Che materia stai cercando?

Procreazione medicalmente assistita - C.Cost. n. 151/09 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 151 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2009. in relazione ad alcuni aspetti della legge n. 40/04... Vedi di più

Esame di Diritto Costituzionale Avanzato docente Prof. F. Cerrone

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o infertilità. Infatti, la opzione in favore di un

modello terapeutico unico ed inderogabile, normativamente definito in modo tassativo, e

non configurato sulle necessità di cura della singola persona, determina – si rileva nella

memoria – una totale insensibilità alle esigenze poste dalla situazione concreta, con

conseguente inidoneità al raggiungimento dei fini che la legge stessa si propone, ivi

compresa la tutela dell’embrione. L’operatore sanitario, costretto ad adottare un protocollo

uniforme a prescindere dalle caratteristiche della fattispecie concreta, viene esautorato di

qualsiasi autonomia tecnica per la predisposizione della soluzione terapeutica adeguata

alla situazione patologica cui è chiamato a dare risposta, in contrasto anche con principi e

norme cogenti per il professionista nonché con le buone pratiche mediche, e, quindi, con il

codice di deontologia medica.

Nella memoria si sottolinea, poi, che, sulla idoneità di scelte generali e di principio,

tassativamente predeterminate dal legislatore, a regolare vicende attinenti a status e diritti

fondamentali inerenti alla sfera personale dell’individuo, la giurisprudenza costituzionale

si è ripetutamente pronunciata, evidenziando la irragionevolezza di soluzioni che

prescindano dalla considerazione delle specificità del caso concreto. Al riguardo, si

richiama la giurisprudenza in tema di adozione, con riguardo alla deroga al limite di età tra

adottante e adottato.

Ulteriore elemento di irragionevolezza della normativa censurata si ritiene possibile

individuare nel mutato contesto normativo (per effetto di alcune decisioni di merito e

dell’approvazione delle nuove linee guida emanate in tema di procreazione assistita dal

ministro della salute con d.m. 11 aprile 2008), circa l’ammissibilità della diagnosi

preimpianto. Tale riconoscimento non avrebbe alcuna utilità pratica se la coppia fosse

comunque vincolata all’obbligo di un unico e contemporaneo impianto di non più di tre

embrioni e al divieto di crioconservazione.

Infine, nella memoria si individuano le ragioni della necessità di sottoporre a vaglio di

legittimità costituzionale – come il rimettente ha fatto – anche l’art. 6, comma 3, della

legge n. 40 del 2004, nella parte relativa alla irrevocabilità del consenso all’impianto una

volta avvenuta la fecondazione, per esigenze di coerenza sistematica rispetto ad un assetto

normativo che, con una censura limitata al solo art. 14, commi 1 e 2, potrebbe risultare

comunque viziato da una disarmonia interna. Al riguardo, si rileva, in particolare, che, se

pure la disposizione di cui si tratta pone un comando privo di specifica sanzione per

l’ipotesi di violazione da parte della paziente, tuttavia, nell’ambiguità della legge, si

finisce per rimettere all’interprete la eventuale scelta rispetto alla decisione di adottare

misure coattive per far rispettare il comando violato.

2.7. – Sono state, infine, depositate memorie nell’interesse delle Associazioni Luca

Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Amica Cicogna Onlus, Madre Provetta Onlus,

Cerco un bimbo, L’altra Cicogna Onlus e Associazione www.unbambino.it.

3. – Il Tribunale ordinario di Firenze ha sollevato, con ordinanza del 26 agosto 2008

(r.o. n. 382 del 2008), questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 2, della

legge n. 40 del 2004, limitatamente alle parole «ad un unico e contemporaneo impianto,

comunque non superiore a tre», per contrasto con gli artt. 2, 3 e 32 Cost.; dell’art. 14,

comma 3, della stessa legge, limitatamente alle parole «Qualora il trasferimento nell’utero

degli embrioni non risulti possibile», «di forza maggiore», «non prevedibile al momento

della fecondazione», «fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile»,

per contrasto con gli artt. 2, 3, 13 e 32 Cost.; dell’art. 6, comma 3, della legge n. 40 del

2004, nella parte in cui non contiene, in fine, le parole «e, dalla donna, anche

successivamente», per contrasto con gli artt. 2, 3, 13 e 32 Cost.; dell’art. 14, comma 4, per

contrasto con gli artt. 2, 3, 13 e 32 Cost.

La questione è stata sollevata nel procedimento su ricorso ai sensi dell’art. 700 cod.

proc. civ. di due coniugi infertili ed affetti da malattie genetiche i quali, dopo aver fatto,

ripetutamente ed inutilmente, ricorso alle tecniche di fecondazione assistita, avevano

richiesto in via di urgenza che venisse emesso l’ordine di eseguire a loro favore la c.d.

fecondazione in vitro, previa diagnosi pre-impianto, e che si provvedesse a trasferire

nell’utero della signora C. gli embrioni creati in base alle direttive impartite dalla

medesima paziente ed applicando le procedure dettate dalla scienza medica per assicurare

il miglior successo della tecnica in considerazione dell’età e dello stato di salute della

paziente, tenuto anche conto del rischio di gravidanze plurigemellari pericolose,

provvedendo altresì a crioconservare per un futuro impianto gli embrioni risultati idonei e

che non fosse possibile trasferire immediatamente.

Il rimettente, negata la possibilità di una lettura costituzionalmente orientata delle

norme di cui si tratta, per il carattere inequivocabile del dato normativo, ha motivato la

rilevanza della questione nel giudizio a quo alla stregua della considerazione che le

disposizioni della legge n. 40 del 2004 costituiscono chiaro ostacolo all’accoglimento

delle richieste formulate dai ricorrenti. In proposito, rilevato che tali richieste hanno come

presupposto la legittimità della c.d. diagnosi preimpianto – secondo il giudice a quo da

considerare perfettamente consentita, con efficacia erga omnes, dopo la pronuncia del

TAR del Lazio 21 gennaio 2008, n. 398 e dopo la emanazione delle nuove Linee guida di

applicazione della legge n. 40 del 2004 – osserva il giudice a quo che questa Corte,

con ordinanza n. 369 del 2006 , ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione

di legittimità costituzionale dell’art. 13 della legge n. 40 del 2004, nella parte in cui

faceva divieto di sottoporre l’embrione, prima dell’impianto, a diagnosi per l’accertamento

di eventuali patologie, sul presupposto della necessità di verificare la costituzionalità

anche di altri articoli della stessa legge (segnatamente della disciplina della «revocabilità

del consenso solo fino alla fecondazione dell’ovulo», del «divieto di creazione di embrioni

in numero superiore a quello necessario per un unico impianto, obbligatorio quindi per

tutti gli embrioni», del «divieto di crioconservazione e di soppressione di embrioni»), non

impugnati. Ne deduce il giudice a quo l’inutilità dell’affermazione del diritto dei ricorrenti

a procedere a diagnosi preimpianto laddove non svincolati dall’obbligo di unico e

contemporaneo impianto di non più di tre embrioni, dal divieto di crioconservazione degli

stessi al di fuori della rigida ipotesi di cui all’art. 14, comma 3, della legge, e

dall’irrevocabilità del consenso al trattamento di PMA allorquando sia avvenuta la

fecondazione dell’ovulo. Vi è, secondo il rimettente, rilevanza delle dedotte questioni

anche in ordine al periculum in mora, posto che i tempi di un giudizio ordinario

(sicuramente più lunghi di un procedimento cautelare ante causam) costituiscono fattore di

per sé idoneo a pregiudicare l’esigenza di tutela.

In punto di non manifesta infondatezza, il giudice a quo ritiene che la normativa di cui

al comma 2 dell’art. 14, laddove impone la creazione di non più di tre embrioni ai fini di

un loro unico e contemporaneo impianto, sia in contrasto con i precetti costituzionali di

cui agli artt. 2, 3 e 32 Cost., in quanto determina la reiterata sottoposizione della donna a

trattamenti che, in quanto invasivi e a basso tasso di efficacia, sarebbero lesivi del

principio di rispetto della dignità umana, in spregio a quanto previsto dall’art. 2 Cost. La

disposizione in esame verrebbe, inoltre, a creare disparità di trattamento fra situazioni che

eguali fra loro non sono e richiedono trattamenti differenziati, in violazione del principio

di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3 Cost., oltre a violare il diritto fondamentale alla

salute proclamato dall’art. 32 della Cost., determinando il forte rischio di reiterata

sottoposizione della donna a trattamenti ad alto tasso di pericolosità per la sua salute fisica

e psichica.

Il giudice a quo si chiede quale debba essere, una volta ammessa la c.d. diagnosi

preimpianto, la sorte del divieto di crioconservazione e soppressione degli embrioni, la cui

ragione di esistenza era sicuramente più che coerente con il preesistente divieto, che

imponeva la sequenza creazione-trasferimento-impianto dell’embrione, in una situazione

di irrevocabilità del consenso dalla donna fornito alla PMA, a tutto vantaggio di una

situazione che lo stesso legislatore definisce di «tutela dell’embrione».

Secondo il rimettente, peraltro, la assoluta libertà di produzione sovrannumeraria di

embrioni determinerebbe, a sua volta, una situazione che, pur se inserita all’interno dei

ragionevoli presupposti normativi di cui agli artt. 1, 4 e 5 della legge, rischia di essere pur

sempre foriera di problematiche non scevre da implicazioni di natura etica, giuridica, ed

anche gestionale ed economica (solo se si pensa, ad es., che le Linee guida, sia nella loro

versione originaria sia in quella attuale, prevedono che «gli embrioni che verranno definiti

in stato di abbandono saranno crioconservati in maniera centralizzata con oneri a carico

dello Stato»): donde la limitazione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 14

della legge n. 40 del 2004 nel senso sopra indicato.

A tali censure si aggiunge quella rivolta all’art. 6, comma 3, della legge n. 40, che, a

corollario delle norme precedenti, prevede che la volontà di sottoposizione al trattamento

di PMA non possa essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal medesimo comma

dopo che sia avvenuta la fecondazione dell’ovulo. I parametri di costituzionalità sono

anche in tal caso gli artt. 2, 13 e 32 (quest’ultimo in tutta la sua estensione) Cost., cui si

aggiunge l’art. 3 Cost., con la indicazione, quale tertium comparationis, del successivo

comma 4, che espressamente attribuisce in ogni tempo al medico responsabile della

struttura il potere di decidere di non procedere alla procreazione medicalmente assistita

per motivi di ordine medico-sanitario, che nel loro ambito non possono non annoverare

anche quelli più specificamente inerenti la salute fisica e psichica della donna.

L’intervento sull’art. 6, comma 3, della legge n. 40 del 2004 viene richiesto al fine di

dare coerenza ad un sistema normativo che, con una censura limitata (per le ragioni sopra

esposte) ai soli commi 2 e 3 dell’art. 14, permarrebbe comunque viziato da una sua

disarmonia interna (evidenziata dalla Corte costituzionale, nella ordinanza n. 369 del

2006 , anche con riferimento alla norma ora in questione). Se il sistema normativo che si

chiede scaturisca dalla ottenuta liceità della diagnosi preimpianto e dalla richiesta censura

di costituzionalità è improntato sulla superiorità riconosciuta alla tutela della salute della

donna (sancita dalla legge n. 194 del 1978 sulla interruzione volontaria della gravidanza e

che non può essere vanificata da una normativa come quella in esame), è allora

conseguenza necessaria che, per ragioni di coerenza sistematica, sia la sola donna ad

essere legittimata alla revoca del consenso al trattamento di PMA.

A conferma di quanto sopra, vi sarebbe la chiara disposizione (sia pure non di rango

legislativo) contenuta in ciascuna delle versioni delle Linee guida (sezione

«Crioconservazione degli embrioni: modalità e termini») a mente della quale «la donna ha

sempre il diritto ad ottenere il trasferimento degli embrioni crioconservati».

Infine, viene sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 4,

della legge n. 40 del 2004, per contrasto con gli artt. 2, 3, 13 e 32 della Costituzione.

La disposizione in questione, secondo il rimettente, non è di immediata chiarezza: in

particolare, non sarebbe chiaro se essa sia una norma sulla interruzione volontaria della

gravidanza (come si evincerebbe dal ricorso al termine «gravidanze» e al richiamo alla

legge n. 194 del 1978) – nel senso, cioè, di non impedire una interruzione volontaria della

gravidanza riguardo a parte soltanto degli embrioni coinvolti (come rimedio ex post a non

desiderate gravidanze gemellari da PMA) – o (come si evincerebbe dall’iniziale inciso «ai

fini della presente legge sulla procreazione medicalmente assistita») una specificazione

del divieto di crioconservazione o soppressione degli embrioni, di cui al comma 1 dell’art.

14. Correttamente – osserva il giudice a quo – i ricorrenti avevano evidenziato come il

divieto abbia una sua giustificazione laddove, adottata la scelta di produrre più di un

embrione (due o al massimo tre, secondo l’imposizione di cui si chiede la censura), si

decida poi di impiantarne in numero minore, in violazione della regola del loro unico e

contemporaneo impianto. Laddove, invece, venga a cadere la regola della produzione di

non più di tre embrioni, del loro unico e contemporaneo impianto e del rigido divieto di

crioconservazione, non avrebbe più senso nemmeno il divieto di riduzione embrionaria.

Una ragion d’essere della norma potrebbe permanere per il tramite del richiamo

contenuto alla disciplina sulla interruzione della gravidanza, ma si tratterebbe di un

richiamo a questo punto superfluo e ridondante, essendo già sufficiente quello contenuto

nel primo comma dell’art. 14 (possibilità di soppressione di embrioni nei casi previsti

dalla legge n. 194 del 1978).

Si chiede, infine, il rimettente se non si corra il rischio di una deriva eugenetica, in

particolare di una «eugenetica negativa», intendendosi tale quella volta a far sì che non

nascano persone portatrici di malattie ereditarie e non già a perseguire scopi di

«miglioramento» della specie umana.

Altro, e non meno importante, dubbio è se davvero coppie al cui interno non vi sia

sterilità o infertilità, ma che siano a forte rischio di trasmissibilità di malattie genetiche,

non vengano a ricevere, per il fatto di non poter ricorrere a PMA e nell’ambito di essa a

diagnosi preimpianto e a selezione embrionaria, un trattamento deteriore rispetto a coppie,

sempre a forte rischio di trasmissibilità di malattie genetiche ma al cui interno vi sia

sterilità o infertilità, che invece, ove accolte le prospettate questioni di legittimità

costituzionale, a tutto quanto sopra potrebbero ricorrere.

Al riguardo, peraltro, il giudice a quo rileva come, data prevalenza al diritto alla salute

della donna su ogni possibile situazione soggettiva dell’embrione, quello della «eugenetica

negativa» finisca con l’essere un falso problema, non risolto, ed anzi aggravato dalla

costrizione della donna, già sottoposta a stimolazione ovarica e ad intervento di impianto,

a ricorrere poi ad interruzione, volontaria o meno che essa sia, della gravidanza.

3.1. – Nel giudizio innanzi alla Corte, si sono costituiti C.M. e G.R., parti del giudizio

di merito.

3.2. – Ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e

difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la inammissibilità e la

infondatezza della questione, alla stregua di argomentazioni analoghe a quelle riferite con

riguardo al giudizio introdotto con la ordinanza r.o. n. 323 del 2008.

3.3. – Sono altresì intervenute l’Associazione Hera O.N.L.U.S., l’Associazione Sos

Infertilità Onlus, l’Associazione Cittadinanzattiva Toscana Onlus, l’Associazione Cecos

Italia, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, oltre alle

Associazioni Amica Cicogna Onlus, Madre Provetta Onlus, Cerco un bimbo, L’altra

Cicogna Onlus e l’Associazione www.unbambino.it, ciascuna delle quali ha aderito alla

richiesta di declaratoria di illegittimità costituzionale delle disposizioni censurate.

3.4. – Nella imminenza della data fissata per la udienza pubblica, l’Avvocatura generale

dello Stato ha depositato memorie nei giudizi introdotti con le ordinanze r.o. n. 323 e 382

del 2008, insistendo nelle conclusioni rassegnate.

La difesa erariale ha ribadito, esplicitandola, l’eccezione di inammissibilità delle

questioni in quanto sollevate nel corso di procedimenti cautelari, rilevando che il

contenuto del provvedimento richiesto finirebbe per produrre effetti immodificabili, con

ricadute sulla rilevanza delle questioni medesime. In definitiva, l’Avvocatura generale

evidenzia la mancanza di incidentalità delle questioni, in quanto la eventuale pronuncia di

accoglimento concretizzerebbe la tutela richiesta innanzi al Tribunale rimettente.

Le questioni sarebbero poi inammissibili, in quanto concernenti un settore la cui

regolamentazione giuridica richiede una attenta e prudente composizione degli interessi in

giuoco attraverso una delicata opera di bilanciamento dei valori, nell’ambito di una

valutazione politico-discrezionale di spettanza del legislatore.

Nelle memorie si deduce il vizio di fondo dal quale sarebbe affetto il ragionamento del

giudice rimettente, consistente in ciò, che la sollevata questione dei commi 2 e 3 dell’art.

14 della legge n. 40, come motivata dallo stesso giudice, non toccherebbe il divieto di

carattere generale di crioconservazione e soppressione di embrioni contenuto nel comma 1

dello stesso articolo, con la conseguenza che non avrebbe senso chiedere la eliminazione

della eccezione alla regola del divieto contenuto nel comma 3.

Una ulteriore ragione di inammissibilità sarebbe da ravvisare nell’intento del rimettente

di mettere in discussione l’impianto della intera legge. Ed ancora, le ragioni di eventuale

illegittimità costituzionale coinvolgerebbero anche altre norme della legge n. 40. Infine, il

rimettente porrebbe una questione meramente interpretativa.

Nel merito, le questioni sarebbero infondate. Premesso che il comma 2 dell’art. 14 della

legge trasfonde le indicazioni contenute nella Risoluzione sulla fecondazione artificiale

approvata dal Parlamento europeo il 16 marzo 1989 e si uniforma alla scelta del legislatore

tedesco, l’Avvocatura dello Stato ritiene che le ordinanze di rimessione consistano in una

critica alle scelte discrezionali del legislatore, che ha effettuato una comparazione di

interessi fra quello della donna al buon esito della procreazione assistita e quello alla

tutela dell’embrione. La ragionevolezza del limite numerico contenuto nel comma 2

dell’art. 14 è coerente, secondo l’Autorità intervenuta, con le conclusioni della scienza e

della tecnica al fine di garantire il buon esito dell’impianto. La memoria contiene dei dati

dell’Istituto superiore della Sanità dai quali risulterebbe che, successivamente alla entrata

in vigore della legge n. 40, siano aumentati i centri, le coppie trattate e le gravidanze, e

che l’elevato numero di gravidanze trigemine in Italia non sarebbe conseguenza diretta

delle previsioni normative, ma da correlare alle modalità di attuazione della procedura in

determinati casi.

Infine, nelle memorie si esclude l’assimilabilità della prescritta irrevocabilità del

consenso all’impianto, disposta dal comma 3 dell’art. 6, ad un trattamento sanitario

obbligatorio, che, invece, contempla quelle attività terapeutiche o diagnostiche volte a

prevenire o curare malattie nell’interesse del soggetto destinatario, oltre che della salute

collettiva. Né l’irrevocabilità del consenso è assistita da una procedura di esecuzione

forzata.

Sono state depositate memorie nell’interesse di M.C. e G.R., nonché dell’Associazione

Hera O.N.L.U.S., dell’Associazione Sos Infertilità Onlus, dell’Associazione Cittadinanza

attiva Toscana O.N.L.U.S. e dell’Associazione Luca Coscioni, per la libertà di ricerca

scientifica. Considerato in diritto

1. – Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio (r.o. n. n. 159 del 2008) dubita, con

sentenza, in riferimento agli artt. 3 e 32 Cost., della legittimità costituzionale dell’art. 14,

commi 2 e 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione

medicalmente assistita), nella parte in cui il loro disposto prevede, ai fini della

applicazione della procedura della procreazione medicalmente assistita, la formazione di

un numero limitato di embrioni, fino ad un massimo di tre, da impiantare contestualmente,

consentendo, solo per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di

salute della donna, la crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del

trasferimento, da realizzare non appena possibile.

Il Tribunale ordinario di Firenze (r.o. n. 323 del 2008) sospetta, con riferimento ai

medesimi parametri costituzionali, la illegittimità costituzionale dell’art. 14, commi 1 e 2,

della stessa legge n. 40 del 2004, nella parte in cui il loro disposto impone il divieto della

crioconservazione degli embrioni soprannumerari, la obbligatorietà della creazione di un

numero massimo di tre embrioni e dell’unico e contemporaneo impianto di embrioni

comunque non superiore a tre, perché la predeterminazione di un protocollo sanitario

unico comporterebbe la sottoposizione della donna a trattamento sanitario non voluto e

non volto alla tutela della salute propria, né della collettività.

Lo stesso Tribunale dubita, altresì, della legittimità costituzionale dell’art. 6, comma 3,

ultima parte, della stessa legge, laddove prevede la irrevocabilità del consenso da parte

della donna all’impianto in utero degli embrioni creati, per violazione dell’art. 32, secondo

comma, Cost., che vieta i trattamenti sanitari obbligatori, se non imposti per legge e nel

rispetto della dignità della persona umana.

Il Tribunale ordinario di Firenze (r.o. n. 382 del 2008) censura l’art. 14, comma 2, della

legge n. 40 del 2004, limitatamente alle parole «ad un unico e contemporaneo impianto,

comunque non superiore a tre», per contrasto con gli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione;

l’art. 14, comma 3, della stessa legge, limitatamente alle parole «Qualora il trasferimento

nell’utero degli embrioni non risulti possibile», «di forza maggiore», «non prevedibile al

momento della fecondazione», «fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena

possibile», per contrasto con gli artt. 2, 3, 13 e 32 della Costituzione; l’art. 14, comma 4,

della richiamata legge, per contrasto con gli artt. 2, 3, 13 e 32 della Costituzione, in

quanto tale norma determinerebbe la reiterata sottoposizione della donna a trattamenti che,

in quanto invasivi e a basso tasso di efficacia, sarebbero lesivi del principio di rispetto

della dignità umana; creerebbe disparità di trattamento fra situazioni che eguali fra loro

non sono e richiedono trattamenti differenziati, in contrasto con il principio di eguaglianza

sostanziale di cui all’art. 3 Cost., violando il diritto fondamentale alla salute per il forte

rischio di reiterata sottoposizione della donna a trattamenti ad alto tasso di pericolosità per

la sua salute fisica e psichica.

Lo stesso Tribunale denuncia, infine, l’art. 6, comma 3, della stessa legge, nella parte in

cui non contiene, in fine, le parole «e, dalla donna, anche successivamente», per contrasto

con gli artt. 2, 3, 13 e 32 della Costituzione.

2. – I tre provvedimenti giurisdizionali sollevano questioni largamente coincidenti e ciò

rende opportuna la riunione dei giudizi al fine della trattazione congiunta e della decisione

con un’unica sentenza.

3. – Deve essere, preliminarmente, confermata l’ordinanza adottata, nel corso

dell’odierna udienza pubblica, ed allegata alla presente sentenza, con la quale sono stati

dichiarati inammissibili gli interventi dell’Associazione Cecos Italia, delle Associazioni

Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Amica Cicogna Onlus, Madre Provetta

Onlus, Cerco un bimbo, L’altra Cicogna Onlus e www.unbambino.it, nonché della

S.I.S.Me.R. s.r.l. (Società Italiana Studi di Medicina della Riproduzione s.r.l.), nel

giudizio introdotto con ordinanza n. 159 del 2008; gli interventi dell’Associazione Sos

Infertilità Onlus, dell’Associazione Hera Onlus, nonché di C.M. e G.R., nel giudizio

introdotto con ordinanza n. 323 del 2008; gli interventi dell’Associazione Hera Onlus,

dell’Associazione Sos Infertilità Onlus, dell’Associazione Cittadinanzattiva Toscana

Onlus, dell’Associazione Cecos Italia, nonché delle Associazioni Luca Coscioni per la

libertà di ricerca scientifica, Amica Cicogna Onlus, Madre Provetta Onlus, Cerco un

bimbo, L’altra Cicogna Onlus e www.unbambino.it, nel giudizio introdotto con ordinanza

n. 382 del 2008. Ciò in applicazione del consolidato orientamento della giurisprudenza

costituzionale, secondo cui non sono ammissibili gli interventi, nel giudizio di legittimità

costituzionale in via incidentale, di soggetti che non siano parti nel giudizio a quo, né

siano titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale

dedotto in giudizio (ex plurimis, sent. n. 96 del 2008 , ord. n. 393 del 2008 , n. 414 del

2007 ).

4. – Occorre ora esaminare le eccezioni di inammissibilità prospettate dalle parti in

relazione ai vari provvedimenti di remissione.

4.1. – L’eccezione di inammissibilità prospettata dall’Avvocatura generale dello Stato e

dal Comitato per la tutela della salute della donna per avere il TAR del Lazio sollevato le

questioni con sentenza anziché con ordinanza, in violazione delle norme sul processo

costituzionale, non è fondata.

Questa Corte ha, infatti, affermato – e il principio deve essere ribadito nella presente

sede – che «la circostanza non comporta inammissibilità della questione, posto che, come

si desume dalla lettura dell’atto, nel promuovere questione di legittimità costituzionale, il

giudice a quo ha disposto la sospensione del procedimento principale e la trasmissione del

fascicolo alla cancelleria della Corte costituzionale, sì che a tale atto, anche se

autoproclamantesi “sentenza”, deve essere riconosciuta natura di “ordinanza”,

sostanzialmente conforme a quanto previsto dall’art. 23 della legge n. 87 del 1953»

(sentenza n. 452 del 1997 ).

4.2. – Altra eccezione di inammissibilità è prospettata, sempre con riferimento alla

questione sollevata dal TAR, dalla Federazione Nazionale dei Centri e dei Movimenti per

la vita italiani, sotto il profilo della rilevanza, per non essersi detto giudice pronunciato

sulla carenza di interesse diretto della Warm (World Association Reproductive Medicine),

ricorrente nel giudizio a quo, avendo erroneamente ritenuto che sulla relativa questione si

sarebbe formato il giudicato, come stabilito dal Consiglio di Stato in sede di appello.

Neppure tale eccezione merita accoglimento, avendo il TAR non implausibilmente

affermato che sulla legittimazione ad agire della Warm non vi era alcuno spazio di

riesame, essendosi, sul punto, formato il giudicato, secondo quanto si evincerebbe dalla

sentenza di rinvio del Consiglio di Stato.

4.3. – Parimenti non fondata è l’ulteriore eccezione di inammissibilità, sollevata dal

Comitato per la tutela della salute della donna, a seguito del mutamento del quadro

normativo per effetto dell’intervento delle nuove linee guida in materia di procreazione

medicalmente assistita, di cui al d.m. 11 aprile 2008, che avrebbe determinato la

estinzione del giudizio amministrativo e, con esso, avrebbe travolto il giudizio di

costituzionalità.

E’ infatti sufficiente rilevare l’operatività delle linee guida del 2004 fino al momento

della loro sostituzione e, quindi, della pendenza del giudizio amministrativo, senza

considerare che nessuna incidenza le sopravvenute linee guida possono esercitare su

alcuna delle questioni sollevate.

4.4. – Con la memoria del Comitato per la tutela della salute della donna e della

Federazione nazionale dei centri e dei Movimenti per la vita italiani è stata eccepita

l’inammissibilità della questione sollevata dal TAR, in quanto priva del requisito della

incidentalità, dal momento che l’oggetto del giudizio principale finirebbe per coincidere

sostanzialmente con quello del giudizio di costituzionalità.

Anche tale eccezione non è fondata.

Ai fini dell’ammissibilità di una questione di costituzionalità, sollevata nel corso di un

giudizio dinanzi ad un’autorità giurisdizionale, è necessario, fra l’altro, che essa investa

una disposizione avente forza di legge di cui il giudice rimettente sia tenuto a fare

applicazione, quale passaggio obbligato ai fini della risoluzione della controversia oggetto

del processo principale. Nel caso di specie, non è dubbio che l’eventuale accoglimento

delle questioni prospettate relativamente ai commi 2 e 3 dell’art. 14 della legge n. 40 del

2004 produrrebbe un concreto effetto nel giudizio a quo, satisfattivo della pretesa dedotta

dalle parti private, poiché dovrebbero essere accolte le doglianze mosse contro le norme

secondarie censurate (nello stesso senso, sul principio, sentenze nn. 303 e 50 del 2007 ).

4.5. – Con riguardo alle questioni sollevate con le ordinanze n. 323 e n. 382 del 2008

dal Tribunale ordinario di Firenze, la difesa erariale ne ha eccepito l’inammissibilità in

quanto sollevate nel corso di procedimenti cautelari, rilevando, da un lato, che il contenuto

del provvedimento richiesto finirebbe per produrre effetti immodificabili, con ricadute

sulla rilevanza delle questioni medesime ed evidenziando, dall’altro, la mancanza di

incidentalità delle questioni, in quanto la eventuale pronuncia di accoglimento

concretizzerebbe la tutela richiesta innanzi al Tribunale rimettente.

L’eccezione non è fondata.

La giurisprudenza di questa Corte ammette la possibilità che siano sollevate questioni

di legittimità costituzionale in sede cautelare, sia quando il giudice non provveda sulla

domanda, sia quando conceda la relativa misura, purché tale concessione non si risolva nel

definitivo esaurimento del potere cautelare del quale in quella sede il giudice fruisce

(sentenza n. 161 del 2008 e ordinanze n. 393 del 2008 e n. 25 del 2006 ).

Nella specie, i procedimenti cautelari sono ancora in corso ed i giudici a quibus non

hanno esaurito la propria potestas iudicandi: risulta, quindi, incontestabile la loro

legittimazione a sollevare in detta fase le questioni di costituzionalità delle disposizioni di

cui sono chiamati a fare applicazione (sentenza n. 161 del 2008 ).

5. – La questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 1, della legge n. 40

del 2004 è stata sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 32, primo e secondo comma, Cost.,

dal Tribunale ordinario di Firenze con l’ordinanza del 12 luglio 2008 (r.o. n. 323 del

2008): essa è manifestamente inammissibile per carenza di motivazione sulla rilevanza.

5.1. – L’art. 14, commi 2 e 3, della stessa legge è stato censurato dal TAR del Lazio e

dal Tribunale ordinario di Firenze con la ordinanza del 26 agosto 2008, con argomenti

sostanzialmente coincidenti, mentre lo stesso Tribunale ordinario di Firenze, con

l’ordinanza 12 luglio 2008, ha censurato – oltre al comma 1 – il comma 2 dell’art. 14, e

non il comma 3.

La questione sollevata dal TAR del Lazio investe l’art. 14, commi 2 e 3, della legge n.

40 nella parte in cui impone la creazione di un numero di embrioni da impiantare

comunque non superiore a tre ed il contestuale impianto degli stessi e vieta la

crioconservazione di embrioni al di fuori delle limitate ipotesi ivi previste. Il rimettente

sospetta il contrasto delle norme censurate con gli artt. 3 e 32 Cost. Sotto il primo profilo,

rileva, anzitutto, una intrinseca irragionevolezza della disciplina, che, da un lato, si

dichiara ispirata allo scopo di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti

dalla sterilità o infertilità, e, dall’altro, impone il predetto limite numerico alla produzione

di embrioni, prescindendo da ogni concreta valutazione del medico sulla persona che

intende sottoporsi al procedimento di procreazione medicalmente assistita, e

preoccupandosi solo di evitare il ricorso alla crioconservazione, che può determinare la

perdita degli embrioni, rischiando, così, anche l’inutile sacrificio degli embrioni prodotti.

La previsione in esame, quindi, non sarebbe in linea con quel bilanciamento di interessi

che la legge n. 40 del 2004 sembrerebbe voler perseguire.

Per altro verso, tale limitazione determinerebbe, secondo il TAR, una ingiustificata

disparità di trattamento in funzione delle diverse condizioni fisiche della donna che ricorre

alla procreazione assistita.

Infine, il vulnus all’art. 32 Cost. viene ravvisato nell’assoggettamento, che la disciplina

censurata determina, ad un successivo trattamento di stimolazione ovarica nella non

improbabile ipotesi di esito infelice del primo tentativo di impianto, in contrasto proprio

con quel principio della minore invasività che risulta espressamente indicato, nell’art. 4,

comma 2, lettera a), della legge, tra i principi cui deve ispirarsi la tecnica in esame.

5.2. – Il Tribunale ordinario di Firenze, con ordinanza del 12 luglio 2008 (r.o. n. 323

del 2008), ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 2,

della legge n. 40 del 2004, per contrasto con gli artt. 3 e 32, primo e secondo comma,

Cost., nella parte in cui pone l’obbligo di creazione di un numero massimo di tre embrioni

nonché dell’unico e contemporaneo impianto degli stessi. La questione è stata sollevata

nel corso dello stesso procedimento in occasione di emissione di ordinanza di

autorizzazione alla diagnosi preimpianto, a seguito della quale i ricorrenti avevano

acquisito relazioni mediche, che avevano evidenziato la possibilità di creazione di

embrioni affetti da patologie pari al cinquanta per cento, sicché, nella specie, il numero di

embrioni necessari ad assicurare una adeguata percentuale di successo era pari a sei

La lesione dell’art. 32, primo comma, Cost. viene sospettata sotto il profilo del diritto

della salute della donna, che dovrebbe, pur nel bilanciamento con quella dell’embrione

richiesto dall’art. 1 della legge n. 40 del 2004, ritenersi prevalente sul diritto di chi ancora

persona non è: la legge impone, in caso di insuccesso, la necessità di procedere a plurime

stimolazioni ovariche, non consentendo la crioconservazione degli embrioni per successivi

impianti e comportando seri problemi per la donna che si deve sottoporre a trattamenti

ormonali plurimi, con conseguenze mediche accertate.

Si ritiene, altresì, leso il principio di ragionevolezza per il trattamento identico di

posizioni soggettive del tutto dissimili e che necessiterebbero di un approccio di cura

diverso, obliterandosi completamente le acquisizioni scientifiche, le quali indicano come i

plurimi fattori che afferiscono alla coppia genitoriale incidono sulla scelta del trattamento

da attuare, che quindi deve essere lasciato (come d’altra parte tutti i trattamenti medici

salvo sempre il consenso informato) alla discrezionalità del medico, che è il depositario

del sapere tecnico del caso concreto.

La violazione dell’art. 32, secondo comma, Cost., che vieta i trattamenti sanitari

obbligatori, se non imposti per legge nel rispetto della dignità della persona umana, viene

ravvisata nella predeterminazione di un protocollo sanitario unico, non configurato sulle

necessità di cura della singola persona e di adesione allo stesso e che comporta la

sottoposizione della persona a trattamento sanitario non voluto e non finalizzato alla tutela

della salute sua propria o della collettività.


PAGINE

26

PESO

150.21 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 151 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2009. in relazione ad alcuni aspetti della legge n. 40/04 in particolare: numero massimo di 3 embrioni e crioconservazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto costituzionale avanzato

Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea
Dispensa
Transessualismo - Caso Goodwin
Dispensa
CEDU - Caso Scordino
Dispensa
Aborto donna consenziente - C.Cost. n. 27/75
Dispensa