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Procreazione medicalmente assistita - Trib. Cagliari Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza del Tribunale di Cagliari in cui si autorizza una diagnosi pre-impianto per accertare lo stato di salute... Vedi di più

Esame di Diritto Costituzionale Avanzato docente Prof. F. Cerrone

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pesantemente criticata sotto il profilo del mancato bilanciamento dei contrapposti interessi

coinvolti, tutti di rilevanza costituzionale, specie con riferimento al problema del destino degli

embrioni soprannumerari, destinati a rimanere inutilmente crioconservati sino alla loro completa

estinzione.

Nessuna attività di ricerca o sperimentazione scientifica può dunque essere compiuta sull'embrione

umano a meno che dette attività non siano "volte alla tutela della salute e allo sviluppo

dell'embrione stesso".

Ritiene questo giudice, peraltro conformemente alle conclusioni espresse dal Pubblico Ministero,

che le fattispecie penalmente rilevanti delineate dall'art. 13 l. n. 40/2004 non comprendano nel loro

ambito la diagnosi preimpianto quando la stessa sia stata richiesta, come nel caso di specie, dai

soggetti che abbiano avuto (legittimo) accesso alla tecniche di procreazione assistita e sia

finalizzata all'accertamento di eventuali gravi malattie dell'embrione destinato all'impianto in utero;

quando cioè l'accertamento diagnostico (altrimenti precluso al sanitario) trovi giustifi­cazione

nell'esigenza di assicurare la soddisfazione del diritto, specificamente riconosciuto dall'art. 14,

comma 5, ai futuri genitori, di essere adeguatamente informati sullo stato di salute dell'embrione

stesso.

Come già posto in evidenza, non può essere negata infatti, da un punto di vista letterale e

concettuale, la differenza tra attività di ricerca, sperimentazione e manipolazione genetica,

disciplinate dall'art. 13, e l'accertamento diagnostico richiesto ai sensi dell'art. 14,5° comma,

unicamente finalizzato, come già detto, a fornire ai soggetti indicati dalla legge idonea informazione

sullo stato di salute dell'embrione destinato all'impianto.

Nel primo caso l'ambito è quello dei comportamenti coinvolgenti il sistema dei rapporti tra

l'aspettativa di vita del singolo embrione e l'interesse dell'intera collettività al progresso scientifico.

La scelta operata dal legislatore, pur opinabile nella sua assolutezza, è stata quella di assicurare

massima tutela all'embrione anche a costo di un totale sacrificio delle ragioni del progresso

scientifico.

Nel secondo caso si tratta, invece, di un mero accertamento diagnostico, da effettuarsi non

liberamente dal sanitario o dal ricercatore ma solo previa esplicita richiesta dei soggetti interessati,

avente ad oggetto il singolo embrione destinato all'impianto e volto alla soddisfazione dell'interesse

dei futuri genitori ad avere adeguata informazione sullo stato di salute dell'embrione stesso. Quello

che viene in rilievo non è, dunque, il rapporto ­ per così dire ­ tra embrione e collettività, ma il

distinto ambito dei rapporti tra l'aspettativa di vita dell'embrione, che potrebbe essere pre­giudicata

dall'accertamento invasivo in parola (non è contestabile, infatti, che la diagnosi preimpianto si

caratterizzi per l'esistenza di un certo margine di rischio per l'ulteriore sviluppo dell'embrione), e la

singola persona direttamente coinvolta nel procedimento di procreazione medicalmente assistita,

portatrice di individuali interessi costituzionalmente rilevanti. In questa specifica ipotesi la disciplina

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dettata non prevede per l'embrione una tutela assoluta, ma un bilanciamento dei contrapposti

interessi, che vede semmai prevalere, in certi casi, i diritti costituzionalmente garantiti dei soggetti

che alle tecniche di procreazione assistita abbiano avuto legittimo accesso, ed in particolare della

donna, destinata ad accogliere nel suo grembo l'embrione prodotto.

3. Il diritto alla piena consapevolezza in ordine ai trattamenti sanitari

L'art. 6 della legge n. 40/2004 stabilisce che prima del ricorso "e altresì in ogni fase di applicazione

delle tecniche di procreazione medicalmente assistita" il medico debba informare in maniera

dettagliata i soggetti che alle tecniche medesime abbiano avuto legittimo accesso "sui possibili

effetti collaterali sanitari e psicologici conseguenti all'applicazione delle tecniche stesse, sulle

probabilità di successo e sui rischi dalle stesse deri­vanti".

Il successivo art. 14 della legge precisa ed integra la disposizione di cui all'art. 6 prevedendo, in

capo ai soggetti che abbiano avuto accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, il

diritto di essere infor­mati sul numero e, su loro esplicita richiesta, "sullo stato di salute degli

embrioni prodotti e da trasferire nell'utero" (art. 14, 5° comma).

Entrambe le disposizioni richiamate recepiscono l'evoluzione normativa e giurisprudenziale sul

consenso informato, la cui necessità rappresenta ormai, oltre che un principio di rilevanza

costituzionale, un elemento co­stante nella legislazione vigente e nell'applicazione della

giurisprudenza sia di merito che di legittimità. Esse si collocano infatti in una prospettiva di esplicita

tutela del diritto alla piena consapevolezza in ordine ai trattamenti sanitari che, fondandosi sul

libero consenso, presuppongono un'esaustiva informazione su tutti gli aspetti rilevanti, specie quelli

riguardanti le possibili conseguenze derivanti dall'atto medico per l'integrità fisica e per la salute di

chi lo debba subire.

Nell'ottica del consenso informato, non può seriamente dubitarsi che l'impianto in utero

dell'embrione prodotto in vitro integri un trattamento sanitario e che pertanto debba essere

preceduto da una adeguata informazione su tutti gli aspetti rilevanti, compreso il numero e lo stato

di salute degli embrioni destinati all'impianto.

Negare l'ammissibilità della diagnosi preimpianto anche quando sia stata richiesta ai sensi dell'art.

14 della legge significherebbe dunque rendere impossibile una adeguata informazione sul

trattamento sanitario da eseguirsi, indispensabile invece sia nella prospettiva di una gravidanza

pienamente consapevole, consentendo ai futuri genitori di prepararsi psicologicamente ad

affrontare eventuali problemi di salute del nascituro, sia in funzione della tutela della salute

gestazionale della donna. A tale proposito è appena sufficiente segnalare che l'impianto

dell'embrione nel grembo materno comporta sempre un certo rischio per la salute della gestante e,

cosa che qui maggiormente rileva, che detto rischio è influenzato, oltre che dal numero degli

embrioni destinati all'impianto, dallo stato di salute degli stessi. In relazione agli embrioni portatori

di gravi malattie genetiche (non tutte preventivamente prevedibili e diagnosticabili con un'indagine

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genetica effettuabile sugli aspiranti genitori in quanto non sempre ricollegate a preesistenti malattie

dei genitori stessi ovvero ad un loro stato di portatore sano, come è dimostrato, ad esempio, per la

trisomia 21 e per il caso di traslocazioni cromosomiche de novo non bilanciate presenti

nell'embrione) la comunità scientifica è infatti concorde nel ritenere che aumenti in maniera

considerevole sia il rischio di una prosecuzione patologica della gravidanza sia il rischio di aborto

spontaneo, e quindi la possibilità che si verifichi una lesione dell'integrità fisica o psichica della

gestante sotto entrambi i profili, essendo noto che anche dal fatto stesso dell'interruzione della

gravidanza possono derivare conseguenze pregiudizievoli per la salute della donna.

Tanto è vero che nella stessa legge n. 40/2004 è riconosciuto il dirittodovere del medico di non

progredire ulteriormente nel processo di procreazione assistita, e quindi eventualmente anche di

non procedere all'impianto, quando dallo stesso possano derivare gravi conseguenze per la salute

gestazionale della donna. Stabilisce infatti il 4° comma dell'art. 6 che "il medico responsabile della

struttura può decidere di non procedere alla procreazione medicalmente assistita esclusivamente

per motivi di ordine medico ­ sanitario". In sintonia, d'altro canto, con i principi di deontologia

professionale, primo fra tutti quello di evitare ogni danno per la salute del paziente.

3. L'illegittimità delle linee guida ministeriali

Non appare convincente neanche l'argomentazione, anch'essa indi­cata a fondamento della tesi

qui criticata, secondo cui l'inammissibilità della diagnosi preimpianto troverebbe conferma nella

specifica previsione in tal senso di cui alle Linee guida ministeriali del 22 luglio 2004.

Proprio l'espressa previsione contenuta nelle Linee guida ministeriali, nelle quali è stato disposto

che "ogni indagine relativa alla salute degli embrioni creati in vitro, ai sensi dell'art. 14 comma 5,

dovrà essere di tipo osservazionale", pone semmai in evidenza l'inesistenza, nel sistema della

legge, di un divieto riguardante la diagnosi preimpianto quando richiesta ai sensi del 5° comma

dell'art. 14.

Emerge infatti come il divieto, non identificabile nel sistema della legge n. 40/2004, sia in realtà il

frutto di un'impostazione restrittiva forte­mente voluta dall'Esecutivo che, in contrasto con le stesse

disposizioni di legge, e quindi in palese violazione delle prerogative proprie degli atti di normazione

secondaria, lo ha espressamente sancito proprio in occasione della emanazione delle Linee guida.

Ne discende l'illegittimità della citata norma di rango secondario.

Non può negarsi infatti che attraverso la disposizione in parola il de­creto ministeriale tenda, da un

lato, ad includere nell'ambito del divieto di cui all'art. 13 comportamenti che invece, secondo

quanto stabilito dal legi­slatore, non vi rientrano, così finendo per incidere sul discrimine tra ciò che

è lecito e ciò che è penalmente rilevante, con buona pace per il principio di legalità (art. 25 Cost.;

art. 1 cod. pen.); e, dall'altro, a comprimere diritti espressamente garantiti dalla legge ed aventi

rilevanza costituzionale, che certamente non possono essere limitati con atti di normazione

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secondaria.

Con riferimento a quest'ultimo profilo va osservato come un'indagine meramente osservazionale

consenta unicamente di valutare la compattezza e lo stato di aggregazione delle cellule costituenti

l'embrione, ma non di individuare eventuali anomalie genetiche. La limitazione, arbitrariamente

introdotta con il decreto ministeriale, impedisce dunque che lo stato di salute dell'embrione

destinato all'impianto possa essere accertato con un accettabile grado di effettività. Evidente è

dunque la compromissione del diritto, riconosciuto espressamente dalla legge n. 40 del 2004 e

costituzionalmente rilevante, ad avere adeguata informazione sui reali rischi del trattamento

sanitario da effettuarsi.

L'illegittimità delle linee guida sotto il profilo ora richiamato può essere colta anche in

considerazione del loro contrasto con la Convenzione di Oviedo del giugno 1996, vigente nel

nostro Paese in seguito alla ratifica di cui alla l. n. 145 del 2001, che, come è noto, all'art. 12

prevede che "Si potrà procedere a dei test volti a prevedere delle malattie genetiche o che

permettano l'identificazione del soggetto come portatore di un gene responsabile di una malattia o

di rilevare una predisposizione o una suscettibilità genetica ad una malattia solo a fini medici o di

ricerca medica e con riserva di un consiglio genetico adeguato".

Per tutte le ragioni indicate, le Linee guida ministeriali del 22 luglio 2004, emanate ai sensi dell'art.

7 legge n. 40 del 2004, debbono essere disappli­cate nella parte in cui prevedono che "ogni

indagine relativa alla salute degli embrioni creati in vitro, ai sensi dell'art. 14 comma 5, dovrà

essere di tipo osservazionale". Dalle stesse, pertanto, nessun argomento può essere tratto a

sostegno della tesi della non praticabilità dell'accertamento diagnostico richiesto dagli attori.

4. I criteri ispiratori della l. n. 40/2004

Con riferimento poi all'argomentazione secondo cui il divieto della diagnosi preimpianto sarebbe

desumibile "anche dalla interpretazione della legge alla luce dei suoi criteri ispiratori"(ordinanza di

rimessione alla Corte Cost. del Tribunale di Cagliari del 16 luglio 2005, n. 574), va osservato come,

in realtà, nel complesso delle disposizioni disciplinanti la ma­teria della procreazione medicalmente

assistita non sia identificabile un'unica ratio legis e come, invece, l'ispirazione di fondo muti a

seconda di quale sia l'ambito specifico tenuto in considerazione dalle singole norme.

In particolare non può affermarsi che l'impianto normativo sia in toto sorretto dall'unica ratio

dell'assoluta tutela dell'aspettativa di vita dell'embrione, anche a discapito dei diritti

costituzionalmente garantiti dei soggetti coinvolti nel procedimento di procreazione medicalmente

assistita, caratterizzando detto criterio ispiratore, come già detto, il solo ambito dei rapporti

disciplinati dall'art. 13 e non trovando invece espressione con riferimento alla diversa materia

disciplinata dall'art. 14, all'interno del quale va ricompresa l'attività diagnostica richiesta dagli attori.

La correttezza dell'assunto è comprovata anche dall'analisi delle altre disposizioni attraverso le

quali trova pratica realizzazione quel bilanciamento di interessi di cui la stessa liceità della diagnosi

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preimpianto è espressione. Disposizioni ulteriori che non rilevano, come è ovvio, ai fini della

decisione oggetto del presente giudizio, riguardando condotte del tutto eventuali e da collocarsi in

un momento logicamente e cronologicamente successivo rispetto all'effettuazione della diagnosi

preimpianto, ma che si ritiene utile richiamare per evidenziare ulteriormente come del tutto

peculiari siano i principi ispiratori della disciplina dettata dalla l. n. 40/2004 allorquando siano

coinvolti i vari aspetti del rapporto tra l'aspettativa di vita dell'embrione ed i diritti delle singole

persone direttamente coinvolte nel procedimento di procreazione medicalmente assistita, ed in

particolarmodo della futura gestante.

A tal fine è opportuno osservare che: accanto al divieto generale di crio­conservazione e

soppressione di embrioni, l'art. 14 contiene un espresso richiamo alla legge n. 194/78 e quindi alle

specifiche condizioni, collegate allo stato di salute della gestante, in cui è possibile procedere

all'interruzione della gravidanza; accanto all'obbligo dell'unico e contem­poraneo impianto di tutti gli

embrioni prodotti, è stato espressamente previsto, al terzo comma dell'art. 14, che "Qualora il

trasferimento nell'utero degli embrioni non risulti possibile per grave e documentata causa di forza

maggiore relativa allo stato di salute della donna, non prevedibile al momento della fecondazione,

è consentita la crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del trasferimento, da

realizzare non appena possibile" (e cioè se e quando la patologia che ha impedito l'immediato

trasferimento sia venuta meno); le stesse Linee guida ministeriali, a specificazione della

disposizione in esame, prevedono poi espres­samente che "Qualora dall'indagine vengano

evidenziate gravi anomalie irreversibili dello sviluppo di un embrione, il medico responsabile della

struttura ne informa la coppia ai sensi dell'art. 14, comma 5. Ove in tal caso il trasferimento

dell'embrione, non coercibile, non risulti attuato, la coltura in vitro del medesimo deve essere

mantenuta fino al suo estinguersi." Ed altresì che "Qualora il trasferimento nell'utero degli embrioni

non risulti possibile per cause di forza maggiore relative allo stato di salute della donna non

prevedibili al momento della fecondazione, e, comunque, un trasferimento non risulti attuato,

ciascun embrione non trasferito do­vrà essere crioconservato in attesa dell'impianto che dovrà

avvenire pri­ma possibile."; è stato inoltre stabilito, da un lato, il divieto di riduzione di gravidanze

plurime, ma, dall'altro, è stata immediatamente indicata, nello stesso art. 14, l'eccezione

riguardante l'eventuale sussistenza dei presupposti legittimanti l'interruzione della gravidanza;

accanto alla disposizione sulla non revocabilità del consenso dopo la fecondazione dell'ovulo, nes­

suna sanzione è stata prevista per il rifiuto della donna di procedere all'impianto, né alcuna

possibilità di procedervi coattivamente.

Considerato il loro specifico contenuto, non può negarsi come dalle singole disposizioni appena

richiamate emerga con evidenza un'impostazione di fondo del tutto diversa da quella

caratterizzante l'art. 13 (che si distin­gue, come abbiamo visto, per l'assolutezza della tutela

accordata all'aspettativa di vita dell'embrione) e tale in concreto da assicurare, invece, un

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bilanciamento degli interessi del concepito e della futura gestante che equivale, in più punti, a

quello caratterizzante la legge sulla interruzione della gravidanza.

Anche l. n. 40/2004 appare infatti ispirata, in questo specifico ambito, alla medesima ratio: tutela

massima per il concepito che però si arresta davanti al prevalente interesse della donna alla sua

salute fisica e psichica.

Ed infatti allo stesso modo in cui per la legge sull'aborto non è consentita l'interruzione della

gravidanza a fini eugenetici, rilevando lo stato di salute del feto non di per sé ma solo quale causa

del verificarsi di uno stato patologico della gestante, allo stesso modo nella legge n. 40 del 2004 è

vie­tata la selezione degli embrioni a scopo eugenetico; ma negli stessi termini in cui è consentita

dalla legge n. 194/78 l'interruzione della gravidanza per la tutela della salute della gestante, allo

stesso modo la donna potrà legittimamente rifiutare l'impianto dell'embrione prodotto in vitro

allorquando la conoscenza dell'esistenza di gravi malattie genetiche o cromosomiche nell'embrione

medesimo abbiano determinato in lei una patologia tale per cui procedere ugualmente all'impianto

sarebbe di grave nocumento per la sua salute fisica o psichica. In questo caso, infatti, non si

tratterebbe di pratica eugenetica, certamente vietata ai sensi dell'art. 13, ma di impossibilità di

procedere all'impianto per "grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di

salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione" che ai sensi dell'art. 14 terzo

comma legittima espressamente la crioconservazione dell'embrione sino a quando (e se)

l'impedimento all'impianto venga meno.

Soluzione interpretativa, d'altro canto, perfettamente coerente con i prin­cipi più volte ribaditi dalla

Corte costituzionale che, in più occasioni, ha avuto modo di affermare come non esista

equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute di chi è già persona, come la

madre, e la salvaguardia dell'embrione "che persona deve ancora diventare" (per tut­te, sentenza

Corte Cost. n. 27 del 1975).

Neanche dai principi ispiratori della legge, più volte indicati a sostegno della tesi restrittiva,

possono dunque trarsi univoci argomenti per escludere la praticabilità della diagnosi richiesta dagli

attori, come dimostrato dalle osservazioni che precedono.

5. I principi costituzionali.

Riprendendo più specificamente il discorso sulla diagnosi preimpianto, resta ancora da evidenziare

come la soluzione interpretativa che afferma la piena legittimità dell'accertamento diagnostico

richiesto dagli attori sia non solo preferibile, per tutte le ragioni già esposte, ma altresì necessitata

in considerazione del dovere del giudice di scegliere, tra le varie interpretazioni possibili della

disposizione da applicare al caso concreto, quella che assicuri una lettura costituzionalmente

orientata della norma.

Sotto quest'aspetto è appena sufficiente ricordare la costante giurispru­denza della stessa Corte

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Costituzionale che, in svariate occasioni, ha ribadito l'assoluta necessità per il giudice, pena la

dichiarazione di inammissi­bilità della questione di legittimità prospettata, di valutare se tra le inter­

pretazioni possibili del testo normativo al suo esame ve ne sia una con­forme ai principi

costituzionali eventualmente implicati, dovendo egli, prima di sollevare una questione di legittimità

costituzionale, sempre verificare, nell'esercizio dei poteri ermeneutici che gli sono attribuiti, se la di­

sposizione al suo vaglio consenta un'interpretazione non confliggente con i principi sanciti dalla

Costituzione, e preferire quest'ultima a quella diversa implicante dubbi di legittimità costituzionale.

Né può sostenersi che tale dovere trovi un limite con riferimento alla cd. volontà del legislatore

quale risultante dai lavori parlamentari prodromici all'approvazione del testo legislativo da

interpretare. Certamente questi ultimi costituiscono un valido supporto per l'individuazione del

significato dei termini utilizzati, che va rinvenuto in quello "fatto palese dal signifi­cato delle parole

secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del le­gislatore" (art. 12 delle preleggi del

codice civile), ma non possono impedire che la disposizione, quando il suo tenore letterale non sia

univoco, vada intesa in modo compatibile con i valori ed i principi sovraordinati sanciti dalla Carta

costituzionale.

Nel caso concreto, peraltro, giova osservare che neppure dai lavori parlamentari è possibile trarre

elementi univoci che giustifichino l'affermazione secondo cui la diagnosi preimpianto sarebbe

vietata anche nella specifica ipotesi in cui la stessa sia stata richiesta, ai sensi del 5° comma

dell'art. 14, al fine di ricevere adeguata informazione sullo stato di salute dell'embrione destinato

all'impianto.

Per tutte le ragioni esposte in precedenza, ritiene questo giudice che i dati normativi richiamati

consentano, con particolare riferimento al diritto alla piena consapevolezza dei trattamenti sanitari,

al diritto alla salute e al principio di uguaglianza, tutti coinvolti nel caso di specie, un'interpretazione

costituzionalmente orientata che riconosca la praticabilità della diagnosi genetica preimpianto nei

casi in cui la stessa sia stata richiesta ai sensi dell'art. 14 comma 5 della legge.

In questo specifico caso, infatti, il necessario bilanciamento degli interessi costituzionalmente

garantiti impone un'opzione interpretativa dei dati normativi che, rendendo ammissibile la diagnosi

preimpianto, assicuri un'adeguata tutela del diritto della futura gestante ad esprimere un consenso

consapevole in ordine al trattamento sanitario ancora in itinere (impianto in utero dell'embrione

prodotto in vitro,), essendo un'esaustiva in­formazione sullo stato di salute degli embrioni destinati

all'impianto indispensabile, oltre che nella prospettiva di una gravidanza pienamente consapevole,

in funzione della necessaria tutela della salute gestazionale della donna, come ampiamente

argomentato prima.

Con riferimento ad entrambi i profili richiamati, l'interpretazione restrittiva, che nega invece la

praticabilità della diagnosi preimpianto anche quando richiesta ai sensi dell'art. 14, 5° comma,

deve dunque essere re­spinta, offrendo la stessa una lettura incostituzionale della disposizione.

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L'affermazione della liceità dell'accertamento diagnostico in questione, d'altro canto, risulta

perfettamente coerente con quanto accade comunemente con riferimento agli accertamenti

genetici praticati quando una gra­vidanza sia già in corso, ritenuti costantemente leciti dal diritto

vivente.

E l'identità di disciplina della diagnosi prenatale e della diagnosi eseguita sugli embrioni prodotti in

vitro e destinati all'impianto (caratterizzate entrambe dalla medesima finalità di assicurare ai diretti

interessati una idonea informazione sullo stato di salute degli embrioni già in utero o da destinare

all'impianto), conseguente all'opzione interpretativa appena in­dicata, assicura una lettura

costituzionalmente orientata delle disposizioni in esame anche con riferimento al principio di

uguaglianza (art. 3 Cost.), poiché evita una diversità di trattamento di situazioni sostanzialmente

analoghe, altrimenti censurabile costituzionalmente sotto il profilo della irragionevolezza.

Con riferimento a quest'ultimo aspetto è appena sufficiente aggiungere come il diritto vivente non

solo abbia costantemente affermato la liceità della diagnosi prenatale, nonostante il rischio di

aborto spontaneo che la caratterizza, ma come abbia altresì affermato la responsabilità giuridica

del medico che non abbia fornito informazioni, ovvero abbia riferito informazioni errate, circa le

condizioni del feto.

Non vi è dubbio, dunque, che il nostro ordinamento, quando una gravidanza sia in atto, garantisca

con pienezza il diritto della donna alla più ampia informazione sullo stato di salute del feto,

comprese quelle informazioni ottenibili solo attraverso tecniche diagnostiche invasive quali appunto

la diagnosi prenatale.

Sarebbe pertanto irragionevole (e costituzionalmente censurabile) negare la più ampia e completa

informazione a coloro che, avendo fatto legittimo ricorso alle tecniche di fecondazione assistita,

abbiano chiesto di poter conoscere prima dell'impianto in utero, ai sensi dell'art. 14, 5° comma, l. n.

40/2004, lo stato di salute dell'embrione prodotto in vitro; conoscenza non ottenibile attraverso il

mero esame osservazionale dell'embrione stesso, ma solo con il ricorso alla diagnosi preimpianto.

Né l'irragionevolezza del divieto, derivante dall'interpretazione opposta a quella ritenuta preferibile

da questo giudice, potrebbe escludersi in considerazione del rischio di danneggiamento

dell'embrione, insito nelle tecniche di diagnosi preimpianto, essendo noto che anche la diagnosi

prenatale, della cui liceità nessuno dubita, comporta accertati rischi che la gravidanza in atto possa

interrompersi proprio in conseguenza dell'accertamento invasivo espletato.

Deve essere dunque affermata la liceità della diagnosi preimpianto quando, come nel caso di

specie, la stessa risponda alle seguenti caratteristiche: sia stata richiesta dai soggetti indicati

nell'art. 14, 5° comma, l. n. 40/2004; abbia ad oggetto gli embrioni destinati all'impianto nel grembo

materno; sia strumentale all'accertamento di eventuali malattie dell'embrione e finalizzata a

garantire a coloro che abbiano avuto legittimo accesso alle tecniche di procreazione medicalmente

assistita una adeguata informazione sullo stato di salute degli embrioni da impiantare.

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo di una sentenza del Tribunale di Cagliari in cui si autorizza una diagnosi pre-impianto per accertare lo stato di salute degli embrioni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

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