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Cass. civ. Sez. V, Sent., 13-10-2010, n. 21139 03/03/11 17:50

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 18-06-

2010, n. 14827

Cass. civ. Sez. V, Sent., 07-07-

2010, n. 16069 IMPOSTE E TASSE IN GENERE - TRIBUTI LOCALI

Cass. civ. Sez. V, Sent., 13-10-2010, n. 21139

Cass. civ. Sez. V, Sent., 08-10-

2010, n. 20872

Cass. civ. Sez. V, Sent., 12-11-

2010, n. 23003 Fatto Diritto P.Q.M.

Cass. civ. Sez. V, Sent., 13-10-

2010, n. 21139

Cass. civ. Sez. V, Sent., 03-12-

2010, n. 24587 Svolgimento del processo

Cass. civ. Sez. Unite, Ord., 26- 1 - La Commissione tributaria regionale del Veneto, con la decisione

01-2011, n. 1782 indicata in epigrafe, dichiarava inammissibile l'appello proposto da S.G., A.

e P.S., avverso la sentenza n. 406/01/2003 della Commissione tributaria

provinciale di Vicenza, con la quale era stato respinto il ricorso proposto

avverso i provvedimenti del Comune di Cartigliano con i quali era stata

» Pagina principale rettificata la liquidazione dell'ICI dovuta per gli anni dal 1994 al 2000.

» Sentenze L'inammissibilità veniva pronunciata in quanto il ricorso in appello era

stato sottoscritto dai soli contribuenti, e non dal loro difensore (nominato

Ricerche Multiple successivamente), nonostante l'obbligatorietà, nella specie, dell'assistenza

» Ricerca su tutte le opere tecnica, ai sensi del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 12 trattandosi

di controversia di valore superiore a quello indicato da detta disposizione.

» Ricerca per voci di classificazione Si specificava, inoltre, che già nel primo grado del giudizio i ricorrenti

erano stati invitati a munirsi di difensore, ed avevano ottemperato.

» Newsletter 1.1 - Per la cassazione di tale decisione i predetti contribuenti propongono

ricorso, affidato ad unico motivo. La parte intimata non ha svolto attività

CREDITS difensiva. Motivi della decisione

2 - Nel ricorso si denuncia violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546,

art. 12 come interpretato dalla Corte costituzionale e dalla giurisprudenza

di questa Corte, nel senso che il ricorso non avrebbe dovuto essere

dichiarato tout court inammissibile, ma solo all'esito della mancata

esecuzione dell'ordine di conferire incarico, entro un tempo determinato, a

un difensore abilitato.

2.1 - Il ricorso è infondato e deve essere, pertanto, rigettato. in realtà,

viene richiamato il principio, affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte

con la decisione n. 22601 del 2 dicembre 2004, dalla successiva

giurisprudenza di legittimità, con cui - così componendosi il contrasto

insorto in ordine alle conseguenze giuridiche ricollegabili alla presentazione

del ricorso tributario che introduca controversia di valore eccedente L.

cinque milioni - veniva ribadita la validità della soluzione interpretativa,

offerta dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 189 del 13/06/2000 e

n. 520 del 2002, nonchè con l'ordinanza n. 158 del 2003, secondo la quale

l'inammissibilità del ricorso deve intendersi riferita soltanto all'ipotesi in cui

sia rimasto ineseguito l'ordine del Presidente della Commissione, della

sezione o del collegio, rivolto alle parti diverse dall'amministrazione, di

munirsi, nel termine fissato, di assistenza tecnica, conferendo incarico a

difensore abilitato.

Le Sezioni Unite aderivano, pertanto, alla soluzione recepita nella sentenza

n. 8369 del 12 giugno 2002, la quale aveva statuito che "la commissione

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 13-10-2010, n. 21139 03/03/11 17:50

tributaria regionale, chiamata a giudicare una controversia di valore

superiore a L. 5.000.000, è tenuta a disporre, ai sensi del D.Lgs. 31

dicembre 1992, n. 546, art. 12, che il contribuente, attore o convenuto in

giudizio, il quale risulti privo dell'assistenza di un difensore, si munisce -,

invece, dell'indispensabile assistenza tecnica. Da ciò consegue l'illegittimità

dell'eventuale declaratoria di inammissibilità del ricorso pronunciata in

assenza dell'ordine de quo".

Tale soluzione interpretativa, che non ha incontrato il favore della dottrina

e che, tuttavia, domina ormai incontrastata nella giurisprudenza di

legittimità (Cass., 9 ottobre 2009, n. 21459;

Cass., 7 dicembre 2005, n. 27035; Cass., 28 febbraio 2008, n. 5255), si

riferisce non già al giudizio di secondo grado, ma esclusivamente all'ipotesi

in cui la parte sia ab initio sfornita di assistenza tecnica (cfr., in tal senso,

Cass., 4 aprile 2008, n. 8778).

Tanto si desume sia dall'esplicito riferimento, nella richiamata

giurisprudenza costituzionale, al solo giudizio di primo grado, sia dal

tenore letterale del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 5, comma 12

che si riferisce espressamente alla proposizione delle controversie, e non

alla prosecuzione dei giudizi.

Del resto, nella fattispecie in esame la parte ricorrente non solo risultava

munita di assistenza tecnica nel corso del giudizio di primo grado, ma lo

era proprio a seguito di ottemperanza all'ordine emesso ai sensi del citato

D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 12, comma 5.

Non può, d'altra parte, ritenersi che l'ordine di conferire l'incarico a un

difensore abilitato debba essere reiterato in ogni grado, attesa la riferibilità

di quello impartito in prime cure all'intero giudizio.

Rafforza tale convincimento il seguente rilievo, fondato sulle ipotesi

normalmente considerate nella norma contenuta nel comma 5 del

richiamato art. 12, vale a dire le controversie di valore inferiore a L.

cinque milioni, per le quali le parti "possono stare in giudizio anche senza

assistenza tecnica". Invero la valutazione, dettata dalle difficoltà di natura

giuridica delle questioni, in base alla quale viene ordinato alla parte di

munirsi di assistenza tecnica, non può che riferirsi all'intero giudizio, non

essendo seriamente concepibile un diverso apprezzamento nei gradi

successivi. Poichè la tesi secondo cui l'inammissibilità, anche nei casi di

assistenza tecnica obbligatoria, scaturisce non dalla mancata sottoscrizione

del ricorso da parte del difensore, ma dall'inottemperanza all'ordine di

nominarlo, si fonda su un'interpretazione "costituzionalmente orientata" del

D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 12, comma 5 appare evidente che,

riferendosi l'ipotesi originariamente disciplinata al solo giudizio di primo

grado, altrettanto si verifica per i casi di assistenza tecnica imposta dalla

legge.

Non si provvede in merito alla spese processuali, non avendo la parte

intimata svolto attività difensiva. P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso.

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 07-07-

2010, n. 16069

Cass. civ. Sez. V, Sent., 08-10-

2010, n. 20872 APPLICAZIONE DELLA PENA SU RICHIESTA - GIUDIZIO (RAPPORTO) -

IMPOSTA VALORE AGGIUNTO (IVA) - IMPOSTE E TASSE IN GENERE -

Cass. civ. Sez. V, Sent., 03-12-

2010, n. 24587 REGIUDICATA PENALE

Cass. civ. Sez. V, Sent., 03-12-2010, n. 24587

Cass. civ. Sez. Unite, Ord., 26-

01-2011, n. 1782 Fatto Diritto P.Q.M.

» Pagina principale

» Sentenze Svolgimento del processo

Ricerche Multiple Sulla base di indagini della Guardia di Finanza di Brescia, concluse con

processo verbale di constatazione in data 25-9-1992, che individuava a

» Ricerca su tutte le opere carico della società RE.MA.FER s.r.l. una indebita detrazione di costi

» Ricerca per voci di classificazione derivante da fatture di acquisto relative ad operazioni inesistenti, l'Ufficio

IVA di quella città notificava a RE.MA.FER. s.r.l. avviso di accertamento

» Newsletter con cui erano recuperati a tassazione i predetti costi ed erano irrogate le

relative sanzioni.

La società impugnava l'avviso innanzi alla Commissione Tributaria

CREDITS Provinciale di Brescia, sostenendo che l'accertamento era carente di prova.

Si costituiva l'Ufficio, negando l'assunto e facendo presente che per gli

stessi fatti di cui all'accertamento era stata emessa in sede penale dal

Tribunale di Brescia nei confronti del legale rappresentante della società

sentenza con applicazione di pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p..

La Commissione respingeva il ricorso.

Appellava la società e la Commissione Tributaria Regionale della

Lombardia con sentenza n. 205/63/03 in data 6-10-2003, depositata in

data 10-11-2003, accoglieva il gravame, ritenendo non sufficientemente

provata la pretesa tributaria.

Avverso la sentenza proponevano ricorso per cassazione il Ministero della

Economia e della Finanze e la Agenzia delle Entrate, con due motivi.

La causa alla udienza era rinviata onde attendere la decisione delle Sezioni

Unite della Corte sulla compatibilità della normativa sul condono in materia

di IVA di cui alla L. n. 289 del 2002, tra cui l'art. 16, stessa legge, con

l'ordinamento comunitario alla luce della sentenza della Corte di Giustizia

Europea C-132706, in data 17- 8-2008.

Intervenuta detta decisione, la causa era fissata alla odierna pubblica

udienza. Motivi della decisione

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 03-12-2010, n. 24587 03/03/11 17:44

La questione di cui in premessa è di preliminare rilievo nella presente

causa, in quanto il ricorso è stato notificato in data 7-7- 05 in relazione ad

una sentenza depositata il 10-11-2003, dichiaratamente fruendo della

sospensione dei termini di impugnazione di cui alla L. n. 289 del 2002, art.

16, comma 6.

La stessa deve essere risolta nel senso di cui alla sentenza della Sezioni

Unite della Corte n. 3676 del 2010, la quale ha concluso che la

incompatibilità con il diritto comunitario della normativa sul condono in

materia di IVA di cui alla menzionata sentenza della Corte di Giustizia è

limitata alle ipotesi di cui agli att. 8 e 9 del testo normativo, laddove non

tocca l'art. 16 della legge, che concerne la definizione di una lite tra il

contribuente e la Amministrazione alla quale consente la riscossione di

parte della pretesa tributaria, in via transattiva e con trattamento paritario

tra i contribuenti. Da ciò deriva la perdurante validità della sospensione dei

termini di impugnazione di cui all'art. 16, comma 6, la cui eventuale

disapplicazione sarebbe contraria sia al principio dell'affidamento sia alla

possibilità concreta da parte della Amministrazione di recuperare un

credito di imposta, punto questo di particolare rilievo nella sentenza della

Corte Europea.

Il ricorso è quindi tempestivo.

Sempre in via preliminare va rilevata la inammissibilità del ricorso

proposto dal Ministero della Economia e della Finanze: nel caso di specie al

giudizio innanzi la Commissione Regionale ha partecipato l'ufficio periferico

di Brescia della Agenzia delle Entrate, successore a titolo particolare del

Ministero, ed il contraddittorio è stato accettato dal contribuente senza

sollevare alcuna eccezione sulla mancata partecipazione del Ministero, che

così risulta, come costantemente ha rilevato la giurisprudenza di questa

Corte, (ex plurimis v. Cass. n. 3557/2005) estromesso implicitamente dal

giudizio, con la conseguenza che la legittimazione a proporre ricorso per

cassazione sussisteva unicamente in capo alla Agenzia.

Con il primo motivo la Agenzia deduce omessa motivazione su un punto di

fatto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1,

n. 5.

Espone che la CTR ha ritenuto ininfluente ai fini della prova a carico della

società la sentenza di patteggiamento emessa in sede penale nei confronti

del legale rappresentante della società medesima per gli stessi fatti

oggetto della pretesa tributaria.

Sostiene che detta sentenza, anche se priva di efficacia di giudicato,

costituisce elemento indiziario di sicuro rilievo, tale che il giudice

tributario, ove non ne tenga conto, deve motivare la esclusione; il che la

Commissione aveva fatto con argomenti fallaci, quale la citazione dell'art.

445 c.p.c. e la considerazione che la sentenza era stata emessa a carico di

un soggetto diverso, ovvero dell'amministratore della società.

Con il secondo motivo, deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n.

633 del 1972, artt. 21, 54 e 55 e dell'art. 2697 c.c. in relazione all'art.

360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Sostiene che la CTR ha errato nel ritenere che l'onere della prova della

inesistenza delle operazioni fatturate gravasse sull'Ufficio, in quanto

trattandosi di indebita detrazione di costi, l'onere di provare la correttezza

delle operazioni e la effettività dei costi medesimi grava sul contribuente.

Per ragioni di priorità logica, occorre esaminare per primo il secondo

motivo (il cui accoglimento determinerebbe l'assorbimento del

precedente).

Il mezzo non è fondato.

E' ormai ius receptum che, ove la contabilità della società sia

apparentemente corretta (come pacificamente nella fattispecie) spetta alla

Amministrazione provare che detti dati contabili (che di per sè fanno prova

delle operazioni registrate) sono fittizi e che le operazioni oggetto delle

fatture in realtà non sono mai state poste in essere (v. per tutte Cass. n.

15395 del 2008).

Tuttavia, è altrettanto consolidato il principio che, ove la Amministrazione

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 03-12-2010, n. 24587 03/03/11 17:44

fornisca validi elementi, alla stregua del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54,

comma 2, per affermare che almeno alcune delle operazioni contabilizzate

sono fittizie, passa sul contribuente l'onere di dimostrare l'effettiva

esistenza delle operazioni contestate.

Il che porta alla rilevanza della censura di cui al primo motivo, che è

fondata.

Infatti la sentenza penale si applicazione di pena su richiesta ex art. 444

c.p.c., per costante insegnamento di questa Corte (v. Cass. n. 9358 del

2005, n. 18635 del 2006) costituisce indiscutibile elemento di prova per il

giudice di merito, il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia

probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l'imputato avrebbe

ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia

prestato fede a tale ammissione; detto riconoscimento, pertanto, pur non

essendo oggetto di statuizione assistita dall'efficacia del giudicato, ben può

essere utilizzato come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità

in sede civile, e quindi anche in ambito tributario.

Le argomentazioni sul punto della Commissione sono errate, in quanto

ferma restando la irrilevanza del richiamo all'art. 445 c.p.p. che si. limita

ad escludere il valore di giudicato in un diverso processo, non è contestato

che i fatti oggetto della sentenza penale siano gli stessi oggi considerati in

sede tributaria; ed irrilevante è il fatto che oggetto dell'accertamento

fiscale sia in questa sede la società ed in sede penale imputato fosse

l'amministratore della medesima, perchè ciò risponde alla diversa struttura

dei giudizi, essendo la responsabilità penale unicamente personale.

Non essendo dubbia la rilevanza del dato ai fini probatori, la sentenza

impugnata deve essere cassata e la causa rinviata per nuovo esame a

diversa sezione della CTR della Lombardia, onde valuti se tale fatto

accertato, unitamente agli altri considerati in sentenza, (cessazione dalla

attività delle ditte apparentemente fornitaci, assenza di documentazione di

pagamento) siano sufficienti ad integrare a favore dell'Ufficio la prova ai

sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 2.

Il giudice di rinvio provvederà anche sulle spese di questa fase di

legittimità. P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso del Ministero; accoglie il primo

motivo di ricorso della Agenzia, respinge il secondo; cassa la sentenza

impugnata in relazione al motivo accolto, e rinvia anche per le spese a

diversa sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia.

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Cass. civ. Sez. V, Ord., 06-12-2010, n. 24764 03/03/11 17:51

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 18-06-

2010, n. 14827

Cass. civ. Sez. V, Sent., 07-07-

2010, n. 16069 IMPOSTE E TASSE IN GENERE -

INTERVENTO IN CAUSA E LITISCONSORZIO -

Cass. civ. Sez. V, Sent., 08-10-

2010, n. 20872 PERSONE FISICHE E GIURIDICHE - PROFESSIONI INTELLETTUALI

Cass. civ. Sez. V, Ord., 06-12-2010, n. 24764

Cass. civ. Sez. V, Ord., 06-12-

2010, n. 24764

Cass. civ. Sez. V, Sent., 12-11- Fatto - Diritto P.Q.M.

2010, n. 23003

Cass. civ. Sez. V, Sent., 13-10-

2010, n. 21139

Cass. civ. Sez. V, Sent., 03-12- Svolgimento del processo - Motivi della decisione

2010, n. 24587

Cass. civ. Sez. Unite, Ord., 26- Il Collegio, letto il ricorso proposto dall'Agenzia delle Entrate per la

01-2011, n. 1782 cassazione della sentenza n. 22/24/2008 del 18.3.2008 della Commissione

regionale della Sicilia, che aveva accolto il ricorso proposto da M.G., socio

della SAGEA - Studio Associato Geologia Applicata, per l'annullamento

dell'avviso di accertamento con cui l'Ufficio, a seguito della rettifica del

reddito del predetto Studio associato, aveva rideterminato il suo reddito

» Pagina principale per Panno 1996;

» Sentenze letto il controricorso del contribuente;

Ricerche Multiple vista la relazione redatta ai sensi dell'art. 380 bis cod. proc. civ. dal

» Ricerca su tutte le opere consigliere delegato Dott. Mario Bertuzzi, che ha concluso per la

» Ricerca per voci di classificazione fondatezza del ricorso;

osservando che:

» Newsletter - "l'unico motivo di ricorso, lamentando la violazione del D.Lgs. n. 546 del

1992, art. 14, del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 5 e del D.P.R. n. 600 del

CREDITS 1973, art. 40 denunzia la nullità della sentenza per mancato rispetto del

principio dell'integrità del contraddittorio, assumendo che il giudizio con

cui viene impugnato l'accertamento relativo al reddito di un'associazione

tra professionisti interessa necessariamente tutti i soci e l'associazione

medesima";

- "il motivo appare ammissibile, tenuto conto della congruità del quesito di

diritto con cui si conclude, nonchè fondato alla luce dell'orientamento fatto

proprio dalle Sezioni unite di questa Corte con la decisione n. 14815 del 4

giugno 2008 applicabile, per identità di situazioni, anche alle associazioni

tra professionisti - secondo cui il ricorso proposto da uno dei soci riguarda

inscindibilmente la posizione della società e quella di tutti i soci (salvo che

l'impugnativa prospetti questioni personali), con l'effetto che tutti questi

soggetti devono essere parte nello stesso processo, e la controversia non

può essere decisa limitatamente ad alcuni soltanto di essi (D.Lgs. n. 546

del 1992, art. 14, comma 1), sicchè, trattandosi di fattispecie di

litisconsorzio necessario originario, il giudizio celebrato senza la

partecipazione di tutti i litisconsorti è nullo per violazione del principio del

contraddittorio di cui all'art. 101 c.p.c. e art. 111 Cost., comma 2, e la

nullità può e deve essere rilevata in ogni stato e grado del procedimento,

anche di ufficio, con conseguente rimessione della controversia avanti al

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Cass. civ. Sez. V, Ord., 06-12-2010, n. 24764 03/03/11 17:51

giudice di primo grado; rilevato che la relazione è stata regolarmente

comunicata al Procuratore Generale, che non ha svolto controsservazioni,

e notificata alle parti;

ritenuto che le argomentazioni e la conclusione della relazione meritano di

essere interamente condivise, apparendo rispondenti sia a quanto risulta

dall'esame degli atti di causa, che all'orientamento della giurisprudenza di

questa Corte sopra indicato, che, pur formatosi con riferimento alle società

di persone, appare applicabile, per l'identità del regime normativo (D.P.R.

n. 917 del 1986, art. 5), anche alle associazioni;

che, pertanto, il ricorso va accolto, con conseguente cassazione delle

sentenze di primo e di secondo grado e rinvio della causa dinanzi al

giudice di primo grado affinchè, adempiuti i necessari adempimenti per

assicurare l'integrità del contraddittorio, pronunci sul merito del ricorso

introduttivo; che le ragioni della decisione integrano giusti motivi di

compensazione delle spese dell'intero giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza di secondo grado e quella di primo

grado e rinvia la causa alla Commissione tributaria provinciale di

Agrigento. Compensa tra le parti le spese dell'intero giudizio.

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-02-2010, n. 2937 03/03/11 17:47

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Cartelle Personali Ricerche Effettuate Opere:

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-02-

2010, n. 2937 IMPOSTA REDDITO PERSONE FISICHE E GIURIDICHE -

» Pagina principale IMPOSTE E TASSE IN GENERE

Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-02-2010, n. 2937

» Sentenze

Ricerche Multiple Fatto Diritto P.Q.M.

» Ricerca su tutte le opere

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» Newsletter Svolgimento del processo

Il Centro Servizi Imposte Dirette di Bologna iscriveva a ruolo ai sensi del

D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, maggiori imposte a carico della società

CREDITS RE.GIO. s.r.l. a rettifica della dichiarazione integrativa presentata dalla

società ai sensi della L. n. 413 del 1991.

Il contribuente impugnava la cartella esattoriale innanzi la CTP di Parma

notificando il ricorso al Centro di Servizio che aveva emesso il ruolo in data

7-4-98. Sosteneva in primo luogo la decadenza della Amministrazione

dalla pretesa tributaria per avere notificato la cartella oltre i termini

previsti dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 17, e D.P.R. n. 600 del 1973, art.

43, e, nel merito, si doleva della eccessività della liquidazione effettuata

dall'Ufficio. Si costituiva in giudizio l'Ufficio distrettuale delle imposte

dirette di Parma. La Commissione con sentenza n. 210/2/99 respingeva il

ricorso. Avverso la sentenza proponeva appello la società con atto

notificato il 18-11-1999 al Centro Servizi di Bologna.

Il Centro non si costituiva; neppure si costituiva l'Ufficio Imposte dirette di

Parma, il quale tuttavia depositava nella cancelleria della Commissione una

nota con la quale chiedeva fosse dichiarata la inammissibilità dell'appello

per mancata notifica all'Ufficio del relativo atto. La Commissione Tributaria

Regionale della Emilia - Romagna con sentenza n. 55/13/00, depositata il

18 maggio 2000, decideva nel merito ed accoglieva l'appello del

contribuente. Avverso la sentenza proponeva ricorso per cassazione il

Ministero della Economia e delle Finanze, con tre motivi. Resisteva il

contribuente con controricorso. Il P.G. concludeva per la evidente

fondatezza del ricorso, ex art. 375 c.p.c..

La Corte, ravvisata la insussistenza del presupposto, rinviava la causa alla

pubblica udienza. Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso, l'Ufficio deduce violazione e falsa

applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 10, 20, 51 e 53, e del D.P.R.

28 novembre 1980, n. 787, art. 10, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e

4, in quanto la Commissione aveva ritenuto applicabile anche per il

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Cass. civ. Sez. V, Sent., 10-02-2010, n. 2937 03/03/11 17:47

secondo grado di giudizio il disposto di cui al D.P.R. n. 787 del 1980, art.

10, il quale impone di notificare il ricorso al Centro di Servizio che ha

emesso il ruolo posto in esecuzione con la cartella esattoriale impugnata,

spettando poi al Centro, unitamente al potere di costituzione in proprio,

trasmettere l'atto alla Commissione tributaria ed al competente Ufficio

delle Imposte, parte sostanziale. Conseguentemente, La Commissione di

secondo grado aveva ritenuto necessaria e sufficiente la notifica dell'atto di

appello a detto centro, Ad avviso dell'Ufficio tale disposizione, richiamata

dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 20, comma 3, trova applicazione solo con

riferimento al primo grado di giudizio, laddove per il secondo grado era

applicabile l'art. 53, comma 2, del cit. D.Lgs., il quale dispone che", il

ricorso in appello è proposto nelle forme di cui all'art. 20, commi 1 e 2, nei

confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado".

Poichè alla prima fase di giudizio aveva partecipato esclusivamente l'Ufficio

II.DD di Parma, quale parte sostanziale del rapporto ex art. 10, D.Lgs.

citato, la omessa notifica dell'atto di appello a detto Ufficio determinava la

inammissibilità del ricorso.

Con il secondo motivo, in via subordinata, sosteneva la violazione e falsa

applicazione dell'art. 291 c.p.c., e del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546,

art. 1, comma 2, artt. 31 e 54, in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, in

quanto ad avviso del ricorrente, ove la notificazione dell'appello al solo

Centro di Servizio costituisse causa di nullità e non di inesistenza della

notificazione, la Commissione avrebbe dovuto integrare necessariamente il

contraddittorio disponendo la rinnovazione della notificazione ai sensi

dell'art. 291 c.p.c., applicabile anche al giudizio tributario. Nè valore

sanante poteva essere attribuita alla costituzione dell'Ufficio nel secondo

grado, in quanto lo stesso non aveva accettato il contradditorio nel merito,

insistendo unicamente sulla inammissibilità del gravame. Con il terzo

motivo, svolto in via ulteriormente subordinata, l'Ufficio lamentava un vizio

di ultrapetizione, in quanto nell'originario ricorso il contribuente aveva

sostenuto che la iscrizione a ruolo era stata effettuata oltre il termine

decadenziale di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 17, assunto non

condiviso dal giudice di primo grado, ed in appello aveva invece svolto il

diverso assunto che il termine quinquennale predetto si riferiva non già

alla iscrizione a ruolo, ma alla notifica della cartella, svolgendo conciò

domande nuove vietate dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57; nonostante ciò

il giudice di 2^ grado aveva accolto il ricorso sulla base di una asserita

violazione da parte dell'Ufficio del termine di cui al D.P.R. n. 602 del 1973,

art. 25, rilevata d'ufficio. Sosteneva infine che tale conclusione oltre che

affetta da vizio di ultrapetizione era errata come applicazione della legge,

in quanto il termine citato non poteva ritenersi perentorio, quindi a pena di

decadenza. La società contribuente nel controricorso sostiene la

applicabilità anche al secondo grado della procedura disposta per il primo

grado e la inesistenza nella sentenza impugnata del rilevato vizio di

ultrapetizione. Osserva la Corte che appare condivisibile l'assunto

dell'Ufficio che la disposizione di cui al D.P.R. n. 787 del 1980, art. 10, sia

applicabile al primo grado di giudizio, in cui la particolare procedura è

giustificata dalla esigenza che l'Ufficio che ha emesso il ruolo ed è

competente per l'eventuale rimborso possa valutare in via prioritaria il

ricorso proposto dal contribuente, spettando a tale ufficio la delibazione

della fondatezza del ricorso ai fini dell'accoglimento diretto, totale o

parziale, della istanza ovvero della resistenza in giudizio, tramite le

modalità di cui al comma 3, del citato articolo, ovvero la trasmissione

dell'originale del ricorso alla segreteria della Commissione tributaria e del

fascicolo al competente ufficio delle imposte; attività del tutto superflue

nel giudizio di appello, essendosi la situazione processuale già consolidata

in primo grado.

Ed infatti, il richiamo operato dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 20, al citato

art. 10, non trova riscontro nelle norme che regolano il procedimento di

secondo grado. La questione, tuttavia, non può considerarsi definita alla

luce delle considerazioni che precedono. Infatti la norma applicabile, il

D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 2, impone di notificare il ricorso "

a tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado"

intendendosi con ciò anche le parti citate che in concreto non si sono

costituite. Occorre rilevare, al di là della definizione teorica delle parti

processuali di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 10, in cui è citata come

parte, quando l'atto è stato emesso da un Centro di servizio, solo il

competente Ufficio delle Entrate, che la procedura delineata dal D.P.R. n.

787 del 1980, art. 10, che regola la proposizione dei ricorsi,dimostra che in

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realtà il Centro di servizio non si limita a regolare la fase extraprocessuale,

ma svolge anche una funzione diretta nel procedimento, in quanto, a

seguito della richiesta della Segreteria della Commissione Tributaria presso

cui è stato incardinato il ricorso, trasmette l'originale del ricorso

medesimo, che le era stato notificato, "unitamente alle proprie deduzioni"

di cui ovviamente deve tenersi conto nel processo anche da parte

dell'Ufficio che assume il ruolo di parte sostanziale. Ne consegue che il

Centro di servizio e l'Ufficio finanziario costituiscono una endiadi di enti

autonomi ed entrambi attivi nella causa. Tale anomala posizione funzionale

del Centro di Servizio, ha determinato una giurisprudenza oscillante della

Corte, che in alcune pronunce (ad es. Cass. n. 12862 del 2004) ha

ritenuto il Centro di Servizio parte anche del processo di primo grado, con

conseguente necessità di notificazione del ricorso in appello sia al Centro

che all'Ufficio delle Entrate, in applicazione dell'art. 53 citato, con

integrazione necessaria, anche di ufficio, del contraddittorio qualora il

ricorso sia stato notificato, come nel caso di specie, ad una sola di esse,

ex art. 331 c.p.c.. In altre ha invece escluso la natura di parte processuale

de Centro di Servizio, ritenendo insuperabile il dato testuale di cui al

D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 10, (Cass. 18508 del 2003; 9059/05;

6403/05). Corollario di tale assunto, che può ritenersi maggioritario e che

questa Corte condivide, è che l'unica parte processuale in primo grado è

l'Ufficio delle Entrate, e pertanto solo a questo deve essere notificato il

ricorso in appello.

Da tale conclusione, tuttavia, non discende l'accoglimento del motivo.

Preso infatti atto di una disciplina processuale controvertibile, idonea a

trarre in inganno il contribuente in ordine alla identificazione dell'Ufficio cui

indirizzare il ricorso, viene in considerazione il principio di affidamento del

contribuente, sancito nella L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10, ritenuto

immanente nel diritto e nell'ordinamento tributario già prima della

introduzione di detta norma (Cass. n. 17576 del 2002). Secondo tale

principio "i rapporti tra il contribuente e la Amministrazione Finanziaria

sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede". Ne

consegue che la Amministrazione è tenuta nei confronti del contribuente,

in caso, come nella fattispecie, di errore nelle identificazione dell'Ufficio, ad

una condotta collaborativa, vieppiù facile trattandosi di uffici facenti parte

della stessa Amministrazione e funzionalmente tra loro collegati. Pertanto,

ricevuto il ricorso in appello, il Centro di Servizio in ottemperanza al

dovere di collaborazione, era tenuto a trasmetterlo al competente Ufficio

delle Entrate (nella specie, l'Ufficio delle Imposte Dirette di Parma) anzichè

mantenere una condotta inerte, sicchè la mancata tempestiva costituzione

in giudizio dell'Ufficio competente è imputabile non al contribuente bensì

alla stessa Amministrazione, per violazione del predetto principio (v, per

un caso analogo Cass. n. 16346 del 2009).

Deve pertanto ritenersi che nella specie la notifica al Centro di Servizio

deve ritenersi sufficiente a determinare una corretta instaurazione del

rapporto processuale in appello.

Il secondo motivo deve essere rigettato, in quanto non vi è alcuna nullità

di notificazione, bensì una notificazione valida al Centro di Servizio cui non

è correlata alcuna notificazione all'Ufficio delle Imposte; fattispecie nella

specie non rilevante per quanto sopra detto.

Il terzo motivo è invece fondato.

E' invero pacifico che la società contribuente nel ricorso di primo grado si

era limitata a dedurre la decadenza della Amministrazione dalla pretesa

impositiva per avere iscritto a ruolo il tributo oltre i termini previsti dal

D.P.R. n. 603 del 1973, artt. 17, e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, (che

assumeva necessari anche ai fini della notificazione della cartella). A

seguito di apposita istruttoria, detto termine risultava rispettato.

A seguito di ciò, la società contribuente, nell'atto di gravame, con

memoria aggiuntiva, eccepiva il mancato rispetto del termine di cui al

D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, (notifica della cartella al contribuente non

avvenuta entro il quinto giorno del mese successivo a quello della

consegna del ruolo all'esattore).

La Commissione Regionale, respinti gli altri motivi di appello di merito con

decisione non impugnata in via incidentale dalla intimata, accoglieva tale

motivo aggiunto annullando la cartella esattoriale.

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E' quindi assodato che la contribuente ha formulato una domanda nuova in

appello, con ciò contravvenendo al disposto di cui al D.Lgs. n. 546 del

1992, art. 57, conforme all'art. 345 c.p.c.. La novità della domanda nella

fattispecie in caso di doglianza originaria esclusiva con riferimento al

D.P.R. n. 603 del 1973, art. 17, è principio consolidato di questa Corte (v.

Cass. n. 6150 del 2009). Nè appare condivisibile come causa legittimante

tale nuova doglianza l'assunto della società in controricorso, di avere

svolto il motivo a seguito di un mutamento giurisprudenziale di questa

Corte in merito alla perentorietà del termine di cui al citato art. 25 prima

non assodato.

Ne deriva che il motivo di appello doveva essere dichiarato inammissibile

dalla Commissione regionale.

La sentenza deve quindi essere cassata. Non essendo necessari altri

accertamenti di fatto, la causa deve essere decisa nel merito, con il rigetto

del ricorso introduttivo della società contribuente. La sussistenza di

incertezze giurisprudenziali di merito e la peculiare situazione trattata

rendono equa la compensazione tra le parti delle spese dell'intero

processo. P.Q.M.

La Corte respinge il primo ed il secondo motivo di ricorso, accoglie il terzo,

cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso

introduttivo del contribuente. Compensa le spese dell'intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 7 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2010

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Tributario, tenute dal Prof. Alessandro Turchi nell'anno accademico 2011.
Il documento affronta i seguenti argomenti riguardo il processo tributario:
- tributi locali: Cass. nn. 14827/10, 21139/10
- IVA: Cass. n. 15441/10
- Patteggiamento IVA: Cass. n. 24587/10
- Intervento in causa e litisconsorzio: ord. Cass. n. 24764/10
- imposte sul reddito di persone fisiche e giuridiche: Cass. n. 2937/10
- nullità: ord. Cass. n. 4315/11
- imposte e tasse in generale: Cass. n. 8510/10
- tasse e avvocati: ord. S.U. n. 1782/11


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Turchi Alessandro.

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