (e, quindi, dei flussi di assunzione di nuova

forza lavoro) si manifesta nel settore dei servizi.

Oggi, inoltre, la globalizzazione accelera i processi di de-localizzazione industriale delle funzioni produttive

più ripetitive dalle aree economicamente sviluppate verso i Paesi a basso costo del lavoro, accentuando la

dinamica del fenomeno.

70 Si intende, qui, alludere al fatto che il passaggio dalla condizione rurale a quella urbana implica

mutamenti negli stili di vita di rilievo ben superiore a quello puramente imputabile a un cambiamento di

attività economica (o di mestiere).

71 L’ampliamento dei mercati necessita di reti di distribuzione (acqua, gas, elettricità) e di reti di trasporto. In

questo modo, la localizzazione degli impianti produttivi può avvenire sia vicino ai mercati di

approvvigionamento delle materie prime (ad esempio, la produzione di laterizi sarà collocata vicino al punto

nel quale viene estratto il materiale di base) che ai mercati di vendita del prodotto.

In generale, rispetto alla scelta della localizzazione, l’attivazione delle “reti” allenta i vincoli precedenti sia

per le residenze della popolazione che per l’ubicazione delle imprese di produzione.

72 Come in tutti i processi di trasformazione strutturale, il quadro non è privo di ombre; in particolare, i costi

di congestione (in senso generico) tendono a crescere notevolmente e a modificare, a lungo andare, le

convenienze economiche alla localizzazione sia delle attività produttive che delle residenze abitative .

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Entro un quadro evolutivo di questo tipo, gli scambi di mercato tendono rapidamente a

superare la dimensione locale, per divenire ben presto nazionali, e poi via via

internazionali.

Ciò avviene al fine di sfruttare, al meglio, i vantaggi connessi alla scala produttiva ( le

cd. economie di scala tecnologiche), cioè quei risparmi di costo così frequentemente

connessi alla specializzazione produttiva e all’organizzazione di grande dimensione

73

tipici dell’impresa manifatturiera.

Sta qui il motivo profondo per il quale i sistemi economici tendono ad aprirsi

progressivamente agli scambi con l’estero, determinando prima, e poi accelerando,

un’integrazione internazionale in campo tecnologico, economico e culturale, già

74

inizialmente conseguita a livello nazionale.

6.1 Crescita economica continua o ristagno produttivo?

Giunti a questo punto dell’analisi, é legittimo chiedersi come sia possibile che il grande

aumento della capacità produttiva di cui si è parlato, e che si traduce in una crescente

E, tuttavia, nonostante nelle grandi città aumentino sia il costo d’insediamento produttivo per talune imprese

che il costo della vita per i lavoratori, i processi di decentramento hanno ancora un impatto parziale nello

sviluppo economico.

Soprattutto nei Paesi cd. emergenti in campo economico, si assiste a una crescita abnorme delle città – si

tratta di autentiche megalopoli – che, di fatto, raccolgono e si caricano di gran parte della popolazione che

lascia le campagne in cerca di sbocco lavorativo in attività economiche non agricole.

73 In una fase economica successiva, con la globalizzazione dei mercati e l’avvento di nuove tecnologie

informatiche, lo sfruttamento delle economie di scala favorirà il sorgere di concentrazioni produttive e

distributive in settori diversi dal manifatturiero: nella finanza, nella comunicazione, nell’intrattenimento e

così via.

In questo processo diventerà centrale il ruolo delle imprese multinazionali, una vera e propria rete, che

scardina i confini dei Paesi, così come questi sono andati definendosi nel corso dei decenni precedenti.

74 Come detto nel testo, i mercati tendono ad allargarsi, anche se per un lungo periodo di tempo le singole

nazioni hanno introdotto meccanismi difensivi della propria “industria nascente”. Ancor oggi, in un contesto

ambientale pur straordinariamente aperto, le “tentazioni protezionistiche”, pur meno efficaci, sono sempre

pronte a manifestarsi, come riflesso di interessi economici consolidati nei singoli settori produttivi o aree

territoriali.

Attualmente, le maggiori protezioni nazionali o di “grande area” (Unione Europea, ad esempio, ma anche

Stati Uniti ) sono fornite più al comparto agricolo che a quello industriale manifatturiero.

Di recente, tuttavia, l’accelerazione del mutamento industriale a livello mondiale e l’improvviso incremento

della concorrenza stanno inducendo molti Paesi, o aree economiche allargate, ad assumere atteggiamenti

selettivi di “protezione”. La modalità con la quale il fenomeno si manifesta, è spesso occulta, mascherata, e

assume le forme di complessi e defatiganti controlli amministrativi (sulla natura dei prodotti, sulla loro

conformità a determinati standard, ecc.) che scoraggiano l’esportatore e proteggono il mercato interno.

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produzione di beni, trovi adeguati sbocchi nella domanda di mercato, evitando, così,

l’eccesso di capacità produttiva installata.

La risposta, come in parte anticipato, è venuta nei fatti, prima ancora che dalla teoria

economica. Nel tempo l’allentamento progressivo di alcuni vincoli salariali (dapprima

con la contrattazione aziendale e, poi, con quella collettiva su scala nazionale) ha reso

possibile un crescente consumo di massa.

Si é trattato di un fenomeno consolidatosi già nei primi decenni del ‘900 negli Stati

Uniti d’America, e poi diffusosi in tutto il mondo economicamente sviluppato ed, ora,

recentemente anche al di fuori dell’area occidentale.

Non è un caso che, in questo quadro di evoluzione macroeconomica, lo sfruttamento

intenso delle economie di scala produttive abbia indotto e induca ancora rilevanti

75

processi di concentrazione industriale.

In un primo tempo (ma è una fase ben presto superata), essi si manifestano attraverso la

concentrazione fisica della produzione, spesso con un’integrazione verticale dell’intero

processo produttivo quando tutte le fasi di lavorazione si attuano nella medesima

impresa, se non addirittura nel medesimo impianto (plant).

Un effetto inevitabile di ciò è il gigantismo industriale che, in campo manifatturiero,

diviene, per lungo tempo, la modalità più frequente del mdp, al punto da identificarsi

76

con la stessa organizzazione capitalistica della società.

75 La crisi che di recente (anni 2007-2008 sino a oggi) ha colpito l’economia mondiale ha fatto emergere con

drammatica evidenza l’eccesso di capacità produttiva presente in numerosi settori. Ciò ha determinato nuove

(e negative) condizioni di redditività delle imprese, con esplicito rischio di fallimento. In tale contesto la

pressione economica e finanziaria a realizzare fusioni, a “tagliare” parte dei costi fissi, a razionalizzare le

strutture produttive si è fatta particolarmente forte .

E’ questo il modo attraverso il quale la crisi economica, manifestatasi con un drastico calo della domanda di

merci e di lavoro, tende a spingere le imprese verso una crescente concentrazione settoriale così che, in linea

di tendenza, le strutture dei mercati assumono sempre più la forma oligopolistica.

76 Nasce in questo ambiente economico la grande impresa capitalistica, la corporation di tipo nordamericano,

organizzata secondo modelli tayloristici nella sfera produttiva e caratterizzata, giuridicamente, da un

crescente distacco fra la proprietà azionaria diffusa e il controllo strategico e gestionale dell’azienda affidato

a un management proveniente dall’esterno.

Su questo si veda il lavoro pionieristico (1932) di A. Berle e G. A. Means, Società per azioni e proprietà

privata, Einaudi, 1966, una sorta di anticipazione di ciò che sarebbe avvenuto successivamente con

l’affermarsi delle imprese multinazionali.

Più tardi John K. Galbraith (Il Nuovo Stato Industriale, Einaudi, 1968) individuerà nella “tecnostruttura” la

sede del comando delle grandi imprese statunitensi e la nascita di un nuovo ceto professionale, i dirigenti

aziendali, ispirati da valori e modelli comportamentali ben diversi da quelli descritti, anni prima, da Max

Weber con riferimento alla borghesia capitalistica dell’Ottocento

.

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Su un piano più generale, poi, la dinamica del sistema economico appare sostenuta da

una forte accumulazione di capitale, fisico e finanziario, che può essere considerata

l’origine dello straordinario processo di sviluppo economico cui si assiste nel corso

degli ultimi decenni.

Cresce il reddito medio pro capite della popolazione e si modifica, di conseguenza, la

struttura settoriale dell’economia poiché il consumo di prodotti agricoli (i cd. beni

primari) tende rapidamente a saturarsi e la spesa privata si orienta progressivamente

verso l’acquisto di altre produzioni, materiali e non.

Il mutamento della struttura economica e le dinamiche sociali si intrecciano e si

sostengono vicendevolmente; anche la società, come l’economia, diviene sempre più

“aperta” e mobile, in un quadro di rapido cambiamento dei valori collettivi e dei

comportamenti individuali.

Va rilevato che, sotto l’aspetto spaziale, lo sviluppo industriale manifatturiero si

concentra per lungo tempo in alcune “aree regionali” - Europa occidentale, America del

Nord, Giappone - con la conseguenza di modificare radicalmente gli assetti economici

(ma anche politici e militari) a livello mondiale.

Tra gli effetti, non propriamente desiderati, di questo processo di cambiamento

economico che avviene in maniera non uniforme nello spazio, vi è il significativo

aumento dei divari di reddito pro capite e di consumo energetico fra i Paesi, in

particolare tra quelli industrialmente avanzati e gli altri economicamente in ritardo di

sviluppo, spesso incapaci di trovare un proprio equilibrio nell’assetto economico,

77

demografico e politico.

Sulle caratteristiche socio-culturali di quest’èlite professionale vedi le interessanti riflessioni di Pier Luigi

Celli, L’illusione manageriale, Laterza, 1997 e Passioni fuori tempo, Mondatori, 2000.

77 La forte concentrazione territoriale nell’utilizzo di energia fossile costituisce a tutt’oggi un freno alla

possibilità di effettuare politiche economiche tese al riequilibrio del reddito pro capite e dei consumi a livello

mondiale. D’altronde, se lo squilibrio venisse significativamente ridotto, nel senso di accrescere il consumo

pro capite dei Paesi attualmente in ritardo di sviluppo, dove si concentra la maggior parte della popolazione

mondiale, i già precari equilibri energetici complessivi “salterebbero” in breve tempo.

A conferma di ciò basti pensare che, negli ultimissimi anni, è stata sufficiente l’accelerazione dello sviluppo

economico di Paesi come Cina e India (che insieme rappresentano più di un terzo della popolazione

mondiale) per squilibrare drammaticamente il mercato petrolifero, e fare salire il prezzo di questa fonte

energetica. Le medesime considerazioni valgono per il mercato delle materie prime, in particolare quello

dell’acciaio e di altri metalli.

D’altronde, anche se lo sviluppo produttivo dei Paesi sopra citati viene alimentato con fonti energetiche

diverse dal petrolio e disponibili all’interno dei singoli Paesi (carbone per la Cina, energia idroelettrica o

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Ma, nello stesso tempo, come si vedrà fra breve, si saranno create le premesse per rapidi

mutamenti nelle posizioni di potere - fra Paesi, gruppi d’interesse, fra individui - in un

contesto sociale destinato a un cambiamento accelerato che coinvolge ambiti territoriali

sempre più allargati e interagenti fra loro.

Il modo di produzione post-industriale e la globalizzazione

7. dell’economia

Nella seconda metà del ‘900 il mdp industriale, dominante sino a quel momento nei

Paesi economicamente sviluppati, comincia a declinare.

Ciò avviene attraverso cambiamenti strutturali, veloci e pervasivi, che investono tanto

l’assetto produttivo che, di riflesso, la più complessiva organizzazione sociale. E’ da

questo momento che si comincia a parlare dell’avvento di una fase economica cd.

78

postindustriale (o anche postmoderna, in senso sociologico).

Gli elementi più significativi di questo cambiamento, fattosi via via più accelerato negli

anni ottanta e novanta del ‘900, sono il progressivo aumento degli scambi di beni e

servizi a livello internazionale, il declino dell’organizzazione taylorista-fordista nella

produzione industriale manifatturiera, la delocalizzazione degli impianti industriali dai

Paesi economicamente avanzati, l’interdipendenza crescente dei mercati su scala

legname per l’India), l’impatto ambientale è violento e assume, spesso, un drammatico risvolto a livello

mondiale.

Su questo si veda il contributo del fisico americano David Goodstein, Il mondo in riserva. Energia, Clima. Il

futuro della civiltà, Milano, EGEA, 2004.

Va ricordato che già da molti anni è stato lanciato l’allarme sul probabile, imminente “esaurimento” delle

risorse energetiche e materie prime. Lo ha fatto il cd. “Club di Roma”, ne I limiti dello sviluppo, Mondadori,

1972 (si veda, in particolare, la prefazione di Aurelio Peccei).

Di recente Jeremy Rifkin, Economia all’idrogeno, Mondadori, 2002 è tornato sul tema, analizzando le

soluzioni tecnologiche che, nei prossimi decenni, potrebbero validamente integrare in campo energetico

l’utilizzo del petrolio la cui produzione è inevitabilmente destinata al declino quali che siano i suoi (spesso

erratici e speculativi) andamenti di prezzo.

78 Tra il 1989 e il 1992, contestualmente al manifestarsi dei processi tecnologici ed economici di cui si è detto

sopra, si registra una forte modificazione del quadro politico internazionale a seguito della caduta del Muro

di Berlino e dell’implosione, politica ed economica insieme, dell’Unione Sovietica. Tali fenomeni sono tra

loro intrecciati e si rinforzano reciprocamente. Ne deriva, comunque, un’accelerazione (di fatto, non

controllata) dei processi di cambiamento che connotano una nuova fase storica, economicamente più fluida e

instabile di quella precedente.

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mondiale (in particolare, in campo finanziario), l’aumento delle migrazioni

internazionali e la crescente difficoltà a mantenere e controllare, in senso lato, i

79

precedenti confini degli Stati.

Nel complesso, tutti questi processi danno luogo a (e sono la manifestazione di) un forte

incremento della competizione economica sul piano globale. Ne consegue un drastico (

e non sempre esplicitamente accettato) mutamento delle regole cui si ispira la

80

convivenza fra Paesi e fra individui.

Nelle aree economicamente sviluppate e, più in generale, nel mondo intero, il progresso

tecnico appare dominato dall’onda lunga dell’informatizzazione: essa coinvolge e

trasforma tanto i processi produttivi in senso proprio quanto la stessa organizzazione

della vita individuale e collettiva.

La rapidissima diffusione delle cd. Information and Communication Technologies (ICT)

assume, quindi, un ruolo determinante nel cambiamento economico e sociale

81

complessivo e ne sollecita una straordinaria accelerazione.

D’altronde, soluzioni energetiche “locali” alternative al petrolio ( per esempio, l’uso del carbone in Cina

oppure della legna in India) hanno effetti di inquinamento ambientale preoccupanti.

79 Con ciò si intende alludere tanto ai confini degli Stati in senso stretto, sempre più facilmente permeati da

flussi di varia natura (migrazioni internazionali, scambio di merci e di informazioni, ecc.) quanto alla

capacità di controllo e di applicazione di regole. Ad esempio, cresce l’illegalità (nel senso attribuito al

concetto nel mondo occidentale) dei comportamenti di individui e Paesi, senza che si manifesti un’adeguata

capacità sanzionatoria. Oltre al diffondersi di comportamenti di autentica criminalità in campo commerciale (

ad esempio, nel settore alimentare) si accrescono i casi di imitazione pedissequa dei prodotti e si afferma, in

campo informatico e nella riproduzione musicale, in particolare, una linea “ideologica”(sostenuta

esplicitamente anche da governi di grandi Stati “non allineati”all’Occidente) di copy left, piuttosto che del

precedente copyright.

Ne deriva la percezione che il contesto globale, se non privo di regole, sia comunque, caratterizzato da regole

nuove, sostanzialmente autogenerantisi in via di fatto.

E’ evidente che, per effetto di ciò, in molti settori produttivi (la riproduzione musicale e l’intrattenimento in

genere,il software più avanzato, il comparto chimico-farmaceutico, quello alimentare), sia pure con le più

svariate motivazioni, si vada riducendo la tutela dei diritti d’autore, dei marchi, dei brevetti, con riflessi non

minori sulla stabilità dei sistemi e dei normali rapporti commerciali.

80 L’elenco potrebbe continuare a lungo. Di fatto, il processo di globalizzazione implica una progressiva

interdipendenza dei mercati e delle società cui consegue un’omologazione dei comportamenti collettivi (e la

conseguente perdita di identità) che si manifesta su diversi piani: da quello economico a quello tecnologico,

da quello organizzativo a quello personale e socio-istituzionale.

Sulle implicazioni, non facilmente definibili, del processo di accelerazione della (post)modernità si vedano le

riflessioni dello scrittore Claudio Magris, Microcosmi, Garzanti, 1997 e Utopia e disincanto. Storie speranze

illusioni del moderno, Garzanti, 1999. E anche gli appunti a margine di Franco Cassano, Modernizzare

stanca. Perdere tempo, guadagnare tempo, Il Mulino, 2001, oltre che di Massimo Fini, Il vizio oscuro

dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità, Marsilio 2002.

81 Schematicamente si può osservare che l’utilizzo di strumenti informatici da parte dell’umanità costituisce

un formidabile mutamento culturale, oltre che tecnologico ed economico.

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Negli ultimi decenni del ‘900, soprattutto negli USA, si comincia a parlare di New

Economy e di Net Economy (“economia della rete”): ciò al fine di sottolineare un

cambiamento nei modi di produzione capace di accelerare non solo il tasso di crescita

della produttività di tutti i fattori ma di modificare radicalmente, e in tempi strettissimi,

82

la stessa organizzazione della vita associata.

In numerose attività produttive (ad esempio, in quelle, sempre più diffuse, connesse al

trattamento e alla trasmissione delle informazioni o delle immagini) l’utilizzo di

strumenti informatici, potenti e flessibili, miniaturizzati e diffusi, i quali raggiungono il

83

mercato a prezzi sempre più bassi, riduce nettamente le economie di scala produttive;

Se la “macchina”, alla base della rivoluzione industriale, costituiva un salto qualitativo rispetto al passato,

soprattutto per ciò che concerne l’utilizzo di nuove fonti di energia, il computer implica un progressivo

spostamento di accento dall’hardware al software, dalla grande dimensione delle apparecchiature alla

miniaturizzazione, dalla “organizzazione” di impresa nella quale utilizzare la crescente potenza di calcolo ai

bisogni e alle capacità individuali (PC, telefoni cellulari, ecc.), dal semplice sfruttamento di nuovi tipi di

energia all’uso di nuovi linguaggi (di interfaccia con la macchina), dalla “macchina” isolata alla sua

connessione in rete, e così via.

Si è, così, di fronte a un insieme di mutamenti che hanno un rilievo politico, culturale, antropologico e

psicologico di tale portata da poter essere solo accennati in questa sede.

82 Su questi temi è disponibile una vasta e crescente letteratura. Oltre al fondamentale e quasi anticipatorio

lavoro di Manuel Castells (1996), L’età dell’informazione, articolato in tre tomi, La nascita della società in

rete, Il potere delle identità, Volgere di Millennio, Egea, 2003, altri riferimenti generali si possono trovare in

Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, 2000;Carlo De Benedetti,

L’avventura della nuova economia,Longanesi, 2000; Federico Rampini, New Economy. Una rivoluzione in

corso, Laterza, 2000; idem, Dall’euforia al crollo. La seconda vita della new economy, Laterza 2001; Elena

e Giacomo Vaciago, La new economy, Il Mulino, 2001; Luigi Prosperetti (a cura di), La New Economy:

Aspetti analitici e implicazioni di politica economica, Il Mulino, 2002.

Per una rilettura critica di quel periodo, con i suoi “miti” economici e i suoi “crolli”, soprattutto in campo

finanziario, vedi di Joseph E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Einaudi, 2004. Di fatto, una serie di analisi

critiche al periodo dello sviluppo economico accelerato negli USA alla svolta del Millennio preconizzano la

crisi che si manifesterà fra il 2007 e il 2008 ed avrà effetti di portata mondiale.

Ne deriverà una visione politica ed economica tutt’affatto diversa da quella, più “liberistica”, che aveva

prevalso negli anni precedenti. Gli Stati, singolarmente e in concerto fra loro, saranno indotti a effettuare una

serie di “salvataggi” di imprese finanziarie coinvolte nella crisi di liquidità e incapaci garantire il pagamento

dei debiti contratti in valuta.

83 Il processo di cambiamento non mostra solo questo aspetto poiché, avvenendo contestualmente a un

allargamento dei mercati su scala mondiale, implica continui processi di concentrazione in numerosi settori

economici, sia nella produzione di beni (il mercato automobilistico, quello chimico-farmaceutico, quello

aeronautico, ecc.) che di servizi moderni fondati sull’utilizzo di strumenti multimediali (comunicazione,

intrattenimento, ecc.).

E’ da notare che il cambiamento in atto si presenta con modalità tali (per grado di accelerazione, estensione,

ecc.) da determinare spesso un “eccesso di carico” rispetto alla “capacità metabolica” della società nel suo

complesso di assorbirne gli effetti.

In particolare, nel campo dell’informazione, più di uno studioso segnala le difficoltà di vivere in un tale

contesto, senza impatti negativi (stressanti) sul piano comportamentale. Si veda su questo punto Giuliano da

Empoli, Overdose. La società dell’informazione eccessiva, Marsilio, 2002.

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in generale, ciò accresce la specializzazione delle imprese e ne moltiplica il numero (ma

anche il turnover), nel mentre aumenta notevolmente il peso economico (e

occupazionale) della produzione di servizi, soprattutto quelli moderni indirizzati alle

84

imprese, oltre che alle famiglie (il cd. terziario avanzato).

Nei sistemi economici moderni, la produzione appare sempre più differenziata e

dematerializzata mentre aumenta il peso della cd. economia delle relazioni, una

modalità di organizzazione produttiva e sociale nella quale la comunicazione in rete,

resa possibile dalle nuove tecnologie informatiche e da Internet, diviene dominante.

Anche gli strumenti di lavoro mutano, facendosi sempre più raffinati e flessibili, oltre

che sottoposti a una rapidissimo invecchiamento tecnico-economico (obsolescenza), in

larga misura indotto dalle stesse imprese alla ricerca di nuovi sbocchi di domanda.

In questa fase storica, è l’incalzare del progresso tecnologico, e non l’usura fisica

connessa all’utilizzo produttivo degli strumenti di lavoro, a determinarne una

sostituzione precoce e accelerata, la quale sostiene una continua espansione della

85

domanda in numerosi settori produttivi moderni.

Più in generale, per tentare di cogliere alcune trasformazioni, quasi antropologiche, connesse all’avvento dei

nuovi media nel settore della comunicazione e dell’entertainment si veda Karl Popper, Cattiva maestra

televisione (a cura di G. Bosetti), Marsilio, 2002.

Anche Neil Postman, in Divertirsi da morire, Marsilio, 2002 e più recentemente Raffaele Simone, La Terza

Fase, Laterza, 2000 segnalano le implicazioni, spesso distruttive, che l’uso dei nuovi media ha sui “saperi

tradizionali” e sulla “mentalità tipografica” delle nostre collettività.

Ciò spiegherebbe le crescenti difficoltà comunicative, ad esempio nella scuola e nelle università, fra una

cultura tradizionalmente fondata sulla scrittura (tipografica, appunto) e le nuove generazioni abituate a

linguaggi diversi, per taluni aspetti, assai semplificati rispetto alle precedenti forme espressive.

84 In questo ambito si sviluppano non solo nuovi servizi (di ricerca, di marketing, di consulenza aziendale e

finanziaria, di comunicazione, e così via) ma anche nuove figure professionali e nuove modalità di

erogazione delle prestazioni di lavoro le cui forme contrattuali tendono a mutare a seguito dei cambiamenti

in atto nella tecnologia e nell’organizzazione, sia aziendale che sociale.

In generale, il nuovo ambiente economico, di fatto più competitivo, fluido e meno prevedibile, implica di

agire all’interno di orizzonti temporali assai più brevi di quelli che caratterizzavano il modo di produzione

precedente. Il che accresce notevolmente l’esigenza di flessibilità contrattuale e di rapida (e, quindi, poco

costosa) revisione delle decisioni assunte in passato.

Ne derivano non poche difficoltà di adattamento per individui, imprese e territori, soprattutto per quelli che

avevano vissuto, fino a momento, in un contesto economico relativamente “protetto”, se non addirittura

“chiuso”.

85 Su questo punto la competizione fra le maggiori imprese mondiali, produttrici tanto di software che di

hardware, è durissima. I processi imitativi assumono ora una natura e una dimensione sconosciuta solo pochi

decenni fa.

Complessivamente il grado di rischio connesso all’attività economica tende ad accrescersi e si riduce,

conseguentemente, la stabilità delle singole imprese e delle stesse economie nazionali talché non sono

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E’ da notare come il rapido passaggio tecnologico dalla meccanica all’elettronica non

solo aumenti in modo diffuso il potenziale produttivo ma migliori, accrescendone la

capacità di adattamento, la flessibilità di risposta del sistema sociale rispetto

all’evoluzione tecnico-organizzativa. L’interattività fra i soggetti aumenta e si manifesta

sempre più al di fuori dei tradizionali (e istituzionalizzati) canali di comunicazione.

La tensione all’adattamento accelerato ed estensivo non è, tuttavia, priva di effetti

(indesiderati) e si manifesta attraverso una dura selezione competitiva fra i soggetti

economici, siano essi specifiche economie nazionali oppure categorie produttive, o

singoli individui.

In questo ambiente, il lavoro stesso dell’uomo tende a trasformarsi profondamente nei

propri contenuti professionali, nelle forme organizzative d’impresa nelle quali viene

esplicato, nelle modalità di erogazione (tempi e luoghi ove si lavora) e nella

86

conseguente regolamentazione giuridica adottata.

Come fenomeno tendenziale, la forza lavoro diviene non solo sempre più

87

femminilizzata ma progressivamente più istruita, autonoma e responsabile, de-

gerarchizzata e flessibile, creativa e organizzata “in rete”.

infrequenti crisi finanziarie di interi Paesi, non più in grado di reggere il costo della gestione del debito

accumulato verso l’estero.

Ciò cui si assiste è un continuo e rapidissimo riposizionamento dei soggetti in campo economico, senza

alcuna garanzia di continuità rispetto al passato recente. Si moltiplicano le pubblicazioni statistiche che,

attraverso le graduatorie internazionali dei Paesi nei diversi “indicatori”, offrono un’immagine esplicita del

rapido mutamento degli assetti economici mondiali. Vedi, ad esempio, l’utilissimo strumento informativo

costituito dalla pubblicazione, con cadenza annuale: The Economist, Il mondo in cifre , Ed. Fusi Orari.

86 In tutti i Paesi di antica industrializzazione, compresa l’Italia, si tenta di adeguare la regolamentazione del

mercato del lavoro alle nuove condizioni, soggettive e oggettive, nelle quali ora ci si trova a operare. In linea

di massima, soprattutto nell’Europa continentale, lo sforzo normativo va nella direzione di fornire maggiore

flessibilità di adattamento al mercato del lavoro, notoriamente più rigido, ad esempio, rispetto agli standard

statunitensi, per non parlare delle condizioni strutturali prevalenti nei Paesi “in ritardo” di sviluppo.

87 L’aumento generalizzato della forza lavoro femminile nel mercato si spiega sia con riferimento al

mutamento dei pesi settoriali dell’occupazione (progressiva minore incidenza dell’agricoltura e dell’industria

manifatturiera, ove storicamente è dominante la presenza maschile), sia alla maggiore competitività

femminile - agevolata dal diffondersi dei processi di istruzione - nei lavori connessi al trattamento delle

informazioni e alla comunicazione in genere.

Sotto il profilo analitico, il recente aumento della quota di occupazione femminile nelle economie moderne

deriva, quindi, sia da un fattore di share (mutamento delle quote settoriali), sia da un fattore di shift (aumento

della competitività generale sul mercato, da cui deriva uno spostamento dei pesi relativi).

Una simile constatazione non è contraddetta dal fatto che la presenza femminile all’interno della

disoccupazione sia ancora superiore a quella maschile; anzi, è proprio l’effetto ultimo dei processi dinamici

ora accennati i quali si esprimono in una crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro.

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Ciò accade come riflesso di una spinta tecnologica diffusa ma anche in relazione a una

nuova sensibilità sociale e come risposta evolutiva al precedente modello di

organizzazione produttiva, quello industriale manifatturiero, di per sé piuttosto rigido e

88

gerarchico, almeno nella tradizionale versione di stampo tayloristico.

Comunque, un tale cambiamento strutturale dell’organizzazione del lavoro non é, né

potrebbe essere, neutrale rispetto alla distribuzione del reddito fra gli individui e fra i

Paesi, né rispetto al livello e alla composizione professionale dell’impiego delle forze di

89

lavoro.

Infatti, in numerosi Paesi, soprattutto quelli europei continentali fra cui l’Italia, le

trasformazioni di questo tipo, rapide ed estese settorialmente, hanno dato luogo, in un

primo tempo (anni novanta del ‘900), a un aumento della disoccupazione: un fenomeno

connotato più dall’evoluzione di elementi strutturali che non congiunturali, di breve

90

periodo, almeno sino al 2008.

88 Se questo è vero, occorre tenere presente, tuttavia, che proprio la crescita del settore dei servizi (soprattutto

alla persona) dà luogo a una quantità di lavori a modestissima specializzazione, di natura per l’appunto

servile, nei quali è molto elevato il grado di precarietà e dove i salari monetari sono molto bassi.

Su questo si veda di chi scrive, I cambiamenti del lavoro: comprenderli, formarsi, orientarsi, Magellano,

dicembre 2001.

Vedi anche di Ulrich Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro, Einaudi, 2000, una sorta di parafrasi e

completamento del noto contributo di Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, Milano, 1996. Entrambi gli autori

ritengono che i processi di precarizzazione del lavoro nelle società postmoderne siano in forte crescita (Beck

parla addirittura di “brasilianizzazione”).

Su un piano diverso, quello della necessità di un ripensamento complessivo del rapporto fra l’individuo e il

lavoro nel corso della propria vita, vedi i recenti contributi di Robert. B. Reich, L’infelicità del successo, Fazi

editore, 2001 e Ralf Dahrendorf, Libertà attiva. Sei lezioni su un mondo instabile, Laterza, 2003.

89 Sul piano sociologico uno degli effetti dell’accelerazione tecnologica e della turbolenza politica connessa

alla globalizzazione è l’aumento degli “scarti”: lavoratori in esubero nelle imprese, migranti, profughi,

rifugiati politici costituiscono un “sottoprodotto” in crescita di questo cambiamento strutturale.

E’, ad esempio, questa la visione che propone Zigmunt Bauman nel suo Vite di scarto, Laterza, 2005. Lo

sguardo è allargato anche alla crescente fluidità e instabilità delle relazioni personali e sociali in genere.

90 Schematizzando, nei sistemi economici sviluppati, si possono distinguere due tipi di disoccupazione della

forza lavoro, quella volontaria e quella involontaria.

La prima, quella volontaria, non costituisce, di solito, un problema economico rilevante. Essa dipende dal

normale avvicendamento della forza lavoro fra le diverse possibilità di occupazione remunerata e riflette le

libere scelte dei soggetti economici di accettare o meno talune soluzioni lavorative, soprattutto nella fase di

ingresso, o per la popolazione femminile di rientro, nel mercato del lavoro, dopo l’allevamento dei figli.

La seconda, quella involontaria, rappresenta, invece, uno dei principali problemi delle economie moderne.

Anche questa disoccupazione può avere natura duplice: può essere dovuta a fattori transitori (ad esempio,

una contrazione congiunturale della domanda di prodotto e, quindi, della domanda di lavoro delle imprese)

oppure a fattori permanenti (ad esempio, può riguardare la capacità professionale dei lavoratori di adattarsi ai

veloci mutamenti tecnico-organizzativi della produzione).

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PAVIA

FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA

L’origine specifica di questo processo va, infatti, ricercata nella profondità, rapidità ed

estensione (in una parola, nella pervasività) del cambiamento tecnico-economico, oltre

che nelle specifiche modalità istituzionali con le quali ogni sistema politico ha ritenuto

di controllarne l’impatto sociale.

Sono questi elementi strutturali che influiscono (e hanno influito in passato) sul livello

e, soprattutto, sulle caratteristiche qualitative della disoccupazione della forza lavoro.

Va rilevato che, talvolta, tali processi di cambiamento tecnologico e, in particolare, le

forme di protezione e di assistenza sociale esplicitamente adottate da ogni singolo Paese

per attenuarne l’impatto (le scelte relative al cd. Welfare State: sanità, assistenza,sistemi

pensionistici, stabilizzatori sociali, ecc.) incidono non solo sulla disoccupazione

manifesta delle forze di lavoro ma, più ancora, sul livello di (in)attività della

popolazione in età lavorativa e/o sul grado di precarietà economica degli occupati.

E’ possibile, quindi, che i cambiamenti strutturali (tecnologici, economici) in atto in un

determinato periodo di tempo non si riflettano direttamente sulla disoccupazione

esplicita ma si esprimano in modo diverso: ad esempio, modificando il rapporto fra

economia emersa ed economia sommersa a vantaggio della seconda. In tal caso, la

disoccupazione, rilevata statisticamente in modo ufficiale, riduce in parte il proprio

valore segnaletico in quanto “indicatore” di una situazione patologica a livello

91

economico e sociale .

I due tipi di disoccupazione involontaria richiedono interventi di politica dell’occupazione e del lavoro assai

diversi fra loro: nel primo caso, quello della disoccupazione di origine congiunturale, occorre eliminare i

vincoli di domanda di prodotto (agendo sul complesso della spesa, privata e pubblica) che impediscono il

pieno sfruttamento della capacità produttiva dei sistemi economici (politiche keynesiane); nel secondo caso,

quello della disoccupazione strutturale, è opportuno che, attraverso le cd. “politiche attive del lavoro”, si

riducano le frizioni presenti nel mercato e si favorisca l’incontro qualitativamente adeguato fra domanda e

offerta di lavoro (per singola professione, per specifico territorio,ecc.).

91 Accade spesso che la disoccupazione non sia “esplicita”- e quindi facilmente misurabile - ma venga

“nascosta” parzialmente da provvedimenti sociali che comportano rilevanti trasferimenti pubblici alle

famiglie (ad es. pensioni di anzianità, indennità e contributi vari, ecc.). Se ciò accade, ed è praticamente la

norma oggi, la disoccupazione ha difficoltà a manifestarsi appieno e se ne può percepire la presenza solo

attraverso il (ridotto o decrescente) grado di partecipazione al mercato di alcune specifiche fasce di

popolazione in età lavorativa (donne, anziani, ecc.) e/o in alcune aree regionali.

In tal caso, il tasso di disoccupazione ufficiale, rilevato dagli Istituti Centrali di Statistica nazionali (l’Istat, in

Italia) o internazionali (l’Eurostat, nell’UE), non segnala pienamente il grado d’inutilizzo - il livello di sotto-

impiego economico - della forza lavoro potenziale.

Il fenomeno può essere ulteriormente complicato dalla presenza, assai probabile in queste condizioni, di una

vasta area di economia sommersa dalla cui presenza derivano notevoli effetti distorsivi sulla concorrenza fra


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Economia Politica, tenute dal Prof. Rodolfo Jannaccone Pazzi nell'anno accademico 2012.
Nel documento si sa una definizione di produzione e se ne analizzano le seguenti tipologie: agricola, artigianale, industriale. Inoltre si riflette su prospettive future e globalizzazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (a ciclo unico)
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia Politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Jannaccone Pazzi Rodolfo.

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